englishfrançaisdeutschitalianosvenskaespañoltürkçenederlandsportuguêsΕλληνικά
русскийहिन्दीفارسی한국어日本語filipino中文বাংলাmagyarsuomi
Home
Corrente Comunista Internazionale
Proletari di tutti i paesi, unitevi!

Navigazione principale

  • contatti
  • che cosa è la CCI?
    • Posizioni di Base
    • Piattaforma della CCI
    • 1975 Manifesto
    • 1991 Manifesto
    • Storia della CCI
    • Como diventare membro
  • stampa
    • ICConline
    • Rivista Internazionale
    • Rivoluzione Internazionale
  • opuscoli
    • Manifesto sulla rivoluzione di Ottobre, Russia 1917
    • Ottobre 1917, inizio della rivoluzione mondiale
  • abbonamenti
  • opuscoli e libri

Venezuela, Groenlandia... Dietro i colpi di stato, gli Stati Uniti esacerbano il caos capitalista!

Briciole di pane

  • Home

Con la spettacolare operazione del 3 gennaio, distogliendo il presidente del Venezuela Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores dal sonno nel cuore di una casa ultra-sicura, la principale potenza mondiale ha lanciato un avvertimento al mondo: gli Stati Uniti possono usare la loro schiacciante forza militare in qualsiasi momento per imporre e difendere ovunque i propri interessi nazionali. Ricatto, pressioni aperte e ora rapimenti, caratteristici dei sistemi mafiosi, sono ormai ben radicati all’interno dell’ex comunità internazionale. Ed è proprio con questi stessi metodi da gangster che la potenza americana ha lanciato minacce agli altri teppisti del mondo che appaiono, al contrario, solo più attenti, soffiando caldo e freddo contro la Groenlandia o il Canada, contro gli europei, la NATO o l'ONU[1] durante il Forum di Davos. La giustificazione ufficiale, completamente falsa, di lotta contro il narcoterrorismo di Maduro, era un semplice pretesto che non inganna nessuno. Allo stesso modo, le grandi fantasie di Trump sul petrolio venezuelano, ampiamente riprese da tutte le borghesi internazionali e in particolare dalle loro frazioni di sinistra, per ridurre l’azione a una semplice guerra per le risorse, ormai non hanno più credibilità: l’estrazione eccessivamente costosa, le strutture fatiscenti e l’instabilità non interessano i grandi gruppi petroliferi, né agli investitori che non si affollano alla porta. Il significato di quanto avvenuto e la portata dell’offensiva americana hanno altre motivazioni, molto più globali, molto più brutali e distruttive!

Un terremoto di proporzioni storiche

In realtà, le intenzioni dell’amministrazione Trump e degli Stati Uniti erano quelle di colpire e intimidire i loro rivali, in particolare cinesi e russi, per cercare di dissuaderli dall’irrompere aggressivamente nella tradizionale zona d'influenza di Washington, ovvero l’America Latina. Le intrusioni commerciali nel continente o la costruzione di infrastrutture portuali sono sempre più mal viste dallo Zio Sam, come è già stato dimostrato, ad esempio, dalla reazione di Trump a Panama riguardo al flusso di merci cinesi e sul controllo del canale. Dietro la retorica del «controllo per emisferi» si cela una priorità strategica che rimane assolutamente intatta: contenere il principale sfidante degli Stati Uniti sulla scena globale, la Cina e impedirne l’espansione. Ecco il principale motivo di questa impresa militare in Venezuela.

Questa politica brutale, che ha solo rafforzato la nuova Strategia di Difesa Nazionale (NSS) annunciata e pubblicata appena un mese prima, è stata di vasta portata, aprendo ulteriormente il vaso di Pandora di un’accelerazione senza precedenti del caos e del disordine mondiale. E il suo modo di calpestare il diritto internazionale equivale a nient’altro che a distruggere l’intero ordine internazionale e le istituzioni create per garantirlo da parte degli stessi Stati Uniti fin dal 1945. Da questo punto di vista, l’offensiva americana segna un rilevante approfondimento del processo di disgregazione della società capitalista, un nuovo salto di qualità nell’evoluzione delle rivalità imperialiste e dell’«ognuno per sé».

