“Parlerò brevemente e con pieno senso di responsabilità. Le cose che dico saranno gravi per tutti noi e per il partito, ma si è voluto creare una situazione incresciosa che mi costringe a dirle. Indipendentemente da ogni considerazione di sincerità e di purezza maggiore o minore degli individui, io devo qui dichiarare a nome della Sinistra, che i procedimenti che qui si svolgono non solo non hanno scosso le nostre opinioni, ma costituiscono, colla preparazione e l’organizzazione del Congresso, col programma che si è esplicato, l’argomento più formidabile per la serenità del nostro giudizio. Io devo qui dichiararvi che il metodo che è qui in azione ci appare dolorosamente ma sicuramente come metodo deleterio agli interessi della nostra causa e del proletariato.
(...)
Noi crediamo nostro dovere (…) dire senza esitazione e con completo senso di responsabilità questa grave cosa: che nessuna solidarietà potrà unirci a quegli uomini che abbiamo giudicati indipendentemente dalle loro intenzioni e dai loro caratteri psicologici, come rappresentanti della ormai inevitabile prospettiva dell’inquinamento opportunista del nostro partito.
(...)
Se io, se noi siamo vittime di uno spaventevole errore nel valutare così quello che avviene, allora davvero dovremo essere considerati indegni anche soltanto nel partito e dovremo sparire agli occhi della classe operaia. Ma se questa antitesi spietata che noi sentiamo porsi è vera e ci riserva nell’avvenire dolorose conseguenze, allora perlomeno potremo dire di aver lottato fino all’ultimo contro i metodi esiziali che intaccano la nostra compagine e di aver portato, resistendo ad ogni minaccia, un po’ di chiaro nel buio che qui si è voluto creare. Ora che ho dovuto parlare, giudicatemi come volete.”
Questa la “Dichiarazione di Bordiga” al congresso di Lione del 1926 (riportata in Prometeo n. 1, giugno 1928) che segnava l’esclusione definitiva della Sinistra del Partito Comunista d’Italia, Sinistra che aveva fondato e diretto il partito nei primi anni e condotto poi, fino al congresso di Lione appunto, una dura opera di opposizione. Il VI Esecutivo allargato della Internazionale Comunista del febbraio 1926 sanciva definitivamente, anche a livello internazionale, in uno scontro faccia a faccia di Bordiga contro Stalin, la sconfitta della Sinistra Italiana.
Ci pare necessario donare alcune “date” e alcuni riferimenti nel processo degenerativo dell’I.C. pur coscienti che non possono essere che insufficienti e limitativi nella misura in cui non possono donare che un’immagine sbiadita di tutto lo sconvolgimento che visse il movimento proletario in quegli anni. D’altra parte non è compito di questa introduzione trattare di quel periodo, pur tanto ricco e fecondo di insegnamenti e sul quale esiste, anche se per la gran parte sotto l’egida della pubblicistica controrivoluzionaria, un certo materiale documentario, bensì prendere in considerazione gli anni dopo il 1926, l’attività organizzata di quei nuclei di comunisti che in condizioni pressoché impossibili seppero tener duro, continuare una lotta disperata e impari, braccati in tutta Europa dal nazi-fascismo e dai sicari stalinisti, additatî dagli uni e dagli altri come i peggiori nemici, come elementi da eliminare, un’attività e un’azione, questa sì, completamente misconosciuta e ignorata anche da chi si vuole riallacciare ad essa (in misura sempre più velata e minore, a dire il vero).
·1921: III Congresso dell’Internazionale Comunista; si affaccia la teoria del fronte unico; si discute sulla validità della scissione di Livorno; questione tedesca, il KAPD già emarginato rompe con l'Internazionale Comunista. La sinistra comunista appare sconfitta. Ad opera della tendenza di Essen del KAPD viene fondata l’effimera K.A.I. nel cui manifesto costitutivo è fra l’altro scritto:
o “Niente può arrestare il progresso degli avvenimenti e oscurare la verità. Noi lo diciamo senza inutili reticenze, senza sentimentalismo: la Russia proletaria dell’ottobre rosso diventa uno stato borghese.”
· 1922: Il Congresso del P.Cd’I., tesi di Roma; IV Congresso della I.C., opposizione della Sinistra italiana alla fusione con i socialisti; analisi del fascismo da parte della Sinistra.
· 1923: arresto di Bordiga e di altri dirigenti del partito in Italia; bolscevizzazione del partiti comunisti; i contrasti tra la sinistra italiana e l’I.C. diventano sempre maggiori.
·1924: esce (in Italia) la rivista Prometeo; Bordiga rifiuta di presentarsi alle elezioni e dichiara:
o “non sarò mai deputato e tanto prima farete i vostri progetti senza di me, meno perderete in tempo e in fatica." (Conferenza di Como; V Congresso dell’I.C.)
·1925: Bordiga scrive “La questions Trotsky” e “Il pericolo opportunista e l’Internazionale”; viene fondato e poi fatto sciogliere il “Comitato d’Intesa”.
·1926: La Sinistra viene esclusa dal partito e dall’Internazionale, inizia il periodo dell’emigrazione; lettera di Bordiga a Korsch.
La lettera che Bordiga invia da Napoli il 28-10-1926 a Karl Korsch, risposta al tentativo del tedesco di farsi promotore di un progetto di unificazione di quanto rimaneva della Sinistra comunista a livello internazionale (unico documento rimasto di un epistolario che Bordiga tenne con altri rivoluzionari negli stessi anni e di cui sembra sparita ogni traccia), ci pare particolarmente interessante; ne trascriviamo quindi le parti che ci paiono fondamentali per farle poi seguire da un nostro commento:
“…Il vostro “modo di esprimervi” (Bordiga si rivolge a Korsch) mi pare che non vada bene. Non si può dire che “la rivoluzione russa è una rivoluzione borghese”. La rivoluzione del 1917 è stata una rivoluzione proletaria, benché sia un errore generalizzarne le Lezioni “tattiche”. Ora si pone il problema di che cosa avvenga della dittatura proletaria in un paese se non segue la rivoluzione negli altri paesi. Vi può essere una controrivoluzione, vi può essere un corso degenerativo di cui si tratta di scoprire e definire i sintomi ed i riflessi dentro al partito comunista. Non si può dire semplicemente che la Russia è un paese in cui si espande il capitalismo.”
