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Il capitalismo fa sprofondare l'umanità nell'orrore

Briciole di pane

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Con lo scoppio della guerra in Iran, la ripresa dei bombardamenti quest’estate e l’estensione del conflitto in tutto il Medio Oriente, l’intensificarsi del conflitto in Ucraina, il nuovo peggioramento dell’economia mondiale, la catastrofe ecologica in corso, il mondo capitalista prosegue la sua spirale distruttiva che assume ormai una nuova dimensione, di estrema gravità. Una situazione che conferma che il sistema capitalista, di per sé, ha una sola e unica via d’uscita da proporre: una dinamica che porta alla distruzione finale dell’umanità.

La spirale mortale del capitalismo

La guerra in Iran, iniziata lo scorso 28 febbraio, non è la semplice aggiunta di un ulteriore conflitto a quello in Ucraina, quella «operazione speciale» che a sua volta avrebbe dovuto durare solo poco tempo, «qualche giorno» al massimo... La guerra si è insediata in modo duraturo nel mondo capitalista e quella in Iran ha conseguenze ben più vaste. Essa conferma ciò che avevamo già sottolineato al tempo della pandemia di Covid-19: «che le calamità che si abbattono sul mondo tendono a combinarsi sempre più, ad alimentarsi e a stimolarsi a vicenda in una sorta di vortice infernale»1. Questo «vortice infernale» permette di comprendere il contesto di questo nuovo conflitto in Iran, caratterizzato dal deterioramento simultaneo e brutale delle condizioni di vita nel mondo, una situazione fuori controllo, particolarmente aggravatasi a partire da quest’estate. Questa guerra in Iran segna una nuova fase2 nel processo di decomposizione del sistema, che esprime il radicamento e la diffusione della politica bellica con distruzioni cieche su vasta scala, l’accelerazione del «tutti contro tutti». Questa nuova fase ha origine da almeno due fattori politici essenziali e di grande portata:

  • Il primo fattore è il fatto che l’indebolimento degli Stati Uniti non ha precedenti: il crollo della loro credibilità e la rapidissima messa a nudo della loro impotenza fanno sì che non possano più svolgere il ruolo di «gendarme del mondo». Senza una bussola, gli Stati Uniti non riescono più a spegnere il fuoco che hanno acceso in Iran, frutto delle loro decisioni irrazionali.
  • Il secondo fattore riguarda lo scoppio di un conflitto, ampiamente disapprovato, che non è regolato da alcuna norma del diritto internazionale né delle leggi di guerra, privo di obiettivi e di un’autorità credibile da parte di nessuna delle parti belligeranti. Così il conflitto in Iran inaugura una nuova era in cui l’intero ordine internazionale che era stato istituito dopo il 1945 dalle due grandi potenze del campo vincitore, principalmente gli Stati Uniti, scompare ormai definitivamente. Dopo la caduta dell’URSS e il suo crollo all’inizio degli anni ’90, sono ormai tutti i residui, tutti i legami sempre più labili dell’ex blocco occidentale a svanire. Gli ex alleati diventano esclusivamente e più che mai rivali.

Oggi i conflitti intensi e senza via d’uscita si moltiplicano e si impantanano in situazioni senza fine. Dall’inizio della guerra in Iran, quella in Ucraina è caratterizzata da un accanimento da entrambe le parti che assume proporzioni tali da spingere i belligeranti oltre ogni immaginabile limite di esaurimento. A luglio si è verificato l’attacco russo contro un edificio di Kiev (che ha causato 30 morti), il più letale dall’inizio delle ostilità. Agli attacchi russi fa da contrappeso il moltiplicarsi degli attacchi ucraini in profondità nel territorio russo, con il loro carico di vittime, inquinamento e danni materiali colossali. La Cina, pur essendo minata dall’interno da tensioni risolte in via d’urgenza con epurazioni ai vertici dello Stato, continua a mostrarsi minacciosa, in particolare nei confronti di Taiwan, ma non riesce a imporre le proprie ambizioni al mondo. Da parte loro, gli Stati Uniti si ritrovano completamente isolati, umiliati, alimentando in prima linea questa frammentazione del mondo in cui tutti gli Stati concorrenti e rivali diffidano ormai gli uni degli altri.

Tale insicurezza continua a legittimare le spese militari che salgono alle stelle, appesantendo e accentuando le contraddizioni di una crisi economica di sovrapproduzione già devastante3 aprendo la strada a una congiuntura sconosciuta, ben peggiore della crisi del 2008 o di quella della Grande Depressione degli anni ’30. Le colossali spese per gli armamenti alimentano l’economia di guerra e accompagnano la dinamica del militarismo, provocando i peggiori effetti sulla società e in particolare sulla classe operaia, causando inflazion,e, disoccupazione e miseria. Simbolicamente, questa crisi economica è considerata in Germania come «la più grave dal 1945». La Germania, paese che durante la Guerra Fredda era il vero e proprio fiore all’occhiello dell’Europa occidentale, vede l’immagine del suo «miracolo» letteralmente affossata, provocando un vero e proprio terremoto nei suoi settori di punta, in particolare nell’industria automobilistica, che non riesce più a risollevarsi, impantanata in una «crisi strutturale e sociale». Già ora, gli stabilimenti Volkswagen prevedono di tagliare 100.000 posti di lavoro nei prossimi anni, Mercedes intende prolungare l’orario di lavoro dal 30 al 40%, mentre Bosch intende tagliare 13.000 posti di lavoro. Come ovunque, sono previsti altri attacchi massicci, ad esempio nel settore sanitario o in quello pensionistico, con l’età pensionabile che dovrebbe passare da 67 a 70 anni!

