Giorni sempre più neri aspettano i lavoratori. Il governo di sinistra continua a lavorare per rendere le nostre condizioni ancora più precarie. Oltre ai tagli già previsti, è degli ultimi giorni la notizia che le province, le regioni ed anche i comuni potranno applicare nuove tasse per far fronte alle esigenze di gestione locale. Che significherà per i lavoratori? Ancora più soldi da togliere ad un salario che già non basta ad assicurare lo stretto necessario, tanto più quando con questo salario bisogna far vivere anche i “giovani” figli trentenni e quarantenni che non riescono a trovare uno straccio di lavoro decente. Cosa si può fare? Espatriare alla ricerca di un lavoro come facevano i nostri nonni e bisnonni? Neanche questo è più possibile perché anche in Francia, in Germania, in Inghilterra e nella stessa America milioni di proletari si trovano nelle nostre identiche condizioni, davanti alla stessa mancanza di prospettiva. La crisi economica non è un problema solo italiano, ma di tutto il capitalismo mondiale, come mostra il seguente articolo.
“Ieri Wall Street ha sofferto la sua più grande caduta dopo gli strascichi immediatamente successivi agli attacchi terroristici dell’11 settembre, con una giornata di pesanti cadute del mercato azionario mondiale culminata in una conseguente svendita a ribasso dei titoli a New York.
Le quotazioni del Down Jones relative all’industria hanno chiuso con più di 400 punti di ribasso nella paura che Stati Uniti e China – le locomotive gemelle dell’economia globale – fossero prossime ad una recessione e che la Casa Bianca si stesse preparando ad un attacco aereo contro il potenziale nucleare iracheno”. (Guardian, 28/2/07)
Le cadute del mercato azionario vanno e vengono e gli esperti economici hanno una visione molto limitata. Il giorno del crollo (27/2/07), un guru americano dell’economia avvertiva che “questa potrebbe essere la quiete prima della tempesta”. Altrove Andre Bakhos, presidente del Princeton Financial Group, ha detto “passato il pomeriggio, sembrava che ci fosse un senso di panico tra alcuni investitori di mestiere… Un’aria di insicurezza, come se non ci fosse un posto dove andare e come se le persone stessero girando in tondo come nel solo luogo sicuro”.
Due giorni dopo, “Dominic Rossi, capo degli azionisti mondiali alla Threadneedle Investment Services, ha valutato l’indifferenza della città dopo la più grande scossa dei mercati mondiali dal 9/11: ‘non è successo niente nelle ultime 48 ore che influenzasse la nostra visione del mondo e la buona prospettiva per i mercati azionari’” (Guardian, 1/3/7).
La scossa del 27/2 potrebbe non rappresentare una imminente recessione globale, ma ci dà un’idea di quello che realmente si prepara a livello di economia mondiale.
Per anni ci hanno detto che l’economia americana era solida, forte, che era una locomotiva per il mondo. Quello che non ci hanno detto è che questa “ripresa”, dopo la recessione degli anni ottanta, si è basata su una montagna sempre più grande di debiti. In altre parole, l’economia USA (e quella mondiale) è attualmente in bancarotta, sprofondata in una profonda crisi di sovrapproduzione, anche se riesce ad ogni modo a tirare avanti con la creazione di un grande mercato artificiale, con l’aiuto di una economia-casinò dove le persone sono impiegate in una serie di lavori artificiali. In Gran Bretagna, per esempio, il più grande contributo al prodotto nazionale lordo viene da… i proprietari terrieri, una categoria economica che non produce assolutamente nulla.
Per anni ci hanno anche detto che il sorprendente boom della Cina rappresentava la via da seguire. Quattro anni consecutivi di crescita al 10% e oltre, un incremento del 67% del suo surplus commerciale. Sicuramente questo prova che il su citato Dominic Rossi fa bene ad essere ottimista sulle prospettive future del mercato mondiale. Se può farlo la Cina, perché non potrebbe farlo anche il resto del mondo?
E’ semplice: la Cina può farlo proprio perché i paesi già sviluppati non possono. L’industrializzazione della Cina è basata sulla deindustrializzazione dell’America, della Gran Bretagna e della maggior parte dell’Europa. Vasti profitti possono essere fatti in Cina perché la classe operaia cinese sta pagando per questo “miracolo economico” con delle condizioni di sfruttamento mostruose – basse retribuzioni, lunghe giornate di lavoro, protezione minima da infortuni sul lavoro e dall’inquinamento. Livelli di sfruttamento che i lavoratori nei paesi capitalisti centrali non accetterebbero, troppo alti rispetto al desiderio della borghesia.
La Cina così fa volentieri da spugna per tutti quei capitali che non avrebbero più un investimento produttivo nella maggior parte dei vecchi paesi capitalisti. Ma, contrariamente a quanto si dice sulla creazione di un “nuova classe media” e di una dilagante “cultura consumista”, la maggior parte della popolazione cinese rimane disperatamente povera e la maggior parte della produzione industriale cinese è diretta all’esportazione. Il mondo è invaso da prodotti cinesi a basso prezzo e i limiti alla sua capacità di assorbirli non sono difficili da percepire. Se il “boom dei consumi” in paesi come la Gran Bretagna è basato su trilioni di sterline di debito pubblico, cosa succederebbe se i debiti (o gli interessi sui debiti) fossero ritirati e le persone e le società non potessero più spendere?
Questo è il motivo per cui il “surriscaldamento” dell’economia cinese desta timori. I recenti ribassi nelle quotazioni sono stati generati da cause banali – l’annuncio che il governo stava per usare la mano pesante sullo scambio illegale nelle quotazioni nella sua economia. Ma il vero incubo che spaventa la borghesia è che l’economia cinese, “surriscaldando” la macchina che vomita questa serie infinita di merci, sta andando verso una crisi aperta di sovrapproduzione che avrebbe conseguenze devastanti sullo stato dell’economia mondiale.
In breve, la “prosperità” dell’economia mondiale è costruita sulla sabbia e la sabbia comincia a cedere. Il capitalismo mondiale, che è stato in declino per un centinaio di anni, ha trovato numerose misure per manipolare le sue stesse leggi economiche e frenare il crollo nel baratro, ma sempre col rischio di generare nuove e sempre più pericolose convulsioni.
Un altro aspetto molto significativo della recente caduta dei prezzi dei listini è stato che ha dato luogo a una nuova serie di speculazioni su un possibile attacco americano all’Iran. La crisi dell’economia capitalistica ha sempre spinto il sistema verso la folle “soluzione” della guerra. Senza dubbio le oscillazioni del mercato azionario sono incrementate da quando l’amministrazione Bush ha tagliato corto con le sue minacce di guerra annunciando di voler aprire il dialogo con Iran e Siria per cercare di stabilizzare la situazione in Iraq. Ma gli espedienti diplomatici non contraddicono la deriva fondamentale del capitale verso la guerra e l’autodistruzione.
Se aggiungiamo che la crescita gonfiata e malata del capitalismo sta rappresentando senza dubbio una minaccia profonda per l’ambiente del pianeta, è evidente che la prospettiva che questo sistema ci serba è una catastrofe senza precedenti – economica, militare ed ecologica.
La borghesia, contrariamente alle sue ottimistiche aspettative, è ben consapevole che le cose possono solo peggiorare. Ragione per cui il ministro del tesoro inglese Gordon Brown ha appena annunciato che un milione di lavoratori del settore pubblico in Gran Bretagna avranno gli stipendi ribassati del 2%. L’economia-casinò ha “nascosto” l’inflazione degli ultimi anni con il boom immobiliare, ma le pressioni inflazionistiche continuano a svilupparsi nell’economia e i lavoratori, come al solito, sono chiamati a pagarne le spese.
Negli anni ’70, l’inflazione è stato il prezzo da pagare per evitare la recessione. Negli anni ’80, è stato giudicato che la recessione fosse la migliore delle alternative. Ma oggi siamo di fronte ad entrambe le minacce contemporaneamente. Questo ci spiega perché, ad esempio, il grande “modello” della modernizzazione e della crescita, l’Airbus, ha annunciato migliaia di licenziamenti in Francia, Germania e Gran Bretagna. Questo annuncio è stato salutato dallo sciopero spontaneo di migliaia di lavoratori tra Francia e Germania.
Di fronte all’aumento dei prezzi, ai tagli degli stipendi, alla perdita del posto di lavoro, di fronte alla prospettiva di un cataclisma futuro se si lascia perdurare la società capitalista, l’unica strada percorribile per la classe operaia mondiale è quella della lotta.
3 marzo 2007
(da World Revolution n. 302, Marzo 2007)
Il rapimento di Mastrogiacomo e gli eventi ad esso legati sono stati messi al centro dell’attenzione da parte dei media per circa due mesi. Adesso, le notizie sulle sorti del mediatore di Emergency, Rahmatullah, e lo stesso ritiro di Emergency dall’Afghanistan sono ridotte a piccole note redazionali.
Evidentemente fino a che si poteva far leva sull’istintivo senso di condanna della gente per il rapimento del giornalista italiano e per le atroci esecuzioni degli altri ostaggi, faceva comodo propagandare e contrapporre “alla barbarie dei talebani”, “l’umanità” dello Stato italiano e soprattutto del suo governo di sinistra che, pur di salvare delle vite umane, scende a patteggiamenti con i terroristi nonostante le esplicite critiche della superpotenza USA, mobilitando energie umane e finanziarie attraverso Emergency. Addirittura, nel democratico e umanitario Stato italiano, si apre un dibattito sulle scelte fatte in questa occasione rispetto ad altri rapimenti storici, come quello di Moro da parte delle Brigate Rosse, con Cossiga che difende la scelta dell’epoca di non cedere al ricatto dei terroristi, anche a costo della vita di Moro, e Fassino che afferma “salvare una vita non è una resa”. Quando poi le cose si complicano, con l’arresto di Rahmatullah e le accuse da parte del governo afgano contro Emergency in quanto fiancheggiatore dei terroristi, allora è meglio far sfumare l’attenzione perché, al di là delle chiacchiere di questi signori e dei loro mass media, il reale significato della presenza dell’Italia in Afghanistan, così come in Somalia, nel Libano, nel Sudan, nel Darfur, nei Balcani, ed altrove, e degli scontri imperialisti in atto in questi paesi, diventa sempre più chiaro agli occhi di tutti e sempre meno possibile camuffabile con discorsi umanitari. I fischi al “pacifista” Bertinotti alla manifestazione per il 25 aprile a Milano ne sono un sintomo.
