englishfrançaisdeutschitalianosvenskaespañoltürkçenederlandsportuguêsΕλληνικά
русскийहिन्दीفارسی한국어日本語filipino中文বাংলাmagyarsuomi
Home
Corrente Comunista Internazionale
Proletari di tutti i paesi, unitevi!

Navigazione principale

  • contatti
  • che cosa è la CCI?
    • Posizioni di Base
    • Piattaforma della CCI
    • 1975 Manifesto
    • 1991 Manifesto
    • Storia della CCI
    • Como diventare membro
  • stampa
    • ICConline
    • Rivista Internazionale
    • Rivoluzione Internazionale
  • opuscoli
    • Manifesto sulla rivoluzione di Ottobre, Russia 1917
    • Ottobre 1917, inizio della rivoluzione mondiale
  • abbonamenti
  • opuscoli e libri

Verso una crisi grave e senza precedenti

Briciole di pane

  • Home

Dalla fine del primo decennio del XXI secolo, il modo di produzione capitalista si trova ad affrontare una situazione economica che lo pone ancora una volta di fronte ai limiti storici del proprio sviluppo. Questa situazione di stallo storico, generalmente sottovalutata dai gruppi dell’ambiente rivoluzionario, è stata esacerbata negli ultimi anni da una serie di eventi – la crisi del Covid, le guerre in Ucraina e in Medio Oriente, il drastico aumento dei dazi doganali da parte dell’amministrazione Trump, il blocco di importanti rotte marittime, come lo stretto di Hormuz — che hanno destabilizzato il commercio mondiale e la produzione energetica e fatto precipitare l’economia mondiale in una situazione caotica.

D’altra parte, l’evoluzione della guerra in Medio Oriente ha costituito, negli ultimi due mesi, un potente fattore di accelerazione dell’atteggiamento «ognuno per sé» a tutti i livelli della società, ostacolando notevolmente ogni velleità di cooperazione all’interno della borghesia volta a limitare i danni. La sconfitta della grande macchina militare mondiale statunitense di fronte a una potenza militare di terzo ordine rafforza infatti la dinamica di frammentazione delle alleanze e amplifica fortemente il caos economico sul mercato mondiale, dall’interruzione delle catene di produzione di componenti industriali vitali alla destabilizzazione dei mercati finanziari.

A questa situazione già pericolosa si aggiunge un’ulteriore minaccia, ancora più brutale, che grava sul sistema finanziario e che ricorda quella che ha portato alle crisi degli anni ’30 e del 2008. Infatti, mentre il capitalismo si trova a dover far fronte a un debito colossale e non rimborsabile, presenta ormai una grande vulnerabilità di fronte a una serie a catena di insolvenze, il che conferma con forza il rischio di una nuova depressione economica mondiale del tutto senza precedenti e «senza via d’uscita».

L'impasse storica del modo di produzione capitalista decadente

La destabilizzazione e le distruzioni legate alle guerre o l’incontrollabilità del debito non costituiscono di per sé fattori destinati necessariamente a portare a una crisi grave. Ciò che questi fenomeni esprimono e accentuano, e che rende inevitabile una crisi di tale portata, è la profondità dell’impasse della sovrapproduzione che paralizza sempre più l’economia mondiale e che mette in luce i limiti storici del modo di produzione capitalistico: «La crisi che è riemersa nel 1967 e che continua ancora oggi a imperversare è una crisi di sovrapproduzione. Alla sua radice c’è una causa fondamentale, la contraddizione principale del capitalismo esistente sin dai suoi primi passi e che è diventata un ostacolo definitivo a partire da un certo grado di sviluppo delle forze produttive: la produzione capitalista non crea automaticamente e a piacimento i mercati necessari alla sua crescita. Il capitale produce più merci di quante ne possano assorbire i rapporti di produzione capitalistici: una parte della realizzazione dei suoi profitti, quella destinata all’ampliamento della riproduzione del capitale (cioè né consumata dalla classe borghese né dalla classe proletaria), deve essere realizzata al di fuori di questi rapporti, sui mercati extra capitalistici. […][1]».

Questa contraddizione intrinseca del modo di produzione capitalista si manifesta in modo acuto attraverso la crescente saturazione di questi mercati extra capitalisti, che segna l’ingresso del sistema nella sua fase di declino storico. In questo contesto, «la CCI individua tre criteri per attestare la gravità della crisi: lo sviluppo del capitalismo di Stato, la crescente impasse della sovrapproduzione, la preparazione alla guerra con lo sviluppo dell’economia di guerra. […] «Nella fase decadente dell’imperialismo, il capitalismo non può più indirizzare i contrasti del proprio sistema se non verso un’unica via d’uscita: la guerra. L’umanità può sfuggire a tale alternativa solo attraverso la rivoluzione proletaria.» («Crisi e cicli nell’economia del capitalismo agonizzante – 1ª parte», Bilan n. 10, (agosto-settembre 1934), Revue internationale 103). Infatti, man mano che la crisi economica si protrae e si amplifica, essa intensifica gli antagonismi interimperialisti. Per il capitale, c’è una sola «soluzione» alla sua crisi storica: la guerra imperialista [2]».

1. L'impatto combinato della sovrapproduzione e della decomposizione.

Con l’implosione del blocco sovietico, il mondo capitalista, già profondamente alterato dagli effetti della decadenza, entra nel contesto caotico di una nuova fase di tale decadenza. L’implosione del blocco sovietico ha inizialmente offerto l’opportunità di mantenere la redditività del capitale e di prolungare la sopravvivenza del capitalismo, estendendo il sapere tecnologico delle potenze occidentali e ottimizzando lo sfruttamento capitalista ai confini del pianeta, fino ad allora inaccessibili a causa del confronto tra i blocchi imperialisti. In realtà, la «globalizzazione» non è stata che una parentesi che ha permesso al sistema capitalista di preservare temporaneamente la propria economia dagli effetti più gravi della decomposizione. Ma ben presto, il deterioramento della situazione reale dell’economia, l’indebolimento della dinamica della globalizzazione sotto il peso della crescente tendenza all’«ognuno per sé» – che frena la realizzazione di un’accumulazione generalizzata –, il peso delle spese militari e l’impasse della sovrapproduzione hanno fatto crollare l’edificio della finanza mondiale fondato su un indebitamento abissale: la crisi del 2008, la più grave dal 1929, segna una svolta nel progressivo sprofondamento del modo di produzione capitalista nella sua crisi storica.

