La scienza ed il movimento marxista: l’eredità di Freud

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La CCI ha pubblicato recentemente, in occasione del bicentenario della nascita di Charles Darwin, numerosi articoli su questo grande scienziato e sulla sua teoria sull’evoluzione delle specie[1]. Questi articoli si inseriscono in ciò che è sempre stato presente nel movimento operaio, l’interesse per le questioni scientifiche, e che si esprime al massimo livello nella teoria rivoluzionaria del proletariato, il marxismo. Quest’ultimo ha sviluppato una critica delle visioni religiose ed idealiste della società umana e della storia che si sono sviluppate nel corso delle società feudali e capitalista ma che hanno impregnato anche le teorie socialiste influenzando i primi passi del movimento operaio, all’inizio del diciannovesimo secolo. Contrariamente a queste, il marxismo si è posto come uno dei suoi obiettivi quello di fondare la prospettiva della futura società che libererà l’essere umano dallo sfruttamento, dall’oppressione e dall’insieme dei mali che l’opprimono da millenni, non sulla base di una “realizzazione dei principi di uguaglianza e di giustizia” ma su di una necessità materiale che deriva dalla stessa evoluzione della storia umana, dalla natura di cui fa parte, essa stessa trasformata, in ultima istanza, da forze materiali e non spirituali. È per tale motivo che il movimento operaio, a cominciare dagli stessi  Marx ed Engels, ha sempre prestato una particolare attenzione alla scienza.

La scienza ha preceduto di molto l’apparizione del movimento operaio e della stessa classe operaia. Si può dire anche che quest’ultima si è potuta sviluppare su larga scala solo col progresso delle scienze che hanno costituito una delle condizioni dello sviluppo del capitalismo, modo di produzione basato sullo sfruttamento del proletariato. In questo senso, la borghesia è la prima classe della storia ad avere avuto bisogno in modo ineluttabile della scienza per il proprio sviluppo e per l’affermazione del suo dominio sulla società. Ed è proprio appellandosi alla scienza che essa ha combattuto l’influenza della religione che costituiva lo strumento ideologico fondamentale di difesa e di giustificazione della società feudale. Ma ancor più, la scienza ha costituito le fondamenta per la padronanza delle tecnologie della produzione e dei trasporti, condizione essenziale dello sviluppo del capitalismo. Quando quest’ultimo ha raggiunto il suo apogeo, permettendo in tal modo l’apparizione sulla scena sociale di ciò che il Manifesto Comunista ha definito il suo “becchino”, il proletariato moderno, la borghesia si è affrettata a riconsiderare la religione e le visioni mistiche della società che hanno il grande merito di giustificare il mantenimento di un ordine sociale basato sullo sfruttamento e l’oppressione. Così facendo, pur continuando a promuovere e finanziare tutte le ricerche che le erano indispensabili per garantire i suoi profitti, per aumentare la produttività della forza lavoro e l’efficacia delle sue forze militari, si è allontanata dall’approccio scientifico per ciò che riguarda la conoscenza della società umana.

Spetta al proletariato, nella sua lotta contro il capitalismo e per il suo rovesciamento, riprendere la fiaccola nei campi della conoscenza scientifica abbandonati dalla borghesia. Ed è proprio questo che ha fatto dalla metà del diciannovesimo secolo, opponendo all’apologetica nella quale si era convertito lo studio dell’economia, cioè della “ossatura della società”, una visione critica e rivoluzionaria di questo studio, una visione necessariamente scientifica quale è espressa, ad esempio, ne Il Capitale di Karl Marx. È per tale motivo che le organizzazioni rivoluzionarie del proletariato hanno la responsabilità di incoraggiare l’interesse per le conoscenze e le ricerche scientifiche, in particolare nei domini riguardanti la società umana, l’essere umano e la sua psiche, domini dove la classe dominante ha tutto l’interesse a coltivare l’oscurantismo. Questo non significa che per far parte di un’organizzazione comunista, sia necessario aver fatto degli studi scientifici, essere in grado di difendere la teoria di Darwin o risolvere un’equazione di secondo grado. Le basi di adesione alla nostra organizzazione sono le posizioni espresse nella nostra piattaforma con la quale ogni militante deve essere d’accordo e che ha la responsabilità di difendere. Allo stesso modo, su tutta una serie di questioni, come per esempio l’analisi su questo o quell’aspetto della situazione internazionale, l’organizzazione ha il dovere di avere una posizione che viene espressa in genere nelle risoluzioni adottate ad ogni congresso o alle riunioni plenarie del nostro organo centrale. In questi casi non è obbligatorio che ogni militante condivida tale presa di posizione. Il semplice fatto che queste risoluzioni siano adottate in seguito ad una discussione ed un voto indica che possono perfettamente esistere dei punti di vista differenti che, se permangono e quando sono elaborati sufficientemente, vengono espressi pubblicamente nella nostra stampa, come è possibile constatarlo nel dibattito sulla dinamica del boom economico che è seguito alla Seconda Guerra mondiale.

