Decade 1970-1979
“Parlerò brevemente e con pieno senso di responsabilità. Le cose che dico saranno gravi per tutti noi e per il partito, ma si è voluto creare una situazione incresciosa che mi costringe a dirle. Indipendentemente da ogni considerazione di sincerità e di purezza maggiore o minore degli individui, io devo qui dichiarare a nome della Sinistra, che i procedimenti che qui si svolgono non solo non hanno scosso le nostre opinioni, ma costituiscono, colla preparazione e l’organizzazione del Congresso, col programma che si è esplicato, l’argomento più formidabile per la serenità del nostro giudizio. Io devo qui dichiararvi che il metodo che è qui in azione ci appare dolorosamente ma sicuramente come metodo deleterio agli interessi della nostra causa e del proletariato.
(...)
Noi crediamo nostro dovere (…) dire senza esitazione e con completo senso di responsabilità questa grave cosa: che nessuna solidarietà potrà unirci a quegli uomini che abbiamo giudicati indipendentemente dalle loro intenzioni e dai loro caratteri psicologici, come rappresentanti della ormai inevitabile prospettiva dell’inquinamento opportunista del nostro partito.
(...)
Se io, se noi siamo vittime di uno spaventevole errore nel valutare così quello che avviene, allora davvero dovremo essere considerati indegni anche soltanto nel partito e dovremo sparire agli occhi della classe operaia. Ma se questa antitesi spietata che noi sentiamo porsi è vera e ci riserva nell’avvenire dolorose conseguenze, allora perlomeno potremo dire di aver lottato fino all’ultimo contro i metodi esiziali che intaccano la nostra compagine e di aver portato, resistendo ad ogni minaccia, un po’ di chiaro nel buio che qui si è voluto creare. Ora che ho dovuto parlare, giudicatemi come volete.”
Questa la “Dichiarazione di Bordiga” al congresso di Lione del 1926 (riportata in Prometeo n. 1, giugno 1928) che segnava l’esclusione definitiva della Sinistra del Partito Comunista d’Italia, Sinistra che aveva fondato e diretto il partito nei primi anni e condotto poi, fino al congresso di Lione appunto, una dura opera di opposizione. Il VI Esecutivo allargato della Internazionale Comunista del febbraio 1926 sanciva definitivamente, anche a livello internazionale, in uno scontro faccia a faccia di Bordiga contro Stalin, la sconfitta della Sinistra Italiana.
Ci pare necessario donare alcune “date” e alcuni riferimenti nel processo degenerativo dell’I.C. pur coscienti che non possono essere che insufficienti e limitativi nella misura in cui non possono donare che un’immagine sbiadita di tutto lo sconvolgimento che visse il movimento proletario in quegli anni. D’altra parte non è compito di questa introduzione trattare di quel periodo, pur tanto ricco e fecondo di insegnamenti e sul quale esiste, anche se per la gran parte sotto l’egida della pubblicistica controrivoluzionaria, un certo materiale documentario, bensì prendere in considerazione gli anni dopo il 1926, l’attività organizzata di quei nuclei di comunisti che in condizioni pressoché impossibili seppero tener duro, continuare una lotta disperata e impari, braccati in tutta Europa dal nazi-fascismo e dai sicari stalinisti, additatî dagli uni e dagli altri come i peggiori nemici, come elementi da eliminare, un’attività e un’azione, questa sì, completamente misconosciuta e ignorata anche da chi si vuole riallacciare ad essa (in misura sempre più velata e minore, a dire il vero).
·1921: III Congresso dell’Internazionale Comunista; si affaccia la teoria del fronte unico; si discute sulla validità della scissione di Livorno; questione tedesca, il KAPD già emarginato rompe con l'Internazionale Comunista. La sinistra comunista appare sconfitta. Ad opera della tendenza di Essen del KAPD viene fondata l’effimera K.A.I. nel cui manifesto costitutivo è fra l’altro scritto:
o “Niente può arrestare il progresso degli avvenimenti e oscurare la verità. Noi lo diciamo senza inutili reticenze, senza sentimentalismo: la Russia proletaria dell’ottobre rosso diventa uno stato borghese.”
· 1922: Il Congresso del P.Cd’I., tesi di Roma; IV Congresso della I.C., opposizione della Sinistra italiana alla fusione con i socialisti; analisi del fascismo da parte della Sinistra.
· 1923: arresto di Bordiga e di altri dirigenti del partito in Italia; bolscevizzazione del partiti comunisti; i contrasti tra la sinistra italiana e l’I.C. diventano sempre maggiori.
·1924: esce (in Italia) la rivista Prometeo; Bordiga rifiuta di presentarsi alle elezioni e dichiara:
o “non sarò mai deputato e tanto prima farete i vostri progetti senza di me, meno perderete in tempo e in fatica." (Conferenza di Como; V Congresso dell’I.C.)
·1925: Bordiga scrive “La questions Trotsky” e “Il pericolo opportunista e l’Internazionale”; viene fondato e poi fatto sciogliere il “Comitato d’Intesa”.
·1926: La Sinistra viene esclusa dal partito e dall’Internazionale, inizia il periodo dell’emigrazione; lettera di Bordiga a Korsch.
La lettera che Bordiga invia da Napoli il 28-10-1926 a Karl Korsch, risposta al tentativo del tedesco di farsi promotore di un progetto di unificazione di quanto rimaneva della Sinistra comunista a livello internazionale (unico documento rimasto di un epistolario che Bordiga tenne con altri rivoluzionari negli stessi anni e di cui sembra sparita ogni traccia), ci pare particolarmente interessante; ne trascriviamo quindi le parti che ci paiono fondamentali per farle poi seguire da un nostro commento:
“…Il vostro “modo di esprimervi” (Bordiga si rivolge a Korsch) mi pare che non vada bene. Non si può dire che “la rivoluzione russa è una rivoluzione borghese”. La rivoluzione del 1917 è stata una rivoluzione proletaria, benché sia un errore generalizzarne le Lezioni “tattiche”. Ora si pone il problema di che cosa avvenga della dittatura proletaria in un paese se non segue la rivoluzione negli altri paesi. Vi può essere una controrivoluzione, vi può essere un corso degenerativo di cui si tratta di scoprire e definire i sintomi ed i riflessi dentro al partito comunista. Non si può dire semplicemente che la Russia è un paese in cui si espande il capitalismo.”
“Noi miriamo alla costruzione di una linea di sinistra veramente generale e non occasionale, che si ricollega a sé stessa attraverso fasi e sviluppi di situazioni distanti nel tempo e diverse, fronteggiandole tutte sul buon terreno rivoluzionario, non certo ignorandone i caratteri distintivi oggettivi.”
“In genere io penso che in primo piano oggi più che la organizzazione e la manovra, si deve mettere un lavoro pregiudiziale di elaborazione di una ideologia politica di sinistra internazionale, basata sulle esperienze eloquenti traversate dal Comintern. Essendo molto indietro su questo punto ogni iniziativa internazionale riesce difficile.”
“Non bisogna volere la scissione dei partiti e dell’Internazionale. Bisogna lasciar compiere l’esperienza della disciplina artificiosa e meccanica col seguirla nei suoi assurdi di procedura fino a che sarà possibile, senza mai rinunciare alle posizioni di critica ideologica e politica e senza mai solidarizzare con l’indirizzo prevalente.”
“Credo che uno dei difetti dell’Internazionale attuale sia stato di essere “un blocco di opposizioni” locali e nazionali. Bisogna riflettere su questo, si capisce senza arrivare ad esagerazioni, ma per fare tesoro di questi insegnamenti. Lenin arrestò molto lavoro di elaborazione “spontaneo” contando di raggruppare materialmente e poi dopo soltanto fondere omogeneamente i vari gruppi al calore della rivoluzione russa. In gran parte non è riuscito.”
Rivendicazione quindi, in primo piano, del carattere proletario della rivoluzione russa contro le facili e semplicistiche asserzioni della “natura borghese” che travolgevano tutti coloro che improvvisamente scoprivano che in Russia “qualcosa non andava”.
Precisazione, poi, del vero problema che andava ponendosi “che cosa avvenga delle dittatura proletaria in un paese se non segue la rivoluzione negli altri paesi” e “del come” sopratutto andava affrontata la questione, fuori di ogni soluzione d’organizzazione, di alleanze o blocchi di vario tipo, nel riconoscimento del periodo storico di peggiore controrivoluzione che avanzava e nel duro compito di analisi, di studio, di comprensione degli errori per la futura ripresa.
Tra queste posizioni ineccepibili une frase colpisce della lettera di Bordiga: “Non bisogna volere la scissione dei partiti e dell'Internazionale” quando di fatto la sinistra e stata già buttata fuori. E’ un tenersi legati a un qualcosa che solo cinque anni prima era realmente il partito mondiale del proletariato, alla speranza che per la rivoluzione non sia davvero fînita per decadi e decadi, che nella crisi mortale del capitale la classe operaia stretta nella morsa terribile della crisi potesse ancora alzare la testa e sotto la spinta “dal basso” potessero di nuovo trionfare nel partito e nell’internazionale le posizîoni che la sinistra dîfendeva. Ma la classe era stata decapitata, la sconfitta fisica del proletariato in battaglie campali si rifletteva nella degenerazione e nel tradimento di partiti e Internazionale, la ripresa non poteva avvenire se la classe non sapeva secernere l’avanguardia, il partito che non esisteva più.
Accanto a tutto ciò va riportata anche la considerazione che Bordiga aveva dell’Internazionale Comunista. Per lui era effettivamente il partito mondiale del proletariato. Al V Congresso dell’I.C. (luglio 1924) dirà:
“Vorrei dire sinceramente che nella situazione presente è l’Internazionale del proletariato rivoluzionario mondiale che deve rendere al partito comunista russo una parte dei numerosi servizi che essa ha ricevuto da lui.”
L’Internazionale doveva apporsi all’involuzione del partito russo e non diventare uno strumento di questo, nel qual caso veramente non ci sarebbe stata più speranza. E fu quel che avvenne...
Su queste basi e con queste preoccupazioni la Sinistra Italiana comincia e continua il suo 1avoro nell’emigrazione.
“NOI GIOCHIAMO IN CERTO MODO UN RUOLO INTERNAZIONALE, PERCHE’ IL POPOLO ITALIANO E’ UN POPOLO DI EMIGRANTI NEL SENSO ECONOMICO E SOCIALE DEL TERMINE E, DOPO L’AVVENTO DEL FASCISMO, ANCHE IN SENSO POLITICO... ACCADE A NOI UN PO’ COME AGLI EBREI; SE SIAMO STATI BATTUTI IN ITALIA, POSSIAMO CONSOLARCI PENSANDO CHE ANCHE GLI EBREI SONO FORTI NON IN PALESTINA MA ALTROVE.”
(Dall’intervento di Bordiga al VI Esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista).
L’emigrazione di militanti comunisti dall’Italia non segue le stesse vie. Se la maggior parte dei compagni dovettero lasciare l’Italia nel 1925-26 in seguito alla caccia spietata che davano loro i fascisti e all’esclusione dal partito dopo il Congresso di Lione che li privava di ogni rete di rifugio e di aiuto, alcuni elementi si trovavano già in Austria prima e in Germania poi nel 1923, dove vivranno da combattenti rivoluzionari gli avvenimenti tragici di quell’anno; si opporranno alle decisioni che va assumendo l’Internazionale Comunista e si dimetteranno dal Partito Comunista d’Italia.
In pratica rappresentano i primi oppositori della sinistra che, nell’emigrazione, si organizzano. In Germania allacciano un contatto con Entschiedene Linke (1) e con Karl Korsch ed anche con i compagni della Sinistra che in Italia avevano dato vita al “Comitato d’Intesa”. Successivo a questo periodo è il tentativo di contatto di Korsch con Bordiga e la lettera di cui abbiamo già parlato.
Il gruppo lascia poi la Germania e raggiunge, attraverso la Svizzera, la Francia dove, mantenendo i legami con i tedeschi, aderisce a un comitato delle opposizioni comuniste (niente a che vedere con la opposizione trotskysta) mantenendo la piena autonomia del proprio gruppo.
Nel 1927 a Pantin, in piena banlieu parigina, rifugio di emigrati, di senza tetto, di disperati e di espulsi dalla società civile, viene costituita la “Frazione di Sinistra del Partito Comunista d’Italia” assente:Vercesi (Ottorino Parrone), uno dei maggiori artefici poi di Bilan, perché espulso dalla democratica Francia.
Facile sarebbe parlare delle vicissitudini di questi compagni, in cerca di un lavoro e di un ricovero, perseguitati a indesiderabili per le democrazie, braccati dagli stalinisti, che seppero ovunque continuare una lotta impari, difendere e propagandare senza compromessi e paura le posizioni comuniste.
Tanto par chiarire meglio il tipo di “rapporto” che esisteva con gli stalinisti, ricopiamo alcuni stralci di una lettera di un certo Togliatti a Iaroslavski, lettera del 19 aprile 1929:
“La lotta che il nostro partito deve condurre contro i rottami dell’opposizione bordighiana che tenta di organizzare come frazione tutti i malcontenti, è molto difficile. Dobbiamo lottare contro questa gente in tutti i paesi dove c’è dell’emigrazione italiana (Francia, Belgio, Svizzera, America del Nord, America del Sud, ecc.). Per noi è impossibile condurre questa lotta se i nostri partiti fratelli non ci aiutano. Il P.C.d’I. chiede al P.C. dell’URSS un aiuto per continuare questa lotta già difficile e che può diventarlo ancor più se ci saranno delle debolezze. Il nostro partito non ha nient’altro da dire. Chiede soltanto che si usi il massimo di rigore.”
Non sappiamo se la scissione che vide scindersi l’emigrazione in Francia in due formazioni, una strettamente minoritaria e l’altra maggioritaria avvenne prima o dopo Pantin, anche se gli elementi in nostro possesso ci fanno propendere per il dopo.
Il primo gruppo, che rappresenta la continuità di quel piccolo nucleo di emigrati che abbiamo già visto in Germania, darà vita a “Le réveil communiste” (Il risveglio comunista) che uscirà tra il 1928 a il 1929. La rivista aprirà le sue colonne ai gruppi di sinistre in Germania (al Korsch della “Kommunistische Politik” e a quanto in quegli anni restava del KAPD) ed anche alla sinistra russa nella persona di Miasnikov.
Il punto centrale che caratterizzava le posizioni di “Le réveil comuniste” era la negazione di ogni carattere proletario dello stato russo, punto su cui, in quegli anni, gli altri elementi che poi costituiranno Bilan andranno molto più cauti, e un appoggio aperto e manifesto alle posizioni del KAPD. A “réveil comuniste” seguirà all’inizio degli anni trenta “l’ouvrier comuniste” su posizioni dichiaratamente consigliariste.
Il secondo gruppo è quello più propriamente conosciuto come “Frazione di Sinistra del Partito Comunista d’Italia”; pubblicherà Prometeo, giornale in lingua italiana, del giugno 1928 al 1938, ora quindicinalmente ora mensilmente e Bilan dal 1933 al 1938.
I primi anni di vita della frazione vedono in primo piano il dibattito con Trotsky, ormai esule a Prinkipo, e con le formazioni che a lui si richiamano e che stanno organizzandosi soprattutto in Francia.
Nel novembre 1927 esce a Parigi “Contre le courant”, “organe de l’opposition communiste” che tenta di porsi come momento catalizzante dei vari gruppetti trotskysti (cosa che non riuscirà mai) e di favorire, o almeno iniziare un processo di raggruppamento di tutta l’opposizione di sinistra.
Nel n° 12 del giugno 1928 viene inviata una “lettera aperta ai comunisti d’opposizione” alle seguenti organizzazioni:
1) Circolo Marx e Lenin, che pubblica Bulletin comuniste,
2) Frazione di sinistra italiana,
3) Gruppo Barré-Treint, che pubblica Redressement communiste,
4) Gruppo La lutte de classe, che fa capo a Naville,
5) Le révei1 communiste, di cui abbiamo già parlato.
Di questo progetto non se ne farà niente (sarà solo nel 1930 che “La verità”, con l’appoggio diretto di Trotsky, si farà portavoce di tutta l’opposizione trotskysta) ma è interessante vedere la risposta che per l’Ufficio politico della Frazione italiana dà Vercesi:
“Non pochi gruppi di opposizione credono di dover limitarsi al ruolo di un cenacolo che registra i progressi di un corso degenerativo, e non presenta al proletariato che l’ostentazione di verità che si presume di aver detto. Ebbene noi pensiamo che avremo il futuro che sapremo preparare. Ma la cosa più importante è di stabilire con quale mezzo si può stabilire la direttiva dell’azione comunista.
Noi pensiamo che la crisi dell’Internazionale dipenda da cause molto profonde, dalla sua fondazione apparentemente uniforma ma sostanzialmente eterogenea, dall’assenza di una politica ferma e di una tattica comunista, da cui è derivata una alterazione dei principi marxisti che ha condotto a una serie di disastri rivoluzionari.
Al di fuori dell’opposizione russa, solo la nostra frazione ha elaborato une direttiva sistematica di azione in una piattaforma che è dovuta al compagno Bordiga.”
(Con tutta probabilità ci si riferisce qui alle tesi presentate dalla sinistra al congresso di Lione).
“Ci sono molte opposizioni. E’ un male; ma non c’è altro rimedio che il confronto delle loro rispettive ideologie, la polemica per giungere poi a quello che ci proponete. Se esistono più opposizioni, è perché ci sono più ideologie che devono manifestarsi nella loro sostanza e non incontrarsi in una semplice discussione, in un organo comune. La nostra parola d’ordine è di andare a fondo nel nostro sforzo senza lasciarci guidare dalla suggestione di un risultato che sarebbe in realtà un nuovo insuccesso.
Noi pensiamo che se l’Internazionale, dopo aver ufficialmente alterato i suoi programmi, ha mancato al suo ruolo di guida della rivoluzione, nondimeno i partiti comunisti - data la natura della situazione che viviamo - sono gli organi in cui si deve lavorare per combattere contro l’opportunismo e - non è del tutto escluso - per farne la guida della rivoluzione.”
La lettera (pubblicata nel n° 13 dell’agosto 1928 di “Contre le Courant”) termina poi rifiutando – per le ragioni suddette – l’invito.
Come si vede questa risposta di Vercesi ricalca quella di Bordiga a Korsch; viene ribadita la necessità di esaminare criticamente il passato, di trarre gli insegnamenti della degenerazione e dell’ondata controrivoluzionaria che si sta abbattendo sul movimento proletario e la fiducia ancora in una lotta, autonoma ed intransigente sui principi, all’interno dei partiti comunisti.
Ben più importanti saranno i contatti epistolari che avverranno fra “Prometeo” (che aveva iniziato ad uscire nel giugno 1928) e Trotsky. (Una buona documentazione è contenuta nel libro di Corvisieri “Trotsky e il comunismo italiano”).
Nella prima lettera indirizzata a Trotsky il gruppo di Prometeo fa un po' la sua storia: la rottura con “le réveil comuniste”, la costituzione in Frazione, l’analisi della situazione internazionale come caratterizzata dall’offensiva capitalista, l’analisi della Russia che vede divisa una maggioranza che reputa la Russia stato proletario e una minoranza che “si pronuncia per la negazione del carattere proletario dello stato russo”, la questione italiana dove la Frazione rifiuta di riconoscere che la socialdemocrazia o le forze di opposizione democratica possano condurre una lotta contro il fascismo e afferma “che la classe proletaria solamente ha la possibilità di condurre questa lotta sulla base del programma comunista”.
In seguito alla non partecipazione della Frazione a una Conferenza della Opposizione a Parigi i rapporti con Trotsky si fanno più tesi e in una lettera il rivoluzionario russo pone a Prometeo le seguenti domande:
“1. Vi considerate come movimento nazionale, o come parte di un movimento internazionale?
2. A quale tendenza appartenete?
3. Perché non pensate di creare una frazione internazionale della vostra tendenza?”
E prometeo risponde:
“In sostanza, voi ci invitate a dichiararvi se ci affermiamo si o no dei comunisti. (…) E ora rispondiamo alle vostre questioni.
1. Noi ci consideriamo come una parte del movimento internazionale.
2. Noi apparteniamo, dalla fondazione della I.C. e anche prima, alla tendenza di sinistra.
3. Noi non pensiamo di creare una frazione internazionale della nostra tendenza perché noi crediamo di aver appreso dal marxismo che l’organizzazione internazionale del proletariato non è l’agglomerato artificiale di gruppi o di personalità di tutti i paesi attorno a un dato gruppo. Per contro, noi pensiamo che questa organizzazione deve ben essere il risultato della esperienza del proletariato di tutti i paesi.”
Questioni di metodo e di principio dividevano quindi Prometeo da Trotsky: non accettazione integrale da parte di Prometeo dei primi quattro congressi dell’Internazionale Comunista, critica del fronte unico “che sdrucciola - scrive Prometeo - nel governo operaio e contadino, nel comitato anglo-russo, nel Kuomintang, nei comitati proletari antifascisti”.
Gli avvenimenti di Spagna del 1930-3l pongono la rottura e la definitiva interruzione del contatto.
Al Trotsky che scrive in “La rivoluzione spagnola e i compiti dei comunisti”:
“La parole d’ordine della Repubblica, naturalmente, è anche una parola d’ordine del proletariato. Ma per esso non si tratta solo di cambiare un re con un presidente, ma di una radicale epurazione di tutta la società dalle immondizie del feudalesimo.”
E ancora:
“Le tendenze separatiste pongono alla rivoluzione il compito democratico della auto-decisione nazionale… Il separatismo degli operai e dei contadini è l’involucro della loro indignazione sociale.”
Prometeo non poteva che rispondere:
“E’ chiaro che non possiamo seguirlo per questa via, e tanto a lui che ai dirigenti anarco-sindacalisti della CLN rispondiamo col negare nel modo più esplicito che i comunisti debbano prendere posto in prima fila nella lotta per la difesa della repubblica. Di nessuna repubblica e tantomeno della spagnola.”
(Prometeo, 23 agosto 1931)
Una rottura quindi definitiva che non potrà che accentuarsi quando verrà il turno della natura sociale dell’URSS, dell’analisi di Trotsky sulla direzione burocratizzata in Russia e sulla difesa della Russia nel caso di guerra imperialista.
Nel novembre 1933 esce il primo numero di Bilan “Bollettino teorico mensile della frazione di sinistra del Pci”.
Nella “Introduzione” viene subito delimitato il quadro storico in cui viene precisandosi il lavoro della rivista e i compiti che questo gruppo di rivoluzionari si propone di assolvere:
“Non è un cambiamento di situazione storica che ha permesso al capitalismo di attraversare la tormenta degli avvenimenti del dopo-guerra: nel 1933, in modo analogo, e molto più che nel 1917, il capitalismo si trova ad essere definitivamente condannato come sistema di organizzazione sociale. Ciò che è cambiato, dal 1917 al 1933, è il rapporto di forza tra le due classi fondamentali, tra le due forze storiche che agiscono nell’epoca attuale: il capitalismo e il proletariato.
Noi siamo oggi a un termine estremo di questo periodo: il proletariato non è, forse, più in grado di opporre il trionfo della rivoluzione allo scoppio di una nuova guerra imperialista. Tuttavia, se restano delle chances di ripresa rivoluzionaria immediata, esse consistono solo nella comprensione delle passate disfatte. Coloro che oppongono a questo lavoro indispensabile di analisi storica il cliché della immediata mobilitazione degli operai, non fanno che gettare confusione, che impedire la reale ripresa delle lotte proletarie.
I quadri per i nuovi partiti del proletariato non possono uscire che dalla conoscenza profonda delle cause della disfatta. E questa conoscenza non può sopportare né divieti né ostracismi.
Trarre il bilancio degli avvenimenti del dopoguerra significa quindi porre le condizioni per la vittoria del proletariato in tutti i paesi.”
E lungo questa traccia Bilan si mosse e lavorò toccando tutte le questioni fondamentali del movimento rivoluzionario.
Dall’analisi della crisi del capitalismo (decadenza), alla critica dei movimenti di liberazione nazionale, dalla delimitazione dei momenti attraverso cui si renderà possibile la ripresa di classe del proletariato, alla critica impietosa dei partiti “comunisti” e della Russia della quale, se non veniva ancora chiarita la natura sociale, veniva precisato il ruolo politico di potenza imperialista alla quale doveva essere negato ogni sorta di appoggio da parte della classe operaia in vista della non lontana guerra mondiale.
Come momento fondamentale del lavoro rivoluzionario veniva anche sollecitato il dibattito con altre formazioni e Bilan ospitò spesso testi di altri compagni.
Nel 1935, Bilan passa da “bollettino teorico mensile della frazione di sinistra del Pci” a “bollettino teorico mensile della frazione italiana della Sinistra Comunista” a significare la rottura totale e definitiva con un partito che è ormai momento della controrivoluzione capitalista e l’assunzione di un compito internazionale.
Nel 1936 iniziano le divergenze sulla questione della Guerra di Spagna che provocheranno una scissione all’interno di Bilan. (Su questa questione vedi i testi della divergenza).
Parallelamente avviene anche la rottura del legame che si era stabilito fin dal 1932 con la “Ligue des communistes Internationalistes de Belgique”, gruppo che proveniva dal trotskysmo e che aveva subito poi una notevole influenza dal consigliarismo.
Nel 1932 Bilan e la “Ligue” si trovarono sulle stesse posizioni nella critica dell’opposizione internazionale di sinistra (trotskysta) che in Germania, di fronte all’attacco fascista, aveva lanciato un appello ad un fronte unico per la difesa delle “rivendicazioni democratiche” che venivano considerate delle tappe della lotta per la rivoluzione comunista.
Questo accordo come pure il rifiuto della soluzione che proponeva l’opposizione trotskysta per la ricostruzione del partito comunista affermavano la possibilità del dibattito e del contatto tra le due organizzazioni.
Dibattito che se doveva avere come scopo la ricostruzione del patrimonio teorico del proletariato, si basava sull’analisi e sulla risposta politica che veniva data agli avvenimenti che si succedevano in quegli anni.
La guerra di Spagna segnò la rottura di un dibattito che era proseguita per sei anni e che Bilan aveva ampiamente ospitato.
La maggioranza della Lega dei comunisti internazionalisti belgi scelse l’appoggio alla guerra antifascista in una forma simile a quella della minoranza di Bilan e del gruppo francese “L’union Comuniste”.
Scriverà infatti Hennaut, massimo rappresentante della Ligue in un documento datato febbraio 1937 (e che sanciva la rottura):
“Noi sappiamo che la difesa della democrazia non è che il lato formale della lotta, l’antagonismo tra il capitalismo e il proletariato ne è l’essenza reale. E a condizione di non abbandonare in alcuna circostanza la lotte di classe, il compito dei rivoluzionari è di parteciparvi.”
Un’espressione SOSTANZIALE della lotta del capitalismo contro il proletariato viene quindi considerata come espressione FORMALE della lotta proletaria contro il capitalismo.
Ma non tutta la Lega dei comunisti internazionalisti belgi sarà su questa posizione.
Una stretta minoranza, ma maggioranza a Bruxelles, rimase sulle posizioni di Bilan. Fu espulsa dall’organizzazione e si costituì in “Frazione belga della Sinistra Comunista”.
Pubblicò dal l937 al 1939 “Communisme”, come rivista mensile ciclostilata.
Nel 1938 Bilan finisce; ad esso si sostituisce “Octobre”, “organo mensile dell’ufficio internazionale delle frazioni della Sinistra Comunista”, costituito quell’anno. Di “Octobre” usciranno cinque numeri, l’ultimo nell’agosto 1939.
Un mese più tardi comincerà la seconda carneficina mondiale.
§ § § § § § § § § §
Quale l’atteggiamento dei gruppi che si dicono la “continuità” (più o meno organica) della Sinistra Italiana verso il lavoro della Frazione all’estero?
Esaminiamo la posizione che tiene a tal riguardo il Partito Comunista Internazionale (Programma Comunîsta).
Programma Comunista, a parole, ha sempre rivendicato il lavoro di Bilan e Prometeo, forse per coprire il buco che va dal 1926 alla seconda guerra mondiale (2); non ha mai cercato di chiarire ai suoi militanti e ai suoi lettori le posizioni e il lavoro di Bilan (se non in alcuni brevi articoli in un numero del giornale nel 1957 alla morte di Ottorino Perrone alias Vercesi) che resta quindi un nome o poco più.
Certo era con pudicizia che tutto ciò avveniva: leggere Bilan sarebbe stato traumatizzante per chi ormai seguiva vie diametralmente opposte a quelle indicate dalla Frazione italiana nell’emigrazione.
Oggi sembra che anche di quel falso pudore si sia persa ogni traccia; non che si dica apertamente che con il lavoro di Bilan non si ha nulla da spartire (3), ma ciò si capisce implicitamente dalla lettura di alcuni articoli che toccano la storia del movimento comunista negli anni 30.
Se in un articolo del 1971 (Programma Comunista n° 21, 1971) si criticava ancora il lavoro di Trotsky che portava “tutta una serie di coalizioni ibride nel seno dell’opposizione internazionale” per dire poi che “ulteriormente, quest’opposizione pout-pourri si riverserà nella nata morta IV Internazionale”, nel 1973 (Programma Comunista n° 19, 1973) si arriva a scrivere:
“Quando Trotsky affermava la necessità prioritaria di formare un nucleo internazionale attestato saldamente sulle posizioni rivoluzionarie quale condizione non esclusiva o sufficiente, ma imprescindibile, di una ripresa rivoluzionaria, prossima o meno, e comunque per cercare di sfruttare in senso rivoluzionario il venturo conflitto, non faceva che enunziare una verità prima del marxismo, una verità tanto più importante quanto meno evidente, a tal punto che essa viene ignorata e anche derisa da destra, dal centro, da “sinistra” e anche da “estrema sinistra””.
Al che bisognerebbe capire cosa intenda Programma Comunista per “attestato saldamente sulle posizioni rivoluzionarie”, forse si riferisce all’entrismo nei partiti socialdemocratici oppure alla difesa della Russia nella II guerra mondiale?? Che altro è se non questo lo “sfruttare in senso rivoluzionario il venturo conflitto” secondo la tradizione trotskysta???
Più avanti si scrive ancora:
“Se Trotsky errò non fu per l’aver affacciato l’esigenza della IV Internazionale, né per aver concepito tale esigenza come un impegno di lavoro, invece che riconoscerla astrattamente nell’ovattato silenzio delle ‘biblioteche’ dove si rifugiarono, facendosene vanto, i Korsch e i Pannekoek.”
e perché non si scrive anche: “i Vercesi, etc., etc. e i ...Bordiga”??
Ma l’articolo-continua:
“Solo settari scervellati possono compiacersi di una tragedia come quella della pretesa IV Internazionale caduta preda delle più eterogenee forme di opportunismo e sghignazzare soddisfatti.”
per arrivare al culmine:
“La IV Internazionale resta da costruire”.
Finalmente!!!
Cosa ha quindi da spartire con la Sinistra Comunista e con Bilan un gruppo che vuole:
“Lavorare oggi con pazienza, tenacia, modestia, per rendere possibile il giorno in cui il grido dell’avanguardia rivoluzionaria di tutto il mondo sia: viva la IV Internazionale.”
Signori, avete dovuto attendere di seppellire un po’ di cadaveri prima di poter scrivere cose del genere, che d’altra parte non possono essere attribuite all’impazzimento di qualche povero mentecatto che si nasconde sotto l’anonimato del vostro giornale, ma all’opera “collettiva” del “partito”.
Anche il Partito Comunista Internazionalista (Battaglia Comunista) si riallaccia a Bilan.
Un numero di Prometeo - marzo 1958 - (serie II n° 10), rivista teorica di Battaglia Comunista, fu interamente dedicato all’opera teorico-politica di O. Perrone (Vercesi). Traiamo alcune frasi dalla presentazione di questo testo:
“Gli avvenimenti della rivoluzione spagnola, come sono stati di gran lunga superiori ai loro stessi protagonisti, così hanno messo in evidenza i punti forti come i punti deboli del nostro stesso schieramento: la maggioranza di Bilan vi appare come sospesa ad una formula, teoricamente impeccabile, che aveva però il difetto di rimanere semplice astrazione; la minoranza vi appare, d’altro canto, sotto la preoccupazione di infilare comunque la strada di un partecipazionismo che non sempre è cosi avveduto da evitare i lacci del giacobinismo borghese, anche quando si fa barricadero.
Esistendone le possibilità obiettive, i nostri compagni di Bilan avrebbero dovuto porre il problema, lo stesso che più tardi doveva porre il nostro partito di fronte al moto partigiano, invitando gli operai che vi si battevano, a non cadere nella trappola della strategia della guerra imperialista.”
Esattamente: Battaglia Comunista assunse nel primo secondo dopoguerra (per non parlare della partecipazione elettorale del 1948) la stessa posizione della minoranza di Bilan nella guerra di Spagna.
La minoranza di Bilan non andò in Spagna a difendere la repubblica contro il fascismo (come d’altra parte dimostrano i testi che pubblichiamo) ma nell’intento di diffondere nelle file delle milizie principi e tattica comunisti, lo stesso intento che mosse Battaglia verso i partigiani.
Ma il problema non sta qui; il nocciolo riguarda quello che Battaglia definisce “vuoto formalismo”, “astrazione” e che par noi è un principio, una frontiera di classe.
Su Battaglia Comunista ritorneremo nel prossimo numero di “Rivoluzione Internazionale” anche per rispondere a quanto ha pubblicato in uno degli ultimi numeri del suo giornale (4).
Rivoluzione Internazionale, novembre 1976
1. Gruppo formato da espulsi dal KPD (con Schwarz alla loro testa) molto vicino al KAPD (di Berlino) alla cui attività partecipa anche Korsch. Di poco precedente è anche la costituzione, di fronte allo sfacelo del KPD, di una “Lega di Spartaco n° 2” che riuniva l’AAUE, il gruppo attorno a Iwan Katz e altri elementi. Successivamente Korsh si staccò, per divergenze con il KAPD, da queste formazioni e diede vita a Kommunistische Politik.
2. Nel loro testo destinato a dimostrare la continuità di elaborazione della Sinistra Italiana dal 1920 al 1966 (46 anni complessivi), ai 16 anni che vanno dal 1926 al 1943 sono dedicate 18 righe su 180 pagine: “In difesa della continuità del Programma Comunista” pag. 127, Ed. Programma Comunista 1970.
3. Ma un po’ per volta i giudizi iniziano a farsi più aperti. Non potendo più ignorare la nostra esistenza il loro organo in Francia ci ha gratificati di un velenoso attacco nel quale, essendo ugualmente impossibile sostenere una nostra falsificazione dei testi di Bilan, si afferma:
“Giacché se è vero che la rivista Bilan ha fatto degli errori politici, erano proprio errori, delle concessioni a correnti di tipo “sinistra europea”, ma ciò in un comportamento oscillante che impedisce di pretendere che Bilan aveva una teoria particolare che avrebbe rivisto le posizioni originali dell’Internazionale e della Sinistra.” (Le Prolétaire n° 204, 4 ottobre,1975).
Ora, se la difesa e l’arricchimento delle posizioni rivoluzionarie nell’arco di 16 anni sono degli “errori”, si può ben immaginare cosa sia la “continuità” per Programma Comunista.
4. cfr. “Rettifica a Rivoluzione Internazionale” in Battaglia Comunista n° 13, ottobre 1976.
Questa edizione degli articoli di Bilan è per molti versi incompleta, e ce ne scusiamo con i compagni. La scelta dei testi è stata quanto più possibile guidata dalla preoccupazione di fornire il quadro di insieme, la “linea di condotta” cui, tra mille difficoltà, si sono attenuti i militanti di Bilan.
In particolare questa è una storia non della Spagna, ma della riflessione politica e della difesa delle frontiere di classe che, a partire dagli avvenimenti di Spagna, i ristretti nuclei della Sinistra Comunista hanno portato avanti, controcorrente rispetto al prevalere della controrivoluzione.
Ai lettori interessati ad approfondire la conoscenza di questo periodo della storia spagnola non mancano certo i libri da consultare, spesso ben documentati. Tuttavia per facilitare la lettura degli articoli e la loro connessione, abbiamo aggiunto qualche nota al margine per meglio inquadrare gli avvenimenti analizzati nel loro contesto storico.
Novembre 1976
Ripubblicando i testi di Bilan sulla guerra di Spagna non intendiamo fare opera di storici. Il nostro obiettivo e tutt’altro. Se la storia dell’umanità è sempre la storia delle lotte di classi, le lotte di ieri non si presentano al proletariato come un passato fisso, morto, ma come momenti sempre viventi della sua lotta storica per la trasformazione rivoluzionaria della società, della sua lotta sempre presente. La comprensione delle sue lotte di ieri costituisce per il proletariato, sola classe rivoluzionaria nella società capitalista, uno sforzo necessario e incessante per conoscere sempre più a fondo il contenuto e i mezzi della lotte che conduce, per superare le sue debolezze e i suoi errori, per evitarne le deviazioni, per forgiare la sua coscienza e le sue armi per le future battaglie e la vittoria finale.
I testi di Bilan hanno un interesse enorme e non solo perché le posizioni difese da Bilan erano la sola risposta giusta di classe ai problemi contro cui si scontrava il proletariato spagnolo quaranta anni fa, ma anche perché gli stessi problemi restano al centro delle attuali lotte del proletariato spagnolo e internazionale. Non si tratta di premiare a posteriori un gruppo rivoluzionario del quale nessun rivoluzionario potrebbe ignorare l’apporto ma di cogliere le sue posizioni che hanno sostenuto la prova del fuoco dell’esperienza e che devono servirci da filo conduttore negli scontri presenti e futuri della classe operaia. La forza dell’analisi che fa Bilan sulla situazione spagnola risiede prima di tutto nel fatto che questa situazione particolare viene posta in un contesto mondiale e storico.
Un errore diventato comune e che si ritrova anche nei ranghi dei comunisti di sinistra consiste nell’analizzare le situazioni partendo dal paese, isolatamente, in sé.
Una tale pratica che si vuole “marxista”, determinista, concreta, conduce inevitabilmente alle peggiori aberrazioni.
Lo “sviluppo ineguale” del capitalismo di cui parlava Marx, e le sue implicazioni nella lotte di classe, aveva tutta la sua importanza all’inizio del capitalismo e nel suo periodo ascendente. All’inizio il peso delle particolarità regionali e nazionali pesa ancore in modo preponderante sull’evoluzione tanto locale che generale. Ma nella misura in cui il capitalismo si sviluppa e crea il mercato mondiale, le specificità locali, pur permanendo, perdono d’importanza e cedono il passo di fronte alle leggi generali de1capitalismo in quanto sistema mondiale che impone il suo dominio su tutti i paesi.
Si può quindi dare come formula generale: più il capitalismo si sviluppa come sistema, più i paesi, presi individualmente, si trovano dipendenti dall’evoluzione del sistema come un tutto e giocano sempre meno, nell’analisi del loro sviluppo, i caratteri particolari di ogni paese.
E' nel periodo di decadenza, quando il sistema capitalista, come un tutto, entra in declino (in seguito allo sviluppo delle sue contraddizioni diventate insormontabili) che si manifesta al massimo grado questa unità mondiale del sistema. Diventa allora aberrante basare l’analisi, sotto il pretesto della legge dello “sviluppo ineguale”, partendo dalle particolarità di ogni paese e dal grado di sviluppo capitalista che avrebbe raggiunto.
Numerose sono queste analisi “marxiste” che, partendo dallo stadio arretrato dell’economia russa, presa isolatamente, arrivano a rigettare la possibilità stessa di una rivoluzione socialista e a negare di conseguenza ogni carattere proletario alla rivoluzione di ottobre. E’ un procedimento tipicamente menscevico che in ultima analisi applica alla crisi del capitalismo e alla rivoluzione proletaria lo schema e le norme della rivoluzione borghese. Fu a questo schema che si rifece l’Internazionale Comunista di Bukharin-Stalin per giustificare la politica del “blocco delle quattro classi” in Cina, riscoprendo la rivoluzione democratico-borghese dieci anni dopo la rivoluzione d’ottobre; a questo stesso schema si rifanno tanto coloro che hanno inventato la teoria della “rivoluzione doppia” (borghese e proletaria) che quelli che continuano a vedere un movimento progressista nelle guerre di “liberazione nazionale” e nelle rivoluzioni democratico-borghesi.
La prima difficoltà, il primo ostacolo contro cui si scontrava Bilan nell’analisi degli avvenimenti di Spagna era rappresentata dalle posizioni di chi poneva il “caso particolare” della Spagna, di chi parlava di “feudalesimo” e di lotta contro il “feudalesimo reazionario”. Una volta diventato una cosa in sé, lo stato arretrato dell’economia spagnola serviva da giustificazione a tutti i compromessi e apriva la porta ad ogni tradimento. Collocando la Spagna all’interno dell’economia mondiale, Bilan dimostrava la natura capitalista di questo paese, e non era che in questo quadro, quello di un’economia capitalista in crisi che doveva e poteva essere compresa la situazione della Spagna.
Non meno importante era collocare la lotta del proletariato spagnolo nel contesto dell’evoluzione generale, su scala mondiale, della lotta del proletariato. In quale corso si trova il proletariato nel decennio aperto dal 1930: in un corso di crescita della lotta rivoluzionaria o in quello che conduce, dopo aver subito profonde disfatte, demoralizzato, integrato nella difesa nazionale, inevitabilmente alla guerra imperialista?
Trotsky che aveva visto e denunciato nella vittoria di Hitler l’apertura della corsa alla guerra, cambia completamente di prospettiva con 1’avvento del Fronte Popolare in Francia a in Spagna e annuncerà con grande risonanza che “la rivoluzione è cominciata in Francia”.
Tutt'altra sarà l'analisi di Bilan che, non solo non vedrà nel trionfo del Fronte Popolare un rovesciamento del corso alla guerra, ma al contrario lo considererà come un rafforzamento di questo corso, una replica adeguata nei paese “democratici” all’isteria guerrafondaia della Germania e dell’Italia, un mezzo e dei più efficaci per far abbandonare al proletariato il suo terreno di classe, per mobilitarlo attorno alla difesa della “democrazia” e dell’interesse nazionale, preparazione necessaria per condurlo alla guerra imperialista.
In un tale contesto quale poteva essere la prospettiva dell’eroica lotta del proletariato spagnolo? E’ innegabile che il proletariato di Spagna diede, nella sua vigorosa lotta contro il sollevamento di Franco, soprattutto nei primi giorni, un magnifico esempio di combattività e di decisione. Ma per quanto grande fosse la sua combattività, lo sviluppo degli avvenimenti doveva presto mostrare che non era in suo potere di andare da solo alla vittoria rivoluzionaria in una situazione mondiale di rinculo e di smobilitazione della classe operaia internazionale.
Dai tragici avvenimenti del proletariato in Spagna dobbiamo trarre questa lezione preziosa: come l’ottobre 1917 ci mostra la possibilità di una vittoria della rivoluzione proletaria in un paese capitalisticamente arretrato, perché portata da un movimento generale della rivoluzione che il proletariato russo non faceva che esprimere ed annunciare, così il 1936 in Spagna ci mostra che è impossibile a un proletariato di un paese sottosviluppato, quale che sia la sua combattività, di rovesciare un corso generale di controrivoluzione trionfante. E questo non ha niente a che vedere con il fatalismo. Come scriverà Bilan: “Il compito del momento: non tradire.” Nel 1936 in Spagna non era in causa la vittoria della rivoluzione, ma essenzialmente di fare in modo che il proletariato non abbandonasse il suo terreno di classe e si lasciasse immolare per la controrivoluzione, nella sua forma fascista o democratica. Se il proletariato spagnolo non poteva far trionfare la rivoluzione, poteva e doveva restare fermamente sul suo terreno, rigettare ogni alleanza, e coalizione con frazioni della borghesia, rifiutarsi alle menzogne di una guerra antifascista che conteneva la fatalità del suo annientamento a serviva da preludio a sei anni di ininterrotti massacri di milioni di proletari nella seconda guerra mondiale.
La guerra di Spagna doveva ancora sviluppare un altro mito, un’altra menzogna. Nello stesso tempo in cui si sostituiva alla guerra di classe del proletariato contro il capitalismo la guerra tra democrazia e fascismo, si sfigurava il contenuto stesso della rivoluzione cambiando l’obiettivo centrale della rivoluzione: distruzione dello stato borghese e presa del potere politico da parte del proletariato in quello delle cosiddette misure di socializzazione e di gestione operaia delle fabbriche.
Saranno soprattutto gli anarchici e certe tendenze che si richiamavano al consigliarismo che si distingueranno nell’esaltare questo mito, giungendo perfino a vedere e proclamare in quella Spagna repubblicana, antifascista e stalinista, la conquista di posizioni socialiste ben più avanzate di quelle raggiunte dalla rivoluzione d’ottobre.
Non è nostra intenzione entrare qui in una analisi dettagliata sull’importanza e sul significato di queste misure. Si troverà, nei testi di Bilan che pubblichiamo, una risposta sufficientemente chiara a queste questioni. Ciò che vogliamo mettere in evidenza è che, anche se queste misure fossero state più radicali di quanto non lo furono in realtà, non avrebbero cambiato il carattere fondamentalmente controrivoluzionario dello svolgersi degli avvenimenti in Spagna.
Per la borghesia come per il proletariato il punto centrale della rivoluzione non può essere che quello della conservazione o della distruzione dello Stato capitalista. Il capitalismo può non solo adattarsi a misure di autogestione o di cosiddetta socializzazione, ma suscitarle esso stesso come mezzi di mistificazione e deviamento dell’energia del proletariato.
L’esaltazione di pretese misure sociali non è che un radicalismo verbale che ricopre, nel migliore dei casi, la stessa radice del vecchio riformismo: la marcia graduale della trasformazione sociale. Contro questo radicalismo verbaiolo e in totale accordo con Bilan, noi affermiamo che una rivoluzione che non comincia con la distruzione dello Stato capitalista può essere tutto ciò che si vuole fuorché una rivoluzione proletaria.
Nel 1936 in Spagna il proletariato ha subito una delle sue più sanguinose disfatte che gli ha valso quaranta anni di repressione feroce. Riflesso di questo corso di disfatte e di trionfante reazione, la Sinistra comunista ridotta a piccoli gruppi che trovavano la loro espressione in Bilan, era dolorosamente cosciente del suo isolamento e della sua impotenza nell’immediato. Come il partito bolscevico e il pugno di militanti nel 1914, restava fedele al comunismo andando contro-corrente.
Se la guerra e quaranta anni di controrivoluzione trionfante hanno avuto ragione, materialmente, della sua organizzazione, l’insegnamento della lotta e delle posizioni rivoluzionarie della Sinistra Comunista non sono stati perduti.
Oggi con la ripresa della lotta di classe e la prospettiva del suo sviluppo rivoluzionario, i comunisti ritrovano e riallacciano il filo di questa continuità politica.
Ripubblicando i testi di Bilan intendiamo farne degli strumenti per il riarmo politico del proletariato e dalle lezioni della disfatta di ieri forgiare le armi per la vittoria finale di domani.
CORRENTE COMMUNISTA INTERNAZIONALE
(dalla Revue Internationale, organo trimestrale della CCI, n°6)
Quanti saranno? Impossibile conoscere una cifra, anche approssimativa, del numero delle vittime cadute nell’orgia di sangue, degna cerimonia par l’apertura delle Cortes della “Repubblica dei lavoratori di Spagna” (1): destra agraria e monarchica, destra repubblicana, sinistra radicale, partito socialista, sinistra catalana, manifestano, in un ammirevole fronte unico, la loro soddisfazione per questa vittoria dell’“ordine”. Una volta che la classe operaia spagnola ha abbandonato i cattivi pastori - che sarebbero, all’occorrenza, gli anarchici della Federazione Anarchica Iberica - da Macia “il liberatore della Catalogna” a Maura, da Lerroux a Prieto si rende l’omaggio voluto e opportuno alla “saggezza dei lavoratori spagnoli”. Certo, non si tratta di un movimento operaio soffocato dalle mitragliatrici e dai cannoni; ma semplicemente, ah! quanto semplicemente, di una specie di epurazione fatta dalla borghesia nell’interesse dei lavoratori. Una volta estirpata 1’ulcera, ritornerebbe la saggezza, la saggezza innata e i lavoratori si affretterebbero a ringraziare i carnefici che li avrebbero liberati dagli agitatori anarchici.
Ah, che si stabilisca, ma che si stabilisca senza tardare il bilancio delle vittime che ha al suo attivo la repubblica degli Azana-Caballero, così coma quella delle nuove Cortes, e, molto meglio di mille controversie teoriche - si giungerà a stabilire il significato della “Repubblica” e della cosiddetta rivoluzione democratica del 1931. Questo bilancio renderà pallida l’opera della monarchia e finirà per mostrare al proletariato che non c’è per lui nessuna forza di organizzazione borghese che lo possa difendere. Comprenderà che non esiste “male minore” per lui e che finché non sarà venuta l’ora per condurre la sua battaglia insurrezionale non può che difendere le posizioni di classe che ha conquistato e che non si possono confondere con le forme di organizzazione e di governo del nemico, fossero anche le più democratiche. I lavoratori spagnoli stanno, ancora una volta, facendone l’esperienza, come il proletariato dei paesi del “paradiso democratico” o del fascismo.
“Movimento anarchico”! Così è caratterizzato questo sollevamento soffocato nel sangue. E, evidentemente, le formazioni della sinistre borghese, tanto i socialisti quanto il liberale Macia, diranno che tra questi “agitatori” anarchici si trovavano i “provocatori” monarchici: così la loro “coscienza” repubblicana troverà una nuova serenità e la loro anima resterà senza macchie. Ma il proletariato riconosce i suoi e sa che non sono provocatori quelli che la gendarmeria ha steso al suolo, ma sono i suoi figli più valorosi che si erano ribellati contro l’oppressione del capitalismo repubblicano.
Strani anarchici questi operai che fanno scattare un movimento di ribellione dopo una consultazione elettorale! Tuttavia, non esiteremo un solo istante a solidarizzare con un movimento proletario, anche se fosse diretto da degli anarchici (cercando di far prevalere, nel corso della lotta, la concezione comunista che, sola, può condurre alla vittoria). Ma la questione non è questa, e noi insorgiamo già ora contro quei militanti che, nel momento stesso in cui il fascio delle forze del proletariato mondiale dovrebbe rinserrarsi per sostenere il proletariato spagnolo, avanzano delle critiche al riguardo delle pretese responsabilità degli anarchici spagnoli.
Movimenti di una tale ampiezza non dipendono, e non possono dipendere, da un piano prestabilito; questa è la concezione del nemico che considera che la lotta delle masse contro l’oppressione non è dovuta che a un partito che trama complotti. Attualmente, gli ultimi avvenimenti in Spagna hanno mostrato una flagrante opposizione tra l’ideologia anarchica e l’elezione delle Cortes che li ha determinati. Questa rivolta proletaria trova la sua causa reale non nelle elezioni ma nella situazione generale della classe operaia. Le elezioni hanno fornito una occasione fortuita che soltanto dei parolai superficiali possono considerare come l’elemento determinante della rivolta operaia di questi ultimi giorni.
LA MANCANZA DI UN PARTITO RIVOLUZIONARIO DEL PROLETARIATO! Ecco ciò che ha salvato i difensori del capitalismo spagnolo. La costruzione di questo partito si compie al prezzo di innumerevoli vittime proletarie. Le condizioni della sua formazione e del suo sviluppo come guida della classe operaia possono sorgere dalle esperienze della sanguinosa lotta del proletariato contro il capitalismo.
Le vittime operaie, cadute nella lotta in Spagna, non appartengono a nessuna scuola particolare. Esse non possono offrire materia di speculazione per o contro gli anarchici. Il proletariato di tutti i paesi onorerà i morti di Spagna aiutando il proletariato iberico a forgiarsi lo strumento indispensabile per la sua vittoria, il suo partito di classe, par dare il via all’insurrezione proletaria.
Da Bilan n° 2, Dicembre 1933.
1. L’articolo 1 della Costituzione Repubblicana suonava così: “La Spagna è una repubblica di lavoratori di tutte le classi (!) organizzata in un regime di libertà e giustizia”.
La sollevazione proletaria del dicembre 1933 fu come al solito caratterizzata da un coraggio ed una combattività estrema e dall’isolamento completo dei lavoratori paese per paese. Schiacciato il movimento, il governo Martinez Barrio completò l’opera delle mitragliatrici con migliaia di arresti e centinaia di condanne.
Le elezioni cui si fa riferimento videro l’affermazione delle destre, e segnarono l’inizio della fase che avrà il suo culmine nell’Ottobre 1934 (vedi Bilan 12 ottobre 1934).
Esistono due criteri per la comprensione degli avvenimenti: due opposte piattaforme sulle quali si effettua la concentrazione della classe operaia. Solo così potremo analizzare le ultime ecatombi nelle quali sono periti migliaia di proletari della penisola iberica, fucilati, mitragliati, bombardati dalla “Repubblica dei lavoratori spagnoli”. ([1])
O la Repubblica, le libertà democratiche, non sono che un potente diversivo che solleva il nemico quando gli è impossibile impiegare la violenza e il terrore per annientare il proletariato. O la Repubblica e le libertà democratiche rappresentano un male minore e perfino una condizione favorevole alla marcia vittoriosa del proletariato che avrebbe il dovere di appoggiarle per favorire il suo attacco ulteriore per liberarsi dalle catene del capitalismo.
Il terribile massacro di questi ultimi giorni in Spagna dovrebbe por fine ai giochi di “dosaggio”, secondo i quali la Repubblica è sì una “conquista operaia” da difendere, ma sotto “certe condizioni” e soprattutto nella “misura” in cui non è ciò che è, alla condizione che “divenga” ciò che non può divenire, o, infine, “se” lungi dall’avere il significato e gli obiettivi che ha, si accinga a diventare l’organo del dominio della classe lavoratrice. Questo piccolo gioco diventa ugualmente molto difficile per quanto concerne le situazioni che hanno preceduto la guerra civile in Spagna, dove il capitalismo ha dato la misura della sua forza contro il proletariato. In effetti, dalla sua fondazione nell’aprile 1931 fino al dicembre 1931, la “marcia a sinistra” della Repubblica Spagnola, la formazione del governo Azana-Caballero-Lerroux, l’amputazione della sua ala destra, rappresentata da Lerroux, nel dicembre 1931, non determina in nessun caso delle condizioni favorevoli all’avanzamento delle posizioni di classe del proletariato o alla formazione di organismi capaci di dirigerne la lotta rivoluzionaria. E qui non si tratta proprio di vedere ciò che avrebbe dovuto fate il governo repubblicano e radical-socialista per la salute della ... rivoluzione comunista, ma si tratta di cercare se questa conversione a sinistra o all’estrema sinistra del capitalismo, questo unanime concerto che andava dai socialisti fino ai sindacalisti per la difesa della repubblica, ha creato, si o no, le condizioni per lo sviluppo di conquiste operaie e della marcia rivoluzionaria del proletariato. O ancora meglio, se questa conversione a sinistra non fosse dettata dalla necessità, per il capitalismo, di ubriacare gli operai agitati da un profondo slancio rivoluzionario, perché non si orientassero verso la lotta rivoluzionaria, perché la via che la borghesia doveva prendere nell’ottobre 1934 era troppo rischiosa nel 1931 e gli operai, in quel periodo, avrebbero potuto vincere in un momento in cui il capitalismo non era nella possibilità di reclutare gli eserciti della repressione feroce.
D’altra parte, il separatismo catalane o basco, che era stato considerato come una breccia aperta nell’apparato di dominio del nemico, breccia che bisognava allargare fine alle sue conseguenze più estreme per fare in seguito progredire il corso della rivoluzione proletaria, non aveva forse dato la misura della sua forza erigendo una Repubblica Catalana ... per qualche ora (repubblica che sparì dolorosamente sotto i colpi delle stesso generale Batlet che Companys invitava alla difesa della Catalogna che proclamava la sua indipendenza)? E, nelle Asturie, le forze dell’esercito, della polizia, dell’aviazione non si sono gettate, per settimane, contro i minatori e gli operai privi di ogni guida nella loro lotta eroica?
Il separatismo basco che con le sue proteste degli ultimi mesi non aveva fatto che annunciare la tormenta che si avvicinava, lascerà annientare le lotte delle Asturie e, in più, i battaglioni del terrore governativo saranno diretti da un separatista che domani farà, senza dubbio, un nuovo giuramento di fedeltà alla Repubblica e alle autonomie regionali.
Dal 1930 al 1934 una coerenza d’acciaio stabilisce la logica degli avvenimenti. Nel 1930 Berenguer è chiamato dal re Alfonso XIII che spera di poter ripetere la manovra del 1923, quando giunse a contenere nel quadro della legalità monarchica le conseguenze del disastro marocchino. Nel 1923, Primo de Rivera sostituì Berenguer, considerato come il responsabile del disastro in Marocco, e questa modifica governativa permise di allontanare l’attacco delle masse che, evidentemente, dovevano fare le spese dell’operazione governativa che si concludeva con sette anni di dittatura clerico-agraria. Ma, nel 1930, la situazione economica era profondamente sconvolta dall’apparizione della crisi e non era più sufficiente fare ricorso a delle semplici manovre governative. Nel febbraio 1931 le condizioni erano già mature per dei movimenti proletari ed esisteva la minaccia di uno sciopero dei ferrovieri: bisogna fare allora ricorso ai grandi colpi teatrali e si offrono alle masse le teste di Berenguer e del re. Per intervento del monarchico Guera e d’accordo con il repubblicano Zamora, è organizzata la partenza del re prima dell’uscita degli operai delle fabbriche. Il movimento di allargamento verso la sinistra continua fino alla fine del 1931 ed è solo così che si metteranno le masse di fronte ad una estrema difficoltà per forgiarsi l’organismo della vittoria: il proprio partito di classe. Dato che non era possibile sopprimere i conflitti di classe, il capitalismo non poteva che porre questi conflitti in tali condizioni che essi non potessero condurre che alla confusione senza uscita. E la Repubblica serve a questo fine. All’inizio del 1932, il governo di sinistra fa la sua prima prova e passa al violento attacco contro la sciopero generale proclamato dai sindacalisti. In questo momento 1a concentrazione del capitalismo avviene attorno alla sua ala sinistra e il reazionario Maura potrà rendere plebiscitario il governo Azana-Caballero per le Cortes repubblicane. Lo slancio delle masse, prodotto dalle circostanze economiche, fu spezzato, dopo essersi smarrito nei sentieri della Repubblica e della democrazia, dalla violenza reazionaria del governo radical-socialista. Da ciò risultò una opposta conversione della borghesia verso la sua ala destra: nel l'agosto del 1932 avremo la prima scaramuccia di Sanjurjio per la concentrazione delle forze della destra. Qualche mese dopo, nel dicembre 1933, è il massacro degli operai durante il nuovo sciopero deciso dai sindacalisti nel momento in cui le elezioni danno l’occasione per spostare a destra l’orientamento della Repubblica Spagnola. Di conseguenza, l’ottobre 1934 segna la battaglia frontale par annientare tutte le forze e le organizzazioni del proletariato spagnolo. E come triste e crudele epilogo delle orme seguite dai sindacalisti giungeremo, in presenza di un tale massacro, all’astensione della Confederazione del Lavoro Anarchica che ritiene di non potersi mischiare a dei movimenti politici …
Sinistra-destra; repubblica-monarchia; appoggio alla sinistra e alla repubblica contro la destra e la monarchia per la rivoluzione proletaria; ecco i dilemmi e le posizioni che hanno difeso le diverse correnti che agiscono in seno alla classe operaia. Ma il dilemma era diverso e consisteva nell’opposizione: capitalismo-proletariato, dittatura della borghesia per l’annientamento del proletariato, o dittatura del proletariato per l’erezione di un bastione della rivoluzione mondiale in vista della soppressione degli Stati e delle classi.
Benché l'economia spagnola abbia potuto beneficiare dei vantaggi acquisiti durante la guerra per la sua posizione di neutralità, la struttura di questo capitalismo offriva una resistenza troppo debole ai contraccolpi della crisi economica. Un settore industriale troppo limitato rispetto a un’economia agraria troppo estesa e ancora dominata da forze e da forme di produzione non industrializzate. Tali fondamenti spiegano perché le regioni industriali sono il teatro di movimenti separatisti privi di sbocco e che devono acquistare un signifîcato reazionario per il fatto che la classe al potere è il capitalismo, che estende su tutto il territorio il marchio di organismi bancari dove si concentrano - attorno a grandi magnati - i prodotti del plusvalore dei proletari e del pluslavoro dei contadini. Una tale base economica lascia intravedere la prospettiva che si apre alla classe operaia spagnola che si trova in condizioni analoghe a quelle conosciute dagli operai russi: di fronte a una classe che non può stabilire il suo dominio se non con una dittatura di ferro e di sangue, non potrà battere questo feroce dominio che con il trionfo della sua insurrezione.