Ha confermato che il sistema capitalista è oggi ancora più profondamente impantanato in una situazione in cui, a causa del relativo esaurimento dei mercati extra capitalisti, l’egemonia universale dei rapporti di classe capitalisti rende sempre più difficile la realizzazione di una riproduzione ampliata. In queste condizioni di stallo e di decomposizione, i fenomeni già presenti nella fase di decadenza assumono una nuova dimensione, a causa dell’incapacità della borghesia di proporre una prospettiva diversa da quella di «resistere passo dopo passo», ma senza una reale fiducia nel successo, all’avanzare della crisi. Ecco perché la recrudescenza della crisi storica del sistema nel 2008 si presenta in termini radicalmente diversi dalla precedente crisi dello stesso tipo, quella degli anni ’30.

Dopo il 2008, la fine delle «opportunità» offerte dalla globalizzazione e l’incapacità sempre più evidente di superare la crisi di sovrapproduzione hanno portato a un’esplosione dell’atteggiamento “ognuno per sé” nei rapporti tra le nazioni capitaliste, ma anche all’interno della classe dirigente di ciascuna nazione. In questo contesto, gli effetti della decomposizione hanno assunto una portata nuova e fortemente distruttiva per l’economia capitalista. Dall’inizio degli anni 2020, tali effetti si stanno accelerando e colpiscono nuovamente il cuore del capitalismo: gli effetti combinati della crisi economica, della guerra, della perdita di controllo della borghesia sul proprio apparato politico e della crisi climatica interagiscono e moltiplicano il loro impatto sulla caduta nel caos e sulla distruzione del sistema: «Mentre ciascuno dei fattori che alimentano questo effetto “vortice” della decomposizione rappresenta di per sé e da solo un serio fattore di rischio di collasso per gli Stati, i loro effetti combinati superano di gran lunga la semplice somma di ciascuno di essi preso isolatamente»[3].

1.1. Il crescente impatto della guerra sull'economia mondiale

Gli effetti della decomposizione, che hanno portato a fragilità e instabilità, avevano già aggravato la crisi economica, mentre il Covid-19 aveva provocato uno shock nella produzione mondiale, nell’approvvigionamento e nelle reti di produzione. Aveva inoltre messo in luce la portata della riluttanza della borghesia a cooperare a livello internazionale, persino di fronte a una pandemia. La guerra in Ucraina ha accelerato il processo di disgregazione delle reti produttive, di approvvigionamento e finanziarie, avviato durante la pandemia. L’inflazione è salita alle stelle, con un forte impatto sulla produzione cerealicola e sugli approvvigionamenti di petrolio e gas. Ha costretto le borghesie dell’Europa occidentale ad aumentare le spese per gli armamenti e a intensificare gli attacchi contro la classe operaia per finanziare tali spese.

Il fiasco dell’imperialismo statunitense in Iran ha fortemente intensificato questo processo. Una delle più importanti rotte marittime mondiali è paralizzata da mesi, limitando fortemente l’approvvigionamento di petrolio, elio, zolfo, urea, alluminio e molte altre materie prime. Al momento è impossibile cogliere appieno le gravissime implicazioni per la produzione, i trasporti, il trasporto marittimo, l’agricoltura e la finanza.

1. Agricoltura

I prezzi dei fertilizzanti sono aumentati dell’80%. La carenza intensificherà la concorrenza per i fertilizzanti disponibili, il che farà aumentare ulteriormente i prezzi e aggraverà la carenza. Quest’anno si osserva un calo delle semine. La riduzione dell’uso di fertilizzanti potrebbe comportare un calo del 50% delle rese. Le conseguenze più gravi si faranno sentire nei paesi più poveri, ma a livello globale la classe operaia e i più bisognosi dovranno affrontare un’impennata dei prezzi dei generi alimentari nel corso del prossimo anno e potenziali carenze, se non addirittura carestie in alcune regioni del mondo.

2. Trasporti marittimi

Il 90% del commercio mondiale, in termini di volume, avviene via mare. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha interrotto il traffico marittimo nel Golfo e bloccato centinaia di navi. Le ripercussioni sul trasporto marittimo internazionale sono enormi: ritardi nelle consegne, interruzione della produzione – soprattutto in Asia –, crescenti carenze, aumento dei costi (tra il 30 e il 60% per il trasporto marittimo). Ci vorranno mesi prima che il trasporto marittimo torni alla normalità, ammesso che ci riesca.

3. Energia

L’approvvigionamento di petrolio è stato garantito grazie all’utilizzo delle riserve di emergenza degli Stati e all’esaurimento delle scorte delle compagnie petrolifere. Questa situazione non può durare all’infinito e, «anche se lo stretto di Hormuz riaprisse domani, il mercato non potrebbe semplicemente tornare alla normalità». La questione energetica, nuovamente sollevata dalla situazione nello Stretto di Hormuz, rappresenta una sfida prioritaria sul piano strategico e, soprattutto, un importante fattore di destabilizzazione economica. Pertanto, «le petroliere deviate dalle rotte del Golfo devono riposizionarsi. Le navi inviate altrove devono tornare. I calendari di carico devono essere riorganizzati. I produttori che hanno ridotto la produzione perché le loro scorte erano piene devono ancora riavviare le operazioni. I sistemi fisici si evolvono più lentamente dei mercati finanziari. Molto più lentamente. Una petroliera diretta verso le zone di carico del Golfo può impiegare settimane per riposizionarsi prima ancora che inizi il carico. Successivamente, i carichi devono ancora essere trasportati verso l’Asia o l’Europa. A seconda della destinazione, ciò può comportare un mese in più [4]»

