Ogni giorno le prove della catastrofe ambientale diventano sempre più allarmanti: scioglimento dei ghiacciai, incendi e inondazioni legati al riscaldamento globale, massiccia estinzione di specie, aria irrespirabile nelle città, accumulo di rifiuti plastici negli oceani. E’ quasi impossibile tenere il passo con le notizie dei media e della stampa. E praticamente ogni articolo che si legge, ogni discorso di scienziati e autori celebri, finisce per chiedere ai governi del mondo di impegnarsi di più per proteggere il pianeta, e ai singoli "cittadini" di usare i loro voti in modo più responsabile. In breve: tocca allo Stato borghese salvare il pianeta!
Le recenti marce per il clima e le numerose mobilitazioni dei giovani non si sono discostate da questa regola: se l'indignazione dei giovani è palpabile, è palpabile anche la totale incapacità di andare all’origine del problema.
E’ il capitalismo che distrugge il pianeta
Già 170 anni fa, nel suo libro La condizione della classe operaia in Inghilterra, Engels sottolineava che il capitalismo stava minando la salute della classe sfruttata attraverso l'avvelenamento dell'aria, dell'acqua e del cibo, e facendo vivere i lavoratori in baraccopoli malsane.
Questo nuovo sistema industriale mentre da un lato sviluppava le forze produttive dall’altro stava generalizzando l'inquinamento: “In questi bacini industriali, i fumi di carbone diventano una delle principali fonti di inquinamento. (...) Molti viaggiatori, investigatori sociali e romanzieri descrivono l'entità dell'inquinamento causato dai camini delle fabbriche. Tra questi, nel suo famoso romanzo "Hard Times", Charles Dickens evoca nel 1854 il fuligginoso cielo di Coketown, una città fantasmagorica di Manchester, dove si vedono solo ‘i mostruosi serpenti di fumo’ che si trovano sopra la città”[1].
Il principale responsabile di questo inquinamento, che non risale a ieri, è un sistema sociale che esiste solo per accumulare capitale senza preoccuparsi delle conseguenze sull'ambiente e sulle persone: il capitalismo.
L'episodio dello smog di Londra nel 1952[2] ha mostrato fin dove potrebbe arrivare l'inquinamento atmosferico causato dall'industria e dal riscaldamento domestico, ma oggi tutte le principali città del mondo, con in prima linea Nuova Delhi e Pechino, sono minacciate in permanenza da questi fenomeni[3].
Uno dei settori oggi più inquinanti è quello dei trasporti marittimi, i cui bassi costi sono una componente vitale dell'intera economia mondiale. E questo, insieme all'incessante distruzione delle foreste e dei fondali marini, alla coltura intensiva, ai metodi per la produzione massiccia di carne, così come a tutti i disastri industriali, rispondono alla stessa logica del profitto e della produzione a basso costo. In ogni ramo della sua attività, il capitalismo inquina e distrugge senza tener conto delle conseguenze immediate o future per il pianeta e le persone.
L'inquinamento atmosferico sta oggi raggiungendo livelli apocalittici. Qualunque cosa possano dire gli "scettici climatici" (con il generoso sostegno delle industrie petrolifere e chimiche), numerose misurazioni scientifiche del ritiro dei ghiacciai e della temperatura degli oceani non lasciano dubbi sull’aumento inesorabile della temperatura media della Terra che sta già provocando una serie di fenomeni climatici imprevedibili con un impatto drammatico sulle popolazioni di alcune regioni del mondo. Secondo uno studio della Banca Mondiale, gli effetti aggravanti del cambiamento climatico potrebbero spingere oltre 140 milioni di persone a migrare all'interno dei loro paesi entro il 2050.
In altre parole: l'industria capitalista minaccia la civiltà con un graduale ma ineluttabile scivolamento nel caos. Questa realtà sinistra sta suscitando un'inquietudine diffusa e ben comprensibile. La domanda "che tipo di mondo stiamo lasciando ai nostri figli?" si pone ovunque ed è abbastanza logico che gli adolescenti e i giovani siano i primi a preoccuparsi di dover crescere in un ambiente in rapido degrado.
In questa situazione, le "marce climatiche", gli scioperi e le altre proteste organizzate con grande copertura mediatica rispondono a questa crescente inquietudine. Quando la giovane svedese, Greta Thunberg, ha lasciato la sua classe per manifestare fuori al parlamento di Stoccolma, ha espresso queste profonde preoccupazioni per il futuro. Ma subito dopo è stata invitata a parlare alle Nazioni Unite, alla conferenza mondiale sul clima a Katowice e al parlamento britannico, con tanto di foto con politici come Angela Merkel e Jeremy Corbyn. Greta Thunberg è stata promossa a simbolo delle preoccupazioni della sua generazione. Come mai?
Un tentativo di divisione tra generazioni
Dietro slogan come "Ci stanno rubando il nostro futuro" e "se non vi comporterete da adulti, lo faremo noi" c'è l'idea che se il mondo si sta surriscaldando è perché le "vecchie generazioni" non hanno fatto nulla per impedirlo, mentre le giovani generazioni agiscono in modo più responsabile perché “agiscono” per il clima. In realtà, il disastro ambientale non è una responsabilità particolare della generazione precedente, così come non può essere ridotto all'irresponsabile comportamento individuale o alla mancanza di determinazione delle persone che sono state elette per governare. E' un prodotto del sistema capitalista e delle sue contraddizioni interne, un sistema che può sopravvivere solo attraverso la concorrenza brutale e la spietata caccia al profitto. Sia le generazioni precedenti che quelle più recenti sono soggette alle leggi implacabili di un modo di produzione che sta scivolando nella barbarie.
Il puntare il dito sulla vecchia generazione ha lo scopo di bloccare ogni solidarietà tra le generazioni e ancor più di nascondere cosa è veramente responsabile della nostra attuale situazione. Mettendo gli anziani e i giovani l'uno contro l'altro, la propaganda capitalista cerca ancora una volta di dividere e dominare sulla società. Allo stesso tempo, indicare la "vecchia" generazione come responsabile del disastro attuale occulta i meccanismi del sistema e la necessità di superarlo. La soluzione non è mettere persone nuove e più giovani a gestire l'attuale sistema sociale perché loro stesse sarebbero prigioniere delle stesse catene.
Naturalmente, tutti i “supporter” delle marce sul clima e delle proteste e gli stessi organizzatori hanno lanciato appelli a che i “vecchi” si unissero alle proteste dei “giovani”, ma anche qui solo per chiedere allo Stato capitalista di fare del suo meglio per il pianeta. Ad esempio, i firmatari di un appello della rete di Azione per il clima in Francia “chiedono che i responsabili del cambiamento climatico prendano le misure necessarie per limitare il riscaldamento globale all'1,5%, garantendo anche la giustizia sociale”.
Quando Greta Thunberg manifestava fuori al parlamento svedese, chiedeva che gli eletti alle cariche del potere nello Stato capitalista facessero il loro lavoro pensando al futuro dei giovani. E i politici si sono appropriati della sua iniziativa per lanciare appelli per il rinnovamento della democrazia e per sostenere “nuovi modelli economici”, come il New Green Deal negli Stati Uniti, da attuare da un'amministrazione democratica più attenta e di sinistra. Tutto questo per far dimenticare che gli Stati sono i difensori del loro capitale nazionale e non possono permettersi di rinunciare alla folle corsa al profitto. Questa è una manipolazione delle legittime preoccupazioni dei giovani, uno strumento per trascinarli nel vicolo cieco delle elezioni. In un momento in cui i giovani sono sempre più delusi dalle istituzioni della democrazia borghese, si capisce molto bene perché la classe dirigente cerca di cogliere ogni opportunità per invertire questa tendenza.
Allo stesso tempo, Greta Thunberg e il gruppo Extinction Rebellion chiede una "resistenza di massa", un'azione diretta per le strade, uno sciopero generale internazionale di giovani e adulti il 20 settembre 2019, ma questo non cambia l’impostazione di fondo: fare pressione sullo Stato affinché passi da lupo a pecora. Restare in questo vicolo cieco non potrà contribuire alla demoralizzazione finale di molte migliaia di persone che vorrebbero davvero che le cose cambiassero
I giovani sono un bersaglio particolare di queste campagne ideologiche, non solo perché esprimono preoccupazioni molto reali sul loro futuro, ma anche perché per la borghesia è fondamentale evitare che i giovani proletari si mobilitino su un terreno di classe, come hanno fatto, ad esempio, nella lotta degli studenti francesi contro l’attacco del governo alle loro prospettive occupazionali (CPE) nel 2006, o nel movimento degli "Indignados" spagnoli nel 2011. Combattere genericamente come "giovani" o semplicemente come "persone" serve a mettere a tacere la realtà dell’esistenza di una divisione in classi antagoniste in questa società e la necessità per la classe sfruttata di difendere i propri interessi materiali contro gli attacchi del regime capitalista.
L’ideologia “Verde” al servizio del capitalismo
Quando la stessa borghesia inizia a preoccuparsi della questione ambientale o del riscaldamento globale, si può essere sicuri che la sua preoccupazione essenziale è come mantenere lo sfruttamento e fare profitti, non la salvaguardia dell'ambiente. Vediamo come la borghesia sta già traendo profitto dalla “moda” del cibo biologico o vegano, che si presenta come un mezzo per preservare l'ambiente: i prezzi salgono nel momento in cui si acquista un prodotto biologico, e questo aumenta il divario tra i ricchi che possono permettersi di mangiare in modo più sano, e i poveri che sono condannati a mangiare cibo meno costoso e meno sano - e che sono anche in colpa per averlo comprato.
Ancora peggio, la borghesia dipinge di verde la sua strategia industriale per giustificare gli attacchi contro la classe operaia. Dati gli alti tassi di inquinamento derivanti dall'uso di veicoli a benzina e diesel, la classe dominante parla sempre più spesso di sostituirli con veicoli elettrici "non inquinanti", ma questo modo di presentare le cose è una nuova truffa. Il motivo dietro lo scandalo del "dieselgate" non è, e non è mai stato, il destino dell'umanità. Al contrario, il guadagno per i costruttori potrebbe essere molto interessante. Secondo alcune stime in Germania si potrebbe ridurre fino al 16% la forza lavoro di questo settore industriale. E ci sono ancora gravi problemi ambientali legati alla produzione e allo smaltimento delle batterie al litio. Ma il mercato delle automobili deve continuare ad espandersi nel campo di battaglia della concorrenza, altrimenti i profitti si esauriranno!
Peggio ancora, in nome delle esigenze ecologiche, aumenteranno le "tasse verdi" di ogni tipo, e molte di esse colpiranno direttamente il tenore di vita della classe operaia, come abbiamo visto in Francia con le misure imposte da Macron che inizialmente hanno provocato il movimento dei Gilet Gialli. Lo stesso vale per tutti i discorsi sulla necessità di sacrifici in nome dell'ambiente, di consumare meno per limitare gli effetti dell'inquinamento. Questo ci imprigiona nella sterile sfera della colpa individuale e delle soluzioni individuali, pur fornendo un'altra giustificazione per le misure di austerità che sono comunque richieste dalla crisi dell'economia capitalista.
