Come da copione, dopo varie contestazioni, disaccordi, prese di distanza, dopo tanto blaterare tra le differenti forze borghesi, la legge finanziaria è stata varata.
Ogni lavoratore, ogni proletario è ben cosciente che questa nuova finanziaria non gli porta niente di buono, anzi non fa che consolidare e per molti versi aumentare l’impoverimento delle famiglie proletarie, la precarietà del lavoro, rafforzando una prospettiva da incubo per i giovani che, dopo una vita spesa alla ricerca di uno straccio di lavoro per sopravvivere, non avranno diritto neanche ad un minimo di pensione. Le “agevolazioni” per “le fasce più deboli” previste dalla finanziaria sono veramente ridicole. La riduzione di qualche punto dell’Ici può forse risolvere il problema di come arrivare alla fine del mese quando, con un salario di 1.000-1.200 euro, ci deve vivere un’intera famiglia? Può far dormire sonni tranquilli chi rischia di perdere la casa perché non riesce a pagare un mutuo che è diventato il doppio del valore iniziale? Ancora più ridicola è l’agevolazione sugli affitti per i “redditi bassi” e per i giovani. Veramente pensano di poterci farci credere che questo possa risolvere il problema di chi guadagna dai 400 agli 800 euro al mese, anzi un mese si e l’altro non si sa, visto che ormai tutti i contratti sono a progetto e, quando va bene, durano 6 o 12 mesi? La sfacciataggine di questa gente non ha veramente limiti quando ci vengono a raccontare, come ha fatto Padoa Schioppa alla trasmissione di Fazio “Che tempo fa”, che “la disoccupazione sta diminuendo grazie al lavoro precario” e che il problema è che i giovani di oggi sono dei “bamboccioni” che non vogliono lasciare “le comodità della casa di mamma e papà”.
Per riuscire a recuperare 33 euro su di un salario il cui valore reale diminuisce sempre di più, i metalmeccanici devono aspettare mesi e mesi di trattative tra i sindacati ed il padronato, perdendoci giornate di lavoro in scioperi farsa organizzate da questi presunti “difensori dei lavoratori”. L’assistenza sanitaria è diventata ormai un lusso riservato solo a chi o conosce la persona giusta nel posto giusto o ha i soldi per farsi curare privatamente (magari dagli stessi medici che operano negli ospedali); per gli altri attese di mesi o anni per fare analisi, controlli o interventi, anche quando l’attesa può significare peggiorare irrimediabilmente. Intanto i prezzi dei generi di prima necessità continuano ad aumentare (a Roma un chilo di pane lo paghi 3 euro) e già ci annunciano che nei prossimi mesi aumenteranno luce e gas. Anche il costo dei treni aumenterà mentre nel frattempo tagliano sulle spese eliminando i treni a breve percorrenza, cioè quelli che migliaia di pendolari sono costretti a prendere ogni giorno per arrivare al lavoro.
Bisogna dire che Prodi ci aveva avvertito che “la situazione del paese è grave” e bisogna “collaborare tutti” per risanare l’economia, e che responsabilmente il governo di sinistra avrebbe preso delle misure forse impopolari ma necessarie. In più, ancora “il nostro” Padoa Schioppa, riconoscendo che questa finanziaria non porta dei miglioramenti per i lavoratori, ci ha detto che l’accettare i sacrifici è “una forma di solidarietà”, perché la collettività intera si fa carico dei problemi delle fasce più deboli. In realtà, la “solidarietà” che la borghesia impone ai lavoratori non è altro che l’accettazione e la subordinazione alle esigenze economiche ed imperialiste della classe dominante. Mentre si blatera tanto di riduzione dell’ICI e di “agevolazioni” sugli affitti, si passa sotto silenzio, ad esempio, che la finanziaria per il 2008 prevede che lo Stato spenderà più di un miliardo e 200 milioni di euro nel prossimo anno e che ne spenderà almeno altri cinque nei prossimi tre anni, solo per aerei caccia e navi da guerra; prevede inoltre un aumento di oltre l’11% rispetto allo scorso anno per la Difesa - quando già c’era stato un incremento dell’11,3% rispetto al 2006 - raggiungendo così la cifra di 23 miliardi e 352 milioni di euro di spesa militare (di cui 20.928 milioni dal bilancio preventivo della Difesa e 2.424 aggiunti dalla Finanziaria). Come farebbe altrimenti lo Stato italiano a perseguire la sua politica imperialista in Afghanistan, Libano, Iraq, Kosovo, e mantenere così il suo posto di potenza, anche se di secondo ordine, sulla scena internazionale?
Il peggioramento delle nostre condizioni di vita non è solo economico. L’uccisione della ragazza inglese a Perugia, l’omicidio dei due anziani a cui sono state sottratte solo poche centinaia di euro, le ragazzine che riducono in fin di vita una loro coetanea per gelosia, la morte del giovane che stava andando a vedere una partita di calcio per mano di un poliziotto, sono le più recenti manifestazioni del marciume di questo sistema sociale che spinge alla perdita di ogni etica, che ci sta facendo perdere il senso della vita e della natura umana.
Come ci mostrano gli scioperi in Francia, in Egitto, in Turchia, in Germania, in Gran Bretagna, e altrove (1), questa è la condizione che subiscono i proletari di tutto il mondo, nei paesi “ricchi” ed in quelli “poveri”. Una condizione che da una parte accresce la sfiducia dei proletari nelle istituzioni, e soprattutto in quelle forze del capitale che pretendono di rappresentare e difendere gli interressi dei lavoratori, (partiti di sinistra e sindacati), dall’altra li spinge a reagire agli attacchi, a scendere in piazza, a scioperare. E come ci mostrano queste lotte, i proletari sono confrontati ovunque alle stesse mistificazioni ed alle stesse manovre di sabotaggio.
Per far varare rapidamente la finanziaria dalle diverse forze politiche, Prodi ha detto che non si poteva bocciare una finanziaria che aveva avuto il sostegno dei lavoratori con il voto al referendum. Ma, a parte l’esplicito no dei metalmeccanici ed una gestione “privata” delle votazioni tutta in mano ai sindacati, tutti sanno che la stragrande maggioranza dei lavoratori non è proprio andata a votare. Evidentemente le esperienze passate sui vari referendum organizzati dai sindacati e dalle forze di sinistra hanno portato a riflettere sull’efficacia di queste “democratiche consultazioni”. Del resto i proletari sanno bene che, nonostante i distinguo e le prese di distanza di Rifondazione Comunista, del Pdci, dei Verdi e compagnia, tutti questi “difensori dei lavoratori e dei giovani”, questi fautori della “lotta alla guerra”, hanno non solo appoggiato questa finanziaria, ma tutte le misure che lo Stato, sia esso governato da Prodi o da Berlusconi, ha preso contro i lavoratori in difesa dell’economia e della politica imperialista italiana da vari anni a questa parte (chi ha permesso la riforma delle pensioni, la flessibilità del lavoro, i contratti interinali, ecc.?). E quelli più “radicali” di un Bertinotti? Stessa politica, come per il senatore Turigliatto (esponente di Sinistra Critica) che, dopo essersi fatto promotore, insieme ad altri suoi simili, di un ennesimo referendum “contro la precarietà”, al momento di votare la finanziaria non trova di meglio per portare avanti la sua battaglia di difesa dei lavoratori che… “non partecipazione al voto”.
Se i sindacati si sono dati tanto da fare ad organizzare scioperi e manifestazioni contro la finanziaria e per i contratti nazionali di categorie importanti quali i metalmeccanici e i ferrotranvieri è perché c’è una grossa spinta da parte dei lavoratori il cui malcontento e la cui rabbia deve trovare una valvola di sfogo, altrimenti rischia di esplodere apertamente e catalizzare il malcontento degli altri, dei precari, dei disoccupati, degli studenti senza futuro. Il rischio può essere anche che dei settori forti come questi facciano da coagulo ed unione a tutta una serie di lotte locali come ad esempio quella alla Fiat di Torino e all’Alfa di Pomigliano d’Arco, dei lavoratori call-center della Vodafone. Lotte, come probabilmente molte altre, di cui nessuno sa niente perché non compaiono sulle pagine dei giornali o nei TG (che invece ci informano minuziosamente sull’ultimo capello trovato sul luogo del delitto), ma che esistono e sono una manifestazione di una volontà di lotta che si fa strada.
La manovra è quella messa in atto negli scioperi dei ferrotranvieri in Francia delle ultime settimane: oggi uno sciopero dei metalmeccanici, domani quello dei ferrotranvieri, domani ancora degli ospedalieri. Uno sciopero generale di tanto in tanto, naturalmente con manifestazioni divise per città, ma quando si sa di poter aver la gestione del tutto. Naturalmente non manca la divisione per tipo di sindacato: oggi i confederali, domani i Cobas.
La borghesia è ben cosciente che esiste oggi una potenzialità di lotta nella classe lavoratrice e sa anche che non può farci niente perché la crisi economica mondiale non le lascia altra possibilità che attaccare ulteriormente i lavoratori, i disoccupati, i giovani senza poter dare alcuna prospettiva reale per il futuro. Le cose su cui può agire sono due:
- mistificare il più possibile sulle cause della crisi economica attribuendola alla cattiva gestione dei governi precedenti, al prezzo del petrolio, alla Cina che invade i mercati, agli immigrati che tolgono il lavoro…, e prospettare un futuro migliore, lontano ma possibile, se i lavoratori saranno “solidali” con il “loro” Stato democratico. Bisogna evitare che i proletari riflettano, che mettano assieme i vari aspetti economici, politici, sociali di questo sistema, perché questo li porterebbe alla coscienza che l’unica alternativa è distruggerlo e costruire una società diversa;
- alimentare il senso di scoraggiamento e di smarrimento che le difficoltà di questa società in sfacelo alimentano, puntando, da una parte, sulle sue manifestazioni più barbare e deleterie per far credere che questa è la “natura umana” e dunque il “mondo così deve andare”; dall’altra sul fatto che ci vuole chi rappresenta i proletari, chi li difende, chi li organizza (senza sindacati in piazza e senza partiti al parlamento come si fa a farsi sentire?). Bisogna evitare in ogni modo che i proletari prendano coscienza della possibilità di unirsi, della propria forza come classe sociale, che acquistino fiducia nella loro capacità di contrapporsi agli attacchi e di far retrocedere la borghesia. Bisogna evitare che si riapproprino della storia della propria classe e che prendano coscienza del fatto che, come ha dimostrato la Rivoluzione russa (2), rovesciare il capitalismo è non solo necessario, ma possibile.
Questo è quello che vuole la borghesia, ma le lotte che da più di un anno stanno scoppiano un po’ dappertutto nel mondo ci mostrano che questa riflessione, lentamente, avanza e che i proletari sono sempre meno disposti a subire tutto questo.
