Ormai non passa giorno senza che arrivino notizie di nuovi orrori da qualche angolo del mondo. E questo nonostante il fatto che le varie democrazie occidentali nascondano la gran parte delle notizie, di cui arriva a noi una parte considerevole solo per la loro grande quantità e atrocità (vedi quanto siano tagliate e deformate le informazioni sulla recente strage di Beslan in Ossezia o quelle relative alle torture ai danni dei prigionieri di guerra in Iraq).
Ma se la borghesia non può bloccare tutte le informazioni sulle atrocità che si producono nel mondo, per lo meno si riserva la possibilità di manipolare le informazioni relative in modo che esse non costituiscano elemento di riflessione per i proletari, per evitare che questi non arrivino a capire che la loro origine sta nel modo di funzionamento di questo sistema che, basato da sempre sullo sfruttamento, è ormai arrivato in una fase di convulsioni crescenti che non solo non danno uno sbocco alla sua crisi economica, ma si trasformano sempre più in caos e barbarie generalizzati. Al contrario, la borghesia si dà da fare per utilizzare questi stessi orrori contro i proletari, cercando di portarli a proprio tornaconto.
E’ quanto sta succedendo anche in questi giorni in Italia con l’uccisione del giornalista Enzo Baldoni e il rapimento di Simona Pari e Simona Torretta. Questi episodi, che sono il risultato del caos che si è venuto a creare in Iraq con l’intervento armato degli Stati Uniti e dei loro alleati, tra cui l’Italia, forniscono alla borghesia italiana una chance per uscire dall’imbarazzo di un intervento armato che solo il cinismo della borghesia può definire di pacificazione, attraverso il tentativo di giustificare l’intervento stesso con la barbarie di questi atti dei terroristi e, in più, col tentativo di far stringere la popolazione italiana intorno a quello Stato che ha deciso l’intervento e che fa pagare i suoi costi umani ed economici ai proletari stessi.
E’ con questo obiettivo che Berlusconi ha affermato, dopo l’uccisione di Baldoni, che il fatto che i terroristi arrivassero ad uccidere un pacifista, uno che non aveva responsabilità nell’occupazione militare, dimostrava la loro barbarie (e, sottointeso, giustificava l’opera di polizia che gli eserciti di occupazione stanno operando in Iraq). Quanta sporca ipocrisia! Perché, di cosa erano e sono responsabili le migliaia di civili irakeni morti sotto i bombardamenti americani e sotto il fuoco dei vari eserciti di occupazione? Chi li ha uccisi non si è dimostrato barbaro almeno quanto i terroristi che pretende di combattere? (se non anche di più, viste le proporzioni dei morti fatti dagli uni e dagli altri).
Ed è ancora con questo obiettivo che il giorno dopo il rapimento delle due volontarie di Un Ponte Per, lo stesso Berlusconi ha invocato l’unità nazionale contro il terrorismo, appello subito accolto anche da tutta l’opposizione, ivi compreso quel Bertinotti che si diceva contro la guerra senza se e senza ma e che ha affermato che, in questo momento, bisognava prima occuparsi dei rapimenti e poi, caso mai, chiedere il ritiro delle truppe italiane dall’Irak.
Ancora una volta la sinistra mostra quanto sia prezioso per la borghesia il suo ruolo di mistificazione verso i proletari, che essa sia al governo o all’opposizione. L’appello di Berlusconi aveva ben poche possibilità di avere una qualche influenza sulla stragrande maggioranza della popolazione, mentre il fatto che sia l’opposizione che vi aderisce gli conferisce una autorevolezza inattesa. Una autorevolezza che potrebbe indurre qualche proletario a credere che in fondo una qualche giustificazione nell’intervento militare forse c’è o, almeno, che adesso non ci si può più ritirare fino a che l’Iraq non torni di nuovo stabile (come dice esplicitamente Fassino).
E invece non c’è nessuna motivazione nobile o razionale: dietro l’intervento in Iraq, sia quello di USA e Gran Bretagna che hanno portato avanti l’attacco a Saddam, sia quello dei paesi che si sono aggiunti dopo, con la scusa di dover favorire la ricostruzione e la nascita di un governo democratico, come l’Italia, c’è solo lo scopo di difendere gli interessi imperialisti della propria borghesia contro quelli degli altri paesi. Le truppe italiane stanno in Iraq per motivi uguali ed opposti a quelle degli USA: uguali, perché servono a difendere gli interessi imperialisti sul posto, opposti, perché ognuno vuole difendere i suoi di interessi, e necessariamente a scapito di quelli degli altri.
E questi interessi, degli uni come degli altri, sono antagonisti a quelli dei proletari, che dalle avventure guerriere della borghesia possono solo ricevere morte e miseria, sia in Iraq, dove si muore sotto il fuoco degli interventi antiterrorismo e pacificatori, che in Italia o negli altri paesi occupanti, dove i proletari pagano il costo, enorme, di questi interventi (il solo intervento in Iraq costa circa un migliaio di miliardi all’anno).
Helios
Anche il 2004 si sta chiudendo per l’Italia con una calma piatta dal punto di vista dello sviluppo dell’economia. Ciò vuol dire che i capitali investiti a livello globale non hanno reso niente, come i soldi depositati in banca. Mettendo in conto l’aumento dell’inflazione, sia reale che programmata, vuol dire che siamo in recessione. E questo è sufficiente per spingere la borghesia, statale e privata, non tanto a stringere la cinghia come si usa nelle famiglie proletarie ma ad attaccare con sempre più forza i livelli di vita altrui, dei lavoratori, dei pensionati, di chi usufruisce dei servizi collettivi.
Il debito dello Stato continua ad essere superiore al PIL, e questo nonostante tutte le privatizzazioni che ci sono state. Il deficit per quest’anno corre intorno al 3,1% ed è necessario ridurlo per evitare sanzioni dalla Comunità Europea. In una situazione disperata come questa la borghesia ha dimostrato di non sapere che pesci prendere: qualsiasi misura risulta controproducente. In queste condizioni una delle attività di governo più importanti sul piano economico è quello di promettere, cosa che riesce molto bene a Berlusconi. Ha promesso di tagliare le tasse per stimolare le spese dei privati e favorire gli investimenti, ma non può farlo perché aumenterebbe il deficit, a meno che non raccolga i fondi da qualche altra parte. Da dove? Non è molto difficile indovinarlo. Le varie riforme che stanno approvando non hanno solo un aspetto “culturale”, “ideologico”, ma anche un aspetto economico, un risparmio che si ottiene attraverso una riduzione dei posti di lavoro, la riorganizzazione dell’apparato statale, l’aumento dei ritmi di lavoro e delle mansioni (1).
La riforma sul decentramento non fa altro che trasferire competenze dallo Stato alle Regioni e questo, se in teoria dà l’impressione di una duplicazione dei compiti e quindi del personale, in effetti scarica l’autorità centrale da ogni responsabilità e affida il mantenimento del personale alle singole Regioni che, in mancanza di fondi, si vedono costrette a non coprire i vuoti, tagliare i servizi e, dulcis in fundo, aumentare le tasse. Questo decentramento porterà inoltre a dividere i settori lavorativi interessati sulla base della forza economica della regione, e quindi a peggiorare i salari del personale delle regioni del sud.
La riforma delle aliquote contributive (23%, 33%, 39%), che sulla base della pubblicità governativa tutti vogliono ma che penalizza la fascia centrale dei lavoratori, serve soprattutto a far recuperare a settori piccolo borghesi e borghesi dei capitali da utilizzare per gli investimenti e le spese non di prima necessità, ovvero di lusso. In questo modo il governo spera di far riprendere fiato all’asfittica economia nazionale, che resta ultima nelle classifiche europee, senza aggravi di spesa, scaricando il tutto sulle spalle dei lavoratori. E quei settori più deboli del proletariato, giovani, precari, che avranno qualche euro in più dalla riduzione delle tasse, dovranno subito ridarli indietro grazie agli aumenti previsti per luce, acqua, gas, trasporti e canoni vari.
La nuova manovra finanziaria per l’anno 2005 è stimata in 30 miliardi di euro, cifra di non poco conto (Il sole 24 ore, 22/09/04); il governo successivamente ha parlato di 24 miliardi. La campagna pubblicitaria governativa dice che non saranno toccati la sanità, le spese sociali, gli investimenti e ci sarà solo il contenimento delle spese ministeriali. In parole povere, avendo i ministeri meno soldi a disposizione, effettueranno dei tagli che ricadranno sui lavoratori e i settori del proletariato che già adesso incontrano difficoltà a tirare avanti quali disoccupati, pensionati, immigrati. Si avrà un aumento dei carichi di lavoro perché non ci sarà il turn over (i posti persi con i pensionamenti non saranno ricoperti) e meno soldi per i rinnovi contrattuali, tanto che Fini e i leghisti preparano la messinscena per dividere i lavoratori ed evitare di perdere simpatie. In conclusione meno soldi e più sfruttamento.
Il recente accordo tra Alitalia e sindacati ha mostrato l’inizio di una nuova offensiva contro i lavoratori. Partendo dal presupposto che con gli attuali ritmi di lavoro e salari la compagnia aerea è destinata al fallimento, e questo è già successo ad altre compagnie aeree, i lavoratori sono stati costretti ad accettare un grosso aumento percentuale delle ore lavorate, la riduzione di permessi e ferie, il blocco dei salari, e alcune migliaia di licenziamenti. Questa incredibile mole di sacrifici richiesti ai lavoratori non garantisce comunque niente, perché la rinnovata, eventuale, competitività dell’Alitalia spingerà le altre compagnie a fare altrettanto, con il risultato che ci si ritroverà punto e da capo. Con il ricatto del fallimento della compagnia, i sindacati sono riusciti a fare accettare ai lavoratori dell’Alitalia un vero e proprio salasso, dimostrando così qual è il loro reale ruolo: quello di difensori del capitale nazionale e di sabotatori delle lotte proletarie.