È così che funziona il capitalismo e il voler farlo funzionare in modo diverso è una pura illusione. L'unico modo per agire efficacemente ed anche una necessità vitale, è distruggerlo per gettare le basi per una nuova sistema società in cui il lavoro nella sociale, a livello mondiale, sia orientato ai bisogni dell'umanità senza entrare in contraddizione con la natura e il nostro ambiente. La vera risposta per il futuro dell'umanità sta nella classe operaia internazionale. Nella sua capacità di recuperare la propria identità di classe sfruttata e veramente antagonista al capitale e al suo Stato attraverso la lotta in difesa delle proprie condizioni di vita prima che il capitalismo ci schiacci tutti sotto le sue ruote.
Adattato da Révolution Internationale 476.
Le elezioni per il rinnovo del parlamento europeo sono state precedute da una forte campagna che chiamava alla mobilitazione dei cittadini per la difesa dell’Unione, messa in pericolo dall’avanzare delle forze populiste. In effetti, come abbiamo già analizzato a proposito della formazione del governo Conte in Italia[1], lo sviluppo a livello internazionale di forze populiste in questi ultimi anni costituisce un problema per la stessa borghesia. Per le loro politiche autarchiche, la ricerca frenetica del consenso a scapito degli interessi più generali del capitale nazionale e delle politiche comunitarie, per l’ideologia xenofoba che tende a scardinare l’indispensabile mistificazione della democrazia umanitaria, queste forze borghesi tendono a rafforzare le già forti tendenze centrifughe e disgreganti presenti nella società attuale.
I risultati elettorali non hanno rovesciato i rapporti di forza a livello di parlamento europeo, ma hanno confermato la dinamica di avanzamento delle forze populiste, come in Gran Bretagna, Francia e Italia. In quest’ultimo paese, in particolare, i rapporti di forza tra i due partiti di governo si sono addirittura rovesciati: il M5S passa dal 32% delle ultime elezioni al 17%, la Lega dal 17% al 34%). Come spiegare questa inversione dopo poco più di un anno dalle elezioni politiche? Il “popolo” italiano si sta forse “fascistizzando”, aderendo a ideologie di destra? Come valutare la mini ripresa del PD che, dato ormai per morto, passa dal 18 al 22%? E l’ulteriore fallimento di Forza Italia che scende al 8.8%?
Al di là di aspetti particolari che possono in parte spiegare l’esito delle votazioni in questo o quel paese europeo, per comprendere i risultati di queste elezioni in Italia, così come negli altri paesi, è necessario partire dalle dinamiche più generali interne alla classe dominante, anche perché, ed è quello che più ci interessa da un punto di vista di classe, queste dinamiche hanno una ricaduta nefasta sul proletariato italiano e europeo tutto.
Difficoltà della borghesia a livello europeo…
Se si esaminano i risultati nei principali paesi europei, si evince ancora una volta una notevole perdita di capacità della borghesia a mantenere il controllo del suo apparato politico. I partiti “storici”, di destra e di sinistra, sui quali un tempo questa poteva contare per il gioco dell’alternanza democratica usata a seconda delle necessità del momento, sono oggi fortemente indeboliti.
In Germania, anche se la coalizione CDU/CDS resta in testa con una percentuale del 28,9%, il Partito socialdemocratico scende al 15,8% ed a Brema, per la prima volta da 75 anni, perde la maggioranza. Il partito euroscettico AfD avanza un poco, mentre i Verdi balzano al 20%, il punteggio più alto in Europa.
In Francia, Macron è votato da meno di un quarto dell’elettorato, posizionandosi al secondo posto dopo Le Pen, il che mostra la debolezza della borghesia francese a mantenere la sua “carta vincente” trovata appena due anni fa contro l’avanzata del populismo. E Macron presenta questo risultato come una vittoria! Evidentemente temevano di peggio dopo la difficile gestione del movimento dei Gilet Gialli[2]. Anche qui i Verdi guadagnano il 13% dei consensi attestandosi al terzo posto. I partiti “classici” di sinistra e di destra praticamente non hanno alcun peso.
In Gran Bretagna il neo partito Brexit di Farage stravince. Un disastro per la borghesia britannica che, a tre anni dal referendum (che era solo consultivo) ancora non sa come venire a capo di quello che la sua componente più responsabile considera un errore madornale. I due partiti di governo crollano: i laburisti calano al 14%, i conservatori all’8,7% (alle politiche del 2017, 40% e 42% rispettivamente). Anche qui avanzano gli ecologisti superando l’11%.
In Spagna le cose sembrano non seguire la dinamica generale: il PSOE ed i Popolari recuperano rispetto alle scorse elezioni politiche, mentre Podemos, fino a poco fa presentato come “il nuovo che avanza” crolla al 10%.
Questi risultati delineano degli importanti aspetti generali.
- Innanzitutto si conferma una forte volatilità del voto. In generale, la metà dell’elettorato che ancora va a votare[3], sceglie a chi dare il voto non più sulla base di una vera adesione e fiducia in quel partito e al suo progetto politico, ma più sulla base delle promesse che nell’immediato sembrano rispondere direttamente ai propri problemi economici o di “garanzie sociali” (tipo reddito di cittadinanza o legge sulla legittima difesa) o come protesta per promesse non mantenute e incapacità di risolvere i problemi concreti della vita delle persone (vedi crollo dei socialdemocratici in Germania, dei Laburisti e Conservatori in Inghilterra, del M5S in Italia).
- In secondo luogo, queste elezioni confermano un generale indebolimento dei partiti storici della borghesia che hanno perso credibilità per tutti gli attacchi economici di cui sono stati protagonisti quando erano al governo e che hanno colpito in primo luogo i proletari, ma che hanno portato duri colpi anche ad ampi settori del ceto medio. Questo è un problema per la borghesia, non solo rispetto alla capacità di mistificazione giocata dai partiti di sinistra nei confronti del proletariato, ma anche perché i partiti storici, in decenni di alternanza al governo, avevano maturato un’esperienza politica nel gestire il rapporto economico/politico con le altre nazioni ma soprattutto avevano espresso una fedeltà alla causa della borghesia come classe nella gestione del capitale nazionale che forze, come il M5S in Italia o Podemos in Spagna, hanno ampiamente dimostrato di non avere. L’Unione Europea non è nata per “abbattere le frontiere” e “unire i popoli” di questa parte di mondo o perché non c’è concorrenza tra gli stati aderenti, ma è stata creata proprio da quella borghesia più lungimirante e con una visione più ampia, per meglio reggere la guerra di mercato in questa zona e costituire una difesa per i singoli Stati nazionali, una maggiore forza e difesa nella concorrenza con gli USA e le altre potenze mondiali.
- In questo quadro un elemento nuovo che sembra delinearsi è la decisa avanzata dei Verdi. Questa forte crescita, soprattutto in Germania e Francia, sembra essere un tentativo delle frazioni più lucide e lungimiranti della borghesia di trovare una risposta alla crescita del populismo di destra. L’uso che la borghesia e i media hanno fatto del movimento Fridays for future e la popolarità data a Greta Thunberg richiedono una riflessione[4]. Greta ha parlato alla Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, al World Economic Forum di Davos, al FMI, al parlamento europeo, è stata ricevuta da Macron, e dal Papa, … Tutta la borghesia internazionale ha sostenuto la sua protesta. Perché? La borghesia ha capito che Greta e la mobilitazione delle giovani generazioni, giustamente preoccupate per la questione climatica, poteva diventare un’arma importante da usare sia contro i populisti di destra che contro la classe operaia e i suoi giovani.
Contro le forze populiste perché, uno degli argomenti più deboli di questi è che non c’è alcun cambiamento climatico, o quanto meno questo non ha nulla a che fare con il sistema di produzione o comunque è un problema secondario rispetto al dilagare della delinquenza a causa degli immigrati.
Contro i proletari perché, ponendo il cambiamento climatico come IL problema centrale e urgente dell'umanità oggi, come la principale “contraddizione del capitalismo”, la borghesia vuole convincere in particolare le nuove generazioni che le altre questioni sociali, che la guerra e la barbarie, la disoccupazione e la precarietà di chi vive al limite della sopravvivenza, la mancanza di prospettiva, tutto questo è diventato secondario. Il cambiamento climatico, che è certamente un problema fondamentale, e l’idea che “è già troppo tardi”, diventano un modo per far sparire la divisione in classi, far sentire i proletari come parte di una popolazione indifesa ma al tempo stesso colpevole di fronte alle generazioni future e crea una falsa divisione tra “ecologisti” - per lo più per l’accoglienza dei profughi - e “populisti” contro gli immigrati, tra buoni e cattivi, tra democratici e fascistoidi.
Questo utilizzo sembra aver dato i suoi frutti in particolare in Germania dove se su internet si chiede di sciogliere il partito della Merkel, la CDU, perché non ha fatto niente per l’ambiente, i ragazzi che manifestavano per l’ambiente hanno chiamato i giovani a votare alle elezioni europee dicendo “Se non siete abbastanza grandi, spingete i vostri genitori e nonni a votare”. In altre parole, punire chi in quel momento si ritiene responsabile dell’inerzia di fronte alla distruzione del pianeta, ma al tempo stesso sostenere l’apparato politico e la mistificazione elettorale proprio di questi stessi responsabili.
Quanto la carta dei Verdi riuscirà a svilupparsi e quanto durerà è difficile dirlo, ma questa falsa polarizzazione tra le forze ecologiste e quelle populiste, che sono entrambe parte integrante dell’apparato della classe che causa tutti i disastri climatici, sociali, politici e umani, resta una trappola molto pericolosa per il proletariato e per le sue nuove generazioni.
… e in Italia
A parte l’aspetto dell’avanzata dei Verdi che in Italia non sembrano al momento avere avuto un’eco particolare, la situazione in Italia s’inscrive appieno in queste dinamiche più generali.
L’anno di vita del governo Conte conferma tutte le sue difficoltà a gestire la situazione italiana, con importanti ripercussioni anche a livello europeo. Le divisioni nella maggioranza di governo sono all’ordine del giorno, con Lega e M5S che giocano ognuno in proprio per far passare le promesse fatte ai propri elettori. Questo governo si regge essenzialmente sulla base del continuo patteggiamento tra M5S e Lega: chiusura dei porti anti immigrati contro reddito di cittadinanza, Flat tax contro salario minimo, intercalato da scontri che Conte è costretto a risolvere solo con la minaccia delle proprie dimissioni. Di fronte alla stagnazione economica, alla minaccia di chiusura di grosse aziende (ILVA, Alitalia, Almaviva, Whirpool…), e di tante altre più piccole che non fanno più notizia, il governo mostra una sconcertante inconsistenza a livello economico, in particolare sulle misure da adottare per non sforare il debito pubblico e impedire l’aumento dell’IVA, mentre rispetto all’UE ci si barcamena tra i “pugni sul tavolo sui migranti” e “non è l’Europa che decide per gli italiani” di Salvini da una parte e i tentativi del ministro Tria e del presidente del Consiglio Conte di venire a patti con la commissione europea per scongiurare la procedura di infrazione dell’UE e le relative sanzioni, senza però retrocedere completamente su reddito di cittadinanza e flat tax per non mettere in difficoltà i due vicepresidenti del Consiglio dei ministri.