“Noi miriamo alla costruzione di una linea di sinistra veramente generale e non occasionale, che si ricollega a sé stessa attraverso fasi e sviluppi di situazioni distanti nel tempo e diverse, fronteggiandole tutte sul buon terreno rivoluzionario, non certo ignorandone i caratteri distintivi oggettivi.”
“In genere io penso che in primo piano oggi più che la organizzazione e la manovra, si deve mettere un lavoro pregiudiziale di elaborazione di una ideologia politica di sinistra internazionale, basata sulle esperienze eloquenti traversate dal Comintern. Essendo molto indietro su questo punto ogni iniziativa internazionale riesce difficile.”
“Non bisogna volere la scissione dei partiti e dell’Internazionale. Bisogna lasciar compiere l’esperienza della disciplina artificiosa e meccanica col seguirla nei suoi assurdi di procedura fino a che sarà possibile, senza mai rinunciare alle posizioni di critica ideologica e politica e senza mai solidarizzare con l’indirizzo prevalente.”
“Credo che uno dei difetti dell’Internazionale attuale sia stato di essere “un blocco di opposizioni” locali e nazionali. Bisogna riflettere su questo, si capisce senza arrivare ad esagerazioni, ma per fare tesoro di questi insegnamenti. Lenin arrestò molto lavoro di elaborazione “spontaneo” contando di raggruppare materialmente e poi dopo soltanto fondere omogeneamente i vari gruppi al calore della rivoluzione russa. In gran parte non è riuscito.”
Rivendicazione quindi, in primo piano, del carattere proletario della rivoluzione russa contro le facili e semplicistiche asserzioni della “natura borghese” che travolgevano tutti coloro che improvvisamente scoprivano che in Russia “qualcosa non andava”.
Precisazione, poi, del vero problema che andava ponendosi “che cosa avvenga delle dittatura proletaria in un paese se non segue la rivoluzione negli altri paesi” e “del come” sopratutto andava affrontata la questione, fuori di ogni soluzione d’organizzazione, di alleanze o blocchi di vario tipo, nel riconoscimento del periodo storico di peggiore controrivoluzione che avanzava e nel duro compito di analisi, di studio, di comprensione degli errori per la futura ripresa.
Tra queste posizioni ineccepibili une frase colpisce della lettera di Bordiga: “Non bisogna volere la scissione dei partiti e dell'Internazionale” quando di fatto la sinistra e stata già buttata fuori. E’ un tenersi legati a un qualcosa che solo cinque anni prima era realmente il partito mondiale del proletariato, alla speranza che per la rivoluzione non sia davvero fînita per decadi e decadi, che nella crisi mortale del capitale la classe operaia stretta nella morsa terribile della crisi potesse ancora alzare la testa e sotto la spinta “dal basso” potessero di nuovo trionfare nel partito e nell’internazionale le posizîoni che la sinistra dîfendeva. Ma la classe era stata decapitata, la sconfitta fisica del proletariato in battaglie campali si rifletteva nella degenerazione e nel tradimento di partiti e Internazionale, la ripresa non poteva avvenire se la classe non sapeva secernere l’avanguardia, il partito che non esisteva più.
Accanto a tutto ciò va riportata anche la considerazione che Bordiga aveva dell’Internazionale Comunista. Per lui era effettivamente il partito mondiale del proletariato. Al V Congresso dell’I.C. (luglio 1924) dirà:
“Vorrei dire sinceramente che nella situazione presente è l’Internazionale del proletariato rivoluzionario mondiale che deve rendere al partito comunista russo una parte dei numerosi servizi che essa ha ricevuto da lui.”
L’Internazionale doveva apporsi all’involuzione del partito russo e non diventare uno strumento di questo, nel qual caso veramente non ci sarebbe stata più speranza. E fu quel che avvenne...
Su queste basi e con queste preoccupazioni la Sinistra Italiana comincia e continua il suo 1avoro nell’emigrazione.
“NOI GIOCHIAMO IN CERTO MODO UN RUOLO INTERNAZIONALE, PERCHE’ IL POPOLO ITALIANO E’ UN POPOLO DI EMIGRANTI NEL SENSO ECONOMICO E SOCIALE DEL TERMINE E, DOPO L’AVVENTO DEL FASCISMO, ANCHE IN SENSO POLITICO... ACCADE A NOI UN PO’ COME AGLI EBREI; SE SIAMO STATI BATTUTI IN ITALIA, POSSIAMO CONSOLARCI PENSANDO CHE ANCHE GLI EBREI SONO FORTI NON IN PALESTINA MA ALTROVE.”
(Dall’intervento di Bordiga al VI Esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista).
L’emigrazione di militanti comunisti dall’Italia non segue le stesse vie. Se la maggior parte dei compagni dovettero lasciare l’Italia nel 1925-26 in seguito alla caccia spietata che davano loro i fascisti e all’esclusione dal partito dopo il Congresso di Lione che li privava di ogni rete di rifugio e di aiuto, alcuni elementi si trovavano già in Austria prima e in Germania poi nel 1923, dove vivranno da combattenti rivoluzionari gli avvenimenti tragici di quell’anno; si opporranno alle decisioni che va assumendo l’Internazionale Comunista e si dimetteranno dal Partito Comunista d’Italia.
In pratica rappresentano i primi oppositori della sinistra che, nell’emigrazione, si organizzano. In Germania allacciano un contatto con Entschiedene Linke (1) e con Karl Korsch ed anche con i compagni della Sinistra che in Italia avevano dato vita al “Comitato d’Intesa”. Successivo a questo periodo è il tentativo di contatto di Korsch con Bordiga e la lettera di cui abbiamo già parlato.