E la tragedia spagnola, come quella austriaca, si svolgerà nella disattenzione del proletariato mondiale immobilizzato dall’azione controrivoluzionaria dei centristi e dei socialisti. Una semplice offerta da parte dell’I.C. sarà rifiutata dall’Internazionale socialdemocratica con il pretesto che il momento favorevole è già passato. Come se, dopo la vittoria di Hitler, quando il momento favorevole era - anche questa volta - passato, l’Internazionale socialdemocratica non avesse indirizzato delle proposte di azione comune all’I.C.! Ma la putrefazione e la corruzione di organismi che osano ancora proclamarsi operai sono tali che, sui cimiteri di proletari, i traditori di ieri e di domani non faranno che abbozzare una manovra che permetta loro di continuare l’opera di tradimento, fino al giorno in cui gli operai non giungeranno a spazzar via con la classe che li opprime tutte le forze che li tradiscono. Le migliaia di operai spagnoli non sono morti invano, perché dal sangue di cui si è bagnata la Repubblica Spagnola germinerà la lotta per la rivoluzione comunista, abbattendo tutti i diversivi che il nemico non cesserà di opporre alla marcia liberatrice della classe operaia.
[1] Nell'Ottobre 1934, di fronte all'ingresso di quattro esponenti della CEDA cattolica di destra (vedi BILAN n' 14 - dicembre 1934) nel governo, i partiti di sinistra proclamarono lo sciopero generale, che si trasformò in lotta aperta in molti luoghi ed in insurrezione nelle Asturie. Qui i minatori istaurarono un potere operaio che resistette armi alla mano contro il meglio dell'esercito spagnolo dal 4 al 18 ottobre, e si estese all'intera regione. (Sul ruolo di crumiraggio esercitato dalla CNT, vedi ugualmente BILAN n° 14 - dicembre 1934).
Il 4 maggio 2007 e i giorni seguenti si commemora il 70° anniversario dei tragici avvenimenti del maggio 1937 in cui il governo della Repubblica – con la complicità diretta dei dirigenti della CNT e del POUM (1) – hanno massacrato gli operai di Barcellona che si erano sollevati, esasperati da uno sfruttamento brutale accresciuto dallo “sforzo” di guerra. Noi pensiamo che un grande dibattito sia oggi indispensabile per tirare le lezioni di questi avvenimenti e per fornire dei contributi; riproduciamo qui di seguito l’articolo d’intervento che i nostri predecessori, la Sinistra Comunista d’Italia e del Belgio, avevano pubblicato in questa occasione nella rivista Bilan (1933-1938). Noi speriamo così di suscitare un dibattito sincero e aperto che vada fino al fondo delle cose, che permetta alle generazioni attuali della classe operaia di tutti i paesi che non hanno vissuto questa tragedia di rafforzarsi nella loro lotta contro un capitalismo ogni volta più barbaro e inumano.
Corrente Comunista Internazionale (1° maggio 2007)
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PIOMBO, MITRAGLIA, PRIGIONE
COSI' RISPONDE IL FRONTE POPOLARE AGLI OPERAI DI BARCELLONA CHE OSANO RESISTERE ALL'ATTACCO CAPITALISTA
Proletari!
Il 19 luglio 1936, i proletari di Barcellona, a mani nude, hanno annientato l’attacco dei battaglioni di Franco, armati fino ai denti.
Il 4 maggio 1937, questi stessi proletari, muniti di armi, lasciano per terra molte più vittime che a luglio, quando si trattava di respingere Franco, ed è il governo antifascista – che comprende componenti anarchiche e che gode anche di un appoggio del POUM – che scatena la feccia delle forze repressive contro gli operai.
Proletari!
Il 19 luglio 1936, i proletari di Barcellona sono una forza invincibile. La loro lotta di classe, libera da legami con lo stato borghese, si ripercuote all’interno dei reggimenti di Franco, li disgrega e risveglia nei soldati l’istinto di classe: è lo sciopero che arresta i fucili e i cannoni di Franco e che blocca la sua offensiva.
La storia non registra che intervalli fuggitivi nel corso dei quali il proletariato può acquistare la sua completa autonomia di fronte allo stato capitalista. Qualche giorno dopo il 19 luglio, il proletariato catalano arriva al crocevia: o entra nella fase superiore della sua lotta per la distruzione dello stato borghese o il capitalismo ricostituisce le maglie del suo apparato di dominio. A questo stadio della lotta in cui l’istinto di classe non è più sufficiente e quando la coscienza diventa il fattore decisivo, il proletariato non può vincere senza disporre del capitale teorico accumulato con pazienza e accanimento dalle sue frazioni di sinistra erette in partito sotto l’incalzare degli avvenimenti. Se oggi il proletariato spagnolo vive una tragedia così cupa, ciò è dovuto alla sua immaturità nel forgiare il suo partito di classe: il cervello che, solo, può dargli forza vitale.
In Catalogna, dal 19 luglio, gli operai creano spontaneamente, sul proprio terreno di classe, gli organi autonomi della loro lotta. Ma subito sorge l’angosciante dilemma: o ingaggiare a fondo la battaglia politica per la distruzione dello stato capitalista e ultimare così i successi economici e militari, o lasciare in piedi l’apparato oppressivo del nemico e permettergli allora di snaturare e di liquidare le conquiste operaie.
Le classi lottano con i mezzi che sono loro imposti dalle situazioni e dal grado di tensione sociale. Di fronte al divampare della lotta di classe, il capitalismo non può pensare di ricorrere ai metodi classici della legalità. Ciò che lo minaccia, è l’indipendenza della lotta proletaria che condiziona l’altra tappa rivoluzionaria verso l’abolizione del dominio borghese. Il capitalismo deve dunque rinnovare la trama del suo controllo sugli sfruttati. Questa trama, che prima era costituita dalla magistratura, la polizia, le prigioni, viene sostituita, nella situazione estrema di Barcellona, dai Comitati delle milizie, le industrie socializzate, i sindacati operai che gestiscono i settori fondamentali dell’economia, le pattuglie di vigilanza, ecc.
Così in Spagna, la Storia ripropone il problema che, in Italia e in Germania, si è concluso con l’annientamento del proletariato: gli operai mantengono per la propria classe gli strumenti che essi stessi creano nel fuoco della lotta finché li dirigono contro lo stato borghese. Gli operai viceversa armano i loro boia di domani se, non avendo la forza di abbattere il nemico, si lasciano ancora attirare nelle insidie del suo dominio.
La milizia operaia del 19 luglio è un organismo proletario. La “milizia proletaria” della settimana seguente è un organismo capitalista appropriato alla situazione del momento. E, per realizzare il suo piano controrivoluzionario, la borghesia può fare appello ai centristi (2), ai socialisti, alla CNT, alla FAI, al POUM che, tutti, fanno credere agli operai che lo stato cambia natura quando il personale che lo gestisce cambia colore. Dissimulato tra le pieghe della bandiera rossa, il capitalismo affila pazientemente la spada della repressione che, il 4 maggio, è preparata da tutte le forze che, il 19 luglio, avevano spezzato la spina dorsale del proletariato spagnolo.
Il figlio di Noske e della Costituzione di Weimar è Hitler; il figlio di Giolitti (3) e del “controllo della produzione” è Mussolini; il figlio del fronte antifascista spagnolo, delle “socializzazioni”, delle milizie “proletarie”, è la carneficina di Barcellona del 4 maggio 1937.
Solo il proletariato russo rispose alla ceduta dello zarismo con l'Ottobre 1917 perché solo questo giunse a costruire il suo partito di classe attraverso il lavoro delle frazioni di sinistra.
Proletari!
E’ al riparo di un governo di Fronte Popolare che Franco ha potuto preparare il suo attacco. E’ sulla via della conciliazione che Barrios ha provato, il 19 luglio, a formare un ministero unico che potesse realizzare il programma del capitalismo spagnolo, sia sotto la direzione di Franco, sia sotto la direzione mista della destra e della sinistra unite fraternamente. Ma è la rivolta operaia di Barcellona, di Madrid, delle Asturie, che obbliga il capitalismo a sdoppiare il suo ministero, a dividere le funzioni tra l’agente repubblicano e l’agente militare legati da una indissolubile solidarietà di classe.
Dove Franco non è riuscito a imporre subito la sua vittoria, il capitalismo chiama gli operai a seguirlo per “sconfiggere il fascismo”. Sanguinoso tranello che questi hanno pagato con migliaia di cadaveri per aver creduto di poter, sotto la direzione del governo repubblicano, annientare il figlio legittimo del capitalismo: il fascismo. E sono partiti per le colline d’Aragona, per le montagne di Guadarrama, delle Asturie, per la vittoria della guerra antifascista.
Ancora una volta, come nel 1914, è con l’ecatombe del proletariato che la Storia sottolinea sanguinosamente l’irriducibile opposizione tra borghesia e proletariato.
I fronti militari: una necessità imposta dalla situazione? No! Una necessità del capitalismo per accerchiare e sconfiggere gli operai! Il 4 maggio 1937 dimostra chiaramente che dopo il 19 luglio il proletariato doveva combattere tanto contro Companys e Giral quanto contro Franco. I fronti militari non potevano che scavare la fossa agli operai perché rappresentavano il fronte della guerra del capitalismo contro il proletariato. A questa guerra i proletari spagnoli – sull’esempio dei loro fratelli russi del 1917 - non potevano rispondere che sviluppando il disfattismo rivoluzionario in entrambi i campi della borghesia: tanto il repubblicano quanto il “fascista”, e trasformando la guerra capitalista in guerra civile per la totale distruzione delle stato borghese.
La frazione italiana di sinistra è stata sostenuta, nel suo tragico isolamento, solo dalla solidarietà della corrente della Ligue des communistes internationalistes de Belgique che fonda ora la Frazione Belga della sinistra comunista internazionale. Soltanto queste due correnti hanno dato l’allarme quando, dappertutto, si proclamava la necessità di salvaguardare le conquiste della rivoluzione, di battere Franco per meglio sconfiggere in seguito Caballero.
Gli ultimi avvenimenti di Barcellona confermano tragicamente la nostra tesi iniziale e mostrano che è con una crudeltà che uguaglia quella di Franco che il Fronte Popolare, appoggiato da anarchici e dal POUM, si è gettato sugli operai insorti del 4 maggio.
Le vicissitudini delle battaglie militari sono state altrettante occasioni per il Governo repubblicano per serrare ancor più il suo controllo sugli sfruttati. In assenza di una politica proletaria di disfattismo proletario, i successi così come le sconfitte militari dell’esercito repubblicano hanno finito per essere le tappe della sanguinosa sconfitta di classe degli operai: a Badajoz, Irun, San Sebastián, la Repubblica del Fronte popolare apporta il suo contributo al massacro concertato del proletariato rinsaldando i legami dell’Union Sacrée perché, per vincere la guerra antifascista, occorre un esercito disciplinato e centralizzato. La resistenza di Madrid, viceversa, facilita l’offensiva del Fronte popolare che può sbarazzarsi del suo valletto di ieri, il POUM, e preparare così l’attacco del 4 maggio. La caduta di Malaga riannoda i fili insanguinati dell’Union Sacrée mentre è la vittoria militare di Guadalajara che apre il periodo che si concluderà con le fucilate di Barcellona. In questa atmosfera di ubriacatura guerriera può così sorgere e maturare l’attacco del 4 maggio.
Parallelamente, in tutti i paesi, la guerra di sterminio del capitalismo spagnolo alimenta la repressione borghese internazionale, e i morti fascisti e “antifascisti” di Spagna accompagnano gli assassinati di Mosca, i mitragliati di Clichy; ed è così sull’altare insanguinato dell’antifascismo che i traditori raccolgono gli operai di Bruxelles attorno al capitalismo democratico in occasione delle elezioni dell’11 aprile 1937.
“Armi per la Spagna”: questa è stata la parola d’ordine centrale che è risuonata nelle orecchie dei proletari. E queste armi hanno sparato sui loro fratelli di Barcellona. Anche la Russia sovietica, cooperando all’armamento della guerra antifascista, ha rappresentato l’ossatura capitalista per la recente carneficina. Agli ordini di Stalin - che mette in mostra la sua rabbia anticomunista - il 3 marzo il PSUC (4) di Catalogna prende l’iniziativa del massacro.
Ancora una volta, come nel 1914, gli operai si servono delle armi per uccidersi fra di loro invece di usarle per la distruzione del regime di oppressione capitalista.
Proletari!
Il 4 maggio gli operai di Barcellona hanno ripreso la via che avevano preso il 19 luglio e dalla quale il capitalismo aveva potuto respingerli appoggiandosi sulle molteplici forze del Fronte Popolare. Facendo scoppiare scioperi dappertutto, anche nei settori presentati come delle conquiste della rivoluzione, essi si sono opposti al blocco repubblicano-fascista del capitalismo. Ed il governo repubblicano ha risposto con tanta ferocia quanto quella mostrata da Franco a Badajoz e Irun. Se il governo di Salamanca non ha sfruttato questo vacillare del fronte d’Aragona per sferrare un attacco è perché ha capito che il suo complice di sinistra adempiva in maniera ammirevole al suo ruolo di boia del proletariato.
Esausto da dieci mesi di guerra, di collaborazione di classe della CNT, della FAI, del POUM, il proletariato catalano finisce per subire una terribile sconfitta. Ma questa sconfitta è anche una tappa della vittoria di domani, un momento della sua emancipazione, perché essa segna la morte di tutte le ideologie che avevano permesso al capitalismo di salvaguardare il suo dominio, malgrado il gigantesco soprassalto del 19 luglio.
No! I proletari caduti il 4 maggio non possono essere rivendicati da nessuna delle correnti che, il 19 luglio, li hanno trascinati fuori del loro terreno di classe per precipitarli nel baratro dell’antifascismo.
I proletari caduti appartengono al proletariato e solamente a questo. Essi rappresentano le membrane del cervello della classe operaia mondiale, del partito di classe della rivoluzione comunista.
Gli operai di tutto il mondo si inchinano di fronte a tutti i morti e rivendicano i loro cadaveri contro tutti i traditori, quelli di ieri come quelli di oggi. Il proletariato di tutto il mondo saluta in Berneri (5) uno dei suoi, e il suo sacrificio all’ideale anarchico è ancora una protesta contro una scuola politica che è sprofondata nel corso degli avvenimenti spagnoli: è sotto la direzione di un governo a participazione anarchica che la polizia ha ripetuto sul corpo di Berneri l’impresa di Mussolini sul corpo di Matteotti! (6)
Proletari!
La carneficina di Barcellona è il segno anticipatore di repressioni ancora più sanguinose sugli operai di Spagna e del mondo intero. Ma è anche il segno anticipatore di tempeste sociali che, domani, si scateneranno sul mondo capitalista.
Il capitalismo, in solo dieci mesi, ha dovuto dar fondo alle risorse politiche che contava di consacrare per demolire il proletariato, ostacolando il lavoro che questo portava avanti per fondare il suo partito di classe, arma della sua emancipazione e della costruzione della società comunista. Centrismo e anarchismo, raggiungendo la socialdemocrazia, hanno portato a termine, in Spagna, la loro evoluzione, analogamente a quanto si produsse nel 1914 quando la guerra ridusse la Seconda Internazionale allo stato di cadavere.
In Spagna, il capitalismo ha scatenato una battaglia di una portata internazionale: la battaglia tra il fascismo e l’antifascismo che, attraverso la forma estrema delle armi, annuncia una tensione acuta dei rapporti di classe sull’arena internazionale.
Le morti di Barcellona spianano il terreno per la costruzione del partito della classe operaia. Le forze politiche che hanno chiamato gli operai a lottare per la rivoluzione ingaggiandoli in una guerra capitalista sono tutte passate dall’altra parte della barricata e davanti agli operai del mondo intero si apre l’orizzonte luminoso in cui i morti di Barcellona hanno scritto con il loro sangue di classe ciò che era stato già scritto dai morti del 1914-18: la lotta degli operai è proletaria alla sola condizione di sapersi dirigere contro il capitalismo e il suo Stato; viceversa essa serve gli interessi del nemico se non si dirige contro di esso, in tutti i momenti, in tutti i campi, in tutti gli organismi proletari che le situazioni fanno sorgere.
Il proletariato mondiale lotterà contro il capitalismo anche quando questo passerà alla repressione contro i suoi servi di ieri. E’ la classe operaia e mai il suo nemico di classe che è incaricata di liquidare il conto di quelli che hanno espresso una fase della sua evoluzione, un momento della sua lotta per l’emancipazione dalla schiavitù capitalista.
La battaglia internazionale che il capitalismo spagnolo ha ingaggiato contro il proletariato apre un nuovo capitolo internazionale della vita delle frazioni di tutti i paesi. Il proletariato mondiale che deve continuare a lottare contro i “costruttori” di Internazionali artificiali sa che esso non può fondare l’Internazionale proletaria che attraverso la scossa mondiale del rapporto di classe che apra la via della Rivoluzione comunista, e solo così. Di fronte alla Guerra di Spagna, che annuncia l’apparire di tormente rivoluzionarie in altri paesi, il proletariato mondiale sente che è venuto il momento di allacciare i primi legami internazionali delle frazioni della Sinistra Comunista.
Proletari di tutti i paesi!
La vostra classe è invincibile; essa rappresenta il motore dell’evoluzione storica: gli avvenimenti di Spagna ne sono la prova perché è la vostra classe che, sola, costituisce la posta di una lotta che mette in subbuglio il mondo intero!
Non è la disfatta che vi può scoraggiare: da questa disfatta trarrete gli insegnamenti per la vittoria di domani!
Sulle vostre basi di classe, voi ricostruirete la vostra unità di classe al di là delle frontiere, contro ogni mistificazione del nemico capitalista!
In Spagna, ai tentativi di compromesso che cercano di fondare la pace dello sfruttamento capitalista, rispondete con la fraternizzazione degli sfruttati dei due eserciti per la lotta simultanea contro il capitalismo!
In piedi per la lotta rivoluzionaria in tutti i paesi!
Viva la lotta rivoluzionaria in tutti i paesi!
Viva il proletariato di Barcellona che ha scritto una nuova pagina sanguinosa del libro della Rivoluzione mondiale!
Avanti per la costituzione dell’Ufficio Internazionale per promuovere la formazione di frazioni di sinistra in tutti i paesi!
Innalziamo la bandiera della Rivoluzione Comunista che i boia fascisti e antifascisti non possono impedire ai proletari vinti di trasmettere ai loro eredi di classe!
Siamo degni dei nostri fratelli caduti!
Viva la Rivoluzione Comunista in tutto il mondo!
Le Frazioni belga e italiana della Sinistra Comunista Internazionale
1. Il Partito Operaio di Unificazione Marxista (o POUM, in spagnolo Partido obrero de unificación marxista) era un’organizzazione spagnola prossima ai troschisti, creata nel 1935 e sciolta nel 1937, che ha partecipato attivamente alla Guerra di Spagna contro il generale Franco.
2. E’ così che la Sinistra Comunista d’Italia caratterizzava gli stalinisti.
3. Uomo politico borghese, diverse volte presidente del Consiglio in Italia, in particolare in occasione degli scioperi culminati con l’occupazione delle fabbriche nel 1920.
4. In Catalogna il PC, la federazione socialista, l’Unione Socialista ed il Partì Català Proletari si erano fusi, alla vigilia della guerra civile, in una sola organizzazione, il Partito Socialista Unificato di Catalogna, in nome delle particolarità regionali.
5. Camillo Berneri, nato a Lodi, in Italia, il 28 maggio 1897, e morto assassinato dalla GPU a Barcellona, in Spagna, il 6 maggio 1937.
6. Giacomo Matteotti fu deputato socialista italiano. Il suo assassinio da parte di un gruppo fascista porta indirettamente all’instaurazione progressiva del regime di Mussolini.
In Russia la questione poteva solo essere posta. Essa non poteva essere risolta in Russia” (Rosa Luxemburg, La Rivoluzione Russa).
Nel corso della controrivoluzione che, nel mondo intero, ha seguito il periodo rivoluzionario del 17-23, si è sviluppato un mito riguardo al bolscevismo, descritto come un prodotto specifico dell’“arretratezza” russa e della barbarie asiatica. Alcuni superstiti delle Sinistre tedesca e olandese, profondamente demoralizzati per la degenerazione e la morte della rivoluzione in Russia, regredirono su posizioni semimensceviche; secondo queste, lo sviluppo borghese in Russia negli anni ‘20 e ‘30 era inevitabile, dato che la Russia non era matura per il comunismo, il bolscevismo era considerato un’ideologia dell’“intellighenzia” e gli si attribuiva l’unico scopo della modernizzazione capitalistica della Russia. I bolscevichi avrebbero, quindi, fatto una rivoluzione “borghese” o “capitalista di stato”, appoggiandosi su un proletariato immaturo.
Questa teoria, nel suo complesso, metteva totalmente in dubbio il carattere genuinamente proletario della rivoluzione russa e del bolscevismo e costituiva un ripudio da parte di molti comunisti di Sinistra della propria partecipazione al dramma eroico cominciato nell’ottobre ‘17. Ma come tutti i miti, esso conteneva una parte di verità. Se il movimento operaio è fondamentalmente un prodotto di condizioni internazionali, esso presenta pur tuttavia certe caratteristiche specifiche, frutto di condizioni storiche e nazionali particolari. Oggi, per esempio, non è per caso che il riemergere del movimento comunista è più marcato nei paesi dell’Europa occidentale, e di gran lunga più debole, per così dire quasi inesistente, nel blocco dell’Est. Ciò è una conseguenza della maniera specifica in cui si sono svolti gli avvenimenti storici negli ultimi cinquanta anni, in particolare del modo in cui si è organizzata nei differenti paesi la controrivoluzione capitalista. Così, quando si esamina il movimento rivoluzionario in Russia prima e dopo l’insurrezione d’ottobre, se non si può coglierne l’essenza che considerandolo nel contesto del movimento operaio internazionale, certi aspetti della sua forza e della sua debolezza possono essere legati alle condizioni particolari allora prevalenti in Russia.
Sotto molti aspetti, le debolezze del movimento rivoluzionario russo non erano che il rovescio della medaglia di ciò che costituiva la sua forza. La capacità del proletariato russo di indirizzarsi in maniera decisa verso una soluzione rivoluzionaria ai suoi problemi è stata enormemente determinata dalla natura del regime zarista. Autoritario, completamento decrepito, incapace di mettere in atto un qualsiasi “tampone” stabile tra lui e la miseria proletaria, il sistema zarista faceva sì che il proletariato, in tutti i suoi sforzi per difendersi, fosse immediatamente portato ad affrontare le forze repressive dello Stato. Per il proletariato russo, giovane ma molto combattivo e concentrato, non c’è mai stato né tempo né spazio politico perché si sviluppasse al suo interno una mentalità riformista, che avrebbe potuto portarlo a identificare la difesa. dei suoi interessi materiali immediati con la sopravvivenza della sua “patria”. Era quindi molto più facile per esso rifiutare ogni immedesimazione con i tentativi di guerra zarista dopo il 1914 e vedere nella distruzione dell’apparato politico zarista una condizione preliminare alla sua marcia in avanti nel 1917. In maniera molto generale e senza voler stabilire un legame troppo meccanico tra il proletariato russo e le sue minoranze rivoluzionarie, si può dire che questi punti di forza della classe russa furono uno dei fattori che permisero ai bolscevichi di essere alla testa del movimento rivoluzionario mondiale sia nel 1914 che nel 1917, attraverso la denuncia chiara della guerra e l’affermazione senza compromessi della necessità di distruggere l’apparato dello Stato borghese.
Ma, come abbiamo detto, questi elementi di forza erano anche delle debolezze, l’immaturità del proletariato russo, la sua mancanza di tradizioni organizzative, la brutalità con la quale fu proiettato in una situazione rivoluzionaria, portarono al permanere di importanti lacune nell’arsenale teorico delle sue minoranze rivoluzionarie. E’ significativo, per esempio, che le critiche più pertinenti alle pratiche riforniste della socialdemocrazia o ai sindacati cominciarono a essere formulate nei paesi in cui queste pratiche avevano messo radici più solide, in particolare in Olanda o in Germania. Fu in primo luogo là piuttosto che in Russia, dove il proletariato si batteva ancora per dei diritti parlamentari e sindacali, che i pericoli e i danni delle abitudini riformistiche sono stati capiti dai rivoluzionari. Per esempio, il lavoro di Anton Pannekoek e del gruppo olandese Tribune, negli anni che hanno preceduto il primo conflitto mondiale contribuì a preparare il terreno per la rottura radicale, avvenuta dopo la guerra, tra i rivoluzionari tedeschi e olandesi e le vecchie pratiche riformiste. Lo stesso vale per la Frazione Astensionista[1] di Bordiga in Italia. I bolscevichi, invece, non hanno mai veramente capito che il periodo delle “tattiche” riformistiche era finito una volta per tutte con l’entrata del capitalismo nel suo periodo d’agonia nel 1914; o almeno non hanno mai compreso pienamente tutte le implicazioni del nuovo periodo riguardo alla strategia rivoluzionaria. Gli scontri sulle tattiche parlamentari e sindacali che lacerarono l’Internazionale Comunista dopo il 1920 furono dovuti alla incapacità del partito russo a cogliere in pieno le necessità della nuova epoca; e questa carenza non era ristretta alla sola direzione bolscevica: essa si riflette anche nel fatto che la critica del sindacalismo, del parlamentarismo, del sostituzionismo e degli altri residui socialdemocratici, che i comunisti di Sinistra russi fecero, non pervenne mai allo stesso livello di chiarezza raggiunto dalle frazioni di Sinistra olandese, tedesca, italiana.
Ma dobbiamo mitigare quest’osservazione, se teniamo presente il contesto internazionale della rivoluzione. Le debolezze teoriche del partito bolscevico non erano definitive, proprio perché era un partito proletario e, pertanto, aperto a tutti i nuovi sviluppi e chiarezze che si traggono dalla lotta del proletariato quando è in una fase ascendente. Se la rivoluzione d’ottobre si fosse estesa internazionalmente, queste debolezze avrebbero potuto essere superate; le deviazioni socialdemocratiche che esistevano in seno al bolscevismo si sono consolidate come un ostacolo fondamentale al movimento rivoluzionario solo quando la rivoluzione mondiale è entrata in una fase di riflusso e il bastione proletario in Russia si è trovato bloccato dal suo isolamento. Lo scivolamento rapido dell’Internazionale comunista verso l’opportunismo, in gran parte sotto l’influenza del partito russo dominante, fu, tra le altre cose, il risultato del tentativo dei bolscevichi di trovare un equilibrio tra i bisogni di sopravvivenza dello Stato Sovietico e quelli internazionali della rivoluzione; un tentativo che rovinò sempre più nella contraddizione con il rifluire dell’ondata rivoluzionaria e che infine fu abbandonato con il trionfo del “socialismo in un solo paese” che significò la morte dell’Internazionale Comunista e coronò la vittoria della controrivoluzione in Russia.
Se l’isolamento estremo del bastione russo impedì, in definitiva, al partito bolscevico di superare i suoi errori iniziali, esso ostacolò anche seriamente lo sviluppo teorico delle frazioni della Sinistra Comunista che si erano staccate dal partito russo in degenerazione. Tagliata fuori dalle discussioni e dai dibattiti che si susseguivano continuamente nelle frazioni di Sinistra in Europa, sottoposta alla repressione spietata di uno Stato sempre più totalitario, la Sinistra russa si limitò ad una critica formale della controrivoluzione russa e non giunse che raramente a comprendere le radici stesse della degenerazione. La novità assoluta e la rapidità dell’esperienza russa dovevano lasciare un’intera generazione di rivoluzionari in una confusione completa riguardo a quanto era avvenuto. Non fu che verso gli anni 30 e 40 che la questione cominciò ad essere approcciata in maniera coerente da parte delle frazioni comuniste che erano sopravvissute. Ma il processo di chiarificazione fu soprattutto opera dei rivoluzionari in Europa e in America; la Sinistra russa era troppo vicina, troppo addentrata in tutta questa esperienza per elaborare un’analisi oggettiva globale del fenomeno. Ecco perché non possiamo che essere d’accordo con la valutazione della Sinistra comunista fatta dai compagni di Internationalism:
“Il contributo duraturo di questi piccoli gruppi che tentavano di comprendere la nuova situazione, non sta nel fatto che essi avrebbero eventualmente capito l’insieme del processo del capitalismo di Stato al suo esordio né che avrebbero espresso un programma coerente per rilanciare la rivoluzione, ma che suonarono la campana d’allarme e furono, quindi, i primi a denunciare profeticamente lo stabilirsi di un regime di capitalismo di Stato; il loro contributo nel movimento operaio é di aver fornito la prova politica che il proletariato russo non é andato alla sconfitta nel silenzio”. (“Un contributo sulla questione del capitalismo di Stato”, J.A.; sul Bollettino di Studio e Discussione di Révolution Internationale, sezione della CCI in Francia e su Internationalism, organo della CCI negli USA).
Che cosa è la Sinistra Comunista?
Un aspetto del mito del bolscevismo “arretrato” e “borghese” è l’idea che esista un abisso insuperabile tra i bolscevichi da una parte, che sono rappresentati come partigiani del capitalismo di Stato e della dittatura del partito e, dall’altra parte, i comunisti di sinistra, dipinti come i veri difensori del potere operaio e della trasformazione comunista della società. Quest’idea è sostenuta particolarmente da consiliaristi e libertari che tendono ad identificarsi solo con ciò che piace a loro nel movimento operaio passato e che rigettano l’esperienza reale della classe, non appena scoprono le sue imperfezioni. Nel mondo reale, c’è comunque una continuità diretta e ineluttabile tra ciò che fu originariamente il bolscevismo e ciò che furono i comunisti di sinistra negli anni 20 e dopo.
Gli stessi bolscevichi si situavano all’estrema sinistra del movimento socialdemocratico dell’anteguerra, soprattutto per la difesa accanita della coerenza organizzativa e della necessità di un partito rivoluzionario indipendente da tutte le tendenze riformistiche e confusioniste del movimento operaio.[2] La loro posizione sulla guerra del 14-18 (o piuttosto la posizione di Lenin e di coloro che gli erano più vicini all’interno del partito) era ancora la più radicale di tutte le dichiarazioni contro la guerra espresse dal movimento socialista: “trasformare la guerra imperialista in guerra civile”, e il loro appello alla liquidazione rivoluzionaria dello Stato borghese li rendeva il punto di riferimento di tutte le più intransigenti minoranze rivoluzionarie del mondo. I “Radicali di Sinistra” di Germania – attorno ai quali si costituì il nucleo del KAPD (Partito Comunista Operaio Tedesco) nel 1920 – furono direttamente ispirati dall’esempio dei bolscevichi, soprattutto quando cominciarono a reclamare la costituzione di un nuovo partito rivoluzionario in opposizione totale ai social patrioti dell’SPD (Partito Socialdemocratico Tedesco).[3]
Così fino ad un certo punto i bolscevichi e l’Internazionale Comunista, fondata in gran parte su loro iniziativa, rappresentarono la “Sinistra”; essi divennero il movimento comunista. Il comunismo di sinistra va considerato come reazione alla degenerazione di questa originaria avanguardia comunista, all’abbandono da parte di questa stessa avanguardia di quanto essa difendeva all’inizio. Quindi il comunismo di sinistra è emerso organicamente dal movimento comunista animato dai bolscevichi e dall’Internazionale Comunista.
Tutto ciò risulta particolarmente chiaro quando si considerano le origini della sinistra comunista proprio in Russia. Tutte le frazioni di sinistra russe avevano le loro origini nel partito bolscevico. Questo fatto è già di per sé una prova del carattere proletario del bolscevismo. Dato che fu un’espressione vivente della classe operaia - la sola classe che può fare una critica radicale e continua della propria pratica - il partito bolscevico ha dato vita, senza posa, a delle frazioni rivoluzionarie. Ad ogni tappa del processo degenerativo si sono levate al suo interno delle voci di protesta, si sono formati dei gruppi che se ne separavano per denunciare l’abbandono del programma iniziale del bolscevismo. Solo quando il partito fu alla fine sepolto dai suoi becchini stalinisti, cessò di generare al suo interno frazioni di sinistra. La Sinistra comunista russa era costituita tutta da bolscevichi, furono loro a difendere una continuità con il bolscevismo degli anni eroici della rivoluzione, mentre coloro che li calunniarono, perseguitarono e sterminarono, per quanto celebri siano stati i loro nomi, furono proprio quelli che ruppero con l’essenza del bolscevismo.
La Sinistra Comunista durante gli anni eroici della Rivoluzione: 1918 - 21
a) I primi mesi
Il partito bolscevico fu nei fatti il primo partito del movimento operaio, ricostituito dopo la guerra, a dare vita ad una “sinistra”. Ciò precisamente perché fu il primo partito a condurre un’insurrezione vittoriosa contro lo Stato borghese. Secondo la concezione del movimento operaio dell’epoca, il ruolo del partito era di organizzare la presa del potere e di assumere un ruolo di governo nel nuovo “Stato proletario”. Il carattere proletario dello Stato, secondo questa concezione, era garantito dal fatto che esso era nelle mani di un partito del proletariato che si proponeva di condurre la classe operaia verso il socialismo. La natura fondamentalmente erronea di questa doppia e tripla sostituzione (Partito-Stato, Stato-classe, Partito-classe) doveva essere rivelata durante gli anni che seguirono la rivoluzione; ma questo fu il destino tragico dei bolscevichi; mettere in pratica gli errori teorici del movimento operaio tutto intero e di là dimostrare con la loro esperienza negativa la falsità totale di questa concezione. Tutta l’infamia e i tradimenti associati al bolscevismo, derivano dal fatto che la Rivoluzione nacque e morì in Russia e che il partito bolscevico, identificandosi con lo Stato che doveva diventare l’agente interno della controrivoluzione, si trasformò in organizzatore della morte della rivoluzione.
Se la rivoluzione fosse scoppiata e degenerata in Germania e non in Russia, i nomi della Luxemburg e di Liebknecht probabilmente provocherebbero oggi le stesse reazioni dubbie o equivoche di quelli di Lenin, Trotsky, Bucharin e Zinoviev. Non è che per la grande esperienza intrapresa dai bolscevichi che i rivoluzionari oggi possono affermare senza ambiguità: il ruolo del Partito non è di prendere il potere al posto della classe e gli interessi della classe non si identificano con quelli dello Stato rivoluzionario. Ma ai rivoluzionari sono stati necessari numerosi anni di dure riflessioni e autocritiche perché fossero in grado di enunciare queste lezioni così semplici in apparenza.
Dal momento in cui si assunse il carico dello Stato sovietico nell’ottobre ‘17, il partito bolscevico cominciò a degenerare: non in un sol colpo, non con un corso discendente assolutamente lineare e non in maniera irreversibile finché la rivoluzione mondiale fu all’ordine del giorno. E nemmeno il processo generale di degenerazione cominciò immediatamente. Mentre il partito era stato capace di agire liberamente come la frazione più risoluta della classe, indicando sempre la via verso l’approfondimento e l’estensione della lotta di classe, il fatto di assumere il potere di Stato mise un freno sempre più grande alla capacità dei bolscevichi di identificarsi e di partecipare alla lotta di classe proletaria. Su questa base i bisogni dello Stato dovevano prendere sempre più il sopravvento su quelli della classe; e benché questa dicotomia fosse stata oscurata inizialmente dall’intensità stessa della lotta rivoluzionaria, comunque essa era l’espressione di una contraddizione intrinseca e fondamentale tra la natura dello Stato e la natura del proletariato: i bisogni di uno Stato sono legati essenzialmente al fatto di conservare una coesione nella società, di contenere la lotta di classe in un quadro rispondente al mantenimento dello status quo sociale; i bisogni del proletariato, e dunque della sua avanguardia comunista, invece, non possono essere che l’estensione e l’approfondimento della sua lotta di classe fino al rovesciamento di tutte le condizioni esistenti. Così, per tutto il tempo che il movimento rivoluzionario della classe si trovò in una fase di ascesa sia in Russia che internazionalmente, lo Stato Sovietico poté essere utilizzato per difendere le conquiste della rivoluzione, poté essere uno strumento nelle mani della classe operaia. Ma da quando il movimento reale della classe rifluì, lo statu quo garantito dallo Stato non poteva essere che lo statu quo del capitale. Questa fu la tendenza generale, ma nei fatti le contraddizioni tra il proletariato e il nuovo Stato cominciarono ad apparire immediatamente a causa della immaturità della classe e dei bolscevichi nel loro atteggiamento rispetto allo Stato e soprattutto per le conseguenze dell’isolamento della rivoluzione in Russia, cosa che è pesata sul nuovo bastione proletario fin dall’inizio.
Confrontati a numerosi problemi che non potevano essere risolti se non a livello internazionale - l’organizzazione dell’economia sconvolta dalla. guerra, le relazioni con le immense masse contadine in Russia e con un mondo capitalista ostile all’esterno - i bolscevichi mancavano di esperienza per prendere delle misure che avrebbero potuto almeno attenuare le conseguenze più nefaste di questa situazione: ed infatti, le misure che furono prese finirono con l’aggravare i problemi più che risolverli. E la schiacciante maggioranza degli errori commessi derivarono dal fatto che i bolscevichi si erano assunti la carica dello Stato e credevano inoltre di essere nel giusto identificando gli interessi del proletariato con quelli dello Stato Sovietico; nei fatti, subordinando i primi a questi ultimi.
Sebbene nessuna frazione comunista in Russia in quest’epoca sia riuscita a fare una critica di fondo di questi errori sostituzionisti - il che doveva restare una carenza di tutta la sinistra russa - una opposizione rivoluzionaria alle pratiche del giovane stato bolscevico si consolidò qualche mese dopo la presa del potere. Questa opposizione prese la forma di un gruppo comunista di sinistra attorno ad Ossinsky, Bucharin, Radek, Smirnov ed altri, ed era organizzata principalmente nell’Ufficio regionale del Partito a Mosca e si esprimeva nel giornale di frazione “Kommunist”. Questa opposizione dell’inizio del ‘18 fu la prima frazione bolscevica organizzata a criticare i tentativi fatti dal partito per disciplinare la classe operaia. Ma la prima ragione di essere del gruppo della Sinistra Comunista fu l’opposizione alla firma del trattato di Brest-Litovsk con l’imperialismo tedesco. Non è questo il luogo per fare uno studio dettagliato di tutta la questione di Brest-Litovsk. In breve il contrasto principale era tra Lenin e i comunisti di sinistra (con Bucharin in testa) che erano a favore di una guerra rivoluzionaria contro la Germania e denunciavano il trattato di pace come un “tradimento” della rivoluzione mondiale. Lenin difese la firma del trattato considerandolo come un mezzo por ottenere un “margine di manovra” per riorganizzare il potenziale militare dello stato sovietico. I comunisti di sinistra sostenevano che:
“L’accettazione delle condizioni imposte dall’imperialismo tedesco sarebbe un gesto contrario a tutta la nostra politica di socialismo rivoluzionario, e rappresenterebbe l’abbandono della vera linea del socialismo internazionale, sia nella politica estera che in quella interna, conducendo a uno dei peggiori tipi di opportunismo” (Robert V. Daniels, La coscienza della rivoluzione. L’opposizione comunista nell’Unione Sovietica, pag. 120-121, Sansoni editore, 1970).
Pur ammettendo in pieno l’incapacità tecnica dello Stato sovietico a sostenere una guerra convenzionale contro l’imperialismo tedesco, essi preconizzarono una strategia di logoramento dell’esercito tedesco con degli attacchi di guerriglia da parte di distaccamenti mobili di partigiani rossi. Essi speravano che il fatto di condurre questa “guerra santa” contro l’imperialismo tedesco, sarebbe servito di esempio al proletariato mondiale e lo avrebbe incitato a ricongiungersi alla lotta.
Noi non vogliamo entrare qui in un dibattito a posteriori circa le possibilità strategiche aperte al potere sovietico nel 1918. Vogliamo solo sottolineare che sia Lenin che i comunisti di sinistra si rendevano conto che l’unica e ultima speranza del proletariato era riposta nell’estensione mondiale della rivoluzione; sia l’uno che gli altri situavano le loro preoccupazioni e le loro azioni in un quadro internazionalista e presentavano i loro argomenti apertamente davanti al proletariato russo organizzato nei consigli. Ed è per questo che noi consideriamo inammissibile considerare la firma del trattato come un “tradimento” dell’internazionalismo. Tanto più che, per quello che poi è successo, esso non ha significato il crollo della rivoluzione in Russia o in Germania, come Bucharin temeva. In ogni caso, queste considerazioni strategiche sono in una certa misura imponderabili. La questione politica più importante che è sorta dalla discussione su Brest-Litovsk è la seguente: la “guerra rivoluzionaria” è il principale modo di estendere la rivoluzione? Il proletariato al potere in una regione ha il compito di esportare la rivoluzione verso il proletariato mondiale sulla punta delle baionette? I commenti della Sinistra Italiana sulla questione di Brest-Litovsk sono significativi a questo riguardo:
“Delle due tendenze nel partito bolscevico che si sono opposte all’epoca di Brest-Litovsk, quella di Lenin e quella di Bucharin, noi pensiamo che sia la prima che rispondeva di più alle necessità della rivoluzione mondiale. La posizione della frazione capeggiata da Bucharin, secondo la quale la funzione dello stato proletario era di liberare i lavoratori degli altri paesi con una ‘guerra rivoluzionaria’, è in contraddizione con la natura stessa della rivoluzione proletaria e il ruolo storico del proletariato”. (Partito, Stato, Internazionale … Bilan[4] n°18, aprile-maggio 1935).
Contrariamente alla rivoluzione borghese che poteva ben essere esportata con le conquiste militari, la rivoluzione proletaria dipende dalla lotta cosciente del proletariato di ogni paese contro la sua propria borghesia: “La vittoria di uno Stato proletario contro uno Stato capitalistico (nel senso territoriale del termine) non significa in alcun modo la vittoria della rivoluzione mondiale” (Ibidem): il fatto che l’entrata dell’Armata Rossa in Polonia nel 1920 sia riuscita solo a gettare gli operai polacchi nelle braccia della loro propria borghesia è la prova che le vittorie militari riportate da un bastione proletario non possono sostituirsi all’azione politica cosciente del proletariato mondiale e quindi l’estensione della rivoluzione è prima e anzitutto un compito politico. La fondazione dell’IC nel 1919 era così un contributo di gran lunga più importante alla rivoluzione mondiale di quanto avrebbe potuto esserlo non importa quale “guerra rivoluzionaria”.
La firma del trattato di Brest-Litovsk, la sua ratificazione da parte del partito e dei consigli e il vivo desiderio della Sinistra di evitare una scissione nel partito sulla questione, segnarono la fine della prima fase dell’attività dei comunisti di sinistra. Una volta che lo Stato sovietico aveva acquistato “il tempo di respirare”, i problemi immediati ai quali il partito doveva far fronte erano quelli dell’organizzazione dell’economia russa devastata dalla guerra. Ed è su questa questione dei pericoli che incombevano sul bastione rivoluzionario che il gruppo dei Comunisti di sinistra ha dato il maggior contributo. Bucharin, il fervente partigiano della guerra rivoluzionaria, si interessò poco di criticare la politica della maggioranza bolscevica in materia di organizzazione interna del regime e, a partire da quel momento, la maggior parte delle critiche più pertinenti alla politica interna vennero dalla penna di Ossinsky, il quale doveva rivelarsi una figura dell’opposizione molto più coerente di Bucharin.
Nei primi mesi del ‘18, la direzione bolscevica aveva tentato di risolvere il disordine economico della Russia in una maniera superficialmente “pragmatica”.
In un discorso fatto al comitato centrale bolscevico e pubblicato con il titolo “I compiti immediati del regime sovietico”, Lenin sosteneva la formazione di trust (consorzi) di Stato nei quali dovevano continuare a rimanere gli esperti borghesi e i proprietari, ma sotto la sorveglianza dello Stato “proletario”. I lavoratori avrebbero in cambio dovuto accettare il sistema di Taylor della “direzione scientifica” (denunciato altre volte da Lenin stesso come schiavitù dell’uomo da. parte della macchina) e della “direzione unica” nelle fabbriche:
“La rivoluzione richiede precisamente nell’interesse del socialismo che le masse obbediscano incondizionatamente alla sola volontà di chi dirige il processo di produzione”.
Tutto questo significa che il movimento dei consigli di fabbrica, propagatosi come un turbine dopo il febbraio 1917, doveva essere frenato, le espropriazioni realizzate da questi consigli scoraggiate, la loro crescente autorità nelle fabbriche ristretta ad una semplice funzione di “controllo”, ed essi dovevano essere trasformati in appendici dei sindacati, istituzioni molto più malleabili già incorporate nel nuovo apparato di Stato. La direzione bolscevica presentava questa politica come il migliore modo per il regime rivoluzionario di sfuggire alla minaccia del caos economico e di razionalizzare l’economia in vista della costruzione definitiva del socialismo quando la rivoluzione mondiale si sarebbe estesa. Lenin chiamava apertamente questo sistema “Capitalismo di Stato”, termine con il quale egli intendeva il controllo da parte dello Stato proletario della economia capitalistica negli interessi della rivoluzione.
In una polemica contro i Comunisti di Sinistra (L’estremismo malattia infantile del Comunismo) Lenin sosteneva che un tale sistema di capitalismo di Stato sarebbe stato indiscutibilmente un passo in avanti in un paese arretrato come la Russia dove il principale pericolo di controrivoluzione veniva dalla piccola borghesia retrograda e l’atomizzata massa di contadini. Questa concezione rimase un “credo” dei bolscevichi ed impedì loro di capire che la controrivoluzione internazionale si esprimeva dapprima ed innanzi tutto attraverso lo Stato e non i contadini. Anche i Comunisti di sinistra temevano che la rivoluzione potesse degenerare in un sistema di “rapporti economici piccolo-borghesi” (Tesi sulla situazione attuale, Kommunist n°1, aprile 1918, disponibile in inglese in Daniels, “Una storia documentaria della rivoluzione”), e condividevano anche la convinzione dei dirigenti che le nazionalizzazioni fatte dallo Stato “proletario” fossero una misura socialista. Infatti, ne domandavano l’estensione a tutta l’economia. Chiaramente, essi non potevano essere coscienti fino in fondo di ciò che significa realmente il pericolo del “capitalismo di Stato”; ma fondandosi su un forte istinto di classe, videro ben presto i pericoli inerenti a un sistema che pretendeva di organizzare lo sfruttamento dei lavoratori nell’interesse dei “socialismo”.
L’avvertimento profetico di Ossinsky è ora ben conosciuto.
“Noi non sosteniamo il punto di vista della costituzione del socialismo sotto la direzione dei trust. Noi sosteniamo il punto di vista della costruzione della società proletaria mediante la creatività dei lavoratori stessi, non mediante i diktat dei capitani d’industria. Noi abbiamo fiducia nell’istinto di classe, nella iniziativa attiva del proletariato. Non può essere altrimenti. Se il proletariato non sa come creare le condizioni necessarie all’organizzazione socialista del lavoro, nessuno lo può fare al suo posto e nessuno può obbligarlo a farlo. Il bastone, se è alzato contro i lavoratori, si troverà nelle mani di una forza sociale che è o sotto l’influenza di un’altra classe sociale, o nelle mani del potere sovietico; il potere dei soviet sarà quindi obbligato a cercare un rinforzo contro il proletariato presso un’altra classe (per esempio i contadini) e di perciò stesso si distruggerà da solo in quanto dittatura del proletariato. Il socialismo e l’organizzazione socialista devono essere realizzate dal proletariato stesso o non lo saranno per niente, altrimenti ciò che sarà realizzato sarà il capitalismo di Stato” (“Sulla costruzione del socialismo”, Kommunist n°2, aprile 1918, in Daniels, La coscienza della rivoluzione, pag. 85).
Contro questa minaccia, i Comunisti di sinistra preconizzavano il controllo operaio dell’industria attraverso un sistema di comitati di fabbrica e di “consigli economici”. Essi definivano il loro proprio ruolo come quello di “opposizione proletaria responsabile” costituita in seno al partito per impedire che questo e il regime sovietico “deviassero” verso “la strada disastrosa della politica piccolo-borghese”. (“Tesi sulla situazione attuale”, Kommunist n°1, in Daniels, “Una storia documentaria della rivoluzione”).
Gli avvertimenti delle sinistre contro i pericoli non erano ristretti al piano economico, ma avevano delle profonde ramificazioni politiche, il che può essere dimostrato da questa messa in guardia contro il tentativo di imporre la disciplina del lavoro dall’alto:
“Alla politica di amministrare le imprese sulla base di una larga partecipazione dei capitalisti e di una centralizzazione semi-democratica, risulta naturale accoppiare una politica di lavoro che miri all’instaurazione di una disciplina tra i lavoratori presentata come “anti-disciplina”, all’introduzione del lavoro obbligato (un tale programma era stato proposto dai bolscevichi di destra), al pagamento a rate, all’allungamento della giornata lavorativa, etc. (...) La forma dell’amministrazione di governo verrà a svilupparsi nel senso della centralizzazione burocratica, verso il dominio dei “commissari”, verso la soppressione dell’indipendenza dei consigli locali e in pratica verso il rigetto dello “Stato-Comune” amministrato dalla base”. (Tesi sulla situazione attuale, ibidem).
La difesa, da parte di Kommunist, dei comitati di fabbrica, dei consigli e dell’attività autonoma della classe operaia fu importante non perché essa fornì una soluzione ai problemi economici riscontrati in Russia, o ancora meno, una ricetta “per la costruzione immediata del comunismo” in Russia; la sinistra dichiarò esplicitamente che il “socialismo non può essere realizzato in un solo paese e soprattutto non in un paese arretrato”. (L. Schapiro, “L’origine dell’autocrazia comunista”, 1955, pag. 137).
L’imposizione da parte dello Stato di una disciplina del lavoro, l’incorporazione degli organi autonomi del proletariato nell’apparato statale furono essenzialmente dei colpi contro il dominio politico della classe operaia russa. come la CCI ha spesso sottolineato[5], il potere politico della classe è la sola reale garanzia dell’esito vittorioso della rivoluzione. E questo potere politico può essere esercitato solo dagli organi di massa della classe, dai suoi comitati di fabbrica, le sue assemblee, i suoi consigli, le sue milizie. Indebolendo l’autorità di questi organi, la politica della direzione bolscevica faceva pesare una grave minaccia sulla rivoluzione stessa. I segni di questo pericolo, che i Comunisti di sinistra avevano così perspicacemente visti nei primi mesi della rivoluzione, dovevano diventare ancora più seri durante il periodo che seguì la guerra civile. Nei fatti questo periodo sotto molti aspetti doveva determinare il destino finale della rivoluzione in Russia.
b) La guerra civile
Il periodo di guerra civile in Russia, del 18-20, mostra soprattutto gli immensi pericoli a cui si trova di fronte un bastione proletario, se non é rinforzato immediatamente dall’armata della rivoluzione mondiale. Poiché la rivoluzione non prese radice al di fuori della Russia, il proletariato russo dové lottare pressappoco da solo contro gli attacchi della controrivoluzione bianca e i suoi alleati imperialisti. Sul piano militare, la resistenza eroica degli operai russi fu vittoriosa.
Ma politicamente il proletariato russo uscì decimato dalla guerra civile, spossato, atomizzato e più o meno privato di ogni controllo effettivo sullo Stato sovietico. Nel loro fervore di vincere sul piano militare, i bolscevichi avevano accelerato il declino del potere politico della classe operaia militarizzandone sempre più la vita sociale ed economica. La concentrazione di tutto il potere effettivo ai più alti livelli dell’apparato dello Stato permise di proseguire la lotta militare in maniera dura ed efficace, ma insidiò ancora di più i veri centri della rivoluzione: gli organi unitari di massa della classe. La burocratizzazione del regime sovietico, prodottasi in questo periodo, doveva diventare irreversibile con il riflusso della rivoluzione mondiale dopo il 1921.
Con l’inizio delle ostilità nel 1918, ci fu un rinserrare generale delle fila del partito bolscevico poiché ciascuno riconosceva la necessità dell’unità di azione contro il pericolo esterno. Il gruppo Kommunist, le cui pubblicazioni avevano cessato di apparire dopo essere state severamente criticate dalla direzione del partito, si dissolse ed il suo nucleo originario si disperse in due direzioni in seguito alla guerra civile.
Una tendenza, rappresentata da Radek e Bucharin, accolse con entusiasmo le misure economiche imposte dalla guerra civile. Per loro, le nazionalizzazioni su vasta scala, la soppressione del commercio, delle forme monetarie e le requisizioni presso i contadini - le cosiddette misure di “comunismo di guerra” - rappresentavano una vera rottura con la fase di “capitalismo di Stato” anteriore e costituivano un notevole passo avanti verso dei rapporti di produzione propriamente comunisti. Bucharin ha anche scritto un libro, I problemi economici durante il periodo di transizione, in cui spiega come la disintegrazione economica e lo stesso lavoro forzato erano delle tappe preliminari inevitabili nella transizione al comunismo. Egli cerca chiaramente di dimostrare “teoricamente” che la Russia sotto il comunismo di guerra, adottato semplicemente come una serie di misure d’emergenza per fronteggiare una situazione disperata, era una società di transizione verso il comunismo. Gli ex-comunisti di sinistra come Bucharin erano dunque completamente disposti ad abbandonare le loro critiche precedenti “della direzione unica” e della disciplina del lavoro perché - per loro - lo Stato sovietico non tentava più di fare un compromesso con il capitale all’interno del paese, ma agiva con risolutezza come un organo di trasformazione comunista. Nei suoi Problemi del periodo di transizione Bucharin sosteneva che il rafforzamento dello Stato sovietico e l’assorbimento crescente da parte di questo della vita sociale ed economica rappresentavano un passo decisivo verso il comunismo:
“L’integrazione al governo dei sindacati, e in pratica di tutte le organizzazioni di massa del proletariato, sono il risultato della logica interna del processo di trasformazione stesso. La più piccola cellula dell’apparato di produzione deve diventare un supporto per il processo generale di organizzazione che é diretto in modo pianificato e condotto dalla volontà collettiva della classe operaia che si concretizza nell’organizzazione più alta, quella che abbraccia tutto: il suo potere di Stato. E’ così che il sistema capitalista di Stato é trasformato dialetticamente nella sua propria antitesi, nella forma. governativa del socialismo dei lavoratori.” (Bucharin, “I problemi economici durante il periodo di transizione” citato in “Una storia documentaria del comunismo”, R. Daniels. pag. 180).
Con delle idee simili Bucharin rovesciava “dialetticamente” il ragionamento marxista secondo il quale il movimento verso la società comunista sarebbe caratterizzato da un indebolimento progressivo, un “deperimento” dell’apparato dello Stato. Bucharin era ancora un rivoluzionario quando scrisse “I problemi economici”, ma tra la sua teoria di un “comunismo” statale, interamente rinchiuso in una sola nazione e la teoria staliniana del “socialismo in un solo paese” c’è una sicura continuità.
Mentre Bucharin fece la pace con il comunismo di guerra, quelli della sinistra che erano stati più coerenti nella loro difesa della democrazia operaia continuarono a difendere questo principio di fronte alla militarizzazione crescente del regime. Nel 1919 si formò intorno ad Ossinsky, Sapronov ed altri il gruppo del Centralismo Democratico. Essi continuarono a mettere in discussione il principio della “direzione individuale” nell’industria e a difendere il principio collettivo o “collegiale” come l’“arma più efficace contro lo sviluppo del diparti mentalismo e il soffocante burocratismo dell’apparato dello Stato” (Tesi sul principio collegiale e l’autorità individuale). Pur riconoscendo l’esigenza di utilizzare degli specialisti borghesi nell’industria e nell’esercito, essi mettevano però l’accento sulla necessità di mettere questi specialisti sotto il controllo della base:
“Nessuno mette in dubbio la necessità di impiegare degli specialisti - la discussione é su come si impiegano” (Sapronov citato in Daniels, Coscienza della rivoluzione, pag. 109).
Allo stesso tempo i centralisti democratici, o “Decisti’, come venivano chiamati, protestavano contro la mancanza di iniziativa dei Soviet locali e suggerivano una serie di riforme aventi per fine di ristabilirli come organi effettivi di democrazia operaia. Fu questa condotta politica che portò i loro critici a dire che i Decisti erano interessati più alla democrazia che al centralismo. Alla fine i Decisti reclamarono il ristabilimento di pratiche democratiche nel partito. Al IX congresso del PCR nel settembre 1920, essi attaccarono la burocratizzazione del partito, la crescente concentrazione del potere nelle mani di una piccola minoranza. E’ indicativo dell’influenza che questi atteggiamenti critici potevano ancora avere nel partito il fatto che il congresso si concluse con il voto di un manifesto che richiamava energicamente a delle “critiche più generali delle istituzioni del partito sia centrali che locali”, e il rigetto di “ogni sorta di repressione contro dei compagni che la pensano diversamente”(Risoluzione del IX congresso del partito: “Sui nuovi compiti di costruzione del partito”).
In generale l’atteggiamento dei Decisti di fronte ai compiti del regime sovietico in periodo di guerra civile può essere riassunto nelle frasi di Ossinsky pronunciate a questo stesso congresso:
“La parola d’ordine fondamentale che noi dobbiamo mettere avanti nel periodo attuale é quella di unificazione di compiti militari, forme militari di organizzazione e metodi di amministrazione con l’iniziativa creativa degli operai coscienti. Se, sotto il paravento dei doveri militari, voi cominciate nei fatti ad impiantare il burocratismo, noi disperderemo le nostre forze e non riusciremo a portare a termine i nostri compiti”. (Citato in Daniels: Una storia documentaria ..., pag.186).
Qualche anno più tardi il comunista di sinistra Miasnikov doveva dire ciò a proposito del gruppo del Centralismo Democratico:
“Questo gruppo non si diede una piattaforma di un qualsiasi valore teorico reale. Il solo punto che attirava l’attenzione di tutti i gruppi e del Partito fu la sua lotta contro la centralizzazione eccessiva. E’ solo ora che si può vedere in questa lotta uno sforzo ancora confuso del proletariato per sgombrare la burocrazia dalle posizioni che essa aveva appena conquistato nell’economia. Il gruppo é morto di morte naturale senza che nessuna violenza si fosse esercitata contro di lui!” (L’operaio comunista, 1929, un giornale francese vicino al KAPD).
Le critiche dei Decisti furono inevitabilmente “imprecise” perché essi rappresentarono una tendenza nata in un’epoca in cui il Partito Bolscevico e la Rivoluzione erano ancora molto vivi, così che ogni critica del Partito era destinata a prendere la forma di appelli a più democrazia nel partito, più uguaglianza, etc., in altri termini le critiche si limitavano al livello della pratica organizzativa piuttosto che alle posizioni politiche di fondo.
Molti del gruppo del Centralismo Democratico furono così coinvolti nella Opposizione Militare, che si era formata per un breve periodo nel marzo 1919. I bisogni della guerra civile avevano spinto i bolscevichi a mettere su una forza combattente centralizzata, l’Armata Rossa, composta non solo da lavoratori ma anche da elementi reclutati tra i contadini e gli altri strati. Molto rapidamente questa armata cominciò a conformarsi allo schema gerarchico stabilitosi nel resto dell’apparato statale. L’elezione degli ufficiali fu ben presto abbandonata perché “praticamente inutile e tecnicamente inefficace” (Trotskij: Lavoro, disciplina e ordine, 1918, citato in Daniels, Coscienza della rivoluzione, pag.104); la pena di morte per disobbedienza al fronte, il saluto e le forme speciali per rivolgersi agli ufficiali furono ristabilite, e le distinzioni gerarchiche rafforzate, soprattutto con il conferimento dei posti di alto comando nell’esercito a ufficiali precedentemente zaristi.
L’Opposizione Militare, il cui portavoce principale fu Vladimir Smirnov, fu costituita per lottare contro la tendenza a modellare l’Armata Rossa sui canoni di una tipica armata borghese. Essa non si opponeva alla creazione dell’Armata Rossa come tale, né all’impiego di “specialisti” militari, ma era contro una disciplina e una gerarchia eccessive e voleva assicurare che l’Armata avesse un orientamento politico generale non in contrasto con i principi bolscevichi. La direzione del Partito accusò a torto quelli dell’Opposizione Militare di voler smantellare l’Armata a favore di un sistema di distaccamenti di partigiani più adatti alle guerre contadine; come in molte altre occasioni, la sola alternativa che la direzione bolscevica poteva vedere a ciò che essi chiamavano l’“organizzazione di Stato proletario” era la decentralizzazione piccolo-borghese, anarchica. Infatti i Bolscevichi confondevano molto spesso forme borghesi di centralizzazione gerarchica con l’autodisciplina e la centralizzazione che parte dal basso che è un marchio distintivo del proletariato. In ogni caso, le richieste dell’Opposizione Militare furono respinte e il gruppo si disperse subito. La struttura gerarchica dell’Armata Rossa - in congiunzione con lo smantellamento delle milizie di fabbrica - fece sì che essa potesse essere usata più efficacemente come forza repressiva contro il proletariato dal 1921 in poi.