La contraddizione evidente tra il miliardo di euro abbondante appena stanziato dal governo Prodi per le missioni militari all’estero e la crescente miseria che questo stesso governo impone ai proletari italiani con i licenziamenti, la precarietà del lavoro, lo smantellamento dell’assistenza sanitaria e delle pensioni, l’assenza di prospettiva per i giovani, fanno sorgere subito un dubbio: come mai questo Stato che si preoccupata tanto del popolo afgano, libanese, sudanese, condanna ad una vita di stenti la stragrande maggioranza dei lavoratori italiani e ad un futuro ancora peggiore la nuova generazione? Quale livello di ipocrisia si nasconde dietro le lacrime versate sulla morte di un povero cristo che a 74 anni è ancora costretto a lavorare a nero su di una impalcatura di dieci metri fino a lasciarci la pelle?
Un livello molto alto se aggiungiamo che la giustificazione umanitaria della presenza dell’esercito italiano in Afghanistan fa a cazzotti con la necessità di aumentare l’armamento del contingente italiano a Heart, vista l’intensificazione degli scontri in atto nella zona di controllo italo-ispanica. E fa a cazzotti con il fatto che è proprio sotto il fuoco incrociato tra frazioni locali ed eserciti europei ed USA - con i quali lo Stato italiano ha preso accordi ben più criminali dal punto di vista umanitario per assicurarsi la presenza sul posto - che decine di uomini, donne e bambini afgani muoiono ogni giorno, sotto le bombe, per la fame, le malattie causate dalla guerra.
Ma oltre all’ipocrisia senza ritegno della borghesia, tutte le vicende legate al rapimento del giornalista Mastrogiacomo ed alle modalità della sua liberazione danno altri elementi di riflessione sulla realtà guerrafondaia ed imperialista dello Stato italiano e sul modo con cui questa si concretizza. In particolare:
- quali sono i motivi degli attriti tra il governo italiano e gli USA in questa vicenda?
- come mai una operazione così delicata come la liberazione di ostaggi in una situazione di guerra viene affidata ad Emergency, un’organizzazione non governativa di medici volontari, che in quanto tale non potrebbe avere mezzi organizzativi ed economici adeguati per compiti simili?
L’imperialismo italiano alla ricerca di prestigio ed autonomia
Come ogni Stato, anche l’Italia cerca di acquisire quanto più spazio possibile sull’arena imperialista mondiale. Questa è una preoccupazione costante di ogni Stato, qualsiasi ne sia il governo di turno, perché da questo dipende la capacità di mantenere e - nella misura del possibile - accrescere un dato livello di forza concorrenziale rispetto alle altre potenze. E per ogni Stato nazionale questo è questione di vita o di morte, in particolare nell’attuale situazione di crisi profonda del sistema capitalistico.
Le mire del governo Prodi su questo piano non sono quindi diverse da quelle del governo Berlusconi o di quelli precedenti. Si differenziano però le scelte, i percorsi da seguire. Rispetto al governo Berlusconi, l’attuale governo di sinistra si differenzia per una politica estera meno legata ai dettami che vorrebbero imporre gli USA (vedi ad esempio la domanda di meno limiti alle zone di competenza dei vari eserciti, ma soprattutto il veto ad ogni trattativa con i talebani) e per una maggiore ricerca di un posto in prima fila tra le potenze europee nelle zone calde del Medio Oriente. Basta vedere le ultime mosse diplomatiche assestate dal governo:
- nel suo recente viaggio in Arabia Saudita Prodi ha reiterato la condanna della guerra in Iraq perché “Non è stata preceduta da un quadro di legittimità giuridica soddisfacente per quanto attiene le Nazioni Unite” e voluta sulla base di “argomentazioni rivelatesi infondate”, cercando al contempo di far riconoscere all’Italia un ruolo di interlocutore privilegiato, basandosi sugli apprezzamenti positivi fatti dal ministro degli esteri saudita, Saud al-Faisal, in particolare per il ruolo svolto in Libano: “Innanzitutto siamo grati all’Italia: non fosse stato per la sua ferma posizione, la missione Unifil forse non sarebbe riuscita. Spero che continui, anzi si rafforzi se necessario” (la Repubblica 24/4/07);
- nella stessa ottica il governo ha promosso una “Conferenza di pace” per l’Afghanistan (per cui sono stati stanziati 500.000 euro) ed una Conferenza a Roma sulla giustizia in Afghanistan (costo 127.800 euro);
- su di un altro fronte D’Alema lancia la proposta di moratoria contro la pena di morte a livello mondiale nell’ambito dell’UE;
- in Afghanistan, in contrasto con le indicazioni USA, l’Italia porta il governo Karzai a rilasciare dei terroristi talebani in cambio di Mastrogiacomo.
Tutta questa rinnovata spinta del governo Prodi ad imporsi come elemento autonomo importante sulla scena dei conflitti in Medio Oriente chiaramente non va molto bene agli USA che invece fanno sempre più fatica ad imporre la propria leadership nella zona ed a contrastare velleità simili anche da parte delle altre potenze europee. Da qui gli “screzi”, il conflitto diplomatico rispetto al rapimento Mastrogiacomo nei rapporti tra Italia e USA, che segue altri scontri altrettanto significativi: quello relativo all’omicidio Calipari e quello più lontano relativo al rapimento dell’egiziano Abu Omar a Milano da parte di agenti della CIA.
Nel caso attuale gli USA non potevano certo accettare la politica del patteggiamento con i “famigerati terroristi talebani” per liberare degli ostaggi, quando la loro giustificazione alle varie guerre scatenate dal 2001 ad oggi e il braccio di ferro con le altre potenze imperialiste ha come perno la “crociata contro il terrorismo” in difesa della “democrazia occidentale”. E se il richiamo all’ordine su questo piano non è servito a far abbassare le cresta all’Italia, si ricorre a pressioni più forti sul capo del governo afgano Karzai (anche per mostrare chi è il vero padrone della situazione), che a questo punto non può far altro che rifiutarsi di scarcerare altri terroristi per liberare i due francesi sequestrati dai talebani1. Ed è chiaro che l’arresto di Rahmatullah come fiancheggiatore terrorista e responsabile della morte dell’autista e dell’interprete di Mastrogiacomo, così come le accuse contro Emergency da parte del governo Karzai, hanno lo stesso significato. Aver creato le condizioni perché Emergency non potesse restare più in Afghanistan: questo non è un attacco ad Emergency, ma un colpo assestato al governo italiano. E dovendo mantenere in piedi certi equilibri, dati i rapporti di forza esistenti, il governo italiano non ha potuto che abbozzare sulla vicenda e limitarsi ad assicurare al leader di Emergency, Gino Strada, per bocca di Prodi: "Facciamo l'impossibile per scarcerare Hanefi. Non dimentico certo l'Afghanistan e Rahmatullah Hanefi, il tuo collaboratore che si trova ancora in carcere. Ti posso assicurare che continuiamo a fare il possibile e l'impossibile perché sia scarcerato. Spero che questo possa avvenire il prima possibile" (La Repubblica, 3/5/07, versione on line).
Ma perché prendersela con Emergency significa lanciare un monito al governo italiano? Qual è il ruolo di Emergency in Afghanistan e nelle altre zone di guerra?
Emergency, strumento dell’imperialismo italiano
Le velleità imperialiste dello Stato italiano devono fare i conti con la reale forza economica e militare del capitalismo italiano. Forza storicamente abbastanza limitata che ha costretto da sempre l’Italia a cercare di farsi spazio, più che su di un piano strettamente militare, attraverso vie diplomatiche, tessendo legami bilaterali, ponendosi come interlocutore e mediatore affidabile nelle diverse aree di conflitto, per acquisire una certa presenza e forza politica nelle zone di interesse. In questa politica le organizzazioni non governative (ong) come Emergency (al di là dell’onesta e della buona fede di chi ci lavora o collabora con esse) svolgono un ruolo fondamentale di penetrazione e di impianto sul posto. E’ indubbio che l’opera di Emergency è preziosa, ad esempio in Afghanistan, non solo per le vittime della guerra che almeno hanno la speranza di poter essere curate e di trovare un minimo di assistenza, ma anche per lo stesso governo afgano che senza queste strutture ospedaliere e di assistenza avrebbe ancora più difficoltà a gestire il disastro del paese. Al tempo stesso, proprio per l’importanza che, in queste aree dilaniate da scontri interni ed internazionali, assume l’opera di una struttura come Emergency ufficialmente indipendente, neutrale e apartitica, il radicamento, il consenso e la rispettabilità che questa acquisisce tra la popolazione, ma soprattutto tra le varie forze politiche e combattenti locali, costituiscono una forza politica considerevole. E dietro ad Emergency è lo Stato italiano ad acquisire questa forza; si capisce dunque tutto l’interesse di questo a sostenerla ed a rafforzarne la presenza in queste zone. Questo acquisito riconoscimento risulta utile infatti su due piani: da un lato per mantenere la propria immagine di “italiani brava gente” contrapposto agli “oppressori americani”, che sparano sui civili senza pietà; dall’altro per avere più libertà di movimento nelle situazioni critiche, nelle quali bisogna difendere i propri interessi. Come appunto con il rapimento Mastrogiacomo, dove è grazie alla capacità di impianto nella zona, alla capacità di allacciare legami diplomatici con le diverse frazioni locali che il governo Prodi è riuscito da una parte a premere su Karzai per la liberazione dei talebani, dall’altra, attraverso Emergency, ad arrivare a chi poteva trattare per la liberazione degli ostaggi e procedere in tal senso. E spesso questa via è più efficace e preferibile all’azione dei servizi segreti. Il fatto quindi che Emergency sia stata costretta ad abbandonare il terreno afgano è un problema per il governo italiano, non tanto per le accuse alquanto ridicole di appoggio al terrorismo nei confronti di Emergency, ma piuttosto perché così viene a mancare un tassello importante per la presenza dell’Italia in un’importante zona dove si gioca un braccio di ferro tra le varie potenze imperialiste (USA e Italia, ma anche Francia, Spagna, Inghilterra, ecc.).
Del resto, come viene ricordato nell’articolo seguente, scritto dopo lo Tsumani che colpì l’Asia nel 2005, l’utilizzo delle ong da parte degli Stati non è una novità, né è una esclusiva “italiana”.
Ed in effetti c’è da chiedersi da dove provengano gli ingenti fondi di un’organizzazione come Emergency necessari per impiantare strutture sanitarie, pagare i medici e tutto il personale necessario a mantenere in piedi la sua stessa struttura. Dalla raccolta di soldi per le strade e qualche filantropo di turno o non piuttosto dalle sovvenzioni di enti e strutture in maniera più o meno esplicita legati allo Stato?