Il gruppo lascia poi la Germania e raggiunge, attraverso la Svizzera, la Francia dove, mantenendo i legami con i tedeschi, aderisce a un comitato delle opposizioni comuniste (niente a che vedere con la opposizione trotskysta) mantenendo la piena autonomia del proprio gruppo.
Nel 1927 a Pantin, in piena banlieu parigina, rifugio di emigrati, di senza tetto, di disperati e di espulsi dalla società civile, viene costituita la “Frazione di Sinistra del Partito Comunista d’Italia” assente:Vercesi (Ottorino Parrone), uno dei maggiori artefici poi di Bilan, perché espulso dalla democratica Francia.
Facile sarebbe parlare delle vicissitudini di questi compagni, in cerca di un lavoro e di un ricovero, perseguitati a indesiderabili per le democrazie, braccati dagli stalinisti, che seppero ovunque continuare una lotta impari, difendere e propagandare senza compromessi e paura le posizioni comuniste.
Tanto par chiarire meglio il tipo di “rapporto” che esisteva con gli stalinisti, ricopiamo alcuni stralci di una lettera di un certo Togliatti a Iaroslavski, lettera del 19 aprile 1929:
“La lotta che il nostro partito deve condurre contro i rottami dell’opposizione bordighiana che tenta di organizzare come frazione tutti i malcontenti, è molto difficile. Dobbiamo lottare contro questa gente in tutti i paesi dove c’è dell’emigrazione italiana (Francia, Belgio, Svizzera, America del Nord, America del Sud, ecc.). Per noi è impossibile condurre questa lotta se i nostri partiti fratelli non ci aiutano. Il P.C.d’I. chiede al P.C. dell’URSS un aiuto per continuare questa lotta già difficile e che può diventarlo ancor più se ci saranno delle debolezze. Il nostro partito non ha nient’altro da dire. Chiede soltanto che si usi il massimo di rigore.”
Non sappiamo se la scissione che vide scindersi l’emigrazione in Francia in due formazioni, una strettamente minoritaria e l’altra maggioritaria avvenne prima o dopo Pantin, anche se gli elementi in nostro possesso ci fanno propendere per il dopo.
Il primo gruppo, che rappresenta la continuità di quel piccolo nucleo di emigrati che abbiamo già visto in Germania, darà vita a “Le réveil communiste” (Il risveglio comunista) che uscirà tra il 1928 a il 1929. La rivista aprirà le sue colonne ai gruppi di sinistre in Germania (al Korsch della “Kommunistische Politik” e a quanto in quegli anni restava del KAPD) ed anche alla sinistra russa nella persona di Miasnikov.
Il punto centrale che caratterizzava le posizioni di “Le réveil comuniste” era la negazione di ogni carattere proletario dello stato russo, punto su cui, in quegli anni, gli altri elementi che poi costituiranno Bilan andranno molto più cauti, e un appoggio aperto e manifesto alle posizioni del KAPD. A “réveil comuniste” seguirà all’inizio degli anni trenta “l’ouvrier comuniste” su posizioni dichiaratamente consigliariste.
Il secondo gruppo è quello più propriamente conosciuto come “Frazione di Sinistra del Partito Comunista d’Italia”; pubblicherà Prometeo, giornale in lingua italiana, del giugno 1928 al 1938, ora quindicinalmente ora mensilmente e Bilan dal 1933 al 1938.
I primi anni di vita della frazione vedono in primo piano il dibattito con Trotsky, ormai esule a Prinkipo, e con le formazioni che a lui si richiamano e che stanno organizzandosi soprattutto in Francia.
Nel novembre 1927 esce a Parigi “Contre le courant”, “organe de l’opposition communiste” che tenta di porsi come momento catalizzante dei vari gruppetti trotskysti (cosa che non riuscirà mai) e di favorire, o almeno iniziare un processo di raggruppamento di tutta l’opposizione di sinistra.
Nel n° 12 del giugno 1928 viene inviata una “lettera aperta ai comunisti d’opposizione” alle seguenti organizzazioni:
1) Circolo Marx e Lenin, che pubblica Bulletin comuniste,
2) Frazione di sinistra italiana,
3) Gruppo Barré-Treint, che pubblica Redressement communiste,
4) Gruppo La lutte de classe, che fa capo a Naville,
5) Le révei1 communiste, di cui abbiamo già parlato.
Di questo progetto non se ne farà niente (sarà solo nel 1930 che “La verità”, con l’appoggio diretto di Trotsky, si farà portavoce di tutta l’opposizione trotskysta) ma è interessante vedere la risposta che per l’Ufficio politico della Frazione italiana dà Vercesi:
“Non pochi gruppi di opposizione credono di dover limitarsi al ruolo di un cenacolo che registra i progressi di un corso degenerativo, e non presenta al proletariato che l’ostentazione di verità che si presume di aver detto. Ebbene noi pensiamo che avremo il futuro che sapremo preparare. Ma la cosa più importante è di stabilire con quale mezzo si può stabilire la direttiva dell’azione comunista.
Noi pensiamo che la crisi dell’Internazionale dipenda da cause molto profonde, dalla sua fondazione apparentemente uniforma ma sostanzialmente eterogenea, dall’assenza di una politica ferma e di una tattica comunista, da cui è derivata una alterazione dei principi marxisti che ha condotto a una serie di disastri rivoluzionari.
Al di fuori dell’opposizione russa, solo la nostra frazione ha elaborato une direttiva sistematica di azione in una piattaforma che è dovuta al compagno Bordiga.”
(Con tutta probabilità ci si riferisce qui alle tesi presentate dalla sinistra al congresso di Lione).
“Ci sono molte opposizioni. E’ un male; ma non c’è altro rimedio che il confronto delle loro rispettive ideologie, la polemica per giungere poi a quello che ci proponete. Se esistono più opposizioni, è perché ci sono più ideologie che devono manifestarsi nella loro sostanza e non incontrarsi in una semplice discussione, in un organo comune. La nostra parola d’ordine è di andare a fondo nel nostro sforzo senza lasciarci guidare dalla suggestione di un risultato che sarebbe in realtà un nuovo insuccesso.