A loro volta, i partiti dell’opposizione, PD e Forza Italia, non sanno fare altro che incolpare la maggioranza d’incapacità e litigiosità, di portare gli italiani nel baratro, e solfe simili, ma in quanto a programmi alternativi concreti mostrano il vuoto pneumatico. E tutti, maggioranza e minoranza, continuano a blaterare sulla priorità di piani d’investimento per rilanciare l’economia, di difesa dei cittadini, di dare una prospettiva di lavoro ai giovani.
Questo quadro desolante ci permette di capire l’esito delle votazioni in Italia per le europee.
Di Maio e i suoi ministri, che dovevano essere il “nuovo che avanza”, hanno mostrato la loro incompetenza e debolezza politica sia nella gestione dei ministeri di loro competenza che nel rapporto di forza con la Lega. Per l’elettorato penta-stellato, che aveva un’importante componente democratica e di “sinistra”, Di Maio appare come il porta borsa del vero leader di governo, il Salvini della destra più razzista e fascistoide. Inoltre, nella spartizione degli incarichi di governo, al M5S sono taccati i ministeri più difficili da gestire: quello dello Sviluppo Economico e del Lavoro, dell’Infrastrutture e della Sanità. Difficili perché direttamente legati all’economia e ai problemi avvertiti sulla pelle dai cittadini quotidianamente, per cui le misure prese o le mancate promesse hanno un impatto immediato sui lavoratori. Il problema di Di Maio è che le sue promesse hanno un costo che non è sostenibile da parte dello Stato, per cui mentre si dà una piccola cosa da una parte, si taglia dall’altra. La possibilità di andare prima in pensione per qualcuno con la “quota cento”, o di avere qualche briciola di reddito di cittadinanza non riesce a compensare il peggioramento della condizione della stragrande maggioranza delle persone, che si esprime attraverso i licenziamenti, il blocco delle pensioni, la chiusura d’interi reparti negli ospedali, il blocco delle opere pubbliche. In particolare il reddito di cittadinanza, ben lungi dall’essere la ricetta sbandierata da Di Maio per “eliminare la miseria” e “ridare dignità alle persone” e sul quale una larga fetta di disoccupati, precari e soprattutto giovani avevano posto delle speranze, si è dimostrato un bluff sia per le numerose restrizioni inserite che per la mancanza di copertura finanziaria. Intanto sul fronte dell’impiego si moltiplicano le minacce di chiusura di stabilimenti e le vertenze “storiche” tipo Ilva di Taranto, Alitalia e altre non vedono una via d’uscita.
Al contrario, nella competizione tra le due forze “alleate”, la Lega esce vincente. A differenza del M5S, la Lega è un partito populista con un’esperienza politica più solida, un’esperienza di partecipazione al governo e una macchina di propaganda molto rodata ed efficiente. Salvini si presenta come un leader che mantiene quello che dice, anche a costo di rischiare personalmente (come nel caso della Nave Diciotti: “mi indaghino pure, io difendo gli italiani”). Peraltro la chiusura dei porti italiani contro gli immigrati, la nuova legge sulla legittima difesa, corrispondono a misure concrete rispondenti a quanto promesso da Salvini sul piano della sicurezza e allo slogan “gli italiani prima di tutto”. Naturalmente Salvini ha potuto farlo perché tutto questo è a costo zero per l’economia italiana. Anche se, com’è tristemente noto, tutto questo non è privo di conseguenze in un prossimo futuro per l’economia italiana e per le tasche di ognuno di noi, Infatti, rispetto allo sforamento del debito pubblico, rispetto alle dichiarazioni altisonanti di Salvini contro la Commissione UE e le sue “letterine” di messa in guardia, "Sforare il 3%? Non solo si può ma si deve", finanche Di Maio reagisce: "Basta sparate pesano sullo spread” e un presidente fantoccio come Conte deve darsi da fare a Bruxelles per evitare la procedura di infrazione.
Per chiudere sul PD possiamo chiederci se il recupero di 4 punti percentuali possa essere attribuito a un recupero di credibilità. Noi non lo crediamo. Nonostante i mea culpa dopo il tracollo dello scorso anno e il cambio della guardia Renzi/Martina/Zingaretti, il PD ha usufruito soprattutto della campagna “democratica” e “europeista” della borghesia centrata sul pericolo populista in Europa e delle forze più “retrograde”, “antidemocratiche” e “disgreganti” che, come abbiamo detto, costituiscono un problema per la stessa borghesia. Questo in Italia si è tradotto per una parte dell’elettorato anti populista nell’idea che “bisogna andare a votare per fermare la Lega” e, di fronte alla disillusione verso il M5S, il meno peggio è stato il PD.
Populismo/anti populismo: una trappola per il proletariato
Le elezioni, di qualunque genere siano, nazionali, europee, politiche o amministrative, non sono il terreno del proletariato, ma dove la mistificazione democratica gioca maggiormente il suo ruolo di ingabbiamento dietro la borghesia nazionale. Non è questo il terreno dove il proletariato può difendere i propri interessi di classe sfruttata, né ritrovare la propria identità di forza antagonista alla barbarie di questo sistema. Non è quindi il risultato delle elezioni europee a indicare le dinamiche che si muovono nella classe o ad esprimere l’adesione o meno dei proletari all’ideologia della borghesia ed ai suoi partiti. Naturalmente le illusioni democratiche e l’idea che bisogna delegare questo o quel partito per ottenere un miglioramento della propria situazione sono ancora forti. Ma quello che ci sembra importante sottolineare è l’insidia nascosta in tutto il battage che ha preceduto e seguito queste elezioni, ovvero che ci sia un obiettivo primordiale per cui combattere, la lotta contro il populismo come stadio propedeutico a qualunque altra azione, proponendo così una falsa alternativa populismo/anti populismo. Ma tutti questi partiti, indistintamente, sono forze del dominio della borghesia. La realtà è che se noi oggi abbiamo a che fare con queste forze irresponsabili e sprezzanti delle più elementari regole di convivenza è perché ieri tutti gli altri partiti che sono oggi in affanno hanno sistematicamente tradito le aspettative della popolazione. Cadere in questa trappola porta alla divisione all’interno del proletariato tra chi vota Lega e chi M5S, chi vota PD e chi Forza Italia, facendo dimenticare che la reale divisione è tra chi detiene i mezzi di produzione e chi invece per sopravvivere è costretto a vendere la propria forza lavoro, tra chi ha tutto l’interesse a mantenere questo sistema di sfruttamento e chi invece ha tutto l’interesse a costruire una società diversa. Facendo dimenticare che i profughi della Diciotti di ieri e della Sea Watch di oggi subiscono lo stesso disprezzo per la vita umana e vengono usati da tutte le forze borghesi per i loro scontri di potere, allo stesso modo dei proletari che muoiono nei cantieri, che vengono licenziati o sono costretti a lavorare per un salario da fame. I peggiori nemici, da questo punto di vista, non sono quelli che come Salvini difendono apertamente questo stato di cose, ma quelli che tendono a mascherare questa divisione sociale, facendo credere che con un voto si possa cambiare qualcosa. Viceversa, la sola possibilità di cambiamento sta nell’azione diretta dei proletari che riconoscendosi come classe antagonista si muove a livello internazionale.
Eva, 30-6-2019
[1] Vedi Italia: il populismo al potere. Un governo antiproletario che è un problema per la borghesia [3] e Il populismo al governo in Italia, un fattore d’instabilità per l’Unione Europea [4] su Rivoluzione Internazionale n°182 [5].
[3] Seppur in crescita in alcuni paesi, come Francia o Germania, la media percentuale dei votanti resta del circa 50%, con una diminuzione significativa in Gran Bretagna e in Portogallo. Il che significa che la vittoria di una forza politica non rappresenta assolutamente la maggioranza degli elettori. Ad esempio in Italia meno di 2 italiani su 10 hanno votato per Salvini.
Questa risoluzione, adottata da una conferenza nel gennaio 2019, cerca di delineare le principali prospettive per la situazione britannica nel prossimo periodo. Uno dei compiti principali di un'organizzazione rivoluzionaria è quello di presentare la comprensione più coerente possibile delle prospettive della situazione nazionale. Questo assume un'importanza ancora maggiore quando l'intera situazione sociale è dominata dalla crisi politica senza precedenti della classe dirigente sulla Brexit - una crisi che continuerà ad aggravarsi nel prossimo periodo. Senza una comprensione delle radici e delle conseguenze di queste turbolenze, è impossibile trarre le probabili implicazioni per il proletariato britannico e internazionale nei prossimi anni.
Il ruolo della risoluzione non è quello di fornire un'analisi dettagliata delle dinamiche in atto - questo viene fatto nel rapporto sulla situazione nazionale della stessa conferenza - ma di definire un quadro teorico generale e le sue implicazioni. Nell'ultimo numero di World Revolution abbiamo pubblicato la sezione storica del rapporto, alla quale i lettori possono fare riferimento[1].
In questa introduzione vogliamo esaminare se la risoluzione è stata verificata dallo svolgersi degli eventi.
La risoluzione sostiene che la Brexit è il prodotto della combinazione del declino secolare dell'imperialismo britannico, delle divisioni all'interno della classe dirigente che questo ha generato, dell'approfondimento dell'impatto della decomposizione del capitalismo dalla crisi finanziaria del 2008 e dell'aumento del populismo. La risoluzione dimostra che la borghesia è coinvolta in contraddizioni inconciliabili. Queste sono rappresentate non solo dall'ascesa del populismo, ma anche dalle divisioni già esistenti in Europa all'interno dei principali partiti, che sono state spinte a tal punto da distruggere l'apparato politico parlamentare accuratamente costruito che ha servito così bene la borghesia britannica negli ultimi due secoli.
Ciò è stato pienamente confermato dalla paralisi della macchina parlamentare negli ultimi 6 mesi. Entrambi i principali partiti politici sono stati lacerati da lotte tra fazioni su Brexit. L'accordo di ritiro elaborato dal governo May e dall'Unione europea, volto ad evitare che il Regno Unito si ritiri semplicemente dall'Unione europea, è stato compromesso dall'incapacità delle principali fazioni di entrambe le parti di accordarsi sulle modalità di attuazione del piano. May non è stata in grado di scendere a compromessi a causa delle pressioni esercitate dai sostenitori della linea dura pro-Brexit, mentre Corbyn è stato limitato dalle divisioni all'interno del Labour, dove importanti fazioni vogliono un'unione doganale o un secondo referendum. L'ultimo sforzo disperato per ottenere quest’accordo è stato quello dei colloqui comuni tra le due parti, ma questi sono stati condannati perché è diventato ovvio che May sarebbe stata allontanata dal potere dalle fazioni del partito Tory contrari a un accordo con il Labour, come è stato dimostrato quando May ha annunciato che si sarebbe dimessa il 7 giugno. Questa paralisi ha ora prodotto una lotta per la leadership nel partito Tory, con le figure più accanite pro-Brexit facilmente in testa, ma qualunque sia il risultato non risolverà la situazione di stallo.
Questo vuoto politico ha stimolato un nuovo aumento del populismo, alimentato dalla rabbia e dalla frustrazione per l'incapacità del parlamento di progredire sulla Brexit. Farage e i suoi ricchi sostenitori borghesi hanno approfittato appieno di questo vuoto formando il Partito Brexit. Questo nuovo partito esprime un serio pericolo per i principali partiti. Rappresenta un nuovo volto del populismo. Non c'è più la stridente retorica anti-immigrazione e i personaggi strani e bizzarri che hanno reso l'UKIP inaccettabile per molti. Il nuovo partito è molto abile, svolge una sofisticata campagna internet e si vende come multiculturale e sostenuto da elettori più giovani. Farage ha guadagnato molto dal suo rifiuto del crescente razzismo e dell'islamofobia dell'UKIP. Questa operazione è un serio tentativo di penetrazione nei partiti principali, basato sull'essere l'unico partito in grado di difendere il voto democratico del "popolo".