Eva, 2 dicembre ’07
1. Vedi gli articoli pubblicati in questo stesso numero e gli articoli pubblicati sul nostro sito web anche in altre lingue
2. Vedi articolo in questo stesso numero.
Con le elezioni primarie del 14 ottobre scorso è nato un nuovo partito nel panorama politico italiano, il Partito Democratico. Il fatto nuovo è che questo, piuttosto che essere l’espressione dell’ennesima scissione, è il prodotto di uno sforzo di controtendenza, riuscendo ad aggregare alcune delle forze di centro sinistra. Per capire l’importanza dell’evento e la sua reale portata, dobbiamo fare un passo indietro di una ventina di anni. Tutto parte dall’ormai lontano 1989 quando la caduta del muro di Berlino, segnando il crollo economico e quindi politico dell’impero sovietico e dunque del blocco da questo dominato, quello dei cosiddetti “paesi dell’est”, comportò di conseguenza uno sfaldamento reciproco del blocco avversario, il blocco “americano”, la cui coesione era determinata essenzialmente dal timore per il comune nemico sovietico e dalla convenienza di ricevere protezione dalla superpotenza americana. In questo quadro l’Italia veniva a trovarsi in una situazione alquanto singolare: essendo rimasta per gli oltre 40 anni di guerra fredda USA-URSS sotto il controllo diretto degli USA attraverso una serie di strumenti imposti dall’imperialismo maggiore (governi ad esclusiva guida DC, controllo del territorio da parte della mafia, servizi segreti e logge massoniche, ecc.), la possibilità di recuperare una certa “indipendenza” nei confronti degli USA apre in Italia una vera faida contro i partiti che avevano rappresentato gli interessi americani in Italia, DC e PSI, portando ad una vera devastazione dei relativi partiti. Ma al tempo stesso la necessità di soppiantare i vecchi partiti di governo impone anche al vecchio “partito comunista” di riciclarsi velocemente, dando luogo a una serie di riconversioni maturate e realizzate soprattutto sotto la sferza degli eventi. Ciò produce una situazione di forte instabilità perché, nel giro di pochi anni, il quadro politico cambia profondamente con, da una parte, formazioni politiche nate dal niente e con al proprio attivo solo un accentuato populismo (come Forza Italia e la Lega Nord) e dall’altra una pletora di partiti prodotti dalla diaspora del PCI (ds, PdCI, RC) e dalle ceneri fumanti del vecchio centro (Margherita, vari socialisti e liberal democratici…) con in più l’aggregazione di dubbia collocazione politica dei Verdi. E’ proprio per combattere le continue fibrillazioni esistenti all’interno degli schieramenti politici, di sinistra come di destra, che le forze più responsabili della borghesia italiana, quelle che appunto si sono riunite nell’attuale PD, hanno dato luogo a questa operazione. E non è un caso che delle operazioni simili siano in corso di programmazione a sinistra (la “cosa rossa”) come a destra (il partito unico di Berlusconi), anche se la probabilità di riuscita non sono le stesse nei vari casi.
Se dunque ci siamo spiegati il perché di questo partito, possiamo adesso chiederci: ma è proprio riuscita questa operazione? Per rispondere dobbiamo tenere presente che il problema più grosso che si presenta oggi per la stabilità politica del paese è avere un esecutivo stabile e che sia credibile nei confronti del paese. A parte la necessità di produrre una nuova legge elettorale che permetta al nuovo esecutivo di governare per tutta la legislatura e portare avanti uno straccio di programma, il problema è vedere se gli eventi ultimi hanno prodotto una maggiore coesione all’interno dei due diversi schieramenti politici, di destra e di sinistra, oppure no. Ora, stendendo un velo pietoso sull’esplosione della “casa delle libertà” e il tiro incrociato tra Berlusconi, Fini e Casini, con la figura inedita di Bossi che fa da paciere, le cose a sinistra non sono di gran lunga migliori. Certamente sul piano mediatico la creazione del PD ha dato dei punti all’apparato di Veltroni. Mobilitare 3 milioni e mezzo di persone e portarle a votare, coinvolgendole in una operazione non ancora sperimentata in Italia (e nella stessa Europa), la “scelta da parte del popolo del leader di un partito”, ha costituito certamente un’azione di forte mistificazione che ha avuto certamente un impatto sulla gente presentando le primarie come la democrazia finalmente realizzata. D’altra parte il tema di creare una forza nuova capace di rinnovare le speranze della popolazione nella possibilità di una politica diversa è stato fortemente presente sia nella propaganda di Veltroni che dei suoi “antagonisti” Letta e Bindi. Ma ci sono delle considerazioni da fare che tendono a ridurre fortemente questo apparente successo. Intanto il PD non è riuscito, come era nelle intenzioni, a coagulare l’intero schieramento di centro-sinistra ed in particolare non è riuscito a prosciugare quell’area frastagliata e frammentata che esiste, vedi l’Italia dei Valori di Di Pietro, l’UDEUR di Mastella, i socialisti raccolti intorno a Boselli, i Radicali Italiani di Pannella, né a recuperare per intero gli stessi partiti che hanno dato vita al PD, staccandosi dalla Margherita la componente liberaldemocratica di Dini e l’Unione Democratica di Willer Bordon e dai DS la componente di Sinistra Democratica di Mussi. Ma c’è di più perché le stesse componenti che hanno aderito lo hanno fatto in maniera conflittuale. Già prima delle elezioni del 14 ottobre ci sono una serie di interventi di Parisi, che parla del futuro PD già lottizzato, la Bindi che si scontra con Franceschini e che critica Veltroni ..., tanto da costringere Prodi ad intervenire più volte per ribadire “siete concorrenti, non nemici” e “basta polemiche nel PD”. Ma anche il post elezioni è stato alquanto movimentato sia per le accuse di brogli che ci sarebbero stati in alcune circoscrizioni come Napoli sia per le proteste ancora di Parisi, Bindi, ma anche di Letta, per la mancanza di rispetto delle regole e per una gestione non democratica del PD. Insomma non sembra proprio che i personalismi che hanno caratterizzato la politica italiana in questi ultimi anni abbiano avuto termine con la costituzione del nuovo partito. Anzi, proprio perché si è sviluppata la tendenza al leaderismo che ha prodotto decine di sigle partitiche ognuna con il suo capo, il fatto che il PD ne abbia azzerato diversi comporta che i relativi ex leader si ritrovano oggi a fare da gregari dell’unico capo che è Veltroni. C’è da immaginarsi quanto sia contento di fare il gregario di Veltroni il suo rivale di sempre Massimo D’Alema, o Rutelli e Fassino che lasciano la direzione dei relativi partiti, o Prodi che deve lasciare il testimone non solo del governo ma anche della leadership politica dell’Ulivo.
Nonostante tutto ciò, non possiamo certo dire che la politica italiana sarà uguale a quella di sempre perché la nascita del PD, se non è riuscita a produrre una grande aggregazione nel campo del centro-sinistra, ha certamente prodotto un cataclisma a destra inducendo la coalizione diretta da Berlusconi a perdere completamente di coerenza e a sfaldarsi definitivamente. Lo scioglimento della casa delle libertà e di Forza Italia ed il contemporaneo annuncio da parte di Berlusconi della creazione di un nuovo partito sono l’espressione del più profondo smarrimento delle forze politiche di centro-destra a cui ben difficilmente riusciranno a porre rimedio le forze più lungimiranti come l’UDC di Casini.
Ma allora, quale sarà la politica che ci dobbiamo aspettare per i prossimi tempi? In realtà, al di là del processo di decomposizione dell’apparato politico della borghesia che costituisce un alea sempre presente e che pone dubbi su qualunque previsione si voglia fare, qualche scenario di quale possa essere la dinamica di domani si può cominciare ad immaginare. Anzitutto è evidente che lo sforzo da parte del neonato PD sarà quello di rafforzarsi in una posizione di centro-sinistra moderato, puntando a possibili compagini governative in cui possa avvalersi non più dell’ingombrante sinistra “radicale”, sempre pronta a ricattare e a mettere in moto la piazza, ma su un rinvigorito centro costruito intorno all’UDC di Casini, possibilmente con l’adesione di figure come il baldanzoso leader della Confindustria Luca Cordero di Montezemolo e l’ex capo sindacalista della CISL Savino Pezzotta, attualmente leader del movimento Officina 2007 – In movimento per una buona politica. Questo sganciamento del PD dai gruppi troppo fortemente ideologizzati di sinistra porterà a sua volta dei notevoli benefici alla politica della borghesia. Da una parte permetterà a questi ultimi di tornare a svolgere una politica di opposizione e di battaglia sul piano sociale e politico, svolgendo compiutamente quell’azione di illusione e di mistificazione dei lavoratori che è così utile alla borghesia per rinchiudere i proletari nelle trappole della “politica democratica delle compatibilità”. Dall’altra permetterà al PD e ai suoi alleati di centro anche una politica più audace sul piano imperialista e delle relative alleanze, perseguendo gli obiettivi che tutti i governi italiani hanno finora perseguito con maggiore determinazione e senza sotterfugi. Peraltro tutto ciò potrà essere giocato anche con l’atout costituito dal fatto che al centro, come forza agente, c’è il partito nuovo, il partito senza passato, il partito che non ha nessun passato da farsi perdonare. E scusate se è poco.
Ezechiele, 1 dicembre 2007
In Pakistan è stata proclamata la legge marziale, punto culminante di tutti i conflitti che si sono succeduti all’interno dello Stato dall’estate scorsa. Questa misura sembra sia stata resa urgente dal timore che l’Alta Corte, il mese scorso, potesse dichiarare Musharraf ineleggibile come presidente, tanto che costui ha finito per sostituire il Capo della Giustizia con uno dei suoi uomini, cosa che aveva già tentato di fare in agosto, ma senza successo, quando fece marcia indietro sulla dichiarazione dello stato d’emergenza. Questa sospensione della Costituzione contrasta con tutta la propaganda portata avanti a proposito del “muoversi verso la democrazia e delle regole civili” e porrà Benazir Bhutto in una situazione difficile al suo ritorno da Dubai. In origine lei era tornata dall’esilio dopo aver barattato l’amnistia con l’accordo che i suoi sostenitori non avrebbero bloccato l’elezione di Musharraf. La legge marziale porrà inoltre un bastone tra le ruote nella tattica americana di sostegno ad una coalizione di “moderati”, quelli che sembrano essere più ragionevolmente capaci e disponibili a sostenere gli USA contro Al Qaida.
Per capire quello che sta avvenendo oggi nel Pakistan non dobbiamo tanto guardare come il presidente si sta occupando dei suoi interessi personali, ma capire perché la classe dominante nel suo insieme non può essere coerente e perché una sua frazione ha messo un dittatore militare al comando. Per fare ciò dobbiamo vedere dove si colloca il Pakistan nello scacchiere geo-strategico del mondo e le tensioni imperialiste a cui questo è sottoposto. Esso ha una estesa frontiera con l’Afghanistan ed è confinante con l’Iran, la Cina e l’India. Ospita oltre un milione di rifugiati afgani. La lotta che dura da sei decenni con l’India a proposito del Kashmir non è l’unica preoccupazione del Pakistan. I conflitti interni, come la battaglia fra l’esercito e gli islamisti nella regione del nord-ovest, completano l’immagine di un paese lacerato da pressioni provenienti dall’interno e dall’esterno.