Noi pensiamo che se l’Internazionale, dopo aver ufficialmente alterato i suoi programmi, ha mancato al suo ruolo di guida della rivoluzione, nondimeno i partiti comunisti - data la natura della situazione che viviamo - sono gli organi in cui si deve lavorare per combattere contro l’opportunismo e - non è del tutto escluso - per farne la guida della rivoluzione.”
La lettera (pubblicata nel n° 13 dell’agosto 1928 di “Contre le Courant”) termina poi rifiutando – per le ragioni suddette – l’invito.
Come si vede questa risposta di Vercesi ricalca quella di Bordiga a Korsch; viene ribadita la necessità di esaminare criticamente il passato, di trarre gli insegnamenti della degenerazione e dell’ondata controrivoluzionaria che si sta abbattendo sul movimento proletario e la fiducia ancora in una lotta, autonoma ed intransigente sui principi, all’interno dei partiti comunisti.
Ben più importanti saranno i contatti epistolari che avverranno fra “Prometeo” (che aveva iniziato ad uscire nel giugno 1928) e Trotsky. (Una buona documentazione è contenuta nel libro di Corvisieri “Trotsky e il comunismo italiano”).
Nella prima lettera indirizzata a Trotsky il gruppo di Prometeo fa un po' la sua storia: la rottura con “le réveil comuniste”, la costituzione in Frazione, l’analisi della situazione internazionale come caratterizzata dall’offensiva capitalista, l’analisi della Russia che vede divisa una maggioranza che reputa la Russia stato proletario e una minoranza che “si pronuncia per la negazione del carattere proletario dello stato russo”, la questione italiana dove la Frazione rifiuta di riconoscere che la socialdemocrazia o le forze di opposizione democratica possano condurre una lotta contro il fascismo e afferma “che la classe proletaria solamente ha la possibilità di condurre questa lotta sulla base del programma comunista”.
In seguito alla non partecipazione della Frazione a una Conferenza della Opposizione a Parigi i rapporti con Trotsky si fanno più tesi e in una lettera il rivoluzionario russo pone a Prometeo le seguenti domande:
“1. Vi considerate come movimento nazionale, o come parte di un movimento internazionale?
2. A quale tendenza appartenete?
3. Perché non pensate di creare una frazione internazionale della vostra tendenza?”
E prometeo risponde:
“In sostanza, voi ci invitate a dichiararvi se ci affermiamo si o no dei comunisti. (…) E ora rispondiamo alle vostre questioni.
1. Noi ci consideriamo come una parte del movimento internazionale.
2. Noi apparteniamo, dalla fondazione della I.C. e anche prima, alla tendenza di sinistra.
3. Noi non pensiamo di creare una frazione internazionale della nostra tendenza perché noi crediamo di aver appreso dal marxismo che l’organizzazione internazionale del proletariato non è l’agglomerato artificiale di gruppi o di personalità di tutti i paesi attorno a un dato gruppo. Per contro, noi pensiamo che questa organizzazione deve ben essere il risultato della esperienza del proletariato di tutti i paesi.”
Questioni di metodo e di principio dividevano quindi Prometeo da Trotsky: non accettazione integrale da parte di Prometeo dei primi quattro congressi dell’Internazionale Comunista, critica del fronte unico “che sdrucciola - scrive Prometeo - nel governo operaio e contadino, nel comitato anglo-russo, nel Kuomintang, nei comitati proletari antifascisti”.
Gli avvenimenti di Spagna del 1930-3l pongono la rottura e la definitiva interruzione del contatto.
Al Trotsky che scrive in “La rivoluzione spagnola e i compiti dei comunisti”:
“La parole d’ordine della Repubblica, naturalmente, è anche una parola d’ordine del proletariato. Ma per esso non si tratta solo di cambiare un re con un presidente, ma di una radicale epurazione di tutta la società dalle immondizie del feudalesimo.”
E ancora:
“Le tendenze separatiste pongono alla rivoluzione il compito democratico della auto-decisione nazionale… Il separatismo degli operai e dei contadini è l’involucro della loro indignazione sociale.”
Prometeo non poteva che rispondere:
“E’ chiaro che non possiamo seguirlo per questa via, e tanto a lui che ai dirigenti anarco-sindacalisti della CLN rispondiamo col negare nel modo più esplicito che i comunisti debbano prendere posto in prima fila nella lotta per la difesa della repubblica. Di nessuna repubblica e tantomeno della spagnola.”
(Prometeo, 23 agosto 1931)
Una rottura quindi definitiva che non potrà che accentuarsi quando verrà il turno della natura sociale dell’URSS, dell’analisi di Trotsky sulla direzione burocratizzata in Russia e sulla difesa della Russia nel caso di guerra imperialista.
Nel novembre 1933 esce il primo numero di Bilan “Bollettino teorico mensile della frazione di sinistra del Pci”.
Nella “Introduzione” viene subito delimitato il quadro storico in cui viene precisandosi il lavoro della rivista e i compiti che questo gruppo di rivoluzionari si propone di assolvere:
“Non è un cambiamento di situazione storica che ha permesso al capitalismo di attraversare la tormenta degli avvenimenti del dopo-guerra: nel 1933, in modo analogo, e molto più che nel 1917, il capitalismo si trova ad essere definitivamente condannato come sistema di organizzazione sociale. Ciò che è cambiato, dal 1917 al 1933, è il rapporto di forza tra le due classi fondamentali, tra le due forze storiche che agiscono nell’epoca attuale: il capitalismo e il proletariato.
Noi siamo oggi a un termine estremo di questo periodo: il proletariato non è, forse, più in grado di opporre il trionfo della rivoluzione allo scoppio di una nuova guerra imperialista. Tuttavia, se restano delle chances di ripresa rivoluzionaria immediata, esse consistono solo nella comprensione delle passate disfatte. Coloro che oppongono a questo lavoro indispensabile di analisi storica il cliché della immediata mobilitazione degli operai, non fanno che gettare confusione, che impedire la reale ripresa delle lotte proletarie.