A dispetto del persistere di tendenze di opposizione all’interno del Partito, lungo tutto il periodo della guerra civile la necessità dell’unione contro gli attacchi della controrivoluzione agì come forza di coesione sia nel partito che in tutta la classe e negli strati sociali che difendevano il regime sovietico contro i bianchi. Le tensioni interne in seno al regime sono messe da parte durante questo periodo per riapparire solo quando le ostilità cessarono e il regime ebbe da far fronte ai compiti di ricostruzione di un paese devastato. I dissensi a proposito della nuova tappa del regime sovietico si espressero nel 1920-21 nelle rivolte dei contadini, il malcontento dei marinai, gli scioperi operai di Mosca e Pietrogrado e culminarono nel sollevamento operaio di Kronstadt nel marzo 1921. Questi contrasti si espressero inevitabilmente all’interno stesso del Partito, e negli anni sconvolgenti del 1920-21 spetta al gruppo dell’Opposizione Operaia costituire il principale focolaio di dissenso politico in seno al Partito Bolscevico.
c) L’Opposizione Operaia
Al X congresso del Partito nel marzo 1921, scoppiò nel Partito Bolscevico una controversia che era diventata sempre più acuta dopo la fine della guerra civile: la questione sindacale. Apparentemente essa si svolse come un dibattito sul ruolo dei sindacati durante la dittatura del proletariato, ma nei fatti espresse problemi molto più profondi sull’avvenire generale del regime sovietico e delle sue relazioni con la classe operaia.
In sintesi c’erano tre posizioni nel Partito: quella di Trotskij, per l’integrazione totale dei sindacati allo “Stato operaio” nel quale essi avrebbero per compito di stimolare la produttività del lavoro; quella di Lenin, per il quale i sindacati dovrebbero sempre agire quali organi di difesa della classe anche contro “lo Stato operaio”, che - egli sottolineava - era all’epoca uno “Stato di operai e contadini” che soffriva di “deformazioni burocratiche”; ed infine la posizione del gruppo di Opposizione Operaia, per la gestione della produzione da parte dei sindacati industriali indipendenti dallo stato sovietico. Sebbene tutto il quadro di questo dibattito fosse profondamente inadeguato, l’Opposizione Operaia espresse in modo confuso ed esitante l’avversione del proletariato per i metodi burocratici e militari, diventati sempre più il marchio del regime, e la speranza della classe che le cose cominciassero a cambiare ora che i rigori della guerra civile erano finiti.
I dirigenti dell’Opposizione Operaia provenivano in gran parte dall’apparato sindacale, ma il gruppo sembra avere avuto un seguito considerevole nella classe operaia del sud-est della Russia europea e a Mosca soprattutto presso gli operai della metallurgia. Shlyapnikov e Medvedev, due dei membri dirigenti del gruppo, erano tutti e due operai metallurgici. Ma il più celebre dei suoi capi fu Alexandra Kollontai, che scrisse il testo programmatico dell’Opposizione Operaia come un progetto di “Tesi sulla questione sindacale” sottoposto dal gruppo al X congresso. Tutta la forza e la debolezza del gruppo possono essere misurati da questo testo che comincia affermando:
“L’Opposizione Operaia ha le sue radici nel più profondo del proletariato industriale della Russia sovietica. E’ un prodotto non solo delle orrende condizioni di vita e di lavoro nelle quali si trovano sette milioni di proletari industriali, ma anche di oscillazioni, contraddizioni e sicure deviazioni della nostra politica di governo dai principi di c1asse netti e conseguenti del programma comunista.” (Kollontai, L’Opposizione Operaia, Opuscolo di Solidarity n° 7, pag.1)[6].
La Kollontai continua poi a sottolineare le condizioni economiche spaventose cui ha dovuto fare fronte il regime sovietico dopo la guerra civile e attira l’attenzione sulla crescita di uno strato burocratico le cui origini si situano al di fuori della classe operaia - nella Intellighenzia, lo strato contadino, i resti della vecchi. borghesia, etc. Questo strato è andato sempre più dominando l’apparato sovietico e il Partito stesso, generando sia il carrierismo sia un cieco disprezzo per gli interessi proletari. Per l’Opposizione Operaia, lo Stato sovietico stesso non era un puro organo proletario, ma un’istituzione eterogenea obbligata a tenere un equilibrio tra le diverse classi e strati della società russa. Essa insisteva sul fatto che il modo di assicurare che la rivoluzione restasse fedele ai suoi scopi iniziali, non era di affidare la sua direzione a dei tecnocrati non proletari e agli organismi socialmente ambigui dello Stato, ma di rimettersi all’auto attività e al potere creativo delle masse operaie stesse:
“Questa verità che è semplice e chiara per un qualsiasi operaio, è persa di vista dalle cime del nostro Partito: il comunismo non può essere decretato. Deve essere creato dalla ricerca degli uomini viventi, a prezzo di errori, forse, ma dallo slancio creativo della classe operaia stessa.” (Kollontai, ibidem, pag. 80).
Questa visione generale dell’Opposizione Operaia era molto profonda, ma il gruppo fu incapace di portare un contributo che superasse questa generalità. Le proposte concrete che esso portava avanti come soluzione alla crisi che attraversava la rivoluzione si fondavano su una serie di incomprensioni fondamentali, che esprimevano tutta l’ampiezza del vicolo cieco in cui si trovava il proletariato russo a quell’epoca.
Per l’Opposizione operaia, gli organi che esprimevano i veri interessi del proletariato non erano niente altro che i sindacati o piuttosto i sindacati industriali. Il compito di creare il comunismo doveva comunque essere conferito ai sindacati:
“L’Opposizione Operaia riconosce i sindacati come i direttori dell’economia comuni sta ...” (Kollontai, ibidem, pag.74).
E’ perciò che, mentre i comunisti di Sinistra in Germania, Olanda e altrove denunciavano i sindacati come uno dei principali ostacoli alla rivoluzione proletaria, la Sinistra in Russia li esaltava come degli organi potenziali di trasformazione comunista. I rivoluzionari in Russia sembrano avere avuto grandi difficoltà a comprendere che i sindacati non potevano ormai più giocare alcun ruolo per il proletariato all’epoca della decadenza del capitalismo. Sebbene la comparsa di comitati di fabbrica e di Consigli nel ‘17 abbia significato la morte dei sindacati in quanto organi di lotta della classe operaia, nessuno dei gruppi di Sinistra in Russia l’aveva veramente capito, sia prima che dopo l’Opposizione Operaia. Nel 1921, allorquando l’Opposizione Operaia descriveva i sindacati come lo scheletro della rivoluzione, i veri organi della lotta rivoluzionaria, i comitati di fabbrica e i consigli erano stati già evirati. Nel caso dei comitati di fabbrica, era stata la loro integrazione nei sindacati dopo il 1918 che li aveva effettivamente uccisi come organi della classe. Il trasferimento del potere di decisione nelle mani dei sindacati, malgrado la buona intenzione dei loro partigiani, non avrebbe in alcun modo ridato il potere al proletariato in Russia. Anche se un tale progetto fosse stato possibile, non sarebbe stato che un semplice trasferimento di potere da una branca dello Stato a un’altra.
Il Programma dell’Opposizione Operaia per la rigenerazione del Partito era ugualmente viziato alla base. Essi non spiegavano l’opportunismo crescente del Partito che in termini di afflusso di membri non proletari. Per loro il Partito poteva essere rimesso sul cammino proletario se si fosse effettuata una purga operaista contro i membri non operai. Se il Partito fosse stato composto in maniera schiacciante di “puri” proletari dalle mani callose, tutto sarebbe andato bene. Questa risposta alla degenerazione del Partito non coglieva assolutamente il segno. L’opportunismo del Partito non era una questione di persone, ma una risposta alle pressioni e alle tensioni create dall’esercizio del potere di Stato e da una situazione sempre più sfavorevole. Ricevere le “redini” del potere in periodo di riflusso rivoluzionario farebbe diventare “opportunista” chiunque, per quanto pura possa essere la sua origine proletaria. Bordiga notava ma volta che gli ex operai diventavano i peggiori di tutti i burocrati. Ma l’Opposizione Operaia non ha mai messo in questione la nozione secondo cui il Partito doveva dirigere lo Stato per garantire che questo restasse uno strumento del proletariato.
“Il comitato centrale del nostro Partito deve diventare il centro superiore della politica di classe, l’organo del pensiero comunista e del controllo permanente della politica dei soviet e l’incarnazione morale dei principi del nostro programma”. (Kollontai, ibidem, pag. 88).
L’incapacità dell’opposizione Operaia a concepire la dittatura del proletariato come cosa diversa dalla dittatura del Partito li condusse a fare freneticamente atto di fedeltà verso il Partito, quando nel mezzo del decimo congresso scoppiò la rivolta di Kronstadt. I capi eminenti dell’Opposizione Operaia hanno anche dato delle garanzie mettendosi essi stessi sul fronte dell’assalto contro la guarnigione di Kronstadt.
Come tutte le altre frazioni di Sinistra in Russia, essi non hanno per niente compreso l’importanza del sollevamento di Kronstadt quale ultima lotta di massa degli operai russi per il ristabilimento del potere dei soviet. Ma l’aiutare la repressione della rivolta non ha salvato l’Opposizione Operaia dalla condanna quale “deviazione anarchica, piccolo borghese” e quale “elemento oggettivamente controrivoluzionario” alla fine del congresso.
L’esclusione delle “frazioni” dal Partito al decimo congresso diede un colpo pesante alla Opposizione Operaia. Di fronte alla prospettiva di un lavoro illegale, clandestino, essa si rivelerà incapace di mantenere la sua opposizione al regime. Alcuni dei suoi membri continuarono a lottare durante gli anni 20, in associazione con altre frazioni illegali, altri semplicemente si adeguarono alla situazione. La Kollontai stessa finì come servitore leale del regime stalinista. Nel 1922, il giornale comunista inglese “The Workers Dreadnought” faceva riferimento ai “dirigenti senza principio e senza spina dorsale” della sedicente “Opposizione Operaia” (The Workers Dreadnought, 29 luglio 1922) e c’era effettivamente una vera mancanza di risolutezza nel programma del gruppo. Ciò non era una questione del coraggio o della mancanza di coraggio dei membri individuali del gruppo, ma il risultato delle difficoltà enormi che dovevano affrontare i rivoluzionari russi per tentare di opporsi o di rompere con un partito che era stato l’anima della rivoluzione. Per molti comunisti sinceri, discutere le basi stesse del Partito era pura follia. Non c’era niente al di fuori del partito se non il nulla. L’attaccamento al Partito, tanto profondo che diventò un ostacolo alla difesa dei principi rivoluzionari, doveva essere ancora più pronunciato nell’Opposizione di Sinistra più tardi.
Un’altra ragione della debolezza delle critiche dell’Opposizione Operaia al regime era la loro mancanza quasi totale di prospettive internazionali. Mentre le frazioni di sinistra più decise in Russia traevano la loro forza dalla comprensione del fatto che il solo vero alleato del proletariato russo e della sua minoranza rivoluzionaria era la classe operaia mondiale, l’Opposizione Operaia aveva un programma basato sulla ricerca di soluzioni interamente contenute nell’ambito dello Stato russo.
La preoccupazione centrale dell’Opposizione Operaia era questa: “Chi svilupperà la creatività del proletariato nella sfera della costruzione economica?” (Kollontai, Ibidem, pag. 50). Il primo compito che essi fissavano alla classe operaia russa era la costruzione di una “economia comunista” in Russia. Le loro preoccupazioni riguardo al problema della gestione della produzione con la creazione di sedicenti “rapporti comunisti” di produzione in Russia, manifestavano un’incomprensione totale di un punto fondamentale : il comunismo non può esistere in un bastione isolato. Il principale problema che la classe operaia russa si ritrovava davanti era l’estensione della rivoluzione mondiale e non la ricostruzione economica della Russia.
Sebbene il testo della Kollontai critichi “le relazioni commerciali attualmente stabilite con le potenze capitaliste, relazioni che passano sopra alla testa del proletariato organizzato” (Kollontai, ibidem, pag. 56), l’Opposizione Operaia era d’accordo con una linea che andava rafforzandosi nel seno stesso della direzione bolscevica, cioè una tendenza a dare più importanza ai problemi dell’economia russa che all’estensione della rivoluzione a livello internazionale. Che questi gruppi del partito abbiamo difeso sul piano della ricostruzione economica delle posizioni divergenti é meno importante del fatto che tutti e due avevano tendenza a credere che la Russia potesse ripiegarsi su se stessa senza tradire gli interessi della rivoluzione mondiale.
La prospettiva esclusivamente “russa” dell’Opposizione Operaia si rifletteva ugualmente nella sua incapacità a sviluppare dei legami effettivi con l’opposizione comunista al di fuori della Russia. Sebbene che il testo della Kollontai sia stato fatto uscire dalla Russia da un membro del KAPD e pubblicato dal KAPD e dal Workers Dreadnought, la Kollontai cambiò idea in seguito e, rinnegando la sua decisione, tentò di recuperare il suo testo. L’Opposizione Operaia non fece nessuna critica reale della politica opportunista adottata dall’Internazionale Comunista; essa approvò le 21 condizioni e non cercò di congiungersi all’opposizione degli “altri paesi” malgrado la solidarietà che il KAPD e altri le manifestarono. Nel 1922 i membri dell’Opposizione Operaia fecero un ultimo appello al IV Congresso dell’Internazionale Comunista, ma il loro intervento si limitò a protestare contro la burocratizzazione del regime e contro l’assenza di libertà d’espressione per i gruppi comunisti dissidenti in Russia. Comunque, non ebbero che poca eco in una Internazionale che aveva già espulso i suoi migliori elementi e che andava orientandosi verso l’approvazione della politica del “fronte unico”. Poco dopo il loro ultimo appello fu formata una commissione bolscevica speciale per esaminare le attività dell’Opposizione Operaia. La commissione trasse la conclusione che il gruppo costituiva una “organizzazione frazionista illegale” e la repressione che seguì mise fine alla maggior parte dell’attività di questo gruppo[7].
L’Opposizione Operaia ebbe la sfortuna di essere spinta sulla scena in un’epoca in cui il partito subiva dei capovolgimenti profondi in seguito ai quali ogni attività di opposizione legale si rese impossibile in Russia. Volendo fare un compromesso fra i due estremi, il lavoro di frazione in seno al partito, da una parte, e un’opposizione clandestina al regime, dall’altra, l’Opposizione Operaia finì nel vuoto: d’ora in poi la fiaccola della resistenza proletaria avrebbe trovato dei portatori più risoluti ed intransigenti.
La Sinistra Comunista e la controrivoluzione, 1921-30
Dopo il 1921 il partito bolscevico venne a trovarsi in una situazione veramente da incubo. La sconfitta delle insurrezioni operaie in Ungheria, Italia, Germania e altrove tra il 1918 e il 1921 aveva portato ad un profondo riflusso della rivoluzione mondiale, riflusso che, malgrado lo scoppio di altre lotte in Germania ed in Bulgaria nel 1923, in Cina nel 1927, non fu più arginato. In Russia sia l’economia che il proletariato stesso erano prossimi alla disgregazione; le masse operaie si erano ritirate o erano state cacciate dalla vita politica. Lo Stato dei soviet, non essendo più uno strumento nelle mani del proletariato, era effettivamente degenerato in una macchina per la difesa dell’“ordine” capitalista. Prigionieri delle loro concezioni sostituzioniste, i bolscevichi credevano ancora che fosse possibile amministrare questa macchina statale e l’economia capitalista attendendo e allo stesso tempo preparando il risorgere della rivoluzione mondiale. In realtà le necessità del potere statale trasformavano i bolscevichi in agenti effettivi della controrivoluzione, sia all’interno della Russia che all’esterno.
In Russia essi erano diventati i guardiani di uno sfruttamento sempre più feroce della classe operaia. Sebbene con la NEP fosse diminuita la pressione del dominio economico dello Stato, soprattutto sui contadini, non vi fu però una diminuzione della dittatura del partito sul proletariato. Anzi, poiché per i bolscevichi i contadini rappresentavano sempre il pericolo maggiore per la rivoluzione russa, essi erano giunti alla conclusione che le concessioni economiche fatte ai contadini dovevano essere controbilanciate da una crescita del dominio politico del partito bolscevico sulla società russa; il che si traduceva in un rafforzamento delle tendenze al monolitismo all’interno dello stesso partito. Questo rafforzamento del controllo da parte del partito e dentro il partito, fu visto come il solo modo di erigere una diga proletaria contro la straripante marea di un capitalismo contadino.
A livello internazionale, la posizione di dominio occupata dal partito russo all’interno dell’Internazionale Comunista fece sì che fossero gli imperativi dello Stato russo a guidare la politica di questa, con effetti disastrosi. Il Fronte Unico, il Governo operaio, “tattiche” reazionarie come queste, erano in gran parte l’espressione della necessità dello Stato russo di trovare degli alleati borghesi nel mondo capitalista.
Benché il partito bolscevico non avesse ancora definitivamente abbandonato la rivoluzione proletaria, tutta la logica della situazione in cui esso si trovava lo spingeva sempre più ad identificarsi completamente con i bisogni del capitale nazionale russo; gli ultimi scritti di Lenin esprimono una preoccupazione quasi ossessiva riguardo ai problemi della “costruzione socialista” nella Russia arretrata. La vittoria dello stalinismo non fece altro che rendere questa logica esplicita; eliminò il dilemma tra internazionalismo e interessi dello Stato russo, abbandonando semplicemente il primo in favore di questi ultimi.
Gli avvenimenti di questi ultimi cinquanta anni hanno mostrato che un partito proletario non può sopravvivere in un periodo di riflusso o di sconfitta della lotta di classe. Perciò, dopo lo scacco dell’ondata rivoluzionaria, l’unico modo per i partiti comunisti di preservare la loro esistenza fisica era di passare, armi e bagagli, nel campo della borghesia. In più in Russia la tendenza alla degenerazione fu accelerata dal fatto che il partito si era confuso con lo Stato e doveva quindi adattarsi ancora più rapidamente alle richieste del capitale nazionale. In un periodo di sconfitta, la difesa delle posizioni rivoluzionarie non può essere assicurata che da piccole frazioni comuniste che si staccano dal partito in degenerazione o sopravvivono alla sua morte. Questo fenomeno si è verificato in Russia, soprattutto tra il 1921 ed il 1924 con la comparsa di piccoli gruppi, decisi a difendere le posizioni comuniste contro il tradimento del partito.
Come abbiamo visto, l’emergere di correnti di opposizione all’interno del partito bolscevico non era nuovo, ma le condizioni in cui dovettero agire queste frazioni sorte dopo il 1921 erano molto diverse da quelle in cui avevano lavorato quelle a loro antecedenti.
Condizione primaria per la difesa del programma comunista contro il montare della controrivoluzione era, soprattutto in Russia, la capacità di conservare un attaccamento leale a questo programma e di porre questo al di sopra di ogni legame sentimentale, personale e politico alla precedente organizzazione della classe, ora che quest’ultima si era avviata verso il tradimento. La grossa acquisizione delle frazioni di sinistra russe sta proprio in questo: nella loro determinazione a portare avanti il programma comunista contro il partito e lo Stato sovietico dal momento in cui queste istituzioni non lo difendevano più.
Per la Sinistra le posizioni comuniste erano più importanti di ogni altra cosa; se gli “eroi” della rivoluzione non difendevano più il programma comunista, questi stessi eroi dovevano essere denunciati ed abbandonati. Non c’è da stupirsi che i comunisti di sinistra russi siano stati individui relativamente poco conosciuti, soprattutto lavoratori che non avevano fatto parte della direzione bolscevica durante gli anni eroici.
Miasnikov aveva anche l’abitudine di prendere in giro l’Opposizione di Sinistra dicendo che si trattava solo di un’“opposizione di celebrità” che lottavano contro la fazione stalinista solo per i loro scopi burocratici. (L’operaio comunista, n°6, gennaio 1930).
Questi operai rivoluzionari erano capaci di capire le condizioni con cui si confrontava il proletariato russo molto più facilmente degli ufficiali bolscevichi di alto grado i quali avevano veramente perso il contatto con la classe e riuscivano a vedere il problema della rivoluzione solo in termini di amministrazione dello Stato. Nello stesso tempo, però, le origini oscure dei membri delle frazioni di sinistra erano spesso un fattore di debolezza di questi gruppi. Le loro analisi si basavano in genere più su di un puro istinto di classe che su una profonda formazione teorica. Ciò, accoppiato alle debolezze storiche del movimento operaio russo, di cui abbiamo già parlato, e all’isolamento della sinistra russa dalle frazioni comuniste degli altri paesi, limitò seriamente l’evoluzione teorica del comunismo di sinistra in Russia.
Malgrado la loro capacità di rompere con le istituzioni “ufficiali” e di identificarsi con la lotta di classe contro di esse, le frazioni di sinistra russe si trovavano di fronte ed una serie di problemi difficili e contraddittori dovuti all’immenso riflusso della classe in Russia. Il partito bolscevico, nonostante la sua rapida degenerazione dopo il 1921, restava il centro della vita politica del proletariato russo; i consigli, i comitati di fabbrica e le altre organizzazioni di massa della classe erano morti e lo stesso Stato era diventato un organo del capitale. Data l’apatia e l’indifferenza della classe, i dibattiti e le polemiche di carattere politico avevano luogo quasi esclusivamente all’interno del partito. E’ vero che la maggior parte di questi dibattiti ideologici erano sterili dall’inizio, proprio per l’indifferenza e l’inattività della classe, ma il fatto che il partito fosse una specie di oasi del pensiero rivoluzionario in un deserto di politicismo della classe operaia, non poteva essere trascurato dai rivoluzionari.
Questo stato di cose ha posto le frazioni di sinistra in un orribile dilemma. Da un lato l’apatia delle masse e la repressione statale rendevano molto difficile in generale la militanza in seno al proletariato. Dall’altro qualsiasi lavoro verso il partito era seriamente ostacolato dall’eliminazione delle frazioni nel 1921 e dall’atmosfera sempre più soffocante all’interno di esso. Era quindi quasi impossibile per un qualunque gruppo veramente di opposizione fare un lavoro legale all’interno del partito. Anche le critiche relativamente moderate espresse nel 1923 dalla Piattaforma dei 46 (il documento di fondazione dell’Opposizione di Sinistra) contenevano rammarico per il fatto che “nel partito sia di fatto scomparsa la possibilità di discutere liberamente e che sia stato soffocato il proposito sociale del partito”. Per le tendenze a sinistra dell’Opposizione di sinistra, la situazione era anche peggiore; malgrado ciò esse continuavano ad associare il lavoro di propaganda all’interno “delle grandi masse” delle fabbriche con il lavoro segreto all’interno delle cellule locali del partito. Il Gruppo Operaio nel suo Manifesto del 1923 parlava della “necessità di costituire il gruppo operaio del Partito Comunista Russo (bolscevico) sulla base del programma e degli statuti del PCR, in modo da esercitare una pressione decisiva sul gruppo dirigente del partito stesso”.
“L’Appello” del gruppo la Verità Operaia nel 1922 esprimeva l’idea: “dappertutto, nelle fabbriche, nelle officine, nelle organizzazioni sindacali, nelle università operaie, nelle scuole dei soviet e del partito, nell’Unione comunista della gioventù e nelle organizzazioni del partito, devono essere creati dei circoli di propaganda solidali con la Verità Operaia”[8]. Simili dichiarazioni di intenti dimostrano la difficoltà estrema che incontravano questi grippi nei loro tentativi di avere un’eco nel proletariato russo e nella loro impotenza a trovare soluzioni organizzative ben definite, in un periodo di smarrimento e confusione.
Dobbiamo infine tenere presente che questi gruppi erano sottoposti alla persecuzione ed alla repressione più intensa da parte dello Stato-Partito. Proprio perché la Russia era stata la “terra dei Soviet”, il paese della rivoluzione proletaria, la controrivoluzione qui doveva essere totale, spietata ed implacabile, e doveva seppellire anche gli ultimi resti di ciò che vi era stato di rivoluzionario. Anche prima della vittoria della fazione stalinista, i gruppi di sinistra avevano subito le persecuzioni della Ghepeu (GPU)[9], gli arresti e l’esilio. Privi di fondi e di materiale, sempre sul chi va là a causa della polizia segreta, era molto difficile per loro iniziare un minimo di lavoro di propaganda. Il consolidarsi della controrivoluzione dopo il 1924 rese le cose ancora più difficili. E tuttavia, durante gli oscuri anni della reazione, i comunisti di sinistra continuarono a lottare per la rivoluzione. Nel 1929 ancora il Gruppo Operaio pubblicava a Mosca un giornale illegale, la Via operaia verso il potere. Anche nei campi di lavoro stalinisti non li si poté ridurre al silenzio. Una rivoluzione proletaria non muore facilmente. I rivoluzionari che lottavano in circostanze così sfavorevoli traevano il loro coraggio e tenacia dal semplice fatto di essere il prodotto di una rivoluzione della classe operaia. Esaminiamo dunque più in dettaglio i principali gruppi che hanno continuato e tenere alta la bandiera della rivoluzione comunista a dispetto di tutto ciò che si innalzava contro di loro.
a) La Verità Operaia
La Verità Operaia si costituì nell’autunno del 1921. Pare che fosse composta soprattutto di intellettuali e che si fosse formata nell’ambiente culturale del “Proletkult”di cui il principale animatore era Bogdanov, un teorico del partito che negli anni venti aveva polemizzato con Lenin su problemi filosofici e che era stato all’epoca molto in vista nelle tendenze di “sinistra” del bolscevismo. Nel suo “Appello” del 1922, la Verità Operaia caratterizzava la NEP come “rinascita di rapporti capitalisti normali”, espressione di una profonda sconfitta del proletariato russo:
“La classe operaia in Russia è disorganizzata, le confusione regna nella mente dei lavoratori; vivono in un paese in cui c’è la “dittatura del proletariato” come ripete continuamente nei comizi o sulla stampa il partito comunista? Oppure in un paese in cui regnano l’arbitrio e lo sfruttamento come gli viene detto in ogni momento delle loro condizioni di vita? La classe operaia conduce un’esistenza miserabile mentre la nuova borghesia (cioè i funzionari responsabili, i direttori delle fabbriche, gli uomini di fiducia, i presidenti dei comitati esecutivi, ecc.) e gli uomini della NEP vivono nel lusso con uno stile di vita che ci ricorda quello della borghesia di tutti i tempi”.
Per la Verità Operaia lo Stato dei Soviet era diventato “il rappresentante degli interessi nazionali del capitale … il semplice apparato di direzione dell’amministrazione politica e della regolamentazione economica da parte dell’Intellighenzia”. Contemporaneamente la classe operaia era stata privata dei suoi organi difensivi - i sindacati - e del suo partito di classe. In un manifesto stampato in occasione del XII Congresso del partito nel 1923, la Verità Operaia accusava i sindacati di:
“trasformarsi da organizzazioni di difesa degli interessi economici dei lavoratori in organizzazioni di difesa degli interessi della produzione, cioè del capitale statale prima e innanzitutto”. (citato da E. H. Carr, “L’Interregno”).
Per quanto riguarda il partito, l’Appello afferma che:
“Il partito comunista russo è diventato il partito dell’Intellighenzia organizzatrice. Il fossato tra il partito comunista e la classe operaia si approfondisce sempre più”.
Perciò essi manifestano l’intenzione di lavorare alla formazione di un vero “partito del proletariato russo”, pur ammettendo che il loro lavoro sarà “di lungo periodo e soprattutto ideologico.”
Benché gli scopi relativamente modesti che si prefissava la Verità Operaia sembravano esprimere una certa comprensione della sconfitta subita dalla classe e dunque dei limiti dell’attività rivoluzionaria in un tale periodo, tutto il quadro è falsato da una particolare ambiguità sul periodo storico e sui compiti del proletariato nel suo complesso.
Basandosi forse sull’idea di Bogdanov, cioè che, finché il proletariato non sarà diventato una classe capace di organizzarsi, la rivoluzione socialista sarà prematura, essi pensavano che compito della rivoluzione in Russia fosse di aprire una fase di sviluppo capitalista:
“Dopo la vittoria della rivoluzione e della guerra civile, per la Russia si aprono grandi possibilità di rapida trasformazione in un paese di capitalismo progressivo. E’ questo l’enorme e indubbio risultato raggiunto dalla rivoluzione d’ottobre”. (Da l’Appello).
Questa prospettiva ha anche portato la Verità Operaia a preconizzare una strana politica estera: il riavvicinamento, cioè, all’America ed alla Germania, capitalismi “progressisti”, contro la Francia “reazionaria”. Sembra inoltre che il gruppo abbia avuto pochi o nessun contatto con i gruppi comunisti di sinistra ai di fuori della Russia.
Furono certamente posizioni come questa che indussero il Gruppo Operaio di Miasnikov ad affermare di non avere “nulla in comune con la sedicente Verità Operaia, che cerca di cancellare tutto ciò che c’è stato di comunista nella rivoluzione del 1917 e che di conseguenza è completamente menscevica” (Workers Dreadnought, 31 maggio 1924), benché nel suo Manifesto del 1923 il Gruppo Operaio avesse riconosciuto che in gruppi come la Verità Operaia, Centralismo Democratico e Opposizione Operaia vi fossero molti elementi proletari sinceri e li avesse chiamati ad unirsi sulla base del Manifesto del Gruppo Operaio.
Ai tempi della rivoluzione russa vi era la tendenza ad identificare con i menscevichi tutti quelli ch parlavano dell’ineluttabilità di un’evoluzione borghese della Russia. Ma alla luce dell’esperienza degli anni successivi noi preferiamo paragonare le posizioni della Verità Operaia con l’analisi fatta dalle sinistre tedesca ed olandese verso gli anni 30. Proprio come la Verità Operaia, queste ultime avevano iniziato a capire realmente la natura del capitalismo di Stato, ma tolsero poi ogni efficacia alla loro analisi quando arrivarono alla conclusione che la rivoluzione russa era stata portata avanti sin dall’inizio dall’Intellighenzia per costruire un capitalismo di Stato in un paese che non era ancora maturo per la rivoluzione comunista. In altri termini l’analisi fatta dalla Verità Operaia è quella di una tendenza rivoluzionaria in preda alla demoralizzazione e alla confusione a causa della sconfitta della rivoluzione e, quindi, portata a mettere in forse il carattere originariamente proletario di questa. Tali deviazioni sono inevitabili se non si ha un quadro chiaro e coerente in cui analizzare le degenerazione della rivoluzione, soprattutto considerando le difficili condizioni in cui lavoravano i rivoluzionari in Russia dopo il 1921.
Ma, malgrado un certo pessimismo ed un certo intellettualismo, la Verità Operaia non esitò ad intervenire negli scioperi selvaggi che hanno scosso la Russia nell’estate del 1923, cercando di portare avanti parole d’ordine di carattere politico all’interno del movimento generale della classe. In seguito a quest’intervento, il gruppo ebbe addosso tutte le forze della Ghepeu, che lo distrussero rapidamente.
b) Il Gruppo Operaio e il Partito Comunista Operaio
Abbiamo visto come la debolezza di gruppi quali l’Opposizione Operaia e la Verità Operaia fosse in gran parte legata alla loro mancanza di prospettive internazionali; così possiamo dire che la più importante delle frazioni comuniste di sinistra fu giustamente quella che insistette sul carattere internazionale della rivoluzione e sulla necessità che i rivoluzionari del mondo intero si raggruppassero.
Si trattava di elementi molto vicini al KAPD tedesco e ad organizzazioni ad esso legate.
Il 3 e il 17 giugno 1923, il Workers’ Dreadnought pubblicò una risoluzione di un gruppo costituitosi poco tempo prima e che si chiamava il “gruppo dei comunisti rivoluzionari di sinistra (partito comunista operaio) di Russia”.
Si definiva un gruppo che era uscito dal “partito comunista russo socialdemocratico che aveva fatto della direzione degli affari dello Stato russo la sua principale preoccupazione” (W.D. 3 giugno); e benché s’impegnasse “a sostenere tutte le tendenze rivoluzionarie di sinistra esistenti nel partito comunista russo” e ad “accogliere ed appoggiare tutte le proposte dell’Opposizione Operaia con un orientamento veramente rivoluzionario”, insisteva sul fatto “che non c’era possibilità di riformare il partito comunista russo dall’interno” (W.D. 17 giugno). Il gruppo denunciava i tentativi di accordo dei bolscevichi e del Komintern con il capitale sia in Russia che all’estero ed in particolare attaccava la politica di fronte unito del Komintern dicendo che era uno strumento “della ricostruzione dell’economia capitalista mondiale” (W.D. 17 giugno). Affermava che i bolscevichi e il Komintern avevano ormai intrapreso la strada dell’opportunismo che non poteva portare che alla loro integrazione nel capitalismo e che quindi era tempo di mettersi a lavorare per la costruzione di un partito comunista operaio russo legato al KAPD tedesco, al KAP olandese e ad altri partiti dell’Internazionale Comunista Operaia[10].
Lo sviluppo ulteriore di questo gruppo non é ben conosciuto, ma sembra che sia strettamente legato a quello del gruppo Operaio di Miasnikov, meglio conosciuto con il nome di Gruppo Operaio Comunista - sembra infatti che il PCO del 1922 sia stato un precursore di quest’ultimo. Il primo dicembre 1923 il Dreadnought annunciava di aver ricevuto il manifesto del gruppo Operaio, mandato dal PCO russo insieme con una protesta del PCO contro l’arresto in Russia di Miasnikov, Kuznetzov ed altri militanti del gruppo Operaio. Nel 1924 il KAPD pubblicava Il Manifesto in tedesco e parlava del gruppo Operaio come de “la sezione russa della quarta Internazionale”.
A partire da questo momento la difesa del comunismo di sinistra in Russia sarebbe stata assicurata dal gruppo di Miasnikov.
Gabriel Miasnikov, un operaio degli Urali, si era messo in luce nel partito bolscevico quando, improvvisamente nel 1921, dopo il cruciale X Congresso aveva reclamato “la libertà di stampa per tutti, dai monarchici agli anarchici inclusi” (citato da Carr ne L’Interregno).
Malgrado gli sforzi di Lenin per dissuaderlo dal condurre un dibattito su questo problema, si rifiutò di desistere e fu espulso dal partito agli inizi del 1922. Nel febbraio-marzo 1923 si unì con altri militanti per fondare “il gruppo Operaio del partito comunista russo (bolscevico)” che pubblicò e distribuì il proprio Manifesto al XII Congresso del PCR. Il gruppo iniziò a fare lavoro illegale tra gli operai, del partito e non, e sembra abbia partecipato in maniera significativa all’ondata di scioperi dell’estate 1923, convocando manifestazioni di massa e cercando di politicizzare un movimento di classe essenzialmente difensivo. La sua attività in questi scioperi bastò a convincere la Ghepeu della seria minaccia che esso rappresentava, per cui alcuni militanti tra i dirigenti furono arrestati, il che rappresentò un duro colpo per il gruppo.
Ma, come abbiamo visto, essi proseguirono il loro lavoro clandestino, anche se su scala ridotta, fino egli inizi degli anni ‘30[11]. Il Manifesto del Gruppo Operaio rappresenta un notevole passo avanti rispetto all’Appello della Verità Operaia, ma contiene ancora le esitazioni e le idee poco chiare della sinistra comunista dell’epoca, soprattutto di quella russa.
Il Manifesto contiene le solite denunce delle spaventose condizioni di vita degli operai russi e delle ingiustizie che portava con sé la NEP e si chiede: “E’mai possibile che la NEP (nuova politica economica) debba trasformarsi in NSP = Nuovo Sfruttamento del Proletariato?” Prosegue attaccando la soppressione della possibilità di divergenze all’interno e al di fuori del partito ed il pericolo che il partito si trasformi in “una minoranza che detiene il controllo del potere e delle risorse economiche della nazione, il che porterà alla creazione di una casta burocratica”. Denuncia il fatto che i sindacati, i soviet e i comitati di fabbrica hanno perso la loro funzione di organismi del proletariato, che la classe non controlla più né la produzione né l’apparato politico del regime. Reclama la rigenerazione di tutti questi organi attraverso una riforma radicale del sistema dei soviet che permetta alla classe di esercitare il suo dominio sulla vita economica e politica.
Questo ci porta immediatamente al problema più grosso con cui si scontrava la sinistra russa agli inizi degli anni ‘20. Qual era 1’atteggiamento da tenere verso il regime sovietico? Questo aveva ancora un carattere proletario o i rivoluzionari dovevano lottare per la sua distruzione? La difficoltà era che a quei tempi non c’erano né esperienza né criteri per decidere se il regime era divenuto o no controrivoluzionario. Questo dilemma é alla base dell’atteggiamento ambiguo adottato dal gruppo Operaio verso il regime. Nello stesso tempo in cui esso denuncia le ingiustizie della NEP ed il pericolo della “sua degenerazione burocratica”, afferma che: “la NEP é il risultato diretto della situazione delle forze produttive nel nostro paese. Deve essere utilizzata per consolidare le posizioni conquistate dal proletariato con l’Ottobre”[12]. Il Manifesto suggerisce, quindi, una serie di mezzi per “il miglioramento” della NEP - controllo operaio, indipendenza dai capitali stranieri, ecc. Allo stesso modo, pur criticando le degenerazioni del partito, il gruppo Operaio, come abbiamo vieto, aveva scelto di lavorare tra i militanti del partito e di esercitare delle pressioni sulla direzione. Mentre in altre pubblicazioni il gruppo si chiedeva se il proletariato non poteva essere “costretto ad intraprendere una nuove lotta, e forse una lotta sanguinosa per rovesciare l’oligarchia” (citato da Carr, L’Interregno), nel Manifesto si insisteva sulla rigenerazione dello Stato dei soviet e delle sue istituzioni e non sulla loro distruzione violenta.
Questa posizione di sostegno critico é messa ancora più in evidenza dal fatto che di fronte alle minacce di guerra rappresentate dall’accordo di Curzon nel 1923, i militanti del gruppo Operaio si erano impegnati a resistere a qualsiasi tentativo di rovesciamento del potere dei Soviet (Carr, op. cit.).
Non é evidentemente il caso di porsi il problema se fosse corretto o no difendere il regime russo del 1923. Non si può considerare controrivoluzionario il gruppo Operaio per le posizioni prese allora, perché l’esperienza della classe non aveva ancora deciso in maniera definitiva sulla questione russa. Le ambiguità sulla natura del regime sovietico sono soprattutto espressione delle immense difficoltà incontrate dai rivoluzionari nella risoluzione di questo problema, nella confusione e lo smarrimento di quegli anni.
Ma l’aspetto più importante del gruppo Operaio non è la sua. analisi del sistema russo, ma la sua intransigente prospettiva internazionalista. E’ significativo che il Manifesto del 1923 inizi con una efficace descrizione della crisi mondiale del capitalismo e dell’alternativa che si pone al1’umanità intera: socialismo o barbarie. Cercando di spiegare il ritardo della presa di coscienza rivoluzionaria della classe operaia di fronte a questa crisi, il Manifesto denuncia con estrema chiarezza il ruolo universalmente controrivoluzionario della Socialdemocrazia:
“in tutti i paesi, ad un certo momento, sono i socialisti gli unici in grado di salvare la borghesia dalla rivoluzione proletaria, perché le masse operaie sono abituate a diffidare di tutto ciò che viene dai loro oppressori, ma quando la stessa cosa gli viene presentata ammantata di fraseologia socialista e come se fosse quello il loro interesse, i lavoratori, ingannati da questo linguaggio, prestano fede ai traditori e sprecano le loro energie in una lotta senza speranza. La borghesia non ha e non avrà mai migliore avvocato”.
La comprensione di questo fatto permise al gruppo Operaio di denunciare le tattiche del Komintern del fronte unico e del governo operaio, come tanti mezzi per legare il proletariato al suo nemico di classe. Anche se meno cosciente del ruolo reazionario dei sindacati, il gruppo Operaio condivise la posizione del KAPD per cui nel nuovo periodo di decadenza del capitalismo tutte le vecchie tattiche riformiste dovevano essere abbandonate:
“Il tempo in cui la classe operaia poteva ottenere miglioramenti economici e legislativi per mezzo degli scioperi e della sua partecipazione al parlamento é finito per sempre. Bisogna dirlo apertamente. Oggi la lotta per gli obbiettivi più immediati coincide con la lotta per il potere. Dobbiamo spiegare per mezzo della nostra propaganda che, benché in molte occasioni noi stessi spingiamo allo sciopero, gli scioperi non possono portare ad un vero miglioramento delle condizioni di vita degli operai. Ma voi, lavoratori, non avete ancora superato le vecchie illusioni riformiste e continuate a portare avanti una lotta che non può che esaurirvi. Noi siamo solidali con i vostri scioperi, ma ricordate! Queste lotte non vi libereranno dalla schiavitù, dallo sfruttamento e dalla miseria più disperate. Il solo modo per vincere é conquistare il potere con le proprie forze”.
Ruolo del partito è allora anche quello di preparare dappertutto le messe alla guerra contro la borghesia.
La comprensione da parte del gruppo Operaio del nuovo periodo storico sembra portare in sé le debolezze e le forze della visione del KAPD sulla “crisi mortale del capitalismo”.
Per entrambi, una volta che il capitalismo è entrato definitivamente in crisi, le condizioni della rivoluzione proletaria esistono sempre. Ruolo del partito è allora quello di funzionare da detonatore dell’esplosione rivoluzionaria. In nessun punto del Manifesto c’è un accenno al riflusso della rivoluzione mondiale ed alle necessità di un’analisi precisa delle nuove prospettive che questo apre ai rivoluzionari. Per il gruppo Operaio la rivoluzione mondiale era all’ordine del giorno nel 1923 come lo era stata nel 1917.
E’ questo il motivo per cui esso poteva condividere le illusioni del KAPD sulle possibilità di costruire una IV Internazionale nel 1922; in anni come quelli dal 1928 al 1931 Miasnikov cercava ancora di organizzare un partito comunista operaio russo[13].
Sembra che solo la Sinistra Italiana sia stata capace di capire qual era il ruolo delle frazioni comuniste in periodo di riflusso, quando il partito non può più esistere. Per il KAPD, il Workers Dreadnought, Miasnikov ed altri, il partito poteva esistere in qualunque momento. Il corollario di questa visione immediatista fu una tendenza inesorabile alla disintegrazione politica: considerando anche gli effetti della repressione, per i comunisti di sinistra tedeschi e per i loro simpatizzanti russi e inglesi è stato impossibile continuare ad esistere politicamente durante il periodo di controrivoluzione.
Le proposte concrete fatte dal gruppo Operaio per il raggruppamento internazionale dei rivoluzionari sono espressione di una sana preoccupazione di tenere il più unite possibile le forze rivoluzionarie, ma sono anche il riflesso delle contraddizioni, di cui abbiamo già parlato, a proposito dei rapporti tra la sinistra comunista e le istituzioni “ufficiali” in degenerazione. Per cui, pur opponendosi violentemente ad ogni tipo di frontismo con i socialdemocratici, il Manifesto del gruppo Operaio lancia un appello per la formazione di una specie di Fronte unico tra tutti gli elementi veramente rivoluzionari, in cui includeva i partiti della III Internazionale, considerandoli alla stessa stregua dei partiti comunisti operai. Pare che in un’altra occasione il gruppo Operaio abbia iniziato delle trattative con la sinistra del KPD, raggruppata attorno a Maslow, allo scopo di attirare Maslow nel suo “ufficio estero”, privo di vita fin dalla sua nascita. Il KAPD, commentando il Manifesto, era estremamente critico su ciò che esso chiamava “le illusioni del gruppo Operaio sulla possibilità di rivoluzionare l’Internazionale Comunista... la III Internazionale non è più uno strumento di lotta della classe proletaria. E’ per questo che i partiti comunisti hanno fondato l’Internazionale Comunista Operaia”. Tuttavia l’incertezza del gruppo Operaio sulla natura del regime russo o del Komintern fu risolta alla luce dell’esperienza concreta: la vittoria dello stalinismo in Russia lo indusse a prendere una linea di condotta più intransigente contro la burocrazia ed il suo stato, mentre la rapida decomposizione del Komintern dopo il 1923 rese più che evidente il fatto che i futuri “partner” internazionali del gruppo Operaio sarebbero stati i veri comunisti di sinistra dei vari paesi.
Fu soprattutto questo “legame internazionale” con i sopravvissuti dell’ondata rivoluzionaria che permise ai compagni come Miasnikov di raggiungere un grado di chiarezza relativamente elevato nell’oceano di confusione, demoralizzazione e menzogne da cui era stato inghiottito il movimento operaio russo.
c) Gli “Inconciliabili” dell’Opposizione di Sinistra
Non é possibile esaminare a fondo in quest’articolo il problema dell’Opposizione di sinistra; la sua confusa difesa della democrazia all’interno del partito, della rivoluzione cinese e dell’internazionalismo contro la teoria stalinista del “socialismo in un paese solo”, ne fa una corrente proletaria, l’ultima scintilla di resistenza all’interno del partito bolscevico e del Komintern. L’insufficienza della sua critica alla controrivoluzione in atto rende però impossibile considerarla parte integrante della tradizione rivoluzionaria della sinistra comunista.
A livello internazionale, il suo rifiuto di rimettere in questione le tesi dei primi quattro congressi del Komintern le impediva di capire le cause della degenerazione dell’Internazionale e di evitare di ripetere drammaticamente gli errori di questa. Anche in Russia, l’Opposizione di sinistra non é riuscita a rompere con l’apparato dello Stato-partito, cosa che le avrebbe permesso di impiantarsi saldamente sul terreno delle lotte proletarie contro il regime, a fianco delle vere frazioni comuniste di sinistra. Benché i suoi nemici abbiano tentato di accusare Trotskij di essersi messo in contatto con gruppi illegali come Verità operaia, Trotskij stesso si dissociò esplicitamente da questi gruppi, definendo il gruppo di Bogdanov come quello della “non-Verità operaia” (Carr, L’interregno) e partecipando in prima persona alla repressione dell’ultra-sinistra all’interno, ad esempio, della commissione incaricata di fare ricerche sull’attività dell’Opposizione operaia nel 1922. Tutto ciò che Trotskij ammetteva era che questi gruppi erano sintomo di una vera e propria degenerazione del regime dei soviet.
Ma l’Opposizione di sinistra all’inizio non era rappresentata solo da Trotskij. Molti dei firmatari della piattaforma dei 46 erano dei vecchi comunisti di sinistra e centralisti democratici Ossinskj, Smirnov, Piatakov ed altri. Scriveva Miasnikov:
“Non ci sono solo grandi uomini famosi nella opposizione trotzkista, ci sono anche molti operai. E questi non vogliono seguire i loro leader; dopo qualche esitazione essi rientreranno nelle file del gruppo Operaio. (L’operaio comunista, n.6, gennaio 1930).
Proprio perché l’opposizione di sinistra era una corrente proletaria, essa ha dato vita naturalmente ad un’ala sinistra che é andata ben oltre le critiche timide dello stalinismo fatte da Trotskij e dai suoi discepoli “ortodossi”. Verso la fino degli anni ‘20, crebbe all’interno dell’Opposizione di sinistra una corrente conosciuta sotto il nome de “gli inconciliabili”, composta in gran parte da giovani operai che si opponevano alle tendenze dei trotzkisti “moderati” ad andare verso una riconciliazione con la fazione stalinista, tendenza che si accelerò nel 1928, quando sembrò che Stalin stesse realizzando rapidamente il programma di industrializzazione dell’Opposizione di sinistra. Isaac Deutscher scrive che tra gli “Inconciliabili”:
“Era già evidente che l’Unione Sovietica non era più uno Stato operaio; che il partito aveva tradito la rivoluzione e che la speranza di riformarlo era diventata priva di senso, l’opposizione doveva formare un nuovo partito, propagandare e preparare una nuova rivoluzione. Alcuni vedevano in Stalin il promotore del capitalismo agrario e anche il leader di una “democrazia kulak”, mentre per altri il suo potere era l’incarnazione del dominio di un capitalismo di Stato implacabilmente ostile al socialismo”.
Nel suo libro “Nel paese della grande menzogna”, Ante Ciliga fornisce una testimonianza delle discussioni che ebbero luogo all’interno dell’Opposizione di sinistra nei campi di lavoro stalinisti; egli dimostra che alcuni membri dell’Opposizione di sinistra erano per la capitolazione al regime stalinista, altri sostenevano che bisognava riformarlo, altri ancora erano per una rivoluzione politica per eliminare la burocrazia (la posizione che avrebbe adottato Trotskij). Ma gli inconciliabili o, come li chiama Ciliga (che ne faceva parte) i “negatori”:
“credevano che non solo l’ordine politico, ma anche l’ordine sociale ed economico erano estranei ed ostili al proletariato. Auspicavano per conseguenza una rivoluzione non soltanto politica, ma anche sociale, che aprisse la strada allo sviluppo del socialismo. A nostro avviso la burocrazia costituiva una vera e propria classe e una classe ostile al proletariato”. (Ante Ciliga, Nel paese della grande menzogna URSS 1926-1935, Jaca Book, pag. 207[14]).
Nel gennaio 1930, in un articolo del n°6 de “L’operaio comunista”, Miasnikov diceva dell’Opposizione di sinistra che:
“Non ci sono che due possibilità, o i trotzkisti adottano la parola d’ordine “guerra ai palazzi, pace alle baracche” e si uniscono sotto lo stendardo della rivoluzione proletaria, primo passo che deve fare il proletariato per diventare la classe dominante, o essi si spegneranno lentamente e passeranno individualmente o collettivamente alla borghesia. Queste sono le due alternative, non c’è una terza via”.
Gli avvenimenti degli anni ‘30, che hanno visto i trotzkisti passare definitivamente negli eserciti del capitale, avrebbero confermato ciò che Miasnikov aveva predetto. Ma gli elementi migliori dell’Opposizione di sinistra furono capaci di seguire l’altra via, quella della rivoluzione. Disgustati dall’incapacità di Trotskij di confermare le loro analisi nei suoi scritti dell’esilio, essi ruppero con l’Opposizione di sinistra negli anni 30-32 e cominciarono a lavorare in prigione con i sopravvissuti del gruppo Operaio e del gruppo del centralismo democratico, elaborando un’analisi della sconfitta della rivoluzione russa e del significato del capitalismo di stato. Come viene sottolineato da Ciliga nel suo libro, essi non avevano paura di andare dritto al cuore del problema e di accettare il fatto che la degenerazione della rivoluzione russa non era iniziata con Stalin, ma già sotto l’egida di Lenin e Trotskij. Come diceva spesso Marx, essere radicale vuol dire andare fino in fondo alle cose. Negli anni neri della reazione, quale miglior contributo avrebbe potuto dare la sinistra comunista di quello di aver scavato senza timore fino alle radici della sconfitta del proletariato?
Per qualcuno le discussioni portate avanti dai comunisti di sinistra in prigione non sono altro che il simbolo dell’impotenza delle idee rivoluzionario di fronte al mostro capitalista. Ma anche se la loro situazione era l’espressione della profonda sconfitta subita dal proletariato, il semplice fatto di avere continuato, in condizioni così sfavorevoli, a chiarire quali erano le lezioni che si potevano trarre dalla rivoluzione é un segno che la missione storica del proletariato non può mai essere liquidata da una vittoria temporanea della controrivoluzione. Come scriveva Miasnikov a proposito dell’arresto di Sapronov:
“Ora Sapronov è stato arrestato. Neanche l’esilio ed il soffocamento della sua voce sono riusciti a diminuire le sue energie e la burocrazia non poteva sentirsi al sicuro finché gli non fosse stato circondato dalle spesse mura di una prigione. Ma un soffio potente, il soffio della rivoluzione d’Ottobre non può essere imprigionato; neanche la tomba può farlo sparire. I principi della rivoluzione sono sempre vivi nella classe operaia russa e, finché vivrà la classe operaia, quest’idea non potrà morire. Voi potete arrestare Sapronov, non l’idea della rivoluzione”. (L’operaio comunista, 1929).
E’ vero che la burocrazia stalinista è riuscita da molto tempo a schiacciare le ultime minoranze comuniste in Russia. Ma oggi che una nuova ondata di lotte proletarie internazionali trova una piccola eco anche nel proletariato russo, il “soffio potente” di un secondo Ottobre ritorna a spaventare gli animi degli aguzzini stalinisti a Mosca e dei loro discendenti a Varsavia, Praga e Pechino.
Quando gli operai della “patria del socialismo” si solleveranno per distruggere una volta per tutte l’immensa prigione dello stato stalinista, saranno finalmente capaci, insieme ai loro fratelli di classe di tutto il mondo, di risolvere i problemi posti e dalla rivoluzione del 1917 e dai suoi più leali difensori, i rivoluzionari della sinistra comunista russa.
C.D. WARD
[1] Con questo nome é conosciuta la più risoluta delle correnti di sinistra del PSI, che si consolidò intorno a Bordiga, fino alla fondazione del PCd’I nel 1921.
[2] I bolscevichi stessi hanno prodotto delle tendenze di estrema sinistra durante il periodo precedente alla I guerra, specialmente i massimalisti che criticavano la tattica parlamentare dei bolscevichi dopo la rivoluzione del 1905. Ma poiché questo dibattito ebbe luogo nell’epoca che segnava la fine della fase ascendente del capitalismo, noi non entreremo qui in una discussione approfondita di queste posizioni. La sinistra comunista invece è un prodotto specifico del movimento operaio nell’epoca di decadenza: essa ha la sua origine nella critica della strategia comunista “ufficiale” dell’I.C. ai suoi esordi, critica che cercava di definire i compiti rivoluzionari del proletariato nel nuovo periodo.
[3] Cfr. “Lezioni della Rivoluzione Tedesca” in Rivoluzione Internazionale n°2, maggio 1975.
[4] Organo della Frazione di Sinistra del PCd’I, poi Frazione Italiana della Sinistra Comunista, pubblicato in Francia negli anni ’33-38; nella Rivista Internazionale n°1 ne abbiamo riportato i testi sulla guerra di Spagna.
[5] Vedi “La degenerazione della Rivoluzione Russa” su Rivista Internazionale n°2 e “Le lezioni di Kronstadt” su Rivoluzione Internazionale n°6.
[6] Solidarity è un gruppo inglese che tiene al suo interno notevoli confusioni accanto ad alcune posizioni rivoluzionarie. Vedi nota sul n°10 di Rivoluzione Internazionale a pag. 21.
[7] Sebbene l’Opposizione Operaia abbia cessato di esistere dopo il 1922, il suo nome come quello del Centralismo Democratico ritornano continuamente in rapporto all’attività clandestina fino agli inizi degli anni ’30, il che sembra dimostrare che elementi di questi due gruppi hanno combattuto fino all’ultimo respiro.
[8] Il Manifesto del Gruppo Operaio e le note del KAPD sono disponibili in francese in “Invariance II serie n°6”. Una versione incompleta è apparsa sui seguenti numeri di Workers Dreadnouht: 1 dicembre 1923, 5 gennaio 1924, 2 febbraio 1924, 9 febbraio 1924. L’Appello della Verità Operaia è stato pubblicato nel Socia1ist Herald, Berlino, 31 gennaio 1922; degli estratti sono apparsi in inglese in Daniels, Una storia documentaria del comunismo, pagg. 219-223.
[9] Organismo politico incaricato di vigilare sulla sicurezza dell’Unione Sovietica (1922-1934).
[10] Il testo del 17 giugno ed un altro testo sul Fronte Unito di questo stesso gruppo è stato riprodotto su Workers’ Voice.
[11] La storia successiva di Miasnikov è questa: dal 1923 al 1927 ha trascorso la maggior parte del tempo in esilio o in prigione a causa delle sue attività clandestine. Evaso dalla Russia nel 1927, fuggì in Persia e in Turchia per fermarsi definitivamente in Francia nel 1930. Durante tutti questi anni cercò continuamente di organizzare il suo gruppo in Russia. Nel 1943 per ragioni ignote (forse perché si aspettava che dopo la guerra scoppiasse una. rivoluzione?), Miasnikov ritornò in Russia e non se ne è saputo più nulla.
[12] Il KAPD pubblicò il Manifesto del gruppo Operaio con delle note critiche; esso non accettava l’analisi del gruppo Operaio sulla NEP. Per esso la Russia nel 1925 era un paese capitalista dominato dai contadini. Il KAPD sosteneva dunque “non il superamento della NEP, ma la sua abolizione violenta.”
[13] In un articolo apparso su “L’operaio comunista” nel 1929, Miasnikov fece un resoconto di una conferenza tenuta nell’agosto 1928 dal gruppo Operaio, “il gruppo dei 15” di Sapronov e i superstiti dell’Opposizione Operaia. Essendo giunta ad un alto livello di accordo programmatico, la conferenza decise che “l’Ufficio centrale del gruppo Operaio costituirà l’Ufficio centrale organizzativo dei Partiti comunisti operai dell’URSS”.
La decisione di costituire più partiti comunisti operai dell’URSS rispondeva probabilmente alla preoccupazione di assicurare l’autonomia delle varie repubbliche dei soviet e dei loro Partiti comunisti, idea questa espressa nel Manifesto del 1923 che mostra una tendenza “decentralizzatrice” criticata dal KAPD nelle sue note critiche al Manifesto.
Sul centralista democratico Sapronov e sulla sua lucidità rivoluzionaria, Miasnikov scrisse:
“il compagno Sapronov non era fatto dello stesso materiale degli altri leader dell’Opposizione delle celebrità. Gli abbracci e le pacche amichevoli di Lenin non lo impressionavano e non smorzavano il suo spirito critico proletario. Nel 1926-27 Sapronov riapparve come leader del “gruppo dei 15”. La piattaforma del “gruppo dei 15” non aveva alcun legame né ideologico né teorico con la piattaforma del centralismo democratico. Unico legame la presenza di Sapronov, che l’aveva firmata con altri 14 compagni. C’é un notevole accordo tra gruppo dei 15 e gruppo Operaio su natura dell’URSS e dello Stato Operaio”.
[14] Il libro è consultabile anche on-line: Nel paese della grande menzogna [9]
Introduzione al testo
Il testo che segue è stato scritto nel '65 da Internacionalismo, un diretto antenato della nostra Corrente Comunista Internazionale e oggi sezione della C.C.I. in Venezuela. Il gruppo si era costituito nel 1964 in condizioni particolarmente difficili d’illegalità e di repressione feroce. In questo paese petrolifero e “democratico” la repressione, la tortura e l’assassinio non sono mai stati tanto esercitati quanto sotto il governo del Partito d’Azione Democratico, membro della II Internazionale.
Il piccolo gruppo Internacionalismo ha dovuto naturalmente subirne le conseguenze. Tuttavia ciò con cui ha dovuto maggiormente scontrarsi è stata l’aggressività astiosa del PC e del MIR, la cui influenza dominava gli ambienti operai e studenteschi.
Il 1964 era l’età d’oro del castrismo e del guevarismo. L’ideologia della “liberazione nazionale” e il mito della “guerriglia” erano sulla breccia. Essi avvelenavano la vita politica e deviavano i migliori elementi dalla lotta di classe. E’ in opposizione alle illusioni nazionaliste borghesi e all’avventurismo suicida pseudorivoluzionario costituito dalla “guerriglia” che si costituisce e comincia la lotta il gruppo Internacionalismo. Rapidamente, tutti i problemi cruciali del movimento rivoluzionario internazionale si presentano al gruppo, suscitano vivaci discussioni e controversie. Mano a mano sano abbordati i problemi del partito, dei sindacati, del parlamentarismo. Le divergenze della sinistra nella III Internazionale, la questione russa, l’operaismo, etc., obbligano il gruppo a darsi un orientamento politico globale.
Questo testo non è un “saggio” elaborato in una stanza da studio, ma la trascrizione di una serie di discussioni orali, di confronti di posizioni, da cui la vivacità della polemica. Esso non tratta della natura dello stato russo attuale, questione da tempo risolta per i rivoluzionari e su cui solo i trotskisti ritornano di tanto in tanto per stabilirne il grado di degenerazione. Non tratta inoltre dell’evoluzione della Russia e della politica del Partito Bolscevico dopo la rivoluzione. Per potere abbordare un tale esame, è necessario avere in partenza una idea chiara della natura di classe di questa rivoluzione, ed è proprio a questo che si dedica e sí limita questo testo. Come tale continua a conservare sempre il suo valore.
La questione della natura della rivoluzione di ottobre occupa un posto nella storia del movimento e continua ad essere al centro nel pensiero dei rivoluzionari. Gli argomenti portati dal compagno Jorge (alle cui posizioni risponde il testo) per provare la natura borghese dell’ottobre e del partito bolscevico, non erano nuovi, né propri a lui. Seno stati avanzati molte volte e continuano ad essere ripresi con più o meno coerenza.
