“Le classi dominanti hanno sempre ricompensato i grandi rivoluzionari, durante la loro vita, con incessanti persecuzioni; la loro dottrina è stata sempre accolta con il più selvaggio furore, con l'odio più accanito e con le più impudenti campagne di menzogne e di diffamazioni. Ma, dopo morti, si cerca di trasformarli in icone inoffensive, di canonizzarli, per così dire, di cingere di una certa aureola di gloria il loro nome, a "consolazione" e mistificazione delle classi oppresse, mentre si svuota del contenuto la loro dottrina rivoluzionaria, se ne smussa la punta, la si avvilisce. La borghesia e gli opportunisti in seno al movimento operaio si accordano oggi per sottoporre il marxismo a un tale «trattamento».” (Lenin, Stato e Rivoluzione).
Non esiste rivoluzionario cui possa applicarsi meglio che a Rosa Luxemburg questa riflessione. Gli eredi dei suoi assassini, i socialdemocratici di tutte le risme, vorrebbero farne un’icona della democrazia contro i dittatoriali bolscevichi. Questo primo capitolo del suo lavoro sulla rivoluzione russa è una confutazione graffiante di questi tentativi di riscrittura della storia. Come lei dice nella sua conclusione: “Tutto l’onore rivoluzionario e la capacità di cui la socialdemocrazia occidentale mancava erano rappresentati dai bolscevichi”.
Come riportato nella sua conclusione : “Tutto l’onore rivoluzionario e tutta la capacità di cui la social-democrazia occidentale mancava erano rappresentati dai bolscevichi”.
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La rivoluzione russa è l’evento più notevole della guerra mondiale. Il suo scoppio, il suo radicalismo senza precedenti, il suo effetto duraturo, smentiscono nel migliore dei modi le frasi con cui la social-democrazia tedesca ufficiale, con grande zelo, ha sulle prime ammantato ideologicamente la campagna di conquiste dell’imperialismo tedesco: le frasi della missione delle baionette tedesche che dovevano abbattere lo zarismo e liberare i popoli da esso oppressi. Le enormi proporzioni assunte in Russia dalla rivoluzione, i profondi sussulti con cui ha scosso tutti i valori di classe, con cui ha posto sul tappeto tutti i problemi sociali ed economici, e ha continuato, con la fatalità dell’intima logica, ad avanzare conseguentemente dal primo stadio della repubblica borghese a sempre ulteriori fasi – fra le quali la caduta dello zarismo non è stato che un breve episodio, un’inizia quasi – tutto ciò dimostra chiaramente che la liberazione della Russia non è stata opera della guerra o della sconfitta militare dello zarismo, non il merito di «baionette tedesche in mani tedesche» come prometteva la «Neue Zeit» sotto la direzione di Kautsky nel suo articolo di fondo, ma aveva nel proprio paese radici profonde ed era intimamente matura. L’avventura bellica dell’imperialismo tedesco, sotto l’emblema ideologico della socialdemocrazia tedesca, non ha condotto alla rivoluzione in Russia; essa non ha fatto per qualche tempo, dapprima – dopo la sua prima marea montante negli anni 1911-1913 – che interromperla e successivamente, dopo la sua esplosione, che crearle le condizioni più difficili e più anormali.
Senonché, per ogni osservatore attento, questo svolgimento è anche una prova evidente contro la teoria dottrinaria, che Kautksy condivide col partito dei socialdemocratici governativi, secondo cui la Russia, da paese economicamente arretrato, per la sua struttura essenzialmente agricola, non era ancora matura per la rivoluzione sociale e per la dittatura del proletariato. Questa teoria, che ritiene possibile in Russia soltanto una rivoluzione borghese – dal quale concetto deriva poi anche la tattica della coalizione dei socialisti russi col liberalismo borghese – è nello stesso tempo la teoria dell’ala opportunistica del movimento operaio russo, dei cosiddetti menscevichi guidati da Axelrod e Dan. In questa concezione fondamentale della rivoluzione russa, dalla quale emerge da sé la posizione assunta riguardo alle questioni particolari della tattica, gli opportunisti russi e gli opportunisti tedeschi, si trovano perfettamente d’accordo con i socialisti del governo tedesco. Stando all’opinione di queste tre tendenze, la rivoluzione russa avrebbe dovuto arrestarsi a quello stadio che il comando militare dell’imperialismo tedesco, secondo il mito della socialdemocrazia tedesca, si era prefisso come nobile compito: l’abbattimento dello zarismo. Se la rivoluzione è andata oltre questo compito, se essa si è assegnata come meta la dittatura del proletariato, questo è stato, secondo quella dottrina, un semplice errore dell’ala estrema del movimento operaio russo, i bolscevichi; e tutte le disillusioni, che la rivoluzione ha subìto nel suo ulteriore svolgimento, tutti gli ostacoli di cui essa fu vittima, appaiono come il risultato di quell’errore fatale. Teoreticamente, questa dottrina, raccomandata come frutto di «pensiero marxista» tanto dal «Vorwarst» di Stampfer che da Kautsky, mette capo all’originale scoperta «marxista» che la rivoluzione socialista è una questione nazionale, domestica per così dire, di ogni Stato moderno preso a sé. Nella nebbia di questo schema astratto, un Kautsky sa naturalmente descrivere con molti particolari, le relazioni economico-mondiali del capitale che fa di tutti i paesi moderni un organismo unito.
La rivoluzione russa – frutto delle complicazioni internazionali e della questione agraria – non può tuttavia essere risolta entro i limiti della società borghese.
Praticamente questa dottrina tende a liberare il proletariato internazionale, in prima linea quello tedesco, dalle responsabilità riflettenti le sorti della rivoluzione russa, e a negare i nessi internazionali di questa rivoluzione. Il corso della guerra e della rivoluzione russa ha dimostrato non la immaturità della Russia, ma quella del proletariato tedesco a compiere la sua missione storica; quindi il compito principale di un esame critico della rivoluzione russa è di far emergere ciò con la massima chiarezza.
Nei suoi destini la rivoluzione russa dipendeva in tutto e per tutto dalla rivoluzione internazionale. Il fatto che i bolscevichi abbiano puntato completamente la loro politica sulla rivoluzione mondiale del proletariato è la prova più evidente del loro lungimirante acume politico, della loro fedeltà ai principi, e dell’audace slancio della loro politica.
Si vede in ciò il potente balzo compiuto dallo sviluppo capitalistico nell’ultimo decennio. La rivoluzione del 1905-1907, trovò in Europa soltanto una debole eco. Essa doveva perciò restare un capitolo non finito. La continuazione e la soluzione dipendevano dallo sviluppo europeo.
È evidente che non una apologia senza critica, ma soltanto una approfondita e ragionata critica è in grado di ricavare tesori di esperienze e di ammaestramenti. Sarebbe infatti un’idea pazzesca pretendere che la prima esperienza fatta nella storia mondiale della dittatura della classe operaia, realizzata nelle più difficili condizioni, in mezzo alla conflagrazione mondiale e al caos di un imperialistico massacro di popoli, nella ferrea morsa della più reazionaria potenza militare d’Europa, in mezzo allo smarrimento più completo del proletariato internazionale, in un esperimento di dittatura operaia in condizioni tanto anormali, proprio tutto quello che fu fatto e omesso in Russia sia stato il vertice della perfezione. Al contrario, i concetti elementari della politica socialista e la conoscenza delle necessarie premesse storiche, obbligano ad ammettere che in condizioni tanto difficili anche il più grande idealismo e la più salda energia rivoluzionaria non erano in grado di realizzare, né la democrazia né il socialismo, ma soltanto dei deboli abbozzi di entrambi.
È assolutamente dovere elementare dei socialisti di tutti i paesi tener presente tutto ciò in tutte le sue relazioni e profonde conseguenze.
Perché solo una tale amara constatazione permette di misurare tutta l’estensione della responsabilità del proletariato internazionale per le sorti della rivoluzione russa.
D’altra parte, solo in questo modo si può mettere in evidenza la decisiva importanza dell’azione coerente internazionale della rivoluzione proletaria – come condizione fondamentale – senza la quale anche la massima abilità e i più grandi sacrifici del proletariato di un sol paese, devono inevitabilmente impigliarsi in un groviglio di contraddizioni e di errori.
D’altra parte non c’è alcun dubbio: i cervelli illuminati che sono alla testa della rivoluzione russa, Lenin e Trotksy, sul loro spinoso cammino, circondato da insidie da ogni parte, hanno fatto più di un passo decisivo tra i più grandi dubbi e la più grande, intima ripugnanza e nulla potrebbe essere più lontano dalla loro mente che vedere l’Internazionale accettare tutto ciò che essi hanno dovuto fare o non fare sotto la spinta e la condizione più dura, nel tumulto degli avvenimenti in fermento, come un superiore modello di politica socialista che solo dà luogo ad ammirazione senza critica ed a fervente imitazione.
Sarebbe parimenti sbagliato temere che un esame critico delle vie battute fino ad oggi dalla rivoluzione russa, significhi minare in modo pericoloso il prestigio e l’esempio luminoso dei proletari russi, i soli capaci di vincere la fatale inerzia delle masse tedesche. Nulla di più falso. Il risveglio dell’azione rivoluzionaria della classe operaia in Germania non può essere ormai provocato nello spirito dei metodi di tutela della defunta democrazia socialista, da una suggestione incoerente sulle masse, da una cieca fede in qualche infallibile autorità, sia essa quella dei propri «organismi» o quella dell’«esempio russo».
La capacità storica d’azione del proletariato tedesco può nascere non già suscitando uno stato di spirito disposto ai clamori rivoluzionari, ma, al contrario, soltanto dalla comprensione di tutta la terribile gravità, di tutta la complessità dei compiti; soltanto dalla maturità politica, dalla illuminata indipendenza e dalla capacità critica delle masse, sistematicamente soffocata per decenni dalla socialdemocrazia tedesca sotto vari pretesti. Studiare criticamente la rivoluzione russa in tutti i suoi rapporti storici, è la migliore educazione che possa darsi la classe operaia, sia tedesca che internazionale, in vista dei compiti che la presente situazione le prepara.