Gli effetti dei conflitti tra le grandi potenze
Negli anni ’80, quando i maggiori conflitti imperialisti erano tra gli USA e i suoi alleati e vassalli da una parte e il blocco imperialista russo dall’altra, il Pakistan è stato strategicamente importante per il sostegno occidentale ai Mujahidin, che combattevano i Russi in Afghanistan. All’epoca, questi islamici non avevano dalla loro parte soltanto Dio, ma anche la CIA ed i missili americani Stinger, e la Russia è stata conseguentemente fatta fuori. Il Pakistan ha anche degli interessi in Afghanistan, utile retroterra per l’addestramento e l’affondo strategico nei suoi scontri con l’India nel Kashmir.
Più recentemente, nel 2001, gli USA hanno portato avanti l’invasione dell’Afghanistan utilizzando la distruzione delle Torri gemelle e la necessità di una “guerra al terrorismo” come giustificazione. Ancora una volta è stato necessario il supporto del Pakistan. L’America promise che avrebbe sostenuto quelle tribù ostili all’Alleanza del Nord, tradizionale nemico del Pakistan e barriera alla sua influenza in Afghanistan, ma questa promessa fu rotta quando l’Alleanza del Nord guadagnò influenza nell’accordo post-Talebani. In ogni caso, il supporto del Pakistan fu ottenuto attraverso altri mezzi di persuasione quando gli Stati Uniti minacciarono di raderla al suolo se non avesse dato il suo sostegno. Questa minaccia è stata più o meno ripetuta da Barack Obama nell’attuale campagna presidenziale, suggerendo l’idea che gli Stati Uniti potrebbero bombardare le roccaforti di Al Qaida in Pakistan senza permesso. Allo stesso tempo ci sono milioni di rifugiati afgani nel Pakistan che si aggiungono all’instabilità del paese, ed anche se ne sono stati rimpatriati 2.3 milioni nel 2005, ne restano più di milione.
Gli interessi imperialisti regionali
Il Pakistan ha i suoi propri interessi imperialisti e perseguirli ne ha fatto il maggiore destinatario dei trasferimenti di armi nel terzo mondo nel 2006, con l’India che segue a ruota. Il conflitto con il suo maggiore rivale indiano sul Kashmir e la loro corsa al riarmo nucleare hanno portato alla guerra nel 2002, alimentando le dichiarazioni da parte del potere statale più debole di non esitare ad utilizzare le armi nucleari contro un nemico superiore. Il pericolo della guerra è stato evitato sotto la pressione dagli Stati Uniti, che non volevano che questo conflitto intralciasse le proprie avventure militari, ma nessun problema è stato risolto. Il processo di pace pakistano ha avuto un solo significato: l’imperialismo pakistano non ha potuto approfittare dei propri guadagni sul campo. Il conflitto è stato portato avanti in maniera meno appariscente attraverso attacchi terroristici in entrambi i paesi, e nel Kashmir lo stesso Pakistan ammette di dare supporto “morale e diplomatico” ai soli islamici, ma in effetti fa molto più, mentre l’India reprime questi fondamentalisti “combattenti per la libertà”. Entrambi i lati puntano sul nazionalismo virulento e né l’uno né l’altro mostrano la minima preoccupazione per le sue incalcolabili vittime.
Vista da un’ottica più ampia la situazione strategica non è a vantaggio del Pakistan. Forzato sotto la minaccia di armi a sostenere gli USA nella sua “guerra al terrorismo”, non può però guadagnarci niente dalla sua lealtà agli USA. La Cina si sta sviluppando economicamente e quindi sta aumentando i propri appetiti imperialisti, il che la pone in conflitto non solo con l’India ma anche con l’America. Il Pakistan si trova di conseguenza confrontato ad una convergenza di interessi fra il suo nemico storico, l’India, e il suo boss dei boss, la super-potenza USA. E per rendere la situazione ancora più difficile si aggiunge il fatto che il Pakistan si trova in mezzo i suoi due più forti “alleati” e partner commerciali, gli USA e la Cina, che sono in conflitto tra loro.
Il fallimento della “guerra al terrorismo”
La “guerra al terrorismo” non è stata un gran successo per gli USA. L’impantanamento in Iraq e la situazione senza via d’uscita in Afghanistan limitano le sue mire a nuove avventure militari. Per il Pakistan questo è un disastro ulteriore. L’evidente debolezza degli USA spinge alla sfida i sostenitori di Al Qaida, molti dei quali hanno posto le loro basi nel nord- ovest del Pakistan. I soldati vengono impunemente rapiti e uccisi. Durante l’estate scorsa ne sono stati uccisi 200 in 10 settimane ed alla fine di agosto 250 sono stati rapiti nel Waziristan del sud senza sparare un solo colpo, il che ha lasciato supporre che l’esercito fosse infiltrato. Né le 90.000 truppe dislocate alla frontiera, né il sussidio di 10 miliardi di dollari da parte degli USA sono riusciti a tenere la situazione sotto controllo. L’accordo di pace tra il governo ed i capi tribali in Waziristan, mal visto dagli USA, è fallito e lo scontro si è inasprito in seguito all’assalto alla Moschea Rossa. Musharraf non può soddisfare tutti. Alcuni alti funzionari lo accusano di essere distratto dalla crisi politica.
In Pakistan lo Stato è in guerra con sé stesso. I capi dell’opposizione sono stati vittime di una retata a settembre, il precedente primo ministro Nawaz Sharif è stato espulso appena tornato nel suo paese. I raduni politici sono la scena di omicidi terroristi. I giudici dell’Alta Corte hanno protestato contro l’amministrazione dopo che uno di loro è stato saccheggiato e quindi hanno sospesero un capo della polizia dopo la violenza impiegata ad una dimostrazione di protesta degli avvocati. Queste sono le istituzioni che sono al cuore dello Stato ed i loro conflitti riflettono il modo in cui il paese viene lacerato dai conflitti imperialisti che vanno sotto la voce di “guerra al terrorismo”. E adesso tutto ciò è culminato nella dichiarazione dello stato di emergenza.
Che le elezioni si tengano o no a gennaio, non ci sarà nessun movimento verso la democrazia ed un governo civile, il Pakistan sta lottando per evitare di essere lacerato. Anche senza essere direttamente attaccato, esso mostra il caos e la miseria che sono capaci di causare oggi i conflitti imperialisti.
Alex, 3/11/07
Da World Revolution, n.310
La “comunità internazionale” si è indignata notevolmente contro questo “grave attentato alla democrazia”. L’Unione europea ha annunciato “sanzioni economiche” come il congelamento degli averi all’estero dei responsabili birmani o un embargo sulle importazioni di legno e metalli. L’ONU, per bocca del suo emissario Ibrahim Gambari, ha “deplorato la repressione” e, dopo avere incontrato il 2 ottobre i capi militari birmani senza alcun risultato, ha proposto di andare in Birmania... “la terza settimana di novembre”. Bush, dal canto suo, ha fatto un appello per “una pressione internazionale enorme”al fine di costringere la giunta ad accettare una “transizione verso la democrazia”, dispiacendosi amaramente di non essere seguito dal resto del mondo nella sua iniziativa. La palla è ritornata al presidente francese Sarkozy ed al suo ministro degli Affari esteri Bernard Kouchner. Il primo, in un grande slancio umanitario, “ha pensato” di chiedere alla Total, che sostiene finanziariamente il potere birmano e ne trae sugosi benefici per lo Stato francese, di ritirare i suoi investimenti in Birmania o anche di congelarli; il secondo, autore di un rapporto di inchiesta menzognera del 2003 che scagionava la stessa impresa dall’accusa di utilizzare il lavoro coatto della popolazione in Birmania, ha raccomandato piuttosto di intervenire presso i vicini asiatici della Birmania, tra cui la Cina, affinché questi facciano pressione. Il che è sicuramente più comodo, anche se inutile, perché preserva gli interessi francesi (1). Della repressione, la povertà, la miseria, lo sfruttamento brutale, la classe borghese se ne infischia. Allora perché tutta questa pubblicità, perché queste dichiarazioni “di disgusto”? Perché dietro questa reazione della borghesia occidentale, si doveva necessariamente far passare queste manifestazioni e questa lotta della popolazione contro la miseria per un movimento per la democrazia, sottinteso che, nei paesi democratici, si vive sicuramente meglio. Per tale motivo è solo a partire dal momento in cui i monaci buddisti sono apparsi nelle manifestazioni, come nel 1988, che la stampa ha cominciato a parlarne. Per questo l’opposizione al potere, incarnata da Aung San Su Kyi è stata presentata come la sola ancora di salvezza. Non si trattava tanto di mistificare la debole classe operaia birmana quanto piuttosto quella dei paesi occidentali. Questo grande circo mediatico ancora una volta è stato usato per far loro ingoiare la pozione democratica come rimedio a tutti i loro mali.
Questi lamenti ipocriti erano anche e soprattutto diretti verso la Cina che ha un’influenza crescente sul paese. La più grande frontiera della Birmania è quella con la Cina, il suo partner economico più importante e fornitore del governo militare del generale Than Chew. La Cina sta ricostruendo per lo Stato birmano la vecchia strada verso l’India. Ha mandato lì 40.000 operai. Intere zone della Birmania sono dominate completamente dal suo potente vicino, la lingua e la moneta cinese sono di casa, proprio come se Pechino le governasse. La Birmania fa parte della strategia di avanzamento della Cina verso l’Oceano indiano, con delle postazioni d’ascolto e naturalmente una base navale. Essa è un posto della “collana di perle” cinese, cioè dei satelliti-chiave di Pechino. Con un dominio sul Boutan (Tibet), la Cina estende sempre più la sua influenza sul Nepal, la Birmania, la Cambogia ed il Laos, con l’obiettivo di estenderla verso il Vietnam e l’Indonesia. Le sue ambizioni vanno verso l’ovest dell’Asia centrale ed il sud dell’Oceano indiano. Questa ascesa della Cina si manifesta anche attraverso la sua particolare aggressività verso il Giappone e Taiwan. L’interesse e la sollecitudine dei paesi occidentali come la Russia, l’India, la Francia, gli Stati Uniti o ancora l’Australia, hanno avuto dunque fondamentalmente come obiettivo contrastare l’avanzata imperialista di Pechino e difendere i propri interessi. Ecco la vera ragione di tutti queste ipocrite manovre “diplomatiche”. Ecco quali sordidi interessi si nascondono dietro tutte le dichiarazioni “umanitarie” dei Sarkozy, Bush e consorti!
Wilma, 26 ottobre
Da Révolution Internationale octobre 2007
1. Le altisonanti dichiarazioni di sdegno del governo italiano e soprattutto della “sinistra” per la mancanza di democrazia del governo birmano non sono state da meno.
Al Gore, candidato democratico alla presidenza Usa e sconfitto nel 2000 da George W. Bush, quello che ha girato il film-documentario Una scomoda verità (1) sul riscaldamento terrestre, sarebbe dunque l’eroe del momento, colui che starebbe rivoluzionando la concezione del mondo sulle questioni ambientali.
