“I lavoratori italiani hanno i salari più bassi d’Europa” (Eurispes), “Il 15% delle famiglie italiane vive in condizioni di assoluta povertà!”, “In Italia ci sono morti sul lavoro ogni giorno”. Queste notizie non vengono da giornali rivoluzionari, ma direttamente da enti statali, da personaggi eminenti della borghesia e del governo e successivamente dai sindacati i quali, sentendosi chiamati in causa, portano il “loro contributo di solidarietà” ai lavoratori. Come mai la nostra borghesia si preoccupa tanto di far sapere agli operai che stanno nella merda, più degli altri lavoratori europei? E come mai dopo questa constatazione, che vede naturalmente d’accordo gli operai, non arriva un congruo aumento del salario o una reale diminuzione delle tasse?
A dir la verità c’è qualcuno che azzarda l’ipotesi di tagliare le tasse per dare un po’ di respiro alla nostra classe lavoratrice e promette che lo farà. Quando? L’anno prossimo! Questo qualcuno è Prodi e il suo oramai ex governo che, dopo aver bastonato i lavoratori e orgoglioso di aver contenuto l’aumento del debito, promette che non lo dimenticherà. Tale e quale al suo collega Berlusconi. Prodi ha anche promesso, il giorno del funerale degli operai della Thyssen Group, che queste morti sul lavoro non ci sarebbero state più. Mai più! Forse alla Thyssen di Torino, che sta per chiudere, ma non nei cantieri edili di tutt’Italia, non nelle navi da svuotare subito senza aspettare che entri dell’ossigeno nelle stive, non nelle piccole fabbriche gestite come lager. In Italia ogni giorno muoiono sul lavoro in media più di tre lavoratori, ma ce ne sono tanti altri che non vengono contabilizzati semplicemente perché muoiono successivamente a causa delle ferite riportate, per non parlare di quelli che muoiono per “cause sconosciute”, tipo cancro e simili, ricevuti in regalo dai fumi e dagli scarichi che le ciminiere e laboratori vari sfornano ogni giorno. Per non contare ancota i massacri che vengono provocati ogni giorno sulle strade dai TIR guidati da camionisti che non dormono mai per poter fare più viaggi possibili, come richiesto dai vari borghesi che parlano di aumentare la produttività. Chi invoca un aumento della produttività in qualsiasi settore è corresponsabile di questi massacri. Come chi dice, a partire da Montezemolo, che i lavoratori non devono fare malattie ma sacrificarsi sul posto di lavoro. Quanti precari ammalati si rovinano la vita per paura di ritorsioni e per non ridurre il già magro stipendio? Tutto questo in nome del dio Profitto!
Naturalmente i sindacati, quando capita una strage come alla Thyssen o a Porto Marghera, fanno subito uno sciopero preventivo e settoriale per evitare che la rabbia degli operai possa spingerli a prendere iniziative autonome. Iniziative pericolosissime per la borghesia, assolutamente da evitare, perché potrebbero portare a unire settori diversi, a discussioni sulle reali condizioni di vita e quindi alla presa di coscienza della necessità di uscire da questa situazione e della strada da seguire.
È questo il motivo che spinge politici e organi di informazione, gli istituti di statistica come l’Istat e simili, a dichiarare solennemente che i lavoratori italiani non ce la fanno più. E ce lo dicono dalla mattina alla sera. Percentuali che vengono aggiornate giorno per giorno come un bollettino della borsa. E insieme alla miseria crescente hanno anche la faccia tosta di dirci, tramite tv e stampa, come si organizzano i miseri, acquistando negli ipermercati quando ci sono i saldi, razionando questo e quello e ... indebitandosi. Ci danno consigli su come sopravvivere, ci ricordano Maria Antonietta che consigliava di mangiare brioches al posto del pane.
Se oggi la borghesia fa tanta propaganda sulle misere condizioni degli italiani è perché deve coprire il terreno in modo preventivo, deve evitare che a questo ci arrivino i lavoratori dopo aver subito le classiche menzogne della classe politica che tutto va bene e meglio, e soprattutto perché la borghesia sa che ci sono le condizioni per questa presa di coscienza. Condizioni possibili perché le campagne sulla fine della classe operaia, sul fatto che navighiamo tutti nella stessa barca, che bisogna pagare per gli anni delle vacche grasse (chi le ha mai viste?), che bisogna aumentare la produttività altrimenti ci sorpassano, che in definitiva bisogna stringere la cinghia, non fanno più effetto.
I lavoratori incominciano a muoversi. I lavoratori incominciano a discutere. Neanche i ciechi vedono più una differenza tra la destra e la sinistra, tante ne hanno prese, di bastonate, da entrambe le parti.
L’anno passato ha visto molti scioperi, gestiti da sindacati di vertice e di base, in ordine sparso in vari settori, la maggior parte nel settore dei trasporti. Non è passata settimana senza uno sciopero, oggi nelle ferrovie, domani negli aeroporti, un giorno in un compartimento, un altro tra i macchinisti, poi con un sindacato della triplice e dopo con uno di base. Un giorno chiudevano le metropolitane in una città, il successivo gli autobus in un’altra. La farsa è stata raggiunta dai sindacati dei metalmeccanici che hanno lottato “duro” contro gli automobilisti, tra cui molti lavoratori, bloccando le strade per poi accordarsi sulla cifra già prevista dalla borghesia. Hanno ottenuto secondo la stampa 127 € (per il 5° livello) ma la maggior parte degli operai ne prenderà 50. Questo è il contributo della borghesia per diminuire la miseria! E hanno aumentato l’orario di lavoro e la precarizzazione: fino a 44 mesi! Questo porterà ad un ulteriore aumento degli incidenti di lavoro perché non sono solo gli estintori mal funzionanti a far morire gli operai ma anche e soprattutto il mancato riposo, i turni stressanti, i ritmi infernali.
Una serie di scioperi importanti e soprattutto di discussioni si è avuta con la mobilitazione dei precari della Atesia di Roma, il più grande call center d’Europa. Una lotta contro padroni, governo e sindacati, contro il lavoro precario e i miseri salari. Ecco cosa dicono questi lavoratori:
“Il collettivo Precari Atesia è una realtà, una delle tante e sempre più crescenti voci che nascono dal disagio lavorativo e di conseguenza sociale. È semplicemente un gruppo di lavoratori precari uguale in tutto e per tutto agli altri lavoratori precari, ma con una cosa in più: l’autocoscienza e la convinzione che dopotutto ‘parole, idee e lotte possano cambiare il mondo’”.
La cosa più importante nella lotta all’aggressione quotidiana della borghesia e del suo stato non consiste nella quantità di scioperi, anche se questi sono un sintomo del malessere, ma nella loro qualità, che è un sintomo della presa di coscienza, cioè capacità di aggregare settori diversi, qualifiche diverse e soprattutto piena e convinta partecipazione dei lavoratori con una gestione autonoma delle lotte. E spesso sono più importanti le assemblee che gli scioperi.
È questa la situazione attuale, c’è ancora il controllo dei sindacati sui lavoratori ma la tendenza è alla presa in mano delle lotte, unica strada per non affossare nella miseria che la borghesia ci rinfaccia ogni giorno.
Oblomov 28 gennaio 2008
Nel 2007 in Germania c’è stato il maggior numero di giornate di sciopero dal 1993 (all’indomani della riunificazione), delle quali il 70% a causa degli scioperi della primavera scorsa contro il decentramento di 50.000 posti di lavoro nelle telecomunicazioni. Questo paese è stato sempre vantato in questi ultimi anni per il suo dinamismo economico ma anche come modello di “concertazione sociale”.
La lotta dei ferrovieri
Lo sciopero dei ferrovieri che si è concluso all’inizio di gennaio dopo dieci mesi di conflitto mostra il contrario. In Germania la classe operaia risponde come altrove agli attacchi della borghesia. Mentre il numero di ferrovieri è stato dimezzato in 20 anni e le condizioni di lavoro si sono deteriorate come mai prima nel settore, i salari sono fermi da 15 anni, facendo di questo uno dei lavori più mal pagati in Germania (in media meno di 1500 euro mensili).
Durante questi dieci mesi i ferrovieri tedeschi hanno subito ogni sorta di manovre, di minacce e di pressioni:
▪ In agosto i tribunali tedeschi avevano dichiarato in questo settore che lo sciopero era illegale. Ma lo sciopero di tre giorni, illegale, lanciato dai conduttori di treno in novembre e che era stato chiaramente annunciato come uno sciopero “illimitato”, è stato immediatamente e come per miracolo legalizzato dai tribunali nel momento in cui scoppiava lo sciopero dei ferrovieri in Francia.
▪ I sindacati hanno giocato un forte ruolo di divisione tra gli operai attraverso una ripartizione di compiti tra i sindacati partigiani della legalità e quelli più radicali pronti a trasgredirla come il sindacato corporativo dei conduttori, il GDL, che si è presentato come l’animatore dello sciopero.
▪ I media hanno organizzato una vasta campagna per denunciare il carattere “egoista” dello sciopero quando invece questo ha beneficiato della simpatia dalla maggior parte degli altri lavoratori “utenti” sempre più numerosi ad identificarsi anch’essi come vittime delle stesse ingiustizie sociali.
▪ Lo Stato tedesco ha cercato di intimidire i conduttori di treno minacciandoli di far pagare loro i milioni di euro persi a causa dello sciopero
Nonostante ciò i ferrovieri non hanno ceduto ed hanno invece imposto un rapporto di forza alla borghesia tedesca.
Il conflitto si è concluso con un aumento dell’11% del salario, ma per il solo personale viaggiante della Deutsche Bahn. Inoltre non solo quanto ottenuto è ben lontano dal 31% rivendicato dai lavoratori, ma questo aumento è già intaccata da un insieme di convenzioni salariali su 19 mesi tra cui la riduzione da 41 a 40 ore di lavoro settimanale per i 20.000 conduttori di treno a decorrere dal febbraio 2009. Ma è significativo che lo Stato abbia concesso questo magro aumento per permettere di abbassare un po’ la pressione di fronte ad un incremento generale delle rivendicazioni sui salari.
La lotta intorno alla Nokia a Bochum
Il crescere della combattività del proletariato in Germania si è evidenziata in maniera ancora più eclatante a Bochum quando il produttore finnico di telefonia mobile Nokia ha annunciato per fine 2008 la chiusura della sua fabbrica a Bochum, che occupa 2.300 operai e la cui chiusura implica, con le imprese dell’indotto ed in subappalto, la perdita di 4.000 posti di lavoro per questa città. Il 16 gennaio, il giorno dopo quest’annuncio, gli operai si sono rifiutati di lavorare e degli operai della vicina fabbrica Opel, altri della Mercedes, siderurgici dell’impresa Hoechst di Dortmund, metallurgici venuti da Herne, minatori della regione sono affluiti ai cancelli Nokia per dare il loro sostegno e la loro solidarietà. Il 22 gennaio questo stesso sentimento di solidarietà con gli operai della Nokia è stato al centro di una manifestazione di 15.000 persone che riuniva ancora una volta i lavoratori delle imprese di tutta la regione sfilando nelle vie di Bochum.
Gli operai si ricollegano così alle loro esperienze passate di combattività. Nel 2004, gli operai della fabbrica Daimler-Benz a Brema scesero in lotta spontaneamente rifiutando il ricatto della concorrenza tra gli impianti di produzione operato dalla direzione, per solidarietà nei confronti degli operai di Stoccarda della stessa impresa minacciati di licenziamento. Qualche mese dopo, altri operai del settore automobilistico, proprio quelli della Opel di Bochum, iniziarono spontaneamente uno sciopero a loro volta di fronte ad una pressione della direzione dello stesso tipo. È precisamente per fermare un tale possibile sviluppo di solidarietà operaia rispetto agli operai della Nokia a Bochum, e deviarlo, che la governo ed amministrazioni locali e regionali di ogni colore politico, chiesa, sindacati e rappresentanti del padronato tedesco hanno orchestrato una fervente campagna nazionale “denunciando” il carattere senza scrupoli della Nokia e accusando i costruttori finnici di aver “scandalosamente abusato” dello Stato tedesco e aver di aver approfittato delle sue sovvenzioni. Tutti giurano con la mano sul cuore che avevano dato questi fondi per l’occupazione e che ancora oggi vogliono difendere con le unghie e con i denti i “loro” operai contro i padroni “traditori”1.
La prospettiva è uno sviluppo della lotta di classe. Questo sviluppo delle lotte operaie in un paese così importante, con tutta l’esperienza storica ed il ruolo centrale che detiene per il proletariato dell’Europa, può essere soltanto un potente catalizzatore per le lotte che gli operai conducono su tutto il continente. Ed è per questa ragione che i mass media occultano questi avvenimenti mentre la borghesia cerca i presentarsi a Bochum come quella che difende e protegge i “suoi” operai: lo scopo è soffocare le reali manifestazioni di solidarietà operaia che si sono espresse qui e impedire che si estendano.
WA (27 gennaio)
1. Quale ipocrisia! La classe operaia di questo paese è particolarmente esposta agli attacchi incessanti della borghesia nazionale (età pensionabile portata a 67 anni, piani di licenziamenti, tagli in tutte le prestazioni sociali previsti per il 2010, …).
A metà novembre, appena dopo che gli operai di Dubai erano tornati al lavoro dopo una massiccia e spontanea rivolta, la stampa e la televisione dedicavano le prime pagine alla storia del nipote del re di Dubai Abdallah, Al Walid Ibn Talal, il quale aveva appena acquistato un Airbus A380 per il proprio uso personale.
Non una sola parola sullo sciopero di massa! Non una sola parola sulla ribellione di centinaia di migliaia di operai super-sfruttati! Ancora una volta la borghesia crea un blackout sui mezzi di informazione internazionali.
Contro lo sfruttamento inumano della borghesia…
Negli ultimi cinque anni Dubai ha iniziato una immensa opera di costruzione, in cui enormi grattacieli, uno più incredibile dell’altro, spuntano come funghi. L’Emirato è uno dei simboli borghesi del “miracolo economico” del Medio Oriente. Ma dietro questa vetrina si nasconde una realtà diversa: la realtà non è quella mostrata a turisti ed affaristi, ma quella della classe operaia che ha versato lacrime e sangue per questi “sogni architettonici”.
Del poco più di un milione di abitanti dell’Emirato, più dell’80% sono lavoratori di origine straniera, la maggior parte indiani, ma anche pachistani, bengalesi e, recentemente, cinesi. Sembra che essi siano più economici degli operai arabi! Dal 24 luglio scorso questi vanno a lavorare nei cantieri praticamente per niente, percependo l’equivalente di 100-150 euro al mese. Costruiscono queste torri e questi palazzi prestigiosi, ma vivono in baracche di una stanza in mezzo al deserto. Vengono portati dall’alloggio al cantiere in carri bestiame che chiamano autobus. E oltretutto senza assistenza medica o contributi… e per prevenire ogni eventuale pericolosa resistenza i datori di lavoro trattengono i loro passaporti. Naturalmente non c’è nessuna considerazione per le famiglie dei lavoratori che sono rimaste nei paesi di origine, possono incontrarsi solo ogni due o tre anni data la difficoltà a trovare i soldi del viaggio.
Ma gli essere umani non puoi trattarli sempre così e farla franca.
… sciopero di massa del proletariato
Nell’estate del 2006, gli operai di Dubai avevano già dimostrato la loro capacità di lottare collettivamente con scioperi di massa. Ad onta della repressione che ne seguì, anche oggi hanno osato levarsi contro i propri sfruttatori e torturatori. E attraverso queste lotte hanno dimostrato il loro coraggio, lo straordinario spirito combattivo, unendosi per opporsi ad una vita di miseria e schiavitù. Hanno fronteggiato il potere costituito col rischio di venire travolti, proprio come i loro fratelli di classe in Egitto. Perché negli Emirati gli scioperi sono proibiti; la pena è immediata e consiste nel ritiro del permesso di lavoro e il bando a vita dai luoghi di lavoro.
La borghesia e il suo Stato hanno risposto con la violenza, come c’era da aspettarsi. Le squadre anti-sommossa hanno usato i cannoni ad acqua per disperdere i dimostranti e molti di loro sono stati portati via dalle le camionette della polizia. “Denunciando questo ‘comportamento barbaro’, il ministero del lavoro ha dato loro la scelta tra tornare al lavoro e l’abrogazione dei loro contratti, tra l’espulsione ed una diminuzione dei compensi” (www.lemaroc.org [5]). A dispetto della repressione della polizia e delle minacce del governo, il vento di sciopero ha continuato a soffiare in altre tre zone di Dubai. Stando ai numeri della Associated Press del 5 Novembre, più di 400.000 operai erano in sciopero!
Le minacce di provvedimenti repressivi hanno avuto come giustificazione il fatto che qualche veicolo della polizia era stato danneggiato, cosa inaccettabile per l’ordine pubblico borghese! Ma chi è stato il responsabile della peggiore violenza? La risposta è chiara: quelli che rendono la vita di centinaia di migliaia di lavoratori un vero e proprio inferno.
Quale la prospettiva per queste lotte?
A Dubai il proletariato ha mostrato la propria forza e determinazione. La borghesia è stata costretta ad un temporaneo passo indietro mettendo da parte le tattiche puramente repressive. Quindi, all’annuncio dell’espulsione di quei 4.000 lavoratori asiatici che avevano iniziato il movimento, “è seguito un tono di riappacificazione il mercoledì seguente” (AFP). La dimensione di massa che ha assunto lo sciopero ha “smosso qualcosa nel governo di Dubai che ha ordinato ai propri ministri di rivedere gli stipendi ed attivare un salario minimo” … ciò ufficialmente, si intende. In realtà la borghesia continuerà i suoi attacchi. Le sanzioni contro i capi della protesta sembra che siano state mantenute, e non ci sono dubbi sul fatto che la borghesia non mollerà la presa su questi per provare a mantenere il feroce livello di sfruttamento imposto a Dubai.
Tuttavia la classe dominante ha dovuto prendere in considerazione la crescita della combattività tra queste sezioni della classe operaia, nonostante la mancanza di esperienza di lotta. E perciò sta raffinando le sue armi: oltre alla repressione, sta cercando di usare strumenti più ideologici. Il primo tentativo è stato piuttosto ridicolo ed inefficiente. Di fronte al moltiplicarsi delle tensioni negli ultimi due anni, “le autorità hanno creato una commissione nelle forze di polizia che ha il compito di accogliere le lamentele dei lavoratori, ed hanno anche istituito un numero gratuito a cui gli operai possono rivolgersi. La maggior parte accusano il mancato pagamento degli stipendi”. Fare le proprie lamentele direttamente alle forze di repressione potrebbe essere più che altro una provocazione! In modo più intelligente, ora gli sforzi del governo vanno verso la creazione di un sindacato tra le imprese al fine di controllare le future lotte dall’interno.
La questione non è tanto la prospettiva di lotta in uno specifico mini-stato come Dubai, ma il fatto che questa lotta è parte di un movimento più largo: la lotta internazionale della classe operaia. “Gli operai non hanno nazione” dicevano Marx ed Engels nel Manifesto del 1848. Le attuali lotte del proletariato sono parte della stessa catena di lotte contro lo sfruttamento capitalistico. Dall’India a Dubai, passando per l’Egitto, il Medio Oriente, il continente africano o l’America latina, i paesi europei e del nord America, la lotta proletaria è in crescita1. Lo sviluppo internazionale della lotta di classe rappresenta un grande incoraggiamento per i lavoratori ogni volta che un movimento insorge. In particolare, l’emergere di un massiccio movimento come quello a Dubai, in Egitto o in Bangladesh deve essere uno stimolo per i lavoratori dei paesi più avanzati, in quanto questi ultimi devono assumersi la precisa responsabilità di indicare la prospettiva della lotta contro tutto il sistema di sfruttamento, mettendo a disposizione la loro esperienza storica accumulata, mostrando in pratica come guidare la lotta e spiegando i motivi per cui non ci si può fidare della sinistra e dei sindacati.
La borghesia coi suoi mezzi di informazione fa tutto il possibile per soffocare le notizie della lotta di classe nel mondo al fine di prevenire la condivisione delle esperienze e lo sviluppo della coscienza. Le lotte a Dubai sono la prova che dappertutto la classe lavoratrice sta soffrendo gli effetti devastanti della crisi economica e che, in risposta, dappertutto sta armando le sue armi della coscienza e della solidarietà.
Map, 18 novembre 2007
1. Su queste lotte vedi i numerosi articoli pubblicati sul nostro sito web nelle diverse lingue.
La CCI ha tenuto la sua prima riunione pubblica a Lima, in Perù, nell’ottobre scorso. E’ stato un avvenimento importante perché ha dato l’opportunità ad alcuni elementi che si avvicinano al progetto rivoluzionario di comprendere meglio le idee della Sinistra Comunista e di prendere contatto con la nostra organizzazione. In questo paese i sinceri militanti della causa proletaria hanno sopportato per decine di anni il peso terribile dello stalinismo, del maoismo (in particolare attraverso “Sendero Luminoso”), del trotzkismo, ecc. In questa regione del mondo che soffre della repressione brutale dello Stato capitalista e dell’isolamento dal resto del proletariato internazionale, era molto importante, per la classe operaia, che sorgesse una minoranza di militanti politici che cercassero di chiarirsi le idee sulla rivoluzione mondiale e sul comunismo.
La CCI ha partecipato a questo dibattito pubblico animata dalla preoccupazione di aprire uno spazio di discussione fraterna il cui scopo fosse la chiarificazione e non il “reclutamento” sistematico e senza principi. Vogliamo ringraziare pubblicamente i nostri simpatizzanti della regione per il loro sostegno logistico, senza il quale difficilmente avremmo potuto realizzare tale obiettivo, intavolare un profondo dibattito sul mondo attuale, su ciò che ci offre il capitalismo e le prospettive che ne derivano per l’umanità. Undici persone hanno partecipato alla riunione, affrontando temi cruciali riguardanti la futura rivoluzione. (…) Il tema annunciato sui manifesti attaccati sui muri di Lima era: “Che cos’è il socialismo e come lottare per realizzarlo?”, ma l’entusiasmo dei partecipanti e le questioni poste hanno permesso alla riunione di affrontare ben altri argomenti.
Nel corso delle discussioni sono state espresse posizioni diverse: di compagni che avevano avuto legami con il GCI1 o che ne condividevano ancora, più o meno, alcune posizioni; altre da compagni che si rivendicavano all’anarchismo; altre ancora da simpatizzanti molto vicini alla nostra organizzazione. Il fatto più significativo è stato, tuttavia, il clima sincero, fraterno ed aperto del dibattito.
Nella misura in cui tutti i partecipanti hanno mostrato un accordo tacito sulla necessità della rivoluzione e la prospettiva di distruggere il capitalismo, la discussione si è incentrata da subito su questioni più “concrete”. Una delle prime questioni affrontate ha riguardato il concetto di “decadenza del capitalismo”, dato che i partecipanti, più o meno influenzati dal GCI, hanno una certa visione “a-storica” del processo che conduce alla trasformazione della società, che include anche l’idea dell’esistenza di un proletariato prima ancora dell’arrivo degli spagnoli nelle Americhe (uno dei partecipanti ha espresso questa idea quasi testualmente in questi termini: “non c'è stato niente di progressista nel massacro dei proletari durante la conquista delle Americhe”). Questa posizione esprime le tipiche confusioni seminate a profusione dal GCI. Piuttosto che tentare di comprendere i processi storici, il GCI diffonde il “radicale” (quanto vuoto) metodo della “violenza reazionaria contro la violenza degli oppressi”, senza considerare il contesto storico nel quale essi si sviluppano. Un metodo che naturalmente rende incomprensibili le ragioni per le quali la rivoluzione mondiale era impossibile nel 19o secolo, ed anche perché le lotte proletarie e le organizzazioni politiche della classe operaia avevano, all’epoca, un contenuto e delle forme differenti da oggi (sindacati, partiti di massa, programma minimo, ecc.). Altri partecipanti alla riunione pubblica hanno invece insistito per sviluppare la spiegazione della decadenza del capitalismo (…).
La discussione si quindi spostata su cosa è il proletariato, sulla sua natura e sul modo di lottare. Alcuni partecipanti hanno sostenuto che gli avvenimenti argentini del 2001 fossero stati provocati da un movimento autenticamente proletario e che bisognava “sostenerli ed imitarli” così come i “soviet in Iraq” (sic!). La CCI ha potuto presentare la sua analisi2, dando elementi di riflessione che sono stati discussi con serietà dai partecipanti. Abbiamo incentrato la discussione su tre assi:
- La necessità di rigettare “la violenza per la violenza”. Se è certo che la rivoluzione che distruggerà il capitalismo sarà necessariamente violenta, perché la minoranza che detiene l’apparato dello Stato resisterà fino al suo ultimo respiro, questa violenza di classe del proletariato non è l’essenza della rivoluzione; questa risiede nella capacità del proletariato a sviluppare la propria lotta di massa e cosciente. Ciò che distingue la classe che sarà il soggetto della futura rivoluzione, non è la sua violenza ma la sua coscienza3.
- Le lotte operaie si organizzano attraverso organismi generati nel corso della lotta stessa, che vanno dalle assemblee generali, dalle delegazioni, dai comitati di lotta fino alle forme più avanzate dove esse si amplificheranno quando la situazione storica farà sorgere i Consigli Operai. Non siamo che all’inizio delle risposte operaie a livello internazionale dopo la gigantesca campagna sulla “morte del comunismo” ed il riflusso che il proletariato mondiale ha subito a livello della sua coscienza4. Rigettare le assemblee attraverso le quali si esprime lo sforzo del proletariato per prendere nelle proprie mani le sue lotte è un grave errore, così come lo è privilegiare le azioni disperate (incendi di auto, scontri sterili con la polizia, ecc.), invece di trarre le lezioni, riflettere e discutere collettivamente su: come e perché la borghesia ed il suo apparato statale mistificano la classe operaia e lo sforzo di chiarificazione della sue minoranze più coscienti?
- Le lotte autenticamente “pure” del proletariato non esistono, e la CCI non si aspetta affatto lotte da subito sganciate dall’influenza dell’ideologia borghese o lotte nelle quali siano totalmente assenti gli organi dell’apparato statale (sindacati di ogni tipo, partiti integrati al sistema politico e parlamentare del capitale, così come il braccio armato “radicale” della borghesia: il gauchismo, maoista, trotskista o anarchico ufficiale che sia, ecc.). L’autenticità di una lotta proletaria non si misura dalla presenza o meno di elementi che appartengono, dal punto di vista sociologico, a questa o quella categoria di lavoratori manuali. Essa si verifica dall’esistenza, nelle lotte proletarie, di una dinamica in cui i partecipanti si riconoscono come parte di una classe, come lavoratori che devono scendere in lotta con gli altri e che condividono interessi immediati comuni. Quando comincia a sorgere la coscienza che esiste un’identità proletaria, la lotta contro il capitale fa grandi passi in avanti ed è di primaria importanza generalizzare queste lezioni. Per contro, quando all’indomani di una lotta, sussiste un clima di divisione, di settarismo, di segregazione, di corporativismo, ecc., allora bisogna riflettere sul perché di un tale clima sociale e sulla trappola in cui si è caduti.
Resta un lungo cammino di chiarificazione da fare per comprendere tutti i problemi legati alla lotta di classe del proletariato.
Anche questa questione è stata affrontata nella discussione. La classica visione che un sindacato possa essere “recuperabile” per la classe operaia non si è fatta attendere (principalmente attraverso la visione anarchica difesa dalla CNT), ed è stata posta esplicitamente la possibilità di un “sindacalismo rivoluzionario”. Tutti i partecipanti sono stati d’accordo nell’affermare che se la CNT ha tradito durante gli avvenimenti del 1936 in Spagna, c’è stato tuttavia almeno un gruppo, “gli Amici di Durruti” che si è opposto alla militarizzazione del lavoro5. Uno dei partecipanti ha sostenuto l’argomento classico del GCI: “Il sindacato non è mai stato e mai sarà rivoluzionario”. Questa affermazione contiene una parte di verità nel senso che, effettivamente, i sindacati non sono sorti come organi della lotta rivoluzionaria del proletariato, ma come organi della sua lotta immediata permettendogli di ottenere riforme durature all’interno del capitalismo ed un reale miglioramento delle sue condizioni di vita.
Ma questo argomento ha anche la debolezza di mancare di metodo e di non concepire i sindacati come prodotto storico. Il che non consente di comprendere che la loro apparizione, costata tante sofferenze al proletariato, è stata condizionata da un periodo storico durante il quale la rivoluzione proletaria mondiale non era ancora possibile, né oggettivamente né soggettivamente. Quest’argomento va di pari passi con il vecchio ritornello del GCI secondo cui la 2a Internazionale non ha avuto niente di proletario! Ricordiamo che la 2a Internazionale ha avuto il merito di adottare il marxismo come metodo scientifico (materialista, storico, dialettico) per sviluppare la teoria rivoluzionaria del proletariato. E’ questo metodo che ha permesso di fare la distinzione tra le organizzazioni unitarie del proletariato (i sindacati) ed i suoi partiti politici. E’ questo metodo che ha permesso di condurre una lotta a fondo contro la visione del mondo della franco-massoneria. E’ ancora questo metodo che ha permesso di sviluppare le discussioni sulle origini del cristianesimo ed ha fornito una moltitudine di articoli fondamentali. Il fatto che i partiti della 2a Internazionale abbiano tradito votando i crediti di guerra durante la Prima Guerra Mondiale non impedisce di riconoscere che la 2a Internazionale è stata, prima del 1914, un anello in più nella catena degli sforzi del proletariato per dotarsi di un partito mondiale.
In seguito alla discussione su questa questione, un compagno ha difeso le posizioni della CCI sulla questione sindacale, dimostrando come i sindacati siano un sofisticato strumento di controllo statale e come lo stesso Fujimori (ex-presidente del Perù) abbia sviluppato, in accordo con l’opposizione, una campagna di “distruzione dei sindacati” destinata a deviare la combattività operaia su un terreno di lotta per creare nuovi sindacati (e non per una chiarificazione politica che permettesse di battersi più efficacemente contro gli attacchi del capitale).
I sindacati hanno costituito un’arma del proletariato in un’epoca storica in cui, da un lato, il capitalismo era capace di accordare riforme durevoli, dall’altro, la rivoluzione non era all’ordine del giorno (è per tale motivo che il “programma minimo” era, all’epoca, una realtà per cui la classe operaia doveva lottare). Gli avvenimenti del 1905 e soprattutto quelli del 1917 in Russia hanno dimostrato qual è la risposta alle questioni di organizzazione che il proletariato in lotta mette in atto quando la rivoluzione diviene d’attualità, durante il periodo di decadenza del capitalismo; la rivoluzione non si è realizzata attorno ai sindacati ma attorno ai Consigli Operai, “la forma in fine trovata della dittatura del proletariato” (Lenin).
Da allora, lo sviluppo delle lotte operaie è stato continuamente confrontato alla necessità di organizzarsi al di fuori e contro i sindacati. Sappiamo che per il proletariato non è possibile creare in un qualsiasi momento dei Consigli Operai, che la loro nascita dipende dalle condizioni di generalizzazione delle lotte in una situazione pre-rivoluzionaria. Ciononostante, le lotte operaie non possono aspettare questa situazione pre-rivoluzionaria per auto organizzarsi. Appena esplode uno sciopero per la classe operaia si pone la questione di appropriarsi e di controllare la sua lotta, attraverso Riunioni Generali e di massa che le permettano di prendere tutte le decisioni (che devono essere discusse collettivamente e sottoposte al voto). La ricerca della solidarietà con gli altri sfruttati è una questione di vita o di morte per ogni sciopero (non parliamo di simulacri della solidarietà orchestrati dai sindacati). Cominciare a capire che l’isolamento segna sempre la morte di ogni sciopero è una lezione da approfondire perché permette di prepararsi alle lotte decisive contro il capitalismo. La rapida estensione geografica di ogni sciopero è una necessità vitale per l’avvenire della lotta.
Nella discussione i compagni hanno dato prova di un vero spirito proletario, cioè di essere aperti agli argomenti degli altri e voler sviluppare una riflessione collettiva. Questi due aspetti mettono in evidenza lo sforzo difficile ma entusiasmante delle minoranze alla ricerca di una prospettiva di classe in questa regione del mondo. Quello che li unisce è la comprensione della catastrofe verso cui ci sta conducendo il capitalismo. Noi siamo consapevoli delle divergenze che ancora sussistono e continueremo a lottare contro le aberrazioni politiche del GCI. Ma ciò non ci impedisce, nemmeno lontanamente, di salutare questo spirito dei partecipanti e li incoraggiamo a continuare a sviluppare il dibattito politico con spirito d’apertura e d’ascolto attento, ad integrare nuovi argomenti perché il dibattito contraddittorio permette di passare dalla confusione alla chiarezza.
In un clima sociale dominato dall’ideologia borghese e dal gauchismo, il dibattito è concepito come un rapporto di forza, una “lotta a morte” dove alla fine uno dei protagonisti deve necessariamente eliminare e distruggere i propri avversari, in una visione di guerra dove una “frazione” schiaccia l’altra. Questi sono i comportamenti quotidiani delle diverse frazioni del capitale: gli individui (o gruppi di individui) sono sottoposti alla legge capitalista della competizione nella quale l’altro è sempre un nemico, un concorrente, dove chi si impone come il più “forte”, il più “muscoloso” sarà il “vincitore” (la competizione sul mercato del lavoro sempre più saturo trova il suo equivalente nei sentimenti di “gelosia” infantile, la concorrenza scolastica, la competizione intellettuale, politica, ecc.). Per il marxismo, il dibattito ed il confronto fraterno delle idee e degli argomenti (che fanno evolvere queste idee e permettono di superare i pregiudizi dovuti alla divisione della società in classi) sono i soli mezzi per superare gli ostacoli allo sviluppo della coscienza. Per condurre un dibattito veramente proletario, le minoranze più consapevoli della classe operaia devono bandire l’umiliazione e gli insulti (anche se il confronto politico può prendere in alcune circostanze una forma polemica ed appassionata, come lo si vede per esempio talvolta nei dibattiti alquanto “burrascosi” delle Assemblee Generali di massa della classe operaia). La nostra concezione della cultura del dibattito presuppone la volontà di convincere e non di imporre le proprie idee a qualsiasi prezzo e con qualsiasi mezzo. La cultura del dibattito presuppone anche la capacità di ascoltare attentamente gli argomenti e di lasciarsi convincere (essere convinto dagli argomenti altrui non è una “capitolazione” o una “sconfitta”, poiché nel dibattito proletario non ci sono avversari da battere).
Il modo con cui si è tenuta questa prima riunione pubblica della CCI in Perù, ci permette di affermare che è necessario aprire uno spazio di discussione in questa parte del mondo, un spazio in cui gli elementi della classe operaia che vogliono dibattere, chiarirsi, esporre le proprie convinzioni possano incontrare un ambiente politico che permette l’elaborazione collettiva delle idee. Costruire questo ambiente politico vivente in cui il dibattito proletario sia al centro della vita politica è una prospettiva che, in Perù, come altrove nel mondo, costituisce una preparazione indispensabile alla rivoluzione mondiale futura.
1. “Groupe Communiste International”: si tratta di un gruppo dalla fraseologia “radicale” ma la cui pratica si avvicina a quella dei gruppi dell’estrema sinistra del capitale. Vedi la nostra denuncia di questo gruppo nella Revue Internationale n°124, sul nostro sito web: “A che serve il Groupe Communiste International?”.
2. Sui pretesi “soviet” in Iraq e sugli avvenimenti argentini, vedi il nostro articolo “Rivolte popolari in Argentina: solo l’affermazione del proletariato sul suo terreno può far arretrare la borghesia”, Rivista Internazionale n°26, pubblicata anche sul nostro sito web.
3. Classe maggiormente “alienata” della società (per il fatto che, nell’economia capitalista, i proletari sono totalmente spossessati e separati dai mezzi materiali di produzione), la classe operaia possiede al suo interno la forza che le permette di superare questa alienazione economica: la coscienza del futuro. La borghesia è, per la sua posizione di classe sfruttatrice, anch’essa una classe alienata. Ma essa è incapace di superare quest’alienazione perché ciò presupporrebbe che essa rinunciasse ad essere la borghesia.
4. Vedi il nostro articolo “Il crollo del blocco dell’Est: difficoltà accresciute per il proletariato” nella Revue Internationale n°60, e “Una svolta nella lotta di classe – Risoluzione sull’evoluzione della lotta di classe”, Revue internationale n°119, pubblicati sul nostro sito.
5. Vedi la nostra serie sulla storia della CNT nella Revue Internationale dal n°128 al 131. Vedi anche, in spagnolo, il nostro libro “Franco e la Repubblica massacrano i lavoratori”. Rispetto a “gli Amici di Durruti”, leggi nella Revue Internationale n°102 “Gli Amici di Durruti: lezione di una rottura incompleta con l’anarchismo”.Dopo tre mesi dallo scoppio dell’emergenza rifiuti la situazione in Campania continua ad essere critica. La città di Napoli è stata in parte ripulita, ma nella periferia esistono cumuli di rifiuti ormai in piena fermentazione da prima di Natale che continuano ad invadere le strade e le “soluzioni” del commissario De Gennaro non fanno che esasperare ancora di più la popolazione. Intanto le 7mila pseudo eco-balle sparse sul territorio stanno ancora lì, così come le discariche legali ed abusive i cui effetti devastanti sull’uomo e sull’ambiente sono già stati accertati da tempo. Tutti sanno che questa “emergenza” dura in realtà da 14 anni, ma adesso che la gente si mobilita perché la spazzatura gli arriva fin sotto il naso ed è stanca di essere imbrogliata, da una parte arriva l’esercito per tenere “sotto controllo la situazione”, dall’altra fioccano conferenze e dibattiti eruditi di esperti, scienziati ed ecologisti d’ogni sorta che ci vengono a spiegare cosa si dovrebbe fare per risolvere il problema dello smaltimento dei rifiuti. Intanto si moltiplicano le iniziative per “l’auto raccolta differenziata”, come se la soluzione dipendesse semplicemente dalla buona volontà di chi ci governa o, ancor di più, dal “senso civico” dei cittadini.
La situazione paradossale ed inaccettabile raggiunta in Campania ha provocato non solo una mobilitazione da parte delle popolazioni direttamente colpite dal problema, ma anche una riflessione sul degrado che siamo costretti a subire e sulle sue cause. “Come è possibile arrivare a tonnellate di spazzatura nelle strade che non si sa dove mettere?”, “Di chi è la responsabilità? Dei napoletani che non vogliono fare la raccolta differenziata?”, “Delle popolazioni dei singoli comuni della regione che rifiutano nuove discariche o impianti vicino casa? Di Bassolino, della Iervolino, della camorra che fa affari d’oro con i rifiuti?”, “Si può fare qualcosa? E cosa?”, queste sono le questioni che un po’ tutti si sono posti in questi mesi e continuano a porsi.
La nostra organizzazione ha tenuto a gennaio delle riunioni pubbliche a Napoli e Milano su questo tema. I compagni possono trovare la relazione introduttiva alla discussione fatta dalla CCI sul nostro sito web (“Emergenza rifiuti in Campania: di chi la responsabilità?”, www.internationalism.org [9]).
In questa presentazione, che ha cercato di dare una risposta a queste domande, pur riconoscendo l’innegabile responsabilità delle istituzioni locali e nazionali nella gestione dei rifiuti ed il peso che in questa assume la collusione tra potere politico e camorra (collusione che non si limita certo alla gestione dei rifiuti), abbiamo cercato di andare al di là della contingenza immediata e locale del problema mettendo in evidenza che:
“Quello che succede in questa regione è solo l’espressione più drammatica di una contraddizione che è tipica della produzione capitalista …. E’ con la società capitalista che il rifiuto diventa un problema perché il bene diventa una merce che deve essere venduta e commercializzata per realizzare il massimo profitto in un mercato dove l’unica legge è quella della concorrenza.
E questo comporta:
- una produzione irrazionale della merce con un’eccedenza di prodotti …
- una produzione abnorme di involucri, imballaggi, ecc. costituiti tra l’altro in larga misura da sostanze tossiche non degradabili che si accumulano nell’ambiente” perché il tutto deve essere prodotto al minor costo possibile.
“La logica di questo sistema non è produrre quello che serve a soddisfare i bisogni dell’umanità e quindi consumare secondo le reali necessità della collettività. Nel capitalismo la logica è quella del guadagno dell’impresa, del singolo capitalista, del singolo Stato capitalista e questa logica porta a quantità enormi di prodotti di rifiuto (miliardi di tonnellate all’anno nel mondo)… Come per il problema più generale dell’inquinamento ambientale, di cui la questione dei rifiuti fa parte, questo è un problema generale la cui radice sta nel modo di produzione capitalistico e non può trovare una soluzione effettiva se non eliminando questo sistema di produzione”.
I compagni presenti, pur condividendo che il problema di fondo sta nella produzione abnorme di rifiuti insita nel modo di produzione capitalista, hanno animato la discussione con tutta una serie di questioni dall’insieme delle quali è possibile trarre tre ordini di problematiche che riprenderemo qui brevemente.
Perché in Campania il problema dei rifiuti assume proporzioni così drammatiche mentre altrove si riesce a smaltire i rifiuti con la raccolta differenziata, il riciclaggio, ecc.?
La risposta che generalmente viene data a questa domanda, in particolare dalle varie forze della sinistra “alternativa” e dai vai paladini del buon costume quali Grillo e compagni, è che in Campania c’è un intreccio così forte tra le istituzioni e la camorra da impedire una buona e sana gestione dei rifiuti. Dunque cambiando i politici ed i responsabili del settore, facendo rispettare la legge e mettendo in galera tutti i camorristi ed i collusi con essa, il problema dovrebbe essere risolto.
La discussione ha mostrato come non c’è niente di più illusorio e mistificatorio. E per due motivi:
1. L’illegalità, la truffa, la collusione tra mafie, mondo politico ed imprenditoriale sono proprie del capitalismo per il quale non esiste etica, non esiste morale se non quella del profitto. Pretendere un capitalismo pulito, onesto, significa chiedere al capitalismo di non essere più capitalismo.
2. Alla base della difficoltà della borghesia a gestire i vari aspetti della produzione e della società c’è la crisi economica senza via d’uscita1 che, inasprendo la concorrenza, rende sempre più necessario ridurre all’osso i costi di produzione e di conseguenza rende sempre più difficile alla borghesia gestire in modo efficiente i diversi piani della società. Il che è tanto più vero per lo smaltimento dei rifiuti la cui velocità di produzione è in continuo aumento. Questo porta a situazioni estreme nelle economie più deboli (in Africa, Asia e America Latina, alle periferie delle grandi città, si vive su montagne di spazzatura), ma diventa una realtà ormai tangibile anche nei paesi più forti dove certe cose minime fino ad ora si potevano fare. Un esempio significativo è stato dato da una compagna inglese che ha raccontato come a Londra, dove la raccolta differenziata dei rifiuti è da decenni un fatto acquisito e praticato con meticolosità da tutti, negli ultimi tempi in alcuni quartieri è stato comunicato agli abitanti che non potevano più portare i sacchetti della differenziata nei centri di raccolta perché … l’amministrazione non aveva più soldi per assicurare questo servizio.
In questi giorni i vari “esperti” sfornano le loro proposte per un adeguato smaltimento dei rifiuti, ed è vero che le conoscenze scientifiche e la tecnologia per poterlo fare ci sono e non da oggi. Ma allora bisogna chiedersi: perché non si mettono in pratica? Come mai, pur essendoci la possibilità di fare imballaggi e buste con materiale biodegradabile, si continua a farli di plastica? Semplicemente perché, come ha giustamente sottolineato un altro compagno nella discussione, queste vie alternative, sicuramente meno dannose per l’ambiente, costano però di più e richiederebbero inoltre una riconversione degli impianti, per cui l’imprenditore o lo Stato che dovesse adottarle fallirebbe schiacciato dalla concorrenza sul mercato.
Le inefficienze e gli intrallazzi a livello di amministrazione locale, particolarmente prosperi là dove l’economia è più povera come appunto in Campania, non fanno che aggravare un problema che è ben più ampio: la crescente incapacità della classe dominante ad assicurare un minimo di condizioni adeguate di vita. La miseria crescente, l’aumento delle morti sul lavoro, la mancanza di prospettiva per i giovani, l’insicurezza sociale, la guerra endemica, l’inquinamento ambientale, sono tutte conseguenze del fatto che il capitalismo, per poter sopravvivere alla crisi economica profonda che l’attanaglia da più di 40 anni, è costretto a scaricarne i costi sui proletari e, sempre più, sull’insieme della società. Il che non toglie che queste diverse piaghe assumano una maggiore o minore virulenza a seconda delle condizioni specifiche e storiche delle varie parti del mondo.
Ma lo Stato non dovrebbe salvaguardare i cittadini facendo rispettare la legge?
Durante la discussione una compagna si meravigliava del fatto che, pur essendoci leggi che regolano la gestione dei rifiuti, lo Stato non le faccia rispettare da quegli imprenditori che, con l’aiuto della camorra, disperdono rifiuti tossici e nocivi nelle campagne per evitare i costi per il loro conferimento in discariche speciali.
Questa idea, largamente diffusa tra i proletari e che si basa sulla convinzione che il mondo della politica sia nettamente separato da quello economico, è frutto della più grande mistificazione di cui la borghesia si serve per giustificare il suo dominio: la democrazia. Nella visione democratica lo Stato sarebbe al di sopra delle parti, sarebbe il garante del rispetto delle regole, dell’equità tra le diverse componenti della società. E se questo non succede è solo colpa degli uomini che si trovano a capo di questa istituzione, della loro brama di potere, della loro corruzione. In realtà la storia ci ha mostrato che la forma di potere e gestione politica assunta nelle differenti società è stata sempre espressione del sistema economico della società stessa. L’Impero nell’antica Roma e il Feudo nella società medioevale corrispondevano ai modi di produzione esistenti nelle rispettive epoche. Lo Stato nazionale non è altro che lo strumento di dominio della classe dominante nel capitalismo sull’intera società e dunque le sue leggi ed il fatto che siano rispettate o meno dipendono dalle esigenze di questa. Se alle grosse aziende conviene far smaltire i loro rifiuti tossici dalla camorra abbassando così i costi, se le leggi sulla sicurezza nei posti di lavoro non vengono rispettate per far aumentare la produttività, lo Stato non ha nulla da obiettare perché è l’economia nazionale che deve marciare sul mercato internazionale e non la salute delle popolazioni o dei lavoratori.
Non esiste uno Stato al di sopra delle parti, così come non esiste un’etica nel suo operato.
C’è un sistema economico e politico sbagliato e bisogna cambiarlo. Ma per cambiarlo ci vorrà molto tempo ed allora nell’immediato cosa facciamo?
Questa domanda, posta da una compagna nel corso della discussione, esprime un sentimento comune alla maggior parte dei compagni, dei lavoratori e di quanti avvertono uno sdegno crescente verso questa società: la voglia di agire, di cambiare lo stato attuale, ma al tempo stesso la difficoltà a vedere cosa fare. Sgomenta l’idea di rimanere fermi mentre il mondo va a rotoli ed il più delle volte questo spinge a cercare una soluzione alla contingenza immediata o qualche strumento che possa “aprire gli occhi a tutti”. Nel caso specifico la compagna diceva “una risposta immediata potrebbe essere iniziare a far valere nei quartieri la raccolta differenziata… Incominciamo a rifiutare il sacchetto di plastica quando compriamo qualcosa e lanciamo questo messaggio, facciamo un tam-tam, in modo da impedire che ci impongano i sacchetti, la plastica, gli imballi …”.
Altri compagni hanno sottolineato che, se queste proposte manifestano una giusta preoccupazione e se è vero che la raccolta differenziata si sarebbe dovuta fare in Campania, come la si fa in altre parti del mondo, ciò non elimina il problema della massa enorme di rifiuti prodotti e del loro smaltimento con processi adeguati. Così come il rifiuto della busta di plastica, oltre ad essere poco praticabile per il tipo di vita che si è costretti a condurre, è una logica che non porta a niente. Secondo questa logica dovremmo rifiutare di fare la spesa nei supermercati dove tutti i generi sono impachettati con plastica e pellicola, dovremmo rifiutare di comprare l’acqua minerale o i giornali spesso impacchettati con il supplemento, il gadget o altro, dovremmo utilizzare i fazzoletti di stoffa invece di quelli di carta che sono impacchettati nella plastica, e così via.
Ma la conseguenza più insidiosa è che questo approccio, nel tentativo di “fare qualcosa subito”, fa perdere di vista la dimensione più ampia del problema e la sua causa di origine, finendo così per lasciarci intrappolati nella logica capitalista che invece vogliamo rigettare.
Nelle ultime settimane in Campania, ed in particolare a Napoli, sono proliferate iniziative per sensibilizzare la gente sulla raccolta differenziata: Greenpeace organizza la differenziata per 50 famiglie in una via di Napoli; in Piazza del Gesù si installa un presidio permanente con la parola d’ordine “auto-differenziamoci” dove si sensibilizza la gente che passa, gli si insegna come si fa la differenziata e dove vengono raccolti i sacchetti di rifiuti frutto dell’auto-differenziazione (che in verità non si sa poi che fine facciano, vista la mancanza di strutture per l’intero ciclo di recupero e trattamento delle diverse componenti differenziate). Iniziative di questo tipo sembrano rispondere all’esigenza di “fare qualcosa di concreto”, ma quale idea trasmettono? L’idea che la responsabilità è di Bassolino, della Iervolino e della camorra che pensano ai loro interessi (il che è sicuramente vero), o di Pecoraro Scanio e del governo che non fanno rispettare le leggi e se ne fregano della salute dei cittadini. La logica conseguenza è che, se si cambiano i dirigenti e se i cittadini si fanno carico responsabilmente della raccolta differenziata, i rifiuti non saranno più un problema. Questa è la stessa idea che i sindacati cercano di ficcare nella testa dei lavoratori: i licenziamenti, le morti sul lavoro, i salari da fame? Il responsabile è questo o quel padrone o, quando conviene, questo o quel governo di turno. E’ ancora la stessa idea propagandata da Beppe Grillo ed i grillini vari: facciamo pulizia nel parlamento, facciamo le liste civiche e quando il cittadino comune sarà al governo staremo meglio. In altre parole, basta trovare le persone giuste, delle persone pulite e oneste e la società potrà svilupparsi senza più problemi.
Questa è l’idea che fa più comodo alla classe dominante perché allontana il pericolo che i lavoratori, riflettendo e facendo il legame tra i vari aspetti della propria condizione, si rendano conto che quello che bisogna cambiare è il sistema nel suo insieme.
La discussione, al tempo stesso, ha sottolineato come il riconoscimento delle insidie presenti nelle iniziative come “l’auto-differenziazione dei rifiuti”, non significhi essere condannati alla passività. Al contrario! Bisogna opporsi ad ogni ulteriore degrado delle nostre condizioni di vita, e per farlo bisogna lottare perché non possiamo certo illuderci che la borghesia conceda spontaneamente qualcosa. Ma un fattore essenziale in queste lotte è capire realmente perché siamo costretti a vivere sempre peggio e quale è la prospettiva che abbiamo di fronte, perché questo ci permette di capire contro chi dobbiamo lottare e come: se dobbiamo darci da fare per far cadere il Bassolino di turno o piuttosto combattere lo Stato democratico garante di questo sistema sociale; se dobbiamo utilizzare tutta la nostra energia per “dimostrare che la raccolta differenziata si può fare” e fare il tam-tam contro l’uso dei sacchetti di plastica o piuttosto utilizzarla per discutere, confrontarci con gli altri proletari, per fare avanzare la coesione nella classe anche sui problemi dell’ambiente, anzi fare un tutt’uno tra questi e quelli di ordine salariale e sociale in genere. Perché è questa presa di coscienza che permetterà all’umanità di liberarsi dalla barbarie di questo sistema e salvare dalla distruzione l’intero pianeta.
Eva, 15-2-2007
1. Vedi articolo “Verso una violenta accelerazione della crisi economica” in questo stesso numero.
“Lo chiamano Pacific Trash Vortex, il vortice di spazzatura dell’Oceano Pacifico che ha un diametro di circa 2500 chilometri, è profondo 30 metri ed è composto per l'80% da plastica e il resto da altri rifiuti che giungono da ogni dove. “E' come se fosse un’immensa isola nel mezzo dell’Oceano Pacifico composta da spazzatura anziché rocce. Nelle ultime settimane la densità di tale materiale ha raggiunto un tale valore che il peso complessiva di questa “isola” di rifiuti raggiunge i 3,5 milioni di tonnellate”, spiega Chris Parry del California Coastal Commission di San Francisco (…). Questa incredibile e poco conosciuta discarica si è formata a partire dagli anni Cinquanta, in seguito all’esistenza della North Pacific Subtropical Gyre, una lenta corrente oceanica che si muove in senso orario a spirale, prodotta da un sistema di correnti ad alta pressione. (….) La maggior parte della plastica giunge dai continenti, circa l'80%, solo il resto proviene da navi private o commerciali e da navi pescherecce. Nel mondo vengono prodotti circa 100 miliardi di chilogrammi all’anno di plastica, dei quali, grosso modo, il 10% finisce in mare. Il 70% di questa plastica poi, finirà sul fondo degli oceani danneggiando la vita dei fondali. Il resto continua a galleggiare. La maggior parte di questa plastica è poco biodegradabile e finisce per sminuzzarsi in particelle piccolissime che poi finiscono nello stomaco di molti animali marini portandoli alla loro morte. Quella che rimane si decomporrà solo tra centinaia di anni, provocando da qui ad allora danni alla vita marina” (La Repubblica on-line, 29 ottobre 2007).