L'ascesa del Partito Brexit, ha mandato tutto a rotoli. Un nuovo leader del partito Tory non vorrà indire elezioni generali finché Brexit non sarà risolta, perché, come ha detto un ex collaboratore di Cameron, verrebbe fatto a pezzi. Il Labour sarà anche molto riluttante ad andare alle elezioni perché il partito Brexit sta facendo uno sforzo per vendersi come il partito dei lavoratori.
Questo significa che tre anni dopo un referendum che avrebbe dovuto respingere l'ondata di populismo, la classe dirigente si trova ora di fronte a un partito populista più sofisticato e rinvigorito che getta benzina sulla sua crisi politica.
Come dice la risoluzione, questa crisi minaccia l'integrità territoriale dello Stato britannico. L'elezione di un sostenitore della Brexit di linea dura come leader dei Tory e/o l'arrivo del Partito Brexit in parlamento aggraverebbe le tensioni con la frazione scozzese filo-indipendenza della borghesia.
Questo impatto non è limitato alla Gran Bretagna. Come spiega la risoluzione, Brexit ha contribuito al rafforzamento del populismo in Europa e negli Stati Uniti. L'Unione europea e le principali potenze europee hanno risposto con una linea molto dura nei confronti della borghesia britannica. Questa linea ha prodotto alcuni vantaggi, perché il caos politico ha originato una vera paura anche tra i partiti e i governi populisti europei, che ora hanno abbandonato o attenuato la richiesta di lasciare l'Unione europea. Tuttavia, l'estrema destra populista rappresenta ancora una seria minaccia per il futuro dell'Unione europea.
Le speranze dei sostenitori della Brexit di una nuova “globale” Gran Bretagna in grado di stringere accordi di libero scambio hanno già iniziato a colpire la dura roccia della realtà. La crescente guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina ha messo in chiaro che gli Stati Uniti non esitano a minare gli interessi dei loro ex alleati nella lotta sempre più disperata con la Cina. Lo scandalo Huawei ha visto la Cina minacciare i suoi investimenti in Gran Bretagna se il governo britannico cede alle pressioni degli Stati Uniti per bandire Huawei dalle sue infrastrutture.
La lotta con la Cina per il dominio globale, insieme all'intenzione di minare i suoi rivali europei, significa che gli Stati Uniti hanno scarso interesse ad un debole Regno Unito al di fuori dell'Unione europea. Trump era felice di incoraggiare Brexit per danneggiare l'UE, ma, una volta che Brexit avrà luogo, quale ruolo potrà svolgere il Regno Unito per gli Stati Uniti?
La prospettiva della risoluzione sull'approfondimento della crisi politica è stata verificata dagli eventi. Il suo monito alla minaccia del populismo in questa situazione di paralisi era giustificato. L'emergere del Brexit Party è un altro fattore di caos e instabilità, mettendo ulteriormente a repentaglio gli sforzi dello Stato britannico per garantire una Brexit ordinata.
Le implicazioni di questa situazione per la classe operaia sono terribili. Più di un decennio di austerità ha avuto luogo con quasi nessuna risposta da parte della classe. Questo non significa che non c'è malcontento, ma non ha trovato espressione nella lotta di classe a causa della profonda mancanza di fiducia in se stessi del proletariato. Questo disorientamento e la demoralizzazione sono stati esacerbati dalla Brexit e dalla crisi politica. Il sostegno al populismo e la sua semplicistica promessa di un domani migliore tra settori proletari è espressione di questa depressione e disperazione. Tuttavia, un pericolo ancora maggiore per il proletariato si sta mobilitando dietro l'antipopulismo e la sua difesa della democrazia e dello Stato democratico. Attualmente e nel prossimo periodo il proletariato avrà difficoltà ad evitare di essere mobilitato dietro queste diverse fazioni borghesi.
Ma la crisi economica continuerà ad aggravarsi e, indipendentemente dalla fazione borghese che domina, tutti dovranno attaccare il proletariato. È solo lottando contro questi attacchi che la classe operaia può difendersi. Queste lotte vedranno la stessa risposta dei conservatori, dei laburisti o dei populisti, perché alla fine tutti difendono il capitalismo.
WR, 25.5.19
Matamoros è una città dello Stato di Tamaulipas, considerato una delle regioni più pericolose del Messico. È teatro di scontri continui tra bande mafiose che lottano per il controllo delle loro zone, seminando morte e terrore. Gli abitanti di questa regione, ma anche i migranti, messicani o centroamericani, che devono attraversare la regione per raggiungere gli Stati Uniti devono spesso fare i conti con sequestri, estorsioni e omicidi[1]. Matamoros, pur essendo caratterizzata da questo clima terribile, fa parte della zona industriale di confine creata alla fine degli anni ’60, che è stata potenziata ed estesa nella metà degli anni ’90 grazie all’ALENA[2]. Solo su questa parte del confine sono state insediate 200 maquiladoras[3], che non sono più piccoli e medi stabilimenti come negli anni ’70. Alcune sono grandi imprese situate in diverse aree e hanno fino a duemila lavoratori.
In questi stabilimenti gli operai lavorano a ritmi frenetici. Dal 2002 l’orario di lavoro è passato da 40 a 48 ore settimanali, mantenendo nel contempo salari quasi bloccati da 15 anni, con occasionali variazioni annuali minime. Per mantenere alti livelli di produzione e notevoli profitti, bisogna garantire una sorveglianza tecnica e politica ricorrendo a supervisori e capireparto, ma soprattutto attraverso l’organizzazione sindacale. Un’elevata produttività e bassi salari hanno permesso a questi progetti di investimento di fare grandi profitti, ma la presenza vigile dei sindacati è essenziale per assicurarsi la continua sottomissione degli operai. Tenuto conto del clima generale nella zona di confine, del forte controllo politico imposto in queste fabbriche dai sindacati e dalla direzione, sembrava poco probabile che si sviluppasse una reazione operaia in questa area, e ancor più, che potesse esprimere una grande combattività e una forte capacità di creare legami di solidarietà. Ciò dimostra che la classe operaia ha un potenziale e delle capacità di lotta sempre vivi, ma che non riesce ad assumere il controllo della sua lotta. Il peso della confusione e la mancanza di fiducia nelle proprie forze è infatti un problema che ha caratterizzato le mobilitazioni.
L’apparato della sinistra del capitale asserisce che ciò che è recentemente accaduto a Matamoros è stata una “rivolta operaia”, altri affermano che si è trattato di un attacco contro il Presidente Andrés Manuel López Obrador (AMLO) e la sua “quarta trasformazione”, mentre altri parlano di uno “sciopero di massa selvaggio”. Queste affermazioni, sbagliate, sono fuorvianti e attaccano direttamente gli operai occultando la realtà per evitare che possano trarre insegnamento dalle loro lotte.
Le forze proletarie sono soffocate dal Codice del lavoro della borghesia
Lo slogan che ha unificato e mobilitato gli operai per circa un mese e sintetizzava la loro rivendicazione era “20-32” cioè aumento del salario del 20% ed erogazione del bonus annuale di 32000 pesos (1660 dollari). La principale causa scatenante che ha alimentato il malcontento e animato la lotta è stata il peggioramento generalizzato delle condizioni di vita. Sin dall’inizio delle mobilitazioni si è manifestata una sfiducia nei confronti dei sindacati, ma gli operai non sono riusciti a capire che questi non erano più strumenti di cui potersi servire per difendere i propri interessi. Per questo hanno accettato le loro pratiche, dando sempre prova di indecisione e di una certa ingenuità. All’inizio hanno ritenuto possibile “fare pressione” sul “leader sindacale” e obbligarlo a “prendere la loro difesa”. Poi, questa indecisione si è trasformata in confusione generalizzata ritenendo che bastasse ricevere delle “assistenze legali oneste” per far valere i propri “diritti”.
Riponendo le speranze nelle leggi e in un avvocato per “difendere i propri interessi”, la mobilitazione operaia si è indebolita e la confusione ha guadagnato terreno. Sentendosi “protetti” non hanno più provato a prendere il controllo della loro lotta, mettendo in evidenza un grave problema con il quale si confronta attualmente la classe operaia: la mancanza di fiducia nelle proprie forze e l’assenza dell’identità di classe.
Questa difficoltà ha fatto sì che, malgrado la diffidenza nei sindacati, gli operai sono rimasti sotto il loro controllo e sul loro terreno, quello delle leggi sul lavoro. Le stesse leggi che conferiscono potere ai sindacati in quanto firmatari di contratti collettivi. Leggi che danno il potere ai sindacati di firmare i contratti collettivi. Attenedosi alle direttive sindacali, i lavoratori hanno dato il controllo della lotta al sindacato stesso, permettendogli di contenere il malcontento, smorzarne la combattività e imporre il rispetto delle leggi borghesi, impedendo così il raggiungimento di una vera unificazione delle forze operaie che avrebbero potuto organizzarsi al di fuori del sindacato.
Limitando la lotta al semplice rispetto delle leggi, gli operai, anche se scendono in piazza uniti e fanno assemblee generali, di fronte al padrone, allo Stato e al sindacato, agiscono separatamente, fabbrica per fabbrica e contratto per contratto. Esattamente quello che prevede la legislazione borghese che in questo modo divide e isola i lavoratori. In fin dei conti le leggi sono fatte apposta per sottomettere gli sfruttati.
Allora, è possibile lottare al di fuori del sindacato e al di sopra delle leggi? La classe operaia ha vissuto diverse esperienze che confermano questa possibilità. Ad esempio, nell’agosto del 1980 gli operai polacchi hanno organizzato uno sciopero di massa che hanno gestito realmente loro. Né la proclamazione dello sciopero, né la costituzione dei loro organi unitari di lotta rispettavano le disposizioni di legge, ma sono riusciti a estendere la mobilitazione a tutto il paese e a imporre una trattativa ufficiale con il governo. Le mobilitazioni di massa e la loro capacità di organizzazione hanno permesso di creare una grande forza capace di prevenire la repressione[4].
Lo strumento che lo Stato polacco ha usato per dividere e indebolire i lavoratori è stato lo stesso che impiegano tutte le borghesie del mondo: i sindacati. Con la creazione del sindacato Solidarnosc (diretto da Lech Walesa), lo Stato ha spezzato l’organizzazione e l’unità dei lavoratori il che gli ha permesso alla fine di estendere la repressione. Poi Lech Walesa è diventato capo dello Stato polacco.
Gli operai, e anche quelli di Matamoros devono recuperare la loro capacità di analisi; l’esperienza dello sciopero di massa in Polonia e della sua repressione ne è l’esempio migliore. Essa mostra chiaramente che il sindacato è un’organizzazione che agisce contro gli operai e che non basta non fidarsi: è assolutamente necessario organizzarsi al di fuori di esso e del suo terreno di mobilitazione.