La crisi economica del capitalismo è una spirale senza fine che non risparmia nessun paese del mondo, nessun settore lavorativo e nessun aspetto della vita dei proletari. Perciò tutta la “ragionevolezza” cui ci invitano i sindacati, in attesa di tempi migliori, non è niente altro che un mezzo per scoraggiare i lavoratori a lottare, per fargli accettare i sacrifici oggi, per sconfiggerli definitivamente domani.
L’unico modo per uscire da questo ciclo di sconfitte è prendere coscienza che la crisi è globale e del capitalismo come sistema, quindi è necessario prendere in mano la propria lotta senza affidarla a sindacati o altri e unirsi agli altri settori dei lavoratori. Solo questo può fare paura alla borghesia e ai suoi governi e dare uno stop al peggioramento delle condizioni di vita.
Oblomov
1. I “risparmi” ottenuti con questi tagli e aumenti dei ritmi appaiono di tanto in tanto tra le notizie soprattutto ad uso e consumo dei sindacati che hanno firmato i vari contratti con la nota che i risparmi ottenuti sarebbero stati ripartiti tra coloro che hanno subito sacrifici. Aspetta e spera verrebbe da dire.
La morte di 340 persone nella città di Beslan, nell’Ossezia del nord, la metà delle quali bambini, non può non provocare indignazione, orrore e ripulsione. Come gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, questo è un crimine di guerra le cui vittime sono, come sempre, i membri più indifesi della società civile. A Beslam gli ostaggi sono stati sottomessi all’intimidazione, la fame, la sete, a delle esecuzioni sommarie e molti di quelli sopravvissuti alla prima esplosione nella scuola dove erano rinchiusi, sono stati uccisi alle spalle quando hanno cercato di fuggire. Nei giorni successivi al massacro, tutti i dirigenti dl mondo si sono affrettati ad esprimere “la loro solidarietà con il popolo russo” e con il loro “forte presidente”, M. Putin. Alla Convention repubblicana di New York, Bush non ha esitato ad includere la guerra che conduce lo Stato russo contro il separatismo ceceno nella “guerra contro il terrorismo” portata avanti dagli Stati Uniti. A Mosca, migliaia di persone hanno partecipato ad una manifestazione ufficiale contro il terrorismo dietro le bandiere che dicevano “Putin, siamo con te”.
Ma la solidarietà con le vittime di Beslan è una cosa. Il sostegno allo Stato russo ne è un’altra. Lo Stato russo è altrettanto responsabile di questo massacro che i terroristi che hanno assalito la scuola.
Innanzitutto perché una gran parte dei morti e dei feriti sono stati causati dalle truppe russe che circondavano la scuola e che hanno usato armi automatiche, lanciafiamme e granate in maniera totalmente caotica. Questi metodi brutali non possono non farci ricordare il modo in cui si è concluso l’assedio al teatro di Mosca nell’ottobre 2002; eppure Putin ha rifiutato la benché minima messa in questione dell’operato dell’esercito in questo affare. Ma più importante ancora è il fatto che, come la “guerra” americana “contro il terrorismo” ha fatto dell’Afghanistan e dell’Iraq un terreno di risonanza ideale per le gang terroriste regionali ed internazionali, così il terrorismo ceceno è un prodotto della guerra devastatrice condotta dall’imperialismo russo nel Caucaso.
Il terrore dello Stato russo in Cecenia
Confrontata alla richiesta di indipendenza della Cecenia dopo il collasso dell’URSS, la Russia reagì con una sanguinosa guerra in cui morirono almeno 100.000 persone. Nel 1999, dopo una pausa del conflitto, Putin rilanciò l’offensiva ad un livello ancora più barbaro, radendo praticamente al suolo la capitale cecena, Grozny. Il pretesto per questa rinnovata offensiva fu la serie di attentati a Mosca e Volgodonsk, in cui furono uccise 300 persone. Sebbene furono accusati i terroristi ceceni, vi sono solide basi per pensare che invece gli attentati furono opera del servizio segreto russo. Da allora in poi la Russia ha mantenuto una totale intransigenza di fronte alle rivendicazioni di indipendenza della Cecenia. In effetti la perdita della Cecenia costituirebbe un colpo enorme per gli interessi imperialisti della Russia. Innanzitutto per la posizione strategica della Cecenia rispetto ai campi petroliferi ed agli oleodotti del Caucaso; ma, ancora più importante, perchè la secessione della Cecenia dalla Federazione Russa alimenterebbe il rischio di esplosione di tutta la Federazione con la conseguente impossibilità per la Russia di mantenere la sua pretesa di giocare un ruolo sull’arena mondiale.
Non c’è stato nessun limite ai crimini commessi dall’esercito russo nel Caucaso, come è stato abbondantemente documentato da un certo numero di organizzazioni di “difesa dei diritti umani”. Human Rights Watch, per esempio, parla dell’incapacità di Putin “a mettere in piedi dei processi attendibili per i crimini commessi dai soldati e dalle forze di polizia russe...sparizioni di persone, esecuzioni sommarie e torture hanno enormemente minato la fiducia verso le istituzioni dello Stato russo nella popolazione cecena ordinaria” (citato in The Guardian, settembre 2004)
“L’Occidente democratico” sostiene i crimini di guerra dello Stato russo
Questi crimini sono identici a quelli commessi dai tiranni “ufficiali”, come Saddam Hussein o Milosevic. E durante questi anni di orrori nel Caucaso i capi delle “democrazie occidentali”, i sostenitori degli interventi “umanitari” in Kosovo o in Irak, hanno sostenuto Putin fino in fondo. Blair lo ha anche invitato a prendere il thè con la regina, e Berlusconi nella sua villa in Sardegna. Dietro la loro retorica moralista, i Blair, Berlusconi, Bush e compagni sono interessati solo alle necessità imperialiste dei loro paesi. Oggi queste necessità richiedono che venga preservata l’unità nazionale della Russia - sebbene questa sia un rivale in molte situazioni, come si è visto con la sua opposizione alla guerra in Irak, - e che essa non sprofondi nel caos. La Russia è un enorme arsenale di armi nucleari e uno dei principali produttori di energia a livello mondiale. Le conseguenze di un’eventuale esplosione della Federazione russa, tipo quella che mandò in pezzi l’Unione Sovietica, sono troppo pericolose per le borghesie occidentali. Questo non significa che domani (o in qualche caso già oggi) le grandi potenze non cercheranno di trarre vantaggio dalle difficoltà interne della Russia per fare avanzare i loro interessi nella regione. Ma per ora ognuno di loro, inclusi i principali rivali degli Stati Uniti, Francia e Germania, affrontano la questione Russia con estrema cautela. Il presidente Chirac in Francia e il cancelliere Schröder in Germania hanno recentemente fatto visita a Putin riaffermando, alla vigilia della presa swgli ostaggi, il loro totale sostegno alla sua politica in Cecenia ed hanno dato il loro avallo all’elezione farsa del nuovo presidente filorusso della Cecenia, Alu Alkharov, che è succeduto al suo predecessore Kadryov, morto ammazzato.
Alla Russia ed agli Stati Uniti conviene proclamare che entrambe stanno combattendo una “guerra al terrorismo”. Chiudendo gli occhi sulla barbara occupazione militare della Cecenia e sul sostegno della Russia ai piccoli capi di guerra locali nel Caucaso, Woshington riceve in cambio una certa accondiscendenza tacita della Russia rispetto alla sua politica nel Medio oriente, in Irak e altrove.
Contro il terrorismo e il nazionalismo, la rivoluzione proletaria mondiale
Nella misura in cui è la barbarie dello Stato russo in Cecenia che ha generato la barbarie delle bande terroriste, alcuni critici degli eccessi dello Stato russo ci chiedono di “comprendere” le azioni dei terroristi, così come ci chiedono di “comprendere” le azioni suicide organizzate da Hamas e dai gruppi similari in Palestina, o anche di “comprendere” gli attacchi di Al Qaida l’11 settembre. In effetti noi “comprendiamo” che quelli le cui famiglie sono state massacrate e violentate dalle truppe russe, o bombardate dagli aerei e i tanks israeliani o americani, sono spinti ad atti violenti di disperazione, di rivincita e di suicidio. Ma possiamo altrettanto “comprendere” che delle reclute russe terrificate siano spinte a degli atti di una tale brutalità folle contro la popolazione civile in Cecenia. Questa “comprensione” non ci porta né a sostenere l’esercito russo, né a sostenere i nazionalismi ed i loro capi fondamentalisti alla ricerca i potere che sfruttano la disperazione dei poveri e degli oppressi e li spingono a fare atti terroristici contro i poveri e gli oppressi delle altre nazioni. Di fronte alla scelta tra il terrore dello Stato russo ed il terrorismo ceceno, tra l’esercito d’ occupazione israeliano e l’Hamas, tra gli Stati Uniti e Al Qaida, noi diciamo: è una falsa scelta! Noi non ci stiamo a sostenere una frazione del capitalismo contro un altro, a ricercare il “male minore” in nessuna delle guerre imperialiste che scuotono il pianeta oggi.
Noi comprendiamo le radici dell’odio nazionale e razziale, ed è per questo che ci opponiamo a tutte le sue espressioni. Il nazionalismo fanatico di quelli che hanno preso gli ostaggi a Beslan li ha portati a considerare le loro vittime meno che umani: e ora, un potente sentimento di rivincita contro i loro atti inumano serpeggia non solo in Ossezia ma in tutta la Russia. Lo Stato Russo utilizzerà questo sentimento per giustificare nuovi atti di aggressione in Cecenia e altrove: i suoi capi militari hanno già minacciato di fare degli “attacchi preventivi” dappertutto nel mondo. Questo eterminerà nuove rappresaglie terroriste e la spirale infernale di morte continuerà, come in Israele, in Celestina e in Irak.
Contro qualsiasi divisione nazionale e religiosa, noi difendiamo la solidarietà degli sfruttati senza considerazioni di razza, di nazionalità o di religione. Contro tutti gli appelli alla solidarietà con il “nostro” Stato o i “nostri” rappresentanti nazionali, noi difendiamo la solidarietà di classe del proletariato in tutti i paesi.