Questi estratti dall’opera di un testimone della rivoluzione, Victor Serge, costituiscono una clamorosa smentita alla campagna ideologica ripetuta fino alla nausea cento anni dopo da tutti i mezzi di informazione, secondo cui quella dell’Ottobre 1917 non sarebbe stato che un volgare “colpo di Stato” operato da Lenin e da un pugno di bolscevichi.
Era il 6 ottobre. La conferenza democratica surrogato di un parlamento della rivoluzione, preparata da socialisti-rivoluzionari e menscevichi, si era aperta a Mosca verso la metà di settembre. Gli scioperi la costrinsero a traslocare, i camerieri degli alberghi e dei ristoranti si rifiutavano di servire i suoi membri. Si trasferì a Pietrogrado. Le sue deliberazioni erano prese sotto la protezione dei marinai, scelti tra quelli più fidati. E le baionette della sua guardia fremevano al passaggio di un tribuno bolscevico: “Quando potremo servircene?”.
Questo stato d'animo era generale nella flotta. Quindici giorni prima del 15 ottobre i marinai della squadra del Baltico, che erano in rada a Helsingfors, esigevano che non si perdesse più tempo e che l'insurrezione “consacrasse la distruzione, ormai ritenuta inevitabile della flotta da parte dei tedeschi”. Erano disposti a morire, ma per la rivoluzione. Il soviet di Kronstadt aveva rifiutato, dopo il 15 maggio, di riconoscere il governo provvisorio. Dopo i fatti di luglio, i commissari incaricati da Kerenskij di procedere all'arresto a bordo delle navi degli “agitatori bolscevichi” ottennero questa laconica risposta: “Qui siamo tutti agitatori!”. Era vero. La massa disponeva allora di innumerevoli agitatori. Delegati delle trincee si rivolsero al soviet di Pietrogrado con un linguaggio minaccioso: “Quanto tempo ancora si trascinerà questa situazione insopportabile? I soldati vi mandano a dire: se al primo novembre non si saranno iniziati i passi decisivi per le trattative di pace le trincee si vuoteranno e tutto l'esercito si precipiterà nelle retrovie. Voi ci avete dimenticati. Se non sapete trovare una via d'uscita a questa situazione verremo noi stessi qui a cacciare coi calci dei fucili i nostri nemici e voi insieme a loro”. Questa era, secondo il racconto di Trockij, la voce del fronte.
All'inizio di ottobre l'insurrezione nasceva ovunque spontaneamente, i disordini agrari si estendevano a tutto il paese.
“Le province di Tula, Tambov, Rjazan, Kaluga sono insorte. I contadini, che dalla rivoluzione aspettavano il pane e la terra, delusi, hanno preso le armi, si sono impadroniti dei raccolti dei proprietari terrieri, hanno bruciato le loro case. Il governo Kerenskij ricorre alla repressione, quando ne ha la forza. Fortunatamente le sue forze sono limitate, ‘Schiacciare l'insurrezione contadina, - l'avvisava Lenin – avrebbe significato uccidere la rivoluzione’”.
Nei soviet delle città e nell'esercito i bolscevichi, in minoranza ancora poco tempo prima, conquistano la maggioranza. Alle elezioni della Duma essi ottengono 199.377 voti su 387.262 votanti. Su 710 eletti ci sono 310 bolscevichi, 18 cadetti, 104 socialisti-rivoluzionari, 31 menscevichi e 41 di diversi gruppi. Alla vigilia della guerra civile i partiti moderati, di centro, sono sulla via della scomparsa, mentre si rafforzano i partiti estremi. Mentre i menscevichi perdono ogni influsso reale e il partito socialista-rivoluzionario, partito di governo, che sembrava fino a poco tempo prima disporre di una forza immensa, passa al terzo posto, i costituzionalisti democratici (cadetti), partito della borghesia, rinsaldano le loro fila e si rafforzano di fronte ai partiti rivoluzionari.
Alle precedenti elezioni in giugno, socialisti-rivoluzionari e menscevichi, avevano ottenuto il 70% dei voti espressi; essi scendono ora al 18%; su 17.000 soldati, 14.000 avevano votato per i bolscevichi. I soviet si trasformano. Cittadelle dei menscevichi e dei socialisti rivoluzionari, passano ai bolscevichi. Nuove maggioranze si formano. Il 31 agosto a Pietrogrado e il 6 settembre a Mosca, le mozioni presentate dai Bolscevichi ottengono per la prima volta la maggioranza. L'8 settembre gli uffici di presidenza dei due soviet, composti da menscevichi e socalisti-rivoluzionari danno le dimissioni. Il 25 settembre Trockij viene eletto presidente del Soviet di Pietrogrado. Il 20 settembre il Soviet di Taskent prende ufficialmente il potere. Le truppe del governo provvisorio 1o riprendono. Il 27 settembre il soviet di Reval decide in linea di principio di dare tutto il potere ai soviet. Pochi giorni prima della rivoluzione d'ottobre l'artiglieria democratica di Kerenskij spara sul soviet insorto di Kaluga.
Vogliamo qui sottolineare un fatto poco conosciuto. A Kazan’ le insurrezioni trionferanno prima che a Pietrogrado. Uno dei protagonisti dei fatti di Kazan´ ha così riferito un dialogo tra due militanti: “Ma cosa avreste fatto se il soviet non avesse preso il potere a Pietrogrado? - Era impossibile rinunciare al potere; la guarnigione non ce l'avrebbe permesso. - Ma Mosca vi avrebbe schiacciato! - No. Avete torto di crederlo. Mosca non sarebbe riuscita ad aver ragione dei 40.000 soldati di Kazan”.
In un immenso paese, le masse compatte delle classi lavoratrici, contadini, operai, soldati, si dirigono verso la rivoluzione. Forza elementare, irresistibile, simile a quella dell'oceano.
Le masse hanno milioni di facce; non sono affatto omogenee; sono dominate da interessi di classe diversi e contraddittori; non giungono a una vera coscienza - senza la quale non è possibile alcuna azione feconda - che attraverso l'organizzazione. Le masse insorte della Russia del 1917 pervengono alla chiara coscienza dell'azione necessaria, degli obiettivi da raggiungere, per mezzo del partito bolscevico. Non è una teoria, è l'enunciazione di un fatto. I rapporti tra il partito, la classe operaia, le masse lavoratrici ci appaiono con limpida evidenza. Quello che vogliono confusamente i marinai di Kronstadt, i soldati di Kazan´, gli operai di Pietrogrado, di Ivanovo-Voznesensk, di Mosca, ovunque, i contadini che saccheggiano le case dei signori, quello che tutti vogliono, senza avere la possibilità di esprimere con chiarezza le loro aspirazioni, di confrontarle con le possibilità economiche e politiche, di dare ad esse i fini più razionali, di scegliere i mezzi più idonei per raggiungerli, di scegliere il momento più propizio per l'azione, di intendersi da un capo all'altro del paese, di informarsi, di disciplinarsi, di coordinare i loro sforzi innumerevoli, in una parola, di costituire una forza compatta, intelligente, istruita, volontaria, prodigiosa, quello che tutti vogliono, il partito lo esprime -in termini chiari, - e lo fa. Il partito rivela loro quello che pensano. Il partito è il legame che li unisce tra di loro, da un capo all'altro del paese. I1 partito è la loro coscienza, la loro organizzazione.
Quando gli artiglieri delle corazzate del Baltico cercano una via, preoccupati del pericolo che incombe sulla rivoluzione, c'è un agitatore bolscevico che gliela mostra. Non ce n'è un'altra, è evidente. I soldati nelle trincee vogliono esprimere la loro volontà a porre fine al massacro, essi eleggono i candidati del partito bolscevico nel loro comitato. Quando i contadini, stanchi dei continui rinvii del partito socialista-rivoluzionario, si domandano se non sia ormai tempo di agire da soli, li raggiunge la voce di Lenin: “Contadino, prendi la terra!”. Quando gli operai si sentono circondati da tutte le parti dal complotto controrivoluzionario, la “Pravda” consegna loro le parole che essi sentivano e che sono anche quelle della necessità rivoluzionaria. Quando in una strada dei quartieri poveri si formano crocchi di persone davanti a un manifesto bolscevico, si sente esclamare: “Ma è così!”. È così. Questa è la loro voce.
L'avanzata delle masse verso la rivoluzione si traduce così in un grande fatto politico: i bolscevichi, piccola minoranza rivoluzionaria in marzo, in settembre-ottobre diventano il partito di maggioranza. Diventa impossibile distinguere tra il partito e le masse. È una sola ondata. Senza dubbio nella folla ci sono altri rivoluzionari sparsi, socialisti-rivoluzionari di sinistra - più numerosi - anarchici, massimalisti, che vogliono anche la rivoluzione: un pugno d'uomini trascinati dagli avvenimenti. Agitatori che si lasciano trascinare. In diverse occasioni vedremo come la loro coscienza dei fatti sia confusa. I bolscevichi, grazie alla loro concezione teorica della dinamica degli avvenimenti, si identificano insieme con le masse lavoratrici e con la necessità storica. “I comunisti non hanno interessi distinti da quelli dell'insieme del proletariato” è scritto nel Manifesto di Marx ed Engels. Questa frase scritta nel 1847 è ora più che mai giusta!
Dopo i fatti di luglio, il partito ha passato un periodo di clandestinità e di persecuzioni, è appena tollerato. Esso si organizza in colonna d'assalto. Ai suoi membri domanda abnegazione, passione e disciplina: la loro unica ricompensa sarà la soddisfazione di servire il proletariato. I suoi iscritti tuttavia aumentavano. In aprile poteva contare su 72 organizzazioni, forti di 80.000 membri. Alla fine di luglio i suoi iscritti raggiungono i 200.000, riuniti in 62 organizzazioni.
Victor Serge
L’immigrazione è un fenomeno che ha accompagnato la storia del capitalismo dalle sue origini: da sempre il proletariato è stato una classe di migranti[1]. Ma, negli ultimi anni, questa ha conosciuto un’accelerazione, in parte come conseguenza dell’acutizzazione della crisi economica, ma soprattutto a causa delle guerre: in Siria, in Iraq, nei differenti paesi dell’Africa, in Afghanistan, ecc.
