30 anni fa la caduta del muro di Berlino. Ancora una volta la borghesia si mobilitata per diffondere la sua grande menzogna

Documentari, trasmissioni radiofoniche, notiziari, articoli di stampa, commemorazioni pubbliche ... tutti mezzi disponibili per ripetere instancabilmente che la caduta del muro, il 9 novembre 1989, è stata il vero simbolo del "fallimento del comunismo". Tuttavia, come abbiamo sempre sostenuto, i regimi stalinisti del blocco dell'Est hanno sempre incarnato una particolare forma di capitalismo di Stato e mai nemmeno lontanamente la società comunista. Se il suo ventesimo anniversario fu "celebrato" in pompa magna dalla classe dominante, specialmente in Europa, le attuali commemorazioni assumono una forma molto più sobria. Ed a ragione! La borghesia ha voglia di spremersi le meningi, per lei, ora, è molto più difficile mantenere l'illusione di un mondo che naviga verso il progresso universale sotto gli effetti benefici dell'economia di mercato capitalista e della democrazia come essa poté declamare con forza nel corso degli anni '90. Non di meno ciò le impedisce di rafforzare la sua propaganda utilizzando in particolare lo sfondamento dei partiti populisti in diversi paesi dell'ex blocco dell'Est. "In futuro, dobbiamo impegnarci per la democrazia, la libertà, i diritti dell'Uomo e la tolleranza", ha dichiarato Angela Merkel, il 9 novembre, durante la cerimonia di commemorazione. Democrazia in pericolo? È necessario a tutti i costi difenderla, ci dicono i valletti politici della borghesia. Difendere questo sistema che sarebbe servito da bulldozer per la distruzione del Muro e la caduta del blocco dell'Est, è ciò che da settimane i media affermano continuamente. Secondo loro, la caduta del muro di Berlino sarebbe in realtà il prodotto di un vasto movimento democratico nato in Polonia nel 1980 con la creazione di Solidarnosc. La grande e bella democrazia avrebbe avuto ragione sulla "barbarie comunista" ed è allo stesso modo che oggi bisognerebbe difenderla di fronte all'ascesa dei governi populisti.

Di fronte ai suoi fiumi di menzogne, ripubblichiamo, questo articolo della nostra stampa che ci riporta su questi eventi, permettendo così di ristabilire la verità storica.

20 anni fa, la caduta del muro di Berlino

Venti anni fa, il 9 novembre 1989, il muro di Berlino fu abbattuto e smantellato pezzo per pezzo da una folla delirante. Fu lì, nel cuore dell'Europa, in una Germania intossicata dalla dissipazione della "cortina di ferro" e dal miraggio della riunificazione, il simbolo più forte della fine della divisione del mondo in due blocchi rivali: Est ed Ovest. Alla fine del 1989, in pochi mesi, l'umanità fu testimone dello smantellamento dell'URSS e della scomparsa dei regimi stalinisti nell'Europa dell'Est.

All'epoca, questo evento permise alla borghesia di usare un'arma ideologica di distruzione di massa: la morte dello stalinismo dimostrava definitivamente che il comunismo era stato un sogno pericoloso che portava inevitabilmente al totalitarismo e al fallimento! Identificando così in modo fraudolento lo stalinismo con il comunismo, e facendo della dissolutezza economica e della barbarie dei regimi stalinisti l'inevitabile conseguenza della rivoluzione proletaria, la borghesia mirava ad allontanare gli operai da qualsiasi prospettiva rivoluzionaria.

Nella foga del momento, la borghesia ne approfittò anche per fare passare una seconda grande menzogna di cui solo lei custodirebbe il segreto: con la scomparsa dello stalinismo, il capitalismo avrebbe potuto veramente prosperare. Il futuro, essa prometteva, si annunciava radioso. Così, il 16 marzo 1991, George Bush padre, presidente degli Stati Uniti d'America, forte della sua recente vittoria sull'esercito iracheno di Saddam Hussein, annunciò l'avvento di un "nuovo ordine mondiale" e il compimento di un "mondo in cui le Nazioni Unite, liberate dallo stallo della guerra fredda, sono in grado di realizzare la visione storica dei loro fondatori. Un mondo in cui la libertà e i diritti umani sono rispettati da tutte le nazioni". Questa seconda impostura non durò a lungo. Gli anni 1990 e 2000 furono segnati da una successione di guerre (dalla Jugoslavia all'Afghanistan passando, ancora una volta, dall'Iraq) e da un crescente impoverimento. Inoltre, oggi, nel mezzo di un disastro economico senza precedenti, le celebrazioni della caduta del muro sono state fatte con una certa modestia ed all'insegna di una certa discrezione, visto che le promesse di "libertà", di "pace" e di "prosperità" sembrano a tutti, quello che realmente sono: una truffa.