Lo sdegno in tutta questa vicenda non è tanto per le falsità che ci racconta la borghesia, né per la sua ipocrisia, né per le vie che utilizza per raggiungere i suoi fini. Lo Stato italiano, ed il suo governo, è capitalista come qualsiasi altro Stato e dunque la menzogna, l’ipocrisia, i giochi sporchi fanno parte della sua natura. Lo sdegno è soprattutto per il fatto che a pagare tutto questo sono sempre i proletari con la morte e la disperazione in Afghanistan, con un degrado crescente su tutti i piani e con una montagne di mistificazioni in Italia.
Eva, 3/5/2007
1. Le ultime notizie sull’attacco dell’esercito USA nella regione di Herat, zona assegnata al controllo di Italia e Spagna, senza alcun accordo o preavviso a questi da parte degli USA, e le reazioni di D’Alema e Prodi, confermano la maggiore pressione che l’amministrazione Bush intende esercitare in Afghanistan per imporre la propria politica e le tensioni che questo provoca tra le potenze imperialiste che occupano questo paese.
A quattro mesi dallo tsunami sulle coste dell’Asia del sud e nonostante lo slancio di generosità che ha riversato nelle casse delle ONG somme ingenti di denaro, la situazione sul posto resta sempre drammatica. Mentre il 28 marzo (2005) nell’isola di Nias, al largo di Sumatra, una nuova scossa sismica provoca una carneficina, le ONG stanno ancora a chiedersi come utilizzare le somme raccolte, che intanto sono depositate su dei fondi monetari SICAV al 2,5% di interesse annuo. Allora a cosa servono le ONG, a parte che versare salari astronomici ai loro dirigenti ed offrire loro alloggio negli hotel a quattro stelle di Bora Bora (Capital, aprile 2005)? Certo, se la sottrazione di fondi e gli atteggiamenti da truffatori sono consoni alla natura della borghesia, non sono l’essenza ed il fondamento dell’azione umanitaria.
Prima di ogni cosa le ONG sono uno strumento, oggi divenuto fondamentale, della difesa degli interessi imperialisti di ogni nazione.
Queste ONG, che di “non governativo” hanno solo il nome, offrono da più di 30 anni le motivazioni ideologiche per giustificare le azioni armate delle grandi potenze.
Negli anni ’70 la Francia, per sbarazzarsi di Jean Bedel Bokassa che essa stessa aveva portato al potere nella Repubblica Centroafricana, si appoggia su Amnesty International per scatenare una grossa campagna di denuncia del regime sanguinario dell’“auto-proclamato” imperatore. Sarà questa campagna a giustificare l’intervento della Francia e l’invio dei suoi paracadutisti che non dimenticheranno di portare con loro un nuovo presidente.
Ma il ruolo delle ONG non si limita a fornire alibi umanitari per colpire ed accompagnare i raid omicidi del “diritto di ingerenza” delle grandi potenze nei conflitti armati. Spesso la loro presenza ed il loro lavoro sul posto vanno ben oltre.
Non è un caso se l’India ha rifiutato l’aiuto internazionale dopo i disastri causati dallo tsumani del 26 dicembre. Non è un caso se l’Indonesia, poco dopo, reclama la fuoriuscita delle ONG dal proprio territorio entro due mesi. Il motivo è che questi paesi sanno bene che le ONG agiscono, anche senza scorta militare, come testa di ponte imperialista delle rispettive nazioni. Questa realtà è illustrata molto bene dalla serie di “rivoluzioni democratiche” avutesi nelle repubbliche del sud della Russia, ultima in data quella nel Kirghizistan.
“Possiamo essere fieri di aver sostenuto la rivoluzione”, ha proclamato l’ambasciatore americano Stephen Young. Benché gli USA dispongano da quattro anni di una base militare forte di 2000 soldati sull’aeroporto di Manas, non è di questo tipo di sostegno che parla Mr. Young. Per aiutare il rovesciamento del regime di Akaïev, gli Stati Uniti si sono serviti di un’arma micidiale: una potente rete di ONG, 7000 in totale, che hanno diviso a scacchiera l’intero territorio. In ogni villaggio si contano da tre a quattro ONG locali, finanziate in gran parte da organizzazioni statali made in America, quali la Freedom House, diretta dall’ex capo della CIA, James Woosley, o ancora il National Democratic Institute (NDI), presieduto dall’ex segretario di Stato di Clinton, Madaleine Albright. La “rivoluzione gialla” non ha avuto dunque nulla di spontaneo. Al contrario, è stata saggiamente e pazientemente preparata da questa rete di ONG pro-americane, come dalla tipografia di Bichkek foraggiata da Freedom House ed incaricata di pubblicare non meno di una cinquantina di giornali “di opposizione”. E quando il potere kirghiso decide, cinque giorni prima le elezioni legislative, di tagliare l’elettricità alla tipografia, ad accorrere in aiuto è l’ambasciata americana con la fornitura di gruppi elettrogeni in modo da permettere che il lavoro di agitazione possa continuare. Ed è attraverso una coalizione di 170 ONG del Kirghizistan, animate da Edil Baisalov, a sua volta finanziato dall’NDI, che si è potuto inviare un migliaio di osservatori nei seggi elettorali per testimoniare la frode e scatenare la “fronda popolare”. Possiamo ritrovare lo stesso schema in Georgia nel 2003 o in Ucraina nel 2004 dove la “rivoluzione arancione” è stata anch’essa lanciata dal lavoro delle 280 ONG abbeverate dallo stesso NDI con 65 milioni di dollari per rovesciare il duo pro-russo Kutchma/Ianukovitch tramite l’agitazione popolare.
Le ONG sono utili? Per la borghesia senza alcun dubbio. Dagli anni ’70 costituiscono chiaramente un jolly organicamente legato ai dispositivi militari della classe dominante. Per riprendere l’espressione del celebre dottore francese Bernard Kouchner, fondatore dell’emblematica organizzazione “Medici Senza Frontiere”: “la grande avventura del XXI secolo (…) si chiamerà movimento umanitario”. Ma questa avventura non può che essere quella della guerra al servizio dell’imperialismo.
Azel, 15 aprile 2005 (da Revolution Internazionale n° 357)
Si sarebbe potuto credere all’orrore riservato al Medio Oriente, all’Iraq o alla Palestina, senza dimenticare i genocidi quotidiani dell’Africa nera o del sud del Caucaso. Ma no! La realtà del capitalismo è sempre peggio di quanto si possa immaginare. Il Maghreb è venuto a ricordarci che non bisognava dimenticarsi di lui. Anche lì, la barbarie imperversa quotidianamente. Spesso passato volontariamente sotto silenzio dai mezzi di comunicazione, la «guerra civile» in Algeria ha fatto all’incirca più di 150 mila morti durante gli anni ’90. Ma in questa primavera soleggiata, la barbara realtà del capitalismo è tornata drammaticamente in primo piano.
Mercoledì 11 aprile, due attentati kamikaze preparati con auto imbottite di esplosivo sono stati perpetrati ad Algeri. Ci sarebbero ufficialmente 33 persone uccise e più di 220 feriti. L’indomani, la rete televisiva Al-Jezira annunciava di aver ricevuto una telefonata con la quale un porta parola del movimento Al-Qaida nel Maghreb rivendicava questi attentati.
In Algeria, i gruppi terroristi, minati dalle guerre tra frazioni rivali e braccati da una parte dell’esercito e dal governo sanguinario del presidente Bouteflika, erano da alcuni anni sulla difensiva. Quelli che non si erano rifugiati nelle regioni montagnose avevano ufficialmente deposto le armi. La resa dell’AIS (Armée Islamique du Salut, ala militare del Front Islamique du Salut) e degli ultimi elementi sopravvissuti del GIA ( Groupe Islamiste Armé) sembrava promettere una calma sul fronte degli attentati e dei massacri terroristici. Ma tutto ciò non era che pura illusione.
Ecco dunque risorgere da capo, armi alla mano, i gruppi salafisti. Questi sono ormai pronti a utilizzare i mezzi militari i più tradizionali ma anche ad applicare i metodi e la logistica propri alla nebulosa di Al-Qaida. Questo ritorno alla grande del terrorismo non riguarda solo l’Algeria ma anche il Marocco e la Tunisia. Il suo terreno di crescita, condito anzitutto dalla miseria, dalla disoccupazione e dalla disperazione di massa, è costituito da questi giovani ammassati nelle bidonville di Tunisi o di Algeri. In Algeria, il tasso di disoccupazione dei giovani supera largamente il 50%. Al-Qaida può dunque attingere senza vergogna nei ranghi di questa gioventù totalmente disorientata e senza avvenire.
«Le relazioni tra la Francia e l’Algeria possono essere buone o cattive, ma in nessun caso possono essere banali». Questa dichiarazione pronunciata dal vecchio presidente algerino Houari Boumediene nel 1974 traduce perfettamente come dopo la fine della colonizzazione dell’Algeria da parte della Francia avvenuta nel 1962, gli imperialismi algerino e francese non hanno mai cessato di avere delle relazioni politiche estremamente strette. In questo paese, a partire dalla sua indipendenza, l’esercito è stato sempre la punta avanzata del potere attraverso la successione dei vari capi di stato. La storia interna dell’Algeria, da 40 anni a questa parte, è fatta di colpi di stato e di putsch militari, esprimendo così la debolezza e la divisione storica della borghesia algerina. Anche l’FLN (Front de Libération Nationale), sorto dalla guerra coloniale, e la sua ala armata, l’ALN, non sono sfuggiti a questa instabilità crescente. Durante tutti questi decenni, all’interno di questo marasma, la Francia ha difeso con le unghie e con i denti i suoi interessi in un paese che essa considera come facente parte della sua riserva di caccia.
Ma all’inizio degli anni ’90, la borghesia francese, malgrado tutti i suoi sforzi, comincia lentamente a perdere terreno di fronte all’offensiva del suo più grande nemico, la borghesia americana. In effetti, questo decennio è marcato da un aggravamento micidiale delle tensioni interimperialiste tra la Francia e gli Stati Uniti. Da allora, gli Stati Uniti non hanno mai ridotto i loro sforzi in Algeria nel tentativo di rafforzare la loro influenza a detrimento dell’imperialismo francese. Il loro sostegno attivo alle brigate armate islamiche si impone così pubblicamente.