A differenza delle precedenti ondate di migrazione di massa del secolo scorso, provocate anch’esse dalla miseria o da situazioni di guerra, ma dove la grande maggioranza dei migranti si integrava, più o meno rapidamente, nel paese che l’accoglieva, oggi avviene il contrario: la grande maggioranza dei migranti non possono più essere integrati, e vengono o respinti o raggruppati in campi di concentramento in cui vivono (ma sarebbe meglio dire sopravvivono) in condizioni penose e da cui cercano di fuggire dandosi a una esistenza di clandestinità (e a volte di vera illegalità).
La migrazione di massa di persone che fuggono dalla morte (poco importa se per la fame o la guerra) è dunque uno dei segni maggiori dell’avanzare di quel processo di sfaldamento della società che è in atto nella società, particolarmente dalla caduta del muro di Berlino nel 1989, e che noi abbiamo definito periodo di decomposizione. Ma occorre anche considerare che la degradazione sociale che essa induce costituisce a sua volta un motivo di un suo ulteriore aggravamento.
L’Italia è sempre stata un punto di arrivo dei migranti, ma negli ultimi due anni il fenomeno è diventato particolarmente importante, raggiungendo la cifra record di 181.436 sbarchi nel 2016 (dati del Viminale) e, secondo i dati dell’Agenzia ONU per i Rifugiati UNHCR, tra il 1 gennaio e il 31 maggio del 2017 sono già sbarcate 60.309 persone, corrispondenti a una crescita del 26% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.
I migranti che arrivano in Italia vengono soprattutto dall’Africa, da paesi che o sono molto poveri, o vivono un’instabilità politica e sociale permanente (con tutto il carico di violenza che questo implica). All’inizio l’Italia era soprattutto un paese di passaggio per i migranti; solo una piccola parte di essi vi restava (il 6% nel 2012), ma con la chiusura delle frontiere (da parte di Francia, Austria e Svizzera) il numero di migranti costretti a restare in Italia è destinato ad aumentare in maniera significativa (nel settembre 2016, dei 160.000 migranti che dovevano essere trasferiti dalla Grecia e dall’Italia verso altri paesi europei, solo 5.000 lo sono stati effettivamente).
E’ evidente che questa brusca accelerazione ha creato problemi nel dispositivo di accoglienza (e di ridistribuzione) dei migranti, così come nella percezione del fenomeno da parte della popolazione.
Se in generale l’atteggiamento della borghesia italiana è sempre stato «morbido» verso l’arrivo dei migranti, questo atteggiamento è comunque differente in funzione della composizione del governo in carica: di destra o di sinistra.
Nei periodi in cui c’era la destra al potere (governi Berlusconi), il governo poteva permettersi un atteggiamento più «duro» nella gestione degli arrivi. In particolare, la legge Bossi-Fini prevedeva una politica di «respingimenti», soprattutto dei migranti «economici». Ma in realtà questa politica era molto di facciata, visto che i migranti continuavano ad arrivare senza che ci fosse una vera azione decisa di respingimento (bisogna anche ricordare che l’ultimo governo Berlusconi ci fu nel 2011, quando il fenomeno era ancora contenuto).
Con i governi di centro-sinistra (Letta e Renzi) la politica è cambiata in un atteggiamento più «aperto» verso l’accoglienza dei migranti, con anche l’organizzazione del pattugliamento del sud del Mediterraneo (messo su con la motivazione “ufficiale” di ridurre il numero di morti in mare).
Per quanto riguarda le forze che sono all’opposizione: Forza Italia attualmente tende a non esporsi troppo, anche se, come detto prima, quando era al governo sosteneva una politica di respingimento, ma mai veramente applicata; l’M5S anche su questo mantiene un atteggiamento opportunista che cambia continuamente, secondo le convenienze: per esempio il sindaco di Roma Raggi, che all’inizio del suo mandato proponeva delle misure di integrazione, di recente ha affermato di voler meno immigrati a Roma, e gli stessi deputati del M5S hanno cambiato la loro precedente posizione, più disponibile all’accoglienza, facendosi promotori di una proposta di legge per l’espulsione degli immigrati «irregolari»[2].
Resta la Lega che, come tutti i partiti populisti di destra, incita all’odio e alla xenofobia contro i migranti, in buona compagnia dell’altro partito di destra, Fratelli d’Italia.
Come spiegare questo atteggiamento apparentemente «morbido» verso l’immigrazione?
Ci sono diverse ragioni che possono essere alla base di questa politica:
Ciò detto, bisogna subito aggiungere che questo volto accogliente è molto ipocrita: nei fatti, se non c'è una politica di rigetto dei migranti, non c'è neanche una vera politica d’integrazione. Sostanzialmente, si fanno arrivare i migranti sperando che essi continuino la loro odissea verso altri paesi, altrimenti vengono tenuti in vere e proprie galere e in condizioni che spesso sono peggiori di quelle delle prigioni stesse. Nei fatti i «centri di accoglienza» dei migranti sono spesso un affare per i diversi gruppi di clientele dei partiti politici. Se è vero che la permanenza dei migranti in Italia è un costo per lo Stato, bisogna anche dire che questi soldi servono a foraggiare questi veri e propri gruppi mafiosi, disarmati (e non)[3].
In generale la popolazione ha sempre spontaneamente mostrato un atteggiamento disponibile verso i migranti. Prima che il fenomeno della migrazione diventasse più consistente, era normale vedere sulle spiagge italiane passare degli africani che cercavano di vendere merce di diverso tipo (accendini, radioline, prodotti dell'artigianato africano, ecc.), o degli indiani (o pachistani) che vendevano bigiotteria artigianale; e anche nelle grandi città si avevano situazioni simili, con immigrati che esponevano la loro mercanzia sui marciapiedi. Di fronte a questa invasione (spesso rumorosa, ma anche gioiosa), l'atteggiamento delle persone era di simpatia, di accettazione della loro presenza; a volte si verificavano delle brevi conversazioni per meglio conoscere questi migranti (da dove vieni, come vivi, ecc.) e, soprattutto si metteva in piedi il gioco di mercanteggiare sul prezzo dei prodotti. A volte la simpatia era tale che se la polizia cercava di arrestare gli immigrati (o di impedire di vendere la loro povera mercanzia sequestrandola) le persone di passaggio intervenivano per difendere gli immigrati e permettere loro di scappare.
Anche quando gli sbarchi sono cominciati a diventare di massa, si è vista una tendenza spontanea della popolazione locale ad accogliere i migranti, dare loro da mangiare, da vestirsi, trovare loro un rifugio. L’isola di Lampedusa (uno dei luoghi privilegiati di sbarco per la sua vicinanza all'Africa) è diventata famosa per aver mantenuto questo atteggiamento per anni, con la popolazione che ha accolto un numero di migranti ben superiore al numero di abitanti dell'isola.
Evidentemente, quello di cui parliamo, è la manifestazione di una solidarietà umana e non di solidarietà di classe. La prima spinge ad aiutare perché si vede un essere umano in difficoltà, perché ci si riconosce in lui (empatia); la seconda viene dal riconoscimento dell’altro come un fratello di classe, che soffre per le stesse ragioni per cui soffri tu. La prima è un atto individuale, indirizzato ad altri in quanto individui, la seconda è un atto collettivo che si indirizza a quelli che sono i tuoi potenziali compagni di lotta. La prima è un atto che si ferma là, che non va al di là del conforto momentaneo dell’altro; la seconda è portatrice di un avanzamento nella lotta di classe, la sola che può risolvere per sempre i problemi degli sfruttati e degli esclusi[4].
Purtroppo oggi la solidarietà di classe fatica a manifestarsi. Se gli immigrati integrati in imprese regolari partecipano alle lotte, quando ci sono, in quanto compagni di lavoro, è più difficile per i lavoratori vedere nelle masse di immigrati in arrivo sulle coste italiane dei potenziali alleati e, quando sorgono manifestazioni di immigrati che protestano per ottenere miglioramenti alla loro situazione, non ci sono esempi (o sono molto rari) di lotte comuni che uniscano lavoratori italiani ed immigrati, foss'anche per rivendicazioni immediate. E’ il risultato della debolezza attuale della lotta di classe, che rende difficile l'unificazione delle lotte, e più ancora una riflessione sulle cause comuni dei problemi dei lavoratori indigeni e dei rifugiati.
In più bisogna aggiungere che oggi la situazione tende a cambiare in peggio:
Tutto questo rende un numero crescente d’immigrati dei «corpi estranei» nel paese, e, di conseguenza, anche la coabitazione e la solidarietà umana diventano sempre più difficili. Oggi, a fianco di manifestazioni di solidarietà che continuano, si cominciano a vedere anche delle manifestazioni di intolleranza verso gli immigrati, soprattutto nelle periferie delle grandi città (cioè là dove anche la vita dei locali è difficile).
Su questa situazione, creata dall'incapacità della borghesia di integrare nei cosiddetti paesi ricchi quelli che essa stessa costringe a fuggire dai propri paesi di origine, si inserisce la propaganda razzista e xenofoba delle forze populiste di destra, in particolare la Lega. Questo partito arriva ad organizzare delle manifestazioni contro gli immigrati, e lo fa in maniera subdola, cioè mettendo il dito sulle difficoltà degli italiani poveri che lo Stato «trascura per occuparsi dei migranti». «Prima gli italiani» è lo slogan con cui essa nasconde il suo razzismo e con il quale cerca di mettere i proletari indigeni contro gli immigrati.
L’impatto di queste campagne è ancora ridotto, ma in futuro esso non potrà che aggravarsi. L’unica alternativa è un risveglio della lotta e soprattutto della coscienza di classe.
Helios
[1] Il proletariato: una classe di migranti [8].
[2] Se non stessimo parlando di una tragedia, ci sarebbe di che sorridere: espulsione per gli «irregolari», ma chi stabilisce chi è «irregolare»? Gli stessi legislatori che poi vogliono espellerli!
[3] Vedi i recenti arresti di ndranghetisti in Calabria che controllavano il Centro di Accoglienza Richiedenti Asilo di Crotone, uno dei più grandi d’Europa, www.repubblica.it/cronaca/2017/05/15/news/_ndrangheta_smantellata_la_cosa_arena_68_fermi-165476854/ [9]
[4] Questa differenza ha una dimensione squisitamente politica. Va forse anche chiarita la differenza fra la solidarietà umana di cui abbiamo parlato e la «carità cristiana». La carità cristiana è qualcosa che viene dall'esterno dell’individuo: si fa la carità perché la Chiesa dice che in questa maniera si è un buon cristiano, perché si guadagnano delle indulgenze. La solidarietà di cui stiamo parlando è viceversa qualcosa che viene dall'interno dell'individuo, che è il frutto dell'empatia (e non di un imperativo categorico che viene dall'esterno), qualche cosa che fa parte della morale umana.