Inoltre, gli Stati Uniti hanno esaurito tutte le scorte di petrolio prodotte dall’inizio dell’anno e hanno dovuto attingere massicciamente alla Riserva strategica di petrolio. L’economia statunitense sta già affrontando una carenza di prodotti petroliferi, quali i lubrificanti industriali e l’olio per le auto. Gli Stati Uniti importano dal Golfo il 44% del loro olio base del gruppo III, indispensabile per i motori moderni. «La Corea del Sud, che normalmente fornisce olio del gruppo III agli Stati Uniti, ha visto la propria produzione e le proprie esportazioni compromesse dalla guerra. Inoltre, le raffinerie statunitensi che producono olio base hanno dato priorità alla produzione di gasolio, un altro carburante che sta affrontando una carenza, con le scorte statunitensi ai livelli più bassi degli ultimi 20 anni [5]». Da parte loro, i prezzi del gasolio sono aumentati del 40-50% negli Stati Uniti, con ripercussioni sui trasporti e sulla logistica: l’85% dei prodotti agricoli viene trasportato su camion. Il costo del trasporto si aggiunge all’aumento dei costi del carburante necessario per le attrezzature agricole. Questi aumenti sono aggravati dall’incremento dei costi dei fertilizzanti. Numerosi agricoltori statunitensi segnalano carenze di carburante o dichiarano di non avere i mezzi per procurarselo. Ciò comporterà una riduzione delle semine e delle rese agricole, il che si tradurrà in un aumento dei costi alimentari e in possibili carenze nel corso dell’anno.

4. Industria chimica

L’aumento dei prezzi del carburante sta avendo un impatto devastante sull’industria chimica europea. Gli stabilimenti di BASF, INEOS, Covestro, Lanxess ed Evonik registrano tassi di utilizzo compresi tra il 62% e il 68%, un livello inferiore alla soglia di redditività dell’80%. Già nel 2023, BASF aveva iniziato a ridurre in modo permanente la capacità del proprio complesso di Ludwigshafen, il più grande sito chimico integrato al mondo, a causa dell’impatto della guerra in Ucraina. «L’interruzione delle forniture di gas russo nel 2022 è stata uno shock superabile, poiché è stata presentata come un’emergenza temporanea. Bruxelles ha introdotto sussidi energetici, i contribuenti tedeschi hanno assorbito 200 miliardi di euro di costi legati al tetto massimo dei prezzi, e BASF e Covestro hanno ridotto marginalmente la loro produzione in attesa che i prezzi tornassero alla normalità. Ma i prezzi non si sono completamente normalizzati. I prezzi del gas industriale in Europa rimangono circa 3-4 volte superiori al livello statunitense e 2 volte superiori a quello cinese […]. L’industria chimica è il fornitore a monte di tutti i produttori europei di materie plastiche, fertilizzanti, vernici, adesivi, prodotti farmaceutici intermedi, semiconduttori e materiali per batterie. […]. La guerra in Iran non ha aggiunto un nuovo problema all’industria chimica: ha semplicemente messo in piena luce un problema che la guerra in Ucraina del 2022 aveva già innescato [6]».

5. Produzione di microprocessori

I principali produttori di microprocessori, TSMC, Nvidia, Foxconn e Infineon, hanno tutti messo in guardia dall’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia, dei metalli preziosi e dei trasporti, nonché dalle carenze. La produzione di un chip, che prevede 1.000 fasi di lavorazione distinte, comporta l’attraversamento di 70 frontiere internazionali e richiede 10 giorni. «I wafer di silicio provengono dal Giappone o dalla Germania. La progettazione dei chip avviene negli Stati Uniti o nel Regno Unito. La produzione vera e propria, per i chip più avanzati che alimentano i carichi di lavoro dell’IA, viene realizzata quasi interamente a Taiwan (92%) e in Corea del Sud (8%). L’assemblaggio e i test avvengono in Malesia, Vietnam e Filippine. Il chip finito viene spedito a un data center statunitense». Tuttavia, «ogni fase di questa catena consuma energia. Ogni passaggio di frontiera costa denaro. Ogni nodo logistico, ogni spedizioniere, ogni assicuratore marittimo, il carburante delle navi portacontainer, è ora sottoposto a una pressione maggiore rispetto al 27 febbraio [7]»

Questa instabilità minaccia anche il boom dell’IA negli Stati Uniti e altrove: «Le aziende che trainano sempre più i mercati azionari, note come hyperscaler (fornitori di cloud computing), sono al centro del recente boom degli investimenti nell’IA e dovrebbero rappresentare il 70% della spesa in conto capitale legata all’IA, stimata a 3.400 miliardi di dollari entro il 2029. Un rischio chiave a breve termine è che tali investimenti possano essere penalizzati dalle ripercussioni del conflitto in Medio Oriente e da altre fonti di incertezza correlate. In tal caso, l’intera catena del valore dell’IA, comprese le aziende di costruzione («costruttori»), i produttori di energia («amplificatori»), gli sviluppatori di chip e software («hyperscaler») e gli operatori a valle, potrebbe subire un calo sincronizzato dei ricavi e del valore aziendale, data la sua dipendenza dagli investimenti catalizzatori degli hyperscaler [8]»

6. Settore finanziario

Un’altra fonte di incertezza è rappresentata dall’impatto della guerra su un sistema finanziario già fragile. Il rapporto dell’aprile 2025 del Fondo Monetario Internazionale sulla stabilità finanziaria globale ha evidenziato grandi incertezze che gravano sul commercio mondiale: «I rischi che incombono sulla stabilità finanziaria globale sono aumentati notevolmente con l’inasprimento delle condizioni finanziarie globali e il persistere di un elevato livello di incertezza riguardo alle politiche economiche e commerciali. Questa valutazione è inoltre supportata da tre principali vulnerabilità prospettiche. In primo luogo, nonostante le recenti turbolenze, le valutazioni rimangono elevate in alcuni segmenti chiave, il che significa che gli aggiustamenti di valutazione potrebbero accentuarsi qualora le prospettive dovessero deteriorarsi. […]. In secondo luogo, alcuni istituti finanziari potrebbero trovarsi in grave difficoltà in mercati volatili, in particolare quelli fortemente indebitati. Con l’espansione dei settori degli hedge fund e della gestione patrimoniale, sono aumentati anche i loro livelli complessivi di indebitamento e i loro legami con il settore bancario. […]. In terzo luogo, nuove turbolenze potrebbero abbattersi sui mercati delle obbligazioni sovrane, in particolare nei paesi in cui il livello di indebitamento pubblico è elevato. […]. Nel complesso, le preoccupazioni degli investitori riguardo alla sostenibilità del debito pubblico e ad altre fragilità del settore finanziario potrebbero aggravarsi in modo da rafforzarsi a vicenda [9]».

