Altro che Nobel per la pace! Dietro i discorsi di pace di Obama, una strategia imperialista

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Il 9 ottobre scorso il presidente degli Stati Uniti Barack Obama è stato insignito del prestigioso premio Nobel per la pace! A parte alcuni guastafeste, tra cui Casini[1] o il premio Nobel per la pace Leck Walesa, che hanno protestato perché, secondo loro, si sono sentite solo chiacchiere ma niente è ancora stato fatto per il momento, il mondo ha tributato un grande plauso. Angela Merkel, primo ministro tedesco, ha sottolineato come: “in un breve periodo di tempo (il Presidente Usa ndr) é stato in grado di stabilire un nuovo tono nel mondo e di creare la possibilità di dialogo”.[2] Lo stesso presidente della Commissione Ue José Manuel Durao Barroso, nel suo messaggio di congratulazioni, ha affermato che il premio Nobel assegnato a Obama rappresenta “un tributo al suo impegno a favore della pace e del progresso dell’umanità” e che “L’assegnazione di questo premio al presidente Obama, leader della più significativa potenza militare del mondo all'inizio del suo mandato riflette le speranze che ha suscitato ovunque con la sua visione di un mondo senza armi nucleari[3].

Finanche i nemici di ieri, quelli che Bush annoverava tra i pericolosi terroristi del mondo, oggi si inchinano e riconoscono in Obama il possibile fautore di un’epoca nuova. Un premio alla “buona volontà” ha affermato Ahmad Yusef Yusef, “viceministro degli Esteri” del governo de facto di Gaza, consigliere del “premier” Ismail Hanyeh e voce “diplomatica” del vertice di Hamas, la fazione islamico-radicale palestinese al potere nella Striscia di Gaza. “Si tratta di un riconoscimento meritato se non altro per quel che Obama ha detto nel discorso del Cairo[4].

Possiamo dunque stare tranquilli e ben sperare per il futuro? Purtroppo, a nostro avviso, le cose stanno in maniera un po’ diversa e vediamo perché tornando un po’ indietro nel tempo.

Il 4 giugno scorso, nella città del Cairo in Egitto, il presidente degli Stati Uniti ha tenuto un discorso che tutte le capitali occidentali si sono affrettate a qualificare come storico. Occorre dire che Obama ha pronunciato parole ed analisi che sembrano a prima vista in rottura completa con la politica aggressiva e guerrafondaia dell’ex capo di Stato americano G.W. Bush. Per Obama occorre voltare pagina e mettere gli errori di Bush e della sua amministrazione sul conto del trauma dell’11 settembre 2001. A volergli credere, “la guerra di civilizzazione”, cara alla vecchia amministrazione americana, è finita. Nel suo discorso Obama ha fatto chiaramente passare il messaggio che gli Stati Uniti non sono nemici dei musulmani, ma un legittimo partner. Ha parlato senza mezzi termini di “occupazione” e di “aspirazione dei palestinesi alla dignità, ad uguali opportunità e ad uno Stato indipendente”[5].

Ha praticamente presentato gli Stati Uniti come un amico sul quale i palestinesi possono contare. Ha chiesto ad Hamas di riconoscere lo Stato israeliano senza etichettare quest’organizzazione come terrorista. E ancora, ha comparato la lotta dei palestinesi a quella degli schiavi neri d’America e alla lotta dei neri del Sudafrica ai tempi dell’apartheid. Dal punto di vista di un presidente degli Stati Uniti, dichiarazioni pubbliche come queste sono del tutto nuove e fanno seguito alla politica d’apertura diplomatica che gli Stati Uniti sembrano voler condurre rispetto all’Iran presentato, fino a poco tempo fa, come un potenziale pericolo per la sicurezza del mondo[6].

Gli Stati Uniti sono forse improvvisamente diventati pacifisti e sostenitori del dialogo? C’è ben da dubitarne. L’esperienza drammatica della storia ci ha insegnato a non prendere alla lettera i bei discorsi borghesi, dimostrandoci che quando il capitalismo parla di pace è perché in realtà prepara la guerra.