La classe operaia non ha più illusioni su questo sistema di sfruttamento. Oggi sa che il futuro promesso dal capitalismo può essere fatto solo di disoccupazione, miseria, guerra e sofferenza. Di contro, ciò che manca per avere il coraggio di tornare a combattere è una speranza, una prospettiva, un altro mondo possibile per il quale combattere. Le menzogne che assimilano il comunismo allo stalinismo, questa immensa propaganda che si è scatenata in occasione della caduta del muro e del crollo del blocco dell'Est, pesano ancora oggi nelle teste degli operai, anche tra i più combattivi.

Questo è il motivo per cui riproduciamo di seguito larghi estratti di un documento che abbiamo pubblicato nel gennaio 1990 come supplemento alla nostra stampa territoriale e che mira proprio a combattere questa campagna nauseabonda.

Il proletariato mondiale di fronte al crollo del blocco dell'Est e al fallimento dello stalinismo

Nel crepare, oggi lo stalinismo rende un ultimo servizio al capitalismo. (...)

La morte dello stalinismo costituisce oggi una vittoria ideologica per la borghesia occidentale. Al momento, il proletariato deve incassare il colpo. Ma dovrà comprendere che lo stalinismo non è mai stato altro se non la forma più caricaturale di dominio capitalista. (...) Dovrà capire che in Occidente, come in Oriente, il capitalismo non può offrire alle masse sfruttate che una miseria ed una barbarie crescente con, alla fine, la distruzione del pianeta. Dovrà capire, infine, che non esiste salvezza per l'umanità se non attraverso la lotta di classe del proletariato internazionale, una lotta a morte che, rovesciando il capitalismo, consentirà la costruzione di un reale società comunista mondiale, una società liberata da crisi, guerre, barbarie e oppressione in tutte le sue forme. (...)

Non c'è continuità ma rottura tra lo stalinismo e la rivoluzione dell'ottobre 1917

Proclamando a gran voce che la barbarie stalinista è la legittima erede della rivoluzione d'Ottobre 1917, affermando che Stalin ha solo portato alle sue ultime conseguenze un sistema sviluppato da Lenin, l'intera borghesia MENTE. Tutti i giornalisti, gli storici e altri ideologi a soldo del capitalismo sanno benissimo che non c'è continuità tra l'Ottobre    proletario e lo stalinismo. Tutti costoro sanno che l'istituzione di questo regime di terrore non era altro che la controrivoluzione che si instaurò sulle rovine della rivoluzione russa, con la sconfitta della prima ondata rivoluzionaria internazionale del 1917-1923. Infatti, fu proprio l'isolamento del proletariato russo, dopo il sanguinoso schiacciamento della rivoluzione in Germania, che inferse un colpo mortale al potere dei soviet operai in Russia.

La Storia non ha fatto che confermare tragicamente ciò che il marxismo ha sempre affermato fin dagli albori del movimento operaio: la rivoluzione comunista può assumere solo un carattere internazionale. "La rivoluzione comunista (...) non sarà una rivoluzione puramente nazionale; essa si produrrà allo stesso tempo in tutti i paesi civilizzati ... Avrà anche un notevole impatto su tutti gli altri paesi del mondo e trasformerà e accelererà completamente il corso del loro sviluppo. Essa è una rivoluzione universale; avrà, pertanto, un terreno universale" (F. Engels, Principi del Comunismo, 1847). E fu questa fedeltà ai principi del comunismo e dell'internazionalismo proletario che spinse Lenin, in attesa di uno slancio della rivoluzione in Europa, ad esprimersi in questi termini: "La rivoluzione russa non è che un distaccamento dell'esercito socialista mondiale e il successo e il trionfo della rivoluzione che abbiamo realizzato dipendono dall'azione di questo esercito. È un dato di fatto che nessuno di noi dimentica (...). Il proletariato russo è cosciente del suo isolamento rivoluzionario e sa chiaramente che la sua vittoria ha come condizione indispensabile e premessa fondamentale l'intervento unito degli operai del mondo intero" (Lenin, “Rapporto alla Conferenza dei Comitati di Fabbrica della Provincia di Mosca", 23 luglio 1918).