Nel 1992, il governo algerino, in reazione a questa situazione, decreterà allora lo stato d’emergenza. Di fronte ai massacri ciechi dei terroristi, strumentalizzati dagli Stati Uniti, le forze de «l’ordine» algerine faranno scomparire, dal 1992 al 1998, più di 7000 persone. Facendo così versare il sangue, la Francia riprenderà più o meno la mano, con l’inizio del nuovo millennio marcato dall’apparire della pace e della stabilità.
Se dunque in tutti questi ultimi anni l’imperialismo americano sembrava potersi implicare meno in Algeria, appare oggi chiaramente che questa situazione sta per conoscere di nuovo una drammatica evoluzione. In effetti, all’inizio di marzo, il generale d’armata Raymond Hénault, presidente del Comitato militare dell’Alleanza Atlantica, effettua una visita ufficiale in Algeria. “Lo scopo di questa visita viene rivelato immediatamente dalla reazione del governo algerino. L’Algeria dichiara allora attraverso la voce del suo ministro degli Affari esteri che il suo territorio non sarà disponibile come base all’esercito americano. Si capisce dunque facilmente l’obiettivo di questa visita ufficiale e la posizione del governo algerino, temendo di affrontare un vero problema di sovranità nazionale. Almeno sul piano militare” (Ahmed Saifi Benziane, citato dal Courrier international del 19 aprile 2007)
A sua volta interrogata a proposito di eventuali basi americane nel Maghreb, Condoleeza Rice (segretario di Stato del governo americano) aveva dichiarato : «Noi cerchiamo solo di stabilire una piattaforma di cooperazione con questi paesi attraverso lo scambio di informazioni e l’organizzazione di esercitazioni militari con i governi per lottare efficacemente contro il terrorismo.» (ibid.) Le intenzioni americane non possono essere enunciate in maniera più chiara. L’indebolimento accelerato della prima potenza mondiale, il suo sprofondamento nel pantano iracheno non riducono per niente i suoi appetiti imperialisti e la sua fuga in avanti sul piano militare. Malgrado l’ampiezza delle sue difficoltà, dall’Algeria al nord del continente africano fino alle porte del Golfo Persico e al Medio Oriente, niente è fuori dell’interesse degli USA.
Il cavallo di battaglia della politica imperialista americana nel mondo è la lotta contro il terrorismo. E’ sotto questo pretesto fallace che gli Stati Uniti difendono in Algeria e dovunque nel mondo i loro sordidi interessi.
Tuttavia è evidente che gli ultimi attentati che hanno avuto luogo ad Algeri vanno pienamente a vantaggio dell’America. In maniera cinica e ipocrita, il 6 febbraio scorso, gli Stati Uniti hanno fatto sapere la loro intenzione di creare un comando al Pentagono incaricato dell’Africa per mettere falsamente un termine all’installazione di gruppi terroristi nel Maghreb. Il 14 aprile, cioè tre giorni dopo gli attentati di Algeri, l’ambasciata americana in questo paese dichiarava ufficialmente: “Secondo delle informazioni non confermate, degli attentati potrebbero essere pianificati ad Algeri il 14 aprile nella zona che potrebbe includere tra l’altro la Posta Centrale e la sede dell’ENTV (la televisione pubblica), nel boulevard dei Martiri”. Queste dichiarazioni dell’ambasciata americana sono state immediatamente comprese per quelle che sono dalla stampa algerina: “Che gli Americani si vogliano sostituire ai servizi di informazione algerini, è un po’ un peccato di gola. A meno che gli Americani non abbiano altre idee in testa e non vogliano instaurare un clima da psicosi” (Le Jour d’Algérie, citato da Le Monde del 15 aprile 2007). Che gli Americani abbiano altre idee nella testa, è evidente. E sono anche perfettamente chiare potendosi enunciare così: “Quello che non si può controllare, occorre destabilizzarlo o anche distruggerlo”. La borghesia algerina, il suo governo così come i movimenti terroristi, tutti strumentalizzati ciascuno per proprio conto da un imperialismo o da un altro, se ne fregano totalmente delle sofferenze inflitte alla popolazione in Algeria. Il nuovo sviluppo nel Maghreb di tensioni imperialiste, di barbarie e di caos va così a creare una continuità geografica dal Medio Oriente fino alle regioni più lontane dell’Africa centrale e dell’est.
Tino (26 aprile
Licenziamenti, riduzione di posti, chiusura di fabbriche, precarizzazione, decentramento …, sempre più i lavoratori salariati subiscono la terribile realtà dell’accelerazione della crisi capitalista. Gli attacchi sono gli stessi dappertutto; in Europa per il gruppo EADS-Airbus, all’Alcatel-Lucent, Volkswagen, Deutsche Telekom, Bayer, Nestlé, Thyssen Krupp, IBM, Delfi… e sul continente americano alla Boeing, Ford, General Motors, Chrysler… In Francia, nel solo settore privato ci sono stati ufficialmente 10.000 posti soppressi nel 2006 ed altri 30.000 sono previsti da qui al 2008. Questi piani ormai su scala mondiale sono sempre più massicci e non toccano più solo settori in decelerazione o arcaici, ma settori di punta come l’aeronautica, l’informatica, l’elettronica. Non riguardano più solo le piccole e medie imprese, ma si estendono a tutti i grandi gruppi leader dell’industria ed il loro indotto; non si limitano più agli operai della catena di montaggio ma toccano anche gli ingegneri, i quadri commerciali, i settori della ricerca.
Ogni Stato, ogni dirigente di impresa sa bene che questa situazione spinge tutti i salariati, del settore privato come del pubblico dove i proletari subiscono esattamente la stessa sorte, a porsi sempre più domande angoscianti sull’avvenire che è riservato loro e ancor più sull’avvenire dei loro figli. E’ sempre più evidente che i proletari di tutti i paesi sono sulla stessa barca, una barca che fa acqua da tutte le parti. In questo contesto inedito, la preoccupazione principale della borghesia non è solo quella di cercare di colmare la enormi falle che si aprono nel suo sistema, ma anche di guadagnare tempo, di impedire ai proletari di prendere coscienza di questa realtà.
Per questo che dappertutto i sindacati, la cui specifica funzione nell’apparato dello Stato è inquadrare e controllare la classe operaia, giocano d’anticipo e occupano il terreno sociale, proprio per tagliare l’erba sotto i piedi ad ogni tentativo di mobilitazione unitaria degli operai di fronte ad attacchi così grossi e frontali. Oggi il loro compito essenziale è prendere l’iniziativa della lotta in modo da far passare gli attacchi mantenendo gli operai divisi per fabbriche, imprese, settori, paesi.
Il “modello Airbus” del sabotaggio sindacale
I sindacati, il governo, la direzione, tutta la classe politica e i mezzi di informazione hanno polarizzato l’attenzione sui 10.000 posti eliminati all’Airbus (fino ad oggi presentata come un fiore all’occhiello), dove si è abbondato in manovre per dividere degli operai, disperderne la collera e imbrigliarne la combattività. I sindacati hanno iniziato col far credere di non essere al corrente di quanto si stava preparando e che avrebbero difeso i posti di lavoro e gli interessi degli operai, quando per mesi hanno partecipato in pieno al piano Power 8 (accordo tra Francia e Germania sui tagli all’Airbus). Per elaborare questo piano la direzione aveva creato un “comitato di pilotaggio” costituito dalla Direzione delle Risorse Umane e dai sindacati, allo scopo, per l’appunto, di “prepararsi ad ogni impatto sociale che le sue misure potrebbero avere” (da una nota della direzione all’interno della fabbrica di Toulouse-Blagnac). Nella fase preparatoria tutti i sindacati hanno teso a minimizzare l’attacco, associandosi perfettamente alle menzogne della direzione e dei diversi Stati coinvolti. In seguito hanno fatto riprendere il lavoro agli operai di Meaulte che erano scesi in sciopero spontaneamente 48 ore prima dell’annuncio ufficiale del piano Power 8, con la pretesa che la fabbrica non sarebbe stata rivenduta, mentre la direzione avrebbe fatto sapere in seguito che in proposito non era stata esclusa nessuna decisione.
A seconda delle fabbriche e adattandosi ad ogni situazione specifica, i sindacati hanno organizzato la divisione tra i settori toccati dal piano e quelli risparmiati, e per mesi hanno martellato sull’idea che se Airbus era in questa situazione era “per colpa dei tedeschi”. In Germania il discorso dei sindacati era parallelo: “è colpa dei francesi”. In un volantino del 7 marzo co-firmato da Force Ouvrière-Métaux (sindacato largamente maggioritario a Tolosa), CFE-CGC (sindacato dei quadri) e CFTC si legge: “Quello che è in gioco è l’interesse di tutta l’economia francese, locale e regionale (…) Restiamo mobilitati (…) per difendere Airbus, i nostri posti di lavoro, il nostro strumento di lavoro, le nostre competenze e la nostra professionalità a beneficio di tutta l’economia locale, regionale e nazionale.” Questa ripugnante propaganda che spinge gli operai a far propria la logica capitalista della concorrenza, era già presente in una mobilitazione dei sindacati di diversi paesi europei in cui ci sono officine dell’Airbus: “Difendiamo il nostro strumento di lavoro insieme, salariati di Airbus e dell’indotto di Airbus d’Europa” (volantino comune di tutti i sindacati del 5 febbraio 2007).
Dopo le manifestazioni del 6 marzo, i sindacati hanno prospettato una risposta a livello europea per il 16 annunciando una manifestazione a Bruxelles, per poi annullarla tre giorni prima e sostituirla con manifestazioni, comunque presentate come “una giornata di mobilitazione europea”, ma limitate ai salariati di Airbus e disperse nei differenti distretti locali. Il colmo è stato vedere i sindacati che a Tolosa raccogliere gli operai all’uscita della fabbrica, ammassarli negli autobus, condurli in un luogo assolutamente decentrato e farli poi marciare fino alla sede di Blagnac, dove li attendeva una massa di telecamere per pubblicizzare a fondo “l’avvenimento”. Una volta arrivati li hanno fatti rimontare sugli autobus per ritornare alla fabbrica e riprendere il lavoro1.
I sindacati, e l’insieme della borghesia, non ci tenevano affatto a vedere una larga mobilitazione operaia a scala europea, dove gli operai potevano unirsi, incontrarsi, discutere e scambiare le proprie esperienze. Tanto più in un contesto di attacchi a 360 gradi: soppressione di oltre 6.000 posti alla Bayer, allungamento dei pagamenti dei contributi pensionistici fino a 67 anni in Germania, messa in atto di un nuovo attacco al settore della Sanità in Gran Bretagna, 3.000 licenziamenti a Volkswagen-Forest in Belgio.