Per quanto riguarda gli articoli che affrontano questioni culturali (critica di libri o di film, per esempio) o scientifici, non solo questi non hanno lo scopo di raccogliere l’adesione di ogni militante, come è per la piattaforma, ma in generale non devono essere considerati come precisa espressione della posizione dell’organizzazione, come lo sono invece le risoluzioni adottate dai congressi. Pertanto, proprio come per gli articoli che abbiamo pubblicato su Darwin, quello che segue, scritto in occasione dei 70 anni della scomparsa di Sigmund Freud, non impegna la CCI in questo senso. Piuttosto deve essere considerato come un contributo ad una discussione aperta non solo ai militanti della CCI che non ne condividono il contenuto, ma anche all’esterno della nostra organizzazione. Esso si inscrive in una rubrica della Rivista Internazionale, che la CCI ci tiene a rendere la più vivente possibile e che ha per scopo di render conto delle riflessioni e delle discussioni che toccano questioni culturali e scientifiche. In questo senso costituisce un appello ai contributi che difendono un punto di vista differente da quello che vi è espresso.

CCI

L'eredità di Freud

Il 23 settembre 1939, Sigmund Freud moriva a Hampstead House, quello che oggi è il Museo Freud a Londra. Alcune settimane prima era scoppiata la Seconda Guerra mondiale. Secondo un aneddoto si dice che Freud, ascoltando la radio o parlando a suo nipote (le versioni variano) e rispondendo alla domanda scottante: “sarà l'ultima guerra?”, avrebbe laconicamente risposto: “In ogni caso, sarà la mia ultima guerra”.

Freud si era allontanato dalla sua casa e dal suo studio di Vienna poco dopo che scagnozzi nazisti penetrati nel suo appartamento arrestarono sua figlia, Anna Freud, rilasciata poco dopo. Freud avrebbe dovuto affrontare la persecuzione del potere nazista adottata dopo l'Anschluss tra la Germania e l’Austria, non solo perché era ebreo, ma anche perché era il fondatore della psicoanalisi, disciplina condannata dal regime come un esempio del "pensiero ebraico degenerato": i lavori di Freud, come quelli di Marx, di Einstein, di Kafka, di Thomas Mann e di altri, hanno avuto l'onore di essere stati tra i primi consegnati alle fiamme degli autodafé nel 1933.

Ma i nazisti non erano i soli ad odiare Freud. Anche i loro omologhi stalinisti avevano stabilito che le teorie di Freud dovevano essere denunciate dalle cattedre dello Stato. Così come mise un termine ad ogni sperimentazione nell'arte, l'educazione ed in altre sfere della vita sociale, lo stalinismo trionfante condusse una caccia alle streghe contro i sostenitori della psicoanalisi in Unione Sovietica ed, in particolare, contro quelli che ritenevano che i lavori di Freud erano compatibili col marxismo. Il potere dei soviet aveva avuto, all’inizio, un tutt’altro atteggiamento. Sebbene i bolscevichi non abbiano adottato per niente un atteggiamento omogeneo nei confronti di questa questione, alcuni noti bolscevichi, come Lunacharsky, Bukarin e lo stesso Trotsky, nutrivano delle simpatie per gli scopi ed i metodi della psicoanalisi; per tale motivo, la branca russa dell'associazione internazionale di Psicoanalisi fu la prima al mondo ad ottenere il sostegno, compreso quello finanziario, di uno Stato. All'epoca, uno degli scopi fondamentali di questa branca era di creare una "scuola per gli orfani" che doveva sollevare e curare i bambini traumatizzati dalla perdita dei loro genitori durante la guerra civile. Lo stesso Freud nutriva un grande interesse per queste esperienze: era particolarmente curioso di sapere fino a che punto i differenti sforzi per allevare i bambini in modo collettivo, e non sulla base ristretta e tirannica del nucleo familiare, avrebbero influito sul complesso di Edipo che lui aveva identificato come un problema centrale nella storia psicologica dell'individuo. Allo stesso tempo, altri bolscevichi come Lev Vygotskij, Alexander Lurija, Tatiana Rosenthal e M.A Reisner diedero dei contributi alla teoria psicanalitica esplorando anche le sue relazioni col materialismo storico[2].