I sindacati contro la classe operaia
Il primo grande insegnamento da trarre dalla lotta degli operai delle maquiladoras è che il sindacato è un’arma della borghesia[5]. I sindacati, spingendo gli operai ad accettare un aumento più basso del salario e a rifiutare il bonus, rivelano ancora una volta di non essere più uno strumento del proletariato (come nel XIX secolo). Le minacce e le aggressioni dirette perpetrate dal Sindacato dei Lavoratori giornalieri e degli Operai industriali e dell’Industria Maquiladora (SJOIIM) e dal Sindacato industriale dei lavoratori delle fabbriche di Maquilladoras e Assemblaggio (SITPME) hanno confermato chiaramente che gli interessi che difendono non sono quelli degli operai. Agendo sotto copertura nelle fila proletarie si rivelano armi della borghesia, come lupi travestiti da agnelli.
Nel corso degli scioperi i sindacati hanno agito difendendo gli interessi del padronato, per questo la maggioranza degli operai ha espresso un rifiuto dei dirigenti sindacali Juan Villafuerte e Jesús Mendoza, e le grida “fuori i sindacati!” sono risuonate senza sosta in ogni fabbrica e in ogni manifestazione. Ciò mostra il coraggio degli operai e la sfiducia verso i sindacati. Tuttavia, sono rimasti intrappolati in questa forma di coraggio e di combattività senza riuscire ad andare oltre. Non avendo fiducia nella loro forza, invece di assumere il controllo della lotta, organizzandosi in maniera unitaria in una struttura fuori dal sindacato, gli operai hanno riprodotto lo stesso schema: ufficialmente hanno smesso di seguire passivamente la direzione “traditrice” del sindacato, per seguire altrettanto passivamente la “nuova direzione” informale rappresentata dalla loro rappresentante legale, l’avvocatessa Susana Prieto, che ha usato le sue abilità di giurista[6] per riportare la lotta nel quadro della legislazione borghese ed ha suscitato una speranza nella creazione di un sindacato “indipendente” che avrebbe conteso la contrattazione collettiva alle vecchie organizzazioni sindacali.
Il lavoro di confusione, sottomissione e controllo che realizzano i sindacati non è prerogativa di alcuni paesi o di alcuni sindacati, tutti sono armi della borghesia. Esiste una differenza tra il SNTE e la CNTE[7]? Uno usa un linguaggio tradizionale, l’altro fa ricorso a discorsi e azioni apparentemente radicali, ma hanno lo stesso obiettivo: la sottomissione e il controllo dei lavoratori.
Non sorprende quindi che il governo di AMLO incoraggi con molta discrezione la creazione di nuovi sindacati che gli consentiranno di usare e di orientare il malcontento degli operai verso uno scontro con le vecchie organizzazioni sindacali, principalmente legate al Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI, come nel caso della CTM, della CROM e della CROC)[8]. López Obrador non ha “salvato” il boss mafioso del Sindacato messicano dei minatori e dei metalmeccanici Napoleón Gómez Urrutia (“Napito”) dal cosiddetto esilio in Canada, dove viveva nel lusso negli ultimi dodici anni, per farne un senatore, ma perché egli formasse una “nuova federazione sindacale”. Qualche mese dopo il suo ritorno in Messico, “Napito” ha creato la Confederazione Internazionale dei Lavoratori (CIT) e ha anche stretto alleanze con sindacati americani e canadesi, in particolare l’AFL-CIO[9].
Il Presidente, il 14 febbraio scorso, ha affermato che il governo non sarebbe intervenuto nella vita dei sindacati aggiungendo: “noi non possiamo impedire ai lavoratori o ai quadri del potere, in base alla legge, di chiedere la creazione di un nuovo sindacato” (dal quotidiano La Jornada)[10]. È in questa ottica che compaiono “nuovi” sindacati: progetti sindacali “alternativi” sono nati all’interno dell’IMSS, della PEMEX e dell’UNAM[11].
Nel XIX secolo i sindacati sono stati uno strumento importante di lotta e di unità degli operai. Lo stesso capitalismo, sviluppando le forze produttive, ha permesso l’attuazione di riforme economiche e sociali migliorando le condizioni di vita dei lavoratori. Oggi è impossibile per il sistema capitalistico apportare miglioramenti duraturi alla condizione operai. Questo ha portato i sindacati alla perdita del loro carattere proletario e alla loro integrazione nello Stato.
Quali insegnamenti trarre dal “Movimento 20-32”?
La mobilitazione guidata dagli operai delle maquiladoras è stata senza alcun dubbio un evento molto combattivo, ma non ha potuto evitare che la maggior parte degli operai si facesse trarre in inganno dalle leggi e dallo stesso sindacato, perché si è diffusa la confusa speranza secondo cui le leggi, come i sindacati, se diretti “in modo onesto”, potrebbero perdere la loro natura antiproletaria. Anche il richiamo al decreto di Lopez Obrador (“Decreto sugli incentivi fiscali nella regione di frontiera del Nord)[12] per dimostrare la “legalità” dell’aumento salariale nelle maquiladoras, ha mostrato che la confusione è ancora più profonda, perché alimenta la speranza che il nuovo governo possa migliorare le condizioni di vita dei lavoratori. In più, il governo di AMLO ha approfittato della mobilitazione dei lavoratori per mostrare al suo partner nordamericano la volontà di adeguarsi agli aumenti salariali negli stabilimenti dei settori automobilistici ed elettronici situati in Messico, come richiede il governo di Trump negli accordi ALENA 2.0 (ribattezzati USMCA, Accordo Stati Uniti- Messico- Canada).
Un elemento importante da considerare sono le conseguenze delle forme di organizzazione che il movimento ha adottato. Ad esempio, la mancanza di controllo della lotta da parte dei lavoratori e la frammentazione degli scioperi alla fine rompono i legami di solidarietà e permettono forme di ritorsione. Secondo le stime ufficiali 5000 operai sono stati licenziati per aver partecipato allo sciopero.
In conclusione, grazie agli scioperi è potuta emergere una combattività operaia motivata dal degrado della qualità della vita, ma la borghesia ha subito inibito queste spinte coraggiose alimentando l’illusione “del rispetto democratico” delle leggi e impedendo lo sviluppo della coscienza.
Ancora più grave il fatto che i problemi che sono emersi nel corso della mobilitazione potrebbero estendersi e aggravarsi. La mancanza di riflessione e l’entusiasmo con il quale gli scioperi sono stati revocati hanno creato un clima propizio al ritorno delle illusioni nelle leggi e nelle nuove organizzazioni sindacali. L’avvocatessa ha dichiarato che durante la “seconda fase” del movimento 20-32, si punterà alla formazione di un sindacato “indipendente” e che lei creerà a Matamoros uno studio di avvocati “onesti” per “difendere” gli operai, diffondendo ancora di più illusioni e confusione. L’unica via di uscita per gli operai di fronte a questa offensiva è la lotta, il prendere nelle propri mani il controllo e la riflessione sulla natura dei sindacati e sulla loro integrazione nell’apparato dello Stato in ogni parte del mondo.
Tatlin, aprile 2019
Da Revolución Mundial, organo della CCI in Messico
[1] È del 2010 la macabra scoperta di 79 corpi di migranti centroamericani. Nell’anno successivo, nel 2011, è stata trovata una fossa con circa 200 corpi, per alcuni erano molti di più.
[2] ALENA: Accordo di Libero scambio Nordamericano firmato da Stati Uniti, Canada e Messico, entrato in vigore nel 1994 e rinegoziato da Trump con l’ALENA 2.0
[3] Le maquiladoras sono stabilimenti di montaggio in zona franca che assemblano componenti importati esenti da dazi doganali e destinati ad essere esclusivamente riesportati. Sono soprattutto stabilimenti dell’industria tessile o fabbriche di assemblaggio del settore automobilistico. Servono anche a conservare e a sfruttare al massimo la manodopera migrante latinoamericana all’interno e lungo tutto il confine messicano.
[4] Sull’esperienza della Polonia vedi: “Polonia, Agosto 1980: 25 anni fa il proletariato rifaceva l'esperienza dello sciopero di massa” (I parte e II parte) sul nostro sito
[5] “I sindacati contro la classe operaia”, opuscolo della CCI
[6] Non mettiamo in discussione l’onestà della persona, ma i suoi dettami professionali la inducono a muoversi nel quadro delle leggi borghesi. Il fatto che esprima simpatia e sostegno al governo di López Obrador la colloca su un terreno chiaramente borghese.
[7] SNTE: Sindacato Nazionale dei Lavoratori dell’Istruzione (sindacato ufficiale). CNTE: Centrale Nazionale dei Lavoratori dell’Istruzione (sindacato “dissidente”).
[8] CTM: Confederazione dei Lavoratori del Messico, creata nel 1936. CROM: Confederazione Regionale Operaia Messicana, fondata nel 1918. CROC: Confederazione Rivoluzionaria degli Operai e dei Contadini, fondata nel 1952.
[9] La Federazione Americana del Lavoro- Assemblea delle Organizzazioni Industriali, detta AFL-CIO, è la maggiore organizzazione e federazione sindacale degli Stati Uniti, che raggruppa anche sindacati quali la United Steelworkers (metalmeccanici) del Canada.
[10] Dietro questa illusione c’è una lotta tra frazioni borghesi per il controllo del dispositivo di gestione sindacale, essendo i sindacati tradizionali largamente discreditati, cinghia di trasmissione dei vecchi governi (in particolare del PRI), mentre i “nuovi” sindacati, detti “indipendenti”, sono più o meno apertamente strumentalizzati dal nuovo governo.
[11] IMSS: Istituto Messicano della Sicurezza Sociale. PEMEX: prima compagnia petrolifera messicana. UNAM: Università nazionale autonoma del Messico, considerata una delle migliori al mondo.
[12] Il 10 dicembre 2018, il governo di AMLO ha presentato un programma per favorire l’occupazione e gli investimenti nella zona di confine rallentando così i flussi migratori verso gli Stati Uniti.
La CCI ha tenuto sei riunioni pubbliche in Francia sul tema «Perché i proletari devono difendere la loro autonomia di classe». Questo intervento, si è reso necessario per rispondere a numerose questioni riguardanti il movimento dei cosiddetti gilet gialli, questioni poste dal proletariato in generale e da numerosi elementi in via di politicizzazione. In effetti, abbiamo potuto sentire nei mezzi di informazione come nell'ambiente politicizzato che questo movimento è una manifestazione inedita della lotta di classe, qualcosa di comparabile allo sciopero generale del Maggio 1968. Noi rigettiamo questa analisi e rinviamo i lettori ai nostri articoli pubblicati fin dall'inizio di questo movimento.
In queste riunioni pubbliche era importante poter rispondere direttamente ai nostri simpatizzanti e ai nuovi elementi interessati a comprendere questo movimento, soprattutto per ricordare perché la classe operaia non può lasciarsi annegare in un movimento interclassista col rischio di farsi influenzare da ideologie reazionarie e antiproletarie come il nazionalismo patriottico, la xenofobia, il razzismo anti-immigrati. La classe operaia è una classe di immigrati e la sua parola d'ordine è «i proletari non hanno patria. Proletari di tutto il mondo unitevi!»
Era quindi necessario ricordare e dibattere su quello che significa l'interclassismo come pericolo e capire meglio il bisogno di autonomia per la classe operaia nel portare avanti la sua lotta. Non si tratta di questioni semplici e non sono «elucubrazioni idealiste» come un partecipante ci ha rimproverato durante la riunione pubblica a Lione, per esempio.