La politica di Trump, prosaicamente senza inibizioni e dai contorni imprevedibili, sta già avendo notevoli conseguenze. In pochi giorni, Washington è passato dall’intensificare il suo intervento in Venezuela, a fare nuove e dirette minacce alla Danimarca per la Groenlandia, per poi sequestrare una nave russa in acque internazionali e infine annunciare nuovi programmi di armamenti massicci! Ora è il Canada a essere direttamente preso di mira per il desiderio americano di destabilizzare la provincia dell’Alberta. Questa politica, che annuncia un ulteriore aggravamento del militarismo e delle tensioni, si sta già svolgendo in un contesto di crescente instabilità e guerre totalmente distruttive, in particolare in Europa tra Ucraina e Russia, accelerando ulteriormente la corsa sfrenata agli armamenti[2]. Se le reazioni dell’Unione Europea sono state più ferme del solito verso le minacce di Trump di rendere la Groenlandia il 51° stato degli Stati Uniti, stanno crescendo i disaccordi all’interno della NATO. A differenza del Venezuela, la Groenlandia fa parte della Danimarca, che per la prima volta è minacciata nella sua integrità dagli Stati Uniti, anche se è uno stato dell’Unione Europea dal 1973 e membro fondatore della NATO. Allo stesso modo, il Canada, anch’esso minacciato dal clan Trump, è membro del Commonwealth britannico, della NATO ed alleato tradizionale degli Stati Uniti.

Un’accelerazione simile della situazione e della natura delle minacce non fa che aumentare le tensioni, rafforzare la fibrillazione, acuendo l’incapacità delle grandi potenze a mantenere una coerenza strategica sul lungo termine. Gli eventi si susseguono a velocità vertiginosa, costringendo a reazioni immediate, uno sconvolgimento che gli Stati non riescono ad assimilare per tempo, che portano a tensioni per le quali le già indebolite alleanze del passato vengono rapidamente messe in discussione, spingendo anche a reazioni effimere, di circostanza, in continuo mutamento, senza un autentico riferimento. Le minacce imprevedibili di Trump dopo il divorzio transatlantico, come il desiderio di abbandonare il sostegno all’Ucraina, ponendo fine unilateralmente a questo conflitto, per non parlare di quelle di folli dazi doganali contro i Paesi europei, avevano portato a timide disapprovazioni da parte di questi ultimi. Oggi, anche in ordine sparso, i paesi europei e l’Unione Europea hanno per la maggior parte giudicato le minacce «inaccettabili» rimanendo uniti fra loro. Ecco perché stavolta hanno tenuto testa ed inviato con urgenza contingenti militari simbolici in Groenlandia, spingendo il Segretario Generale della NATO Mark Rutte a assumersi un complesso ruolo di equilibrista, a costo di grandi cambiamenti, nel tentativo di ridurre la pressione, modificare in apparenza le intenzioni di Trump, sollevando temporaneamente le borghesie europee dalle loro preoccupazioni. Una situazione del genere conferma pienamente l’analisi della CCI sul divorzio tra lo Zio Sam e l’Unione Europea, sottolinea l’accelerazione del caos guerriero in una tendenza all’ognuno per sé, mentre gli altri gruppi dell’ambiente politico proletario continuano a parlare di un «blocco che si sta rafforzando in vista della terza guerra mondiale».

Sempre più voci si fanno sentire in Europa per affermare che gli Stati Uniti non costituiscono più un alleato affidabile! Questa convinzione è stata ulteriormente rafforzata da alcuni membri dell’Unione Europea, soprattutto di fronte alla nuova azione a sorpresa di Trump di bypassare ed allontanarsi completamente dal quadro dell’ONU, inaugurando, proprio nel momento del Forum di Davos, una sua struttura alternativa, un cosiddetto «consiglio di pace» interamente sotto il suo controllo. Infine, le potenze europee si trovano intrappolate in una forte dipendenza militare ed energetica da Washington e la loro iniziale fermezza appare fragile. Una situazione che può solo aggravare le crescenti tensioni tra gli stati europei e al loro interno tra fazioni filo- e antiamericane, generando così debolezza e crescente instabilità politica.