Tutto ciò ebbe fine dal momento in cui la burocrazia stalinista si assicurò il suo dominio sullo Stato. Le idee di Freud furono denunciate sempre più come piccolo-borghesi, decadenti ed innanzitutto idealistiche, mentre le esperienze più meccanicistiche di Pavlov e la sua teoria del "riflesso condizionato" venivano promosse ad esempio della psicologia materialista. Alla fine degli anni '20, ci fu una formidabile inflazione di testi redatti dai portavoce del regime che si opponevano a Freud in modo capzioso, una serie di "defezioni" di suoi vecchi adepti come Aron Zalkind, ed anche attacchi isterici contro una "morale degradata" associata con infamia alle idee di Freud in quello che fu più generalmente il "Termidoro della famiglia", secondo l'espressione di Trotsky.

La vittoria finale dello stalinismo contro il “Freudismo” fu sancita al Congresso sul Comportamento umano del 1930, in particolare attraverso il discorso di Zalkind che ridicolizzò l'insieme del lavoro freudiano e sostenne che il suo punto di vista sul comportamento umano era totalmente incompatibile con “la costruzione del socialismo”: “Come possiamo utilizzare la concezione freudiana dell'uomo nella costruzione socialista? Abbiamo bisogno di un uomo socialmente "aperto" che sia facile da collettivizzare, da trasformare velocemente ed in profondità nel suo comportamento - un uomo che sappia mostrarsi solido, cosciente ed indipendente, ben formato politicamente ed ideologicamente … (citato in Miller Freud and the Bolcheviks, Yale, 1998, p.102, tradotto da noi). Sappiamo bene che significato avrebbero avuto realmente questa “formazione” e questa “trasformazione”: rompere la personalità umana e la resistenza dei lavoratori al servizio del capitalismo di Stato e del suo spietato Piano quinquennale. In questa visione, evidentemente, non c’era posto per le finezze e la complessità della psicoanalisi che poteva essere utilizzata per dimostrare che il “socialismo” stalinista non aveva guarito nessuno dalle malattie dell'umanità. E, beninteso, il fatto che la psicoanalisi aveva goduto di un certo grado di sostegno da parte di Trotsky, ora esiliato, veniva esagerato nell'offensiva ideologica contro le teorie di Freud.

E nel mondo "democratico"?

Ma qual è l’atteggiamento dei rappresentanti del campo democratico del capitalismo? L'America di Roosevelt non faceva pressione affinché Freud e la sua famiglia potessero lasciare Vienna? E la Gran Bretagna non ha donato una comoda casa all'eminente Professore e Dottore Freud? La psicoanalisi non è diventata in Occidente, particolarmente negli Stati Uniti, un nuovo tipo di chiesa ortodossa di psicologia, certamente redditizia per molti suoi praticanti?

In effetti, la reazione degli intellettuali e degli scienziati alle teorie di Freud nelle democrazie è sempre stata molto variegata, fatta di venerazione, di fascino e di rispetto, combinata all'indignazione, alla resistenza ed al disprezzo.