Queste nozioni di classi, di interclassismo, di autonomia di classe sono oggi secondarie, da relativizzare e da «adattare» al contesto immediato in cui si trova il proletariato? Sono diventate chiaramente obsolete? La lotta proletaria può trovare nuove vie o delle scorciatoie per ritrovare la sua prospettiva rivoluzionaria? Qualsiasi convulsione sociale è benefica per la lotta della classe operaia? Niente di più falso! L'interclassismo è un ostacolo di primo piano per la lotta del proletariato, per la sua coscienza e per la difesa dei suoi interessi di classe rivoluzionaria, la sola capace di mettere fine al caos capitalista.
Un dibattito molto animato
Tra le persone presenti in queste riunioni pubbliche alcuni incontravano la CCI per la prima volta, altri rappresentavano l'ambiente politico proletario (a Marsiglia erano presenti dei militanti della corrente bordighista).
Le discussioni, a Parigi, Lille, Tolosa, Lione, Marsiglia, Nantes, hanno tutte confermato il bisogno di chiarificare e capire la situazione sociale del momento e le prospettive della lotta proletaria.
Contrariamente ad altre riunioni pubbliche del passato, in cui i gruppi dell'ambiente politico avanzavano prioritariamente le loro divergenze con la CCI, ci siamo ritrovati insieme a questi compagni per difendere una voce proletaria e una posizione marxista di fronte all'interclassismo (senza comunque nascondere le divergenze che esistono fra noi). Vogliamo salutare questo stato di spirito responsabile per difendere l'eredità del marxismo e della Sinistra Comunista nel momento in cui altri buttano alle ortiche questa eredità e inficiano allo stesso tempo ogni sforzo di chiarificazione di fronte alle ideologie conservatrici e reazionarie.
La presenza ancora limitata di elementi politicizzati in queste riunioni ha anch'essa un significato che va riconosciuto, indipendentemente dal fatto che in contemporanea ci siano state delle manifestazioni dei gilet gialli. Essa è legata soprattutto alle grandi difficoltà che la classe operaia attualmente incontra (in particolare la perdita della sua identità di classe) e alla campagna borghese che genera diffidenza verso le idee rivoluzionarie. Tutto questo ostacola fortemente la riflessione e spinge anche i proletari più combattivi a sottostimare il pericolo che l'interclassismo rappresenta oggi per tutta la classe operaia.
Tutti i partecipanti a queste riunioni pubbliche hanno espresso un bisogno di chiarificazione politica e di resistenza a tutti i discorsi sulla presunta «boccata di ossigeno» che il movimento dei gilet gialli avrebbe potuto avere per la classe operaia e la sua coscienza. Questa cosiddetta speranza, che l'ideologia dominante coltiva scientemente, è ancora una volta una illusione molto pericolosa. Vogliamo quindi salutare la ricchezza dei dibattiti, questo sforzo di chiarificazione politica, in controcorrente rispetto al clima politico attuale che vuol far credere che «tutto ciò che si muove» per le strade è necessariamente «rivoluzionario».
Nondimeno, le discussioni in queste riunioni pubbliche hanno anche espresso tutte le difficoltà a capire in profondità le questioni cruciali poste dal movimento dei gilet gialli:
– Che cos'è un movimento interclassista?
– Che rappresentano gli strati intermedi, piccolo borghesi?
– Che cos'è l'autonomia di classe del proletariato?
– Che cos'è la classe operaia in quanto sola classe rivoluzionaria in seno alla società?
– Che significa perdita dell’identità di classe per il proletariato? Quali sono le sue debolezze oggi e come può ritrovare questa identità di classe?
– Qual è il peso della decomposizione del capitalismo sulla società, sul proletariato e sul movimento dei gilet gialli?
– Quale è la responsabilità delle organizzazioni rivoluzionarie nella trasmissione delle lezioni delle lotte della classe nel passato e nella difesa della prospettiva rivoluzionaria per le lotte future?
Qui non possiamo rispondere a tutte queste questioni. Ci limiteremo a rendere conto del dibattito che c'è stato sulle prime due.
L’interclassismo, un epifenomeno da relativizzare?
Anche se la quasi totalità dei partecipanti ha espresso il proprio accordo con la dimensione interclassista del movimento, la comprensione profonda di quello che rappresenta e significa l'interclassismo è rimasto ancora molto superficiale.
A Lille, per esempio, dei simpatizzanti hanno espresso l'idea che «c'erano delle cose positive nel movimento che potevano contribuire allo sviluppo della coscienza nella classe». Uno dei due ha, in particolare, affermato che «il movimento aveva permesso di far comprendere che siamo tutti uguali»
In realtà questo è falso. In questo movimento si trovano sia dei piccoli imprenditori, degli artigiani, dei professionisti e degli agricoltori, che degli operai impoveriti che si sono aggiunti per disperazione a questo movimento generale di collera verso gli attacchi del governo Macron. Ma in realtà gli interessi degli uni e degli altri non sono gli stessi. Negli strati intermedi, piccola borghesia in testa, la concorrenza regna sovrana e ogni padroncino spera di preservare i propri interessi. La classe operaia, da parte sua, non possedendo altro che la propria forza lavoro, non ha interessi individuali da difendere, separati dagli altri e dagli interessi generali della classe.
Movimento della classe operaia o contestazione di una somma di individui-cittadini?
Un'altra difficoltà si è espressa nelle discussioni: la classe operaia era presente in quanto tale nel movimento dei gilet gialli? Nella riunione di Lille una parte importante della discussione è stata consacrata a chiarificare la natura del movimento, e la differenza tra la presenza di operai nella rivolta dei gilet gialli e un reale movimento proletario. Questa questione è fondamentale. E' un aspetto sul quale i partecipanti alle nostre riunioni si sono soffermati spesso, senza vedere più in profondità il pericolo di tirare un segno di uguaglianza fra i due.
Nonostante le loro rivendicazioni proletarie contro la perdita del loro potere di acquisto, gli operai presenti non si sono mobilitati sul loro terreno di classe, quello del proletariato, ma in quanto individui e cittadini francesi. Nelle discussioni durante le manifestazioni la parola «popolo» era su tutte le bocche: «popolo abusato», «popolo ignorato», «popolo lavoratore», a conferma che in questo movimento quello che si esprime è la collera del «popolo francese» e non della classe sfruttata. Da qui la Marsigliese cantata regolarmente nelle manifestazioni, e la bandiera tricolore sventolata sui picchetti come stendardo di questo movimento interclassista. Tutte queste espressioni di nazionalismo non sono state MAI rimesse in discussione.
Questo concetto nazionalista di «popolo francese» non può portare che alla diluizione del proletariato in tutti gli altri strati e classi sociali. Reclamare un referendum popolare, una riduzione delle tasse, la richiesta di uno Stato più «giusto» non può portare, in certe circostanze storiche, che all'unione nazionale, alla sacra unione degli sfruttati con i loro sfruttatori.
La natura di classe di un movimento sociale non è determinato dalla sua composizione SOCIOLOGICA ma dal suo orientamento POLITICO e dai suoi metodi di lotta.
Noi dobbiamo affermare alto e forte che la nozione di «popolo francese» non appartiene al vocabolario del marxismo e del movimento operaio, e questo fin dalle giornate del 1848. La bandiera tricolore della Rivoluzione del 1789 è diventata poi quella dei Versagliesi, i massacratori della Comune di Parigi, laddove i comunardi avevano sostituito questo vessillo con la bandiera rossa, diventata il simbolo del movimento operaio e dell'internazionalismo. Il riferimento dei gilet gialli è la Rivoluzione francese del 1789 in cui la rivolta popolare dei «sanculotti» contro la miseria aveva permesso alla borghesia, asfissiata dalle tasse, di prendere il potere politico e sbarazzarsi della nobiltà che aveva il privilegio di non pagare tasse.
Su questa questione alcuni simpatizzanti della CCI hanno relativizzato questo aspetto, considerando che «i riferimenti al 1789, il canto della Marsigliese non sono coscienti, ma conseguenza di una mancanza di conoscenza di quello che significano», il che è vero, ma questo è per caso una questione secondaria, un semplice dettaglio senza importanza? Contrariamente alla rivoluzione del 1789, durante le giornate insurrezionali di giugno 1848 il proletariato ha dovuto ed è arrivato a distaccarsi dagli altri strati sociali per affermarsi come classe indipendente, e come unica forza rivoluzionaria della società. Il Manifesto comunista è diventato allora il programma rivoluzionario della classe portatrice del comunismo, anche se nel 1848, come dice anche Marx, le condizioni della rivoluzione non erano ancora mature. Molti dei partecipanti a queste riunioni pubbliche sembrano disconoscere questo episodio fondamentale della storia del movimento operaio, che permette di dare un quadro storico e teorico alle discussioni.
L'autonomia del proletariato è un lusso?
L'autonomia di classe del proletariato significa l'indipendenza rispetto alle altre classi della società, la sua capacità di dare un orientamento politico all'insieme degli altri strati sociali non sfruttatori. Questa indipendenza di classe del proletariato costituisce una condizione indispensabile per la sua azione rivoluzionaria finalizzata, a termine, al rovesciamento del capitalismo e alla edificazione di una società senza classi e quindi senza sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Gli obiettivi della lotta del proletariato non hanno niente a che spartire con gli obiettivi del movimento nazionalista e «cittadino» dei gilet gialli: migliorare la democrazia borghese, riformare il sistema capitalista per una migliore ripartizione delle ricchezze della nazione francese, e una maggiore «giustizia fiscale». E' per questo che il riferimento dei gilet gialli alla rivoluzione del 1789 e la loro nostalgia di questa rivoluzione del «popolo francese» è completamente reazionario.
Tutti questi dubbi ed interrogativi sulla necessaria autonomia della classe operaia rispetto agli altri strati sociali privi di divenire storico (in particolare la piccola borghesia) traducono, in realtà, una difficoltà a capire quello che la classe operaia è in quanto classe rivoluzionaria. Queste difficoltà non sono di oggi e sono oggetto di discussione con tutto un insieme di elementi che si politicizzano e si interrogano sulla prospettiva rivoluzionaria chiedendosi chi o quale classe può cambiare il mondo. Queste difficoltà sono ulteriormente rafforzate dal fatto che la classe operaia ha subito un riflusso nella coscienza della propria identità, dimenticando momentaneamente la sua esperienza passata fatta di lotte gloriose contro il capitalismo.
Malgrado l'accordo dei nostri simpatizzanti sul pericolo dell'interclassismo, la maggior parte di essi ha espresso l'idea che questo movimento poteva rappresentare una scintilla, una sorta di trampolino per dei movimenti proletari a venire. Certi compagni consideravano «normale che i proletari presenti non siano coscienti, giacché la coscienza si sviluppa nella lotta, e che tocca dunque ai rivoluzionari mostrare loro che il movimento non risponde ai bisogni della classe e che bisogna fare altra cosa». Questa analisi rivela profonde illusioni sulle potenzialità del movimento dei gilet gialli e la possibilità che questo potesse far sorgere una dinamica di classe chiaramente proletaria. Una tale illusione occulta i pericoli contenuti in questo movimento interclassista, in particolare la contaminazione del proletariato da parte di ideologie e metodi di lotta che gli sono completamente estranei. L'idea che questo movimento sarebbe una specie di guida suprema per la classe operaia o un «trampolino» per le sue lotte, rivela anche una mancanza di fiducia nelle potenzialità del proletariato in quanto classe storicamente rivoluzionaria.
