Rifondazione va a congresso: per affilare le armi contro i lavoratori (III parte)

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Nei primi due articoli dedicati al VI Congresso di Rifondazione Comunista abbiamo cercato di dimostrare che questo partito, contrariamente a quanto vorrebbe fare intendere il suo nome, è un partito della borghesia, cioè che difende gli interessi della borghesia contro quelli dei lavoratori. Gli argomenti che abbiamo portato sono le stesse citazioni prodotte dalle varie correnti contro quella maggioritaria di Bertinotti in preparazione del suddetto congresso. In questo ultimo articolo cercheremo di dimostrare, come abbiamo cercato di fare già a partire dal secondo articolo, che le stesse minoranze, pur contrapponendosi a Bertinotti, di fatto costituiscono solo una “versione di sinistra” della stessa mistificazione nella misura in cui quello che propongono non costituisce affatto una difesa del marxismo e dei lavoratori.

1. Un’altra Rifondazione è possibile

La quarta mozione, capeggiata da Gigi Malabarba e Salvatore Cannavò e con un consenso nel partito del 6,5%, vorrebbe presentarsi come una delle più radicali all’interno del PRC. Quello che vedremo è proprio il contrario, a partire dal fatto che questa componente stravolge completamente il concetto di classe operaia:

La dinamica dei movimenti parla della ricostruzione del soggetto della trasformazione sociale. O meglio dei soggetti. Quello che storicamente abbiamo definito “movimento operaio”, oggi non esiste più nelle forme e nelle determinazioni che ha avuto nel corso dello scorso secolo. Lungi dall’essersi ridotta la centralità del lavoro (…) a essersi modificata è la composizione sociale dei soggetti subalterni. (…) Il soggetto della trasformazione del futuro non potrà che essere un soggetto plurale, differenziato, composito, ma anche profondamente unificato dalle politiche del suo avversario, il capitalismo, il cui raggio d’azione non riguarda più solo le merci ma anche il vivente, non più solo la produzione materiale ma anche quella immateriale. Questa scomposizione e ricomposizione determina oggi il ritmo di una lotta di classe molto più variegata e complessa – a volte irriconoscibile al tal punto da non essere più nominata.” (punto 2.5, mozione n. 4, pag. 26, sottolineatura nostra).

Come si vede si comincia proprio bene – si fa per dire, naturalmente - smantellando il ruolo centrale della classe operaia (il …“movimento operaio”, oggi non esiste più…) e mescolandola con altri soggetti sociali (…il soggetto della trasformazione del futuro non potrà che essere un soggetto plurale, differenziato, composito…).

I firmatari di questa mozione denunciano anch’essi il centro-sinistra come borghese, sono contro un accordo di governo che “rovinerebbe definitivamente RC perché si allontanerebbe dal movimento”. Ma quando si devono caratterizzare in positivo, loro stessi dicono di avere un vuoto di identità: “Per questo tornare al marxismo di Marx non è sufficiente, né possibile. Significherebbe tornare a una semplice ipotesi di lavoro, falsificata poi in ogni aspetto della sua concreta applicazione. In sostanza, dal punto di vista dell’identità, significa tornare al niente” punto 8.2, mozione n. 4, pag. 30.

Cosa è dunque per loro Rifondazione? “L’identità di Rifondazione comunista deriverà quindi dalla sua capacità di essere coerente con il pacifismo radicale (che è altra cosa dalla metafisica della nonviolenza), dalla forza della pretesa che tutte e tutti siano inclusi nel cono di luce dei diritti umani, dall’insistenza per una democrazia e un’uguaglianza non astratte. (…) L’antimilitarismo come rifiuto non solo della guerra, ma dell’ubbidienza stupida e cieca, dell’ideologia patriottarda, del clima da pogrom di cui diceva Rosa Luxemburg alla vigilia della prima guerra mondiale. Il femminismo radicale le cui aspirazioni furono tutte realizzate dalla Rivoluzione d’Ottobre e furono poi perse nel pantano dello stalinismo. Le rivoluzioni antiburocratiche dirette da comuniste e comunisti per l’autonomia nazionale e la democrazia socialista. La lotta contro il nazifascismo, carica delle nuvole nere di un movimento comunista stalinizzato ma che ha salvato l’umanità dalla barbarie.