Durante la stessa rivoluzione e nei primi tempi successivi, la questione della sua natura proletaria era un fatto acquisito e difeso da tutti i rivoluzionari senza eccezioni. Non era messa in dubbio che dai menscevichi e i Kautsky, e in un secondo tempo dagli anarchici. La discussione con loro su questo punto non poteva presentare, e a ragione, un grande interesse.
Non è che a partite dagli anni ‘30 che dei gruppi sopravvissuti, che si richiamavano alla sinistra tedesca e olandese, riprendono la questione per concludere, un po’ affrettatamente, sulla natura borghese della rivoluzione di ottobre. Presi nella tormenta degli eventi, la crisi, l’ascesa di Hitler al potere in Germania, i fronti popolari, la guerra di Spagna e l’antifascismo, la marcia inesorabile verso la II guerra mondiale, i gruppi rivoluzionari, ridotti e dispersi, non hanno avuto il tempo necessario per dedicarsi a questa questione. Bisogna comunque menzionare la rivista Bilan, che la affronta, ma in una maniera indiretta. Nel dopoguerra, la situazione non cambia molto. La questione ripresa di tanto in tasto non suscita tuttavia molte controversie di fondo negli ambienti rivoluzionari.
Tuttavia bisogna constatare che, a mano a mano che ci si allontana dagli anni '17, l’idea di ciò che fu la grande ondata rivoluzionaria si oscura e si confonde. L’“anti-leninismo” divenuto una moda tra i contestatari non è fatto per aggiustare le cose.
Il secondo testo, Degenerazione della rivoluzione russa, è stato pubblicato nella Révue Internationale n°3 nel 1975. Esso risponde alle obiezioni mosse dal gruppo Revolutionary Workers Group (RWG)[1] al testo di Internacionalismo. In questo senso esso è il complemento del primo in quanto tratta la questione della degenerazione della rivoluzione russa, problema volutamente trascurato nel primo testo.
Nei due testi non sono trattate che di passaggio tutta una serie di altre questioni inerenti la rivoluzione russa, a questo proposito si può fare riferimento a: “Le lezioni di Kronstadt”, in Rivoluzione internazionale n°6 e “Kornilov e i bolscevichi” in World Revolution n°13; nonché a “Febbraio 1917” in Rivoluzione Internazionale n°9 e “Tutto il potere ai soviet” in Revolution Internationale n°43.
Difesa del carattere proletario della Rivoluzione d’Ottobre
I
Il compagno Jorge scrive:
“Benché io non condivida l’ideologia menscevica e non creda che sia ineluttabile che una rivoluzione borghese preceda la rivoluzione proletaria, mi sembra che una rivoluzione non possa che arrivare ad essere ciò che essa era destinata ad essere, dati i rapporti economici esistenti; quindi affermo che la direzione della rivoluzione russa, o meglio il suo destino, era di essere ciò che essa è oggi”.
Esamineremo meglio queste affermazioni. In primo luogo, se dire che le cose non possono diventare che ciò che sono diventate non è una tautologia, è sicuramente un errore teorico. Non si può applicare un fenomeno valido su un piano storico generale, ad ogni avvenimento internazionale; ragionando in questo modo, allora, bisogna considerare che gli operai si sono fatti coinvolgere durante la II guerra mondiale nella lotta per la difesa della propria nazione contro il nemico straniero come prova che il proletariato era destinato ad essere nazionalista e che, in questo senso, Marx non era altro che un utopista.
Burnham, un altro ex trotskista, denuncia, in nome della scienza della realtà immediata, l’illusione del socialismo in generale. Lucien Laurat e Sternberg, ex luxemburghisti, “dimostrano” l’irrazionalità del socialismo sulla base del fatto che esso finora non è stato attuato.
In effetti, non capiamo per quale motivo ci si dovrebbe limitare alla rivoluzione russa per dire che la sua degenerazione è la prova che questo era il suo “destino”. Perché non generalizzare e dire: “la degenerazione del movimento rivoluzionario attuale era il suo "destino" sin dalla nascita della classe operaia e il marxismo, nel migliore dei casi, era solo un’utopia, rivestita da una fraseologia 'scientifica'”?
Il compagno Jorge potrebbe protestare e dire che il suo pensiero non arriva così lontano, che esso si limita solo alla rivoluzione russa ed alla sua sorte; noi lo lasceremo allora risolvere le sue contraddizioni e continueremo a seguirlo sul piano da lui stesso scelto.
Il compagno Jorge nega di essere menscevico. In effetti, c’è una differenza tra lui e i menscevichi sulla questione del carattere della rivoluzione d’ottobre; essa consiste unicamente nel fatto che il compagno Jorge scopre il carattere non proletario della rivoluzione d’ottobre a posteriori, e basandosi soprattutto sul “destino” della degenerazione russa.
Molto più seria e profonda è l’argomentazione dei menscevichi che, analizzando da un punto di vista marxista la situazione ed i rapporti economici e di classe esistenti in Russia prima del 1917, concludeva che, su tali basi, in Russia non si poteva avere una rivoluzione proletaria vittoriosa, a differenza degli altri paesi capitalisti sviluppati. L’errore fondamentale dei menscevichi era precisamente quello di voler analizzare la prospettiva rivoluzionaria e le sue possibilità basandosi unicamente sulla Russia, presa isolatamente.
Contro questa posizione i rivoluzionari ne sostenevano un’altra difesa anche dai bolscevichi e dalla sinistra tedesca, così come da tutta la sinistra zimmerwaldiana[2], la quale prendeva come punto di partenza della prospettiva rivoluzionaria non la Russia, ma la situazione economica e politica del capitalismo mondiale.
L’argomento del “destino” fatale, su cui si basa Jorge, è, alla fin fine, lo stesso dei menscevichi, solo con 50 anni di ritardo.
Se il compagno volesse distinguersi dai menscevichi, dovrebbe dire che è sul piano mondiale che la rivoluzione non era matura, ma allora, di colpo, egli non condividerebbe più la posizione dei menscevichi, ma quella della socialdemocrazia di destra. Con questa posizione errata, si può senza dubbio essere nel campo rivoluzionario, ma bisognerebbe allora considerare come falsa tutta l’analisi sull’imperialismo, la crisi storica del capitalismo e la prima guerra mondiale, che di questa crisi è l’espressione massima. Di conseguenza si dovrà fare una nuova analisi storica del periodo e spiegare e giustificare in modo nuovo la separazione dei rivoluzionari dalle organizzazioni opportuniste della II Internazionale.
La posizione difesa da Jorge è già stata espressa da molti rivoluzionari in Francia ed altrove, ma non ha mai portato alla formulazione di una teoria coerente. Il movimento marxista rivoluzionario, di cui fanno parte tutti coloro che hanno rotto nel 1914 con la II Internazionale sulla questione della partecipazione alla guerra imperialistica, fondava la sua attività e la prospettiva della rivoluzione proletaria, e ciò che spiega la rivoluzione d’ottobre ed il suo carattere proletario, su quanto segue: considerare che lo sviluppo del capitalismo mondiale fosse giunto a portare al limite estremo le sue contraddizioni interne, il che pone la necessità e la possibilità storica della rivoluzione socialista, la quale permettendo un nuovo sviluppo delle forze produttive, rende attuabile la costruzione di una società senza classi, ed è questa totalità di necessità e possibilità che rende realizzabile una rivoluzione socialista vittoriosa.
II
Jorge prosegue così:
“Non si è trattato nel 1917 di una rivoluzione proletaria abortita, ma semplicemente di una rivoluzione borghese di un tipo particolare, “spinta” più lontano di quanto richiesto dai suoi scopi essenziali e ciò a causa delle condizioni specialissime in cui si trovava la Russia”.
Così si è categorici: non c’è mai stata nel 1917 una rivoluzione proletaria, nemmeno “abortita”, il che significa che non c’è stato nemmeno un semplice tentativo proletario. Quali sono i criteri su cui si basa una simile affermazione?
Per il marxismo rivoluzionario (non ci può essere un altro marxismo che non ne sia una caricatura) i criteri che permettono di analizzare i caratteri di classe di una rivoluzione non si limitano alle particolarità del paese in questione, né alle condizioni economiche interne immediate, né alle condizioni politiche particolari, contingenti, ma sono essenzialmente fondati sulla situazione economica e politica mondiale dell’epoca storica in cui ci si trova. Così noi possiamo affermare che ogni movimento, che si svolge durante una guerra imperialista in uno dei paesi belligeranti, diretto contro questa guerra e contro il patere, che chiami gli operai di tutti i paesi in guerra e di tutto il mondo alla fraternizzazione, ha un carattere fondamentalmente proletario, perché solo la classe operaia può arrivare ad una tale posizione internazionalista.
Questa posizione è una frontiera di classe determina quindi la natura di classe di un movimento.
Per spiegare la Rivoluzione d’Ottobre alcuni fanno appello alle condizioni “specialissime” della Russia. Quali sono meste condizioni speciali?
In primo luogo, dice Jorge, “la guerra e la fame”. Ma la guerra e la fame erano delle condizioni speciali della Russia o non erano forse le condizioni di tutto il capitalismo mondiale in crisi? I marxisti, senza bisogno di aspettare 50 anni, sin dallo scoppio della guerra mondiale del ‘14, hanno spiegato il significato storico di questo conflitto la cui conclusione inevitabile era l’esplosione di una crisi rivoluzionaria e la possibilità del trionfo del proletariato. E’ su questa conclusione che si basavano scritti ed attività della Sinistra Internazionale e di Zimmerwald, cioè dei bolscevichi e dei gruppi rivoluzionari degli altri paesi, volti a proclamare la necessità di trasformare la guerra imperialista in guerra civile in vista della rivoluzione proletaria.
Citiamo tra i mille documenti pubblicati dai rivoluzionari durante la guerra, uno di Lenin:
“Ma non la nostra impazienza, né i nostri desideri, bensì le condizioni oggettive create dalla guerra imperialista hanno trascinato tutta l’umanità in un vicolo cieco e l’hanno messa dì fronte al dilemma: o lasciar perire ancora milioni di uomini e distruggere completamente la civiltà europea, o far passare il potere, in tutti i paesi civili, nelle mani del proletariato rivoluzionario e compiere la rivoluzione socialista”. (Lettera di commiato agli operai svizzeri [10], 8 aprile 1917).
Parlando della rivoluzione di febbraio e del suo significato, Lenin dice:
“… ci è assolutamente estranea l’idea di considerare il proletariato russo come il proletariato rivoluzionario eletto fra gli operai degli altri paesi. Sappiamo benissimo che il proletariato della Russia è meno organizzato, preparato e cosciente degli operai degli altri paesi. Non le sue qualità peculiari, ma soltanto le circostanze storiche particolari hanno fatto del proletariato russo, per un certo tempo, forse brevissimo, il combattente d’avanguardia del proletariato rivoluzionario di tutto il mondo”.
E un po’ più avanti continua:
“Il socialismo non può vincere direttamente e immediatamente in Russia. (…) Con le sue sole forze, il proletariato russo non può condurre vittoriosamente a termine la rivoluzione socialista, ma può dare alla rivoluzione russa un’ampiezza che crei per essa le migliori condizioni, e, in una certa misura, la inizi. Può rendere più facili le condizioni per l’intervento del suo principale, più fedele e sicuro collaboratore, il proletariato socialista, europeo e americano, nelle battaglie decisive.”
Vediamo bene quindi che le “condizioni specialissime” non solo erano le condizioni generali di tutto il capitalismo mondiale, ma erano inoltre la base, la condizione primordiale per la Rivoluzione Socialista in Russia e nel mondo intero. Forse per qualcuno una citazione di Lenin non è sufficientemente autorevole. Si sa che molti - e soprattutto gli opportunisti e i rinnegati - si compiacciono, nella loro lotta contro i principi rivoluzionari del partito bolscevico e della rivoluzione d’ottobre, di rifugiarsi dietro quella grande figura del proletariato tedesco che fu Rosa Luxemburg, e di utilizzare la sua critica per far passare di contrabbando la loro posizione opportunista. Citeremo perciò Rosa Luxemburg.
In uno scritto sulla Rivoluzione Russa lei diceva:
“Senonché, per ogni osservatore attento, questo svolgimento è anche una prova evidente contro la teoria dottrinaria, che Kautksy condivide col partito dei socialdemocratici governativi, secondo cui la Russia, da paese economicamente arretrato, per la sua struttura essenzialmente agricola, non era ancora matura per la rivoluzione sociale e per la dittatura del proletariato. Questa teoria, che ritiene possibile in Russia soltanto una rivoluzione borghese – dal quale concetto deriva poi anche la tattica della coalizione dei socialisti russi col liberalismo borghese – è nello stesso tempo la teoria dell’ala opportunistica del movimento operaio russo, dei cosiddetti menscevichi guidati da Axelrod[3] e Dan. In questa concezione fondamentale della rivoluzione russa, dalla quale emerge da sé la posizione assunta riguardo alle questioni particolari della tattica, gli opportunisti russi e gli opportunisti tedeschi, si trovano perfettamente d’accordo Senonché, per ogni osservatore attento, questo svolgimento è anche una prova evidente contro la teoria dottrinaria, che Kautksy condivide col partito dei socialdemocratici governativi, secondo cui la Russia, da paese economicamente arretrato, per la sua struttura essenzialmente agricola, non era ancora matura per la rivoluzione sociale e per la dittatura del proletariato. Questa teoria, che ritiene possibile in Russia soltanto una rivoluzione borghese – dal quale concetto deriva poi anche la tattica della coalizione dei socialisti russi col liberalismo borghese – è nello stesso tempo la teoria dell’ala opportunistica del movimento operaio russo, dei cosiddetti menscevichi guidati da Axelrod e Dan. In questa concezione fondamentale della rivoluzione russa, dalla quale emerge da sé la posizione assunta riguardo alle questioni particolari della tattica, gli opportunisti russi e gli opportunisti tedeschi, si trovano perfettamente d’accordo con i socialisti del governo tedesco. Stando all’opinione di queste tre tendenze, la rivoluzione russa avrebbe dovuto arrestarsi a quello stadio che il comando militare dell’imperialismo tedesco, secondo il mito della socialdemocrazia tedesca, si era prefisso come nobile compito: l’abbattimento dello zarismo. Se la rivoluzione è andata oltre questo compito, se essa si è assegnata come meta la dittatura del proletariato, questo è stato, secondo quella dottrina, un semplice errore dell’ala estrema del movimento operaio russo, i bolscevichi; e tutte le disillusioni, che la rivoluzione ha subìto nel suo ulteriore svolgimento, tutti gli ostacoli di cui essa fu vittima, appaiono come il risultato di quell’errore fatale. Teoreticamente, questa dottrina, raccomandata come frutto di «pensiero marxista» tanto dal «Vorwarst» di Stampfer che da Kautsky, mette capo all’originale scoperta «marxista» che la rivoluzione socialista è una questione nazionale, domestica per così dire, di ogni Stato moderno preso a sé. (…)
Praticamente questa dottrina tende a liberare il proletariato internazionale, in prima linea quello tedesco, dalle responsabilità riflettenti le sorti della rivoluzione russa, e a negare i nessi internazionali di questa rivoluzione. Il corso della guerra e della rivoluzione russa ha dimostrato non l’immaturità della Russia, ma quella del proletariato tedesco a compiere la sua missione storica; quindi il compito principale di un esame critico della rivoluzione russa è di far emergere ciò con la massima chiarezza. Nei suoi destini la rivoluzione russa dipendeva in tutto e per tutto dalla rivoluzione internazionale. Il fatto che i bolscevichi abbiano puntato completamente la loro politica sulla rivoluzione mondiale del proletariato è la prova più evidente del loro lungimirante acume politico, della loro fedeltà ai principi, e dell’audace slancio della loro politica.” (Rosa Luxemburg, La rivoluzione russa).
A queste posizioni chiare ed esplicite di Lenin e di Rosa Luxemburg che spiegano la natura proletaria della rivoluzione d’ottobre, basandosi sulla situazione internazionale del capitalismo, viene opposta una definizione confusa dell’ottobre russo, e cioè una rivoluzione “borghese di un certo tipo”, e che non poteva essere niente di diverso.
Dire che la rivoluzione non poteva essere altro che borghese è un menscevismo puro; ciò che appunto distingue il menscevismo da ogni teoria rivoluzionaria proletaria è che i rivoluzionari, contrariamente ai menscevichi, pensano ed affermano che la rivoluzione d’ottobre poteva e doveva essere proletaria, come un prologo alla rivoluzione socialista mondiale. Aggiungere il termine “di un certo tipo” non stabilisce alcuna differenza con il menscevismo e non fa che rendere ancora più confusa la questione. E infatti, che significa e in che consiste questo “di un certo tipo”?
Nel capitalismo ci sono solo due definizioni fondamentali di classe: borghese e proletaria. Termini vaghi e ambigui come “di un certo tipo” non fanno altro che gettare un velo sulla natura reale di classe di un movimento. Quando poi ci viene spiegato in che consiste la differenza e qual è il contenuto di questa misteriosa espressione, si parla delle sue manifestazioni: la rivoluzione “è spinta più avanti” etc. ... Ecco un altro termine vago: “più avanti”. Più avanti della rivoluzione borghese! Ma cos’è che va più avanti della rivoluzione borghese, se non la rivoluzione proletaria? Tra la rivoluzione di Febbraio e quella di Ottobre, in effetti, c'è un “più avanti”. In che consiste precisamente questo “più avanti”?
Nel brano già citato, Rosa Luxemburg spiega che questo “più avanti” consisteva nella Dittatura del Proletariato, esercitata attraverso i Soviet e sotto la direzione del Partito Bolscevico; è proprio ciò, che va più avanti della rivoluzione borghese e significa la dittatura del proletariato che i menscevichi hanno rifiutato, col pretesto che le condizioni particolari della Russia non lo permettevano. Il più avanti consisteva nelle Tesi di Aprile di Lenin, nella denuncia del Governo Kerensky come un governo di classe della borghesia, nella denuncia della guerra imperialista e la parola d’ordine “tutto il potere ai soviet”, nell’appello alla fraternizzazione e alla solidarietà internazionale della classe operaia per la rivoluzione socialista.
Ecco le “piccole cose” che costituivano il vero contenuto di questo “più avanti” e che, in altri termini, segnano la frontiera tra le classi. Inoltre, quali sono le forze sociali che spingono la rivoluzione “più avanti”? E’ indiscutibile che questa forza sociale è la classe operaia organizzata in soviet e infatti tutto il periodo che va da Febbraio a Ottobre è caratterizzato dal dualismo di potere: da un lato il potere della borghesia rappresentato dal governo ufficiale e dall’altro il potere non ufficiale dei soviet operai. Il passo “più avanti” consiste nell’eliminazione del potere ufficiale della borghesia. Tra questi due poteri non esiste nessun punto intermedio.
Ed ora qual è l’organizzazione che esprime l’ideologia ed il programma della Rivoluzione Proletaria, la coscienza storica della classe nella Russia del ‘17? Se la lotta tra i due poteri è una lotta di classe, se ammettiamo che il passaggio del potere dal governo ufficiale ai soviet significa il passaggio del potere da una classe a un’altra, dalla borghesia al proletariato, l’organizzazione che preconizza questa politica (anche se solo teoricamente), che ne fa il fondamento della sua attività e del suo programma, non può avere una natura diversa da quella della classe operaia. Questa esprime il punto più alto della sua coscienza e della sua missione storica. E’ il massimo “più avanti” esistente in quel momento e le tendenze più avanzate possono nascere solo al suo interno e a partire da essa proprio perché è l’espressione più alta della coscienza del proletariato. Quest’organizzazione nella Russia del ‘17 si chiamava Partito Bolscevico; Lenin e Trotsky ne sono stati l’espressione migliore.
Poiché per il marxismo non può esistere una coscienza del proletariato che resti sempre vaga, (tenendo conto che la presa di coscienza è la principale condizione della sua attività storica), che non tenda a consolidarsi in un’organizzazione, i critici del Partito Bolscevico, per essere conseguenti, dovrebbero dirci qual è l’organizzazione politica della classe che rappresentava tale coscienza nella Russia del ‘17.
“In tale situazione spetta alla tendenza bolscevica il merito storico di avere proclamato sin da principio e seguito con ferrea logica quella tattica che solo poteva salvare la democrazia e spingere in avanti la rivoluzione. Tutto il potere nelle mani degli operai e contadini, nelle mani dei Soviet, questa era in realtà l’unica via per uscire dalle difficoltà in cui si trovava la rivoluzione. (…) Il Partito di Lenin fu perciò l’unico in Russia a comprendere i veri interessi della rivoluzione in quel primo periodo; ne fu l’elemento propulsore, essendo in questo senso l’unico partito che svolgesse una politica veramente socialista. (…) La vera situazione della rivoluzione russa culminava dopo pochi mesi nell’alternativa: vittoria della controrivoluzione oppure dittatura del proletariato, Kaledin o Lenin.” (Rosa Luxemburg, La rivoluzione russa). Ecco la testimonianza di un critico severo della rivoluzione russa, ma, aggiungeremo, di un critico rivoluzionario.
Dopo averci “dimostrato” che “viste le condizioni specialissime in cui si trovava la Russia nel ‘17, che impedivano pur la possibilità di una rivoluzione, anche abortita e permettevano soltanto una rivoluzione borghese di un certo tipo” si arriva a questa conclusione: “a meno di una crisi rivoluzionaria mondiale, la Russia andava obbligatoriamente verso il capitalismo di stato”. Non è questa una conclusione veramente incredibile?
Ci viene detto che la rivoluzione d’ottobre non poteva essere altro che una rivoluzione borghese ma, tuttavia, se ci fosse stata “una crisi rivoluzionaria mondiale”, questa stessa rivoluzione borghese avrebbe potuto portare a qualcosa di diverso dal capitalismo di stato. Scusate, ma per arrivare a qualcosa di diverso, alla dittatura del proletariato, all’occorrenza, ci sarebbe stato bisogno di fare un’altra, una nuova rivoluzione, e questa volta proletaria. D’altra parte, ci sia permesso di notare che la “crisi rivoluzionaria” ha avuto luogo, ed in molti paesi, che essa ha scosso il mondo intero, a meno che non si ritenga che le diserzioni e le rivolte negli eserciti, le fraternizzazioni ai fronti, l’ondata di scioperi in Inghilterra, Italia, Francia e Stati Uniti, la rivoluzione in Ungheria e le sanguinose sconfitte in Germania, non fossero anch’esse che un “più avanti” di un “certo tipo” indeterminato. Ma se non si nega l’esistenza della crisi rivoluzionaria, allora che si fa della rivoluzione d’ottobre? Si ammette che fa parte della crisi rivoluzionaria e della sua soluzione proletaria oppure che fa parte della controrivoluzione borghese? In definitiva essa è o non è il primo tentativo, il primo scalino verso la rivoluzione socialista mondiale?
Affermare che, a meno di una crisi rivoluzionaria mondiale, “la Russia andava obbligatoriamente verso il capitalismo di Stato” significa sfondare delle porte aperte, ma non chiarifica, né prova in qualche modo il carattere inevitabilmente borghese della rivoluzione d’ottobre. Tutti i rivoluzionari senza eccezione sapevano e affermavano in partenza che la rivoluzione russa, la sua sorte erano strettamente legate e condizionate dallo sviluppo della rivoluzione negli altri paesi.
Ma che c’entrano allora le condizioni particolari russe? A meno che non si ritenga che le condizioni particolari di arretratezza in Russia impedivano il Socialismo in Russia, “in assenza” della rivoluzione socialista mondiale, mentre le condizioni particolari dei paesi avanzati avrebbero, al contrario, permesso il trionfo del socialismo in un solo paese.
Un tale argomento, se significa condannare la teoria stalinista del “socialismo in un solo paese” nel caso della Russia per le sue particolari condizioni di arretratezza, finisce per validarla per un paese sviluppato. Ecco dove portano le contraddizioni e le confusioni riguardanti la natura di classe della rivoluzione russa.
III
Il compagno Jorge continua:
“Ci si può chiedere il perché di questa politica essenzialmente socialista (condotta dalla rivoluzione di ottobre). La risposta è semplice: una crisi rivoluzionaria deve sempre superare i propri obiettivi. E’ la storia del treno che non può salire la china se non è lanciato a grande velocità (vedi Luxemburg). Dopo una rivoluzione, le forme politiche diventano più avanzate di quelle economiche, perché le prime sono prodotte soltanto dalla coscienza, dall’azione rivoluzionaria, mentre le seconde sono assoggettate a delle leggi, a dei fatti”.
Di male in peggio. Mettiamoci d’accordo: da una parte ci viene detto che la rivoluzione di Ottobre è borghese, dall’altra che essa porta avanti una politica socialista; ma non una politica socialista a parole, che si finge tale; non si tratta di fraseologia o demagogia per meglio mistificare le masse, no! Si tratta di una politica veramente, sinceramente, “essenzialmente” socialista. Non è una cosa un po’ strana? Noi vogliamo pure acconsentire a credere a dei miracoli, ma di qui a credere in una rivoluzione borghese che porta avanti una politica essenzialmente socialista...!
Può accadere che una classe storicamente rivoluzionaria si lasci condurre in certe circostanze - per mancanza di coscienza o per errore - a praticare e a partecipare a delle azioni reazionarie, controrivoluzionarie. Basti ricordare la partecipazione degli operai alla prima ed alla seconda guerra imperialista, in nome della difesa della Patria, o alla guerra spagnola nel ‘36 per la difesa della Repubblica, in nome della lotta antifascista. Esempi tali non solo abbondano, ma sono inevitabili. Solo dei moralisti piccolo-borghesi, per i quali la coscienza è una questione di morale, di sentimenti individuali e non un prodotto dell’esperienza vivente della lotta di classe, possono lamentarsi e disperarsi dell’umanità. Le classi rivoluzionarie vivono e si sviluppane nella lotta all’interno della società che esse sono chiamate a trasformare.
In ogni società l’ideologia dominante è quella della classe dominante economicamente e politicamente. Quest’ideologia, la cui funzione è di giustificare e fare accettare, per assicurarne la conservazione, l’ordine esistente, pesa gravemente sulle classi rivoluzionarie e tende costantemente a disorientarle. Questa è una spiegazione della condotta borghese degli operai ed è anche un motivo della necessità dell’organizzazione politica del proletariato, il Partito, in cui persiste, si elabora e agisce la coscienza di classe contro questa pressione dell’ideologia borghese.
Tutto ciò che abbiamo detto a proposito delle deviazioni che può subire la classe rivoluzionaria è perfettamente comprensibile. Ma quali possono essere le ragioni che convincono e spingono la borghesia a portare avanti una politica “essenzialmente socialista”? Noi potremmo aggiungere che se si riuscisse a scovare quest’animale ibrido che fa una rivoluzione borghese e porta avanti una politica socialista, il proletariato potrebbe evitarsi molti grattacapi, tanto per cominciare potrebbe risparmiarsi lo sforzo della costituzione di un Partito di classe. Quante pene si risparmierebbe il proletariato a non aver bisogno di formare dei soviet, non lottare per armarsi e non usare le armi! In realtà quant’è diabolicamente perfida questa curiosa Rivoluzione d’Ottobre che, benché giunga un po’ “più avanti”, inganna il proletariato rimanendo strettamente borghese e contemporaneamente inganna la borghesia, portando avanti una politica essenzialmente socialista.
Ma, perfida o no, rimane sempre da rispondere alla domanda: quali sono le forze sociali in lotta? Qual è lo schieramento di classe nella Rivoluzione d’Ottobre? In altri termini: qual è la classe che fa la rivoluzione e contro quale classe questa viene fatta?
Dire che questa era la “rivoluzione dei bolscevichi” è solo una battuta o una falsa scappatoia. La Rivoluzione sociale non è una rivoluzione di palazzo, né un colpo di Stato - e ciò non per una ragione di aritmetica di massa (benché questa differenza esista) - ma per una questione da contenuto storico. Mentre le rivoluzioni di palazzo si producono nel seno della stessa società di classe e non sono altro che delle convulsioni interne, motivate da un conflitto di interessi tra frazioni diverse della stessa classe dominante, o ancora rispondono a bisogni di ristrutturazione economica e politica della società, fermo restando il dominio della stessa classe, la Rivoluzione sociale, invece, mette in questione la stessa società. Il suo primo obiettivo è il trasferimento di potere da una classe ad un’altra. Non si può confondere la Rivoluzione d’Ottobre con una qualunque “rivoluzione del Brasile o di San Domingo”.
Quali che fossero i partiti presenti, è con essi e attraverso di essi che nell’Ottobre del ‘17, precisamente, le classi si affrontarono e lottarono per il potere. Così, la domanda posta prima chi ha fatto l’Ottobre e contro chi, resta intatta. Rispondere a questa domanda significa, di fatto, risolvere anche la questione della natura sociale della rivoluzione.
E’ ormai tempo di finirla con gli enormi abusi fatti con le parole. Il capitalismo è troppo interessato a presentare ogni movimento violento, ogni azione di forza e soprattutto ogni lotta armata come una rivoluzione, in modo da meglio snaturare e deformare l’idea di rivoluzione sociale, confonderla e mistificare così le idee e la coscienza di classe del proletariato. E’ ancora più deplorevole vedere questi abusi di linguaggio e la confusione che ne risulta penetrare fino all’interno del movimento rivoluzionario.
Per dei marxisti dovrebbe essere chiaro che si può qualificare di rivoluzionario e si può parlare di rivoluzione solo quando il movimento o la lotta abbiano come fine la distruzione dell’antica società e l’avvento di una nuova, storicamente progressiva, e che mettano in questione le relazioni sociali e il livello delle forze produttive.
Nell’attuale periodo del capitalismo, cioè nel periodo dell’imperialismo e della decadenza, il solo e unico movimento rivoluzionario esistente è quello della lotte del proletariato per il socialismo. Parlare vagamente di crisi rivoluzionaria o di rivoluzione borghese, di rivoluzione nazionale o di guerra rivoluzionaria, di liberazione nazionale o ancora di rivoluzione agraria, ultima scoperta dello scomparso Che Guevara, significa cadere nell’anacronismo e non fare altro che conservare e aumentare la confusione. Di fronte al socialismo, l’unico movimento rivoluzionario di oggi, tutti gli altri sono movimenti della controrivoluzione.
E’ un abuso parlare di Ottobre come di una rivoluzione borghese. Se si vuole considerare Ottobre ‘17 come non proletario, è del trionfo della controrivoluzione borghese che bisogna parlare e non della rivoluzione borghese. Ciò non elimina evidentemente l’obbligo e le difficoltà di dimostrarlo, ma per lo meno avrà il vantaggio di essere chiaro e di evitare contraddizioni troppo stridenti.
Noi siamo ben lungi dall’essere dei seguaci di quella famosa teoria che ha avuto una certa risonanza nell’ambiente trotskista e che oggi è completamente logora, cioè la teoria della rivoluzione e della società burocratica. Questa teoria della burocrazia, che è nata all’inizio degli anni ‘30, ha trovato la sua massima espressione in J. Burnham negli USA e nel gruppo Socialisme ou Barbarie in Francia, alla fine della seconda guerra mondiale. Essa pretende che l’alternativa storica non è più solo tra capitalismo e socialismo, ma che è sorta una terza soluzione con la classe (?) burocratica. Questa nuova classe si appoggerebbe sul proletariato in una lotta implacabile contro il capitalismo, il che spiegherebbe il fenomeno russo, la rivoluzione russa e la sua lotta contro la borghesia.
Senza entrare qui nel merito di spiegazioni dettagliate su questa teoria, sottolineiamo soltanto che essa, esattamente come la teoria che parla della natura borghese di Ottobre, non riesce a dare una spiegazione minimamente seria del movimento internazionalista, sorto nel corso della prima guerra mondiale e contro di essa, che costituiva il fondamento della Rivoluzione d’Ottobre. Che l’internazionalismo non possa essere che l’espressione del proletariato e di nessun’altra classe ci è stato dimostrato dalla partecipazione della Russia “burocratica” alla II guerra mondiale - proprio come la Russia zarista aveva partecipato alla I - e dagli antagonismi nazionali imperialisti (vedi il conflitto Cina-Russia) che dilaniano e contrappongono questi Stati detti “burocratici”. Se questa teoria non può dare una spiegazione adeguata dell’ondata rivoluzionaria che ha seguito la prima guerra mondiale, ancor meno potrà spiegare in che consiste la differenza fondamentale tra la “società burocratica” e il capitalismo, in che questa nuova società rappresenta una soluzione storica alle contraddizioni del capitalismo, contraddizioni che rendono oggettivamente necessario il suo superamento. Tutti i cambiamenti strutturali su cui si basa questa teoria, in particolare l’eliminazione della proprietà privata e la sua trasformazione in proprietà dello Stato, non solo sono perfettamente compatibili con il capitalismo, ma sono delle ristrutturazioni parziali assolutamente necessarie al Capitale moderno e sono strettamente legate alla lotta e alla sconfitta della rivoluzione socialista. Tutti i caratteri fondamentali di questa società si confondono con quelli del capitalismo: l’esistenza della produzione mercantile (il mercato) e del lavoro salariato che produce plusvalore. Le recenti misure economiche prese dalla Russia, consistenti in una decentralizzazione della produzione, che lascia maggiore autonomia alle varie imprese per ciò che concerne la loro gestione e che lega la loro sorte al principio della redditività attraverso la concorrenza sul mercato interno, costituiscono indubbiamente un ritorno ufficiale ed una conferma legale alle norme classiche del capitalismo. Per gli adepti della teoria della società burocratica deve essere un enigma questa nuova politica economica in flagrante contraddizione con la natura di questa “nuova” società.
Noi respingiamo categoricamente ogni teoria che tenda a far credere che la storia offre un’alternativa al capitalismo che non sia il socialismo, che possa esserci una classe rivoluzionaria, cioè anticapitalista, che non sia il proletariato.
La rivoluzione “burocratica” non è che una parabola per designare la controrivoluzione capitalista.
IV
Ci viene spiegato che la ragione della politica “essenzialmente socialista” portata avanti dalla rivoluzione, detta borghese, dell’Ottobre ‘17 sta nel fatto che “dopo una rivoluzione le forme politiche sono molto più avanzate delle forme economiche”.
Così la contraddizione dovuta alla falsa analisi non può alla fine essere superata che aggiungendovi inoltre un errore teorico. E’ assolutamente falso che le forme politiche borghesi e delle altre classi sfruttatrici della storia siano più avanzate delle strutture economiche. E’ vero proprio il contrario. Le classi sfruttatrici fondano il loro potere politico sulla base del potere economico che hanno lentamente acquisito e si sono definitivamente assicurato all’interno dell’antica società. E’ proprio perché i rapporti politici e giuridici esistenti, cioè la sovrastruttura, non corrispondono più ai profondi cambiamenti che si sono avuti nei rapporti economici, cioè la struttura, che si evidenzia la necessità di eliminarli e sostituirli con nuove forme. La rivoluzione borghese - questo atto politico - non fa altro che coronare e sanzionare la realtà economica già esistente. La pretesa della borghesia al potere politico si giustifica e si fonda sul fatto che essa è già la classe economicamente dominante nella società. Le sue forme politiche non sono dunque, come ci viene detto, un prodotto della coscienza. La sua coscienza, proprio come le sue forme politiche, non sono che il prodotto del suo potere economico e delle necessità che ne derivano. La politica della borghesia, per essere, anche per un solo istante, socialista, dovrebbe andare molto “più in là” dei suoi obiettivi, dei suoi interessi immediati e futuri, delle sue frontiere di classe. Sotto la pressione delle masse operaie, sotto la loro spinta e minaccia la borghesia può vedersi obbligata a fare delle concessioni, a manovrare e destreggiarsi, ma questo resta e deve restare sempre in un quadro strettamente limitato e provvisorio, senza mai mettere in pericolo le basi stesse del regime.
La coscienza della borghesia è parziale, deformata, alienata, perché i suoi interessi egoisti di classe sfruttatrice le impediscono di prendere coscienza globalmente del processo del suo completo sviluppo e del suo destino storico. Le leggi economiche su cui è fondato il suo dominio si riflettono sul suo viso, deformate, come leggi naturali, eterne. Ma questa coscienza limitata, empirica è largamente sufficiente alla borghesia, cose classe, per compiere la sua funzione storica, proprio perché la sua azione è direttamente guidata da un processo economico che si sviluppa ciecamente, indipendentemente dalla sua coscienza e dalla sua volontà e che s’impone ad essa come una forza esterna. In questo senso quella capitalista è molto più una classe diretta che una classe dirigente.
Molto diversa è la situazione per la classe proletaria. Il proletariato non si costruisce nessun potere economico all’interno dell’antica società. La sua azione quindi può solo fondarsi sulla coscienza che esso prende delle condizioni oggettive che rendono necessaria la sua missione storica e rivoluzionaria. Inoltre i suoi interessi di classe non sono egoistici, ristretti a un solo gruppo sociale, ma coincidono con gli interessi generali della comunità umana. Il proletariato non può liberarsi che liberando tutta la società dalla divisione in classi, ristabilendo l’unità umana della società. La sua coscienza è un superamento della sua esistenza come classe per arrivare ad essere universale. Quindi, se la rivoluzione della borghesia è la consacrazione politica di un fatto economico preesistente, quella del proletariato è l’atto politico che apre un processo di trasformazione e di organizzazione dell’economia. La rivoluzione del proletariato precede, la rivoluzione della borghesia viene dopo; la rivoluzione proletaria non è un superamento dei suoi obiettivi economici, essa è - per definizione - un atto politico che va oltre la realizzazione di tutte le misure economiche immediatamente possibili.
Il socialismo è, innanzitutto, una coscienza, un programma, una politica, prima di essere e poter essere una realizzazione economica.
Riassumendo, la “risposta semplice” che ci viene data consiste in ciò: si comincia con l’affermare come un postulato “marxista” che la Rivoluzione d’Ottobre non poteva essere che una rivoluzione borghese, date le condizioni oggettive particolari della Russia, etc., senza tener conto dell’epoca storica e dell’unità delle condizioni internazionali. Scontrandosi con il fatto che la rivoluzione conduceva una politica essenzialmente socialista, cosa che nessuno può negare, nemmeno í detrattori più interessati, si minimizza questo fatto, lo si confonde in un mare di frasi e di immagini che non significano nulla. Si riduce così a un semplice fatto accessorio, ad un piccolo accidente senza alcuna importanza, ciò che contiene tutta la differenza storica tra la rivoluzione borghese e quella del proletariato e cioè che la politica sia stata essenzialmente socialista.
Cos’è la politica “essenzialmente socialista” della Rivoluzione d’Ottobre? Per i nostri severi critici non è che la malattia infantile della rivoluzione borghese.
V
Quelli che cercano la garanzia del carattere proletario della rivoluzione non nella sua politica e nel suo orientamento, ma nelle realizzazioni economiche immediate, non hanno capito niente del marxismo e non hanno imparato nulla dall’esperienza. Per costoro un qualsiasi kibbutz israeliano o una comunità indiana nell’altopiano peruviano, realizzata grazie alla generosità della Fondazione Rockefeller, è una realtà comunista più della Comune di Parigi o della Rivoluzione d’Ottobre. Sempre secondo costoro ha molto più peso il fatto che durante la guerra di Spagna del 36-39 siano state create alcune comunità cooperative agricole, del fatto che alcune organizzazioni pseudo-operaie (FAI, CNT, PC, POUM) abbiano partecipato al governo repubblicano e che gli operai siano stati mobilitati per la difesa della repubblica borghese in nome dell’antifascismo. Sembrerebbe che Marx abbia passato invano tutta la sua vita a mettere in guardia gli operai contro questi ciarlatani e contro le illusioni, da loro seminate, di “realizzazione immediata” di un’economia comunista (vedere, tra l’altro, le opere di Karl Marx: “Critica del programma di Gotha [11]” e “Miseria della filosofia [12]”).
In che consiste il carattere proletario della Comune di Parigi, glorificata come tale da Marx e da tutti i rivoluzionari del mondo? Non può essere certo solo la riduzione della giornata di lavoro né la soppressione del lavoro notturno dei panettieri, decretata dalla Comune, che sta alla base della sua natura di classe. Ciò che ha reso la Comune immortale è che per la prima volta nella sua storia, il proletariato ha trasformato una guerra nazionale contro lo straniero in una guerra civile contro la propria borghesia; è di aver proclamato e realizzato la distruzione dello Stato capitalista e averlo sostituito con la dittatura del proletariato; è l’eleggibilità e la revocabilità dei delegati, a tutti i livelli, l’uguaglianza dei salari di tutti i funzionari con il salario medio di un operaio, la sostituzione dell’esercito permanente con l’armamento generale e continuo degli operai e la proclamazione internazionalista della Comune universale. Sono queste misure essenzialmente politiche, è quest’orientamento che fa della Comune di Parigi il primo tentativo internazionale del proletariato di realizzare la sua rivoluzione. Ed è perciò che quest’esperienza servirà come fonte inestimabile di insegnamenti per la lotta rivoluzionaria a generazioni e generazioni di proletari in tutti i paesi. Ottobre ‘17 non fa che riprendere i dati dell’esperienza della Comune e generalizzarli. Non è un caso che Lenin, proprio alla vigilia di Ottobre, scrivesse il suo libro “Stato e rivoluzione [13]”, in cui fa uno studio minuzioso dell’esperienza della Comune.
La Comune non ha realizzato miracoli economici. Che le nature sensibili, i rivoluzionari dalla pelle di coniglio abbiano il coraggio di rimproverarglielo! La Comune non li ha realizzati, non perché sia vissuta troppo poco, ma soprattutto perché le realizzazioni economiche sono assoggettate e condizionate da molteplici fattori, tra gli altri: la situazione economica esistente in quel momento, lo stato della tecnica, le condizioni dell’apparato produttivo, il posto che occupa il paese in questione nella produzione mondiale secondo la legge dello sviluppo ineguale del capitalismo e, soprattutto, dal fatto che le realizzazioni economiche sono completamente condizionate dallo sviluppo della rivoluzione e della sua estensione a tutti gli altri paesi del mondo.
Tra i vari errori ed incomprensioni che caratterizzano gli anarco-sindacalisti, vi è quello di voltare le spalle alla rivoluzione socialista, proprio perché essi la localizzano non solo nei limiti di un paese, ma ancor più di regioni; di fabbriche isolate, di riportare quindi ad una scala domestica l’economia socialista, che per definizione non è concepibile cha a un livello internazionale.
Per quanto su molti punti sia valida la critica de “l’Opposizione Operaia” nel 1921, in particolare la sua denuncia della burocratizzazione dello Stato e del regime di soffocamento all’interno del Partito, tuttavia la sua piattaforma resta fondamentalmente errata in quanto riduceva il problema dello sviluppo della rivoluzione ad una questione di economia e di diretta gestione operaia: dava così valore all’idea implicita della possibilità di realizzazione del socialismo in un solo paese, di possibili progressi socialisti sul piano dell’economia in Russia, mentre sul piano internazionale la rivoluzione subiva tutta una serie di sconfitte. Per quanti errori e mancanze abbia potuto commettere, Lenin aveva sicuramente ragione quando denunciava la natura piccolo-borghese ed anarco-sindacalista dell’Opposizione Operaia. Non è un caso che più tardi troveremo il capo teorico dell’Opposizione Operaia, la Kollontai, a fianco di Stalin, contro l’opposizione di sinistra, per difendere la teoria del socialismo in un solo paese.
Non è la NEP (la Nuova Politica Economica di concessioni al capitalismo sul piano economico a partire dal 1921) il punto di partenza della controrivoluzione, è piuttosto il progredire della sconfitta della Rivoluzione sul piano internazionale che impone e spiega la NEP. La NEP è il riflesso, l’espressione e la prova non della chimerica natura borghese di Ottobre, ma della realtà della vittoria della controrivoluzione a livello internazionale e russo.
Alcuni vorrebbero liberarsi giustamente dagli “incubi” dei problemi del dopo-rivoluzione. Per questo essi vanno ripetendo che tutto avverrà con un’eccezionale facilità: una volta distrutto lo Stato capitalista, gli operai si faranno carico della direzione e della gestione di tutti i posti di comando della produzione, della distribuzione, della vita pubblica e dell’amministrazione. Tutto, assolutamente tutto, è immediatamente socializzato, il denaro scompare come per incanto e si riorganizza la società senza più difficoltà.
La sola nuvola in questo cielo azzurro è il probabile tentativo della controrivoluzione armata che i capitalisti non mancheranno di fomentare. Ma anche questo problema viene risolto rapidamente ricordando che l’armamento dell’immensa maggioranza dei lavoratori sgominerà facilmente questi tentativi, soprattutto nei paesi più avanzati dove il proletariato costituisce la classe più numerosa, più omogenea, più concentrata. Le fabbriche e i trasporti nelle mani degli operai, l’agricoltura collettivizzata, i1 commercio sostituito dalla distribuzione socializzata: in queste condizioni la resistenza dei capitalisti isolati e dispersi all’interno della popolazione, espulsi dai centri di produzione e dalla vita politica, non può consistere che in colpi di mano disperati. Si può prevedere a buon titolo che il proletariato ne verrà a capo facilmente: questa è una visione veramente idilliaca dello sviluppo della rivoluzione.
Ma non sarà forse che è così idilliaca proprio perché non è altro che una visione, cioè una deformazione della realtà? E più ci si allontana dalla realtà, più essa assume dei colori gradevoli, armoniosi. Il marxismo si è sempre distinto dalle teorie degli utopisti per il rigetto delle illusioni. Per gli utopisti anarchici, prima e dopo Marx, “il” grande problema era il rovesciamento della borghesia. Dopo la vittoria dell’insurrezione, le cose dovevano scorrere abbastanza rapidamente e senza incontrare troppe difficoltà. Per i marxisti, al contrario, la vittoria dell’insurrezione non fa che aprire un periodo più o meno lungo durante il quale il proletariato dovrà affrontare le principali difficoltà della ricostruzione della società su basi nuove, socialiste. Queste difficoltà non si risolvono con la violenza e con le armi: per quanto queste siano ancora necessarie, non sono che degli aspetti accessori e in fin dei conti secondari in relazione allo sviluppo del socialismo.
Vincere la resistenza violenta dei capitalisti è una questione di operazione militare. Ma vincere la resistenza economica ed ideologica del capitalismo, di classi lavoratrici come quella contadina, degli strati di lavoratori intellettuali, funzionari, artigiani, piccoli commercianti, lavoratori altamente qualificati, una massa che può rappresentare fino al 50% della società e che è separata dal proletariato industriale per interessi e privilegi reali o immaginari, è una cosa completamente diversa. La violenza armata qui non ha molto successo e non risolve nulla; qui le tendenze capitaliste ed antisocialiste spuntano da ogni parte e continuano costantemente a rinascere. E’ necessario poi tener conto di un altro fenomeno importantissimo: il trionfo dell’insurrezione proletaria in genere ha luogo in condizioni catastrofiche, crisi economiche e guerre capitalistiche generalizzate. Il proletariato si trova di fronte al caos economico, ad immense distruzioni e ad una terribile penuria di prodotti di prima necessità. Questa situazione di fame e di razionamento fa sorgere un nuovo strato sociale - gli speculatori - tanto più pericolosi in quanto sono difficilmente individuabili all’interno di tutta la popolazione della città e della campagna. Si tratta di un prodotto inevitabile ed in qualche modo “necessario” della nuova situazione. Nello scombussolamento del corso normale dell’antica organizzazione economica della produzione e della circolazione, questo strato ricopre in qualche modo una funzione “necessaria” di agente miserabile della circolazione e della distribuzione dei prodotti.
Ignorare questi fenomeni o pretendere di risolvere queste difficoltà con semplici misure amministrative, con dei decreti, significa voltare le spalle alla realtà e sostituire al marxismo il volontarismo. Niente è più nocivo allo sviluppo della rivoluzione della politica dello struzzo, la voluta ignoranza della realtà, della dura realtà con tutti i suoi problemi. La presunzione, l’ottimismo cieco ed a comando, tipico della burocrazia, sono i peggiori servizi che si possono rendere al proletariato. Bisogna dire e ripetere la verità agli operai su quella che è la cruda realtà, mostrare loro tutti i pericoli che essi dovranno affrontare e superare per la riorganizzazione della società. Gli impazienti che pensano di schivare le difficoltà negandole o sopprimendole a forza di decreti e proclamazioni, non sono dei rivoluzionari coscienti ma soltanto degli elementi piccolo-borghesi declassati, esaltati ed irresponsabili. Ci si deve guardare dalla spacconeria e dalla demagogia “rivoluzionaria” come dalla peste. Non si tratta di soddisfare i desideri di una minoranza di sognatori ma di prendere parte all’attività ed alla realizzazione della classe operaia.
Il cammino della rivoluzione non è diritto, lineare come lo presentano i volontaristi. Al contrario è tortuoso, pieno di insidie. Per portarlo a termine il proletariato avrà bisogno di una profonda rieducazione, di acquisire conoscenze, capacità di amministrazione e di organizzazione, e tutto ciò nel mezzo di una guerra aperta e senza tregua contro i capitalisti, in una popolazione spesso ostile e generalmente dubbiosa, in bilico continuamente tra capitalismo e socialismo. Queste capacità il proletariato può acquisirle solo nel corso della sua stessa attività, il che vuol dire che gli errori saranno molti ed inevitabili. L’avanzare della Rivoluzione sociale sarà un processo lungo e conoscerà inevitabilmente delle sconfitte parziali, ritirate momentanee, concessioni e compromessi.
Non si presta sufficiente attenzione al pericolo rappresentato dallo staccare la minoranza più cosciente, combattiva, decisa del proletariato, dall’insieme della classe e lasciarla combattere battaglie premature. La Rivoluzione Sociale non può essere che opera dell’immensa maggioranza della classe che trascina dietro di sé gli strati di lavoratori più vicini al proletariato e neutralizza gli altri. Queste immense masse non entrano in lotta per degli ideali astratti e lontani, per quanto grandiosi essi possano essere, ma per la soddisfazione di bisogni, di necessità immediate. Tener conto di questa realtà è il dovere più imperioso dell’avanguardia. Ogni politica di precipitazione che non tenga conto della realtà produrrà la catastrofe, perché essa non farebbe che isolare gli elementi più coscienti della classe, esponendoli al rischio di una lotta senza speranza contro il capitalismo ed al loro sterminio, dato che produrrebbe la perdita di controllo e la demoralizzazione nella classe.
La Rivoluzione russa ha commesso molti errori. Solo apologeti beati e scrittori belanti, tipo “Amici dell’URSS”, possono credersi obbligati a giustificare tutto. I rivoluzionari sono ben lontani dalla bassezza degli “amici delle 13a ora” e dei “Giudici severi” che gettano via il bambino insieme all’acqua sporca della vasca da bagno; essi sanno che gli errori sono e saranno inevitabili, soprattutto sul piano economico dove il proletariato non ha alcuna esperienza ed ha tutto da imparare; essi sanno che quest’esperienza il proletariato potrà farla solo mediante la sua stessa attività, attraverso improvvisazioni, esitazioni, ritirate momentanee.
I bolscevichi non erano esenti dal commettere errori – è evidente – ed essi erano i primi ad avere coscienza di ciò. Ma nessuno può mettere in dubbio la loro costante attenzione alla realtà, la loro perspicacia, la loro acuta comprensione delle situazioni, la loro capacità esemplare nell’affrontare le difficoltà e nel ritirarsi in buon ordine quando la situazione lo esigeva.
La nostra intenzione non è di fare un esame critico della politica economica portata avanti dalla Rivoluzione d’Ottobre. Uno studio di questo tipo supera il quadro di questa risposta il cui unico obiettivo è di difendere il carattere proletario di Ottobre e di riaffermarlo con forza. Niente può essere più estraneo alla Rivoluzione d’Ottobre di questa ridicola idea secondo la quale la sua natura di classe dovrebbe essere decisa da questa o quest’altra misura economica nel quadro ristretto delle sue frontiere nazionali. Prima e durante la Rivoluzione, questa non ha mai cessato di considerarsi come il “Prologo della Rivoluzione Socialista mondiale” ed essa ha sempre proclamato, in ogni occasione, che la sua sorte era indissolubilmente legata a quella della Rivoluzione nei paesi capitalisti più avanzati. Qui sta tutta la differenza tra quei giganti del pensiero e dell’azione rivoluzionaria che erano Lenin e il suo Partito e la taglia lillipuziana di certi loro critici attuali.
VI
Tutte le discussioni sulla natura di classe della Russia di Stalin, avutesi all’interno dell’opposizione trotskista sin dalla sua nascita, si sono svolte nella più grande confusione e sono state sterili perché la questione era mal posta dall’inizio. Per gli uni come per gli altri il punto di partenza non era quello dell’orientamento politico e quindi dell’orientamento della politica economica, ma quello della struttura economica del paese. Per Trotsky, la difesa incondizionata della Russia si basava sul fatto che, finché la burocrazia staliniana manteneva in vita ciò che egli chiamava “le basi e le conquiste della Rivoluzione d’Ottobre”, cioè la nazionalizzazione dei mezzi di produzione, la pianificazione della produzione e il monopolio del commercio estero, la Russia avrebbe conservato la sua natura proletaria, nonostante la sua politica e il suo orientamento assolutamente controrivoluzionari. Per tutta la sua vita Trotsky è rimasto fermo su questo punto e prigioniero di questo schema.
Gli altri, i suoi avversari, sia quelli che definivano la Russia un capitalismo di stato sia i seguaci della teoria della nuova società burocratica, rigettavano il principio della difesa dell’URSS perché la sua economia non era “proletaria” o socialista.
Non ci interessa discutere in questa sede come Trotsky si sia sbagliato, attribuendo al monopolio del commercio estero, alla pianificazione e alla nazionalizzazione un carattere socialista; i suoi avversari, i “trotskisti non difensori dell’URSS”, non avranno grosse difficoltà a dimostrarlo.
Tuttavia entrambi i campi del trotskismo erano d’accordo sul carattere controrivoluzionario della burocrazia, padrona del Partito e dello Stato, e quindi della sua conseguente politica. E non è da questo punto fondamentale che facevano derivare le loro posizioni diametralmente opposte sull’URSS, bensì dall’interpretazione delle misure economiche.
Le loro divergenze erano basate sulle diverse interpretazioni di uno stesso errore teorico. Durante la seconda guerra mondiale gli “anti-difensori” facevano scaturire la loro “non difesa” dell’URSS dalla loro interpretazione dell’economia russa, come se la partecipazione stessa della Russia in questa guerra imperialista non costituisse già un criterio sufficiente e decisivo del suo carattere antiproletario e controrivoluzionario.
Lenin non trovava necessario ricoprire con veli rivoluzionari il regime economico della Russia dei Soviet per nasconderne pudicamente le nudità. Egli chiamava la NEP con il suo vero nome: “una economia diretta sempre all’interno di canoni mercantili e capitalisti”, e spiegava che questo era un passo indietro, ma assolutamente necessario, secondo lui, visto il ritardo della rivoluzione internazionale e la situazione disastrosa dell’economia russa, la cui produzione era caduta al 14% del livello dell’ante-guerra. Lenin poteva permettersi di riconoscere un tale passo indietro perché, come marxista, sapeva che la costruzione di un’economia socialista non dipendeva dalla Russia ma dal corso internazionale della rivoluzione e che nell’attesa della nuova ripresa di questo corso ciò che importava non erano utopistiche misure economiche, impossibili da realizzare, ma la conservazione del potere politico, nelle mani del proletariato.
Evidentemente il compagno Jorge non condivide questo punto di vista. Per lui ciò che conta, ciò che è decisivo, è la struttura economica. Come i trotskisti difensori o anti-difensori, egli interroga la palla di vetro dell’economia. Non c’è quindi da stupirsi se interrogandosi sulla fine di questa “rivoluzione borghese con una politica socialista”, egli arrivi alla conclusione che quando “le forme politiche raggiungeranno il livello delle forme economiche, la Russia avrà un sistema politico corrispondente alla sua struttura economica”.
VII
Un altro argomento per spiegare l’enigma della “rivoluzione borghese con una politica socialista” è “la debolezza della borghesia”.
Nessuno mette in dubbio la debolezza della borghesia russa, ma questa da sola non assicura il trionfo del proletariato. E’ necessario che quest’ultimo sia sufficientemente forte, soprattutto politicamente, perché possa risultare vittorioso nella lotta decisiva. Nel 1848 la debolezza della borghesia tedesca portò al governo di Bismarck, che non fu esattamente un governo con una politica “essenzialmente socialista”.
In tutti i paesi in cui il sistema di produzione capitalista si è affermato tardi, la borghesia è debole e vecchia dalla nascita. Questo però non significa il trionfo della politica socialista. La politica socialista è il prodotto di una situazione internazionale, la sua vittoria è condizionata, tra l’altro, dallo sforzo di presa di coscienza del proletariato mondiale ed è facilitata in certi paesi arretrati dalla scarsa forza storica della borghesia locale. La debolezza della borghesia russa deve essere menzionata unicamente per dimostrare la validità della prospettiva e della politica dei bolscevichi contro i menscevichi, dell’affermazione, cioè, che la rivoluzione all’ordine del giorno non poteva essere che socialista.
Dire che la politica socialista della rivoluzione d’Ottobre si spiega con la debolezza della borghesia sono chiacchiere confuse che non spiegano assolutamente nulla. E’ nella coscienza del proletariato che bisogna cercare la spiegazione della politica socialista. Manifestazione di questa coscienza è il partito bolscevico, la sua lotta infaticabile per vent’anni contro l’opportunismo e il social-sciovinismo, la sua rottura con la II Internazionale e la denuncia implacabile del tradimento di questa, infognatasi nella prima guerra mondiale interimperialista, la sua denuncia del governo di coalizione da Febbraio a Ottobre, il suo sforzo costante per forgiare l’arma decisiva della lotta e della vittoria che è il programma comunista, il suo appello “tutto il potere ai Soviet”, ecco l’unica spiegazione della politica essenzialmente socialista della rivoluzione d'Ottobre.
VIII
E’ davvero facile fare i giudici e condannare il partito bolscevico per non aver realizzato economicamente il socialismo all’interno dei confini della Russia, dopo avergli attribuito del tutto gratuitamente un’intenzione così assurda.
E tutto ciò per annunciarci che la Rivoluzione d’Ottobre era borghese perché non poteva non esserlo. Da queste premesse deriva che il Partito, principale artefice di questa rivoluzione, non poteva essere, per definizione, che il rappresentante di questa rivoluzione borghese: in altri termini un partito borghese. Contemporaneamente questo partito è anche il principale fondatore ed ispiratore della III Internazionale. Fino ad ora la storia non ha fornito alcun esempio di una rivoluzione borghese che abbia generato un’Internazionale e per di più proletaria!
Per risolvere questo nuovo enigma, Jorge si getta in una critica, questa volta politica, per dimostrare quanto Lenin “si allontanava dai principi fondamentali della politica socialista”.
Ma perché diavolo esigere il rispetto dei principi del socialismo da un Partito che rappresenta e realizza la rivoluzione borghese? Un simile partito non si allontana, di poco o di molto, dai principi fondamentali del socialismo, ne è semplicemente fuori. Da enigma in contraddizione, da contraddizione in enigma! “Si può forse considerare realmente Lenin e la III Internazionale come la più alta espressione del movimento rivoluzionario?”, domanda Jorge, “Nemmeno per idea!”, risponde egli stesso. Ecco una risposta categorica, ma sfortunatamente non si tratta che di un’affermazione gratuita. Per provarcela non è sufficiente fare una critica su questo o quel punto del Programma, ma è necessario criticarlo nel suo insieme. Il Programma su cui si fonda la III Internazionale, cioè i punti di rottura con la seconda, sono la denuncia della guerra imperialista e del socialsciovinismo, l’affermazione della necessità della distruzione dello Stato capitalista e non della sua conquista ed in più le posizioni già storicamente acquisite: l’internazionalismo, l’unità nella lotta per la dittatura del proletariato. Questo programma non comprende certo tutti i principi della politica socialista, ma non ne comprende forse i principi fondamentali?
Quale sarebbe allora il programma che li esprimerebbe? Quello dei socialdemocratici o quello dei partiti centristi? O quello degli anarchici?
E’ ridicolo fare appello alle divergenze tra Lenin e la Sinistra europea per screditare la III Internazionale; il suo Programma e i suoi principi erano condivisi da tutti, ed è su questa base che tutti avevano rotto con la II Internazionale. Non c’è una sola corrente marxista rivoluzionaria che non partecipi alla fondazione della III Internazionale. E’ questo che fa della III Internazionale e del suo programma “l’espressione più alta del movimento rivoluzionario” dell’epoca.