Una massa di rifiuti estesa quanto due volte la superficie degli Stati Uniti! L’hanno vista solo ora? Niente affatto: è stata scoperta nel 1997 da un ex petroliere che navigava sul suo yacht e adesso ci si viene a sapere che “un rapporto dell’ONU del 2006 calcola che un milione di uccelli marini e oltre 100 mila pesci e mammiferi marini all’anno muoiano a causa dei detriti di plastica e che ogni miglio quadrato nautico di oceano contenga almeno 46 mila pezzi di plastica galleggiante” (La Repubblica, 6 febbraio). Ma cosa è stato fatto in questi dieci anni da chi ha il mano le redini della società? Assolutamente nulla!
Così come non viene fatto nulla rispetto allo scioglimento in atto dei ghiacciai che si prevede provocherà dei cambiamenti climatici tali da raggiungere già nel corso di questo secolo un punto di non ritorno per nove sistemi climatici della terra, con tutte le conseguenze che questo comporterà per l’insieme del pianeta!
Di fronte a queste notizie effettivamente viene da riflettere sulla necessità di distruggere il capitalismo prima che questo distrugga il mondo!
Caduto un governo, se ne fa un altro, si diceva una volta, per sottolineare il fatto che la storia continua più o meno uguale a se stessa. Ma possiamo veramente tirare questa filosofia dagli avvenimenti dell’ultima legislatura e soprattutto dagli ultimi mesi del governo Prodi? Onestamente no! Proviamo a ripercorrerli velocemente. Tutti ci ricordiamo che il governo Berlusconi, che è rimasto in carica fino al 2006, ha ceduto il passo al governo Prodi lasciando un campo minato, quello della legge elettorale che, come tutti adesso ammettono, è una porcata in quanto non permette di fatto a nessun governo di governare tranquillamente perché mentre concede un premio di maggioranza alla Camera, non fa altrettanto al senato, creando una fragilità cronica nell’esecutivo.
Questa legge, che era stata cucita addosso proprio ad un nuovo probabile governo Prodi, ha dato vita ad un esecutivo che doveva accendere i lumi a S. Antonio per ogni giorno in più che rimaneva in carica e che ha finito di governare, travolto dal flagello Mastella, a meno di 2 anni dalle elezioni politiche del 2006. Ma stavolta non si tratta di una semplice alternanza destra-sinistra, del solito gioco democratico tra le diverse rappresentanze politiche della borghesia. Si tratta invece dell’emergere di segni vistosi di un empasse in cui tutta la borghesia sembra essere entrata e da cui fa sempre più fatica ad uscire.
In realtà già nello scorso articolo sulla costituzione del Partito Democratico avevamo segnalato il tentativo dei settori più attenti e lucidi della borghesia italiana (che corrispondono in linea di massima a settori del centro-sinistra moderato) di contrapporsi alla deriva attuale, alla frammentazione e al caos in cui sembrano incamminarsi sempre più i vari uomini politici del momento, attraverso la costituzione di un partito che fosse capace di aggregare alcune delle forze di centro sinistra. Ma nello stesso articolo avevamo segnalato anche i limiti di questa operazione: “Il PD non è riuscito, come era nelle intenzioni, a coagulare l’intero schieramento di centro-sinistra ed in particolare non è riuscito a prosciugare quell’area frastagliata e frammentata che esiste. (…) Ma c’è di più perché le stesse componenti che hanno aderito lo hanno fatto in maniera conflittuale”. (Rivoluzione Internazionale n.153).
Oggi che la frittata è fatta e che tutta l’opera di attenta ingegneria politica messa su dalla parte più responsabile della borghesia è stata smontata, Berlusconi si ritrova con l’insperato regalo di avere una mano a proprio vantaggio non per essere riuscito a mettere in minoranza il governo ma perché la maggioranza è riuscita da sola a mettersi in minoranza!!! Infatti, cos’è che ha fatto cadere il governo Prodi? La sua inefficienza? La sua incapacità di dare risposta ai problemi del paese? Vediamo. Certamente la gente comune, i proletari, dopo questa ennesima esperienza faranno sempre più fatica a distinguere un governo Prodi da un governo Berlusconi. Sul piano sociale l’uno forse più che l’altro si è distinto in attacchi indiscriminati contro la classe operaia. Ma sul piano di quelle che sono le esigenze reali del paese, inteso come paese capitalista, il governo Prodi ha largamente superato tutte le prove di esame, e particolarmente quelle sul piano economico, attraverso un sostanzioso risanamento economico operato grazie agli attacchi contro i lavoratori. D’altra parte, nonostante le difficoltà di coerenza della compagine governativa, la destra aveva mostrato ben altre incoerenze già segnalate nello scorso articolo, particolarmente attraverso lo scioglimento della Casa delle libertà, lo scioglimento di Forza Italia e la creazione, dalla sera alla mattina, di un nuovo partito, il Popolo delle libertà. Ma tutto questo non è bastato. Di fronte ad una situazione economica internazionale particolarmente difficile (vedi i recenti e ripetuti crolli in borsa nelle ultime settimane e il summit dei 7 grandi del mondo che si è appena concluso con un comunicato quanto mai gelido e preoccupante sul futuro economico della società), a fronte di una necessità imprescindibile di fare una nuova legge elettorale per permettere a chiunque vinca in futuro di poter governare in maniera stabile, il governo Prodi è caduto non per un’imboscata dell’opposizione ma per delle vicende giudiziarie della famiglia Mastella che, controllando un minuscolo partito, con un seguito elettorale dell’1,5%, è riuscito a travolgere il governo e la legislazione ridando fiato, nella mischia, alle componenti retrive e parassite del centro-destra.
Dunque si va alle elezioni politiche 2008 con la stessa legge elettorale che ha causato la fragilità del governo Prodi e con il rischio di avere tra i principali partiti votati quello delle astensioni. La borghesia lo sa e teme molto questo esito. E’ per questo che prima di sciogliere il Parlamento il presidente Napoletano ha fatto di tutto per creare un governo Marini che riuscisse a dettare almeno delle regole elettorali nuove. E’ ugualmente per questo che non solo il partito democratico, ma un po’ alla volta tutte le varie componenti politiche stanno cercando di dare una risposta concreta al problema della dispersione delle forze politiche presenti nello scenario del paese, anche se questo non si fa sempre per serietà politica ma talvolta perché si capisce che da soli si perde più facilmente. Così, accanto al Partito Democratico, abbiamo assistito alla formazione del nuovo soggetto politico denominato La Sinistra Arcobaleno, fusione politica e elettorale di Rifondazione Comunista, Verdi, PdCI e Sinistra Democratica ed l’Italia dei Valori entrare nel PD. Ma anche sull’altro fronte c’è stata una semplificazione importante con il Partito delle Libertà che ingloba la vecchia Forza Italia, AN e la Lega Nord, anche se qui sembra aver funzionato, nell’accorpamento del cartello elettorale, molto più opportunismo politico di quanto non ce ne sia stato a sinistra.
Un ultimo elemento da segnalare, apparentemente in contraddizione con quanto detto sopra, è il fatto che Veltroni abbia deciso di “correre da solo” alle prossime elezioni politiche senza creare cartelli di alleanze né con la sinistra né con altre formazioni del centro. Nonostante le iniziali critiche, anche abbastanza dure, da parte della sinistra che lo ha accusato di consegnare la prossima legislatura nelle mani di Berlusconi nella misura in cui in questo modo quasi sicuramente si viene a perdere il premio di maggioranza, la scelta di Veltroni ancora una volta esprime che il PD rappresenta oggi la forza più responsabile della borghesia. Di fatto è vero che correre da soli alle elezioni comporta perdere il premio di maggioranza, ma la scelta del PD è una scelta strategica e non tattica, cioè per il lungo periodo e non per domani mattina. Di fatto Veltroni sa che il centro-sinistra ha sulle spalle l’eredità del governo Prodi che, nonostante tutto, è stato uno dei governi meno stimati degli ultimi tempi, sia per gli attacchi fatti alla popolazione da un governo “amico”, sia per l’assoluta goffaggine e disunione della maggioranza governativa. Per cui, di fronte ad una legislatura che rischia di essere vinta senza molte difficoltà da Berlusconi e alla prospettiva di un nuovo governo (di destra o di sinistra che sia) che rischia esso stesso di sorgere con la stessa precarietà di quello precedente (in quanto nasce con la stessa legge elettorale), la scelta di Veltroni è quella di puntare soprattutto a caratterizzare l’identità del partito in modo da riuscire a collocarsi in futuro come un’alternativa credibile di gestione della società. Che questa sia stata una scelta seria e importante per la vita politica della borghesia lo si vede sia dai commenti positivi della stampa che dai forti apprezzamenti che vengono dalla stessa destra tentata a sua volta a emulare il comportamento di Veltroni.
Quali sono le conclusioni che possiamo trarre da questo insieme di elementi? Che la borghesia tende a perdere di coerenza, di lucidità. In genere la politica della borghesia è sempre più discreditata; destra e sinistra diventano sempre più sovrapponibili nella sostanza a parte slogan retorici lanciati dagli uni o dagli altri. In realtà i partiti non hanno più grandi carte da giocare ed anche una carta intelligente come quella del Partito Democratico finisce per essere bruciata rapidamente.
Questa situazione di difficoltà della borghesia viene fortemente percepita dalla gente, la credibilità nei confronti della cosiddetta “classe politica” è particolarmente bassa in questo periodo. Ma la sfiducia nella classe dominante in sé non basta, non è un elemento di costruzione di una prospettiva. Occorre ancora che i lavoratori, i proletari passino dal sentimento di sfiducia nella borghesia a quello di fiducia in se stessi, di fiducia in una prospettiva che essi stessi possono costruire. E’ a partire da ciò che sarà possibile costruire una prospettiva nuova per tutta l’umanità.
Ezechiele, 13 febbraio 2008
Il 27 dicembre 2007, Benazir Bhutto è stata assassinata. Il suo ritorno a Dubai in ottobre era già stato oggetto di un attentato che provocò 139 morti. Sicuramente questa musa della “democrazia” ha avuto i rituali omaggi da tutta la stampa borghese internazionale. Il suo “carisma” ed il suo “ straordinario coraggio “, la sua “resistenza all’egemonia militare” sono stati esaltati dai giornali occidentali e dei paesi arabi moderati. Ma le reazioni di tanti articoli giornalistici e di uomini politici è stata segnata anche da una certa inquietudine: “apertura verso l’abisso”, “verso il caos politico”, “l’implosione del Pakistan” …. L’ONU si è riunito d’urgenza, per ripiegarsi nell’impotenza altrettanto il fretta. E gli Stati Uniti, tramite il dipartimento di Stato, hanno condannato “la gente che là giù (...) tentano di interrompere la costruzione di una democrazia” mentre Bush ha esortato “il Pakistan ad onorare la memoria di Benazir Bhutto proseguendo quel processo democratico per il quale ha coraggiosamente dato la vita”. In breve, secondo la borghesia Benazir Bhutto avrebbe incarnato da sola la salvezza di un Pakistan confrontato ad un’instabilità crescente. Il suo ritorno aveva sollevato un’ondata di aspettative sulla possibilità di mettere un freno all’anarchia che incancrenisce uno Stato il cui esercito è sempre più infiltrato dagli islamici radicali e che possiede anche l’arma nucleare.
Nel 2007 si sono contati 800 morti, principalmente dovuti ad attentati suicidi. I Talebani fanno regolari irruzioni in territorio pachistano, in particolare nel nord-ovest dove i soldati vengono uccisi o portati via a centinaia. Né i 90.000 soldati ammassati al confine, né i dieci miliardi di dollari stanziati allo Stato pachistano hanno permesso un controllo della situazione. I conflitti religiosi tra Sciiti e Sunniti, che da soli hanno provocato 4.000 morti in 15 anni, sono sempre più apertamente una fonte di violenza, conflitti che, alimentati dalle tensioni sempre più esacerbate tra i gruppi etnici, tendono a fare del Pakistan un nuova polveriera. L’assassinio di Benazir Bhutto riversa una nuova dose di odio sul fuoco dei dissensi tra Sindes (gruppo etnico della famiglia Bhutto) e Pendjabis (il cui territorio è stato il teatro dell’attentato contro l’ex-Primo ministro).
Inoltre, milioni di afgani si sono rifugiati in Pakistan, cosa che aumenta l’instabilità del paese, ed anche se circa 2,3 milioni di questi sono stati rimpatriati nel 2005, ne restano ancora più di un milione.
Il clima di sospetto e di guerra larvata attraversa tutta la classe politica, esprimendo in modo acuto il comportamento da gangster della borghesia: ad esempio, subito dopo l’assassinio vi è stata vista la mano di Al Qaida, ma al tempo stesso gli stessi militari vicino al potere sono stati additati come potenziali promotori dell’attentato.
Un nuovo fallimento degli Stati Uniti
Il Pakistan è chiaramente un paese al limite di un’esplosione politica, militare e socio-etnica. Il regime di Musharraf ha la sua parte di responsabilità: corruzione generalizzata, contatti con i Talebani, doppio gioco con gli Stati Uniti. D’altra parte esso non piace a nessuno: sempre meno agli islamici, fin dal massacro della Moschea rossa l’anno scorso; a settori sempre più grandi dell’esercito, diviso tra i partigiani islamici ed i clan anti-americani; agli occidentali, dopo l’attuazione dello stato d’emergenza nell’autunno 2006, servita a preparare la sua rielezione presidenziale. Musharraf non piace neanche agli stessi Stati Uniti per i quali è completamente inaffidabile come “alleato”. Eppure, oggi, è solo su quest’uomo politico che possono appoggiarsi nel conflitto in Afghanistan.
Quando gli Stati Uniti invasero l’Afghanistan nel 2003, servendosi dell’attentato alle Torri gemelle e della “lotta al terrorismo” come pretesto, l’appoggio del Pakistan fu per loro necessario. L’America promise all’epoca di sostenere le tribù ostili all’Alleanza del Nord, nemica tradizionale e ostacolo all’influenza pachistana in Afghanistan, ma questa promessa è stata vanificata dall’influenza guadagnata dall’Alleanza del Nord nella situazione venutasi a creare dopo la sconfitta dei Talebani. Tuttavia l’aiuto del Pakistan agli Stati Uniti inizialmente era stato ottenuto solo con la minaccia di Bush di bersagliare il paese tanto da riportarlo “all’età della pietra”! se non gli avesse dato “volontariamente” il suo appoggio per la guerra in Afghanistan. Del resto questa minaccia è stata recentemente ricordata dal democratico Barack Obama nella campagna presidenziale attuale, facendo intendere che gli Stati Uniti possono in qualsiasi momento bersagliare i bastioni di Al Qaida in Pakistan senza alcun permesso; al che il presidente Musharraf ha risposto che avrebbe considerato tali attacchi come attacchi nemici!
E’ per questo che l’America ha puntato su Benazir Bhutto, per tentare di trovare un appoggio più affidabile all’interno dello Stato, dando una vernice più “democratica” all’alleanza con il Pakistan, e tentare di rallentare le forze centrifughe che fanno danno. Appartenente ad una famiglia di politici pakistani di lunga data, persona navigata della politica (due volte primo ministro) e che si avvale di una aura internazionale di difensore patentato della “democrazia”, la dirigente del Partito del Popolo Pakistano era inoltre nota come una “fedele degli Stati Uniti”1.
L’amministrazione americana ha quindi organizzato e strappato a Musharraf il suo ritorno nel paese con l’obiettivo di costituire una coalizione che includesse dei “moderati”, meglio in grado di sostenere la politica americana in Afghanistan ed in Pakistan.
Chiunque siano i mandanti di questo assassinio, la scomparsa di Benazir Bhutto è perciò un fallimento per la Casa Bianca nella sua crociata contro il terrorismo. Già impantanata nel caos iracheno e lungi dal venire fuori dalla melma afgana, gli Stati Uniti subiscono un ulteriore indebolimento sulla scena internazionale.
Pakistan, il “pezzo forte” dell’imperialismo americano
Che l’America si trova esposta ad una difficoltà supplementare rispetto al Pakistan non significa però che quest’ultimo possa approfittare di qualcosa da una tale situazione. Questa infatti non può che peggiorare. D’altra parte, il problema di fondo non è Musharraf in sé. Si tratta di una questione ben più ampia che riguarda le origini stesse della fondazione dello Stato di pachistano nel 1947, uno Stato conteso da varie parti, preda di molteplici tensioni di guerra e di pesanti pressioni interne ed esterne.
Il conflitto congenito tra il Pakistan e l’India è al primo posto. È questo conflitto che ha spinto lo Stato pachistano a dotarsi (sotto l’impulso di Bhutto padre) dell’arma nucleare. Ricordiamo che i dissensi indo-pachistani sul Cachemire e la corsa all’armamento nucleare tra questi due paesi sono stati al centro della minaccia di guerra nel 2002, con il rischio reale dell’uso dell’arma atomica. È stato solo sotto la forte pressione degli Stati Uniti che il pericolo di guerra è stato allontanato, perché quest’ultimi temevano che un tale conflitto avrebbe contrastato la propria prospettiva militare. Ma nessuno dei problemi tra Islamabad e Nuova Delhi è stato risolto. La corsa agli armamenti tra i due Stati ha preso tali proporzioni che, nel 2006, essi sono diventati i due canali principali di trasferimento di armi verso il terzo mondo, mentre continuano ad alimentare ogn’uno per proprio conto attacchi terroristi e ciechi attentati, fomentando il più ripugnante nazionalismo, con un disprezzo totale per le popolazioni che fingono di “liberare” dal giogo dell’avversario.
Il Pakistan ha giocato un ruolo importante anche nella guerra imperialista, nel quadro del confronto tra i blocchi dell’Est e dell’Ovest ai tempi della Guerra fredda. Durante gli anni 1980, il Pakistan è stato strategicamente importante per l’aiuto accordato dal blocco occidentale ai Mudjahidin che lottavano contro l’URSS in Afghanistan. All’epoca questi islamici non avevano al loro fianco solo Dio ma anche i missili Stinger americani della CIA.
Globalmente, la situazione strategica del Pakistan non è a suo vantaggio e rende la sua posizione molto complessa. Questo paese ha in effetti delle frontiere molto importanti con l’Afghanistan, l’Iran, la Cina e l’India.
Costretto con la forza a sostenere gli Stati Uniti nella loro “guerra contro il terrorismo”, non può però guadagnare niente da questa lealtà perché si trova alla convergenza degli interessi tra l’India, il suo nemico storico, e gli Stati Uniti, il Grande Boss che gli impone il suo diktat. D’altra parte l’altro suo “protettore”, la Cina, ha a sua volta appetiti imperialistici che lo spingono al conflitto con l’India ma anche con l’America, il che lo mette in un rapporto falso di fronte a Washington. Il tutto sullo sfondo di una guerra con l’Afghanistan che erode letteralmente il paese da tutte le parti ed una guerra mascherata ma permanente con l’India.
Qualunque sia il risultato elettorale di febbraio, il Pakistan non può scappare ad un’instabilità e ad un caos crescente che fanno aleggiare una minaccia supplementare sull’equilibrio di tutta questa regione del mondo.
Wilma (gennaio 21)
(da Révolution Internationale n°386)
1. Dimessa per due volte dalle sue funzioni per corruzione, coinvolta nell’assassino del fratello divenuto nel 1992 un potenziale rivale, per non citare che due esempi, non c’è dubbio che la sua carriera politica ha dimostrato che non aveva niente da invidiare, in quanto a colpi bassi, ai vari Nawaz Sharif e Pervez Musharraf.A metà gennaio, ci sono state violente tempeste in tutti i principali mercati azionari del mondo, dagli USA, all’Europa e all’Asia. Nello spazio di un solo giorno i valori sono caduti fra il 4 ed il 7%. La stampa ha parlato esplicitamente di perdite tra le più spettacolari dal 11 settembre 2001; dei timori crescenti per una recessione negli Stati Uniti con i relativi effetti devastanti sul commercio mondiale; del drastico taglio dei tassi di interesse della Federal Reserve, il più forte da 25 anni ad oggi.
Perché questa caduta nei mercati azionari?
Una dopo l’altra, le banche pubblicano dei risultati giudicati “mediocri” per il 2007. Le perdite legate alla crisi dei subprime continuano a stupire per la loro ampiezza. Le banche americane sono ovviamente molto toccate: ad esempio, gli utili della Bank of America sono caduti del 29% nel 2007, quelli di Walchovia del 98% nel quarto trimestre! Ma tutti i continenti sono toccati. Dopo le banche tedesche WestLB e Commerzbank, tocca oggi alla seconda banca cinese, Bank of China, annunciare perdite per parecchi miliardi di dollari. Il governo britannico è dovuto intervenire direttamente per salvare la Northernrock dal fallimento.
In Francia, dove fino ad oggi le autorità ed i mass media assicuravano che le banche francesi erano più responsabili, che non avevano le mani in pasta nella speculazione selvaggia, ecco un altro patatrac …AXA, BNP Paribas, Crédit Agricole, Richelieu Finance pubblicano a loro volta risultati terribili. Ma il massimo del ridicolo e del grottesco si è avuto quando la Société Generale ed il suo direttore Daniel Bouton hanno spiegato la perdita di 7 miliardi di euro ed il conseguente fallimento con lo “straordinario talento di dissimulazione” di Jérome Kerviel, un trader di 31 anni, sottolineando “l’incredibile intelligenza di questo operatore di base” le cui “motivazioni sono totalmente incomprensibili”. Conoscendo le procedure di controllo a menadito, questi avrebbe creato una “impresa dissimulata nelle sale contrattazioni” della SG, accusando lui da solo 4,9 miliardi di euro di perdita contro “soltanto” 2 miliardi di svalutazione degli utili legati alla profonda crisi dei subprimes! La menzogna è enorme e tutti gli specialisti hanno ovviamente emesso dei “dubbi” sulla validità di questa storia. Ma Bouton, Sarkozy ed il governo non mollano ed anche il segretario generale dell’OCSE, Angel Gurria, dà il suo contributo alla grossa bugia “Quello che succede alla Société Generale è diverso e non è sintomatico di una crisi del sistema”. Ecco lo scopo della manovra! Negare la realtà della crisi, fare credere che si tratti soltanto di un incidente di percorso, di una semplice frode.
Ma questa crisi c’è, eccome!. Non ha nulla di virtuale e la classe operaia inizia già a sentirne le conseguenze. Una dopo l’altra le banche annunciano delle “necessarie ristrutturazioni”, cioè ondate di licenziamenti: 4.000 posti in meno alle Casse di risparmio, 2.400 alla Indymac Bancorp (società di credito americana), 1.000 alla Morgan Stanley (banca americana); da 17.000 a 24.000 alla Citygroup (prima banca mondiale); dal 5 al 10% di effettivi in meno alla Merrill Lynch (banca d’investimento) ed alla Moody's (società di rating finanziario). E si tratta soltanto dei primi avvisi di un’ondata di licenziamenti che toccherà nei prossimi mesi tutto il settore bancario.
Dietro la crisi finanziaria, la crisi dell’economia reale
“Questa deriva borsistica è (...) piuttosto una buona notizia per alcuni. Ciò permette di risanare il mercato” (La Tribune, 22 gennaio). I media ci bombardano la testa con discorsi di questo tipo. Le convulsioni borsistiche e le difficoltà delle banche avrebbero anche un aspetto morale: gli speculatori che hanno commesso qualche eccesso vengono adesso puniti dal mercato e tutto starebbe semplicemente ritornando alla normalità. E’ falso! Dietro la crisi finanziaria attuale si nasconde una crisi profonda dell’economia reale.
La folle speculazione di questi ultimi dieci anni nasce dalle difficoltà delle imprese a vendere le loro merci. Il capitalismo è corroso da una malattia congenita e mortale per la quale non esiste alcun rimedio: la sovrapproduzione1. La sola soluzione del capitalismo è creare artificialmente degli sbocchi con un ricorso massiccio all’indebitamento ed al credito. Per fare fronte alla crisi asiatica del 1997, poi alla recessione del 2001, la borghesia ha aperto al massimo le valvole del credito. Mai i tassi sono stati così bassi, le banche non hanno neanche più verificano la solvibilità di chi chiedeva un prestito! Quest’estate, il reddito delle famiglie povere americane era per l’80% legato al credito, cioè compravano il televisione, il cibo, gli abiti... indebitandosi! I prestiti a rischio, chiamati subprimes hanno rappresentato, nel luglio 2007, 1.500 miliardi di dollari di debiti! Una montagna... ma una montagna che ha iniziato ad erodersi quindi a franare. Tutte queste famiglie indebitate sono state incapaci di rimborsare i loro debiti in scadenza. L’economia reale, fatta per gli operai di ondate di licenziamenti, di aumento della disoccupazione e d’impoverimento, ha riportato l’economia virtuale alla triste realtà. Effetto domino, le banche hanno accumulato le perdite che dichiarano oggi a colpi di miliardi di dollari. Inoltre, approfittando dei bassi tassi d’interesse, le banche, i magnati della finanza ed anche le imprese si sono a loro volta indebitati per poter speculare vendendo e rivendendo tra loro i subprimes contratti dalle famiglie operaie. Non sono quindi solo 1.500 miliardi, ma decine di migliaia di miliardi di dollari che non verranno mai rimborsati!2
È quindi la crisi dell’economia reale la causa delle frenesie speculative di questi ultimi dieci anni e degli scossoni finanziari attuali. Ma oggi, come un boomerang, le difficoltà delle banche si ripercuoteranno a loro volta su tutta la vita economica: “Gli storici lo sanno bene: le crisi bancarie sono le più gravi, perché toccano il centro nevralgico delle economie, in questo caso il finanziamento delle attività e delle imprese” (La Tribune, 22 gennaio). Prese nella tempesta, le banche non potranno più continuare a rischiare di fare prestiti a vuoto, senza essere sicure della solvibilità dei debitori. Le imprese e le famiglie avranno quindi più difficoltà ad indebitarsi, il che comporterà però un rallentano l’attività economica. Come ha scritto La Tribune: “Nella zona euro, dove le piccole e medie imprese dipendono per più del 70% dai finanziamenti delle banche, l’impatto della recessione è certo” (ibidem). È quello che gli specialisti chiamano “credit crunch” (contrazione del credito). Quest’impatto sull’economia reale inizia del resto già a farsi seriamente sentire. In particolare nell’ultimo trimestre 2007 l’economia mondiale ha fortemente rallentato, lasciando intravedere cosa ci riservano il 2008 ed il 2009. Un giornale come Le Monde, solitamente “riservato”, oggi non nasconde più la realtà di questa tendenza alla recessione: “L’indice Baltic Dry Index (BDI), che misura il prezzo del trasporto marittimo delle materie prime, è un buon indicatore del livello di attività del commercio... e dell’economia mondiale. Esso ha appena battuto quattro record al ribasso in un giorno (...) Se le previsioni dell’indice Baltic Dry si avverano, il rallentamento mondiale è già cominciato e sarà doloroso” (Le Monde, 21 gennaio).
Le prime vittime saranno ovviamente i lavoratori. La Ford, ad esempio, ha già annunciato la soppressione di 13.000 posti di lavoro (che si aggiungono ai 44.000 già eliminati nel 2006).
La borghesia non ha alcuna soluzione reale alla sua crisi storica
Di fronte a questa nuova crisi, la borghesia risponde con la sua eterna ed unica “soluzione”: ancora più crediti, ancora più debito. Il presidente americano, George Bush, ha così annunciato un piano eccezionale di 140 miliardi di dollari e la FED (banca centrale americana) un ribasso di 75 punti dei suoi tassi guida. Misure che non potranno affatto fermare lo sviluppo della crisi, al massimo frenarlo un po’.
Nel 1997, iniettando quasi 120 miliardi di dollari, la borghesia riuscì a circoscrivere la crisi in Asia. Nel 2001, lo scoppio della bolla Internet fu compensato dalla creazione di una nuova bolla, la bolla immobiliare. Ma oggi, non si tratta di una crisi di una regione della periferia (la crisi asiatica) o di un problema che può essere limitato ad un settore secondario (la bolla Internet). È il cuore del capitalismo ad essere toccato: l’America, l’Europa, e le banche. La crisi è dunque ben più grave, le sue conseguenze sulle nostre condizioni di vita saranno ben più drammatiche. Tutti gli economisti, al soldo della classe dominante, ci dicono che fortunatamente l’Asia ed i suoi fantastici tassi di crescita sosterranno, nonostante tutto, la crescita mondiale. Ma anche qui, la realtà è tutt’altra. Dinanzi all’evidenza dei fatti alcuni esperti iniziano a riconoscerlo: “Ma occorre constatare che la Tailandia ha annunciato ieri un rallentamento delle sue esportazioni in dicembre, così come Singapore o ancora Taiwan. La Banca mondiale ammette che dei canali di contagio della crisi ai paesi emergenti esistono: l’esposizione delle banche ai subprimes, (...) e (...) l’impatto sull’economia di una recessione negli Stati Uniti” (La Tribune, 22 gennaio). La Cina soffrirà in modo particolare per da diminuzione delle sue esportazioni a causa alla recessione americana. In breve, l’Asia, come tutti i continenti, sarà toccata da questa nuova accelerazione della crisi economica mondiale che qui si tradurrà in un aumento considerevole della povertà e della carestia.
Nei mesi e gli anni a venire, su tutto il pianeta, il proletariato sarà confrontato ad un deterioramento considerevole delle sue condizioni d’esistenza. La borghesia non avrà tregua nell’attaccare ed attaccare ancora. Ma i proletari stanno dimostrando la capacità di sviluppare le loro lotte. Di fronte a questo nuovo peggioramento della crisi ed al deterioramento delle loro condizioni di vita, possono solo continuare ad ampliare le lotte e forgiare la loro solidarietà di classe.
Pawel (26 gennaio)
1. Per una spiegazione più dettagliata dell’economia capitalista, leggi il nostro articolo “Cosa è la decadenza?” su www.internationalism.org [9].
2. Dopo i subprimes, altri tipi di credito arrivano poco a poco a scadenza ed anche qui si rischia una doccia fredda. Ad esempio, per il Credit Default Swap (CDS, tipo di credito a metà strada tra il prestito classico e l’assicurazione) “il totale del portafoglio commerciale mondiale in CDS si è sviluppato molto rapidamente a partire dall’inizio degli anni 2000 per raggiungere 45.000 miliardi di dollari nel 2007 (più di 3 volte il PIL americano). Si considera che questi profitti hanno grandi similitudini con il mercato dei subprimes. Se le imprese fallissero, le stesse cause produrrebbero gli stessi effetti, su scala molto più ampia” (Commissione per la liberazione della crescita francese, detta Commissione Attali).
Passata l’ennesima ubriacatura di propaganda elettorale, fatte sedimentare tutte le polemiche della vigilia, ci ritroviamo un quadro politico che ha meravigliato anche i più preparati esperti politologi e prodotto stati di sconcerto, se non di vera demoralizzazione, in non pochi compagni. Cosa è successo dunque? Anzitutto le elezioni sono andate, come ampiamente previsto, a Silvio Berlusconi e alla sua alleanza di destra, e su questo non ci piove vista la situazione che si era creata nell’ultima fase politica con la caduta del governo Prodi per motivi interni alla coalizione. Sull’altro versante il Partito Democratico, pur risultando perdente nei confronti del PdL, è riuscito non solo a tenere, ma ad accrescere la sua influenza elettorale visto che, sommando i voti ottenuti dalle sue componenti politiche alle precedenti elezioni, abbiamo 27,9% nel ’96, 32,1% nel 2001, 31,3% nel 2006 e 34,0% nel 2008 (1). Ricordiamo che la determinazione di Veltroni a correre da solo – ed in particolare senza la sinistra “radicale” – era stata dettata dalla necessità di ritrovare una credibilità di partito dopo il fiasco completo del governo Prodi, la sua inconcludenza per l’eccessiva litigiosità e per gli attacchi senza risparmi portati contro le condizioni di vita degli strati sociali più deboli.
Chi ha veramente perso è la sinistra “radicale” che ha perso non solo due terzi del suo elettorato, ma anche la faccia. Se la riduzione della sinistra era attesa, quello che non era atteso è l’entità di questo tracollo. Cos’è dunque che fa la differenza? Anzitutto le astensioni, che con questa tornata elettorale hanno avuto l’impennata più forte di tutta la storia della Repubblica con un incremento del 3,5%. Da questo punto di vista occorre rilevare che, come riportato dai sondaggi effettuati, questo incremento di astensioni è principalmente di sinistra. Per cui mentre l’elettorato di destra si è mantenuto ed anche rafforzato, quello di sinistra ha perso probabilmente qualcosa vicino ad un milione di voti, ovvero di uomini e donne che, dopo aver sempre votato a sinistra, oggi ormai stanchi di essere “rappresentati” da questi partiti, si sono astenuti dal voto (2). Ma indubbiamente per una parte importante la vittoria preponderante di Berlusconi è dovuta anche a spostamenti dell’elettorato da sinistra a destra e - in particolare - dalla sinistra “radicale” alla destra, particolarmente alla Lega di Bossi.
Lo scenario che si apre a questo punto è inedito perché queste elezioni, oltre a dare la vittoria a Berlusconi, hanno segnato la fuoriuscita dal Parlamento di formazioni politiche che hanno segnato la storia d’Italia. Non c’è più un partito “socialista” e non c’è più un partito “comunista”. Il Partito “Socialista” era già morto di fatto con il crollo del muro di Berlino e quello che era rimasto era solo un fantasma del passato. Ma la sinistra radicale, attraverso Rifondazione in particolare, era la continuità storica del vecchio partito “comunista”, ovvero di quel partito di stampo stalinista che tante nefaste responsabilità ha avuto nella storia d’Italia. Adesso il PD risulta essere la forza più di sinistra nel parlamento, eppure è solo un partito di centro!
La reazione del “popolo di sinistra”
Dal punto di vista psicologico questo fatto ha scosso molta gente. Subito dopo le elezioni c’erano tanti che si domandavano: “e adesso …?”. Altre persone, più o meno “di sinistra”, invece si interrogavano sull’accaduto e se la prendevano “con gli altri”, quelli che si erano astenuti o che avevano votato a destra, se le cose erano andate in un certo modo.
Occorre dunque riconoscere che, nonostante tutto, l’illusione del voto e della democrazia parlamentare è qualcosa che ha una presa ancora molto forte sui proletari in Italia. Nonostante la disillusione per i partiti e per la politica, dare ad un risultato elettorale tanta importanza è sintomatico di questo peso, tanto più che questi commenti vengono finanche da chi si era astenuto dal votare e che si è lanciato tuttavia a criticare gli altri lavoratori per non essersi comportato come lui, astenendosi. Un commento molto diffuso è stato infatti: “Perché non hanno disertato tutti quanti le urne?” come se fosse facile mettere d’accordo milioni di elettori a fare o non fare una certa cosa. E poi, quand’anche la percentuale di astensioni fosse stata più alta, quale risultato si sarebbe raggiunto? “Dare un segnale ai politici! Dare loro una lezione!”. E qui si sconta ancora una volta l’inganno del parlamentarismo pensando che, oggi come oggi, la politica della borghesia possa essere decisa o solo vagamente orientata dalla “volontà popolare”. Come abbiamo mostrato in un recente articolo (3), oggi il potere sta tutto nelle mani degli esecutivi ed ogni governo non fa quello che gli viene suggerito dal “popolo sovrano” ma quello che richiede la difesa del capitale nazionale.
Un altro giudizio che si è sentito molto in giro è sui lavoratori che sarebbero dei traditori per aver votato a destra, ed in particolare la Lega. O ancora: “Chi ha sempre votato a sinistra e adesso vota Lega è diventato qualunquista perché non ha più un’ideologia”. Queste osservazioni meritano un’attenta riflessione. Infatti, nonostante l’apparente ovvietà, queste riflessioni sono non solo sbagliate, ma esprimono per di più una comprensione della situazione completamente rovesciata. Chi pensa che votare per la Sinistra sia meglio che votare per la Lega esprime l’illusione che questa sinistra possa realmente fare ancora qualcosa per i lavoratori. Ma di quale sinistra parliamo? Di quella sinistra che trae origine dal vecchio PCI stalinista dove Togliatti, nominato ministro della Giustizia nell’immediato dopoguerra, dava la caccia ai cosiddetti sbandati, cioè la povera gente che tornava dalla guerra sfinita e demoralizzata, da una parte per riarmarla e mandarla di nuovo a combattere contro i “nuovi nemici” tedeschi, dall’altra trattandoli come teppaglia quando si lasciavano andare a qualche furto di generi alimentari (4). O ancora di quella sinistra che, tutte le volte che ha avuto responsabilità di governo, non ha mai tradito una sola volta la ragion di Stato, sottoscrivendo tutte le misure più infami contro i lavoratori, gli immigrati, la povera gente. Se Cofferati è noto come il sindaco sceriffo, Bassolino come il ras della Campania, D’Alema come il capo di governo che ha fatto la guerra alla Serbia bombardando le povere famiglie di Belgrado, tutti i governi di sinistra sono noti per aver dato le più grandi mazzate economiche ai lavoratori, ecc. ecc., possiamo ancora meravigliarci se la gente non vota più a sinistra? In realtà, se i lavoratori hanno scelto di votare al di fuori di ogni schema è proprio perché cominciano finalmente a capire che non c’è più nessun partito “ufficiale” che riesca a garantire loro una qualsivoglia prospettiva. E se il voto è andato alla Lega è perché questa, nella sua propaganda elettorale, ha toccato delle corde su cui molti lavoratori del nord sono sensibili (il salario, la sicurezza, la concorrenza per il posto di lavoro, ecc.). E’ vero che resta l’illusione che la Lega possa garantire qualcosa ai lavoratori. Ma per lo meno il voto non è più ammantato da alcuna ideologia.
Quali sono le prospettive?
Un’ultima considerazione va fatta su quale sarà il futuro della politica italiana. Con Berlusconi che ha una salda maggioranza che ruolo potrà avere la sinistra “radicale” nella politica italiana dei prossimi anni visto che non sta né al governo né in parlamento? Le forze di “sinistra borghese”, ovvero i vari partiti e partitini di sinistra più i sindacati, confederali e di base, hanno la funzione di tenere buona la rabbia operaia, di far credere ai proletari che c’è chi pensa a loro e per loro. Nella misura in cui queste strutture, oltre ad essere ampiamente screditate, non riescono neanche più a giocare un ruolo di opposizione in parlamento semplicemente perché non ci stanno, è evidente che si pone un problema serio per la borghesia. Il ruolo di falsa opposizione che la sinistra ha finora giocato in parlamento sarà espresso d’ora in poi nelle piazze, tanto più che adesso al governo ci sta un Berlusconi contro il quale si può dire quello che si vuole perché sembra fatto apposta per lasciare sfogare liberamente i proletari.
E’ in questa fase che occorrerà fare tesoro di tutte le nefandezze prodotte dalla sinistra borghese e non cedere alle lusinghe della piazza. I lavoratori devono tirare fino in fondo le lezioni di questi anni di sacrifici e comprendere che la loro emancipazione non può derivare che dalla loro lotta autonoma dalle arpie sia di destra che di sinistra.
Ezechiele, 25 aprile 2008
1. A proposito della vittoria di Berlusconi e del relativo successo di Veltroni vedi l’analisi sviluppata nei numeri scorsi di Rivoluzione Internazionale n°151, 153 e 154.
2. “A Torino l’astensionismo è stato superiore del 5% rispetto alle Politiche del 2006, ma il calo più significativo si registra nei quartieri simbolo della città operaia. A Mirafiori Sud, in particolare, la partecipazione al voto è scesa dall’82,63% al 76,42%. «Già una volta non ero andato a votare, dopo la vicenda Mani Pulite. Così come allora, non ho fiducia in nessuno, non avevo voglia di esprimere la mia preferenza per uno dei due schieramenti. E’ un moto di ribellione contro il sistema» dice l’operaio Capello. E aggiunge: «Hanno detto tutti, durante la campagna elettorale, che bisogna ridurre le tasse e aumentare i salari perché tutti cavalcano temi che si pensa facciano presa nell’elettorato di base. Ma in fabbrica la sensazione diffusa era quella di sentirsi presi in giro. Tanto la busta paga resta sempre uguale, dicevano i miei colleghi. E sarà così, vedrete. Ci vorrebbe un volto davvero nuovo … per ora è tutto desolante e triste»”. (da Liberazione del 15 aprile 2008).
3. Vedi l’articolo “L’avvenire non si trova nella scheda elettorale ma nella lotta di classe” sul nostro sito web.
4. Vedi gli articoli "Breve storia del PCI (ad uso dei proletari che non vogliono più credere a niente ad occhi chiusi) 1921-1936 [15]" su Rivoluzione Internazionale n° 63, “Breve storia del PCI (ad uso dei proletari che non vogliono più credere a niente ad occhi chiusi) 1936-1947 [16]” e "QUANDO IL PCI ERA AL GOVERNO... Circolare n° 3179 del 29 aprile 1946 [17]" su Rivoluzione Internazionale n°64 e l’opera di Arturo Peregalli: “Togliatti guardasigilli 1945-1946”, Edizione Colibrì.
Il ritiro di Air France rende ancora più drammatica la situazione dell’Alitalia e, soprattutto, di quelli che vi lavorano. Il prestito di 300 milioni, che l’uscente governo Prodi ha stanziato per dare un po’ di ossigeno all’azienda, viene utilizzato come giustificazione alla menzogna che una possibilità di salvaguardare i posti di lavoro per tanti proletari forse c’è. In realtà la prospettiva è che come minimo ci sarà un drastico ridimensionamento, perché più passano i giorni più le perdite aumentano e quindi un nuovo potenziale acquirente non potrà che offrire una soluzione ancora più dura di quella che aveva offerto Air France, esattamente come era peggiorata l’offerta di quest’ultima a distanza di soli pochi mesi dal primo piano presentato.
Quello che resta da chiarire è come si è arrivati a questo e perché.
Il caso Alitalia è da diversi punti di vista estremamente indicativo della situazione attuale dell’economia e dei rapporti tra le classi. Innanzitutto dimostra quanto sia precaria la situazione economica mondiale, per cui anche una grande azienda sostenuta dallo Stato può arrivare al fallimento. Nel capitalismo un’azienda, non importa di quale settore si occupi, può continuare a sopravvivere solo se è competitiva rispetto alle sue concorrenti. E quello del trasporto aereo è un settore che, negli ultimi decenni, ha visto un certo sviluppo di traffici, ma anche la nascita di tante nuove compagnie, in particolare le low cost, che hanno creato grande concorrenza e grandi sconvolgimenti: quello che sta succedendo oggi all’Alitalia è già accaduto ad altre grandi compagnie del settore, come i colossi americani Delta Airlines e TWA, o le compagnie di bandiera Sabena, belga, e Swissair, svizzera, tutte ridimensionate e/o vendute. Deve essere quindi chiaro che l’Alitalia, dal punto di vista borghese, non può continuare ad andare avanti e l’alternativa, sempre dal punto di vista borghese, è tra il piano di un compratore, tipo Air France, che assicura la sopravvivenza della compagnia, e il fallimento puro e semplice, che significa libri contabili in tribunale, commissariamento e smantellamento della compagnia (con la possibilità residua di un recupero di piccole parti dell’ex compagnia, come è avvenuto per Sabena e Swissair). Certo, sia l’una che l’altra ipotesi significano gravi conseguenze per i lavoratori, ma questa è la legge del capitalismo, e chi cerca di far credere che si possa affrontare, nel capitalismo, la crisi economica senza attaccare i lavoratori, mente; ed infatti l’altra offerta presentata inizialmente, quella della cordata Air One, era anche peggiore di quella di Air France.
Ed i primi ad aver sparso queste menzogne, ed illudere i lavoratori, sono stati i sindacati che, pur conoscendo benissimo la situazione, hanno fatto finta fino alle fine di volersi battere per una soluzione che salvaguardasse i lavoratori. E lo scopo di queste menzogne era, illudendo i lavoratori, impedire che fra essi si facesse strada una riflessione su come potersi difendere veramente dagli attacchi che si preparavano; nel frattempo invece i sindacati fingevano di poter trattare condizioni migliori per i lavoratori e contemporaneamente lavoravano per tenerli buoni e, soprattutto, divisi: a Milano mettevano al centro la difesa dell’aereoporto di Malpensa (e quindi dei lavoratori della Sea che lo gestisce), a Roma dicevano che il salvataggio di Malpensa non doveva mettere a repentaglio i posti di lavoro a Fiumicino; in questa maniera si finiva per far mettere i lavoratori in concorrenza impedendo loro di unirsi nella lotta, tutti assieme, in difesa del proprio posto di lavoro.
Una volta che i lavoratori si consegnano mani e piedi ai sindacati, alla fine non solo si arriva ad una sconfitta sul piano materiale immediato, ma si diffonde anche una certa demoralizzazione, come dimostrato dal fatto che interi comparti di lavoratori si sono dichiarati, di fronte all’abbandono delle trattative da parte dell’Air France, pronti ad accettare i sacrifici che questa proponeva, pur di chiudere la questione.
Questa sconfitta è il risultato della santa alleanza della borghesia: Stato (che non solo ha agito con l’Alitalia come qualsiasi altro padrone, ma ha scatenato le sue forze di repressione contro i lavoratori, quando questi, come i lavoratori dell’Atitech a Roma al momento del confronto Air France-Sindacati, hanno provato a far sentire la loro voce) e sindacati che hanno lavorato tra i lavoratori per consegnarli disarmati al piano padronale.
Ma il fatto che la situazione dell’Alitalia sia caratteristica della situazione attuale non significa che per i lavoratori non c’era nessuna possibilità di imporre un’altra soluzione: la lotta degli studenti francesi, che in quanto futuri proletari si sono battuti contro il progetto di Contratto di primo Impiego (CPE), arrivando a far ritirare il provvedimento, lo dimostra. Ma questo è stato possibile perché gli studenti hanno scelto la via della lotta autonoma, della ricerca della solidarietà non solo al loro interno, ma con l’insieme del mondo del lavoro, occupato e non, riuscendo, con questa impostazione, ad attrarre le simpatie degli altri lavoratori e la loro solidarietà, per cui il governo ha preferito ritirare il progetto CPE, piuttosto che rischiare una discesa in lotta di più categorie di lavoratori.
Anche all’Alitalia si poteva scegliere la strada di un’azione comune di tutti i settori di lavoratori (di terra e di volo), che mettendo al centro un obiettivo chiaro e comprensibile per tutti i lavoratori del paese, la difesa del posto di lavoro, e non quello dell’azienda o della sua “italianità”, come hanno predicato sindacati e politici, avrebbero certo attirato le simpatie del resto dei lavoratori, se non la loro solidarietà attiva. Ma questo solo i lavoratori potevano farlo, e non i sindacati, che hanno come ottica quella della compatibilità degli interessi dei lavoratori con quelli delle aziende, che sono invece inconciliabili perché solo l’aumento dello sfruttamento dei primi può salvaguardare i profitti delle seconde.
Se quindi i lavoratori dell’Alitalia sono stati sconfitti e demoralizzati - almeno questa sembra, purtroppo, la conclusione di questa vicenda - non è perché non può che andare così, ma solo perché hanno lasciato le cose in mano a quegli specialisti della sconfitta che sono i sindacati.
Prendere coscienza di questa dinamica è la sola strada che può trasformare una sconfitta immediata in prospettiva di una vittoria futura.
Helios, 23/04/08
La danza della morte del capitalismo
Lungi dalle parole rassicuranti di Prodi sul risanamento dei conti dell’azienda Italia e dalle spacconate di tutta la fase di propaganda elettorale di un Berlusconi, la gente sa che l’inflazione reale su generi essenziali come alimenti, gas ed elettricità sono ben al di sopra delle cifre ufficiali, così come la disoccupazione reale potrebbe essere tre o quattro volte quello che le statistiche governative proclamano. Se si prende l’esempio dell’aumento del prezzo del petrolio si vede che non ha una ricaduta soltanto sui singoli automobilisti ma ha un impatto sul costo di ogni prodotto che venga trasportato da veicoli che camminano su strada. La ragione per cui la gente è preoccupata è a causa del fatto che i prezzi vanno alle stelle, i servizi vengono tagliati e i lavori diventano più insicuri.
Ma i problemi che noi soffriamo in Italia non sono solo locali. L’economia nazionale è intimamente interconnessa con quella mondiale e, sebbene il nostro paese possa avere delle debolezze strutturali che tendono a penalizzarlo su certi piani, il problema è più profondo ed è dovuto ad una vera crisi dell’economia mondiale. La recessione negli Stati Uniti in particolare ha un impatto attraverso il mondo intero. In Giappone per esempio ogni recupero della sua economia dipende dalla sua capacità di esportare in America, la qual cosa non si verifica quando il valore del dollaro sta sprofondando e con una popolazione già massicciamente in debito e alla ricerca di spiccioli da raschiare in giro per pagare le sue ipoteche.
Quelle a cui assistiamo oggi sono dunque le convulsioni di un sistema in uno stato cronico di crisi, dove il capitalismo può guadagnarsi soltanto momenti momentanei di “salute” adottando misure suicide come il volo in ulteriori debiti che possono solo peggiorare la prospettiva della successiva caduta catastrofica.
La recessione americana: non c’è da chiedersi se c’è, ma solo quanto è profonda
La grande domanda che gira tra i media americani è se l’economia sia in recessione. Il National Bureau of Economic Research (ufficio nazionale di ricerca economica) (NBER) è un rispettato gruppo di parecchi economisti che fornisce risposte a tali domande, ma solo dopo che si è avuto un prolungato periodo di declino nell’attività come prova che possa essere esaminata. Altri economisti sono preparati per annunciare una recessione, ma spesso solo per minimizzare la sua importanza.
I dati recentemente annunciati dagli USA sulla disoccupazione sembrano mettere fuori ogni dubbio la presenza di una recessione. Questi mostrano le perdite di posti di lavoro per tre mesi consecutivi, con la caduta di 80.000 posti che è la più grande dal marzo del 2003. 2,6 milioni di posti di lavoro si sono persi nel settore manifatturiero negli ultimi due anni. Il New York Times del 4 aprile scorso dichiarava: “L’economia sta soffrendo gli effetti del collasso del settore degli alloggi, dello sgretolamento del credito e di un sistema finanziario in tumulto. Ciò induce la gente e gli investitori a esporsi di meno, a comprimere le spese, gli investimenti di capitali e le assunzioni. Queste cose a loro volta indeboliscono ulteriormente l'economia attraverso quello che è diventato un circolo vizioso.”
L’ex presidente della Federal Reserve Alan Greenspan ha una veduta a più lungo termine: “L’attuale crisi finanziaria negli Stati Uniti deve essere giudicata come la più lacerante dalla fine della seconda guerra mondiale”. In realtà la classe dominante sta guardando indietro al crollo del 1929 e alla grande Depressione degli anni ‘30 per trarre gli insegnamenti per oggi.
Per esempio, quando il ministro del Tesoro degli Stati Uniti Henry Paulson ha rivelato una revisione della regolazione del settore finanziario - la più grande dagli anni ‘30 – questa è stata accolta favorevolmente come una risposta allo “scricchiolio del credito” e al tumulto dei mercati. Paulson ha detto che non era una risposta alla situazione immediata ma una rettifica necessaria da lungo tempo. Le misure attuali danno ampi poteri alla Federal Reserve ed includono l’istituzione di una nuova struttura che dovrà assumere il ruolo dei cinque regolatori di operazioni bancarie esistenti. Come per altri aspetti del piano, l’effetto è di un ulteriore rafforzamento del ruolo di intervento dello Stato nell’economia. Lo Stato è l’unica forza nella società capitalista che può impedire che l’economia esca fuori da ogni controllo.
Con la Bear Stearns, per esempio, non è stata la prima volta che la Fed ha forzato una banca ad un matrimonio forzato con una istituzione finanziaria in fallimento. Un paio di mesi fa la Bank of America Corp. ha acconsentito di comprare la Countrywide Financial Corp, il più grande prestatore di fondi contro ipoteca degli Stati Uniti in seguito agli incoraggiamenti dalla Fed. Il problema di questa politica è che molte banche hanno già problemi di credito per proprio conto mentre altre sono già impegnate in operazioni di assorbimento di aziende.