Ma nulla di tutto ciò indica un rinnovato controllo del potere americano sul mondo. L’abbandono del multilateralismo, delle regole dell’ordine internazionale e delle mistificazioni democratiche, introdotte dagli stessi Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale è, al contrario, l’espressione più chiara del suo indebolimento storico. Sebbene la Strategia di Sicurezza Nazionale (NSS) non segni una rottura con le ambizioni egemoniche dell’imperialismo statunitense, essa mira a difendere i propri interessi in un contesto in cui non è più in grado di imporre un «nuovo ordine mondiale», di fronte all’ognuno per sé che domina il mondo. Inoltre, se alcuni si preoccupano per la sanità mentale di Trump e si chiedono perché siamo arrivati a un tale livello di caos e pericolosità nel mondo, dove gli Stati Uniti sembrano spararsi sui piedi nel lungo periodo, la risposta non si trova nella personalità o nel profilo di Trump, per quanto irrazionale possa sembrare la sua condotta. Le vere ragioni del suo comportamento politico e di tutto questo caos vanno ricercate nell’evoluzione storica del sistema capitalistico. Trump non è altri che il vero volto di un capitalismo in piena putrefazione.

Una nuova accelerazione della fase di decomposizione capitalista

Dopo l’implosione del blocco orientale e il crollo dell'Unione “sovietica” nel 1989, conseguenze del nuovo periodo di decomposizione capitalista, il presidente George W. Bush senior annunciò l’avvento di un «nuovo ordine mondiale» sotto la guida degli Stati Uniti e approfittò dell’invasione irachena del Kuwait nel 1990, per lanciare la prima guerra del Golfo, al fine di garantire il rispetto dello stato di diritto in nome della «comunità internazionale» e delle Nazioni Unite, schierando più di trenta paesi dalla sua parte, serrando così le fila degli ex alleati europei.

Ma presto, il panorama imperialista globale fu segnato da una sistematica e diffusa messa in discussione della leadership americana, anche da parte degli alleati europei. Da quel momento in poi, le reazioni del gendarme americano per difendere la sua leadership diventeranno sempre più brutali. Durante la guerra in Jugoslavia poco dopo, i membri della NATO si opposero apertamente e frontalmente allo Zio Sam, che finì per avere l’ultima parola mostrando la sua forza per firmare gli Accordi di Dayton nel 1995, lottando per porre fine alla guerra in Bosnia. Ancora più seriamente, durante la seconda guerra e l’invasione dell’Iraq nel 2003, gli “alleati” della NATO, inclusa Francia e Germania, arrivarono persino a rifiutarsi di sostenere la politica degli Stati Uniti e di partecipare a operazioni militari. Fu senza il consenso dell’ONU e con un sostegno ridotto da parte dei membri della NATO che l’amministrazione Bush junior invase l’Iraq.

Originariamente, queste tensioni continuarono a far parte di un quadro giuridico e istituzionale multilaterale uscito dal secondo dopoguerra e gli Stati Uniti miravano a mantenerlo al meglio delle possibilità. Inoltre, tutte queste operazioni portavano l’impronta ideologica della «lotta per la libertà e la democrazia» contro i poteri autocratici e dittatoriali. Più che un «poliziotto», gli Stati Uniti cercavano di apparire come il «difensore» dei valori umanisti vittoriosi dell’Occidente, il campione della democrazia. Le guerre venivano combattute sistematicamente dietro la maschera ipocrita dell’«aiuto umanitario».[3]

Con la campagna contro il terrorismo dopo l’attacco alle Torri Gemelle nel 2001 e la guerra in Iraq del 2003 e le sue palesi menzogne sulle presunte scoperte di armi di distruzione di massa, gli Stati Uniti hanno teso sempre più a liberarsi apertamente dalle decisioni dell'ONU, conducendo unilateralmente la propria sanguinosa crociata. Da allora, di fronte al fallimento evidente di un «nuovo ordine mondiale», sponsorizzato dagli Stati Uniti, questa tendenza a rompere continuamente con il diritto internazionale, a intervenire militarmente seminando il caos, come in Afghanistan, è diventata evidente. Il «poliziotto del mondo» americano stava diventando sempre più il principale teppista che causava guai e caos.