È difficile valutare con precisione la portata della destabilizzazione causata dalla guerra, poiché i media borghesi nascondono il crescente impatto delle carenze, dei disagi, della disorganizzazione e dell’incertezza. Inoltre, nessuno sa quando finirà la guerra, quando verrà revocato il blocco, quali restrizioni saranno imposte al traffico nello stretto, se questo verrà nuovamente bloccato, se verrà introdotto un pedaggio. La classe dirigente internazionale ha la sensazione di trovarsi di fronte a un vulcano che sta trascinando sempre più il commercio mondiale verso la catastrofe.

1 .2. Il crescente peso del militarismo e dell’economia di guerra

«L’intero periodo di decadenza dimostra che la crisi di sovrapproduzione comporta uno spostamento della produzione verso l’economia di guerra. Considerare ciò come ‘una soluzione economica’, anche se momentanea, significherebbe commettere un grave errore, che affonda le sue radici proprio nell’incomprensione del fatto che la crisi di sovrapproduzione è un processo di autodistruzione. È proprio questo processo di autodistruzione, scaturito dalla rivolta delle forze produttive contro i rapporti di produzione, che trova espressione nel militarismo» [10]. Questo processo di autodistruzione è oggi ben più profondo rispetto all’inizio degli anni ’80. L’apertura delle valvole del debito da parte di Reagan per finanziare la Guerra delle Stelle ha permesso agli Stati Uniti di agire come una locomotiva mondiale. L’impatto distruttivo delle spese militari poteva ancora essere riversato sul resto dell’economia mondiale e sul futuro. Successivamente, tra il 1989 e il 2009, l’impatto delle guerre del Golfo, dell’Iraq, dell’Afghanistan e della guerra al terrorismo è stato controbilanciato dalla riduzione globale delle spese per gli armamenti, legata alla fine della «guerra fredda» e alla corsa agli armamenti tra i due blocchi rivali.

Oggi, l’impasse della produzione capitalista fa sì che la natura autodistruttiva delle spese militari abbia un impatto diretto e immediato. La politica statunitense volta a rovinare i propri rivali è l’espressione di questa distruzione. L’imperialismo statunitense può mantenere il proprio dominio solo schiacciando i propri rivali, sia sul piano economico che su quello militare. Di conseguenza, la necessità di finanziare la propria macchina da guerra lo costringe a sottrarre capitale al resto dell’economia mondiale, che è quindi costretta a lottare per ciò che resta.

La classe dirigente negli Stati Uniti, in Europa [11] e altrove presenta l’aumento delle spese militari come un mezzo per stimolare l’economia. Per giustificare le proprie affermazioni, invoca l’impatto delle spese militari negli anni ’30. Già 45 anni fa avevamo denunciato questa menzogna: «Nella situazione attuale, tali bilanci per gli armamenti – e questo non solo negli Stati Uniti ma in tutto il blocco (in particolare nella Repubblica Federale Tedesca e in Giappone) – non hanno alcun effetto, nemmeno immediato, come negli anni ’30 o nel dopoguerra, nel sostenere un certo livello di produzione industriale, ma al contrario accelerano molto rapidamente il calo di tale produzione. Pertanto, oggi lo sviluppo degli armamenti non può più mascherare la crisi generale di sovrapproduzione e, inoltre, l’inflazione provocata dagli investimenti negli armamenti è a sua volta un fattore che accelera la crisi economica del capitalismo [12]». In questo contesto di stallo storico dell’economia capitalista, le spese per gli armamenti non porteranno a un aumento dell’occupazione né alla crescita come negli anni ’30, ma le distruggeranno.

Per finanziare queste spese, gli Stati si indebiteranno ulteriormente, aumenteranno le tasse, ridurranno la spesa sociale e sottrarranno investimenti, risorse materiali e umane al resto dell’economia. È in atto un processo di distruzione accelerata delle strutture del capitalismo: i settori non produttivi dell’economia, quali l’ambiente, la sanità, l’istruzione, l’edilizia abitativa, ecc., sono tutti presi di mira per finanziare gli armamenti. Questi attacchi hanno e avranno un impatto profondo poiché, dopo 60 anni di crisi, il capitalismo è già profondamente fatiscente. In Europa, la borghesia dice alla classe operaia che deve accettare dei sacrifici in nome dell’economia di guerra. Un legame così diretto tra le esigenze dell’economia di guerra e i sacrifici non veniva stabilito dagli anni ’30 e ’40. Tra il 1968 e il 2020, si trattava di accettare gli attacchi, ecc., in nome di un futuro per tutti. Oggi non si parla più di un futuro migliore, ma solo della necessità che la classe operaia soffra in nome della preparazione alla guerra.