La crisi attuale non sarà limitata al settore finanziario, ma si estenderà al resto dell’economia, con effetti sul commercio, i posti di lavoro e gli stipendi, e non solo negli Stati Uniti, ma nel mondo intero. In America, come in Italia e ovunque nel mondo, i livelli reali di disoccupazione e di inflazione non sono rivelati nelle statistiche ufficiali. Tuttavia, ci sono alcune drammatiche cifre che ci mostrano come la classe operaia negli Stati Uniti stia già soffrendo per la crisi dell’economia capitalista, al di là dei numeri di perdite di case, di tagli dei posti di lavoro e di aumenti dei prezzi. Come viene descritto dal New York Times del 31 marzo scorso: “Spinto da una miscela dolorosa di licenziamenti e di aumenti dei prezzi di alimenti e combustibili, il numero di Americani che ricevono i buoni pasto è proiettato verso i 28 milioni durante quest’anno, il livello più alto da quando il programma di aiuti decollò negli anni ‘60.” Questa proiezione proviene da una fonte ufficiale, il Congressional Budget Office.
Il collegamento fra la crisi e la lotta di classe
La crisi economica ha subito, a livello internazionale, una accelerazione importante. Dopo anni di bugie su uno sviluppo senza precedente la classe dominante adesso deve ammettere l’esistenza della crisi. Le sole opzioni aperte al capitalismo si trovano nell’intervento dello Stato e nel ricorso al debito. Non possiamo predire ogni particolare di che cosa si profila davanti a noi, ma possiamo vedere quello che viene minacciato. Vi è un’accumulazione enorme di pressioni inflazionistiche, che è qualcosa che non abbiamo visto negli anni ‘30. Vi è la minaccia del crollo di settori interi di alcune economie. Ed anche se le borghesie di diversi Stati sono capaci di cooperare ad alcuni livelli, ogni paese rimane tuttavia in competizione con ogni altro e non va a salvare le imprese in fallimento dei suoi rivali.
La natura sempre più simultanea della crisi a livello internazionale significa che diventa sempre meno credibile quello che alcuni propagandisti possono indicare come possibili motori capaci di trascinare il resto dell’economia al di fuori del pantano: i limiti di quello che possiamo attenderci dall’India e dalla Cina si stanno velocemente palesando.
Noi siamo testimoni di lotte della classe operaia che sono una risposta ad attacchi simili in diversi paesi: al posto di lavoro, ai servizi, ai salari, ai prezzi e alle pensioni. Nella misura in cui la crisi mostra sempre più chiaramente il legame tra le varie economie, c’è la possibilità che gli operai possano vedere i loro interessi internazionali comuni e capire che l’economia capitalista non può garantire i bisogni basilari della vita dell’umanità. La classe operaia è spinta è spinta in una lotta per la sopravvivenza contro gli effetti della crisi del capitalismo.
In questo periodo esistono lotte di lavoratori in tutte le parti del mondo, in Germania, in Grecia, in sud America, in Asia, lotte riportate sui mass-media ma molto più spesso ignorate da questi, lotte di resistenza contro gli attacchi ai salari, alle pensioni, alle condizioni di vita … La classe operaia si dovrà rendere sempre più conto che questo sistema non ha più nulla da offrire e, al tempo stesso, che per farla finita con questo occorre una risposta di classe unita e internazionale.
Car, 4/4/8
Con il seguente comunicato, Internacionalismo - sezione della CCI in Venezuela, analizza gli eventi in Sud America a seguito della presenza di truppe colombiane in territorio ecuadoriano.
Gli eventi
Nelle prime ore di sabato 2 marzo l'esercito colombiano bombarda un accampamento delle FARC situato nel territorio dell’Ecuador, a pochi chilometri dal confine colombiano. L'obiettivo della missione è eliminare il capo guerrigliero soprannominato Raúl Reyes, un importante membro del segretariato delle FARC, che viene ucciso con 16 guerriglieri. Il presidente della Colombia (Álvaro Uribe), che ha seguito l’intera operazione durante la notte, avvisa dell’azione il presidente dell'Ecuador (Rafael Correa), che reagisce in modo calmo dopo avere ascoltato le spiegazioni del presidente colombiano.
La domenica, Correa ha un cambiamento d’umore e decide di espellere l’ambasciatore della Colombia dall'Ecuador, ordinando un rinforzo della presenza militare sul confine con la Colombia. Il lunedì, l’Ecuador decide di rompere i rapporti diplomatici con la Colombia, accusando il presidente Uribe d’essere “un guerrafondaio”; successivamente il capo della polizia della Colombia ha dichiarato che i documenti trovati sui computer dei guerriglieri indicavano che c’erano collegamenti fra le FARC ed i governi dell'Ecuador e del Venezuela [1].
Domenica 3 marzo, Chavez, nella sua esibizione in televisione chiamata “Aló, Presidente”, dopo avere accusato Uribe d’essere “un gangster e un lacché imperialista” e minacciato di inviare un caccia bombardiere Sukhoi se il presidente colombiano avesse deciso di effettuare un’azione simile sul territorio venezuelano, ordina il ritiro del personale dell’ambasciata di Bogotá e la mobilitazione di 10 battaglioni militari verso il confine con la Colombia. Il lunedì, il presidente venezuelano dichiara l’espulsione dell’ambasciatore della Colombia; e quello stesso giorno (anche se non in maniera ufficiale), il governo venezuelano ordina la chiusura del confine con la Colombia [2].
Come prevedibile, questa situazione ha generato tensioni nella regione e preoccupazione presso la popolazione, principalmente sul confine colombiano - venezuelano.
Chavez intensifica le tensioni
La reazione del governo del Venezuela è stata sproporzionata, dato che la Colombia non ha effettuato alcun genere di azione militare sul territorio venezuelano. Tutti i commentatori sottolineano che la reazione del Venezuela è stata più estremista di quella dell’Ecuador, il paese “invaso”.
Si è ipotizzato che Chavez, dopo la prima reazione moderata di Correa (che condivide il progetto Chavista “della rivoluzione bolivariana”), abbia messo sotto pressione il presidente dell’Ecuador per rompere i rapporti con la Colombia e mostrare un fronte unito contro le aggressioni di Uribe.
Questa reazione esagerata del Venezuela non sorprende per niente. Il governo gauchista di Chavez ha sviluppato una strategia politica per posizionarsi come potenza regionale, basata sul potere che gli viene dal petrolio, e con esso, sfrutta un diffuso anti-americanismo usando i problemi sociali e politici dei paesi della regione e le difficoltà geopolitiche degli USA. nel mondo. Questa posizione ha condotto il Venezuela a sostenere politicamente e finanziariamente i gruppi e i partiti di sinistra nella regione, di cui alcuni sono già al potere, come è il caso di Evo Morales in Bolivia o Correa nell’Ecuador. La reazione di Chavez e la sua pressione sull’Ecuador non sono una sorpresa, poiché le operazioni della Colombia hanno rivelato l’aiuto che entrambi i paesi danno ai guerriglieri colombiani, consentendo la messa in opera di accampamenti sui loro territori per eludere i militari colombiani. La decisione del governo del Venezuela di mobilitare le truppe al confine con la Colombia era una risposta alla possibilità di attacco degli accampamenti dei guerriglieri in territorio venezuelano da parte dell’esercito colombiano.
Chavez ha avuto disaccordi politici e diplomatici continui con la Colombia che, con la scusa della lotta alla guerriglia e al traffico della droga attraverso il Piano Colombia iniziato nel 2000, è stata trasformata nella base militare più importante degli USA nella regione.
Cercando di destabilizzare il governo colombiano, Chavez ha dato un sostegno sempre più aperto alle organizzazioni guerrigliere (FARC ed ELN); inoltre dà un supporto politico (e forse finanziario) al Polo Democratico Alternativo, un partito gauchista colombiano che difende il progetto bolivariano contro il partito di Uribe al potere.
Il confronto Chavez-Uribe si è mantenuto più o meno in un equilibrio instabile fino a novembre dell’anno scorso, quando Chavez è stato considerato come mediatore possibile per “lo scambio umanitario” di vari ostaggi nelle mani delle FARC [3] con militanti di quella stessa organizzazione. Non dovremmo dimenticarci che la decisione inesplicabile del governo colombiano di utilizzare Chavez come mediatore per lo scambio di ostaggi con militanti delle FARC può fare parte di una strategia della borghesia degli USA per conoscere meglio le manovre delle FARC e di indebolirle geo-politicamente, come sta accadendo ora.
È vero che i guerriglieri sono stati indeboliti dalle azioni decise di Uribe [4], situazione che spiega l’insistenza di Chavez a difenderli come forza combattente, cosa che aprirebbe le porte alla loro trasformazione in un partito politico. La recente azione della Colombia in Ecuador potrebbe fare parte della necessità di ostacolare questa ultima opzione e mettere fine al processo unilaterale della restituzione degli ostaggi a Chavez e rendere pubblici i collegamenti del governo venezuelano con le FARC. Il governo colombiano, grazie ai suoi servizi segreti (sostenuti da tecnologia militare americana altamente avanzata), ha denunciato molte volte l’esistenza di campi della guerriglia nei paesi limitrofi della Colombia, specialmente in Venezuela e in Ecuador. Infatti, alcuni mesi fa, il presidente Uribe aveva già denunciato che il capo guerrigliero Raúl Reyes stava nascondendosi nel territorio ecuadoriano. Si potrebbe giurare che il governo della Colombia stava giusto aspettando l’occasione favorevole per eliminarlo [5].
Le borghesie statunitense e colombiana conoscono bene l’indebolimento di Chavez sul piano interno, rivelato dalla sua sconfitta al referendum del 2 dicembre scorso, il cui obiettivo era di renderlo eleggibile un numero infinito di volte. Le masse che avevano riposto in lui tutte le loro speranze cominciano a non credergli più. E’ per questo che il governo di Chavez cerca senza sosta di trascinare la popolazione in una campagna aggressiva contro il nemico esterno (gli USA o, più recentemente, la Colombia), al fine di distogliere l’attenzione delle masse dai loro problemi reali di tutti i giorni (penuria dei beni di prima necessità, criminalità, disoccupazione, …).
La strategia geopolitica degli USA è stata quella di lasciare che il chavismo si discreditasse progressivamente da solo, per cui il governo americano ha evitato di cadere nelle continue provocazioni; una situazione che ha portato Chavez a raddrizzare il tiro della sua aggressività nazionalista verso Uribe. La borghesia americana e i suoi alleati più coscienti nella regione sanno che i grossi profitti petroliferi non basteranno a saziare la voracità della borghesia bolivariana (la boliborghesia), che ha bisogno di enormi quantità di risorse per i suoi affari legali e illegali (frutto dell’alto livello di corruzione che regna tra le fila bolivariane); allo stesso tempo, mantenere una politica antiamericana (ai tempi della guerra fredda sostenuta dall’URSS) costa molto caro. Allo stesso tempo il prosieguo di una politica populista richiede grosse spese, motivo dell’indebolimento di questa politica nel 2006 (con grosse conseguenze per i settori più poveri della popolazione).
A causa del malessere sociale [6], il confronto con la Colombia e le mobilitazioni militari non hanno trovato il sostegno della popolazione del Venezuela. Gli appelli di Chavez, dell’Assemblea Nazionale e dei grandi burocrati del chavismo alla mobilitazione della popolazione alle frontiere sono stati ascoltati con indifferenza, con ostilità, o anche con l’idea che i due governi avrebbero fatto meglio a trovare un altro mezzo per risolvere i loro conflitti. Il governo ha beneficiato dell’appoggio dell’ex burocrate Lina Ron, che ha messo i suoi 2.000 partigiani al servizio del “comandante”! Questi fanno parte dei partigiani assoldati da Chavez che li utilizza per reprimere l’opposizione e le masse operaie che protestano o lottano per le loro condizioni di vita. D’altra parte, nel caso del Venezuela, le frazioni di opposizione della borghesia e i loro partiti hanno serrato i ranghi contro Chavez, mentre la borghesia colombiana faceva fronte unico attorno ad Uribe.
C’è un ulteriore fattore importante che gioca contro le tendenze belliciste del chavismo: la divisione delle forze armate, un riflesso della divisione che le diverse frazioni della borghesia hanno trasmesso alla popolazione civile. Anche se in maniera non aperta, è evidente che ci sono settori militari che sono in disaccordo con il tipo di relazioni che il governo intrattiene con la guerriglia: questa ha attaccato le forze armate venezuelane in più occasioni, facendo un gran numero di morti civili e militari. Secondo le dichiarazioni dell’ex ministro della difesa Raul Baduel, che dallo scorso anno è passato all’opposizione, e che proviene dalle forze armate, il governo non ha il sostegno delle classi medie, quelle che hanno la responsabilità delle truppe.
La dinamica della decomposizione
Anche se differenti paesi [7] e la stessa OAS cercano di minimizzare le tensioni nella regione, è evidente che è interesse del Venezuela prolungare la crisi. Perciò la pressione sull’Ecuador continua: nel momento in cui scriviamo questo comunicato, il presidente Correa ha appena fatto una visita a Caracas, occasione per lui e Chavez di ravvivare le fiamme del conflitto. Dopo di ciò Correa andrà in Nicaragua, occasione che servirà al presidente Daniel Ortega per rompere le relazioni diplomatiche con la Colombia.
E’ possibile che il conflitto non andrà oltre i grandi discorsi fatti dalle due parti. Tuttavia esiste un contesto di decomposizione che rende impossibile predire quello che può accadere:
- gli USA, con il loro piano Colombia, hanno introdotto nella regione dei motivi di instabilità che sono irreversibili: la Colombia è stata equipaggiata militarmente e dispone di forze armate ben addestrate, che, secondo gli specialisti, sono quattro volte superiori a quelle del Venezuela e dell’Ecuador riunite, disponendo inoltre del sostegno della tecnologia militare più avanzata. Una situazione che crea uno squilibrio nella regione;
- con la decisione di Uribe di denunciare davanti alla Corte di Giustizia internazionale Chavez per finanziamento ai gruppi terroristi, è possibile che la Colombia utilizzi i recenti avvenimenti per rafforzarsi e proseguire la denuncia di Chavez, discreditando il suo prestigio a livello internazionale; per esempio, la denuncia pubblica del sostegno del governo venezuelano alle FARC e la messa in campo di prove dell’esistenza di campi della guerriglia in territorio venezuelano;
- i chavisti, nella loro fuga in avanti, possono utilizzare qualsiasi mezzo per giustificare un confronto militare con la Colombia. In una sua recente dichiarazione, Chavez ha minacciato di nazionalizzare molte imprese colombiane.
Internacionalismo, marzo 2008
NOTA: venerdì 7 marzo, durante la riunione nella repubblica dominicana dei dirigenti dei diversi paesi dell’America latina, Uribe, Chavez, Correa ed Ortega non hanno cessato di abbracciarsi, cosa che è stata interpretata come possibile fine del conflitto. Noi sappiamo che i politici hanno l’abitudine di abbracciarsi anche se stanno tirando un pugno di nascosto ai loro avversari. Secondo noi Uribe ha chiaramente svelato i suoi piani contro i suoi avversari, che non avevano altra scelta che cercare di ostacolarlo. Può anche darsi che le tensioni diminuiscano provvisoriamente, ma la situazione di conflitto esiste sempre. Chavez ha bisogno di un nemico esterno; per sostenerlo, l’Ecuador ha deciso, per il momento, di non riprendere le sue relazioni con la Colombia.
1. Alcune delle prove trovate riguardano il trasferimento di 300 milioni di dollari e di armamenti dal Venezuela per le FARC. Nella stessa prova inoltre era precisato che le FARC avevano dato 50.000 dollari a Chavez nel 1992, quando questo era in prigione dopo il fallimento del suo colpo di Stato.
2. La Colombia è il secondo partner commerciale del Venezuela, subito dopo gli Stati Uniti. Il 30% delle importazioni del paese transitano attraverso la frontiera con la Colombia, tra cui un parte importante di generi alimentari. La chiusura della frontiera provocherebbe un aggravamento della penuria di prodotti alimentari nel paese, già molto pesante dalla fine del 2007. Questa è una espressione dell’irrazionalità della fuga in avanti del chavismo.
3. Tutta la questione dello scambio “umanitario” è stata accompagnata da una quantità di ipocrisie da parte delle diverse frazioni della borghesia, ognuna delle quali cerca di sfruttare la situazione (in particolare Chavez e le FARC) per la difesa dei propri interessi; molti paesi hanno preso parte a questa farsa “umanitaria” (fra cui la Francia). E tutti sono molto poco interessati alla sorte degli ostaggi, che, peraltro, sono in gran parte appartenenti ad istituzioni borghesi (Parlamento, partiti politici, ecc.). Dobbiamo denunciare con fermezza lo sfruttamento dei sentimenti delle masse in favore degli interessi geopolitica della borghesia.
4. La forza numerica delle FARC è caduta da 17.000 unità a 11.000 da quando Uribe è diventato presidente nel 2002. Quasi 7.000 guerrigilieri sono morti e più di 46.000 elementi delle FARC, dell’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale) e delle AUC (Forze Unite di autodifesa della Colombia) sono state smobilitate (fonte El Nacional, 3/09/07).
5. Secondo le più recenti notizie, la localizzazione esatta del leader della guerriglia Raùl Reyes è stata possibile dopo una chiamata di Chavez sul suo telefono cellulare.
6. Le proteste della popolazione sono sempre più frequenti. Dall’anno scorso, gli operai si sono mobilitati per migliori condizioni di vita e migliori salari, nel settore petrolifero, siderurgico, dei pneumatici, della sanità, ecc.
7. Uno dei paesi che può giocare un ruolo importante è il Brasile, perché Lula è “l’amico” di tutti i paesi in conflitto, e particolarmente di Chavez. La Francia, che si è molto immischiata nelle cose dopo il rapimento della Betancourt, ha adottato una politica ambigua che le ha attirato delle critiche: essa si è innanzitutto lamentata dell’incidente a causa del ruolo che Reyes giocava nella mediazione per la liberazione degli ostaggi, mostrando una posizione almeno confusa nei confronti delle FARC; in seguito essa ha giudicato necessario spiegare che le sue relazioni con Reyes non erano cominciate che a metà del 2007. In dichiarazioni più recenti ha “minacciato” le FARC di etichettarle come terroriste se la Betancourt dovesse morire.
Le proteste per il brutale trattamento della popolazione del Tibet hanno inseguito il passaggio della torcia olimpica fin dal momento in cui è stata accesa. Sembra che debbano raggiungere il punto culminante il 21 giugno quando la fiamma arriverà a Lhasa, capitale del Tibet.
A marzo le dimostrazioni nel Tibet si sono trasformate in tumulti in cui hanno perso la vita, secondo il governo cinese, 19 persone, vittime dei rivoltosi tibetani, mentre il governo tibetano in esilio dice che i morti sono 140, la maggior parte dei quali vittime delle forze di sicurezza. Ci sono notizie anche di tumulti in altre province abitate da significative comunità tibetane.
I cinesi hanno incolpato il Dalai Lama, il capo buddista tibetano in esilio, per incitamento alla violenza. Il segretario del partito comunista del Tibet ha detto “il Dalai Lama è un lupo camuffato, un mostro con la faccia umana e il cuore di un animale.” Un articolo nel Guangming Daily ha dichiarato che “il Dalai Lama ed i suoi sostenitori, rappresentanti dei proprietari feudali del vecchio Tibet, non hanno fatto mai niente di buono per il popolo tibetano negli ultimi 50 anni”. I gauchisti, sostenitori della repressione statale cinese, negano che ci sia una lotta di ‘liberazione nazionale’ nella regione, insistendo che i ‘secessionisti’ sono sostenuti dall’America e che il Dalai Lama è un fantoccio al soldo dei servizi segreti degli Stati Uniti che sfruttano l’occasione delle Olimpiadi di Pechino per insidiare l’integrità e la stabilità cinesi.
In opposizione a questo, la Campagna per il Tibet Libero afferma che “l'invasione cinese con 40.000 soldati nel 1950 è stata un’aggressione non provocata [...] si valuta che circa 1.2 milioni di tibetani siano stati uccisi dai cinesi dal 1950 [...] l’afflusso dei cittadini cinesi ha destabilizzato l’economia" e che ora ci sono “da 5 a 5.5 milioni di cinesi per 4.5 milioni di tibetani”. Nel frattempo “i rapporti del governo indiano dicono che ci sono tre siti nucleari missilistici e circa 300.000 truppe stazionate sul territorio tibetano”. Questa campagna ha molti sostenitori tra famose celebrità, da Richard Geere col suo discorso alla premiazione del 1993 dell’Academy Awards ad Harrison Ford, a Sharon Stone, agli U2 ed ai REM.
Accanto ai democratici radicali ed alle celebrità buddiste ci sono i gauchisti che vedono una lotta per l’indipendenza nazionale. “I tumulti e le proteste che sono scoppiati nel Tibet questa settimana sono il prodotto di decenni di oppressione nazionale” dice Socialist Worker (22/3/8). Il Socialist Workers Party è deluso che “lo sviluppo economico non abbia toccato la maggior parte dei tibetani. Il popolo cinese ed altre minoranze etniche hanno preso la maggior parte dei nuovi posti di lavoro creati - che è una delle ragioni per cui sono stati attaccati durante i recenti disordini.” Tali osservazioni sembrano rievocative del celebre slogan ‘vengono qui e si prendono i nostri lavori’ ...
Un certo numero di questi diversi punti di propaganda hanno un fondamento nella realtà. Non ci sono dubbi che l’invasione e l’occupazione cinese del Tibet sia stata una lunga cronaca di barbarie. È ugualmente vero che il regime dei Lama da loro rovesciato era basato su un secolare, vecchio sistema di sfruttamento. E non è privo di fondamento che ogni potenza imperialista cerchi di ostacolare le crescenti ambizioni imperialiste della Cina incoraggiando i movimenti di opposizione o di secessione nelle zone che essa controlla. Il punto non è se la CIA paga oppure no il Dalai Lama. L’imperialismo americano ha giocato spesso la carta dei diritti dell’uomo contro altri imperialismi: basta guardare all’intero periodo della guerra fredda quando i regimi in URSS ed in Europa Orientale erano l’obiettivo delle sue campagne. È inoltre significativo che il governo indiano mantenga un occhio di riguardo sul Tibet, a causa della minaccia del suo rivale regionale, l’imperialismo cinese.
Così, durante la recente visita di Stato del presidente francese, la ragione per cui Brown non si è dichiarato a favore del boicottaggio delle Olimpiadi, mentre Sarkozy non lo ha escluso, non era perché uno è più umanitario dell’altro, ma a causa dell’approccio differente nella difesa dei relativi interessi imperialisti. La difesa dei ‘diritti dell'uomo’ e l’opposizione ‘all’oppressione nazionale’ sono armi standard delle più criminali classi dominanti della storia. Quando parlano del loro desiderio di pace, hanno lo sguardo rivolto alla loro preparazione per la guerra.
Car, 5/4/2008
Gli ultimi cinque anni hanno mostrato uno sviluppo della lotta di classe a livello internazionale. Queste lotte si sono sviluppate in risposta alla brutalità della crisi del capitalismo e al drammatico peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro in tutto il mondo. Oggi, entrando in una nuova fase della crisi economica annunciata dalla crisi immobiliare negli USA, possiamo aspettarci un’intensificazione di queste lotte. In alcuni dei paesi in cui le condizioni dei lavoratori sono più miserevoli – Egitto, Dubai, Bangladesh – abbiamo già visto i germi dei futuri scioperi di massa. In Europa è riapparso nel 2006 con le proteste degli studenti in Francia un movimento di protesta proletario con un carattere di massa e tendenze verso l’autorganizzazione.
In questo momento stiamo assistendo in Germania all’inizio di una nuova fase di questo sviluppo. In un paese industriale importante collocato nel cuore della vecchia Europa capitalista, una simultaneità di conflitti sociali minaccia di esplodere in una reale ondata di lotte operaie.
Un altro anno di malcontento
Il 2008 è cominciato con la notizia che la compagnia ferroviaria tedesca Deutsche Bahn (DB) era obbligata ad accordare un incremento dell’11% sui salari e una riduzione di un’ora sulla settimana di lavoro per i macchinisti. Ciò è stato il risultato di mesi di un tenace conflitto che non è stato eroso né dalla dichiarazione di illegalità degli scioperi nazionali dei ferrovieri né dalla divisione dei lavoratori delle ferrovie praticata dai sindacati. Questo sciopero è stato poi seguito dalla mobilitazione nell’area della Ruhr intorno alla chiusura della produzione dei telefonini Nokia. Un giorno di azione in solidarietà con gli impiegati della Nokia a Bochum ha visto la mobilitazione per strada di lavoratori provenienti da innumerevoli settori differenti e l’invio di delegazioni da diverse parti della Germania. In particolare, gli operai della Opel di Bochum sono scesi anch’essi in sciopero a sostegno di quelli della Nokia quel giorno.
Nel frattempo, le rituali negoziazioni per i rinnovi contrattuali erano già cominciate. Gli scioperi dei siderurgici furono seguiti dalla sospensione del lavoro da parte di decine di migliaia di lavoratori del settore pubblico in tutto il paese. Da metà marzo, i medici degli ospedali municipali scesero in piazza chiedendo, come tanti altri lavoratori, un aumento salariale del 12%.
Ma è soprattutto il forte sciopero illimitato dei lavoratori dei trasporti locali di Berlino che, dalla fine della prima settimana di marzo, ha dimostrato che quest’anno la serie di negoziati sul salario stanno direttamente sfidando l’offensiva capitalista contro la classe operaia. Questo sciopero di 10.000 lavoratori – già il più vasto e il più lungo del suo tipo nella storia della Germania dal dopo Guerra in poi - ha manifestato una combattività e una determinazione che all’inizio ha preso di sorpresa la borghesia. Questo conflitto cresceva nel momento in cui le ferrovie tedesche facevano un ultimo tentativo per tirarsi indietro rispetto alle concessioni che erano state costrette a fare, e quando i negoziati nel settore pubblico erano sull’orlo della rottura. In quest’ultimo settore, lo Stato “offriva” ai suoi dipendenti un “aumento” salariale del 5% su due anni, chiedendo di rimando di allungare la settimana lavorativa di due ore! A Berlino, dove tutti i trasporti municipali erano in sciopero tranne i treni della suburbana (S-Bahn, controllata dalla DB) per questi lavoratori e per tutto il settore si apriva improvvisamente la prospettiva di andare allo sciopero non solo a Berlino ma in tutto il paese! La classe dominante ha dunque dovuto tirare il freno di emergenza (1). La compagnia ferroviaria ha ceduto qualche ora prima della ripresa di uno sciopero generale nazionale dei macchinisti. Allo stesso tempo, i datori di lavoro federali e municipali e il sindacato Verdi (2) hanno fatto appello all’arbitrato nel conflitto del settore pubblico, con la conseguenza che gli scioperi delle settimane successive sarebbero stati illegali. In questo modo, il governo, i datori di lavoro ed i sindacati hanno isolato lo sciopero alla compagnia di trasporto di Berlino (BVG).Ma il potenziale perché la simultaneità delle lotte degli operai ponga obiettivamente la loro interconnessione viene fuori non solo dalla profonda insoddisfazione generale derivante dalla perdita di valore degli stipendi reali. Vi è anche un accumulo di “esuberi di personale”. Alcuni giorni dopo la Nokia, è stato impedito il fallimento della banca semistatale della provincia della Nord-Reno-Vestfalia, la WestLB attraverso un’operazione di salvataggio dello Stato costata 2 miliardi di euro. Il costo per gli impiegati: 2000 licenziamenti, un terzo del personale e massicci tagli di stipendio per quelli che rimanevano. Lo stesso Stato che aveva distribuito miliardi per sostenere altri istituti di credito come l’IKB di Düsseldorf o la banca provinciale della Sassonia va ora dicendo agli operai del settore pubblico che non ci sono fondi disponibili per venire incontro alle rivendicazioni salariali!
In aggiunta alle vittime dell’attuale terremoto del mercato delle case, nelle settimane scorse un certo numero di compagnie industriali - Siemens, BMW, Henkel (Persil) - hanno annunciato contemporaneamente profitti da record ed esuberi di personale. La vecchia frottola raccontata agli operai delle aziende in difficoltà – e cioè che ristabilire il profitto con “il sacrificio” avrebbe salvato i loro posti di lavoro - è stata frantumata dalla realtà. Questi attacchi senza precedente hanno condotto non soltanto alle prime espressioni di resistenza quest’anno: Nokia, ma anche le dimostrazioni dei minatori nel Saarland contro la chiusura dei pozzi (3). Hanno anche contribuito a mettere in discussione la propaganda della classe dominante.
La politicizzazione della lotta
Uno dei segni più significativi dell’attuale maturazione della situazione è l’inizio di una politicizzazione cosciente e più aperta della lotta dei lavoratori. I recenti sviluppi della lotta ci forniscono tre importanti esempi.
1. Il ruolo dell’area industriale della Opel a Bochum nel recente conflitto alla Nokia. E’ vero che gli impiegati della Nokia si erano sentiti demoralizzati e intimiditi dalla provocatoria brutalità con cui la chiusura dell’impianto era stata annunciata. E fu in larga misura l’intervento massiccio dei lavoratori della Opel verso la Nokia - intervento con cui si chiamavano i lavoratori a lottare e si prometteva loro che avrebbero avuto sostegno ad ogni eventuale sciopero - che rese possibile la mobilitazione che ebbe luogo. Già nel 2004, uno sciopero selvaggio di una settimana alla Opel di Bochum aveva impedito la chiusura dell’impianto.
Oggi, i cosiddetti “Operaner” (gli operai della Opel) sono determinati a trasmettere questa lezione a tutti gli altri: la resistenza e la solidarietà degli operai paga! Quello che noi vediamo qui è l’emergere di avanguardie combattive nelle grandi concentrazioni operaie, che sono consapevoli del loro peso nella lotta di classe e determinate a metterlo in gioco a favore degli operai nel loro insieme. Un’altra di queste concentrazioni industriali è quella della Mercedes-Daimler che già negli anni ’90, attraverso uno sciopero di grandi dimensioni, impedì il taglio del pagamento dei giorni di malattia da parte del governo Kohl. Nel 2004 gli operai della Daimler che scesero in piazza a Stoccarda e a Brema contro i tagli salariali e dichiararono che stavano lottando non soltanto per se stessi, ma per tutti gli operai. Dovremmo anche ricordare che la Germania è ancora un paese con delle aziende enormi e con concentrazioni industriali di milioni e milioni in di operai altamente qualificati.
2. L’inizio del confronto aperto fra gli operai e gli organismi di sinistra controllati dal capitale si è concretizzato in occasione dello sciopero del settore dei trasporti BVG a Berlino. Questo sciopero non è soltanto una reazione alla perdita di valore degli stipendi reali nei confronti di una inflazione crescente. I lavoratori si ribellano anche contro le conseguenze dell’accordo salariale del 2005, che ha provocato tagli di stipendio del 12% e un orribile peggioramento delle condizioni di lavoro. Un contratto che Verdi, il principale sindacato del settore, difende ancora con veemenza. Consapevoli del fatto che la nuova “offerta” salariale che i padroni avrebbero fatto sarebbe stata una provocazione per i lavoratori, il sindacato Verdi aveva programmato in anticipo una giornata di protesta, prevista di sabato verso la fine di febbraio per causare il minor danno possibile. Ma quando gli operai hanno sentito che i loro stipendi sarebbero stati congelati al livello del 2007, con degli aumenti offerti soltanto a quelli impiegati dal 2005, sono scesi in sciopero per 24 ore e prima di quanto fosse programmato, anzi senza neanche aspettare il permesso sindacale. Tal’è l’indignazione dei lavoratori, e non solo rispetto ai tagli salariali effettivi ma anche riguardo ai tentativi evidenti di dividere gli operai, che il sindacato Verdi è stato obbligato ad abbandonare la sua ricerca di un “cordiale accordo negoziato” ed a convocare uno sciopero con tutti i mezzi a disposizione. Questo sciopero ha anche condotto ad un scontro aperto con la coalizione di sinistra “Rosso-Rossa” della Socialdemocrazia e dell’ala sinistra “Linkspartei” che governa a Berlino. Quest’ultimo partito, emerso dal vecchio partito stalinista tedesco SED che governava una volta la Germania orientale e che adesso si sta espandendo nella Germania occidentale con l’aiuto dell’ex leader dell’SPD, Oskar Lafontaine, denuncia lo sciopero come un’espressione della “viziata” Berlino Ovest! Ciò accade nello stesso momento in cui le frazioni potenti della borghesia tedesca stanno provando ad affermare il partito di Lafontaine e di Gysi come la quinta forza parlamentare capace di deviare il malcontento operaio sul terreno elettorale. Nessuna meraviglia se sera dopo sera le notizie della TV non menzionano neanche uno sciopero che sta generando caos nella capitale di un paese!
3. Stanno apparendo su internet dei primi blog dove, per esempio, i lavoratori delle ferrovie esprimono la loro ammirazione e la loro solidarietà per lo sciopero di BVG. Ciò è tanto più importante nella misura in cui in settori come quelli dei lavoratori ferroviari, dei piloti o del personale medico di ospedale - dove il peso del corporativismo è particolarmente forte - la borghesia sta rispondendo al crescente malcontento nei confronti dei sindacati tradizionali DGB attraverso lo sviluppo di nuovi sindacati pseudo-radicali, ma fortemente corporativi. Ciò viene fatto non solo per contenere la combattività in un ambito sindacale, ma anche per contrattaccare la radicalizzazione politica. Il sindacato dei macchinisti delle ferrovie, GDL, attualmente il favorito del gauchismo politico, è in effetti una caricatura di stampo parrocchiale e di conformismo non politico.
Il ruolo crescente del proletariato tedesco
La borghesia tedesca è stata per decenni orgogliosa del suo sistema di cosiddetta autonomia di trattativa salariale, un quadro giuridico rigorosamente definito all’interno del quale, sulla base della divisione settoriale e regionale dei lavoratori, i padroni ed i sindacati impongono la volontà del capitale. Tuttavia, il 2008 non è la prima volta, dal dopoguerra, in cui in Germania la classe operaia ha cominciato a mettere in questione questa struttura borghese. Dagli scioperi del settembre 1969 alle lotte di massa alla Ford di Colonia del 1973, gli scioperi selvaggi hanno contestato “gli accordi” imposti dai sindacati e dai padroni. Questo intervento autonomo della classe è stato provocato soprattutto dalle conseguenze dell’inflazione. Né è la prima volta che ci sono state mobilitazioni di lavoratori e solidarietà di classe in risposta alla chiusura di impianti. In particolare la lotta alla Krupp Rheinhausen nel 1987 è rimasta nella memoria collettiva della classe. Ma oggi abbiamo tutti e due i fenomeni assieme. L’inflazione e l’accumulazione degli effetti di anni di tagli reali allo stipendio hanno condotto ad una rabbia generalizzata. I licenziamenti e la disoccupazione di massa, se inizialmente possono frenare la combattività, alla fine provocano una riflessione sempre più profonda sulla natura del sistema capitalista.
Le lotte attuali sono la continuazione di quelle degli anni ‘60, ‘70 e ’80, lotte di cui occorre recuperare tutte le lezioni per armarsi adeguatamente per il futuro. Ma non ne sono una semplice continuazione. Sono anche un approfondimento di questa tradizione di lotta. Dopo il 1968 la Germania ha partecipato alla ripresa internazionale della lotta di classe. Ma era ancora in ritardo rispetto ad altri paesi a causa della particolare brutalità della controrivoluzione e della maggiore capacità che aveva all’inizio la Germania di resistere ai peggiori effetti della crisi del capitalismo.
Al contrario, il proletariato tedesco sta attualmente cominciando a raggiungere le sue sorelle e i suoi fratelli di classe di Francia e di altri paesi alla testa della lotta di classe internazionale
Weltrevolution, 14 Marzo 2008
1. Negli ultimi anni la funzione pubblica a Berlino ha smesso di negoziare con le province tedesche (Länder) allo scopo di condurre le trattative salariali per conto proprio e isolare così gli impiegati statali del posto dai loro colleghi di altre città. La scusa è la specificità della Germania contemporanea con una capitale che è non solo la città più grande, ma anche la più povera in tutto il paese.
2. “Ver.di” è la sigla del combattivo sindacato del pubblico impiego (eröffentliche Dienst), il più vicino a Lafontaine.
3. Per anni finora, le estrazioni nella regione della Saar hanno provocato regolarmente dei terremoti che hanno prodotto spesso considerevoli danni alle proprietà. Finora, questo non aveva mai interessato la classe dominante. Ma adesso, all’improvviso, un tale caso sta fornendo il pretesto per chiudere tutte le miniere restanti nella provincia.
Perché si pone oggi questa questione?
Anzitutto, vi sono degli elementi legati all’attualità che mettono in evidenza la difficoltà a comprendere chiaramente in cosa consiste la classe operaia.
Nell’autunno scorso, alcuni studenti che lottavano contro la legge “LRU” hanno manifestato la loro solidarietà ai ferrovieri in sciopero, cercando anche talvolta di realizzare delle assemblee generali in comune. Per contro, questi non hanno mai tentato di prendere contatti, per esempio, con le infermiere degli ospedali o gli insegnanti, andando sul posto per discutere. Perché?
L’immagine classica, cara alla borghesia e ai suoi mass-media, presenta l’operaio in tuta blu e con le mani callose. Ma che ne è dei milioni di disoccupati, di pensionati, di impiegati di ufficio, di funzionari, di lavoratori precari... ?
Chi fa parte della classe operaia?
Rispondere a queste questioni è una questione primordiale per continuare in avvenire a sviluppare, nella lotta, l’unità e la solidarietà.
Una questione simile si è posta in occasione della lotta della gioventù scolarizzata contro il CPE, nella primavera del 2006: la necessità di una solidarietà tra gli studenti e i lavoratori era evidente, tuttavia gli studenti non parlavano di “classe operaia” ma di “salariati”, il che significava che anche se comprendevano chiaramente che ciò che attendeva la maggior parte di loro era una vita di disoccupazione, di precarietà e di sfruttamento, essi non si consideravano come dei futuri membri della classe operaia.
In secondo luogo, e più in generale, le confusioni sulla natura della classe operaia sono state particolarmente diffuse in occasione del crollo dei regimi cosiddetti “socialisti” nel 1989: campagne sulla “morte del comunismo”, sulla “fine della lotta di classe”, fino alla “scomparsa della classe operaia”.
Perché è importante questa questione?
Perché queste false idee, che sono ampiamente alimentate dalle campagne e dalle mistificazioni della classe dominante, toccano i due punti di forza principali della classe operaia: la sua unità e la sua coscienza.
L’unità della classe operaia
Tutte le forze della borghesia sono interessate e partecipano alla divisione della classe operaia:
- I settori di destra: questi parlano solo di “cittadini tutti uguali davanti alla legge”. Per loro, non vi è divisione né antagonismo tra le classi sociali, tra sfruttati e sfruttatori. Bisogna manifestare una “solidarietà” tra “tutti i partner di una stessa impresa”, tra “tutti i cittadini di un paese”. Conclusione: il nemico dei salariati di tale impresa non è il loro padrone ma i salariati delle imprese concorrenti; il nemico degli sfruttati di un paese non è la loro borghesia nazionale ma gli sfruttati di altri paesi che lavorano per dei salari più bassi (e contro i quali bisogna prendere le armi in caso di guerra).
- I sociologi: sono specialisti nella ricerca di ogni sorta di categoria che tendano a mascherare le vere divisioni sociali tra sfruttati e sfruttatori. Fanno una serie di studi, con tanto di statistiche sulle differenze uomini/donne, giovani/vecchi, italiani/immigrati, credenti/non credenti, diplomati/non diplomati, ecc. (mentre vi sono delle femmine, dei giovani, degli immigrati, dei non credenti o dei non diplomati che appartengono alla classe degli sfruttatori e viceversa).
- La sinistra e soprattutto i sindacati: questi ammettono che vi sono degli sfruttatori e degli sfruttati, ma hanno l’abitudine di dividere questi ultimi tra imprese (parlano di quelli della “Renault”, di quelli della “Fiat”, ecc.), tra branche professionali (federazione sindacale dei trasporti, della funzione pubblica, dell’insegnamento, ecc.) ed anche tra paesi (usando talvolta un linguaggio sciovinista “produciamo italiano” quando si pone il problema della delocalizzazione di una impresa all’estero).
La coscienza della classe operaia
Questa consiste essenzialmente nella fiducia i sé stessa e nella coscienza della sua natura storica, del suo futuro.
- La fiducia in sé della classe operaia: i diversi settori della borghesia vogliono “mostrare” che la classe operaia non è più una forza nella società perché essa è sempre più ridotta di numero in quanto:
· Nei paesi sviluppati, vi sono sempre meno “colletti blu”, lavoratori “manuali” (i soli appartenenti alla classe operaia nelle definizioni ufficiali);
· là dove le “tute blu” aumentano, (Cina, India, ecc.), queste non rappresentano che una piccola minoranza della popolazione.
- La coscienza storica: si vorrebbe mostrare che non c’è niente da tirare dall’esperienza storica della classe operaia in quanto i salariati non sono più gli stessi di quelli del 19° secolo o della prima metà del 20° secolo.
Ecco la conclusione che la borghesia e tutti quelli che sono al suo servizio vogliono far tirare agli sfruttati: le idee socialiste, l’idea di un possibile rovesciamento della società capitalista potevano avere una giustificazione nel 19° secolo o all’inizio del 20° secolo, ma oggi sono delle idee assurde, una fantasticheria impotente.
Chi appartiene alla classe operaia?
- I lavoratori manuali appartengono tutti alla classe operaia?
NO: il panettiere o il macellaio proprietari dei loro commerci lavorano con le loro mani, ma non appartengono alla classe operaia perché questa è una classe sfruttata, che non è proprietaria dei suoi mezzi di produzione. D’altra parte, i piccoli commercianti non sono in generale molto amici degli operai che essi considerano spesso come dei “fannulloni”. In Francia, gli artigiani e i commercianti costituiscono le truppe di assalto di Le Pen. Per contro, il garzone salariato della macelleria o della panetteria appartiene alla classe operaia.
- Tutti gli sfruttati appartengono alla classe operaia?
NO: esiste per esempio (e sono numerosi nei paesi sottosviluppati) dei contadini poveri, non proprietari delle loro terre, che sono sfruttati dai proprietari fondiari a cui essi devono versare una percentuale delle loro entrate o un affitto annuo. Anche se questi possono conoscere uno sfruttamento spaventoso, essi non appartengono alla operaia. D’altra parte, le lotte che questi portano avanti mirano soprattutto a ottenere a ottenere una divisione delle terre, a trasformarsi in piccoli proprietari sfruttatori (come ce ne sono ancora in numero notevole in Francia o in Italia e che non sono esattamente dalla parte degli operai: essi costituiscono piuttosto la clientela di Le Pen). Di fatto, questo tipo di sfruttamento è una vestigia della società feudale, appartiene essenzialmente al passato.
Quali sono i criteri di appartenenza alla classe operaia?
La classe operaia è la classe sfruttata specifica del modo di produzione capitalista che è basato sul rapporto salariato. La specificità del capitalismo risiede nella separazione tra produttori e mezzi di produzione. I lavoratori che mettono in opera I mezzi di produzione non ne sono i proprietari, essi cedono in affitto la loro forza lavoro a quelli che li posseggono. Appartenere alla classe operaia suppone:
· Essere salariati: non si vende il prodotto del proprio lavoro, come fa il panettiere, ma si vende la propria forza lavoro a chi possiede i mezzi di produzione.
· Essere sfruttati: vale a dire che l’ammontare che riceve ogni giorno il salariato è inferiore al valore di quello che ha prodotto. Se ha lavorato per 8 ore, egli riceve l’equivalente di 4 ore e le altre 4 ore sono fatte proprie dal padrone (Marx ha chiamato “plus-valore” questo ammontare che non viene pagato al salariato). Non tutti i salariati sono degli sfruttati: i dirigenti delle grandi imprese sono spesso dei salariati ma con i loro salari di svariati milioni di euro per anno, è chiaro che non sono degli sfruttati. Lo stesso vale per gli alti funzionari.
Ciò suppone ugualmente non avere una funzione nella difesa del capitalismo contro la classe operaia: i preti o i poliziotti non sono proprietari dei loro mezzi di produzione (la chiesa o il manganello), essi sono dei salariati. Tuttavia, essi non hanno un ruolo di produttori di ricchezze ma di difensori dei privilegi degli sfruttatori e di mantenimento dell’ordine esistente.
Bisogna essere un manovale per appartenere alla classe operaia?
Assolutamente no! Per diversi motivi:
· Non vi è una separazione netta tra lavoratore manuale e intellettuale: è il cervello che comanda la mano. Alcuni mestieri “manuali” richiedono un apprendimento molto lungo e mobilitano attivamente il pensiero: un ebanista o un chirurgo sono entrambi dei “manuali”.
· D’altra parte, nel movimento operaio, non è stata fatta mai questa separazione: tradizionalmente, i correttori di bozze si consideravano come operai a fianco dei tipografi o degli operai addetti alle rotative. Spesso, essi erano all’avanguardia delle lotte operaie. Ugualmente, non vi è opposizione tra i conduttori di treni e gli “impiegati degli uffici”. Più in generale non c’è separazione tra “operai dalle mani callose” e impiegati.
· In più, a livello di parole, operaio vuol dire che “opera”, che lavora. In inglese operaio si dice “worker”, cioè chi lavora.
Bisogna arricchire direttamente un padrone per appartenere alla classe operaia?
NO! E’ chiaro che un operaio che lavora all’interno di un ospedale appartiene alla classe operaia. Ma è anche il caso di un infermiere che cura dei malati. Di fatto, questa partecipa a mantenere la forza lavoro che serve ad arricchire il capitalismo.
La stessa cosa vale per una istitutrice che partecipa alla formazione della forza lavoro che, più tardi, entrerà nel processo produttivo.
Ancora, un disoccupato (che momentaneamente non lavora) o un pensionato (vecchio produttore salariato e sfruttato) appartengono alla classe operaia non per la loro collocazione immediata nel processo produttivo ma per il posto da loro occupato nella società.
Conclusioni
Le lotte che possono condurre contro lo sfruttamento gli operai dell’industria, i ferrovieri, gli insegnanti, gli infermieri, gli impiegati di banca, i funzionari mal pagati, i disoccupati, ecc. ma anche gli studenti che entrano in queste professioni appartengono tutti alla lotta generale contro il capitalismo. Sono le lotte di resistenza contro gli attacchi sempre più brutali che questo sistema porta contro quelli che sfrutta. Sono anche delle lotte che preparano lo scontro generale e internazionale contro questo sistema in vista del suo rovesciamento.
Esattamente 40 anni fa, il 22 marzo 1968, cominciò a Nanterre, nel sobborgo ovest di Parigi, uno dei maggiori episodi della storia internazionale dalla fine della Seconda Guerra mondiale: quello che i media e i politici usano chiamare gli “avvenimenti del 68”. Di per se i fatti che accaddero in quel giorno non avevano niente di eccezionale: per protestare contro l’arresto di uno studente di estrema sinistra di Nanterre, sospettato di avere partecipato ad un attentato contro l’American Express a Parigi mentre si svolgevano violente dimostrazioni contro la guerra del Vietnam, 300 dei suoi compagni tennero un comizio in un anfiteatro e 142 fra loro decisero di occupare durante la notte la sala del Consiglio di Università, nell’edificio dell’amministrazione. Non era la prima volta che gli studenti di Nanterre manifestavano il proprio malcontento. Giusto un anno prima c’era stato in questa università un braccio di ferro tra studenti e forze di polizia sulla libera circolazione nella residenza accademica libera per le ragazze, ma interdetta ai ragazzi. Il 16 marzo 1967, un’associazione di 500 residenti, l’ARCUN decretò l’abolizione del regolamento interno che, fra l’altro, considerava gli studenti, anche quelli maggiorenni (più di 21 anni a quell’epoca), come minorenni. In risposta, il 21 marzo 1967, la polizia circondava su richiesta dell’amministrazione la residenza delle ragazze col proposito di arrestare i 150 ragazzi che si trovavano all’interno, barricati all’ultimo piano dell’edificio. Ma la mattina seguente gli stessi poliziotti si trovarono circondati da molte migliaia di studenti ed alla fine ricevettero l’ordine di lasciar uscire gli studenti barricati senza importunarli. Quest’incidente comunque, come altre dimostrazioni di rabbia degli studenti, in particolare contro il “piano Fouchet” di riforma universitaria nell'autunno 1967, non ebbe alcuno seguito. Non fu così invece dopo il 22 marzo 1968. In poche settimane, un susseguirsi di avvenimenti avrebbe portato non solo alla più forte mobilitazione studentesca dalla fine dalla guerra, ma soprattutto il più grande sciopero della storia del movimento operaio internazionale: più di 9 milioni di lavoratori entrarono in sciopero per circa un mese.
Per i comunisti, contrariamente alla maggior parte dei discorsi che già cominciano a propinarci, non fu l’agitazione studentesca, per quanto massiccia e “radicale” sia stata, a costituire la maggiore espressione degli “avvenimenti del 68” in Francia. Fu proprio lo sciopero operaio che occupò, e di gran lunga, questo posto rivestendo un significato storico considerevole. Tratteremo questa questione in altri articoli. Questo si limiterà ad esaminare le lotte studentesche di quest’epoca, in particolare, evidentemente, per coglierne il significato. (Gli altri articoli saranno pubblicati sul nostro sito web).
Dal 22 marzo al 13 maggio 1968
I 142 studenti che occupavano la sala del Consiglio, prima di uscire, decisero di costituire il Movimento 22 marzo (M22) allo scopo di tenere in piedi e sviluppare l’agitazione. Si trattava di un movimento informale, composto all’inizio da trozkisti della Lega Comunista rivoluzionaria (LCR) e da anarchici (tra i quali Daniel Cohn-Bendit), raggiunti a fine aprile dai maoisti dell’Unione dei giovani comunisti marxisti-leninisti (UJCML) e che, nelle settimane seguenti, contò più di 1200 partecipanti. I muri dell’università si coprirono di manifesti e di graffiti: “Professori, voi siete vecchi ed anche la vostra cultura”, “Lasciateci vivere”, “Prendete i vostri desideri per realtà”. L’M22 annunciò per il 29 marzo una giornata di “università critica” sulla scia delle azioni degli studenti tedeschi. Il preside decise di chiudere l’università fino al 1°aprile ma l’agitazione riprese fin dalla sua riapertura. Davanti a 1.000 studenti, Cohn-Bendit dichiarò: “Noi rifiutiamo di essere i futuri quadri dello sfruttamento capitalistico”. La maggior parte degli insegnanti reagì in modo conservatore: il 22 aprile 18 di loro, tra cui alcuni di “sinistra”, reclamarono “misure e mezzi per smascherare e punire gli agitatori”. Il preside adottò tutta una serie di misure repressive, in particolare la libera circolazione della polizia nel campus, mentre la stampa si sguinzagliava contro gli “arrabbiati”, i “gruppuscoli” e gli “anarchici”. Il Partito “comunista” francese (PCF) seguiva a ruota: il 26 aprile Pierre Juquin, membro del Comitato centrale, venne a fare un comizio a Nanterre: “Gli agitatori figli di papà impediscono ai figli dei lavoratori di sostenere i loro esami”. Dovette scappare via ancor prima di terminare il suo discorso. Sull’Humanité del 3 maggio, Georges Marchais, numero due del PCF, si scatenò a sua svolta: “Questi falsi rivoluzionari devono essere energicamente smascherati perché obiettivamente essi servono gli interessi del potere gollista e dei grandi monopoli capitalistici”.
Nel campus di Nanterre i tafferugli diventavano sempre più frequenti tra gli studenti di estrema sinistra ed i gruppi fascisti venuti a Parigi per “dare addosso al bolscevico”. Di fronte a questa situazione, il 2 maggio il preside decise di chiudere ancora una volta l’università che veniva intanto accerchiata dalla polizia. Il giorno seguente gli studenti di Nanterre decisero di tenere un meeting nel cortile della Sorbona per protestare contro la chiusura della loro università e contro l’invio al consiglio di disciplina di 8 membri di M22 tra cui Cohn-Bendit.