Questa solidarietà, questa unità di tutti gli sfruttati non può forgiarsi che nella lotta contro lo sfruttamento. Essa non ha niente a che vedere con gli appelli alla carità, con l’illusione che la solidarietà si riduce all’invio di denaro o di coperte alle vittime della guerra e del terrore. Le guerre ed i massacri che si estendono su tutto il pianeta sono il prodotto della società capitalista decadente nella sua fase terminale: non ci si può opporre e combatterla che con la lotta comune per una nuova società dove la solidarietà umana sarà la sola legge. Una delle madri disperate di Beslan diceva che l’inumanità dell’assedio le aveva fatto pensare che era “l’inizio della fine del mondo”. La scomparsa di ogni decenza umana, dei legami sociali più elementari che evidenzia il massacro di bambini, ci mostra veramente che il mondo capitalista arriva alla sua fine, in un modo o nell’altro. Uno di questi modi è la via capitalista che porta allo sterminio dell’umanità; l’altro, è la via proletaria che porta al rovesciamento rivoluzionario del capitalismo ed alla costruzione di una società comunista senza clasi né sfruttamento, senza Stati, senza frontiere e senza guerre.
CCI, 10 settembre 2004
A metà
luglio la Daimler ha posto un ultimatum ai suoi dipendenti di
Sindelfingen-Stoccarda (Bade-Würtemberg): o accettano di
sacrificare alcune "agevolazioni" (1) permettendo così
una riduzioni dei costi di produzione, o la produzione della nuova
Mercedes classe-C sarà trasferita a Brema ed a East London
(in Sud Africa).
In risposta,
il 15 luglio, il sindacato dei metallurgici IG Metall ha chiamato
i lavoratori della Daimler a scioperi e manifestazioni di
protesta. Il sindacato ha giustificato il suo "atteggiamento
combattivo" con il fatto che lo scorso anno l'azienda ha
fatturato 5,7 miliardi di euro di utili.
Sessantamila operai della Daimler, principalmente le squadre della mattina, si sono messe in sciopero e hanno manifestato in tutta la Germania (2) ricevendo il sostegno delle popolazioni locali. La partecipazione degli operai a Brema, dove ci si aspettava la soppressione di 6.000 posti di lavoro a Stoccarda, è stata altrettanto meno numerosa e combattiva. Questa giornata d'azione ha mostrato una collera considerevole, ma anche dei reali sentimenti di solidarietà tra i ranghi operai. Nelle manifestazioni gli operai hanno spesso denunciato lo sviluppo di un ricatto dello stesso tipo in altre imprese ed i tentativi di imporre più ore lavorative senza compenso salariale. Per loro, la posta in gioco era rompere la logica padronale illustrata dall'accordo concluso alla Siemens, nelle fabbriche di Bocholt e Kamp-Lindfort, che implica un ritorno alle 40 ore "in cambio" del non trasferimento della produzione in Ungheria.
Durante questa giornata d'azione, il governo ed i politici hanno cominciato a fare pressione sulla Daimler affinché la direzione arrivasse velocemente ad un accordo con un gesto di buona volontà consistente nell'accettare il 10% di diminuzione degli stipendi dei dirigenti. Il movimento di protesta è proseguito con 12.000 operai in sciopero il 17 luglio a Sindelfingen e con manifestazioni nella regione di Stoccarda fin dall'inizio della settimana successiva. Operai di altre fabbriche di Stoccarda, ed anche i portavoce di una "iniziativa degli operai impiegati precari", avrebbero partecipato a queste manifestazioni (sebbene supponiamo che si sia trattato essenzialmente di delegati sindacali).
Il giovedì 24 si sono aperti i negoziati con la IG Metall che "minacciava" di chiamare i 160.000 dipendenti della Daimler allo sciopero se non si fosse concluso un accordo. Accordo che è stato firmato il venerdì, soddisfacendo tutte le esigenze della direzione in cambio della "garanzia dell'impiego" fino alla fine del 2011.Va da sé che i media, il padronato ed i sindacati hanno salutato questo accordo come una vittoria della ragione ed un modello per salvare il posto di lavoro in Germania. La reazione degli operai è stata diversa ed ha evidenziato una grande collera. Degli operai hanno protestato energicamente contro il fatto che il sindacato ed il consiglio di fabbrica avevano firmato un tale accordo a loro nome, senza averne alcuna autorizzazione.Ma naturalmente questo non è stato mostrato nei notiziari della sera alla televisione.
È chiaro che gli operai hanno subito una sconfitta e sanno che i sindacati c'entrano in qualche modo. Se nel corso del movimento non sembra esserci stata la minima contestazione verso i sindacati, in seguito a questa sconfitta può svilupparsi una prima riflessione sul loro ruolo e ciò in un bastione sindacale come la Daimler dove gli operai aderenti all'IG Metall sono circa il 90%.
Riproduciamo qui di seguito estratti del volantino che la nostra sezione in Germania ha diffuso nel corso del nostro intervento in queste lotte.
1. la "pausa-pipì" di 5 minuti ogni ora; il modo di conteggio delle ore straordinarie notturne, che permette che sia pagata un'ora di più rispetto alle altre fabbriche della Mercedes. Inoltre, rispetto ai loro colleghi di Brema, questi operai beneficiano di tre giorni di ferie annue supplementari.
2. La Daimler ha 160.000 operai in tutta la Germania di cui 41.000 a Sindelfingen e 15.500 a Brema, 20.900 a Untertürkheim, sempre nella regione di Stoccarda, e 5.200 a Düsseldorf.
Un militante di Battaglia Comunista (1) ha fatto la presentazione centrata sulle cause della guerra in Iraq e sulla politica attuale degli Stati Uniti. Il compagno ha sviluppato l’analisi del BIPR secondo la quale “la crociata americana contro il terrorismo” ha essenzialmente dei fini economici: il rafforzamento del controllo americano sulle riserve di petrolio nel mondo, in modo da consolidare l’egemonia del dollaro sull’economia mondiale e recuperare un profitto supplementare dalla “rendita petrolifera”. In seguito all’indebolimento della loro competitività gli Stati Uniti devono far ricorso all’appropriazione parassitaria di plusvalore prodotta nel mondo intero per mantenere la propria economia a galla. Inoltre, è stato detto che giocano un ruolo anche delle considerazioni strategiche, spesso in legame con il controllo delle riserve di petrolio, che mirano a creare una divisione tra la Russia e la Cina, l’una dall’altra ed entrambe dai campi petroliferi importanti, ed a fare in modo che l’Unione europea resti fedele e divisa.
Questa analisi ha suscitato differenti reazioni da parte dei partecipanti alla riunione pubblica. Mentre un compagno degli “Amici di una società senza classi” (FKG) - che era stato in precedenza uno dei fondatori del gruppo “Aufbrechen”- ha salutato la capacità del BIPR di identificare le cause concrete della guerra, il portavoce del gruppo GIS (“Grupe Internazionale Sozialistinnen”) ha espresso dei dubbi su questa analisi. Quest’ultimo ha sottolineato che il fatto che gli Stati Uniti acquisiscano delle liquidità finanziarie internazionali è innanzitutto e soprattutto l’espressione di una politica classica di indebitamento. In più, il compagno ha riaffermato quanto già difeso alla precedente riunione pubblica del BIPR, cioè che gli sforzi per dominare militarmente le risorse petrolifere hanno dei fini più militari che economici. Un membro del gruppo “International Communists”, da parte sua, ha messo in evidenza che non ci sono solo gli Stati Uniti, ma anche le altre grandi potenze imperialiste, ed in primo luogo gli Stati Europei, che si battono oggi per il dominio del mondo. Egli ha esposto la tesi secondo la quale mentre gli Stati Uniti mettono sulla bilancia soprattutto la loro potenza militare, le banche europee ci mettono principalmente il loro potere economico.
La critica della CCI all’analisi del BIPRNel suo primo contributo alla discussione la CCI ha preso in esame le argomentazioni del BIPR. Secondo queste argomentazioni gli Stati Uniti hanno in buona misura perso la loro competitività sul mercato mondiale. Per compensare questo indebolimento –deficit giganteschi della bilancia commerciale e di quella dei capitali, debito pubblico crescente- l’America scatena la guerra ai quattro angoli della terra per attirare capitale, attraverso il controllo del petrolio e l’egemonia del dollaro.Dal punto di vista della CCI questa analisi è politicamente molto pericolosa perché essa esamina le cause della guerra imperialista a partire dalla situazione particolare di un dato Stato invece di partire dallo stadio di sviluppo e dalla maturità delle contraddizioni del sistema capitalista nel suo insieme. Niente di strano allora che questa analisi somigli per grandi linee agli argomenti del campo anti-mondializzazione pro-europeo, o dei social-democratici di sinistra tedeschi come Oskar Lafontaine, che spiegano l’inasprimento delle tensioni imperialiste con il cosiddetto carattere particolarmente parassitario dell’economia americana.
In secondo luogo questa analisi è incapace di rispondere alle due seguenti questioni:
- perché l’economia degli Stati Uniti –che sono ancora il capitalismo più forte del mondo, con le compagnie più grandi, con una cultura nazionale particolarmente ben adattata ai bisogni del modo di produzione capitalista- incontra tali problemi a livello di concorrenza internazionale?
- perché la borghesia americana non reagisce a questo problema facendo ciò che sarebbe più facile e più logico e cioè degli investimenti massicci nel suo apparato produttivo in modo da riconquistare il suo margine di concorrenza? Invece di fare questo, perché reagisce, come afferma Battaglia, spargendo guerra attraverso il pianeta?