I sindacati fanno dappertutto lo stesso sporco lavoro
Certamente i sindacati non volevano che ci fosse allo stesso momento la manifestazione a Parigi dei lavoratori di Alcatel-Lucent contro il piano di ristrutturazione del gruppo che prevede la soppressione, di qui al 2008, di 12.500 posti (di cui almeno 3.200 in Europa). Per questo l’hanno spostata al giorno prima, il 15 marzo. Presentata come unitaria ed europea, questa ha raccolto solo 4.000 persone, venute dalle zone francesi implicate direttamente, in particolare dalla Bretagna. Dai paesi vicini sono arrivate solo simboliche delegazioni esclusivamente sindacali, provenienti dalla Spagna, Germania, Olanda, Belgio e Italia. In più la manifestazione è stata soffocata da una foresta di bandiere bretoni e cadenzata al suono delle cornamuse!
Sempre in Francia, in una serie di scioperi più piccoli come quello alla Peugeot-Aulnay, i sindacati hanno trascinato gli operai in lotte lunghe ed estenuanti per aumenti salariali. Allo stesso tempo, alla fabbrica Renault del Mans, 150 operai sono stati trascinati dietro la CGT in uno sciopero molto minoritario contro un nuovo contratto di flessibilità firmato dagli altri sindacati. Quando si sa che alla PSA come alla Renault si sta preparando un piano di licenziamenti, ci si rende conto che queste azioni lanciate dai sindacati hanno come unico scopo quello di sfiancare preventivamente la combattività operaia per far passare gli attacchi. Lo stesso obiettivo lo si vuole raggiungere con gli insegnanti chiamati ad una ennesima giornata d’azione il 20 marzo.
Gli operai non hanno nessun interesse comune con la borghesia, al contrario la situazione li spinge a riconoscere gli interessi che loro hanno in comune di fronte agli attacchi, uguali in ogni paese. Questa situazione favorisce lo sviluppo di domande, di riflessioni, che pongono sempre più chiaramente i bisogni di estensione della lotta, di unità e di solidarietà in seno al proletariato, che saranno le chiavi delle lotte future. Anche se i sindacati riescono oggi ad imporre, apparentemente con facilità, le loro manovre di sabotaggio, di divisione e di isolamento, essi sono destinati a discreditarsi sempre più apertamente agli occhi della classe operaia. E’ oggi che maturano le condizioni che permetteranno domani agli operai, nelle loro lotte, di discutere assieme, di radunarsi, di confrontare le loro esperienze, di organizzarsi da soli al di fuori dei sindacati e al di là delle frontiere nazionali.
Wim, 24 marzo 2007 (da Révolution Internationale n° 378)
1. Il giorno dopo Libération titolava il suo articolo “Radicalizzazione mai vista contro la direzione dell’Airbus: i salariati di tutti i paesi si sono uniti”
Dopo i molteplici forum sociali organizzati dagli altermondialisti in questi ultimi anni per affermare contro l’ideologia neoliberista “che un altro mondo è possibile”, l’associazione leader ATTAC ha prodotto un manifesto in vista delle elezioni in Francia. All’immagine dei sette peccati capitali della religione cattolica, ATTAC ha identificato “i sette pilastri del neo-liberismo che bisogna abbattere per costruire un mondo democratico, solidale ed ecologico”. Questo manifesto, forte di un centinaio di proposte, vuole essere uno “stimolo al dibattito pubblico”, un aiuto tra gli altri, “alle scelte che devono fare i cittadini”.
Il manifesto comincia col ricordare che “fin dalla sua fondazione nel 1998, ATTAC ha identificato le politiche neoliberiste condotte ovunque nel mondo, particolarmente in Europa ed in Francia (qualunque siano i governi) come la causa principale dell’aumento delle disuguaglianze, dello smembramento delle società a causa della disoccupazione e la precarietà, dell’insicurezza sociale, della proliferazione dei conflitti militari, ecc.”. Questo neo-liberismo che data dall'inizio degli anni 1980 sarebbe la causa essenziale di tutte le calamità vissute dall’umanità perché “i suoi metodi sono ben noti: mercificazione generalizzata, libertà d’azione dei padronati e degli investitori, estensione all'insieme del pianeta del terreno di caccia delle imprese transnazionali”. In altre parole, se si arriva a cacciare i predatori, quelli che detengono il capitale, si potrebbe arrivare “ad una mondializzazione solidale contro il libero scambio e la libera circolazione dei capitali”. Per attuare questo ATTAC propone una moltitudine di misure per regolare il commercio mondiale. Mettere l’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) sotto il controllo dell'ONU, riformare il FMI, la banca mondiale, creare un’organizzazione mondiale dell’ambiente, controllare i cambi, tassare la circolazione dei capitali, controllare gli scambi di merci in modo equo, riabilitare le imposte dirette, ridurre le disuguaglianze con una misura “rivoluzionaria” che sarebbe “fissare un limite massimo di scarto tra la differenza dei redditi dei gestori delle imprese e quelli dei salariati meno rimunerati”. Contro la logica del profitto ed il regno della concorrenza, contro le politiche governative al servizio dei proprietari del capitale, il manifesto di ATTAC difende la necessità di preservare “beni pubblici mondiali e servizi pubblici” ed “oppone un principio fondatore di un nuovo mondo: i diritti degli esseri umani ed i diritti dei popoli, i diritti sociali, ecologici, economici, culturali, politici”. In altre parole, per il manifesto degli altermondialisti, non c'è crisi economica, ma semplicemente una cattiva politica che sta dalla parte dei profitti e che pensa solamente al potere del denaro. Se ci fosse un controllo da parte dei cittadini, che regola, riforma, tassa e se gli Stati conducessero buone politiche pubbliche e mettessero in atto i principi fondamentali della democrazia, allora tutto dovrebbe andare per il meglio.
Il profitto è il motore dello sfruttamento capitalista
Contrariamente ai deliri dei nostri cavalieri altermondialisti, accaniti oppositori del neo-liberismo, lo sfruttamento capitalista ed il processo di mercificazione per estrarre sempre più profitto non sono cominciati con il 1980. Il marxismo da oltre centocinquanta anni ha affermato che la corsa al profitto costituisce l’essenza stessa di questo sistema. Rosa Luxemburg sottolineava all’inizio dell’ultimo secolo e in continuità con il lavoro di Marx sul capitale: “Il modo di produzione capitalistico è dominato dall’interesse al profitto. Per ogni capitalista la produzione ha senso e scopo solo se gli permette, anno per anno, di riempirsi le tasche di un ‘utile netto’, del profitto… Ma la legge fondamentale della produzione capitalistica, che la distingue da ogni altra forma economica basata sullo sfruttamento, è non soltanto il profitto in moneta sonante, ma un profitto sempre crescente" (Un’Anticritica). Non c'è dunque niente di nuovo sotto il sole capitalista, contrariamente a ciò che vorrebbe fare credere ATTAC per meglio fare passare la sua putrida merce ideologica secondo la quale il capitalismo sarebbe riformabile. Bisogna essere chiari ed affermare che nessun cambiamento di politica economica potrà mai rimettere in causa lo sfruttamento capitalista e le malefatte crescenti che questo provoca su tutto il pianeta.
Ancora Rosa Luxemburg: “Il sistema di produzione capitalistico ha la particolarità che per esso il consumo umano, che nelle precedenti forme economiche era lo scopo, diventa solo mezzo, ai servizi del fine vero e proprio: l'accumulo di profitto capitalistico. L’autosviluppo del capitale appare principio e fine, scopo assoluto e senso di tutta la produzione…Lo scopo fondamentale di ogni forma sociale di produzione: il sostentamento della società attraverso il lavoro, la soddisfazione dei suoi bisogni, appare qui soltanto completamente posta a testa in giù, in quanto diventano legge su tutta la superficie della terra la produzione non per amore degli uomini ma del profitto, e regola il sottoconsumo, la costante incertezza del consumo e, periodicamente, il diretto non-consumo dell'enorme maggioranza degli uomini”. (Rosa Luxemburg, Introduzione all'economia politica).
È questa legge ferrea, questa logica immutabile che determina la natura del capitalismo. Di conseguenza chiedere ai capitalisti ed ai loro rispettivi Stati di ridistribuire equamente i profitti significa semplicemente chieder loro di suicidarsi!
Lo Stato esiste solo per difendere il capitalismo
Constatando l’aggravamento delle condizioni di vita e di lavoro è diventato la regola generale, ATTAC non manca né di proposte, né di soluzioni. Solo che nell’enumerazione di questi numerosi mezzi di cui bisognerebbe dotarsi per “cambiare il mondo”, in realtà non si trova che un elenco di misure a sostegno dello Stato. Misure, certo rivestite di sproloqui egualitari alla moda altermondialista, ma che, a parte un pio desiderio e le pacche amichevoli per il proletariato, non sono che una richiesta di più Stato. ATTAC vuole farci dimenticare che è lo Stato a reggere l’economia capitalista e ad essere il garante della macchina capitalista per realizzare profitto. ATTAC difende lo Stato come il non plus ultra per la lotta contro il profitto e per migliorare le sorti della popolazione e degli operai, mentre è proprio questo il principale artefice ed il direttore d'orchestra dei principali attacchi agli operai. Lo Stato non è un organo neutro al di sopra delle classi, o il garante della giustizia sociale. Al contrario, come scriveva già nel 19° secolo Engels “da sempre, lo scopo essenziale di quest'organismo è stato mantenere e garantire, attraverso la violenza armata, l’assoggettamento economico della maggioranza lavoratrice da parte della minoranza fortunata” (Lettera a Ph. Von Patten 18 aprile 1883, Editions 10/18).