La riunione raggruppò solamente 300 partecipanti: la maggior parte degli studenti era impegnata attivamente a preparare gli esami di fine d’anno. Tuttavia il governo, che voleva farla finita con l’agitazione, decise di portare a segno un grande tiro facendo occupare il Quartiere latino e circondare la Sorbona dalle forze di polizia che penetrarono in quest'ultima, cosa che non accadeva da secoli. Gli studenti che erano rinchiusi nella Sorbona ottennero l’assicurazione che uscendo non sarebbero stati toccati; ma, se le ragazze poterono allontanarsi liberamente, i ragazzi invece, appena varcarono il portone, furono rinchiusi sistematicamente nei cellulari. Rapidamente, centinaia di studenti si raggrupparono sulla piazza della Sorbona ed insultarono i poliziotti. Cominciarono a piovere bombe lacrimogene: la piazza venne sgomberata ma gli studenti, sempre più numerosi, cominciarono allora ad assalire gruppi di poliziotti ed i loro automezzi. Gli scontri continuarono in serata per ancora 4 ore: vennero feriti 72 poliziotti e fermati 400 dimostranti. I giorni seguenti, le forze di polizia accerchiarono completamente i dintorni della Sorbona mentre 4 studenti vennero condannati e chiusi in prigione. Questa politica di fermezza, piuttosto che ridurre al silenzio l’agitazione, le fa acquistare al contrario un carattere di massa. A partire da lunedì 6 maggio scontri con le forze di polizia incominciarono a svilupparsi intorno alla Sorbona avvicendandosi con dimostrazioni sempre più seguite, indette dal M22, l’UNEF ed il SNESup (sindacato degli insegnanti delle Superiori) e raggruppando fino a 45.000 partecipanti al grido di “la Sorbona agli studenti”, “fuori i poliziotti dal Quartiere latino” e soprattutto “liberate i nostri compagni”. Agli studenti universitari si associarono un numero crescente di studenti liceali, insegnanti, operai e disoccupati. Il 7 Maggio i cortei oltrepassarono la Senna di sorpresa e percorsero i Campi Elisi, a due passi dal palazzo presidenziale. Si sentì riecheggiare l’Internazionale sotto l’Arco di Trionfo, là dove si sentiva, di solito, la Marsigliese o le Campane a morto. Le manifestazioni si estesero anche in alcune città di provincia. Il governo volle dare un segnale di buona volontà riaprendo l’università di Nanterre il 10 maggio. Nella serata dello stesso giorno decine di migliaia di manifestanti si ritrovarono nel Quartiere latino di fronte alle forze di polizia che accerchiavano la Sorbona. Alle ore 21 alcuni manifestanti cominciarono ad erigere delle barricate (approssimativamente una sessantina). A mezzanotte, una delegazione di 3 insegnanti e 3 studenti (tra cui Cohn-Bendit) venne ricevuta dal rettore dell’accademia di Parigi ma quest’ultimo, se accettò la riapertura della Sorbona, non poté promettere niente sulla scarcerazione degli studenti arrestati il 3 maggio. Alle 2 di mattina i CRS andarono all’assalto delle barricate dopo averle copiosamente infestate di gas lacrimogeni. Gli scontri furono di una violenza estrema provocando centinaia di feriti da entrambe le parti. Vennero fermati circa 500 dimostranti. Nel Quartiere latino molti abitanti mostrarono solidarietà ai manifestanti accogliendoli nelle loro case e gettando acqua in strada per proteggerli dai gas lacrimogeni e dalle granate. Tutti questi avvenimenti, ed in particolare le testimonianze sulla brutalità delle forze di repressione, venivano seguiti alla radio minuto per minuto da centinaia di migliaia di persone. Alle 6 di mattina “l’ordine regnava” al Quartiere latino che appariva come devastato da un tornado.
Il sabato 11 maggio l’indignazione a Parigi e nell’intera Francia era immensa. Cortei spontanei si formarono un po’ ovunque, raggruppando non solo studenti ma centinaia di migliaia di dimostranti di tutte le origini, principalmente molti giovani operai o genitori di studenti. In provincia numerose università furono occupate; dappertutto nelle strade, sulle piazze si discuteva e si condannava il comportamento delle forze di repressione.
Di fronte a questa situazione il Primo ministro, Georges Pompidou, annunciò in serata che dal lunedì 13 maggio le forze di polizia sarebbero state ritirate dal Quartiere latino, la Sorbona riaperta e liberati gli studenti arrestati.
Lo stesso giorno tutte le centrali sindacali, inclusa la CGT (che fino a quel momento aveva denunciato gli studenti come “estremisti”) ed il sindacato dei poliziotti, indissero per il 13 maggio uno sciopero ed una manifestazione per protestare contro la repressione e contro la politica del governo.
Il 13 maggio tutte le città del paese videro le più importanti manifestazioni dalla fine della Seconda Guerra mondiale. La classe operaia era presente massicciamente affianco agli studenti. Una delle parole d’ordine più gridata era “Dieci anni, ora basta!” in riferimento alla data del 13 maggio 1958 che aveva visto il ritorno di De Gaulle al potere. Alle fine delle manifestazioni, praticamente tutte università erano occupate dagli studenti ma anche da molti giovani operai. Dappertutto si parlava liberamente. Le discussioni non si limitavano alle questioni universitarie, alla repressione. Si cominciava a discutere di tutti i problemi sociali: le condizioni di lavoro, lo sfruttamento, il futuro della società.
Il giorno seguente le discussioni continuavano in molte fabbriche. Dopo le immense manifestazioni, con l’entusiasmo ed il sentimento di forza acquisiti era difficile riprendere il lavoro come se niente fosse successo. A Nantes gli operai della Sud-Aviation, trascinati dai più giovani, fecero uno sciopero spontaneo e decisero di occupare la fabbrica. La classe operaia cominciava a muoversi.
Il movimento studentesco nel mondo
Alla luce del susseguirsi degli avvenimenti che determinarono l’immensa mobilitazione del 13 maggio 1968, è chiaro che non è stata tanto l’azione degli studenti a determinarne l’ampiezza, ma piuttosto il comportamento delle stesse autorità che continuamente avevano buttato benzina sul fuoco prima di battere miseramente in ritirata. In effetti, le lotte studentesche in Francia, prima della scalata del maggio 68, erano state meno massicce o profonde rispetto alle numerose lotte negli altri paesi, in particolare negli Stati Uniti ed in Germania.
Fu nella prima potenza mondiale che nacquero, a partire dal 1964 i più massicci e significativi movimenti di quel periodo. Più precisamente fu all’università di Berkeley, nel nord della California che la contestazione studentesca prese, per la prima volta, un carattere di massa. La rivendicazione che, per prima, mobilitò gli studenti fu quella del “free speech movement” (movimento per la libertà di parola) in favore della libertà d’espressione politica (principalmente contro la guerra del Vietnam e contro la segregazione razziale) all’interno dell’università. In un primo tempo le autorità reagirono in modo estremamente repressivo, in particolare con la spedizione delle forze di polizia contro il “sit-in” (l'occupazione pacifica dei locali) facendo 800 arresti. Alla fine, a partire dal 1965, le autorità universitarie autorizzarono le attività politiche nell’università che intanto diventava uno dei principali centri della contestazione studentesca degli Stati Uniti, mentre fu principalmente con lo slogan pubblicitario “eliminare il disordine a Berkeley” che, contro ogni aspettativa, Ronald Reagan veniva eletto governatore della California a fine 1965. Il movimento si sviluppò massicciamente andando negli anni seguenti a radicalizzarsi attorno alla protesta contro la segregazione razziale, per la difesa dei diritti delle donne e specialmente contro la guerra del Vietnam. Mentre i giovani americani, specialmente gli studenti, fuggivano all’estero per evitare di essere spediti in Vietnam, la maggior parte delle università del paese furono centri di massicci movimenti contro la guerra; intanto si sviluppavano delle insurrezioni nei ghetti neri delle grandi città (la proporzione dei giovani neri fra i soldati spediti in Vietnam era molto superiore alla media nazionale). Dal 23 al 30 aprile 1968 l’università di Columbia, a New York, venne occupata per protesta contro il contributo dei suoi dipartimenti alle attività del Pentagono e in solidarietà con gli abitanti del vicino ghetto nero di Harlem. Fu una delle più alte espressioni della contestazione studentesca negli Stati Uniti che stava per conoscere uno dei suoi momenti più violenti a fine agosto a Chicago, con vere insurrezioni, durante la Convention del Partito democratico.
In questo stesso periodo molti altri paesi erano interessati da rivolte studentesche:
Giappone: a partire dal 1965 gli studenti dimostrarono contro la guerra del Vietnam, in particolare sotto la guida dello Zengakuren (?) che organizzava temibili scontri con la polizia. Nel ‘68 lanciarono la parola di ordine: “trasformiamo il Kanda [distretto accademico di Tokio] in Quartiere latino”.
Gran Bretagna: l’effervescenza cominciò fin dalla fine del 1967 nella rispettabilissima “London School of Economics”, una Mecca del pensiero economico borghese, dove gli studenti protestarono contro la nomina a presidente di un personaggio noto per i suoi legami coi regimi razzisti della Rodesia e del Sud Africa. Essa continuò fino all’inizio del ‘68 con manifestazioni di massa contro l’ambasciata degli Stati Uniti, mentre altre università del paese venivano coinvolte, in particolare Cambridge. Vi furono centinaia di feriti ed arresti.
Italia: gli studenti si mobilitarono a marzo in numerose università, e principalmente a Roma, contro la guerra del Vietnam e contro la politica delle autorità accademiche.
Spagna: sempre a marzo l’università di Madrid venne chiusa “indefinitamente” a causa dell’agitazione studentessa contro la guerra del Vietnam ed il regime franchista.
Germania: già dal 1967 si era sviluppata l’agitazione studentesca contro la guerra del Vietnam e si accresce l’influenza del movimento di estrema sinistra SDS, nato da una scissione della gioventù socialdemocratica; il movimento poi si radicalizzò e prese un carattere di massa con l’attentato a Berlino contro il principale leader di estrema sinistra, Rudi Dutschke, commesso da un giovane esaltato, notoriamente influenzato dalle campagne isteriche scatenate dalla stampa del magnate Axel Springer. Per molte settimane, prima che lo sguardo venisse rivolto verso la Francia, il movimento studentesco in Germania confermò il suo ruolo di referente per l’insieme dei movimenti che interessarono la maggior parte dei paesi europei.
Questa lista evidentemente è lungi dall’essere esaustiva. Anche molti paesi della periferia del capitalismo vennero interessati da movimenti studenteschi durante il 1968 (come il Brasile o la Turchia tra molti altri). E’ importante tuttavia ricordare quello che si sviluppò in Messico alla fine dell’estate e che il governo decise di schiacciare nel sangue (decine o addirittura centinaia di morti, il 2 ottobre in piazza delle Tre-Culture - Tlatelolco- a Città del Mexico) per permettere ai Giochi olimpici di avere luogo dal 12 ottobre “nella calma”.
Quello che caratterizzò l’insieme di questi movimenti, evidentemente fu, soprattutto, il rigetto della guerra del Vietnam. E bisogna anche aggiungere che in questo caso i partiti stalinisti non si trovarono alla loro testa come era logico che fosse essendo alleati dei regimi di Hanoi e Mosca, e come era capitato con i movimenti contro la guerra in Corea all’inizio degli anni 1950. Al contrario, questi partiti non solo non hanno avuto praticamente alcuna influenza ma spesso sono stati in netta opposizione contro questi movimenti.
Fu questa una delle caratteristiche dei movimenti studenteschi della fine degli anni ‘60 rivelando il significato profondo da loro ricoperto, e che noi esamineremo in un prossimo articolo.
Fabienne
L’inflazione crescente rende i bisogni basilari sempre più fuori dalla portata di una grossa parte dell’umanità. Il segretario dell’ONU Ban Ki-moon afferma che, “il drammatico aumento dei prezzi del cibo nel mondo è diventato una sfida di proporzioni globali”. Con il prezzo del riso aumentato del 74% in un anno (217% in due anni), il grano del 130% (136%), il mais del 31% (125%) e la soia dell’87% (107%), la maggior parte della popolazione mondiale è ridotta a vivere di stenti. Negli 82 paesi più poveri, dove dal 60 al 90% del budget delle famiglie è speso in cibo, questo aumento dei prezzi significa che molte persone soffriranno la fame, e moriranno. Già adesso 100.000 persone muoiono ogni giorno di fame nel mondo.
Oltre alle statistiche esistono altre prove della crescente fame nel mondo. Rivolte, dimostrazioni e scioperi per il cibo si succedono in Africa (Burkina Faso, Camerun, Costa d’Avorio, Egitto, Etiopia, Guinea, Madagascar, Mauritania, Marocco e Senegal), in Asia (Bangladesh, Indonesia, Pakistan, Filippine, Tailandia, Uzbekistan, Vietnam e Yemen) e nelle Americhe (Bolivia, Brasile, Haiti, Messico e Perù.)
Nel novembre scorso il governo degli Stati Uniti ha stimato che, nel 2008, 28 milioni di persone sarebbero rientrate nel programma di food stamp (1). La stima è stata rivista a gennaio perché le richieste erano già arrivate a 27,7 milioni, e si noti che solo il 65% dei possibili candidati ne avevano fatto richiesta. È vero che la situazione negli Usa non è la stessa dei paesi più devastati, ma se si pensa che dietro il food stamp esiste una rete di 200 banche del cibo regionali, circa 30.000 chiese e mense per poveri, allora si capisce cosa è la “prosperità” americana.
Molte spiegazioni, ma nessuna soluzione
Il capo del Programma Alimentare Mondiale dell’ONU, descrivendo la crisi come uno “tsunami silenzioso” che minaccia di lasciare più di 100 milioni di persone affamate, dice “Questa è la nuova faccia della fame – i milioni di persone che sei mesi fa non rientravano nella categoria degli affamati urgenti adesso ci rientrano”. Ammessa la crisi, la borghesia cerca di darne varie spiegazioni e suggerisce qualche miglioramento. La FAO punta il dito sui bassi livelli degli stock mondiali a seguito di raccolti sotto la media, su colture fallimentari, sulla crescente richiesta di sussidi per i cereali che producono biocarburanti, sui bassi livelli di produzione dei paesi dell’OCSE, sulla crescente domanda da paesi come India e Cina; e infine sui cambiamenti climatici.
“Paesi confrontati ad un’eccezionale insufficienza nel rapporto produzione/distribuzione come risultato di colture fallite, disastri naturali, blocco delle importazioni, sospensione della distribuzione, eccessive perdite nei raccolti, o altri tipi di interruzioni nelle forniture.
Paesi con una diffusa carenza di accesso, dove la maggior parte della popolazione è incapace di acquistare alimenti nei mercati locali, a causa di stipendi molto bassi, dei prezzi eccezionalmente alti dei generi alimentari, e dell’impossibilità di questi di circolare all’interno del paese.
Paesi con una seria insicurezza alimentare localizzata, dovuta alla presenza di rifugiati, alla concentrazione di persone senza abitazione, o aree in cui ai cattivi raccolti si combina la povertà pregressa.”
Se si cerca tra i fattori che minano la possibilità di una agricoltura sostenibile, è chiaro che la guerra ne influenza numerosi. Gli embarghi, il blocco della distribuzione e della circolazione interna, l’esodo o il continuo spostamento delle popolazioni da un posto ad un altro sono la conseguenza di conflitti passati o in corso. E questo crea un circolo vizioso. Quando il capo del FMI metteva in guardia sull’inedia totale e sulle terribili conseguenze se i prezzi degli alimenti fossero continuati a salire, disse: “come sappiamo, come abbiamo imparato dal passato, questo tipo di questioni a volte sfociano in una guerra.” Le guerre sono dei fattori che favoriscono la crisi alimentare, che a sua volta aumenta il rischio di guerra.
Non ci sorprende che la FAO parli di “crisi” e di “assistenza esterna”. Essa può pensare solo in termini di risposte alle emergenze immediate, ad azioni a breve termine per un problema che nel capitalismo non ha nessuna soluzione di lungo termine. Può solo concepire “aiuti esterni” perché, nell’anarchia della produzione capitalistica, i paesi poveri non hanno nessuna possibilità di uscire dalla loro attuale situazione, e contano sugli aiuti che i paesi ricchi gli inviano per sopravvivere.
Quando organizzazioni come la FAO, il FMI, la Banca Mondiale, il WTO ecc., si incontrano per parlare della crisi alimentare, riescono solo a proporre varie forme di aiuto, sussidi e prestiti. Ci sono a volte campagne per modificare qualche modello di produzione, ma questi possono solo avere effetti minimi sulla situazione complessiva. Il 2008, per esempio, è stato dichiarato l’anno internazionale della patata. La FAO enfatizza le qualità nutrizionali della patata e come questa sia stata trascurata quale potenziale risorsa di reddito. Ma nessun diversivo di questo tipo può risolvere il problema alla base, tanto meno i cosiddetti modelli di commercio “equo e solidale”, che comunque lasciano in piedi lo sfruttamento.
La realtà è che l’aumento dei prezzi degli alimenti, così come quello dei carburanti, non è altro che un diretto prodotto della crisi economica internazionale. Non è all’interno del capitalismo che si possono trovare gli strumenti per affrontare e risolvere la crisi alimentare , perché è il capitalismo stesso che la genera. Per questo non possiamo credere a nessuna soluzione che lasci intatte le regole del capitalismo. Questo sistema deve essere smantellato a livello mondiale e sostituito con un altro sistema di produzione nel quale il cibo e tutti gli altri beni necessari alla vita siano prodotti e distribuiti sulla base delle esigenze degli uomini, senza denaro né profitto.
Al summit sull’alimentazione di Berna, Ban Ki-moon metteva in guardia sullo “spettro della fame diffusa, sulla malnutrizione e sul malcontento sociale ad un livello senza precedenti.”
È lo spettro di una lotta di classe in crescita che disturba la classe dominante.
Car, 29/4/08
(da World Revolution n.314, pubblicazione della CCI in Gran Bretagna)
1. Il Food Stamp Program, organizzato dal Dipartimento dell’agricoltura degli Stati Uniti, aiuta le persone senza reddito o con un reddito basso ad acquistare alimenti aventi valore nutritivo. I buoni alimentari non sono contanti. Si tratta di una carta elettronica utilizzabile come una carta di credito per acquistare viveri.
Sono ormai passati due mesi pieni dalle elezioni politiche 2008 che hanno decretato l’espulsione dal parlamento italiano di qualunque rappresentanza di partiti di “sinistra borghese” (verdi, Rifondazione, ecc.) ed è venuto il momento di fare un bilancio “a freddo”, una volta digerito almeno in parte il clamore dell’evento.
Nell’editoriale dello scorso numero del giornale mettevamo in evidenza che “… dal punto di vista psicologico questo fatto ha scosso molta gente. Subito dopo le elezioni c’erano tanti che si domandavano: “e adesso …?”. Altre persone, più o meno “di sinistra”, invece si interrogavano sull’accaduto e se la prendevano “con gli altri”, quelli che si erano astenuti o che avevano votato a destra, se le cose erano andate in un certo modo.”
Nello stesso articolo facevamo inoltre la previsione che “il ruolo di falsa opposizione che la sinistra ha finora giocato in parlamento sarà espresso d’ora in poi nelle piazze, tanto più che adesso al governo ci sta un Berlusconi contro il quale si può dire quello che si vuole perché sembra fatto apposta per lasciare sfogare liberamente i proletari.” In questo articolo ci proponiamo di esaminare come è evoluta la situazione.
1. Il governo Berlusconi mostra i muscoli
Dalle prime mosse del 4° governo Berlusconi si è percepita un’atmosfera nuova, quella impressa da un governo di destra convinto e deciso ad essere tale. Le prime dichiarazioni lo avevano annunciato e le misure prese rispetto all’utilizzo dei militari per fare fronte alla questione sicurezza, all’introduzione del reato di clandestinità per contrastare l’immigrazione clandestina e la totale militarizzazione degli impianti di discarica come deterrente contro le proteste sociali lo hanno pienamente confermato. E’ chiaro che Berlusconi ha fatto carriera, ha imparato il mestiere, ma soprattutto la schiacciante vittoria sulla pallida sinistra gli permette di non esitare più negli affondi contro la classe operaia. Naturalmente Berlusconi è sempre Berlusconi e non smette di curare i suoi affari personali, come dimostrato dall’emendamento che ha tirato fuori dal cappello e costruito completamente ad personam per bloccare tutta una serie di processi, compresi guarda caso quelli contro di lui. Sintomatico di questo atteggiamento nuovo è il piano finanziario presentato di recente da Tremonti in cui, di tutti i problemi relativi al potere di acquisto delle famiglie e dei redditi che erano stati sbandierati durante la campagna elettorale non se ne parla più, mentre invece viene varata una manovra di ben 34,8 miliardi di euro, con 24 di tagli agli enti locali e 6 alla sanità e improntata a “meno costi, più libertà e più sviluppo”, come cita lo slogan del Ministro. Ma meno costi significa licenziare, ed ecco che il ministro Brunetta è pronto a puntare il dito sui cosiddetti fannulloni del pubblico impiego meritevoli di un più facile licenziamento. Così, nella sola scuola, sono già programmati 100.000 licenziamenti. Non è un caso che sempre Tremonti abbia detto: “Prima lo sviluppo poi potremo redistribuire la ricchezza. Se lo sviluppo funziona e c’è un aumento di ricchezza, questa sarà poi oggetto di una politica di equa divisione” (1). Ci vuole un bel cinismo a chiedere alla povera gente che non arriva alla quarta settimana del mese con lo stipendio di fame che riceve di continuare ad aspettare, sotto la pressione ideologica che ti fa apparire un fannullone o un parassita se protesti, ed è oltretutto vergognoso parlare di una “politica di equa divisione” di una ricchezza prodotta che è invece tutto frutto del sudore della fronte dei lavoratori e che arriva in quote percentualmente sempre più basse nelle tasche di chi lavora. Ma Berlusconi ha anche il tempo e l’ardire di fare il populista, cancellando l’ICI sulla prima casa, parlando (ma solo parlando) di eliminazione dei ticket sui medicinali, varando la Robin tax, che crea una maggiore tassazione di società petrolifere, banche e assicurazioni per togliere ai ricchi e dare ai poveri. Il fine dichiarato è quello di finanziare una carta prepagata da 400 euro che arriverà a un milione e duecentomila pensionati con mensili minimi e utilizzabile per cibo e utenze (2). E gli altri 4 milioni di poveri chi li sostiene? E tutte le famiglie ai margini dell’indigenza? Naturalmente a questi quesiti non ci sono risposte perché, il governo Berlusconi, come pure il precedente governo di “centro-sinistra” Prodi, è del tutto incapace di dare una qualsivoglia prospettiva alla gente.
2. Le reazioni nella classe operaia e i tentativi di recupero della “sinistra borghese”
La situazione che si vive nella classe operaia in Italia in questo momento è particolarmente importante. Infatti si sovrappongono sentimenti diversi, dallo scontento accumulato per le condizioni difficili in cui vive alla sfiducia crescente in questo o quel governo a risolvere a fondo le questioni. Come già detto nel precedente articolo (3) lo stesso contributo al voto di destra – in particolare alla Lega - attribuibile a settori di classe operaia è stato esso stesso espressione della perdita delle illusioni per i partiti sedicenti operai, anche se nell’immediato questo non si traduce in coscienza positiva di una alternativa di classe. Di fatto la situazione attuale vede nel proletariato in Italia un certo stordimento dovuto al fatto che, dopo una lunga sofferenza per una crisi di identificazione in una sinistra in cui tendeva a credere sempre di meno, vede che questa sinistra adesso viene profondamente punita e umiliata dai risultati elettorali. Questo evidentemente non può che dare i capogiri alla classe operaia perché, se è vero che il discredito di questa sinistra è forte, è anche vero che trovarsi da un momento all’altro senza alcuna rappresentanza di sinistra nel parlamento, oltre che nel governo, è qualcosa che non si era mai visto. E’ in questo contesto difficile e promettente al tempo stesso che si avanzano i tentativi della sinistra borghese per rifarsi una verginità e ridarsi una dignità. In queste ultime settimane infatti abbiamo assistito ad una serie incredibile di iniziative e di appelli da parte di tutte le possibili sfumature della sinistra borghese che tutte hanno toccato un tasto a cui sono molto sensibili in questo momento i proletari: ricominciare da capo sulla base dei nostri interessi, ritrovando l’unità e l’identità dei comunisti. Di questa lunga serie di iniziative abbiamo selezionato solo alcune delle più significative:
· l’intervento di Bertinotti che, con “Le ragioni di una sconfitta” (4), se la prende con “L'esperienza del governo Prodi (…) che ha fatto traboccare il vaso della crisi della sinistra. Esso ha pesato persino più di quanto si fosse pure diffusamente pensato a sinistra”, pur non lesinando qualche bordata ai compagni di viaggio: “A questo risultato ha certo concorso la sua disarticolazione interna, la sua divisione in partiti con culture di governo e di lotta assai diverse tra loro” per quindi riproporre un soggetto unico della sinistra;
· l’appello di Diliberto “Comuniste e comunisti cominciamo da noi” (5) in cui si dà la responsabilità a “l’emergere in settori dell’Arcobaleno di una prospettiva di liquidazione dell’autonomia politica, teorica e organizzativa dei comunisti in una nuova formazione non comunista, non anti-capitalista, orientata verso posizioni e culture neo-riformiste”, si prendono le distanze da “l’idea del soggetto unico della sinistra di cui alcuni chiedono ostinatamente una “accelerazione”, nonostante il fallimento politico elettorale” per quindi rivolgere un appello “ai militanti e ai dirigenti di Rifondazione, del PdCI, di altre associazioni o reti, e alle centinaia di migliaia di comuniste/i senza tessera che in questi anni hanno contribuito nei movimenti e nelle lotte a porre le basi di una società alternativa al capitalismo, perché non si liquidino le espressioni organizzate dei comunisti ed anzi si avvii un processo aperto e innovativo, volto alla costruzione di una “casa comune dei comunisti”;
· il Coordinamento dei Comunisti, che ha poi dato luogo al Movimento per la Costituente Comunista (6), secondo il quale le elezioni hanno “confermato il disconoscimento da parte dei lavoratori e delle lavoratrici dei partiti della sedicente Sinistra Radicale. (…) Il PRC, il PdCI, i Verdi hanno dimostrato la propria incapacità a difendere gli interessi degli sfruttati (…).” Per poi proporre alla fine “un processo unitario di costruzione di una Costituente Comunista indipendente a livello locale e nazionale, fuori e contro il bipolarismo”.
· La Costituente dei Comunisti Rivoluzionari (7), a sua volta, riconosce che alcuni (tra loro) avevano creduto che fosse possibile esercitare una pressione sul governo Prodi. “Ma la pressione di Rifondazione e PdCI – se c’è stata – non ha portato ad alcun effetto e viceversa abbiamo pagato la presenza al governo con la rinuncia a costruire lotte contro il governo che sostenevamo. (…) C’è chi, come Bertinotti e Vendola, propone una “costituente della sinistra” che superi il comunismo e dia vita, nei fatti, ad una forza socialista. C’è chi, come Ferrero e Grassi, propone di rilanciare Rifondazione Comunista. C’è chi, come Diliberto e Giannini, propone una “costituente dei comunisti”. Si tratta di proposte diverse ma accomunate da uno stesso riferimento di fondo: l’idea che si debba, prima o poi, tornare a governare con la borghesia “progressista”, col PD di Veltroni e D’Alema, nazionalmente come nelle giunte locali. (…) Noi (diciamo invece) mai più al governo!”
Questa miriade di costituenti, comitati e coordinamenti, che vengono fuori tutti da quella stessa Rifondazione e da quello stesso PdCI che adesso tutti criticano, somigliano tanto ai topi che fuggono dalla nave che affonda e che fino a qualche minuto prima aveva costituito il loro riparo sicuro. Ha ragione un lettore che, leggendo uno di questi appelli, si è così espresso:
“Tutti fanno appelli all’unità ma ognuno vorrebbe che gli altri si riunissero sotto la propria iniziativa già bella e confezionata. Dire che la storia ha azzerato i gruppi dirigenti sconfitti di PRC e PdCI è una pia illusione. Dite che “non pensiamo affatto di poter essere autosufficienti” ma poi nemmeno voi fate niente di concreto per confrontarvi sul serio con gli altri. Tutti fanno appelli, tutti invocano l’unità, ma nessuno risponde a nessuno ed urliamo tutti nel deserto…” (8).
Di fatto tutta questa frenesia della sinistra si spiega in un solo modo: cercare di spostarsi a sinistra, su un piano di maggiore demarcazione dai presunti responsabili dello sfascio, per cercare di recuperare un controllo sulla classe operaia. Ma, benché confusa, nella classe emergono con sempre maggiore insistenza e chiarezza delle espressioni di condanna per questa sinistra e la convinzione che si debba ricominciare su tutt’altra base:
“Forse potranno riavere qualche seggio ma essi sono fuori dai sentimenti profondi della parte più sensibile del giovane proletariato, giudicati quali spregevoli eunuchi del riformismo alla rovescia, scarti buoni solo per il bidone della spazzatura della storia.” (P., 26 maggio 2008) (9).
“Non sopporto questo sistema, non mi identifico con nessuno che pretende di rappresentami, perché in realtà nessuno mi rappresenta. Dietro i sorrisi, la musichetta anni '80, l’ostentato ottimismo c’è tanta paura, precarietà, preoccupazione, depressione, ansia, panico... e chi più ne ha più ne metta.” (S., maggio 2008) (9).
Queste voci nitide di classe che si levano all’interno di una situazione di esitazione e di incertezza, relative soprattutto a capire cosa fare in futuro, non devono essere disperse, non devono cadere nel nulla. Devono viceversa unirsi e fare corpo con quella dei rivoluzionari e partecipare a quel lavoro di chiarificazione e di solidarizzazione all’interno della classe operaia che è così importante per preparare le grandi lotte che si preparano davanti a noi.
Ezechiele, 23 giugno 2008
1. Ticket, fannulloni e card per poveri “Così faremo ripartire l’Italia”, La Repubblica, 19 giugno 2008.
5. www.comunistiuniti.it/2008/04/17/appello/#more-3 [27]
6. www.coordinamento-comunisti.it [28]
7. www.costituenterivoluzionaria.org [29]
8. L’intervento è presente sul sito www.coordinamento-comunisti.it [28]
9. Dalla corrispondenza di nostri lettori e simpatizzanti.
A più di sette mesi dallo scoppio dell’emergenza rifiuti in Campania nulla è stato risolto, anzi la situazione è peggiorata. Tonnellate di spazzatura continuano ad invadere le città campane, 2.500 solo a Napoli, e vanno in putrefazione sotto un sole cocente, un paradiso per ratti e scarafaggi; le settemila tonnellate di false eco balle continuano a troneggiare nelle campagne mentre le vecchie discariche, abusive e non, continuano a disperdere nel terreno chissà quali e quante sostanze nocive.
E cosa ha saputo fare lo Stato? Ben poco e quel poco nel disprezzo assoluto dell’ambiente e della salute della popolazione:
- si è continuato a stipare spazzatura in discariche ormai stracolme come in quella di Pianura;
-sono stati fermati gli impianti di Cdr per metterli a norma in modo da produrre delle vere eco balle, poi il nuovo governo ha deciso che, nel frattempo, questi impianti possono essere anche trasformati in siti di trasferenza, cioè dove viene accumulata la spazzatura in attesa che, in un futuro a venire, vengano trattati. Intanto i lavori per un impianto di compostaggio già in costruzione nella zona di Caserta (impianto da 6 milioni di euro e capace di trattare 30.000 tonnellate al giorno di rifiuto organico) sono stati interrotti perché sotto uno dei due capannoni destinati alla lavorazione dell’umido e sulla piazzola per il deposito del compost ultimato si è deciso di stoccare, non si sa per quanto tempo, una ventina di migliaia di tonnellate di balle. In altre parole, si blocca la realizzazione di strutture necessarie ad una futura gestione idonea dei rifiuti per riuscire a tamponare l’equivalente di appena 3 giorni di consumi campani, perché non si sa dove mettere la spazzatura;
- sono stati creati dei siti di stoccaggio provvisorio sempre nelle aree già altamente a rischio e invece di seguire una procedura a norma, che prevede che i rifiuti vengano prima pretrattati e stabilizzati in modo da renderli inerti e poi depositati fra strati di terreno, le tonnellate di rifiuti sono state ammassate su piattaforme di cemento senza alcuna stabilizzazione e senza essere ricoperti di terreno. Per di più in alcuni siti hanno accumulato tanta di quella spazzatura che il peso (o la base in cemento così mal progettata e realizzata) ha fatto incrinare le piattaforme di cemento per cui il percolato sta andando a finire nel sottosuolo;
- per quanto riguarda la costruzione di nuove discariche, l’esperienza ha ormai dimostrato che quando le discariche vengono approntate in tutta fretta, come ora quella di Chiaiano e di Serre, i lavori vengono fatti male, lo strato di argilla che dovrebbe garantire l’impermeabilizzazione non viene steso bene e questo si traduce nel fatto che alla fine queste discariche perdono, inquinando tutto il sottosuolo;
- è prevista la costruzione di nuovi inceneritori, ma intanto quello di Acerra è fermo. La Fibe, che lo ha gestito fino ad ora, si è fatta i conti in tasca e tra i tanti processi a suo carico e la difficoltà a gestire una situazione come questa, ha preferito tirarsi indietro. Gli altri imprenditori non hanno proprio voluto partecipare alla gara di appalto per questa “patata bollente”;
- in quanto alla raccolta differenziata, veramente non si sa se piangere o ridere di fronte alle grandi pensate del governo: per decenni non si è riusciti a metter su neanche le infrastrutture più elementari per la differenziata a Napoli ed adesso cosa si vuol fare? Sensibilizzare i bambini con tante iniziative nelle scuole e mandare 1.000 volontari della Protezione civile a Napoli (che ha più di 1 milione di abitanti), per due settimane, a fare la differenziata porta a porta! Certo, utilizzare le migliaia e migliaia di disoccupati “locali” che chiedono lavoro, non si può. Bisognerebbe pagarli!
Nonostante le assicurazioni di Berlusconi, le popolazioni campane hanno tutti i motivi per essere preoccupate perché, al di là delle tante chiacchiere che si stanno sentendo, il dato di fatto è che di fronte ad un tale disastro, le cui cause non sono certo né locali né contingenti1, quello che lo Stato riesce a fare è solo mettere delle toppe che nell’immediato danno un po’ di respiro, ma nel complesso non fanno che peggiorare la situazione.
Berlusconi ci assicura che entro luglio le strade saranno liberate dalle tonnellate di spazzatura, ma a quale prezzo? Gettando tutto in maniera indifferenziata nelle discariche, nei siti di stoccaggio provvisori e nello stesso inceneritore di Acerra per tre anni, comprese le sostanze altamente pericolose, sostanze che secondo le normative europee richiedono uno smaltimento speciale per la loro elevata tossicità. Poi magari fra qualche anno scoppierà un nuovo “scandalo” con tanto di statistiche ufficiali sull’aumento in queste zone della mortalità per tumori, delle malformazioni natali, delle malattie ai polmoni ed al fegato.
Oltre al danno anche la repressione e la militarizzazione
In effetti c’è però una cosa che il nuovo governo ha fatto, riscuotendo il consenso di tutta la borghesia: dal capo dello Stato Napolitano che nel suo discorso per l’anniversario del 2 giugno ha detto “basta con le intolleranze, basta con le ribellioni”, al governo ombra della sinistra che ha spinto perché il decreto sull’emergenza rifiuti fosse varato subito senza “perdere tempo con emendamenti”.
Questo governo ha mostrato il pugno di ferro. Cosa che il precedente governo avrebbe potuto fare solo con un ulteriore discredito della sua immagine di governo “di sinistra”.
Il 24 maggio a Chiaiano, la polizia carica ripetutamente con manganelli e lacrimogeni una manifestazione contro la nuova discarica dove c’erano persone anziane, donne, intere famiglie che già da anni subiscono sulla propria pelle le conseguenze del degrado ambientale. Bilancio: una decina di manifestanti finiti in ospedale tra i quali uno con le gambe fratturate perché per le manganellate ricevute sulle mani è caduto da un muro di dieci metri sul quale si era aggrappato. Un altro perché “Pensavo di mettermi in salvo - racconta - avrei voluto dire agli agenti che, se mi avessero sfiorato, mi sarei lanciato nel vuoto. Non ho avuto tempo, mi hanno spinto e sono caduto. Ho un bimbo di due anni, dovrò essere operato. Non potrò lavorare per molto tempo, chi mi ripagherà?” (La Repubblica, 24 maggio); tre persone processate per direttissima e condannate agli arresti domiciliari con l’accusa di partecipazione a episodi di guerriglia con l’aggravante del raid “collettivo”. Padre e figlio carrozzieri ed un ragazzo attivista dei centri sociali.
Commento del neo ministro degli Interni Maroni: “Azioni ingiustificabili le aggressioni alle forze dell’ordine” (La Repubblica , 25 maggio).
Ed oltre alla violenza e l’incriminazione anche la colpevolizzazione: “non bisogna chiudersi in visioni tipo ‘smaltire l’immondizia va bene ma da un’altra parte’. Se tutti dicono così, i rifiuti rimarranno nelle strade e sarà una catastrofe” (Napoletano, citato da La Repubblica, 31 maggio), oppure “…è chiaro che non fa piacere una discarica sul proprio territorio, ma è un principio di democrazia, di equità, che i rifiuti vengano gestiti nel territorio in cui sono prodotti” (Maroni, idem).
Ma non basta. Subito dopo con il nuovo Decreto di legge sull’emergenza rifiuti si sancisce che “I siti, le aree e gli impianti comunque connessi all’attività di gestione dei rifiuti costituiscono aree di interesse strategico nazionale”, cioè questi diventano zone militari. Il che significa non solo che Berlusconi può mandare l’esercito dove gli pare, visto che ormai la Campania è tutta una discarica, ma anche che “chiunque si introduce abusivamente nelle aree di interesse strategico nazionale ovvero impedisce o rende più difficoltoso l’accesso autorizzato alle aree medesime è punito a norma dell’articolo 682 del codice penale”. Tradotto: chiunque osa fare manifestazioni, picchetti o semplicemente sostare non solo davanti alle discariche ma entro un ampio raggio verrà arrestato immediatamente e tenuto in galera da tre mesi a un anno come minimo.
Essendo zone militari la stessa magistratura ha ora meno poteri di controllo e questo, come ci spiega Berlusconi “per evitare che provvedimenti di un singolo magistrato facciano saltare il circuito” (La Repubblica, 31 maggio), cioè il procedere dell’accumulo indiscriminato dei rifiuti.
E naturalmente ci si sbarazza anche delle limitazioni che potrebbero venire da tecnici ed esperti del settore, chiamati fin’ora a fare le valutazioni di impatto ambientale, decretando che da adesso in poi sarà il consiglio di ministri, su proposta del capo del governo, a decidere dove e come smaltire i rifiuti.
Insomma la gestione dei rifiuti diventa un “affare di Stato” in cui neanche gli esponenti locali della stessa classe dirigente, come ad esempio i sindaci, o un suo organismo come la magistratura possono interferire, perché la priorità in questo momento è porre un freno al dilagare dell’immagine di uno Stato inefficiente, di una classe dirigente corrotta e collusa con la camorra. Bisogna a tutti i costi dare una parvenza di ritorno alla normalità, ad un “vivere civile”. Infatti quello che preoccupa di più la borghesia è il fatto che questa sua incapacità a dare una risposta reale alle più basilari esigenze di vita della stragrande maggioranza della popolazione campana possa far generare una riflessione, e non solo a livello locale, sul fatto che se si è costretti a vivere così non è per colpa di questo o quel politico, dell’amministrazione di destra o di quella di sinistra, ma di un sistema che è capace solo di spremerti fino all’osso, di toglierti letteralmente la salute senza ormai riuscire a darti più nulla in cambio.
Se l’impiego della militarizzazione e della repressione rispondono nell’immediato all’esigenza di ridare credibilità alla classe dirigente e ristabilire una certa calma sociale, è vero però che questi alla lunga possono costituire un ulteriore elemento di discredito verso la classe dirigente e di riflessione. E’ significativo infatti che proprio a Chiaiano, dopo le cariche della polizia, i commenti erano del tipo “non solo ci fanno ammalare di cancro, ma ci prendono anche a manganellate e ci mettono in galera” oppure, alla notizia dell’impiego dell’esercito “adesso mandano l’esercito contro di noi, ma perché non lo hanno mandato prima contro la camorra?”. Il pericolo, per la borghesia naturalmente, è che si possa fare il legame tra questo degrado ambientale ed il degrado crescente che siamo costretti a subire sul piano economico e su quello delle condizioni di lavoro.
Un legame che è indispensabile per capire che il problema dei rifiuti è ben più grave e vasto di quello che si sta vivendo in Campania perché la sua origine è la stessa delle morti sul lavoro, della disoccupazione, del precariato, della mancanza di futuro: il sistema economico capitalista, la cui sola legge è quella del profitto2, ed alla quale si sacrifica ciecamente tutto, anche la vita degli esseri umani e di tutto il pianeta.
Eva, 22 giugno 2008
1. Sulle cause dell’Emergenza rifiuti vedi in nostri articoli “Emergenza rifiuti in Campania: di chi è la responsabilità”, CCIonline, it.internationalism.org [31], “Emergenza rifiuti in Campania: un sintomo del degrado del capitalismo” e “L’emergenza rifiuti è solo in Campania: una “zuppa di plastica” nell’oceano Pacifico” in Rivoluzione Internazionale n.154, sempre sul nostro sito.
2. Idem
Mai tanti paesi sono stati toccati simultaneamente da lotte e ciò testimonia la forza e la combattività operaia a scala internazionale. Anche in Italia, dove non ci sono episodi di lotte estese, ci sono state una serie di scioperi, lotte e proteste, in situazioni locali menzionate magari qui e lì in qualche piccolo trafiletto nella stampa o su internet, ma che fanno parte della dinamica alla ripresa dello sconto di classe che si sviluppa nel mondo. Come ad esempio la lotta degli operai della Fiat di Pomigliano D’Arco, vicino Napoli che per più di un mese hanno fatto manifestazioni, picchetti e assemblee davanti ai cancelli della fabbrica per opporsi al “trasferimento” di 316 operai in altra zona, perché giustamente percepito come anticamera al licenziamento, e al licenziamento di uno di loro che “dava fastidio” alla direzione.
In Europa
- Belgio: a marzo, scioperi alla Ford di Genk, alla Posta di Mortsel contro i contratti a tempo, sciopero del trasporto pubblico a Bruxelles e scioperi selvaggi in un gruppo petrolchimico BP e nell’impresa logistica Ceva contro dei licenziamenti.
- Grecia: 3 giorni di sciopero generale di 24 ore all’inizio dell’anno contro la riforma delle pensioni (riduzione delle pensioni dal 30 al 40.%, incitamento a lavorare oltre i 65 anni per gli uomini e 60 anni per le donne, soppressione dell’andata in pensione anticipata)2 e contro la riforma della sicurezza sociale (fusione di fondi, riduzione del numero di fondi assistenza con soppressione dei vantaggi in favore dei lavoratori con attività usurante). Questi scioperi hanno paralizzato le principali attività del paese: trasporto, banche, stazioni, telecomunicazioni, ferrovie, ecc. L’ultimo, il 19 marzo, ha raggruppato milioni di persone nelle strade.
- Irlanda: sciopero di 40.000 infermieri per più di 15 giorni fin da inizio aprile per rivendicare più del 10% di aumento salariale ed una riduzione del tempo di lavoro a 35 ore, mentre i piloti di Aer Lingus lottano contro le loro future condizioni di lavoro con l’apertura di un nuovo terminal a Belfast. Il 4 aprile sciopero selvaggio contro le direttive sindacali di 25 conducenti di autobus a Limerick per chiedere un nuovo contratto salariale.
- Russia: alcune miniere di bauxite sono state occupate da 3.000 lavoratori per più di una settimana. Reclamavano un aumento salariale del 50% ed il riconoscimento di diritti sociali precedentemente soppressi. Questo movimento ha suscitato una viva simpatia nel paese e l’appoggio della popolazione locale. La direzione ha concesso il 20% di aumento salariale ed ha riconosciuto una parte di diritti sociali.
- Svizzera: a Bellinzona (Ticino), un mese di sciopero di 430 operai di reparti meccanici contro la soppressione di 126 impieghi a CFF Cargo che è terminato il 9 aprile con il ritiro del piano di ristrutturazione (dopo la manifestazione del 7, a Berna, dove è stata manifestata la solidarietà di altri lavoratori).
- Turchia: la guerra in Kurdistan non ha impedito uno sciopero massiccio nei cantieri di Tuzla sul mar di Marmara di 43.000 operai. In seguito ad una manifestazione repressa dalla polizia, il 28 febbraio, molte migliaia di operai hanno scioperato per 2 giorni ed il sit-in davanti al cantiere è stato ancora una volta caricato dalla polizia (pestaggi e 75 arresti). “Le nostre vite hanno meno valore dei loro cani” hanno gridato con rabbia gli scioperanti, dimostrando volontà di battersi per la loro dignità! Gli operai non hanno ripreso il lavoro se non dopo la liberazione degli scioperanti arrestati ed dopo aver avuto dalla direzione la promessa di accettare alcune rivendicazioni (miglioramento delle condizioni di igiene e sicurezza, garanzia su contributi sociali e salario, limitazione del lavoro a 7 ore e mezzo al giorno...).
In Africa
- Algeria: 3 giorni di sciopero “illegale” nella funzione pubblica dal 13 aprile (1,5 milioni di salariati) per un aumento del salario di base ed contro una nuova gabbia salariale; il 10 aprile, sciopero di 207 magazzinieri in una fabbrica di cemento ad Hammam Dalaâ nella regione di M'sila con una lista di 17 richieste contro le loro condizioni di lavoro.
- Camerun: molti scioperi a ripetizione tra novembre 2007 e marzo 2008 contro le condizioni di lavoro inumane nei palmeti della Socapalm legati ad un gruppo belga ed al francese Bolloré.
- Swaziland: fine marzo, minaccia di 16.000 operai tessili di mettersi in sciopero per ottenere salari migliori e indennità in questo vecchio “bantustan” (regione autonoma) del Sudafrica.
- Tunisia: 6 e 7 aprile, 30 anni dopo lo sciopero generale e l’esplosione di rabbia del gennaio 1978 nella stessa regione, duramente represso (più di 300 morti), nuova repressione ed ondata di arresti nella zona mineraria del bacino di Gafsa contro operai mobilitati fin da gennaio contro la perdita di lavoro nella regione; sciopero contro le condizioni di lavoro il 10 marzo nella società di telemarketing di Teleperformance che impiega 4.000 persone.
In America
- Canada: sciopero selvaggio a Olymel (Vallée Jonction). Meno di un anno dopo la ratifica da parte dei sindacati di una convenzione che accettava il taglio del 30% dei salari ed il loro blocco per 7 anni in cambio di una promessa sul mantenimento del lavoro, un gruppo di 320 operai di una fabbrica di intaglio è sceso in sciopero spontaneamente in seguito ad una multa ad un operaio che è arrivato tardi sul posto di lavoro. La direzione fa intervenire il sindacato per chiedere la ripresa del lavoro e per non determinare un rallentamento della produzione; subito dopo, il 70% degli operai decide in Assemblea Generale uno sciopero selvaggio ed illimitato a partire dal 20 aprile.
- Stati Uniti: sciopero degli sceneggiatori di Hollywood e di 5.000 lavoratori della catena televisiva MTV; sciopero a Detroit (Michigan) ed a Buffalo (Stato di New York) di 3.650 operai dal 26 febbraio presso la Axle & Manufacturing Holding (fabbricante di componenti della General Motors e Chrysler) su appello del sindacato UAW contro una riduzione dei salari e dei benefici sociali; arresto del lavoro contro il proseguimento della guerra in Iraq ed in Afganistan annunciato il 1° maggio dagli scaricatori di porto della costa Ovest.
- Messico: 11 gennaio, sciopero nella più grande miniera di rame del paese a Cananea (provincia di Sonora nel nord del paese) per il miglioramento dei salari e delle condizioni di salute e sicurezza dei minatori. Questo sciopero è dichiarato illegale ed una repressione violenta della polizia e delle forze speciali della sicurezza si abbatte sui lavoratori (tra i 20 ed i 40 feriti, molti arresti). Dopo il riconoscimento da parte del tribunale della legalità dello sciopero, il 21 gennaio un nuovo sciopero coinvolge 270.000 minatori.
- Venezuela: lo sciopero massiccio dei siderurgici (seconda attività industriale del paese nella provincia della Guyana sull'Orénoque) è duramente represso dal presunto “campione del socialismo del 19° secolo” Chavez .
In Asia
- Cina: 17 gennaio, rivolta degli operai del Maersk nel porto di Machong. Soltanto in questa regione (dal delta del Fiume delle Perle al sud-est del paese in un perimetro molto industrializzato – 100.000 imprese, 10 milioni di operai - compresi tra Canton, Shenzhen ed Hong-kong), dall’inizio dell’anno scoppia almeno uno sciopero al giorno di più di 1.000 operai!
- Emirati: Dopo avere ceduto ad una parte delle rivendicazioni della massiccia rivolta degli operai e degli immigrati di Dubaï3, si scatena su questi una repressione che deve servire da “esempio”: condanna a 6 mesi di prigione dura ed espulsione a posteriori di 45 operai per “incitamento allo sciopero”. Ma questa lotta non è stata senza effetti: 1.300 lavoratori edili dell’Emirato vicino, il Barein, che subiscono le stesse condizioni di sfruttamento, prossime alla schiavitù, si sono messi in sciopero per una settimana all’inizio di aprile. Tale era grande il rischio di contagio nella regione che ottenuto rapidamente un aumento salariale. La mano d’opera straniera rappresenta più di 13 milioni di persone nei sei emirati del Golfo.
- Israele: a marzo, sciopero selvaggio degli addetti ai bagagli della compagnia El Al; sciopero per i salari degli impiegati alla borsa di Tel-Aviv che, fin dal febbraio scorso, perturbano quotidianamente i mercati finanziari per protestare contro le ore supplementari e la precarietà.
(da Révolution Internationale n. 390)
1. Sul nostro sito www.internationalism.org [9] si possono trovare articoli, volanti ed altro sulle lotte in Francia, in Spagna ed altri paesi.
2. Bisogna dire che il governo conservatore era stato rieletto a settembre 2007 con la promessa che non avrebbe toccato i trattamenti pensionistici.
3. Vedi “Lotte operaie a Dubaï”, su Rivoluzione Internazionale n. 154
Pubblichiamo qui di seguito un articolo inviatoci dai compagni del gruppo Internasyonalismo delle Filippine. Questo articolo ci mostra l’ipocrisia dalla classe dirigente filippina, sia al potere che all’opposizione, di fronte alla sofferenza della popolazione colpita da una crisi alimentare che non deriva dagli scarsi raccolti, ma dalla sete insaziabile dell’economia capitalista per il profitto a qualunque costo. Un costo che nell'immediato viene pagato dalla classe operaia e da masse poverissime colpite dal massiccio aumento dei prezzi degli alimenti, ma che, a lungo termine, sarà pagato dall’intera umanità per la cinica irresponsabilità della classe capitalista che sempre più rovina il sistema ecologico da cui dipende la produzione alimentare.
L’articolo si concentra sul ruolo della produzione dei bio-combustibili e sulla degradazione delle regioni risicole super sfruttate. Secondo noi va aggiunto un altro elemento: il ruolo giocato dalla diversificazione del capitale speculativo dai mercati interni degli Stati Uniti ed europei nel mercato delle materie prime - ed in particolare nel mercato dei “futures” per gli alimenti. Secondo Jean Ziegler, il Relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto al cibo, mentre l'uso del grano per la produzione del bio-combustibile è il principale responsabile per l’aumento dei prezzi degli alimenti, il 30% dell’'aumento può essere direttamente attribuito alla speculazione sui mercati delle materie prime1.
Solo recentemente i media hanno posto l’attenzione sulla crisi alimentare mondiale, ma questa si sta sviluppando costantemente da decenni. Anche se le rivolte per il cibo, da Haiti al Bangladesh, dal Pakistan all’Egitto, hanno posto all’attenzione mondiale l’ascesa dei costi dei prodotti di base, queste sono tutte il diretto risultato di anni di devastazioni accumulate dal capitalismo. Per un certo tempo i governi nazionali, come quello del regime di Arroyo, hanno cercato di ignorare i segni della crisi incombente, anche quando il prezzo del riso nei mercati pubblici è aumentato vertiginosamente raggiungendo il valore più alto degli ultimi 34 anni nelle Filippine. Il presidente filippino ha persino fatto una battuta arguta dicendo che non c’era scarsità di riso perché è “un fenomeno fisico che la gente si metta in coda sulla strada per comprare il riso. Vedete le code oggi?”2.
Il mondo è nel pieno di un aumento senza precedenti del prezzo degli alimenti, come non si vedeva da decenni. Gli aumenti interessano la maggior parte dei generi alimentari, specialmente i principali alimenti come mais, riso e frumento. Secondo la FAO tra marzo 2007 e marzo 2008 i prezzi del grano sono aumentati dell’88%, oli e grassi del 106% e i prodotti caseari del 48%. Un rapporto della Banca Mondiale ha precisato che in 36 mesi (fino a febbraio 2008), i prezzi di tutti gli alimenti sono aumentati dell’83% e ritiene che la maggior parte dei prezzi degli alimenti rimarrà ben al di sopra dei livelli del 2004 fino al 2015 come minimo3.
In Tailandia la qualità di riso più consumata, che veniva venduta cinque anni fa a 198 dollari la tonnellata, è stata quotata a più di 1.000 dollari la tonnellata il 24 aprile 2008 e secondo i commercianti e gli esportatori continuerà ad aumentare a causa della difficoltà nei rifornimenti4. Lo stesso fenomeno si ripete dappertutto. Nelle Filippine il prezzo del riso, dal prezzo al dettaglio di 60 centesimi di dollaro al chilo di un anno fa, è aumentato oggi fino a 72 centesimi. Ed in un paese dove 68 milioni dei suoi 90 milioni di abitanti vive con meno di 2 dollari al giorno, questo si è trasformato in un incubo dalle proporzioni orribili5.