1.3. Il muro del debito

Di fronte alla recrudescenza della crisi negli anni ’70 e ’80, è stato proprio il debito pubblico statunitense a consentire a questo Paese di fungere da motore per l’economia mondiale. Alla fine del XX secolo, il ricorso all’indebitamento è stato uno dei motori della globalizzazione [13] e, da allora, il suo impatto distruttivo a lungo termine – che equivale a ipotecare il futuro per il presente – è stato mascherato dalla crescita resa possibile dopo il crollo del blocco dell’Est. L’integrazione dei mercati extra-capitalistici, tra cui quello cinese, ha segnato una nuova svolta nella crisi. Dopo il 2008, le valvole del debito sono state aperte semplicemente per impedire il crollo del sistema finanziario internazionale e la sua caduta in una depressione delle dimensioni di quella degli anni ’30. I massicci flussi di debito e di altri strumenti finanziari negli anni 2010 hanno alimentato una speculazione borsistica su vasta scala, ma la produzione ha subito una stagnazione, nonostante gli sforzi della Cina di svolgere un ruolo trainante nella ripresa dell’economia mondiale.

A partire dagli anni ’70, il capitalismo ha fatto sempre più affidamento sul debito per mantenere a galla i settori non redditizi dell’economia. Ciò ha dato origine alle cosiddette aziende “zombie”, che sopravvivono perché possono ripagare i propri debiti indebitandosi ulteriormente. Queste imprese rappresentavano solo l’1,5% delle prime 20 economie mondiali: nel 2021, questa percentuale era salita al 6,5%. Negli Stati Uniti e in Giappone, tali cifre ammontano rispettivamente al 20% e al 14,3%, a dimostrazione della reale portata della crisi. Un’impresa americana su cinque viene mantenuta in vita indebitandosi ulteriormente! Lungi dall’essere liberata dai suoi rami secchi, la foresta ne è piena.

Il finanziamento del colossale debito pubblico su scala mondiale aggrava l’instabilità. Entro la fine del 2026, gli Stati Uniti dovranno rifinanziare un terzo del loro debito di 38.000 miliardi di dollari, il che significa indebitarsi ulteriormente per ripagare il debito esistente. Questi 10.000 (Da dove viene questa cifra?) miliardi di dollari rappresentano 2,5 volte l’ammontare degli utili aziendali mondiali nel 2023 (4.000 miliardi di dollari). Tutti gli altri paesi devono finanziare il proprio debito, il che porta a una battaglia accanita per vendere titoli di debito sui mercati obbligazionari.

All’apice del capitalismo, il debito ha svolto un ruolo significativo nello stimolare la produzione e nel finanziare l’apertura del mercato mondiale. Nel suo declino, ha lentamente fatto marcire il capitalismo dall’interno. Mantiene in piedi quel cadavere gonfio, stimolando la sovrapproduzione e distruggendola al tempo stesso.

1.4. Il vandalismo populista e il nepotismo di Trump aggravano il caos

Il capitalismo americano si trova a dover affrontare in modo radicale il suo peggiore fallimento militare e le relative conseguenze, con alla guida l’amministrazione più irrazionale, irresponsabile e incoerente che si possa immaginare. La squadra di Trump è impantanata nel conflitto bellico e non possiede né la coerenza politica né la capacità di uscirne causando il minor danno possibile agli interessi nazionali degli Stati Uniti. La distruzione di decenni di esperienza, competenza e conoscenze causata dall’epurazione del Dipartimento di Stato è stata catastrofica. Dilettanti, amici di Trump e avventurieri agiscono alla cieca nel Golfo, minando ulteriormente gli interessi nazionali degli Stati Uniti, mentre cercano di riempirsi le tasche e, naturalmente, quelle di Trump. Di conseguenza, le ripercussioni economiche della guerra non fanno che accumularsi.

Inoltre, l’instabilità dei mercati azionari internazionali e dei prezzi del petrolio è manipolata dal clan Trump. Ogni settimana, Trump è solito far salire i mercati e i prezzi del petrolio il giovedì o il venerdì con una dichiarazione bellicosa, per poi farli crollare la domenica. La classe dirigente sa bene quanto ciò sia destabilizzante, ma è del tutto disposta a manipolare i mercati nel modo più redditizio possibile a proprio vantaggio personale, senza scrupoli e senza curarsi delle possibili conseguenze disastrose per l’economia.

Le minacce di Trump nei confronti di altri paesi, i dazi doganali e le minacce aperte volte a destabilizzare i suoi «nemici» stanno smantellando definitivamente le alleanze e le strutture commerciali e finanziarie che, fino ad ora, avevano permesso almeno una certa forma di cooperazione internazionale di fronte alla crisi economica. Anche questo minimo di cooperazione è quasi del tutto scomparso.

2. Si profila una crisi finanziaria di portata ben superiore a quella del 2008

Da diversi anni, numerosi economisti riconoscono che la questione non è più se si verificherà una nuova crisi finanziaria, ma quando e dove: essi affermano che «una pentola a pressione sepolta nelle profondità della finanza deregolamentata minaccia di esplodere» [14]. E proprio gli sconvolgimenti causati dalla guerra in Iran stanno generando un’onda d’urto che, a causa del protrarsi di una crisi energetica senza precedenti, sta colpendo un sistema finanziario le cui crescenti fragilità rischiano di provocare una catastrofe ben più grave, estesa e profonda della crisi del 2008, che era già stata catastrofica.

Nel contesto di un’economia capitalista sostenuta da un debito che sta uccidendo il paziente e di un sistema finanziario estremamente fragile e instabile, una delle prime conseguenze della guerra in Iran, al di là persino delle incertezze sulla sua durata e dell’impossibilità di tornare allo status quo precedente, è l’erosione della fiducia della classe dirigente nell’inganno che essa stessa ha messo in atto per prolungare il proprio dominio, a causa dei dubbi sulla solvibilità degli stessi Stati e, soprattutto, della potenza dominante, gli Stati Uniti. Questi ultimi, pietra angolare stessa dell’architettura del sistema decadente, hanno visto il proprio debito raddoppiare in dieci anni, mentre si lanciano in un programma di riarmo senza precedenti (senza un reale finanziamento assicurato, mentre Washington è sospettata di prepararsi a un default). Lo stesso vale per le potenze più indebitate, tra cui il Giappone, ma anche la Francia, la Germania e il Regno Unito.