Il necessario cambio di orientamento della politica americana

Dal crollo del blocco russo nel 1989, gli Stati Uniti sono diventati la sola superpotenza del pianeta. Da allora l’orientamento della loro politica di guerra è stato mantenere a tutti i costi la propria egemonia. Ma a partire dal 2001, con la guerra in Afganistan ed in Iraq, si è progressivamente manifestato un indebolimento crescente degli Stati Uniti. L’impantanamento in Iraq ed in Afghanistan ne è una manifestazione concrete e particolarmente tragica.

Le altre grandi potenze hanno contestato la supremazia americana e messo avanti in maniera esplicita i loro propri interessi in ogni parte del mondo, come ad esempio la Cina in Africa o l’Iran in Medio Oriente. Ogni nazione, ogni cricca, ogni borghesia si è sentita incoraggiata a difendere i propri interessi in un disordine ed un caos crescenti. La politica dell’amministrazione Bush che consisteva nel volere affermare la potenza americana, sola contro tutti, non ha affatto frenato questo fenomeno d’indebolimento. Al contrario, ne ha accelerato il processo aumentando l’isolamento degli Stati Uniti. Ha favorito una crescita del malcontento e della contestazione anti-americana, in particolare nel mondo musulmano, anche da parte di alleati come l’Egitto e l’Arabia Saudita.

Questa politica da cavaliere solitario non poteva continuare.

È questo che ha capito gran parte della borghesia americana, il Presidente Obama e la sua amministrazione, superando così, almeno temporaneamente, la tradizionale spaccatura che esiste su questa questione tra democratici e repubblicani. Tuttavia la politica orchestrata dall’amministrazione Obama non potrà impedire uno sviluppo del processo di isolamento degli Stati Uniti.

L’indebolimento americano ed il “ciascuno per sé” sono oggi realtà irreversibili. Uno degli aspetti di questa realtà si trova nella difficoltà crescente degli Stati Uniti ad implicarsi militarmente e contemporaneamente nelle molteplici guerre regionali nelle quali si sono totalmente impantanati. Non solo c’è un problema di risorse militari che non sono infinite, in particolare in “mezzi umani”, ma in più la crisi economica, che inizia a devastare il mondo intero, pone loro un serio problema. Milioni di dollari vengono inghiottiti ogni giorno dall’esercito americano mentre il paese si impoverisce sempre più velocemente, la disoccupazione esplode e l’assistenza sanitaria è inesistente. Nel momento in cui la povertà colpisce fette crescenti della popolazione, come si fa a far accettare senza problemi spese militari in continuo aumento? In più, anche aumentando i premi e la paga, è sempre più difficile trovare giovani pronti ad andare a farsi crivellare di colpi in guerre che appaiono sempre più nefaste.

Questo nuovo orientamento della politica imperialista degli Stati Uniti non ha dunque nulla a che vedere con un ritrovato spirito umanitario da parte di Obama. Questa politica si impone di fatto alla borghesia americana come una necessità. Traduce semplicemente la necessità per l’America di fare delle scelte più mirate in materia di interventi militari. E questa scelta è caduta sullo sviluppo della guerra in Afganistan ed in Pakistan. Il che implica di conseguenza un tentativo di calmare, almeno momentaneamente, il gioco in direzione dell’Iran e della Palestina. In effetti, per gli Stati Uniti, diventa imperativo tentare di controllare la situazione in Afganistan se vogliono ritrovare una reale influenza in Pakistan. Il Pakistan è un importante crocevia: ad ovest, in direzione dell’Iran, a nord del Caucaso e dunque della Russia, e soprattutto ad est in direzione dell’India e della Cina, paese quest’ultimo che continua a manifestare crescenti appetiti imperialisti. Ecco la scelta obbligata che devono fare oggi gli Stati Uniti e che spiega il senso profondo del discorso di Obama al Cairo.