Ma vediamo un po’ di quale rivoluzione si tratta. Siamo forse all’inizio della fondazione di un capitalismo pulito e ossequioso dell’ambiente, dove si troveranno finalmente i mezzi per ridurre gli inquinamenti, le deforestazioni, i rifiuti industriali e nucleari? Saranno trovati i mezzi per produrre dei veicoli meno inquinanti e per sostituire i vecchi macinini fumosi del secolo scorso? La borghesia ha forse preso coscienza del fatto che il suo sistema mette in pericolo l’umanità e che bisogna porvi rimedio anche se il rimedio costerà caro al capitalismo e andrà contro la sua stessa logica?
Sveglia ragazzi… Certo, la borghesia non ignora che la corsa folle del suo sistema infognato nella crisi è sul punto di distruggere tutto l’ambiente, fino a porre la prospettiva di una distruzione del pianeta. Ma essa sa ugualmente che non ha i mezzi per rimediarvi in maniera radicale, o di andare contro la propria logica di profitto. Certamente è vero che alcune industrie vedono nel disinquinamento un terreno nuovo per lo sviluppo della loro attività, ma questa stessa attività non offre la minima garanzia di rispetto per l’ambiente. La borghesia sa infatti che l’efficacia della quasi totalità delle misure proposte è messa in discussione da specialisti e scienziati di fama.
Allora? Allora la borghesia fa quello che sa fare meglio: mentire. Essa tende a manipolare la nostra coscienza, colpevolizzandoci. Tutta la campagna intorno a queste tavole rotonde “democratiche”, a cui lo scandaloso premio Nobel per la pace attribuito ad Al Gore (2) aggiunge ancora qualche lustrino, spinge sempre verso la stessa conclusione: l’avvenire del pianeta appartiene a ciascuno di noi, e la rivoluzione starebbe nel cambiamento dei nostri comportamenti individuali. La fine delle lampade ad incandescenza, il ritorno ai tram, le case riscaldate a 19° piuttosto che a 20°C, e così via. E perché non promuovere delle vetture a pedali, visto che ci troviamo? Ci stanno prendendo letteralmente in giro. Di fronte alla propria incuria, all’incapacità di far fronte alla follia distruttrice del proprio sistema, la borghesia ci esorta a chiudere il rubinetto mentre ci insaponiamo le mani. E sarebbe questo ciò che dovrebbe salvare la Terra, compensare tutte le ferite inflitte all’ambiente dalla misure belliche della borghesia e dallo sfruttamento industriale irragionevole, motivato dalla ricerca di un profitto messo in crisi dalla concorrenza sempre più dura in un mercato sempre più ristretto?
“Più parlano di pace e più preparano la guerra”, diceva Lenin. Oggi, più parlano di ambiente e più distruggono il pianeta. Si tratta quindi di una “pura e semplice arroganza”, di una grande operazione ideologica destinata a nascondere, dietro una presunta responsabilità comune, le vere responsabilità del capitalismo nella degradazione accelerata del nostro ambiente naturale. Tutti i “vertici mondiali” e gli Al Gore predicanti del mondo non cambieranno niente a questa situazione. L’avvenire del pianeta è nelle mani della classe operaia.
G. (19 ottobre)
1. Vedi il nostro articolo Sul film “Una scomoda verità”. Sconvolgimento del clima: il capitalismo è responsabile del riscaldamento del pianeta su Rivoluzione Internazionale n°148.
2. Questo personaggio è un presuntuoso ma soprattutto un opportunista: nella propaganda che accompagna il suo premio Nobel ci viene ricordata la sua posizione contro la guerra in Iraq, ma si omette di dire che proprio lui fu a favore della prima guerra del Golfo nel 1990 e che non ha mai criticato - se ne guardò bene - le avventure guerriere di Clinton in Africa o in Jugoslavia quando era alla vicepresidenza degli USA. Dal momento del suo arruolamento, da giovane, nell’esercito per partire come giornalista in Vietnam, la pace non è mai stata la sua passione. La guerra è effettivamente molto nota per le sue virtù ecologiche: distruzione e inquinamento massiccio!
È in nome de “l’equità sociale” che Sarkozy ed i suoi amici miliardari hanno la sfrontatezza di chiederci di accettare la soppressione o la pianificazione dei regimi speciali di pensione allineandoli su 40 anni per tutti.
Ciò che rivendicano i ferrovieri, gli impiegati della RATP, del gas, dell’elettricità, lo hanno proclamato chiaramente nelle loro assemblee generali: il loro trattamento non è da “privilegiati”, vogliamo 37 anni e mezzo per tutti!
Se gli operai lasciano passare questo attacco ai regimi speciali, sanno bene che lo Stato ci chiederà già da domani di raggiungere i 41 e poi i 42 anni di contributi per avere una pensione completa ed anche oltre, come in Italia (dove si passerà presto ad un regime di pensione a 65 anni) o ancora fino a 67 anni come già succede in Germania o in Danimarca.
Nelle facoltà, questo stesso governo ha introdotto dolcemente, durante l’estate, con la complicità dell’UNEF (1) e del Partito Socialista, una legge che prepara un’università a due velocità: da un lato dei “poli di eccellenza” riservati agli studenti più danarosi, dall’altro “facoltà pattumiere” che preparano la maggioranza delle giovani generazioni, i ragazzi provenienti dagli ambienti più poveri, alla loro condizione di futuri disoccupati o di lavoratori precari.
Nella funzione pubblica, il governo si prepara a sopprimere 300.000 impieghi da ora al 2012, mentre da oggi abbiamo gli insegnanti che si devono confrontare con classi sovraccariche e i vari impiegati a cui vengono imposti sempre più compiti e ore supplementari.
Nelle imprese private, le soppressioni d’impieghi e le ondate di licenziamenti continuano a colpire ad ampio raggio mentre il governo Sarkozy si prepara ad imporci una riforma del Codice del lavoro dove la parola dominante è la “sicurezza flessibile” che permette ai datori di lavoro di gettarci ancora più facilmente sulla strada dall’oggi al domani.
Dal 1 gennaio 2008 dovremo poi pagare dei nuovi ticket sui medicinali che vanno a cumularsi con la riduzione dei rimborsi dei farmaci, con l’aumento del prezzo forfettario delle degenze ospedaliere (istituito dall’ex-ministro del PCF Ralite), con il ticket sulle prestazioni mediche che superano i 90 euro, con un nuovo rialzo del CSG (2)…
Sarkozy ci chiede di “lavorare di più per guadagnare di più”. In realtà, è chiaro che si tratta di lavorare di più per guadagnare di meno. La caduta vertiginosa del potere d’acquisto si accompagna oggi ad un aumento esorbitante di tutti i prodotti alimentari di base: prodotti derivati del latte, pane, patate, frutta e verdura, pesce, carne …
Nello stesso tempo, i prezzi di affitto di una casa salgono: sempre più proletari vivono oggi in condizioni di alloggio precario o insalubre.
Sempre più di frequente si ha il caso di proletari che, pur avendo un lavoro, vivono in miseria, essendo incapaci di nutrirsi, di trovare un alloggio, di curarsi decentemente. E ci dicono che: “non è ancora finita”. L’avvenire che ci riservano, gli attacchi che ci promettono saranno domani ancora peggiori. Tutto questo perché la borghesia francese ha cominciato a colmare il suo ritardo rispetto alle borghesie concorrenti degli altri paesi. Con l’aggravarsi della crisi del capitalismo, con l’acuirsi della concorrenza sul mercato mondiale, bisogna “essere competitivi”. E ciò significa attaccare sempre più le condizioni di vita e di lavoro della classe operaia.
Il solo modo di opporsi a tutti questi attacchi è sviluppare le lotte
La collera ed il malcontento che oggi vengono espressi nella strada e nelle fabbriche non possono che diffondersi ovunque perché i lavoratori sono costretti a battersi dappertutto di fronte agli stessi attacchi.
A partire dal 2003 la classe operaia (che a detta della borghesia sarebbe una “nozione superata”) ha iniziato a mostrare la sua combattività, e precisamente di fronte agli attacchi sulle pensioni nel 2003 in Francia ed in Austria, contro le riforme del sistema sanitario, di fronte ai licenziamenti nei cantieri navali della Galizia in Spagna nel 2006 o dell’industria automobilistica in Andalusia nella scorsa primavera. Oggi, i loro fratelli di classe ferrovieri in Germania sono in lotta per gli aumenti degli stipendi. In questi ultimi mesi, in tutte le lotte, dal Cile al Perù, in Egitto come tra i lavoratori immigrati del settore edile a Dubai ancora recentemente, emerge un profondo sentimento di solidarietà di classe che spinge verso l’estensione della lotta di fronte allo stesso supersfruttamento. Ed è questa solidarietà di classe che si è manifestata nella lotta degli studenti contro il CPE nella primavera 2006 e che è al centro della posta in gioco. E’ soprattutto questo che teme la borghesia.
Attaccare anzitutto i regimi speciali di pensione di particolari settori di lavoratori, come quelli dei trasporti pubblici (SNCF, RATP) e dell’energia (EDF, GDF), non può che apportare un risparmio irrisorio allo Stato. Ma corrisponde ad una scelta puramente strategica della borghesia francese per tentare di dividere la classe operaia.
La sinistra ed i sindacati sono completamente d’accordo sul fondo con il governo; questi hanno infatti sempre sostenuto la necessità delle “riforme”, quella delle pensioni e dei regimi speciali in particolare. Del resto è proprio il vecchio Primo ministro socialista Rocard che aveva, all’inizio degli anni ‘80, redatto il “libro bianco” delle pensioni che è servito da canovaccio a tutti gli attacchi messi in atto su questo piano dai governi successivi, di sinistra come di destra. Le critiche attuali della sinistra e dei sindacati insistono unicamente sulla forma: non sono decise “democraticamente”, non ci sarebbe abbastanza “concertazione”. Essendo la sinistra momentaneamente fuori gioco, in particolare con i “licenziamenti” praticati da Sarkozy, il ruolo essenziale di inquadramento della classe operaia spetta ai sindacati. Questi ultimi si sono divisi il lavoro col governo (e tra loro stessi) a tutti i livelli per sabotare e dividere la risposta operaia. È necessario alla borghesia isolare gli operai del settore dei trasporti pubblici, di tagliarli dalla reazione dell’insieme della classe operaia.
A tale scopo, la classe dominante ha mobilitato tutti i suoi media per tentare di screditare lo sciopero ripetendo in maniera martellante l’idea che gli altri lavoratori erano ostaggi di una minoranza egoista di privilegiati che profittavano del fatto che il principale settore toccato sulla questione dei regimi speciali era costituito dalle imprese di trasporto pubblico. Essa ha puntato sull’impopolarità di un lungo sciopero dei trasporti ed in particolare su quello della SNCF, settore tradizionalmente più combattivo all’epoca degli scioperi dell’inverno 1986/87 e del 1995, per aizzare gli “utenti” contro gli scioperanti.