Rivoluzioni e movimenti anticoloniali nella loro relazione virtuosa con la parte migliore della cosiddetta civiltà occidentale, che è poi assai meno occidentale di quel che si crede.

La laicità dello Stato e la difesa dell’eredità illuminista, nel suo significato migliore di ragione critica e non solo di ragione tecnica.

La difesa della natura contro un’industrializzazione incapace di porre a se stessa i limiti del bene comune e delle preoccupazioni per le generazioni future, presente nel marxismo di Marx e poi dimenticata.” (punto 8.2, mozione n. 4, pag. 30).

Se andiamo a considerare l’insieme dei punti caratterizzanti (sottolineati da noi nel testo) vediamo anzitutto che questi non sono i punti caratterizzanti il programma del proletariato, ma quelli della borghesia o al limite della piccola borghesia contestataria e impotente. Il pacifismo radicale è quello dietro il quale si sono nascoste, alla vigilia dell’ultima guerra del Golfo, delle potenze imperialiste del calibro della Francia e della Germania, pronte a profittare dell’occasione per crearsi un’aureola di perbenismo, quando sono notori le stragi compiute dall’esercito francese nell’Africa del nord ancora di recente e le risorgenti velleità interventiste della Germania. A proposito di diritti umani e di una democrazia e un’uguaglianza non astratte ricordiamo che già la borghesia francese, nella sua lotta contro l’assolutismo feudale, aveva proclamato la parola d’ordine di “libertà, eguaglianza, fraternità”, salvo naturalmente a rimangiarsi le promesse quando non tornano più i conti con la classe fruttata. Il femminismo, radicale o non che sia, è una tipica mistificazione piccolo-borghese che serve a mettere proletari uomini contro proletari donne piuttosto che riconoscerne la comune schiavitù sotto il regime capitalista. D’altra parte la lotta contro il nazifascismo è quella che ha combattuto nella seconda guerra mondiale il fronte anglo-americano contro l’asse Roma-Berlino. I movimenti anticoloniali sono stati quelli che hanno permesso fino ad una certa epoca, a delle borghesie locali sottomesse, di riscattarsi rispetto ad altre borghesie più potenti da cui dipendevano. La laicità dello Stato è una questione che si pone chi vuole riformare questo Stato, mentre i comunisti si pongono il problema di abolire lo Stato, confessionale o laico che sia. La difesa della natura, in quanto parola d’ordine a sé stante, è un hobby che si possono permettere anche imprenditori e capitalisti di buon animo, di quelli ad esempio che se la prendono con gli Americani che non ne vogliono sapere di accettare il protocollo di Kioto. Salvo poi scoprire che quand’anche si realizzassero i programmi più restrittivi del programma di Kioto, questi si rivelerebbero essere soltanto un misero palliativo rispetto allo squilibrio climatico esistente. Non c’è infatti alcuna possibilità di difendere la natura e l’ambiente senza fermare la logica distruttiva del capitalismo. E così via… Come si vede, mentre si prendono le distanze da un movimento operaio che … non esiste più, ci si caratterizza attraverso dei punti che non appartengono al proletariato, ma alla borghesia. Come volevasi dimostrare.

2. Rompere con Prodi, preparare l’alternativa operaia (Claudio Bellotti)

L’ultima mozione, che conta solo l’1,6 % di consensi, è di grande interesse non tanto per il suo contenuto proletario, quanto per il suo potenziale di mistificazione antioperaia. Occorre dire subito che questa quinta mozione ha anch’essa dietro un gruppo trotskista, il gruppo FalceMartello, che pratica in Rifondazione la notoria pratica entrista tipica del trotskismo, messa già in evidenza per l’altra componente trotskista che fa capo a Ferrando, quella della III mozione Per un progetto Comunista. Anzi va detto che le due componenti, entrambe trotskiste ed inizialmente assieme nella sinistra del PRC, oggi si fanno la guerra proprio perché in concorrenza tra di loro, come è costume di tutta la genia trotskista mondiale (1).