Questa realtà si riflette nel drastico aumento dei tassi di interesse a lungo termine (superiori al 5%), che hanno raggiunto i livelli più alti dal 2007 per il debito statunitense: «Ora che il genio è uscito dalla lampada, non sarà necessariamente facile rimetterlo dentro. Il debito pubblico è esploso ovunque – in particolare negli Stati Uniti – ed è chiaro che il periodo di compiacenza sui mercati obbligazionari è finito. […] J. Dimon, l’influente amministratore delegato di JPMorgan Chase, ha avvertito che, a suo avviso, i tassi potrebbero salire ben oltre. […]. L’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato fa lievitare i costi di finanziamento per le imprese. Ciò mette sotto pressione gli attori più vulnerabili, che devono già far fronte all’aumento dei costi energetici e a un rallentamento della crescita» [15]. 

2.1. I primi segnali della crisi 

Negli ultimi mesi diversi indicatori economici e finanziari sono passati in rosso, confermando la minaccia di una «bomba finanziaria»:

  • L’entità del debito, aggravata dall’intensificarsi delle turbolenze, comincia a incidere sulla stabilità delle valute, come ad esempio la rupia indiana [16]. Per questo motivo la Banca Centrale Europea (BCE) «ha invocato una maggiore responsabilità di bilancio da parte degli Stati membri, condizione preliminare per preservare il margine di manovra della politica monetaria [17]». Numerose banche centrali stanno aumentando le proprie riserve auree per sostenere la base monetaria dell’economia e ridurre la propria dipendenza dal dollaro, il cui ruolo di valuta di riserva è sceso al di sotto del 60% e potrebbe scendere ulteriormente fino al 40 o al 50%.
  • Diversi settori del sistema finanziario globale stanno lanciando segnali di allarme contemporaneamente: si tratta del settore immobiliare commerciale, del credito al consumo e del finanziamento dell’intelligenza artificiale. Secondo i rapporti di istituzioni finanziarie come la Federal Reserve Bank di New York, la percentuale di mutuatari inadempienti negli Stati Uniti – definita come un ritardo di due mesi – ammonta all’8% per i prestiti auto. Promemoria: ammontare totale dei prestiti auto: 1.600 miliardi di dollari. Lo stesso tasso si applica alle carte di credito, anch’esse all’8% – su un ammontare totale di 1.200 miliardi di dollari. E il debito studentesco? Ammontare: 1.600 miliardi di dollari; tasso di insolvenza (ritardo di pagamento superiore a 90 giorni): 14%. Nel settore dei mutui immobiliari commerciali cartolarizzati – con un volume di prestiti in essere pari a 1.800 miliardi di dollari – il tasso di insolvenza ha raggiunto il 12%, il livello più alto dalla crisi del 2008. Tre anni fa era inferiore al 2%.
  • Il credito privato è la componente del sistema finanziario mondiale che preoccupa maggiormente la borghesia. Pertanto, l’organismo internazionale del G20 incaricato di monitorare le vulnerabilità del sistema finanziario ha lanciato, all’inizio di maggio, un avvertimento riguardo ai «rischi crescenti del credito privato» [18] che «rappresenta ormai una quota significativa del sistema finanziario», «in particolare negli Stati Uniti, per finanziare le PMI (piccole e medie imprese) e le imprese di medie dimensioni, che si trovano attualmente nell’occhio del ciclone». Tale preoccupazione deriva, da un lato, dall’aumento delle insolvenze e dei fallimenti negli Stati Uniti, nonché dall’esistenza di «un indebitamento spesso massiccio dei mutuatari sul mercato del credito privato, che li rende più vulnerabili alle “frenate economiche” e alle “interconnessioni tra il credito privato e le banche, gli assicuratori e il capitale di rischio”» [19], e, dall’altro, da quelle «tra le banche e le istituzioni non bancarie» [20].

Così, «Lontano dagli occhi di tutti, il calderone del “credito privato” ribolle da anni. Eppure, i creditori cominciano a farsi prendere dal panico. Una crisi in questo settore innescherebbe una reazione a catena devastante per un’economia già indebolita dall’aumento dei prezzi dell’energia» [21].

  • L’aumento dei casi di insolvenza. I segnali negativi relativi ai casi di insolvenza si stanno moltiplicando dal 2025, in particolare perché una parte significativa dei fondi ha esposto il proprio patrimonio concedendo prestiti ad aziende del settore informatico che si trovano in una situazione di estrema fragilità a causa delle devastazioni subite dall’introduzione dell’IA, la quale minaccia di portare al fallimento molte delle stesse aziende che costituiscono il patrimonio di questi fondi. In balia di apprendisti stregoni ipnotizzati dalle illusioni generate dalla nuova bolla nascosta dell’IA e disposti a correre qualsiasi rischio per cercare di massimizzare ipotetici profitti, queste aziende spesso falliscono, provocando così nuove catastrofi. Una situazione grave che minaccia le aziende ancora in attività di ritrovarsi nuovamente a corto di liquidità e senza una via d’uscita. 
  • La bolla dei finanziamenti nel settore delle tecnologie e dell’intelligenza artificiale. Questi settori, alimentati dal credito privato, presentano esigenze finanziarie future colossali, pur non generando ancora profitti o generandone pochissimi. Questa situazione è tanto più preoccupante in quanto: «Gli investimenti previsti nel settore dell’intelligenza artificiale per il periodo 2025-2029 sono stimati a 3.000 miliardi di dollari» (fonte: Morgan Stanley). Aziende con una valutazione compresa tra 800 e 900 miliardi di dollari non hanno ancora realizzato alcun profitto. Si prevedeva che OpenAI avrebbe iniziato a generare profitti a partire dal 2030, ma un’analisi della Hong Kong and Shanghai Banking Corporation (HSBC) risalente al novembre 2025 ha vanificato queste speranze, stimando che a quel punto OpenAI avrebbe ancora avuto bisogno di raccogliere 207 miliardi di dollari e avrebbe continuato a operare in perdita.