Ogni sindacato si è preso la sua parte nella divisione e l’isolamento delle lotte:
· La FGAAC (sindacato dei conduttori di treno molto minoritario rappresentante il 3% del personale SNCF ma ben il 30% di questa corporazione) dopo aver fatto appello per il 18 ottobre ad uno “sciopero rinnovabile” a fianco a Sud (3) e a FO (4), si affrettava la sera stessa della manifestazione a negoziare con il governo la promessa di un “compromesso” e di uno statuto particolare per il personale “viaggiante”, chiamando alla ripresa del lavoro dall’indomani mattina, assumendo così la parte di “traditore” di turno;
· La CFDT (5) in quello stesso giorno ha chiamato solo i ferrovieri a scioperare ed a manifestare, per “non confondere tutti i problemi e tutte le rivendicazioni”, secondo le dichiarazioni del suo segretario generale Chérèque; in seguito, questa centrale, fedele alla stessa tattica, si affrettava a chiamare alla “sospensione dello sciopero” alla SNCF ed alla ripresa del lavoro negli altri settori appena il governo ha manifestato la sua intenzione di aprire dei negoziati impresa per impresa;
· La CGT, sindacato maggioritario, ha giocato un ruolo decisivo nella manovra portata avanti alle spalle della classe operaia. Si è limitata ad una giornata di sciopero “deciso” di 24 ore il 18 ottobre (pur lasciando i sindacati dipartimentali prendere delle “iniziative” per prolungare lo sciopero). Poi, ha preso l’iniziativa di lanciare una nuovo appello allo sciopero per i ferrovieri, questa volta rinnovabile a partire dal 13 novembre di sera che avrebbe radunato gli altri settori e gli altri sindacati dietro questa proposta. Il 10 novembre, il segretario generale della CGT Thibault chiedeva al governo l’apertura di un negoziato globale tripartito sui regimi speciali (che è solamente una spacconata perché è il governo che detta direttamente la sua politica alle direzioni delle imprese pubbliche) e due giorni dopo, il 12, proprio alla vigilia dell’inizio dello sciopero, lanciava una nuova iniziativa proponendo ancora dei negoziati tripartiti, ma questa volta con le singole imprese una per volta. Ciò significa prendere gli operai per imbecilli perché è precisamente in questo quadro che il governo aveva, fin dall’inizio, previsto di far passare la riforma “parcellizzando” i negoziati, impresa per impresa, caso per caso. Questo voltafaccia e questo “tiro mancino” hanno provocato delle reazioni burrascose nelle assemblee generali costringendo la “base” di questo sindacato a preconizzare il proseguimento del movimento di sciopero;
· FO e soprattutto Sud (sindacato pilotato dalla LCR di Olivier Besancenot) che avevano cercato di prolungare minoritariamente lo sciopero per parecchi giorni all’indomani del 18 ottobre, continuano a farsi concorrenza giocando a chi si presenta come il più radicale, spingendo gli operai a mantenersi in sciopero rinnovabile fino allo sciopero intersindacale della funzione pubblica del 20 novembre, pure spingendo gli operai ad occupare le strade con operazioni di commando piuttosto che cercare di estendere la lotta ad altri settori;
· Un leader dell’UNSA, anch’esso parte attiva di uno sciopero rinnovabile, dichiarava a sua volta che i cortei dovevano essere distinti e che i ferrovieri non dovevano sfilare con i funzionari perché “non hanno affatto le stesse rivendicazioni”.
Malgrado la volontà del governo di rompere la resistenza degli operai, malgrado la moltiplicazione delle ingiunzioni perentorie del governo alla ripresa del lavoro, malgrado la complicità e tutto il lavoro di trincea e di sabotaggio delle lotte svolto dai sindacati, non solo rimangono la collera e la combattività operaia ma comincia ad emergere la volontà di unificare i differenti focolai di lotta. A Rouen per esempio, il 17 novembre, degli studenti della facoltà di Mont-Saint-Aignan sono andati a trovare i ferrovieri in sciopero, hanno condiviso il loro pasto ed hanno partecipato alla loro assemblea generale così come ad un’operazione di “pedaggio gratuito” sull’autostrada. Un poco alla volta germoglia così l’idea della necessità di una lotta massiccia ed unita di tutta la classe operaia per potere fare fronte all’inevitabile perpetuarsi degli attacchi del governo. Per ciò, i lavoratori in lotta devono tirare le lezioni dal sabotaggio sindacale. Per potersi battere efficacemente, per opporre una risposta unita e solidale ricercando sempre più l’estensione della loro lotta, possono contare soltanto sulle loro forze. Non avranno altra scelta che prendere le loro lotte nelle proprie mani, sventando tutte le trappole, tutte le manovre di divisione e di sabotaggio messe in piedi dai sindacati.
Più che mai, l’avvenire sta nello sviluppo della lotta di classe. Wim (18 novembre) 1. Unione Nazionale Studenti di Francia 2. CSG (contributo sociale generalizzato): imposta destinata a finanziare la cassa malattie, le prestazioni familiari e i fondi di solidarietà per la vecchiaia. 3. SUD, sigla sindacale che corrisponde a “Solidali, Unitari, Democratici”. 4. FO, altro sindacato, Force Ouvriere (Forza Operaia). 5. CFDT, Confederazione Francese Democratica del Lavoro.Scioperi che durano da parecchi mesi, nel corso dei quali vengono espresse la solidarietà tra gli operai, una collera immensa contro il degrado delle proprie condizioni di vita ed una combattività esemplare, ecco cosa vuole nasconderci borghesia. Appena qualche articoletto sulla stampa o su Internet. Quanti sono gli operai che in Italia o altrove sanno quello che fanno i loro fratelli di classe in Egitto?
Già il massiccio sciopero del dicembre 2006 alla fabbrica tessile Ghazl Al-Mahalla aveva dato la stura ad un’ondata di protesta senza precedenti in tutto il paese. L’articolo “La solidarietà di classe, punta di lancia della lotta”, nel numero 151 del nostro giornale, descriveva la determinazione mostrata dagli operai in questa lotta ma anche la forza di coinvolgimento che si è manifestata a partire da questa lotta nell’intero settore tessile.
Di fatto da allora le lotte non si sono mai fermate. Da dicembre 2006 a maggio 2007 ci sono stati scioperi che hanno coinvolto migliaia di operai di altre fabbriche tessili, in particolare a Kafr el Dawwa (11.700 lavoratori), a Zelfia Textile Co. ad Alessandria (6.000 scioperanti) ed alla fabbrica tessile d’Abul Mukaren. Anche numerosi altri settori sono entrati in lotta: 3.000 operai in sciopero per due giorni alla industria di allevamento di pollami Cairo Poultry Co.; 9.000 in un’industria molitoria (mulino industriale) a Gizeh ed i netturbini di questa stessa città; occupazione della Mansoura Spanish Garment Factory da parte di 300 operaie e sciopero dei trasporti del Cairo con blocco della linea Il Cairo-Alessandria, sostenuto dai conducenti della metropolitana. Ed altre azioni di protesta come un sit alla sede centrale delle poste, scioperi dei panettieri, nelle fabbriche di laterizi, degli impiegati del Canale di Suez, dei portuali, degli impiegati municipali, del personale ospedaliero... “Alla fine giugno un comunicato di un sindacato americano annunciava che 200 scioperi erano finiti, ma non diceva niente su quelli che potevano ancora essere in corso” (Mondialism.org). Nel 2006 in Egitto ci sono stati 220 scioperi spontanei, cifra che viene superata largamente nel 2007.
Dal 23 settembre i 27.000 operai ed operaie dell’industria tessile pubblica di Ghazl Al-Mahalla, ad un centinaio di chilometri dal Cairo, hanno ripreso la mobilitazione a distanza di pochi mesi dalla precedente ondata di lotte di cui erano il centro propulsore. La promessa del governo di versare a ciascuno l’equivalente di un mese e mezzo di stipendio all’epoca pose fine allo sciopero. Ma il governo non ha mantenuto il suo impegno perché troppo oneroso ed ha versato solo parzialmente tale somma e con il conta gocce. Quale cinismo! Salari di miseria da 200 a 250 libre egiziane (ovvero da 25 a 30 euro), pigioni di circa 300 libre egiziane e generi di prima necessità aumentati del 48% dall'anno scorso, ecco la realtà degli operai che non sanno più come alloggiare, nutrirsi, curare sé stessi e le loro famiglie.
A luglio, mentre lo sciopero minacciava di nuovo di estendersi, il governo ha promesso immediatamente di pagare l’equivalente di 150 giorni di stipendio come parte sugli attuali utili dell’impresa. Somma che tardava di nuovo a pagare. Questo ha rilanciato la collera degli operai la cui combattività è rimasta sempre intatta. “ …‘Hanno promesso 150 giorni di indennità, vogliamo solo far rispettare i nostri diritti’ spiega Mohamed el-Attar che è stato arrestato per qualche ora dalla polizia martedì scorso. ‘Siamo determinati ad andare fino in fondo’…”. (Le Figaro, 1/10/07). Al cancello d’ingresso alla fabbrica, un manifesto proclama: “entrate in territorio libero”. Alcuni bambini hanno raggiunto le loro madri perché sono stati mandati indietro dalle scuole per non aver pagato le tasse scolastiche o per impossibilità di comparare i libri. Per tentare ancora una volta di rompere il movimento, la direzione ha decretato una settimana di ferie in modo da far risultare illegale l’occupazione e paventare la minaccia di un intervento militare.
In questa lotta, di fronte agli operai, il governo non è solo. E’ spalleggiato dai suoi fedeli cani da guardia, esperti maestri nel sabotaggio: i sindacati. Ma anche in questo caso gli operai non sembrano volersi lasciare manipolare tanto facilmente: “Il rappresentante del sindacato ufficiale, controllato dallo Stato, venuto a chiedere ai suoi colleghi di interrompere lo sciopero, è all’ospedale, dopo essere stato pestato dagli operai in collera. 'Il sindacato è agli ordini (dello Stato), vogliamo eleggere noi i nostri veri rappresentanti' spiegano gli operai” (Libération, 1/10/07).
Poco a poco la classe operaia prende coscienza che la sua forza risiede nella solidarietà e nell’unità al suo interno, al di là dei settori e delle corporazioni. Nel dicembre scorso, gli operai delle fabbriche tessili di Kafr Al-Dawar, dichiaravano: “stiamo nella vostra stessa barca e ci imbarcheremo insieme per lo stesso viaggio” e facevano proprie le rivendicazioni degli operai di Mahalla. In questo contesto non stupisce che abbiano manifestato di nuovo la loro solidarietà fin dalla fine settembre e siano scesi in sciopero. E così anche altri lavoratori, come ad esempio quelli dell’industria molitoria al Cairo che hanno fatto un breve sit-in e hanno mandato un comunicato di sostegno alle rivendicazioni degli operai qualificate come legittime, in particolare quelle che chiedevano al governo un salario minimo indicizzato sui prezzi correnti. Gli operai delle fabbriche di Tanta Linseed and Oil hanno seguito l’esempio di Mahalla avanzando anche le proprie rivendicazioni.Se il governo sembra oggi esitante è perché teme in primo luogo che la lotta continui a svilupparsi. Agita il bastone o la carota a seconda delle situazioni. Negli ultimi mesi se l’è presa con i giudici o con i giornalisti che gli si opponevano minacciandoli o mettendoli in galera. Ma di fronte alle migliaia di operai lotta deve essere più prudente (anche se il ricorso ad una repressione non è da escludere).