I quadri per i nuovi partiti del proletariato non possono uscire che dalla conoscenza profonda delle cause della disfatta. E questa conoscenza non può sopportare né divieti né ostracismi.
Trarre il bilancio degli avvenimenti del dopoguerra significa quindi porre le condizioni per la vittoria del proletariato in tutti i paesi.”
E lungo questa traccia Bilan si mosse e lavorò toccando tutte le questioni fondamentali del movimento rivoluzionario.
Dall’analisi della crisi del capitalismo (decadenza), alla critica dei movimenti di liberazione nazionale, dalla delimitazione dei momenti attraverso cui si renderà possibile la ripresa di classe del proletariato, alla critica impietosa dei partiti “comunisti” e della Russia della quale, se non veniva ancora chiarita la natura sociale, veniva precisato il ruolo politico di potenza imperialista alla quale doveva essere negato ogni sorta di appoggio da parte della classe operaia in vista della non lontana guerra mondiale.
Come momento fondamentale del lavoro rivoluzionario veniva anche sollecitato il dibattito con altre formazioni e Bilan ospitò spesso testi di altri compagni.
Nel 1935, Bilan passa da “bollettino teorico mensile della frazione di sinistra del Pci” a “bollettino teorico mensile della frazione italiana della Sinistra Comunista” a significare la rottura totale e definitiva con un partito che è ormai momento della controrivoluzione capitalista e l’assunzione di un compito internazionale.
Nel 1936 iniziano le divergenze sulla questione della Guerra di Spagna che provocheranno una scissione all’interno di Bilan. (Su questa questione vedi i testi della divergenza).
Parallelamente avviene anche la rottura del legame che si era stabilito fin dal 1932 con la “Ligue des communistes Internationalistes de Belgique”, gruppo che proveniva dal trotskysmo e che aveva subito poi una notevole influenza dal consigliarismo.
Nel 1932 Bilan e la “Ligue” si trovarono sulle stesse posizioni nella critica dell’opposizione internazionale di sinistra (trotskysta) che in Germania, di fronte all’attacco fascista, aveva lanciato un appello ad un fronte unico per la difesa delle “rivendicazioni democratiche” che venivano considerate delle tappe della lotta per la rivoluzione comunista.
Questo accordo come pure il rifiuto della soluzione che proponeva l’opposizione trotskysta per la ricostruzione del partito comunista affermavano la possibilità del dibattito e del contatto tra le due organizzazioni.
Dibattito che se doveva avere come scopo la ricostruzione del patrimonio teorico del proletariato, si basava sull’analisi e sulla risposta politica che veniva data agli avvenimenti che si succedevano in quegli anni.
La guerra di Spagna segnò la rottura di un dibattito che era proseguita per sei anni e che Bilan aveva ampiamente ospitato.
La maggioranza della Lega dei comunisti internazionalisti belgi scelse l’appoggio alla guerra antifascista in una forma simile a quella della minoranza di Bilan e del gruppo francese “L’union Comuniste”.
Scriverà infatti Hennaut, massimo rappresentante della Ligue in un documento datato febbraio 1937 (e che sanciva la rottura):
“Noi sappiamo che la difesa della democrazia non è che il lato formale della lotta, l’antagonismo tra il capitalismo e il proletariato ne è l’essenza reale. E a condizione di non abbandonare in alcuna circostanza la lotte di classe, il compito dei rivoluzionari è di parteciparvi.”
Un’espressione SOSTANZIALE della lotta del capitalismo contro il proletariato viene quindi considerata come espressione FORMALE della lotta proletaria contro il capitalismo.
Ma non tutta la Lega dei comunisti internazionalisti belgi sarà su questa posizione.
Una stretta minoranza, ma maggioranza a Bruxelles, rimase sulle posizioni di Bilan. Fu espulsa dall’organizzazione e si costituì in “Frazione belga della Sinistra Comunista”.
Pubblicò dal l937 al 1939 “Communisme”, come rivista mensile ciclostilata.
Nel 1938 Bilan finisce; ad esso si sostituisce “Octobre”, “organo mensile dell’ufficio internazionale delle frazioni della Sinistra Comunista”, costituito quell’anno. Di “Octobre” usciranno cinque numeri, l’ultimo nell’agosto 1939.
Un mese più tardi comincerà la seconda carneficina mondiale.
§ § § § § § § § § §
Quale l’atteggiamento dei gruppi che si dicono la “continuità” (più o meno organica) della Sinistra Italiana verso il lavoro della Frazione all’estero?
Esaminiamo la posizione che tiene a tal riguardo il Partito Comunista Internazionale (Programma Comunîsta).
Programma Comunista, a parole, ha sempre rivendicato il lavoro di Bilan e Prometeo, forse per coprire il buco che va dal 1926 alla seconda guerra mondiale (2); non ha mai cercato di chiarire ai suoi militanti e ai suoi lettori le posizioni e il lavoro di Bilan (se non in alcuni brevi articoli in un numero del giornale nel 1957 alla morte di Ottorino Perrone alias Vercesi) che resta quindi un nome o poco più.
Certo era con pudicizia che tutto ciò avveniva: leggere Bilan sarebbe stato traumatizzante per chi ormai seguiva vie diametralmente opposte a quelle indicate dalla Frazione italiana nell’emigrazione.
Oggi sembra che anche di quel falso pudore si sia persa ogni traccia; non che si dica apertamente che con il lavoro di Bilan non si ha nulla da spartire (3), ma ciò si capisce implicitamente dalla lettura di alcuni articoli che toccano la storia del movimento comunista negli anni 30.
