Mercoledì 24 giugno, alle ore 18, un terremoto di magnitudo 7,1 – seguito da un altro di magnitudo 7,5 – ha scosso il centro del Venezuela. Ad oggi, il bilancio ufficiale parla di circa 5.000 morti, 50.000 dispersi e migliaia di persone ridotte in condizioni di estrema indigenza. Già prima di questi terremoti, l’iperinflazione e i bassi salari avevano fatto precipitare il 70% della popolazione nella povertà; la catastrofe ha ora aggravato ulteriormente questa situazione precaria.
Lo Stato di La Guaira è stato il più duramente colpito, con oltre 200 edifici ridotti in macerie. In alcune zone, l’elettricità e i telefoni pubblici sono fuori servizio, mentre le reti di telefonia digitale funzionano male. Secondo gli esperti, il terremoto di magnitudo 7,5 ha liberato un’energia equivalente a quella di 260 bombe atomiche del tipo sganciato dagli Stati Uniti su Hiroshima, in Giappone.
Un terremoto è un fenomeno naturale inevitabile, anche se può essere previsto. È tuttavia possibile garantire un certo livello di sicurezza strutturale. Ma i progetti edilizi – siano essi realizzati dal governo o da imprese private – sono dettati dalla riduzione dei costi; quando a ciò si aggiunge la corruzione, il risultato sono strutture fragili che si trasformano in trappole mortali. Di conseguenza, gli edifici più gravemente colpiti sono quelli che ospitavano la classe operaia. La storia dei terremoti ci insegna che il capitalismo è una macchina che genera caos, mossa dalla ricerca del profitto.
Sotto il capitalismo, la tecnologia è al servizio della morte
Quando Trump ha ordinato la cattura di Maduro, secondo Dan Caine – presidente del Comitato dei capi di Stato Maggiore interforze degli Stati Uniti – sono stati dispiegati oltre 150 velivoli, tra cui bombardieri, aerei da caccia, piattaforme di intelligence e sorveglianza, nonché elicotteri d’attacco; inoltre, secondo Trump, sono state utilizzate «armi segrete» dotate di tecnologie all’avanguardia. Questa operazione è costata 3 miliardi di dollari.
In netto contrasto con la precisione e le notevoli risorse mobilitate durante l’«operazione Inherent Resolve», il salvataggio dei sopravvissuti sepolti sotto le macerie non è stato una priorità per Washington. Gli Stati Uniti hanno annunciato un aiuto di 150 milioni di dollari, pari a appena il 5% delle spese sostenute per l’operazione volta a catturare Maduro.
Dando prova di ipocrisia, gli Stati Uniti e altri governi hanno offerto un aiuto che, tuttavia, è arrivato con diversi giorni di ritardo e con attrezzature inadeguate; a quel punto, non c'era più molto da fare per salvare i sopravvissuti. Dove sono finite, dunque, le loro tanto decantate capacità tecnologiche?
Anche il governo ad interim si è distinto per la sua assenza; oltre al decreto che sospendeva le attività scolastiche, i servizi della metropolitana e dei treni e la fornitura di gas, non ha mostrato alcuna preoccupazione per il salvataggio delle persone rimaste intrappolate. Con il pretesto di frenare i saccheggi, ha ordinato lo schieramento dei militari, lasciando loro in realtà piena libertà di saccheggiare a loro volta gli edifici.
Guerre, distruzione e miseria: il capitalismo minaccia di annientare l’umanità
Questa catastrofe si svolge in un contesto storico segnato dalla guerra in Ucraina, dal genocidio nella Striscia di Gaza, dalla guerra americano-israeliana contro l’Iran e dai conflitti in Africa, Medio Oriente e Asia. È aggravata dalle siccità dovute al cambiamento climatico – in particolare dal fenomeno El Niño definito «apocalittico» dalla comunità scientifica, che provocherà un’impennata dei prezzi dei generi alimentari – nonché da una crisi economica mondiale in peggioramento, che sta costringendo oltre 117 milioni di persone a fuggire dalla fame (mentre 733 milioni di persone nel mondo ne soffrono), la miseria e la violenza estrema. Gli Stati Uniti agiscono come la principale forza destabilizzante nella loro sfrenata volontà di difendere i propri interessi a tutti i costi.
Il caso del Venezuela mette a nudo gli effetti della decomposizione capitalista; frazioni corrotte della borghesia e della piccola borghesia si sono impadronite dell’apparato di Stato sotto la bandiera della lotta contro “l’imperialismo americano”. Durante il braccio di ferro con gli Stati Uniti il governo Chavez a impiegato somme considerevoli per acquistare armi dalla Russia e dall’Iran, costruendo così un apparato repressivo brutale con il pretesto di neutralizzare i nemici interni ed esterni.
L'apparato militare – principale strumento di potere del governo – aveva già dato prova della propria insensibilità in occasione delle valanghe di fango di La Guaira nel 1999, che avevano causato la morte di 2.000 persone, distrutto centinaia di abitazioni e costretto allo sfollamento migliaia di famiglie; quell’evento costituiva un sinistro preludio a quanto sarebbe accaduto in seguito. Oggi, di fronte ai terremoti, la borghesia rivela ancora una volta la sua depravazione. Il governo ha mancato di diligenza nei momenti più critici, preferendo preoccuparsi di mantenere il potere e di garantire la lealtà e la coesione a tutti i costi. Il coordinamento con le squadre di soccorso giunte dall’estero è stato caotico; un’operazione di soccorso organizzata dal governo tedesco non ha potuto essere operativa a causa di ostacoli burocratici. Il disprezzo e la derisione della borghesia nei confronti della popolazione colpita traspaiono dalle parole di Trump che così descrive la situazione in Venezuela: «A parte il terremoto, la gente è felice e balla per le strade».
I lavoratori non possono aspettarsi alcun aiuto dalla borghesia
L’indignazione pubblica è immensa. Le comunità che partecipano alle operazioni di soccorso esortano la polizia a fornire il proprio aiuto o a farsi da parte. Sono scoppiati violenti scontri tra gli abitanti e le forze dell’ordine. Persino alcuni membri delle missioni internazionali hanno espresso la propria indignazione di fronte all’atteggiamento del regime e alla presenza dei partiti politici interessati solo a tirare profitto dalla situazione per farsi propaganda. La collera cresce di giorno in giorno man mano che l’ampiezza della tragedia – e la responsabilità del governo borghese – diventano evidenti.
Molti di coloro che avevano accolto con favore l’iniziativa statunitense volta a destituire Maduro si sentono oggi traditi dalla mancanza di una risposta per venire in aiuto alle vittime. Sono state dispiegate truppe e materiale militare ed è stato allestito un ospedale da campo, ma nulla di più. Non è stata esercitata alcuna pressione sul governo affinché ponga fine alla repressione o revochi le restrizioni alle comunicazioni che ostacolano l’efficacia delle operazioni di soccorso. Nel frattempo, i chavisti e le frange più radicali della sinistra tirano fuori la loro retorica anti-imperialista più tossica, invitando a opporsi all’«occupazione yankee».
Il capitalismo è un sistema in decadenza, in rapida disintegrazione; offre solo guerra, miseria e distruzione. L’esistenza stessa di questo sistema mette in pericolo l’umanità intera. L’abbandono della popolazione intrappolata sotto le macerie non fa che confermare la scarsa considerazione che la classe dirigente ha della vita dei lavoratori e degli sfruttati. Tuttavia, l’indignazione suscitata dal trattamento umiliante inflitto dalle forze repressive rivela anche che la forza degli sfruttati risiede nella loro unità e nella loro solidarietà.
G/L (22 luglio)