La crisi alimentare mondiale è il risultato inevitabile della crisi permanente del capitalismo dalla fine degli anni ‘60. Varie economie nazionali hanno combattuto per rimanere a galla in un mondo di intensa competizione e di speculazione capitalista in un mercato mondiale già saturo. Di conseguenza i governi hanno adottato politiche economiche che si sono orientate verso l'incoraggiamento dello sviluppo di industrie che potevano iniettare più dollari nelle rispettive economie piuttosto che di quelle che potevano soddisfare le esigenze della popolazione. Questo, insieme ad un uso insostenibile delle risorse naturali e l’assalto al profitto di una produzione industriale che aggrava l’inquinamento e l’emissione di gas serra dappertutto, pone l’umanità di fronte alla sua distruzione a causa dell’intruglio delle ricette capitaliste.
L’uso di azoto e della super aerazione dei terreni per aumentare le produzioni agricole capitaliste hanno distrutto la produttività totale dei fertili centri agricoli di una volta. E mentre è vero che l’applicazione di metodi avanzati in agricoltura all’inizio della rivoluzione verde ha determinato dappertutto aumenti nella resa, in seguito abbiamo visto cadute graduali nella produzione in molte parti del mondo. Secondo un rapporto dell’Istituto di Scienza nella Società di Londra: “In India, la produzione di grano per unità di fertilizzante utilizzato è diminuita di due terzi durante gli anni della Rivoluzione Verde. E lo stesso è accaduto altrove. Fra il 1970 e il 2000, la crescita annuale nell’utilizzo di fertilizzante sul riso asiatico è stata da 3 a 40 volte maggiore della crescita della produzione di riso. Nel centro di Luzon, nelle Filippine, la produzione di riso è aumentata del 13% durante gli anni 80, ma è stata ottenuta al prezzo di un aumento del 21% nell’uso di fertilizzante. Nelle Pianure Centrali, la produzione è aumentata soltanto del 6.5%, mentre l'uso del fertilizzante è aumentato del 24% e gli antiparassitari del 53%. Nella parte ovest di Giava, un aumento della produzione del 23% è stato ottenuto con un aumento del 65% e 69% di fertilizzanti e antiparassitari rispettivamente.
Comunque è il calo assoluto del rendimento, malgrado gli alti usi di fertilizzante, che alla fine ha bucato la bolla della Rivoluzione Verde. Negli anni ‘90, dopo gli aumenti spettacolari nei primi anni della Rivoluzione Verde, i rendimenti hanno cominciato a diminuire. A Luzon Centrale la produzione di riso è aumentata costantemente negli anni ‘70, ha avuto un picco all'inizio degli anni ‘80 e da allora sta diminuendo gradualmente. Modelli simili sono emersi per la produzione di riso e frumento in India e nel Nepal. Dove i rendimenti attualmente non stanno diminuendo, il tasso di crescita sta rallentando velocemente o resta uguale, come documentato in Cina, Corea del Nord, Indonesia, Myanmar, Filippine, Tailandia, Pakistan e Sri Lanka. Dal 2000, i rendimenti sono caduti ulteriormente, fino al punto in cui in sei su sette anni passati, la produzione mondiale di grano è stata inferiore al consumo”6.
La caccia al profitto di un sistema decadente che è preso dalla propria rete di contraddizioni ha provocato la distruzione della naturale fertilità del terreno fino all’esaurimento. Mentre è vero che l’economia mondiale continua a produrre più cibo dei bisogni mondiali, molto di ciò che è prodotto e distribuito con il commercio globale capitalista deperisce prima di raggiungere il mercato e quando arriva, milioni di persone non possono permettersi di comprarlo. In ultima analisi, il punto finale di questa crisi è l’impoverimento della classe lavoratrice e l’assoggettamento della maggior parte dell’umanità ad una grande povertà e alla miseria. La preoccupazione principale del capitalismo dopotutto è l’accumulazione di plusvalore e mai la soddisfazione dei bisogni della società.
La “crisi del riso” nelle Filippine
Secondo Arturo Yap, Segretario del Ministero dell’Agricoltura delle Filippine, “Non abbiamo una crisi alimentare ma, piuttosto, una crisi del prezzo del riso. Tutti noi stiamo cercando soluzioni innovative nei nostri paesi - come affrontare non solo la questione del rifornimento ma anche la questione dei prezzi, come [essere sicuri] che le famiglie povere possano mangiare”. Ha detto che ci sono 5 motivi critici dietro l’attuale situazione del “riso” nelle Filippine che il governo deve far presente: in primo luogo, c’è un’offerta in gran parte influenzata da una aumentata richiesta che deriva da un aumento della popolazione; in secondo luogo, gli effetti del cambiamento di clima; in terzo luogo, la grande richiesta di combustibili biologici; in quarto luogo, la conversione continua dei terreni agricoli ad usi differenti; e per concludere, c’è una negligenza nel sistema di irrigazione.
Ad una prima occhiata, queste presunte cause della crisi filippina del “riso” possono sembrare valide in sé. Ma in effetti, dietro tutto questo c’è l’innegabile verità che il quadro stesso da cui tutte le cause elencate vengono fuori è la causa fondamentale delle stesse e questo è il quadro internazionale della produzione capitalista.
In primo luogo, il rifornimento - che dicono sia influenzato dall’aumento della richiesta a causa della crescita della popolazione - è solo un pretesto perché la produzione capitalista è diretta più verso la produzione di plusvalore che per i bisogni dell’umanità.
In secondo luogo, l’effetto del cambiamento del clima sulla produzione agricola è un risultato diretto della struttura capitalista della produzione. Per esempio, non è l’industrializzazione in sé ad essere responsabile dei cambiamenti di clima, ma “la ricerca del massimo profitto da parte del capitalismo e l’indifferenza che ne deriva verso i bisogni dell’ambiente ed dell’uomo tranne quando questi coincidono con lo scopo di accumulare di ricchezza”7.
Non c’è dubbio che c’è stata una degradazione terribile dell’ambiente a causa del sistema capitalista mondiale spinto dalla ricerca implacabile per i profitti e l’espansione economica. Ma tutti gli Stati borghesi, incluso quello filippino che riconosce il pesante costo della degradazione ambientale, sono gli stessi Stati che proteggono i rispettivi capitali nazionali nel fare profitto e i loro burattini politici nel sabotare la ricerca e lo sviluppo di energia alternativa per una produzione industriale più rispettosa dell'ambiente.
In terzo luogo, il cosiddetto effetto negativo della grande richiesta di bio-combustibili sulla produzione agricola è di per sé un risultato di tutte le politiche statali, compresa quella del governo Arroyo, che cercano energia alternativa per non dipendere dalle forniture estere. In più, abbassare il prezzo del combustibile, per i presunti fini “sociali”, aumenta anche la capacità di ogni Stato per la produzione militare e la guerra. Non sono tanto le preoccupazioni ambientali che determinano la politica dello sviluppo dei bio-combustibili, ma la necessità di ogni capitale nazionale di proteggersi contro gli alti prezzi del greggio nel mercato mondiale e anche di “aiutare” la preparazione militare di tutte le borghesie. È interessante notare che fin dalla seconda guerra mondiale, i bio-combustibili sono stati utilizzati negli sforzi militari sia dell’Asse che degli Alleati, come la Germania nazista e gli Stati Uniti. Nel caso delle Filippine, la logica nell’orientare i prodotti agricoli dalla tavola ai bisogni dell’industria dei bio-combustibili è conforme agli sforzi del governo filippino per produrre raccolti redditizi che possano aiutarlo nella sua ricerca di maggiori entrate in dollari.
In quarto luogo, la continua trasformazione dei terreni coltivabili ad usi diversi come campi da golf, centri commerciali, complessi industriali, è un risultato diretto delle politiche di governo nell’agricoltura, particolarmente nelle Filippine. Il vecchio Programma decennale di Riforma Agraria Globale (CARP) del governo filippino è stato sia un fallimento che una catastrofe. Non solo il CARP è un programma mistificatorio e reazionario della borghesia filippina sostenuto da alcune organizzazioni di sinistra, ma non è neanche un programma economicamente valido. Nel periodo in cui la dura concorrenza capitalista nel mercato mondiale distrugge i piccoli produttori agricoli per l’alto costo delle loro produzioni e per i debiti, gli agricoltori sono o obbligati ad abbandonare le loro fattorie o devono subire le condizioni precarie imposte dai contratti delle grandi corporazioni, una pratica che è prevalente nella regione di Mindanao delle Filippine8.
Quanto al perenne problema della negligenza nel sistema di irrigazione nelle Filippine, questo è più una questione di cattiva gestione di governo e di corruzione, espressione della decomposizione delle forme ideologiche nella decadenza capitalista, dove l’auto-indulgenza e la mentalità dell’ “ognuno per sé” regna suprema.
Come ci si può attendere da uno Stato borghese, confrontato ad una crisi di grande ampiezza nella fase della decadenza capitalista, lo stato filippino sotto il regime di Arroyo ha risposto alla crisi con l’intervento attivo dello Stato, sostenuto e ferocemente voluto da tutte le formazioni di sinistra delle Filippine nell’ambito della richiesta di una legge che conceda aumenti salariali. Man mano che la morsa della crisi si intensifica, aumentano gli sforzi mistificatori della borghesia per contenerla. La Sinistra e la Destra del capitale sono d’accordo nel seminare l’illusione che “solo lo Stato” può salvare gli operai ed i più poveri dalle fitte della fame e della miseria. Questi ignorano completamente che lo Stato, che loro incoraggiano ad intervenire di più, è lo stesso organo che impone la dittatura borghese che sta proteggendo la fonte stessa della schiavitù e della sofferenza, il capitalismo. Cercando di essere più “radicali” nella forma e nella sostanza, varie correnti di sinistra hanno fatto pressione per un controllo assoluto ed aggressivo dello Stato sulla società.
La “critica” della sinistra che quello che lo sta facendo Stato “non basta” - “aumentando” il budget per l’agricoltura, dando “sussidi per il riso” ai “più poveri" e facendo concorrenza ai commercianti privati nell’acquisto e nella vendita del riso - e che lo Stato manca di “volontà politica”, mostrano chiaramente che la sinistra vuole un controllo assoluto da parte dello Stato. Arrivano persino al punto di brandire il loro antico dogma della dittatura del partito e del totalitarismo - controllo totale dello Stato come nei cosiddetti paesi socialisti che loro hanno difeso come “ciò che restava” della Rivoluzione di Ottobre.
Non c’è soluzione alla crisi del sistema capitalista
La Destra e la Sinistra del capitale sono d’accordo nel mettere avanti programmi mistificatori per nascondere il fatto che non c’è una soluzione alla crisi del sistema. La contraddizione fra le forze produttive ed i rapporti di produzione è già al massimo. Nessun intervento riformista e provvisorio dello Stato può alterare il fatto che qualsiasi soluzione formulata nei bastioni del capitalismo può condurre solo al peggioramento della crisi e alla distruzione dell’ambiente. Ogni effettiva soluzione significherà soltanto un fardello molto più pesante per la classe operaia e per le masse lavoratrici. Anche se lo Stato esercitasse il controllo assoluto della vita economica della società, la crisi continuerebbe ad intensificarsi come conseguenza della saturazione del mercato mondiale e dell’incapacità della popolazione di assorbire l’eccessiva produzione dei prodotti nel contesto di una sistema che basa la sua esistenza sulla della concorrenza e del profitto. La storia ha già dimostrato che il capitalismo di Stato ed il totalitarismo sono la futile reazione del capitale di fronte ad una crisi permanente che continua a peggiorare. La caduta dell’URSS e dell’Europa Orientale negli anni ‘90 lo testimonia.
La soluzione della crisi non è all’interno del sistema morente ma a di fuori di questo. È nelle mani dell’unica classe rivoluzionaria che è portatrice del seme della futura società comunista: la classe operaia. La soluzione non è all’interno dei bastioni del capitalismo, né è nel percorso delle riforme e della trasformazione pacifica del capitalismo al socialismo. La soluzione non è il controllo assoluto dello Stato sulla vita economica della società, ma nella distruzione del capitalismo in sé, con il suo Stato che lo serve come strumento di dominio.
La soluzione della crisi alimentare è distruggere il sistema di produzione basato sul mercato e sul profitto e stabilire un sistema basato sulla produzione assoluta per i bisogni umani. Ed il primo passo in questa direzione e verso la trasformazione rivoluzionaria della società non è nell’approccio giuridico e riformista di varie organizzazioni di sinistra, né è attraverso un intervento assolutista dello Stato. Non è attraverso il percorso pacifico e “legale” delle “lakbayan” (marce di protesta) propagandate dalle formazioni di sinistra nelle Filippine. Non è neanche attraverso il sindacalismo. La risposta è nelle mani della classe operaia sul suo proprio terreno (9), la stessa che subisce gli attacchi del capitale, attraverso i suoi propri organi unitari di lotta, le assemblee operaie, prefigurazione dei consigli operai.
Operai di tutto il mondo, unitevi! È soltanto attraverso il percorso di unità di classe che si può arrivare all’inevitabile culmine del movimento proletario: la rivoluzione proletaria mondiale.
Internasyonalismo, 7 maggio 2008
1. Rapporto pubblicato su Environment News Service e sul sito United Nations site.
2. Gil C. Cabacungan Jr., “Arroyo avvisato sulla crisi del riso”, Philippine Daily Inquirer, 24 marzo, 2008.
3. “La tendenza all’aumento del prezzo del cibo a livello internazionale è continuata e si è accelerata nel 2008. I prezzi all’esportazione di grano americano sono cresciuti da 375 $/ton in gennaio a 400 $ a marzo, e il prezzo all’esportazione del riso della Tailandia è aumentato da 365 $/ton a 562. Questo si aggiunge ad un aumento del 181% del prezzo globale del grano nei 36 mesi precedenti febbraio 2008, e ad un aumento dell’83% del prezzo del cibo nello stesso periodo. (...) L’aumento visto nei prezzi alimentari non è un fenomeno temporaneo ma probabilmente persisterà nel medio termine. Ci si attende che i prezzi degli alimenti resteranno alti nel 2008 e 2009 e poi cominceranno a scendere perché la richiesta e la domanda risponderanno ai prezzi alti; probabilmente i prezzi della maggior parte degli alimenti resteranno molto al di sopra del livello del 2004 fino al 2015. (Rising Food Prices: Policy Options and World Bank Response, p. 2, grassetto nostro).
4. “Bangkok, 24 Aprile – il Benchmark Thai sul prezzo del riso è aumentato più del 5% fino al valore record di 1,000 $/ ton giovedì, e i commercianti del maggiore esportatore mondiale parlavano di ulteriori guadagni se i compratori di Iran ed Indonesia fossero entrati nel mercato”, (“Reuters, Thai Rice Climbs to New Record Above $1,000 a Tonne, 24/04/2008 – inserito su Flex News).
5. National Statistics Office, 2006 Family Income and Expenditure Survey, data di rilascio: 11 gennaio, 2008.
6. “Beware the New ‘Doubly Green Revolution'", ISIS Press Release 14/01/08.
7. “Caos imperialista, disastro ecologico: il capitalismo in fallimento”, Rivista Internazionale n.129, 2° trimestre 2007, in inglese e francese e spagnolo su www.internationalism.org [32].
8. “La Soyapa Farms Growers Association impiega 360 lavoratori a contratto, adulti e bambini. L’associazione è stata formata con l’iniziativa di Stanfilco 6 anni fa, quando ha convinto i suoi membri a coltivare banane. Non è una cooperativa - ogni coltivatore ha la proprietà del suo proprio pezzo di terra e ognuno ha un contratto individuale per vendere le banane a Dole” (“Banana War in the Philippines” – inserito l’8 luglio 1998 da Melissa Moore su www.foodfirst.org [33]).
9. “che l’emancipazione della classe operaia deve essere l’opera della classe operaia stessa, che la lotta per l’emancipazione della classe operaia non è una lotta per privilegi di classe e monopoli, ma per stabilire eguali diritti e doveri e per abolire ogni dominio di classe.” (Associazione Internazionale degli Lavoratori, Regole Generali, Ottobre 1864).
Giusto un paio di anni fa il presidente cinese Hu Jintao promise una “pacifica” crescita del suo paese nell’arena internazionale. Diversi osservatori e commentatori internazionali si fecero prendere dal doppio linguaggio stalinista e conclusero che una ascesa economica della Cina l’avrebbe resa una potenza più realista e responsabile a tutto vantaggio del mondo intero. Infatti, a partire dal 1990, salvo un paio di notevoli eccezioni, la Cina ha proceduto con passo leggero. Ma il reale volto della pace imperialista della Cina si è palesato l’11 gennaio 2007, quando essa questa ha lanciato uno dei suoi satelliti meteorologici a 850 chilometri dal pianeta, che costituisce una minaccia diretta al predominio americano dello spazio intorno alla terra, e inaugura una nuova corsa agli armamenti. Non a caso gli esperti del Pentagono per l’Aggressione Militare Globale hanno già stabilito che la Cina “ha il più grande potenziale militare per competere con gli USA e delle tecnologie militari di distruzione che potrebbero nel tempo controbilanciare il tradizionale vantaggio degli USA”. I militari USA hanno risposto con i propri test antisatellite e il Pentagono è alle prese con le raccomandazioni di un rapporto del Congresso del 2001 che auspicava lo sviluppo di “nuove capacità militari per operazioni da, in e attraverso lo spazio” (coautore del rapporto, Donald Rumsfeld).
Non ci sarà nessun pacifico sviluppo dell’influenza della Cina, ma il noti e soliti militarismo ed imperialismo. Innanzitutto, il “miracolo economico” del capitale nazionale cinese è basato sul feroce sfruttamento della sua classe operaia e dei contadini e su un export spinto verso un’economia mondiale piena di debiti. La colonizzazione economica che è attualmente in corso contiene un forte fattore geostrategico che proietta la potenza cinese ben oltre i suoi confini. E se parte di questa colonizzazione assicurerà qualche beneficio alle imprese cinesi, a differenza della colonizzazione del 19° secolo essa porterà ad una debole stabilizzazione economica per la sua economia e ancor meno riforme o miglioramenti nelle condizioni della classe operaia. Mao Tse-tung e la sua ideologia non sono di moda oggi, ma il suo slogan “il potere nasce sulla canna di un fucile” è ancora valido per l’imperialismo cinese, come per ogni altro.
Questo è ancora più vero nel dopo ’89 in seguito al collasso del blocco dell’Est e il “via libera” nelle relazioni militari derivato da questo scivolamento nella decomposizione imperialista. Nessuna nazione è fuori da questa situazione. Dopo che la Cina ha ripreso le sue minacce contro Taiwan e ha ripetutamente minacciato il Giappone, sia la diplomazia francese che quella tedesca hanno cercato di sovvertire l’embargo alle armi per l’Esercito Popolare di Liberazione. Un tale sviluppo mostra il contributo che la Cina sta dando all’approfondimento del caos nelle relazioni internazionali. La Cina ha tratto vantaggio dal nuovo disordine mondiale e dalla crisi storica degli USA a mantenere il proprio dominio imperialista sul globo, per sviluppare la propria presenza geostrategica. I suoi appetiti vanno ben al di là di Taiwan o del sedicente “pacifico” Giappone, che essa stessa ha riarmato (ora è classificato fra le cinque potenze militari degli ultimi anni), provocando in questa regione del mondo una corsa al riarmo con connotazioni nucleari.
La politica della Cina tendente fare dei mari dell’Asia il proprio mare nostrum, tenendo a bada il Giappone ed escludendo la presenza militare degli USA, è solo una parte del suo progetto, che attraverso Burma, Africa e Pakistan mira ad estendere la sua potenza militare sul mare Arabico, il Golfo Persico e sul Medio Oriente1. Nella stampa si parla di forniture di armi della Cina ai Talebani e della sua aspirazione politica ad estendersi fino al cortile di casa degli USA, l’America Latina. La Cina, insieme con la Russia, ha inoltre acquisito dei vantaggi nelle ex repubbliche sovietiche là dove gli USA sono retrocessi, per esempio rafforzando le relazioni con l’Uzbekistan. L’Istituto Internazionale di Ricerche per la Pace di Stoccolma ha stabilito di recente che le spese per la difesa della Cina sono seconde solo a quelle degli USA. Lo stesso rapporto esprime anche delle stime sulle sue crescenti capacità di ricatto e sulle sue intrusioni nelle reti informatiche, comprese quelle del governo USA.
Nel sud del paese la Cina sta sviluppando la costruzione di 1850 chilometri di strade, di fiumi (dirottando sezioni secondarie del Mekong) e porti, rafforzando le naturali barriere difensive delle pendici dell’Himalaia. La “strada 3” che unisce direttamente il Kunming Cinese con Bangkok tocca anche le regioni poco abitate delle zone settentrionali del Vietnam e del Laos. Come la ricerca di mercati e risorse naturali, anche le vie di comunicazioni sono un’espressione dell’espansione geostrategica dell’imperialismo cinese.
All’ovest, ai confini con India e Pakistan, sono in corso importanti sviluppi della rete dell’imperialismo cinese. Mentre gli Stati Uniti e l’India costruiscono una crescente collaborazione, il Pakistan si rivolge alla Cina per l’assistenza tecnica e militare. La Cina già sostiene il Pakistan con la tecnologia nucleare, e molti esperti sospettano che il progetto della bomba atomica del Pakistan provenga da essa. Secondo il Dipartimento di studi asiatici del Broking Institute “il programma nucleare pakistano è largamente il risultato delle relazioni cino-pakistane”. Alcune agenzie giornalistiche suggeriscono che i servizi segreti cinesi siano a conoscenza dei trasferimenti di tecnologia nucleare dal Pakistan all’Iran, alla Corea del nord e alla Libia, e delle lunghe relazioni intercorse fra l’Iran e Abdul Quadeer Khano, il cosiddetto padre della bomba atomica pakistana. Uno dei più significativi progetti recenti dei due imperialismi è la costruzione di un grande complesso portuale alla base navale di Gwadar sul Mar arabico, che dà alla Cina un accesso strategico sul golfo persico ed un avamposto navale sull’oceano indiano.
La Cina e i maoisti del NepalLe relazioni fra l’India e la Cina si sono deteriorate dopo che l’India ha dato asilo al Dalai Lama nel 1959 e dopo l’umiliante sconfitta dell’India nella guerra del 1962 per una frontiera contestata e l’aiuto cinese al Pakistan. Inoltre l’India afferma che la Cina occupa 38.000 chilometri quadrati del suo territorio e, da parte sua, Beijing reclama la provincia indiana del nordest dell’Aranchal. E’ in questo contesto di rivalità imperialiste che va situata l’elezione del Partito Comunista del Nepal (PCN, maoista), un gruppo che l’amministrazione americana ha definito “terrorista”. Il precedente regime al potere in Nepal privilegiava le relazioni con l’India, cosa che ora è messa in questione. Il “compagno comandante” Prachanda del PCN ha già dichiarato di voler rivedere i maggiori accordi con l’India, sottolineando la necessità di buone relazioni con la Cina e dando il proprio appoggio a questa sulla questione tibetana. I rifugiati tibetani in Nepal sono ora in pericolo, come nel vicino Butan, dove i maoisti filocinesi sono molto attivi. L’Istituto di Regolamento dei Conflitti di Dheli dice che ci si può aspettare il sorgere di violenze maoiste nell’India stessa, come si aspetta che il nuovo regime nepalese la sostenga con aiuti e rifugi sicuri.
Ogni nazione capitalista parla di pace. Per tutto il 20° secolo ogni nazione capitalista ha esaltato le virtù della “pace”, della “stabilità”, delle “buone relazioni”, ma tutte hanno raggiunto l’ineluttabile irrazionalità dell’imperialismo, e hanno attivamente preparato e fomentato guerre. In particolare oggi, nelle condizioni di un crescente caos imperialista, non vi è nessuna “crescita pacifica” dell’imperialismo cinese e delle sue pedine, ma una preparazione alla guerra.
Baboon, 22/4/08
(da World Revolution n. 314, pubblicazione della CCI in Inghilterra)
1. Sull’imperialismo cinese in Africa vedi World Revolution n. 299.
L’armamento con uranio impoverito è certamente una delle più chiare manifestazioni del cinismo machiavellico della borghesia. L’uranio impoverito è un metallo pesante e denso; caratteristiche che gli conferiscono una durezza eccezionale capace di perforare blindati o penetrare in bunker sotterranei. Questo metallo somiglia al tungsteno ma mentre quest’ultimo, prodotto in gran parte in Cina, è costoso e non infiammabile, l’uranio impoverito è gratuito, nel senso che è sempre disponibile dove esiste una qualsiasi attività di fissione nucleare ed in più brucia ed esplode! È un sottoprodotto dell’attività nucleare. Una scoria che, in un certo senso, la “genialità” capitalista ricicla i vari modi, per usi civili ma, nei fatti, quasi esclusivamente per equipaggiare missili e bombe perforanti. Un missile di questo tipo può così penetrare in un centro di comando sotterraneo dove, esplodendo, uccide e distrugge tutto ciò che vi trova.
Ma il colmo dell’orrore è che questa scoria è estremamente nociva per la sua radioattività. Le polveri prodotte dalla sua combustione ed esplosione sono estremamente leggere e possono dunque essere facilmente inalate. La polemica sull’incidenza dell’uranio impoverito sulla “sindrome della guerra del Golfo”1, gli studi “segreti” sulla situazione in Kosovo o in Afganistan, ha portato a questa conclusione: nessuno può con certezza dire che l’uranio impoverito non ha un’attività radioattiva nociva per l’organismo umano. E allora? Quali conseguenze ne trae la borghesia? Forte di questa grandiosa ignoranza, essa continua a diffondere resti e polveri dell’uranio impoverito su tutti i teatri di scontro imperialista. Al diavolo le conseguenze a lungo termine! Poco importa se nascono e per decenni, perfino secoli, nasceranno bambini malformati o che muoiono di leucemie inspiegabili, nessuno potrà accusare qualcuno poiché “nessuno sapeva”2. Responsabili ma non colpevoli!
Inoltre, come scoria nucleare non si può escludere che l’uranio impoverito sia totalmente privo di altre sostanze che troviamo nei processi di fissione atomica. Come per esempio il plutonio, del quale al contrario si conosce l’estrema nocività!3
E’ evidente che la borghesia non ha bisogno del’'uranio impoverito per seminare morte, malattie e miseria sul pianeta. Come causa primaria della fame nel mondo, la guerra è già abbastanza mortale in quanto tale! E si potrebbero aggiungere le armi chimiche, come i gas velenosi largamente utilizzati dal potere iracheno. Ciò che distingue l’uranio impoverito è soprattutto la sua potenziale capacità d’inquinare radioattivamente, per diversi secoli, vaste zone del pianeta e modificare per numerose generazioni il patrimonio genetico delle popolazioni colpite. Alcuni studi ritengono questi inquinamenti più mortali dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki del 1945 che già produssero un importante carico di radioattività.
Questa pesante eredità ci viene lasciata con un cinismo insopportabile e rivoltante da una borghesia che non può che risolvere la questione con un semplice “a priori non è nocivo”, che taglia la testa al toro circa la sua pretesa preoccupazione per l’avvenire del nostro ecosistema. Dietro i bei discorsi della classe dominante sullo “sviluppo sostenibile”, la realtà è profondamente allarmante: più il capitalismo sprofonda nella crisi e nella barbarie, più lo stato del pianeta va in rovina, viene impoverito, modificato, inquinato! Ciò ci mostra con forza l’urgenza dello sviluppo internazionale della lotta di classe, solo mezzo per bloccare questa infernale distruzione.
GD, 20 aprile 2008
(da Révolution Internationale n. 390, pubblicazione della CCI in Francia)
1. Così vengono definite gli inspiegabili aumenti di leucemie, malformazioni ed altre malattie gravi tra gli iracheni ed i veterani americani della guerra del Golfo. Statistiche credibili sono difficili a trovarsi. Da interviste al personale del dipartimento degli Affari dei veterani americani realizzate da parte dell’American Free Press, il numero attuale dei “veterani dell’Era del Golfo” invalidati dal 1991 ammonta a 518.739, allorché “solo” 7.035 feriti sono stati censiti in Iraq. Allo stesso modo, in un rapporto scritto da un ingegnere petrolchimico irlandese si denuncia una crescita quattro volte superiore dei casi di leucemie nelle regioni in cui sono stati utilizzati proiettili contenenti uranio impoverito!
2. Ciò detto, anche “senza sapere”, la prudenza resta come messinscena nei paesi occidentali: il poligono di tiro del Pentagono nell’Indiana (80 ettari), in cui sono stati testati proiettili ad uranio impoverito, sarà certamente trasformato in “zona nazionale di sacrificio” e santuario per l’eternità!
3. 1,6 kg di plutonio possono provocare la morte di otto miliardi di individui!
A partire dall’agosto del 2007, con la crisi dei prestiti ipotecari chiamati “subprimes”, siamo di fronte ad un nuovo episodio delle convulsioni che colpiscono l’insieme del capitalismo mondiale. Le cattive notizie arrivano in sequenza: i tassi di inflazione si impennano (negli Stati Uniti il 2007 è stato il peggiore dal 1990), la disoccupazione aumenta, le banche annunciano perdite di miliardi, le Borse procedono di caduta in caduta, gli indici di crescita per il 2008 sono continuamente corretti al ribasso… Questi dati negativi si ripercuotono concretamente nella vita quotidiana dei lavoratori con tragedie come quella di ritrovarsi senza lavoro o senza casa perché non si possono più pagare i mutui, con pressioni e minacce a ripetizione sul posto di lavoro, con pensioni che perdono valore e fanno della vecchiaia una sofferenza … Milioni di anonimi esseri umani, i cui sentimenti, preoccupazioni ed angosce non sono di interesse per i giornalisti, vengono duramente colpiti.
A quale tappa dello sviluppo del capitalismo siamo?
Di fronte a questa nuova espressione della crisi, cosa ci dicono le personalità e le istituzioni considerate “esperte”? Ce n’è per tutti i gusti: ci sono i catastrofisti che prevedono una fine apocalittica dietro l’angolo; ci sono gli ottimisti che affermano che è tutta colpa della speculazione, ma che l’economia reale va bene… Comunque, la spiegazione più diffusa è che noi saremmo di fronte a una crisi “ciclica”, come tante altre che il capitalismo ha vissuto nel passato, lungo tutta la sua vita. Di conseguenza, ci consigliano, bisogna restare tranquilli, piegare la schiena di fronte alla tempesta fino a quando non tornino le vacche grasse di una nuova prosperità…
Questa “spiegazione” prende come modello una foto ingiallita, deformandola, di quello che avveniva nel 19° secolo e all’inizio del 20°, ma che è inapplicabile alla realtà e alle condizioni del capitalismo del 20° e 21° secolo.
Il 19° secolo fu l’epoca dell’espansione e della crescita del capitalismo, che si estendeva come una macchia d’olio sul mondo intero. Tuttavia esso era periodicamente scosso dalla crisi, come messo in evidenza dal Manifesto comunista: “Nelle crisi commerciali viene regolarmente distrutta una gran parte non solo dei prodotti già creati, ma anche delle forze produttive esistenti. Nelle crisi scoppia un’epidemia sociale che in ogni altra epoca sarebbe apparsa un controsenso: l’epidemia della sovrapproduzione. La società si trova improvvisamente ricacciata in uno stato di momentanea barbarie; una carestia, una guerra generale di sterminio sembrano averle tolto tutti i mezzi di sussistenza; l’industria, il commercio sembrano annientati, e perché? Perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive di cui essa dispone non giovano più a favorire lo sviluppo della civiltà borghese e dei rapporti della proprietà borghese; al contrario, esse sono diventate troppo potenti per tali rapporti, sicchè ne vengono inceppate; e non appena superano questo impedimento gettano nel disordine tutta la società borghese, minacciano l’esistenza della proprietà borghese. I rapporti borghesi sono diventati troppo angusti per contenere le ricchezze da essi prodotte”. Questa entrata periodica della società capitalista in fasi di crisi aveva due cause principali che sono presenti anche oggi. Innanzitutto la tendenza alla sovrapproduzione – come la descrive il Manifesto – che porta la fame, la disoccupazione e la miseria, non perché c’è una penuria di beni (come avveniva nelle società precedenti), ma per il contrario, per eccesso di produzione (!), perché ci sono troppe industrie, troppo commercio, troppe risorse! In secondo luogo perché il capitalismo funziona in una maniera anarchica attraverso una concorrenza feroce che getta gli uni contro gli altri. Questo provoca una ripetizione di momenti di disordine incontrollato. Tuttavia, poiché c’erano nuovi territori da conquistare per il lavoro salariato e la produzione mercantile, si finiva, presto o tardi, per superare questi momenti grazie a una nuova espansione della produzione che estendeva e approfondiva i rapporti capitalisti, in particolare nei paesi dell’Europa e dell’America del nord. A quest’epoca i momenti di crisi erano come i battiti di un cuore sano e le vacche magre lasciano il posto ad una nuova epoca di prosperità. Ma già allora Marx percepiva in queste crisi periodiche qualche cosa di più di un semplice ciclo eterno destinato a sboccare sempre nella prosperità. Egli ci vedeva le espressioni di contraddizioni profonde che minano il capitalismo fino alle sue radici precipitandolo verso la sua rovina.
All’inizio del 20° secolo il capitalismo raggiunge il suo apogeo, si è esteso sull’intero pianeta che per la maggior parte si trova sotto il dominio del lavoro salariato e della produzione mercantile. Entra quindi nella sua fase di decadenza: “All’origine di questa decadenza si trova, come per gli altri sistemi economici, il crescente conflitto tra le forze produttive e i rapporti di produzione. Concretamente, nel caso del capitalismo, il cui sviluppo è stato condizionato dalla conquista dei mercati extra-capitalisti, la prima Guerra mondiale costituì la prima manifestazione significativa della sua decadenza. Con la fine delle conquiste economiche e coloniali nel mondo da parte degli Stati capitalisti, questi ultimi furono portati a confrontarsi in una disputa per accaparrarsi il mercato gli uni a spese degli altri. Da allora, il capitalismo è entrato in un nuovo periodo della sua storia definito dall’Internazionale Comunista nel 1919 come epoca di guerre e rivoluzioni”1. I tratti essenziali di questo periodo sono:
- da un lato, l’esplosione delle guerre imperialiste, espressione della lotta a morte tra i differenti Stati capitalisti per estendere la loro influenza a spese degli altri e della lotta per il controllo di un mercato mondiale diventato sempre più stretto, che non può più costituire uno sbocco sufficiente per una tale abbondanza di rivali;
- dall’altro, una tendenza praticamente cronica alla sovrapproduzione, sicché le convulsioni e le catastrofi economiche si moltiplicano.
In altri termini, quello che caratterizza globalmente il 20° e il 21° secolo è la tendenza alla sovrapproduzione – temporanea e facilmente superabile nel 19° – che diventa cronica, sottomettendo l’economia mondiale a un rischio quasi permanente di instabilità e distruzione. Inoltre la concorrenza – tratto congenito del capitalismo – diventa estrema e, scontrandosi con un mercato mondiale che tende costantemente alla saturazione, perde il suo carattere di stimolo all’espansione mentre sviluppa il suo carattere negativo e distruttore di caos e scontro. La guerra mondiale del 1914-18 e la grande depressione del 1929 costituiscono le due espressioni più spettacolari della nuova epoca. La prima fece più di 20 milioni di morti, causò sofferenze orribili e provocò un trauma morale e psicologico che ha segnato generazioni intere. La seconda fu un crollo brutale con tassi di disoccupazione del 20-30% e una miseria atroce che colpì le masse lavoratrici dei paesi cosiddetti “ricchi”, Stati Uniti in testa. La nuova situazione del capitalismo sul terreno economico e imperialista provocò cambiamenti importanti sul piano politico. Per assicurare la coesione di una società colpita dalla tendenza cronica alla sovrapproduzione e a violenti conflitti imperialisti, lo Stato, ultimo bastione del sistema, interviene massicciamente in tutti gli aspetti della vita sociale, soprattutto i più sensibili: l’economia, la guerra e la lotta di classe. Tutti i paesi si orientano verso un capitalismo di Stato che prende due forme: quella che viene chiamata bugiardamente “socialista” (una statizzazione più o meno completa dell’economia) e quella detta “liberale”, la cui base è l’unione più o meno aperta tra la borghesia privata classica e la burocrazia di Stato.
Questo richiamo breve e schematico delle caratteristiche generali dell’epoca storica attuale del capitalismo deve servirci per situare la crisi di oggi, analizzandola con la dovuta riflessione, lontano sia dal catastrofismo allarmista e immediatista che, e soprattutto, dalla demagogia ottimista della “crisi ciclica”.
40 anni di crisi
Dopo la seconda guerra mondiale il capitalismo, almeno nelle grandi metropoli, riuscì a vivere un periodo più o meno lungo di prosperità. Lo scopo di questo articolo non è analizzarne le cause2, ma quello che è certo è che questa fase (contrariamente a tutte le chiacchiere dei governanti, dei sindacalisti, degli economisti e anche di certi che si dicevano “marxisti”, che ci raccontavano che il capitalismo aveva superato definitivamente le crisi) ha cominciato a chiudersi a partire dal 1967. Innanzitutto con la svalutazione della sterlina, poi con la crisi del dollaro nel 1971 e la prima cosiddetta “crisi del petrolio” del 1973. A partire dalla recessione del 1974-75 si apre una nuova fase in cui le convulsioni si moltiplicano. Facendo una rapido riassunto si può citare: la crisi inflazionista del 1979 che toccò i principali paesi industrializzati; la crisi del debito del 1982; il crollo alla Borsa di Wall Street del 1987seguita dalla recessione del 1989; la nuova recessione del 1992-93 che provoca la sbandata di tutte le monete europee; la crisi delle “tigri” e dei “dragoni” asiatici del 1997 e la crisi della “nuova economia” del 2000-2001. E’ possibile spiegare questa successione di episodi convulsivi utilizzando lo schema delle “crisi cicliche”? No! La malattia incurabile del capitalismo è la scarsità drammatica di mercati solvibili, un problema che si è aggravato costantemente per tutto il 20° secolo e che è riapparso violentemente a partire dal 1967. Ma contrariamente al 1929, il capitalismo di oggi ha affrontato la situazione armato del meccanismo dell’intervento massiccio dello Stato, che ha cercato di accompagnare la crisi per evitare un crollo incontrollato.
Qual è lo strumento principale che lo Stato utilizza per cercare di arginare la crisi ed evitare, almeno nei paesi centrali, i suoi effetti più catastrofici? L’esperienza ci mostra che questo strumento è stato il ricorso sistematico al credito. Grazie a un indebitamento, che nel giro di qualche anno è diventato abissale, gli Stati capitalisti hanno creato un mercato artificiale che ha offerto, a livelli diversi, uno sbocco a una sovrapproduzione in continuo aumento. Per quaranta anni l’economia mondiale è riuscita ad evitare un crollo fragoroso ricorrendo a dosi sempre più massicce di indebitamento. L’indebitamento è per il capitalismo quello che l’eroina è per il drogato. La droga dell’indebitamento fa sì che il capitalismo si mantenga ancora in piedi appoggiandosi sul braccio del mostro statale – “liberale” o “socialista” che sia. Con la droga si raggiungono momenti di euforia in cui si ha l’impressione di essere nel migliore dei mondi possibili3, ma sempre più frequentemente arrivano i periodi contrari, i periodi di convulsione e di crisi, come quello che stiamo vivendo dall’estate 2007. Man mano che aumentano le dosi la droga ha un effetto minore sul drogato. Ci vuole una dose sempre più grande per sentire uno stimolo sempre più debole. Ecco quello che accade al capitalismo oggi! Dopo 40 anni di iniezioni della droga “credito” su un corpo pieno di buchi, l’economia capitalista mondiale ha sempre più difficoltà a reagire e raggiungere un nuovo periodo di euforia.
Ecco quello che sta per succedere attualmente. Nello scorso agosto ci è stato detto che tutto era tornato alla normalità grazie ai prestiti iniettati dalle banche centrali negli organismi finanziari. Da allora sono stati iniettati non meno di 500 miliardi di euro in tre mesi senza che si sia sentito il minimo effetto. L’inefficacia di queste misure ha finito per seminare il panico e il mese di gennaio 2008 è cominciato con una caduta generale delle Borse mondiali4. Per frenare l’emorragia negli Stati Uniti il governo e l’opposizione, mano nella mano con la Federal Reserve (FED) annunciano il 17 gennaio il “miracoloso rimedio” di dare a ogni famiglia un assegno di 800 dollari. Tuttavia questa misura, che nel 1991 fu molto efficace, provoca il lunedì 21 una nuova caduta delle Borse mondiali grave quanto lo sconquasso del 1987. Lo stesso giorno, sotto l’emergenza e con precipitazione, la FED ha ridotto di tre quarti di punto i tassi di interesse realizzando così la più forte riduzione di questo tasso dal 1984. Ma il 23 gennaio, momento in cui scriviamo questo articolo, le Borse del mondo, salvo Wall Street, soffrono un nuovo scivolone.
Quale è la causa di questa sequenza di convulsioni, nonostante l’enorme sforzo di credito realizzato dagli Stati centrali che hanno mobilitato tutti i mezzi a loro disposizione: i prestiti alle banche tra il mese di agosto e novembre, le riduzioni dei tassi di interesse, le riduzioni fiscali? Le banche, utilizzate massicciamente dagli Stati come esche per coinvolgere le imprese e le famiglie in una spirale di debiti, si ritrovano le une dopo le altre in uno stato pietoso, a cominciare dalle più grandi (come la Citigroup), e annunciano perdite gigantesche. Si parla anche di un fenomeno che potrebbe aggravare la situazione: sembra che una serie di società assicurative, la cui specializzazione è rimborsare alle banche i loro crediti “cattivi” legati ai subprimes, hanno ora enormi difficoltà a farlo. Ma c’è un problema ancora più inquietante che percorre, come uno tsunami, l’economia mondiale: il risveglio dell’inflazione. Durante gli anni settanta l’inflazione colpì duramente le famiglie più deboli, ed essa ritorna oggi con virulenza. In realtà le trappole del credito, le misure di capitalismo di Stato non l’avevano eliminata, ma semplicemente ritardata. Tutti temo una sua impennata ed il fatto che i giganteschi prestiti delle banche centrali, le riduzioni fiscali e dei tassi di interesse, riescano solo ad imballare ancora di più il motore senza riuscire a rilanciare la produzione. Il timore generalizzato è che l’economia mondiale entri in una fase detta di “stagflazione”, cioè una pericolosa combinazione di recessione ed inflazione, che significherebbe per la classe operaia e la maggioranza della popolazione una nuova caduta nella disoccupazione e nella miseria associata ad una crescita poderosa dei prezzi per tutti i prodotti di base. A questo dramma si aggiunge, e questo non è che un esempio, quello di due milioni di famiglie americane ridotte all’insolvibilità.
Come la droga, il ricorso disperato al credito mina e distrugge poco a poco le fondamenta dell’economia, rendendola più fragile, provocando nel suo seno processi di imputridimento e di decomposizione ogni volta più esacerbati. Si può dedurre, da questa breve analisi della situazione degli ultimi mesi, che ci troviamo di fronte alla peggiore e più lunga convulsione del capitalismo degli ultimi 40 anni. Lo si può verificare analizzando gli ultimi 4 mesi, non presi isolatamente come fanno gli “esperti” incapaci di vedere più lontano del loro proprio naso, ma tenendo conto degli ultimi 40 anni. E’ quello che vedremo più in dettaglio nella seconda parte di questo articolo che sarà pubblicata sul nostro sito www.internationalism.org [32]. Mostreremo anche fino a che punto la borghesia scarica gli effetti della sua crisi sulle spalle dei lavoratori e tenteremo infine di rispondere alla domanda: Esiste un’uscita alla crisi?
Tratto da Accion proletaria n. 199, pubblicazione della CCI in Spagna.
1. “17° Congresso della CCI, 2007: Risoluzione sulla situazione internazionale”, Rivista Internazionale n. 29.
2. Vedi la “Risoluzione sulla situazione internazionale”, citata prima.
3. Questa sensazione di euforia viene amplificata da tutti i difensori del capitalismo, non solo i politici, i padroni ed i sindacati ma in particolare dai cosiddetti “opinionisti”, cioè i mezzi di informazione che esaltano tutti gli aspetti positivi e sottovalutano o accantonano quelli negativi, il che contribuisce evidentemente a propagare questo sentimento di euforia.
4. Per farsi un’idea, in Spagna, secondo i dati dell’IESE, 89miliardi di euro in 20giorni. Si stima che la caduta delle borse mondiali durante il mese di gennaio è del 15% secondo le stime più ottimiste.
Il 24 settembre scorso il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, di fronte a commentatori e giornalisti del mondo intero, ha fatto un discorso “inusuale”. Nel suo intervento televisivo ha annunciato senza mezzi termini quali tormente stavano per abbattersi sul “popolo americano”:
“E’ un periodo straordinario per l’economia degli Stati Uniti. Da alcune settimane molti americani sono in ansia per la loro situazione finanziaria ed il loro avvenire. (…) Abbiamo osservato grandi fluttuazioni della Borsa. Grandi istituti finanziari sono sul bordo del crollo ed alcuni sono falliti. Mentre l’incertezza aumenta, numerose banche hanno proceduto ad una contrazione del credito. Il mercato creditizio è bloccato. Le famiglie e le imprese hanno più difficoltà a prendere in prestito del denaro. Siamo nel mezzo di una crisi finanziaria grave (…) tutta la nostra economia è in pericolo. (…) Settori chiave del sistema finanziario degli Stati Uniti rischiano di crollare. (...) L’America potrebbe affondare nel panico finanziario, ed assisteremmo ad uno scenario desolante. Nuove banche potrebbero fallire, alcune nella vostra comunità. Il mercato borsistico crollerebbe ancora più, riducendo il valore della vostra pensione. Il valore della vostra casa cadrebbe. I pignoramenti si moltiplicherebbero. (...). Numerose imprese dovrebbero chiudere e milioni di americani perderebbero il posto di lavoro. Anche con un buono bilancio creditore, vi sarebbe difficile ottenere i prestiti di cui avreste bisogno per comperare un’auto o mandare i vostri figli all’università. In fin dei conti, il nostro paese potrebbe affondare in una lunga e dolorosa recessione”.
L’economia mondiale scossa dal sisma finanziario
In realtà non è solo l’economia americana che rischia di “affondare in una lunga e dolorosa recessione” ma l’insieme dell’economia mondiale. Gli Stati Uniti, motore della crescita da sessant’anni, trascinano questa volta l’economia mondiale verso il baratro!
L’elenco degli organismi finanziari in grave difficoltà si allunga ogni giorno:
- in febbraio, la Northern Rock, l’ottava banca inglese, ha dovuto essere nazionalizzata altrimenti sarebbe scomparsa;
- in marzo, la Bear Stearns, la quinta banca di Wall Street, si salva grazie al suo riacquisto da parte della JP Mogan, terza banca americana, attraverso i fondi della Banca federale americana (FES);
- in luglio, Indymac, uno dei più grandi istituti di credito ipotecario americano, viene messo sotto tutela dalle autorità federali. In quel momento la più importante impresa bancaria che fallisce negli USA da ventiquattro anni! Ma il suo record non durerà a lungo;
- inizio settembre, il gioco al massacro continua. Freddie Mac e Fannie Mae, due organismi di rifinanziamento ipotecario che da soli contano circa 850 miliardi di dollari, evitano per un pelo il fallimento con un nuovo soccorso della FED (banca centrale americana);
- qualche giorno dopo, la Lehman Brothers, la quarta banca americana, si dichiara in fallimento e questa volta la FED non la salva. Al 31 maggio il totale dei suoi debiti ammontava a 613 miliardi di dollari. Record battuto! Il fallimento più grande di una banca americana finora, quella della Continental Illinois nel 1984, metteva in gioco una somma sedici volte più modesta (cioè 40 miliardi di dollari)! Questo mostra tutta la gravità della situazione.
- per evitare di essere colpita dalla stessa sorte, la Merrill Lynch, altro fiore all’occhiello americano, ha dovuto accettare di essere acquistata in tutta fretta da Bank of America;
- stessa sorte per HBOS riacquistata dalla sua compatriota e rivale Lloyds TSB (reciprocamente seconda e prima banca della Scozia);
- l’AIG (American International Group, uno dei maggiori istituti di assicurazione a livello mondiale) è stato foraggiato copiosamente dalla Banca centrale americana. In realtà, anche le stesse finanze dello Stato americano stanno maluccio e per questo la FED aveva deciso di non soccorrere la Lehman Brothers. Se lo ha fatto per l’AIG, è perché se questo organismo fosse fallito, la situazione sarebbe diventata completamente incontrollabile;
- nuovo record! Ad appena due settimane dalla Lehman Brothers è la Washington Mutual (WaMu), la più importante cassa di risparmio degli Stati Uniti, a chiudere i battenti![1]
Inevitabilmente anche le Borse sono prese dalla tormenta. Regolarmente crollano del 3, 4 o 5% ad ogni fallimento. La Borsa di Mosca ha dovuto finanche chiudere i battenti per vari giorni, a metà settembre, in seguito a cadute successive che superavano il 10%.
Verso un nuovo 1929?
Di fronte a questa serie di cattive notizie, anche i maggiori specialisti dell’economia restano sconvolti. Alan Greenspan, l’ex presidente della FED considerato come un mito dai suoi pari, ha così dichiarato alla rete televisiva ABC il 15 settembre scorso:
“Si deve riconoscere che si tratta di un fenomeno che si verifica una volta ogni cinquanta anni, o forse una volta ogni secolo [...] Non vi è alcun dubbio, non ho mai visto una cosa simile e non è ancora finita e prenderà ancora del tempo”.
Ancora più significativa è stata la dichiarazione del premio Nobel per l’economia, Joseph Stiglitz che, volendo “calmare gli spiriti”, ha dichiarato piuttosto maldestramente che la crisi finanziaria attuale dovrebbe essere meno grave di quella del 1929, anche se occorreva guardarsi da un “eccesso di fiducia”:
“Naturalmente è anche possibile sbagliarsi, ma il punto di vista generale è che disponiamo oggi di di strumenti [...] per evitare un’altra grande depressione”[2]
Piuttosto che rassicurare, questo eminente specialista dell’economia ma certamente non fine psicologo ha evidentemente provocato il panico generale. Di fatto, involontariamente, lui ha formulato ad alta voce il timore che tutti sussurrano a bassa voce: non è che stiamo andando verso un nuovo ‘29, verso une nuova “depressione”?
Da allora, per rassicurarci, gli economisti si succedono alla televisione per spiegare che se è vero che la crisi attuale é molto grave, questa non ha niente a che vedere con il crack del 1929 e che, in ogni modo, l’economia finirà per ripartire.
Costoro hanno ragione solo per metà. Quando ci fu la Grande depressione, negli Stati Uniti, migliaia di banche fallirono, milioni di persone persero tutto quello che avevano, il tasso di disoccupazione raggiunse il 25% e la produzione industriale crollò all’incirca del 60%. In breve si può dire che l’economia si arrestò. Di fatto, all’epoca, i dirigenti degli Stati avevano reagito piuttosto tardivamente. Per mesi e mesi essi avevano lasciato i mercati liberi a sé stessi. Peggio ancora, la loro sola misura fu di chiudere le frontiere alle merci straniere (attraverso il protezionismo) cosa che finì per bloccare il sistema. Oggi, il contesto è del tutto diverso. La borghesia ha imparato dal precedente disastro economico, si è dotata di organismi internazionali e sorveglia la crisi come il latte sul fuoco. A partire dall’estate del 2007, le diverse banche centrali (principalmente la FED e la Banca centrale europea) hanno iniettato circa 2000 miliardi di dollari per salvare gli stabilimenti in difficoltà. Esse sono così riuscite a evitare il crollo netto e brutale del sistema finanziario. L’economia sta decelerando molto molto rapidamente ma non si blocca. Ad esempio, secondo il settimanale tedesco Der Spiegel del 20 settembre, in Germania la crescita per il 2009 dovrebbe essere soltanto dello 0,5%. Ma, contrariamente a ciò che dicono tutti questi specialisti e altri scienziati, la crisi attuale è molto più grave che nel 1929. Il mercato mondiale è completamente saturo. La crescita di questi ultimi decenni è stata possibile solo grazie ad un indebitamento massiccio. Il capitalismo crolla oggi sotto questa montagna di debiti![3]
Alcuni politici o alti responsabili dell’economia mondiale ci raccontano oggi che bisogna “moralizzare” il mondo della finanza in modo da impedirgli di commettere gli eccessi che hanno provocato la crisi attuale e permettere il ritorno ad un “capitalismo sano”. Ma si guardano bene dal dire (oppure non vogliono vedere) che sono proprio questi “eccessi” ad aver permesso la “crescita” degli scorsi anni, cioè la fuga in avanti del capitalismo nell’indebitamento generalizzato[4]. I veri responsabili della crisi attuale non sono gli “eccessi finanziari”; questi eccessi e questa crisi della finanza non fanno che esprimere la crisi senza via d’uscita, l’impasse storico nel quale si trova il sistema capitalista come insieme. E’ per questo che non ci sarà una vera “uscita dal tunnel”. Il capitalismo continuerà ad insabbiarsi inesorabilmente. Il Piano Bush di 700 miliardi di dollari, che dovrebbe “risanare il sistema finanziario”, sarà necessariamente un fiasco.