Se in un articolo del 1971 (Programma Comunista n° 21, 1971) si criticava ancora il lavoro di Trotsky che portava “tutta una serie di coalizioni ibride nel seno dell’opposizione internazionale” per dire poi che “ulteriormente, quest’opposizione pout-pourri si riverserà nella nata morta IV Internazionale”, nel 1973 (Programma Comunista n° 19, 1973) si arriva a scrivere:
“Quando Trotsky affermava la necessità prioritaria di formare un nucleo internazionale attestato saldamente sulle posizioni rivoluzionarie quale condizione non esclusiva o sufficiente, ma imprescindibile, di una ripresa rivoluzionaria, prossima o meno, e comunque per cercare di sfruttare in senso rivoluzionario il venturo conflitto, non faceva che enunziare una verità prima del marxismo, una verità tanto più importante quanto meno evidente, a tal punto che essa viene ignorata e anche derisa da destra, dal centro, da “sinistra” e anche da “estrema sinistra””.
Al che bisognerebbe capire cosa intenda Programma Comunista per “attestato saldamente sulle posizioni rivoluzionarie”, forse si riferisce all’entrismo nei partiti socialdemocratici oppure alla difesa della Russia nella II guerra mondiale?? Che altro è se non questo lo “sfruttare in senso rivoluzionario il venturo conflitto” secondo la tradizione trotskysta???
Più avanti si scrive ancora:
“Se Trotsky errò non fu per l’aver affacciato l’esigenza della IV Internazionale, né per aver concepito tale esigenza come un impegno di lavoro, invece che riconoscerla astrattamente nell’ovattato silenzio delle ‘biblioteche’ dove si rifugiarono, facendosene vanto, i Korsch e i Pannekoek.”
e perché non si scrive anche: “i Vercesi, etc., etc. e i ...Bordiga”??
Ma l’articolo-continua:
“Solo settari scervellati possono compiacersi di una tragedia come quella della pretesa IV Internazionale caduta preda delle più eterogenee forme di opportunismo e sghignazzare soddisfatti.”
per arrivare al culmine:
“La IV Internazionale resta da costruire”.
Finalmente!!!
Cosa ha quindi da spartire con la Sinistra Comunista e con Bilan un gruppo che vuole:
“Lavorare oggi con pazienza, tenacia, modestia, per rendere possibile il giorno in cui il grido dell’avanguardia rivoluzionaria di tutto il mondo sia: viva la IV Internazionale.”
Signori, avete dovuto attendere di seppellire un po’ di cadaveri prima di poter scrivere cose del genere, che d’altra parte non possono essere attribuite all’impazzimento di qualche povero mentecatto che si nasconde sotto l’anonimato del vostro giornale, ma all’opera “collettiva” del “partito”.
Anche il Partito Comunista Internazionalista (Battaglia Comunista) si riallaccia a Bilan.
Un numero di Prometeo - marzo 1958 - (serie II n° 10), rivista teorica di Battaglia Comunista, fu interamente dedicato all’opera teorico-politica di O. Perrone (Vercesi). Traiamo alcune frasi dalla presentazione di questo testo:
“Gli avvenimenti della rivoluzione spagnola, come sono stati di gran lunga superiori ai loro stessi protagonisti, così hanno messo in evidenza i punti forti come i punti deboli del nostro stesso schieramento: la maggioranza di Bilan vi appare come sospesa ad una formula, teoricamente impeccabile, che aveva però il difetto di rimanere semplice astrazione; la minoranza vi appare, d’altro canto, sotto la preoccupazione di infilare comunque la strada di un partecipazionismo che non sempre è cosi avveduto da evitare i lacci del giacobinismo borghese, anche quando si fa barricadero.
Esistendone le possibilità obiettive, i nostri compagni di Bilan avrebbero dovuto porre il problema, lo stesso che più tardi doveva porre il nostro partito di fronte al moto partigiano, invitando gli operai che vi si battevano, a non cadere nella trappola della strategia della guerra imperialista.”
Esattamente: Battaglia Comunista assunse nel primo secondo dopoguerra (per non parlare della partecipazione elettorale del 1948) la stessa posizione della minoranza di Bilan nella guerra di Spagna.
La minoranza di Bilan non andò in Spagna a difendere la repubblica contro il fascismo (come d’altra parte dimostrano i testi che pubblichiamo) ma nell’intento di diffondere nelle file delle milizie principi e tattica comunisti, lo stesso intento che mosse Battaglia verso i partigiani.
Ma il problema non sta qui; il nocciolo riguarda quello che Battaglia definisce “vuoto formalismo”, “astrazione” e che par noi è un principio, una frontiera di classe.
Su Battaglia Comunista ritorneremo nel prossimo numero di “Rivoluzione Internazionale” anche per rispondere a quanto ha pubblicato in uno degli ultimi numeri del suo giornale (4).
Rivoluzione Internazionale, novembre 1976
1. Gruppo formato da espulsi dal KPD (con Schwarz alla loro testa) molto vicino al KAPD (di Berlino) alla cui attività partecipa anche Korsch. Di poco precedente è anche la costituzione, di fronte allo sfacelo del KPD, di una “Lega di Spartaco n° 2” che riuniva l’AAUE, il gruppo attorno a Iwan Katz e altri elementi. Successivamente Korsh si staccò, per divergenze con il KAPD, da queste formazioni e diede vita a Kommunistische Politik.
2. Nel loro testo destinato a dimostrare la continuità di elaborazione della Sinistra Italiana dal 1920 al 1966 (46 anni complessivi), ai 16 anni che vanno dal 1926 al 1943 sono dedicate 18 righe su 180 pagine: “In difesa della continuità del Programma Comunista” pag. 127, Ed. Programma Comunista 1970.
3. Ma un po’ per volta i giudizi iniziano a farsi più aperti. Non potendo più ignorare la nostra esistenza il loro organo in Francia ci ha gratificati di un velenoso attacco nel quale, essendo ugualmente impossibile sostenere una nostra falsificazione dei testi di Bilan, si afferma:
“Giacché se è vero che la rivista Bilan ha fatto degli errori politici, erano proprio errori, delle concessioni a correnti di tipo “sinistra europea”, ma ciò in un comportamento oscillante che impedisce di pretendere che Bilan aveva una teoria particolare che avrebbe rivisto le posizioni originali dell’Internazionale e della Sinistra.” (Le Prolétaire n° 204, 4 ottobre,1975).