Solo il metodo marxista permette di identificare quali sono le forze sociali in movimento, la loro natura profonda, al di là delle semplici apparenze sociologiche. Quanto al ruolo dei rivoluzionari in questo movimento, esso è totalmente derisorio. Poiché si situano controcorrente rispetto a questa marea interclassista e nazionalista, i rivoluzionari non possono avere nessun eco. Per la grande maggioranza dei gilet gialli i rivoluzionari sembrano, nel migliore dei casi, dei «marziani» venuti da un altro pianeta, nel peggiore come dei sabotatori del loro movimento (o degli «indifferentisti»).
A Marsiglia, data la presenza alla riunione pubblica di compagni della corrente bordighista (che pubblicano «Le fil rouge»), la discussione ha permesso di approfondire la questione del pericolo dell'interclassismo, ricordando che nel 1789 la rivoluzione francese contro la monarchia era un movimento popolare interclassista che ha permesso alla borghesia di prendere il potere. Un compagno di Fil rouge ha riportato numerosi argomenti molto profondi a favore della nostra analisi della natura del movimento dei gilet gialli. Il compagno ha, tra l'altro, ricordato che una delle rivendicazioni dei piccoli commercianti in gilet giallo era il boicottaggio degli ipermercati e l'appello a fare i propri acquisti nei piccoli negozi di quartiere. Se gli operai preferiscono andare al supermercato, è semplicemente perché qui i generi di prima necessità sono molto meno cari rispetto ai piccoli negozi di quartiere. E' quindi evidente che gli interessi degli operai poveri che hanno indossato i gilet gialli non sono gli stessi di quelli dei piccoli commercianti soffocati dalla competitività degli ipermercati!
Gli interessi del proletariato non possono quindi che essere diluiti in mezzo alle rivendicazioni proprie della piccola borghesia e dei padroncini. Dobbiamo ricordare che la lotta di classe non è una lotta «popolare» tra «ricchi» e «poveri», ma una lotta di classe tra una classe sfruttata e una classe sfruttatrice.
Per quanto riguarda la questione della violenza, la discussione non si è potuta veramente sviluppare per mancanza di tempo. Anche qui sarà importante tornare e capire perché la borghesia ha fatto uso di un tale livello di repressione (di fronte a un movimento che non poteva mettere in pericolo la sua dominazione di classe) e perché gli scontri dei gilet gialli con le forze dell'ordine, molto spettacolari, non possono rappresentare uno scopo in sè, un mezzo per rafforzare la lotta e far ripiegare il governo e ancor meno di spingere Macron alle dimissioni!
In conclusione, molte questioni fondamentali restano ancora da discutere. Per affrontarle, chiarificarle e capire la posta in gioco della attuale situazione sociale, il quadro politico del marxismo basato sulla storia del movimento operaio resta assolutamente fondamentale.
Stopio, 1 marzo 2019
Cento anni fa, nel marzo 1919, si tenne il primo congresso dell'Internazionale Comunista (IC), il congresso di costituzione della Terza Internazionale.
Se le organizzazioni rivoluzionarie non avessero la volontà di celebrare questo evento, la fondazione dell'Internazionale sarebbe relegata all'oblio della storia. In effetti, la borghesia è interessata a tacere su questo evento, mentre continua ad abbeverarci con celebrazioni di ogni tipo come il centenario della fine della prima guerra mondiale. La classe dominante non vuole che la classe operaia ricordi la sua prima grande esperienza rivoluzionaria internazionale del 1917-1923. La borghesia vorrebbe poter finalmente seppellire lo spettro di questa ondata rivoluzionaria che ha dato vita alla IC. Questa ondata rivoluzionaria fu la risposta del proletariato internazionale alla prima guerra mondiale, quattro anni di massacri e scontri militari tra gli Stati capitalisti per dividersi il mondo.
Questa ondata rivoluzionaria iniziò con la vittoria della rivoluzione russa nell'ottobre del 1917. Si manifestò negli ammutinati di soldati nelle trincee e nella rivolta proletaria in Germania nel 1918.
Questa prima ondata rivoluzionaria aveva attraversato l'Europa, aveva persino raggiunto i paesi del continente asiatico (in particolare la Cina nel 1927). Anche i paesi del continente americano, come il Canada e gli Stati Uniti e fino all'America Latina, ne sono stati scossi.
Non dobbiamo mai dimenticare che è stata la paura dell'estensione internazionale della rivoluzione russa a costringere la borghesia delle grandi potenze europee a firmare l'armistizio per porre fine alla prima guerra mondiale.
In questo contesto la fondazione dell'Internazionale Comunista nel 1919 ha rappresentato il culmine di questa ondata rivoluzionaria.
L'Internazionale comunista fu fondata per dare un chiaro orientamento politico alle masse lavoratrici. Il suo obiettivo era mostrare al proletariato la via per rovesciare lo Stato borghese e costruire un nuovo mondo senza guerra e sfruttamento. Possiamo ricordare qui ciò che affermavano gli Statuti dell'IC (adottati al suo secondo Congresso nel luglio 1920): “La Terza Internazionale Comunista si è costituita alla fine della carneficina imperialista del 1914-1918, durante la quale la borghesia dei diversi paesi ha sacrificato 20 milioni di vite.
Ricorda la guerra imperialista! Ecco la prima parola che l'Internazionale Comunista rivolge a tutti i lavoratori, indipendentemente dalla loro origine e lingua. Ricorda che, a causa dell'esistenza del regime capitalista, una manciata di imperialisti ha potuto, per quattro lunghi anni, costringere i lavoratori di ogni parte a massacrarsi a vicenda! Ricorda che la guerra borghese ha fatto precipitare l'Europa e il mondo nella carestia e nella miseria! Ricorda che senza il rovesciamento del capitalismo, il ripetersi di queste guerre criminali non è solo possibile, ma inevitabile!”
La fondazione dell'IC ha espresso soprattutto la necessità che i rivoluzionari si raggruppassero per difendere il principio dell'internazionalismo proletario. Un principio fondamentale del movimento operaio che i rivoluzionari devono preservare e difendere contro venti e maree!
Per capire tutta l'importanza della fondazione dell'IC, dobbiamo innanzitutto ricordare che questa Terza Internazionale si pone in continuità storica con la Prima Internazionale (AIT) e la Seconda Internazionale (Internazionale dei partiti socialdemocratici). Ecco perché il Manifesto dell'IC affermava: “noi ci consideriamo, noi comunisti riuniti nella Terza Internazionale, come i diretti successori degli sforzi eroici e del martirio di una lunga serie di generazioni rivoluzionarie, da Babeuf a Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg. Se la Prima Internazionale ha previsto lo sviluppo della storia e preparato il suo percorso, se la Seconda ha riunito e organizzato milioni di proletari, la Terza Internazionale è l'Internazionale dell'azione di massa aperta, della realizzazione rivoluzionaria, l'Internazionale dell'azione”.
È quindi chiaro che l'IC non è sorta dal nulla. I suoi principi e il suo programma rivoluzionari sono stati il risultato di tutta la storia del movimento operaio, specialmente dopo la Lega dei comunisti e la pubblicazione del Manifesto scritto da K. Marx e F. Engels nel 1848 con la famosa parola d’ordine per il movimento operaio: “I proletari non hanno patria. Proletari di tutti i paesi, unitevi!”
Per poter comprendere il significato storico della fondazione dell'IC, dobbiamo ricordare che la Seconda Internazionale morì nel 1914 proprio perché i suoi principali partiti, i partiti socialisti, avevano tradito l'internazionalismo proletario. I dirigenti di questi partiti votarono i crediti di guerra in Parlamento. In ogni paese, chiamarono i proletari a “l'union sacrée” con i loro stessi sfruttatori. Li chiamarono ad uccidersi a vicenda nella carneficina mondiale in nome della difesa della patria, mentre il Manifesto comunista affermava che “i proletari non hanno patria”!
Di fronte al vergognoso crollo della Seconda Internazionale, solo pochi partiti socialdemocratici seppero resistere alla tempesta: il partito italiano, serbo, bulgaro e russo. In altri paesi, solo una piccola minoranza di militanti, spesso isolati, rimarrà fedele all'internazionalismo proletario. Essi denunciarono la sanguinosa orgia della guerra cercando di raggrupparsi. In Europa fu questa minoranza di rivoluzionari internazionalisti a rappresentare la sinistra in particolare intorno a Rosa Luxemburg in Germania, Pannekoek e Gorter in Olanda e, naturalmente, attorno a Lenin e la sua fazione bolscevica del partito russo.
Dalla morte della Seconda Internazionale nel 1914 alla fondazione della IC nel 1919
Due anni prima della guerra, nel 1912, si tenne il Congresso di Basilea della Seconda Internazionale. Mentre incombevano le minacce di una guerra mondiale nel cuore dell'Europa, questo Congresso di Basilea adottava una risoluzione sulla questione della guerra e della rivoluzione proletaria. La risoluzione affermava: “I governi borghesi non dimentichino che la guerra franco-tedesca (del 1870) diede vita all'insurrezione rivoluzionaria della Comune di Parigi e che la guerra russo-giapponese mise in moto le forze rivoluzionarie della Russia. Agli occhi dei proletari, è criminale uccidersi a vicenda per i profitti capitalisti, per le rivalità dinastiche e per il prosperare dei trattati diplomatici”.
Sempre all’interno della Seconda Internazionale i più coerenti teorici marxisti, in particolare Rosa Luxemburg e Lenin, furono in grado di analizzare il cambiamento del periodo storico nella vita del capitalismo. Rosa Luxemburg e Lenin avevano in effetti chiarito che il modo di produzione capitalistico aveva raggiunto il suo apice all'inizio del XX secolo e che, di conseguenza, la guerra imperialista in Europa aveva un solo scopo: la divisione del mondo tra le principali potenze rivali nella corsa per le colonie. Lenin e Rosa Luxemburg capirono che lo scoppio della prima guerra mondiale stava segnando l'ingresso del capitalismo in un periodo di decadenza, di declino storico. Ma ben prima dello scoppio della guerra, l'ala sinistra della Seconda Internazionale ha dovuto intraprendere una feroce battaglia contro la destra, contro i riformisti, i centristi e gli opportunisti. Questi futuri rinnegati teorizzavano che il capitalismo aveva ancora bei giorni davanti a sé e che il proletariato non aveva bisogno di fare la rivoluzione e rovesciare il potere della borghesia.
La lotta della sinistra per la costruzione di una nuova Internazionale
Nel settembre 1915, per iniziativa dei bolscevichi, si svolse in Svizzera la Conferenza socialista internazionale di Zimmerwald che fu seguita da una seconda conferenza nell'aprile 1916 a Kienthal, sempre in Svizzera. Nonostante le difficili condizioni di guerra e repressione, vi parteciparono delegati di undici paesi (Germania, Italia, Russia, Francia, ecc.). Ma la maggior parte dei delegati erano pacifisti e si rifiutarono di rompere con i social sciovinisti che erano passati nel campo della borghesia votando i crediti di guerra nel 1914.