Quando Washington fa pressione su Israele

Israele è da decenni l’alleato più fedele degli Stati Uniti in Medio Oriente. Il legame tra le borghesie di questi due paesi è molto forte e l’esercito israeliano è completamente sostenuto da Washington. Al tempo di G.W. Bush gli israeliani avevano acquisito una posizione molto importante nell’ambito della loro politica imperialista. Tel-Aviv e Washington erano praticamente sulla stessa lunghezza d’onda. Adesso non più. L’amministrazione americana chiede oggi alla borghesia israeliana di piegarsi alle sue esigenze, alla difesa dei suoi interessi del momento. Il che ha fatto immediatamente montare la tensione tra le due capitali[7]. Le divergenze tra Netanyahu, il capo del governo israeliano, ed il presidente Obama sono chiare e nette. Tuttavia, data l’importanza della pressione americana, Netanyahu ha dovuto moderare i suoi propositi nel discorso fatto a Tel-Aviv in risposta a quello di Obama al Cairo.

Per la prima volta Netanyahu ha dovuto pronunciare le parole “Stato palestinese” anche se le ha associate alla smilitarizzazione di questo ed al rifiuto di qualsiasi condivisione di Gerusalemme come capitale. Questo dimostra che le pressioni americane sul capo del governo israeliano devono essere molto forti e continue. Questi doveva guadagnare tempo ed è ciò che ha fatto. Ma possiamo esser certi che ciò non cambierà nulla nella sostanza. È facile accorgersene quando si apprende che Netanyahu ha chiesto ai palestinesi, come pregiudiziale, di riconoscere lo Stato israeliano come Stato ebreo. Il capo del governo ha fatto di quest’esigenza un elemento centrale che condiziona ogni avanzamento nei negoziati “di pace”, quando sa bene che questo è inammissibile per la borghesia palestinese.

Andiamo dunque, quasi certamente, verso una situazione di ulteriore sviluppo delle tensioni tra Israele e Stati Uniti. E non è detto che questa nuova politica americana non spinga alla fin fine Israele in una fuga in avanti bellicista da parte della frazione borghese al potere. Per il primo ministro Benjamin Netanyahu, infatti, la minaccia nucleare iraniana è inaccettabile per Israele. Negli ultimi tempi quest’aumento delle tensioni tra i due paesi si è concretizzato nell’escalation verbale tra Mahmoud Ahmadinejad, il capo iraniano, ed il governo israeliano. In questo senso non è sicuro che gli eventi attuali in Iran rassicurino molto la borghesia israeliana. Lo Stato israeliano potrebbe allora essere fortemente tentato di mettere con le spalle al muro il governo Obama con un’azione militare violenta verso l’Iran. In ogni caso, anche se tale prospettiva non si realizzasse, la borghesia israeliana non può non reagire di fronte alle maggiori pretese americane al suo riguardo. Paradossalmente questo aumento delle tensioni è nei fatti il risultato dell’indebolimento americano. La guerra e la barbarie continuerà a svilupparsi inesorabilmente in questa regione del mondo.

Tino, (adattato dall’articolo “Derrière les discours de paix d’Obama, une stratégie impérialiste”, da ICConline, pagina francese)



[1]«Il premio Nobel a Obama? Non ho ancora capito cosa ha fatto». Lo ha detto oggi a Torino il leader del'Udc, Pierferdinando Casini. «Speriamo - ha aggiunto - che faccia in futuro tutte le cose splendide che il Nobel auspica»”, www.ansa.it/web/notizie/rubriche/associata/2009/10/09/visualizza_new.html_985953412.html.

[4] idem

[5] Courrier International del 16 giugno 2009.

[6] Nel suo discorso al G8 dell’Aquila nel settembre scorso Obama ha fondamentalmente ribadito questa impostazione di “apertura” e “pacificazione”.

[7] Non è un caso che le dichiarazioni sull’assegnazione del Nobel a Obama provenienti da Israele siano più misurate. Il presidente della Knesset (Parlamento) Reuven Rivlin, dirigente del Likud, ha sottolineato che il premio è stato conferito ad un Presidente “che ha appena iniziato il proprio mandato, e che ha solo progetti di pace. Ciò è ben strano. In genere i premi si conferiscono sulla base di risultati, e non solo di progetti (…) adesso c’é da temere che il conferimento del premio induca Obama ad imporre misure su Israele. Io temo - ha precisato - che il premio gli sia stato conferito affinché realizzi i suoi progetti, i quali potrebbero essere totalmente errati e forse in contrasto con gli interessi di Israele” (www.ansa.it/web/notizie/rubriche/associata/2009/10/09/visualizza_new.html_985953412.html).

Questioni teoriche: