Polonia, Agosto 1980: 25 anni fa il proletariato rifaceva l'esperienza dello sciopero di massa (II parte)

 

Nella prima parte di questo articolo, pubblicata nel numero scorso del giornale, abbiamo ripercorso i momenti e gli aspetti più significativi dello sciopero di massa scoppiato in Polonia nel 1980. In questa seconda parte vedremo la risposta della borghesia e come l’illusione su di un sindacato “libero” e “combattivo” ha portato alla sconfitta di questa lotta.

 

 

La reazione della borghesia: l’isolamento

 

Si può capire il pericolo che costituivano le lotte in Polonia dalle reazioni dei paesi vicini. Le frontiere tra la Polonia e la Germania dell’Est, la Cecoslovacchia e l’Unione Sovietica furono chiuse immediatamente. Mentre prima gli operai polacchi si recavano spesso nella Germania dell’Est, soprattutto a Berlino, per fare acquisti perché c’erano meno merci nei negozi polacchi che in Germania dell’Est, la borghesia, chiudendo le frontiere, cercò di isolare la classe operaia. Un contatto diretto tra gli operai dei differenti paesi doveva essere evitato ad ogni costo. E la borghesia aveva delle buone ragioni nel prendere una tale misura! Perché nella regione carbonifera vicina a Ostrava in Cecoslovacchia, i minatori, seguendo l’esempio polacco, si erano messi anche loro in sciopero. Nelle regioni minerarie rumene, in Russia a Togliattigrad, gli operai seguivano la stessa strada dei loro fratelli di classe in Polonia. Anche se nei paesi dell’Europa occidentale non c’erano stati scioperi di solidarietà diretta con le lotte degli operai polacchi, operai di numerosi paesi riprendevano le parole d’ordine dei proletari polacchi. A Torino, nel settembre 1980, gli operai in lotta dicevano: “Danzica ci mostra la strada.”

 

Per la sua prospettiva ed i suoi metodi di lotta, lo sciopero di massa in Polonia ebbe un enorme impatto sugli operai degli altri paesi. Con questo movimento la classe operaia dimostrava, come nel 1953 in Germania dell'Est, nel 1956 in Polonia ed in Ungheria, nel 1970 e nel 1976 di nuovo in Polonia, che nei cosiddetti paesi “socialisti” lo sfruttamento capitalista esisteva come all’Ovest e che i loro governi erano nemici della classe operaia. Malgrado l’isolamento imposto alle frontiere polacche, malgrado la cappa di ferro, la classe operaia polacca, finché restò mobilitata, fu un polo di riferimento a scala mondiale. Scoppiate nell’epoca della Guerra fredda, durante la guerra in Afghanistan, le lotte degli operai della Polonia contenevano un importante messaggio: si opponevano alla corsa agli armamenti ed all’economia di guerra con la lotta di classe. La richiesta dell’unificazione degli operai tra l’est e l’ovest, anche se non era ancora concretamente posta, riemergeva in quanto prospettiva.

 

 

Come è stato sabotato il movimento

 

Il movimento poté sviluppare una tale forza perché si estese velocemente per iniziativa degli stessi operai. L’estensione al di là dei confini delle fabbriche, le assemblee generali, la revocabilità dei delegati, fu l’insieme di queste misure che contribuirono alla loro forza. All’inizio dello sciopero non c’era influenza sindacale, ma ben presto i membri dei “sindacati liberi” (1) si dettero da fare per ostacolare la lotta.

 

Mentre inizialmente i negoziati venivano condotti di fronte alla classe, dopo un certo tempo venne imposto che fossero necessari degli “esperti” per mettere a punto i dettagli dei negoziati col governo. A mano a mano gli operai finirono per non poter più seguire i negoziati né parteciparvi, gli altoparlanti che trasmettevano le trattative in corso smisero di funzionare per… problemi “tecnici”. Lech Walesa, membro dei “sindacati liberi”, fu incoronato leader del movimento grazie al fatto di esser stato licenziato dai cantieri navali di Danzica. Il nuovo nemico della classe operaia, il “sindacato libero”, infiltratosi nel movimento, cominciò il suo lavoro di sabotaggio. Come prima cosa si dedicò a distorcere le rivendicazioni operaie. Mentre all’inizio le rivendicazioni economiche e politiche erano tra le prime della lista, il “sindacato libero” e Walesa misero al primo posto il riconoscimento dei sindacati “indipendenti”, mettendo in secondo piano le rivendicazioni economiche e politiche. Perseguivano così la vecchia tattica “democratica”: difesa dei sindacati invece che degli interessi operai.

 

La firma degli accordi di Danzica del 31 agosto segna la fine del movimento, anche se proseguirono alcuni scioperi ancora per qualche giorno in altri luoghi. Il primo punto di questi accordi autorizzava la creazione di un sindacato “indipendente ed autogestito” che prenderà il nome di Solidarnosc. I quindici membri del presidium del MKS (comitato di sciopero interaziendale) costituirono la direzione del nuovo sindacato.

 

Poiché gli operai avevano chiaro il fatto che i sindacati ufficiali marciavano con lo Stato, la maggior parte di loro pensava che il sindacato Solidarnosc di recente fondazione, forte di dieci milioni di operai, non era corrotto e che avrebbe difeso i loro interessi. Questi proletari non erano passati per l’esperienza degli operai occidentali che per decenni si erano scontrati con i sindacati “liberi”.