[5] Delphine Moralis, segretario generale di Missing Children Europe, l’organizzazione che ormai da anni si occupa soprattutto dei minori stranieri che arrivano senza genitori e in molti casi spariscono nel nulla. www.iodonna.it/attualita/in-primo-piano/2016/03/23/che-fine-fanno-i-piccoli-immigrati/?refresh_ce-cp [10].
Nonostante l’apparente temporaneo arresto dell’onda dilagante del populismo, si può dire che da qualche tempo lo scenario politico mondiale è profondamente cambiato. Saltati in larga misura i riferimenti di destra e sinistra - ridicolizzati dalle frequenti coalizioni tra ali opposte del parlamento, come nel caso della Germania e della stessa Italia - è cosa passata anche la fedeltà dell’elettorato ad una certa idea politica e dunque ad un certo partito. Per decenni, infatti, la politica dei paesi avanzati si era retta sull’esistenza di partiti storici che traevano la loro forza dal saldo controllo di determinate sezioni di popolazione, e in base a questo controllo la borghesia poteva assegnare loro il potere di governare questo o quel paese, ricorrendo alle opportune coalizioni. Le caratteristiche principali del voto popolare odierno è invece l’instabilità e l’astensione e, per conseguenza, l’imprevedibilità del suo esito. Non esistendo più una fede politica e dunque un partito di riferimento, gli elettori si orientano di volta in volta seguendo i pifferai magici che riescono meglio ad attrarli dietro il loro cammino. Possiamo giusto ricordare le manifestazioni più recenti ed eclatanti del fenomeno. Gli USA, che hanno sempre vantato la loro alternanza tra democratici e repubblicani, hanno oggi un presidente che nessuno voleva e che bisogna seguire passo passo per evitare che faccia spropositi più grandi e non più recuperabili. In Gran Bretagna, dopo decenni di alternanza sinistra/destra basata sui due partiti cardine dei laburisti e dei conservatori, la Brexit ha completamente cambiato lo scenario, ma senza che questo costituisse un inizio di crescita per un partito populista. Infatti l’UKIP, che sembrava essere l’artefice di questa “vittoria” del giugno 2016, è passato dal 12.6% delle politiche del 2015 all’inconsistente 1,8 % del 2017. D’altronde la stessa Theresa May, che aveva promosso queste ultime elezioni per consolidare e rafforzare la leadership propria e del partito conservatore, è ora alle prese con un improbabile governo con i nord-irlandesi del DUP con una risicata maggioranza, tanto che all’interno dello stesso partito conservatore è stata additata come la “morta che cammina”. La Francia, che ancora qualche mese avanti sembrava dover passare nelle mani del Front Nationale di Marine Le Pen, con le ultime elezioni ha visto quasi scomparire tutti i vecchi partiti storici per dare, con il voto di poco più di 4 elettori su 10, una maggioranza assoluta ad un partito, quello di Macron, che si era formato solo qualche mese prima.
Ma come è stato possibile un tale sconvolgimento? Come abbiamo già scritto in altri testi[1], questa situazione non è un trucco operato dalla borghesia, una manovra orchestrata da qualche grande vecchio, ma il semplice risultato di una serie di eventi usuranti che hanno agito sulla popolazione e sugli stessi settori della classe operaia, spingendo questi a non avere più fiducia in questo o quel partito e a cercare freneticamente in qualcun altro la soluzione dei propri problemi.
Ad esempio “la crisi del 2007/08 è cominciata come una crisi finanziaria dalle proporzioni enormi. Il risultato per milioni di operai, uno dei peggiori effetti, non è stato la diminuzione dei salari, l’aumento di tasse, né dei licenziamenti massicci imposti dai datori di lavoro o dallo Stato, ma la perdita delle loro case, dei loro risparmi, delle loro assicurazioni, ecc. Queste perdite, a livello finanziario, appaiono come quelle di cittadini della società borghese, non sono specifiche della classe operaia. Le loro cause restano poco chiare, favorendo la personalizzazione e la teoria del complotto. (…) Diversamente dalle manifestazioni di crisi più centrate sul settore di produzione, come licenziamenti e riduzioni di salario, gli effetti negativi sulla popolazione delle crisi finanziarie e monetarie sono molto più astratti e oscuri. (…) Senza l’aiuto del marxismo non è facile afferrare i legami reali tra, per esempio, un crac finanziario a Manhattan e il deficit di pagamento che ne risulta di una compagnia di assicurazioni o anche di uno Stato in un altro continente. Tali spettacolari sistemi d’interdipendenza, creati ciecamente tra paesi, popolazioni, classi sociali, che funzionano alle spalle dei protagonisti, conducono facilmente alla personalizzazione e alla paranoia sociale. Il fatto che l’accentuazione recente della crisi del capitalismo sia stata anche una crisi finanziaria e delle banche, legata alle bolle speculative e alla loro esplosione, non è soltanto propaganda borghese. Il fatto che una falsa manovra speculativa a Tokio o a New York possa scatenare il fallimento di una banca in Islanda, o scuotere il mercato immobiliare in Irlanda, non è una finzione ma una realtà. Solo il capitalismo crea una tale interdipendenza di vita e di morte tra persone che sono completamente estranee le une alle altre, tra protagonisti che non sono nemmeno coscienti della loro reciproca esistenza. È veramente difficile per gli esseri umani far fronte a tali livelli di astrazione, siano essi intellettuali o emotivi. Questa incapacità a capire il reale meccanismo del capitalismo porta dunque alla personalizzazione, che attribuisce tutta la colpa alle forze del male che pianificano deliberatamente come nuocerci. È tanto più importante comprendere oggi questa distinzione tra i diversi tipi di attacchi, in quanto non è più principalmente la piccola borghesia o le cosiddette classi medie a perdere i loro risparmi, come avvenne nel 1923, ma milioni di lavoratori che possiedono o tentano di possedere un proprio alloggio, dei risparmi, un’assicurazione, ecc.” [2]
Dinamiche di questo tipo sono presenti anche in Italia e un episodio significativo ci sembra essere quello del referendum costituzionale del dicembre 2016, indetto per confermare una legge che non aveva ricevuto la maggioranza dei 2/3 del Parlamento. Contrariamente ad altri casi, questa consultazione non richiedeva che fosse raggiunto il quorum del 50%+1 degli iscritti alle liste elettorali, ma solo la maggioranza relativa dei votanti.
La legge oggetto di consultazione referendaria era quella che prevedeva la cosiddetta abolizione del Senato, di fatto una sua profonda trasformazione e ridimensionamento, per permettere di velocizzare il funzionamento del parlamento, ma senza intaccare granché i cittadini. Si prevedeva in questo caso, come in altri referendum precedenti, che non ci sarebbe stata una grande affluenza alle urne. Ma in questo caso il governo Renzi ha commesso un grave errore. La proposta di riforma è stata accompagnata dalla dichiarazione secondo la quale il capo del governo si sarebbe dimesso e avrebbe addirittura abbandonato definitivamente la politica se la riforma non fosse stata approvata. Il risultato è stato quello di attirare una percentuale incredibilmente elevata per un referendum, il 68,5% della popolazione, che ha sancito la bocciatura del governo con il 59% di no contro il 41% di si.
La scelta di Renzi di promettere le proprie dimissioni in caso d’insuccesso del referendum si è rivelato nel tempo un errore fatale. Essa ha infatti incoraggiato tutti quelli che, esasperati da decenni di difficoltà economiche e di continui peggioramenti del proprio tenore di vita, hanno ritenuto, contrariamente ad altri referendum, di avere nelle loro mani lo strumento per mandare a casa il governo del paese, e l’hanno fatto.
L’Italia, infatti, con la Spagna, la Grecia, il Portogallo e l’Irlanda, è uno dei paesi a maggiore rischio economico e la mancanza di competitività della sua economia, legata a un invecchiamento della sua struttura produttiva e alla mancanza d’investimenti, si traduce nella stentata crescita del PIL. Le condizioni economiche della popolazione lavorativa sono peggiorate, mentre tutta la nuova generazione, dai 18 anni fino ad oltre 30 anni, resta completamente abbandonata a sé stessa[3]. In una società in cui le possibilità di impiego sono ridotte e dove il posto fisso è diventato un concetto astratto, senza alcun legame con la realtà, un numero rilevante di giovani fanno la scelta di emigrare in paesi ritenuti non essere in crisi, con delle maggiori possibilità di impiego. Infatti, mentre negli anni ’60, ’70, etc., il tempo necessario per inserirsi nel mondo del lavoro era ridotto a qualche mese, massimo qualche anno, oggi assistiamo al fatto che molti giovani che hanno superato i 30 anni, con una serie incredibile di titoli di studio, vivono ancora presso i loro genitori alla ricerca di un lavoro per poter vivere. La sola solidarietà per questi giovani viene dalle loro famiglie nella misura in cui riescono ancora a sostenerli. Ma se per i giovani il problema maggiore è la mancanza assoluta di prospettive, la vecchia generazione soffre per la mancanza di stabilità, per l’incertezza della loro situazione. Per esempio l’incertezza di conservare il posto di lavoro, l’incertezza di poter arrivare alla pensione o ad una pensione decente, o ancora di poter ricevere una buonuscita per aiutare i propri figli e garantirsi una vecchiaia serena. Alcuni, come gli esodati, per una maldestra legge dello Stato, si sono visti improvvisamente privati di qualunque possibilità di mantenersi.
Oggi abbiamo, dunque, che la nostra classe, il proletariato, pur vivendo delle sofferenze enormi, non riesce a trovare una via per esprimersi in prima persona, sul proprio terreno di classe. La confusione e il disorientamento nei suoi ranghi esprimono la pesante impasse di questa fase. Ma occorre pure capire che non significa nulla cercare una soluzione in un’opposizione cieca e sul piano elettorale, che è comunque un piano di azione dei padroni. Il populismo, qualunque sia la sua espressione, non potrà mai essere la voce della classe operaia ma solo una mistificazione per toglierle a questa l’iniziativa e il coraggio di intraprendere la sua azione.