Questo non implica necessariamente l’adesione a tutte le posizioni adottate in seguito dalla Maggioranza e difese da Lenin e Trotsky. Sulla questione nazionale e coloniale, sulla questione sindacale, come sulla questione del parlamentarismo e sulla tattica del fronte unico, la III Internazionale già aveva preso posizioni equivoche, politicamente pericolose o chiaramente false. Il fatto che queste posizioni aprivano la porta a una possibile degenerazione opportunista non toglie niente al fatto che è solo all’interno e a partire dalla III Internazionale che potranno essere dibattuti e risolti i problemi della teoria e della prassi rivoluzionaria del proletariato. La degenerazione stalinista della III Internazionale così come la degenerazione opportunista e sciovinista della II non cambia per niente il fatto che le due internazionali sono state l’espressione più completa ed organizzata della coscienza e del movimento rivoluzionario del proletariato in un momento della sua lotta storica.
Ma a sentire i nostri “severi giudici” che pronunciano sentenze che d’altronde non li compromettono per nulla, la III Internazionale era lontanissima dall’essere l’espressione più alta della coscienza rivoluzionaria della sua epoca. E questo perché i nostri giudici hanno scoperto che c’erano degli errori, che la III Internazionale non era infallibile e che al suo interno esistevano divergenze e lotte di tendenze. E’ un peccato che essi si fermino qui senza indicarci dove e in quale posto si trovava allora questa “espressione”. Si ha piuttosto l’impressione che una tale “espressione” molto semplicemente non esisteva da nessuna parte.
Ma perché fermarsi alla III Internazionale e al ‘17? Perché non seguire questo stesso ragionamento applicandolo alla storia retrospettivamente? Vediamo per esempio la II Internazionale: è abbastanza difficile ammettere che essa rappresentava alla sua epoca un’espressione della coscienza rivoluzionaria più alta di quella che rappresentava la terza Internazionale nella sua. Ciò significherebbe negare la necessità della rottura stessa e dell’esistenza della III. Di conseguenza bisogna cancellare dalla storia del movimento operaio anche la seconda Internazionale. E la prima Internazionale allora? Con i suoi mazziniani, i suoi proudhoniani e i suoi bakuninisti! Che pasticcio.
Continuando così il ragionamento dei nostri eminenti critici, arriveremo a questa gioiosa ed edificante conclusione: non è mai esistita un’espressione organizzata della coscienza rivoluzionaria del proletariato. La storia del movimento operaio e della sua presa di coscienza comincerebbe con “Socialisme ou Barbarie” e con Cardan.
IX
Si rimprovera a Lenin di aver lanciato, “arrivando in Russia”, la parola d’ordine “la terra ai contadini” e “il diritto dei popoli all’autodeterminazione”. Perché “arrivando in Russia”? Per farlo coincidere meglio con la data fatidica del 1917? Lenin difendeva il “diritto all’autodeterminazione” da venti anni. Questa posizione faceva parte del programma del partito bolscevico molto prima del 1917. Lenin la difendeva nel corso di discussioni e polemiche ampiamente conosciute.
La critica di queste due parole d’ordine si basa sulla critica della Rivoluzione Russa fatta da Rosa Luxemburg. Su questi due punti noi condividiamo completamente il punto di vista da lei espresso. Si tratta di due parole d’ordine piccolo-borghesi che avrebbero recato un danno immenso al movimento rivoluzionario, servendo più tardi da trampolino di lancio per tutte le tendenze opportuniste. Ma è un’affermazione del tutto falsa quella che siano stati gli interessi immediati della Russia a influenzare e spingere Lenin a prendere queste posizioni. Perché queste insinuazioni messe sotto forma di spiegazioni critiche? La parola d’ordine “la terra ai contadini” obbediva alla preoccupazione di smascherare, nei fatti, tutti i partiti borghesi e conciliatori: menscevichi o socialisti-rivoluzionari, i quali non facevano altro che ingannare i contadini con promesse sulla riforma agraria, riforma che non avevano né l’intenzione né la possibilità di realizzare. In questo modo questi partiti praticamente confermavano ciò che Lenin e tutta la sinistra marxista ripetevano continuamente da anni: la borghesia nei paesi sottosviluppati non era più in grado di svolgere un ruolo storico progressivo e in particolare di eliminare strutture e leggi feudali per dar luogo alla proprietà contadina delle terre, come avevano fatto le borghesie dei paesi avanzati, al sorgere dal capitalismo.
Ma Lenin sbagliava nel pensare che il proletariato potesse farsi carico di questi compiti che la borghesia non era stata in grado di portare a termine. Se la borghesia non ne è più capace è perché storicamente essi non sono più realizzabili, non hanno più un carattere di necessità, non corrispondono già più allo sviluppo delle forze produttive, sono in opposizione ai nuovi compiti che si impongono alla società.
Dal punto di vista dell’interesse immediato della rivoluzione, “la terra ai contadini” era forse una parola d’ordine tattica estremamente utile per smascherare e discreditare i partiti borghesi, indebolirli, staccando da loro la grande massa dei contadini. Ma questa stessa parola d’ordine è evidentemente incompatibile col programma socialista della soppressione della proprietà privata della terra, perché - come sottolineerà Rosa Luxemburg - la parola d’ordine della divisione della terre “accumula ostacoli insormontabili davanti alla trasformazione delle condizioni dell’agricoltura in senso socialista.
Nelle sue note critiche sulla Rivoluziono russa, R. Luxemburg definisce quello in cui deve consistere una politica socialista immediata nella questione agraria:
“Nazionalizzazione della grande e media proprietà, riunione dell’industria e dell’agricoltura: tali sono i punti fondamentali di tutta la riforma socialista, senza la quale non c’è socialismo.”
E aggiunge immediatamente:
“Se il governo dei Soviet non ha effettuato tali riforme importanti in Russia, chi può fargliene un rimprovero? Sarebbe assurdo, esigere od aspettarsi da Lenin e dai suoi che, nel breve tempo del loro dominio, nel turbine delle lotte interne ed esterne, circondati dovunque da nemici e da resistenze innumerevoli, dovessero risolvere o solamente affrontare uno dei più difficili problemi, anzi senz’altro il più difficile, quello della trasformazione socialista.
Una volta arrivati al potere anche in Occidente e nelle condizioni più favorevoli, incontreremo enormi ostacoli ed innumerevoli difficoltà prima d’aver adempiuto il nostro compito immane.” (R. Luxemburg: "La Rivoluzione Russa").
Ciò che preoccupa R. Luxemburg non è la realizzazione integrale immediata del socialismo, ma il timore che dare le terre in usufrutto ai contadini individualmente e decentralizzare la produzione agricola possa creare, più tardi, una resistenza molto più pericolosa ed una ostilità molto più generalizzata da parte dei contadini ad ogni riforma socialista.
“La riforma agraria di Lenin ha creato per il socialismo, nelle campagne, una nuova e potente categoria di nemici la cui resistenza sarà molto più pericolosa e più ostinata che non quella dei grandi proprietari aristocratici.”
La storia non ha tardato a confermare tragicamente la fondatezza dei timori espressi dalla Luxemburg. Ma ciò, come vedremo più avanti, non ha niente in comune con la critica che vuol far credere che la politica di Lenin consisteva soltanto nel trasferire la proprietà e nel ristabilirla in altre mani.
Il primo paragrafo del “mandato contadino sulla terra” di cui fa parte il Decreto sulla proprietà della terra ottobre 1917 [14], redatto da Lenin e adottato al secondo congresso dei Soviet l’8 novembre 1917, comincia così:
“1) Il diritto di proprietà privata sulla terra viene soppresso per sempre; la terra non può essere né venduta, né acquistata, né data in affitto o in ipoteca, né alienata in qualsiasi altro modo. Tutta la terra: di proprietà statale, della famiglia imperiale, ministeriale, dei monasteri, ecclesiastica (…), eccetera viene espropriata senza risarcimento, viene trasformata in patrimonio di tutto il popolo e viene data in godimento a tutti coloro che su di essa lavorano”.
Per non lasciare alcun dubbio sull’orientamento collettivista del lavoro nella produzione agricola, ecco il paragrafo 3:
“I terreni con colture altamente sviluppate, giardini, piantagioni, vivai, coltivazioni di alimenti, pascoli, etc., non saranno divisi, ma convertiti in colture modello; essi saranno dati, a seconda della loro estensione e importanza, in esclusivo usufrutto allo Stato o ai comuni.” (sottolineatura del testo originale).
Quindici giorni più tardi, si riunì il Congresso Contadino di Tutta la Russia, convocato dal governo dei Soviet. Questo Congresso, nella sua maggioranza socialista-rivoluzionario, fu all’inizio nettamente ostile all’orientamento politico del Partito Bolscevico. Ecco come si espresse Lenin rispondendo all’accusa che i bolscevichi compivano delle manovre e nascondevano il loro programma per meglio attirare nella loro sfera le masse contadine:
“Noi bolscevichi non abbiamo modificato il nostro Programma Agrario. Non abbiamo rinunciato ad abolire la proprietà privata sulla terra, né pensiamo di farlo. Abbiamo accettato la regolamentazione dei comitati agricoli che non si basano in alcun modo sulla proprietà privata soltanto perché ci sforziamo di compiere la volontà delle masse, fedeli ai desideri ed ai mandati del popolo, al fine di realizzare in modo ancor più stretto l’unione di tutti gli elementi che lottano per la Rivoluzione Socialista.” (Discorso di Lenin al Congresso Contadino, in risposta alle accuse di Katchinsky, rappresentante dei Social-rivoluzionari di sinistra).
La posizione dei bolscevichi è qui molto più chiara: se essi fanno delle concessioni, queste non vertono sui Principi, ma soltanto su delle applicazioni contingenti, immediate. Siamo ben lontani da un voltafaccia alla rivoluzione per difendere gli “interessi russi” come nazione! Rispondendo e mettendo in evidenza ciò che li separa dai Socialrivoluzionari di sinistra, Lenin si esprime così nella risoluzione da lui presentata al Congresso:
“Condizione indispensabile per il trionfo della rivoluzione socialista, la sola che può assicurare il successo duraturo e l’esecuzione totale del decreto sulla terra, è l’unione stretta dei lavoratori sfruttati della campagna con la classe operaia ed il proletariato di tutti i paesi avanzati. Ormai tutta l’organizzazione dello Stato, nella repubblica russa, dovrebbe fondarsi su questa unione. Solo questa, schiacciando ogni tentativo, diretto o indiretto, aperto o camuffato, di ritorno a una politica di riconciliazione e di accomodamento con la borghesia ed i suoi dirigenti, potrà assicurare il trionfo del socialismo nel mondo.”
Come si può constatare, gli “interessi della Russia” occupano un posto piccolissimo in tutto questo. Del resto Lenin comincia il suo discorso in questi termini:
“In questo momento cerchiamo di risolvere non solo il problema della terra, ma tutto il problema della rivoluzione sociale, e non solo per la Russia ma per il mondo intero.”
Ci siamo fermati un po’ a lungo su questo punto de “la terra ai contadini” perché abbiamo stimato assolutamente necessario ristabilire la verità storica contro le deformazioni di cui è stato e continua ad essere vittima il partito bolscevico riguardo alla sua vera posizione su questo importante problema.
Quanto alla parola d’ordine di “diritto dei popoli all’autodeterminazione”, è fin troppo evidente che deve essere categoricamente rigettata per il suo contenuto teorico errato e soprattutto dopo che l’esperienza ha dimostrato che cos’è potuta diventare questa parola d’ordine ed a cosa è servita nella pratica.
Ancora una volta noi dobbiamo insistere sulla differenza fondamentale che esiste tra l’errore e il tradimento. Lenin, partendo dagli interessi della Rivoluzione socialista mondiale, crede di poter utilizzare questa posizione politica contro il capitalismo e si sbaglia pesantemente. I rinnegati, i traditori di ogni risma, dai socialisti agli stalinisti, utilizzano a fondo questa posizione per sviluppare la loro politica controrivoluzionaria al fine di conservare e rafforzare il capitalismo nazionale e internazionale. La differenza tra le due posizioni non è da poco nella misura in cui ha lo spessore di una frontiera di classe.
E’ naturale che dei rinnegati e dei traditori del proletariato tentino, per meglio camuffarsi, di utilizzare questa o quella frase errata di Lenin per arrivare a conclusioni completamente opposte allo spirito rivoluzionario che ha guidato l’azione di Lenin durante la sua vita. Ma è stupido che dei rivoluzionari li aiutino eliminando la differenza, stabilendo un’equivalenza tra queste canaglie e Lenin. E’ una stupidaggine dire è per gli interessi nazionali della Russia che Lenin proclamava il “diritto all’autodeterminazione dei popoli, ivi compresa la loro separazione dalla Russia”. Quando diciamo che la “liberazione” dei paesi coloniali, che la loro “indipendenza” formale non è incompatibile con gli interessi dei paesi colonialisti, intendiamo dire che l’imperialismo può benissimo trarre vantaggio da questa indipendenza formale. Ma questo non vuole assolutamente dire che l’imperialismo pratichi benevolmente o con indifferenza questa politica. Tutte le “liberazioni” sono state il prodotto di lotte interne, di pressioni di interessi di diverse borghesie e degli intrighi internazionali degli imperialismi antagonistici. Stalin s’incaricherà più tardi di dimostrare, con fiumi di sangue, che gli interessi della Russia non corrispondevano esattamente con l’indipendenza dei paesi limitrofi e che questi esigevano piuttosto l’incorporazione con la forza di questi paesi nel grande impero russo.
Spiegare non è giustificare. Chi per condannare mescola alla rinfusa il diritto dei popoli alla separazione con l’incorporazione violenta, Lenin con Stalin, non capisce nulla e riduce la storia ad una poltiglia insipida e informe. Nel diritto all’autodeterminazione dei popoli, Lenin intende vedere innanzitutto una possibilità di denunciare l’imperialismo, non quello del suo vicino, quello dello straniero, ma quello del “suo Paese”, della sua borghesia.
La principiale forza controrivoluzionaria era la Socialdemocrazia, i social-imperialisti, come li chiamava Lenin, socialisti a parole ed imperialisti nei fatti, senza l’aiuto dei quali il capitalismo non avrebbe mai potuto trascinare gli operai nel macello della guerra imperialista. Questi “socialisti” giustificavano la guerra in nome degli interessi supposti nazionali che gli operai avrebbero in comune con la loro borghesia. La guerra imperialista era secondo loro: la difesa della libertà, delle conquiste operaie, della democrazia minacciate tutte e ognuna dai “maledetti imperialisti stranieri”. Smascherare queste menzogne, questi falsi socialisti, era il primo dovere, il compito più imperativo di ogni rivoluzionario. E’ a questa preoccupazione che obbedisce essenzialmente, per Lenin, la parola d’ordine del diritto dei popoli a disporre di se stessi e questo non per gli interessi della Russia, ma contro gli interessi nazionali della borghesia russa e internazionale.
X
“Lenin è dunque il prodotto caratteristico del 1914…, il personaggio di Lenin è un ponte tra l’ideologia comunista e quella del capitalismo di stato. E’ in questo senso che si è potuto dire che Stalin è il figlio naturale di Lenin”. (Jorge). Ecco ciò che ci viene preposto come conclusione.
Lenin non è “il prodotto caratteristico del 1914...”, frase che in sé non ha alcun significato perché nel ‘14, come in tutti gli altri anni, la Russia non esiste come entità, ma è come ogni altro paese divisa in classi. “La Russia del ‘14...” somiglia troppo a quella misteriosa anima slava di Massimo Gorki, giustamente ridicolizzata in modo feroce da Trotsky. Lenin è il prodotto caratteristico nel ‘14 del proletariato rivoluzionario non solo russo ma internazionale, anche se le particolarità della lotta di classe in Russia non potevano essere assenti e non influenzare il suo pensiero. Altrimenti come spiegare il posto d’onore che egli occupa alla testa della Sinistra Marxista Internazionale, nella lotta accanita contro i rinnegati del Socialismo di tutti i paesi, contro la guerra imperialista, per il disfattismo rivoluzionario e per la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile del proletariato internazionale contro il regime capitalista???
Può darsi che questa o quella posizione di Lenin - la sua concezione ultracentralista del partito, ad esempio, rifletta le condizioni particolari della lotta di classe in Russia, la debolezza numerica del proletariato, la sua recente industrializzazione, etc.; così come i lunghi anni di corruzione parlamentarista del proletariato tedesco potevano riflettersi in una specie di liberalismo democratico in Rosa Luxemburg (vedi la sua posizione sulla dissoluzione della Costituente da parte dei bolscevichi al potere).
Non si dispiacciano i nostri giudici severi, i rivoluzionari proletari non nascono completamente formati ed armati, come Minerva che esce dalla testa di Giove. Proprio come la classe di cui sono l’espressione, i rivoluzionari forgiano le loro armi teoriche e politiche nel fuoco ardente della lotta di classe attraverso esperienze, errori, sconfitte e vittorie.
La rivoluzione russa, guidata politicamente dal partito di Lenin, è la più grande esperienza fatta dal proletariato fino ad oggi. Le sue acquisizioni, i suoi aspetti positivi e negativi, come i suoi errori, costituiscono un materiale inestimabile pieno di preziosi insegnamenti. Non potrà esserci una nuova ondata rivoluzionaria che non si basi su uno studio minuzioso di questa esperienza, sulla sua assimilazione da parte del proletariato.
E’ per questo che quelli che rigettano in blocco, nella sua totalità, questa esperienza, che le negano ogni valore, che confondono la rivoluzione con la degenerazione e Lenin con Stalin, non fanno che portare acqua al mulino della borghesia e le rendono il migliore dei servizi.
XI
Stalin figlio naturale di Lenin è diventato il leitmotiv, la frase magica che serve benissimo sia a calunniare Lenin che ad incensare Stalin. E’ l’immagine favorita di tutti i rinnegati della rivoluzione, i Souvarin e i Laurat, i Fisher e i Burnham, di tutti quei raffinati moralisti che vanno a cercare il loro cibo nei rifiuti della borghesia. Tra il binomio Lenin-Trotsky e quello Stalin-Mao vi è la stessa parentela che può esserci tra Marx-Engels ed Ebert-Noske.
Parlando del tradimento della Socialdemocrazia, Lenin scriveva:
“Là dove il marxismo è popolare tra gli operai questa corrente politica, questo «partito operaio borghese», giurerà e spergiurerà nel nome di Marx. Non si può proibirglielo, come non si può proibire a una ditta commerciale di adoperare una qualsiasi etichetta, una qualsiasi insegna, un mezzo pubblicitario qualsiasi. Nel corso della storia si è sempre visto che i nemici hanno tentato, dopo la morte dei capi rivoluzionari, popolari tra le classi oppresse, di appropriarsi i loro nomi per ingannare queste classi” (Lenin, L’imperialismo e la scissione del socialismo [15], 1916).
Lo stalinismo ha utilizzato ampiamente e con grande successo il cadavere di Lenin contro l’insegnamento rivoluzionario di Lenin vivo. Ma il record d’infamia spetta senza dubbio alla Socialdemocrazia tedesca. Questi cani sanguinosi dell’imperialismo tedesco, questi Galliffet[4] della rivoluzione di Spartacus, questi assassini di decine di migliaia di proletari tedeschi, tra cui le ammirevoli figure di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, hanno avuto l’infame audacia di proclamarsi come gli unici depositari delle Note Critiche sulla Rivoluzione Russa scritte dalla Luxemburg in prigione e trovate sul suo corpo ancora caldo. E’ il partito socialdemocratico, il partito di Noske che pubblicò per primo questo scritto di Rosa. Da allora, in tutti i paesi, i “socialisti” ed altri rinnegati tentano d’impadronirsi del suo nome, uno dei più popolari del proletariato internazionale per farne un’arma contro il proletariato rivoluzionario. Dopo averla, per tutta la sua vita, combattuta, calunniata, perseguitata, imprigionata ed infine essere riusciti ad assassinarla, i “socialisti” di sinistra tentano di rendere il suo cadavere un membro d’onore della II Internazionale.
XII
Il libro di Rosa Luxemburg (La Rivoluzione Russa) è soprattutto una proclamazione ardente di solidarietà incrollabile con Lenin e la Rivoluzione d’Ottobre che essa saluta mostrandola ad esempio al proletariato mondiale. E’ una difesa incondizionata, assoluta della Rivoluzione contro i suoi detrattori, tutti questi “socialisti” rinnegati di tutti i paesi. Le critiche che essa ritiene necessario formulare sono severe ma fraterne e si situano sempre nel campo della rivoluzione. Queste critiche non hanno niente in comune con tutti i detrattori della Rivoluzione d’Ottobre e del partito bolscevico.
Nel suo discorso sul programma al Congresso di Spartacusbund, alcuni giorni prima della sua morte, Rosa Luxemburg lancia questo grido: “E mai dovremo dimenticare, quando tenteranno di propinarci calunnie contro i bolscevichi russi, di rispondere domandando: dove avete imparato l’ABC della vostra attuale rivoluzione? E’ dai russi che avete preso i Consigli degli operai e dei soldati”.
Nella sua “Rivoluzione russa”, esaltando incessantemente l’esempio senza precedenti dei bolscevichi e della rivoluzione d’Ottobre, la Luxemburg scrive:
“I bolscevichi inoltre hanno subito posto a scopo di questa presa del potere l’intero vasto programma rivoluzionario: non un qualche rafforzamento della democrazia borghese, ma dittatura del proletariato al fine di realizzare il socialismo. Si sono così garantiti l’imperituro merito storico di aver per primi proclamato quale programma immediato della politica pratica le mete finali socialiste.
Quanto possa esibire, in un’ora storica, un partito in fatto di coraggio, di energia, di lungimiranza rivoluzionaria, e coerenza, Lenin, Trotsky e compagni l’hanno dimostrato in abbondanza. Tutto l’onore e la capacità d’azione rivoluzionaria, venuti meno alla socialdemocrazia occidentale, hanno trovato la loro espressione nei bolscevichi. L’insurrezione d’Ottobre non ha rappresentato soltanto la reale salvezza della Rivoluzione Russa, ma anche la riabilitazione del socialismo internazionale.” (La Rivoluzione Russa, in Scritti scelti, p. 577-578, Ed. Einaudi).
L’abbiamo già detto e lo ripetiamo ancora: non abbiamo niente a che vedere con gli esaltatori e gli apologeti. Fare un esame critico della rivoluzione russa non solo è augurabile, ma è addirittura indispensabile. Ma per essere veramente fecondo questo esame critico non può che basarsi sull’acquisizione storica che ha rappresentato la Rivoluzione d’Ottobre. Cinquant’anni dopo sottoscriviamo interamente la conclusione con cui Rosa Luxemburg termina il suo pamphlet:
“In tal senso resta loro il merito imperituro nella storia d’essersi messi alla testa del proletariato internazionale conquistando il potere politico e mettendo in pratica il problema della realizzazione del socialismo, come d’aver potentemente spinto innanzi la liquidazione fra Capitale e Lavoro nel mondo. In Russia il problema poteva solo essere posto ma non risolto. È in tal senso che l’avvenire appartiene ovunque al «bolscevismo»”.
Internacionalismo, novembre 1965.
[1] L’RWG si costituì a Chicago in rottura con il trotskismo; iniziò un lavoro di approfondimento delle posizioni rivoluzionarie, ma ben presto si sciolse. Alcuni suoi militanti si fusero con gruppi modernisti per formare il gruppo Forward, per poi abbandonarlo ritornando su posizioni rivoluzionarie.
[2] A Zimmerwald nel 1915 si svolse una conferenza indetta dalle frazioni antibelliciste dei partiti socialisti. Emersero due tendenze, l’una pacifista moderata che sosteneva la rivendicazione principale di “una pace senza annessioni e senza indennità”, l’altra, espressa dai bolscevichi e da altre minoranze rivoluzionarie (la cosiddetta “sinistra zimmerwaldiana”), che affermava che non ci poteva essere pace senza abbattimento del capitale e che esortava i partiti socialisti a “chiamare le masse alla lotta rivoluzionaria contro i governi capitalisti per la conquista del potere politico”.
[3] Organo centrale del partito di cui Stampler fu caporedattore dall’ottobre del ’16 al ’33.
[4] Ministro della guerra Marchese di Galliffet, meglio noto per il suo ruolo durante la repressione della Comune di Parigi del 1871.
Il secondo numero di Forward, la rivista dell'RWG, contiene una discussione internazionale tra la nostra corrente (Internacionalismo; "Difesa del carattere proletario della Rivoluzione d'Ottobre") e l'RWG. ("Gli errori d'Internacionalismo sulla Rivoluzione russa"). Nella critica al nostro articolo l'RWG solleva questioni importanti senza però dare un quadro generale che permetta la comprensione globale dell'esperienza russa.
Forward non vuole, nei fatti, discutere il problema della natura proletaria d’Ottobre, è d'accordo su questo punto; ciò che lo preoccupa è la natura controrivoluzionaria degli avvenimenti successivi, benché Internacionalismo tratti solo in modo secondario questo problema. Del resto nessun articolo della nostra stampa può trattare da solo tutti i problemi della storia. Malgrado questo malinteso di base è tuttavia con stupore che leggiamo:
“Per i compagni di Internacionalismo come per i trotskjsti ed i bordighisti c'e una frontiera insormontabile tra ‘l'epoca di Lenin’ e ‘l'epoca di Stalin’. Per essi il proletariato non poteva essere sconfitto prima che Lenin non fosse al sicuro nella sua tomba e Stalin chiaramente installato a capo del PCR”. (Forward, n.2, pag.42)
Noi siamo d'accordo che questa toccante professione di fede sia caratteristica dei vari gruppi trotskjsti da cui provengono i compagni di Forward, ma mai essa ha fatto parte della nostra Corrente:
“La non comprensione da parte dei leader del partito bolscevico del ruolo dei soviet (Consigli Operai) e la loro errata concezione del processo di sviluppo della coscienza di classe, hanno contribuito al processo di degenerazione della Rivoluzione russa. Questo processo ha infine trasformato il partito bolscevico, autentica avanguardia del proletariato nel 17, in strumento attivo della controrivoluzione… Già dall'inizio della rivoluzione, la tendenza del partito bolscevico era di trasformare i soviet in organo del Partito-Stato”. (Dichiarazione di principi, Internacionalismo, in Bulletin d'Etude et Discussion di Révolution Internationale, n.7, giugno 74)
Ed ancora:
“La Rivoluzione d'Ottobre ha portato a termine il primo compito della rivoluzione proletaria: la presa del potere politico. La sconfitta della rivoluzione a livello internazionale e l’impossibilità di costruire il socialismo in un solo paese, hanno reso impossibile il passaggio ad un livello superiore, cioè l'inizio di un processo di trasformazione economica… Il Partito bolscevico ha avuto un ruolo attivo nel processo rivoluzionario che ha portato all'Ottobre, ma ha anche avuto un ruolo attivo nella degenerazione della rivoluzione e nella sconfitta internazionale… Identificandosi organizzativamente ed ideologicamente con lo Stato e considerando suo primo compito la difesa di questo Stato, il Partito bolscevico era destinato a diventare - soprattutto dopo la fine della guerra civile - l'agente della controrivoluzione e del capitalismo di stato”. (Piattaforma di Révolution Internationale).
Queste righe sembrano chiaramente indicare che la vittoria della controrivoluzione fu un processo che aveva le sue basi nel soffocamento del potere dei soviet e nella soppressione dell'attività autonoma del proletariato, un processo che portò al massacro da parte dello Stato di una parte della classe operaia a Kronstadt. Il tutto mentre Lenin era ancora vivo.
Perché la Rivoluzione russa è degenerata? La risposta non la si può trovare nel quadro di una sola nazione, nella sola Russia. Come la Rivoluzione russa fu il primo bastione della rivoluzione internazionale nel ‘17, la prima di una serie di insurrezioni proletarie internazionali, così la sua degenerazione in controrivoluzione fu espressione di un fenomeno internazionale, il risultato della sconfitta della lotta di una classe internazionale: il proletariato. In passato le rivoluzioni borghesi hanno costruito uno Stato nazionale, quadro logico per lo sviluppo del capitale, e queste rivoluzioni borghesi potevano aver luogo con un secolo o più di scarto tra i diversi paesi. La rivoluzione proletaria, invece, è per sua essenza una rivoluzione internazionale, che, o si estende al mondo intero, oppure è condannata ad una morte rapida.
La Prima Guerra Mondiale, fine del periodo ascendente del capitalismo, ha segnato il punto di non ritorno assoluto per il movimento operaio del 19° secolo ed i suoi obbiettivi immediati. Il malcontento popolare contro la guerra ha preso rapidamente un carattere politico di lotta contro lo Stato nei principali paesi di Europa. Ma la maggioranza del proletariato non è stata capace di rompere con i resti del passato (adesione alla politica della 2a Internazionale che era ormai passata nel campo borghese) e di rendersi completamente conto di tutte le implicazioni del nuovo periodo. Né il proletariato nel suo insieme, né le sue organizzazioni politiche compresero pienamente gli imperativi della lotta di classe in questo nuovo periodo di "guerra o rivoluzione", di "socialismo o barbarie". Malgrado le lotte eroiche del proletariato di quell'epoca, l'ondata rivoluzionaria fu schiacciata e la classe operaia europea massacrata. La rivoluzione russa era il faro che guidava tutta la classe operaia del tempo, ma ciò non toglie nulla al grave pericolo costituito dal suo isolamento. Anche solo una breccia temporanea fra due insurrezioni rivoluzionarie è piena di pericoli. Quella che si aprì nel 20 divenne un precipizio.
Il contesto del riflusso internazionale e dell'isolamento della rivoluzione russa è della più grande importanza. Ma all’interno di questo contesto hanno giocato un loro ruolo gli errori più gravi dei Bolscevichi. Questi errori devono essere messi in relazione con l'esperienza e le lotte della classe operaia stessa. Gli errori e i contributi positivi di un'organizzazione della classe non cadono dal cielo né si producono arbitrariamente e per caso. Essi sono, nel senso più ampio del termine, il riflesso della coscienza di classe del proletariato nel suo insieme.
Il partito bolscevico fu costretto ad evolvere teoricamente e politicamente in relazione all'offensiva del proletariato russo nel 1917 e alla prospettiva di movimenti internazionali, in Germania ed altrove. Esso è stato anche il riflesso dell'isolamento e della sconfitta del proletariato nel periodo in cui ingrandiva la vittoria della controrivoluzione. Sia nel caso dei bolscevichi che degli spartachisti o di ogni altra organizzazione politica dell'epoca, confrontata ai compiti nuovi del periodo di decadenza che si è aperto con la I guerra mondiale, la loro comprensione incompleta è servita da base a errori politici molto gravi.
Ma il partito del proletariato non è un semplice riflesso passivo della coscienza; ne è un fattore attivo di sviluppo ed estensione. I bolscevichi, esprimendo chiaramente gli obiettivi di classe del periodo della 1a guerra mondiale (“trasformare la guerra imperialista in guerra civile"), e durante il periodo rivoluzionario (opposizione al governo democratico-borghese, "tutto il potere ai soviet", formazione dell'Internazionale sulla base di un programma rivoluzionario) hanno contribuito a tracciare il cammino della vittoria. Malgrado ciò, le posizioni prese dai bolscevichi nel contesto del declino dell'ondata rivoluzionaria, (alleanza con le frazioni centriste a livello internazionale, sindacalismo, tattica del fronte unico, Kronstadt) hanno contribuito ad accelerare il processo controrivoluzionario a livello internazionale come in Russia. Una volta scomparso il focolaio di prassi rivoluzionaria sotto i colpi della controrivoluzione trionfante in Europa, gli errori della rivoluzione russa furono privati di ogni possibilità di correzione. Il partito bolscevico era diventato lo strumento della controrivoluzione.
A causa dell'impossibilità della costruzione del socialismo in un solo paese, la questione della degenerazione della rivoluzione russa è prima di tutto una questione di sconfitta internazionale del proletariato. La controrivoluzione ha trionfato in Europa prima di penetrare totalmente il contesto russo “dall'interno". Questo non deve, lo ripetiamo, servire a "giustificare" gli errori della rivoluzione russa o del partito bolscevico. Né questi errori devono "assolvere" il proletariato dal fatto di non aver saputo fare la rivoluzione in Germania o in Italia per esempio. I marxisti non hanno il compito di assolvere o condannare la storia. Il loro compito è spiegare perché questi avvenimenti hanno avuto luogo e trarne lezioni per la lotta proletaria futura.
Questo quadro generale manca nell'analisi del RWG. che discute sulla "rivoluzione e controrivoluzione in Russia" (documento del RWG.) in termini quasi esclusivamente russi. Questo modo di procedere può sembrare utile per isolare teoricamente un problema particolare. Ma non offre nessun quadro che consenta di comprendere perché questi avvenimenti si sono verificati in Russia e conduce a girare a vuoto sul fenomeno puramente russo che ne esce fuori. Come scriveva Rosa Luxemburg : "Il problema non poteva che essere posto in Russia. Esso non poteva essere risolto in Russia."
Gli aspetti specifici della degenerazione della rivoluzione
Nei limiti di quest'articolo, dovremo necessariamente accontentarci di uno sguardo d’insieme del processo di degenerazione, lasciando da parte i dettagli dei diversi episodi.
La rivoluzione russa fu anzitutto considerata come la prima vittoria della lotta internazionale della classe operaia. Nel marzo 1919, bolscevichi proclamarono il 1° Congresso di una nuova Internazionale per segnare la rottura con la socialdemocrazia traditrice, e per riunire le forze della rivoluzione per la lotta futura. Purtroppo la rivoluzione tedesca era già stata schiacciata nel gennaio 1919, e l'ondata rivoluzionaria rifluiva. Tuttavia, malgrado il blocco quasi totale della Russia e le notizie deformate che vi giungevano sul proletariato occidentale, la rivoluzione ripose tutte le sue speranze sulla sola uscita possibile, l'unione delle forze rivoluzionarie sotto un programma che definiva chiaramente gli obiettivi di classe:
“Il sistema sovietico concede la possibilità di una democrazia proletaria reale, di una democrazia per il proletariato e all’interno del proletariato, diretta contro la borghesia. In questo sistema, il posto principale è dato al proletariato industriale ed a questa classe spetta il ruolo di classe dominante, per la sua organizzazione e coscienza politica, e perché la sua egemonia politica permetterà agli strati vicini alla classe operaia ed ai contadini poveri di accedere gradualmente a questa coscienza.” (Piattaforma dell’Internazionale, 1919).
“Le condizioni indispensabili per la vittoria sono: la rottura con i servi del capitale e i massacratori della rivoluzione comunista (l'ala destra socialdemocratica), ma anche con il “centro” (il gruppo di Kautsky) che ha abbandonato il proletariato nel momento critico per raggiungere il nemico di classe.” (Piattaforma)
Questa era la posizione nell’alleanza nel 1919, e non l'alleanza con i centristi, a cui furono in seguito aperti i partiti comunisti e l'Internazionale, arrivando infine al “fronte unico”.
“Schiavi delle colonie d'Africa e d'Asia: il giorno della dittatura proletaria in Europa suonerà per voi come il giorno della vostra liberazione” (Manifesto dell'Internazionale Comunista, 1919).
E non il contrario, come predicano gli extraparlamentari oggi, seguendo le formule controrivoluzionarie sulla liberazione nazionale, frutto della degenerazione dell'Internazionale.
“Chiediamo a tutti gli operai del mondo di unirsi sotto la bandiera del comunismo che è già la bandiera delle prime vittorie per tutti i paesi !” (Manifesto)
E non il socialismo in un solo paese.
“Sotto la bandiera dei Consigli Operai, della lotta rivoluzionaria per il potere della dittatura del proletariato, sotto la bandiera della III Internazionale, operai del mondo intero, unitevi." (Manifesto).
Queste posizioni sono il riflesso dell'enorme passo in avanti compiuto dal proletariato negli anni precedenti. Le posizioni che i bolscevichi mettevano allora avanti e difendevano erano spesso in rottura netta con i loro programmi precedenti e costituivano un appello alla classe operaia tutta intera, perché riconoscesse le nuove necessità politiche della situazione rivoluzionaria.
Ma nel 1920, durante il II Congresso della stessa Internazionale, la direzione bolscevica avrebbe fatto un voltafaccia, ritornando alle “tattiche” del passato. La speranza della rivoluzione s'indeboliva rapidamente, ed il partito bolscevico difendeva allora le 21 condizioni di ammissione all'Internazionale, comprendenti: il riconoscimento delle lotte di liberazione nazionale, della partecipazione alle elezioni, dell’infiltrazione nei sindacati, insomma un ritorno al programma socialdemocratico che era completamente inadatto alla nuova situazione. Il partito bolscevico divenne in effetti la direzione preponderante dell'I.C., e l'Ufficio di Amsterdam fu chiuso. E soprattutto, la direzione bolscevica riuscì ad isolare i comunisti di sinistra: la Sinistra italiana con Bordiga e i compagni inglesi attorno alla Pankhurst, e Pannekoek con Gorter e il KAPD (che fu escluso al III Congresso). I bolscevichi e le forze dominanti dell'Internazionale operavano in favore di un riavvicinamento ai centristi, ambigui traditori come erano stati definiti solo due anni prima, e riuscirono effettivamente a sabotare ogni tentativo di creare una base di principi per la formazione di partiti comunisti in Inghilterra, in Francia o altrove, grazie alle loro manovre ed alle loro calunnie sulla sinistra. Il cammino del “Fronte Unico” del 1922 al IV Congresso e infine della difesa della patria russa e del “socialismo in un solo paese” era già aperto da queste azioni.
L'indebolimento dell'ondata rivoluzionaria ed il cammino verso la controrivoluzione è così chiaramente segnato dalla firma del trattato segreto di Rapallo[1] con il militarismo tedesco. Qualunque sia l'analisi dei punti positivi e negativi del trattato di Brest-Litovsk, esso fu stipulato alla luce del sole, dopo un lungo dibattito in seno al partito bolscevico, e fu presentato al proletariato mondiale come una cosa imposta da una situazione critica. Ma il trattato di Rapallo, solamente due anni dopo, era un tradimento di tutto quello che avevano difeso i bolscevichi, un trattato militare segreto concluso con lo Stato tedesco.
I germi della controrivoluzione si sviluppavano con la rapidità di un periodo di grandi rivolgimenti storici, quando enormi cambiamenti si producono in qualche anno o anche in qualche mese. Infine, ogni segno di vita scomparve dal corpo dell'Internazionale quando fu proclamata la dottrina del "socialismo in un solo paese".
La storia tormentata dell’I.C. non può essere ridotta ad un piano machiavellico dei bolscevichi, che avrebbero progettato di tradire la classe operaia sia in Russia sia a livello internazionale. Questa definizione infantile non può spiegare nulla nella storia. Ma la classe operaia non ha potuto reagire per mettere in piedi le sue organizzazioni a causa della disfatta e del riflusso dell'ondata rivoluzionaria; questa stessa sconfitta ha provocato la degenerazione definitiva di queste organizzazioni e dei loro principi rivoluzionari.
Marx ed Engels avevano constatato che un partito o l’Internazionale non potevano restare uno strumento della classe quando c'era un corso generale di reazione. Questo strumento della classe non può restare un'unità organizzativa quando non c'è più un'attività della classe (anche perché non può non penetrarvi il riflusso e la disfatta, trasformandolo in strumento della confusione o della controrivoluzione). Per questo Marx ha sciolto la Lega dei Comunisti dopo il riflusso dall'ondata rivoluzionaria del 1848 ed ha sabotato la I Internazionale (trasferendola a New York), quando la sconfitta della Comune di Parigi aveva segnato la fine di un periodo. La II Internazionale, malgrado il suo autentico contributo al movimento operaio, ha conosciuto un lungo processo di corruzione durante il periodo ascendente del capitalismo, in cui si era sempre più legata al riformismo e dava una visione nazionale ad ogni partito. Il suo passaggio definitivo nel campo borghese si produsse nel 1914, quando collaborò allo sforzo della guerra imperialista. Durante questo periodo di crisi per la classe operaia, il compito di progressiva elaborazione teorica e sviluppo della coscienza di classe ricadde sulle spalle delle "frazioni" rivoluzionarie della classe uscite dalle vecchie organizzazioni, che preparavano il terreno per la costruzione di una nuova organizzazione.
La III Internazionale fu costruita come espressione dell'ondata rivoluzionaria degli anni che seguirono la I guerra mondiale, ma la sconfitta dei tentativi rivoluzionari e la vittoria della controrivoluzione decretarono la sua fine come strumento della classe. Il processo di controrivoluzione fu compiuto (benché già iniziato da tempo) con la dichiarazione del “socialismo in un solo paese”, scomparsa definitiva di ogni possibilità oggettiva per le frazioni rivoluzionarie di permanere nell'Internazionale e fine di tutto un periodo.
L'ideologia borghese può penetrare, in periodi di riflusso, nella lotta proletaria, a causa della forza delle idee della classe dominante nella società. Ma, quando un'organizzazione è definitivamente passata nel campo borghese, non c'è alcun recupero possibile. Come nessuna frazione vivente che esprima la coscienza di classe proletaria può sorgere da un'organizzazione borghese (incluse quelle staliniste, maoiste e trotskiste), il che non impedisce che individui siano capaci di una tale rottura, anche l’I.C. e tutti i partiti rimasti al suo interno sono da giudicare da quel momento irrimediabilmente perduti alla causa proletaria.
Purtroppo questo processo è più facile da comprendere con il riflusso che verifichiamo oggi che in quell'epoca, da parte di tutta la classe o di molti dei suoi elementi più politicizzati. Il processo di controrivoluzione che ha condannato l'I.C. ha provocato una terribile confusione nel movimento operaio nel corso di questi ultimi 50 anni. Anche quelli che hanno perseguito lo sforzo di elaborazione teorica nei cupi anni 30 e 40, quelli che rimanevano del movimento della sinistra comunista, impiegarono molto tempo a vedere tutte le implicazioni del periodo di sconfitta. Lasciamo pure ai modernisti arroganti[2], che hanno "scoperto tutto" negli anni 74-75, il compito di insegnare alle ombre quello che la storia avrebbe dovuto essere.
IL CONTESTO RUSSO
La politica internazionale dei bolscevichi, il loro ruolo nel processo di controrivoluzione nazionale non è praticamente messo in discussione nel documento di RWG. “Rivoluzione e controrivoluzione in Russia” ed è solo incidentalmente ricordato nel testo di Forward. Per questi compagni, la controrivoluzione comincia essenzialmente con la NEP (Nuova Politica Economica). La NEP fu, per loro, “la svolta della storia dell'Unione Sovietica. Nello stesso anno, il capitalismo fu restaurato, la dittatura politica sconfitta e l'Unione Sovietica divenne uno Stato operaio.” (Rivoluzione e controrivoluzione in Russia, pag.7)
Anzitutto, è necessario dire che, indipendentemente dagli avvenimenti prodottisi nel contesto russo, una rivoluzione internazionale o una internazionale non muoiono per una cattiva politica economica in un paese. Il lettore cercherà invano un quadro coerente che consenta di analizzare la NEP o gli avvenimenti successivi in Russia in generale.
La degenerazione della rivoluzione in terra russa si esprimeva essenzialmente con il declino graduale ma mortale dei Soviet e con la loro riduzione a semplice appendice del Partito-Stato bolscevico. L'attività autonoma del proletariato, la democrazia operaia all'interno del sistema dei soviet erano la base principale della vittoria di Ottobre. Ma, già dal 1918, appariva in modo chiaro che il potere politico dei Consigli Operai stava per essere intaccato e soffocato dall'apparato statale. Il punto culminante del periodo di declino dei Soviet in Russia fu il massacro di una parte della classe operaia a Kronstadt. Il RWG, maniaco della NEP, non ha neanche ricordato il massacro di Kronstadt in relazione all'analisi dello Stato russo. Questo fatto non è sorprendente. Kronstadt non è ricordata in nessuno dei due testi principali sulla Russia, e nemmeno Rapallo. È forse comprensibile che i compagni del RWG, usciti di recente del dogmatismo trotskista, non avessero ancora compreso quando hanno scritto questi articoli, che Kronstadt non era “l'ammutinamento controrivoluzionario” di cui parlavano Lenin e Trotski. Quello che è meno comprensibile è il fatto che accusano i nostri compagni di Internacionalismo di non essere capaci di vedere "la degenerazione della rivoluzione quando Lenin era ancora vivo ".
L'errore fondamentale del partito Bolscevico in Russia era la concezione secondo cui il potere doveva essere esercitato da una minoranza della classe, il Partito. I bolscevichi credevano che il Partito potesse portare il socialismo alla classe e non hanno visto che proprio la classe nel suo insieme, organizzata in Soviet, era il soggetto della trasformazione socialista. Questa concezione che vede il Partito prendere il potere statale esisteva in tutta la sinistra, a diversi gradi, anche in Rosa Luxemburg, fino agli scritti del KAPD nel 1921. L'esperienza russa del partito al potere, che il proletariato pagava con il suo sangue, segna una frontiera definitiva sulla questione della presa del potere da parte di un partito o di una minoranza della classe, “in nome della classe operaia”. A partire da questa esperienza, la lezione della non identità di Stato e partito è diventata un segno distintivo delle frazioni rivoluzionarie della classe; in seguito anche l'acquisizione che il ruolo delle organizzazioni politiche della classe é quello di contribuire allo sviluppo della sua coscienza e non di sostituirsi all'insieme di essa.
Gli interessi storici della classe operaia, in quanto destinata a distruggere il capitalismo, non sono sempre stati compresi dall'inizio, e non potevano esserlo, perché lo sviluppo della coscienza politica della classe è costantemente ostacolato dall'ideologia borghese dominante. Marx scrisse il Manifesto Comunista senza vedere che il proletariato non poteva impadronirsi dell'apparato statale per servirsene per i propri fini. L'esperienza vivente della Comune di Parigi era necessaria per provare in modo irrefutabile che il proletariato doveva distruggere lo Stato borghese per poter esercitare la sua dittatura sulla società. Inoltre, la questione del ruolo del Partito era dibattuta nel movimento operaio fino al 17, ma l'esperienza russa segna una frontiera di classe su questo punto. Tutti quelli che ripetono o teorizzano la ripetizione degli errori dei bolscevichi sono dall'altra parte delle frontiere di classe.
Quello che lo Stato russo ha distrutto indebolendo i Soviet era la forza del socialismo. In assenza dell'attività autonoma, organizzata, dell'insieme della classe, ogni speranza di rigenerazione fu progressivamente eliminata. La politica economica dei bolscevichi era dibattuta, cambiata, modificata, ma la loro azione politica in Russia fu fondamentalmente un processo continuo che ha scavato la tomba della rivoluzione. Tutto questo processo diventa ancora più chiaro quando lo si esamina nel contesto della sconfitta internazionale del movimento cui il partito bolscevico apparteneva.
LA DITTATURA DEL PROLETARIATO
Una delle prime, delle più importanti lezioni che si devono trarre dall'esperienza rivoluzionaria del periodo del primo dopoguerra è che la lotta proletaria è prima di tutto una lotta internazionale e che la dittatura del proletariato (che sia in un settore o a livello mondiale) è prima e innanzitutto una questione politica.
Il proletariato, al contrario della borghesia, è una classe sfruttata e non sfruttatrice. Non ha dunque alcun privilegio economico sul quale poggiare il suo avvenire di classe. Le rivoluzioni borghesi erano essenzialmente un riconoscimento politico di una realtà economica acquisita. La classe capitalista era diventata la classe economica dominante della società molto prima di fare la sua rivoluzione. La rivoluzione proletaria, invece, comincia una trasformazione economica a partire da un fondamento politico: la dittatura del proletariato. La classe operaia non ha alcun privilegio economico da difendere nella vecchia società come nella nuova, e non possiede che la capacità di organizzarsi e la sua coscienza di classe, il suo potere politico organizzato in Consigli Operai per guidarla nella trasformazione della società. La distruzione del potere borghese e l'espropriazione della borghesia deve essere vittoriosa a livello mondiale prima che possa essere intrapresa - sotto la direzione della dittatura del proletariato - una qualsiasi reale trasformazione sociale.
La legge economica fondamentale dell'economia capitalista, la legge del valore, si basa sull'insieme del mercato capitalista mondiale e non può in alcun modo e con qualunque mezzo essere eliminata in un solo paese, (anche in uno dei paesi più sviluppati) o in più paesi, ma solo su scala mondiale. Non esiste scappatoia a questo fatto - nemmeno riconoscendolo devotamente per poi ignorarlo parlando di possibilità di abolire di botto in un paese il denaro e il lavoro salariato - corollari della legge del valore e del sistema capitalista complessivo. Le uniche armi a disposizione del proletariato per condurre a buon termine la trasformazione della società - la qual cosa segue e non precede la presa del potere da parte dei Consigli Operai internazionalmente – sono:
1) la forza organizzata e armata per giungere alla vittoria della rivoluzione in tutto il mondo;
2) la coscienza del suo programma comunista, orientamento politico per la trasformazione economica della società.
La vittoria del proletariato non dipende dalla sua abilità nel “gestire” una fabbrica o anche tutte le fabbriche di un paese. Gestire la produzione mentre il sistema capitalista continua ad esistere condanna questa “gestione” ad essere la gestione della produzione di plusvalore e dello scambio. Il primo compito del proletariato vincitore in un paese o settore non è quello di preoccuparsi di come creare un “mitico isolotto di socialismo” che è impossibile, ma quello di dare tutto l'aiuto possibile per la realizzazione della sua sola speranza: la vittoria della rivoluzione mondiale.
È della massima importanza stabilire delle priorità su questo punto. Le misure economiche che il proletariato prenderà in un paese o in un settore sono una questione secondaria. Nel migliore dei casi, queste non sono che misure destinate a parare il peggio e tendenti ad andare in un senso positivo: ogni errore può essere corretto se la rivoluzione avanza. Ma se il proletariato perde la sua coerenza politica, la sua forza armata, o se i Consigli Operai perdono il controllo politico e la chiara coscienza della via da percorrere, allora non vi è più speranza di correggere gli errori o di instaurare il socialismo. Oggi molte voci si alzano contro questo modo di vedere; alcune proclamano che bloccare la lotta proletaria sul terreno politico è un non senso, una vecchia fissazione reazionaria. Infatti per loro anche la concezione secondo cui la classe rivoluzionaria è una classe definita oggettivamente, il proletariato è superata e dovrebbe cedere il posto a una “classe universale” che raggruppi tutti quelli che sono “oppressi”, tormentati psicologicamente o che hanno una tendenza filosofica per la rivoluzione.
I “rapporti comunisti” o, secondo un gruppo inglese dello stesso nome, la “pratica comunista” possono essere realizzati immediatamente, basta che le persone lo desiderino. Per loro, la cosa più importante non è la presa del potere da parte del proletariato a livello internazionale e l'eliminazione della classe capitalista, ma l'immediato instaurarsi dei cosiddetti “rapporti comunisti” sotto la spinta spontanea delle “persone in generale” .
Gli elementi astratti e mitici che stanno alla base di questa teoria non rendono meno pericoloso il fatto che essa può servire perfettamente da copertura all'ideologia autogestionaria. Di fronte all'accrescerei del malcontento della classe operaia che si esprime con movimenti da massa con l'approfondirsi della crisi capitalista, una delle reazioni della borghesia potrà essere di dire agli operai: i vostri interessi non sono di lanciarvi in problemi “politici” come la distruzione dello Stato borghese, ma di prendere le fabbriche e farle funzionare “per voi stessi” nell'ordine. La borghesia tenterà di fiaccare la forza degli operai con un programma economico di autogestione dello sfruttamento e durante questo periodo la classe capitalista e il suo Stato staranno in attesa per cogliere i frutti. È ciò che è successo in Italia nel 1920, dove “Ordine Nuovo” e Gramsci esaltavano le possibilità economiche che aprivano le occupazioni di fabbrica, mentre la frazione di sinistra con Bordiga affermava che i Consigli Operai, anche se avevano le loro radici nella fabbrica, dovevano portare un attacco frontale contro lo Stato e il sistema NEL SUO INSIEME o morire.
I compagni del RWG non rifiutano la lotta politica. Si limitano a dire che il contesto politico e le misure economiche sono ugualmente importanti e cruciali. In un certo senso essi non fanno che ripetere banalmente un'evidenza marxista: il proletariato, classe sfruttata, non si batte per prendere il potere politico sulla borghesia con il fine di soddisfare una qualsiasi mania di potere, ma per gettare le basi di una trasformazione sociale attraverso la lotta di classe e l'attività autonoma e organizzata della sola classe rivoluzionaria che, liberandosi dallo sfruttamento, libererà per sempre l'Umanità tutta intera dallo sfruttamento. Ma i compagni del RWG non hanno alcuna idea concreta del modo in cui può svolgersi questo processo di trasformazione sociale. La rivoluzione è un assalto rapido contro lo Stato, ma la trasformazione economica della società è un processo che ai sviluppa a livello mondiale ed è di una complessità estrema. Per portare a buon termine questo processo economico, il quadro politico della dittatura della classe operaia deve essere chiaro. Prima di tutto, bisogna riconoscere che la presa del potere da parte del proletariato non vuol dire che il socialismo può essere instaurato per decreto. Dunque:
1) La trasformazione economica non può che seguire e non precedere la rivoluzione proletaria (non vi possono essere “costruzioni di socialismo” durante il potere della classe capitalista). La trasformazione economica, inoltre, non si compie simultaneamente alla presa di potere della classe sulla società.
2) Il potere politico del proletariato apre la via alla trasformazione socialista, ma il principale bastione che protegge la marcia della rivoluzione è l'unità e la coesione della classe. La classe può fare degli errori economici che devono essere corretti; ma se lascia il potere ad un'altra classe o ad un partito o minoranza, ogni trasformazione economica diventa per definizione impossibile.
A partire dalla nostra affermazione che la dittatura politica del proletariato è il quadro e la condizione preliminare per la trasformazione sociale, il RWG con spirito semplicista conclude "sembra che Internacionalismo neghi la necessità per il proletariato di condurre una guerra economica contro il capitalismo". (Forward, pag. 44).
Contrariamente a quanto sostiene Forward, non è tutto immediatamente della stessa importanza, o di uguale gravità, per la lotta rivoluzionaria. In un paese in cui la rivoluzione ha appena trionfato, i consigli operai possono ritenere necessario lavorare 10 o 12 ore al giorno per produrre armi o materiale da inviare ai loro fratelli di classe assediati in un'altra regione. È socialismo? No, se si considera che i principi di base del socialismo sono la produzione per i bisogni umani (e non per la distruzione) e la riduzione della giornata di lavoro. Deve allora questa misura essere denunciata come una proposta controrivoluzionaria? Evidentemente no, poiché il primo compito e la prima speranza dì salvezza della classe operaia è di aiutare l'estensione della rivoluzione e livello internazionale. Non dobbiamo allora ammettere che il programma economico è sottoposto alle condizioni della lotta di classe e che non c'è possibilità di creare un paradiso economico operaio in un solo paese? In tutto ciò, dobbiamo insistere sul fatto che ogni indebolimento politico del potere dei Consigli nelle prese di decisione e l'orientamento della lotta sarà fatale.
I rivoluzionari mentirebbero alla loro classe se la cullassero in sogni dorati pieni di latte, di miele e di miracoli economici, invece di insistere sulla necessità della lotta mortale e delle terribili distruzioni che la guerra civile impone. Non farebbero che demoralizzare quella stessa classe dichiarando che gli inevitabili rinculi economici, (in uno o più paesi) significano la fine della rivoluzione. Mettendo queste questioni sullo stesso piano immediato della solidarietà politica, della democrazia proletaria o del potere di decisione del proletariato, esse devierebbero la forza decisiva della lotta di classe e comprometterebbero così la sola speranza di instaurare un periodo di transizione al socialismo a livello mondiale.
Il RWG risponde che “dopo la rivoluzione, tutto non può essere come prima” e pone l’accento sulle tragiche condizioni degli operai russi nel 1921. Ma non ci dicono a quali condizioni si riferiscono. Forse al fatto che le organizzazioni di massa della classe operaia erano escluse da ogni reale partecipazione allo “Stato Operaio”? Che si reprimevano gli operai in sciopero a Pietrogrado? Se è di questo che parlano, toccano il fulcro della degenerazione della rivoluzione. O si riferiscono semplicemente alla fame? Ancora una volta, è inutile, secondo noi, pretendere che le difficoltà e i pericoli di fame non possano esistere dopo la rivoluzione. O invece parlano del fatto che gli operai dovevano ancora lavorare nelle fabbriche, che esistevano ancora i salari (lì si può abolire in un solo paese?) e lo scambio? Benché queste cose non siano evidentemente il socialismo, esse tuttavia sono inevitabili a meno che non si pretenda che si possa eliminare la legge del valore in un batter d'occhi. Come dice il RWG, “bisogna tirare una linea da qualche parte”. Ma dove? Mescolando l'importanza cruciale di una coerenza politica e il potere della classe con i rinculi economici, i problemi della lotta futura vengono ridotti ad una speranza di realizzazione miracolosa dei nostri desideri più sinceri.
Il socialismo (o i rapporti sociali comunisti - questi termini sono qui utilizzati in maniera interscambiabile) si definisce essenzialmente attraverso l’eliminazione completa di tutte le “cieche leggi economiche” e soprattutto della legge del valore, fondamento della produzione capitalista, eliminazione che permetterà di soddisfare i bisogni dell'umanità. Il socialismo è la fine di tutte le classi (l'integrazione dei settori non capitalisti nella produzione socializzata e l'inizio del lavoro associato che decide di suoi propri bisogni), la fine dello sfruttamento, della necessità di uno Stato (espressione di una società divisa), dell'accumulazione del capitale con il suo corollario che è il lavoro salariato e dell'economia di mercato. È la fine del dominio del lavoro morto (capitale) sul lavoro vivo. Dunque il socialismo non è una questione dì creazione di nuove leggi economiche, ma l'eliminazione delle basi delle vecchie leggi sotto l'egida del programma comunista proletario.
Il capitalismo non è un mercante borghese con un grosso sigaro, ma tutta l'organizzazione attuale del mercato mondiale, la divisione del lavoro su scala mondiale, la proprietà privata dei mezzi di produzione, compresa quella contadina, il sottosviluppo e la miseria, la produzione per la distruzione, etc... Tutto ciò deve essere estirpato ed eliminato dalla storia umana per sempre. Per ciò è necessario un processo di trasformazione economica e sociale a livello mondiale di proporzioni gigantesche, che prenderà almeno una generazione. Ciò su cui bisogna insistere è che nessun marxista può prevedere i dettagli della nuova situazione che il proletariato si troverà di fronte dopo la rivoluzione mondiale. Marx ha sempre evitato di “costruire castelli in aria” per il futuro, e tutto quanto può apportare l'esperienza russa sono delle linee di orientamento molto generali per la trasformazione economica. I rivoluzionari verrebbero meno al loro compito, se il loro unico contributo fosse il rigetto della rivoluzione russa perché essa non ha realizzato il socialismo in un solo paese, o l'elaborazione di sogni sulla simultaneità di costruzione del quadro politico e della trasformazione economica.
Il vero pericolo del programma economico della rivoluzione è che lo grande linee direttive non siano chiare, che non si sappia quali sono le misure che vanno nel senso della distruzione dei rapporti di produzione capitalista (e dunque verso il comunismo) che dovranno essere applicate appena possibile. Una cosa è dire che in certe condizioni potremo essere costretti a lavorare molte ore, o non essere capaci di abolire immediatamente il denaro in un settore. Un’altra è affermare che il socialismo significa lavorare più duramente o ancor peggio che le nazionalizzazioni, e il capitalismo di Stato sono un passo in avanti verso il socialismo. I bolscevichi non devono essere condannati per essere andati dal caos del Comunismo di guerra alla NEP (da un piano inadeguato a un altro) ma per il fatto di aver presentato le nazionalizzazioni o anche il capitalismo di Stato come un aiuto alla rivoluzione o aver preteso che la “competizione economica con l'ovest” sarebbe stata una prova della grandiosità delle capacità produttive socialiste. Un programma di trasformazione economica chiaro è una necessità assoluta, e oggi, dopo cinquant'anni di riflusso, noi possiamo esaminare la questione con maggior chiarezza dei bolscevichi o di ogni altra espressione politica del proletariato dell'epoca.
La classe operaia ha bisogno di un orientamento chiaro del suo programma politico, chiave della trasformazione economica, ma non di false promesse, di rimedi immediati alle difficoltà o di mistificazioni sulla possibilità di eliminare con un decreto la legge del valore.
LA NEP
Il RWG non è il solo ad insistere sulla NEP. Molti di coloro che hanno appena rotto con il “gauchisme”, ed in particolare con le diverse varietà del trotskismo, fanno Io stesso. Dopo aver difeso la teoria folle secondo la quale oggi esistono degli “Stati operai” - il carattere socialista della Russia attuale sarebbe “provato dalla collettivizzazione nelle mani dello Stato - essi cercano ora “il punto in cui si è prodotto il cambiamento tra il 17 e oggi” (Forward, pag. 44 ) in Russia. È la solita domanda che pongono con soddisfazione i trotskisti: “in quale momento è dunque tornato il capitalismo?”