Se questo piano viene accettato[5] il governo americano recupererà dei prestiti di dubbia esigibilità per verificare i conti delle banche e rilanciare il credito. All’annuncio di questo piano, sollevate, le borse hanno battuto record di aumento in un solo giorno (ad esempio 9,5% per la Borsa di Parigi). Ma dopo hanno cominciato a fare su e giù poiché, in fondo, nulla è stato realmente risolto. Le cause profonde della crisi sono sempre là: il mercato è sempre saturo di merci invendibili e gli istituti finanziari, le imprese, gli Stati, i privati … crollano sempre sotto il peso dei loro debiti.
Le migliaia di miliardi di dollari gettate sui mercati finanziari dalle diverse banche centrali del pianeta non cambieranno nulla. Peggio ancora, queste massicce iniezioni di liquidità significano un nuovo aumento dei debiti pubblici e bancari.
La borghesia è in un vicolo cieco, essa ha solo cattive soluzioni da offrire. E’ per questo che la borghesia americana esita tanto a lanciare il “piano Bush”; essa sa che se nell’immediato ciò evita il panico, ciò nondimeno lo stesso intervento tende a preparare dei nuovi soprassalti di una violenza estrema per domani. Per George Soros (uno dei finanzieri più famosi e rispettati del pianeta), la “possibilità di uno scoppio del sistema finanziario esiste”.
Un’ondata di pauperizzazione senza precedenti dopo quella degli anni ‘30
Le condizioni di vita della classe operaia e della maggioranza della popolazione mondiale si stanno degradando brutalmente. Un’ondata di licenziamenti sta colpendo simultaneamente i quattro angoli del pianeta. Migliaia di fabbriche vengono chiuse. Secondo il quotidiano francese les Échos del 26 settembre, da qui alla fine di questo anno, nel solo settore della finanza, dovranno essere eliminati 260.000 posti di lavoro negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Ma, un’occupazione nelle finanze genera a sua volta in media altri quattro posti di lavoro! Il crollo degli organismi finanziari significa dunque la disoccupazione per centinaia di migliaia di famiglie operaie. I pignoramenti di case aumenteranno ancora. Due milioni e duecentomila americani sono stati già sfrattati dalla loro casa dall’estate del 2007 e ancora un milione di persone si troveranno per strada da qui a Natale. E questo fenomeno comincia a toccare l’Europa, in particolare la Spagna e la Gran Bretagna.
In Inghilterra, il numero di pignoramenti immobiliari è aumentato del 48% nel primo semestre del 2008. Da poco più di un anno, l’inflazione ha fatto il suo grande ritorno sulla scena. Il prezzo delle materie prime e dei prodotti alimentari è esploso, cosa che ha provocato carestie e sommosse in numerosi paesi[6]. Le centinaia di miliardi di dollari iniettati dalla FED e dalla BCE tendono ad accrescere ulteriormente questo fenomeno. Ciò si traduce in un impoverimento di tutta la classe operaia: per alloggiare, nutrirsi, spostarsi diventa sempre più difficile per milioni di proletari!
La borghesia non mancherà di presentare la nota delle spese della sua crisi alla classe operaia. In programma: riduzione dei salari reali, degli aiuti e dei sussidi (per la disoccupazione, la salute …), prolungamento dell’età di pensionamento, aumento delle imposte e moltiplicazione delle tasse. D’altra parte Georges W. Bush si è già anticipato: il suo piano da 700 miliardi di dollari sarà finanziato dai “contribuenti”. Le famiglie operaie dovranno sborsare molte migliaia di dollari ciascuna per riportare a galla le banche nello stesso momento in cui una grande parte di loro non arriva neanche più a trovare un alloggio!
Se la crisi attuale non ha l’aspetto improvviso del crack del 1929, ciò nondimeno essa farà subire gli stessi tormenti agli sfruttati del mondo intero. La vera differenza con il 1929 non sta sul piano dell’economia capitalista ma su quello della combattività e della coscienza della classe operaia. All’epoca, con il fallimento della rivoluzione russa del 1917 che aveva appena subito, lo schiacciamento delle rivoluzioni in Germania tra il 1919 ed il 1923 e le angosce prodotte dalla controrivoluzione staliniana, il proletariato mondiale era completamente abbattuto e rassegnato. Le scosse della crisi avevano anche provocato dei movimenti importanti di disoccupati negli Stati Uniti, ma questi non sono andati molto lontano ed il capitalismo era riuscito a portare l’umanità verso la Seconda Guerra mondiale. Oggi le cose stanno in tutt’altra maniera. A partire dal 1968, la classe operaia ha sollevato la cappa di piombo della controrivoluzione e se le campagne del 1989 sulla “fine del comunismo” le avevano portato un violento colpo, dal 2003, essa sviluppa la sua lotta e la sua coscienza. La crisi economica può essere il terreno fertile su cui germineranno la solidarietà e la combattività operaia!
Françoise (27 septembre)
[1] All’annuncio di tutti questi fallimenti a catena non si può che essere indignati pensando alle somme vertiginose intascate in questi ultimi anni dai responsabili di questi diversi organismi. Per esempio, i dirigenti delle prime cinque banche di Wall Street hanno toccato 3,1 miliardi di dollari in 5 anni (Bloomberg). Ed oggi, chi subisce le conseguenze della loro politica è la classe operaia. Anche se la dismisura del loro salario non spiega la crisi, essa rivela tuttavia ciò che è la borghesia: una classe di gangster che ha il più grande disprezzo per gli operai, la “gente umile”!
[2] La “Grande depressione” corrisponde alla crisi degli anni ‘30.
[3] I “crediti incerti” (cioè quelli ad alto rischio di rimborso) si situano oggi, a livello mondiale, tra i 3.000 e i 40.000 miliardi di dollari, secondo le valutazioni. Una così grande incertezza dipende dal fatto che le banche si sono vendute reciprocamente questi prestiti a rischio al punto tale da non riuscire più a valutarne l’ammontare reale.
[4] Come ha detto esplicitamente un giornalista all’emittente televisiva France 5: “Gli Stati Uniti hanno potuto prendere tempo grazie al credito”.
[5] Mentre scriviamo sono ancora in corso le discussioni tra il governo ed il congresso. (Nota della redazione italiana: in realtà il piano è stato poi approvato, e l’effetto è stato la settimana nera vissuta tra il 6 e il 10 ottobre, con crolli successivi delle borse e panico finanziario in tutto il mondo).
Poco più di un anno fa, la crisi immobiliare che si apriva negli Stati Uniti (la ormai celebre “crisi dei subprimes” – crediti a basso interesse ed ad alto rischio) ha dato l’avvio ad una brutale accelerazione della crisi economica mondiale. Da allora l’umanità è stata colpita in pieno da una vera e propria ondata di povertà. Subendo il peso angosciante dell’inflazione gli strati più indigenti della popolazione hanno dovuto far fronte all’orrore della fame (in numerose regioni del mondo, in pochi mesi, i prezzi delle derrate alimentari di base sono più che raddoppiati). Le rivolte della fame che sono esplose dal Messico al Bangladesh, passando per Haiti e l’Egitto, hanno rappresentato un tentativo disperato di far fronte a questa situazione insostenibile. Anche nel cuore dei paesi più industrializzati le condizioni di vita di tutta la classe operaia si sono degradate profondamente. Un solo esempio. Più di due milioni di americani, incapaci di rimborsare i prestiti ricevuti, sono stati cacciati dalla propria casa. E da qui al 2009 questa minaccia grava su un altro milione di persone.
Questa dura realtà, avvertita sulla pelle dagli operai e da tutti gli strati non sfruttatori del mondo, non può più essere negata dalla borghesia. I responsabili delle istituzioni economiche e gli analisti finanziari non riescono più a dissimulare la loro inquietudine:
A queste affermazioni vanno ad aggiungersi tutte quelle che attualmente impegnano le prime pagine della stampa o che rappresentano l’apertura di tutti i notiziari mondiali. Per esempio, rimanendo in Italia: “Forse non avete capito cosa sta succedendo. Qui il problema non è Wall Street che perde il 4%. Qui stiamo ad un passo dal collasso totale dei mercati, dalla crisi del sistema finanziario globale” (“Nell’abisso degli hedge fund - fondi ad alto rischio o fondi spazzatura”, Massimo Giannini, La Repubblica del 18 settembre 2009).
E la lista si potrebbe allungare a dismisura.
Gli scaffali di “Economia” delle librerie si riempiono di libri i cui stessi titoli proclamano il carattere catastrofico della situazione. Da La grande crisi monetaria del XXI secolo è cominciata di P. Leconte a L’implosione, la finanza contro l’economia di P. Corion, tutte queste opere ci annunciano un avvenire chiaramente catastrofico.
L’attuale crisi economica mondiale è dunque particolarmente grave ma questo, la classe operaia, già lo sapeva; è lei, infatti, che per prima ne subisce le brutali conseguenze. La vera questione è sapere se – caso mai - si tratta solo di un brutto momento passeggero, di una specie di “tromba d’aria” o, meglio ancora, di una “purga salvatrice” che permetterà all’attuale economia mondiale di punire gli eccessi della finanza per, domani, ripartire al meglio. A voler credere a tutti gli scribacchini della classe dominante non può essere altrimenti. “Io sono convinto che il 2010 dovrebbe essere un anno di forte ritorno alla crescita” così afferma J. Attali nello stesso giornale, e la borghesia per rincuorarsi “oh sì, noi ne siamo convinti”. Ma è questa la realtà? L’attuale accelerazione della crisi non dimostra forse qualcosa di molto più profondo: il fallimento storico del capitalismo?
1967-2007: quarant’anni di crisi
In effetti, la crisi non è cominciata nel 2007 ma alla fine degli anni 1960. A partire dal 1967 si sono accumulate delle gravi convulsioni valutarie e le grandi economie nazionali hanno visto poco a poco il loro tasso di crescita diminuire. E’ la fine del periodo di “prosperità” degli anni ‘50 e ‘60, quelli che la borghesia chiama “I Trenta Gloriosi”[1] o “il grande boom”. Tuttavia, nel 1967, questa crisi non esplose con la violenza e l'aspetto spettacolare del crac del 1929. La ragione è semplice. Gli Stati avevano tirato le lezioni del periodo nero tra le due guerre. Per impedire che l’economia fosse di nuovo sommersa dalla sovrapproduzione e non si bloccasse, questi hanno fatto ricorso ad un artificio: l’indebitamento sistematico e generalizzato
Attraverso questo indebitamento degli Stati, delle imprese e delle persone, “la domanda” si è mantenuta più o meno a livello “dell'offerta”; in altre parole, le merci sono state smaltite a colpi di prestiti.
Ma l’indebitamento è solamente un palliativo, non guarisce il capitalismo dalla malattia della sovrapproduzione. Incapace realmente di "curarsi", questo sistema di sfruttamento fa ricorso continuamente ed in maniera crescente a quest'artificio. Nel 1980, l’ammontare del debito negli Stati Uniti era più o meno uguale alla produzione nazionale. Nel 2006, il debito era 3,6 volte più grande (ossia 48300 miliardi di dollari)! Si tratta di una vera fuga in avanti. Il capitalismo vive su una montagna di debiti, è un fatto incontestabile; ma gli specialisti borghesi ci ribattono che poco importa in quanto, in tal modo, il sistema funziona. La realtà è tutt’altra. L’indebitamento non è una soluzione magica, il capitale non può trarre soldi dal suo cappello indefinitamente. È l’abc del commercio: ogni debito deve un giorno essere rimborsato a rischio di generare, per il creditore, serie difficoltà capaci di portarlo fino al fallimento. Si torna, dunque, al punto di partenza: il capitale non ha fatto che guadagnare tempo di fronte alla sua crisi storica. Ma c’è di peggio! Spostando gli effetti della sua crisi nel tempo, esso ha preparato in realtà delle convulsioni economiche ancora più violente. La burrasca della crisi asiatica del 1997, il suo aspetto folgorante e devastatore ne ha costituito una dimostrazione vivente. All’epoca, le famose tigri e dragoni asiatici conobbero una crescita record grazie ad un indebitamento massiccio. Ma il giorno in cui si dovette rimborsare, crollò tutto come un castello di carte. In qualche settimana, questa regione fu semplicemente dissanguata (con, ad esempio, il milione di nuovi disoccupati creato in poche settimane in Corea). Allora la borghesia non ebbe altra scelta, per evitare la propagazione di questa tempesta all’economia mondiale, che ricorrere a nuovi prestiti, a colpi di centinaia di milioni di dollari. Si tratta di una spirale infernale... e che si accelera! Un poco alla volta, il “rimedio” diviene sempre meno efficace ed il paziente deve, per sopravvivere, aumentare continuamente le dosi. Questa volta gli effetti della perfusione del 1997 non durarono che quattro anni. Nel 2001, in effetti, esplose la bolla Internet (anche questa additata come nuovo modello di sviluppo: la new economy). Indovinate quale fu la “soluzione” della borghesia? Un aumento spettacolare del debito! Le autorità economiche americane, consapevoli dello stato reale della loro economia e della sua dipendenza dalla perfusione di crediti, fecero girare la macchina del debito ad un punto tale che un analista della banca ABN-AMRO soprannominò l’allora direttore della FED, A. Greenspan, “l’Ercole della carta moneta”!
Il ritmo della crisi si accelera brutalmente
Quello dal 1967 al 2007 è dunque un lungo periodo di crisi con i suoi momenti di apparente calma poi di recessioni più o meno profonde. Ma da un decennio, la storia sembra accelerarsi ed il nuovo episodio attuale appare come una burrasca particolarmente violenta. La montagna di debiti accumulata durante quattro decadi si è trasformata in un vero Everest al seguito delle crisi del 1997 e del 2001 ed il capitale va giù a precipizio.
Per circa dieci anni, la borghesia americana ha favorito oltre ogni misura l’accesso al credito immobiliare agli strati più poveri della classe operaia. Ma, nello stesso tempo e in conseguenza della crisi economica, essa li ha impoveriti, attraverso i licenziamenti, la precarizzazione, la riduzione dei salari, la drastica riduzione dell’assistenza sanitaria, ecc. Il risultato era inevitabile: una buona parte di quelli che le banche hanno spinto ad indebitarsi per comprare una casa (o a ipotecare il loro alloggio per comprare semplicemente cibo, vestiti...) non si sono più trovati nella possibilità di rimborsare. Non vedendo più rientrare i “loro” soldi, le banche hanno accumulato perdite, perdite così importanti che sempre più degli istituti finanziari sono falliti o stanno per fallire. Or dunque, attraverso la "titrisation", (che è la trasformazione dei crediti in valori mobiliari scambiabili sul mercato mondiale come le altre azioni ed obbligazioni) gli organismi di prestito sono riusciti a rivendere i loro crediti a banche in tutti i paesi. È per tale motivo che la crisi dei “subprimes” ha colpito il sistema bancario in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, il fallimento della banca Indymac è il più importante dal 1982. Senza l’aiuto delle banche centrali, la stessa banca svizzera UBS, che è una delle più grandi banche del mondo, sarebbe fallita. E poiché è sempre la classe operaia che paga le pentole rotte, le banche hanno soppresso 83000 posti di lavoro nel mondo dal 2007 e questa cifra potrebbe raddoppiare nei prossimi mesi (les Echos, 24 giugno 2008).
La banca è il cuore dell’economia, è essa che concentra tutti i soldi disponibili: se questa non c’è più, le imprese si fermano perché non possono più pagare i salari, né comprare materie prime e le macchine; soprattutto, non possono più contrattare alcun nuovo prestito. Ora, anche le banche che non sono in fallimento sono sempre più reticenti ad accordare un prestito per paura di non essere rimborsate nel clima economico attuale.
La conseguenza è inesorabile con il rallentamento brutale dell’attività economica a cui assistiamo oggi. Nella zona euro, il PIL si è abbassato dello 0,2% nel secondo trimestre del 2008. Nell’industria, sono stati soppressi migliaia di posti di lavoro alla Peugeot, Altadis, Unilever, Infineons. La General Motor è addirittura minacciata di fallimento ed annuncia la possibile soppressione di 73.000 posti di lavoro (le Figaro, 10 marzo 2008). Quando la direzione della Renault afferma, mentre annuncia 5000 licenziamenti, che "è meglio farlo quando si comincia a vedere il vento alzarsi piuttosto che quando il temporale è scoppiato", (le Monde, 25 luglio 2008) significa proprio che è in atto un incendio e che il peggio per la classe operaia deve ancora venire!
Ma una domanda viene immediatamente alla mente: perché non continuare ad aumentare l’indebitamento come dopo l’esplosione della bolla Internet? Non abbiamo più un “Ercole della carta moneta” alla FED degli Stati Uniti o altrove?
In effetti, il forte ritorno attuale dell’inflazione mostra che il debito ha raggiunto dei limiti che non possono essere superati, per il momento, altrimenti il rimedio potrebbe essere peggiore del male. L’indebitamento significa la creazione di quantità di danaro sempre più considerevoli. Secondo l’economista P. Artus, “le liquidità aumentano del 20% l’anno dal 2002”. La creazione di tali masse di denaro può solo generare forti spinte inflazionistiche[2]. Inoltre, gli speculatori del pianeta hanno accentuato questa tendenza inflazionistica scommettendo massicciamente su petrolio e sulle merci alimentari di base. Non potendo scommettere in borsa in modo classico sulle imprese (considerando la crisi), né sulla “nuova economia” (che ha fatto “flop” nel 2001), né nei beni immobiliari (che stanno crollando), gli speculatori si sono in realtà tutti ripiegati su quello che la gente è costretta ad acquistare, petrolio e cibo, a costo di sprofondare nella fame una parte dell'umanità![3]
Il pericolo è grande per l’economia capitalistica. L’inflazione è un vero veleno, può trascinare la caduta delle valute ed il disorientamento del sistema valutario mondiale. L’attuale indebolimento del dollaro ne sta indicando la strada. Se accadesse un tale evento, comporterebbe un blocco del commercio mondiale poiché la valuta americana costituisce un riferimento internazionale. D’altra parte è piuttosto significativo che i direttori delle grandi banche centrali (la FED, la BCE...) in tutti i loro interventi ci dicano sempre due cose contraddittorie. Da una parte, per evitare la recessione, affermano che è necessario allentare ancora un po’ la briglia del credito, che occorre abbassare i tassi d’interesse per sviluppare la domanda. Dall’altra, questi stessi personaggi vogliono lottare contro l’inflazione, la qualcosa significa... aumentare i tassi d’interesse per frenare il debito! Questi grandi borghesi non sono schizofrenici, essi esprimono soltanto la contraddizione reale in cui è stretto il capitalismo. Questo sistema è attualmente preso tra l’incudine della recessione ed il martello dell’inflazione. In altre parole, la borghesia d’ora in poi deve navigare tra due acque: frenare l’indebitamento per limitare l’inflazione e non chiudere troppo i rubinetti del credito per non bloccare l’economia, come accadde nel 1929. In breve, si trova realmente in una impasse.
La recessione attuale è un nuovo episodio particolarmente grave e violento del fallimento storico del capitalismo. Questa crisi, che dura da quarant'anni, ha cambiato ritmo, segna una vera accelerazione, anche se bisogna guardarsi dal credere che, colpito da una sorta di “crisi finale”, il capitalismo vada verso un blocco definitivo e a scomparire da solo. Ciò che è importante è che questa situazione, mai vista dal 1929, avrà delle implicazioni considerevoli sulle condizioni di vita della classe operaia così come sullo sviluppo delle sue lotte. La borghesia va ad indirizzare i suoi fulmini sul proletariato; come sempre, farà pagare a quest'ultimo la sua crisi. E qui, una cosa è certa: nessuna delle politiche economiche che ci propongono i differenti partiti (dall’estrema destra all’estrema sinistra), in qualunque paese, è capace di migliorare la situazione. Solamente la lotta della classe operaia può impedire alla borghesia di prendere le sue misure drastiche. Comunque, poiché l’inflazione che si sviluppa tocca tutti i lavoratori, crea un terreno favorevole alla lotta unita e solidale. Lo sviluppo della lotta della classe operaia è non solo l’unico mezzo che può impedire alla borghesia di colpire, ma è anche il solo mezzo realista per aprire la strada alla distruzione del capitalismo ed all’avvento di una società - il Comunismo - in cui non esisteranno più le crisi perché finalmente non si produrrà più per il profitto ma per soddisfare le necessità umane.
Vitaz (30 agosto)
Da Révolution Internationale 3 septembre, 2008
[1] Espressione consacrata dall'opera di riferimento di J. Fourastié: “I Trenta Gloriosi, o la rivoluzione invisibile dal 1946 a 1975”, Parigi, Fayard, 1979. Attualmente nella CCI è in atto un dibattito per comprendere meglio le risorse di questo periodo fastoso dell’economia capitalista, dibattito che abbiamo cominciato a pubblicare nella nostra stampa (leggi "Débat interne au CCI : Les causes de la période de prospérité consécutive à la Seconde Guerre mondiale" [38] nella Revue Internationale n°133, 2° trimestre 2008). Incoraggiamo vivamente tutti i nostri lettori a partecipare a questa discussione durante le nostre riunioni (permanenze, riunioni pubbliche) o scrivendoci lettere o mail.
[2] Non possiamo, nel quadro di quest’articolo, sviluppare e spiegare il legame tra la massa di denaro disponibile ed il suo valore. Semplicemente, ogni volta che la carta moneta gira a pieno regime, che della nuova moneta viene coniata e gettata massicciamente sul mercato, questi stessi soldi perdono valore e ciò si traduce in una spinta dell’inflazione, ossia, concretamente, in un aumento generalizzato dei prezzi.
[3] Brevemente, notiamo che la sinistra della sinistra borghese e gli altermondialisti non finiscono mai di chiedere agli Stati di appropriarsi di tutte le masse finanziarie della speculazione per iniettarle nell’economia sotto forma, per esempio, di grandi lavori. Qui si vede la truffa di questa proposta. Essa avrebbe essenzialmente per effetto l’aggravarsi dell'inflazione. In altre parole, questi propongono di estinguere il fuoco con la benzina!
L’estate che si è appena chiusa da qualche giorno ha segnato un’accelerazione incredibile del processo di degradazione del sistema sociale, politico ed economico in cui viviamo. In particolare lo sviluppo della barbarie ha fatto passi da gigante attraverso i vari attentati che hanno insanguinato le strade e le piazze di tanti paesi come Afghanistan, Iraq, Pakistan, Turchia, Cina, India, Algeria, Libano … con circa 350 morti e 850 feriti in soli 45 giorni tra luglio ed agosto.
Gli attentati si sono succeduti, giorno dopo giorno, al ritmo sfrenato di una danza macabra:
· 6 luglio, 11 morti a Islamabad (Pakistan) e 22 a Nangarhar (Afghanistan);
· 7 luglio, 41 morti e 150 feriti a Kabul (Afghanistan);
· 9 luglio, 3 morti a Istanbul (Turchia);
· 13 luglio, 18 morti e 35 feriti in Afghanistan;
· 21 luglio, 2 morti e 14 ferii in seguito a delle esplosioni quasi simultanee in due autobus a Kumming, capitale della provincia cinese dello Yunnam;
· 26 luglio, 17 explosioni (!) che provocano 49 morti e 160 feriti a Ahmedabad (in India);
· 27 luglio, 2 esplosioni successive a Istanbul (in Turquie) uccidono 17 persone e ne feriscono 154;
· 28 luglio, 39 morti e 146 feriti negli attentati quasi simultanei a Bagdad e Kirkouk, (in Irak);
· 3 agosto, 25 feriti a Tizi Ouzou (in Algérie);
· 5 agosto, 16 morti nella provincia di Xinjiang (in Cina);
· 10 août, 8 morti e 17 feriti a Zemmouri (in Algeria);
· 13 agosto, 14 uccisi e 40 feriti a Tripoli (in Libano);
· 17 août, 8 uccisi a Skikda (in Algeria);
· 18 août, 9 morti e 13 feriti nella provincia di Khost (in Afghanistan);
· 19 agosto, 43 morti e 45 feriti a Issers (in Algérie);
· 20 agosto, 11 morti e 31 feriti a Bouissa (in Algeria);
Bisogna denunciare con forza i massacri delle popolazioni civili che costituiscono ormai il principale obiettivo di questi attentati. Questi infatti colpiscono i luoghi più popolati, come i mercati o le scuole. Ma in aggiunta a ciò, è la ferocia con cui vengono condotti che lascia interdetti:
- in Algeria, a Zemmouri, il 9 agosto un kamikaze si è fatto saltare al volante della sua automobile uccidendo 8 giovani con meno di 25 anni, dopodiché un gruppo armato ha sparato contro le autoambulanze per ritardare l’arrivo dei soccorsi!
- il 20 agosto, nella città di Dera Ismaïl Khan, sempre in Algeria, un attentato con bombe è avvenuto davanti … al pronto soccorso di un ospedale! Il bilancio è stato di 23 morti e di 15 feriti.
Il responsabile di tutta questa carneficina non è altro che il capitalismo. Il terrorismo è il frutto dello scontro tra le varie fazioni borghesi. Esso è l’arma attraverso la quale le borghesie più deboli tentano di difendere i loro sordidi piccoli interessi locali (come oggi fanno i “signori della guerra” in Afghanistan o in Iraq), anche se le grandi potenze non disdegnano esse stesse di farne uso, se non altro per trarre profitto dalle conseguenze derivanti da tali atti terroristici. Infatti, manipolando opportunamente la situazione, queste non esitano ad utilizzare, nella misura in cui ci riescono, questa violenza cieca per destabilizzare i loro rivali (come stanno facendo, per esempio, attualmente gli Stati Uniti in Algeria sostenendo l’Al-Qaida locale contro la Francia).
La situazione attuale rivela tutta la natura guerriera e sanguinaria della borghesia. La moltiplicazione di attentati e la loro estensione geografica mostrano chiaramente la dinamica di questo sistema: il capitalismo sprofonda in un abisso e rischia di trascinarvi tutta l’umanità. Più che mai, la sola alternativa è “socialismo o barbarie”!
Map (21 agosto)
Pubblichiamo la posizione espressa questa estate, all’inizio del conflitto in Georgia, dai compagni del KRAS, piccolo gruppo appartenente al movimento anarco-sindacalista con base principalmente in Russia. Sebbene esistano differenze su diverse questioni tra le due organizzazioni, la CCI mantiene relazioni politiche fraterne con il KRAS: relazioni cementate dalle posizioni internazionaliste che condividiamo. Come il lettore potrà notare questo volantino, sulla scia di quelli precedenti, soprattutto durante la guerra in Cecenia, è un esempio della chiara posizione internazionalista difesa dal KRAS, caratterizzata da:
· la denuncia delle finalità capitaliste e imperialiste dei vari governi nazionali e della loro natura rapace, specialmente dei poteri forti;
· il rifiuto della guerra sia in campo imperialista che capitalista;
· l’appello diretto a tutti i lavoratori dei paesi belligeranti perché esprimano la loro solidarietà di classe attraverso le frontiere e dirigano la lotta contro i loro rispettivi sfruttatori.
E’ per questo che noi diamo il nostro pieno sostegno all’essenziale di questa presa di posizione.
Vogliamo tuttavia precisare che lo slogan diretto ai soldati alla fine del documento (disobbedire agli ordini dei comandanti, rivolgere le armi contro di loro, ecc.), benché perfettamente corretto dal punto di vista di una prospettiva storica (peraltro sono stati messi in pratica nella rivoluzione russa nel 1917 e in quella tedesca nel 1918), non può essere immediatamente possibile, in quanto non esiste, né a scala regionale né internazionale, sufficiente forza e maturità della lotta della classe operaia. Nel contesto attuale, se i soldati mostrassero un’attitudine di questo tipo sarebbero esposti alla peggiore delle repressioni senza poter contare sulla solidarietà dei fratelli di classe.
Ciò detto, ci teniamo a salutare i compagni del KRAS per la loro difesa intransigente dell’internazionalismo e per il coraggio politico dimostrato da molti anni in condizioni particolarmente difficili, tanto dal punto di vista della repressione poliziesca che per il peso delle mistificazioni, specialmente di quelle nazionaliste, che continuano a pesare sulla coscienza dei lavoratori russi come risultato della contro-rivoluzione stalinista durata decenni. Abbiamo fatto qualche minima correzione in inglese (poi in italiano n.d.t.) dalla versione originale pubblicata su libcom.org [40].
CCI (25/08/2008)
NO AD UNA NUOVA GUERRA NEL CAUCASO!
La scoppio di una azione militare tra Georgia e Ossezia del Sud minaccia di sviluppare una guerra su larga scala tra la Georgia, sostenuta dalla Nato, e la Russia. Sono migliaia le persone che sono state già uccise o ferite, di cui la maggior parte civili inermi. Intere città e numerose infrastrutture sono state rase al suolo. La società è stata annegata da una straripante corrente di isteria nazionalista e sciovinista.
Come sempre e dovunque nei conflitti tra gli stati, non c’è e non ci può essere alcunché di giusto in questa nuova guerra del Caucaso: ci sono solo colpevoli. La brace su cui si è soffiato per anni ha prodotto alla fine una fiammata militare. Il regime di Saakashvili in Georgia ha condotto due terzi della popolazione nella miseria profonda, e più montava nel paese la collera contro questa situazione, più questo regime cercava una scappatoia alla propria impasse sotto forma di una “piccola guerra vittoriosa” nella speranza che ciò potesse cancellare tutto. Il governo russo, dal canto suo, è molto determinato a mantenere la sua egemonia nel Caucaso. Oggi esso ha la pretesa di far credere di difendere i deboli, ma si tratta di pura ipocrisia: di fatto Saakashvili non fa che riprodurre quanto la soldatesca di Putin ha fatto in Cecenia da 9 anni a questa parte. I circoli dirigenti di Ossezia e dell’Abkhazia aspirano a rinforzare il loro ruolo di alleati esclusivi della Russia nella regione e allo stesso tempo a raccogliere le popolazioni impoverite intorno alla torcia dell’“idea nazionale” e della “salvezza del popolo”. I leader di Stati Uniti, Europa e NATO, invece, sperano di indebolire il più possibile l’influenza del rivale russo nel Caucaso, per assicurarsi il controllo sulle risorse petrolifere e sul trasporto di queste. Diventiamo così testimoni e vittime di una nuova spirale della lotta mondiale per l’energia, il petrolio e il gas combustibile.
Questo conflitto non porterà nulla di buono ai lavoratori, che essi siano essi georgiani, osseti, abkasiani, o russi, niente fuorché lacrime e sangue ed incalcolabili disastri e privazioni. Noi esprimiamo la nostra profonda simpatia a tutti gli amici e parenti delle vittime, alle persone che a causa della guerra hanno perso la casa e i mezzi di sussistenza.
Noi non dobbiamo cadere sotto l’influenza della demagogia nazionalista che ci chiede l’unità con il “nostro” governo sventolando la bandiera della “difesa della patria”. I principali nemici delle persone comuni non sono i fratelli e le sorelle impoverite dell’altro lato della frontiera o di qualsiasi altra nazionalità. I nemici sono i governanti e i padroni di ogni genere, i presidenti e i ministri, gli uomini d’affari e i generali, tutti quelli che provocano le guerre per salvaguardare il loro potere e le loro ricchezze. Noi facciamo appello agli operai di Russia, Ossezia, Abkhazia e Georgia perché rigettino l’esca del nazionalismo e del patriottismo e perché rivolgano la loro collera contro i dirigenti e i ricchi di entrambi i lati della frontiera.
Soldati russi, georgiani, osseti e abkhaziani! Non obbedite agli ordini dei vostri comandanti! Voltate le vostre armi contro chi vi manda in guerra! Non sparate ai soldati “nemici” – fraternizzate con loro: piantate il fucile per terra!
Operai! Sabotate lo sforzo bellico, abbandonate il lavoro per andare alle riunioni e alle manifestazioni contro la guerra, organizzatevi e mettetevi in sciopero!
No alla guerra e a chi la organizza – dirigenti e ricchi! Si alla solidarietà della classe operaia al di là delle frontiere e delle linee del fronte!
Federazione di lavoratori dell’educazione, delle scienze e delle tecniche, KRAS-IWA (Agosto 2008)
Dopo i sanguinosi scontri del mese di agosto in Georgia1, la propaganda borghese, in particolare in Europa, ci assicura che i governi faranno tutto il possibile per trovare una soluzione di pace nel Caucaso. Come prova della loro buona fede citano le operazioni umanitarie in corso, in cui navi da guerra americane e della NATO portano viveri e medicinali alla popolazione georgiana. Di fronte alla curiosità che suscita questo aiuto “umanitario” portato con navi da guerra invece che con navi mercantili, i nostri democratici, gente di sentimenti buoni, evocano la presenza malefica della marina da guerra russa che occupa il litorale georgiano. Certo, i Russi sono pronti a difendere i territori conquistati, ma si possono avere molti dubbi sulla sincerità di questi “umanitari” quando si vede che è una vera e propria armada che lo Stato americano e i suoi alleati della NATO hanno inviato nelle acque del mar Nero.
Sono sette le navi dell’Alleanza (3 americane, una spagnola, una tedesca, una polacca e una con la bandiera della NATO) che sono schierate in tutti i punti chiave del mar Nero, tra cui la nave idrogeografica americana USNS Pathfinder capace di individuare i sottomarini a una distanza di più di 100 chilometri, il cacciatorpediniere lanciamissili McFaul equipaggiato con missili da crociera Tomahawk che possono trasportare testate convenzionali o nucleari (e la cui potenza di fuoco fece stragi spaventose al momento della prima Guerra del Golfo del 1991) e la nave ammiraglia Maount Whitney della 6^ flotta americana, nave da guerra dotata del sistema di comunicazione e sorveglianza più sofisticato esistente, vero direttore d’orchestra di questa operazione sedicente pacifica e umanitaria!
Un tale spiegamento di forze non ha evidentemente niente di filantropico, né di altruista. Il suo vero obiettivo è di “fare una valutazione dello stato delle forze armate georgiane” e, come sottolinea la missione senatoriale americana presente in Georgia, “gli Stati Uniti devono fornire un’ assistenza alle forze armate georgiane, dotandole delle più moderne armi antiaeree e anticarro, e continuando l’addestramento delle truppe”2.
Chiaramente, “l’aiuto umanitario” serve da paravento alla fornitura di armi micidiali e al rafforzamento dell’esercito georgiano. Tutto questo prefigura la risposta americana al colpo subito con l’invasione della Georgia da parte dell’esercito russo nello scorso agosto e il riconoscimento da parte russa dell’indipendenza dell’Ossezia del sud e dell’Abkazia. Questa sedicente operazione umanitaria concentra nei fatti tutti gli ingredienti di una nuova e pericolosa crescita della tensione bellica il cui obiettivo è sempre l’Asia centrale ex-sovietica, zona di immensa importanza, sia per le sue riserve energetiche che per la sua posizione geostrategica rispetto a Russia, Cina ed India.
Le popolazioni, vittime delle azioni militari, non hanno quindi niente da aspettarsi dal preteso aiuto umanitario militarizzato in corso. Come nei precedenti “interventi per la pace” (Somalia 1992, Bosnia 1993, Ruanda 1994, e tanti altri: Kossovo, Darfur, Congo, Palestina,…) gli aiuti umanitari sono degli alibi cinici al servizio della guerra, complementi indispensabili ai “discorsi di pace” che ci ammanniscono tutti gli Stati imperialisti, piccoli o grandi, per difendere i loro interessi.
Daniel (26 settembre)
1. Vedi l’articolo “Guerra in Georgia: tutte le potenze sono fautrici di guerra!”, sul nostro sito web
2. ilmanifesto.it [43]
Le ultime elezioni hanno visto la piena vittoria di Berlusconi e dei suoi alleati di destra. Con la maggioranza assoluta un uomo d’azienda come Berlusconi non poteva che darsi da fare a risolvere i problemi immediati con la bacchetta magica. Non poteva giocherellare come in passato con “la sinistra che ci ostacola” e frasi ad effetto. Il primo problema che incominciava a puzzare un po’ troppo era la presenza massiccia in molte zone del napoletano di cumuli di immondizia. Il problema l’ha risolto andando a ramazzare anche lui (almeno a livello propagandistico). Ha usato l’esercito e nuove discariche senza preoccuparsi più di tanto degli effetti sull’ecosistema locale che questi rifiuti provocheranno. L’aumento dei malati di cancro e altre malattie, dei nati deformi non sarà visibile a breve mentre oggi conosciamo, forse, il numero dei morti provocati dall’interramento nella stessa regione di milioni di quintali di rifiuti pericolosi di ogni genere fatto negli anni precedenti da personaggi senza scrupoli, anche quando a governare c’era la cosiddetta sinistra di Prodi. Saviano con il libro “Gomorra” ha svelato queste notizie alla gran massa ma dobbiamo essere così ingenui da credere che i politici dei vari partiti della sinistra parlamentare, del Pd e Rifondazione Comunista non sapessero queste cose?
In breve ad ogni governo la sua “monnezza”.
Tra gli altri problemi da affrontare appena insediatosi, Berlusconi ha trovato l’affaire Alitalia e la ristrutturazione della scuola e dell’apparato statale. Il fallimento dell’Alitalia poteva essere evitato solo svendendola ad una compagnia estera o regalandola ad una cordata italiana. Berlusconi ancora prima delle elezioni è riuscito a bloccare la vendita dell’Alitalia ad AirFrance facendo balenare l’idea di una cordata italiana che effettivamente dopo alcuni mesi è venuta fuori ma con una richiesta di licenziamenti difficile da controllare e soprattutto con la svendita totale della compagnia e l’accollamento dei debiti da parte dello Stato. In breve l’ennesimo furto ai danni della collettività. In quanto a ristrutturazione dell’apparato statale e soprattutto della scuola, lo Stato non poteva aspettare ancora. Il debito statale pesa come un macigno ed è necessario ridurlo con grossi tagli nei classici settori gestiti dallo stato: pubblico impiego, scuola, sanità e pensioni. Settori con un alto numero di lavoratori, dove la spesa per gli stipendi fa la parte grossa. Per poter affrontare questi tagli è stata necessaria all’inizio una campagna stampa gestita in tandem dal sottosegretario Brunetta e dalla ministra della Pubblica Istruzione, Gelmini, sui fannulloni che vanno a prendere il caffè in orario d’ufficio o che sono sempre in malattia e sulla necessità che gli alunni indossassero i grembiulini! La Gelmini ci ha aggiunto ciò che il suo ufficio stampa le ha procurato, (perché lei, che di scuola non capisce niente, ci mette solo il corpo come portavoce), la necessità per crescere bene di avere un singolo maestro per classe al posto di 3 per due classi. Con questo provvedimento saltano tutte le attività esterne compreso lo studio della lingua straniera. Ma chi aveva già preparato questo attacco frontale da 87.000 licenziamenti o mancate assunzioni? Chi da molti anni sta fondendo scuole diverse, dalle materne alle superiori, in Istituti Comprensivi con un solo dirigente, una sola segreteria e classi più numerose? E chi ha fatto finta di opporsi? La chiusura di molte segreterie e la mancata assunzione di bidelli avviene da anni, è avvenuta a ritmi sostenuti anche sotto Prodi e compagni, a danno di alunni, genitori, e lavoratori della scuola. La cura nella preparazione degli alunni è ridotta perché è necessario nello stesso tempo organizzarsi per fare più cose assieme, i ragazzi vengono abbandonati a se stessi, il bullismo aumenta, i ragazzi con handicap vengono lasciati a se stessi, lo sporco avanza perché poche persone devono gestire interi corridoi, controllare la porta, rispondere al telefono, etc. Gli 87.000 licenziamenti (o mancate assunzioni, cioè più disoccupati in giro) di docenti promessi dalla Gelmini nei prossimi 3 anni si affiancano ai 45.000 posti in meno del personale Ata (segreterie e bidelli) e si sommano a quelli effettuati dal governo Prodi negli anni scorsi; nei prossimi anni la mannaia arriverà nelle scuole medie e superiori con la riduzione delle ore di scuola (dicono che faccia bene agli alunni ma soprattutto alle tasche dello stato) e l’aumento delle ore di lavoro per gli insegnanti.
Lo stesso ritmo di tagli è avvenuto nel settore della sanità con la chiusura di molti ospedali locali e la riduzione del numero dei posti letto. Gli ammalati vengono trattati come automobili in un garage, ammassati nei corridoi e abbandonati a se stessi. I casi di mala sanità, come si usa, dire sono in costante aumento. La quantità diventa sinonimo di efficienza o eccellenza a scapito della qualità dell’assistenza.
I giornali, la tv non fanno che sfornare statistiche sul fatto che lavorare fa bene (tanto spetta a noi e non a loro) e quindi promettono di allungare i tempi per la pensione. Tra Prodi (senza dimenticare PD e simili) e Berlusconi fanno a gara a chi fa campare di più i vecchi sul posto di lavoro. I sindacati naturalmente gestiscono la parte di chi dovrebbe difendere i lavoratori nella contrattazione aziendale, indicono scioperi farsa, chi in un giorno e in un settore, chi in altri etc., in modo da mettere i lavoratori gli uni contro gli altri, come nel caso Alitalia. Dopo decenni di gestione sindacale abbiamo perso tutto, non c’è una sola vittoria che possiamo ricordare, salvo quella del 1987 nella scuola ottenuta perché abbiamo lottato uniti come lavoratori, fuori e contro i sindacati.
I precari non hanno più diritto a nulla, sono peggio di uno schiavo che bene o male non doveva pagare né vitto né alloggio anche quando non lavorava. Ora i precari, anche quando lavorano, per sopravvivere devono chiedere un contributo alle famiglie, tanto da far passare a molti l’idea di cercare lavoro in altre città.
In definitiva vediamo che tutto ciò che Berlusconi sta facendo non lo estrae solo dal suo sacco, ma da un grosso sacco comune in dotazione a qualsiasi governo di destra o sinistra. È comunque vero che Berlusconi, Fini e Bossi hanno più disinvoltura nell’usare le maniere forti contro operai e disoccupati[1] a differenza della sinistra, ma questo avviene non perché la sinistra sia più vicina ma perché non deve scoprirsi di fronte ai lavoratori, deve camuffare i suoi attacchi, per poter mantenere la sua presenza nelle file dei lavoratori ed essere pronta a bloccare ogni tentativo autonomo di risposta di classe. I soldi che Berlusconi ha fatto risparmiare a molte famiglie con l’eliminazione dell’ICI sulla prima casa li riprenderà con gli interessi con tutti gli attacchi che sta facendo contro i lavoratori ma questi attacchi non hanno nulla da invidiare a quelli di Prodi, Veltroni, D’Alema e Bertinotti quando hanno innalzato l’età lavorativa, aumentato le tasse e ridotto i salari, mentre spendevano denaro pubblico per la non edificante impresa di andare a massacrare misere popolazioni nelle loro imprese imperialiste (cioè nelle missioni militari in Afghanistan, Kosovo, ecc.).
Se tutti i governi, in tutto il mondo, attuano le stesse politiche, e cioè attacchi a ripetizione contro i lavoratori, lo smantellamento dello stato sociale, la precarizzazione del lavoro, salari da fame, è perché quello che decide la politica dei governi è la situazione dell’economia capitalista, che è al collasso, come le vicende di questi giorni stanno dimostrando.
Noi lavoratori non abbiamo nulla da aspettarci da Berlusconi ma meno che mai dal ritorno di un qualsivoglia governo di sinistra, perché nessuno può rimettere in piedi un sistema che non funziona più.
La nostra strada deve essere la ripresa di una lotta unitaria, autonoma e autorganizzata senza divisione settoriale, di categoria o sindacale.
Oblomov, settembre ‘08
[1] 1. Provvedimenti, come l’uso dell’esercito assieme alle forze di polizia, non hanno solo lo scopo di distrarre l’attenzione dagli attacchi salariali e normativi o occupazionali, ma soprattutto di mostrare che lo Stato è pronto ad azioni repressive in caso di risposta di classe. L’inutilità dell’esercito nella difesa dei cosiddetti cittadini la si è vista con l’uccisione a bastonate del giovane ragazzo a Milano vicino la stazione centrale e il massacro di 6 lavoratori africani a Castelvolturno. Da aggiungere anche che i governi, di qualsiasi colore, non hanno alcuna intenzione di tagliare le spese dell’esercito perché questo implicherebbe una ritirata dello Stato dalla competizione imperialista a livello mondiale. Berlusconi è stato pronto ad inviare osservatori in Georgia, mentre Prodi ad inviare l’esercito in Libano. Ambedue difendono gli stessi interessi, quello della borghesia e del suo Stato.
Sulla vicenda Alitalia sono tantissime le lezioni che possiamo trarre. E’ molto probabile, che Berlusconi con la “cordata italiana” abbia voluto fare un favore ai suoi amichetti (a buon rendere evidentemente), così come sembra vero che nel decreto sull’Alitalia si sia cercato di fare passare in maniera nascosta un altro favore per altri amici degli amici; è altrettanto vero che il piano contenuto nella proposta di acquisto fatta da Air France in marzo era migliore di quello definito Fenice, presentato dalla cordata italiana, proposta fatta fallire da Berlusconi sia per ragioni elettorali che per il secondo fine che c’era dietro il suo slogan di mantenere “l’italianità” della compagnia di bandiera. Tutto questo può evidentemente farci riflettere sul grado di corruzione della borghesia e sull’irresponsabilità anche dei governi, che dovrebbero fare l’interesse generale del capitale nazionale e non quello di singoli capitalisti o di qualche frazione politica. Queste osservazioni hanno sicuramente la loro importanza, ma le cose più importanti su cui soffermarsi relativamente alla vicenda Alitalia sono altre: da un lato il motivo reale del fallimento della compagnia, dall’altro il ruolo che i sindacati hanno giocato nel far passare le migliaia di licenziamenti con cui si è “salvata” l’Alitalia.
Già nell’articolo del numero 155 di questo giornale, aprile 2008, mettevamo in evidenza come la crisi dell’Alitalia fosse il risultato della crisi generale del capitalismo prima che dell’incapacità dei manager che l’hanno diretta negli ultimi decenni (cosa che pure c’è stata): “Il caso Alitalia è da diversi punti di vista estremamente indicativo della situazione attuale dell’economia e dei rapporti tra le classi:
- innanzitutto dimostra quanto sia precaria la situazione economica mondiale, per cui anche una grande azienda, sostenuta dallo Stato, può arrivare al fallimento. Nel capitalismo un’azienda, non importa di quale settore si occupi, può continuare a sopravvivere solo se è competitiva rispetto alle sue concorrenti. E quello del trasporto aereo è un settore che, negli ultimi decenni, ha visto un certo sviluppo di traffici, ma anche la nascita di tante nuove compagnie, in particolare le low cost, che ha creato grande concorrenza e grandi sconvolgimenti: quello che sta succedendo oggi all’Alitalia è già accaduto ad altri grandi compagnie del settore, come i colossi americani Delta Airlines e TWA, o le compagnie di bandiera Sabena, belga, e Swissair, svizzera, tutte ridimensionate e/o vendute. Deve essere quindi chiaro che l’Alitalia, dal punto di vista borghese, non può continuare ad andare avanti, e l’alternativa, sempre dal punto di vista borghese, è tra il piano di un compratore, tipo Air France, che assicura la sopravvivenza della compagnia, e il fallimento puro e semplice, che significa libri contabili in tribunale, commissariamento e smantellamento della compagnia (con la possibilità residua di un recupero di piccole parti dell’ex compagnia, come è avvenuto per Sabena e Swissair).”
Fallito, o fatto fallire il piano Air France, che comunque prevedeva tagli e licenziamenti, la situazione è andata sempre peggio, visto anche l’aumento vertiginoso del prezzo del carburante, per cui il fallimento è diventato una prospettiva reale. Insomma c’erano le condizioni apparenti per fare un taglio ancora più consistente di quello previsto nel piano Air France. A queste condizioni la famosa “cordata italiana”, già data per fatta da Berlusconi a marzo, si è potuta formare, visto peraltro i vantaggi che il governo era disposto a concederle (in primo luogo separare i debiti, lasciati a carico del vecchio azionista, cioè lo Stato, e offrendo ai compratori solo la parte buona dell’Alitalia). Ma anche così, anche con una nuova compagnia che partiva senza il fardello dei debiti di Alitalia, era difficile affrontare la concorrenza internazionale se non si procedeva a un robusto taglio del personale, dei salari e delle condizioni di lavoro di tutto il personale. Si è partiti così dalla provocazione di un contratto che tagliava del 25% i salari di tutte le categorie e riduceva a 12.500 gli effettivi della nuova compagnia (dagli attuali 19.798 fissi di Alitalia più Air One – cui bisognerebbe aggiungere i 3.362 lavoratori a tempo determinato) (Repubblica del 16/09/08), per chiudere con un taglio del 6-7% dei salari ed effettivi ridotti a… 12.500! (Repubblica del 28/09/08). E’ questa la grande vittoria a cui i sindacati hanno portato i lavoratori dell’Alitalia, e possono ben essere soddisfatti che oggi ci sono 10.700 posti di lavoro in meno e 12.500 “fortunati” lavoratori più sfruttati di prima!
Anche se si cerca di attribuire il fallimento di Alitalia ai manager che l’hanno gestita (i quali possono anche avere una parte di responsabilità e sicuramente sono stati ben pagati per questi risultati), il dato di fatto è che il sistema capitalista non funziona e a pagarne le spese sono sempre e solo i lavoratori (non dimentichiamo che oltre a quanto pagato dai lavoratori di Alitalia, c’è anche il miliardo e mezzo di euro del debito Alitalia che è stato risparmiato ai nuovi compratori e che sarà pagato dall’insieme dei lavoratori o con altre tasse o con tagli ai servizi sociali).
Per far passare quello che è, a tutt’oggi, uno dei più grossi piani di ristrutturazione mai visti in Italia, si è scatenata tutta la santa alleanza della borghesia: dai politici, di destra e sinistra, alla stampa, ai sindacati, che possono ben rivendicare il ruolo principale in questo sporco lavoro.
Tutti hanno potuto notare la drammatizzazione che della situazione dell’Alitalia è stata fatta da giornali e TV: “l’Alitalia perde cento milioni al mese”; “l’Alitalia non ha più soldi in cassa, nemmeno per pagare il carburante” (Repubblica del 14 settembre, per esempio, titolava “soldi finiti, da lunedì – 15 settembre – voli a rischio”), eppure oggi, un mese dopo, gli aerei Alitalia volano ancora!; “l’alternativa al piano Fenice è il fallimento puro e semplice, con il licenziamento di tutti i dipendenti”. E quanto veleno è stato riversato sui lavoratori: “privilegiati”, “piloti pagati meglio di quelli delle altre compagnie” (cosa per altro semplicemente falso, come mostrato dalle tabelle pubblicate su Repubblica del 16 settembre).
Tutto questo veleno, queste falsità, queste intimidazioni, avevano lo scopo da un lato di fiaccare la volontà di resistenza dei lavoratori Alitalia, dall’altro di evitare che intorno ad essi si potesse creare una simpatia e un movimento di solidarietà da parte di altri settori (si poteva mai solidarizzare con questi “privilegiati” e “velleitari” che volevano “l’impossibile”?).
Con l’appoggio di questa campagna mediatica, i politici si sono ben potuti sentire al sicuro nel cercare di convincere i lavoratori che non c’erano alternative al piano CAI, e che tanto valeva stringersi intorno ai nuovi padroni e accettare i loro progetti. E a conferma di quanto la borghesia riesce ad unirsi quanto si tratta di attaccare i lavoratori c’è il fatto che tutte le forze politiche presenti in Parlamento (quelle che insomma hanno maggiore impatto mediatico) hanno agito nella stessa direzione: Veltroni ci ha tenuto a rivendicare il suo ruolo di mediatore fra CGIL e CAI, invitando a cena per far riprendere il dialogo Colaninno, presidente della CAI, Epifani, segretario della CGIL, e Gianni Letta sottosegretario alla presidenza del consiglio; mediazione a seguito della quale la CGIL ha firmato l’accordo con la CAI.
Ma il ruolo principale è ben stato quello giocato dai sindacati che hanno fatto finta di voler strappare condizioni migliori nel nuovo contratto e in realtà hanno lavorato per tenere buoni i lavoratori e soprattutto per tenerli divisi, tra loro come dagli altri lavoratori. Riuscendo a mantenere in mano l’iniziativa, i sindacati hanno cominciato a cedere poco alla volta: prima CISL, UIL e UGL, poi la CGIL, che ha firmato dopo la rivendicata mediazione di Veltroni (e portando a casa qualche promessa di garanzie maggiori per il futuro dei precari), per arrivare infine ai sindacati degli assistenti di volo e dei piloti (la cui grande vittoria è stata avere altri 140 posti, a part time, contro gli 860 licenziamenti solo fra i piloti con contratto a tempo indeterminato). Come abbiamo visto dalle cifre riportate sopra (e tratte dai giornali borghesi), l’accordo finale è molto vicino a quanto voluto fin dall’inizio dalla CAI, per cui la farsa delle varie “rotture” è stata solo un momento di questa grande commedia messa in piedi.