Ora, se la difesa e l’arricchimento delle posizioni rivoluzionarie nell’arco di 16 anni sono degli “errori”, si può ben immaginare cosa sia la “continuità” per Programma Comunista.
4. cfr. “Rettifica a Rivoluzione Internazionale” in Battaglia Comunista n° 13, ottobre 1976.
Questa edizione degli articoli di Bilan è per molti versi incompleta, e ce ne scusiamo con i compagni. La scelta dei testi è stata quanto più possibile guidata dalla preoccupazione di fornire il quadro di insieme, la “linea di condotta” cui, tra mille difficoltà, si sono attenuti i militanti di Bilan.
In particolare questa è una storia non della Spagna, ma della riflessione politica e della difesa delle frontiere di classe che, a partire dagli avvenimenti di Spagna, i ristretti nuclei della Sinistra Comunista hanno portato avanti, controcorrente rispetto al prevalere della controrivoluzione.
Ai lettori interessati ad approfondire la conoscenza di questo periodo della storia spagnola non mancano certo i libri da consultare, spesso ben documentati. Tuttavia per facilitare la lettura degli articoli e la loro connessione, abbiamo aggiunto qualche nota al margine per meglio inquadrare gli avvenimenti analizzati nel loro contesto storico.
Novembre 1976
Ripubblicando i testi di Bilan sulla guerra di Spagna non intendiamo fare opera di storici. Il nostro obiettivo e tutt’altro. Se la storia dell’umanità è sempre la storia delle lotte di classi, le lotte di ieri non si presentano al proletariato come un passato fisso, morto, ma come momenti sempre viventi della sua lotta storica per la trasformazione rivoluzionaria della società, della sua lotta sempre presente. La comprensione delle sue lotte di ieri costituisce per il proletariato, sola classe rivoluzionaria nella società capitalista, uno sforzo necessario e incessante per conoscere sempre più a fondo il contenuto e i mezzi della lotte che conduce, per superare le sue debolezze e i suoi errori, per evitarne le deviazioni, per forgiare la sua coscienza e le sue armi per le future battaglie e la vittoria finale.
I testi di Bilan hanno un interesse enorme e non solo perché le posizioni difese da Bilan erano la sola risposta giusta di classe ai problemi contro cui si scontrava il proletariato spagnolo quaranta anni fa, ma anche perché gli stessi problemi restano al centro delle attuali lotte del proletariato spagnolo e internazionale. Non si tratta di premiare a posteriori un gruppo rivoluzionario del quale nessun rivoluzionario potrebbe ignorare l’apporto ma di cogliere le sue posizioni che hanno sostenuto la prova del fuoco dell’esperienza e che devono servirci da filo conduttore negli scontri presenti e futuri della classe operaia. La forza dell’analisi che fa Bilan sulla situazione spagnola risiede prima di tutto nel fatto che questa situazione particolare viene posta in un contesto mondiale e storico.
Un errore diventato comune e che si ritrova anche nei ranghi dei comunisti di sinistra consiste nell’analizzare le situazioni partendo dal paese, isolatamente, in sé.
Una tale pratica che si vuole “marxista”, determinista, concreta, conduce inevitabilmente alle peggiori aberrazioni.
Lo “sviluppo ineguale” del capitalismo di cui parlava Marx, e le sue implicazioni nella lotte di classe, aveva tutta la sua importanza all’inizio del capitalismo e nel suo periodo ascendente. All’inizio il peso delle particolarità regionali e nazionali pesa ancore in modo preponderante sull’evoluzione tanto locale che generale. Ma nella misura in cui il capitalismo si sviluppa e crea il mercato mondiale, le specificità locali, pur permanendo, perdono d’importanza e cedono il passo di fronte alle leggi generali de1capitalismo in quanto sistema mondiale che impone il suo dominio su tutti i paesi.
Si può quindi dare come formula generale: più il capitalismo si sviluppa come sistema, più i paesi, presi individualmente, si trovano dipendenti dall’evoluzione del sistema come un tutto e giocano sempre meno, nell’analisi del loro sviluppo, i caratteri particolari di ogni paese.
E' nel periodo di decadenza, quando il sistema capitalista, come un tutto, entra in declino (in seguito allo sviluppo delle sue contraddizioni diventate insormontabili) che si manifesta al massimo grado questa unità mondiale del sistema. Diventa allora aberrante basare l’analisi, sotto il pretesto della legge dello “sviluppo ineguale”, partendo dalle particolarità di ogni paese e dal grado di sviluppo capitalista che avrebbe raggiunto.
Numerose sono queste analisi “marxiste” che, partendo dallo stadio arretrato dell’economia russa, presa isolatamente, arrivano a rigettare la possibilità stessa di una rivoluzione socialista e a negare di conseguenza ogni carattere proletario alla rivoluzione di ottobre. E’ un procedimento tipicamente menscevico che in ultima analisi applica alla crisi del capitalismo e alla rivoluzione proletaria lo schema e le norme della rivoluzione borghese. Fu a questo schema che si rifece l’Internazionale Comunista di Bukharin-Stalin per giustificare la politica del “blocco delle quattro classi” in Cina, riscoprendo la rivoluzione democratico-borghese dieci anni dopo la rivoluzione d’ottobre; a questo stesso schema si rifanno tanto coloro che hanno inventato la teoria della “rivoluzione doppia” (borghese e proletaria) che quelli che continuano a vedere un movimento progressista nelle guerre di “liberazione nazionale” e nelle rivoluzioni democratico-borghesi.