ATTAC fustiga con lo stesso vigore le transnazionali (l’equivalente moderno di quelle multinazionali tanto screditate dalla “sinistra” negli anni 70 ed 80) ed il settore privato che si approprierebbero a proprio esclusivo beneficio della produzione a scapito del benessere della popolazione. Ostentando questi spaventapasseri ATTAC cerca di farci credere che il ruolo dello Stato sarebbe solo quello di ripartire equamente le ricchezze della nazione. Lo Stato sarebbe in qualche modo il garante del comunismo! Ma queste transnazionali non rappresentano esclusivamente gli interessi di capitali e di borghesi privati, non sono “senza nazionalità”. Il più delle volte si tratta di grandi imprese affiliate agli Stati più potenti, quando non sono veri e propri strumenti al servizio degli interessi commerciali, politici e militari di questi stessi Stati. Possono anche esserci delle divergenze tra gli Stati ed alcune di queste grandi imprese, ma questo non mette in discussione il fatto che esse devono agire in coerenza e nel senso della difesa dell’interesse nazionale e dello Stato dei paesi da cui dipendono. È lo Stato che regolamenta i prezzi, le convenzioni collettive, i tassi di esportazione, di produzione, ecc. E' lui che, attraverso la politica fiscale, monetaria, di credito, ecc., detta le condizioni del “libero mercato”, sia ai settori finanziari che produttivi. E’ ancora lo Stato e le sue più “rispettabili” istituzioni che per gestire l’agonia del sistema capitalista si trasformano in veri croupier di un’economia da casinò. Fin dalla fine degli anni 60, con la riapparizione della crisi economica, è lo Stato il responsabile dei grandi piani di licenziamenti nella siderurgia, nelle miniere, nei cantieri navali, nel settore dell’auto, operati in nome della ristrutturazione industriale, e l'emorragia continua oggi nell’aeronautica, l’automobile, le telecomunicazioni, ecc. E’ lo Stato che ha soppresso migliaia di impieghi nelle poste, nei trasporti negli ospedali, e continua nella funzione pubblica, nella scuola, ecc. E’ lui che riduce continuamente le pensioni sociali, favorisce la crescita della povertà, della precarietà, opera tagli nei bilanci sociali (alloggi, pensioni, salute, educazione). È lo Stato il principale responsabile dell’indigenza di migliaia di operai che si ritrovano senza una casa, a sopravvivere nelle strade. Volere opporre, come fa ATTAC, la gestione in salsa “liberale” che bisognerebbe “superare”, all’autoritarismo degli anni 70 ed al suo Stato “assistenziale”, significa inventare di sana pianta una realtà menzognera e volere cancellare la relazione indissolubile che esiste tra lo Stato ed il settore privato.
Le proposte “alternative” di questo manifesto altermondialista non rappresentano alcun pericolo per la classe dominante, perché esse non escono dal contesto della società capitalista. Costituiscono invece una cortina di fumo che nasconde l’unica prospettiva capace di mettere fine alla barbarie ed alla miseria: il capovolgimento del capitalismo moribondo attraverso la rivoluzione proletaria.
“Un altro mondo è possibile”, ripete ATTAC, ma quale mondo? Un mondo di “cittadini” e di “democrazia”, un mondo di “diritti degli esseri umani”, dei “popoli”, dei “lavoratori”, ecc. La storia dell’inferno capitalista è lastricata di buone intenzioni di questo tipo che hanno la funzione mascherare la realtà di questo mondo e far sperare che lo si potrebbe “cambiare”... ma senza toccare il sistema capitalista né distruggerlo. Come le nostre evolute borghesie che, tramite l’ONU e l’UNICEF, con una mano pubblicano una tonnellate di carte per i diritti dei bambini, delle donne nel mondo, ecc., e con l'altra bombardano, decimano, schiacciano, inquinano questo stesso mondo, ATTAC getta polvere negli occhi. È per questo ed unicamente per questo che esiste. A suo tempo, negli anni 80, Bernard Tapie decretò “il diritto al lavoro e l’interdizione della disoccupazione”. Il saltimbanco aveva fatto ridere davanti all’inanità del suo proposito. ATTAC di rivalsa, con un programma al fondo altrettanto sterile e senza prospettiva, si prende e pretende di essere presa più sul serio. I suoi ripetuti appelli alla “democrazia” sono la prova più tangibile di questa volontà di essere messa nel contesto delle organizzazioni “responsabili” agli occhi della borghesia. Tuttavia, poiché vuole arraffare un ampio consenso ed dare prova di questi suoi presunti valori “rivoluzionari”, ATTAC non esita ad impossessarsi di Marx per sabotare meglio il pensiero marxista. Così, ciliegia sulla torta avariata dell’altermondialismo, abbiamo questa frase del manifesto di ATTAC che dice: “si tratta di esplorare delle vie molteplici, dei campi disparati per rimettere fondamentalmente in causa il modello neoliberale attraverso un movimento reale che abolisce lo Stato di cose presenti” (sottolineato da noi). Questo è solamente un cattivo plagio, un’impostura che distorce quanto detto da Marx ne L’ideologia tedesca: “il comunismo non è un stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti" (sottolineato da noi).
Ecco ciò che ben riassume cosa è ATTAC e la finalità del suo manifesto: falsificare la realtà del capitalismo moribondo ed illudere i giovani e gli operai che si pongono delle questioni su questa società, trascinandoli in un vicolo cieco e confondendo al massimo la loro coscienza sulla reale posta in gioco della situazione attuale.
Donald, 21 marzo 2007
(da Rèvolution Internationale n. 378)
Il trionfo strepitoso di Chavez che, alle elezioni del 3 dicembre 2006, ha ottenuto il 63% dei suffragi convalidati, contro il 37% per il candidato dell’opposizione, non solo consolida e legittima il potere della frazione chavista della borghesia per un periodo di 6 anni, ma rappresenta anche un trionfo per l’insieme della borghesia venezuelana. Infatti, ancora una volta, lo scontro politico tra le frazioni della borghesia che ha dominato la scena politica dopo l’arrivo di Chavez al potere nel 1999, è riuscito a polarizzare la popolazione ed a portarla a partecipare massicciamente alla battaglia elettorale: secondo le cifre del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE), il tasso di astensione del 25% è stato il più basso dei livelli storici che erano dell’ordine del 40%.
La borghesia, con il ritorno sulla scena elettorale dei settori dell’opposizione (che si sono astenuti dal partecipare alle elezioni parlamentari del 2005) è riuscita a rianimare la mistificazione elettorale e democratica. Ma il migliore sostegno a questo obiettivo è stato dato dallo chavismo che ha polarizzato lo scontro sostenendo che il candidato dell’opposizione era il candidato del “diavolo Bush” e che se questo avesse vinto sarebbero state messe in pericolo le missioni (attraverso cui il governo applica la sua politica di “giustizia sociale”) e le conquiste della “rivoluzione”. In questo modo, il proletariato e le masse socialmente emarginate continuano ad essere prese nella trappola della polarizzazione inter-borghese ponendo le loro speranze in una frazione della borghesia che ha saputo sfruttare a suo favore una politica populista di sinistra orientata verso gli strati più poveri della società, e che è sostenuta dagli alti redditi petroliferi; questa non fa altro che gestire la precarietà, blaterando di un egualitarismo che serve a livellare verso il basso l’insieme della società, impoverisce i settori degli strati medi e rende ancora più poveri i lavoratori e gli strati emarginati. Questa è la ricetta del “socialismo del ventunesimo secolo” che lo chavismo esporta in Bolivia, in Ecuador ed in Nicaragua e che gli serve da cavallo di battaglia per rafforzarsi nella geopolitica della regione.
L’anti-americanismo “radicale” di Chavez, tanto applaudito dal movimento anti-globalizzazione, il sostegno ad altri governi di tendenza di sinistra come quelli in Bolivia, in Ecuador e in Nicaragua, l’aiuto a vari paesi della regione diminuendo il costo delle fatture petrolifere, sono l’espressione dell’uso del petrolio come arma di dominio nella regione, a scapito degli interessi della borghesia americana che considerava storicamente l’America latina come il suo orticello.
Che cosa c’è dietro il “sostegno di massa del popolo” a Chavez?
La frazione chavista della borghesia, diretta dai settori militari e civili di sinistra e di estrema sinistra, ha come base sociale il sostegno delle masse sfruttate, e principalmente quelle emarginate; masse alle quali si è dato l’illusione di poter superare la situazione di povertà… nel 2021!!
La grande intelligenza di questa frazione della borghesia sta nel presentarsi con origini popolari, dalla parte dei poveri. Questa condizione di “povera” le serve a presentarsi come vittima dei “tiri mancini della borghesia”, ma soprattutto dell’imperialismo americano, usato come minaccia esterna che impedirebbe alla “rivoluzione” di portare a termine i suoi piani per “uscire dalla povertà”.
Il governo di Chavez, a metà anno 2003, ha riorientato la spesa sociale creando le cosiddette “missioni”, piani sociali attraverso cui lo Stato distribuisce briciole alla popolazione con due obiettivi principali: mantenere la pace sociale e rafforzare il controllo sulle masse depauperate al fine di contrastare l’azione dei settori borghesi che cercano di destituire Chavez dal potere. Questa “spesa sociale” è stata accompagnata da una manipolazione ideologica senza precedenti, consistente nel presentare la politica di capitalismo di Stato dello chavismo come quella di uno Stato benefattore che distribuisce la ricchezza in modo “equo”, creando l’illusione nelle masse diseredate che le risorse dello Stato sono inesauribili, che si tratta solo di aprire il rubinetto dei petrodollari, e che settori della borghesia hanno un reale interesse ad occuparsi e risolvere i loro problemi.
In vista di vincere le elezioni presidenziali (in cui ha ottenuto 7 milioni di voti, mentre mirava ai 10 su di un totale di 16 milioni di elettori) Chavez ha concentrato il grosso della spesa pubblica sull’anno 2006: aumentando l’importazione di derrate alimentari durante i primi mesi dell’anno per venderle a prezzi sovvenzionati; inaugurando numerosi lavori pubblici di cui alcuni mai terminati decretando due aumenti del salario minimo per i lavoratori regolari (uno a maggio e l’altro a settembre); accelerando il processo di attribuzione delle pensioni di anzianità; pagando vecchi debiti ai lavoratori e aprendo le trattative sui contratti collettivi in scadenza, ecc. In fine, pochi giorni prima delle elezioni, sono stati pagati dei premi straordinari agli impiegati pubblici, ai pensionati ed ai membri delle “missioni”. Il governo ha concesso questo “grande festino”, grazie alla manna petrolifera, per creare un miraggio di prosperità nella popolazione. Queste spese, più di quelle provocate dall’aumento delle importazioni, l’acquisto di armamenti, gli “aiuti” ad altre nazioni, ecc., hanno provocato un incremento della spesa pubblica nel 2006 del 58% rispetto al 2005, ciò che equivale al 35% del PIL; una bomba a scoppio ritardato che si ripercuoterà prima o poi a livello di crisi economica.