Questa componente è fortemente terzomondista, essendo legata in particolare ai movimenti popolari di sinistra sud-americani, è contro le alleanze di governo, contro la guerra. Afferma che il centro della lotta non sono i municipi, ma la lotta diretta delle masse per cambiare le loro condizioni di vita. Arriva anche a fare una blanda critica a Lula, presidente del Brasile, per aver illuso la gente. Critica lo stalinismo, ma rivendica la Rivoluzione d’ottobre. Ha una impostazione che si basa sulla centralità della classe operaia, afferma che “è errato parlare solo di crisi della “globalizzazione”, o del “neoliberismo”, ossia di una determinata politica economica. Si tratta di una crisi organica del sistema capitalista su scala mondiale, che va ben oltre la “naturale” alternanza di cicli di boom e recessione che da sempre caratterizza questo sistema economico”. Sostiene finanche che “per la prima volta da decenni nel nostro paese un’intera generazione vede di fronte a sé la prospettiva di un peggioramento netto nelle proprie prospettive di vita su tutti i terreni. Non si tratta solo dell’arretramento delle condizioni materiali (istruzione, lavoro, salari, casa, sanità, ecc.) ma anche della generale insicurezza, della precarietà, dei diritti calpestati e della visione di un mondo trascinato verso la barbarie di un sistema sociale ormai in decadenza” e critica i no-global ed il commercio equo e solidale.

Sembrerebbe così essere finalmente arrivati al nocciolo duro di Rifondazione, al nucleo marxista capace in prospettiva di guadagnare l’influenza su tutto il partito e a cui i proletari possono guardare con fiducia. Ma quando passiamo dalle enunciazioni di principio alla politica concreta, ci accorgiamo nel concreto di chi si tratta realmente. Ci basterà analizzare un paio di punti: la questione elettorale e la partecipazione al governo, e la questione delle nazionalizzazioni.

Stranamente, mentre si parla di una situazione che “si caratterizza (…) con la fine della pace sociale, la crisi del riformismo e della collaborazione di classe”, precisando ancora che “questa situazione di giganteschi squilibri e di concorrenza accanita sui mercati erode i margini per ogni organica politica di riforme”, quando si passa ad enunciare gli Elementi di un programma di alternativa, si dice tuttavia che “tutto questo non significa che i comunisti abbandonano la lotta per le riforme “in quanto irrealizzabili”, al contrario…” (mozione n. 5, pag. 33-34). A partire da questa incredibile piroetta, i trotskisti di FalceMartello esprimono la loro vera natura controrivoluzionaria.

Sulla questione elettorale, da buoni trotskisti e dimenticando di aver detto poco prima nello stesso scritto che “il centro della lotta non sono i municipi”, partono col dire che anch’essi vogliono la pelle di Berlusconi, senza però partecipare ad una coalizione. Per cui lanciano la proposta di un accordo di “desistenza (totale o parziale, concordata o unilaterale) verso le sole forze della sinistra, senza alcuna disponibilità a votare alcun candidato borghese dei partiti di centro”, il che lascia intendere che un Veltroni o anche un D’Alema possano essere considerati candidati della classe operaia!!! Lo scopo della tattica, cercano di spiegare ancora i rifondaroli della V mozione, “non è quello di conquistare un deputato in più, ma di collocare politicamente il partito nella migliore posizione per sfruttare l’inevitabile crisi delle forze riformiste nella fase successiva, di non farci schiacciare dalla pressione in favore di una unità a qualsiasi costo, per poi passare a nostra volta all’offensiva una volta che l’inevitabile crisi delle politiche riformiste si palesi in modo evidente agli occhi delle masse”. In realtà è proprio il contrario quello che si verifica. Dire agli operai di votare per Veltroni o D’Alema significa consegnare gli agnelli nelle fauci del lupo, disarmarli politicamente cercando di fare dimenticare loro che sono stati proprio i DS di D’Alema i maggiori responsabili delle misure più antipopolari degli ultimi governi di sinistra e che, a coronamento della pretesa politica pacifista proclamata da tutta Rifondazione, è stato proprio il governo D’Alema il responsabile della guerra contro la Serbia. D’altra parte, quale sarebbe questa “migliore posizione” in cui si collocherebbe “politicamente il partito” “per sfruttare l’inevitabile crisi delle forze riformiste?” Quella acquisita con le elezioni, che costituiscono in realtà un momento politico di dispersione completa dei proletari che vengono coinvolti come singoli cittadini e non come elementi di una classe sociale rivoluzionaria.