In realtà il Bureau Internazionale confonde causa ed effetto. Non è perché ha perso la sua competitività che l’America si arma fino ai denti. Al contrario, è questa perdita reale del suo vantaggio nella concorrenza economica ad essere una conseguenza degli sforzi fatti nella corsa agli armamenti. Una tale evoluzione non è, inoltre, una specificità dell’imperialismo americano. Il principale rivale di lunga data dell’America, l’URSS, è già sprofondata soprattutto per essersi armata fino alla morte. La verità è che il gonfiarsi del budget militare, a spese dello sviluppo delle forze produttive, e l’assoggettamento progressivo dell’economia al militarismo sono delle caratteristiche essenziali del capitalismo putrescente.In terzo luogo, è vero che nel capitalismo crisi e guerra sono inseparabili. Ma il legame tra le due non è quello della tesi semplicistica della guerra per il petrolio o per l’egemonia del dollaro. Il legame reale tra le due lo si può vedere, per esempio, nella costellazione che ha portato alla Prima Guerra mondiale. A quell’epoca non c’era una depressione economica comparabile a quella scoppiata più tardi, nel 1929. La crisi del 1913 aveva ancora alla base un carattere di crisi ciclica ed era in realtà relativamente moderata. Non c’era crisi commerciale, del budget dello Stato o della bilancia dei pagamenti in Gran Bretagna, in Germania o nelle altre principali potenze protagoniste, comparabili in qualche modo alla crisi di oggi, non c’erano neanche delle turbolenze monetarie particolari (all’epoca il riferimento all’oro era universalmente riconosciuto). Tuttavia, la prima conflagrazione imperialista mondiale ha avuto luogo. Perché? Quali sono le leggi generali dell’imperialismo che sono alla base della guerra moderna?
Più uno Stato capitalista è sviluppato, più la concentrazione del suo capitale è possente, più grande è la sua dipendenza rispetto al mercato mondiale, più esso è dipendente dagli accessi alle risorse del globo e del dominio su di esse. E’ per questo che, nell’epoca dell’imperialismo, ogni Stato è costretto a tentare di stabilire una zona d’influenza intorno a sè. Le grandi potenze considerano necessariamente che il mondo intero è la loro zona di influenza – perché solo così possono sentirsi sicure nella loro esistenza. Più la crisi economica è forte, più la battaglia per il mercato mondiale è forte, più questo bisogno viene sentito in maniera imperiosa. La Germania dichiarò guerra alla Gran Bretagna nel 1914 non a causa della sua situazione economica immediata, ma perché per una potenza la cui sorte dipendeva sempre più fortemente dall’economia mondiale, non era più tollerabile che il suo accesso al mercato mondiale dipendesse dalla benevolenza della Gran Bretagna, la potenza dominante sugli oceani e su buona parte delle colonie. Questo significa che la borghesia tedesca ha deciso di agire d’anticipo, in modo da rovesciare la situazione prima che essa peggiorasse, come avvenne poi con la crisi del 1929, quando essa venne esclusa da gran parte del mercato mondiale dalle grandi potenze coloniali. E’ questo che spiega perché, all’inizio del 20° secolo, la guerra scoppiò prima della crisi economica mondiale.
Il fatto che le potenze capitaliste entrino sempre più brutalmente in conflitto tra loro implica che le guerre imperialiste portano in maniera crescente alla reciproca rovina degli Stati che partecipano al conflitto. Rosa Luxemburg l’aveva già messo in evidenza nella sua Brochure di Junius nel 1916. Ma anche l’attuale guerra in Iraq lo conferma. In altri tempi l’Iraq era, alla periferia del capitalismo, una delle fonti più importanti di lucrosi contratti per l’industria europea ed americana. Oggi non solo la crisi economica, ma soprattutto le guerre contro l’Iran prima e l’America dopo, hanno completamente rovinato l’Iraq. La stessa economia degli Stati Uniti subisce un nuovo colpo a causa delle esorbitanti spese militari in Iraq. Dietro l’idea che la guerra attuale sia stata scatenata a causa di una speculazione monetaria o di una presunta “rendita petrolifera” si nasconde il fatto di credere che la guerra sia ancora lucrosa, che il capitalismo sia ancora un sistema in espansione. Non solo la politica degli Stati Uniti, ma anche quella di Bin Laden e compagni è stata interpretata in questo senso dal rappresentante di Battaglia, che presenta quest’ultima come l’espressione di un tentativo delle “200 famiglie dell’Arabia Saudita” di conquistare una parte maggiore di profitti dalla loro propria produzione di petrolio.
Il pericolo dell’empirismo borghese
Dopo che il BIPR e la CCI hanno presentato i loro propri punti di vista sulle cause della guerra, si è svolto un vivace ed interessante dibattito. Era evidente che i partecipanti alla riunione erano molto interessati a conoscere meglio le posizioni delle due organizzazioni della sinistra comunista presenti e allo stesso tempo ci tenevano a che i due gruppi si rispondessero l’un l’altro. Ed accanto alle domande ci sono state anche obiezioni e critiche. Un compagno dell’FKG, ad esempio, ha accusato la CCI di “bassa polemica” sulla base del nostro paragone tra l’analisi del BIPR e quella del movimento no-global. Egli ha sottolineato che far emergere il ruolo di aggressore degli Stati Uniti oggi non aveva niente a che vedere con la minimizzazione del ruolo dell’imperialismo europeo fatta dai suoi simpatizzanti borghesi. Ha mostrato, il che è corretto, che anche nel passato gli internazionalisti proletari avevano analizzato il ruolo di Stati particolari nello scatenamento delle guerre imperialiste, senza per questo rendersi colpevoli di concessioni riguardo ai rivali di questi Stati.
Tuttavia, la critica fatta dalla CCI non riguardavano l’identificazione degli Stati Uniti come principale fautore delle guerre attuali, ma piuttosto il fatto che le cause di queste guerre non erano ricercate nella situazione dell’imperialismo nel suo insieme, ma venivano ridotte alla situazione specifica degli Stati Uniti. Il rappresentante di Battaglia, da parte sua, non ha negato del tutto la somiglianza tra l’analisi fatta dalla sua organizzazione e quella di diverse correnti borghesi, pur argomentando che però questa analisi, nelle mani del BIPR, trova le sue radici in una visione del mondo completamente differente, una visione proletaria. Certamente è ancora così, per fortuna. Ma noi continuiamo a pensare che una tale analisi non solo indebolisce l’efficacia della nostra lotta contro l’ideologia della classe nemica, ma soprattutto mina alla base la fermezza del nostro punto di vista proletario.
Secondo noi, la somiglianza tra l’analisi del BIPR e il punto di vista borghese è il risultato del fatto che i compagni stessi hanno adottato un approccio borghese. E’ questo modo di procedere che noi abbiamo chiamato empirismo, volendo intendere con questo la tendenza di fondo del pensiero borghese ad essere trascinato su delle false piste da alcuni fatti particolari di una certa rilevanza, invece di scoprire, grazie ad un approccio teorico più profondo, il legame reale tra i differenti fatti. Un esempio di questa tendenza del BIPR si è avuto durante la discussione, nella maniera in cui il compagno ha presentato il fatto che, senza l’afflusso costante di capitali stranieri, l’economia borghese crollerebbe; per il BIPR questo costituirebbe la prova che la guerra in Iraq serviva a costringere le altre borghesie a prestare denaro all’America. In risposta a questo abbiamo ricordato che quello che è certo è che senza questi prestiti e questi investimenti, l’economia degli Stati Uniti subirebbe un ripiegamento; questo è già di per sé un obbligo sufficiente per spingere i capitalismi giapponesi ed europei a comprare azioni e titoli americani dato che essi stessi non sopravvivrebbero a un crollo degli Stati Uniti (2).
Durante questa fase della discussione sono state sollevate varie questioni critiche verso la CCI. I compagni hanno messo in questione l’importanza data al significato delle questioni strategiche nella nostra analisi degli scontri imperialisti. Il compagno del FKG (3) ha criticato il fatto che - a suo parere – la CCI spiega le tensioni imperialiste attraverso le rivalità militari senza legarle alla crisi economica ed escludendo a quanto sembra i fattori economici. Ha portato l’esempio degli obiettivi economici della Germania nella Seconda Guerra mondiale, per insistere, contro la posizione della CCI, sul fatto che gli Stati imperialisti cercano nella guerra una soluzione alla crisi economica. Un compagno austriaco, membro fondatore in questo paese del “Groupe Comuniste International”, ha chiesto se la CCI dà una certa importanza al ruolo del petrolio o se, al contrario, considera che è una semplice coincidenza se il bersaglio della “lotta al terrorismo” è precisamente una regione dove si trovano le maggiori riserve di petrolio del mondo. Inoltre, il rappresentante del GIS ha chiesto una precisazione sulla nostra presa di posizione secondo la quale la guerra moderna non è una soluzione, ma è essa stessa l’espressione dell’esplosione della crisi.
La delegazione della CCI ha risposto che, dal nostro punto di vista, il marxismo, lungi dal negare il legame tra crisi e guerra, è capace di spiegarlo in modo molto più profondo. Nondimeno, per la CCI, la guerra imperialista non è l’espressione delle crisi cicliche tipiche del 19° secolo, ma è il prodotto della crisi permanente del capitalismo decadente. In quanto tale essa è il risultato della ribellione delle forze produttive contro i rapporti di produzione della società borghese che sono diventati troppo stretti per esse. Nel suo libro L’Anti-Dühring, Engels afferma che la contraddizione centrale nella società capitalista è quella che esiste tra una produzione che diventa già socialista ed un’appropriazione di questa produzione che resta privata ed anarchica. Nell’epoca dell’imperialismo, una delle principali espressioni di questa contraddizione è quella che esiste tra il carattere mondiale del processo di produzione e lo Stato-nazione in quanto strumento più importante di appropriazione privata capitalista. La crisi del capitalismo decadente è una crisi di tutta la società borghese. Essa trova la sua espressione strettamente economica nella depressione economica, la disoccupazione di massa, ecc. ma essa si esprime anche a livello politico, militare, cioè attraverso dei conflitti armati sempre più distruttivi. La caratteristica di questa crisi di tutto il sistema è l’accentuazione permanente della concorrenza tra gli Stati-nazione sia a livello economico che militare. E’ per questo che, nel corso della riunione, siamo intervenuti contro l’ipotesi del rappresentate de “l’Internationale Comuniste” (vedi sopra), secondo la quale, nella lotta per l’egemonia mondiale, la borghesia americana utilizzerebbe dei mezzi militari e la borghesia europea dei mezzi economici. In realtà, questa lotta è condotta utilizzando tutti i mezzi possibili. La guerra commerciale è altrettanto feroce che la guerra militare. E’ vero, evidentemente, che ogni frazione nazionale della borghesia, attraverso la guerra, cerca sempre “soluzione” alla crisi. Ma poiché il mondo, dall’inizio del 19° secolo, è già stato spartito, questa “soluzione” non può essere prospettata che a spese degli altri, in genere a spese degli Stati capitalisti confinanti. Nel caso delle grandi potenze, questa “soluzione” non può che risiedere che nel dominio del mondo ed in quanto tale esige l’esclusione o la subordinazione radicale delle altre grandi potenze. Questo vuol dire che questa ricerca di una via d’uscita dalla crisi prende sempre più un carattere utopico ed irrealista. La CCI parla appunto di una “irrazionalità” crescente della guerra.