Le “conquiste sociali” dello chavismo accentuano il depauperamento
Secondo la propaganda diffusa dallo chavismo a livello interno ed a scala internazionale (con il sostegno ed i consigli di dirigenti ed intellettuali di sinistra, e di eminenti dirigenti del movimento altermondialista) il Venezuela si starebbe orientando verso il superamento della povertà da qui al 2021.
Ma la realtà è ben altra. Basta andare nei quartieri poveri ad est (Tetare) ed a ovest (Catia) di Caracas, o nel centro stesso della città, per percepire la miseria reale che si nasconde dietro questa cortina di fumo: innumerevoli bisognosi, in maggioranza giovani, che vivono e dormono nelle strade, sotto i ponti e sulle rive del fiume Guaire (grande cloaca dove vanno a scaricarsi le acque reflue della città); vie e viali pieni di immondizie che hanno portato alla proliferazione di topi e malattie; giovani che si prostituiscono per sopravvivere; bambini abbandonati che vivono per strada; decine di migliaia di commercianti ambulanti (chiamati “buhoneros”) che vendono alcune derrate di sussistenza, ingrossano le fila della cosiddetta economia sommersa; una grande criminalità che ha fatto di Caracas una delle città più pericolose della regione e ha fatto del Venezuela il paese a più alto tasso di criminalità, superando quello della Colombia che per anni era stato il primo in quest’orribile classifica. A livello nazionale si registra un aumento di casi di malattie come la malaria e la dengue, della mortalità dei bambini e delle madri, ecc. Questo quadro non si limita a Caracas, la capitale, ma tocca anche le altri grandi città estendendosi progressivamente alle medie e piccole città. Sebbene il governo abbia preso delle misure per tentare di nascondere questa miseria, o l’abbia addebitata ai tiri mancini dell’opposizione o dell’imperialismo americano, le manifestazioni del depauperamento non possono essere occultate.
Le frazioni dell’opposizione, ipocritamente, criticano il governo per questa povertà, per presentarsi come la migliore possibilità di “difesa dei poveri”, mentre il loro vero interesse è riprendere il controllo dell’apparato di Stato. Intanto i mezzi di comunicazione del governo tacciono o minimizzano questa situazione che non è specifica delle città venezuelane, ma è il denominatore comune in altre città dei paesi della periferia del capitalismo.
Accanto a queste visibili espressioni di povertà, ve ne sono altre meno visibili che accentuano l’impoverimento delle masse proletarie: attraverso il cooperativismo stimolato dallo Stato, è stato formalizzato l’impiego precario poiché i lavoratori delle cooperative hanno meno redditi dei lavoratori regolari e, secondo le dichiarazioni dei sindacati e degli membri delle cooperative, non arrivano neanche al salario minimo ufficiale. La contrattazione sui contratti collettivi, soprattutto nel settore pubblico, ha subito ritardi enormi; gli aumenti salariali vengono accordati attraverso decreti specifici e nella loro grande maggioranza attraverso premi che non vanno ad incidere sui benefici sociali e se vengono pagati, lo sono con ritardi enormi. Attraverso le “missioni” ed altri piani del governo sono stati creati degli organi di servizi paralleli a quelli che esistono formalmente nei settori della salute e dell’educazione, e che sono stati utilizzati anche per mettere sotto pressione i lavoratori regolari e deteriorare le loro condizioni di lavoro. Come vediamo, la precarietà, la flessibilità del lavoro e gli attacchi ai salari dei lavoratori, propri del capitalismo selvaggio, sono inevitabili per ogni borghesia, anche la più “anti-neoliberista”, come pretende di essere la borghesia chavista.
I salariati e le masse emarginate pagano il prezzo dell’incessante spesa pubblica che la “nuova” borghesia chavista vuole consolidare attraverso un tasso di inflazione elevata che, in questi ultimi tre mesi, è stata la più importante dell’America latina (2004: il 19,2%; 2005: il 14,4%; 2006: il 17%, secondo le cifre ufficiali). Quest’aumento, provocato fondamentalmente dalla politica economica dello Stato, ha deteriorato le condizioni di vita dell’insieme della popolazione, soprattutto delle masse povere che impiegano il 70% o più dei loro redditi per l’acquisto di cibo, settore in cui l’inflazione cumulata nel periodo segnalato è stata del 152% (il 26% nel 2006) secondo le cifre della banca Centrale del Venezuela. Le stime per il 2007 non sono certo più allegre, poiché ci si aspetta un’inflazione superiore al 20%; quella di gennaio 2007 è stata del 2%, tasso più importante della regione.
Con il trionfo elettorale, lo chavismo ha il via libera per portare avanti i suoi attacchi contro i lavoratori
Alcuni giorni dopo le elezioni, il governo ha accelerato un insieme di misure per rafforzare il suo progetto di “socialismo del 21° secolo”, spiegando che con le elezioni il “popolo” aveva dato il suo sostegno a questo progetto.
La prima cosa che ha fatto è stata mostrare i sui muscoli ai settori borghesi avversari tanto nell’ambito nazionale che a livello internazionale, annunciando una serie di misure di nazionalizzazione in differenti settori dell’economia (telecomunicazioni, mezzi audiovisivi, energia, ecc.), un controllo maggioritario dello sfruttamento petrolifero, finora nelle mani delle multinazionali, ed un aumento del carico fiscale. Queste misure mostrano l’obiettivo principale della borghesia chavista: avere un migliore controllo dell’apparato economico nazionale attraverso misure radicali di capitalismo di Stato.
La borghesia sa che prima o poi la crisi si farà sentire, anche a causa dell’eccessiva spesa pubblica necessaria ad un modello politico come lo chavismo. Perciò, i pretesi “motori della rivoluzione bolivariana” annunciano in generale misure di maggiore controllo politico e sociale contro i lavoratori e la popolazione attraverso il preteso “Potere Popolare” ed i Consigli della Comunità.
Mentre annunciava il rafforzamento di questi organi di controllo sociale, il governo metteva avanti le misure contro le condizioni di vita dei lavoratori e della popolazione:
• misure di controllo e di repressione contro i venditori ambulanti della capitale, e che vanno ad estendersi al resto del paese;
• aumento del prezzo della benzina;
• una tendenza ad abbandonare delle “missioni” (come quella della distribuzione di alimenti e delle cure mediche) che ha provocato la chiusura di parecchie installazioni ed una riduzione dei prodotti di prima necessità con i prezzi fissati dallo Stato. Il governo furbamente ha accusato i settori del capitale privato di essere responsabili di questa situazione, mentre questa è il risultato delle misure del governo;
• è stata proclamata una lotta contro la burocrazia e la corruzione. In questo senso, Chavez ha chiesto di ridurre i grossi stipendi degli alti burocrati dello Stato (che, in certi casi, sono fino a 50 volte superiori al salario minimo ufficiale). Si tratta di una misura diversiva, poiché lo stesso chavismo ha conquistato la fedeltà degli alti burocrati dello Stato e dell’esercito concedendo loro stipendi plurimilionari e permettendo loro una gestione “discreta” delle risorse dello Stato. Il vero obiettivo di questa misura è attaccare solamente i piccoli burocrati, e cioè gli impiegati pubblici precarizzandoli (per esempio obbligandoli a formare delle cooperative) ed anche licenziandoli.
Il governo, dall’alto della sua grande popolarità, sta mostrando il suo vero volto di governo borghese: dopo avere utilizzato i lavoratori e gli strati emarginati nelle elezioni, adesso annuncia misure di austerità e di repressione.
Di fronte a questa situazione, i lavoratori in Venezuela, come nel resto del mondo, possono solo sviluppare la propria lotta contro gli attacchi incessanti del capitale. Sappiamo che questa lotta non sarà facile, in parte anche per le confusioni introdotte dall’ideologia chavista che ha indebolito e manipolato l’idea stessa di socialismo, che resta invece quella del superamento del regno della precarietà attraverso la lotta rivoluzionaria del proletariato.
CCI, 18 febbraio 2007
Esattamente 80 anni fa, nel marzo 1927, gli operai di Shanghai si sollevarono in un'insurrezione trionfante e presero il controllo della città mentre l’insieme della Cina era in fermento. In aprile, quest'insurrezione fu totalmente sbaragliata dalle forze del Kuomintang, partito nazionalista diretto da Tchang Kai-Chek, che il Partito comunista cinese (PCC) aveva elevato al rango di eroe della “rivoluzione nazionale” cinese.
Ultimi soprassalti della grande ondata rivoluzionaria che era iniziata nel 1917 in Russia, la sconfitta delle lotte proletarie in Cina dal 1925 al 1927, come quelle del proletariato tedesco nel 1921 e 1923, ha accentuato l'isolamento internazionale della Russia rivoluzionaria ed accelerato così il movimento verso un lungo periodo di controrivoluzione.
Dopo il 1924, la frazione stalinista, impadronitasi progressivamente della Russia, contribuì notevolmente allo schiacciamento dell’insurrezione cinese. Ma anche prima di questa data, la politica dei bolscevichi in Cina aveva già prodotto i semi delle future sconfitte. Nel 1922, il rappresentante del Comintern in Cina, H. Maring (alias Sneevliet) aveva posto, dopo discussioni amichevoli con Sun-Yat-Sen, le basi di un’alleanza tra il PCC ed il Kuomintang. Lo scopo era di fare una sorta di “fronte unito anti-imperialista” per la liberazione nazionale della Cina nel quale il primo problema era lottare contro i signori della guerra che controllavano grandi parti della Cina, specialmente al Nord. L’alleanza prevedeva che i militanti del PCC avrebbero dovuto aderire individualmente al Kuomintang, pur mantenendo un’autonomia politica nominale in quanto partito. In pratica, ciò significava la totale sottomissione del PCC agli obiettivi del Kuomintang.
Il periodo rivoluzionario (1925-1927)
Il 30 maggio 1925, gli operai e gli studenti manifestarono a Shangai in solidarietà con lo sciopero in una fabbrica di cotone che apparteneva al Giappone. La polizia municipale, diretta dalla Gran Bretagna, sparò sui manifestanti, facendo 12 vittime. La risposta operaia fu immediata. In due settimane, Shanghai, Canton e Hong Kong furono paralizzate da uno sciopero generale. A Shangai, lo sciopero era condotto dall’Unione Generale del Lavoro dominata dal PC. Ma a Canton ed Hong Kong, l’organizzazione dello sciopero fu assunta da un soviet embrionale, la “Conferenza dei delegati degli scioperanti”. Sostenuta da 250.000 operai che elessero un delegato per ogni 50 operai, la Conferenza mise in piedi 2000 picchetti di scioperanti controllando gli ospedali, le scuole e l’amministrazione della giustizia.