Le conseguenze per tutti i lavoratori sono infatti incalcolabili. La crisi colpisce e spinge sempre più i lavoratori verso la povertà assoluta. In tutto il mondo, la tendenza è quella di una riduzione dei salari, della competizione al ribasso e di una crescente precarietà delle condizioni di lavoro. In Europa, ad esempio, l’esplosione a cascata del «distacco dei lavoratori», ovvero la mobilità dei lavoratori a basso costo, ormai diffusa tra i subappaltatori, istituzionalizza un vero e proprio traffico di esseri umani, spesso non dichiarati, con retribuzioni inferiori alle condizioni minime, che spesso superano gli orari massimi di lavoro previsti dalla legge, costretti a vivere in baracche indegne, in alloggi fatiscenti e privi di isolamento termico gestiti da speculatori immobiliari senza scrupoli. I lavoratori sono sempre più precari, sfruttabili a piacimento. Secondo le statistiche dell’ufficio europeo Eurostat, «un europeo su cinque è a rischio di povertà o di esclusione sociale». E il conflitto regionale in Medio Oriente, che non sembra destinato a concludersi presto, non può che accentuare tutti gli effetti combinati della crisi.

L’accelerazione del cambiamento climatico, che sta procedendo più rapidamente del previsto, come ha dimostrato l’ondata di caldo che ha colpito in pieno tutta l’Europa, induce alcuni commentatori ad affermare che siamo entrati in una «nuova era». Le prime tre ondate di caldo, per la loro precocità e intensità, sono state senza precedenti. Le temperature record hanno provocato un aumento della mortalità, con quasi 10.000 decessi solo in Germania. Secondo i dati dell’OMS, negli ultimi quattro anni si contano oltre 200.000 morti in Europa a causa del caldo. Incendi di proporzioni «fuori dal comune» hanno accompagnato una siccità eccezionale. Una situazione catastrofica! Mentre l’estate è ben lungi dall’essere finita, al momento della stesura di questo articolo, molti corsi d’acqua sono prosciugati e il pianeta sta bruciando! In Francia, quasi 130.000 ettari sono andati in fumo: oltre il 50% in più rispetto a solo un anno fa. Anche i paesi del nord sono colpiti. Nel Mediterraneo, gli incendi sono all’ordine del giorno da decenni, ma oggi assumono proporzioni dantesche. In Spagna, ad esempio a Saragozza, quasi 13.000 ettari sono andati in fumo in soli 3 giorni e 170.000 ettari sono stati ridotti in cenere su tutto il territorio! Il nord-est degli Stati Uniti ha soffocato sotto i fumi dei mega-incendi del Canada, al punto che era stata persino presa in considerazione la possibilità di trasferire la finale dei Mondiali di calcio da New York a un’altra città. Ovunque, la grave carenza di mezzi per far fronte a queste distruzioni, di portata senza precedenti, è accompagnata da ideologie irrazionali, che vanno dal negazionismo climatico al messianismo sfrenato, come dimostra la retorica estremista di un Netanyahu, di un Pete Hegseth o della destra evangelica americana, espressioni dell’obsolescenza e della crescente pericolosità del modo di produzione capitalista.

L'assoluta necessità della rivoluzione

Di fronte agli incubi attuali e a quelli che ci riserva il sistema capitalista, c'è una sola via d'uscita: la lotta rivoluzionaria della classe operaia. Poiché è al centro della produzione, in quanto classe sfruttata che genera ricchezza pur essendone privata, la classe operaia è l’unica classe rivoluzionaria in grado di unirsi al di là dei confini per rovesciare il sistema moribondo che minaccia di distruggere l’intera umanità. Per questo, il proletariato dovrà lottare in modo consapevole sul proprio terreno, cioè come classe autonoma, per difendere le proprie condizioni di vita sotto attacco e, così facendo, ritrovare la strada della propria esperienza storica dimenticata, ritrovare ciò che costituisce la sua identità di classe perduta per andare ben oltre una semplice resistenza agli attacchi del capitale. La classe operaia dovrà condurre una lotta intensa e massiccia, sviluppare una riflessione approfondita per superare gli ostacoli, in particolare quelli che oscurano e ostacolano le condizioni della sua lotta; dovrà riallacciarsi a tutta l’esperienza del passato4, per ritrovare la propria capacità di iniziativa e tutta la memoria del meglio dell’esperienza e della tradizione del movimento operaio. Le organizzazioni rivoluzionarie, radicate nella tradizione della Sinistra comunista, hanno già un ruolo centrale da svolgere, imprescindibile e vitale per orientare il movimento e sventare le trappole tese dai suoi nemici, le false alternative; per guidare la lotta lungo il lungo cammino da percorrere, quello di una classe che dovrà affermarsi per difendere l’unica prospettiva praticabile, necessaria e ancora possibile, quella del comunismo.

WH (28 luglio)

1Estratto dal Manifesto sui 50 anni della CCI, “Il capitalismo minaccia l’umanità: la rivoluzione mondiale è la sola soluzione realista”

2vedi il nostro articolo «L’accelerazione della decomposizione capitalista pone apertamente la questione della distruzione dell’umanità», e i nostri articoli sul conflitto in Iran sul nostro sito.

3Vedi il nostro articolo sulla crisi economica (di prossima pubblicazione).

4Vedi il nostro articolo sulle lezioni della lotta del 2006 contro il CPE – Contratto di prima assunzione – (di prossima pubblicazione).

Editoriale, International Review 175
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