La NEP non era un'invenzione prodotta dal cervello dei capi bolscevichi. D'altronde essa riprende per larga parte, il programma della rivolta di Kronstadt... La rivolta di Kronstadt avanza una rivendicazione politica chiara per salvare la rivoluzione: la restituzione del potere ai Consigli Operai, la democrazia proletaria e la fine della dittatura bolscevica tramite lo Stato. Ma economicamente, gli operai di Kronstadt, spinti dalla fame allo scambio individuale con i contadini per ottenere delle vettovaglie, hanno proposto un “programma” che chiedeva semplicemente una regolarizzazione dello scambio, sotto la direzione degli operai - una regolarizzazione del commercio per finirla con la fame e la stagnazione economica. I carichi di vettovaglie inviati alle città russe erano presi d'assalto dalla popolazione affamata e dovevano es-sere scortati da guardie armate. Gli operai erano spesso ridotti a scambiare arnesi con vettovaglie con i contadini. La situazione era catastrofica e Kronstadt, così come i bolscevichi, non poteva proporre niente altro che un ritorno ad una specie di normalizzazione economica, cioè niente altro che il capitalismo.
Il RWG attacca la NEP senza tenere conto del contesto storico nel quale questa è stata adottata. Inoltre, fa delle confusioni su alcuni dei punti essenziali della guerra economica contro il capitalismo che pretende di difendere.
1) “Se gli eventi spingevano verso la restaurazione della proprietà capitalista in Russia, come era in parte questo il caso,....” (Rivoluzione e controrivoluzione in Russia, pag. 7 ); “la restaurazione del capitalismo significava la restaurazione del proletariato come classe in sé, ... “ (?) (idem, pag. 17); “ci si domanda cosa si sarebbe dovuto concedere di più al capitalismo per giungere alla sua restaurazione" (Forward, pag. 46) (sottolineature nostre).
Tutto ciò è la prova lampante della confusione che si fa. La NEP non era la “restaurazione del capitalismo, dato che questo non era mai stato eliminato in Russia. Il RWG fa più avanti la stessa confusione aggiungendo: “se la NEP non era il riconoscimento dei rapporti economici capitalistici normali, cioè legali” (Rivoluzione e contro-rivoluzione in Russia, pag. 7). Ecco una cosa ancora più assurda: che i rapporti capitalistici siano o no legali, cioè che la loro esistenza, sia o no riconosciuta, non è che una questione giuridica. Quale “purezza” si guadagna a pretendere che la realtà non esista? Ad ogni modo la realtà economica, sia riconosciuta legalmente o no, rimane la stessa. Se la NEP rappresentava un momento decisivo, non è certo perché essa reintroducesse ( o riconoscesse) l'esistenza delle forze economiche capitaliste- le leggi fondamentali dell'economia capitalista dominavano il contesto russo perché esse dominavano il mercato mondiale[3].
Sulla base di ciò qualcuno dirà di sapere bene che la Russia è sempre stata capitalista e che è proprio questa la prova che non c’è mai stata una rivoluzione proletaria. Non potremo mai riconoscere una rivoluzione proletaria, se ci ostiniamo a concepirla come una trasformazione economica completa dall'oggi al domani. Una volta ancora ritorniamo al tema del “socialismo in un solo paese” che è sospeso come una nube minacciosa al di sopra dell'esperienza russa. La NEP, con le sue nazionalizzazioni delle industrie più importanti, fu un passo avanti verso il capitalismo di Stato, ma non fu il punto di viraggio del “socialismo” (o di un altro sistema diverso dal capitalismo) verso il capitalismo.
2) “Essa (la NEP) rappresenta un vero e proprio tradimento dei principi, un tradimento programmatico delle frontiere di classe (Rivoluzione e controrivoluzione.., pag. 7). È questo l'argomento centrale, che, però, è la conseguenza naturale di quello precedente. Nessuno può essere così pazzo da pretendere che la classe operaia non abbia mai cedimenti. Per quanto, in generale, la rivoluzione o avanza o è sconfitta, non si può, tuttavia, interpretare questo fatto in modo unilaterale e credere che si possa avanzare linearmente e senza problemi.
Si pone allora questo problema: che cos’è una ritirata inevitabile, che cos’è il vacillamento dei principi? Il programma bolscevico, nella misura in cui faceva un'apologia mistificatrice del capitalismo di Stato, era un programma anti-proletario, ma l'incapacità di abolire la legge del valore o dello scambio in un solo paese non è affatto un “tradimento delle frontiere di classe”. O si capisce a fondo questo fatto o si arriva alla posizione secondo cui il proletariato avrebbe dovuto realizzare il socialismo integrale in Russia. Essendo ciò impossibile per definizione, i rivoluzionari avrebbero dovuto mascherare l'incapacità di applicare il programma, mentendo su ciò che veniva realmente fatto.
Ritirate sul terreno economico saranno certamente inevitabili in molti casi (malgrado la necessità di un orientamento economico chiaro) ma una ritirata sul terreno politico significa la morte per il proletariato. È questa la differenza fondamentale che c'è tra la NEP e il massacro di Kronstadt, tra la NEP e il trattato di Rapallo o le tattiche di “Fronte unico”.
“Che avrebbero fatto i compagni di Internacionalismo in questa situazione? Avrebbero restaurato l'economia mercantile.
Avrebbero decentralizzato l'industria per affidarne la direzione ai manager? In breve si sarebbero presi la responsabilità di una “ritirata” che nei fatti era una sconfitta?... Avrebbero subordinato gli interessi della rivoluzione proletaria mondiale agli interessi del capitale nazionale russo?” (Forward, pag. 45).
Quest'approccio storico consistente nel “che avreste fatto?” è sterile per definizione; la storia non può essere cambiata o giudicata con la coscienza (o mancanza di coscienza) attuale. Comunque, le ingenue domande poste dal RWG dimostrano che essi non hanno capito la differenza tra una ritirata e una sconfitta.
L'economia mercantile? Non è mai stata distrutta a livello internazionale, che è l'unico modo per eliminarla, così nessuno ha potuto restaurarla in Russia - vi è sempre esistita. Il rublo? Ancora una domanda assurda dal punto di vista dell'analisi marxista del capitalismo mondiale e del ruolo della moneta, La decentralizzazione dell'industria? Questo è un problema politico che indebolì fortemente il potere dei Consigli Operai e appartiene a tutt'altro campo. Difendere gli interessi del capitale russo? Questa era chiaramente la campana che suonava la morte della rivoluzione.
“le trasformazione economica non poteva essere compiuta per decreto, ma il decreto era il primo passo da compiere” .
Se il RWG intende per decreto il programma della classe operaia, non ci resta più che da “decretare” il comunismo integrale immediato. E dopo? Come lo realizzeremo? Dovremo: o abbandonare la lotta, o mentire e pretendere che sia possibile realizzare il socialismo in delle piccole repubbliche socialiste.
Una rivoluzione in un paese come l'Inghilterra, per esempio, (che è ben lungi dall'essere un paese con economia arretrata e sottosviluppata come la Russia del 1917) non potrebbe resistere che poche settimane, prima di essere schiacciata dalla fame (nel caso di un blocco). Che senso avrebbe il parlare di una guerra economica sempre vittoriosa contro il capitalismo, quando la prospettiva è il morire di fame a breve termine? La sola politica che protegge e difende un bastione rivoluzionario è l'offensiva della rivoluzione a livello internazionale e la sola speranza è la solidarietà politica della classe, la sua organizzazione autonoma e la lotta di classe internazionale.
ALCUNE MISURE PER UN PROGRAMMA DI TRANSIZIONE
Il RWG, con tutte le sue chiacchiere sulla NEP, non suggerisce nulla che possa servire ad orientare in modo socialista l'economia nella futura lotta rivoluzionaria. In che direzione dovremo andare fintantoché la lotta di classe ce lo permetterà?
1) Socializzazione immediata delle grosse concentrazioni capitaliste e dei principali centri di attività proletaria.
2) Pianificazione della produzione e della distribuzione da parte dei Consigli Operai, secondo il criterio della massima soddisfazione possibile dei bisogni (dei lavoratori e della lotta di classe) e non dell'accumulazione.
3) Tendenza a ridurre l'orario di lavoro.
4) Aumento sostanzioso del livello di vita degli operai, che comprende l'organizzazione immediata di trasporti, di abitazioni, di servizi medici gratuiti, il tutto sotto la direzione dei Consigli Operai.
5) Tentativi da parte dei Consigli Operai di eliminare, per quanto è possibile, la forma salariale e il denaro in tutta la società anche se è necessario per questo ricorrere al razionamento dei beni, nel caso questi siano in quantità insufficiente. Questo sarà piú facile nelle zone in cui il proletariato é fortemente concentrato ed ha molte risorse a sua disposizione.
6) Organizzazione delle relazioni tra i settori socializzati e i settori in cui la produzione resta individuale (soprattutto nelle campagne), orientata verso uno scambio organizzato e collettivo, in un primo tempo attraverso le cooperative (che porterebbero eventualmente all'eliminazione della produzione privata e dello scambio, se la lotta di classe vince nelle zone rurali); misura questa che rappresenta un passo avanti verso la scomparsa dell’economia di mercato e degli scambi individuali.
Questi punti devono essere considerati suggerimenti per l'orientamento futuro, come un contributo al dibattito che va avanti all'interno della classe su questi problemi.
L'OPPOSIZIONE OPERAIA
I compagni del RWG non capiscono la situazione russa, par cui vi si perdono. Essi cercano di dare un orientamento per il futuro richiamandosi a qualcuna delle frazioni russe dissidenti. Come tutti quelli che rigettano completamente il passato e pretendono che la coscienza rivoluzionaria sia nata ieri (assieme a loro, naturalmente), il RWG ragiona all'incontrario e risponde alla storia a modo suo. Non si tratta di un arricchimento delle lezioni del passato, ma di un desiderio di riviverlo e di “fare meglio”, anziché cercare che cosa se ne può trarre fuori oggi.
Il RWG scrive dunque: “il nostro programma è quello dell'Opposizione Operaia, cioè quello di stimolare l'attività autonoma della classe operaia contro la burocratizzazione ed i tentativi di restaurazione del capitalismo”. Ciò rivela una fondamentale mancanza di comprensione di ciò che significa realmente l'Opposizione Operaia nel contesto dei dibattiti che si svolgevano in Russia. L'Opposizione Operaia è stato uno dei numerosi gruppi che hanno lottato contro l'evolvere degli avvenimenti in Russia verso la degenerazione. Pur non rigettando assolutamente i loro sforzi spesso coraggiosi, è tuttavia necessario considerare qual era il loro programma.
L'Opposizione Operaia non era contro il “burocratismo”, ma contro la burocrazia di Stato e per l'utilizzazione della burocrazia sindacale. A gestire il capitale in Russia dovevano essere i sindacati e non l'apparato del partito-Stato. L'Opposizione Operaia voleva forse difendere la iniziativa operaia, ma per lei questa doveva esprimersi all'interno del contesto sindacale. La vera vita della classe all'interno dei soviet era stata quasi del tutto soffocata nel 1920-21 ma questo non voleva dire che fossero i sindacati e non i consigli operai lo strumento della dittatura del proletariato. È lo stesso tipo di ragionamento che ha portato i bolscevichi a concludere che fosse necessario ritornare a certi aspetti del vecchio programma socialdemocratico (infiltrazione nei sindacati, partecipazione al parlamento, alleanza coi centristi, etc.) dato che il programma del primo congresso dell'Internazionale Comunista non poteva essere facilmente attuato a causa della sconfitta delle insurrezioni proletarie in Europa. Anche se i soviet erano tati schiacciati, l'attività autonoma della classe (per non parlare della sua attività rivoluzionaria) non poteva più esercitarsi all'interno dai sindacati in periodo di decadenza del capitalismo. Tutto il dibattito sui sindacati si basava su un falso assunto: che i sindacati potessero sostituirsi ai soviet come organizzazioni unitarie della classe. Su questo punto gli insorti di Kronstadt che lanciavano come parola d'ordine la rigenerazione dei Soviet erano molto più chiari. All'epoca l’Opposizione Operaia appoggiò l'annientamento militare di Kronstadt.
È fondamentale la comprensione storica che nel contesto della situazione russa il dibattito portato avanti dall'Opposizione Operaia si limitava al modo dì “gestire” la degenerazione e che quindi sarebbe il colmo dell’assurdità richiamarsi oggi ad un tale programma. Ancora, il RWG afferma:
“ma noi siano sicuri di una cosa: se il programma dell'Opposizione Operaia, il programma dell'attività autonoma del proletariato, fosse stato adottato, la dittatura proletaria in Russia sarebbe morta (ammesso che lo sarebbe stata) combattendo il capitalismo e non adattandovisi. E ci sarebbe stata qualche possibilità di salvezza con una vittoria in Occidente. Se questo programma di lotta fosse stato adottato, non ci sarebbe stata forse una ritirata a livello internazionale. Ci sarebbe stata forse qualche possibilità che la Sinistra Internazionale predominasse nell'Internazionale Comunista” (Forward, pagg. 48, 49)
Questo prova soltanto che c'è una convinzione radicata nello RWG che se in Russia le cose fossero andate meglio, tutto sarebbe stato diverso. Per loro la Russia era l'elemento decisivo del tutto. Essi affermano anche, come abbiamo visto, che se fossero state prese misure economiche diverse, il tradimento politico sarebbe stato evitato e non viceversa. Ma l'assurdità storica di quest'ipotesi è dimostrata dal: “ci sarebbe stata forse qualche possibilità che la sinistra internazionale predominasse nell'Internazionale Comunista”. La Sinistra Internazionale, di cui presumiamo che parlino, non aveva le idee molto chiare a quell'epoca sul programma economico. Ma il KAPD, per esempio, si basava sul rigetto del sindacalismo e della sua burocrazia. L'Opposizione Operaia ha trovato ben poco da ridire sulla strategia bolscevica in Occidente ed ha sempre fatto da tampone alla politica bolscevica ufficiale su questa questione, ivi comprese le 21 condizioni del secondo congresso dell'Internazionale Comunista (come fece Ossinsky). La visione di un'Opposizione Operaia che diventa il punto di riferimento della Sinistra Internazionale è una pura invenzione del RWG, che non conosce la storia di cui parla con tanta leggerezza.
Il RWG, mentre scrive che “interrogare la sfera di cristallo non è un'attività rivoluzionaria” (Forward, pag. 48), si perde qualche riga più in basso nella descrizione degli infiniti orizzonti che l'Opposizione Operaia avrebbe aperto alla classe operaia. Si potrebbe dire che più che stare attenti ad evitare le sfere dì cristallo sarebbe meglio sapere di cosa si sta parlando.
LE LEZIONI D'OTTOBRE
Il nostro scopo principale in quest'articolo non è di polemizzare, benché sia sicuramente utile per fare chiarezza su certi punti. Il compito principale dei rivoluzionari è trarre dalla storia dei punti di orientamento per il futuro. La discussione su quale è il momento in cui la rivoluzione ha cominciato a degenerare è meno importante del:
1) Vedere se questa degenerazione c'è stata.
2) Capire perché c'è stata.
3) Cercare di contribuire alla presa di coscienza della classe mettendo in evidenza gli apporti positivi e quelli negativi di quella epoca.
È in questo senso che vorremmo contribuire e dare una visione generale delle principali eredità lasciateci dall'esperienza dell'ondata rivoluzionaria del dopoguerra, per oggi e per domani.
1) La rivoluzione proletaria è una rivoluzione internazionale, ed il primo compito della classe operaia in un paese è di contribuire alla rivoluzione mondiale.
2) Il proletariato è la sola classe rivoluzionaria, il solo soggetto della rivoluzione e della trasformazione sociale. È chiaro oggi che ogni alleanza “operai – contadini” è da rigettare.
3) Il proletariato organizzato nel suo insieme in Consigli, costituisce la dittatura del proletariato. Il ruolo del partito politico della classe non è di impadronirsi del potere Statale, di “dirigere in nome della classe”, ma di contribuire a sviluppare e a generalizzare la coscienza di classe all'interno di questa. Nessuna minoranza politica può costituirsi alla classe nell'esercizio del potere politico.
4) Il proletariato deve esercitare il suo potere armato contro la borghesia. Benché il principale modo di unificare la società debba essere quello d'integrare gli elementi non proletari e non sfruttatori nella produzione socializzata, in alcune occasioni può essere necessario utilizzare la violenza contro questi settori; ma questa non può essere utilizzata come mezzo per risolvere le discussioni all'interno del proletariato e delle sue organizzazioni di classe. Bisognerà fare ogni sforzo per rafforzare l'unità e la solidarietà del proletariato.
5) Il capitalismo di Stato è la tendenza dominante dell'organizzazione capitalista in periodo di decadenza. Le misure di capitalismo di. Stato, ivi comprese le nazionalizzazioni, non sono in alcun modo un programma per il socialismo né una “tappa progressiva”, né una politica che possa “aiutare” la marcia verso il socialismo.
6) Le linee generali delle misure economiche che tendono a eliminare la legge del valore, la socializzazione della produzione industriale e agricola per i bisogni dell'umanità, menzionate sopra, rappresentano un contributo all'elaborazione di un nuovo orientamento economico per la dittatura del proletariato.
Questi punti, qui rapidamente illustrati, non hanno la pretesa di fare una panoramica della complessità dell'esperienza rivoluzionaria, ma possono servire da punti di riferimento per una elaborazione futura.
Oggi, con la ripresa della lotta di classe, ci sono molti piccoli gruppi come il RWG che si sviluppano ed è importante capire le implicazioni del loro lavoro ed incoraggiare gli scambi di idee tra i rivoluzionari. Ma c'è il pericolo che dopo tanti anni di controrivoluzione, questi gruppi non siano capaci di riappropriarsi della eredità del passato rivoluzionario. Come il RWG, molti di questi gruppi pensano di essere i primi a “scoprire” la storia, come se prima di loro ci fosse stato il nulla. Questo puó portare ad aberrazioni di questo genere: fissarsi sul programma dell'Opposizione Operaia o dei gruppi dì sinistra russi, nel vuoto, come se si “scoprisse” ogni giorno un “nuovo pezzo del puzzle”, senza inserire i nuovi elementi in un contesto più ampio. Senza conoscere il lavoro della Sinistra Comunista (ed esaminarlo in modo critico) (KAPD, Gorter, Sinistra Olandese, Pannekoek, “Workers Dradnought ", la Sinistra Italiana, la rivista Bilan negli anni 30 e Internationalisme negli anni 40, il Comunismo dei Consigli e Living Marxisme, come i Comunisti di Sinistra russi), e senza vederlo come pezzi separati di un puzzle, ma comprendendolo in termini generali di sviluppo della coscienza rivoluzionaria della classe, il nostro lavoro sarà condannato alla sterilità e all'arroganza del dilettante.
Quelli che fanno lo sforzo indispensabile di rompere col gauchisme dovrebbero capire che non sono i soli a marciare sul cammino della rivoluzione e in tutta la storia e al giorno d'oggi.
Judith Allen
[1] Il trattato di Rapallo tra Russia e Germania (aprile 1922) viene preparato dagli incontri di Radek in prigione con Rathman ed altri esponenti militari ed economici tedeschi. La collaborazione militare segreta tra le due nazioni, nascosta dietro un'innocente facciata commerciale, viene alla luce nel 1926 (“scandalo delle granate”), quando si rivela che fabbriche russe forniscono armi all'esercito tedesco, al quale viene concessa la possibilità di addestrarsi in territorio russo.
[2] Vedi “Dal modernismo al niente” su World Revolution n. 3 e Révolution Internationale n. 18.
[3] La politica di comunismo di guerra in Russia durante la guerra civile, tanto vantata dal RWG, non era “meno capitalista” della NEP. L'espropriazione violenta dei beni ai contadini, pur essendo una misura necessaria per l'offensiva proletaria all'epoca, non costituiva affatto un “programma” economico (il saccheggio?). È facile vedere che queste misure temporanee, intervenendo con la forza sulla produzione agricola, non potevano durare indefinitamente. Prima, durante e dopo il comunismo di guerra, la base essenziale della produzione restava la proprietà privata. Il RWG ha ragione di sottolineare l'importanza della lotta di classe degli operai agricoli in Russia, ma questa lotta non annientò automaticamente e immediatamente il ceto contadino ed il suo sistema di produzione, anche nel migliore dei casi.
La disputa tra frazione e partito, come si può comprendere dalla lettura dei testi, lungi dall’essere una discussione oziosa sul miglior modo di organizzarsi, impegnava immediatamente i rivoluzionari su quelli che dovessero essere i compiti del momento e su come risolverli.
Si vedrà così Bilan contrapporre ai tentativi di Trotskij di ricostituire, su basi assolutamente velleitarie, una nuova Internazionale, il lavoro fondamentale di “bilancio” dell’esperienza passata per poter porre le premesse più salde possibili per la costruzione del futuro partito.
Sulla stessa linea si colloca il lavoro di Internationalisme negli anni quaranta e l’analoga polemica portata contro la prematura costituzione del PCInt in Italia nel 1943-45.
E’ all’interno di questa attività che si va precisando, soprattutto in Internationalisme, la concezione dell’organizzazione dei rivoluzionari come non una testa da prestare al movimento operaio, non uno “Stato Maggiore”, ma una parte della classe che opera al suo interno “per permettere alla classe stessa di acquistare la coscienza della sua missione, dei suoi fini e dei mezzi che sono le fondamenta della sua azione rivoluzionaria”.
La ripubblicazione di questi vecchi testi del movimento operaio, vale ancora una volta ripeterlo, non è un’operazione archeologica; la ricchezza della polemica portata avanti da Bilan contro Trotskij, e da Internationalisme nei confronti del PCInt sono un fondamentale contributo ad un dibattito ancora oggi attuale. In questa introduzione cercheremo di indicare brevemente il quadro storico in cui questo dibattito è nato ed ha iniziato a svilupparsi.
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La fondazione della III Internazionale, nel marzo 1919 a Mosca, si basava sulla vittoriosa rivoluzione proletaria in Russia e sulla prospettiva della imminente rivoluzione mondiale, in vista della quale l’I.C. si era esplicitamente costituita. L’arenarsi negli anni successivi dell’ondata rivoluzionaria del proletariato mondiale e la parallela tendenza all’involuzione della rivoluzione russa assediata, trascinarono l’Internazionale in un processo degenerativo sempre più inarrestabile. Non ci interessa qui seguirne puntualmente il decorso; ci basti citare i primi episodi che esprimono il riflettersi all’interno delle organizzazioni proletarie dell’iniziata “inversione di tendenza” nella dinamica dello scontro di classe e cioè lo scioglimento nel Maggio 1920 del Bureau di Amsterdam dell’IC, perché composto di comunisti di sinistra, la repressione della rivolta di Kronstadt e le proibizioni delle frazioni nel contemporaneo X Congresso del Partito Bolscevico nel Marzo 1921, e nel giugno seguente, al III Congresso dell’IC, il riavvicinamento alla socialdemocrazia (tattica del “fronte unito”, della “lettera aperta”) e la contemporanea espulsione dall’Internazionale del KAPD (Partito Comunista Operaio di Germania), il principale interprete delle posizioni delle Sinistre Comuniste Tedesche ed Olandesi.
L’attuale programma rivoluzionario è debitore a queste ultime[1] di potenti anticipazioni nella critica dei sindacati, delle lotte di “liberazione nazionale”, della concezione “leninista” del partito; ma per la loro stessa natura di reazioni proletarie immediate alla degenerazione dell’IC, mancò loro la capacità di sistematizzare questi elementi in un tutto coerente ed organico. Il riflusso del movimento le trascinò con sé mostrandole incapaci non solo di progredire, ma anche di resistere sulle loro stesse posizioni degli anni ‘20, che vennero abbandonate a. favore delle posteriori elaborazioni di Pannekoek, oggi conosciute sotto il nome di “consiliarismo”. Toccò invece alla Sinistra Italiana, più formata programmaticamente, di tirare le fondamentali “lezioni della controrivoluzione” e stabilire un bilancio degli avvenimenti del primo dopoguerra capace di integrare nel programma rivoluzionario anche i reali apporti delle altre Sinistre Comuniste.
Questa capacità di assimilazione critica potrà sembrare paradossale ed incredibile a tutti quelli che considerano la Sinistra Italiana come sinonimo di “Leninismo di ferro” e di chiusura settaria alla discussione con altre correnti. Ma su entrambi i punti si tratta di una comoda leggenda, alimentata ad arte dagli attuali epigoni di questa corrente per giustificare il loro atteggiamento. In particolare Programma Comunista si accanisce nel minimizzare le divergenze con l’Internazionale Comunista, ridotte a questioncelle secondarie come la partecipazione o no alle elezioni. In realtà già nel corso del 1922 il contrasto fra la direzione di sinistra del PCd’I e l’Internazionale era arrivato ad un punto critico, come si vedrà chiaramente al IV Congresso Mondiale a fine anno.
E’ noto. che di fronte al tentativo di liquidare il partito di Livorno ‘21 con l’imposizione della fusione con un PSI di nuovo pencolante verso Mosca, l’esecutivo del partito (Bordiga, Fortichiari, Repossi, Terracini, Grieco) dimissiona in blocco, ritenendo incompatibili le proprie posizioni con la messa in pratica della linea dell’IC per l’Italia. Meno noto (visto che Programma si è sempre guardato bene dal pubblicare o richiamarsi a questo importante documento) è che nella primavera del 1923 Bordiga fece uscire dal carcere un Manifesto “a tutti i compagni del PCd’I” che doveva servire da base per la rottura aperta con l’Internazionale, ma la cui diffusione fu bloccata, prima dal rifiuto di Gramsci di firmarlo, poi dalla marcia indietro dei vari firmatari Togliatti, Terracini, etc. passati alla corrente di centro.
L’importanza di questo testo sta sia nel rivelare che Bordiga già nel ‘23 era convinto della necessità ed inevitabi1ità della rottura con l’IC, sia nelle righe che concludono le istruzioni ai destinatari: “Interessa molto diffonderlo anche all’estero, e a chi lo facesse sotto forma di traduzione saremmo assai grati”, che dimostrano la volontà di dare al dibattito proposto un piano internazionale. E non c’è motivo di stupirsene dato che la crisi economica, i licenziamenti e le persecuzioni fasciste avevano fatto emigrare già in Germania, Belgio e soprattutto in Francia un rilevante numero di militanti della Sinistra che, lungi dal chiudersi in sdegnoso isolamento, si erano pienamente integrati nelle lotte politiche e sociali di quei paesi, stabilendo stretti contatti con elementi di sinistra dei vari partiti comunisti. Di questa attività sono espressione i rapporti stabiliti dal gruppo di Michelangelo Pappalardi con i sinistri tedeschi, in particolare Korsch, il voto favorevole di un delegato francese alle tesi presentate al V Congresso Mondiale dalla Sinistra Italiana, e la presentazione al V Congresso del PCF a Lille (1926) di una Plateforme de Gauche (bordiguiste) come testo di opposizione.
Appare quindi chiaro che la famosa lettera di Bordiga a Korsch alla fine del 1926 non è un evento occasionale, ma piuttosto un consuntivo di tutto un lavoro di contatti svoltosi negli anni precedenti. D’altronde, nel corso delle polemiche sul Comitato d’Intesa nel luglio ‘25, lo stesso Bordiga, accusato di essere in relazione con elementi di sinistra di altri partiti, confermò l’esistenza di questi contatti, ma ne trasse il giudizio che: “oggi non è ancora possibile un orientamento parallelo di gruppi di estrema sinistra[2]”.
Come si vede, i motivi di fondo delle continue “marce indietro” rispetto alla rottura aperta vanno cercati più in questioni politiche che non nel “fatalismo napoletano di Bordiga”. Il vero problema è che la Sinistra Italiana - come acutamente nota Gramsci - si pone dal punto di vista di una minoranza internazionale e non di una maggioranza nazionale. Fintantoché i suoi aderenti sono convinti che l’Internazionale Comunista resta l’organismo che raggruppa la maggioranza delle forze ancora capaci di lottare per la rivoluzione, una scissione nella sola Italia, perfino maggioritaria, non ha alcun senso.
Soprattutto è viva la preoccupazione di imbarcarsi in iniziative internazionali basate sulla buona volontà, ma prive di quella chiara base programmatica che sola può permettere “un orientamento parallelo dei gruppi di estrema sinistra”[3]. A questo si aggiungono le innegabili reticenze a rompere con l’Internazionale di Lenin, soprattutto per i compagni restati in Italia sul cui lavoro pesano carcere, confino e divieto di riunione.
In questo clima si effettua l’ultimo tentativo di organizzazione della Sinistra con la costituzione del Comitato d’Intesa (Luglio 1925) in vista del prossimo Congresso di Lione del PCd’I.
Quali che fossero le effettive intenzioni degli iniziatori (semplice coordinamento precongressuale o primo passo verso la Frazione), il Comitato verrà rapidamente sciolto in seguito alla campagna terroristica della direzione ed alla minaccia dell’IC di espulsione in blocco della Sinistra. La decisione sarà presa con notevoli resistenze interne di cui si ritrova una vivace descrizione nella lettera speditaci da Bruno Bibbi, un vecchio militante della Sinistra, allora emigrato in Francia:
“... cademmo come degli ingenui nella trappola tesaci dai bolscevizzatori. Il Comitato d’Intesa, costituito dai compagni in Italia, era definito come il primo passo per la rottura completa della sinistra italiana con l’Internazionale; (fu portata avanti) una campagna asfissiante sia attraverso la stampa che attraverso i rappresentanti ufficiali all’interno del partito, influenzati anche dall’oscena e brutale opera contro l’opposizione russa. In Francia costituimmo, a similitudine dei compagni d’Italia, un “Comitato di Intesa” per mantenere i contatti con tutti i compagni della sinistra emigrati ed essere pronti a rispondere all’eventuale appello, che ormai ritenevamo inevitabile dai compagni italiani. Fu a questo punto che ricevemmo un invito a delegare un compagno a prendere contatti a Milano per avere un resoconto del 3°Congresso del partito che nel frattempo aveva avuto luogo a Lione, senza che alcun esponente della sinistra italiana in Francia, che purtanto rappresentava oltre l’ottanta per cento di tutti i membri del partito sul posto, fosse stato delegato al congresso.
A Milano il nostro rappresentante, che al ritorno portò una copia della dichiarazione di Bordiga al congresso di Lione, da voi pubblicata nell’apertura delle note sulla storia della sinistra[4], ebbe una profonda delusione. Si attendeva che dietro le (notizie) pubb1icate dal centrismo a proposito del Comitato d’Intesa si trovasse il comitato direttivo di una solida organizzazione che, malgrado gli sforzi del centrismo, riuscissi a controllare la maggior parte del partito; ma al posto di trovare una rete organizzativa di collegamento tra il Comitato d’Intesa e tutti i gruppi della sinistra sparsi attraverso l’Italia, trovò un vuoto ed una disorganizzazione completa. Di fronte alla sorpresa del nostro inviato il compagno Vercesi sorridente ci spiegò che tutto quello che aveva pubblicato la nostra stampa ed i rappresentanti ufficiali del neocentrismo era un bluff e che la funzione del Comitato d’Intesa alla sua costituzione era esclusivamente quella di regolare gli interventi dei compagni della sinistra nella discussione precongressuale e che nessuno, tanto meno Amadeo (Bordiga, n.d.r.) pensava ad atti di forza o di rottura con il partito e con l’Internazionale. (...) Con obiettività i compagni italiani informarono il nostro rappresentante che Repossi[5] dissentiva dalla linea della maggioranza della sinistra ed aveva compilato una circolare per la rottura che aveva deposto personalmente al domicilio dei compagni della sinistra di Milano.
Al suo ritorno a Parigi il nostro compagno fece una estesa relazione dei colloqui di Milano e di fronte ai fatti reali la quasi totalità dei compagni accettò adeguandosi alla posizione dei compagni italiani. Fu in questo frangente che una mezza dozzina di compagni capeggiati da Pappalardi e da Rossi si ribellarono e ruppero con la sinistra italiana in modo definitivo e presero contatti con gli operaisti tedeschi e notoriamente con Korsch”.
E’ importante notare che in questo momento il portavoce delle posizioni “attesiste” di Bordiga è Vercesi (Ottorino Perrone), che mantiene questo ruolo dopo la sua fuga all’estero, nel corso delle discussioni (Marzo-Aprile ‘27) con i compagni raccolti attorno a Michelangelo Pappalardi che ritiene oramai non rimandabile la rottura[6]. La divergenza aggravata da diverse valutazioni sulla natura di classe della Russia, risulta insanabile e Pappalardi si separa dal resto degli italiani, rompe con l’IC e pubblica “Le Reveil Communiste”, poi “L’ouvrier communiste”, che scivolerà sempre più su posizioni consiliariste.
Ma ad un anno di distanza, a Pantin (Parigi) nell’aprile 1928, è la stessa maggioranza guidata da Vercesi a rompere a sua volta ed a costituirsi in Frazione di Sinistra del PCI, iniziando la pubblicazione del giornale in lingua italiana Prometeo. Che cosa ha spinto a rompere gli ultimi indugi? Non è certo estranea la drammatica chiarificazione avvenuta in Russia: alla fine del 1927 trionfa definitivamente la teoria del socialismo in un solo paese e l’opposizione di sinistra è annientata. Kamenev e Zinoviev capitolano vergognosamente, mentre Trotskij rimasto saldo viene prima deportato ad Alma Ata, poi espulso dall’URSS. La sinistra russa, guidata da Trotskij, diventa con ciò l’esplicito punto di riferimento internazionale di tutti i gruppi e le correnti di opposizione alla degenerazione dell’IC. Sembra infine possibile un confronto su basi serie fra gli elementi di sinistra a livello internazionale, ed è assai probabile che questa nuova realtà abbia reso non solo necessario, ma urgente per la Sinistra Italiana darsi i mezzi organizzativi e pratici per intervenire attivamente in questo confronto.
Nel giugno 1928, in contemporanea con la pubblicazione del n°1 di Prometeo, la Frazione prende contatto con Trotskij, esule a Costantinopoli, aprendo così una discussione che non sarà facile e che si concluderà con una rottura definitiva. Come spiega estesamente il testo che pubblichiamo, uno dei punti centrali di divergenza è quello della funzione che l’opposizione internazionale deve avere, e quindi dei tempi e delle modalità della sua formazione. Trotskij considera la “costruzione’ dell’Opposizione Internazionale di Sinistra un compito immediato, attuabile mettendo assieme i gruppi più disparati grazie al proprio prestigio personale (e così avverrà nell’Aprile 1930 alla Conferenza Costitutiva di Parigi, cui Prometeo non partecipa). Conseguentemente scrive alla redazione di Prometeo:
“Se la Sinistra Comunista in tutto il mondo contasse solo 5 aderenti, essi dovrebbero le stesso costruire una organizzazione mondiale contemporaneamente alla costruzione di una o più organizzazioni nazionali”. (19/7/1930)
Per gli italiani non sono gli accordi organizzativi a poter risolvere delle divergenze politiche. Ad una proposta di raggruppamento avanzata da “Contre le Courant” nel giugno 1928, rispondono:
“Ci sono molte opposizioni. E’ un male; ma non c’è altro rimedio che il confronto delle rispettive ideologie, la polemica per poi arrivare a quello che ci proponete”.
Su Prometeo n°38 (1931) Vercesi precisa ulteriormente le posizioni della Frazione:
“La nostra frazione precisava che ogni gruppo di opposizione doveva darsi una piattaforma. In funzione di questo problema noi vedevamo a1tresì la figura del centro internazionale non come organismo che si assegna come scopo quello della unificazione dei vari gruppi variopinti, ma di organismo che aiuta i gruppi di ogni paese a fondarsi sulla base di una piattaforma. (...) La posizione difesa dalla frazione in occasione della Conferenza di Parigi era in sostanza: ‘prima delle basi in ogni paese (piattaforma), poi conferenza internazionale di unificazione’(…).
Occorre prepararsi per le immancabili situazioni definitive, le quali, esse, permetteranno la costituzione di una frazione internazionale di sinistra, la quale non è che l’antefatto immediato di una nuova Internazionale. (...) “Frazione” su scala nazionale significa formazione che vive al contatto diretto con gli avvenimenti di classe e che vi trova alimento per la sua azione specifica per quanto è soluzione della crisi comunista. “Frazione” su scala internazionale significa che è già risolto o è sul punto di essere immediatamente risolto il problema dei rapporti di classe in un dato settore che dovrà sconvolgere tutto l’assetto mondiale e porrà quindi il problema della chiarificazione su scala internazionale”.
Come si vede, per Prometeo il processo di organizzazione politico-programmatica delle differenti frazioni di sinistra - espressioni del contributo del proletariato dei vari en paesi - non è il frutto di una riflessione teorica del tutto indipendente dal movimento storico del proletariato. Al contrario è il modificarsi dei rapporti di forza fra le classi, l’apertura di un nuovo periodo di lotte operaie che pone le condizioni oggettive per la conclusione di questo processo con la costituzione della Frazione Internazionale, che dovrà servire da ossatura della futura Internazionale. In una parola la frazione può e deve “aprire” un bilancio di tutta una fase del movimento rivoluzionario e portarlo avanti il più possibile. Ma “chiuderlo” è possibile solo in presenza di mutate condizioni oggettive, che esprimono l’apertura di una nuova fase storica. Solo allora la frazione potrà avere “il futuro che sapremo preparare”.
Nel novembre 1933, caduta nel vuoto la proposta di un Ufficio Internazionale di Informazione, la Frazione decide di pubblicare con i suoi mezzi la rivista Bilan, in lingua francese, sulle cui colonne si svolge quella chiarificazione politica che il Segretariato Internazionale dell’Opposizione ha finora sostituito con manovre, raggiri e accordi diplomatici intergruppi in vista della creazione di una fantomatica IV Internazionale.
Non è qui possibile ricordare tutte le questioni centrali su cui Bilan ha dato contributi fondamentali, in uno spirito di massima apertura alla discussione delle divergenze, che vede le sue pagine continuamente aperte ad interventi di esponenti di altre correnti politiche, dagli Internazionalisti belgi alla Sinistra Tedesca-Olandese.
Per il tema specifico da noi trattato, è utile invece ricordare che il 1935 rappresenta un punto importante nella storia di Bilan. Contrariamente a quanto era avvenuto per la socialdemocrazia, i partiti comunisti passano ufficialmente alla collaborazione di classe, ancora prima che scoppiasse la guerra (ingresso dell’URSS nella Società delle Nazioni, patto franco-sovietico, sostegno del PCF al governo Laval in Francia). Il congresso della Frazione abbandonò quindi il nome di Frazione di Sinistra del PCI per quello di Frazione Italiana della Sinistra Comunista. Dato che la rottura completa era avvenuta a Pantin nel ‘28, potrebbe sembrare un cambiamento solo formale, ma non è così poiché sullo stesso numero di Bilan appare la dichiarazione di rottura di ogni relazione politica con l’Opposizione Internazionale di Sinistra, ormai definitivamente naufragata con 1’“entrismo” nei partiti socialdemocratici. Bilan si trova quindi a registrare il suo quasi totale isolamento nella prosecuzione del lavoro avviato, ciò che la sottopone ad una crescente pressione ad “accelerare i tempi” per far fronte alla terribile responsabilità storica di cui è portatrice. Questa tendenza a “forzare il passo” si nota già nelle considerazioni di Vercesi sul significato del Congresso del ‘35:
“… bisogna pensare che nella situazione attuale, benché non si abbia e non si possa avere un’influenza di massa, noi ci troviamo davanti alla necessità di agire non più come frazione di un partito che ha tradito, ma come - se così si può dire - partito in miniatura”. (Bilan n°28, marzo-aprile ‘36).
Ma sarà nel ’37-38, sotto la spinta di una situazione ancor più grave, che questa tendenza diverrà dominante e si esprimerà simbolicamente in un altro cambiamento di nome: Bilan viene sostituito da Octobre, organo dell’Ufficio Internazionale della GCI[7]. E’ in questo periodo che Vercesi elabora - di fronte al ritardo nell’esplosione della guerra - la sua teoria sull’economia di guerra, per cui la produzione di armi risolverebbe la crisi economica del capitalismo. Alla lotta interimperialistica per i mercati si sostituisce la “solidarietà interimperialistica contro la minaccia del proletariato”; al corso reale verso la guerra si sostituisce un ipotetico corso allo scontro di classe.
I risultati di questa illusione saranno disastrosi: lo scoppio della guerra trova la GCI completamente impreparata e, ciò che più conta, sbandata politicamente. Travolto dagli eventi Vercesi aggiorna la sua teoria, proclamando la “non esistenza sociale del proletariato durante la guerra” e la conseguente impossibilità di lavoro rivoluzionario finché essa duri. A questa tendenza liquidatoria della GCI si oppone la maggioranza della Frazione Italiana (FI) raggruppatasi a Marsiglia che si dedica al duplice compito di riallacciare la rete internazionale spezzata e portare a termine la critica delle teorie revisioniste della tendenza Vercesi.
Le tappe fondamentali di questo lavoro sono:
Gennaio ‘42: fondazione a Marsiglia del nucleo francese della GCI da parte di “compagni che rompono organizzativamente e politicamente con il confusionismo ed opportunismo delle organizzazioni trotskyste”.
Agosto 1943: Conferenza della FI che sottolinea - in accordo con il nucleo francese - la natura di classe degli scioperi del luglio ‘43 in Italia e di movimenti analoghi in Germania (inverno 42-43), mentre la tendenza Vercesi, sulla base della “inesistenza sociale del proletariato”, ne nega ogni possibilità di azione autonoma durante la guerra.
Maggio 1944: Conferenza della FI che condanna definitivamente le teoria revisio nista di Vercesi in una Dichiarazione Politica che ristabilisce le acquisizioni fondamentali della frazione.
Dicembre’44: il nucleo si trasforma in Frazione Francese della GCI che prenderà poi il nome di Sinistra Comunista di Francia (GCF) e pubblicherà il giornale l’Etincelle e l’organo teorico Internationalisme (l945—52).
Inizio’45: la tendenza Vercesi, che è precipitata nella partecipazione al Comitato di Coalizione Antifascista di Bruxelles con tutti i partiti della borghesia italiana, è espulsa dalla FI.
In questo momento la notizia della costituzione, avvenuta nel 1943, del PCInt in Italia piomba come una bomba fra i compagni all’estero. Se da una parte questo conferma la natura di classe degli avvenimenti del ‘43, dall’altra apre una grossa divergenza fra Internationalisme, che propone il rientro della FI in Italia per garantire con la sua azione che il partito si inquadri strettamente nelle linee programmatiche stabilite dalla Sinistra Comunista Internazionale, e la maggioranza degli aderenti della FI che, ritenuto esaurito il loro compito, sciolgono la frazione alla Conferenza di Maggio ‘45 ed aderiscono individualmente al partito.
I risultati di questa liquidazione non tardano a manifestarsi: questi compagni si ritrovano nel partito assieme alla minoranza esclusa per la partecipazione alla guerra antifascista di Spagna ed alla minoranza esclusa per il Comitato Antifascista di Bruxelles, con Vercesi nella direzione del Partito, senza che nessuna chiarificazione politica sia ritenuta necessaria. L’euforia della “corsa al partito” ha cancellato tutto, tradimenti e discriminanti programmatiche, in un generale compromesso il cui migliore esempio è l’adozione all’unanimità al Convegno di Torino (1946) di una Piattaforma dovuta a Bordiga, quanto meno ambigua su alcuni punti centrali[8].
Contemporaneamente appare sempre più chiaro che la borghesia, edotta dall’esperienza del primo dopoguerra, è riuscita a stroncare la rinascente minaccia proletaria con un attacco preventivo (bombardamenti massicci sulle città operaie del Nord Italia, su Brema e Amburgo, occupazione militare della Germania e dispersione del suo proletariato in campi di prigionia in tutto il mondo). Per cui, in pieno corso controrivoluzionario, è l’esistenza stessa del partito che viene a perdere ogni base reale.
Internationalisme, fedele alla lezione di Bilan, condusse chiaramente e senza sotterfugi la critica di queste rovinose deviazioni, non cessando mai di chiedere la convocazione di una Conferenza Internazionale del la GCI che discutesse apertamente i punti di divergenza. Ma il resto della GCI eliminò il problema di un’imbarazzante chiarificazione nelle proprie fila, con la totale rottura di ogni tipo di rapporti con questo “interlocutore scomodo”. Di conseguenza è solo al Congresso di Firenze che le divergenze esplodono improvvisamente ed è lo stesso Vercesi - che è pure uno dei principali responsabili - a dover ammettere che “per correre dietro a delle chimere si è lasciato da parte il lavoro di formazione dei quadri che è in uno stato deplorevole” e che il partito non è che una frazione allargata. Commentano i compagni francesi:
“Disgraziatamente in Italia non c’é né partito né frazione allargata, né influenza sulle masse, né formazione di quadri, dato che l’attività del P.C.Inter. tende a compromettere 1’immediato dell’una e l’avvenire dell’altra”. (Internationalisme n°36, luglio ‘48).
Ma neanche il Congresso riuscì a segnare una svolta, perché la risoluzione delle divergenze continua ad essere rimandata al futuro, incancrenendo ulteriormente la situazione. Nonostante Internationalisme non avesse cessato di sostenere che:
“Ogni altra situazione consistente nell’evitare la discussione sulle questioni politiche e le divergenze, non farebbe infatti che preparare l’esplosione di crisi e scissioni ad ogni momento critico dell’avvenire. Non si salvaguarda “l’unità” di un’organizzazione con misure organizzative e burocratiche. Non se ne rinforzano le fondamenta coprendole di una leggera crosta di monolitismo che dia l’apparenza di un’omogeneità politica”. (Lettera a tutti i gruppi e militanti della GCI, 28 novembre 1946).
E’ solo nel 1952 che le divergenze vengono risolte all’interno del PCInt, non con la discussione, ma con la scissione dei militanti superstiti in due gruppi contrapposti (gli attuali Battaglia e Programma Comunista), in un clima di confusione ed accuse personali che hanno pesato catastroficamente fino ai giorni nostri sulla discussione politica fra i vari raggruppamenti di sinistra comunista.
In quello stesso 1952 Internationalisme cessa le pubblicazioni e si ha la dispersione anche geografica dei suoi militanti[9].
La curva della controrivoluzione stava toccando il suo punto più basso.
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Tutto il patrimonio di esperienze ed insegnamenti che viene dal lavoro delle frazioni negli anni ‘30 e ‘40 è ancora molto lontano dall’essere assimilato dalle nuove generazioni di rivoluzionari. Ciò è dovuto al silenzio quasi assoluto che c’é stato sul lavoro di Bilan e più ancora su quello di Internationalisme, ed alla mancata ristampa dei testi fondamentali anche da parte di quei gruppi che dichiarano esplicitamente di essere gli eredi del lavoro della frazione all’estero.
Certo si ha buon gioco a dichiararsene i continuatori quando si fa ben poco per favorire una minima conoscenza del lavoro di questi compagni. Si può così fare un uso a dir poca disinvolto delle citazioni, come quando Battaglia Comunista[10], per dimostrare che anche Bilan sosteneva la “perennità” del partito, cita il seguente passo dal n°1:
“Il partito non cessa di esistere anche dopo la morte dell’Internazionale. Il partito non muore, tradisce. Il partito, ricollegandosi direttamente al processo della lotta di classe, è chiamato a continuare la sua azione anche quando l’Internazionale è morta. Così, in caso di guerra, il partito esiste e chiama il proletariato a prendere le armi, non per la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile, ma per continuare la sua lotta nel corso stesso della guerra …”.
tagliando giusto le parole finali “... confondendo i suoi interessi con quelli del nemico di classe”. In questa maniera il testo è sufficientemente ambiguo per far credere ai lettori che ignorino la posizione di Bilan (cioè a tutti o quasi) che la Frazione all’estero sosteneva la perennità del partito proletario - anche se in modo un po’ sconclusionato - quando invece il testo voleva sostenere l’inevitabile passaggio “al nemico di classe” del partito che si mantenga in quanto tale nella controrivoluzione. Far dire ad uno scritto del movimento operaio il contrario di quello che voleva dire[11], è una grave scorrettezza, specie da parte di un gruppo che ha saputo fare sue numerose acquisizioni del lavoro di Bilan (vedi in particolare il rigetto delle lotte di liberazione nazionale).
Diverso è il caso di Programma Comunista il cui richiamo a Bilan è del tutto strumentale per garantire quella vantata continuità politica, organica e ... fisica negli anni. E’ tipico il silenzio con cui Programma ha avvolto gli anni di lavoro della frazione all’estero: nel testo “In difesa della continuità del Programma Comunista”, destinato a dimostrare la continuità di elaborazione della Sinistra Italiana dal 1920 al 1966 (46 anni complessivi), ai 16 anni che vanno dal 1926 al l943 sono dedicate solo 18 righe su 180 pagine! E comunque, quando se ne parla, è per sostenere che Bilan, lavorando controcorrente, era riuscito a “mantenere il filo della nostra tradizione, e gettarne il seme là dove esso non esisteva”.
Dopo questa prima posizione, da cui si lasciava intendere che ci fosse la massima omogeneità tra Programma e la Frazione, in seguito alla pubblicazione da parte nostra di alcuni testi di Bilan, Programma ha dovuto adottare una posizione più attenta, meno spudorata, ed ha cominciato ad ammettere che:
“se è vero che la rivista Bilan ha fatto degli errori politici, erano proprio errori, concessioni a correnti di tipo ‘sinistra europea’, ma ciò in un comportamento oscillante che impedisce di pretendere che Bilan aveva una teoria particolare che avrebbe rivisto le posizioni originali dell’Internazionale e della Sinistra”. (Le Proletaire n°204, 4 ottobre 1975).
Ma neanche questa linea di difesa ha retto più e, seguendo Programma in questo invariante trasformismo, si giunge alla posizione ultima dei bordighisti che, nella serie di articoli “Sulla via del ‘partito compatto e potente’ di domani”, non solo si discostano da Bilan su una serie di questioni (gli “sbandamenti in questioni come quella nazionale o coloniale” e “la ricerca di una via diversa da quella battuta dai bolscevichi nell’esercizio della dittatura e nel ricorso alla NEP”), ma finiscono per stendere un velo pietoso su tutta l’opera di Bilan, i cui “sbandamenti” sarebbero dovuti all’impossibilità di avere le idee chiare fino a che non si è concluso il ciclo della controrivoluzione (posizione rispettabilissima, ma che applicata così a casaccio, per voler spiegare troppo, non spiega niente).
Nei fatti Bilan sta divenendo sempre più un’imbarazzante “eredità” e assistiamo al moltiplicarsi dei distinguo:
“Noi l’avremmo tradita, perché abbiamo rinunciato - e con la massima chiarezza (sic!) - ad alcune enunciazioni che si leggono su Bilan a proposito della questione nazionale e del concetto, cui si rifà continuamente la CCI, della formazione del partito nel momento rivoluzionario (in caso contrario si è opportunisti!). Sissignore, queste deduzioni erano sbagliate (...). Non abbiamo paura di dire che ha sbagliato quando, per ragioni certo comprensibili, non è riuscito a rappresentarlo coerentemente (il marxismo e gli apporti successivi, n.d.r.)”. (Programma Comunista n°21, 12/9/77).
Finalmente quindi Programma prende le distanze da Bilan ed è costretto a rendere conto delle divergenze che ha con le posizioni della Frazione. Noi non possiamo che rallegrarci che si sia prodotta questa chiarificazione, confermandosi così la validità che ha avuto la nostra iniziativa di ripubblicazione dei testi di Bilan. Così Programma la smetterà di presentare la storia della sinistra a proprio uso e consumo e di falsificare le posizioni di Bilan come in quell’unico articolo dedicatogli, “Una pagina della battaglia rivoluzionaria” (Programma Comunista, n°21, 1957) in cui, tra le altre cose, si ha il coraggio di far passare l’articolo di Vercesi “I principi, armi della rivoluzione”[12] per “la riaffermazione di quella che oggi chiameremmo ‘l’invarianza del marxismo’”.
Ci limitiamo qui a riprodurre solo uno dei tanti passi indicativi di quanto fosse “invariante” Bilan:
“Le condizioni attuali (....) ci permettono di indicare due aspetti particolari circa la deformazione del significato delle questioni di principio.
La prima potrebbe essere detta quella del repertorio o del catalogo. Il militante, e soprattutto il dirigente proletario, possederebbe un dizionario marxista nel quale sarebbero poste, in formule semplicissime, le questioni di principio che, derivate da Marx o da Lenin, consentono di fabbricare un “marxismo” o un “leninismo” biblici, dai quali si possono far sortire degli anatemi contro gli “eretici”. Questi ultimi sarebbero soprattutto quelli che, elevandosi contro il riferimento a situazioni profondamente modificate della politica applicata da Marx o Lenin, cercano di tradurre in principi le nuove esperienze della lotta proletaria. Il sedicente marxista o leninista eleverà al rango di un dio Marx o Lenin, ma questa è una venerazione decorativa perché in realtà questi grandi capi proletari sono in questo modo pugnalati”.
Noi non ci proclamiamo gli eredi di Bilan. E’ questo un concetto che ci è estraneo, e lasciamo volentieri gli altri ricorrere ai tribunali borghesi per farsi riconoscere eredità di ogni sorta. Ma se una qualche eredità deve esistere, questa è l’eredità di tutta l’esperienza storica del movimento operaio e tocca, per definizione, allo stesso movimento operaio e a tutte le sue espressioni di avanguardia.
La nostra collocazione rispetto a Bilan, Internationalisme e, negli anni ‘60, rispetto al piccolo e valoroso gruppo Internacionalismo in Venezuela, è di continuatori tenaci della profonda opera di riflessione svolta da questi gruppi in preparazione del partito di domani. Non ne siamo certo - e lo diciamo con soddisfazione e piena responsabilità militante, gli unici continuatori, ma non nascondiamo la nostra convinzione di essere i più coerenti nella prosecuzione di questo lavoro. Contrariamente a chi tace o mente sul lavoro di Bilan, per farlo coincidere con le sue posizioni, noi pensiamo che sia nostro dovere militante mettere in evidenza tutta la contraddittorietà con cui si è sviluppato questo lavoro, sottolineando anzi quelli che ci sembra siano state le debolezze e gli errori di questi gruppi. Solo a queste condizioni avrà avuto un senso il lavoro di questi compagni e le nuove generazioni di rivoluzionari potranno farsene degnamente continuatrici.
All’interno di quest’ottica, noi crediamo che uno dei problemi più importanti per i rivoluzionari, quello relativo al processo di presa di coscienza del proletariato e del rapporto partito e classe, problema che tutt’oggi è al centro di dibattiti e polemiche tra i rivoluzionari, abbia ricevuto un importante contributo dal lavoro di Internationalisme, anche se l’attaccamento ancora presente nel gruppo alle formulazioni leniniste comporti una certa contraddittorietà nello sviluppo del discorso. Si può ad esempio riscontrare, nell’articolo “Sulla natura e funzione del partito politico del proletariato”, da noi ripubblicato in questa rivista, la contraddizione presente tra quanto viene affermato nelle tesi 6 e tutto il resto dell’articolo.
Pertanto, abbiamo ritenuto opportuno pubblicare, come appendice ai testi, alcuni stralci di un nostro articolo su questo tema “Coscienza di classe e ruolo dei rivoluzionari”[13].
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Per concludere sappiamo bene che questo testo di introduzione non risulterà privo di incompletezze evidenti e di eventuali imprecisioni. Per le prime, vale quanto abbiamo scritto introducendo i testi di Bilan sulla guerra di Spagna: non ci interessa tanto rifare la storia, quanto contribuire al recupero del filo storico che di generazione in generazione lega gli apporti delle minoranze rivoluzionarie. Per quanto riguarda le seconde, esse sono inevitabili quando si tratta di ripresentare un oscuro lavoro rivoluzionario su cui hanno pesato gli anni della controrivoluzione e tanti reticenti silenzi.
Ben vengano quindi i contributi da altre organizzazioni ad integrare e correggere quanto da noi esposto; riaprire il dibattito sulle grandi questioni politiche sollevate in questi testi resta lo scopo principale di questo nostro lavoro.
La polemica aperta in vista della chiarificazione politica fra organizzazioni rivoluzionane è per noi un dovere militante cui nessuno deve sottrarsi, specie oggi che la tendenza allo spezzettamento ed alla chiusura settaria va sempre più invertendosi. Ancora una volta “noi pensiamo che avremo il futuro che sapremo preparare”.
Rivoluzione Internazionale
[1] Vedi l’articolo sulla Sinistra Comunista Tedesca in Rivoluzione Internazionale n°2.
[2] “Per finirla con le rettifiche” l’Unità del 22/7/1925, citato in A. Bordiga, di A. De Clementi, edizioni PBE, pag. 226.
[3] La rapida disgregazione e scomparsa di gruppi come il KAPD e la generale tendenza dei gruppi fuori dell’IC a buttare via il bambino con l’acqua sporca non facevano che consigliare accresciuta prudenza, nascondendo in un certo modo l’irreversibilità dei processi degenerativi in corso nell’IC.
[4] Vedi Rivista Internazionale n°1.
[5] Operaio, deputato al parlamento ed a capo, insieme con Bruno Fortichiari, della Sinistra Comunista a Milano.
[6] Alcuni di questi compagni sono già fuori del partito, avendo dato le dimissioni per protesta contro le responsabilità dell’IC nella catastrofe dell’“ottobre tedesco” del 1923.
[7] La Sinistra Comunista Internazionale fu fondata nel 1938 dalla Frazione Italiana e dalla Frazione belga, formata dalla minoranza di sinistra che ruppe con la Lega dei Comunisti Internazionalisti del Belgio sulla questione spagnola. Su questa stessa questione una minoranza fu esclusa da Bilan per aver appoggiato la guerra antifascista. Vedi i testi della divergenza in Rivista Internazionale n°1.
[8] Vedi “Ambiguità sulla natura dei partigiani nella fondazione del P.C. Internazionale” su Rivoluzione Internazionale n°9.
[9] Alcuni di essi parteciperanno alla fondazione nel 1962 del gruppo Internacionalismo in Venezuela, che è oggi una delle nostre sezioni territoriali.
[10] Non si costruisce il partito della rivoluzione giocando al paradosso, Prometeo n°18, 1972.
[11] Come si vedrà, questo articolo viene scritto proprio per affermare la necessità del lavoro di frazione contro i tentativi volontaristici (di Trotskij) di costruire in piena controrivoluzione nuovi partiti. D’altra parte, nello stesso n°1 di Bilan, alla fine dell’articolo “XVI anniversario della rivoluzione russa (1933)”, riprodotto in “L’Antistalinismo di sinistra e la natura sociale dell’URSS”, a cura di B. Bongiovanni (ed. Feltrinelli) si può 1eggere: “L’evoluzione della frazione verso il partito non segue i procedimenti della pedagogia scolastica, ma segue la pedagogia degli avvenimenti. Questi evolvono verso grandi tormenti sociali ed è a questo fuoco che le frazioni di sinistra si svilupperanno e si ingrandiranno fino a divenire la guida delle lotte rivoluzionarie per la vittoria socialista in tutto il mondo. Occorre perciò costruire i quadri responsabili per i nuovi partiti comunisti, proprio come fece Lenin prima del 1917”.
[12] Bilan n°5, febbraio ‘34.
[13] La pubblicazione di questo articolo, la cui versione integrale si trova nella Révue Internationale n°7, ottobre 1976, al quale dovrebbe far seguito tra breve la pubblicazione di una brochure internazionale sullo stesso tema, può essere considerata una prima e parziale risposta all’articolo scritto sul tema da Battaglia in polemica con la CCI e apparso recentemente su Prometeo n°1 (IV serie) del primo settembre ’78.
Le relazioni fra i gruppi extraparlamentari, come è noto, sono frequentemente regolate a colpi di spranga. In altri casi, i medesimi gruppi sono pronti a scodinzolarsi a vicenda moltiplicando i segni di considerazione e di personale modestia. La contraddizione è solo apparente poiché nell'uno e nell’altro caso si tratta di adeguarsi opportunisticamente al dato immediato dei rapporti di forza, sia nello scontro per la testa del corteo, sia nelle discussioni bizantine per la presentazione di liste comuni al parlamento. Questo adeguarsi alla convenienza immediata è una via obbligata per i rappresentanti politici di mezze-classi storicamente incapaci di vedere al di là del proprio naso. Ma per le espressioni politiche della classe operaia, per le minoranze rivoluzionarie la cui azione non può che ispirarsi ai fini storici della prima classe della storia chiamata ad operare coscientemente la trasformazione radicale della società, una simile politica sarebbe un suicidio.