E a questo sporco lavoro non si sono sottratti i sindacati di “base”, come la CUB trasporti, che durante lo sciopero di Fiumicino del 17 settembre dichiarava, attraverso i suoi coordinatori nazionali, Antonio Amoroso e Fabio Frati, di essere pronti “a rispondere con una lotta dura agli aut aut del governo, o a colpi di mano sul nostro futuro” (Repubblica del 18/09/08). Quanto siano stati conseguenti con queste dichiarazioni si è visto.
Eppure i lavoratori hanno mostrato a più riprese di essere disposti a lottare per difendere le loro condizioni di vita: a questo sciopero del CUB avevano partecipato 2.000 lavoratori, con mille di essi che a Fiumicino hanno organizzato un corteo e un blocco stradale; a più riprese ci sono stati cortei spontanei di lavoratori non in servizio; più volte i lavoratori si sono recati sotto i palazzi in cui si svolgevano le trattative per far sentire la loro pressione. Ed ancora i lavoratori hanno dimostrato quanto avevano riconosciuto il carattere sciacallesco dell’intervento della CAI, quando hanno esultato, in assemblea, alla notizia che la CAI aveva ritirato la sua offerta (anche questa una farsa che faceva parte della sceneggiatura).
L’errore, e la debolezza, di questi lavoratori è stato di lasciare questa loro volontà di lotta nelle mani dei sindacati, che, come abbiamo visto, hanno lavorato per tenerli divisi (tra loro e dagli altri lavoratori) per poterli indebolire, demoralizzare ed infine portarli alla sconfitta. CISL e UIL sono arrivati ad organizzare un corteo di un paio di centinaio di lavoratori (cioè una stretta minoranza dei loro stessi iscritti) in polemica con la mancata firma della CGIL (cioè una vera e propria azione di crumiraggio).
Ma questa sconfitta potrà comunque servire all’insieme dei lavoratori se se ne traggono le giuste lezioni:
- innanzitutto che è inutile illudersi sulla possibilità del capitalismo di evitare di attaccare i lavoratori per far fronte alla propria crisi storica (i 140.000 licenziamenti previsti nel solo settore scuola nei prossimi tre anni, e solo allo scopo di risparmiare 8 miliardi e mezzo di euro ne costituiscono una clamorosa conferma);
- che tutte le forze politiche sono unite nel difendere questa esigenza del capitalismo, per cui solo la lotta dei lavoratori può cercare di frenare questi attacchi;
- che questa lotta non può essere efficace se la sua gestione viene lasciata nelle mani dei sindacati (poco importa se di vertice o di base), e se ci si illude di poter lottare isolati per settori e categorie: tutti i lavoratori sono soggetti agli stessi attacchi e solo una lotta unita può costruire un rapporto di forza più favorevole nei confronti della borghesia.
Helios, 13/10/08
Nel novembre 2007, avevamo pubblicato una lettera di un lettore, firmatosi Sébastien, che descriveva “dall'interno" l'aumento della collera nei diversi servizi della Sicurezza Sociale di Marsiglia, col titolo "Una testimonianza della combattività operaia di fronte all’aggravamento delle condizioni di lavoro".[1]
Oggi, solamente alcuni mesi dopo queste prime dimostrazioni di malcontento, col peggiorare delle condizioni di lavoro, esplode di nuovo la rabbia. Attraverso questa seconda lettera del compagno Sébastien, possiamo vedere che un vero processo di riflessione ha avuto luogo in questo lasso di tempo: sui sindacati, sulla necessità di lottare uniti e in modo solidale, sul modo di condurre lotte per non rimanere isolati ma al contrario per riuscire ad estenderle agli altri servizi... Tutte queste questioni hanno cominciato a trovare inizi di risposte, collettivamente, in quest'ultimo movimento.
In numerosi settori del servizio pubblico, la riduzione delle forze impiegate ha raggiunto un tale livello che, attualmente, spesso è impossibile affrontare la quantità di compiti da svolgere, e ciò determina un deterioramento accelerato delle condizioni di lavoro. La scontentezza che tale situazione genera spinge i lavoratori a reagire.
A Marsiglia, in un grande centro della Sicurezza Sociale, la rabbia degli impiegati si è trasformata in un movimento di lotta che è durato più di un mese. Già alla fine dell'estate 2007, questi stessi impiegati avevano reagito per le stesse ragioni, ed all'epoca la direzione aveva fatto finta di retrocedere. Oggi, dopo i pensionamenti non rimpiazzati ed altri cambiamenti, il numero degli effettivi si assottiglia a vista d'occhio. L'esasperazione si estende sempre più nei servizi. Oggi, un numero crescente di lavoratori vogliono battersi per chiedere più effettivi. E non si tratta più di condurre delle azioni ognuno nel suo angolo, ma di unirsi, cercare la solidarietà degli altri servizi e cercare ancora la più larga solidarietà presso gli "utenti" considerandoli lavoratori che vengono a regolare i loro problemi di rimborso delle spese mediche; anche loro confrontati a problemi identici di degrado accelerato delle condizioni di lavoro. Senza chiedere l'intervento dei sindacati, che li avrebbe divisi e smobilitati, gli impiegati si sono organizzati in assemblee generali per discutere delle azioni da condurre, assemblee che talvolta hanno riunito impiegati di altre branche della Sicurezza Sociale confrontati agli stessi problemi.
Fin dalla metà di aprile, gli impiegati del servizio prestazioni inviano una lettera alla direzione chiedendo, per far fronte all'accumulazione di pratiche in ritardo, un aumento degli effettivi. In seguito ad una risposta insoddisfacente, a fine aprile gli impiegati decidono di inviare una seconda lettera precisando con esattezza le necessità del servizio; la direzione risponde di nuovo negativamente. L'entrata nel movimento, a metà maggio, del servizio accoglienza - confrontato ad un afflusso di assicurati scontenti - in solidarietà col servizio prestazioni, fa uscire la direzione dai suoi uffici che invia i suoi accoliti per separare gli impiegati dei due servizi promettendo loro di prendere delle misure per diminuire il ritardo. In realtà, essa mira allo sfiancamento del movimento. Calcolo sbagliato. A fine maggio, degli incidenti esplodono nella fila di attesa degli assicurati, gli impiegati interrompono il lavoro, si riuniscono in un'assemblea generale e decidono l'unità d'azione dei due servizi. La direzione reagisce decretando che, al di fuori dei sindacati, ogni azione è illegale. Gli impiegati decidono allora di inviare una delegazione per consultare i sindacati. Per FO, non è necessario disturbare la direzione che sta riorganizzando il lavoro! Per la CGT, è invece necessario fare sciopero immediatamente. Un dibattito si avvia: fare sciopero d'accordo ma non subito, è necessario innanzitutto costruire un rapporto di forza. Per evitare sanzioni della direzione, gli impiegati decidono di tenere una riunione generale dei due servizi durante le ore di pausa pasto. All'inizio di giugno, gli impiegati uniti decidono di fare un avviso di sciopero con invio di una lettera comune per reiterare le richieste sull'aumento degli effettivi. Alcuni giorni dopo, una delegazione degli impiegati incontra la direzione che annuncia delle prime misure: concessioni di ore di straordinario, aiuti tra le diverse sedi, ed altro. Quanto agli effettivi, il risultato è magro rispetto a ciò che è stato chiesto. Gli impiegati rigettano queste proposte come non rispondenti al problema di fondo. Il preavviso di sciopero è mantenuto. Per l'assemblea generale, il giorno di sciopero deve essere concepito come un giorno di mobilitazione verso gli altri servizi per coinvolgerli nel movimento, verso gli assicurati per chiamarli alla solidarietà. Si vota la decisione di trarre un primo bilancio per tutti gli impiegati e servizi della Sicurezza Sociale. Ma la questione di chiedere aiuto o non dei sindacati è stato l'argomento di un dibattito. Per un certo numero di impiegati, è possibile servirsi dei sindacati nelle trattative (a loro fianco, una delegazione degli impiegati in lotta) e nella diffusione delle informazioni, senza perdere il controllo del movimento. Per altri, la maggioranza, esperienze recenti o precedenti hanno dimostrato concretamente come questi organismi hanno fatto del tutto per spodestare i lavoratori della loro lotta diffondendo disinformazioni e negoziando spesso sulle spalle dei lavoratori. È stata presa la decisione di non chiamare le organizzazioni sindacali. Questa è stata l'espressione di una sfiducia verso i sindacati che si basava sull'esperienza ma non ancora sulla comprensione di ciò che veramente sono, e cioè, a mio avviso, una forza d'inquadramento dei lavoratori per sabotare ogni movimento di lotta.
Questa grande combattività è stata sostenuta dunque da una vera riflessione su "come condurre la lotta collettivamente". Pertanto, tutto questo movimento di lotta alla fine non ha avuto successo, lo sciopero non è esploso. Perché?
Proponendo queste misure, la direzione sapeva bene che agiva per dividere il movimento ed indebolirne la combattività, principalmente dei giovani impiegati che vedevano in queste ore di straordinario supplementari un mezzo per aumentare il loro misero salario. La direzione sapeva anche che l'avvicinarsi delle ferie estive sarebbe stato essere un fattore di smobilitazione. Ma, in definitiva, ciò che ha maggiormente smobilitato è stata l'azione dei sindacati ed in particolare della CGT. Per FO, la situazione appare chiara, essa è apertamente un sindacato agli ordini della direzione che ha fatto pressione apertamente per porre fine al movimento. Più sottile è stato il gioco della CGT: chiamare allo sciopero quando il movimento non era maturo all'inizio di giugno, per poi proporre d'incontrare la direzione che sta dall'altro lato della città mentre la forza del movimento avrebbe permesso di chiedere alla direzione di andare ad incontrare gli impiegati sul proprio luogo di lotta. E, ciliegia sulla torta, allo scopo di dividere gli impiegati, la CGT si è impegnata per il coinvolgimento diretto nel grande giorno di "mobilitazione nazionale" il 17 giugno, dimostrazione di "forza sindacale" dove ognuno è stato relegato dietro alla sua bandiera di impresa ed al suo sindacato. La manovra è riuscita poiché alla fine il giorno di sciopero previsto dagli stessi impiegati è abortito e non ha avuto luogo.
Direzione e sindacati hanno vinto una battaglia, ma resta chiaro per tutti che il movimento riprenderà dopo le ferie estive. Durante questa lotta, un piccolo nucleo più combattivo ha deciso di mantenere i legami per proseguire la riflessione sul bilancio di questo movimento, come sviluppare la mobilitazione, come estenderla, scambiarsi delle informazioni su quello che accade negli altri centri e servizi, quali contatti avere. È un’esperienza molto ricca che è stata vissuta, come dimostra il bilancio: Quello che era importante, è che noi abbiamo saputo come mobilitarci realmente, agire in maniera unitaria e solidale, prendendo noi stessi le decisioni, sulla base di riunioni comuni e delegando un certo numero di agenti per la scrittura di lettere o incontrare la direzione, delegazioni che hanno sottoposto i lavori effettuati all'insieme. È un'esperienza molto positiva perché ci ha permesso di superare le divisioni tra servizi, gli uni che danno la colpa agli altri del calo della qualità del servizio reso mentre esso è una conseguenza del deterioramento delle nostre condizioni di lavoro".
La questione dell'unità e della solidarietà, della presa in carica delle lotte non solamente in un solo settore ma in tutti i settori della classe operaia, è chiaramente germogliata in questa mobilitazione.
Sébastien, Marsiglia (3 luglio)
[1] Questa corrispondenza, apparsa su Révolution Internationale n. 384, è disponibile anche sul nostro sito internet in francese.
La presenza dei militari nelle nostre città e nei luoghi “a rischio”, come le discariche in Campania, non è affatto una prerogativa del “destro” governo Berlusconi, ma corrispondono alla maggiore attenzione che la borghesia sta portando a livello internazionale sul piano del rafforzamento del suo arsenale destinato a controllare ed affrontare la popolazione ed in particolare la classe operaia.
Per questo pubblichiamo l’articolo che segue tratto dalla nostra stampa in Francia, che, pur riferendosi nello specifico alle ultime misure prese dal governo francese in questo campo, illustra bene la tendenza generale alla quale sarà confrontato il proletariato in ogni paese.
In quasi tutti i paesi, in particolare dove i proletari sono più numerosi e concentrati, i mezzi ed i dispositivi di sorveglianza sono aumentati brutalmente, sempre accompagnati dalle più innovative tecnologie.
Una delle priorità adottate è la sorveglianza nelle strade e nei luoghi pubblici. Questa questione appare bruciante in Francia perché questa ha accusato un relativo ritardo rispetto alle misure adottate dai suoi vicini anglosassoni.
Più sorveglianza e rafforzamento del controllo poliziesco
E’ stato rilanciato il progetto di triplicare il numero delle videocamere di sorveglianza che permette, da ora al 2009, di passare da 340.000 videocamere già operanti a 1 milione in tutti i luoghi pubblici. Ufficialmente è la Gran Bretagna a detenere il record in questo campo: solo a Londra più di 400.000 videocamere! Ora quest'ultima sta progettando di modernizzare il suo parco installando in un certo numero di luoghi “videocamere intelligenti”. Queste, essendo capaci di zumare per più di un chilometro di distanza, di intensificare la luce ed essendo provviste di radiazioni infrarosse, sono destinate a rilevare ed analizzare situazioni che “turbano l’ordine pubblico”. Esse fanno sempre più ricorso alle tecniche biometriche di identificazione. Il dispositivo per localizzare le persone (person tracking unit) dell’IBM, già operativo, permette di scansionare delle etichette portati da elementi immersi in una folla per seguirne i movimenti nei luoghi pubblici. Dei veicoli mobili della polizia sono già dotati di alta tecnologia – Automatic Number Plate Recognition – che permette contemporaneamente, su di una data area, di leggere tutte le targhe, fotografarle, localizzarle attraverso il GPS ed inviare tutte le coordinate ad un archivio informatico centralizzato per prendere informazioni[1]. Oltre a seguirne le tracce, è possibile conoscere in anticipo la residenza di chi non ha pagato l’assicurazione, non ha fatto la revisione, ecc. In materia di telefonia mobile, la Danimarca e la Svezia stanno per commercializzare un cellulare GPS che permette “di spiare i propri amici”! In Australia, il decreto governativo “telecommunication act”, autorizza le agenzie di sicurezza a sorvegliare le telefonate degli impiegati. Alcune imprese non si fanno scrupoli a controllare le mail dei loro salariati e di spiarli sul posto di lavoro. Esiste dunque tutta una strategia industriale e statale che permette in modo insidioso di fare accettare questa logica totalitaria di sorveglianza alla popolazione, a partire dai più giovani[2]. È per tale motivo, ad esempio, che nelle scuole e nei licei cominciano a fiorire apparecchiature che si richiamano a dati biometrici (nelle mense, ecc.) o archivi[3] che permettono di braccare extracomunitari sprovvisti di permesso di soggiorno o “delinquenti”.
Insieme ad uno sviluppo del controllo poliziesco, assistiamo contemporaneamente a controlli incrociati di dati tra archivi diversi ed alla cooperazione europea ed euro-atlantica per la condivisione di dati che contengono informazioni intime sulla vita privata delle persone.
È in quest'ottica che la Francia prende in considerazione la realizzazione di un nuovo archivio, denominato col dolce nome di Edvige. Questo nuovo archivio, nato da una delibera apparsa sulla gazzetta ufficiale il primo luglio, corrisponde alla volontà di unire gli archivi della RG e della DST (due servizi segreti francesi). Lo scopo è di “centralizzare ed analizzare le informazioni su individui, gruppi, organizzazioni ed enti morali che, a causa della loro attività individuale o collettiva, possono attentare all’ordine pubblico”. Da ora le persone saranno prese di mira già a 13 anni! Nei fatti questo archivio non fa che ufficializzare una pratica già sperimentata ricopiando l’archivio Christina (centralizzazione delle informazioni interne per la sicurezza del territorio e gli interessi nazionali), classificato come “difesa segreta”, nei fatti vero centro dati su persone schedate, inclusi i loro parenti e conoscenti[4].
Tutto ciò dimostra che è già largamente in funzione un “centro di osservazione” in vista di reprimere i militanti e le organizzazioni del proletariato. Il nuovo archivio Edvige non fa che ufficializzarlo e rafforzarlo!
In realtà esistono ufficialmente 37 archivi tra cui quello sulle impronte genetiche FNAEG[5]. Creato nel 1998 per reprimere i reati sessuali, questo dal 2003 divenne un archivio per “l’identificazione criminale”. Un archivio che si è voluto estendere agli immigrati per “facilitare il riavvicinamento famigliare”!
Una tale volontà di controllo assoluto ed una tale paranoia esprimono la realtà di una società in declino, minacciata da ogni parte dalle convulsioni della sua crisi con le tensioni sociali che l’accompagnano. È questa tendenza al capitalismo di Stato, divenuta da un secolo praticamente universale, che ha permesso allo Stato di appropriarsi di tutta la vita sociale dotandosi di mezzi che fanno venire i brividi per “vedere tutto e conoscere tutto” (motto di Sarkozy, ex - primo sbirro della Francia)
Una minaccia diretta contro la classe operaia
Naturalmente è in nome della “minaccia terrorista” e “della protezione del cittadino” che in questi ultimi anni, soprattutto dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 a New York, gli Stati hanno adottato misure di controllo senza precedenti, superando di gran lunga la fantasia di G. Orwell in 1984. Sfruttando fino alla nausea lo choc brutale dell’attentato, la borghesia ed i suoi media hanno saputo sfruttare abilmente l’emozione e l’indignazione legittime delle popolazioni per rafforzare tutto un arsenale repressivo con “leggi liberticide”. Tuttavia le evidenti menzogne della cricca di Bush ed il fallimento palese degli Stati Uniti in Iraq rendono più difficile la giustificazione delle misure di controllo poliziesco suscitando interrogazioni e preoccupazioni. Giù la maschera! Appare sempre più ovvio che ad ossessionare la borghesia è, nei fatti, la difesa de “l’ordine pubblico”, cioè il mantenimento della dittatura del capitale di fronte ai movimenti sociali. Questo timore del proletariato, delle “classi pericolose” non è nuovo e risale alle origini degli scontri tra proletari e borghesi. Fin dal 1803 Napoleone è stato il primo ad imporre il “libretto operaio” per controllare gli spostamenti e sorvegliare i proletari combattivi. Come per il passato, ma con dei mezzi più moderni, la borghesia si prepara oggi a reprimere le lotte operaie. Dal 2003, con lo sviluppo della lotta di classe a livello internazionale, la borghesia è davvero all’erta. Oggi, nel momento in cui il mondo intero sta entrando in recessione e la crisi economica diventa più profonda, la borghesia sa che gli attacchi brutali e massicci che assesterà non possono che spingere i lavoratori a reagire di nuovo. Già durante gli scioperi studenteschi contro il CPE nel 2006 e durante lo sciopero degli studenti e dei ferrovieri dello scorso autunno, i media hanno criminalizzato gli scioperanti e le forze dell’ordine (borghese) non hanno esitato a moltiplicare le intimidazioni ed usare la violenza. Tutto questo per dissuadere e sfiancare la lotta. Nella stessa logica, gli studenti scioperanti arrestati e giudicati sono stati oggetto di invettive estremamente violente da parte del procuratore della repubblica che li accusava di essere “criminali”. Un preside dell’università li aveva addirittura accusati di essere “khmer rossi”! Quanto ai ferrovieri in lotta, quante volte abbiamo sentito dire che erano “sequestratori di ostaggi”? In breve, dei “terroristi”!
Non ci ha sorpreso sentire quest’estate il ministro dell’immigrazione, B. Hortefeux, etichettare la reazione degli extracomunitari senza permesso di soggiorno, parcheggiati in quelle infami prigioni che sono i centri di ritenzione amministrativi (CRA), col termine di “macchinazione” perpetrata da “agitatori” e “provocatori”. Cercando capri espiatori, braccando militanti ed elementi combattivi, questo signore “ha chiesto alle forze di sicurezza di essere estremamente vigili”[6]. Tutto questo clima intorno alla sicurezza alimentato da tempo, sostenuto dalla destra, dalla sinistra e dai media, punta soprattutto alle periferie operaie. La militarizzazione ed il controllo dei quartieri popolari sono d’altra parte apertamente predicati dal “libro bianco” della difesa nazionale. Si sa che la borghesia è esperta nell’infiltrare con i suoi agenti le manifestazioni, che osserva i militanti e sorveglia permanentemente le organizzazioni. Adesso può perfezionare questa attività aumentando il numero delle videocamere urbane e usando congegni come i droni (ricognitori telecomandati). Questi ultimi sono mezzi leggeri per una sorveglianza aerea dei dimostranti. Silenziosi e non rilevabili, muniti di videocamere, sono capaci di zumare gruppi di persone o semplici individui. La sperimentazione ha avuto già luogo a Saint-Denis, attorno allo Stadio di Francia, soddisfacendo pienamente gli sbirri. Un macchinario come il drone chiamato Elsa è destinato, e non abbiamo alcuno dubbio, ad effettuare numerose uscite durante le prossime dimostrazioni di strada. Non bisogna illudersi, è proprio di fronte alla contestazione ed alle minacce di scioperi massicci che la borghesia affila le sue armi!
Di fronte a questa intensa preparazione della borghesia il proletariato deve prendere coscienza che può contare solo sulla sua forza collettiva e la sua lotta. È necessario prendere coscienza che se, individualmente, ognuno di noi si sente molto vulnerabile di fronte ad un arsenale tecnologico mostruoso, questo stesso arsenale diventa impotente di fronte ad una risposta di massa e cosciente della classe operaia. Non lasciamoci intimidire! Ancora una volta, il “Grande Fratello” non è che il volto orrendo di una classe sociale agonizzante, paranoica perché completamente impotente di fronte alle contraddizioni che minano il suo barbaro sistema economico.
WH (14 agosto)
[2] Un corrispondente del gruppo delle industrie d’interconnessione dei componenti e dei sottoinsiemi elettronici (GIXEL) definisce nel suo “libro blu” che è necessario “condizionare le popolazioni alla biometria ed al controllo cominciando fin dalla più giovane età”.
[3] Oltre all’attuazione di “dossier base degli allievi”, bisogna denunciare una “operazione sperimentale” condotta ultimamente nella scuola elementare di Monein che ha provocato la reazione degli insegnanti. Tra le domande altamente pedagogiche del questionario d’ingresso il bambino poteva leggere: sei nato in Francia? Tua madre è nata in Francia? Tuo padre è nato in Francia? Che lingua si parla a casa tua? Abitualmente chi vive in casa con te?”.
[4] Vedi il sito www.lemonde.fr [45]
[5] www.agoravox.fr [46]
[6] www.liberation.fr [47], 9 agosto 2008.
La crisi finanziaria è al centro dell’attenzione dei mezzi di informazione. Ogni occasione aiuta ad oscurare il movimento internazionale della classe operaia, che è la sola che può dare una soluzione alla crisi. La International Labour Organisation dice che nei paesi industrializzati i salari diminuiranno dello 0,5% nel 2009. Basandosi su passate ricerche il Rapporto Globale sui Salari mostra che per ogni perdita dell’1% del Prodotto Interno Lordo pro capite, i salari scendono dell’1,55%. La recessione tocca duramente i lavoratori. Il Direttore generale dell’ILO ammette che “Per 1,5 miliardi di salariati nel mondo le difficoltà aumenteranno “. In particolare “una crescita debole o negativa dell’economia, combinata con le oscillazioni dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari, eroderanno i salari reali di molti lavoratori, in particolare quelli a più basso reddito e le famiglie più povere “. Inoltre la ILO prevede che questa crisi finanziaria globale farà almeno 20 milioni di nuovi disoccupati. Già a novembre l’economia americana ha perso 533.000 posti di lavoro, la perdita mensile di lavoro più alta dal 1974; in più in questo momento le “tre grandi” compagnie automobilistiche americane, la Ford, la GM e la Chrysler sono sull’orlo del collasso, e sono andate con il cappello in mano a Washington, a chiedere disperatamente che il governo le aiuti. In Gran Bretagna, i dati sulla disoccupazione sono i peggiori da 11 anni. La stessa storia può essere raccontata per il mondo intero. Per la classe operaia la crisi era arrivata molto tempo prima che le banche collassassero e le borse andassero in panico. I lavoratori stanno lottando già da almeno cinque anni contro l’impatto della crisi economica. Queste lotte non sono ancora di massa, ma sono già significative, e già si scontrano con le manovre dei sindacati e la repressione dello Stato.
Chi controlla le lotte?
In Italia il governo ha pianificato il taglio di più di 130.000 posti di lavoro nella scuola (due terzi dei quali insegnanti), cosa che ha portato a una ondata di proteste durate parecchie settimane fra ottobre e novembre. Vi sono state centinaia di occupazioni di scuole ed università, centinaia di manifestazioni, ogni tipo di riunioni, lezioni tenute dai professori sulle pubbliche piazze, aperte a tutti. Contrariamente alle accuse del governo, secondo il quale si trattava di una manovra della sinistra, le proteste non erano guidate da partiti. Le occupazioni hanno coinvolto professori e studenti. Le manifestazioni attiravano genitori, insegnanti, studenti e altri lavoratori. Alla fine di ottobre c’è stata una manifestazione di massa a Roma. Anche volendo considerare esagerate le stime degli organizzatori (secondo cui erano scese in strada più di un milione di manifestanti), sicuramente sono state coinvolte centinaia di migliaia di persone di diversi settori.
Durante le proteste nella scuola ci sono stati scioperi in altri settori, sia privati che pubblici; in particolare, all’inizio di novembre, la giornata di sciopero generale dei trasporti, che ha coinvolto treni, bus e metropolitane. Vi sono stati scio-peri non ufficiali del personale Alitalia. L’Herald Tribune diceva in proposito: “Gli stessi sindacati si sono dissociati dallo sciopero”, e riportava questa citazione di un analista: “la mia impressione è che questi scioperi selvaggi sono semi-spontanei e dovuti a una piccola minoranza, il che sembra evidenziare che i diversi sindacati hanno un sempre minore controllo sui propri iscritti”. Qui c’è un franco riconoscimento del fatto che a) la funzione dei sindacati è controllare gli operai, non lottare per essi, e b) c’è una crescente difficoltà a portare a termine questo loro compito. Questo descrive una situazione che non è caratteristica della sola Italia, ma ha una rilevanza mondiale.
I sindacati di fronte alla crisi
All’inizio di novembre, in Germania, 600.000 lavoratori della meccanica sono stati coinvolti in scioperi a scacchiera, dimostrazioni e riunioni. Con azioni diverse in diversi posti o in differenti aziende in giorni diversi le energie dei lavo-ratori sono state disperse e impedita la possibilità di una lotta unita. Questa è stata la strategia del sindacato IGMetall durante la trattativa che coinvolgeva 3,6 milioni di lavoratori. L’IGMetall ha minacciato uno sciopero ad oltranza a sostegno della richiesta di un aumento salariale dell’8%, ma alla fine ha concordato un trattamento per 18 mesi con un aumento del 2,1% da febbraio, seguito da un altro 2,1 a partire da maggio. Avendo limitato il potenziale di lotta dei lavoratori fin dall’inizio, “Bethold Huber, segretario generale dell’IGMetall, ha detto che il risultato era ‘ bello‘ vista la ‘difficile situazione storica’” (Financial Times, 12/11/08). La scusa che i lavoratori devono fare sacrifici a causa della “difficile situazione” del capitalismo sarà sicuramente usata a ripetizione nel prossimo futuro.
Sull’onda delle proteste in Italia, a metà novembre gli studenti medi lasciarono le aule e in 100.000 diedero luogo a manifestazioni in più di 40 città della Germania. La rabbia per le condizioni in cui lavorano (classi sovraffollate, penuria di insegnanti, pressione intensa per gli esami, ecc.) mostra che il sistema educativo non è riuscito a prepararli ad accettare passivamente le loro future condizioni, quando lavoreranno per un salario.
Le lotte attraversano l’Europa
Ad ottobre c’è stata un’ondata di scioperi in Grecia, culminati in una giornata di sciopero generale che ha coinvolto il settore pubblico, trasporti ecc., nonché centinaia di migliaia di lavoratori del settore privato. Grazie al controllo dei sindacati le rivendicazioni, partite da quello che effettivamente tocca i lavoratori (salari, pensioni) vengono indirizzate sulle campagne costruite dalla classe dominante, come le privatizzazioni e l’opposizione agli aiuti del governo alle principali banche. Va rimarcato che c’è stato anche uno sciopero generale dei lavoratori del commercio, ma il giorno dopo. Ancora una volta i sindacato dividono e controllano.
C’è stata anche un’ondata di occupazioni di scuole, circa 300 in tutta la Grecia nel mese di ottobre. Il governo ha contestato la legalità delle occupazioni e arrestato gli studenti coinvolti. Proteste simili c’erano state nel 2005, al momento dell’introduzione di una nuova legge.
In Francia a novembre, ci sono state 4 giornate di sciopero all’Air France, e uno sciopero nazionale delle ferrovie di 36 ore. Ad ottobre c’era stato uno sciopero nazionale in Belgio, che ha coinvolto diversi settori che protestavano per l’aumento dei prezzi.
La Cina non fa eccezione
C’era una volta una stupida speculazione secondo cui l’economia cinese potrebbe non seguire il resto del capitalismo mondiale, o almeno resistere all’approfondimento della crisi. In realtà un’economia così dipendente dalle esportazioni era destinata a soffrire non appena i suoi clienti avrebbero cominciato a venir meno. Lungi dal rimanere immune dalla crisi finanziaria, a metà novembre “La Cina ha messo su un pacchetto di enormi stimoli fiscali allo scopo di evitare che la propria economia sprofondi il prossimo anno.” (Financial Times, 10/11/08). Il piano prevede un insieme di progetti finalizzati ad incrementare la domanda interna per compensare il declino delle esportazioni. Con un valore di circa un quinto del Prodotto Interno cinese, questo pacchetto rivaleggia con le misure introdotte dagli Stati in Europa e negli USA.
Il 29 ottobre scorso il Financial Times riportava già che “ Ci sono segni crescenti del fatto che l’economia cinese do-vrebbe crescere meno di quanto previsto, con una serie di grandi compagnie industriali che annunciano tagli alla produzione a partire dal prossimo week end.” Questo, a sua volta, dovrebbe essere messo nel contesto delle statistiche ufficiali che prevedono per la prima metà dell’anno almeno 67.000 chiusure di aziende. Il numero potrebbe arrivare alle sei cifre entro la fine dell’anno. Con i milioni di lavoratori che hanno lasciato le campagne per le città, non c’è da meravigliarsi se il ministero cinese delle Risorse Umane e della Sicurezza Sociale abbia dichiarato che la situazione dell’impiego in Cina è “spaventosa”. Questo è lo stato reale dell’economia e già vi sono state estese risposte.
“La Cina ha ordinato alla polizia di assicurare la stabilità durante la crisi finanziaria globale, dopo che migliaia di persone hanno attaccato la polizia e gli uffici governativi in una città del nord est a causa di un piano di spostamento dei residenti. Dopo decadi di solida crescita economica, la Cina sta combattendo una inedita caduta nella domanda dei suoi prodotti che ha causato chiusura di fabbriche, suscita proteste e fa crescere il timore di rivolte popolari.” Vi sono già state “proteste di lavoratori nelle regioni del paese più votate alle esportazioni, dove migliaia di fabbriche sono state chiuse nei mesi scorsi, provocando il timore che la crisi finanziaria globale possa causare più ampie proteste popolari.” (Reuters, 19/11/08).
Oggi in Cina vi sono proteste contro l’aumento dei prezzi e la disoccupazione. Con le future perdite di posti di lavoro già previsti in milioni è facile capire perchè lo Stato cinese si preoccupa per la stabilità sociale. Il fatto che il capitalismo cinese si affidi alla polizia mostra come esso non si aspetti di trovare una risposta economica agli effetti della crisi globale, e si prepara a ricorrere, come sempre, alla repressione contro le lotte dei lavoratori. Questo non esclude la possibilità che la classe dominante permetta un certo sviluppo di sindacati “indipendenti”, dal momento che questi sono molto più efficaci nell’assorbire il malcontento sociale rispetto ai sindacati ufficiali.
La crisi del capitalismo è mondiale. Ma lo è anche la risposta della classe operaia. Quello che ci vuole innanzitutto è che i lavoratori diventino coscienti della reale dimensione e del significato delle loro lotte, perché esse contengono il seme di una sfida globale a questo traballante ordine sociale.
Car, 06/12/08
Pubblichiamo qui di seguito la traduzione della presa di posizione sui massacri in Medio Oriente e nella striscia di Gaza apparsa sul nostro sito Internet in inglese il 31/12/2008. In seguito gli avvenimenti sono evoluti nello stesso senso della nostra denuncia: uso sistematico di un terrore brutale contro la popolazione bombardata da terra, da mare e dal cielo e entrata delle truppe israeliane a Gaza dalla sera del 3 gennaio. Ma, al tempo stesso, abbiamo visto anche manifestarsi in modo crescente l’indignazione della popolazione mondiale davanti allo scatenarsi di quest’atrocità e di fronte all’ipocrisia delle grandi potenze. Un sentimento di solidarietà si è affermato anche verso la popolazione palestinese che è in ostaggio in questo conflitto tra frazioni della classe sfruttatrice. Come rivoluzionari, denunciamo tutti coloro che pretendono di deviare questa solidarietà di classe sul putrido piano del nazionalismo, della difesa di una patria contro un’altra, quando l’unico mezzo che può liberare l’umanità dall’imperialismo della guerra e della barbarie, è invece lo sviluppo dell’internazionalismo rivoluzionario fino all’abolizione di tutte le nazioni, di tutte le frontiere e la costruzione di una vera comunità umana: il comunismo.
Dopo due anni di strangolamento economico di Gaza - senza benzina e senza medicine, blocco delle esportazioni e divieto agli operai di lasciare Gaza per trovare lavoro dall’altro lato della frontiera israeliana-, dopo avere trasformato tutta la striscia di Gaza in un vasto campo di prigionia, dal quale palestinesi disperati hanno tentato di fuggire cercando invano di passare la frontiera con l’Egitto, la macchina militare israeliana sta sottoponendo questa regione molto popolata e impoverita a tutta la barbarie dei suoi bombardamenti aerei. Centinaia di loro sono già morti e gli ospedali straripanti non possono fare fronte all’inondazione continua ed incessante di migliaia di feriti. Le dichiarazioni di Israele che dicono che lo Stato prova a limitare le morti civili sono solo una sinistra burla dato che ogni obiettivo “militare” è situato vicino ad abitazioni civili; e quando le moschee e l’università islamica sono state apertamente scelte come obiettivi, cosa resta della distinzione tra civili e soldati? Il risultato è là: obiettivi civili, la maggior parte bambini uccisi o storpiati e un grande numero terrorizzati e traumatizzati a vita dalle incursioni incessanti. Mentre scriviamo quest’articolo, il primo ministro israeliano Ehud Olmert descrive quest’offensiva come una prima tappa. I carri armati attendono dunque alla frontiera ed un’invasione totale della striscia di Gaza non è esclusa.
La giustificazione di Israele per quest’atrocità - sostenuta dall’amministrazione Bush negli Stati Uniti - è che Hamas continua a lanciare razzi sui civili israeliani in violazione di una presunta tregua. La stessa argomentazione è stata utilizzata per sostenere l’invasione del Libano due anni fa. Ed è vero che nello stesso tempo Hezbollah e Hamas si nascondono dietro le popolazioni palestinesi e libanesi e le espongono cinicamente alla rivalsa israeliana, presentando l’uccisione di alcuni civili israeliani come un esempio della “resistenza” all’occupazione militare israeliana. Ma la risposta di Israele è tipica di ogni potenza occupante: punire tutta la popolazione per l’attività di una minoranza di combattenti armati. Lo Stato israeliano lo fa con il blocco economico imposto dopo che Hamas ha cacciato Fatah dal controllo dell’amministrazione di Gaza; lo ha fatto in Libano e lo sta facendo con i bombardamenti su Gaza. È la logica barbara delle guerre imperialiste, nelle quali i civili servono alle due parti opposte come schermi ed obiettivi, e finiscono quasi invariabilmente per morire in gran numero, più dei soldati in uniforme.
E come in tutte le guerre imperialiste, le sofferenze inflitte alla popolazione, la distruzione delle case, degli ospedali e delle scuole, ha il solo risultato di preparare il terreno a futuri episodi di distruzioni. Il fine dichiarato da Israele è di schiacciare Hamas ed aprire la porta ad una direzione palestinese più “moderata” a Gaza, ma anche gli ex-ufficiali dei servizi segreti israeliani (almeno uno dei più… intelligenti) possono vedere la futilità di una tale argomentazione. Rispetto al blocco economico di Gaza, l’ex-ufficiale del Mossad Yossi Alpher dichiarava: “L’assedio economico di Gaza non ha portato nessuno dei risultati politici attesi. Non ha orientato i palestinesi verso un odio contro Hamas, ma è stato probabilmente controproducente. Non è altro che una inutile punizione collettiva”. Ciò è ancora più vero delle incursioni aeree. Come dice lo storico israeliano Tom Segev: “Israele ha sempre creduto che fare soffrire i civili palestinesi li renderebbe ribelli ai loro capi nazionali. È dimostrato che questa dichiarazione si avvera sempre più falsa” (le due citazioni sono estratte dal Guardian del 30 dicembre 2008). Gli Hezbollah in Libano si sono rafforzati con gli attacchi israeliani del 2006; l’offensiva contro Gaza avrà probabilmente lo stesso risultato per Hamas. Ma che esso si sia rafforzato o indebolito non farà altro che continuare a rispondere con altri attacchi contro la popolazione israeliana, e se non è con razzi, sarà con bombe umane.
Gli “interessati” capi mondiali, come il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, o come il papa, ci hanno ripetuto che tali azioni di Israele servono soltanto ad infiammare l’odio nazionalistico e ad alimentare “la spirale della violenza” in Medio Oriente. Niente di più vero: il ciclo del terrorismo e della violenza di stato in Israele/Palestina brutalizza le popolazioni ed i combattenti dei due lati e crea ancora nuove generazioni di fanatici e “di martiri”. Ma ciò che il vaticano e le Nazioni Unite non ci dicono è che questa discesa agli inferi nell’odio nazionalista è il prodotto di un sistema sociale che è ovunque in piena decadenza. La storia non è diversa in Iraq dove sciiti e sunniti si scannano, nei Balcani dove i serbi fanno la stessa cosa contro gli albanesi ed i croati, in India e Pakistan con i conflitti tra indù e musulmani, o anche in Africa dove la miriade di guerre con le divisioni etniche più violente sarebbe troppo numerosa da enumerare. L’esplosione di questi conflitti attraverso il mondo è l’espressione di una società che non ha più futuro da offrire all’umanità. E ciò che neppure ci dicono è l’implicazione delle potenze mondiali democratiche ed umanitarie in questi conflitti, si sente appena parlare di divisione tra di loro. La stampa britannica non ha taciuto il sostegno della Francia alle bande assassine hutu in Ruanda nel 1994. È meno eloquente sul ruolo svolto dalla Gran Bretagna ed i servizi segreti americani nelle divisioni sciite/sunnite in Iraq. In Medio Oriente il sostegno dell’America ad Israele e quello dell’Iran e della Siria ad Hezbollah e Hamas sono evidenti, ma il ruolo di sostegno giocato “sottomano” da Francia, Germania, Russia ed altre potenze non è meno reale.
Il conflitto in Medio Oriente ha caratteristiche e cause storiche particolari, ma può essere compreso nel contesto globale di una macchina capitalista che è pericolosamente fuori da qualsiasi controllo. La proliferazione di guerre su tutto il pianeta, la crisi economica incontrollabile e la catastrofe ambientale accelerata fanno evidentemente parte di questa realtà. Ma mentre il capitalismo non ci offre alcuna speranza di pace e di prosperità, esiste una fonte di speranza nel mondo: la rivolta della classe sfruttata contro la brutalità del sistema, una rivolta espressa in Europa in queste ultime settimane nei movimenti dei giovani proletari in Italia, in Francia, in Germania e soprattutto in Grecia. Sono movimenti che, per la loro stessa natura, hanno messo avanti la necessità della solidarietà di classe ed il superamento di tutte le divisioni etniche e nazionali. Sono stati un esempio che può essere seguito in altre regioni del pianeta, quelle che sono devastate dalle divisioni nell’ambito della classe sfruttata. Non è un’utopia: già negli anni passati gli operai del settore pubblico di Gaza si sono messi in sciopero contro il mancato pagamento dei salari quasi simultaneamente con quelli del settore pubblico in Israele in lotta contro gli effetti dell’austerità, essa stessa prodotto diretto dell’economia di guerra di Israele spinta al suo parossismo. Questi movimenti non erano coscienti l’uno dell'altro, ma mostrano la comunanza oggettiva di interessi nelle file operaie dei due lati della divisione imperialista.
La solidarietà con le popolazioni che soffrono nelle zone di guerra del capitalismo non significa scegliere “il male minore” o sostenere il settore capitalista “più debole” come gli Hezbollah o Hamas contro le potenze più aggressive come gli Stati Uniti o Israele. Hamas ha già mostrato di essere una forza borghese di oppressione contro gli operai palestinesi - specialmente quando ha condannato gli scioperi nel settore pubblico come atto contro “gli interessi nazionali” e quando, mano nella mano con Fatah, ha sottoposto la popolazione di Gaza alla lotta mortale di una fazione contro l’altra per il controllo della regione. La solidarietà con chi vive direttamente la morsa della guerra imperialista è il rigetto dei due campi belligeranti e lo sviluppo della lotta di classe contro tutti i dirigenti e gli sfruttatori del mondo.
World Revolution, organo della CCI in Gran Bretagna (31 dicembre 2008)
L’esplosione di collera e la rivolta delle giovani generazioni proletarizzate in Grecia non sono per niente un fenomeno isolato o particolare. Queste trovano le loro radici nella crisi mondiale del capitalismo e scontrandosi con la repressione violenta mettono a nudo la vera natura della borghesia e del suo terrore di Stato. Esse si trovano in linea diretta con le mobilitazione su un terreno di classe delle giovani generazioni in Francia contro il CPE del 2006 ed la LRU (1) del 2007, dove gli studenti ed i liceali si riconoscono innanzitutto come proletari che si rivoltano contro le loro future condizioni di sfruttamento. Del resto, l’insieme della borghesia dei principali paesi europei l’ha molto ben compreso confessando i suoi timori di contagio di simili esplosioni sociali di fronte all’aggravamento della crisi. Infatti, in modo significativo, la borghesia francese ha sospeso precipitosamente il suo programma di riforma dei licei. D’altra parte, già si sta esprimendo con forza il carattere internazionale della contestazione e della combattività studentesca e soprattutto degli studenti medi.
Tra ottobre e novembre, in Italia, si sono svolte massicce manifestazioni dietro lo slogan “Noi non vogliamo pagare la crisi” contro il decreto Gelmini contestato a causa dei tagli di bilancio nella scuola e le sue conseguenze: in particolare la soppressione di 87.000 posti di insegnante e di 45.000 posti fra bidelli, tecnici e personale di segreteria (ATA), ed anche per la riduzione dei fondi pubblici per l’università.
In Germania, il 12 novembre, 120.000 liceali sono scesi nelle strade delle principali città del paese, con slogan tipo “Il capitalismo è crisi” a Berlino o assediando il parlamento provinciale ad Hannover.
In Spagna, il 13 novembre, centinaia di migliaia di studenti hanno manifestato in più di 70 città contro le nuove direttive europee (direttive di Bologne) sulla riforma dell’insegnamento superiore ed universitario che generalizza la privatizzazione delle facoltà e moltiplica gli stage nelle imprese.
Molti tra loro si riconoscono con la lotta degli studenti in Grecia. Numerose manifestazioni e riunioni di solidarietà contro la repressione che subiscono gli studenti in Grecia si sono svolte in parecchi paesi, anche queste represse brutalmente.
L’ampiezza di questa mobilitazione di fronte alle stesse misure statali non ha niente di sorprendente. La riforma del sistema educativo intrapreso a livello europeo significa condannare le giovani generazioni operaie ad un avvenire senza sbocchi ed alla generalizzazione della precarietà e della disoccupazione.
Il rifiuto e la rivolta delle nuove generazioni di proletari scolarizzati di fronte a questo muro della disoccupazione ed a questo oceano di precarietà che il sistema capitalista in crisi riserva loro suscitano dovunque la simpatia dei proletari di ogni generazione.
I mezzi di informazione agli ordini della propaganda menzognera del capitale hanno continuamente cercato di deformare la realtà di ciò che è successo in Grecia dopo l’omicidio del 6 dicembre scorso del giovane Alexis Andreas Grigoropoulos di soli 15 anni sparato da un poliziotto. Hanno presentato gli scontri con la polizia limitati ad un solo pugno di autonomi anarchici, studenti dell’ultra sinistra appartenenti a famiglie agiate, o a teppisti emarginati. Continuamente la televisione ha trasmesso immagini di scontri violenti con la polizia e soprattutto immagini di sommosse di giovani incappucciati che bruciano automobili, mandano in frantumi vetrine di banche o di negozi, e saccheggiano magazzini.
Questo è proprio lo stesso tipo di falsificazione della realtà che si era visto durante la mobilitazione anti-CPE del 2006 in Francia, che veniva assimilata alle sommosse nelle periferie dell’anno precedente. Ed ancora al rozzo modo di paragonare gli studenti che lottavano contro la LRU nel 2007 in Francia ai “terroristi” ed anche ai “khmer rossi”!
Pure se il centro delle agitazioni è iniziato nel “Quartiere latino” greco Exarchia, è difficile oggi fare ingoiare una tale pillola: com’è che questi sollevamenti insurrezionali sarebbero opera di bande di teppisti o di attivisti anarchici dal momento che essi si sono estesi velocemente come il vento all’insieme delle principali città del paese e fino alle isole (Chios, Samos) e in località turistiche come Corfù o Heraklion, capitale di Creta?
Tutte le condizioni erano riunite affinché la sopportazione di una larga parte dalle giovani generazioni operaie, prese dall’angoscia e private di avvenire, esplodesse in Grecia, dove si produce al massimo quel vicolo cieco che il capitalismo riserva alle giovani generazioni operaie: quando quelli che sono chiamati “la generazione 600 euro” entrano nella vita attiva, hanno l’impressione di essere truffati. La maggior parte degli studenti devono cumulare due lavori quotidiani per sopravvivere e potere continuare gli studi: sono piccoli lavori non dichiarati e sottopagati; anche in caso di impieghi meglio rimunerati, una parte del loro stipendio non è dichiarata e ciò limita nettamente i loro diritti sociali; in particolare si trovano privati di assicurazione sociale; le loro ore di straordinario non sono pagate e spesso sono incapaci di lasciare il domicilio dei loro genitori o parenti prima dei 35 anni in mancanza di redditi sufficienti per potersi pagare un tetto. Il 23% dei disoccupati in Grecia sono giovani, il tasso di disoccupazione dai 15 ai 24 anni è ufficialmente del 25,2%. Secondo l’espressione usata in un articolo in Francia (2): “Questi studenti non si sentono più protetti da niente: la polizia spara loro addosso, la scuola li intrappola, l’impiego li abbandona, il governo mente loro”. La disoccupazione dei giovani e le loro difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro hanno creato e diffuso un clima di inquietudine, di collera e di insicurezza generalizzata. La crisi mondiale sta determinando nuove ondate di licenziamenti massicci. Nel 2009 è prevista una nuova perdita di 100.000 impieghi in Grecia, che corrisponde ad un incremento del 5% della disoccupazione. Allo stesso tempo, il 40% dei lavoratori guadagna meno di 1.100 euro lordi e la Grecia ha il tasso più elevato di lavoratori poveri tra i 27 Stati dell’UE: il 14%.
Del resto in strada non sono scesi solo i giovani, ma anche gli insegnanti mal pagati e molti salariati, in preda agli stessi problemi, alla stessa miseria ed animati dallo stesso sentimento di rivolta. La brutale repressione del movimento di cui l’omicidio di questo adolescente di 15 anni è stato l’episodio più drammatico, ha solamente amplificato questa solidarietà dove si è mescolato un malcontento sociale generalizzato. Come viene riportato da uno studente, anche molti genitori di alunni sono stati profondamente scioccati e disgustati: “I nostri genitori hanno scoperto che i loro figli possono morire in strada in questo modo, sotto le pallottole di un poliziotto” (3) e hanno preso coscienza del deterioramento di una società dove i loro figli non avranno il loro stesso livello di vita. Durante le numerose manifestazioni, sono stati testimoni di violenti pestaggi, di arresti brutali, di spari ad altezza d’uomo da parte dei poliziotti antisommossa, (i MAT), con le loro armi di servizio.
Gli occupanti del Politecnico, luogo di forte contestazione studentesca, non sono i soli a denunciare il terrore di Stato: questa collera contro la brutalità della repressione si ritrova in tutte le manifestazioni con slogan del tipo: “Pallottole per i giovani, denaro per le banche”. Ancora più chiaramente, un partecipante al movimento ha dichiarato: “Non abbiamo lavoro, né denaro, uno Stato in fallimento con la crisi, e tutto quello che c’è come risposta è dare armi ai poliziotti”.(4)
Questa collera non è nuova: gli studenti greci si erano già largamente mobilitati nel giugno 2006 contro la riforma delle università la cui privatizzazione determinava l’esclusione degli studenti con possibilità economiche più modeste. Anche la popolazione aveva manifestato la sua collera contro l’incuria governativa all’epoca degli incendi dell’estate 2007 che avevano provocato 67 morti, un governo che non sempre ha indennizzato le numerose vittime che avevano perso le loro case o i loro beni. Ma sono soprattutto i salariati che si erano mobilitati massicciamente contro la riforma del regime pensionistico all’inizio del 2008 con due giornate di sciopero generale molto seguite: in due mesi, ogni volta, le manifestazioni hanno mobilitato più di un milione di persone contro il taglio della pensione anticipata per le professioni usuranti e la rimessa in causa del diritto delle operaie di andare in pensione a 50 anni.
Di fronte alla collera dei lavoratori, lo sciopero generale del 10 dicembre inquadrato dai sindacati è servito da contromossa per cercare di deviare il movimento, richiedendo, con il Partito “socialista” e quello “comunista” alla testa, le dimissioni dell’attuale governo ed elezioni legislative anticipate. Questo non è riuscito a canalizzare la collera e ad arrestare il movimento, malgrado le molteplici manovre da parte dei partiti di sinistra e dei sindacati per tentare di bloccare la dinamica d’estensione della lotta e malgrado gli sforzi di tutta la borghesia e dei suoi mezzi di comunicazione per isolare i giovani dalle altre generazioni e dall’insieme della classe operaia, spingendoli negli scontri sterili con la polizia. Durante queste giornate e queste notti, gli scontri sono incessanti: le violente cariche poliziesche, a forza di manganelli e di granate lacrimogene, si traducono in decine di arresti e pestaggi.
Sono proprio le giovani generazioni operaie quelle che esprimono con maggiore chiarezza il sentimento di disillusione e di scoraggiamento rispetto ad un apparato politico reazionario e corrotto. Dal dopoguerra, tre famiglie si dividono il potere e da più di trent’anni, le dinastie dei Caramanlis, a destra, e dei Papandreu, a sinistra, regnano alternativamente e da soli sul paese a forza di tangenti e scandali. I conservatori sono arrivati al potere nel 2004 dopo un periodo di super intrallazzi dei socialisti negli anni 2000. Molti rigettano l’inquadramento di un apparato politico e sindacale completamente discreditato; “Il feticismo del denaro si è impossessato della società. Allora i giovani vogliono una rottura con questa società senza anima e senza prospettive” (5). Oggi, con lo sviluppo della crisi, questa generazione di proletari non solo ha sviluppato la coscienza dello sfruttamento capitalista che vive sulla sua pelle, ma esprime anche la coscienza della necessità di una lotta collettiva, adottando spontaneamente dei metodi e una solidarietà DI CLASSE. Piuttosto che cadere nella disperazione, tale generazione prende fiducia dalla sicurezza di essere portatrice di un altro avvenire e mette in campo tutta la sua energia per insorgere contro la putrefazione della società che la circonda. I manifestanti rivendicano fieramente il loro movimento così: “Noi siamo un’immagine del futuro di fronte ad un’immagine molto oscura del passato”.
Se la situazione ricorda il maggio ‘68, la coscienza della posta in gioco va ben oltre.