Ezechiele, 1 luglio 2017
[1] Vedi in particolare “Sul problema del populismo [13]”.
[2] idem
[3] La disoccupazione giovanile, che l’ISTAT calcola sulla popolazione giovanile dai 15 ai 24 anni, è raddoppiata dal 2007 al dicembre 2016, superando in questa seconda data il 40% (https://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-01-31/istat-disoccupazione-giovani-risale-401percento-100915.shtml?uuid=AEVOdGL [14]).
Al crepuscolo dell’antica Roma, gli imperatori folli erano più la regola che l'eccezione. Pochi storici oramai dubitano che questi fossero il segno della decadenza generale dell'impero. Oggi, un clown spaventoso è stato fatto re dello Stato più potente del mondo e, tuttavia, nessuno sembra comprendere che questo è solamente il segno che la civiltà capitalista ha raggiunto uno stadio avanzato di decadenza. L'apparizione del populismo negli epicentri del sistema che, in un breve lasso di tempo, ci ha portato contemporaneamente alla Brexit e alla vittoria di Donald Trump, esprime il fatto che la classe dominante sta perdendo il controllo della macchina politica utilizzata per decenni per controllare la tendenza naturale del capitalismo al suo crollo. Stiamo assistendo ad un'enorme crisi politica prodotta dall'accelerata decomposizione di tutto l'ordine sociale, a causa della completa incapacità della classe dominante ad offrire all'umanità una qualsiasi prospettiva per il futuro. Ma il populismo è anche un prodotto dell'incapacità del proletariato, la classe sfruttata, a portare avanti un'alternativa rivoluzionaria, che ha per risultato l’esistenza del grave pericolo di essere trascinato in una reazione basata sulla rabbia impotente, la paura, la trasformazione di minoranze in capri espiatori e l'illusoria ricerca di un ritorno a un passato che, in realtà, non è mai esistito in quanto tale. Quest’analisi delle radici del populismo come fenomeno globale è sviluppata maggiormente nel nostro articolo Sul problema del populismo [13], che invitiamo tutti i nostri lettori a leggere, così come la nostra prima risposta al risultato della Brexit e al momento della candidatura Trump Degli scivoloni per la borghesia che non presagiscono niente di buono per il proletariato [16], entrambi pubblicati sul nostro sito web.
Abbiamo anche pubblicato, sul sito inglese, un articolo del nostro simpatizzante americano Henk: "Trump o Clinton: nessuno dei due è una buona scelta, né per la borghesia, né per il proletariato" (Trump v Clinton: Nothing but bad choices for the bourgeoisie and for the proletariat [17]). Questo articolo, scritto ad inizio ottobre, esaminava gli sforzi frenetici delle frazioni più "responsabili" della borghesia americana, sia democratica che repubblicana, per impedire a Trump di accedere alla Casa Bianca[1]. Evidentemente questi sforzi sono falliti e una delle cause più immediate di questo insuccesso resterà l'incredibile intervento del direttore dell’FBI, James Comey, proprio nel momento in cui la Clinton sembrava essere in vantaggio nei sondaggi. L’FBI, il vero cuore dell'apparato di Stato americano, ha pesantemente compromesso le probabilità di successo della Clinton quando ha annunciato che quest’ultima poteva essere oggetto di indagini da parte dell’FBI che stava investigando sull'uso che lei aveva fatto di un server privato di mail, cosa che era contro i principi più elementari della sicurezza dello Stato. Una settimana dopo, Comey tentava di fare marcia indietro annunciando che non c'era niente di compromettente negli elementi che l’FBI aveva esaminato. Ma il danno era fatto e l’FBI ha dato un ulteriore contributo alla campagna di Trump i cui sostenitori hanno cantato a squarciagola lo slogan: «Rinchiudetela». L'intervento dell’FBI è solamente una nuova espressione della crescente perdita di controllo politico dell’apparato statale.
L'articolo "Trump o Clinton" inizia riaffermando chiaramente la posizione comunista sulla democrazia borghese e le elezioni nel periodo storico che viviamo: esse sono solamente una gigantesca truffa, e pertanto non offrono alcuna scelta per la classe operaia. È probabile che durante questa elezione l'assenza di scelta sia stata una delle più rimarchevoli, un combattimento tra il saltimbanco Trump, arrogante, apertamente razzista e misogino e la Clinton, che personifica l'ordine "neoliberale", la forma dominante di capitalismo di Stato che regna da tre decenni. Confrontato a una scelta tra la peste e il colera, una parte importante dell'elettorato, come capita sempre nelle elezioni americane, non è andata a votare; una stima iniziale della partecipazione ha dato una cifra di poco più del 54%, al di sotto di quella del 2012, malgrado tutte le pressioni per andare a votare. Allo stesso tempo, molti di quelli che erano critici nei confronti dei due campi, particolarmente quello di Trump, hanno preferito votare Hillary come male minore. Per quanto ci riguarda sappiamo che astenersi dal votare alle elezioni borghesi proprio perché non si ha nessuna illusione sulla scelta proposta è solamente un inizio di saggezza: il che è essenziale, sebbene sia molto difficile, quando la classe non agisce in quanto classe, mostrare che esiste un altro modo di organizzare la società che passa attraverso la distruzione dello Stato capitalista. Ed in questo periodo post elettorale, questo rigetto della politica e dell'ordine sociale esistente, questa insistenza sulla necessità per la classe operaia di battersi per i propri interessi contro e fuori la prigione dello Stato borghese, non è meno rilevante, perché molti andranno oltre il semplice riflesso anti Trump, che è solamente un tipo di antifascismo riveduto e corretto[2] che alla fine non potrà che allinearsi su una o l'altra fazione "democratica" della borghesia, molto probabilmente con quella che parlerà più di classe operaia e di socialismo, come ha fatto Bernie Sanders durante le primarie democratiche[3].
In questo articolo non intendiamo analizzare nei dettagli i motivi e la composizione sociale dell'elettorato di Trump. Non c'è alcun dubbio che la misoginia, la retorica antifemminista, che sono state così centrali nella sua campagna, abbiano giocato un certo ruolo e dovrebbero essere oggetto di uno studio particolare, soprattutto come elemento del "ritorno del maschio" in reazione ai cambiamenti sociali e ideologici nelle relazioni di generi durante l'ultimo decennio. Allo stesso modo, abbiamo assistito ad un sinistro sviluppo del razzismo e della xenofobia in tutti i paesi centrali del capitalismo, e ciò ha giocato un ruolo chiave nella campagna di Trump. Tuttavia, esistono degli elementi particolari nel razzismo negli Stati Uniti che devono essere analizzati: sul breve periodo, la reazione alla presidenza di Obama e la versione americana della "crisi dei migranti"; sul lungo, tutta l'eredità dello schiavismo e della segregazione. Alla vista dei primi risultati elettorali si può intravedere la lunga storia della divisione razziale negli Stati Uniti attraverso il voto pro Trump che è stato soprattutto “bianco” (anche se ha mobilitato un numero molto significativo di "ispanici"), allorché l’88% circa degli elettori neri ha scelto la Clinton. Ritorneremo su queste questioni in futuri articoli.
Ma, come riportato nel nostro contributo sul populismo, pensiamo che probabilmente l'elemento più importante della vittoria di Trump sia stata la rabbia contro l'"élite" neo liberale, essa stessa identificata con la globalizzazione e la finanziarizzazione dell'economia, dei processi macroeconomici, che hanno arricchito una piccola minoranza a spese della maggioranza, ed innanzitutto a spese della classe operaia delle vecchie industrie manifatturiere e minerarie. La “globalizzazione” ha significato lo smantellamento delle industrie manifatturiere e il loro trasferimento verso paesi come la Cina, dove la mano d’opera è molto meno cara ed il profitto di conseguenza ben più elevato. Questo ha significato anche la "libertà di circolazione del lavoro", ciò che per il capitalismo è un altro mezzo per abbassare i costi di mano d'opera attraverso la migrazione dai paesi "poveri" verso i paesi "ricchi". La finanziarizzazione ha significato per la maggioranza il dominio di leggi di mercato sempre più misteriose nella vita economica. Più concretamente ciò ha significato il crac del 2008 che ha rovinato tanti investitori ed aspiranti proprietari.
Ancora una volta, ma occorrerebbero studi statistici più dettagliati, sembra che la base elettorale della campagna di Trump sia stata il sostegno di bianchi poco istruiti ed in particolare operai della “Rast Belt” ("cintura della ruggine"), i nuovi deserti industriali che hanno votato Trump per protestare contro l'ordine politico esistente, personificato dalla sedicente "élite liberale metropolitana". Molti di questi stessi lavoratori e regioni, nelle precedenti elezioni, avevano votato per Obama ed hanno anche sostenuto Bernie Sanders alle primarie dei democratici. Il loro voto è stato innanzitutto un voto contro; contro la crescente diseguaglianza, contro un sistema che secondo loro li ha privati, insieme ai loro figli, di ogni futuro. Ma questa opposizione ha avuto come sfondo soprattutto l'assenza totale di ogni movimento reale della classe operaia, e quindi ha nutrito la visione populista che rimprovera alle élite di avere venduto il paese agli investitori stranieri, di avere dato dei particolari privilegi ai migranti, ai profughi e alle minoranze etniche, a spese della classe operaia "nativa", ed alle operaie a spese degli operai maschi. Gli elementi razzisti e misogini del trumpismo camminano mano nella mano con gli attacchi retorici contro le "élite".
Non speculeremo su ciò che sarà la presidenza Trump o quale politica proverà a portare avanti. Ciò che caratterizza innanzitutto Trump è la sua imprevedibilità, non sarà dunque facile prevedere le conseguenze del suo regno. Tuttavia, se Trump ha potuto raccontare ad ogni piè sospinto tutto ed il suo contrario, senza che ciò sembrasse turbare per niente i suoi sostenitori, questo non significa che quello che ha funzionato durante la campagna possa funzionare ancora e bene una volta al governo. Così Trump ha presentato se stesso come l'archetipo del self-made man (l’uomo che si è fatto da sé), e parla di liberare il businessman americano dalla burocrazia, ma anche di un programma massiccio di restaurazione delle infrastrutture nei centri cittadini, di costruzione di strade, scuole ed ospedali, di rivitalizzazione dell'industria dei carburanti fossili abolendo i limiti imposti dalla protezione ambientalista, e tutto ciò implica un intervento pesante dello Stato capitalista nell'economia. Si è impegnato anche ad espellere milioni di immigrati illegali in un momento in cui gran parte dell'economia americana dipende da questa mano d'opera a buon mercato. In politica estera, ha combinato il linguaggio dell'isolazionismo e della ritirata (per esempio minacciando di ridurre l'impegno americano nella NATO) a quello dell'interventismo, come quando ha minacciato di "bombardare il diabolico Stato Islamico", promettendo di aumentare i bilanci militari.