Quindi, in ogni momento, l'internazionalismo è stato la pietra angolare delle lotte della classe operaia e del programma delle sue organizzazioni rivoluzionarie. Fu questo programma che Lenin e i bolscevichi hanno costantemente difeso. Fu armato di questo programma che il proletariato fu in grado, prendendo il potere in Russia, di costringere la borghesia a porre fine alla prima guerra mondiale e quindi ad affermare la sua alternativa: contro la barbarie generalizzata del capitalismo, trasformazione della guerra imperialista in guerra di classe.

Qualsiasi rimessa in discussione di questo essenziale principio dell'internazionalismo proletario è sempre stata sinonimo di rottura con il campo proletario e con un'adesione al campo del capitale. Con il crollo interno della rivoluzione russa, lo stalinismo ha giustamente costituito questa rottura, quando, già dal 1925, Stalin avanzò la sua tesi sulla "costruzione del socialismo in un solo paese" grazie alla quale si installerà in tutto il suo orrore la più spaventosa controrivoluzione di tutta la storia umana. Da allora, l'URSS avrà di "sovietico" solo il nome: la dittatura del proletariato attraverso il potere dei "consigli operai" (soviet) si trasformerà in una dittatura implacabile dello Stato-Partito sul proletariato.

L'abbandono dell'Internazionalismo da parte di Stalin, degno rappresentante della burocrazia statale, firmerà definitivamente la condanna a morte della rivoluzione. La politica della Terza Internazionale in corso di degenerazione sarà, ovunque, sotto la guida di Stalin, una politica controrivoluzionaria in difesa degli interessi capitalisti. Fu così che, nel 1927, in Cina, il PC, seguendo le istruzioni di Stalin, sarà sciolto nel Kuomintang (Partito nazionalista cinese) disarmando il proletariato insorto di Shanghai e i suoi militanti rivoluzionari, per consegnarli legati mani e piedi alla sanguinosa repressione di Chiang Kai Tchek, proclamato "membro onorario" dell'Internazionale stalinizzata.

E di fronte all'opposizione di sinistra, che si stava quindi sviluppando contro questa politica nazionalista, la controrivoluzione stalinista scatenò tutta la sua ostilità sanguinaria: tutti i bolscevichi che stavano ancora cercando di difendere contro venti e maree i principi di Ottobre saranno espulsi dal Partito in URSS, deportati a migliaia, cacciati, perseguitati dalla GPU, e poi selvaggiamente giustiziati durante i grandi processi di Mosca (e con il sostegno e la benedizione dell'insieme dei paesi "democratici"!).

Lo stalinismo è una forma particolarmente brutale di capitalismo di Stato[1]

Fu così che fu istituito questo regime di terrore: fu sulle macerie della rivoluzione dell'ottobre 1917 che lo stalinismo seppe affermare il suo dominio. Fu grazie a questa negazione del comunismo costituito dalla teoria del "socialismo in un paese" che l'URSS tornò a essere uno Stato del tutto capitalista. Uno Stato in cui il proletariato sarà sottomesso, fucile alla schiena, agli interessi del capitale nazionale, in nome della difesa della "patria socialista".

Così, se l'Ottobre proletario, grazie al potere dei consigli operai, aveva fermato la guerra imperialista, la controrivoluzione stalinista, distruggendo ogni pensiero rivoluzionario, mettendo a freno tutti i tentativi di lotta di classe, provocando il terrore e la militarizzazione di tutta la vita sociale, annunciò la partecipazione dell'URSS alla seconda macelleria mondiale.