Ma i nostri non si fermano qui. In polemica con il concorrente Ferrando, secondo cui “un partito comunista non può mai entrare al governo, in nessuna circostanza, fino a quando non conquista il potere per via rivoluzionaria” affermano che “Questa tuttavia è una interpretazione molto riduttiva, per non dire caricaturale, del marxismo. Il marxismo rifiuta la collaborazione di classe, che si può manifestare tanto al governo come all’opposizione e pensare che la linea del Rubicone sia necessariamente quella che segna la soglia di un palazzo ministeriale è davvero una prova di cretinismo parlamentare”. Claudio Bellotti, Sinistra PRC: le ragioni di una divisione, pubblicato sul sito https://www.marxismo.net/prc/sinistra_prc_1112.html.

Insomma se capiamo bene per costoro, che si appellano al famigerato governo operaio di una Internazionale Comunista ormai declinante, un partito comunista può tranquillamente andare al governo con forze non propriamente rivoluzionarie purchè rifiuti la collaborazione di classe con queste stesse forze. E se qualcuno si azzarda a dire come questo sia possibile visto che si condividono delle responsabilità di governo, si vedrà accusato di cretinismo parlamentare.

L’ultima perla riguarda le nazionalizzazioni. Parlando del problema dei rifiuti in Campania, si dice che: “L’unico argine possibile all’intreccio di affari, veleni e sangue del capitalismo è la nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori e dei cittadini di tutto il settore dei rifiuti. Attraverso la diretta gestione delle aziende e di tutto il ciclo, si possono evitare infiltrazioni camorristiche (…) e speculazioni sulla pelle altrui. (…) La nazionalizzazione è l’unica possibilità di eliminare alla radice il problema, sostituendo alla logica perversa del profitto del capitale il controllo diretto e immediato dei lavoratori, nell’interesse della collettività e non del padronato, disposto a distruggere la salute per guadagnare miliardi e miliardi. Non è utopia, ma realtà. È molto meno razionale l’attuale politica sui rifiuti, basata sull’anarchia del mercato”. Dal Volantone di FalceMartello La lotta di Acerra per il diritto alla salute, contro la logica del profitto pubblicato sul sito https://www.marxismo.net/italia/acerra_111204.html.

Da questo passaggio apprendiamo che tutta la cosiddetta imprenditoria pubblica che abbiamo avuto in Italia, dalle acciaierie ai monopoli di Stato, dalle poste alle ferrovie, dalla RAI alla compagnia di bandiera Alitalia, e così via… sono state aziende “sotto il controllo dei lavoratori e dei cittadini” che hanno così sostituito alla logica perversa del profitto del capitale il controllo diretto e immediato dei lavoratori, nell’interesse della collettività e non del padronato. Peccato che di tutto questo nessuno si sia mai reso conto, né i cittadini né i lavoratori. Forse è per questo che si sono fatti licenziare dovunque all’interno di questi settori, pari pari come nel settore privato? O non è perché non esiste alcuna differenza tra capitale pubblico e privato, come diceva già molto chiaramente Federico Engels ormai due secoli fa, perché la logica e il meccanismo sono esattamente gli stessi?