Di fronte alla forza montante del movimento il governo è obbligato, per ora, a proporre agli operai tessili di Mahalla 120 giorni di indennità e delle sanzioni contro la direzione. Ma gli operai non riescono più a credere alle promesse del governo, promesse che, del resto, sono inferiori alle loro rivendicazioni. No, questi scioperi non sono organizzati dai Fratelli musulmani (1) come lo Stato vorrebbe fare credere, è una vera ondata operaia a scuotere l’Egitto e quindi ha ben ragione ad averne paura. La classe operaia egiziana è la più importante del Medio Oriente e le sue lotte possono realmente ispirare gli operai della regione e del resto del mondo.
Map, 22 ottobre
1. “Fratelli Musulmani” è un’organizzazione pan islamista fondata nel 1928 in Egitto che si richiama al dovere di fedeltà ai valori islamici tradizionali e uno dei temi maggiormente dibattuto al suo interno è quello del jihād. La sua opposizione fondamentalista e talvolta violenta agli Stati laici arabi ha portato alla sua interdizione o alla limitazione della sua attività in alcuni paesi, tra i quali l’Egitto.
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Questo sviluppo della combattività e della coscienza, questo rifiuto della miseria e la diffidenza verso i sindacati ... tutto questo è espresso con chiarezza dalle stesse rivendicazioni degli operai di Ghazi Al- Mahalla:
▪ Ricevere l’equivalente di 150 lire egiziane del salario di base in profitti annui.
▪ Togliere la fiducia al comitato sindacale e al PDG (Partito democratico Gabonese) dell’impresa.
▪ Includere le indennità nel salario di base come percentuale fissa non legata alla produzione.
▪ Aumentare le indennità per il cibo.
▪ Assegnare una indennità per l’alloggio.
▪ Fissare un salario minimo conforme ai prezzi attuali.
▪ Fornire un mezzo di trasporto per gli operai che abitano lontano dal luogo i lavoro.
▪ Migliorare i servizi sanitari.
Abbiamo ricevuto il seguente articolo dai compagni di Enternasyonalist Komünist Sol (EKS)[1], che da un resoconto di un importante sciopero alla Telecom in Turchia. Oltre all’importanza dello sciopero in sé ed alle lezioni da trarne, i compagni dell’EKS mettono giustamente in risalto l’importanza dello sciopero all’interno del contesto dell’attuale atmosfera di sfrenato nazionalismo guerrafondaio ed alla chiara linea di classe che separa il patriottismo del presidente del sindacato Haber–İş e la determinazione dei lavoratori a difendere le proprie condizioni di vita. La difesa nazionale e gli interessi degli operai non sono compatibili!
Il massiccio sciopero di oltre 26.000 operai della Turk Telekom è finito. Dopo 44 giorni gli scioperanti hanno ripreso il lavoro. 1.100 giornate lavorative perse nel più grande sciopero nella storia della Turchia dopo quello del 1991 dei minatori. È tempo di tirare un bilancio degli eventi.
La prima e più importante lezione da comprendere è che i lavoratori possono proteggere le proprie condizioni di vita lottando. L’offerta iniziale della Turk Telekom di un aumento salariale del 4% era ben al di sotto della percentuale d’inflazione previsto per la fine dell’anno che è di 7.7%. In effetti la Turk Telekom stava offrendo ai lavoratori un taglio sui salari.
L’aver ottenuto il 10% per questo anno ed il 6.5% per il prossimo anno per l’aumento dell’inflazione è certamente una grande vittoria. Seguito subito dopo alla vittoria dei lavoratori della THY (compagnia aerea turca) che hanno ottenuto un aumento del 10% solo minacciando uno sciopero, questo lancia un chiaro messaggio a tutti gli operai in Turchia: l’unico strumento per difendere i salari dall’inflazione è l’azione collettiva ed unita. Esso mostra chiaramente la via da seguire a tutti gli altri lavoratori ed in particolare a quelli del pubblico impiego ai quali il governo ha offerto un misero 2%+2%. Ogni aumento salariale al di sotto dell’inflazione è una decurtazione del salario. Per molti aspetti il settore pubblico è il settore più importante in Turchia. Molte famiglie proletarie hanno almeno un membro che lavora per lo Stato. Una vittoria in questo settore sarebbe una vittoria per ogni lavoratore del paese.
La seconda lezione concerne coloro che sono stati accusati di atti di sabotaggio. È positivo che tutti gli impiegati che erano stati licenziati durante lo sciopero siano stati reintegrati. Tuttavia, gli operai che sono accusati di sabotaggio possono ritornare al loro posto di lavoro solo se saranno ritenuti innocenti. Diversamente dai dirigenti, dai boss dei media e dei sindacati, noi ci rifiutiamo di condannare gli operai che lottano per difendere le loro condizioni di vita. È importante che questi operai non vengano dimenticati. Come reagire se dei lavoratori vengono condannati per sabotaggio e vengono licenziati è una questione chiave che tutti gli operai della Telekom devono discutere.
La lezione successiva riguarda le illazioni di tradimento. Il presidente del sindacato Haber–İş, Ali Akcan è stato pronto a dichiarare che i lavoratori che scioperavano non erano dei “traditori”, e che se il paese ne avesse avuto bisogno in caso di guerra, gli scioperanti “avrebbero fatto il loro dovere”. Per noi è più che evidente che la classe operaia in questo paese ha messo per troppo tempo gli interessi della nazione prima dei loro propri interessi. La classe operaia ha pagato la situazione di guerra nel Sud-Est non solo con anni di inflazione e austerità, ma anche con il sangue dei propri figli. È tempo di mettere i nostri interessi di lavoratori al primo posto.
L’ultima lezione interessa l’intera classe operaia. I lavoratori della Telekom hanno lottato da soli. Mentre si facevano picchetti sul posto di lavoro, gli impiegati nelle PTT (servizio postale turco) continuavano a lavorare. Eppure la rivendicazione per la quale i lavoratori della Telekom stavano lottando, la difesa degli stipendi dall’inflazione, interessa l’intera classe operaia. I sindacati bloccano i lavoratori nei loro differenti settori. Se i lavoratori della Telekom da soli riescono ad ottenere il 10%, che cosa avrebbero potuto ottenere se si fossero uniti ai lavoratori delle PTT? Che cosa avrebbero potuto ottenere se si fossero uniti ai lavoratori del settore pubblico? E’ necessario che i lavoratori non restino isolati ciascuno nel proprio settore, ma si uniscano con altri settori. Se gli scioperanti fossero andati direttamente dai lavoratori delle PTT ed li avessero chiamati ad unirsi allo sciopero, la vittoria sarebbe potuta essere per entrambi maggiore e più rapida.
L’inflazione non sta andando via, la banca centrale ha rivisto ancora una volta le previsioni di inflazione. Non saranno solo i lavoratori del settore pubblico a dover lottare per difendere i loro stipendi dai tagli in busta paga, ma gli stessi lavoratori della Telekom dovranno lottare ancora, in un futuro più o meno vicino, per difendere quanto ottenuto con questo sciopero. E lottare insieme è il modo migliore per farlo.
EKS
Da World Revolution, on-line
Il Giappone fa parte delle più grandi potenze economiche del mondo. La classe operaia viene sfruttata da decenni in modo estremamente feroce e brutale. In una società completamente disumanizzata, i lavoratori sono messi perennemente in concorrenza; passano giorni interminabili in ufficio o alla catena di montaggio e, non avendo il tempo materiale di ritornare ogni sera a casa, spesso passano la notte in una specie di camere-letto sarcofago messe accanto ai luoghi di lavoro. Tuttavia finora, tutto ciò teneva, con la promessa di un lavoro a vita, stabile e non troppo mal pagato. Ma da una decina di anni si è impiantata la recessione. L’impoverimento e la precarietà sono venuti a fustigare questa classe operaia sotto pressione, in particolare gli ultimi arrivati sul “mercato del lavoro”: i giovani. Questa frangia della popolazione che si fa definire “precariato”, parlante sintesi di “precarietà” e “proletariato”, è costretta a condizioni di vita veramente insopportabili.
“Precariato”, ovvero miseria crescente dei giovani proletariIn Giappone, come dappertutto, la quotidianità dei giovani è fatta di lavori ad interim, di un susseguirsi di piccoli lavori precari e mal pagati. Nel migliore dei casi, quando riescono a coprire tutto un mese con contratti saltuari, possono “sperare” di guadagnare 600 euro al prezzo di ritmi infernali di lavoro: fanno a 3 il lavoro di 10. Per una frangia intera della classe operaia avere un tetto dove vivere o anche nutrirsi diventa un compito ogni giorno più difficile. In queste condizioni, i caffè manga (1) sono diventati una sorta di rifugio surrealista contro la stanchezza ed il freddo. I giovani vi si ammucchiano giusto per dormire, senza poter né mangiare né bere: “Nel gennaio 2007 un ragazzo di 20 anni è stato arrestato non per avere pagato le consumazioni in un caffè manga (...), dove aveva passato tre giorni. Aveva in tutto 15 yen (10 centesimi di euro) in tasca. Era entrato nello stabile per proteggersi dal freddo e in tre giorni aveva mangiato solo un “piatto del giorno” e un piatto di patatine fritte. Il dipendente di un altro caffè manga mi ha raccontato che una volta un cliente era restato una settimana e che, durante questo tempo, non aveva consumato nulla tranne qualche bibita” (2).
La cosa più ignobile è pressione di colpevolizzazione della classe dominante. Anche qui i disoccupati ed i precari sono accusati dalla borghesia di essere pigri, buoni a nulla, degli approfittatori del sistema. Sottoposta alla nauseabonda propaganda che “ciascuno è responsabile della sua sorte”, questa nuova generazione di proletari “usa e getta” è corrosa dal senso di colpa di non arrivare a nulla. Questa pressione è tale da tradursi in ondate di suicidi ed automutilazioni. In Giappone il suicidio è diventato la prima causa di decesso dei giovani dai 20 ai 39 anni!
Una gioventù operaia che cerca ma non sa ancora come far fronte agli attacchi
Nonostante tutto questo, dal 2002 i giovani giapponesi iniziano ad alzare gradualmente la testa e ad esprimere la loro rabbia. Manifestazioni di rivolta scoppiano regolarmente contro questa società. Nel 2006 una cospicua parte si è mobilitata per avere alloggi gratuiti. Nel corteo dei dimostranti si potevano leggere slogan come “abitiamo in costruzioni vetuste”, “viviamo in posti di 4 tatami e mezzo (circa 7,4 m2)”, “non riusciamo più a pagare l’affitto!”, “alloggi gratuiti!”.... Capire che la propria situazione non è dovuta alla pigrizia ma ad una crisi profonda di questa società è una necessità vitale ed è questo inizio di riflessione che si sta sviluppando nelle file dei giovani proletari: “E’ evidente che se la vita dei giovani è diventata oggi tanto precaria, ciò non ha nulla a che vedere con un problema psicologico personale o con la propria volontà, ma è dovuto al malsano desiderio delle imprese, che vogliono continuare ad approfittare di una manodopera monouso che gli permette di restare competitivi a livello internazionale”.