Una quota crescente del credito privato finanzia settori altamente specializzati, in particolare i centri dati legati allo sviluppo dell’IA: «Si stima che in questi progetti siano impegnati diverse centinaia di miliardi di dollari, i cui rendimenti dipenderanno dall’effettiva concretizzazione della domanda di servizi di IA. Un eccesso di capacità in questo settore potrebbe comportare perdite significative» [22].

2.2. Si profila all’orizzonte una crisi del credito?

Oggi, la bolla creditizia da 2.000 miliardi di dollari sta iniziando a scoppiare e, man mano che si diffonde in tutto il settore bancario, rappresenta una minaccia potenzialmente più grave della crisi dei subprime del 2008. Infatti, nel frattempo, l’ordine di grandezza è completamente cambiato. L’ammontare del debito dei mutui subprime ammontava a 700-800 miliardi di dollari. Oggi, quello del credito privato si attesta tra 1.500 e 2.000 miliardi di dollari. A ciò si aggiunge il volume dei prestiti bancari – ulteriori 1.800 miliardi – concessi a istituzioni non depositarie, ovvero istituzioni finanziarie non bancarie – nome rispettabile di quello che altrove viene definito il sistema bancario parallelo.

Tuttavia, se le banche iniziano a subire pesanti perdite, l’intero sistema finanziario vacillerà, e con esso l’economia reale. Le banche private controllano i depositi, i prestiti e i sistemi di pagamento: strumenti fondamentali per il corretto funzionamento dell’economia. Quando si trovano in difficoltà, la loro reazione istintiva è quella di chiudere i rubinetti del credito, fenomeno noto come «restringimento del credito».

Insomma, nel contesto della storica crisi di sovrapproduzione si stanno sviluppando, da un lato, una destabilizzazione economica e una crisi energetica legate al moltiplicarsi degli scontri bellici tra imperialismi di ogni tipo e all’esplosione del militarismo e, dall’altro, una crisi finanziaria legata al peso sempre più insostenibile del debito. E ciò che rende la situazione oggi ancora peggiore è l’impatto esplosivo della loro interazione.

3. Sull'orlo del baratro economico: le conseguenze per la classe operaia

In conclusione, per quanto riguarda il futuro, ciò che è chiaro per alcuni settori della stessa borghesia è che l’attuale crisi economica apre le porte all’ignoto. E infatti, l’attuale crisi economica provocherà sconvolgimenti inimmaginabili, attacchi massicci che non faranno altro che far sprofondare una parte sempre più ampia dell’umanità nella povertà assoluta.

La classe dirigente è ben consapevole della crescente instabilità del proprio sistema. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Banca Mondiale e l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) hanno tutti pubblicato rapporti in cui si mette in guardia dalla minaccia che grava sull’economia mondiale. Già nel 2025, un rapporto del FMI segnalava l’instabilità finanziaria all’orizzonte: «A livello globale, i rischi di instabilità finanziaria rimangono elevati. Il sistema finanziario mondiale si trova oggi a dover affrontare la guerra in corso in Medio Oriente, possibili tensioni inflazionistiche, crescenti rischi di un nuovo inasprimento delle condizioni finanziarie, nonché diversi canali di amplificazione che potrebbero trasformare le turbolenze sui mercati in instabilità finanziaria» [23]. Per alcune frange della stessa borghesia, è chiaro che «ci stiamo dirigendo verso qualcosa che non ha precedenti», verso qualcosa di paragonabile a «una crisi nucleare, senza giochi di parole, in cui tutte le componenti si potenziano a vicenda in una reazione a catena, ma senza barra di grafite. È difficile immaginare la portata di questa crisi sociale. Licenziamenti di massa, fallimenti, sia personali che aziendali, inflazione e, peggio ancora, carenze» [24].

Se la stessa borghesia, nelle sue frazioni più lucide, intravede la prospettiva spaventosa di una «crisi nucleare», non ha altre soluzioni da proporre se non quella di attacchi ancora più spietati contro la classe operaia: «Le ripercussioni della crisi attuale saranno le più profonde e brutali di tutto il periodo di decadenza, sotto gli effetti cumulativi dell’inflazione, dei tagli di bilancio, dei piani di licenziamento (aggravati in particolare dall’introduzione dell’intelligenza artificiale nell’apparato produttivo) e del drastico calo dei salari»[25].

Il probabile emergere di gravi turbolenze, senza precedenti nella storia, che rivelano sempre più chiaramente la perdita di controllo da parte della classe dirigente sul proprio sistema in decomposizione, richiede alle organizzazioni rivoluzionarie uno sforzo teorico per rafforzare il proprio quadro analitico, al fine di poter assumersi le proprie responsabilità in materia di intervento: in particolare per quanto riguarda la necessaria comprensione dei fattori che minano la capacità del sistema capitalista nel suo complesso di far fronte alla crisi in corso – ma anche in relazione alla crescente incapacità della classe dominante di affrontare in modo coordinato la catastrofe che si profila. Tutti i modi di produzione del passato hanno conosciuto una fase di declino e momenti di crisi legati alle contraddizioni e ai limiti propri dei loro rapporti sociali. Lo stesso vale per il sistema capitalista. Ma a differenza di quelli del passato, in cui potevano instaurarsi nuovi rapporti di produzione che subentravano per dare nuovo slancio alla società, il capitalismo, in quanto ultimo sistema di sfruttamento della storia, non può che continuare a marcire in piedi finché non avrà avuto luogo il suo rovesciamento rivoluzionario. Minaccia quindi sempre più il mondo intero con le sue convulsioni mortali.

La CCI, come la tradizione marxista non ha mai smesso di sostenere, afferma che gli effetti della crisi economica rimangono comunque il terreno fertile su cui le lotte del proletariato saranno destinate a svilupparsi, anche se ci attendono ancora ostacoli e difficoltà immense. La crisi economica, nel contesto del declino storico di un sistema in decomposizione, costituisce effettivamente una base fondamentale su cui il proletariato è chiamato a difendere le proprie condizioni di vita, perché non avrà altra scelta che lottare! Una necessità che dovrà spingerlo, a lungo termine, a generalizzare la sua lotta, che occorrerà politicizzare in modo da riaffermare, in modo consapevole e unito, la prospettiva rivoluzionaria cara alla causa comunista. 