Se Trump è fondamentalmente solo una versione caricaturale di questa violenza sempre più aperta, l’inizio del suo secondo mandato rappresenta comunque una vera accentuazione in questo senso, con il desiderio esplicito della nuova amministrazione di porre fine al conflitto in Ucraina rinunciando al multilateralismo e ai meccanismi diplomatici tradizionali ed escludendo i principali «alleati» europei dai negoziati. Le clamorose dichiarazioni del Presidente americano contro il «diritto internazionale» e le istituzioni internazionali, stanno sabotando i famosi valori democratici per fare spazio al pragmatico «America First», ratificando un vero divorzio tra europei e l’America di Trump. La decisione unilaterale di distruggere le strutture nucleari in Iran all'inizio dell’estate 2025 conferma che l’ordine mondiale nato dal 1945 è crollato, anche se persiste l’illusione di un intervento volto ad «annientare un pericolo nucleare portato da una potenza antidemocratica». Con il colpo di mano in Venezuela, la prima borghesia al mondo, che aveva fatto della sua democrazia un modello per tutti, mostra quanto interesse questa classe di briganti riservi per questa democrazia, i “diritti umani” e la “libertà”: solo menzogne volte a mascherare il vero volto del capitalismo, un sistema fondamentalmente senza legge dove vince sempre il più forte. A qualunque costo!

Tale vandalismo da parte di Trump può solo aumentare il caos e lo sviluppo di tensioni e manipolazioni ideologiche di ogni tipo. L’imperialismo russo si sentirà incoraggiato a imporre il proprio dominio sulla sua «sfera d'influenza» in Ucraina, nei Paesi Baltici e nell’Europa orientale. Le ambizioni della Cina verso Taiwan saranno rafforzate. L’Europa sarà ancora più fragile e minacciata poiché sta già vivendo una forte dissonanza tra gli Stati membri, un processo di frammentazione ormai ben avviato. Tuttavia gli Stati Uniti non potranno emergere vincitori da una dinamica di irrazionalità e caos. Diventeranno gli agenti e acceleratori del proprio declino, anch’essi minati dall’interno da una sorta di guerra civile latente, in cui Trump e il suo clan si troveranno sempre più isolati in una società frammentata da tutte le parti, compresi coloro che sostenevano la sua campagna presidenziale dietro la bandiera MAGA. Se Trump è stato costretto a cambiare atteggiamento verso la Groenlandia, è a causa della pressione esterna degli europei, che hanno reagito con maggiore fermezza, ma anche a causa della caotica situazione politica interna e delle fratture che esistono all'interno della principale potenza mondiale[4]. Una situazione che esprime un processo di decadimento dell’apparato politico della classe dominante, legato alla fase di decomposizione del capitalismo.

E ci aspetta il peggio! I rivali, sempre più numerosi, chiederanno il conto, metteranno solo ostacoli agli Stati Uniti, cercando a loro volta di usare le loro armi, quelle che giocano sulla destabilizzazione e sul caos. Questo accadrà, ad esempio, in America Latina dove, lungi dal «porre fine al traffico di droga», il calcio di Trump a quel formicaio, genererà solo una miriade di altri traffici di ogni tipo. In breve, una spirale infinita, un vortice che può solo portare lo Zio Sam a usare la sua unica forza, quella delle armi, una logica che sta diventando generalizzata e può solo portare a mettere in discussione le fondamenta stesse di qualsiasi civiltà, il che conduce solo al nulla e alla morte.

Di fronte a questa dinamica mostruosa che, a lungo termine, potrebbe generare una possibile distruzione della specie umana, esiste una sola alternativa: quello della lotta del proletariato per una società comunista.

WH, 24 Gennaio 2025


 


[1] Si tratta di un «rifugio di briganti», qualificazione appropriata usata da Lenin ai suoi tempi riguardo alla Società delle Nazioni (l’antenata dell’ONU).

[2] Dopo aver effettuato spese colossali, tutti gli Stati continuano ad annunciare nuovi aumenti di bilancio a favore di nuove spese militari. Questo è ovviamente il caso degli Stati Uniti, che prevedono un bilancio della difesa di 1.500 miliardi di dollari, cioè il 50% in più rispetto a quanto inizialmente previsto. Un altro esempio è il caso della Francia, con la promessa di un aumento di 3,5 miliardi di euro al progetto di legge di bilancio 2026 e una somma aggiuntiva di 3 miliardi prevista per il 2027...

[3] Vedi ad esempio, durante la prima guerra del Golfo, l’operazione di lancio di viveri «Provide Comfort», destinata a giustificare i bombardamenti sull’Iraq.

[4] Come il governatore della California, Gavin Newsom, democratico, che incoraggia gli europei a opporsi alle politiche di Trump e invita la comunità internazionale a “svegliarsi”.


 

Venezuela
Stati Uniti
Europa
Caos capitalismo
Home
Corrente Comunista Internazionale
Proletari di tutti i paesi, unitevi!

Footer menu

  • Posizioni di base
  • Contatto