Tuttavia, per potere aprire realmente prospettive di lotta manca ancora una tappa decisiva: la capacità di riconoscersi come parte di un insieme molto più ampio, la classe operaia. È solo allora che le lotte potranno superare lo stadio della reazione immediata ed impotente. Per il momento, sentendosi isolati e tagliati fuori dal resto della classe operaia, la rabbia di tutti questi giovani precari sfocia in un vicolo cieco e nella disperazione. E’ significativo che la canzone più sentita dagli altoparlanti e dai giovani durante le manifestazioni è quella del gruppo del Sex Pistols, No future.
I giovani giapponesi non sono un’eccezione. In Germania i giovani sono costretti ad accettare lavori nell’amministrazione statale ad un euro all’ora. In Australia “un quarto degli australiani tra i 20 ed i 25 anni non sono impegnati né in un lavoro a tempo pieno né negli studi, cioè il 15% in più di 10 anni fa e non cambierà molto quando avranno 35 anni” (3). In Francia, nel 2006, la borghesia ha tentato di imporre un nuovo tipo di contratto d’assunzione che facilita i licenziamenti senza preavviso né indennità, il famoso CPE (contratto di primo impiego) (4)). Ma quella volta i giovani proletari seppero sviluppare una estesa mobilitazione. La lotta fu vincente ed entusiasmante, la borghesia fu costretta a ritirare il suo attacco. Il che dimostra che per le giovani generazioni la prospettiva di collegarsi alla lotta collettiva della loro classe è reale.
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Da Révolution Internationale, n.383
1. Caffè aperti ventiquattrore su ventiquattro dove i clienti leggono fumetti e navigano su Internet.
2. Courrier international, 5 luglio 2007
3. La Tribune, 10/08/07
4. Vedi i diversi articoli sul movimento in Francia contro il CPE nel 2006 sul nostro sito www.internationalism.org [12].
Nelle nostre discussioni, soprattutto con giovani elementi, sentiamo frequentemente "E’ vero che tutto va male, che vi sono sempre più miseria e guerra, che le nostre condizioni di vita degradano, che l'avvenire del pianeta è minacciato. Bisogna fare qualche cosa, ma che cosa? Una rivoluzione? Ma questa è un’utopia, è impossibile"!
Sta qua la grande differenza tra maggio 1968 ed oggi. Nel 1968, in un momento in cui la crisi aveva appena cominciato nuovamente a fare sentire i suoi colpi, l'idea di rivoluzione era dovunque presente. Oggi, la constatazione del fallimento del capitalismo è diventata generale ma esiste invece un grande scetticismo in quanto alla possibilità di cambiare il mondo. I termini di comunismo, di lotta di classe, risuonano come un sogno di un altro tempo. Anche parlare di classe operaia e di borghesia parrebbe anacronistico.
Ora, la storia, nei fatti, già ha dato una risposta a questi dubbi. 90 anni fa, il proletariato ha portato la prova, attraverso le sue azioni, che il mondo poteva essere cambiato. La rivoluzione d’ottobre 1917 in Russia, la più grandiosa azione delle masse sfruttate fino ad ora, ha mostrato concretamente che la rivoluzione non è solamente necessaria ma che è anche possibile! (1)
La classe dominante scarica una massa continua di menzogne su questo episodio. Opere come la Fine di un'illusione o Il Libro nero sul comunismo non fanno che riprendere una propaganda che già circolava all'epoca: la rivoluzione sarebbe stata solamente un "golpe" dei bolscevichi, Lenin sarebbe stato un agente dell'imperialismo tedesco, ecc. I borghesi concepiscono le rivoluzioni operaie come un atto di pazzia collettiva, un caos spaventoso che finisce orribilmente (2). L'ideologia borghese non può ammettere che gli sfruttati possano agire per proprio conto. L'azione collettiva, solidale e cosciente della maggioranza lavoratrice, è una nozione che il pensiero borghese considera come un'utopia contro natura.
Tuttavia, non se ne dispiacciano i nostri sfruttatori, la realtà è proprio che nel 1917 la classe operaia ha saputo sollevarsi collettivamente e consapevolmente contro questo sistema disumano. Ha dimostrato che gli operai non erano delle bestie da soma, buone solo ad ubbidire ed a lavorare. Al contrario, questi avvenimenti rivoluzionari hanno rivelato le capacità grandiose e spesso anche insospettate del proletariato liberando un torrente di energia creatrice ed una prodigiosa dinamica di sconvolgimento collettivo delle coscienze. John Reed riassume così questa vita ribollente ed intensa dei proletari durante l’anno 1917:
"La Russia tutta intera imparava a leggere; leggeva di politica, d’economia, di storia, perché il popolo aveva bisogno di sapere. (...) La sete di istruzione per così molto tempo frenata diventò con la rivoluzione un vero delirio. Dal solo Istituto Smolny vennero estratte ogni giorno, per i primi sei mesi, tonnellate di letteratura che attraverso carri e vagoni andarono a saturare il paese. (...) E quale ruolo giocava la parola! Si tenevano riunioni nelle trincee, sulle piazze dei villaggi, nelle fabbriche. Quale ammirevole spettacolo offrirono i 40. 000 operai della Putilov nell’ascoltare oratori socialdemocratici, socialisti-rivoluzionari, anarchici ed altri, così attenti a tutti ed indifferenti alla lunghezza dei discorsi per mesi; a Pietrogrado ed in tutta la Russia, ogni angolo di strada fu una tribuna pubblica. Nei treni, nei tram, nasceva dovunque inaspettatamente la discussione. (...) In tutte le riunioni, la proposta di limitare il tempo di parola era regolarmente respinta; ciascuno poteva esprimere liberamente il proprio pensiero" (3). La "democrazia" borghese parla molto di "libertà di espressione" quando l’esperienza ci dice che essa è manipolazione, spettacolo e lavaggio del cervello. L'autentica libertà d’espressione è quella che conquistano le masse operaie nella loro azione rivoluzionaria:
"In ogni fabbrica, in ogni laboratorio, in ogni compagnia, in ogni caffè, in ogni cantone, nelle stesse borgate deserte, il pensiero rivoluzionario realizzava un lavoro silenzioso e molecolare. Sorgevano dovunque interpreti degli avvenimenti, operai a cui si poteva chiedere la verità su ciò che era accaduto e da cui si potevano ascoltare le necessarie parole d’ordine. (...) Questi elementi di esperienza, di critica, di iniziativa, di abnegazione, si sviluppavano nelle masse e costituivano la meccanica interna inaccessibile allo sguardo superficiale, tuttavia decisiva, del movimento rivoluzionario come processo cosciente." (4).
Questa capacità della classe operaia a ritornare collettivamente e consapevolmente in lotta non è un miracolo improvviso, è il frutto di numerose lotte e di una lunga riflessione sotterranea. Marx paragonava spesso la classe operaia ad una vecchia talpa che scava lentamente la sua strada per spuntare più lontano all'aria libera in modo improvviso e non previsto. Attraverso l'insurrezione di ottobre 1917, riappare il segno delle esperienze della Comune di Parigi del 1871 e della rivoluzione del 1905, delle battaglie politiche della Lega dei comunisti, della Prima e Seconda Internazionale, della sinistra di Zimmerwald, degli Spartachisti in Germania e del Partito bolscevico in Russia. La Rivoluzione russa è certamente una risposta alla guerra, alla fame ed alla barbarie dello zarismo moribondo, ma è anche e soprattutto una risposta cosciente, guidata dalla continuità storica e mondiale del movimento proletario. Concretamente, gli operai russi hanno vissuto prima dell’insurrezione vittoriosa le grandi lotte del 1898, 1902, la Rivoluzione del 1905 e le battaglie del 1912-14.
“Fu necessario contare non con una qualsiasi massa, ma con la massa degli operai di Pietrogrado e degli operai russi in generale che avevano vissuto l'esperienza della Rivoluzione del 1905, l'insurrezione di Mosca del mese di dicembre dello stesso anno, e fu necessario che nel seno di questa massa, ci fossero operai che avevano riflettuto sull'esperienza del 1905, che avevano assimilato la prospettiva della rivoluzione che si erano interrogati una dozzina di volta sulla questione dell'esercito.” (5).
E’ così che ottobre ‘17 fu il punto culminante di un lungo processo di presa di coscienza delle masse operaie finendo, alla vigilia dell'insurrezione, in un’atmosfera profondamente fraterna nelle file operaie. Questo ambiente è percettibile, quasi palpabile in queste righe di Trotsky:
“Le masse provavano il bisogno di tenersi strette, ciascuno voleva controllare sé stesso attraverso gli altri, e tutti, con uno spirito attento e teso, cercavano di vedere come un solo e stesso pensiero si sviluppava nella loro coscienza con le sue diverse sfumature e caratteristiche. (...) Mesi di vita politica febbrile (...) avevano educato centinaia e migliaia di autodidatti. (...) La massa non tollerava già più nel suo campo gli esitanti, quelli che dubitavano, i neutrali. Si sforzava di impossessarsi di tutti, di attirarli, di convincerli, di conquistarli. Le fabbriche congiuntamente ai reggimenti mandavano dei delegati al fronte. Le trincee si legavano con gli operai ed i contadini del più vicino retroterra al fronte. Nelle città di questa zona avevano luogo innumerevoli riunioni, comizi, conferenze in cui i soldati ed i marinai univano la loro azione con quella degli operai e dei contadini" (6).
Grazie a questa effervescenza di dibattiti, gli operai poterono così, nei fatti, guadagnare alla loro causa i soldati ed i contadini. La rivoluzione del 1917 corrisponde all'essere proprio del proletariato, classe allo tempo stesso sfruttata e rivoluzionaria che può liberarsi solo a condizione d’agire in modo collettivo e cosciente. La lotta rivoluzionaria del proletariato costituisce l'unica speranza di liberazione per tutte le masse sfruttate. La politica borghese è sempre a profitto di una minoranza della società. All'inverso, la politica del proletariato non insegue un beneficio particolare ma quello di tutta l'umanità. "La classe sfruttata ed oppressa, il proletariato, non può liberarsi della classe che la sfrutta e l'opprime, la borghesia, senza liberare allo stesso tempo e per sempre, la società intera dallo sfruttamento, dall'oppressione e dalle stesse lotte di classe." (7).
Questa effervescenza di discussione, questa sete di azione e di riflessione collettiva si è materializzata molto concretamente attraverso i soviet, o consigli operai, permettendo agli operai di organizzarsi e lottare come una classe unita e solidale.
L’appello della giornata del 22 ottobre, fatto dal Soviet di Pietrogrado, sigillò definitivamente l'insurrezione: riunioni ed assemblee si tennero in tutti i quartieri, in tutte le fabbriche ed esse verificarono un profondo accordo: “Abbasso Kerenski!” (8), “Tutto il potere ai Soviet!” Non furono solo i bolscevichi, ma tutto il proletariato di Pietrogrado che decise ed eseguì l'insurrezione. Fu un atto gigantesco in cui gli operai, gli impiegati, i soldati, numerosi cosacchi, donne, bambini, diedero apertamente il loro impegno.