C’era quindi anche alla Conferenza di Zimmerwald un'ala sinistra raggruppata dietro i delegati della fazione bolscevica, Lenin e Zinoviev. Questa "sinistra di Zimmerwald" difese la necessità di rompere con i partiti socialdemocratici traditori e pose la necessità di costruire una nuova Internazionale. Contro i pacifisti sosteneva, che “la lotta per la pace senza l'azione rivoluzionaria è una frase vuota e falsa” e adottò la parola d'ordine di Lenin: “Trasformazione della guerra imperialista in guerra civile!” Uno slogan che era già contenuto nelle risoluzioni della Seconda Internazionale votate al Congresso di Stoccarda nel 1907 e soprattutto al Congresso di Basilea nel 1912.
La Sinistra di Zimmerwald costituirà così il “primo nucleo della Terza Internazionale in formazione” (come dirà il compagno di Lenin, Zinoviev, nel marzo 1918).
I nuovi partiti che si formarono rompendo con la socialdemocrazia iniziarono quindi a prendere il nome di “partito comunista”. Fu l'ondata rivoluzionaria aperta dalla Rivoluzione russa nell’ottobre del 1917 a dare un forte impulso ai militanti rivoluzionari per la fondazione della IC. I rivoluzionari avevano infatti capito che era assolutamente indispensabile e vitale fondare un partito mondiale del proletariato per la vittoria della Rivoluzione a scala mondiale.
Il primo Congresso dell'Internazionale fu convocato a Mosca il 2 marzo 1919 su iniziativa del Partito Comunista (bolscevico) della Russia e del Partito Comunista di Germania (KPD, ex Lega Spartacus).
Il programma politico dell'Internazionale comunista
La piattaforma dell'IC era basata sul programma dei due principali partiti comunisti, il partito bolscevico e il partito comunista tedesco (fondato il 29 dicembre 1918).
La piattaforma inizia affermando chiaramente che “una nuova epoca è nata: l'epoca della disgregazione del capitalismo, del suo crollo. L'era della rivoluzione comunista del proletariato”. Riprendendo il Discorso sul programma di fondazione del Partito comunista tedesco, pronunciato da R. Luxemburg, l'Internazionale sosterrà con chiarezza che “il dilemma davanti al quale si trova oggi l’umanità si pone così: caduta nella barbarie o salvezza attraverso il socialismo”. In altre parole siamo entrati nell’ “epoca di guerre e rivoluzioni”. La sola alternativa per la società era ormai: rivoluzione proletaria mondiale o distruzione dell'umanità; socialismo o barbarie. Questa posizione è affermata con forza nel primo punto della Lettera di invito al Primo Congresso di fondazione dell'Internazionale Comunista (redatto da Trotskij nel gennaio 1919).
Per l'Internazionale, l'entrata del capitalismo nel suo periodo di decadenza significava che la lotta rivoluzionaria del proletariato assumeva una nuova forma. Questo è il periodo in cui si sviluppa lo sciopero di massa, il periodo in cui i consigli operai sono la forma della dittatura del proletariato, come annunciato dalla nascita e dallo sviluppo dei soviet in Russia nel 1905 e nel 1917.
Ma uno dei contributi fondamentali dell'Internazionale è stata soprattutto la comprensione che il proletariato deve distruggere lo Stato borghese per costruire una nuova società. E’ a partire da questa questione che il primo congresso dell'Internazionale adotta le Tesi sulla democrazia borghese e sulla dittatura proletaria (redatte da Lenin). Queste tesi iniziano col denunciare la falsa opposizione tra democrazia e dittatura “perché, in nessun paese capitalista civilizzato, esiste ‘democrazia in generale’, ma solo una democrazia borghese”.
L'Internazionale affermava quindi che difendere la democrazia “pura” nel capitalismo significa difendere, di fatto, la democrazia borghese, la forma per eccellenza della dittatura del capitale. Contro la dittatura del capitale l'Internazionale affermava che solo la dittatura del proletariato su scala mondiale può rovesciare il capitalismo, abolire le classi sociali e offrire un futuro all'umanità.
Il partito mondiale del proletariato doveva quindi dare un chiaro orientamento alle masse proletarie per consentire loro di realizzare il loro obiettivo finale. Doveva difendere ovunque la parola d'ordine dei bolscevichi nel 1917 “Tutto il potere ai soviet”. Questa era la "dittatura" del proletariato: il potere dei Soviet o Consigli operai.
Dalle difficoltà della Terza Internazionale al suo fallimento
Purtroppo l'Internazionale fu fondata troppo tardi, quando la maggior parte dei sollevamenti rivoluzionari del proletariato in Europa venivano violentemente repressi. L'IC fu fondata, in effetti, due mesi dopo la repressione del proletariato tedesco a Berlino. Il Partito comunista tedesco aveva appena perso i suoi principali dirigenti, Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, selvaggiamente assassinati dal governo socialdemocratico durante la sanguinosa settimana di Berlino del gennaio 1919. Al momento della sua costituzione l'Internazionale subiva già la sua prima sconfitta. Con lo schiacciamento della rivoluzione in Germania, questa sconfitta rappresentò anche e soprattutto una terribile sconfitta per il proletariato internazionale.
Bisogna riconoscere che, quando fondarono l'Internazionale, i rivoluzionari dell'epoca erano in uno stato di emergenza. La rivoluzione russa era completamente isolata, soffocata e circondata dalla borghesia di tutti i paesi (per non parlare degli atti di violenza controrivoluzionari degli Eserciti bianchi in Russia). I rivoluzionari erano con le spalle al muro e fu necessario agire rapidamente per costruire il partito mondiale. Fu a causa di questa emergenza che i principali partiti fondatori dell'Internazionale, tra cui il Partito bolscevico e il KPD, non furono in grado di chiarire le loro differenze e confusioni. Con il riflusso dell'ondata rivoluzionaria questa mancanza di chiarezza è stata un fattore importante nello sviluppo dell'opportunismo nell'Internazionale.
Successivamente, a causa della cancrena dell'opportunismo, questa nuova Internazionale morì a sua volta. Anch'essa cedette al tradimento del principio di internazionalismo da parte dell'ala destra dei partiti comunisti. In particolare il suo principale partito, il partito bolscevico, dopo la morte di Lenin, iniziò a difendere la teoria della “costruzione del socialismo in un solo paese”. Stalin, a capo del partito bolscevico, fu l’artefice della repressione del proletariato che aveva fatto la rivoluzione in Russia e impose una feroce dittatura contro i vecchi compagni di Lenin che stavano lottando contro la degenerazione dell'Internazionale e dicevano chiaramente che in Russia stava tornando il capitalismo.
In seguito, negli anni '30, i partiti comunisti di tutti i paesi calpestarono la bandiera dell'Internazionale ponendosi in difesa della “patria sovietica” e chiamando i proletari a massacrarsi tra loro, sui campi di battaglia della Seconda Guerra Mondiale. Come la Seconda Internazionale nel 1914, la IC fallì, anch'essa vittima della cancrena dell’opportunismo e di un lungo processo di degenerazione.
Ma, così come la Seconda Internazionale, anche l'IC secretò una minoranza di Sinistra tra i militanti rimasti fedeli all'internazionalismo e alla parola d'ordine “I proletari non hanno patria. Proletari di tutti i paesi unitevi”. Queste minoranze di Sinistra (in Germania, Francia, Italia, Olanda ...) intrapresero una lotta politica all'interno dell'Internazionale degenerata per cercare di salvarla. Ma alla fine Stalin riuscì ad espellerli. Li perseguitò con accanimento e liquidò fisicamente (ricordiamo i processi di Mosca, l'assassinio di Trotskij da parte degli agenti della GPU e anche i Gulag stalinisti).
Così i rivoluzionari espulsi dalla Terza Internazionale cercarono di riorganizzarsi, malgrado tutte le difficoltà della guerra e della repressione. Nonostante la loro dispersione in diversi paesi, queste minuscole minoranze di militanti internazionalisti seppero fare il bilancio dell'ondata rivoluzionaria del 1917-1923 per trarne le principali lezioni per il futuro.
Questi rivoluzionari che combatterono lo stalinismo non cercarono di fondare un nuova internazionale, prima, durante e dopo la Seconda guerra mondiale. Avevano compresero che si trovavano nella “mezzanotte del secolo”: il proletariato era stato schiacciato fisicamente, arruolato in massa dietro le bandiere nazionali dell'antifascismo e era vittima della più profonda controrivoluzione della storia. La situazione storica non era più favorevole per far sorgere una nuova ondata rivoluzionaria contro la guerra mondiale. Tuttavia, durante questo lungo periodo di controrivoluzione, le minoranze rivoluzionarie continuarono a svolgere, spesso in clandestinità, un'attività preziosa per preparare il futuro, mantenendo la fiducia nella capacità del proletariato di alzare la testa e rovesciare un giorno il capitalismo.
Vogliamo ricordare che la CCI si richiama agli apporti dell'Internazionale Comunista. La nostra organizzazione si pone in continuità politica anche con le frazioni di Sinistra espulse dall'Internazionale negli anni '20 e '30, specialmente con la Frazione della Sinistra Comunista Italiana. Questo centenario è quindi l'occasione per salutare l'inestimabile contributo dell'IC nella storia del movimento operaio, ma anche per trarre insegnamento da questa esperienza e armare il proletariato per le sue future lotte rivoluzionarie.
Ancora una volta, dobbiamo comprendere pienamente l'importanza della fondazione dell'Internazionale Comunista come primo tentativo di costituire il partito mondiale del proletariato. Soprattutto dobbiamo sottolineare l'importanza della continuità storica, del filo rosso che lega i rivoluzionari di oggi con quelli del passato, con tutti quei militanti che, per la loro fedeltà ai principi del proletariato, sono stati perseguitati e brutalmente assassinati dalla borghesia in primo luogo da quelli che erano stati i loro compagni di lotta divenuti poi dei traditori: i Kautsky, Noske, Ebert, Scheidemann, Stalin. Dobbiamo anche rendere omaggio a tutti quei militanti esemplari (Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht, Leo Jogiches, Trotskij e molti altri) che hanno pagato con la vita la loro lealtà all'internazionalismo.
Per poter costruire il futuro partito mondiale del proletariato, senza il quale il rovesciamento del capitalismo sarà impossibile, le minoranze rivoluzionarie devono riorganizzarsi, oggi come nel passato. Devono chiarire le loro differenze attraverso il confronto di idee e posizioni, attraverso la riflessione collettiva e la più ampia discussione possibile. Devono essere in grado di imparare dal passato per comprendere l'attuale situazione storica e consentire alle nuove generazioni di aprire le porte del futuro.
Di fronte alla decomposizione della società capitalista, alla barbarie della guerra, allo sfruttamento e alla crescente miseria dei proletari, oggi l'alternativa rimane quella che l'Internazionale Comunista ha chiaramente identificato 100 anni fa: socialismo o barbarie, rivoluzione proletaria mondiale o distruzione dell'umanità in un caos sempre più sanguinoso.
CCI
Links
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[2] https://it.internationalism.org/en/tag/3/42/ambiente
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[5] https://it.internationalism.org/content/1426/rivoluzione-internazionale-ndeg182
[6] https://it.internationalism.org/content/1470/bilancio-delle-riunioni-pubbliche-sul-movimento-dei-gilet-gialli
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