La risposta delle potenze imperialiste fu, come ci si poteva aspettare, isterica.
Ma questa forte conferma della mobilitazione del proletariato ebbe anche un effetto significativo sulla “borghesia nazionalista” organizzata in seno al Kuomintang. Questo partito era sempre stato un’alleanza torbida di industriali, di militari, di studenti ed idealisti piccolo-borghesi. In effetti tutti gli strati della borghesia vi erano rappresentati, salvo quelli più legati ai proprietari terrieri ed ai signori della guerra, (la maggior parte di questi ultimi avrebbero d’altra parte raggiunto in seguito il Kuomintang quando il vento si sarebbe girato a loro sfavore)... Sotto la guida di Sun-Yat-Sen, il Kuomintang inizialmente pensò di servirsi di un’alleanza con il PCC, perché quest’ultimo aveva la forza di mobilitare il proletariato urbano, in favore della “rivoluzione nazionale”. Finché le lotte operaie furono dirette contro le compagnie straniere ed il dominio imperialista dello straniero, la borghesia del paese fu pronta a sostenerle. Ma quando gli scioperi cominciarono ad estendersi alle fabbriche nazionali, questa stessa borghesia cinese scoprì che gli operai si davano ad “eccessi stupidi” e che “una cosa era utilizzare gli operai… ma un’altra completamente diversa era lasciarli mordere più di quanto potessero masticare” (dalla Rivista cinese settimanale, marzo ed aprile 1926, nel libro di H. Isaacs, La Tragedia della Rivoluzione cinese). Velocemente, i capitalisti cinesi appresero che avevano molte più cose in comune con gli “imperialisti stranieri” che non con i “loro” operai.
Questi avvenimenti provocarono una rottura in seno al Kuomintang, tra un’ala sinistra ed un’ala destra. La destra rappresentava gli interessi dell’alta borghesia che voleva mettere fine alla lotta operaia, sbarazzarsi dei comunisti ed arrivare ad un compromesso con gli imperialismi maggiori. La sinistra, principalmente animata da intellettuali e ranghi subalterni dell’esercito, voleva mantenere l’alleanza con la Russia ed il PCC. Non fu per caso se il principale macellaio del proletariato cinese, il generale Tchang Kai-Chek, si propose come rappresentante della sinistra. In effetti, Tchang, sebbene abbia sempre agito per soddisfare la sua insaziabile ambizione personale, simboleggiava l’insieme del gioco condotto dalla borghesia cinese in questo periodo. Da un lato, adulava il regime sovietico e faceva dei discorsi infiammati in favore della rivoluzione mondiale. Dall’altro, moltiplicava segretamente gli accordi con le forze reazionarie. Come i nuovi dirigenti della Russia, si preparava ad utilizzare la classe operaia cinese come una forza di sfondamento contro i suoi nemici immediati, mentre invece si preparava a sopprimere sistematicamente ogni “eccesso” (cioè ogni segno di lotta autonoma della classe operaia).
Nel marzo 1926, Tchang scatenò la sua prima offensiva vigorosa contro il proletariato di Canton. I comunisti ed altri militanti della classe operaia furono arrestati ed i quartieri generali dei comitati di sciopero di Canton-Hong Kong attaccati. Lo sciopero, che durava da mesi, fu velocemente spezzato dalla forza improvvisa della repressione. La risposta dell’IC a questo cambiamento brutale nella posizione di Tchang fu il silenzio, o piuttosto la negazione di ogni repressione contro la classe operaia cinese.
Tchang aveva organizzato il suo colpo militare a Canton come preliminare ad una spedizione chiave contro i signori della guerra del Nord, ma anche come prima tappa verso gli avvenimenti sanguinosi di Shangai. Le truppe di Tchang effettuarono spettacolari avanzate contro i militari nordisti, grazie soprattutto alle ondate di scioperi operai e rivolte contadine che contribuirono nelle retrovie a disperdere le forze del Nord. Il proletariato ed i contadini poveri si battevano contro le loro orribili condizioni di vita con l’illusione che un Kuomintang vittorioso avrebbe migliorato materialmente la loro sorte. Il partito comunista, lungi dal lottare contro queste illusioni, le rafforzava al massimo, non solo per chiamare gli operai a battersi per la vittoria del Kuomintang, ma anche per frenare gli scioperi operai e le requisizioni di terra da parte dei contadini quando minacciavano di andare troppo oltre.
Mentre il PCC e l’IC lavoravano per impedire gli “eccessi” della lotta di classe, Tchang si sforzava di piegare le stesse forze proletarie e contadine che avevano permesso le sue vittorie. Dopo aver vietato ogni rivendicazione operaia per tutto il tempo che durò la campagna del Nord, represse i movimenti operai di Canton, Kiangsi, e di altre città via via che avanzava. Nella provincia di Kwantung, il movimento contadino contro i signori della guerra fu schiacciato violentemente. La tragedia di Shanghai fu solamente il punto culminante di questo processo.
Lo schiacciamento dell'insurrezione di Shangai e la politica criminale del Comintern
Shangai, con i suoi porti e le sue industrie, conteneva il fior fiore del proletariato cinese. Allora era sotto il controllo dei signori della guerra. Mentre l’esercito del Kuomintang avanzava verso la città, l’Unione Generale del Lavoro (GLU-Sindacato Generale del Lavoro) diretto dal PCC, pubblicò un appello allo sciopero generale per rovesciare la cricca dirigente e “sostenere l’esercito della spedizione del Nord” e “salutare Tchang Kaï-Chek”. Questo primo tentativo fu brutalmente battuto dopo duri combattimenti di strada. Le autorità della città stabilirono un regno di terrore contro la popolazione operaia, ma lo stato d’animo combattivo di questa restava intatto. Il 21 marzo, gli operai si sollevarono di nuovo, questa volta meglio organizzati, con una milizia forte di 5000 operai, mentre tra i 500.000 e gli 800.000 operai parteciparono attivamente allo sciopero generale ed all’insurrezione. Gli uffici di polizia e le guarnigioni furono presi d’assalto e le armi distribuite agli operai. Il mattino seguente, tutta la città era nelle mani del proletariato.
Seguì un periodo minaccioso. Tchang arrivò alle porte di Shangai e, avendo di fronte una classe operaia armata e in pieno sollevamento, si mise immediatamente in contatto con i capitalisti locali, gli imperialisti e le gang criminali per preparare la repressione, proprio come aveva fatto in tutte le altre città “liberate”. E di nuovo, mentre le intenzioni di Tchang erano più che chiare, l’IC ed il PCC continuavano a consigliare agli operai di fidarsi dell’esercito nazionale ed augurare il benvenuto a Tchang in quanto “liberatore”. Tuttavia, il ricordo della repressione esercitata da questo aveva allertato una minoranza di rivoluzionari sulla necessità per la classe operaia di prepararsi a combatterlo alla stessa stregua dei signori della guerra. In Russia, Trotsky esigeva la formazione di soviet di operai, di contadini e di soldati come base per una lotta armata contro Tchang e per stabilire la dittatura del proletariato. In Cina, un gruppo dissidente di rappresentanti dell’IC, Albrecht, Nassonov e Fokkin, presero una posizione identica. In seno allo stesso PCC, la pressione saliva per una rottura con il Kuomintang. Ma la direzione del partito restava fedele alla linea dell’IC stalinizzata. Piuttosto che spingere alla formazione di soviet, il PCC organizzò un “governo municipale provvisorio” in cui si installò in minoranza a fianco della borghesia locale. Piuttosto che mettere sull’avviso gli operai sulle intenzioni di Tchang, il PCC accolse a braccia aperte le sue forze nella città. Piuttosto che accentuare la lotta di classe, solo mezzo valido di difesa e di attacco per il proletariato, il GLU si oppose alle azioni di scioperi spontanei e si adoperò per restringere il potere dei picchetti operai armati che avevano il controllo effettivo delle strade. Tchang poté così preparare accuratamente il suo contrattacco. Il 12 aprile, quando lanciò i suoi mercenari e le sue bande criminali (la maggior parte dei quali vestiti da “operai”, come rappresentanti dei sindacati “moderati” formati di recente, l’Alleanza Sindacale degli Operai) gli operai furono presi di sorpresa. Malgrado la coraggiosa resistenza degli operai, Tchang ristabilì vigorosamente “l’ordine” con un bagno di sangue in cui si vedevano operai venire decapiti in piena strada. La colonna vertebrale della classe operaia cinese era stata spezzata.
Qualche tempo dopo questa tragedia, Stalin ed i suoi uomini ammisero che la rivoluzione era fallita davanti “all’ostacolo”, pur insistendo sul fatto che la politica perseguita dal PCC e l’IC era stata corretta!
Le sconfitte del 1927 hanno lastricato la strada di un nuovo massacro della classe operaia che, dopo la sconfitta del tentativo rivoluzionario a livello mondiale, aprono la via verso un’altra carneficina imperialista mondiale. In tutti questi conflitti, il PCC si è mostrato come un servitore fedele del capitale nazionale, mobilitando le masse per la guerra contro il Giappone negli anni 1930 e poi nella guerra mondiale del 1939-45. Guadagnava così la sua legittimità a diventare il padrone dello Stato capitalista dopo il 1949 ed il capo becchino della classe operaia cinese.
Il proletariato cinese, come l’insieme del proletariato mondiale, pagava la sua immaturità e le sue illusioni a caro prezzo. La politica criminale e disastrosa del PCC fu in parte il riflesso del fatto che la classe operaia cinese nel suo insieme non aveva potuto guadagnare l’esperienza necessaria per rompere con lo strangolamento ideologico del Kuomintang e del nazionalismo. Non si è potuta affermare neanche come classe autonoma chiamata a giocare un ruolo storico particolare e determinante con i suoi scopi rivoluzionari, né dotarsi degli organi politici ed unitari necessari per compiere questo compito: i consigli operai ed un’avanguardia rivoluzionaria. Ma, in ultima analisi, la sorte della Rivoluzione cinese era stata già decisa nelle vie di Pietrogrado, di Berlino, di Budapest e di Torino. L’insuccesso della rivoluzione mondiale non poteva che lasciare gli operai cinesi nell’isolamento e nella confusione.
Le loro lotte massicce e spontanee, estremi sussulti del proletariato mondiale, poterono così essere deviate su un campo borghese ed alla fine schiacciate.
CDW
(da Revolution Internazionale n° 377)
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