Ciò che sembra certo è che la presidenza di Trump sarà segnata da conflitti, sia interni alla classe dominante sia tra lo Stato e la società. È vero che il discorso di vittoria di Trump è stato un modello di riconciliazione: lui sarà il "presidente di tutti gli americani". E Obama, prima di riceverlo alla Casa Bianca, si è augurato la più dolce delle transizioni possibile. Inoltre, il fatto che adesso c'è una larga maggioranza repubblicana al Senato ed al Congresso può significare (se l'establishment repubblicano riesce a superare la sua profonda antipatia verso Trump), che lui sarà capace di avere il loro sostegno per un certo numero di decisioni, anche se le più demagogiche potrebbero ben essere messe in aspettativa. Ma i segni di tensioni e di scoppi futuri non sono difficili da vedere. Una parte della gerarchia militare, per esempio, è molto ostile verso certe opzioni di politica estera, come il persistente scetticismo di Trump verso la NATO o la sua ammirazione per Putin che potrebbe tradursi in tentativi di sabotare gli sforzi americani per bloccare il pericoloso riemergere dell'imperialismo russo nell'Europa dell'Est o in Medio Oriente. Alcune delle sue opzioni di politica interna potrebbero provocare un'opposizione dell'apparato di sicurezza, della burocrazia federale e di certe parti dell'alta borghesia che potrebbero decidere di assicurarsi di non essere condotte al suicidio da Trump. Intanto, la scomparsa politica della "dinastia Clinton" permetterà alle nuove opposizioni di emergere e provocherà forse delle scissioni in seno al Partito democratico, con l'uscita probabile di un'ala sinistra intorno a personaggi quali Bernie Sanders, che cercherà di capitalizzare sfruttando l'atmosfera di ostilità verso l'establishment economico e politico.
A livello sociale, (la Gran Bretagna del dopo Brexit ne può dare un'idea) probabilmente vedremo una sinistra fioritura di xenofobia "popolare" e di gruppi apertamente razzisti che si sentiranno incoraggiati a realizzare i loro spettri di violenza e di dominio; allo stesso tempo, la repressione poliziesca contro le minoranze etniche potrebbe raggiungere nuovi livelli. E se Trump comincia seriamente a realizzare il suo programma di mettere in galera e espellere gli "illegali", ciò potrebbe provocare delle resistenze di strada, in continuità con i movimenti che abbiamo visto svilupparsi in questi ultimi anni in seguito agli omicidi di negri da parte della polizia. Da quando è stato proclamato il risultato dell'elezione, abbiamo assistito a una serie di manifestazioni di collera in differenti città in tutti gli Stati Uniti cui hanno partecipato giovani assolutamente scoraggiati dalla prospettiva di un governo condotto da Trump.
A livello internazionale, la vittoria di Trump somiglia, come lui stesso ha detto, ad una "Brexit al cubo". Essa ha già dato un impressionante impulso ai partiti populisti di destra in Europa occidentale, in particolare al Fronte Nazionale in Francia, mentre si profilano le elezioni presidenziali del 2017. Questi partiti vogliono ritirarsi dalle organizzazioni multilaterali del commercio ed attuare un protezionismo economico. Le dichiarazioni più aggressive di Trump sono state indirizzate contro la competizione economica cinese, e ciò può significare che ci stiamo imbarcando in una guerra economica che, come negli anni 30, contrarrebbe ancora di più un mercato mondiale già saturo. Il modello neoliberista ha servito bene il capitalismo mondiale durante i due ultimi decenni, ma ora si avvicina ai suoi limiti, e ciò che ci attende è che il pericolo della tendenza al "ciascuno per sé" che abbiamo visto svilupparsi a livello imperialistico, valichi il confine della sfera economica, dove finora è stata, bene o male, tenuta sotto controllo. Trump ha anche dichiarato che il riscaldamento climatico è una menzogna inventata dai cinesi per sostenere le loro esportazioni e che ha l'intenzione di mettere in discussione tutti gli attuali accordi internazionali sul cambiamento climatico. Sappiamo già quanto questi accordi siano limitati, ma distruggerli significherebbe immergerci ancora più profondamente nel disastro ecologico mondiale che si annuncia.
Lo ripetiamo: Trump simboleggia una borghesia che ha perso veramente ogni prospettiva per la società attuale. La sua vanità ed il suo narcisismo non significano solo che lui è pazzo, ma personificano la follia di un sistema che ha esaurito tutte le sue opzioni, salvo quella della guerra mondiale. Malgrado la sua decadenza, la classe dominante è stata capace per un secolo di utilizzare il suo apparato politico e militare - in altri termini, il suo intervento cosciente in quanto classe - per impedire una completa perdita di controllo, un ultimo sforzo di fronte alla tendenza intrinseca del capitalismo a precipitare verso il caos. Adesso si evidenziano i limiti di questo controllo, anche se non bisogna sottovalutare la capacità del nostro nemico di trovare nuove soluzioni temporanee. Il problema per la nostra classe è che l'evidente bancarotta della borghesia a tutti i livelli - economico, politico, morale - non genera, eccetto che in piccoli gruppi di rivoluzionari, critiche rivoluzionarie al sistema, ma piuttosto rabbia e il veleno della divisione tra le nostre fila. Ciò significa una seria minaccia per la possibilità futura di sostituire il capitalismo con una società umana.
Tuttavia, una delle ragioni per le quali la guerra mondiale non è oggi possibile, malgrado la severità della crisi del capitalismo, è che la classe operaia non è stata sconfitta in scontri aperti e possiede ancora delle intatte capacità di resistenza, così come abbiamo visto durante differenti movimenti di massa durante l'ultimo decennio: la lotta degli studenti francesi nel 2006 contro il CPE, la rivolta degli "Indignados" in Spagna nel 2011 o ancora il movimento degli Occupy negli Stati Uniti lo stesso anno. In America, possiamo distinguere gli araldi di questa resistenza nelle manifestazioni contro gli omicidi commessi dalla polizia e nelle manifestazioni anti Trump che hanno seguito la sua elezione, anche se questi movimenti non hanno preso un reale carattere di classe e sono stati molto vulnerabili al recupero da parte di politici professionisti della sinistra, da differenti categorie di nazionalisti o dall'ideologia democratica. Affinché la classe operaia possa superare al tempo stesso la minaccia populista e la falsa alternativa offerta dall'ala sinistra del Capitale, occorre qualche cosa di più profondo, un movimento d’indipendenza proletario che sia capace di comprendere se stesso come movimento politico e che possa riappropriarsi delle tradizioni comuniste della nostra classe. Ciò non è per l’immediato, ma già da oggi i rivoluzionari hanno un ruolo da giocare per preparare un tale movimento, in primo luogo combattendo per la chiarezza politica e teorica che può illuminare la strada attraverso la nebbia dell'ideologia capitalista sotto tutte le sue forme.
Amos, le 13/11/2016
1. Un esempio per mostrare fino a che punto si è sviluppata l'opposizione repubblicana a Trump: lo stesso ex presidente George W. Bush, pur non essendo affatto della sinistra del partito, ha annunciato che avrebbe votato scheda bianca piuttosto che Trump.
2. Il nostro rigetto della politica di alleanze "antifasciste" con qualche settore della classe dominante è un’eredità della Sinistra comunista d’Italia che comprese correttamente che l'antifascismo era solamente un mezzo per reclutare la classe operaia nella guerra. Vedi “Antifascismo: formula di confusione”, un testo della rivista Bilan (maggio 1934) ripubblicato nella Rivista Internazionale n°24 https://it.internationalism.org/rint/24_Bilan [18]
3. Per approfondire su Sanders, leggi l'articolo (in inglese): “Trump vs Clinton”, https://en.internationalism.org/icconline/201610/14149/trump-v-clinton-nothing-bad-choices-bourgeoisie-and-proletariat [17]
Nel numero n.519 (marzo-aprile-maggio2016), Le Prolétaire, organo di stampa del Partito Comunista Internazionale (PCI) fa una critica del nostro articolo: Attentati a Parigi, abbasso il terrorismo! Abbasso la guerra! Abbasso il capitalismo![1]
Nel considerarci “superficiali” e “impressionabili”, il PCI ironizza sul fatto che “La CCI è scioccata” per gli attentati, da qui il titolo dell'articolo preso in prestito dalla scrittrice Amélie Nothomb, Stupore e tremori. In effetti, Le Prolétaire confonde l'indignazione proletaria di fronte alla barbarie con ciò che immagina essere della sensibilità leziosa piccolo-borghese o del pacifismo.
Prima di rispondere a queste critiche e indipendentemente dai disaccordi che possiamo avere con questa organizzazione, ci teniamo innanzitutto a salutare la sua iniziativa polemica. Le polemiche nell'ambito rivoluzionario sono sempre state la linfa vivificante della lotta rivoluzionaria. Troppo poco frequenti oggi, sono tanto più preziose in particolare tra le organizzazioni che difendono i principi della Sinistra comunista. Esse sono indispensabili al chiarimento politico. Devono permettere un confronto delle posizioni politiche per alimentare la riflessione a favore dell’indispensabile elaborazione teorica necessaria ad orientare il proletariato e le sue minoranze alla ricerca di una coerenza delle posizioni rivoluzionarie.
Non possiamo purtroppo rispondere qui a tutte le questioni sollevate in questo testo. A noi sembra prioritaria la questione nazionale in particolare perché in discussione tra gli elementi vicini al PCI[2]. En effetti, alla lettura dell'articolo di Le Prolétaire, appare che nell'ambito degli elementi che gravitano attorno alle posizioni “bordighiste” esiste un'interrogazione che mette in gioco la questione della nazione e dell'internazionalismo. Apprendiamo, infatti, che un partecipante a una riunione del PCI, insieme ad altri, si è seriamente chiesto se occorresse o no “condannare” l’ISIS, in virtù del “principio della lotta anti-imperialista”!