Nel corso della decadenza capitalista succede regolarmente che la potenza che prende l’iniziativa di dichiarare la guerra, ne esce alla fine vinta: la Germania nelle due guerre mondiali ad esempio. Ciò manifesta la natura sempre più irrazionale ed incontrollabile della guerra. Quello che critichiamo nell’analisi del BIPR non è affatto l’affermazione che la guerra ha delle cause economiche, ma la confusione tra le determinazioni economiche ed il guadagno economico. In più critichiamo il fatto che si spiega ogni movimento nella costellazione imperialista attraverso una causa economica immediata, ciò che , a nostro avviso, costituisce una tendenza materialista volgare. Questo si è visto precisamente sulla questione del petrolio. Va da se che la presenza di risorse petrolifere in Medio-Oriente gioca un ruolo considerevole. Tuttavia le potenze industriali - principalmente e soprattutto gli Stati Uniti - non avevano bisogno di occupare militarmente questi campi petroliferi per stabilire il loro predominio economico su questa materia prima o altre. Quello che è in gioco è innanzitutto l’egemonia militare e strategica su delle risorse di energia potenzialmente decisive negli episodi di guerra.
Il BIPR ha rigettato in modo veemente l’affermazione della CCI secondo la quale la guerra moderna sarebbe l’espressione dell’impasse del capitalismo. Il rappresentate di Battaglia Comunista ha sì ammesso che la natura distruttrice del capitalismo conduce prima o poi alla distruzione dell’umanità. Ma fino a che questa calamità finale non ha luogo, il capitalismo può continuare la sua espansione in modo illimitato. Secondo il compagno di Battaglia, non sono le guerre attuali, imposte dagli Stati Uniti, ma le “vere guerre imperialiste” del futuro (per esempio tra l’America e l’Europa) ad essere lo strumento di questa espansione, dato che una distruzione generalizzata aprirebbe la via ad una nuova fare di accumulazione. Noi siamo stati d’accordo col fatto che il capitalismo è capace di sparzzar via l’umanità. Tuttavia, la distruzione della produzione in eccesso, considerata da un punto di vista storico, non è comunque stata sufficiente a superare le crisi cicliche del capitalismo ascendente del 19° secolo. E’ per questo che, secondo Marx ed Engels, era necessario anche l’apertura di nuovi mercati. Mentre nel quadro dell’economia naturale la sovrapproduzione non poteva che apparire come un eccesso in rapporto ai limiti fisici massimali del consumo umano, nel regime di produzione di beni di consumo, e soprattutto nel capitalismo, la sovrapproduzione è sempre espressa in rapporto al consumo esistente di quelli che possiedono il denaro. Si tratta di una categoria economica più che fisiologica. Ciò significa che la distruzione attraverso la guerra non risolve di per sé il problema fondamentale della mancanza di domanda solvibile.
Innanzitutto, il punto di vista difeso dal BIPR, rispetto alla possibile espansione del capitalismo fino al momento della distruzione fisica, non è compatibile con la visione di una decadenza del capitalismo – visione che il BIPR sembra abbandonare sempre più. In effetti, dal punto di vista marxista il declino di un modo di produzione si è sempre accompagnato ad uno sviluppo crescente degli ostacoli alle forze produttive derivanti dalla produzione esistente e dai rapporti di proprietà. Sembra che, per Battaglia, la guerra giochi ancora il ruolo di motore dell’espansione economica come nel 19° secolo. Quando il compagno di Battaglia, durante la riunione, parlava di “guerre veramente imperialiste” ancora a venire, egli non faceva che confermare la nostra impressione, e cioè che questa organizzazione considera le guerre per periodo attuale come una semplice continuazione della politica economica degli Stati Uniti condotta con altri mezzi, e non come dei conflitti imperialisti. Da parte nostra abbiamo insistito sul fatto che queste guerre sono anch’esse delle guerre imperialiste e che le grandi potenze imperialiste attraverso esse entrano in conflitto le une contro le altre, non direttamente ma, per esempio, passando per le guerre alla periferia. La serie di guerre nell’ex-Yugoslavia, che all’origine fu suscitata dalla Germania, conferma anche che in questo processo gli Stati Uniti sono ben lungi dall’essere i soli aggressori.
Nella sua conclusione alla discussione il compagno del BIPR ha difeso l’idea che questa discussione avrebbe dimostrato che il dibattito tra il BIPR e la CCI è “inutile”. E ciò perché per decenni, il BIPR accusa la CCI di “idealismo” e la CCI accusa il BIPR di “materialismo volgare” senza che nessuna delle due organizzazioni abbia modificato il suo punto di vista.
A nostro
avviso si tratta di una valutazione piuttosto negativa su di una
discussione nella quale, non solo le due organizzazioni, ma anche
tutto un ventaglio di gruppi e di persone differenti hanno
partecipato in maniera molto attiva. E’ evidente che la
nuova generazione di militanti che si interessano alla politica
nell’area di lingua tedesca trova molto interessante venire
a conoscere le posizioni delle organizzazioni internazionaliste
esistenti, informarsi degli accordi e dei disaccordi che esistono
tra queste. Che cosa c’è di meglio per rispondere a
questa domanda se non un dibattito pubblico? Per quanto ne
sappiamo, nessun rivoluzionario serio fino ad oggi ha mai pensato,
per esempio, a mettere in dubbio l’utilità del
dibattito tra Lenin e Rosa Luxemburg sulla questione nazionale,
solo perché né l’uno né l’altra
hanno mai modificato la propria posizione di base sulla questione.
Al contrario: la posizione attuale della Sinistra Comunista sui
cosiddetti movimenti di liberazione nazionale si fonda in gran
parte sui risultati di questo dibattito.
La CCI, da parte sua, resta completamente favorevole al dibattito pubblico e continuerà a chiamare a tali dibattiti ed a parteciparvi. Questo dibattito rappresenta in effetti un momento indispensabile del processo di presa di coscienza del proletariato.
Welt Revolution (sezione della CCI in Germania)
1. Organizzazione fondatrice, con la Communist Workers Organization, del BIPR
2. Potremmo aggiungere che, malgrado la rivalità con gli Stati Uniti, i suoi rivali continueranno a piazzare i propri capitali nell’economia più stabile che esiste, perché questo paese, nel futuro prossimo, resterà, militarmente ed economicamente, il paese più forte del mondo.
3. Gli “Amici di una società senza classi”
Il padronato sembra avere ottenuto ciò che desiderava. Milioni di salariati sono stati mandati in vacanza con la notizia che la più grande compagnia europea industriale, la Mercedes a Stoccarda-Sindelfingen, sta economizzando sui costi di produzione, circa mezzo milione di euro, a spese dei suoi dipendenti. Vogliono che ci sia ben chiaro che anche là dove le imprese hanno fatto dei profitti, gli operai sono impotenti di fronte al ricatto del decentramento della produzione e sotto la minaccia di licenziamenti massicci. Pensavano che durante le vacanze ci saremmo rassegnati di fronte all'obbligo di lavorare di più con salari più bassi. E approfittando proprio delle vacanze estive quando le forze operaie sono disperse e quando, essendo isolati, si avverte di più il sentimento di impotenza, vogliono farci credere che è stata aperta una breccia. Una breccia a spese degli operai che non riguarda solo i lavoratori della Daimler-Chrysler, ma tutti gli schiavi salariati.
L'economia di mercato offre solo povertà, insicurezza ed una miseria senza fineSolo qualche settimana dopo che il personale delle fabbriche Siemens a Bocholt e Kamp-Linfort ha ceduto al ricatto che lo ha costretto ad accettare il ritorno alla settimana di 40 ore senza nessun compenso salariale; dopo la decisione presa in Baviera di allungare la giornata di lavoro senza aumento di salario, ivi compreso il settore pubblico, il padronato ha cominciato a reclamare - secondo i casi - l'allungamento della settimana lavorativa a 40, 42, addirittura a 50 ore. A Karstadt, per esempio, in un settore commerciale, si è detto agli impiegati: o lavorate 42 ore o 4.000 posti di lavoro saranno soppressi. Che si tratti del settore della costruzione, della Man o della Bosch, dovunque è stata posta la stessa esigenza.
L'esperienza delle settimane passate conferma ciò che sempre più lavoratori cominciano ad avvertire: l'economia di mercato (con o senza il discorso "sociale") non ha niente da offrire se non povertà, insicurezza e miseria senza fine.
Lo spettro della solidarietà operaiaOltre al riconoscimento amaro ma necessario di questa realtà, altre lezioni devono essere tratte ed assimilate dalle lotte delle settimane scorse.
In seguito alle lotte alla Daimler-Chrysler, la classe dominante vuole portarci a pensare che non serve a niente opporre una resistenza, che la logica della competizione capitalista si imporrà in un modo o nell'altro e che è dunque preferibile sottomettersi all’idea che, dopo tutto, gli sfruttatori e gli sfruttati sono nella stessa barca, per "conservare il lavoro in Germania". Dal punto di vista della classe operaia devono però essere tratte conclusioni completamente differenti. Più di 60.000 operai della Daimler-Chrysler hanno partecipato in queste ultime settimane agli scioperi ed alle azioni di protesta. Operai della Siemens, Porsche, Bosch ed Alcatel hanno partecipato alle manifestazioni a Sindelfingen. Queste azioni mostrano che gli operai hanno cominciato a riprendere la strada della lotta. Di fronte alla prospettiva di un aggravamento della sofferenza e della miseria per gli operai del mondo intero nei prossimi anni, il fatto più importante non è che ancora una volta i capitalisti si sono organizzati per imporre la loro volontà ma il fatto che, questa volta, gli attacchi non sono stati accettati passivamente.