Durante gli anni che hanno seguito la morte di Freud, si sono viste due tendenze maggiori nel campo d’accoglienza della teoria psicoanalitica: da un lato, una, tra i suoi portavoce e praticanti, che cercava di attenuare alcune delle sue implicazioni più sovversive, come l'idea che la civiltà attuale sia fondata necessariamente sulla repressione degli istinti umani più profondi, a favore di una visione più pragmatica e revisionista, più adatta a farsi accettare socialmente e politicamente da questa stessa civilizzazione; e dall’altro, presso un certo numero di filosofi, di psicologi che appartenevano a scuole rivali, autori che avevano più o meno un certo successo commerciale, una tendenza a rigettare sempre più l’insieme del corpus freudiano perché sarebbe soggettivo, non verificabile e fondamentalmente non scientifico. Le tendenze dominanti della psicologia moderna (vi sono delle eccezioni, come nella "neuro-psicoanalisi" che riesamina il modello freudiano della psiche in funzione di ciò che conosciamo oggi sulla struttura del cervello) hanno abbandonato il viaggio di Freud sulla "strada maestra verso l'inconscio", il suo sforzo per esplorare il significato dei sogni, sulle battute di spirito, sui lapsus ed altre manifestazioni immateriali, a favore dello studio di fenomeni più osservabili e misurabili: le manifestazioni fisiologiche, esterne degli stati mentali, e le forme concrete di comportamento dagli esseri umani, dei topi e di altri animali osservati nelle condizioni di laboratorio. In materia di psicoterapia, il welfare state, molto interessato a ridurre potenzialmente i costi enormi indotti dal trattamento dell'epidemia crescente di stress, di nevrosi e di malattie mentali classiche, generate dal sistema sociale attuale, favorisce le soluzioni veloci come le "terapie cognitive e comportamentali" piuttosto che gli sforzi della psicoanalisi per penetrare alle radici profonde delle nevrosi[3]. Soprattutto, ed è particolarmente vero per gli  ultimi due decenni, abbiamo visto un vero torrente di libri e di articoli tentare di fare passare Freud per un ciarlatano, un frodatore che si è, da solo, fabbricato le sue prove, un tiranno nei confronti dei suoi discepoli, un ipocrita e, (perché no?) un perverso. Questa offensiva ha molti tratti in comune con la campagna anti Marx lanciata all'indomani del crollo del preteso "comunismo" alla fine degli anni ‘80 e, proprio come quest’ultima campagna aveva dato nascita al Libro nero del comunismo, ci hanno servito un Libro nero della psicoanalisi[4] che ha dedicato non meno di 830 pagine per trascinare Freud e tutto il movimento psicanalitico nel fango.

Il  marxismo e l’inconscio

L'ostilità alla psicoanalisi non ha sorpreso Freud: ha confermato che aveva visto giusto. Dopo tutto, come avrebbe potuto essere popolare sviluppando l'idea che la civiltà, almeno la civiltà attuale, è antitetica agli istinti umani, infliggendo una ferita, e portando un nuovo colpo all’"ingenuo amor proprio" dell'uomo - secondo la sua espressione?

Attribuendo un'importanza simile all'inconscio nella vita psichica noi abbiamo issato contro la psicoanalisi i peggiori spiriti della critica. Non stupitevi e non crediate che la resistenza che ci si oppone regge alla difficoltà di concepire l'inconscio o all'inaccessibilità delle esperienze che si riportano. Nel corso dei secoli, la scienza ha inflitto all'egoismo ingenuo dell'umanità due gravi smentite. La prima volta, è stata quando ha mostrato che la terra, lungi da essere il centro dell'universo, non è che una briciola insignificante del sistema cosmico di cui a malapena riusciamo ad immaginare la grandezza. Questa prima dimostrazione per noi si ricollega al nome di Copernico, sebbene la scienza alessandrina abbia annunciato già qualche cosa di simile. La seconda smentita è stata inflitta all'umanità dalla ricerca biologica, quando ha ridotto a niente le pretese dell'uomo di occupare un posto privilegiato nell'ordine della creazione, stabilendo la sua discendenza dal regno animale e mostrando l'indistruttibilità della sua natura animale. Quest’ultima rivoluzione si è avverata oggigiorno, in seguito ai lavori di Charles Darwin, di Wallace e dei loro predecessori, lavori che hanno provocato la più accanita resistenza dei contemporanei. Una terza smentita sarà inflitta alla megalomania umana dalla ricerca psicologica dei nostri giorni che si propone di mostrare all'io che non è padrone nemmeno nella sua casa, che è ridotto ad accontentarsi di informazioni rare e frammentarie su ciò che accade, all'infuori della sua coscienza, nella sua vita psichica. (Introduzione alla psicoanalisi, Terza parte, Conferenza 18, “Ricongiungimento ad un'azione traumatica – l’inconscio”, 1917[5]).

Per i marxisti, tuttavia, non c'è niente di sconvolgente nell'idea che la vita cosciente dell'uomo sia - o sia stata fin qui - dominata da motivi incoscienti. Il concetto marxista di ideologia che ingloba tutte le forme di coscienza sociale prima della nascita della coscienza di classe del proletariato, è ancorato esattamente su questa nozione.

"Ogni ideologia, una volta costituita, si sviluppa sulla base degli elementi di rappresentazione data e continua ad elaborarli; altrimenti non sarebbe un'ideologia, e cioè il fatto di occuparsi di idee prese come entità autonome, sviluppandosi in una maniera indipendente ed unicamente sottomesse alle proprie leggi. Che le condizioni di esistenza materiale degli uomini, nella mente dei quali prosegue questo processo mentale, ne determinano in fin dei conti il corso, ciò resta presso di loro necessariamente incosciente, altrimenti sarebbe la fine di ogni ideologia". (Friedrich Engels, Ludwig Feuerbach e la fine della filosofia tedesca classica, 1888, IV "Il materialismo dialettico")[6].