Syl & W, luglio 2026

1 Questa crisi diventerà la più grave di tutto il periodo di decadenza: Revue Internationale 172, 2024.

2 (Idem)

3 Rapporto sulla crisi economica del 26° Congresso della CCI: Revue internationale 174, 2025.

4 Perché la crisi dell’offerta di petrolio potrebbe verificarsi in ritardo (in inglese)

5 La guerra in Iran farà aumentare il costo dei lubrificanti (in inglese)

6 Come la guerra in Iran abbia appena messo in ginocchio l’industria chimica europea https://europeanbusinessmagazine.com/business-iran-war-broke-european-ch... (in inglese)

7 Perché la guerra in Iran potrebbe aver appena messo fine al boom dell’intelligenza artificiale https://oilprice.com/Energy/Energy-General/Why-the-Iran-War-May-Have-Jus... (in inglese)

8 Rapporto sulla stabilità finanziaria nel mondo, aprile 2025, «Rafforzare la resilienza in un clima di incertezza», FMI. (in francese)

9 idem

10 Le condizioni della rivoluzione: crisi di sovrapproduzione, capitalismo di stato e economia di guerra , Revue Internationale 31, 1982. (in francese)

11 La spesa militare dell'UE raggiungerà i 454 miliardi di euro nel 2026, contro i 204 miliardi del 2022.

12 Le condizioni della rivoluzione: crisi di sovrapproduzione, capitalismo di stato e economia di guerra, Revue Internationale 31, 1982. (in francese)

13 In altre parole, «l’estensione su scala mondiale delle frodi relative alla legge del valore, attraverso la generalizzazione a livello planetario delle misure e dei meccanismi che avevano iniziato a svilupparsi sotto l’egida degli Stati Uniti nell’ambito del blocco occidentale nell’ultimo decennio della sua esistenza, al fine di combattere – mediante una domanda finanziata artificialmente dal debito – le conseguenze della ristrettezza dei mercati che incidevano sulla redditività del Capitale».» (Questa crisi diventerà la più grave di tutto il periodo di decadenza; Revue internationale 172) (in francese)

14 Una bomba finanziaria sul punto di esplodere? La crisi scellerata, Le Monde Diplomatique, maggio 2026.

15Les Échos, 22-23 maggio 2026

16 «Una valuta in costante calo mentre i prezzi degli idrocarburi continuano a salire. Di fronte a questo “effetto forbice”, che minaccia sia la crescita che l’inflazione e la bilancia dei pagamenti, l’India è costretta ancora una volta a venire in soccorso della rupia, in caduta libera dall’inizio della guerra in Iran.», Les Échos, 22-23 maggio 2026

17 Les Échos 29-30/05

18 Il credito privato è una forma di finanziamento in cui istituzioni non bancarie (fondi di investimento, hedge fund, fondi pensione, compagnie assicurative, ecc.) prestano direttamente denaro a società non quotate, senza passare attraverso i mercati regolamentati né attraverso il circuito bancario tradizionale. Si tratta quindi di un rapporto di debito tra due entità private non finanziarie, che operano al di fuori dell’ambito di competenza delle autorità di regolamentazione. A seguito della crisi dei subprime, le banche sono state costrette a risanare i propri bilanci (in una certa misura) e a mostrarsi più selettive. Risultato: numerose imprese si sono ritrovate prive di accesso al credito, sia perché troppo piccole per accedere ai mercati obbligazionari, sia perché troppo fragili dal punto di vista finanziario per convincere un banchiere a concedere loro un prestito. È in questo vuoto che è nato il credito privato. Il modello economico è molto semplice: da un lato, investitori alla ricerca di rendimenti in un contesto di tassi d’interesse ai minimi storici; dall’altro, aziende che le banche si rifiutano di finanziare. Tra i due, ci sono fondi che promettono agli investitori un rendimento annuo del 10%, un rendimento molto allettante. I fondi concedono poi prestiti a queste imprese con una durata da 5 a 7 anni a tassi compresi tra il 13 e il 14%, il che permette loro sia di remunerare gli investitori sia di generare il proprio margine. Questa struttura presenta due principali punti deboli. La prima riguarda i mutuatari. Si tratta per lo più di imprese in una situazione finanziaria precaria – il che, del resto, giustifica tassi dal 13 al 14%. […] Quando aumentano le insolvenze e la fiducia si erode, gli investitori vogliono recuperare il proprio investimento. È qui che entra in gioco la seconda debolezza: l’indisponibilità di liquidità. Il denaro prestato alle imprese rimane immobilizzato per 5-7 anni, quindi non è disponibile in contanti.

19 I fondi di debito privato non prestano solo il proprio capitale proprio. Essi stessi prendono in prestito dalle banche circa il 30% della loro esposizione, per aumentare i propri rendimenti. Questo meccanismo crea un legame indiretto tra le banche e il mercato del credito privato. (Cf. Crisi del credito privato: cosa rivelano le turbolenze americane e perché l’Europa sta resistendo meglio - Rhétorès Finance) (in francese)

20 Les Échos, 7, 8 et 9 maggio 2026

21 Una bomba finanziaria sul punto di esplodere? La crisi scellerata, Le Monde Diplomatique, maggio 2026.

22 Il Credito Privato: fonte di una prossima crisi finanziaria, La finanza per tutti, 22 maggio 2026. (in francese)

23 Rapporto sulla stabilità finanziaria nel mondo, aprile 2025, FMI.

24 Una bomba finanziaria sul punto di esplodere? La crisi scellerata, Le Monde Diplomatique, maggio 2026.

25 Rapporto sulla lotta di classe – maggio 2025, Revue Internationale n°174 (in francese)

Corrente Comunista Internazionale
Decomposizione
Destabilizzazione dell'economia mondiale
Home
Corrente Comunista Internazionale
Proletari di tutti i paesi, unitevi!

Footer menu

  • Posizioni di base
  • Contatto