La Daimler-Chrysler ha giocato consapevolmente la carta della divisione tra gli operai delle differenti fabbriche, minacciando di sopprimere dei posti di lavoro negli insediamenti di Sidelfingen, Untertürkheim e Mannheim a profitto di quello di Brema, con lo spostamento verso quest'ultimo, a partire dal 2007, della produzione dei nuovi modelli di classe-S. Il fatto che i salariati di Brema abbiano partecipato alle manifestazioni di protesta contro le riduzioni degli stipendi, contro l'allungamento del tempo di lavoro e l'eliminazione degli insediamenti nel Bade-Würtemberg, ha costituito certamente l'elemento più importante di queste lotte. Facendo in parte fallire la strategia del padronato, questi, con la loro azione, hanno messo in evidenza che la risposta operaia alla crisi del capitalismo si trova solamente nella solidarietà operaia. Questa solidarietà è la forza che rende possibile la lotta e che le dà tutto il suo significato.
La classe dominante vuole darci l'impressione che la lotta alla Mercedes non l'ha per niente impressionata. Ma se si esaminano attentamente gli avvenimenti degli ultimi giorni, ci si accorge come la classe dominante è stata in realtà molto attenta all'espressione della resistenza della classe operaia. Essa teme soprattutto che i diseredati prendano coscienza che la solidarietà è non solo l'arma più efficace al servizio della difesa dei propri interessi, ma contiene anche il principio fondamentale di un ordine sociale superiore alternativo alla società attuale.
Una "azione concertata" della classe capitalistaNon è un caso se, immediatamente dopo il ritorno alle 40 ore settimanali alla Siemens nella regione della Ruhr, un'altra sfida aperta ed enorme è stata lanciata agli operai della Daimler-Chrysler. La Siemens è servita da avvertimento agli operai: dovunque ci saranno minacce di chiusura di fabbriche, loro dovranno accettare il peggioramento delle condizioni di lavoro e di salario, e più ore di lavoro. Alla Mercedes di Stoccarda, per il momento, non si poneva la necessità di chiudere la fabbrica, essendo considerata questa ancora efficace e redditizia. La Daimler-Chrysler è stata scelta per lanciare un secondo messaggio: l'intensificazione senza limite dello sfruttamento non si deve applicare solo dove l'impresa o la fabbrica sta con le spalle al muro. Tutte le imprese sono coinvolte. La Daimler-Chrysler costituisce appunto la vetrina dell'industria tedesca: la più grande concentrazione della classe operaia industriale in Germania, al centro del Bade-Würtemberg con le sue centinaia di migliaia di operai dell'industria. Il significato del messaggio forte e chiaro dei capitalisti è questo: se la frazione della classe operaia più forte, conosciuta per la sua esperienza di lotta e la sua combattività, non può opporsi a tali misure, allora la classe operaia da nessuna parte in Germania lo potrà.
Non è un caso se il padronato ha riunito le sue forze in quelli che sono chiamati “sindacati dei datori di lavoro”. Ciò gli permette di coordinare gli sforzi contro la classe operaia. Inoltre questi organismi sono integrati nell'apparato di Stato. Il che significa che la strategia del padronato è legata ad una strategia globale diretta dal governo a livello nazionale e regionale, e dunque dalla socialdemocrazia al potere. All’interno di questa strategia, c’è una divisione del lavoro tra il governo e le imprese. La maggior parte delle riforme decise dal governo federale e direttamente messe in applicazione dallo Stato sono di solito programmate durante la prima metà del mandato. Negli ultimi due anni sono stati messi in atto gli attacchi più incredibili contro il livello di vita degli operai: la "riforma sanitaria", la legislazione "Hartz" contro la disoccupazione, "l'ammorbidimento" delle leggi sulla protezione dei disoccupati, ecc. Attualmente, nel periodo che conduce alle prossime elezioni generali, al SPD non dispiace lasciare al padronato l'iniziativa degli attacchi, con la speranza che la popolazione continui ad identificarsi con lo Stato, ad andare a votare, ed a non perdere totalmente fiducia nella socialdemocrazia.
Non bisogna dunque stupirsi delle dichiarazioni del SPD che esprimono le sue simpatie con gli operai della Daimler-Chrysler. In realtà gli attacchi attuali sono legati direttamente alle "riforme" del governo federale. Non è certamente una coincidenza se l'invio, molto pubblicizzato dai mass media, di un nuovo questionario ai disoccupati (destinato a identificare ed utilizzare le loro risorse finanziarie e quelle delle loro famiglie al fine di diminuire i loro sussidi), è venuto fuori contemporaneamente agli attacchi contro la Daimler. La fusione delle indennità di disoccupazione di lunga durata con l'aiuto sociale minimo, così come il rafforzamento della sorveglianza ed il controllo dei disoccupati, servono ad "alleggerire" il bilancio dello Stato dal carico dei più poveri tra i poveri. Ma servono anche ad intensificare l'efficacia di tutti i mezzi possibili di ricatto contro quelli che hanno ancora un impiego. Per questi, deve essere chiaro che se alzano la voce e non accettano tutto ciò che gli si chiede, anche loro saranno spinti in una povertà senza fondo.
Il nervosismo della classe dominante di fronte alla solidarietà operaiaMa il fatto che gli attacchi del capitale non vengono accettati senza lotta è confermato non solo dalle mobilitazioni alla Daimler, ma anche dal modo con cui la classe borghese ha reagito. È stato subito evidente che i politici, i sindacati, il consiglio sindacale di fabbrica, ma anche il padronato, avevano realizzato che il conflitto alla Daimler doveva essere risolto il più velocemente possibile. La strategia capitalista è stata, all’inizio, orientata in modo da opporre gli operai di Stoccarda a quelli di Brema. Ci si aspettava una resistenza da parte degli operai del Sud-est della Germania, più fiduciosi in loro stessi ed direttamente attaccati. Ma quello che ha sorpreso è stato l'entusiasmo con il quale gli operai di Brema hanno al movimento. Lo spettro della solidarietà operaia, per molto tempo considerata come morta e sepolta, o come minimo dichiarata tale, minacciava di ritornare. Di fronte a questo i rappresentanti del capitalismo sono diventati visibilmente nervosi.
I porta voce dei partiti politici rappresentati al parlamento - compresi i liberali del FDP, il partito che si auto-dichiara dei ricchi – hanno cominciato ad interpellare la direzione della Daimler-Chrysler affinché accettasse una diminuzione dei propri stipendi. Questa misura sarebbe comunque stata polvere negli occhi. Essendo lei a decidere sugli stipendi, la direzione ha sempre il potere di compensare tali "diminuzioni". In più non è questo che può aiutare gli operai a pagare la scuola per i figli o l’affitto di casa.
Perché i dirigenti politici hanno chiesto ad una direzione padronale un tale gesto? Per propagare l'ideologia della compartecipazione sociale, che rischiava di essere messa a mal partito da un conflitto sociale.
È per la stessa ragione che i politici hanno scatenato le loro critiche contro l'arroganza dei padroni. Nella situazione attuale in cui i padroni si assumono da soli l’onere degli attacchi, mentre lo Stato vestendosi di neutralità cerca di tenersi nell’ombra, il problema sorge quando questo giochetto diventa visibile. Padroni come Schremp o Hubbert non hanno la finezza della socialdemocrazia quando si tratta di infliggere una sconfitta esemplare alla classe operaia evitando però di provocarla troppo. La classe dominante teme soprattutto che gli operai comincino a pensare troppo alla loro lotta ed alle prospettive della loro vita nel capitalismo. In questo contesto, le critiche fatte dal cancelliere Schröder sono significative: "Il mio parere è di lasciare questi problemi in seno alle imprese, e di parlarne il meno possibile" (sottolineato da noi).
Da quando lo stalinismo è crollato - forma di capitalismo di Stato particolarmente inefficace, rigida e super regolamentata - è stato ripetuto a sazietà che non c'è più nessuna prospettiva per il socialismo e che la lotta di classe e la classe operaia non esistevano più. Ma niente è più probante delle grandi lotte della classe operaia per mostrare al mondo che, né la classe operaia, né la lotta delle classi sono cose del passato.
La politica di divisione dei sindacati e dei mass-mediaNon vogliamo sopravvalutare le lotte alla Daimler. Esse non sono sufficienti per impedire che si apra una nuova "breccia" capitalista nelle condizioni di vita degli operai. Innanzitutto perché il conflitto è restato limitato essenzialmente agli operai della Daimler. Tutta la storia mostra che solo l'estensione della lotta alle altre frazioni della classe operaia è capace, anche se temporaneamente, di fare arretrare la borghesia. Inoltre, questa lotta non ha, mai, nemmeno cominciato a rimettere in causa il controllo sindacale. L'IG Metall ed il consiglio locale di fabbrica si sono mostrati, ancora una volta, maestri nell'arte di mettere al centro delle questioni che “distinguerebbero” la situazione degli operai della Mercedes da quella di altri operai: la redditività degli uni vista come il loro "proprio" problema, le riserve dei pacchetti di commesse come affare di ciascuna fabbrica, l'efficacia più apprezzata degli operai metallurgici del Bade-Würtemberg. Ciò ha permesso che venisse bloccata una solidarietà più attiva, più forte. I media, da parte loro, hanno ripreso lo stesso tema mettendo avanti la gelosia che esiste verso gli operai della Daimler, presentati come quelli particolarmente privilegiati. E’ stato sorprendente, per esempio, vedere i media rendere conto quotidianamente della situazione a Sindelfingen (dove sono stati menzionati persino i passaggi pedonali fatti di marmo), mentre la situazione a Brema (dove gli elementi di solidarietà erano più esplicitamente presenti) è passata totalmente sotto silenzio.