Il marxismo riconosce dunque che, fino ad oggi, la consapevolezza che l'uomo ha della sua posizione reale nel mondo è stata inibita e deformata da fattori di cui non è cosciente, che la vita sociale come è stata costituita fino ad ora ha creato dei blocchi fondamentali nei processi mentali dell'uomo. Un chiaro esempio è l'incapacità storica della borghesia di considerare una forma di società superiore, qualcosa di altro che il capitalismo, per il fatto che ciò implicherebbe la sua scomparsa. È ciò che Lukács chiamava un "inconscio condizionato di classe" (Storia e coscienza di classe). E si può considerare anche la questione dal punto di vista della teoria di Marx sull'alienazione: l'uomo alienato si è separato dal suo simile, dalla natura e da se stesso, mentre il comunismo supererà questa dicotomia e l'uomo sarà pienamente cosciente di sé.

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Trotsky difende la psicoanalisi

Tra tutti i marxisti del ventesimo secolo, è probabilmente Trotsky quello che ha più contribuito all'apertura di un dialogo con le teorie di Freud, che lui aveva incontrato durante il suo soggiorno a Vienna nel 1908. Sempre implicato nello Stato sovietico ma sempre più emarginato, Trotsky insisteva sul fatto che il lavoro di Freud verso la psicologia fondamentalmente era materialista. Non era d’accordo che una particolare scuola di psicologia diventasse la linea "ufficiale" dello Stato o del partito, ma di contro esortava ad un dibattito largo ed aperto. In Cultura e socialismo, scritti del 1925/26, Trotsky valuta i differenti lavori delle scuole freudiana e pavloviana, e fa uno schizzo di quello che secondo lui dovrebbe essere l'atteggiamento del partito nei confronti di questi argomenti:

La critica marxista della scienza deve essere non solo vigile ma anche prudente, altrimenti potrebbe degenerare in un vero sicofantismo, in famusovismo. (Famusov è un personaggio di Griboedov, che raffigura un funzionario di grado elevato che ha orrore di tutto quello che possa offendere l’autorità e turbare osì la sua condizione confortevole, ndr). Prendiamo la psicologia per esempio. Lo studio dei riflessi di Pavlov si trova interamente sulla via del materialismo dialettico. Abbatte definitivamente il muro che esisteva tra la fisiologia e la psicologia. Il più semplice riflesso è fisiologico, ma il sistema dei riflessi darà la "coscienza". L'accumulo della quantità fisiologica dà una nuova qualità, la qualità psicologica. Il metodo della scuola di Pavlov è sperimentale e scrupoloso. La generalizzazione si conquista passo dopo passo dalla bava del cane fino alla poesia (in altri termini fino al meccanismo mentale di quest’ultima e non al suo contenuto sociale), sebbene le vie verso la poesia non  siano ancora apparse.

È in un modo differente che la scuola dello psicanalista viennese Freud affronta la questione. Parte, innanzitutto, dalla considerazione che le forze motrici dei più complessi e delicati processi psichici si rivelano essere delle necessità fisiologiche. In questo senso generale, questa scuola è materialista, lasciando da parte la questione se non attribuisca un peso eccessivo al fattore sessuale a scapito di altri (questa è già una discussione entro i confini del materialismo). Pertanto, lo psicanalista non affronta in modo sperimentale il problema della coscienza, dai fenomeni primari fino ai fenomeni più elevati, dal semplice riflesso fino al riflesso più complesso; si sforza di superare con un solo salto tutti gli scalini intermedi, dall'alto in basso, dal mito religioso, dalla poesia lirica o dal sogno, direttamente alle basi fisiologiche della psiche.