“L'insurrezione fu decisa, per così dire, per una data fissata: il 25 ottobre. Non fu fissata da una riunione segreta, ma apertamente e pubblicamente, e la rivoluzione trionfante ebbe luogo precisamente il 25 ottobre (6 novembre nel calendario russo) come era già stato stabilito. La storia universale ha conosciuto un gran numero di rivolte e di rivoluzioni: ma cercheremmo invano un'altra insurrezione di una classe oppressa che sia stata fissata in anticipo e pubblicamente, attraverso una data annunciata, e che sia stata compiuta vittoriosamente, il giorno annunciato. In questo senso ed in numerosi altri, la rivoluzione di novembre è unica ed incomparabile.” (9).
In tutta la Russia, ben al di là di Pietrogrado, un’infinità di soviet locali lanciavano l’appello alla presa del potere o effettivamente lo prendevano, facendo trionfare dovunque l’insurrezione. Il partito bolscevico sapeva perfettamente che la rivoluzione non era l’impresa né del solo partito né dei soli operai di Pietrogrado ma del proletariato tutto intero. Gli avvenimenti hanno provato che Lenin e Trotsky avevano ragione nel sostenere che i soviet, fin dalla loro apparizione spontanea negli scioperi di massa del 1905, rappresentavano la "forma infine trovata della dittatura del proletariato". Nel 1917, questa organizzazione unitaria dell’insieme della classe in lotta giocò, attraverso la generalizzazione di assemblee sovrane e la sua centralizzazione con delegati eleggibili e revocabili in ogni momento, un ruolo politico essenziale e determinante nella presa di potere, mentre i sindacati non vi giocarono alcun ruolo.
Affianco ai soviet, un’altra forma di organizzazione della classe operaia sostenne un ruolo fondamentale ed anche vitale per la vittoria dell’insurrezione: il partito bolscevico. Se i soviet permisero a tutta la classe operaia di lottare collettivamente, il partito, rappresentando la frazione più cosciente e determinata, ebbe per ruolo di partecipare attivamente al combattimento, di favorire il più largo e profondo sviluppo della coscienza e di orientare in modo decisivo, con le sue parole d’ordine, l’attività della classe. Sono le masse che prendono il potere, sono i soviet che assicurano l’organizzazione, ma il partito di classe è un’arma indispensabile alla lotta. Nel luglio 1917, è il partito che risparmiò alla classe una disfatta decisiva (10). Nell’ottobre 1917, è ancora lui che mette la classe sulla strada del potere. Tuttavia, la rivoluzione di ottobre ha mostrato in modo vivente che il partito non può e non deve sostituire i soviet: se è indispensabile che il partito assuma la direzione politica tanto nella lotta per il potere che nella dittatura del proletariato, non è suo compito prendere il potere. Questo deve restare non nelle mani di una minoranza, per quanto cosciente e devota, ma di tutta la classe operaia attraverso il solo organismo che la rappresenta come un tutto: i soviet. Su questo punto, la rivoluzione russa fu una dolorosa esperienza poiché il partito soffocò poco a poco la vita e l’effervescenza dei consigli operai. Ma, nel 1917, di questa questione né Lenin e gli altri bolscevichi, né gli Spartachisti in Germania avevano una chiara comprensione e non potevano averla. Non bisogna dimenticare come l’ottobre 1917 sia stata la prima esperienza per la classe operaia di un’insurrezione vittoriosa a livello di tutto un paese!
“La Rivoluzione russa non è che l’avanguardia dell’esercito socialista mondiale, ed il successo ed il trionfo della rivoluzione che abbiamo compiuto dipendono dall’azione di questo esercito. È un fatto che nessuno tra noi dimentica (…). Il proletariato russo ha consapevolezza del suo isolamento rivoluzionario, ed egli vede chiaramente che la sua vittoria ha per condizione indispensabile e premessa fondamentale, l'intervento unito degli operai del mondo intero” (Lenin, 23 luglio 1918).
Per i bolscevichi, era chiaro che la Rivoluzione russa era solamente il primo atto della rivoluzione internazionale. L’insurrezione di ottobre 1917 costituiva di fatto l’avamposto di un’ondata rivoluzionaria mondiale, il proletariato che si lanciava verso combattimenti titanici che realmente hanno rischiato di determinare la fine del capitalismo. Nel 1917, il proletariato rovescia il potere borghese in Russia. Tra il 1918 e 1923, effettua molteplici assalti nel principale paese europeo, la Germania. Velocemente, quest’ondata rivoluzionaria si ripercuote in tutte le parti del mondo. Dovunque esista una classe operaia evoluta, i proletari si sollevano e si battono contro i loro sfruttatori: dall’Italia al Canada, dall’Ungheria alla Cina.
Quest’unità e questo slancio della classe operaia a scala internazionale non sono apparsi per caso. Questo sentimento comune di appartenere ovunque alla stessa classe ed alla stessa lotta corrisponde all’essere proprio del proletariato. Qualunque sia il paese, la classe operaia è sotto lo stesso giogo dello sfruttamento, ha di fronte la stessa classe dominante e lo stesso sistema di sfruttamento. Questa classe sfruttata forma una rete che attraversa i continenti, ogni vittoria o sconfitta di una delle sue parti condiziona inesorabilmente l’insieme. E’ per tale motivo che, fin dalle sue origini, la teoria comunista ha posto alla testa dei suoi principi l’internazionalismo proletario, la solidarietà di tutti gli operai del mondo. “Proletari di tutti i paesi, unitevi”, tale era la parola d’ordine del Manifesto comunista redatto da Marx ed Engels. Questo stesso manifesto affermava chiaramente che “i proletari non hanno patria”. La rivoluzione del proletariato, la sola che può mettere fine allo sfruttamento capitalista ed ad ogni forma di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, non può avere luogo che a scala internazionale. E’ proprio questa realtà che era espressa con forza fin dal 1847: “La rivoluzione comunista (...) non sarà una rivoluzione puramente nazionale; si produrrà in tutti i paesi civilizzati allo stesso tempo (…) Eserciterà anche su tutti gli altri paesi del globo una ripercussione considerevole e trasformerà completamente ed accelererà il corso del loro sviluppo. È una rivoluzione universale; avrà, di conseguenza, un campo universale.” (11). La dimensione internazionale dell’ondata rivoluzionaria degli anni 1910-1920 provò che l’internazionalismo proletario non è un bel e grande principio astratto, ma che è al contrario una realtà reale e tangibile. Di fronte al nazionalismo sanguinario e viscerale delle borghesie che si sprofondano nella barbarie della Prima Guerra mondiale, la classe operaia ha opposto la sua lotta e la sua solidarietà internazionale. “Non c’è socialismo all’infuori della solidarietà internazionale del proletariato”, tale era il messaggio forte e chiaro dei volantini che circolavano nelle fabbriche in Germania (12). La vittoria dell’insurrezione di ottobre 1917 poi la minaccia di estensione della rivoluzione in Germania ha costretto le borghesie a mettere un termine alla prima carneficina mondiale, a questo ignobile bagno di sangue. In effetti, la classe dominante ha dovuto fare tacere i suoi antagonismi imperialisti che la laceravano da quattro anni per opporre un fronte unito ed arginare l’ondata rivoluzionaria.
L’ondata rivoluzionaria dell’ultimo secolo è stata il punto più alto raggiunto a tutt’oggi dall’umanità. Al nazionalismo ed alla guerra, allo sfruttamento ed alla miseria del mondo capitalista, il proletariato ha saputo aprire un’altra prospettiva, la sua prospettiva: l’internazionalismo e la solidarietà di tutte le masse oppresse. L’ondata di ottobre ‘17 ha provato così la forza della classe operaia. Per la prima volta, una classe sfruttata ha avuto il coraggio e la capacità di strappare il potere dalle mani degli sfruttatori e di inaugurare la rivoluzione proletaria mondiale! Anche se la rivoluzione doveva essere sconfitta ben presto, a Berlino, a Budapest ed a Torino e benché il proletariato russo e mondiale abbia dovuto pagare questa sconfitta ad un prezzo terribile (gli orrori della controrivoluzione stalinista, una seconda guerra mondiale e tutta la barbarie che da allora non è mai più cessata), la borghesia non sempre è stata capace di cancellare completamente dalla memoria operaia questo avvenimento esaltante e le sue lezioni. L’ampiezza delle falsificazioni della borghesia su Ottobre ‘17 è a misura degli spaventi che essa ha provato. La memoria di ottobre è là per ricordare al proletariato che il destino dell’umanità è rimesso tra le sue mani e che è capace di compiere questo compito grandioso. La rivoluzione internazionale rappresenta più che mai l’avvenire!
Pascale
Da Révolution Internatinale, n.383
1. Oltre a questo articolo, vedi il nostro opuscolo sull’Ottobre 1917 pubblicato sul nostro sito web.
2. Il cartone animato di Don Bluth e Gary Goldman chiamato "Anastasia", che presenta la Rivoluzione russa come un colpo di Rasputin che avrebbe gettato una sorte malefica e demoniaca sul popolo russo, è una caricatura molto grossolana ma altrettanto rivelatrice!
3. John Reed, I Dieci giorni che sconvolsero il mondo.
4. Trotsky, Storia della rivoluzione russa, cap. "Raggruppamento nelle masse".
5. Trotsky, Storia della rivoluzione russa, cap. "Il paradosso della rivoluzione di febbraio".
6. Trotsky, Ibid., cap. "L’uscita dal pre-parlamento".
7. Engels, "Prefazione del 1883" al Manifesto comunista.
8. Capo del governo provvisorio borghese formato dopo febbraio.
9. Trotsky, La Rivoluzione di novembre, 1919.
10. Leggi il nostro articolo "Le giornate di luglio: il ruolo indispensabile del partito".
11. F. Engels, Principi del comunismo.
12. Formula di Rosa Luxemburg nella Crisi della socialdemocrazia, ripresa da numerosi manifesti spartachisti.
Links
[1] https://it.internationalism.org/en/tag/4/75/italia
[2] https://it.internationalism.org/en/tag/situazione-italiana/politica-della-borghesia-italia
[3] https://it.internationalism.org/en/tag/4/64/pakistan
[4] https://it.internationalism.org/en/tag/3/49/imperialismo
[5] https://it.internationalism.org/en/tag/3/54/terrorismo
[6] https://it.internationalism.org/en/tag/4/60/asia
[7] https://it.internationalism.org/en/tag/3/42/ambiente
[8] https://it.internationalism.org/en/tag/vita-della-cci/interventi
[9] https://it.internationalism.org/en/tag/4/70/francia
[10] https://it.internationalism.org/en/tag/2/29/lotta-proletaria
[11] https://it.internationalism.org/en/tag/4/83/medio-oriente
[12] http://www.internationalism.org
[13] https://it.internationalism.org/en/tag/4/62/giappone
[14] https://it.internationalism.org/en/tag/3/41/alienazione
[15] https://it.internationalism.org/en/tag/4/91/russia-caucaso-asia-centrale
[16] https://it.internationalism.org/en/tag/storia-del-movimento-operaio/1905-rivoluzione-russia
[17] https://it.internationalism.org/en/tag/2/26/rivoluzione-proletaria
[18] https://it.internationalism.org/en/tag/3/43/comunismo