Anche ben prima che fossero rese pubbliche le esigenze della direzione di fare economia, il consiglio di fabbrica aveva proposto già un'austerità dell'ordine di 180 milioni di euro per anno. Ed appena la direzione ha accettato la messa in scena consistente nel "partecipare ai sacrifici", l'IG Metall ed il consiglio di fabbrica hanno espresso un "accordo globale" per un piano che soddisfa in ogni punto le esigenze della direzione ma che viene presentato come una vittoria per gli operai poiché permetterebbe la "garanzia di lavoro" per tutti.
I sindacati dividono gli operai e difendono gli interessi dell'impresa a spese degli sfruttati non è perché sarebbero l'incarnazione del diavolo, ma perché da molto tempo fanno parte del capitalismo e sono parte pregnante della sua logica. Pertanto la solidarietà operaia, l'estensione delle lotte, possono essere realizzate solo dagli operai stessi. Ciò esige assemblee di massa sovrane, un modo di lotta orientato verso la partecipazione diretta dei differenti settori degli operai occupati e dei disoccupati. Il che non può essere realizzato che al di fuori e contro i sindacati.
Una lotta che deve far riflettere la classe operaia
Siamo ancora lontani da una pratica di lotta autonoma fondata sulla solidarietà attiva. Tuttavia, già oggi, sono percettibili i germi di queste lotte future. Gli stessi operai della Daimler erano perfettamente coscienti che non si battevano solo per loro stessi ma per gli interessi di tutti gli operai. Ed è incontestabile che la loro lotta - nonostante le campagne odiose sui privilegi accordati a Sindelfingen - ha incontrato la simpatia della classe operaia nel suo insieme, ciò che non si vedeva dallo sciopero di Krupp Rheinhausen nel 1987.
A quell’epoca, gli operai della Krupp avevano cominciato a porre la questione dell'estensione attiva della lotta verso altri settori ed a rimettere in causa il controllo sindacale sulla lotta. Il fatto che oggi queste questioni non siano ancora realmente poste mostra tutto il terreno che la classe operaia ha perso in questi ultimi quindici anni, in Germania come nel resto del mondo. Ma, d'altro canto, lotte come quella della Krupp, o quelle dei minatori inglesi, significarono la fine di una serie di lotte operaie durata dal 1968 al 1989 e a cui ha fatto seguito un lungo periodo di riflusso. Al contrario, le lotte attuali, sia nel settore pubblico in Francia ed in Austria lo scorso anno, o adesso alla Daimler, sono l'inizio di una nuova serie di lotte sociali importanti. Queste si svilupperanno in modo più difficile e più lento che in passato. Oggi la crisi del capitalismo è molto più avanzata, la barbarie generale del sistema molto più visibile, la calamità minacciosa della disoccupazione ben più onnipresente.
Ma oggi, ben più che nel caso della Krupp-Rheinhausen, la grande ondata di simpatia per gli operai in lotta che ha pervaso la popolazione è più direttamente legata al riconoscimento, che si manifesta progressivamente, della gravità della situazione. La classe dominante ed i suoi sindacati si affrettano a presentare l’imposizione dell'allungamento della durata di lavoro come una misura temporanea per salvaguardare i posti di lavoro finché "non sarà ritrovata la competitività". Ma gli operai cominciano a comprendere che ciò che sta accadendo è molto più di questo. Infatti! Sono le acquisizioni non solo di decenni, ma di due secoli di lotte operaie che rischiano di essere liquidate. Quello che sta accadendo è che la giornata di lavoro, come agli inizi del capitalismo, si allunga sempre di più ma nelle condizioni di lavoro del capitalismo moderno, con l'inferno dell'intensificazione del lavoro. Sta succedendo che, sempre più, la forza di lavoro umano, in quanto sorgente delle ricchezze della società, è deprezzata ed è a lungo termine destinata a sparire. Tutto ciò non costituisce il segno della nascita dolorosa di un nuovo sistema, ma è al contrario l'espressione di un capitalismo moribondo che è diventato un ostacolo al progresso dell'umanità. A lungo termine, gli sforzi incerti di oggi verso una resistenza operaia, verso il ritorno alla solidarietà, vanno di pari passo con una riflessione in profondità sulla situazione. Questo può e deve condurre a rimettere in questione questo sistema barbaro, nella prospettiva di un sistema sociale superiore, socialista.
Welt Revolution
(sezione della CCI in Germania, 22 luglio 2004)Il capitalismo confrontato all'apertura della sua fase di decomposizione
Nel 1991, la guerra del Golfo segnò per la prima volta l'apertura ad ampio raggio del nuovo disordine mondiale, anche se questo conflitto permise momentaneamente agli Stati Uniti di riaffermare il loro ruolo di prima potenza. In quell'epoca, fu il governo americano a volere questa guerra, facendo sapere a Saddam Hussein, tramite la sua ambasciatrice April Glaspie, che un eventuale conflitto tra l'Iraq ed il Kuwait sarebbe stato considerato un problema "interno al mondo arabo", lasciando intendere che gli Stati Uniti non erano interessati alla questione. In effetti, la trappola così tesa a Saddam Hussein spinse questi ad invadere militarmente il Kuwait, fornendo il pretesto ad un intervento massiccio degli Stati Uniti. Per l'imperialismo americano, questa guerra fu lo strumento della riconferma brutale della loro autorità sulle principali potenze rivali come la Germania, la Francia ed il Giappone che, dal 1989 e dal crollo del blocco sovietico, tendevano in modo sempre più chiaro a difendere solo il loro interesse imperialista, sviluppando una politica crescente di contestazione alla leadership americana. È innegabile che in quell'epoca la potenza americana ottenne una vittoria sull'insieme della scena mondiale. Si permise anche il lusso di lasciare Saddam Hussein padrone di Bagdad affinché l'Iraq non affondasse in un caos totale come accade oggi. Ma questa vittoria non poteva che essere di corta durata. Dal momento che nessuna calma a livello della concorrenza economica si intravedeva, le tendenze centrifughe al "ciascuno per sé" di ogni potenza imperialista non potevano che ampliarsi, spingendo così inesorabilmente di nuovo gli Stati Uniti ad utilizzare la loro supremazia militare, per tentare di frenare la contestazione crescente al loro riguardo. Così già nel 1991 potevamo percepire che "sia sul piano politico e militare, sia sul piano economico, la prospettiva non è alla pace e all'ordine ma alla guerra ed al caos tra nazioni". (Revue Internationale n°66, articolo "Il caos"). Questa tendenza alla decomposizione del capitalismo ed all'indebolimento della leadership americana proseguiva e si confermava durante tutti gli anni 1990. In realtà, sono queste stesse potenze che, solamente alcuni mesi dopo la prima guerra del Golfo, avrebbero causato un nuovo scatenamento della barbarie che finì nel portare nel 1992 uno smembramento totale della regione dei Balcani. Infatti, fu la Germania che, spingendo la Slovenia e la Croazia a proclamare la loro indipendenza nei confronti della vecchia confederazione iugoslava, fece esplodere questo paese, giocando un ruolo di primaria importanza nello scoppio della guerra nel 1991. Di fronte a questa avanzata dell'imperialismo tedesco, furono le altre quattro potenze (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia) a sostenere ed incoraggiare il governo di Belgrado a condurre una controffensiva particolarmente omicida. Tuttavia, l'indebolimento storico degli Stati Uniti già iniziato nel 1991 li portava a dei cambiamenti di alleanza successivi che si traducevano nel loro sostegno nel 1991 alla Serbia, alla Bosnia nel 1992 ed alla Croazia nel 1994. I Balcani si trasformarono allora irrimediabilmente, come l'Afghanistan qualche tempo più tardi, in un vero pantano fatto di guerre civili permanenti. Ancora oggi in Afghanistan, nessuna autorità, locale o americana, può esercitarsi all'infuori della capitale Kabul. Gli anni 1990 conoscono così una generalizzazione progressiva del caos, espressione dell'evoluzione della decomposizione della società capitalista, decomposizione che conosce una violenta accelerazione all'inizio degli anni 2000.
Un mondo precipitato nell'anarchia e la barbarieÈ impossibile descrivere oggi la situazione in Iraq. Il Courrier International del 14 giugno titolava: "In Iraq, la violenza, sempre". La sola giornata del giovedì 24 giugno è un esempio drammatico dello stato di guerra civile in cui si trova immerso l'Iraq. In questo giorno, nella sola città di Mossul ci saranno stati almeno sette attentati, facendo ufficialmente non meno di 100 morti. Nello stesso tempo, scontri armati proseguivano in numerose città irachene come a Bakuba o Najaf. Dopo pochi giorni dal trasferimento di potere al nuovo governo iracheno, il paese è immerso in un caos totale, un'anarchia generalizzata dove le forze politiche e militari possono solo controllare zone geograficamente limitate. Il primo ministro iracheno Iyad Allaoui si sforza di annunciare, con grande supporto pubblicitario, che prenderà personalmente in mano la lotta contro la violenza, e ciò dopo una forte ascesa degli scontri militari, attentati ed altri sabotaggi di oleodotti, fino alle prese di ostaggi che finiscono spesso con omicidi sanguinosi. La decapitazione degli ostaggi, filmata e proiettata su tutti gli schermi del mondo, diventa oggi una pratica corrente, un mezzo di guerra come un altro, alla stessa stregua di un terrorismo che ha per obiettivo la distruzione di massa. Nella storia tortura e terrorismo hanno sempre fatto parte dei conflitti armati, ma restavano dei fenomeni secondari. Questa degradazione delle regole di scontri è sicuramente una delle espressioni maggiori dell'accelerazione della decomposizione del sistema capitalista.
La prospettiva in questo paese può essere solamente verso una destabilizzazione crescente. L'indebolimento, la perdita di controllo degli Stati Uniti sono patenti. Il New York Times dichiara: "Le forze della coalizione non hanno solamente fallito nel garantire la sicurezza alla popolazione irachena, ma anche a realizzare un altro obiettivo designato come prioritario dall'amministrazione provvisoria: il ristabilimento totale dell'elettricità prima dell'inizio del caldo estivo". Oggi in Iraq, ad una popolazione confrontata a condizioni di sopravvivenza spaventosa manca tutto, acqua compresa. Sempre più chiaramente, i Curdi, gli Sciiti ed i Sunniti esprimono i propri interessi divergenti. Inoltre, un fenomeno nuovo sta diffondendosi: l'apparizione di bande armate, fanatizzate, che passano all'offensiva armata contro gli interessi americani all'infuori di ogni controllo assunto dalle organizzazioni etniche o religiose nazionali. Prima ancora di essere insediato, il governo provvisorio appare totalmente impotente e screditato.