Gli idealisti insegnano che la psiche è autonoma, che il 'pensiero' è un pozzo senza fondo. Pavlov e Freud, invece, considerano che il fondo del 'pensiero' è costituito dalla fisiologia. Ma mentre Pavlov, come un palombaro, scende fino al fondo ed esplora minuziosamente il pozzo, dal basso in alto, Freud si tiene al di sopra del pozzo e con sguardo acuto cerca di penetrarne le acque sempre mosse e torbide, di intravedere o di indovinare la configurazione del fondo. Il metodo di Pavlov, è la sperimentazione. Il metodo di Freud, la congettura, talvolta fantastica. Il tentativo di dichiarare la psicoanalisi 'incompatibile' con il marxismo e girare la schiena senza cerimonia al freudismo è troppo semplicistico, o piuttosto troppo 'sempliciotto'. Ma comunque non siamo tenuti ad adottare il freudismo. È un'ipotesi di lavoro che può dare - e che incontestabilmente dà - delle ipotesi e delle conclusioni che si inseriscono nella linea della psicologia materialista. Il procedimento sperimentale fornirà al momento debito la prova. Ma noi non abbiamo né motivo né diritto di alzare un veto ad un'altra via, benché meno sicura, che si sforza di anticipare conclusioni alle quali la via sperimentale conduce solamente più lentamente[7].

Trotsky ha messo, in effetti, troppo velocemente in questione il percorso un poco ‘meccanicistico’ di Pavlov che tendeva a ridurre l'attività cosciente al famoso "riflesso condizionato". In un discorso pronunciato poco dopo la pubblicazione del testo sopra citato, Trotsky si chiedeva se si sarebbe potuto giungere veramente ad una conoscenza delle sorgenti della poesia umana attraverso lo studio della salivazione canina (vedere di Trotsky Notebooks 1933/35, Writings on Lenin, Dialectics and Evolutionism, tradotti in inglese ed introdotti da Philip Pomper, New York, 1998, p. 49). E nelle ulteriori riflessioni sulla psicoanalisi contenuta in questi "appunti filosofici", composti in esilio, insiste più sulla necessità di comprendere che il riconoscere una certa autonomia della vita psichica, se è conflittuale con una versione meccanicistica del materialismo, è in realtà perfettamente compatibile con una visione più dialettica del materialismo: "È noto che esiste tutta una scuola di psichiatria (la psicoanalisi di Freud), che in pratica non tiene nessun conto della fisiologia, basandosi sul determinismo interno dei fenomeni psichici come sono. Certi critici accusano dunque la scuola freudiana di idealismo. […] Ma in se stesso il metodo della psicoanalisi che prende come punto di partenza 'l'autonomia' dei fenomeni psicologici, non contraddice per niente il materialismo. È vero proprio il contrario, è precisamente il materialismo dialettico che ci porta all'idea che la psiche non potrebbe formarsi se non giocasse, è vero entro certi limiti, un ruolo autonomo ed indipendente nella vita dell'individuo e della specie.

Comunque qui ci confrontiamo in qualche modo con una questione cruciale, una rottura nel gradualismo, una transizione della quantità in qualità: la psiche che emerge dalla materia, è ‘liberata’ dal determinismo della materia e può in modo indipendente, attraverso le proprie leggi, influenzare la materia".

(Notebooks di Trotsky, op.cit., p. 106, nostra traduzione).

Trotsky afferma qui che esiste una vera convergenza tra il marxismo e la psicoanalisi. Per i due, la coscienza, o piuttosto l'insieme della vita psichica, è un prodotto materiale del movimento reale della natura e non una forza che esiste all'esterno del mondo; è il prodotto di processi incoscienti che la precedono e la determinano. Ma diventa a sua volta un fattore attivo che, in una certa misura, sviluppa una propria dinamica e che, più importante, è capace di agire e trasformare l'inconscio. È là l'unica base di un percorso che fa dell'uomo un qualcosa di più di una creatura di circostanze obiettive, e che lo rende capace di cambiare il mondo intorno a lui.

Forse, qui arriviamo a quella che è la più importante conclusione che trae Trotsky dalla sua investigazione sulle teorie di Freud. Freud, ricordiamolo, aveva affermato che la principale ferita inflitta dalla psicoanalisi al "narcisismo ingenuo" dell'uomo, era la conferma che l'ego non è padrone nella sua casa, che in larga misura la sua visione ed il suo approccio del mondo sono condizionati da forze istintive che sono state respinte nell'inconscio. Lo stesso Freud, in una o più occasioni, è riuscito quasi a considerare una società che avrebbe superato la lotta senza fine contro le privazioni materiali e così non avrebbe più da imporre questa repressione ai suoi membri[8]. Ma nell'insieme, il suo punto di vista restava prudentemente pessimista per il fatto che non vedeva una via che potesse condurre ad una tale società. Trotsky, in quanto rivoluzionario, era tenuto a sollevare la possibilità di un'umanità pienamente cosciente che diventerebbe così padrona nella propria casa. In effetti, per Trotsky, la liberazione dell'umanità dal dominio dell'inconscio diventa il progetto centrale della società comunista: “Infine, l'uomo comincerà seriamente ad armonizzare il suo proprio essere. Mirerà ad ottenere una precisione, un discernimento, un'economia più grande, e di conseguenza, bellezza nei movimenti del suo corpo, al lavoro, nella marcia, al gioco. Vorrà dominare i processi semicoscienti ed incoscienti del proprio organismo: la respirazione, la circolazione del sangue, la digestione, la riproduzione. E, nei limiti inevitabili, cercherà di subordinarli al controllo della ragione e della volontà. L'homo sapiens, adesso congelato, tratterà se stesso come oggetto dei metodi più complessi della selezione artificiale e degli esercizi psicofisici.