Il 16 dicembre, gli studenti irrompono per alcuni minuti negli studi della televisione governativa NET e distendono sotto gli schermi uno striscione con su scritto: “Smettetela di guardare la televisione. Tutti in strada!” e lanciano questo appello: “Lo Stato uccide. Il vostro silenzio li arma. Occupazione di tutti gli edifici pubblici!” La sede della polizia antisommossa di Atene viene attaccata ed un suo furgone incendiato. Queste azioni sono subito denunciate dal governo come un “tentativo di rovesciamento della democrazia” e vengono anche condannate dal PC greco (KKE). Il 17, l’edificio che è la sede del principale sindacato del paese, la Confederazione Generale dei Lavoratori in Grecia, GEEE, ad Atene, viene occupato da lavoratori che si proclamano insorti e che invitano tutti i proletari a fare di questo sito un luogo di assemblee generali aperte a tutti i salariati, agli studenti ed ai disoccupati (vedi la loro dichiarazione pubblicata di seguito). Stendono uno striscione di fronte all’Acropoli con il quale invitano a partecipare ad una manifestazione di massa l’indomani. In serata, una cinquantina di bonzi e di addetti al servizio d’ordine sindacale tentano di riprendersi i locali, ma vengono messi in fuga dai rinforzi di studenti, in maggioranza anarchici, dell’Università di Economia, anch’essa occupata e trasformata in luogo di riunione e di discussione aperta a tutti gli operai che vengono a dare man forte agli occupanti gridando a squarciagola “Solidarietà!”. L’associazione degli immigrati albanesi, tra gli altri, diffonde un testo che proclama la propria solidarietà con il movimento dal titolo “Questi giorni sono anche i nostri!” Appelli ad uno sciopero generale a tempo indeterminato a partire dal 18 si moltiplicano. I sindacati sono costretti a proclamare uno sciopero di tre ore nei servizi pubblici per questo giorno.
Nella mattinata del 18, un altro liceale di 16 anni che partecipava ad un sit-in presso la sua scuola in una periferia di Atene viene ferito da una pallottola. Lo stesso giorno, diverse sedi di radio o di televisione vengono occupate da manifestanti, particolarmente a Tripoli (nel Peloponneso), Chania e Tessalonica. Il palazzo della Camera di Commercio viene occupato a Patrasso dove si verificano nuovi scontri con la polizia. La gigantesca manifestazione ad Atene viene repressa con estrema violenza: per la prima volta vengono utilizzati dalle forze antisommossa dei nuovi tipi di arma: dei gas paralizzanti e delle granate assordanti. Un volantino diretto contro il “terrore di Stato” porta la firma “delle ragazze in rivolta” e circola a partire dall’Università di Economia. Il movimento percepisce confusamente i suoi limiti geografici: ed è per tale motivo che accoglie con entusiasmo le manifestazioni di solidarietà internazionale in Francia, a Berlino, a Roma, a Mosca, a Montreal o a New York e se ne fa eco: “questo sostegno è molto importante per noi”. Gli occupanti del Politecnico indicono “una giornata internazionale di mobilitazione contro gli omicidi di Stato” per il 20 dicembre, ma per vincere l’isolamento di questo sollevamento proletario in Grecia, l’unica via, la sola prospettiva è lo sviluppo della solidarietà e della lotta di classe a scala internazionale che si esprime sempre più chiaramente di fronte alla crisi mondiale.
Iannis (19 dicembre)
1. La legge Pécresse, riguardante le Libertà e Responsabilità delle Università (LRU), che prevede come obiettivo il raggiungimento nei prossimi cinque anni, da parte di tutte le università, dell’autonomia nel bilancio e nella gestione delle risorse umane.
2. Marianne n° 608, 13 dicembre: “Grecia: le lezioni di una rivolta”.
3. Libération del 12/12/2008.
4. Le Monde de 10/12/2008.
5. Marianne, articolo già citato.
"Dagli incidenti sul lavoro agli omicidi a sangue freddo
lo Stato del capitale uccide
Nessuna condanna
Liberazione immediata degli arrestati
SCIOPERO GENERALE
L'autorganizzazione degli operai
sarà la tomba dei padroni
Assemblea generale degli operai insorti"
Bisogna sottolineare che uno scenario identico, con occupazione ed Assemblee Generali aperte a tutti, si è verificato anche ad Atene presso l'Università di Economia.
Noi torneremo ulteriormente e più in dettaglio sugli avvenimenti che si sviluppano dal 6 dicembre in tutta la Grecia. Per il momento, con la pubblicazione di questa dichiarazione, vogliamo essenzialmente partecipare a rompere il menzognero "cordone sanitario" mediatico che accerchia queste lotte e che le presenta come delle semplici sommosse violente animate da alcuni giovani devastatori anarchici che terrorizzerebbero la popolazione. Questo testo, al contrario, mostra chiaramente la forza del sentimento di solidarietà operaia che anima questo movimento e che unisce differenti generazioni di proletari!
O determineremo noi stessi la nostra storia o questa sarà determinata senza di noi.
Noi, lavoratori manuali, impiegati, disoccupati, interinali e precari, locali o immigrati, noi non siamo telespettatori passivi. Dall'omicidio di Alexandros Grigoropoulos, la sera di sabato 6, partecipiamo alle manifestazioni, agli scontri con la polizia, alle occupazioni del centro città come dei suoi dintorni. Abbiamo lasciato parecchie volte il lavoro ed i nostri obblighi quotidiani per scendere in strada con gli studenti liceali, universitari ed altri proletari in lotta.
ABBIAMO DECISO DI OCCUPARE L'EDIFICIO DELLA CONFEDERAZIONE GENERALE DEI LAVORATORI IN GRECIA (GSEE)
- Per trasformarlo in uno spazio di libera espressione ed un punto di incontro per i lavoratori.
- Per dissipare i miti alimentati dai mezzi di comunicazione sull'assenza dei lavoratori negli scontri, sulla rabbia di questi ultimi giorni che sarebbe opera soltanto di 500 "incappucciati", "hooligans" o altre storie assurde, sulla presentazione dei lavoratori da parte dei telegiornali come vittime di questi scontri, mentre la crisi capitalista provoca, in Grecia e nel mondo, innumerevoli licenziamenti che la stampa ed i suoi dirigenti considerano un "fenomeno naturale".
- Per smascherare il ruolo vergognoso della burocrazia sindacale nel lavoro di sabotaggio contro l'insurrezione, ma anche più in generale. La Confederazione generale dei lavoratori in Grecia (GSEE), e l'intera macchina sindacale che la sostiene da decine e decine di anni, sabota le lotte, contratta la nostra forza lavoro in cambio di briciole, perpetuando il sistema di sfruttamento e di schiavitù salariata. L'atteggiamento della GSEE di mercoledì scorso si commenta da solo: la GSEE ha annullato la manifestazione degli scioperanti già programmata, ripiegando precipitosamente su un breve assembramento in piazza Syntagma, assicurandosi nello stesso tempo che i partecipanti si disperdessero rapidamente, per paura che fossero contagiati dal virus dell'insurrezione.
- Per aprire questo spazio, per la prima volta, come una continuazione dell'apertura sociale creata dalla stessa insurrezione, spazio che è stato costruito con il nostro contributo ma dal quale fino a questo momento siamo stati esclusi. Durante tutti questi anni, abbiamo affidato il nostro destino a dei salvatori di ogni razza, e abbiamo finito per perdere la nostra dignità. Come lavoratori, dobbiamo cominciare ad assumerci le nostre responsabilità e smettere di riporre le nostre speranze in dei capi "saggi" o dei rappresentanti "competenti". Dobbiamo cominciare a parlare con la nostra propria voce, dobbiamo incontrarci, discutere, decidere ed agire per conto nostro. Contro gli attacchi generalizzati che subiamo, l'unica soluzione è la creazione di collettivi di resistenza "di base".
- Per propagare l'idea dell'autorganizzazione e della solidarietà sui posti di lavoro, del metodo dei comitati di lotta e dei collettivi di base, per abolire le burocrazie sindacali.
Per tutti questi anni, abbiamo subito la miseria, la rassegnazione, la violenza sul lavoro. Ci siamo assuefatti a contare i nostri feriti ed i nostri morti - i cosiddetti "incidenti sul lavoro". Ci siamo abituati ad ignorare che gli immigrati, nostri fratelli di classe, venivano uccisi. Siamo stanchi di vivere con l'ansia di assicurarci un salario, di pagare le tasse e di garantirci una pensione che adesso sembra un sogno lontano.
Così come lottiamo per non abbandonare le nostre vite nelle mani dei padroni e dei rappresentanti sindacali, ugualmente non abbandoneremo gli insorti arrestati nelle mani dello Stato e dei meccanismi giuridici!
LIBERAZIONE IMMEDIATA DEI DETENUTI!
RITIRO DELLE ACCUSE CONTRO I FERMATI!
AUTORGANIZZAZIONE DEI LAVORATORI!
SCIOPERO GENERALE!
L'ASSEMBLEA GENERALE DEI LAVORATORI NEGLI EDIFICI LIBERATI DELLA GSEE, MERCOLEDI' 17 DICEMBRE ALLE ore 18.
1. Secondo un nostro lettore, notizia non controllata, l'occupazione è stata tolta alcuni giorni dopo.
Nel precedente articolo sul movimento degli studenti apparso il 5 novembre scorso sul nostro sito web[1] mettevamo già in evidenza come questo traesse la sua maggiore forza non tanto dalla sua specificità di movimento di studenti quanto piuttosto dal riconoscimento, ampiamente presente al suo interno e testimoniato proprio dalla parola d'ordine diffusa a livello nazionale "Noi la crisi non la paghiamo", di costituire la nuova generazione di proletari e, in questo senso, di essere sottoposti, già a livello di formazione, alle esigenze di ristrutturazione del capitale. D'altra parte il contesto generale in Italia e nel mondo è così fortemente segnato dalla gravità della crisi economica - con delle conseguenze già palesi a livello di degradazione delle condizioni di vita dei proletari - che la borghesia parla ormai essa stessa apertamente di crisi, nella misura in cui ha bisogno di preparare i proletari agli attacchi più forti che dovranno ancora venire. La popolazione è ben cosciente di questi attacchi e quello di cui si parla sempre più in giro è quale prospettiva abbiamo di fronte, qual è il futuro di questa nuova generazione. In questo scenario che fa da sfondo, gli studenti non potevano non sentire i tagli al settore della scuola e dell'università come interventi strettamente legati agli attacchi contro i salari, i licenziamenti ma anche ai servizi sociali, la sanità, ecc.
La dimensione internazionale e internazionalista del movimento
Quello che si è prodotto nelle ultime settimane ci ha mostrato che il movimento di lotta che si è sviluppato in Italia è solo un aspetto di un fenomeno più generale e perciò molto più consistente che si sta producendo a livello europeo. Contemporaneamente alle lotte degli studenti in Italia ce ne sono stati altri in Grecia (di cui diamo notizia in questo stesso giornale), ed ancora in Francia (dopo le lotte contro il CPE del 2006 e contro la LRU del 2007, sono gli studenti liceali che sono attualmente all'attacco)[2], in Germania, in Irlanda e in Spagna. In Irlanda c'è stata la più grossa manifestazione di tutti i tempi con oltre 70.000 manifestanti a Dublino, con occupazione di università e scuole e una mobilitazione partita da insegnanti e studenti universitari. Università occupate dalla fine di novembre anche in Spagna con manifestazioni di decine di migliaia di persone, soprattutto a Barcellona e Madrid, con estensione molto capillare della lotta.[3] E' evidente che tutto ciò non è casuale ma è il frutto, da una parte, della necessità della borghesia, a livello internazionale, di scaricare almeno parte della crisi riducendo i costi dell'istruzione, dall'altra del consolidamento della ripresa della lotta di classe a livello internazionale. Peraltro questa dimensione internazionale del movimento diventa sempre più internazionalista nel senso che i singoli movimenti prendono coscienza l'uno dell'altro e tendono a riconoscersi sempre più come parte di una sola dinamica. Ciò si è mostrato in numerose occasioni anche nel movimento degli studenti in Italia, dove c'è stata ad esempio una forte solidarietà nei confronti del movimento greco in occasione dell'assassinio di Alexis, che si è tradotta sia con prese di posizione di assemblee che, nel caso degli studenti delle università siciliane di Palermo e di Catania, con l'occupazione dei reciproci consolati: "Oggi, 11 dicembre, il movimento studentesco catanese ha occupato il consolato greco a Catania per ribadire la propria solidarietà nei confronti delle lotte e delle mobilitazioni che in questi mesi hanno coinvolto studenti e lavoratori in Grecia e che hanno vissuto drammatici episodi di repressione. Le loro rivendicazioni sono le nostre rivendicazioni, la crisi è unica, ha un carattere internazionale e la risposta non può che essere unica e internazionale." (dal Comunicato del Movimento Studentesco Catanese "Catania - Occupazione Consolato Greco" dell'11 dicembre 2008).[4]
C'è, ancora, una certa consapevolezza di non essere un fenomeno episodico ma di fare parte di un processo storico e internazionale che ha portato gli studenti ad interrogarsi sulle recenti lotte degli studenti francesi contro il CPE e a prendere da loro il meglio delle loro esperienze, tra cui quella organizzativa:
"Per vincere, è necessario organizzarsi e coordinarsi, come insegna la vittoria degli studenti francesi (...). In Francia gli studenti vinsero anche perché si diedero un coordinamento di lotta nazionale, costruito attraverso un percorso democratico che prevedeva l'elezione di delegati delle varie realtà di lotta. Dobbiamo seguire lo stesso esempio: ogni scuola o facoltà in mobilitazione elegga, attraverso assemblea, un numero di delegati proporzionale al numero dei partecipanti (un delegato ogni 50 studenti riuniti in assemblea). I delegati si faranno portavoce delle proposte emerse in assemblea e decideranno con gli altri delegati i momenti successivi della lotta. Solo con l'organizzazione e la democrazia si vince." (dal documento "Costruiamo un coordinamento nazionale delle lotte studentesche", del 6 dicembre 2008).[5]
I momenti di vita e il rafforzamento politico del movimento
Nel precedente articolo accennavamo anche al pericolo che la borghesia potesse lavorare su alcune debolezze del movimento per minarlo dall'interno e abbiamo fatto riferimento in particolare a:
a) la questione di un preteso apoliticismo del movimento;
b) la falsa idea che la responsabilità fosse tutta di Berlusconi e delle destre in genere;
c) il pericolo di rimanere infognati nell'antifascismo;
d) il pericolo di essere fagocitati da sindacati e partiti della falsa sinistra.
A distanza di oltre due mesi possiamo oggi dire che non solo il movimento non ha ceduto alle lusinghe borghesi, ma si è irrobustito in maniera ammirevole, come vedremo qui di seguito.
Anzitutto ricordiamo che, negli scorsi due mesi, ci sono state delle mobilitazioni di piazza che non si vedevano da tempo per numero di partecipanti e per combattività, come quella del 7 novembre, con manifestazioni in tutte le città e la presenza di centinaia di migliaia di persone, quella del 14 novembre, che ha visto una grande manifestazione centrale a Roma di tutto il mondo dell'istruzione con una presenza di oltre 200-300 mila persone ed infine la partecipazione allo sciopero generale del 12 dicembre, con ampia presenza del movimento degli studenti.
Ma, al di là di queste scadenze che hanno interessato contemporaneamente tutto il movimento, quotidianamente gli studenti e i giovani precari del mondo dell'istruzione, assieme ad una parte non trascurabile delle "vecchie guardie", ovvero quelli che avevano fatto il ‘77 o addirittura il ‘68, hanno dato luogo ad assemblee, manifestazioni locali, sit-in, occupazioni, conferenze pubbliche, lezioni per strada, spettacoli, esperienze di approfondimento, controinformazione, feste ecc. costruendo giorno per giorno una nuova consapevolezza del proprio essere e dei rapporti con la società. E' stata questa la scuola politica che ha plasmato nel tempo il movimento e che ha prodotto gli elementi di maturazione che ha raggiunto col tempo. Diversi gli sviluppi che vanno segnalati, primo tra tutti proprio quello che riguarda lo slogan che ha caratterizzato fin dall'inizio tutto il movimento e rispetto al quale, ad esempio, gli studenti di Scienze Politiche di Milano affermano giustamente che dichiarare semplicemente: "Noi la crisi non la paghiamo non è sufficiente" perché occorre pure chiedersi "chi è che paga questa crisi?", se le banche e gli speculatori di ogni tipo o la povera gente:
"Il nodo centrale è quindi il seguente: è corretto continuare questa mobilitazione in una dimensione prettamente studentesca, se i fondi che verranno provvisoriamente trovati per placare il malcontento degli universitari saranno tagliati da altri (e altrettanto importanti) settori sociali che ugualmente ci riguardano, assieme alle nostre famiglie, come lavoratori e come cittadini? No. E' suicida. (...) Infatti, se il ruolo delle istituzioni statuali, seppur pubbliche, è sempre più declinato al sostenimento delle imprese private a costo di ingenti costi sociali, è sbagliato ritenere che l'università - un istituto che riproduce il sistema generale di sfruttamento attraverso meccanismi determinati di a) selezione e di b) manipolazione - sia un' isola felice slegata dalla struttura economica che la determina." (da "Noi la crisi non la paghiamo non è sufficiente: chi paga questa crisi?" dell'Assemblea Studenti di Scienze Politiche di Milano, 11 novembre 2008).[6]
Ma si va anche oltre nella stessa lettura della crisi analizzata correttamente come crisi storica del sistema capitalista e non come evento episodico prodotto da errori contingenti di speculatori maldestri:
"Non è quindi un caso che il perno della discussione in tutte le assemblee sia stata la lettura della crisi economico-finanziaria. Differentemente da tutti quelli che hanno sprecato fiumi di inchiostro sostenendo che la "crisi" è solo "crisi della finanza", noi siamo convinti della necessità di ribadire che si tratta sì di crisi, ma di una crisi di accumulazione capitalistica che viviamo da almeno trent'anni, e di cui la recente deflagrazione finanziaria è soltanto l'ultimo, violento, momento di svolta. (...) Mettere in discussione il capitalismo significa quindi prima di tutto chiarire che non può esistere un lato 'buono' di un sistema fondato su sfruttamento ed oppressione (...) Condannare il capitalismo rapace degli speculatori e delle banche, lasciando intendere che ve ne sia uno buono da difendere, o uno "sostenibile", significa mistificare la realtà, e cedere le proprie armi critiche al nemico". (dal Documento politico dell'Assemblea Nazionale del 13-14 dicembre tenuta a Tor Vergata,Roma).[7]
Il riferimento ai lavoratori e alle loro lotte è ugualmente una costante nel movimento, anche se con un sistematico distinguo tra la classe dei lavoratori e le loro pseudo rappresentanze politiche e sindacali, verso le quali si esprime una decisa diffidenza ed estraneità, e non per caso:
"è per noi fondamentale ribadire la nostra ostilità nei confronti delle leggi bipartisan che hanno consentito in questi anni il processo di precarizzazione del lavoro, dal pacchetto Treu, alla legge 30. A maggior ragione vale la pena ribadirlo laddove, a partire dal mese di gennaio, 400.000 precari non saranno riassunti." (da Sapienza in mobilitazione, "Appello della Sapienza, verso lo sciopero generale del 12 dicembre", del 5 dicembre 2008).[8]
C'è in questi ragazzi una grande fierezza e una forte determinazione a lottare che non potrà che fare bene al resto della classe operaia. D'altra parte questo movimento ha ricevuto numerosi segni di simpatia da parte della popolazione, che si possono riassumere nella scritta riportata su uno striscione steso tra due finestre di una casa a Roma durante la manifestazione del 14 novembre che diceva "studenti, voi siete la nostra ultima speranza".
Se il rapporto con i sindacati e i partiti di sinistra è di sfiducia, gli studenti non hanno fatto l'errore di disertare le manifestazioni che queste forze di falsa sinistra promuovevano consci dell'importanza di esprimere un'influenza sugli altri proletari presenti al loro interno:
"La potenza dell'Onda è stata capace, dunque, di parlare alla società tutta e di trasformare tanto lo sciopero generale dei sindacati di base del 17 ottobre, quanto lo sciopero generale della scuola del 30 ottobre, in qualcosa di straordinario e di diverso dalle cose di sempre. Proprio l'autonomia del movimento studentesco ha reso possibile un'estensione senza pari delle mobilitazioni e una grande radicalità nei contenuti e nelle pratiche di lotta. (...) Per quanto riguarda il 12, invece, pensiamo che sia naturale per l'Onda mantenere lo stesso stile assunto durante i precedenti scioperi generali: un corteo autonomo che sappia però interloquire con tutti i lavoratori e attraversare, materialmente e non solo simbolicamente, le manifestazioni sindacali. Questo non toglie che è nostro interesse parlare con quei tanti lavoratori che pur essendo iscritti alla Cgil vedono nell'Onda e nella sue rivendicazioni un'opportunità di cambiamento radicale valido per tutti." (da Sapienza in mobilitazione, "Appello della Sapienza, verso lo sciopero generale del 12 dicembre", del 5 dicembre 2008).[9]
La prospettiva del movimento
Come abbiamo visto il movimento con il tempo non solo si è esteso ma si è anche irrobustito politicamente. Le assemblee che si sono tenute a Roma il sabato pomeriggio e la domenica successivi alle due manifestazioni nazionali del 14 novembre e del 12 dicembre sono state occasioni in cui si è saputo tesaurizzare il tempo e l'esperienza acquisita a livello territoriale:
"La due giorni di intensi dibattiti si è articolata in due momenti di confronto assembleari sull'autorganizzazione, e in due tavoli di lavoro plenari, che hanno affrontato il rapporto fra "Scuola e Università, Capitale e Lavoro" e fra "Università e movimenti sociali". (...) L'obiettivo di tutti i partecipanti all'assemblea è dunque quello di lavorare nella prospettiva di un confronto stabile tra lavoratori e studenti (che sono lavoratori in formazione, lavoratori di oggi e di domani), assolutamente svincolato dalle pratiche concertative di alcuni sindacati e partiti. (...) In conseguenza di ciò, partendo dalle nostre specificità locali, abbiamo deciso di creare una rete di realtà studentesche che abbia un respiro nazionale, ma che guardi anche alle proteste che si sviluppano, contro le medesime riforme e attacchi, su un piano internazionale." (dal Documento politico dell'Assemblea Nazionale del 13-14 dicembre tenuta a Tor Vergata,Roma).[10]
Noi non sappiamo quale sarà il futuro immediato di questo movimento, che ha programmato un successivo incontro nazionale per la primavera prossima. Ma siamo sicuri che già quello che ha prodotto lascerà un terreno fertile per il futuro della lotta di classe.
7 gennaio 2009 Ezechiele
[1] https://it.internationalism.org/node/662 [53]
[2] Vedi notizie e articoli sulla pagina in lingua francese del nostro sito.
[3] Vedi anche radio onda d'urto del 16/12/2008 (www.radiondadurto.org/agenzia/2008-12-16-13-19_sauro-manif-europa.mp3 [54]).
[4] www.informa-azione.info [55]
[5] www.montegargano.it/news/Costruiamo-un-coordinamento-nazionale-delle-lot... [56].
[6] spomilano.noblogs.org [57]
[7] clic.noblogs.org/post/2008/12/30/assemblea-nazionale-documento-politico-stilato-al-termine-della-due-giorni-di-discussione [58]
[8] www.flickr.com/groups/fotoattivismo/discuss/72157610765210754/ [59]
[9] www.flickr.com/groups/fotoattivismo/discuss/72157610765210754/ [59]
[10] clic.noblogs.org/post/2008/12/30/assemblea-nazionale-documento-politico-stilato-al-termine-della-due-giorni-di-discussione [58]
La borghesia brasiliana, scontrandosi con i movimenti che sfuggono al suo controllo, in realtà al controllo dei sindacati, utilizza in modo grottesco il suo apparato repressivo, la polizia, per intimidire i lavoratori. Il 16 ottobre a Puerto Alegre (RS), nel sud del Brasile, ha represso violentemente una manifestazione di impiegati di banca facendo uso di gas lacrimogeno, di proiettili di gomma e ferendo circa 10 persone. Come se la repressione mattiniera non fosse bastata, anche la "13a marcia dei Senza"(1), che, lo stesso giorno e nella stessa città, ha mobilitato una decina di migliaia di persone, ha subito una repressione poliziesca che ha provocato numerosi feriti.
Prima di ciò, i dirigenti delle banche avevano già cominciato a prendere delle misure contro l'attuale sciopero degli impiegati di banca perseguitandone e licenziando dei leader, per contenere lo sviluppo del movimento.
La solidarietà di classe: una necessità
È necessario sottolineare che l'attuale lotta degli impiegati di banca va al di là delle classiche rivendicazioni economiche poiché la sua rivendicazione essenziale è quella dell'omogeneizzazione del trattamento degli impiegati. Le banche, e soprattutto quelle federali, hanno creato un abisso tra le condizioni degli impiegati già a lavoro da tempo e quelle degli assunti dal 1998, sopprimendo certi "vantaggi" che comunque erano stati strappati lottando. Più della rivendicazione di un semplice compenso economico, si tratta dunque di un gesto importante di solidarietà tra lavoratori: non si può accettare un trattamento differenziato, come se alcuni lavoratori fossero inferiori, mentre effettuiamo tutto lo stesso lavoro, negli stessi locali, e sottomessi alle stesse pressioni.
E sia chiaro che se alcuni tra noi beneficiano di "vantaggi" che sono il frutto della lotta, tutti ne devono beneficiare, qualunque sia il momento in cui sono stati assunti. Allo stesso modo, questo sciopero cerca di ricuperare ciò che ci è stato tolto, e questa volta a tutti, come i premi annui, ecc. Tutte queste conquiste economiche sono state il prodotto delle nostre lotte di resistenza ma in seguito esse sono state annullate dai padroni con la complicità dei loro "partner sindacali".
Vogliamo anche delle migliori condizioni di lavoro, la fine dell'oppressione morale, la fine degli obiettivi di vendita dei prodotti e dei servizi imposti dalle banche; che, tutte, hanno provocato tante malattie tra i lavoratori del settore bancario. Lo ripetiamo, non vogliamo essere trattati differentemente gli uni dagli altri. Non possiamo essere d'accordo con un taglio dei nostri "vantaggi" che sono il prodotto delle nostre lotte e non di regali fatti dai padroni del settore pubblico o privato.
La rivendicazione delle stesse condizioni di lavoro e delle stesse remunerazioni per quelli che sono assunti ora costituiscono un atto di solidarietà tra le differenti generazioni di lavoratori di questo settore. Questa stessa solidarietà noi la dobbiamo manifestare con azioni verso coloro che sono state vittime della repressione statale. Non possiamo rinunciare ad unirci ed essere solidali con tutti coloro che lottano per non lasciarsi schiacciare dalle necessità del capitalismo in crisi, con tutti coloro che la borghesia ha represso o sta per reprimere a causa della loro partecipazione nelle lotte.
Queste lotte e la repressione dello Stato non sono fatti che riguardano soltanto gli impiegati di banche, ma coinvolgono l'insieme dei lavoratori, con o senza lavoro.
1. Movimento che riunisce differenti categorie di emarginati sociali, il Movimento dei Senza terra, il Movimento dei Senza tetto, il Movimento dei Senza lavoro. Come indica il suo nome, quest'ultimo è costituito essenzialmente da proletari senza lavoro. Il movimento dei Senza tetto raggruppa elementi dei differenti strati non sfruttatori della società che si organizzano per occupare alloggi vuoti. Anche il movimento dei Senza terra è costituito da differenti strati non sfruttatori della società di provenienza cittadina, senza lavoro, e che sono organizzati all'interno di questa struttura per l'occupazione di terre da coltivare. Questa struttura è solidamente controllata dallo Stato, in particolare dal primo mandato di Lula da presidente.
Anzitutto questo ha permesso di ricredibilizzare il gioco elettorale e il ritorno sulla scena della mistificazione “democratica” allo scopo di mascherare provvisoriamente il fallimento del capitalismo, per gli Stati Uniti come per il mondo intero. Questa elezione non si appoggia solo sul sostegno unanime di tutta la borghesia (tutti i capi di Stato senza eccezione si sono pubblicamente rallegrati di questa elezione e si sono caldamente felicitati nei confronti dell’“eroe eletto”) ma ha anche condotto verso le urne milioni di Americani diseredati, così come neri o membri di minoranze di immigrati che non avevano mai preso parte ad un voto nella loro vita. Queste elezioni hanno fatto montare un’enorme ondata di speranze di cambiamento delle loro condizioni di vita miserabile per milioni di sfruttati e di oppressi grazie ad una gigantesca operazione pubblicitaria che vanta il miraggio della “unione nazionale”, così cara alla borghesia. Quest’ultima ha preparato il terreno per ottenere un risultato equivalente ad un maremoto: occorreva aumentare il prestigio degli Stati Uniti intorno ad un candidato ideale, giovane, dinamico, capace di unire e per giunta nero: Obama.
Questa vittoria riguarda soltanto la borghesia e, contrariamente a quanto vorrebbero farci credere, non è di nessuna “comunità nera” né degli strati più poveri della società e neanche delle pretese “classi medie”. Infatti non cambierà in niente la sorte delle diecine di milioni di proletari e di sfruttati che, più che mai, non raccoglieranno che ulteriore “sangue, sudore e lacrime”, secondo la vecchia espressione consacrata da Churchill. Non cambierà la mostruosità del mondo capitalista. Con la vittoria d' Obama occorreva soprattutto “cancellare” l’immagine catastrofica degli Stati Uniti dopo gli otto anni di presidenza Bush (definito come il peggiore presidente della storia degli Stati Uniti): fare credere alla rinascita, al cambiamento, sostituire l’equipe dei “neo-con repubblicani” superati dagli eventi e segnati dal fallimento delle loro “dottrine ultra-liberali”. Il “campo democratico” aveva ben compreso questo bisogno di cambiare look all’imperialismo americano permettendosi, in occasione delle primarie, di eliminare la candidatura di Hillary Clinton che, benché facesse balenare un’altra “novità assoluta”, una donna presidente degli Stati Uniti, ha puntato troppo sulla sua esperienza di vecchia volpe dell’apparato e della politica, essendo incapace di suscitare uno slancio suscettibile di incanalare un’aspirazione profonda ad un rinnovo del personale politico. Inoltre, sull’altro fronte, quello dei “repubblicani”, si è fatto di tutto per non vincere con la coppia Mc Cain-Palin, con la scelta di un vecchio arnese di 72 anni, “eroe” del Vietnam, un uomo del passato, non del futuro, rapidamente “affondato” da una parte dalla sua appartenenza allo stesso “campo repubblicano” di Bush (nonostante le distanze prese nei confronti di quest’ultimo) e soprattutto confrontato con i suoi limiti (i suoi spropositi continui di uomo superato rispetto al crack finanziario ed economico). Infine, la scelta come vice di un’ultra-reazionaria, “creazionista”, completamente non credibile, ha costituito un vero elemento di dissuasione. Le adesioni massicce e spettacolari alla causa di Obama nello stesso campo repubblicano (come, tra i più famosi, quello dell’ex-responsabile della difesa nazionale in occasione della guerra in Iraq durante il mandato di Bush padre, Colin Powell) sono stati ugualmente elementi determinanti che esprimono un cambiamento di strategia della borghesia americana più cosciente delle sfide del periodo.
Questo cambio di facciata degli USA sottolinea la capacità di adattamento di una grande potenza declinante che, per preservare la sua credibilità e rompere il pericoloso isolamento nel suo dominio imperialista, deve cessare di apparire sempre nello stesso ruolo di grande gendarme cattivo del mondo. E’ una mossa necessaria per convincere il mondo intero a condividere il peso della crisi. Nel capitalismo, “non vi è un salvatore supremo, né Dio, né Cesare, né tribuno, il mondo deve cambiare le sue basi …”[1]. La “folle speranza” suscitata da “l’effetto Obama” non può che condurre ad una terribile e rapidissima disillusione. Con l’effetto boomerang degli attacchi, dei fallimenti, della disoccupazione, della miseria, della prosecuzione della politica guerriera, della recessione e dell’indebitamento che bussano alla porta, il ritorno alla realtà sarà duro. Questo tentativo di “cambiare pelle” non può comunque salvare la pelle del capitalismo, né impedire agli Stati Uniti d’essere la prima potenza ad essere travolta drammaticamente nella peggiore crisi mondiale di questo sistema. Solo lo sviluppo internazionale della lotta di classe può offrire una reale speranza per l’avvenire dell’umanità.
W (21 novembre)
Da quando gli Usa hanno usato le atrocità dell’11 settembre per giustificare la propria barbarie militare in Afghanistan e Iraq, questo paragone ha un preciso significato: contiene la minaccia implicita che lo status di vittima dell’India sarà usato per giustificare una maggiore pressione, o per rinnovare il conflitto, contro il Pakistan.
Non solo gli Stati Uniti avevano già avvertito l’India di potenziali attacchi, ma i servizi segreti indiani avevano avuto, in numerose occasioni, attraverso proprie fonti, informazioni della possibilità di attacchi a Mumbai. Possiamo immaginare che lo Stato indiano abbia lasciato condurre gli attacchi per giustificare una futura aggressione - che inoltre regge il confronto con il comportamento degli Stati Uniti nel settembre 2001.
Da un lato, se cerca pretesti per la guerra, lo Stato indiano può già contare su un certo numero di attacchi dinamitardi in tutta una serie di città indiane negli ultimi sei mesi, tra cui Nuova Delhi, Jaipur, Bangalore, Ahmedabad e Guwahati che sono costati la vita quest’anno a più di 400 persone. L’atto terroristico di Mumbai è stato dunque solo l’ultima espressione, anche se la più drammatica, di un conflitto fra l’India ed il Pakistan che è continuato, in una forma o nell’altra, fin da prima dell’indipendenza dalla Gran Bretagna. In particolare l’India ed il Pakistan hanno combattuto per il Kashmir nel 1947, il 1965 ed il 1971 e anche dopo gli attacchi aerei dell’India nel maggio 1999 contro gli insorti mussulmani. Dopo, ci sono stati continui incidenti per parecchi anni, incluso l’attacco al parlamento indiano, nel dicembre 2001, in cui morirono 14 persone. Ciò ha condotto alla mobilizzazione del 2002 delle forze armate di entrambe le potenze nucleari per affrontarsi alla loro frontiera, sull’orlo di una guerra totale.
Il conflitto non è stato intrapreso solo dalle forze armate “ufficiali” dei due paesi ma anche dai gruppi terroristi creati spesso dagli stessi servizi segreti. In particolare l’ISI (servizi segreti del Pakistan) ha creato inizialmente il Lashkar-e-Taiba e il Jaish-e-Mohammed per farli operare nel Kashmir; e, anche se lo Stato pakistano ha proscritto formalmente questi gruppi nel 2002, essi agiscono ancora con l’approvazione di importanti fazioni della classe dirigente pakistana. Non è sorprendente che lo Stato indiano (e i mezzi di comunicazione di tutto il mondo) abbiano accusato questi gruppi di responsabilità negli attacchi di Mumbai. In definitiva, chiunque sia stato responsabile degli attacchi, si stava comportando in continuità con la storia brutale e barbara che ha segnato il conflitto.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, questi non sono affatto disinteressati agli eventi. Una delle priorità di Barack Obama riguardo alla politica estera (in continuità con Bush e con il ministro della difesa Gates, che Obama vuole mantenere) è l’offensiva contro le forze che combattono in Afghanistan e che sono stanziate in Pakistan. Avendo bisogno dell’assistenza del Pakistan nella ‘guerra contro il terrore', Washington non vuole che le forze pakistane abbandonino le loro attuali posizioni per andare ai confini del Kashmir. Tutto ciò che peggiora i rapporti tra il Pakistan e l’India insidia la strategia degli Stati Uniti nella zona. È anche difficile, per gli Stati Uniti, fare pressioni sulla classe dirigente indiana perché questa può rispondere che gli Stati Uniti non si sono trattenuti dall’attaccare al-Qaeda o i Talebani.
Alcuni commentatori hanno suggerito che l’India non attaccherà il Pakistan poiché ciò rinforzerebbe la posizione dell’esercito all’interno di quello Stato molto fragile e che c’è almeno una certa possibilità di dialogo con la classe dirigente pakistana nella sua attuale configurazione. Altri hanno insistito che il conflitto imperialista aperto é inevitabile, prima o poi, e che le cose sono già fuori dal controllo dei politici indiani e pakistani.
Una cosa che è certa è il pericolo inerente alla situazione. Entrambi i paesi hanno armi nucleari. Entrambi hanno forze armate che già sono mobilitate, non solo per il Kashmir: il Pakistan lotta nel suo nord-ovest e Baluchistan e l’India nel Nagaland ed in alcuni stati contro l’insurrezione dei Naxalite (ndr: maoisti). Per di più, entrambi i paesi hanno collegamenti con potenze imperialiste molto più forti: l’India sta sviluppando un’alleanza con gli Stati Uniti ed il Pakistan ha un’antica alleanza anti-indiana con la Cina.
Forse, per il momento, l’India ed il Pakistan, sotto la pressione degli USA, potranno ancora contenere la spinta verso lo scontro militare aperto, ma la spinta imperialista verso la guerra è inevitabile per il capitalismo e, nel caso specifico, potrebbe stravolgere una delle regioni più popolate nel mondo. Gli attacchi a Mumbai sono stati terribili e mostrano che il potenziale massacro che il capitalismo è capace di liberare con il suo arsenale di distruzione è l’espressione dell’incapacità del suo sistema di organizzazione sociale a offrire nient’altro all’umanità se non l’oblio.
Car, 5 dicembre 2008
Era stato raggiunto un punto culminante di malcontento e di rigetto della guerra. Dopo quattro anni di uccisioni di massa, 11 milioni di morti, un numero incalcolabile di feriti, dopo l'estenuante guerra di trincea che stava causando numerosissime perdite per gli attacchi con gas nel Nord della Francia ed in Belgio, con la carestia che stava colpendo la popolazione operaia, dopo questa immonda carneficina senza fine, la classe operaia tedesca fu tanto disgustata dalla guerra da non essere più disposta a sacrificare la propria vita per gli interessi della "nazione". Tuttavia, il comando militare impose il proseguimento della guerra con una brutale repressione e decise di punire spietatamente i marinai che si erano ammutinati.
Come reazione si sviluppò una grande ondata di solidarietà. Iniziata a Kiev, quest'ultima si estese rapidamente alle altre città della Germania. Gli operai deposero i loro arnesi, i soldati si rifiutarono di eseguire gli ordini, gli uni e gli altri formarono immediatamente, come già era avvenuto a gennaio del 1918 a Berlino, consigli di operai e di soldati. Rapidamente, questo movimento si estese alle altre città della Germania. Il 5 ed il 6 novembre, Amburgo, Brema e Lubecca cominciarono a muoversi; il 7 e l'8 novembre, Desdra, Lipsia, Magdeburgo, Francoforte, Colonia, Hannover, Stoccarda, Norimberga e Monaco vennero occupate dai consigli di operai e dei soldati. In una settimana, in tutte le grandi città tedesche sorsero consigli di operai e di soldati.
Ben presto, Berlino ed i suoi consigli diventarono il centro del sollevamento, e, il 9 novembre, decine di migliaia di operai e di soldati si riversarono in strada per manifestare in modo massiccio contro il governo e la sua politica d'accentuazione della guerra. Quest'ultimo, preso di sorpresa, ordinò frettolosamente ai battaglioni "degni di fiducia" di accorrere a Berlino per proteggerla. Ma "la mattina del 9 novembre, le fabbriche vengono disertate con incredibile velocità. Una folle enorme riempie le strade. Dalla periferia, dove si trovano le più grandi fabbriche, grandi manifestazioni convergono verso il centro ... Solitamente, ovunque si riuniscono i soldati, non è necessario lanciare appelli speciali; tutti raggiungono gli operai in marcia. Uomini, donne, soldati, un popolo in armi invade le strade per dirigersi verso le vicine caserme" (R. Mϋller, Rivoluzione di Novembre).
Sotto l'influenza delle grandi masse assembrate nelle strade, gli ultimi resti delle truppe fedeli al governo cambiarono campo, raggiunsero i rivoltosi dando loro le armi. Il quartiere generale della polizia, i grandi uffici stampa, gli uffici telegrafici, i locali del parlamento e del governo, tutti furono occupati lo stesso giorno dai soldati e dagli operai in armi, e furono anche liberati i prigionieri. Molti funzionari governativi si diedero alla fuga. Furono sufficienti poche ore per occupare questi bastioni del potere borghese. A Berlino venne formato un "consiglio d'operai e di soldati", il Vollzugsrat (consiglio esecutivo).
Gli operai tedeschi si erano mesi sulle stesse tracce dei loro fratelli e sorelle di classe della Russia. Questi, infatti, a febbraio del 1917, formarono dei consigli di operai e di soldati che nell'Ottobre 1917 presero con successo il potere. Gli operai tedeschi stavano percorrendo la stessa strada degli operai russi, trionfando sul sistema capitalista attraverso la presa del potere da parte dei consigli operai e di soldati, paralizzando l'apparato del potere borghese, e formando un governo operaio ... La prospettiva era una porta spalancata verso la rivoluzione mondiale, dopo che gli operai russi avevano segnato la prima tappa in questa direzione.
Attraverso questo movimento insurrezionale, gli operai misero in moto le più grandi lotte in Germania. Tutti gli "accordi di pace sociale" sottoscritti dai sindacati durante la guerra furono ridotti in fumo dalle lotte operaie. Attraverso il loro sollevamento, gli operai tedeschi si liberarono dagli effetti della sconfitta d'agosto 1914. Il mito di una classe operaia tedesca paralizzata dal riformismo veniva cancellato. Gli operai tedeschi utilizzavano le stesse armi di lotta che stavano caratterizzando il periodo dell'entrata in decadenza del capitalismo, già precedentemente sperimentate dagli operai russi nel 1905 e nel 1917: scioperi di massa, assemblee generali, formazione dei consigli operai, in breve, l'auto-iniziativa della classe operaia. Al fianco degli operai russi, gli operai tedeschi formarono l'avanguardia della prima grande ondata rivoluzionaria internazionale delle lotte emerse dalla guerra. Già in Ungheria ed in Austria nel 1918 gli operai si erano sollevati dando luogo alla formazione dei consigli operai.
La Socialdemocrazia, ferro di lancia contro il proletariato
Tuttavia, mentre si sviluppavano le iniziative proletarie, la classe dominante non rimase inerte. Gli sfruttatori e l'esercito avevano bisogno di una forza capace di limitare e sabotare il movimento. Avendo fatto esperienza dai fatti russi, la borghesia tedesca, con i capi del comando militare, riuscì a riprendere la situazione in mano. Il generale Groener, comandante supremo dell'esercito, più tardi ammetterà: "Attualmente in Germania non c'è nessun partito che abbia molta influenza sulle masse per ristabilire il potere del governo con il comando militare supremo. I partiti [tradizionali] di destra erano crollati e, naturalmente, era impensabile formare un'alleanza con l'estrema sinistra. Il comando militare supremo non ha avuto altra scelta che formare un'alleanza con la Socialdemocrazia. Noi ci siamo uniti in una lotta comune contro la rivoluzione. Contro il Bolscevismo. Era impensabile restaurare la monarchia. Lo scopo dell'alleanza che noi abbiamo formato la sera del 10 novembre era la lotta totale contro la rivoluzione, per restaurare un governo d'ordine, governo sostenuto dalla potenza delle truppe e per effettuare, al più presto possibile, l'assemblea nazionale" (W. Groener sull' Accordo tra il comando militare supremo e F. Ebert del 10 novembre 1918).
La copertura della "unità" per mascherare gli antagonismi di classe
Al fine di evitare l'errore della classe dominante russa - e cioè la continuazione, dopo febbraio del 1917, della guerra imperialista da parte del governo provvisorio russo, che inasprì così la resistenza degli operai, dei contadini e dei soldati contro il regime, preparando l'insurrezione vittoriosa d'ottobre del 1917 - la classe capitalista tedesca reagì rapidamente e con una certa destrezza. Il 9 novembre, l'imperatore Guglielmo II fu costretto ad abdicare e fu inviato in esilio; l'11 novembre venne firmato un armistizio che contribuì a togliere la spina della guerra dalla carne della classe operaia, che aveva obbligato gli operai ed i soldati a combattere. La borghesia tedesca riuscì in tal modo a tagliare l'erba sotto i piedi al suo nemico di classe. Ma, indipendentemente dall'abdicazione forzata dell'imperatore e dalla firma dell'armistizio, una tappa decisiva nel sabotaggio delle lotte fu raggiunta nell'affidare il potere governativo alla socialdemocrazia. Sempre il 9 novembre, tre capi della SPD (Ebert, Scheidemann, Landsberg), tre capi dell'USPD (Partito Socialdemocratico indipendente)(1) formarono il Consiglio dei commissari del popolo, governo borghese fedele al capitale.
Lo stesso giorno, Liebknecht, il più prestigioso rappresentante della frazione spartachista, davanti a migliaia d'operai, proclamò la "Repubblica socialista" di Germania, chiamando ad una unificazione degli operai tedeschi con gli operai russi; nello stesso tempo il leader del SPD, Ebert, proclamava una "Repubblica tedesca libera" con il nuovo "Consiglio dei commissari dei popoli" alla sua testa. Questo governo (borghese) autoproclamato venne installato per sabotare il movimento. "Giungendo al governo, la Socialdemocrazia va a soccorrere il capitalismo, scontrandosi con la rivoluzione proletaria che avanza. La rivoluzione proletaria dovrà marciare sul suo cadavere". Queste parole di Rosa Luxemburg, nelle sue "Lettere di Spartacus", ottobre 1918, mostravano già dove si trovava il pericolo maggiore. Il 10 novembre, Rote Fahne, (Bandiera Rossa), giornale degli Spartachisti, avvertì: "Per quattro anni, il governo Scheidemann, governo dei socialisti, vi ha spinto negli orrori della guerra; vi ha detto che era necessario difendere la "patria", mentre questa era solo una lotta per puri interessi imperialisti. Ora che l'imperialismo tedesco crolla, tale governo tenta di salvare il salvabile per la borghesia e scacciare l'energia rivoluzionaria delle masse. Nessuna unità con coloro che vi hanno tradito per quattro anni. Abbasso il capitalismo ed i suoi agenti".
Ma, a questo punto, l' SPD tentò di mascherare il vero fronte. Lanciò lo slogan: "Non dovrebbe esserci niente di "fratricida" se un gruppo lotta contro un altro gruppo, se una setta lotta contro un'altra setta, allora avremmo il caos russo, il declino generale, la miseria al posto del benessere. Tutti, dopo un trionfo fantastico che ha visto l'abdicazione dell'imperatore, dovrebbero ora essere testimoni dello spettacolo dell'automutilazione della classe operaia in una lotta fratricida ingiustificata? Ieri ha mostrato la necessità dell'unità interna della classe operaia. In quasi tutte le città estendiamo l'appello all'unità tra "il vecchio SPD e L'USPD nuovamente fondato (...)" (Vorwärts, 10 novembre 1918). A partire da queste illusioni di unità tra l' SPD e l'USPD, l' SPD insisté presso il Consiglio operaio e di soldati di Berlino sul fatto che, poiché il "Consiglio dei commissari dei popoli" era composto di tre membri dell' SPD e dell'USPD, i delegati del Consiglio operaio e di soldati di Berlino avrebbero dovuto trovarsi nelle stesse proporzioni. Esso riuscì persino ad ottenere un mandato dal Consiglio operaio e di soldati di Berlino "per dirigere il governo provvisorio", essendo in realtà quest'ultimo una forza che si opponeva direttamente ai consigli operai. Rosa Luxemburg, più tardi, farà un bilancio delle lotte in questo periodo: "Difficilmente avremmo immaginato che nella Germania che aveva conosciuto il terribile spettacolo del 4 agosto, e che per quattro anni aveva raccolto ciò che era stato seminato in quel giorno, si sarebbe improvvisamente sviluppato il 9 novembre del 1918 una gloriosa rivoluzione, inspirata direttamente dalla coscienza di classe, ed orientata verso un obiettivo concepito con chiarezza. Ciò che si è prodotto il 9 novembre, è stato semplicemente la vittoria di nuovi principi; si stava solo avverando il crollo del sistema imperialista esistente. Era giunto il momento del crollo dell'imperialismo, un colosso dai piedi d'argilla che si sbriciolava dall'interno. La conseguenza di questo crollo era un movimento più o meno caotico, un movimento privo di piano motivato. La sola fonte d'unione, il solo principio esistente e di salvezza era la parola d'ordine "formare consigli operai e di soldati". (Congresso di fondazione del KPD 1918/19).
Sabotaggio politico dei consigli operai da parte dell' SPD
In novembre e dicembre, nel momento in cui si placava lo slancio rivoluzionario dei soldati, nelle fabbriche cominciarono a prodursi parecchi scioperi. Ma questa dinamica non era che all'inizio. E, in quel momento, il movimento dei consigli era ancora fortemente e inevitabilmente diviso. Cogliendo questa opportunità, l' SPD prese l'iniziativa di indire a Berlino il 16 dicembre un congresso nazionale dei consigli operai e dei soldati. Così, mentre il movimento nelle fabbriche non aveva ancora raggiunto il suo pieno slancio, ed il tempo della centralizzazione era ancora immaturo, l' SPD sfruttò l'occasione di un tale congresso nazionale dei consigli per disarmarli politicamente. Inoltre, mise l'accento sull'illusione largamente diffusa all'epoca, secondo la quale il consiglio avrebbe dovuto lavorare seguendo i principi del parlamento borghese. All'apertura del congresso, la delegazione formò delle frazioni (sui 490 delegati, 298 erano membri dell' SPD, 101 dell'USPD, tra questi 10 spartachisti, 100 appartenevano ad altri gruppi). Così, la classe operaia dovette scontrarsi con un congresso autoproclamato dei consigli che pretendeva di parlare in nome della classe operaia ma che lasciava subito tutto il potere tra le mani del governo provvisorio anche questo "autoproclamato".
Scaltramente, il presidium, col pretesto che non erano operai delle fabbriche di Berlino, impedì a leader Spartachisti, come Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg di partecipare ai lavori del congresso, e quindi di prendere la parola(2).
Il congresso pronunciò la "sentenza di morte" quando decise di sostenere l'appello per la formazione di una "assemblea nazionale". Abdicare al potere di fronte al parlamento borghese, era disarmare sé stesso.
Gli Spartachisti intenzionati a fare pressione sul congresso organizzarono una manifestazione di strada massiccia, 250.000 operai solamente a Berlino il 16 dicembre. Tuttavia, alla fine il congresso nazionale permise alla classe dominante di segnare un punto importante. Gli Spartachisti conclusero: "Questo primo congresso distrugge alla fine l'unica conquista, la formazione dei consigli operai e dei soldati, strappando in questo modo il potere alla classe operaia, rigettando il processo rivoluzionario. Il congresso, condannando i consigli operai e dei soldati all'impotenza (attraverso la decisione di rimettere il potere ad una circoscrizione nazionale) ha violato ed ha tradito il suo mandato (...) I consigli operai e dei soldati dovevano dichiarare questo congresso non avvenuto ed i risultati nulli" (Rosa Luxemburg, 20 dicembre 1918). In alcune città, i consigli operai e dei soldati protestarono contro le decisioni del congresso nazionale.
Incoraggiato e rafforzato dai risultati del congresso, il governo provvisorio cominciò a lanciare provocazioni militari. In un attacco del Freikorps a Berlino (truppe controrivoluzionarie create dal SPD), parecchie decine di operai furono ammazzati il 24 dicembre. Ciò provocò l'indignazione degli operai di Berlino. Il 25 dicembre, migliaia di operai si riversarono in strada a protestare. Di fronte al comportamento apertamente controrivoluzionario del SPD, il 29 dicembre, i commissari dell'USPD si ritirarono dal Consiglio dei Commissari.
Il 30 dicembre ed il 1° gennaio, gli Spartachisti fondarono, nel fuoco dell'azione, con i Comunisti internazionali di Germania (IKD), il Partito comunista tedesco (KPD). Tracciando un primo bilancio, ed indicando le prospettive, Rosa Luxemburg, il 3 gennaio del 1919, insistette: "La trasformazione di una rivoluzione del 9 novembre essenzialmente di "soldati" in una rivoluzione chiaramente operaia, la trasformazione di un cambiamento semplice di un regime in un lungo processo di scontro generale economico tra il capitale ed il lavoro esige dalla classe operaia un differente livello di maturità politica, di formazione, di tenacia, (d'accanimento) che è quello che noi abbiamo visto in questa prima fase di lotte". (3 gennaio 1919, Bandiera Rossa). Il movimento doveva allora entrare in una tappa cruciale in gennaio 1919 - e di questo parleremo in un prossimo articolo.
Dino
1. L'USPD era un partito centrista, composto almeno da due ali che si combattevano tra loro: un'ala destra, che tentò di reintegrare il vecchio partito, passato nel campo della borghesia, ed un'altra ala, che si sforzava di raggiungere il campo rivoluzionario. Gli Spartachisti si unirono all'USPD per avvicinarsi a più operai e farli avanzare. In dicembre 1918 gli Spartachisti ruppero con L'USPD per fondare il KPD.
2. Per rafforzare l'isolamento degli operai e dei rivoluzionari tedeschi, su istruzione delle forze del SPD, una delegazione d'operai russi giunta per assistere al congresso venne trattenuta alla frontiera.
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