Se Bilan proclama di non poter essere che un “fattore” della chiarificazione rivoluzionaria non è per falsa modestia, né per “leccare” i gruppi dell’Opposizione (la critica spietata dal punto di vista politico che si trova in “Verso l’Internazionale 2 e ¾?” lo dimostra). E’ perché è cosciente del fatto che solo il lavoro collettivo delle frazioni d’avanguardia del proletariato dei vari paesi potrà trovare una soluzione rivoluzionaria ai “nuovi problemi” posti dall’esercizio del potere proletario in Russia; e questo lavoro non passa né per le sprangate, né per la diplomazia, ma per la discussione aperta delle divergenze. Né ci pare casuale che questo primo numero di Bilan si concluda, al punto V del “Progetto di costituzione di un Ufficio internazionale di informazione”, con la vibrante rivendicazione della continuità storica di questo metodo proletario di lavoro, questo sì, “invariante”.
La nostra frazione, iniziando la pubblicazione del presente bollettino, non crede di poter offrire delle soluzioni definitive ai problemi terribili che si pongono ai proletari di tutti i paesi.
Certo, la nostra frazione si richiama ad un lungo passato politico, ad un insieme di posizioni politiche fondamentali; ma essa non ha l’intenzione di avvalersi dei suoi precedenti politici per chiedere delle adesioni sulle soluzioni da lei prospettate per la situazione attuale. Al contrario, essa invita i rivoluzionari a sottomettere alla verifica degli eventi sia le posizioni da essa difese attualmente sia quelle contenute nei suoi documenti di base.
Non è un cambiamento della realtà storica che ha permesso al capitalismo di superare la tormenta degli avvenimenti del dopoguerra: nel 1933, in maniera simile e più che nel 1917, il capitalismo risulta definitivamente condannato come sistema di organizzazione sociale. Ciò che è cambiato dal 1917 al 1933 è il rapporto di forza tra le due classi fondamentali, tra le due forze storiche che agiscono nell’epoca attuale: il capitalismo e il proletariato.
L’ottobre ‘17 è stato possibile perché in Russia esisteva un partito preparato da molto tempo, che aveva, nel corso di una serie ininterrotta di lotte politiche, esaminato tutte le questioni che si erano poste al proletariato russo e mondiale dopo la sconfitta del 1905.
E’ da questa sconfitta che emersero i quadri capaci di dirigere le battaglie del 1917. Questi quadri si sono formati attraverso un lavoro di intensa critica, volto a ristabilire i concetti del marxismo in tutti i campi, della conoscenza, dell’economia, della tattica, dell’organizzazione; nessun dogma bloccò l’opera dei bolscevichi, ed è proprio questo che gli ha permesso di portare a buon termine il loro compito.
In nessun altro paese il proletariato aveva potuto fare quello che i bolscevichi realizzarono in Russia. Ed è proprio la mancanza di quadri e di un partito che ha determinato la serie di sconfitte subite dal proletariato nel dopoguerra.
Noi siamo oggi ad un punto estremo di questo periodo: il proletariato forse non è più in grado di opporre il trionfo della rivoluzione allo scoppio di una nuova guerra imperialista, tuttavia, se vi è ancora qualche possibilità di ripresa rivoluzionaria immediata, essa consiste unicamente nel comprendere le disfatte passate. Coloro che oppongano a questo lavoro indispensabile di analisi storica il cliché della mobilitazione immediata degli operai, non fanno che creare confusione ed impedire l’effettiva ripresa delle lotte proletarie.
I quadri per i nuovi partiti del proletariato non possono essere frutto che della conoscenza profonda delle cause delle sconfitte. E questa conoscenza non può essere soggetta ad alcun interdizione né ad alcun ostracismo.
Fare il bilancio degli eventi del dopoguerra signifîca dunque stabilire le condizioni per la vittoria del proletariato in tutti i paesi. La nostra frazione avrebbe preferito che un tale lavoro si facesse tramite un organismo internazionale, persuasa com’è della necessità del confronto politico tra gruppi tali da rappresentare la classe proletaria di più paesi. Così come saremo molto lieti di poter cedere questo bollettino ad un’iniziativa internazionale garantita dall’applicazione di seri metodi di lavoro e dalla preoccupazione di fare una seria polemica politica.
Il nostro bollettino viene pubblicato sotto la responsabilità della C.E. della frazione di sinistra del P.C.I. Il compagno Dumont, che fa parte di un gruppo con cui la nostra frazione ha stabilito una comunanza di lavoro, collabora attivamente alla sua redazione.
La frazione, pur richiamandosi ai suoi documenti fondamentali che sono dovuti soprattutto al compagno Bordiga, non può assolutamente vincolare la responsabilità di questo compagno che si trova nell’impossibilità di far conoscere le proprie opinioni. La rivista pubblicherà molti scritti del compagno Bordiga, il che permetterà ai militanti degli altri paesi di verificare se le posizioni da noi attualmente difese si collegano a quelle espresse da Bordiga nei suoi documenti e che costituiscono l’apporto del proletariato italiano alla lotta del proletariato internazionale per la vittoria del socialismo in tutto il mondo.
Il compagno Trotsky, in una serie di documenti, spiega il nuovo orientamento che la Opposizione Internazionale dovrebbe adottare in seguito alla vittoria del fascismo in Germania. Questo nuovo orientamento scaturirebbe dalla mancanza di una reazione salutare, all'interno dei partiti comunisti, dopo la disfatta tedesca.
Noi siamo obbligati, anche se con rincrescimento, a polemizzare e ad opporci al compagno Trotsky. Egli resta, nei fatti, uno de gli artefici della più grande rivoluzione conosciuta dalla storia e il compagno prezioso di Lenin nel 1917. Malgrado la vergognosa lotta della frazione centrista contro di lui, Trotsky non ha mai pensato di allontanarsi dai principi di lotta che furono alla base delle grandiose battaglie storiche sostenute dal proletariato nel 1917. Lo storico della rivoluzione russa, che vorrà ristabilire la continuità della lotta del proletariato russo e del proletariato mondiale, avrà come punto di riferimento le lotte condotte da Trotsky dal 1923 contro l'opportunismo che snaturava la funzione storica dello Stato proletario e della Internazionale Comunista. Ancora oggi, questo vecchio militante rivoluzionario proclama la necessità di costruire una nuova Internazionale, dei nuovi partiti comunisti, credendo così di arrestare, con una sferzata eroica, il galoppo dell'opportunismo in seno al movimento proletario e di salvare il proletariato russo e mondiale dagli attacchi sanguinosi della reazione capitalista.
Noi siamo assolutamente sicuri che il compagno Trotsky commette un errore colossale auspicando un lavoro comune con le sinistre socialiste nello scopo di arrivare alla costruzione di un nuovo partito comunista.
Per anni abbiamo fatto molteplici sforzi per dibattere le nostre opinioni all'interno dell'Opposizione Internazionale di sinistra. Se la discussione non si è istituita sulla base di un minimo di organizzazione internazionale non è mai dipeso da noi, ma dai diversi circoli intorno al compagno Trotsky, e da Trotsky stesso. Invece della discussione politica vi furono manovre di soffocamento e in seguito un referendum sancì la nostra esclusione ancor prima che la Conferenza Internazionale si fosse potuta pronunciare sulle posizioni da noi difese. Neanche il centrismo è mai andato tanto lontano... Ora è la nostra frazione che ha fondato il PCI e che, per prima, ha condotto una lotta nelle fila della I.C, per l'affermazione di posizioni politiche che solo dei ciarlatani possono considerare in opposizione con l'opera di Lenin o in contraddizione con i principi marxisti.
L'errore fondamentale che compie oggi il compagno Trotsky non mette assolutamente in discussione i servigi che egli ha reso alla causa del proletariato, ma è anche vero che la sua opera non può giustificare, in alcun caso, l'adesione a ciò che noi consideriamo un errore capitale.
Al contrario, la fedeltà all'opera di Trotsky si manifesta proprio e solo attraverso la lotta contro il suo errore attuale, poiché è assolutamente falso che la continuità a livello della militanza di un singolo individuo costituisca una garanzia per la lotta ulteriore del proletariato rivoluzionario. Questa continuità si stabilisce invece sulla base di posizioni politiche. Si tratta quindi di vedere se le nuove posizioni del compagno Trotsky rispondono o no alle necessità della lotta del proletariato.
Benchè la nostra polemica attuale si ispiri all'opera che permise a Lenin e ai bolscevichi di fondare -tramite un lavoro di frazione - il partito che diresse la rivoluzione russa, noi non riprenderemo la polemica che oppose Lenin a Trotsky sulla questione delle frazioni. Noi ci atterremo all'applicazione dei principi marxisti e alle esperienze ricondotte alla situazione attuale.
La dichiarazione che segue ha per scopo di precisare la posizione politica della frazione di sinistra del PCI rispetto alle proposte del compagno Trotsky per la fondazione di un secondo partito e di una IV Internazionale in collaborazione con le formazioni di sinistra provenienti dalla socialdemocrazia. I documenti della frazione ai quali questa dichiarazione deve essere collegata sono:
1) Dichiarazione della C.E. della frazione alla conferenza di Parigi dell'aprile 1930, in cui fu fondata l'Opposizione Internazionale di Sinistra.
2) Nostre proposte del 1931 e del 1932 per la organizzazione di una Conferenza Internazionale al fine di nominare un Segretariato responsabile che avrebbe invitato le differenti sezioni dell'opposizione a lavorare per l'elaborazione di una piattaforma internazionale.
3) Progetto di costituzione di un Ufficio Internazionale di Informazione (15-maggio 1933) che scaturiva dalla constatazione della morte dell'Internazionale Comunista al momento degli eventi che hanno accompagnato la vittoria del fascismo in Germania.
1. La costituzione del nuovo partito
Secondo una logica formale si potrebbe vedere una chiara contraddizione nelle due formulazioni di Marx: quella in cui egli afferma che "l'emancipazione dei lavoratori sarà l'opera dei lavoratori stessi" e quella in cui dimostra che "l'organizzazione del proletariato in classe, e, quindi, in parti- to politico, è continuamente distrutta dalla concorrenza che si fanno gli operai tra loro" (Manifesto Comunista).
Sarebbe così se, dalla verità indiscutibile che i lavoratori realizzeranno essi stessi la loro emancipazione, si potesse dedurre che essi realizzano autonomamente la coscienza e la capacità necessaria per raggiungere il loro scopo. E, in questo caso, sembrerebbe incomprensibile che il proletariato sia obbligato a costituirsi in partito di classe al fine di "distruggere la concorrenza che i lavoratori si fanno tra di loro".
AI contrario i due pensieri di Marx si completano: solo la spinta della classe nel suo insieme può abbattere lo Stato capitalista. Tuttavia, il proletariato non può giungervi che attraverso la sua organizzazione in partito politico. La necessità del partito esprime la realizzazione delle condizioni politiche che, sole, permettono alla classe proletaria di raggiungere i suoi fini speci- fici. In ogni caso, è da sottolineare che già nel pensiero di Marx l'idea del partito appare come la condizione indispensabile per la realizzazione del compito storico del proletariato.
Già il compagno Bordiga, nel suo articolo "Partito e Classe" (Contre le Courant n° 18-19, novembre 1928, ripreso da "Rassegna Comunista" 1921), scriveva che "le tesi sui compiti del Partito Comunista nella Rivoluzione Proletaria, approvate al II Congresso della I.C., profondamente e realmente ispirate dalla dottrina marxista, prendono come punto di partenza la definizione dei rapporti fra partito e classe; esse stabiliscono che un partito di classe non può comprendere nelle sue proprie fila che una parte della classe stessa; mai può estendersi all'insieme di questa, forse nemmeno alla sua maggioranza. Questa verità ovvia sarebbe stata messa meglio in evidenza se fosse stato precisato che non è nemmeno possibile parlare di classe finchè non esiste in questa una minoranza tesa ad organizzarsi in un partito politico". Più avanti aggiungeva ancora: "Un partito vive quando vivono una dottrina ed un metodo d'azione. Un partito è una scuola di pensiero politico e, di conseguenza, una organizzazione di lotta. Inizialmente si tratta di un fatto di coscienza, poi di un fatto di volontà, più esattamente una tendenza verso uno scopo. Senza queste due proprietà, noi non possediamo ancora la definizione di una classe."
La fondazione del partito è inconcepibile attraverso la sola trasmissione alle masse, tramite gli strati molto ristretti di operai rivoluzionari di avanguardia, di soluzioni politiche che il proletariato non avrebbe che da accettare. Invece è solo attraverso l'appoggio delle masse a questi strati rivoluzionari, cioè attraverso una delega costante delle masse a questi, che il partito si fonda e può portare i lavoratori alla vittoria, Questa delega non si effettua tramite una semplice propagazione di idee partorite liberamente da degli individui o delle minoranze, ma risulta dalla realtà della lotta di classe. Tuttavia, questa lotta non porta automaticamente alla scomparsa del capitalismo. E' al partito che spetta il compito di comprendere i diversi periodi storici per permettere alle masse di intervenire nelle situazioni. A sua volta, il partito non comprende le situazioni che a condizione di collegarsi al processo della lotta delle classi.
Le fasi di ascesa del partito, nel corso della sua missione storica, non devono riempirci di sufficienza; la rivoluzione russa ci insegna che, anche dopo la presa del potere, il partito deve restare in guardia e in allarme per continuare la lotta, esaminare le nuove situazioni, esplorare le nuove prospettive: la sua missione storica non termina che in un futuro molto lontano, cioè quel- lo in cui lo sviluppo della tecnica di produzione avrà realizzato le condizioni per la soppressione delle classi. La capacità d'azione del partito non precede, ma segue la comprensione delle situazioni. Questa comprensione non dipende da individui che si richiamano al proletariato, ma dal partito stesso. Ma questo, essendo un elemento delle situazioni e del loro concatenarsi, può essere paralizzato e conquistato dal nemico di classe e da questo momento toccherà alla corrente marxista di comprendere il corso della evoluzione storica.
Marx diceva nella prefazione al Contributo "Per la critica dell'economia politica" che "l'umanità si pone sempre e soltanto quei problemi che essa è in grado di risolvere; infatti a guardar meglio si noterà sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali per la sua soluzione sono già presenti o almeno in via di formazione".
Ciò che è vero per l'umanità è altrettanto vero per il partito di classe del proletariato. Questo partito si porrà i problemi che le condizioni storiche gli permetteranno di porsi. Questo partito realizzerà il suo compito alla sola condizione di prevedere i problemi che sono sul punto di presentarsi. L' undicesima tesi di Marx su Feuerbach dice:
“i filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo, si tratta ora di trasformarlo”
La trasformazione del mondo non è il risultato della volontà del militante, né l’attributo dei proletari in funzione della posizione che essi occupano nel meccanismo economico. Pertanto né la volontà eroica dei militanti, né il fatto che i salariati si raggruppino in organismi da cui sono esclusi gli individui di altre classi (sindacati), rappresentano le condizioni indispensabili alla realizzazione del compito che spetta al partito, Queste condizioni derivano dalla capacità del partito ad agire nella realtà e questa capacità dipende, a sua volta, dal posto che esso occupa nelle situazioni concrete dei rapporti di classe. Per determinare quale è questo posto, è necessario un fattore intellettuale di comprensione delle situazioni e del ruolo del proletariato.
All'inizio del movimento operaio, degli intellettuali borghesi, Marx ed Engels, militando nella Lega dei Comunisti, stabilirono le condizioni politiche per la lotta delle masse operaie in vista di migliori condizioni di lavoro. Allora si considerò che i compiti supremi del proletariato potessero scaturire dalla rivoluzione borghese stessa. Il primo partito della classe operaia, la Lega dei Comunisti, si basa del resto su questi elementi storici. In seguito, i nuovi partiti, la Prima Internazionale si fondano sui nuovi problemi posti dalla storia. Il partito della classe proletaria si trova inoltre a dover risolvere delle difficoltà che la Lega dei Comunisti poteva difficilmente intravvedere: la classe operaia, per realizzare la sua emancipazione, non potrà più essere “il compagno di strada” (Marx) del capitalismo, nello sviluppo della rivoluzione borghese, La Nuova Gazzetta Renana del 1848-49, fatta da Marx in collaborazione con la borghesia radicale, è sostituita dal primo tentativo di organizzazione indipendente dei lavoratori in seno alla I Internazionale.
Una nuova fase storica si apre. Il capitalismo si installa al potere nei diversi paesi e la Seconda Internazionale, che si fonda nel 1889, lotta per il miglioramento delle condizioni di esistenza dei lavoratori e per la fondazione dei suoi organismi di classe. Infine la III° Internazionale sorge, dopo il tradimento della Seconda, grazie alla rivoluzione russa. Essa si dà per compito storico quello di realizzare la rivoluzione nel mondo intero.
Ad ogni periodo storico di costituzione del proletariato in classe, corrisponde una evidente crescita dei compiti del Partito. La Lega dei Comunisti marcerà con una frazione della borghesia. La I Internazionale abbozzerà le prime organizzazioni di classe del proletariato. La II fonderà i partiti politici e i sindacati di massa dei lavoratori. La III Internazionale sarà frutto della vittoria del proletariato in Russia.
Vediamo quindi che, in ogni periodo, la possibilità della costituzione del partito si determina sulla base dell'esperienza precedente e dei nuovi problemi che si pongono al proletariato. La Prima Internazionale non avrebbe mai potuto fondarsi in collaborazione con la borghesia radicale. La Seconda non avrebbe potuto fondarsi al di fuori del concetto della necessità del raggruppamento delle forze proletarie nelle organizzazioni di classe. La Terza non avrebbe potuto fondarsi in collaborazione con le forze che agivano in seno al proletariato per spingerlo non all'insurrezione e alla presa del potere, ma alla riforma graduale dello Stato capitalista. In ogni periodo in cui il proletariato può organizzarsi in classe, il partito si fonda sui due elementi seguenti:
1. La coscienza della posizione più avanzata che il proletariato deve occupare, la comprensione delle nuove strade da intraprendere.
2. La crescente delimitazione delle forze che possono agire per la rivoluzione proletaria.
La borghesia che, nel 1818, poteva essere considerata come collaboratrice del proletariato, diventa il suo nemico. La socialdemocrazia che, prima del 1914, può restare nello stesso partito con la sinistra marxista, diventa, dopo questa data, la nemica del proletariato. Bisogna sottolineare che, all'interno dei partiti socialisti, la sinistra marxista era molto debole e non era nemmeno giunta ad organizzarsi internazionalmente. I bolscevichi ai Congressi Internazionali non si trovavano di fronte considerazione e attenzione ma indifferenza e derisione. Nella situazione attuale, bisogna iniziare a dire chiaramente che la crisi terribile che attraversa il movimento operaio deriva dal fatto che si sono manifestati dei problemi che Lenin stesso non aveva potuto prevedere. A questi problemi il centrismo ha dato una soluzione controrivoluzionaria con la teoria del socialismo in un solo paese.
Il proletariato ha subito, nel 1927, una sconfitta terribile non riuscendo ad impedire il successo controrivoluzionario del centrismo all'interno dei P.C.. Se avesse vinto la sua battaglia in seno ai partiti, esso avrebbe assicurato la continuità del partito per la realizzazione del suo compito, dato che avrebbe risolto in una direzione rivoluzionaria i muovi problemi posti dall'esercizio del potere proletario in U.R.S.S.
Affermare oggi che si vogliono fondare dei nuovi partiti sulla base dei primi quattro Congressi dell'Internazionale, significa comandare alla storia di fare marcia indietro di dieci anni, significa precludersi la comprensione di quanto accaduto dopo questi Congressi ed è, in definitiva, voler porre questi nuovi partiti in un contesto storico che non è il loro. La strada su cui dovranno porsi domani i nuovi partiti è fin d'ora delimitata dall'esperienza dell'esercizio del potere proletario e da tutta quella del movimento comunista mondiale. I quattro primi Congressi sono, all'interno di questo lavoro, un elemento di studio che deve essere sottoposto al vaglio della critica più intensa. Se li si accettasse come un vangelo, si arriverebbe alla conclusione seguente: l'arresto della circolazione del sangue di Lenin o l'allontanamento di Trotsky sono le cause della vittoria del capitalismo nei diversi paesi e del successo del centrismo in URSS e nell'Internazionale.
2. La frazione di sinistra
Non esiste dipendenza diretta tra l'evoluzione della situazione economica e quella dei rapporti di classe. La fase attuale vede incontestabilmente corrispondere, alla crisi catastrofica dell'economia capitalista, non il prepararsi del proletariato alla lotta rivoluzionaria, ma i successi sanguinosi dell'offensiva capitalista. E' vero che la legge della evoluzione storica è in definitiva condizionata dallo sviluppo delle tecniche di produzione, ma le classi destinate a scomparire non cedono certo spontaneamente e rischiano di trascinare l'umanità verso il ritorno alla barbarie.
La lotta di classe si inserisce così in una situazione molto complessa in cui si mescolano l'azione disperata del capitalismo per conservare il suo potere e quella del proletariato per realizzare la sua emancipazione. La lotta economica del proletariato tiene in considerazione la realtà economica. I lavoratori lotteranno per degli aumenti o per la difesa dei loro salari a seconda che la situazione politica permetta loro di realizzare un fronte di lotta per migliorare o difendere il loro livello di vita. In queste condizioni il sindacato può prendere, in modo immediato, nelle diverse congiunture, una collocazione di classe e la sua funzione risiederà nella mobilitazione dell'insieme delle corporazioni per la lotta contro il padronato.
Il campo specifico dell'azione del partito è diverso: esso riguarda il dominio della lotta di classe considerato non nella sua espressione contingente, ma in quella finale. E lo scontro avverrà tra il capitalismo che tenta di assoggettare il suo nemico in modo che esso accetti o si rassegni alle sue condizioni di vita nel regime attuale, e il partito del proletariato che si sforzerà di trarre dalle situazioni contingenti gli elementi in grado di farle evolvere verso lo scopo finale della classe.
Al riguardo dell'azione del partito, la terminologia marxista è quella che si esprime delimitando le condizioni soggettive ed oggettive. Questo è il criterio che il partito usa per determinare la sua azione. Si porrà tra le condizioni oggettive quelle che riguardano le condizioni economiche, la forza dell'apparato di dominazione borghese, la posizione delle classi medie. Si considereranno condizioni soggettive la forza e l'influenza del partito di classe del proletariato. Questa terminologia corrisponde perfettamente alle situazioni in cui il partito della classe non ha perso la sua capacità di guidare il proletariato. Fino a questo momento, le reazioni di classe, prodotte dagli antagonismi sui quali è basato il regime capitalista, evolvono nel seno del partito che, sotto questo impulso, riesce a dirigere la lotta del proletariato.
Quando il partito ha perso la capacità di guidare il proletariato verso la rivoluzione - ciò accade con il trionfo dell'opportunismo - le reazioni di classe prodotte dagli antagonismi sociali non si sviluppano più nella direzione che permette al partito di compiere la sua missione. Queste reazioni sono destinate a cercare le nuove basi su cui si forma ormai l'organo della comprensione della vita della classe operala: la frazione. Capire gli eventi non sì accompagna più con l'azione diretta su questi ultimi, come succedeva prima all'interno del partito, e la frazione non può ricostituire questa unità se non liberando il partito dall'opportunismo.
Il trionfo del centrismo nelle fila dei partiti comunisti ha chiuso un periodo preciso dei rapporti tra le classi: quello in cui il capitalismo aveva di fronte uno Stato operalo e un'Internazionale Comunista che lottava per la rivoluzione mondiale, Questo trionfo ha inaugurato una nuova fase di rapporti nella quale il capitalismo ha di fronte lo Stato operaio e i vari partiti comunisti che lottano per il socialismo in un solo paese. - A partire dal 1928, che ha segnato il trionfo totale del centrismo, il criterio generale per l'analisi della situazione è quello che pone tra le condizioni oggettive, insieme alla forza del capitalismo, dei suoi agenti socialdemocratici e della posizione delle classi medie, anche la forza del centrismo.
La condizione soggettiva si sposta dal partito alla frazione. Questa è il solo organismo in cui il proletariato realizza la sua organizzazione in classe dato che è l'organismo che deriva da una fase storica passata e ne prepara un'altra.
Nel 1927, con l'esclusione delle sinistre dei Partiti Comunisti, si è verificato il fallimento dell'I.C. il cui compito storico era la canalizzazione del movimento proletario mondiale intorno allo Stato operaio. Le lotte, anche parziali, del proletariato non possono avere successo effettivo se la frazione non giunge a realizzare, nel suo seno, i dati programmatici significativi della nuova fase.
Potrebbe sembrare che i compiti della frazione siano esclusivamente didattici. Ma questa critica può essere respinta dai marxisti con le stesse argomentazioni usate contro tutti i ciarlatani che considerano la lotta del proletariato per la rivoluzione e la trasformazione del mondo alla stessa stregua dell'azione elettorale.
E' del tutto esatto che il ruolo specifico delle frazioni è SOPRATTUTTO un ruolo di formazione di quadri, attraverso degli eventi vissuti e grazie all'esame rigoroso del loro significato. Ma è anche vero che questo lavoro, soprattutto ideologico, è fatto tenendo conto dei movimenti di massa e fornisce costantemente la soluzione pratica per il loro avanzamento. Senza il lavoro di frazione, la rivoluzione russa sarebbe stata impossibile; senza le frazioni, Lenin stesso sarebbe rimasto un topo di biblioteca e non sarebbe diventato un capo rivoluzionario.
Quindi le frazioni sono, storicamente, il solo luogo in cui il proletariato prosegue il suo lavoro per organizzarsi in classe. Dal 1928 fino ad oggi, il compagno Trotsky ha completamente trascurato questo lavoro di costruzione delle frazioni e, per ciò, non ha contribuito a realizzare le condizioni effettive per i movimenti di massa. Durante tutto questo periodo la nostra frazione di sinistra si è trovata nell'impossibilità di far penetrare all'interno dell'Opposizione, la sua linea politica tendente alla costruzione di frazioni di sinistra. Il bilancio si chiude con un nostro insuccesso e con una vittoria contro di noi ottenuta con l'applicazione di metodi e di manovre indegne del movimento comunista, mentre l'organizzazione dell'Opposizione ha subito sconfitte su sconfitte e scissioni su scissioni.
3. Trasformazione della frazione in partito
In sostanza il problema è visto sotto due forme diametralmente opposte: la nostra frazione concepisce la sua trasformazione in partito, considera ogni momento della sua attività come un momento della ricostruzione del partito di classe del proletariato e reputa che solo la frazione, all'interno o al di fuori dell'organizzazione ufficiale del partito, rappresenti l'organismo capace di condurre il proletariato alla vittoria. Il compagno Trotsky ritiene invece che la costituzione di un nuovo partito non dipenderà direttamente dalla frazione o dal suo lavoro, ma dal lavoro della "opposizione" in collaborazione con altre formazioni politiche e anche con correnti appartenenti a partiti della classe nemica.
Su questo fatto l'esperienza storica ha già sciolto ogni dubbio: da un lato, la rivoluzione corona il lavoro tenace di Lenin per la trasformazione della frazione bolscevica in partito; dall'altro, la sconfitta del 1923 in Germania compromette il lavoro degli spartachisti legatisi - con la fusione di Halle - agli Indipendenti[1]. Infine la formazione delle sezioni dell'Internazionale in diversi paesi, fatta sulla base di fusioni tra formazioni politiche eterogenee, ci ha portato alla situazione attuale in cui i vari gruppi dell'opposizione si scontrano su questioni legate alle persone senza riuscire a definire le differenze di principio che li dividono
La trasformazione della frazione in partito è condizionata da due elementi intimamente legati:
1. L'elaborazione, da parte della frazione, delle nuovi posizioni politiche capaci di ben inquadrare le lotte del proletariato per la rivoluzione nella sua fase nuova più avanzata. Per agire nelle situazioni attuali e future, è necessario possedere posizioni politiche che oppongono allo Stato operaio degenerato lo Stato operaio in lotta per la vittoria rivoluzionaria nel mondo intero. Inoltre bisogna possedere le soluzioni tattiche che permettano di realizzare l'insurrezione proletaria nei paesi capitalistici visto che la riapplicazione pura e semplice della politica dei bolscevichi si è dimostrata insufficiente in Germania nel 1923, con tutto che l'I.C. era diretta ancora da Lenin e Trotsky.
2. Il capovolgimento del sistema attuale dei rapporti di classe quale si è venuto assestando con la vittoria dell'opportunismo all'interno del partito della classe operaia. Questo capovolgimento si attuerebbe con lo scoppio di movimenti rivoluzionari che potranno permettere alla frazione di riprendere la direzione delle lotte verso l'insurrezione.
Queste due condizioni sono dialetticamente legate e noi esamineremo e comprenderemo la nuova realtà che sta maturando a mano a mano che si verifica il passaggio nel campo nemico dell'opportunismo che dirige il partito comunista. Oppure, nella prospettiva opposta, nella misura in cui progredisce il lavoro della frazione di sinistra per la vittoria rivoluzionaria. Ai "sapientoni" oggi di moda nell'Opposizione Internazionale e che partoriscono ad ogni piè sospinto delle posizioni politiche che rappresenterebbero la quintessenza del sapere marxista universale, bisogna opporre la realtà, E questa dimostra che la debolezza numerica e l' incapacità teorica attuali delle frazioni di sinistra non sono che il riflesso dell'incapacità del proletariato mondiale ad opporsi all'attacco del capitalismo nell'attuale fase di crisi economica senza sbocco, la quale, pur tuttavia, dovrebbe fornire la base per dei grossi scontri rivoluzionari.
Il tradimento dei partiti comunisti non è un dato psicologico, ma storico. Non sono i gesti politici dei dirigenti opportunisti che fanno passare il partito nel campo del nemico, Così come non è il trattato di amicizia dell'URSS con l'imperialismo italiano, o le nuove relazioni con l'imperialismo francese che modificano la natura dello Stato russo, che resta ancora basato sulla socializzazione dei mezzi di produzione. Il compagno Trotsky, che poneva la chiave degli eventi per la vittoria della Rivoluzione nel Partito Comunista Tedesco, diretto dal centrismo, è sicuramente sconcertato dalla posizione politica che i partiti comunisti hanno adottato al momento della vittoria del fascismo. Per noi questa conclusione era inevitabile perchè noi ponevamo la chiave della situazione nelle mani della frazione di sinistra. Dato che questa non esisteva e che niente era stato fatto per la sua costruzione, nessuna forza poteva, conseguentemente, agire per la difesa del proletariato tedesco.
La vittoria dell'opportunismo tra le fila del partito non significa il passaggio di questo al nemico o la sua manifestazione come forza sociale al servizio del nemico, L'opportunismo rivede il marxismo e propone nuovi metodi di lotta del proletariato, All'interno dei partiti socialisti, prima del 1914, l'opportunismo preconizzava la conquista graduale dello Stato in sostituzione della lotta rivoluzionaria per la sua distruzione. Per conquistare il proletariato, l'opportunismo insisteva sull'importanza crescente del sindacato e del partito, chiamati a giocare un ruolo nelle questioni parlamentari e ministeriali. Le diverse fasi attraversate dall'opportunismo, all'interno dei partiti della Seconda Internazionale, sono evidentemente state altrettante fasi di regresso del proletariato e di progresso dell'influenza del capitalismo tra le sue fila. Il proletariato, in mancanza della frazione di sinistra, ha dovuto attendere l'esaurimento della funzione dell'opportunismo, cioè il suo tradimento, prima di passare alla costruzione di nuovi partiti. D'altra parte, la frazione stessa non ha elaborato le nuove posizioni storiche per la lotta del proletariato se non dopo il 1914, e soprattutto attraverso la voce di Lenin, il cui lavoro precedente fu la premessa indispensabile alle conclusioni stabilite dopo il tradimento dei partiti socialisti.
Il centrismo, in seno ai partiti comunisti, propone al proletariato, la lotta per il socialismo in un solo paese. Gli interessi della classe operaia di ogni paese non risultano più dalla lotta per il rovesciamento del capitalismo, ma derivano dai progressi dell'industrializzazione e dei piani quinquennali in URSS. In definitiva, il centrismo dirà agli operai: non la vittoria rivoluzionaria del proletariato, ma il rafforzamento economico e militare dello Stato operaio e la sua coesistenza pacifica con il capitalismo mondiale vi porteranno al socialismo. Come prima della guerra i sindacati permisero ai riformisti di svolgere il loro ruolo controrivoluzionario, così lo Stato operaio rappresenta la condizione essenziale che permette al centrismo di sviluppare la sua politica in seno al proletariato.
Attualmente noi dobbiamo avere la forza di attendere che le contraddizioni insolubili, in cui si trova il centrismo, si scontrino con l'opera costruttiva delle frazioni di sinistra. Noi non possiamo ignorare l'organizzazione sociale che esiste in Russia - poiché il centrismo non è il capitalismo - e, quindi, passare alla costituzione dei nuovi partiti significherebbe sostituire uno schema astratto della realtà alla realtà nella quale viviamo e in cui vive il proletariato.
La trasformazione delle frazioni in partito potrebbe risultare dalla vittoria del proletariato rivoluzionario in un paese capitalista. In questo caso il problema essenziale della lotta del proletariato mondiale, polarizzato intorno ad uno Stato operaio, si troverebbe posto di nuovo su delle considerazioni di principio che risulterebbero dall’ esperienza fatta in Russia.
All'interno dei partiti della Seconda Internazionale, quelli che non vollero tener conto della posizione del partito socialista di quest'epoca e che ebbero una reazione più ampia ai successi dell'opportunismo, finirono con l'opporre alla lotta parlamentare la lotta contro tutti i partiti politici ed ai principi marxisti le posizioni politiche del sindacalismo. Invece i bolscevichi sono rimasti sempre partigiani della politica di frazione e il gruppo dei Tribunisti olandesi, escluso dal partito socialista, pur fornendo del materiale politico prezioso, è rimasto un gruppo incapace di influenzare il corso degli eventi.
Attualmente il compagno Trotsky, che non tiene conto della posizione di classe che conservano i partiti comunisti, non trova all'interno di questi gli elementi proletari per costituire un nuovo partito e cerca questi elementi e questa base tra i partiti socialisti, cioè in seno ad organismi che, dal 1914, agiscono nell'interesse del nemico.
E' un dovere per i proletari, raggruppati nella frazione di sinistra, non spaventarsi per le situazioni terribili che attraversiamo. Essi resteranno fermi sulle posizioni che un avvenimento storico - la rivoluzione russa - ha confermato in maniera irrefutabile; essi continueranno la lotta per la costruzione delle frazioni di sinistra che si trasformeranno in partito quando le condizioni storiche saranno favorevoli.
4. Le condizioni per creare i nuovi partiti
Il meccanismo dei rapporti di classe, così come il meccanismo economico, obbedisce a delle leggi la cui evoluzione non dipende per niente dalla volontà individuale degli uomini. Per agire nel meccanismo dei rapporti di classe, bisogna conoscerne le leggi, e soprattutto realizzare la condizione storica per agire. Questa condizione risiede - lo ripetiamo - nell'organismo in cui si concretizza l'organizzazione del proletariato in classe: la frazione.
Dopo la vittoria dell'opportunismo nei partiti, si va attuando un profondo cambiamento. Una parte notevole del proletariato, la sua maggioranza, ha fatto proprie delle posizioni politiche che non rappresentano più il programma del comunismo, ma quello dell'opportunismo, che sostituisce la politica e la tattica opportuniste alla politica e alla tattica comuniste. Così, gli antagonismi sociali non spingono più il partito a prendere delle posizioni che rispondono agli interessi finali del proletariato. Al contrario, il partito attaccato dal cancro dell'opportunismo, interverrà nelle situazioni determinando non l'allargamento dei movimenti di classe, ma la loro dispersione a vantaggio del nemico.
Il meccanismo economico è destinato ad evolvere verso il sorgere dei contrasti derivanti dalle basi antagoniste del regime capitalista, Ugualmente, il meccanismo dei rapporti tra le classi evolve verso l'esplodere dei contrasti dovuti all'antagonismo tra la posizione che occupa il partito degenerato e la posizione reale che la classe dovrebbe occupare. Questo posto è ormai occupato dalla frazione di sinistra.
Marx scriveva nel suo contributo alla "Critica dell'Economia Politica" che una società non scompare mai prima che si siano sviluppate tutte le forze produttive che essa era in grado di contenere e che mai si sostituiscono ad essa dei nuovi e più elevati rapporti di produzione prima che le condizioni di esistenza materiali di questi rapporti stano maturate nel seno stesso della vecchia società.
Ciò vuol dire che il proletariato non può cominciare la sua lotta per la nuova organizzazione della società che quando le condizioni per questa si siano annunciate all'interno della vecchia società. Queste condizioni cominciano a maturare nel momento stesso dell'instaurarsi della società capitalista. In maniera analoga, le frazioni di sinistra non potranno trasformarsi in partito che quando gli antagonismi tra la posizione del partito degenerato e la posizione del proletariato minacciano tutto il sistema dei rapporti di classe determinato dalla vittoria del centrismo all'interno dei partiti. Ora, tutto ciò si concretizza in una posizione storica occupata dal partito, posizione che si basa su di un programma che non risponde più agli interessi della classe operaia ma che non rappresenta ancora gli interessi del nemico. Attualmente, il partito comunista, diretto dal centrismo, emanante dallo Stato operaio e agente sulla base del socialismo in un solo paese, dell'opposizione sindacale rivoluzionaria, del nazional-bolscevismo, occupa questo posto intermedio.
Marx subentra a Blanqui perché oppone la insurrezione, derivante dalla lotta di classe, alla teoria del colpo di mano. Parallelamente i marxisti oppongono la frazione alla avventura che sarebbe la costituzione di altri partiti prima che il meccanismo dei rapporti di classe abbia maturato le condizioni per la costruzione delle nuove organizzazioni. Queste esistono dal momento in cui il centrismo spinge il partito ad una politica controrivoluzionaria. Queste condizioni maturano, si delimitano, si precisano nella misura in cui le frazioni di sinistra sviluppano la loro consistenza ideologica, la loro importanza numerica e giungono così a diventare un fattore diretto dell'evolvere delle situazioni.
Si può affermare che le condizioni storiche che permettono alle frazioni di sinistra di conservare al proletariato i vecchi partiti risiedono nella vittoria rivoluzionaria di un proletariato diretto da una frazione di sinistra che riesce a spazzar via il centrismo al fuoco stesso dell'insurrezione. Questo concetto ci sembra essere l'unico marxista, in contrapposizione a tutta una serie di considerazioni politiche che si riassumono nella formula del ’raddrizzamento" del partito, o nell'altra posizione, al minimo bizzarra, della "riforma". Questa prospettiva di vittoria rivoluzionaria, malgrado l'intralcio rappresentato dal partito diretto dal centrismo e benché sempre meno probabile, non può essere esclusa in partenza, anche dopo la morte dell'I.C. Se questa condizione storica non si realizza, allora sarà l'altra prospettiva a realizzarsi, quella cioè della conclusione della funzione del centrismo. I rapporti di classe che si sono stabiliti con la vittoria del centrismo, che ha legato il proletariato ad un programma politico contrario ai suoi interessi, giungeranno in tal caso al loro sviluppo estremo.
Abbiamo già detto che il centrismo disperde le reazioni di classe conseguenza degli antagonismi sociali, favorendo così il perpetuarsi dell'opera di conservazione del regime capitalista. Questo regime precipita verso la guerra, se la classe operaia non vi si oppone dirigendo la rivolta delle forze produttive verso la creazione di una nuova organizzazione sociale. Il centrismo sarà un fattore necessario per condurre il proletariato alla guerra e così la sua funzione si esaurirà totalmente. Ecco dunque il secondo tipo di condizioni storiche che si dovrebbe realizzare per la costruzione di un nuovo partito.
Il bilancio che le frazioni di sinistra debbono tirare è, di conseguenza, un bilancio storico. Le contraddizioni del mondo capitalista, nella fase dell'imperialismo, sono destinate a risolversi con la rivoluzione o la guerra. Dopo la vittoria del centrismo nel partito, solo la frazione di sinistra potrà conservare il partito alla causa del proletariato e riconquistarlo per guidare la classe alla vittoria.
Nel caso in cui le frazioni non riescono a condurre - contro il centrismo - il proletariato alla vittoria, nessuna volontà individuale potrà evitare l'altro sbocco della situazione: la guerra; ed è solo nel corso di questa o al suo seguito che la frazione, trasformandosi in partito, potrà condurre la classe operaia alla vittoria.
5. Partito e Internazionale
L'Internazionale proletaria rappresenta la conclusione, per un determinato periodo storico, del lavoro ideologico del proletariato volto a fissare gli obbiettivi ed i metodi della sua lotta contro il capitalismo. Tutto questo lavoro ideologico è intimamente legato alla lotta condotta precedentemente dalle frazioni, in legame con le lotte della classe, lotta che dette vita ai nuovi partiti in uno o più paesi.
La nozione dell'Internazionale è superiore a quella del partito, non solo organizzativamente e politicamente, ma anche cronologicamente. Infatti il partito è un organismo che si collega direttamente con un processo di lotta di classe e che ha come obiettivo la sua lotta contro lo Stato capitalista. L'Internazionale, al contrario, si fonda unicamente su delle nozioni politiche e non ha di fronte ad essa uno Stato capitalista mondiale, ma degli Stati che riproducono su scala internazionale gli antagonismi esistenti, nel campo economico, tra i capitalisti o tra gruppi di questi. La morte dell'Internazionale Comunista deriva dall'esaurirsi della sua funzione: l'I.C. è morta con la vittoria del fascismo in Germania; questo avvenimento ha segnato dal punto di vista storico la fine della sua funzione ed ha mostrato il primo risultato definitivo della politica centrista. La vittoria del fascismo in Germania ha significato che gli avvenimenti voltavano le spalle alla rivoluzione per prendere la via che può condurre alla guerra.
Il partito non cessa di esistere, anche dopo la morte dell'Internazionale. Il Partito non muore, tradisce. Il partito, ricollegandosi direttamente al processo della lotta di classe, è chiamato a continuare la sua opera anche quando l'Internazionale è morta. Così, in caso di guerra, mentre l'Internazionale scompare totalmente dalla scena politica, il partito esiste e chiama il proletariato a prendere le armi, non per la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile, ma per continuare la sua lotta anche durante la guerra, confondendo i suoi interessi con quelli del nemico di classe.
Le esperienze storiche sono decisive e dimostrano che la costruzione dei partiti precede la fondazione dell'Internazionale. Le frazioni di sinistra devono evidentemente ispirarsi, per il lavoro che compiono in ogni paese, a concetti internazionali, ma solo la costruzione di uno o più partiti può rappresentare la condizione perché si crei una nuova Internazionale. Invertire i termini significa sostituire al marxismo, che fa conseguire le direttive per le lotte proletarie dal meccanismo stesso della lotta di classe, l’opera di letterati politici che affidano alla loro volontà e al loro talento la preoccupazione di costruire delle organizzazioni di classe,
La nuova Internazionale sarà il coronamento del lavoro tenace delle frazioni di sinistra e si incrocerà o con una rivoluzione proletaria vittoriosa o con una nuova guerra imperialista.
6. L’URSS e il problema del nuovo partito
AI fondo, tutte le contraddizioni del compagno Trotsky si spiegano tramite il suo errore, che ancora sostiene, sulla prospettiva generale. Il lavoro dell'Opposizione Internazionale di Sinistra, ispirato direttamente dal compagno Trotsky, si basava sull'URSS considerata come polo di concentrazione del proletariato mondiale. Dalla natura proletaria dello Stato russo si faceva discendere la prospettiva fatale di un blocco universale del capitalismo per la guerra contro l'Unione Sovietica. Il dovere delle opposizioni in tutti i i paesi era la difesa dell'URSS contro l'attacco imperialista inevitabile e il loro posto, in tale guerra, era in prima fila per la difesa dello Stato sovietico.
Tutta la politica di "raddrizzamento" dei partiti comunisti era fondata sulla visione della lotta del proletariato russo contro il centrismo incapace di assicurare la difesa dello Stato operaio. Ciò avrebbe determinato le condizioni favorevoli al "raddrizzamento" dei partiti comunisti. Si può dire che tutte le scissioni che si sono verificate all'interno dell'Opposizione Internazionale di Sinistra hanno avuto per motivo dei dissensi sulla questione russa. Il compagno Trotsky, procedendo a tutta questa serie di scissioni, credeva evidentemente di realizzare così, e solamente così, le condizioni politiche favorevoli alla sua prospettiva generale.
Dopo la vittoria del fascismo in Germania, egli sostiene la fondazione di un nuovo partito allo scopo di rigenerare l'I.C. e assicurare la difesa dello Stato russo contro l'imperialismo. Ancora oggi, il compagno Trotsky preconizza la fondazione dei nuovi partiti e di una nuova Internazionale per difendere l'URSS attivamente. Ora tutta la prospettiva del compagno Trotsky, se la si giudica alla luce delle esperienze fatte, è totalmente smentita dagli avvenimenti. In effetti, è dopo la sconfitta del proletariato mondiale in Germania, nel febbraio scorso, che si è aperta la fase dei migliori rapporti tra gli Stati capitalisti e lo Stato sovietico. Ci si potrà rispondere che non si tratta che di una fase assolutamente passeggera e che assisteremo domani alla formazione di un blocco universale contro lo Stato russo. Che non si tratti di una fase passeggera è provato dal fatto che lo Stato russo consolida le sue posizioni economiche, strategiche e politiche proprio nel momento in cui il proletariato mondiale si vede respinto dall'offensiva del nemico. Ma, al di la dell'analisi della situazione attuale, la prospettiva del compagno Trotsky deve essere confrontata con dei dati più generali.
Lo Stato russo ha rappresentato il polo di concentramento del proletariato mondiale finché si è basato sul programma del socialismo internazionale. Noi intendiamo con questo non un attaccamento ideale a questo programma, ma il concentrarsi della lotta di classe del proletariato mondiale intorno alla lotta dello Stato russo per la rivoluzione mondiale e per la costruzione del socialismo in Russia. La vittoria del programma del socialismo in un solo paese comporta lo sna- turamento dello Stato russo che diventa un ostacolo sia per la lotta del proletariato russo che per la lotta rivoluzionaria del proletariato degli altri paesi. Gli avvenimenti di Germania hanno verificato questo snaturamento dello Stato russo in maniera lampante: i concetti politici del nazional-bolscevismo, del social-fascismo, tutta la teoria dell'Opposizione Sindacale Rivoluzionaria che pone il partito al di fuori del meccanismo della lotta di classe, tutti questi concetti sono stati introdotti nel proletariato tedesco dalla burocrazia centrista, che si è impadronita dello stato russo nel 1927.
Il ruolo rivoluzionario dello Stato russo non deriva dalla natura politica di questo Stato, ma dalla politica che esso applica nel campo nazionale e internazionale. Così, la politica del centrismo ha spinto con violenza lo Stato russo da un ruolo rivoluzionario ad un ruolo reazionario. Che la nuova posizione presa dall'URSS, diretta dal centrismo, non modifichi i suoi caratteri di classe, questa è una cosa perfettamente chiara per i marxisti che sono stati educati dalla esperienza dei partiti della Seconda Internazionale e che hanno compreso che la burocrazia sindacale non rovescia il carattere di classe delle organizzazioni sindacali.
Tuttavia, una differenza molto importante esiste tra lo Stato e il sindacato. Questo è un organismo di lotta fondato sull'adesione volontaria del proletariato, mentre lo Stato è un organo che controlla il meccanismo produttivo e possiede dei mezzi di coercizione violenta verso i proletari che continuano la lotta per il comunismo, Praticamente, questa differenza si esprime, a nostro avviso, attraverso due atteggiamenti differenti che devono tenere i marxisti. Di fronte ad un attacco fascista, noi dobbiamo realizzare il fronte unico con la socialdemocrazia per difendere l'organizzazione sindacale contro gli attacchi del nemico. Esempi di questo tipo si sono verificati all'epoca del l'ascesa del fascismo in Italia, allorché il partito era diretto dalla corrente di sinistra di cui la nostra frazione ha la pretesa di essere la continuazione.
Invece lo Stato, sotto la direzione dell'opportunismo, prende posto tra le forze della reazione e obbliga, con la violenza, i proletari ad appoggiare la sua politica. E ciò perchè lo Stato, a differenza del sindacato, si lega direttamente all'apparato produttivo. Ne segue che bisogna proclamare la necessità di un secondo partito, di una seconda rivoluzione e che bisogna prendere le armi contro il centrismo che si è accaparrato la direzione dello Stato proletario? Sì, per quelli che considerano la lotta politica come risultato della disputa tra sostenitori di idee opposte. No, per i marxisti, che basano la loro azione sui principi della lotta di classe.
Il centrismo usurpa la direzione dello Stato proletario e ciò prova la debolezza del proletariato russo e mondiale nella salvaguardia della funzione rivoluzionaria dello Stato. Il proletariato russo può riconquistare la sua forza costruendo la sua frazione di sinistra che, sola, assicura la continuità della vita della classe. Formalmente, e secondo i "canoni" dell'idealismo, chi si oppone deve contrapporre le armi alla violenza dell’opportunismo che deporta e ammazza i comunisti; secondo il punto di vista marxista, invece, il proletariato lotterà per forgiare l'organismo che saprà poi cogliere l'occasione favorevole per lanciare la lotta per la riconquista dello Stato russo alla classe operaia.
Che lo Stato diretto dal centrismo si sia posto tra le forze della reazione, è provato dal ruolo che hanno giocato i partiti comunisti nei diversi paesi e in Germania particolarmente e ciò non è affatto smentito dal successo dell'industrializzazione in URSS. Questi non sono dei momenti della lotta del proletariato russo per la costruzione del socialismo. Infatti il plusvalore sarà ormai utilizzato per ostacolare la lotta rivoluzionaria nei vari paesi e sarà domani usato per mobilitare il proletariato nella partecipazione alla guerra in una delle costellazioni imperialiste.
In definitiva i marxisti avrebbero dovuto far derivare la loro posizione verso lo Stato russo da una considerazione di uno Stato sfigurato, nella sua funzione storica, dal centrismo. Per ciò avrebbero dovuto sostenere la lotta condotta dalla frazione di sinistra del PCR. Invece di porre il dilemma: capitalismo contro lo Stato russo diretto dal centrismo, bisognava porre l'alternativa reale: imperialismo contro frazione di sinistra del PCR.
E' veramente riprovevole che il compagno Trotsky abbia abbandonato la posizione che aveva nel 1927, quando richiamava l'esperienza Clemenceau, per adottare l'altra posizione politica che egli sostenne all'epoca dell'attacco cinese contro la ferrovia dell'Est cinese. Più recentemente ancora - dopo la disfatta tedesca - il compagno Trotsky ha affermato che la sinistra, alla direzione dello Stato russo, non poteva che applicare una politica analoga a quella di Stalin.
La vittoria del centrismo e lo sviluppo della sua funzione rendono sempre più improbabile l'ipotesi della lotta universale del capitalismo contro l'URSS. Ma, anche se ciò dovesse verificarsi, il posto del proletariato russo e mondiale sarebbe al fianco della frazione di sinistra e non del centrismo che, in caso di guerra, arriverebbe alla conclusione inevitabile della sua politica, mettendo direttamente in gioco il carattere proletario dello Stato.
Il compagno Trotsky preconizza ugualmente la fondazione di un altro partito in Russia. Ora, le condizioni per un secondo partito risiedono nella modifica della natura proletaria dello Stato russo: i partiti si fondano su di un programma diretto alla distruzione dello Stato. Inoltre, la dittatura del proletariato è inconcepibile con la presenza di due partiti.
Le Opposizioni non hanno nemmeno abbordato i complessi problemi della costruzione di una frazione di sinistra del PCR, dei suoi rapporti con le organizzazioni sindacali e con i soviet, e ciò in una situazione in cui vi è il reale pericolo che il nemico di classe profitti di questa lotta contro il centrismo per riconquistare la Russia al suo dominio, La nostra frazione stessa non ha che sfiorato questi problemi e, attualmente, non è ancora riuscita a dar loro una soluzione positiva. Comunque questo è proprio uno dei compiti storici delle frazioni di sinistra dei partiti comunisti.
Il compagno Trotsky, lanciando la scomunica, all'interno dell'Opposizione Internazionale, contro tutti coloro che osavano mettere in dubbio la posizione da lui difesa riguardo all'URSS, ha reso molto più difficile la soluzione di questi problemi. D'altra parte i militanti che si accaniscono ad affermare che lo Stato russo non è più uno Stato proletario e che si sarebbe trasformato non sappiamo in che cosa, non fanno fare alcun passo in avanti alla lotta della classe operaia. Al contrario, saltando tutti gli ostacoli che sono alla base dell'analisi marxista della prima esperienza di uno Stato proletario, e di uno Stato conquistato dall'opportunismo, essi acquistano una pace interna a buon mercato e si precludono così la possibilità di lottare per la costruzione della frazione.
Le frazioni di sinistra hanno il dovere di mettere in guardia il proletariato sul ruolo che ha giocato 1'URSS nel movimento operaio e di indicare fin d'ora l'evoluzione che avrà lo Stato proletario sotto la direzione del centrismo. Fin da ora bisogna che sia chiara e lampante la dissociazione dalla politica imposta dal centrismo allo Stato operaio. Deve essere gettato l'allarme tra la classe operaia contro la posizione che il centrismo imporrà allo Stato russo non nei suoi interessi, ma contro i suoi interessi. Domani, e bisogna dirlo da oggi, il centrismo tradirà gli interessi del proletariato.
Un tale atteggiamento energico è capace di risvegliare l'attenzione dei proletari, di strappare i membri del partito alla presa del centrismo, di difendere realmente lo stato operaio. Solo un tale atteggiamento può mobilitare delle energie per la lotta che conserverà al proletariato l'Ottobre 1917.
Verso l'Internazionale due e tre quarti ... ?
In passato, noi abbiamo difeso il concetto fondamentale della "frazione" contro la posizione detta “d’opposizione”. Per frazione noi intendiamo l'organismo che forma i quadri che devono assicurare la continuità rivoluzionaria e che è destinato a diventare il protagonista della vittoria proletaria. Contro di noi, ha trionfato in seno all'Opposizione Internazionale di sinistra, la posizione detta "d'opposizione" Quest'ultima affermava che non bisognava proclamare la necessità della formazione dei quadri, poiché la chiave degli avvenimenti si trovava nelle mani del centrismo e non nelle mani della frazione.
Questa divergenza prende attualmente un aspetto nuovo, ma si tratta sempre dello stesso contrasto, benché a prima vista sembra che il problema consista oggi in questo: per o contro i nuovi partiti. Il compagno Trotsky trascura totalmente, e per la seconda volta, il lavoro di formazione di quadri, credendo di poter passare immediatamente alla costruzione di nuovi partiti e della nuova Internazionale.
Oggi si preconizza un lavoro comune con le sinistre socialiste in vista della formazione della nuova Internazionale. A questo scopo si mette in evidenza la partecipazione di Lenin alle Conferenze di Zimmerwald e di Kienthal, che sono presentate come gli antecedenti indispensabili della Terza Internazionale. Innanzitutto bisogna ristabilire la verità su queste conferenze che ebbero luogo durante la guerra: esse non avevano assolutamente per scopo la formazione di una nuova Internazionale, ma la ripresa di legami dopo il tradimento del 1914, inoltre è completamente falso che, dal punto di vista politico, queste conferenze abbiano rappresentato degli antecedenti della Terza Internazionale. Invece è vero che i bolscevichi hanno lentamente preparato, tra il 1914 e il 1919, le basi della nuova Internazionale, ma mai in collaborazione con le formazioni del centro o del centro-sinistra che avevano partecipato a Zimmerwald e a Kienthal. La fretta galoppante di quegli stessi compagni che, negli ultimi anni, lottarono con accanimento contro coloro che si rifiutavano di giurare sul "raddrizzamento" dei partiti commisti, questa fretta per la costruzione dei nuovi partiti, non ha alcuna relazione con il lavoro di Lenin. Anche dopo la guerra, Lenin non si dedicò immediatamente alla costruzione della nuova Internazionale, ma lo fece solo dopo la vittoria della rivoluzione russa.
Il problema delle sinistre socialiste è posto oggi dal compagno Trotsky e dall'Opposizione Internazionale sotto un angolo completamente originale! La divergenza del passato, che esisteva a questo proposito, tra Lenin e noi, riguardava il dominio della tattica; la divergenza attuale tra il compagno Trotsky e la nostra frazione riguarda il campo dei principi. In effetti, quando nei primi anni della I.C. si pose il problema dello sviluppo del partito con l'adesione di una frazione della sinistra socialista, si aveva in mente l'assorbimento di questa frazione da parte del partito che già possedeva un insieme di posizioni programmatiche ben stabilite e si pensava fosse sensato inglobare questa formazione.
Ma oggi si tratta di ben altra cosa: la sinistra socialista è considerata capace di collaborare all’opera di costruzione programmatica di nuovi partiti. Il modo di formazione delle sezioni della Terza Internazionale - rispetto al quale noi manteniamo tutte le riserve sollevate allora dal compagno Bordiga[2] - non ha niente a che vedere con la nuova posizione che adotta il compagno Trotsky. In effetti, i partiti comunisti si fondavano sulla delimitazione ideologica e programmatica tracciata dalla rivoluzione russa; tutte le formazioni della sinistra socialista non avevano altra scelta che l'adesione alla Terza Internazionale o il passaggio esplicito dall'altro lato della barricata. Alla formula del compagno Trotsky: “le sinistre socialiste evolvono verso il comunismo”, l'esperienza del dopoguerra oppone una smentita categorica: "le sinistre socialiste evolvono verso la socialdemocrazia”.
A nostro avviso la guerra e la rivoluzione russa hanno operato una rottura definitiva nella storia. Prima del 1914 i partiti socialisti potevano trovarsi all'interno del movimento operaio; dopo, il loro posto è nel campo borghese, all’interno del capitalismo. Questa trasformazione della posizione di classe della socialdemocrazia comporta, regola di conseguenza, una contrapposizione fondamentale fra le sinistre socialiste, che gettarono le basi dei partiti comunisti, e le sinistre socialiste del dopoguerra, necessarie alla Socialdemocrazia per ingannare le masse e per continuare così a svolgere la sua funzione nell’interesse del nemico. Le sinistre socialiste si collocano oggi ben al di qua del solco tracciato dalla rivoluzione russa e non possono mai collaborare con le frazioni di sinistra dei partiti comunisti nella determinazione del nuovo programma che dovrà fissare – per le rivoluzioni future – le lezioni derivanti dalla grandiosa esperienza del potere proletario e della terribile esperienza sopraggiunta con la vittoria del centrismo.
Inoltre queste sinistre hanno vissuto gli eventi del dopoguerra stando dall’altro lato della barricata e, perciò, esse rappresentano degli organismi molto più reazionari del centrismo stesso.
Nell’immediato dopoguerra, la socialdemocrazia non poteva agire tra le masse con l’intervento diretto dei Vandervelde e compagnia, che avevano ancora le mani piene del sangue dei proletari. In quel momento non si trattava di dedicarsi alla raccolta immediata dei frammenti della Seconda Internazionale e non a caso si vide nascere la Seconda Internazionale e mezza.
Attualmente, dopo gli eventi tedeschi, in cui la socialdemocrazia ha brillantemente compiuto il suo ruolo (trasmettendo il potere al fascismo, nella nuova forma di organizzazione sociale imposta al capitalismo dalle condizioni economiche), la socialdemocrazia internazionale ha bisogno della propaganda della sua ala sinistra per conservare le sue posizioni tra la classe operaia. Se le sinistre socialiste non hanno preso alcuna iniziativa per una nuova organizzazione internazionale, se noi non abbiamo assistito alla formazione, in tutti i paesi, di partiti socialisti indipendenti, ciò è dovuto al fatto che la politica del centrismo ha tolto ai partiti comunisti la loro capacita di guidare il proletariato alla rivoluzione. La socialdemocrazia può oggi avvalersi della politica centrista in Germania per giustificare il ruolo da essa giocato negli avvenimenti che si sono conclusi con la vittoria del fascismo.
Ma, se attualmente non esistono le condizioni per la formazione dei partiti socialisti indipendenti, niente prova che, domani con il complicarsi della situazione, non assisteremo alla costituzione di tali partiti. Ci interessa dunque stabilire una regola di carattere generale valida per il futuro: il lavoro delle frazioni di sinistra per la formazione dei nuovi partiti e della nuova internazionale non può essere il risultato di una fusione tra organismi politici fondamentalmente opposti: i partiti non possono essere che il risultato del lavoro delle frazioni di sinistra, e solo di queste.
La funzione di una formazione politica non deriva affatto dalle sue affermazioni, né dall’intervento di individui, fossero anche della forza e del genio del compagno Trotsky. Le sinistre socialiste fanno parte integrante dei partiti socialisti, cioé di forze sociali che sono al servizio del nemico dal 1914, Le loro eventuali iniziative per fondare dei nuovi partiti e una nuova Internazionale non rispondono che alla necessità di continuare la funzione storica propria dei partiti socialisti. Il loro materiale politico è precedente alla rivoluzione russa e contrario a questa; la loro Internazionale non è la Quarta Internazionale, ma l'Internazionale due e tre quarti.