Queste prospettive derivano da tutta l'evoluzione dell'uomo. Ha cominciato a cacciare le tenebre della produzione e dell'ideologia, per rompere, per mezzo della tecnologia, la routine barbara del suo lavoro, e per superare la religione per mezzo della scienza. Ha espulso l'inconscio della politica rovesciando le monarchie alle quali ha sostituito le democrazie e parlamentarismi razionalistici, poi la dittatura senza ambiguità dei soviet. Per mezzo dell'organizzazione socialista, elimina la spontaneità cieca, elementare dei rapporti economici. Ciò permette di ricostruire su tutte altri basi la tradizionale vita di famiglia. Alla fine, se la natura dell'uomo si trova rannicchiata nei recessi più oscuri dell'inconscio, va da sé che in questo senso devono essere diretti i più grandi sforzi del pensiero che cerca e che crea?” (Letteratura e rivoluzione, 1924).

Evidentemente, in questo passo, Trotsky guarda verso un futuro comunista molto lontano. La priorità dell'umanità nelle prime fasi del comunismo cadrà sicuramente sugli strati dell'inconscio dove le origini delle nevrosi e delle sofferenze mentali possono essere rintracciate, mentre la prospettiva di controllare dei processi fisiologici ancora più fondamentali solleva altre domande che vanno al di là di questo articolo e che, ad ogni modo, saranno poste probabilmente solamente in una cultura comunista di un livello più avanzato.

I comunisti oggi possono essere d’accordo o non con molte idee di Freud. Ma sicuramente dobbiamo esprimere la più grande diffidenza nei confronti delle campagne attuali contro Freud e conservare un atteggiamento il più aperto possibile, come Trotsky sosteneva. Come minimo, dobbiamo ammettere che finché vivremo in un mondo dove le "cattive passioni" dell'umanità possono esplodere con una forza terribile, dove le relazioni sessuali tra gli esseri umani, che siano incarcerate nelle ideologie medievali o svalutate e prostituite sul mercato, continuano ad essere una sorgente di miseria umana indicibile, dove, per la grande maggioranza degli uomini, le forze creatrici dello spirito restano largamente soffocate ed inaccessibili, i problemi affrontati da Sigmund Freud restano non solo tanto pertinenti oggi come quando furono sollevati per la prima volta, ma anche che la loro risoluzione sarà certamente un elemento insostituibile nella costruzione di una società realmente umana.

Amos



[1] Vedi “Darwinismo e marxismo” di Anton Pannekoek (prima e seconda parte) sul nostro sito web e l'articolo “Darwin e il movimento operaio” anche su Rivoluzione Internazionale n°160, “A proposito del libro: L’effetto Darwin: una concezione materialista delle origini della morale e della civiltà” e “il ‘darwinismo sociale’, una ideologia reazionaria del capitalismo”, rispettivamente nei numeri 399, 400 e 404 di Révolution Internationale.