Il Washington Post afferma: "Sebbene l'amministrazione Bush abbia parecchie volte promesso che gli iracheni avrebbero ritrovato la loro intera sovranità, è chiaro che spetta agli ufficiali americani conservare il dominio sulla questione essenziale della sicurezza. Questo significa uno sprofondamento crescente della potenza americana nel pantano iracheno, rivelando allo stesso tempo anche l'incapacità americana a gestire militarmente la situazione irachena. Questo indebolimento accelerato si è concretizzato attraverso l'obbligo per gli Stati Uniti di far passare all'ONU un progetto di risoluzione americano-britannico, proposto a fine maggio al Consiglio di sicurezza, che prevede, tra altri, il collocamento in zona di forze multinazionali sotto un comando americano. Questo ricorso obbligato all'ONU da parte dell'amministrazione americana è la manifestazione diretta della sua incapacità ad assicurare il suo dominio con le armi, anche in un paese tanto debole come l'Iraq. Dietro le prime dichiarazioni di facciata che assumono il tono di soddisfazione, l'appetito delle altre grandi potenze che vogliono approfittare di ogni indietreggiamento degli Stati Uniti per difendere i propri interessi imperialisti si sono manifestati chiaramente. Il 27 maggio, la Cina ha diffuso un documento sostenuto da Russia, Francia e Germania che solleva obiezioni e avanza proposte di un ulteriore cambiamento di questa risoluzione. In particolarmente il governo provvisorio doveva godere della "piena sovranità sulle questioni economiche, di sicurezza, di giustizia e diplomazia". Inoltre, queste potenze hanno proposto che il mandato della forza multinazionale in Iraq si sarebbe dovuto concludere a fine gennaio 2005 e che il governo provvisorio doveva essere consultato per le operazioni militari tranne che per le misure di autodifesa. In effetti, questo documento, direttamente rivolto contro gli Stati Uniti, dimostra che la sola preoccupazione di queste grandi potenze è di affossare ed indebolire per quanto possibile la prima potenza mondiale senza preoccuparsi minimamente delle conseguenze di un tale conflitto per la popolazione irachena e per tutta la regione.
Ma l’Iraq è solo la manifestazione più estema di qualcosa che investe il mondo intero. Per esempio, si assiste oggi ad una destabilizzazione dell'insieme dell'Asia del Sud-ovest. In Arabia Saudita, gli attentati attribuiti ad Al-Qaida si moltiplicano, manifestando sempre più l'enorme ascesa delle tensioni tra i regimi di Ryad e gli elementi Wahhabites sempre più numerosi a fanatizzarsi. Anche la virulenza dei dirigenti sciiti iracheni non manca di avere delle ripercussioni sulla stabilità in Iran. In quanto alla Turchia, la tensione è particolarmente forte. Il 1 giugno, il PKK (Partito dei lavoratori curdi) ha annunciato che metteva unilateralmente fine al cessate "il fuoco" nella guerra condotta contro lo Stato turco. La Neue Zueriche Zeitung del 3 giugno riportava che "ambienti dell'esercito turco pensano che centinaia di ribelli armati del PKK si sono introdotti nella Turchia dal Nord dell'Iraq durante le ultime settimane. Il governo turco accusa gli Stati Uniti di non avere fatto niente contro la presenza del PKK nel Nord dell'Iraq". Lo stesso quotidiano di Zurigo osserva che "un nuovo scoppio della guerra potrebbe essere devastante per l'insieme della regione".
Peraltro, da quando si è insediata l'amministrazione Sharon al potere in Israele, la situazione in Medio Oriente non ha fatto che affondare in una guerra permanente ed in ciechi massacri di popolazione. Dietro il progetto di un grande Medio Oriente, di un ritiro ipotetico da parte degli israeliani dalla Striscia di Gaza e di un'occupazione militare crescente della Cisgiordania, si materializza, alla stessa stregua di quella degli Stati Uniti, una politica di fuga in avanti da parte del governo israeliano. È patente che la logica guerriera prende in modo assoluto il sopravvento su tutte le altre modalità di difesa degli interessi nazionali israeliani. Questa politica, suicida, ha anche provocato un innalzamento di tensioni tra Israele ed Egitto, restando quest'ultimo, tuttavia, dopo lo Stato ebreo, uno dei soli alleati degli Stati Uniti nella regione. In realtà, l'amministrazione americana pesa sempre meno sull'orientamento della politica guerriera israeliana. Ciò traduce l'incapacità attuale degli Stati Uniti ad essere i gendarmi del mondo. Questa realtà esprime solo, ad un livello più alto, la perdita di controllo di tutte le altre grandi potenze sulle zone che tentano ancora di mantenere sotto la loro influenza.
I raid militari condotti in Inguscezia nella notte tra il 21 ed il 22 giugno e che hanno fatto almeno 48 morti di cui il ministro Kostoiev, vanno a ricordare che è l'insieme delle vecchie repubbliche del Sud dell'URSS, e non solamente la Cecenia, che è immerso nell'anarchia e la guerra civile. In quanto alla Francia, questa, dopo la sua partecipazione attiva per circa dieci anni al massacro di circa un milione di persone in Ruanda, oggi può solo constatare la propria impotenza, essendo i Tutsi di nuovo in questo metà-giugno al centro di un conflitto che tocca la repubblica del Congo. Le Soir (quotidiano belga) del 4 giugno afferma: "Gli incidenti all'est del paese fanno temere il peggio a numerosi osservatori: il riemergere della guerra in una regione devastata da conflitti di frontiera, politici ed etnici sanguinosi”.
La decomposizione del capitalismo: una realtà in piena accelerazioneGli attentati terroristici dell'11 settembre 2001 a New York avevano fatto affermare agli Stati Uniti che essi avrebbero braccato il terrorismo ai quattro angoli del pianeta, riportando così la democrazia e la pace. Il risultato oggi si scrive con lettere di sangue dovunque nel mondo. L'anarchia totale che si vede in Iraq e che si estende progressivamente a tutta l'Asia del Sud-ovest dimostra la perdita di controllo crescente delle grandi potenze di questo mondo sull’orientamento generale della società. La dinamica della guerra in Iraq è solamente l'esempio drammatico e barbaro di ciò che spetta a tutta l'umanità se la classe operaia lascia andare il capitalismo alla sua unica prospettiva. L'ingranaggio in cui sono trascinate tutte le potenze imperialiste, comprese le più forti, non può che produrre, in maniera più drammatica, guerre come quella che si svolge in Iraq. Attualmente questa barbarie in piena evoluzione tocca il cuore dell'Europa, con gli attentati terroristici dell'11 marzo scorso a Madrid il cui obiettivo era il massacro più alto possibile della popolazione operaia. È importante che il proletariato comprenda che, contrariamente a ciò che tende di farci credere la borghesia, questa evoluzione guerriera, totalmente irrazionale e barbara, non è dovuta alla follia di alcuni dirigenti del mondo. È di dominio pubblico per esempio che J.Kerry, il candidato democratico alle prossime elezioni presidenziali americane, non ha nessuna alternativa da proporre all'attuale orientamento in politica estera dell'amministrazione Bush. Qualunque sia il risultato di queste elezioni, il fondo della logica imperialista americana non sarà per niente modificato. La fuga in avanti militare dell'America che rifiuta il suo indebolimento storico e la sua perdita di controllo sul mondo è un fatto totalmente irreversibile. Il disordine mondiale attuale non è dovuto, come afferma la propaganda della borghesia, ad un fanatico religioso chiamato Ben Laden o ad un'amministrazione americana composta di altri fanatici della guerra ad oltranza come Rumsfeld o Wolfowitz. Proprio al contrario, è il fallimento in corso del capitalismo mondiale, che spinge questo in una logica di guerra totalmente irrazionale che determina l'evoluzione dei comportamenti della borghesia e delle squadre che governano gli Stati. In questo senso, il capitalismo tenderà sempre più, nell'avvenire, a portare al potere delle frazioni della borghesia più fanatizzate, comprese quelle delle più grandi potenze di questo mondo. Come hanno sempre affermato i marxisti, solo il proletariato porta in sé la capacità di distruggere il capitalismo ed impedire a questo mondo di crollare nella peggiore delle barbarie. La classe operaia deve ricordarsi che a mettere fine al primo macello mondiale fu la rivoluzione del proletariato in Russia nell'ottobre 1917.
Tino (25 giugno)
Links
[1] https://it.internationalism.org/en/tag/4/75/italia
[2] https://it.internationalism.org/en/tag/4/85/iraq
[3] https://it.internationalism.org/en/tag/situazione-italiana/politica-della-borghesia-italia
[4] https://it.internationalism.org/en/tag/4/91/russia-caucaso-asia-centrale
[5] https://it.internationalism.org/en/tag/4/93/cecenia
[6] https://it.internationalism.org/en/tag/3/54/terrorismo
[7] https://it.internationalism.org/en/tag/4/71/germania
[8] https://it.internationalism.org/en/tag/2/29/lotta-proletaria
[9] https://it.internationalism.org/en/tag/4/72/gran-bretagna
[10] https://it.internationalism.org/en/tag/7/111/bureau-internazionale-per-il-partito-rivoluzionario
[11] https://it.internationalism.org/en/tag/3/48/guerra
[12] https://it.internationalism.org/en/tag/3/49/imperialismo
[13] https://it.internationalism.org/en/tag/vita-della-cci/interventi
[14] https://it.internationalism.org/en/tag/2/28/stalinismo-il-blocco-dellest
[15] https://it.internationalism.org/en/tag/5/99/collasso-del-blocco-dellest
[16] https://it.internationalism.org/en/tag/3/46/decomposizione