Il gioco delle scatole cinesi di Rifondazione Comunista

Con questa serie di articoli abbiamo cercato di mostrare come nessuna delle mozioni che sono state presenti al VI Congresso di Rifondazione “Comunista”, al di là di quanto ognuna di esse vorrebbe far credere, è schierata a favore della classe operaia ma che tutte sono in difesa della borghesia. Un’ulteriore e finale insistenza resta da fare. Se Rifondazione gioca oggi il ruolo di estrema sinistra del capitale che fu quello svolto fino agli anni ’80 dall’ormai disciolto partito comunista, se entrambi i partiti hanno svolto il ruolo di camera di compensazione della collera operaia, quello che costituisce il motivo di attrazione nei due partiti è profondamente diverso. Il vecchio partito comunista era un partito strutturato, con una lunga storia e dei riferimenti sociali e storici saldi, che attribuivano un’identità certa a chi vi aderiva. Il nuovo partito della Rifondazione Comunista, nella misura in cui i vecchi riferimenti dello stalinismo hanno perduto lo smalto di una volta, ha scelto di puntare piuttosto su una piattaforma variegata, di sinistra ma non di sicura fede classista, con una organizzazione composita e federalista, che conferisce a chi vi aderisce l’impressione di partecipare perennemente ad un laboratorio di idee e di iniziative e alla relativa lotta per affermare le idee più di sinistra. E’ vero che nessuna idea, nessuna posizione all’interno di Rifondazione può essere considerata un’idea o una posizione di classe. Ma chi si avvicina a Rifondazione può avere l’impressione che ci sia un grande spazio da conquistare, una grande lotta da combattere proprio a partire dalla considerazione di partenza di questa grande varietà di posizioni. Per lo stesso motivo l’impressione che dà a noi Rifondazione è un poco quella delle scatole cinesi: se si apre Rifondazione dentro troviamo tante componenti, e dietro ogni componente troviamo dei gruppi che hanno la loro autonomia organizzativa, la loro stampa, la loro piattaforma. E’ attraverso questo gioco delle scatole cinesi che dei militanti, catturati da una delle varie tendenze, finiscono per accettare una dopo l’altra le varie mediazioni di partito e quindi l’intera logica del partito. Ogni singola componente infatti, finanche quella con un consenso sul piano nazionale del solo 1,6%, ha la pretesa di ingaggiare i propri seguaci nella conquista del partito, e questa illusione dà a Rifondazione - e a chi ne gestisce la direzione - una forza e, tutto sommato, una coesione inattese. Questo gioco è tanto più pericoloso in quanto oggi c’è un risveglio delle coscienze di molti giovani che sentono la necessità di combattere questo sistema e sono alla ricerca di una prospettiva, per cui l’idea che in questo calderone che si chiama Rifondazione ci sia qualcosa da fare finisce per ingabbiare e bruciare molte di quelle forze che possono evolvere.

Ezechiele, 26 settembre 2005

1. Ecco alcune delle espressioni che si trovano su FalceMartello e che sono rivolte ai “compagni” di Partito della componente di Ferrando: “Tale risposta costituisce un piccolo capolavoro di arroganza settaria e burocratica. (…) carattere profondamente settario della posizione avanzata da Ferrando. Questo settarismo è sempre stato presente nella sinistra del Prc (e per anni lo abbiamo criticato), ma le successive divisioni avvenute al suo interno (a cominciare dalla nostra espulsione da quell’area nel 2001) fanno sì che oggi questo settarismo si esprima senza alcuna mediazione, in forma per così dire distillata”. Claudio Bellotti, Sinistra PRC: le ragioni di una divisione, pubblicato sul sito https://www.marxismo.net/prc/sinistra_prc_1112.html (sottolineature nostre).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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