[2] Le seguenti parole di Lenin, riportate da Clara Zetkin, mostrano che i bolscevichi non avevano un comportamento unilaterale verso le teorie di Freud - anche se è da ritenere che le critiche di Lenin cadevano più sui difensori di queste teorie che sulle stesse teorie: “La stessa situazione in Germania esige l’estrema concentrazione di tutte le forze rivoluzionarie, proletarie, per la lotta contro la reazione sempre più insolente! Ma i militanti discutono della questione sessuale, e delle forme di matrimonio nel passato, presente e futuro. Considerano che il loro compito più importante è illuminare le lavoratrici su questo punto. Lo scritto più diffuso in questo momento è l'opuscolo di una giovane compagna di Vienna sulla questione sessuale. Ciò è una sciocchezza! Ciò che c'è dentro, gli operai l'hanno letto da molto in Bebel. Esso non è espresso in modo così noioso, come in questo opuscolo, ma con un carattere d’agitazione, d’attacco contro la società borghese. La discussione sulle ipotesi di Freud vi dà un’aria 'colta' ed anche scientifica, ma in  fondo esso non è che un volgare lavoro di scolaro. La stessa teoria di Freud è una 'follia' alla moda. Diffido delle teorie sessuali e di tutta questa letteratura speciale che crescono abbondantemente sul letame della società borghese. Diffido di coloro che vedono solamente la questione sessuale, alla stessa stregua del prete indù che vede solo la sua nuvola. Considero questa sovrabbondanza di teorie sessuali che sono per la maggior parte delle ipotesi, e spesso ipotesi arbitrarie, proveniente da un bisogno personale di giustificare davanti alla morale borghese la propria vita anormale o ipertrofica, o almeno trovarle una giustificazione. Questo rispetto mascherato della morale borghese mi è tanto antipatico quanto questa importanza concessa alle questioni sessuali. Quest’ultima può sembrare rivoluzionaria quanto si vuole, ma essa, in fondo, è profondamente borghese. È soprattutto una moda di intellettuali. Non c'è posto per ciò nel partito, nel proletariato cosciente. (“Ricordi su Lenin”, Clara Zetkin, gennaio 1924).

[3] Vogliamo precisare, tuttavia, che quest’articolo non ha per scopo giudicare l'efficacia terapeutica del lavoro di Freud. Non siamo qualificati per farlo e, ad ogni modo, non c'è legame meccanico tra le applicazioni pratiche della teoria freudiana e la teoria della mente che la sottende - ancora più per il fatto che "curare" le nevrosi in una società che le generano continuamente, è un problema che si pone in fin dei conti su un piano sociale e non individuale. Sono i fondamenti della teoria della mente di Freud che consideriamo qui, e sono innanzitutto questi fondamenti che consideriamo come una vera eredità per il movimento operaio.

[4] Il libro nero della psicoanalisi, Catherine Meyer, Mikkel Borch-Jacobsen, Jean Cottraux, Didier Pleux e Giacomo Vaglio Rillaer, L’Arena, Parigi, Francia, 2005.

[8] Contrariamente al cliché così spesso ripetuto secondo cui Freud "ridurrebbe tutto al sesso", quest’ultimo ha affermato chiaramente che "la base sulla quale rimette la società umana è, in ultima analisi, di natura economica: non possedendo abbastanza mezzi di sussistenza per permettere ai suoi membri di vivere senza lavorare, la società è obbligata a limitare il numero dei suoi membri e a deviare la loro energia dall'attività sessuale verso il lavoro. Siamo là in presenza dell'eterno bisogno vitale che, nato nello stesso momento in cui è nato l'uomo, persiste fino ai nostri giorni". (Introduzione alla psicoanalisi, Conferenza 20, La vita sessuale dell'uomo).

In altri termini: la repressione è il prodotto di organizzazioni sociali degli uomini dominati dalla penuria materiale. In un altro passo, ne L'avvenire di un'illusione (1927), Freud ha mostrato una comprensione della natura di classe della società "civilizzata" e si è spinto, anche se di passaggio, a considerarne lo stadio ulteriore: "Ma quando una cultura non è riuscita a superare lo stato in cui la soddisfazione di un certo numero di partecipanti presuppone l'oppressione di certi altri, forse della maggioranza - ed è il caso di tutte le culture attuali - è allora comprensibile che questi oppressi sviluppano un'ostilità intensa contro la stessa cultura anche se essi la rendono possibile attraverso il loro lavoro, ma dei cui benefici hanno solamente una minima parte. […] L'ostilità alla cultura manifestata da queste classi è così evidente che a causa sua non abbiamo visto l'ostilità piuttosto latente degli strati sociali meglio suddivisi. Va da sé che una cultura che lascia insoddisfatti un così grande numero di partecipanti e li spinge alla rivolta non ha nessuna possibilità di mantenersi durevolmente e tantomeno meritarlo"(L'avvenire di un'illusione, capitolo 2 p. 12, Quadrige/PUF, 1995). Così l'ordine attuale non solo non ha "alcuna prospettiva di esistenza duratura", ma potrebbe forse esserci una cultura che potrebbe “superato lo stato "a partire dal quale ogni divisione di classe (e, di conseguenza, i meccanismi di repressione mentale che esistono fin qui) diventerebbe superflua.