Tra l'Opposizione Internazionale di sinistra e le sinistre socialiste che collaborano per la formazione dei nuovi partiti, non sono certo i primi che assoggetterebbero i secondi nell'interesse della rivoluzione. Sarebbe piuttosto vero il contrario, perché la lotta per la rivoluzione non è la lotta della capacità e delle abilità individuali, ma quella delle forze sociali. E, attualmente, allorché noi constatiamo i progressi dell'offensiva del capitalismo nel mondo intero, le deboli forze dell' Opposizione Comunista diverrebbero prigioniere delle sinistre socialiste che finirebbero per immobilizzarle, comprometterle, disgregarle.
Il problema della costruzione dei nuovi partiti e della nuova Internazionale è posto in maniera del tutto falsa. Invece di fare un'analisi rigorosa della situazione per vedere se esistono le condizioni per fondare i nuovi organismi, si decide a priori la necessità di creare la nuova Internazionale. Dalla formula: la rivoluzione è impossibile senza partito comunista, si trae la conclusione semplicistica che bisogna già da ora costruire il nuovo partito. Sarebbe come se dalla premessa: senza insurrezione non si possono nemmeno difendere le rivendicazioni elementari dei lavoratori, si deducesse la necessità di scatenare immediatamente l'insurrezione. Al contrario, le frazioni di sinistra non passeranno alla costruzione dei nuovi partiti che quando vi saranno le condizioni adatte per questo.
Noi abbiamo già indicato le condizioni specifiche per la fondazione dei nuovi partiti e della nuova Internazionale; abbiamo anche spiegato che queste condizioni non esistono oggi. La prova dell'immaturità storica per passare oggi alla costruzione di nuovi organismi è d'altra parte fornita dal compagno Trotsky che è costretto a rivolgersi alle sinistre socialiste per intraprendere questo lavoro. L'immaturità della situazione ci fa prevedere che molto probabilmente l'Internazionale due e tre quarti, che è in preventivo, si ridurrà ad un semplice cambiamento di etichetta dell'Opposizione Internazionale di Sinistra. In breve, essa finirà per rendersi conto dell'errore commesso e riprenderà - lo speriamo vivamente - il cammino difficile delle frazioni di sinistra. Ma noi dobbiamo basare la nostra azione politica sulle posizioni proclamate attualmente dagli organi dirigenti dell'Opposizione.
A questo proposito, e finché la collaborazione con le sinistre socialiste non resta che una prospettiva per domani, il dovere dei proletari che militano nell'Opposizione sarà di raggrupparsi in frazioni all'interno di questi organismi. Ma nel caso in cui si dovesse passare praticamente ad un lavoro comune con le sinistre socialiste per la fondazione dei nuovi partiti, il dovere dei proletari sarà di uscire da questi organismi perché la lotta reale per le frazioni di sinistra, per i nuovi partiti, per la Quarta Internazionale, si farà al di fuori di questi aborti storici e contro di loro.
L'Opposizione Internazionale di sinistra avrebbe dovuto, dopo gli avvenimenti tedeschi, procedere ad una verifica delle posizioni politiche che aveva difeso. E ciò insieme a tutti gli altri gruppi precedentemente esclusi perché avevano difeso altre posizioni politiche. Che si tratti della politica della riconquista dei partiti o di quella del fronte unico in vista della lotta tra la socialdemocrazia e il fascismo, nel primo caso come nel secondo, le posizioni difese dall'Opposizione di sinistra si sono mostrate false nel corso dei fatti di Germania. Invece di operare questa verifica politica con i gruppi comunisti esclusi, l'Opposizione si preoccupa della propria estensione, mentre tutti i problemi politici restano nell’oscurità, tutte le divergenze politiche vengono soffocate. Questa stessa svolta dimostra l'incapacità dell'Opposizione a sostenere la battaglia politica all'interno di un raggruppamento delle forze comuniste che lottano da anni contro il centrismo.
E tuttavia solo questa lotta politica è tale da preparare i nuovi partiti e la nuova Internazionale.
Già si comincia a sentire una critica molto nota contro quelli che, come noi, sostengono un lavoro penoso per la costruzione delle frazioni di sinistra. L'eco delle critiche fatte dai riformisti quando noi costruivamo il partito comunista o dai centristi quando noi lottavamo per delle frazioni di sinistra, risuona di nuovo nelle fila dell'Opposizione. Noi saremo presentati "come quello che non fanno niente e non vogliono far niente", in opposizione a quelli che, in maniera disinvolta, si lanciano all'avventura per la costituzione di una nuova Internazionale.
Dal punto di vista marxista, il lavoro delle masse non è concepito come la mobilitazione emotiva degli operai attorno a delle formazioni politiche che i giornalisti di tutti i partiti raffigurano come gli elementi dominanti della situazione. Al contrario, la sola vera mobilitazione è concepita come l'appello alle masse per il loro raggruppamento attorno a delle posizioni di classe ed all'interno dei loro organismi specifici. Per cui noi opporremo brutalmente la lotta delle masse per le loro proprie rivendicazioni e nei loro organismi sindacali al tam-tam rivoltante dei Congressi di Amsterdam e di Parigi, che chiamano gli operai a costituire dei comitati al di fuori della lotta di classe e all'antifascismo e al cosiddetto antifascismo di classe. Queste formulazioni danno l'illusione del "far molto" mentre realizzano il “far niente” dato che sostituiscono lo scandalo giornalistico e burocratico al lavoro effettivo delle masse, che si fa esclusivamente sulla base di rivendicazioni e organismi di classe.
In maniera analoga, a proposito della fondazione dei nuovi partiti, gli sportivi del "gran fare" invece di costruire l'organismo per l'azione politica, la frazione, hanno fatto un gran chiasso sulla necessità di non perdere un solo istante per precipitarsi al lavoro, il solo lavoro che conta, quello di raddrizzare il partito. E quando non si può più raddrizzare il partito, allora senza esitazioni si modifica semplicemente l'aspetto esteriore della posizione precedente e si parte per la costruzione di nuovi partiti. E' ben evidente che la demagogia e il successo effimero vanno bene per lo sport e non per il lavoro rivoluzionario.
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Questo lavoro si inscrive nella necessità pei i proletari di comprendere gli eventi passati al fine di stabilire quell’organismo che lotta per delle posizioni politiche che forniscono la soluzione comunista a questi eventi. Senza questo lavoro teorico, non è possibile nessun lavoro di massa, non si può realizzare nessuna mobilitazione per la rivoluzione proletaria. L'Opposizione Internazionale, durante il periodo detto "del raddrizzamento", ha disperso i quadri delle frazioni di sinistra, mediante l'espulsione di gruppi comunisti in tutti i paesi, fondandosi su argomenti che seducono ed ingannano i proletari, ma non li educano, in quanto pongono la falsa prospettiva che solo con queste espulsioni si realizzano le condizioni per raddrizzare i partiti. In effetti se la Opposizione non avesse smembrato le frazioni per "raddrizzare" i partiti, essa si troverebbe dopo i fatti tedeschi non nella necessità di fare appello alle sinistre socialiste, ma, grazie al suo rafforzamento ideologico e organizzativo, avrebbe la possibilità di canalizzare i movimenti che si creano all'interno dei Partiti Commisti. Ancora oggi, dopo la svolta, l'Opposizione di sinistra si dà alla lotta contro i comunisti che restano con tenacia sul terreno delle lezioni degli eventi, terreno che era quello dei nostri padri, e qualifica questi comunisti come "i parassiti del nuovo partito di domani". Così, anche se l'Opposizione di sinistra blatera sul lavoro di massa, si mette fuori dal lavoro comunista di massa. Non farà che gettare della polvere negli occhi usando l'argomentazione favorita dell'opportunismo, che è sempre stata più realista che rivoluzionario, più esperto e più attivo.
E' certo che il compagno Trotsky saprà salvaguardare la sua personalità dalle complicazioni politiche a cui condurrà un lavoro in collaborazione con le sinistre socialiste per la fondazione dei nuovi partiti. Ma non si tratta qui della personalità del compagno Trotsky, si tratta degli interessi del movimento comunista che dipendono non dall'individuo Trotsky, ma dalla lotta di classe e dalle forze politiche che vi agiscono. E, a questo proposito, le sole regole d'azione valide sono quelle che si rifanno agli insegnamenti del marxismo, ai quali il proletariato deve conformarsi per uscire dalla situazione terribile che attraversa attualmente.
La frazione di sinistra del P.C.I. ha costantemente proposto delle soluzioni che ci avrebbero permesso di progredire nel lavoro, per far fronte ai problemi che si pongono. Alla Conferenza di Parigi, come dopo, con il pretesto di fare molto di più le nostre proposte sono state respinte. Ancora oggi mentre noi proponiamo un minuzioso confronto tra comunisti delle posizioni politiche difese nel corso degli eventi del dopoguerra, ci si risponderà con la costituzione di una nuova Internazionale. Fin da ora noi affermiamo che non è nella sfiducia generale, con la esclusione di militanti dell'Opposizione di sinistra, con la meschina lotta di scandalo contro gli elementi di sinistra dell'Opposizione, che si fonderà la Quarta Internazionale: l'Internazionale che verrà fuori in tali condizioni sarà il degno seguito dell'Internazionale Due e mezzo.
La Quarta Internazionale, i nuovi partiti si preparano in tutt'altra atmosfera politica. Quella in cui ci si ostina a voler capire il passato da noi appena vissuto, senza far ricorso a delle manovre che permettono dei successi effimeri. Grandi fatti storici accompagneranno la fondazione di questi nuovi organismi, ma perchè questi eventi si concludano con la rivoluzione mondiale, è necessario preparare, da ora, la condizione essenziale per la lotta, cioè le frazioni di sinistra. Queste non hanno niente a che vedere con delle esperienze premature e non possono legare la loro responsabilità con delle avventure che non realizzeranno certo delle nuove organizzazioni, ma la loro caricatura, e che faranno regredire e non avanzare la lotta del proletariato per la rivoluzione, per il rovesciamento del capitalismo nel mondo intero.
LA COMMISSIONE ESECUTIVA DELLA FRAZIONE DI SINISTRA DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO
23 agosto 1933
[1] Alla fine del 1920, in seguito alle decisioni del Congresso di Halle, l'ala sinistra dell'USPD (Partito Socialdemocratico Indipendente Tedesco) "sommerse" con i suoi 300.000 aderenti i 50.000 membri rimasti nel KPD dopo l'espulsione di una maggioranza di estremisti di sinistra (che fondarono il KAPD, Partito Comunista Operaio tedesco). Il VKPD così formato (Partito Comunista Unificato di Germania) confermerà con il suo comportamento nella crisi tedesca del 1923 - ultimo soprassalto rivoluzionario in Europa - la giustezza delle critiche delle correnti di Sinistra agli "Indipendenti" (V. "Il Soviet" n.12 in Storia della Sin.Com.It. p.532).
[2] Bordiga non era d’accordo sulla rapidità con cui l’Internazionale fu costituita e sul fatto che in essa venissero accettate delle formazioni politiche con posizioni alquanto eterogenee.
Il lavoro teorico del gruppo "Internationalisme" rappresenta un arricchimento fondamentale della teoria rivoluzionaria. Partendo dalla tesi sulla decadenza del sistema capitalista (una posizione difesa dalla III Internazionale e nelle pagine di Bilan), “Internationalisme” ha elaborato delle posizioni anti-sindacali, anti-parlamentari, anti-liberazione nazionale; una posizione globale e coerente sul capitalismo di Stato, riunendo così gli apporti della Sinistra italiana e gli aspetti più positivi del KAPD.
Se ciò è stato possibile è perché “Internationalisme” ha saputo seguire il cammino di Bilan, sviluppando le proprie posizioni nel fuoco della polemica aperta con le altre organizzazioni proletarie. L’introduzione al testo sul partito lo dimostra ampiamente quando afferma: “Ora, è chiaro che un tale lavoro non può portare dei risultati a meno che non costituisca un oggetto di discussione tra gruppi e all’interno dei gruppi che si propongono di ricostituire un nuovo movimento operaio rivoluzionario”.
Per la sua tenacia in questo lavoro militante, per l’importanza e la ricchezza dei suoi apporti, noi consideriamo “Internationalisme” in continuità vivente (la sola che possa appartenere alla classe operaia) con Bilan. Speriamo che le nostre forze ci permettano presto di mettere a disposizione delle nuove generazioni di militanti i suoi contributi più significativi.
SULLA NATURA E FUNZIONE DEL PARTITO DEL PROLETARIATO
Introduzione
Il nostro gruppo si è dato per compito quello di riesaminare i grandi problemi posti dalla necessità di ricostituire un nuovo movimento operaio rivoluzionario. Doveva quindi prendere in esame l’evoluzione della società capitalista verso il capitalismo di Stato, quanto del vecchio movimento operaio già da un certo tempo, e in che modo, era utilizzato dalla borghesia per incatenare il proletariato dietro di sé. Dopo ci siamo dedicati a riconsiderare quali erano le acquisizioni nel movimento operaio e cosa invece era stato superato dopo il Manifesto Comunista. Infine era logico che fossimo portati a studiare i problemi posti dalla rivoluzione e dal socialismo. A tal fine abbiamo presentato uno studio sullo Stato dopo la rivoluzione, e oggi portiamo alla discussione un testo sul problema del partito rivoluzionario del proletariato.
Questa questione è, ricordiamolo, una delle più importanti del movimento operaio rivoluzionario. Su di essa si scontrarono Marx e i marxisti con gli anarchici, con certe tendenze socialdemocratiche e poi con tendenze sindacaliste-rivoluzionarie. Essa è al centro delle preoccupazioni di Marx che fu in particolare critico verso diversi organismi autodefinitisi partiti "operai", "socialisti", Internazionali e altro. Marx, pur partecipando in determinati momenti alla vita di alcuni di questi organismi in maniera attiva, non li considerò mai se non come gruppi politici all’interno dei quali, secondo la frase del Manifesto, i comunisti possono rivelarsi come “avanguardia del proletariato”. Lo scopo dei comunisti è quello di spingere più avanti l’azione di questi organismi e di salvaguardare al loro interno ogni possibilità di critica e di organizzazione autonoma. Poi, vi è la scissione in seno al partito operaio socialdemocratico russo tra la tendenza menscevica e quella bolscevica sulla tesi sviluppata da Lenin nel “Che fare?”. E’ il problema che oppone, tra i gruppi marxisti che avevano rotto con la socialdemocrazia, Raden-kommunisten e K.A.P.D. alla III Internazionale. E’ così in questa continuità di pensiero che si iscrive la divergenza tra il gruppo di Bordiga e Lenin a proposito della politica di “fronte unico” sostenuta da Lenin e Trotskij e adottata dalla IC. E’ infine su questo problema che si centrò una delle divergenze fondamentali tra vari gruppi all’interno dell’opposizione: tra “trotzkisti”, “bordighisti” ed è esso che fu oggetto delle discussioni di tutti i gruppi sorti all’epoca.
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Oggi noi dobbiamo riesaminare criticamente tutte queste manifestazioni del movimento operaio rivoluzionario. Dobbiamo evidenziare nella sua evoluzione - cioè nella manifestazione di diverse correnti di idee a questo proposito - una corrente che, secondo noi, meglio esprime l’atteggiamento rivoluzionario e tentare di porre il problema per il futuro movimento operaio rivoluzionario.
Dobbiamo ugualmente riesaminare in modo critico i punti di vista con cui ci si è accostati al problema, vedere ciò che vi è di costante in quelle che sono le espressioni rivoluzionarie del proletariato, ma anche ciò che vi è di superato e i nuovi problemi che si pongono.
Ora è certo evidente che un tale lavoro non può portare dei frutti a meno che non divenga oggetto di discussione tra gruppi e all’interno dei gruppi che si propongono di ricostituire un nuovo movimento operaio rivoluzionario. Il testo presentato oggi costituisce dunque un momento di partecipazione a questo dibattito; esso si inserisce in questo ordine di preoccupazioni e non ha dunque altra pretesa, anche se è presentato sotto forma di tesi. Ha soprattutto come scopo di suscitare la discussione e la critica, più che apportare delle soluzioni definitive; è un lavoro di ricerca, non ci interessa che venga approvato o rigettato in modo puro e semplice, ma che stimoli altri lavori di questo tipo.
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Questo studio ha come punto centrale di esame “la manifestazione della coscienza rivoluzionaria” del proletariato. Ma vi sono numerose questioni che si inseriscono in questo problema del partito e che sono solo sfiorate: problemi organizzativi, problemi sui rapporti tra il partito e degli organismi quali i consigli operai, problemi relativi al comportamento dei rivoluzionari rispetto alla costituzione di parecchi gruppi che si richiamano al partito rivoluzionario e lavorano alla sua costruzione, problemi posti dai compiti pre e post-rivoluzionari, ecc...
E’ importante dunque che i militanti, a cui è chiaro che il compito del momento è l’esame di questi diversi problemi, intervengano attivamente in questa discussione o attraverso i loro giornali e bollettini o in questo stesso bollettino per coloro che non dispongono momentaneamente di una tale possibilità di espressione.
Questo testo si divide in cinque parti:
I parte Socialismo e coscienza 1-10
II parte La costituzione del partito di classe nella storia 11-15
III parte Il compito attuale dei militanti rivoluzionari 16-22
IV parte Il partito di domani 23-26
V parte Regime interno del partito 27-30
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Socialismo e coscienza
1. L’idea che sia necessario un organismo politico del proletariato che agisca per la rivoluzione sociale sembra essere radicata nel movimento operaio socialista.
E’ vero che gli anarchici si sono sempre ribellati contro il termine “politico” dato a questo organismo, ma ciò dipendeva dal senso molto ristretto che essi davano al termine dell’azione politica, sinonimo per loro di azione per delle riforme legislative: partecipazione alle elezioni e al parlamento borghese, ecc... Comunque né gli anarchici né alcuna altra corrente nel movimento operaio negano la necessità del raggruppamento dei rivoluzionari socialisti in delle associazioni che, tramite l’azione e la propaganda, si danno per compito di intervenire e di orientare la lotta degli operai. Ora, ogni raggruppamento che si dà per compito di indirizzare in une certa direzione le lotte sociali è un gruppo politico.
In questo senso, il contrasto di posizione circa il carattere politico e non politico di queste organizzazioni è solo uno scontro di parole che nasconde al fondo, sotto delle frasi generali, delle divergenze concrete sull'orientamento, la meta da raggiungere e i mezzi per riuscirvi, in altri termini, delle divergenze propriamente politiche.
Se oggi sorgono delle tendenze che rimettono in discussione la necessità di un organismo politico per il proletariato, ciò è dovuto alla degenerazione e a1 passaggio al servizio del capitalismo dei partiti che furono in altro tempo delle organizzazioni proletarie: i partiti socialisti e comunisti. I termini di politica e di partiti politici sono attualmente screditati, anche negli ambienti borghesi. Tuttavia, ciò che ha provocato dei fallimenti risonanti non è la politica ma CERTE politiche. La politica non è altro che 1’orientamento che si danno gli uomini nell’organizzare la loro vita sociale; distogliersi da questa azione significa rinunciare a voler orientare la vita sociale e, di conseguenza, a volerla trasformare; significa subire ed accettare la società presente.
2. Il concetto di classe è essenzialmente un concetto storico-politico e non semplicemente una classificazione economica. Economicamente tutti gli uomini fanno parte di uno stesso e solo sistema di produzione in un dato periodo storico. La divisione, basata sulle distinte posizioni che gli uomini occupano in uno stesso sistema di produzione e di ripartizione e che non supera il quadro di questo sistema, non può diventare il postulato della necessità storica del suo superamento. La divisione in categorie economiche non è quindi che un momento della contraddizione interna costante che si sviluppa con il sistema, ma resta circoscritta all'interno dei limiti di questo. L'opposizione storica è in qualche modo esterna, nel senso che essa si oppone all’insieme del sistema preso come un tutto; essa si esplicita nella distruzione del sistema sociale esistente e nella sua sostituzione con un altro basato su un nuovo modo di produzione. La classe è la personificazione di questa opposizione storica e nel contempo è la forza sociale-umana che la realizza.
Il proletariato non esiste come classe nel senso pieno del termine che nell’atto di orientare le sue lotte, non in vista del miglioramento delle sue condizioni di vita all’interno del sistema capitalista, ma nella sua lotta contro l’ordine sociale esistente. Il passaggio dalla categoria alla classe, dalla lotta economica alla lotta politica non è un processo evolutivo, uno sviluppo continuo immanente, tale che l’opposizione storica di classe emerge automaticamente e naturalmente dopo essere stata per lungo tempo chiusa nella posizione economica degli operai. Dall’una all’altra si effettua un salto dialettico. Esso consiste nella presa di coscienza della necessità storica della distruzione del sistema capitalista. Questa necessità storica coincide con l’aspirazione del proletariato a liberarsi della sua condizione di sfruttato, e la implica.
3. Tutte le trasformazioni sociali nella storia hanno avuto per condizione fondamentale, determinante, lo sviluppo delle forze produttive divenute incompatibili con la struttura troppo ristretta della vecchia società. Ed è così che, nell’impossibilità di dominare più a lungo le forze produttive che ha sviluppato, il capitalismo accusa la sua fine e la ragione del suo crollo e fornisce così la condizione e la giustificazione storica del suo superamento da parte del socialismo. Ma a parte questa condizione, le differenze tra il modo di svolgersi delle rivoluzioni precedenti (compresa quella borghese) e la rivoluzione socialista, restano fondamentali e necessitano di uno studio approfondito da parte della classe rivoluzionaria.
Per la rivoluzione borghese, per esempio, le forze di produzione incompatibili con il feudalesimo, si sviluppano ancora in un sistema di proprietà di una classe dominante. Perciò il capitalismo può sviluppare le sue basi economiche lentamente e per molto tempo all’interno del mondo feudale. La rivoluzione politica segue il fatto economico e lo consacra. Per questa stessa ragione, la borghesia non ha un bisogno imperioso di una coscienza del movimento economico e sociale. La sua azione è direttamente sollecitata dalla pressione delle leggi dello sviluppo economico che agiscono su di lei come delle forze cieche della natura e determinano la sua volontà. La sua coscienza resta un fattore di secondo ordine. Essa è in ritardo sulla realtà, è più una constatazione che un orientamento. La rivoluzione borghese si situa in questa preistoria dell’umanità in cui le forze produttive ancora poco sviluppate dominano gli uomini.
Il socialismo, al contrario, è basato su di uno sviluppo delle forze produttive incompatibili con ogni tipo di proprietà individuale e sociale di una classe. Perciò esso non può avere delle basi economiche all’interno della società capitalista. La rivoluzione politica è la prima condizione per un indirizzamento socialista della economia e della società. Per questa stessa ragione il socialismo non può realizzarsi che come coscienza dei fini del movimento, coscienza dei mezzi per la loro attuazione e volontà cosciente dell’azione. La coscienza socialista PRECEDE E CONDIZIONA l’azione rivoluzionaria della classe. La rivoluzione socialista è il punto di inizio della storia in cui l’uomo è chiamato a dominare le forze produttive che ha già notevolmente sviluppato e questo dominio è precisamente la meta che si pone la rivoluzione socialista.
4. Quindi tutti i tentativi di fondare il socialismo su delle realtà conquistate all’interno della società capitalista sono destinati, per la natura stessa del socialismo, all’insuccesso. Il socialismo esige nel tempo uno sviluppo avanzato delle forze produttive, per spazio la terra intera e per condizione primordiale la volontà cosciente degli uomini. La dimostrazione sperimentale del socialismo all’interno della società capitalista può raggiungere nel migliore dei casi il livello di un’utopia. Persistere su questa strada porta dall’utopia ad una posizione di conservazione e di rafforzamento del capitalismo([1]). Il socialismo in regime capitalista non può essere che una dimostrazione teorica, la sua materializzazione non può prendere che la forma di una forza ideologica, e la sua realizzazione non può derivare che dalla lotta rivoluzionaria del proletariato contro l’ordine sociale esistente.
E poiché l’esistenza del socialismo non può manifestarsi in anticipo se non nella coscienza socialista, la classe che lo porta e lo personifica non ha esistenza storica se non attraverso questa coscienza. La formazione del proletariato come classe storica non è che la formazione della sua coscienza socialista. Sono questi, due aspetti di uno stesso processo storico, inconcepibili separatamente perché inesistenti 1’uno senza l’altro.
La coscienza socialista non scaturisce dalla posizione economica degli operai, essa non è un riflesso della loro condizione di salariati. Per questo motivo essa non si forma simultaneamente e spontaneamente nei cervelli di tutti gli operai e unicamente nei loro cervelli. Il socialismo come ideologia appare separatamente e parallelamente alla lotta economica degli operai, non traggono origine 1’una dall’altra anche se si influenzano reciprocamente e si condizionano nel loro sviluppo; entrambe trovano le loro radici nello sviluppo storico della società capitalista.
5. Dato che gli operai non diventano “classe agente da sé e per sé” (secondo l’espressione di Marx ed Engels) se non attraverso la presa di coscienza socialista, allora si può dire che il processo di costituzione della classe si identifica con quello di formazione dei gruppi di militanti rivoluzionari socialisti. Il partito del proletariato non è una selezione, non innanzitutto una “delegazione” della classe, ma è il modo di esistenza e di vita della classe stessa. Come non si può comprendere la materia al di fuori del movimento, così non si può concepire la classe al di fuori della sua tendenza a costituirsi in organismo politico. “L'organizzazione del proletariato in classe, dunque in partito politico” (Manifesto Comunista) non è una formula casuale, ma esprime profondamente il pensiero di Marx ed Engels. Un secolo di esperienza ha magistralmente confermato la validità di questo modo di concepire la nozione di classe.
6. La coscienza socialista non si PRODUCE per generazione spontanea, ma si RIPRODUCE continuamente, e una volta apparsa essa diventa - nella sua opposizione al mondo capitalista esistente - il principio attivo che determina e accelera, nella e attraverso l’azione, il suo sviluppo. Tuttavia questo è condizionato e limitato dall’evolvere delle contraddizioni del capitalismo. In questo senso è sicuramente più esatta la tesi di Lenin della “coscienza socialista iniettata agli operai” dal Partito, opposta a quella di Rosa Luxemburg della “spontaneità” della presa di coscienza, generata nel corso di un movimento che parte dalla lotta economica per giungere alla lotta socialista rivoluzionaria. La tesi della “spontaneità”, dalle apparenze democratiche, presenta quanto alla sostanza una tendenza meccanicista di un determinismo economico rigoroso. Essa, infatti, parte da une relazione di causa ed effetto: la coscienza socialista non sarebbe che la risultante, l’effetto di un movimento iniziale, cioè la lotta economica che la genererebbe. Sarebbe inoltre di una natura fondamentalmente passiva rispetto alle lotte economiche che costituirebbero l’elemento attivo. La concezione di Lenin restituisce alla coscienza socialista e al Partito che la materializza il loro carattere di fattore e di principio essenzialmente attivo. Essa non l’allontana ma la immerge nella vita e nel movimento.
7. La difficoltà fondamentale della rivoluzione socialista risiede in questa situazione complessa e contraddittoria: da una parte la rivoluzione non può realizzarsi che quale atto COSCIENTE della GRANDE MAGGIORANZA della classe operaia, d’altra parte questa presa di coscienza è ostacolata dalle condizioni imposte agli operai nella società capitalista, condizioni che impediscono e distruggono continuamente la presa di coscienza da parte degli operai della loro missione storica rivoluzionaria. Questa difficoltà non può assolutamente essere superata solo dalla propaganda teorica senza tener conto della congiuntura storica. Ma meno ancora la condizione per superarla starebbe nelle lotte economiche degli operai. Lasciate sviluppare da sole, le lotte degli operai contro le condizioni di sfruttamento capitalista possono portare tuttalpiù a delle esplosioni di rivolta, cioè a delle reazioni negative, ma non riescono assolutamente a svolgere la loro azione positiva di trasformazione sociale, realizzabile solo tramite la coscienza delle finalità del movimento. Questo fattore non può essere che questo elemento politico della classe che tira la sua sostanza teorica non dalle contingenze e del particolarismo della posizione economica degli operai, ma del movimento delle possibilità e delle necessità storiche. Solo l’intervento di questo fattore permette alla classe di passare dal piano della reazione negativa a quello dell’azione positiva, dalla rivolta alla rivoluzione.
8. Ma sarebbe totalmente sbagliato voler sostituire questi organismi, manifestazioni della coscienza e dell’esistenza della classe, alla classe stessa e considerare questa solo come una massa informe, destinata a servire da materiale a questi organismi politici. Ciò equivarrebbe a sostituire una concezione militarista alla concezione rivoluzionaria del rapporto tra la coscienza e l’essere, tra il partito e la classe. La funzione storica del partito non è quella di essere uno Stato Maggiore che dirige l’azione della classe, considerata come un esercito e come tale all’oscuro dello scopo finale, degli obbiettivi immediati delle operazioni e del movimento “d’insieme delle manovre”. La rivoluzione socialista non ha niente di paragonabile all’azione militare. La sua attuazione è condizionata dalla coscienza che hanno gli operai stessi; essa regola la loro decisione e le loro azioni.
Il Partito non agisce dunque al posto della classe. Non richiede la “fiducia” nel senso borghese del termine, non chiede cioè di essere una delegazione a cui è affidata la sorte - e il destino - della società. Esso ha unicamente per funzione storica di agire in vista di permettere alla classe di acquisire essa stessa la coscienza della sua missione, dei suoi fini e dei mezzi che sono le basi della sua azione rivoluzionaria.
9. Bisogna combattere con lo stesso vigore sia questa concezione del Partito-Stato Maggiore, che agisce per conto e al posto della classe, sia quest’altra concezione che partendo dal fatto che “l’emancipazione dei lavoratori sarà l’opera dei lavoratori stessi” (Indirizzo Inaugurale), ha la pretesa di negare il ruolo del militante e del partito rivoluzionario. Con la scusa, molto apprezzabile, di non imporre la loro volontà agli operai, questi militanti si sottraggono al loro compito, sfuggono alle proprie responsabilità e mettono i rivoluzionari alla coda del movimento operaio.
I primi si mettono al di fuori della classe, negandola e sostituendosi ad essa; i secondi fanno altrettanto, negando la funzione propria dell’organizzazione di classe che è il partito, negandosi come fattore rivoluzionario e mettendosi da parte con l’interdizione che essi gettano sulla propria azione.
10. Una corretta concezione delle condizioni della rivoluzione socialista deve partire dagli elementi seguenti e inglobarli:
A. Il socialismo è una necessità per il fatto che lo sviluppo raggiunto dalle forze produttive è incompatibile con una società divisa in classi.
B. Questa necessità non può diventare realtà che tramite la volontà e l’azione cosciente della classe oppressa, la cui liberazione sociale si confonde con la liberazione dell’umanità dalla sua alienazione rispetto alle forze produttive alle quali essa è stata soggetta fino a questo giorno.
C. Poiché il socialismo è contemporaneamente necessità oggettiva e volontà soggettiva, esso non può esprimersi che nell’AZIONE rivoluzionaria cosciente delle sue finalità.
D. L’azione rivoluzionaria è inconcepibile senza un programma rivoluzionario. Ugualmente l’elaborazione del programma è inseparabile dall’azione. Ed è perciò che il Partito rivoluzionario è un “corpo di dottrina e una volontà d’azione” (Bordiga), che è la concretizzazione più completa della coscienza socialista e l’elemento fondamentale della sua realizzazione.
La costituzione del partito di classe nella storia
11. La tendenza alla costituzione del Partito del proletariato esiste dalla nascita della società capitalista. Ma finché le condizioni storiche per il socialismo non si sono sufficientemente sviluppate, l’ideologia del proletariato come la costruzione del Partito non possono che restare allo stadio embrionale. Non è che con la “Lega dei Comunisti” che appare per la prima volta un vero tipo di organizzazione politica del proletariato.
Quando si esamina da vicino lo sviluppo della costituzione del Partito di classe, appare immediatamente il fatto che l’organizzazione in partiti non progredisce in modo lineare, ma al contrario registra dei periodi di grande sviluppo in alternanza con altri durante i quali il Partito scompare. Così l’esistenza organica del Partito non sembra dipendere solo dalla volontà degli individui che lo costituiscono. Sono le condizioni oggettive che condizionano la sua esistenza. Il Partito, essendo essenzialmente un organismo di azione rivoluzionaria della classe, non può esistere che nelle situazioni in cui l’azione della classe si manifesta. In assenza di condizioni di azione di classe degli operai (stabilità economica e politica del capitalismo, o in seguito a sconfitte profonde delle lotte operaie) il Partito non può sopravvivere. Esso si disperde organicamente oppure è obbligato per sopravvivere, cioè per esercitare un’influenza, ad adattarsi alle nuovi condizioni che negano l’azione rivoluzionaria, e allora il Partito inevitabilmente si riempie di un contenuto nuovo. Diventa conformista, cioè cessa di essere il Partito della Rivoluzione.
Marx, meglio di ogni altro, ha compreso le condizioni cui era soggetta l’esistenza del Partito. In due occasioni egli si fece artefice della dissoluzione della grande organizzazione, nel 1851, all’indomani della sconfitta della rivoluzione e del trionfo della reazione in Europa, une seconda volta nel 1873 dopo la disfatta della Comune di Parigi, egli si pronuncia apertamente per lo scioglimento. La prima volta, della Lega dei Comunisti, la seconda della Prima Internazionale.
12. L’esperienza della Seconda Internazionale conferma l’impossibilità di mantenere al proletariato il suo Partito in un periodo prolungato di una situazione non rivoluzionaria. La partecipazione finale dei Partiti della II Internazionale alla guerra imperialista del 1914 non ha fatto che rivelare la lunga corruzione dell’organizzazione. La permeabilità e penetrabilità, sempre possibili e valevoli, dell’organizzazione politica del proletariato da parte dell’ideologia della classe capitalista dominante prendono nei periodi prolungati di stagnazione e di riflusso della lotta di classe un’ampiezza tale che l’ideologia della borghesia finisce col sostituirsi a quella del proletariato, che il Partito si spoglia del suo contenuto di classe originario per diventare lo strumento di classe del nemico.
La storia dei partiti comunisti della III Internazionale ha di nuovo dimostrato l’impossibilità di salvaguardare il Partito in un periodo di riflusso rivoluzionario e la sua degenerazione in un tale periodo.
13. Per queste ragioni, la costituzione di Partiti, di un’Internazionale da parte dei trotzkisti dopo il 1935, e la costituzione recente di un Partito Comunista Internazionalista in Italia, essendo del tutto delle formazioni artificiali, non possono essere che delle opere di confusione e di opportunismo. Invece di essere delle tappe della costituzione del futuro Partito di classe, queste formazioni sono degli ostacoli e lo screditano, rappresentandone la caricatura. Lungi dall’esprimere una maturazione della coscienza e un superamento del vecchio programma che esse trasformano in dogma, esse non fanno che riprodurre il vecchio programma e si rendono prigioniere di questi dogmi. Nessuna meraviglia se esse riprendono poi delle posizioni arretrate e superate dell’antico Partito, aggravandole ulteriormente, vedi la tattica del parlamentarismo, del sindacalismo, ecc...
14. Ma la rottura dell’esistenza organizzativa del Partito non significa una frattura nello sviluppo dell’ideologia della classe. I riflussi rivoluzionari esprimono in primo luogo l’immaturità del programma rivoluzionario. La sconfitta è il segnale della necessità di riesaminare criticamente le posizioni programmatiche precedenti e l’obbligo del loro superamento sulla base dell’esperienza vivente della classe.
Questa positiva opera critica di elaborazione programmatica prosegue tramite organismi provenienti dal vecchio Partito. Essi costituiscono nel periodo di rinculo l’elemento attivo per la costituzione del futuro Partito in una fase di nuova ondata rivoluzionaria. Questi organismi erano i gruppi o frazioni di sinistra usciti dal Partito dopo la sua dissoluzione organizzativa o la sua degenerazione ideologica. Tali furono la Frazione di Marx, nel periodo che va dallo scioglimento della Lega dei Comunisti alla costituzione della I Internazionale; le correnti di sinistra nella II Internazionale (durante la prima guerra mondiale), che diedero vita ai nuovi Partiti e Internazionale nel 1919; tali sono le Frazioni di sinistra e i gruppi che continuano il loro lavoro rivoluzionario dopo la degenerazione della III Internazionale. La loro esistenza e il loro sviluppo è la condizione per l’arricchimento del programma della rivoluzione e per la ricostruzione del partito di domani.
15. Il vecchio partito, una volta afferrato e passato al servizio della classe nemica, cessa definitivamente di essere un luogo in cui si elabora e avanza il pensiero rivoluzionario e in cui possono formarsi i militanti del proletariato. Contare su delle correnti provenienti dalla socialdemocrazia o dallo stalinismo, ritenendole capaci di servire da elementi di costruzione del nuovo partito di classe, significa ignorare il senso della nozione di partito. I trotzkisti che aderiscono ai partiti della seconda Internazionale o continuano nell’ipocrita pratica della enucleazione in direzione di questi partiti, al fine di provocare in questi ambienti antiproletari il sorgere di correnti “rivoluzionarie” con le quali essi vogliono costituire il nuovo Partito del proletariato, mostrano con questo che essi stessi sono una corrente morta, espressione di un movimento passato, e non del futuro.
Come il nuovo Partito della rivoluzione non può fondarsi sulla base di un programma superato dalla realtà, così esso non può costruirsi con degli elementi che restano organicamente legati a degli organismi che hanno cessato per sempre di appartenere alla classe operaia.
16. La storia del movimento operaio non ha mai conosciuto periodo più oscuro di quello attuale e un rinculo più profondo della coscienza rivoluzionaria. Se lo sfruttamento economico degli operai si rivela come condizione assolutamente insufficiente per la presa di coscienza della loro missione storica, risulta chiaro che questa presa di coscienza è infinitamente più difficile di quanto pensino i militanti rivoluzionari. Forse è necessario affinché il proletariato possa riprendersi che l’umanità conosca l’incubo della III guerra mondiale e l’orrore del mondo in caos, e che il proletariato si confronti in maniera tangibile al dilemma: morire o salvarsi con la rivoluzione, perché ritrovi la condizione del suo rinsavimento e della sua coscienza.
17. Nel quadro di questa tesi non ci interessa ricercare le condizioni precise che permetteranno la presa di coscienza del proletariato, né quali saranno i mezzi concreti di raggruppamento e di organizzazione che si darà il proletariato per la sua lotta rivoluzionaria. Ciò che noi possiamo accennare a questo proposito - e che l’esperienza degli ultimi trent’anni ci autorizza ad affermare - è che né le rivendicazioni economiche, né tutta la gamma di rivendicazioni dette “democratiche” (parlamentarismo, diritto dei popoli a disporre di sé stessi, ecc.) possono servire da base all’azione storica del proletariato. Per quel che riguarda le forme di organizzazione, appare con ancora più evidenza che queste non potranno essere i sindacati, con la loro struttura verticale, professionale, corporativa. Tutte queste forme di organizzazione dovranno essere messe nel museo della storia, appartenendo al passato del movimento operaio. Nella pratica esse devono essere assolutamente abbandonate e sorpassate. Le nuove organizzazioni dovranno essere unitarie, cioè inglobare la maggioranza degli operai e superare la divisione particolarista degli interessi professionali. La loro base sarà il piano sociale, la loro struttura la località. I consigli operai, quali sono sorti nel 1917 in Russia e nel 1918 in Germania, appaiono come il nuovo tipo di organizzazione unitaria della classe; è in questo tipo di consigli operai e non in sindacati “ringiovaniti” che gli operai troveranno la forma più appropriata della loro organizzazione.
Ma le forme nuove di organizzazione unitaria della classe, di qualunque tipo esse siano, non apportano alcuna modifica al problema della necessità dell’organismo politico che è il Partito, né al ruolo decisivo che esso ha da giocare. Il Partito resterà il fattore cosciente dell’azione di classe, esso è la forza motrice ideologica indispensabile all’azione rivoluzionaria del proletariato. Esso gioca nell’azione sociale un ruolo analogo a quello dell’energia nella produzione. La ricostruzione di questo organismo di classe è contemporaneamente condizionata da una tendenza che si va sviluppando nella classe operaia di rottura con l’ideologia capitalista e che si concretizza in una lotta contro il regime esistente; allo stesso tempo questa ricostruzione è un fattore di accelerazione e di approfondimento di questa lotta e la condizione determinante del suo trionfo.
18. L'inesistenza nel periodo attuale degli elementi richiesti per la costruzione del Partito non dovrebbe indurre a credere nella inutilità o impossibilità di ogni attività immediata dei militanti rivoluzionari. Tra “l’attivismo” sterile dei fabbricatori di partito e 1’isolamento individuale, tra un avventurismo e un pessimismo impotenti, il militante non sarebbe capace di scegliere, ma egli deve combattere entrambi questi atteggiamenti perché ugualmente estranei allo spirito rivoluzionario e dannosi alla causa della rivoluzione. Rigettando sia la concezione volontarista che presenta l’azione militante come l’unico fattore che determina il movimento della classe, sia la concezione meccanicistica del Partito, semplice riflesso della passività del movimento, il militante deve considerare la propria azione come uno dei fattori che, nell’interazione con gli altri, condiziona e determina l’azione della classe. E’ partendo da questa concezione che il militante comprende la necessità e il valore della sua attività, allo stesso tempo che il limite delle sue possibilità e della sua portata. Adattare la propria attività alle condizioni della situazione attuale è il solo mezzo per renderla efficiente e feconda.
19. La volontà di costruire, in tutta fretta e ad ogni costo, il nuovo Partito di classe, a dispetto delle condizioni oggettive sfavorevoli, anzi forzandole, è segno insieme e di un volontarismo avventurista e infantile e di una falsa valutazione della situazione e delle sue prospettive immediate e infine di una totale ignoranza della nozione di Partito e dei rapporti tra il Partito e la classe. Così, tutti questi tentativi sono fatalmente destinati all’insuccesso, non riuscendo nel migliore dei casi che a creare dei raggruppamenti opportunisti che si trascinano nelle scie dei grandi Partiti della seconda e della terza Internazionale. La sola ragione che giustifica allora la loro esistenza resta niente altro che lo sviluppo al loro interno di uno spirito di cappella e di setta.
Così tutte queste organizzazioni sono non solo spinte dal loro “attivismo” immediato nell’ingranaggio dell’opportunismo, ma ancora producono uno spirito limitato proprio di sette, un campanilismo, un attaccamento timido e superstizioso ai propri “capi”, alla riproduzione caricaturale del gioco delle grandi organizzazioni, alla deificazione di regole di organizzazione e alla sottomissione ad una disciplina “liberamente consentita” tanto più tirannica ed intollerabile, quanto è in proporzione inversa del numero.
Come suo doppio risultato, la costruzione artificiale e prematura del partito porta alla negazione della costruzione dell’organismo politico della classe, alla distruzione dei quadri e alla perdita in un tempo più o meno breve, ma certa, del militante, estenuato, esaurito, senza meta e completamente demoralizzato.
20. La scomparsa del Partito, sia a causa del suo restringimento numerico e della sua dispersione organizzativa, come fu per la Prima Internazionale, sia a causa del suo passaggio al servizio del capitalismo, come fu per i partiti della Seconda e Terza Internazionale, esprime in entrambi i casi la fine di un periodo nella lotta rivoluzionaria del proletariato. La scomparsa del Partito è allora inevitabile e nessun volontarismo o capo più o meno geniale potrebbe evitarla.
Marx ed Engels hanno visto due volte spezzarsi e morire l’organizzazione del proletariato alla cui vita essi avevano partecipato in maniera notevole. Lenin e la Luxemburg hanno assistito impotenti al tradimento dei grandi partiti socialdemocratici. Trotskij e Bordiga non hanno potuto nulla per modificare la degenerazione dei partiti comunisti e la loro trasformazione in quella mostruosa macchina del capitalismo che noi abbiamo conosciuto poi.
Questi esempi ci insegnano non l’inutilità del Partito, come pretende un’analisi superficiale e fatalista, ma solo che questa necessità che è il Partito di classe non esiste secondo una linea uniformemente continua e ascendente, che la sua esistenza stessa non è sempre possibile, che il suo sviluppo e il suo essere sono in rapporto e strettamente legati alla lotta di classe del proletariato, che ad esso dà vita e che esso esprime. E’ per questo che la lotta dei militanti rivoluzionari all’interno dal partito, nel corso del suo periodo di degenerazione e prima della sua morte come partito operaio, ha un senso rivoluzionario, ma non quello volgare che le hanno attribuito le diverse opposizioni trotzkiste. Per questi ultimi si trattava di raddrizzare, e per raddrizzare bisognava innanzitutto che l’organizzazione e la sua unità non fossero messe in pericolo. Si trattava per loro di mantenere l’organizzazione nel suo splendore passato proprio allorché le condizioni oggettive non lo permettevano e che lo splendore dell'organizzazione non poteva mantenersi che al prezzo di un’alterazione costante e crescente della sua natura rivoluzionaria e di classe. Essi cercavano in delle misure organizzative i rimedi per salvare l’organizzazione, senza comprendere che lo sfacelo organizzativo è sempre l’espressione e la manifestazione di un periodo di riflusso rivoluzionario e spesso la soluzione di gran lunga preferibile alla sua sopravvivenza e che in ogni caso ciò che i rivoluzionari dovevano salvare era non l’organizzazione ma l’ideologia della classe che rischiava di andare a picco nella rovina dell’organizzazione.
Non comprendendo le cause oggettive della inevitabile scomparsa del vecchio partito, non si poteva capire quale era il ruolo dei militanti in questo periodo. Del fatto che non si riusciva a conservare l’antico partito alla classe si traeva la conclusione della necessità di costruire nell’immediato un nuovo Partito. L’incomprensione non faceva che accoppiarsi all’avventurismo, il tutto basato su una concezione volontarista del Partito.
Un’analisi corretta della realtà fa comprendere che la morte del vecchio partito implica proprio l’impossibilità immediata di costruire un nuovo Partito; essa significa che nel periodo attuale non esistono le condizioni necessarie per l’esistenza di un qualsiasi partito, tanto vecchio che nuovo.
In un tale periodo possono sussistere solo dei piccoli gruppi rivoluzionari che assicurano una soluzione di continuità meno organizzativa che ideologica, che condensano al loro interno l’esperienza passata del movimento e della lotta della classe, che rappresentano il tratto d’unione tra il partito di ieri e quello di domani, tra il punto culminante della lotta e della maturità della coscienza di classe nel periodo di flusso passato e il suo superamento nel nuovo periodo di ascesa futuro. In questi gruppi si continua la vita ideologica della classe, l’autocritica delle sue lotte, il riesame critico delle sue idee precedenti, l’elaborazione del suo programma, la maturazione della sua coscienza e la formazione di nuovi quadri di militanti per la futura tappa del suo assalto rivoluzionario.
21. Il periodo che siamo vivendo è il prodotto da una parte della disfatta della prima grandiosa ondata rivoluzionaria del proletariato internazionale che ha posto fine alla prima guerra imperialista e che ha raggiunto il suo culmine nella rivoluzione di Ottobre 1917 in Russia e nel movimento spartakista del 1918-19, dall’altra parte delle trasformazioni profonde operate nella struttura economico-politica del capitalismo evolvente verso la sua forma ultima e decadente: il capitalismo di Stato. In più, un rapporto dialettico esiste tra questa evoluzione del capitalismo e la sconfitta della rivoluzione.
Malgrado la loro combattività eroica, malgrado la crisi permanente e insormontabile del sistema capitalista e l’aggravarsi inaudito e crescente delle condizioni di vita degli operai, il proletariato e la sua avanguardia non poterono tener testa alla controffensiva del capitalismo. Essi non si confrontarono con il capitalismo classico e restarono sorpresi della sua trasformazione, che poneva dei problemi ai quali essi non erano preparati né politicamente né teoricamente. Il proletariato e la sua avanguardia che a lungo avevano confuso capitalismo e proprietà privata dei mezzi di produzione, socialismo e statalizzazione, si sono trovati sviati e impreparati di fronte alla tendenza del capitalismo moderno alla concentrazione nelle mani dello Stato dell’economia e alla sua pianificazione. Nella loro immensa maggioranza, gli operai si sono lasciati convincere all’idea che questa evoluzione rappresentava un modo di trasformazione originale della società, del capitalismo verso il socialismo. Essi si sono associati a questa opera, abbandonando la loro missione storica e diventando gli artefici più sicuri della conservazione della società capitalista.
Sono queste le ragioni storiche che danno al proletariato la sua fisionomia attuale. Finché queste condizioni prevarranno, fînché l’ideologia del capitalismo di Stato dominerà il cervello degli operai, non si potrà parlare di ricostruzione del partito di classe. Non è che quando il proletariato, attraverso i cataclismi sanguinosi che solcano la fase del capitalismo di Stato, avrà compreso tutto l’abisso che separa il socialismo liberatore dal mostruoso regime statale attuale, quando al suo interno si manifesterà una crescente tendenza a staccarsi da questa ideologia che lo imprigiona e lo annulla, non è che allora che sarà di nuovo aperta la via a “l'organizzazione del proletariato in classe, dunque in partito politico”. Questa tappa sarà tanto più in fretta raggiunta e facilitata per il proletariato quanto più i nuclei rivoluzionari avranno saputo fare lo sforzo teorico necessario per rispondere ai problemi nuovi posti dal capitalismo di Stato ed aiutare il proletariato a ritrovare la sua soluzione di classe e i mezzi per la sua realizzazione.
22. Nel periodo attuale i militanti rivoluzionari non possono sussistere se non formando dei piccoli gruppi dediti ad un lavoro paziente di propaganda per forza di cose limitato nella sua estensione, allo stesso tempo che ad uno sforzo accanito di ricerca e di chiarificazione teorica. Questi gruppi adempiranno il loro compito solo attraverso la ricerca dei contatti con altri gruppi sul piano nazionale e internazionale, sulla base dei criteri delimitativi delle frontiere di classe. Solo tali contatti e il loro moltiplicarsi con lo scopo del confronto delle posizioni e della chiarificazione dei problemi permetteranno ai gruppi e militanti di resistere fisicamente e politicamente alla terribile pressione del capitalismo nel periodo attuale e far sì che tutti gli sforzi siano un contributo reale alla lotta emancipatrice del proletariato.
Il Partito di domani
23. Il partito non potrà essere una semplice riproduzione di quello di ieri. Non potrà essere ricostruito su di un modello ideale tirato fuori dal passato. Il suo programma così come la sua struttura organica e il rapporto che si stabilisce tra esso e 1’insieme della classe sono fondati su una sintesi dell’esperienza passata e delle nuove condizioni più avanzate dello stadio attuale. Il Partito segue l’evoluzione della lotta di classe e ad ogni tappa della storia di questa corrisponde un tipo proprio di organismo politico del proletariato.
All’alba del capitalismo moderno, nella prima metà del XIX secolo, la classe operaia, ancora nella sua fase di costituzione conduceva delle lotte locali e sporadiche e non poteva dar vita che a delle scuole dottrinarie, a delle sette e delle leghe. La Lega dei Comunisti, col suo Manifesto e il suo Appello di “proletari di tutti i paesi, unitevi”, era l’espressione più avanzata di questo periodo, essa annunciava il periodo seguente.
La prima Internazionale corrisponde alla entrata effettiva del proletariato sulla scena delle lotte sociali e politiche nei principali paesi d’Europa. Così essa raggruppa tutte le forze organizzate della classe operaia, le sue tendenze ideologiche più diverse. La prima Internazionale riunisce insieme tutte le correnti e tutti gli aspetti della lotte operaia contingente: economici, educativi, politici e teorici. Essa è al più alto punto 1’ORGANIZZAZIONE UNITARIA della classe operaia in tutta la sua diversità.
La seconda Internazionale segna una tappa di differenziazione tra la lotte economica dei salariati e la lotta politica sociale. In questo periodo di piena espansione della società capitalista, la seconda Internazionale è l’organizzazione della lotta per delle riforme e delle conquiste politiche, l’affermazione politica del proletariato; allo stesso tempo essa rappresenta uno stadio superiore nella delimitazione ideologica all’interno del proletariato, precisando ed elaborando le basi teoriche della sua missione storica rivoluzionaria.
La prima guerra mondiale significava la crisi storica del capitalismo e l’apertura della sua fase di declino. La rivoluzione socialista passò da allora dal piano della teoria al piano della pratica. Sotto il fuoco degli eventi il proletariato si trovava in qualche modo forzato a costruire in breve tempo la sua organizzazione rivoluzionaria di lotta. L’apporto programmatico monumentale dei primi anni della III Internazionale si è rivelato tuttavia insufficiente e inferiore all’immensità dei problemi da risolvere posti da questa fase ultima del capitalismo e del suo superamento rivoluzionario. Allo stesso tempo, l’esperienza ha presto dimostrato l’immaturità ideologica generale della classe. Davanti a questi due scogli e sotto la pressione delle necessità sorte dagli avvenimenti e dalla loro rapidità, la terza Internazionale era portata a rispondere con delle misure organizzative: la disciplina di ferro dei militanti, ecc...
Dovendo l’aspetto organizzativo supplire all’incompletezza programmatica e il partito all’immaturità della classe, si giungeva alla sostituzione del Partito all’azione della classe stessa e all’alterazione del concetto di Partito e dei rapporti di questo con la classe.
24. Sulla base di questa esperienza il futuro partito avrà per fondamento il ripristino di questa verità: la rivoluzione, se contiene un problema di organizzazione, non è tuttavia una questione di organizzazione. La rivoluzione è prima di tutto un problema ideologico di maturazione della coscienza nelle vaste masse del proletariato.
Nessuna organizzazione, nessun partito può sostituirsi alla classe stessa, perché più che mai resta vero che “l’emancipazione dei lavoratori sarà l’opera dei lavoratori stessi”. Il partito, che è la cristallizzazione della coscienza della classe, non è né differente né sinonimo della classe. Il partito resta necessariamente una piccola minoranza; la sua ambizione non è la maggiore forza numerica. In alcun momento esso può separarsi o rimpiazzare l’azione vivente della classe. La sua funzione resta quella di ispirazione ideologica nel corso del movimento e della azione della classe.
25. Durante il periodo insurrezionale della rivoluzione, il ruolo del partito non è di rivendicare il potere per sé, né di chiedere alle masse di concedergli “fiducia”. Esso interviene e sviluppa la sua attività in vista dell’automobilitazione della classe all’interno della quale esso tende a far trionfare i principi e i mezzi di azione rivoluzionari.
La mobilitazione della classe intorno al Partito al quale essa “affida” o piuttosto abbandona la direzione è un’idea che riflette uno stato di immaturità della classe. L’esperienza ha mostrato che in tali condizioni la rivoluzione non può alla fine trionfare e deve rapidamente degenerare comportando un divorzio tra la classe e il partito. Questo ultimo si trova subito obbligato a ricorrere sempre più a dei mezzi di coercizione per imporsi alla classe e diventa così un ostacolo terribile per il progredire della rivoluzione.
Il partito non è un organo di direzione e di esecuzione, queste funzioni sono proprie dell’organizzazione unitaria della classe. Se i militanti del partito partecipano a queste funzioni, è in qualità di membri della grande comunità del proletariato.
26. Nel periodo postrivoluzionario, quello della dittatura del proletariato, il partito non è il Partito Unico, classico dei regimi totalitari. Questo si caratterizza per la sua identificazione e la sua assimilazione con il potere statale di cui detiene il monopolio. Al contrario, il partito di classe del proletariato si caratterizza per quello che lo distingue dallo Stato di cui rappresenta l’antitesi storica. Il Partito Unico Totalitario tende a gonfiarsi e ad incorporare milioni di individui per farne la base fisica del suo dominio e della sua oppressione. Il partito del proletariato al contrario, per la sua natura, opera sempre una selezione ideologica severa; i suoi militanti non hanno vantaggi da conquistare o da difendere. Il loro privilegio è solo quello di essere i combattenti più perspicaci e più devoti alla causa rivoluzionaria. Il partito non si dedica dunque ad incorporare al suo interno vaste masse, perché a mano a mano che la sua ideologia diverrà quella delle larghe masse, la necessità della sua esistenza tenderà a sparire e comincerà a suonare l’ora del suo scioglimento.
Regime interno del partito
27. I problemi relativi alle regole di organizzazione che costituiscono il regime interno del partito occupano un posto altrettanto decisivo del suo contenuto programmatico. L’esperienza passata, e più in particolare quella dei partiti della Terza Internazionale, ha mostrato che la concezione del Partito costituisce un tutto unitario. Le regole organizzative sono un aspetto e una manifestazione di questa concezione. Non vi è una questione di organizzazione separata dall’idea che si ha sul ruolo e la funzione del partito e del rapporto di questo con la classe. Nessuna di queste questioni esiste in sé, ma ognuna è uno degli elementi costitutivi ed espressivi del tutto.
I partiti della terza Internazionale avevano tali regole o tali regimi interni perché essi si sono costituiti in un periodo di immaturità evidente della classe, il che li ha portati a sostituire il Partito alla classe, l’organizzazione alla coscienza, la disciplina alla convinzione.
Le regole organizzative del futuro partito dovranno dunque essere in funzione di una concezione inversa del ruolo del partito, in una tappa più avanzata della lotta, sulla base di una maggiore maturità ideologica della classe.
28. Le questioni del centralismo democratico o organico che occuparono un posto preponderante nella terza Internazionale perderanno la loro importanza per il futuro Partito. Quando l’azione della classe si basava sull’azione del Partito, la questione dell’efficacia massima di questo ultimo doveva necessariamente dominare il Partito, il quale d’altra parte non poteva apportare che delle soluzioni frammentarie.
L’efficacia dell’azione del partito non consiste nella sua azione pratica di direzione e di esecuzione, ma nella sua azione ideologica. La forza del partito non si fonda dunque sulla sottomissione disciplinare dei militanti ma sulla loro conoscenza, il loro sviluppo ideologico, le loro convinzioni più sicure.
Le regole dell’organizzazione non derivano da nozioni astratte, innalzate all’altezza di principi immanenti e immutabili, democrazia o centralismo. Tali principi sono privi di senso. Se la regola delle decisioni prese a maggioranza (democrazia) appare essere, a dispetto di un’altra più appropriata, la regola da mantenere, ciò non significa affatto che per definizione la maggioranza possiede la virtù di avere il monopolio della verità e delle posizioni giuste. Queste discendono dalla maggiore conoscenza dell’oggetto, dalla maggiore penetrazione e dalla stretta più serrata della realtà.
Così le regole interne dell’organizzazione sono funzione dell’obiettivo che essa si dà e che è quello del partito. Quale che sia l’importanza dell’efficacia della sua azione pratica immediata, che può fornirgli l’esercizio di una maggiore disciplina, essa resta sempre meno importante dello sviluppo massimo della coscienza dei militanti e di conseguenza gli è subordinata.
29. Finché il Partito resta il crogiuolo in cui si elabora e si approfondisce l’ideologia della classe, esso ha per regola non solo la libertà massima delle idee e delle divergenze nel quadro dei suoi principi programmatici, ma ha per fondamento la preoccupazione di favorire e mantenere costante la combustione del pensiero, fornendo i mezzi per la discussione e il confronto delle idee e delle tendenze al suo interno.
30. Se si vede sotto quest’ottica la concezione del Partito, niente gli è più estraneo di questa mostruosa idea di un partito omogeneo monolitico e monopolista.
L’esistenza di tendenze e di frazioni in seno al Partito non è una tolleranza, un diritto che può essere accordato, dunque soggetto a discussione. Al contrario l’esistenza delle correnti nel Partito - nel quadro dei principi acquisiti e verificati - è una delle manifestazioni di una concezione sana dell’idea di Partito.
giugno 1948 M.
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[9] https://books.google.it/books?id=1K35tnt3taIC&pg=PP1&dq=nel+paese+della+grande+menzogna&hl=it#v=onepage&q&f=false
[10] https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1&cad=rja&uact=8&ved=0ahUKEwjkkd-a0bfXAhXLL1AKHfR2CIkQFggmMAA&url=https%3A%2F%2Fwww.marxists.org%2Fitaliano%2Flenin%2F1917%2F3%2Fletterasvizzeri.htm&usg=AOvVaw0lipukHutm2BkalDa3SvQ8
[11] https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1&cad=rja&uact=8&ved=0ahUKEwjgm4LyorLXAhXLbBoKHT0aDEwQFggmMAA&url=http%3A%2F%2Fwww.ousia.it%2Fcontent%2FSezioni%2FTesti%2FMarxCriticaProgrammaGotha.pdf&usg=AOvVaw3i-dxouBD1czgFTM6ISh9p
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[13] https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1&cad=rja&uact=8&ved=0ahUKEwi66eDU2bPXAhUDKFAKHTj-BEkQFggmMAA&url=http%3A%2F%2Fwww.ousia.it%2FSitoOusia%2FSitoOusia%2FTestiDiFilosofia%2FTestiPDF%2FLenin%2FStatoRivoluzione.pdf&usg=AOvVaw2DqGJP-jC9GQIRXvNA2QY6
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