 

Approfittando dell’inesperienza di molti operai della realtà del capitalismo occidentale, Walesa già allora promise: “Vogliamo creare un secondo Giappone e stabilire la prosperità per tutti” assumendo così, con Solidarnosc, il ruolo di pompiere del capitalismo per spegnere la combattività operaia. Queste illusioni in seno alla classe operaia in Polonia non erano niente altro che il peso e l’impatto dell’ideologia democratica su questa parte del proletariato mondiale. Il veleno democratico, già molto potente nei paesi occidentali, assumeva in Polonia una forza maggiore dopo cinquanta anni di stalinismo. E la borghesia polacca e mondiale lo avevano capito molto bene. Sono state queste illusioni democratiche a coltivare il terreno su cui la borghesia e il suo sindacato Solidarnosc hanno potuto condurre la politica anti-operaia e scatenare la repressione.

 

Nell’autunno 1980, mentre gli operai ripartivano di nuovo in sciopero per protestare contro gli accordi di Danzica, dopo aver constatato che anche con un sindacato “libero” la loro situazione materiale era peggiorata, Solidarnosc cominciava già a mostrare il suo vero volto. Giusto dopo la fine degli scioperi di massa, Walesa andò qua e là in un elicottero dell’esercito per invitare gli operai a cessare urgentemente gli scioperi. “Non abbiamo più bisogno di altri scioperi perché spingono il nostro paese verso l’abisso, bisogna calmarsi”.

 

Fin dall’inizio Solidarnosc ha cominciato a sabotare il movimento. Ogni volta che era possibile, si impossessava dell’iniziativa degli operai, impedendo loro di lanciare nuovi scioperi.

 

Nel dicembre 1981 la borghesia polacca riuscì infine a scatenare la repressione contro gli operai. Solidarnosc aveva fatto del suo meglio per disarmare politicamente gli operai preparando così la sconfitta. Mentre durante l’estate del 1980, nessun operaio era stato colpito o ucciso grazie all’autorganizzazione ed all’estensione delle lotte, e perché non c’erano sindacati per inquadrare gli operai, nel dicembre 1981, più di 1200 operai furono assassinati, decine di migliaia messi in prigione o esiliati. Questa repressione militare fu organizzata seguendo un intenso coordinamento tra le classi dominanti dell’Est e dell’Ovest.

 

Dopo gli scioperi del 1980, la borghesia occidentale offrì a Solidarnosc ogni tipo di assistenza per rafforzarlo contro gli operai. Venne lanciata la campagna dei “pacchi di medicinali per la Polonia” e vennero creati crediti a buon mercato nell’ambito del FMI per evitare che agli operai occidentali venisse l’idea di emulare l’esempio polacco di prendere l’iniziativa delle lotte. Prima dello scoppio della repressione del 13 dicembre 1981 dei piani di azione erano stati coordinati direttamente tra i capi dei governi. Il 13 dicembre, il giorno stesso della repressione, il cancelliere socialdemocratico Helmut Schmidt ed il leader della RDT, lo stalinista per eccellenza Erich Honecker, si incontrarono presso Berlino dichiarando falsamente di “essere all’oscuro degli avvenimenti”. Ma in realtà, non solo avevano sottoscritto la repressione, ma la borghesia polacca aveva potuto beneficiare dell’esperienza dei suoi colleghi occidentali in materia di scontro con la classe operaia.

 

Dopo un anno di vita, Solidarnosc dimostrò quale terribile sconfitta era riuscito ad imporre agli operai. Dopo la fine degli scioperi del 1980, ancor prima che cominciasse l’inverno, Solidarnosc aveva già dato prova di quale forte pilastro dello Stato era diventato. E se da ex leader di Solidarnosc Lech Walesa è stato eletto presidente della repubblica, è proprio perché aveva mostrato già prima di essere un eccellente difensore degli interessi dello Stato polacco nelle sue funzioni di capo sindacale.

 

 

Il significato delle lotte

 

Anche se sono passati venti anni da allora, e benché molti operai che all’epoca presero parte al movimento di sciopero sono diventati disoccupati o sono stati costretti ad emigrare, la loro esperienza è di un inestimabile valore per tutta la classe operaia. Come la CCI ha scritto già nel 1980, “Su tutti questi punti, le lotte in Polonia rappresentano un grande passo in avanti nella lotta del proletariato a scala mondiale, perché queste lotte sono le più importanti da un mezzo secolo a questa parte". (Risoluzione sulla lotta di classe, 4° congresso della CCI, 1980, Revue Internationale n°26). Esse furono il punto più alto di un’ondata internazionale di lotte. Come abbiamo affermato nel nostro rapporto sulla lotta di classe del 1999, al nostro 13° congresso: “Gli avvenimenti storici di questo livello hanno delle conseguenze a lungo termine. Lo sciopero di massa in Polonia ha fornito la prova definitiva che la lotta di classe è la sola forza che può costringere la borghesia a mettere da parte le sue rivalità imperialiste. In particolare, ha mostrato che il blocco russo - storicamente condannato per la sua posizione di debolezza ad essere “aggressore” in ogni guerra - era incapace di rispondere alla sua crisi economica crescente attraverso una politica di espansione militare. In modo chiaro, gli operai dei paesi del blocco dell’Est (e della stessa Russia), non potevano affatto servire da carne da cannone in una qualsiasi guerra futura per la gloria del “socialismo”. Lo sciopero di massa in Polonia fu un potente fattore nell’implosione del blocco imperialistico russo”. (Revue Internationale n°99, 1999).

 

 

Welt Revolution n°101, organo della CCI in Germania,

 

agosto-settembre 2000.

 

 

1. Per l’esattezza non si trattava di un sindacato ma di un piccolo gruppo di operai che, insieme al KOR (comitato di difesa degli operai) costituito da intellettuali dell’opposizione democratica dopo la repressione del 1976, militavano per la legalizzazione di un sindacalismo indipendente.

 

 

 

 

 

 

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