Questa problematica viene così riformulata da Le Prolétaire: “Bisognerebbe forse concluderne che l’IS rappresenterebbe una forza borghese anti-imperialista, una forza che, scuotendo lo status quo, lavorerebbe senza volerlo a favore della futura rivoluzione proletaria attraverso l’aumento del caos e l'indebolimento dell’imperialismo nella regione? Una forza che bisognerebbe dunque, più o meno, sostenere nonostante la sua brutalità e i suoi sinistri tratti reazionari?”. La risposta di Le Prolétaire a proposito di tale sostegno (o, come dice il PCI questo “più o meno sostegno”) è negativa. Ciò dimostra che i compagni del PCI si pongono dal punto di vista della classe operaia. D'altra parte si può osservare che il loro approccio sulla questione nazionale non è affatto quello degli anni 80, quando mettevano avanti la possibilità di “una lotta di liberazione del popolo palestinese”.
Ma quali sono oggi le argomentazione di Le Prolétaire? Ecco una prima affermazione: “A causa dell'assenza di qualsiasi forza proletaria, l’IS, come pure le altre formazioni armate 'moderate' o radicali, è stata la risposta contro-rivoluzionaria borghese – e non medievale o tribale – allo scombussolamento degli equilibri nazionali e regionali. L’IS non lotta per estendere il caos e indebolire l'ordine borghese, ma per restaurare quest’ultimo a suo profitto (...)”. I compagni del PCI parlano giustamente “dell'assenza di qualsiasi forza proletaria”. Ma nel passaggio di un altro articolo dello stesso numero, in risposta a questi stessi simpatizzanti, Le Prolétaire aggiunge: “L’ISIS è un nemico dei proletari, prima dei proletari della Siria e dell’Iraq, poi dei proletari dei paesi imperialisti. Prima di fare attentati in Europa, ha fatto attentati in Iraq ed altrove. Prima di fare attentati in Iraq ed altrove, ha represso i proletari nelle regioni che controlla (caso dei proletari dei trasporti a Mosul che avevano fatto un'azione di rivendicazione per le loro condizioni di lavoro e che per questa ragione sono stati giustiziati dall’ISIS)”. Un problema importante riguarda secondo noi la formulazione che evoca i proletari “dei paesi imperialisti”. In effetti, i compagni presuppongono che oggi alcuni paesi non sarebbero imperialisti. Non condividiamo assolutamente questo punto di vista. Il PCI prosegue affermando: “I proletari devono lottare contro tutte le oppressioni nazionali, per l'autodeterminazione e la libertà di separazione di tutti i popoli oppressi o colonizzati; non perché il loro ideale è la creazione di Stati borghesi, ma perché, affinché possano unirsi i proletari dei paesi dominanti e i proletari dei paesi dominati, i primi devono dimostrare nei fatti di non essere solidali all'oppressione che esercita la 'loro' borghesia e il 'loro' Stato ma, al contrario, che la combattono non solo a parole ma possibilmente in pratica. È il solo modo perché la proposta che fanno ai proletari dei paesi dominati, di unirsi su basi di classe anti-borghesi, possa essere compresa”. Questa posizione, che differisce dalle elucubrazioni nazionalistiche della sinistra del capitale, non è meno pericolosa e ambigua nelle sue premesse. Essa separa i proletari dei paesi “dominanti” da quelli dei paesi “dominati” e resta rinchiusa nella problematica “delle oppressioni nazionali”. Ma si potrebbe obiettare: questa posizione di Le Prolétaire, non è stata ereditata dalla tradizione del movimento operaio del passato?
In effetti, è stato così fino a che le condizioni storiche non sono cambiate radicalmente e che l'esperienza di nuove lotte non ha messo in discussione delle pratiche diventate inadeguate per la lotta operaia. Al suo primo congresso nel marzo 1919, l’Internazionale comunista riconosce che il capitalismo si trova nella sua fase di declino e fa riferimento al bisogno di una lotta internazionale del proletariato. Il Manifesto dell'Internazionale ai proletari del mondo intero, inizia con il riconoscere che “Lo Stato nazionale, dopo avere dato un impulso vigoroso allo sviluppo capitalista, è diventato troppo stretto per l'espansione delle forze produttive”[3]. Nella stessa logica, si sottolinea che “solo la rivoluzione proletaria può garantire alle plebi un'esistenza libera, poiché libererà le forze produttive di tutti i paesi dalle tenaglie degli Stati nazionali”. Il proletariato può dunque affrancarsi solo nel quadro di una lotta mondiale, in uno stesso movimento globale, unitario, che comprenda le roccaforti delle grandi metropoli. Come diceva Lenin, “i fatti sono testardi”. La tattica che era stata adottata dai bolscevichi, pensando di poter tutto sommato realizzare l'estensione della rivoluzione mondiale sostenendosi sul vecchio principio della liberazione nazionale, fu un terribile fiasco che fece precipitare il proletariato verso lo schiacciamento e la sconfitta. Gli esempi sono numerosi. In Finlandia la borghesia locale “liberata” approfittò “del regalo” dei bolscevichi per schiacciare l'insurrezione operaia nel gennaio 1918. Nei paese baltici, lo stesso anno, “la liberazione nazionale” permetteva alla borghesia britannica di schiacciare tranquillamente la rivoluzione sotto i tiri dei cannoni della marina!
I contributi critici più fertili sulla questione nazionale furono elaborati molto presto e con molta chiarezza da parte di Rosa Luxemburg:
“Sono gli stessi bolscevichi che hanno accentuato enormemente le difficoltà materiali, presentate dalla situazione, con una parola d’ordine messa in primo piano della loro politica: cioè ciò che si chiama il diritto delle nazioni a disporre di se stesse, o meglio ciò che si nascondeva sotto questa formula: lo spezzettamento della Russia come Stato (…) difensore dell’indipendenza nazionale fino al separatismo (…) Lenin e compagni si immaginavano che la Finlandia, la Polonia, la Lituania, l’Ucraina, i paesi balcanici, ecc. da essi liberati divenissero tanti alleati fedeli della rivoluzione russa. Noi abbiamo assistito allo spettacolo opposto: l’una dopo l’altra tali Nazioni hanno approfittato della libertà recentemente acquistata per allearsi all’imperialismo tedesco come nemiche mortali della rivoluzione russa e portare in Russia il vessillo della controrivoluzione”[4]
Nonostante al primo congresso dell’Internazionale comunista fosse emerso qualche elemento di chiarezza su questa questione, le sconfitte operaie successive e l'aumento dell'opportunismo avrebbero fagocitato questi fragili sforzi e favorito la regressione teorica. La lucida critica di Rosa Luxemburg sarà ripresa soltanto in modo molto minoritario da una parte della Sinistra italiana, in particolare da Bilan, la cui posizione fu ereditata da Internationalisme e oggi è difesa dalla CCI. Dopo l'ondata rivoluzionaria degli anni 20 e la sconfitta che portò al terribile periodo di controrivoluzione stalinista, nessuna presunta lotta di liberazione nazionale ha potuto produrre altro se non massacri e inquadramento dietro le nazioni e le potenze imperialiste rivali. Quello che all’epoca di Lenin poteva essere considerato un tragico errore, si è chiaramente attestato successivamente attraverso crimini sanguinari. Dalla prima guerra mondiale e con il declino storico del sistema capitalista, tutte le nazioni, grandi o piccole, sono diventate in realtà anelli di una catena imperialista che getta il mondo in una guerra permanente. In tutte le situazioni sono all’opera manovre imperialiste, indipendentemente dalla nazione considerata, mentre il proletariato non è che l'ostaggio della pretesa “liberazione” contro un'altra frazione borghese, e si trova contrapposto ai suoi fratelli di classe anch’essi sacrificati. E’ stato il caso, ad esempio, del Sudan che dopo l’indipendenza nel 1956 visse una guerra civile terribile, strumentalizzata dai blocchi imperialisti dell'Est e dell'Ovest, che provocò almeno due milioni di morti. In Angola, dopo i primi sollevamenti a Luanda nel 1961 e l'indipendenza nel 1975, anni e anni di guerra opposero le forze del MPLA al potere (Movimento di Liberazione dell'Angola, sostenuto dall'URSS) e i ribelli dell'UNITA (sostenuti dal Sudafrica e gli USA). Il bilancio di questa “lotta di liberazione” è stato di circa un milione di morti. In seguito, la decolonizzazione e il contesto della Guerra fredda ne saranno illustrazioni continue, dove i proletari saranno solo un carne da cannone dietro le bandiere nazionali.
Se Le Prolétaire non sostiene l’ISIS e se ha saputo evolvere sulla questione nazionale, tuttavia conserva alcune confusioni che lo hanno portato in passato ad abbandonare in maniera puntuale la posizione dell'internazionalismo proletario sostenendo, anche se in modo critico, le forze capitaliste dell’OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina), come mostra questo passaggio redatto all'epoca: “Con il suo impatto nelle masse arabe, la lotta contro Israele costituisce una leva formidabile nella lotta sociale e rivoluzionaria”[5]. Il quadro della lotta di liberazione nazionale, che poteva soltanto portarlo al fiasco politico, era così teorizzato da Le Prolétaire: “Il marxismo intransigente, gli riconosce, anche dove l'intervento autonomo del proletariato non ha potuto o non può ancora prodursi, anche se queste rivoluzioni non hanno potuto superare un orizzonte nazionale e democratico, il valore autenticamente rivoluzionario di sconvolgimenti tanto giganteschi quanto quelli che si sono prodotti in Oriente nel corso degli ultimi 60 anni, e che sarebbe vano ignorare col pretesto che non hanno portato al socialismo”[6].