L'intera evoluzione dello stalinismo sulla scena internazionale negli anni '30 fu, infatti, segnata dalle sue contrattazioni imperialiste con le maggiori potenze capitaliste, che si stavano nuovamente preparando ad insanguinare con il ferro ed il fuoco l'Europa. Dopo aver stretto un'alleanza con l'imperialismo tedesco al fine di contrastare qualsiasi tentativo di espansione della Germania verso l'Est, Stalin cambierà casacca a metà degli anni '30 per allearsi con il blocco "democratico" (adesione dell'URSS nel 1934 a quel "covo di  briganti" che era la Socistà Delle Nazioni, il patto Laval-Stalin nel 1935, la partecipazione dei PC ai "fronti popolari" e alla guerra spagnola nel corso della quale gli stalinisti non esiteranno a usare gli stessi metodi sanguinari massacrando gli operai e i rivoluzionari che contestavano le loro politiche). Alla vigilia della guerra, Stalin rivolterà ancora la sua casacca e venderà la neutralità dell'URSS a Hitler in cambio di un certo numero di territori, prima di raggiungere alla fine il campo degli "Alleati", impegnandosi a sua volta nel massacro imperialista in cui il solo Stato stalinista sacrificherà 20 milioni di vite umane. Tale fu il risultato dei sordidi rapporti dello stalinismo con i vari squali imperialisti dell'Europa occidentale. Fu su questi cumuli di cadaveri che l'URSS stalinista fu in grado di edificare il suo impero, di imporre il suo terrore in tutti quegli Stati che, con il trattato di Yalta, cadranno sotto il suo esclusivo dominio. Fu grazie alla sua partecipazione all'olocausto generalizzato a fianco delle vittoriose potenze imperialiste che, con il suo tributo di sangue delle sue 20 milioni di vittime, l'URSS fu in grado di raggiungere il rango di superpotenza mondiale.

Ma se Stalin fu "l'uomo provvidenziale" attraverso il quale il capitalismo mondiale ha potuto superare il bolscevismo, non fu la tirannia di un singolo individuo, per quanto paranoico, a essere la mente di questa spaventosa controrivoluzione. Lo Stato stalinista, come ogni Stato capitalista, è governato dalla stessa classe dirigente dappertutto, la borghesia nazionale. Una borghesia che si ricostituì, con la degenerazione interna della rivoluzione, non dalla vecchia borghesia zarista eliminata dal proletariato nel 1917, ma dalla burocrazia parassitaria dell'apparato statale con cui si confuse sempre più, sotto la direzione di Stalin, il partito bolscevico. Fu questa burocrazia Partito-Stato che, eliminando alla fine degli anni 1920 tutti i settori suscettibili di ricostituire una borghesia privata, e ai quali essa si era alleata per garantire la gestione dell'economia nazionale (proprietari terrieri e speculatori della NEP), prese il controllo di questa economia. Queste furono le condizioni storiche che spiegano perché, contrariamente ad altri paesi, il capitalismo di Stato in URSS abbia assunto questa forma totalitaria e caricaturale. Il capitalismo di Stato è il modo universale di dominio del capitalismo nel suo periodo di decadenza quando lo Stato assicura il suo controllo su tutta la vita sociale, e genera ovunque strati parassitari. Ma negli altri paesi del mondo capitalista, questo controllo statale sull'intera società non è antagonista con l'esistenza di settori privati e concorrenziali che impediscono un'egemonia totale di questi settori parassitari. In URSS, di contro, la peculiare forma di capitalismo di Stato si caratterizzò per uno sviluppo estremo di questi strati parassiti risultanti dalla burocrazia statale e la cui unica preoccupazione era non di far fruttare il capitale tenendo conto delle leggi mercato, ma riempire le proprie tasche individualmente a spese degli interessi dell'economia nazionale. Dal punto di vista del funzionamento del capitalismo, questa forma di capitalismo di Stato era quindi un'aberrazione che sarebbe necessariamente collassata con l'accelerazione della crisi economica globale. E fu proprio questo crollo del capitalismo di Stato russo derivante dalla controrivoluzione che ha segnato l'irrimediabile fallimento di tutta l'ideologia bestiale che, per più di mezzo secolo, aveva cementato il regime stalinista e fatto pesare la sua cappa di piombo su milioni di esseri umani.

È così che è nato ed è morto lo stalinismo. È nel fango e nel sangue della controrivoluzione che si è imposto sullo scenario della storia, è nel fango e nel sangue che sta crepando, come ci rivelano con tutto il loro orrore i recenti eventi in Romania, che non fanno che annunciare massacri ancora più sanguinari nel cuore di questo regime, in URSS.

In alcun modo, e qualunque cosa dicano la borghesia e i suoi media, questa mostruosa idra si apparenta né per contenuto né per forma alla rivoluzione dell'Ottobre 17. Era necessario che quest'ultima crollasse perché l'altra potesse imporsi. Di questa rottura radicale, di questa antinomia tra Ottobre e lo stalinismo, il proletariato deve prendere pienamente coscienza (...).

CCI (8 gennaio 1990)

 

[1] Questa intestazione è stata aggiunta alla versione originale per facilitare la lettura

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