L'abbandono puntuale della posizione di classe internazionalista a proposito del conflitto Israeliano-palestinese provocò una grave crisi all’interno del PCI che culminò con il suo smembramento con El Oumami sulla base di un posizionamento apertamente nazionalistico arabo che appunto abbiamo denunciato all'epoca: “Per El Oumami, 1’'unione sacra ebrea' fa scomparire gli antagonismi di classe all'interno di Israele. Inutile dunque fare appelli al proletariato di Israele. Questo è esattamente come ‘popolo tedesco, popolo maledetto' di staliniana memoria durante la seconda guerra mondiale. E quando durante la manifestazione 'OLP-solidarietà', al grido di 'Sabra e Chatila, vendetta!’ El Oumami si vanta ‘di avere catturato un sionista che ha ricevuto un terribile pestaggio’, si è a livello del ‘a ciascuno il suo crucco’ del PCF alla fine della seconda guerra. El Oumami si aggiunge alle file della borghesia al livello dello sciovinismo più abietto”[7]
L’opportunista presa di posizione di Le Prolétaire sul conflitto Israeliano-palestinese negli anni 80 è una concessione aperta all'ideologia nazionalista gauchiste (estrema sinistra del capitale). Sostenendo in modo critico la lotta dei palestinesi di fronte a Israele, dividendoli così dai loro fratelli di classe israeliani con il pretesto della loro fedeltà alla borghesia israeliana, Le Prolétaire partecipava a ratificare la divisione e abbandonava ogni principio di solidarietà di classe.
Oggi, Le Prolétarie non utilizza lo stesso argomento ma sembra evolvere di più verso l’empirismo. Se il PCI non affonda nella catastrofe rifiutando nettamente ogni sostegno all’ISIS, resta tuttavia ancora prigioniero di concezioni pericolose e confuse per la classe operaia, in particolare in un contesto in cui il nazionalismo riprende vigore a causa della propaganda statale e delle forti campagne populiste in corso. Le ragioni all’origine del persistere di tali confusioni sono legate al forte peso della contro-rivoluzione stalinista. Il capitalismo di Stato in URSS ha snaturato completamente l'esperienza dell'ondata rivoluzionaria degli anni 20 sfruttando i suoi errori peggiori per schiacciare il proletariato. In nome “dell'autodeterminazione”, del “diritto dei popoli a disporre di se stessi”, della “liberazione nazionale dei popoli oppressi” lo Stato stalinista ha saputo approfittare degli errori di Lenin per mistificarli e farne un dogma eterno che porterà purtroppo alcuni rivoluzionari, come quelli del PCI, a trarre delle false lezioni riprendendo a loro volta vecchi errori percepiti come “verità rivoluzionarie”.
Ora, i fatti più recenti, a partire dalle carneficine imperialiste della Guerra fredda, non hanno fatto che confermare le posizioni di Rosa Luxemburg. Il permanere di confusioni sul “l'autodeterminazione dei popoli” è, a parer nostro, in gran parte responsabile delle posizioni aberranti che persistono ancora oggi e che spingono alcuni elementi a porsi la questione aberrante se l’ISIS deve essere sostenuto e sostenuto dai rivoluzionari in una lotta cosiddetta “anti-imperialista”. Dalla scomparsa del blocco dell'Est, le presunte lotte di liberazione nazionale hanno solo alimentato il caos mondiale. Lo testimonia la nascita dei mini-Stati nati dello smembramento dell'ex-impero stalinista, che ha generato aborti che non sanno fare altro che propagare i miasmi del nazionalismo. Lo abbiamo visto con lo scoppio dell'ex Iugoslavia e la guerra che se ne è seguita tra le nuove nazioni “liberate” o in occasione del conflitto in Cecenia (dove la città di Grozny è stata ridotta in cenere) e del conflitto nella zona franca etnica del Nagorno-Karabah in Azerbaigian con le tantissime vittime e le migliaia di profughi all'inizio degli anni 90. Una tale logica si estende anche a tutte le frazioni borghesi che non possiedono un territorio, i signori della guerra o altri terroristi che incarnano l'ideologia nazionalistica e la barbarie capitalista.
Nel suo articolo il PCI critica anche una formulazione usata nel nostro articolo, secondo cui ci sarebbe stato “un passo qualitativo con gli attentati di Parigi”. Occorre riconoscere che questa formulazione è stata criticata anche al nostro interno e può essere oggetto di un dibattito. Ma non per le ragioni che ne dà Le Prolétaire che evoca le nostre “dimenticanze” “degli anni di piombo in Italia negli anni settanta”, quella degli eventi “contro i dimostranti algerini uccisi dalla polizia nel 1961”, “le ecatombi nei paesi dell'Est”, ecc. Nei fatti la nostra formulazione, certamente criticabile, voleva semplicemente significare che questi attentati traducono un aggravamento della situazione caotica a livello mondiale, cosa che è molto diversa dall'idea “di una perdita di memoria” da parte nostra. Per contro, criticare le nostre presunte “dimenticanze” rivela che, per i compagni di Le Prolétaire, questi attentati sono da mettere sullo stesso piano di quelli perpetrati negli anni 70 e gli eventi al tempo della Guerra fredda. In un certo senso non ci sarebbe nulla di nuovo sotto il sole. Questa tendenza di Le Prolétaire a non vedere la dinamica reale dell’imperialismo è legata ad una visione statica della storia, che persiste a negare la realtà di una fase di decadenza del sistema capitalista e della sua evoluzione. Difendendo lo stesso principio “di liberazione nazionale” mentre decenni d'esperienza, e le sconfitte operaie che le accompagnano, hanno dimostrato la sua pericolosità, Le Prolétaire mostra una difficoltà a essere capace di tenere conto della realtà storica nel quadro di una dinamica vivente e dialettica. Continua a interpretare gli eventi secondo lo stesso dogma immutabile, una concezione chiaramente sclerotizzata, fossilizzata della storia e degli insegnamenti da trarre per il futuro del movimento operaio che fa sì che le sue posizioni e analisi si trovano a volte in ritardo con la realtà e anche in opposizione con le necessità della lotta di classe.
Che un'organizzazione della Sinistra comunista sia portata sebbene soltanto a formulare la questione di un sostegno eventuale all’ISIS rispetto ai suoi simpatizzanti o contatti, non può, in effetti, che provocare “stupori e tremori”. Una tale confusione politica significa la perdita di vista di ciò che fa la vera forza del proletariato: la sua solidarietà, la sua unità internazionale e la sua coscienza di classe.
Nella loro essenza stessa, le condizioni d'esistenza e la lotta del proletariato sono antagonistiche al quadro nazionale. Questo anche di fronte agli arcaismi e alla stupidità sovrannazionale “del grande califfato”, forma tipica degli interessi imperialisti di una borghesia senza nazione che cerca incessantemente, attraverso conquiste militari, di imporre un'autorità, un'amministrazione ed una moneta nazionali.
Possedendo soltanto la sua forza di lavoro e privato di qualsiasi forma di proprietà, il proletariato non ha interessi specifici se non il suo progetto rivoluzionario, al di là delle frontiere nazionali. Il suo interesse comune è la sua organizzazione e lo sviluppo della sua coscienza. Proprio perché hanno questo in comune i proletari del mondo intero possono unirsi grazie ad un potente cemento: la solidarietà. Questa solidarietà non è una sorta di ideale o di utopia, è una forza materiale grazie alla quale il proletariato internazionale può difendere i suoi interessi di classe e dunque il suo progetto rivoluzionario universale.
RI (marzo 2017)
.[1] Le CCI et les attentats : stupeurs et tremblements (La CCI e gli attentati: stupori e tremori), Le Prolétaire n.519.
[2] Tra le altre questioni importanti che non possiamo trattare in questo articolo (come il nostro preteso pacifismo, il rapporto di forza tra le classi, ecc.), va sottolineata la tematica inerente alla fase di decomposizione, situazione inedita della vita del sistema capitalista e quadro di analisi di questo periodo storico essenziale oggi per orientare le attività dei rivoluzionari.
[3] Storia dell’Internazionale Comunista 1919-1923, Edizione Feltrinelli
[4] Rosa Luxemburg, La rivoluzione russa, Edizioni Prometeo
[5] Le Prolétaire n.370 (marzo-aprile 1983)
[6] Le Prolétaire n.164 (dal 7 al 27 gennaio 1974)
[7] Rivista Internazionale n.32, Il partito comunista internazionale (Programma comunista) alle sue origini, come pretende di essere, come è. Disponibile in Inglese, spagnolo e francese sul nostro sito: www.internationalism.org [20]
Links
[1] https://it.internationalism.org/en/tag/storia-del-movimento-operaio/1917-rivoluzione-russa
[2] https://it.internationalism.org/en/tag/2/26/rivoluzione-proletaria
[3] https://it.internationalism.org/en/tag/2/29/lotta-proletaria
[4] https://it.internationalism.org/en/tag/2/37/ondata-rivoluzionaria-1917-1923
[5] https://it.internationalism.org/en/tag/2/38/dittatura-del-proletariato
[6] https://it.internationalism.org/en/tag/2/39/organizzazione-rivoluzionaria
[7] https://it.internationalism.org/en/tag/2/40/coscienza-di-classe
[8] https://it.internationalism.org/cci/201612/1371/il-proletariato-una-classe-di-migranti
[9] https://www.repubblica.it/cronaca/2017/05/15/news/_ndrangheta_smantellata_la_cosa_arena_68_fermi-165476854/
[10] https://www.iodonna.it/attualita/in-primo-piano/2016/03/23/che-fine-fanno-i-piccoli-immigrati/?refresh_ce-cp
[11] https://it.internationalism.org/en/tag/4/75/italia
[12] https://it.internationalism.org/en/tag/situazione-italiana/politica-della-borghesia-italia
[13] https://it.internationalism.org/cci/201612/1372/sul-problema-del-populismo
[14] https://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-01-31/istat-disoccupazione-giovani-risale-401percento-100915.shtml?uuid=AEVOdGL
[15] https://it.internationalism.org/en/tag/3/46/decomposizione
[16] https://it.internationalism.org/cci/201703/1377/degli-scivoloni-per-la-borghesia-che-non-presagiscono-niente-di-buono-per-il-proleta
[17] https://en.internationalism.org/icconline/201610/14149/trump-v-clinton-nothing-bad-choices-bourgeoisie-and-proletariat
[18] https://it.internationalism.org/rint/24_Bilan
[19] https://it.internationalism.org/en/tag/4/90/stati-uniti
[20] https://world.internationalism.org
[21] https://it.internationalism.org/en/tag/vita-della-cci/corrispondenza-con-altri-gruppi
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[24] https://it.internationalism.org/en/tag/3/54/terrorismo