La prima difficoltà, il primo ostacolo contro cui si scontrava Bilan nell’analisi degli avvenimenti di Spagna era rappresentata dalle posizioni di chi poneva il “caso particolare” della Spagna, di chi parlava di “feudalesimo” e di lotta contro il “feudalesimo reazionario”. Una volta diventato una cosa in sé, lo stato arretrato dell’economia spagnola serviva da giustificazione a tutti i compromessi e apriva la porta ad ogni tradimento. Collocando la Spagna all’interno dell’economia mondiale, Bilan dimostrava la natura capitalista di questo paese, e non era che in questo quadro, quello di un’economia capitalista in crisi che doveva e poteva essere compresa la situazione della Spagna.
Non meno importante era collocare la lotta del proletariato spagnolo nel contesto dell’evoluzione generale, su scala mondiale, della lotta del proletariato. In quale corso si trova il proletariato nel decennio aperto dal 1930: in un corso di crescita della lotta rivoluzionaria o in quello che conduce, dopo aver subito profonde disfatte, demoralizzato, integrato nella difesa nazionale, inevitabilmente alla guerra imperialista?
Trotsky che aveva visto e denunciato nella vittoria di Hitler l’apertura della corsa alla guerra, cambia completamente di prospettiva con 1’avvento del Fronte Popolare in Francia a in Spagna e annuncerà con grande risonanza che “la rivoluzione è cominciata in Francia”.
Tutt'altra sarà l'analisi di Bilan che, non solo non vedrà nel trionfo del Fronte Popolare un rovesciamento del corso alla guerra, ma al contrario lo considererà come un rafforzamento di questo corso, una replica adeguata nei paese “democratici” all’isteria guerrafondaia della Germania e dell’Italia, un mezzo e dei più efficaci per far abbandonare al proletariato il suo terreno di classe, per mobilitarlo attorno alla difesa della “democrazia” e dell’interesse nazionale, preparazione necessaria per condurlo alla guerra imperialista.
In un tale contesto quale poteva essere la prospettiva dell’eroica lotta del proletariato spagnolo? E’ innegabile che il proletariato di Spagna diede, nella sua vigorosa lotta contro il sollevamento di Franco, soprattutto nei primi giorni, un magnifico esempio di combattività e di decisione. Ma per quanto grande fosse la sua combattività, lo sviluppo degli avvenimenti doveva presto mostrare che non era in suo potere di andare da solo alla vittoria rivoluzionaria in una situazione mondiale di rinculo e di smobilitazione della classe operaia internazionale.
Dai tragici avvenimenti del proletariato in Spagna dobbiamo trarre questa lezione preziosa: come l’ottobre 1917 ci mostra la possibilità di una vittoria della rivoluzione proletaria in un paese capitalisticamente arretrato, perché portata da un movimento generale della rivoluzione che il proletariato russo non faceva che esprimere ed annunciare, così il 1936 in Spagna ci mostra che è impossibile a un proletariato di un paese sottosviluppato, quale che sia la sua combattività, di rovesciare un corso generale di controrivoluzione trionfante. E questo non ha niente a che vedere con il fatalismo. Come scriverà Bilan: “Il compito del momento: non tradire.” Nel 1936 in Spagna non era in causa la vittoria della rivoluzione, ma essenzialmente di fare in modo che il proletariato non abbandonasse il suo terreno di classe e si lasciasse immolare per la controrivoluzione, nella sua forma fascista o democratica. Se il proletariato spagnolo non poteva far trionfare la rivoluzione, poteva e doveva restare fermamente sul suo terreno, rigettare ogni alleanza, e coalizione con frazioni della borghesia, rifiutarsi alle menzogne di una guerra antifascista che conteneva la fatalità del suo annientamento a serviva da preludio a sei anni di ininterrotti massacri di milioni di proletari nella seconda guerra mondiale.
La guerra di Spagna doveva ancora sviluppare un altro mito, un’altra menzogna. Nello stesso tempo in cui si sostituiva alla guerra di classe del proletariato contro il capitalismo la guerra tra democrazia e fascismo, si sfigurava il contenuto stesso della rivoluzione cambiando l’obiettivo centrale della rivoluzione: distruzione dello stato borghese e presa del potere politico da parte del proletariato in quello delle cosiddette misure di socializzazione e di gestione operaia delle fabbriche.
Saranno soprattutto gli anarchici e certe tendenze che si richiamavano al consigliarismo che si distingueranno nell’esaltare questo mito, giungendo perfino a vedere e proclamare in quella Spagna repubblicana, antifascista e stalinista, la conquista di posizioni socialiste ben più avanzate di quelle raggiunte dalla rivoluzione d’ottobre.
Non è nostra intenzione entrare qui in una analisi dettagliata sull’importanza e sul significato di queste misure. Si troverà, nei testi di Bilan che pubblichiamo, una risposta sufficientemente chiara a queste questioni. Ciò che vogliamo mettere in evidenza è che, anche se queste misure fossero state più radicali di quanto non lo furono in realtà, non avrebbero cambiato il carattere fondamentalmente controrivoluzionario dello svolgersi degli avvenimenti in Spagna.
Per la borghesia come per il proletariato il punto centrale della rivoluzione non può essere che quello della conservazione o della distruzione dello Stato capitalista. Il capitalismo può non solo adattarsi a misure di autogestione o di cosiddetta socializzazione, ma suscitarle esso stesso come mezzi di mistificazione e deviamento dell’energia del proletariato.
L’esaltazione di pretese misure sociali non è che un radicalismo verbale che ricopre, nel migliore dei casi, la stessa radice del vecchio riformismo: la marcia graduale della trasformazione sociale. Contro questo radicalismo verbaiolo e in totale accordo con Bilan, noi affermiamo che una rivoluzione che non comincia con la distruzione dello Stato capitalista può essere tutto ciò che si vuole fuorché una rivoluzione proletaria.
Nel 1936 in Spagna il proletariato ha subito una delle sue più sanguinose disfatte che gli ha valso quaranta anni di repressione feroce. Riflesso di questo corso di disfatte e di trionfante reazione, la Sinistra comunista ridotta a piccoli gruppi che trovavano la loro espressione in Bilan, era dolorosamente cosciente del suo isolamento e della sua impotenza nell’immediato. Come il partito bolscevico e il pugno di militanti nel 1914, restava fedele al comunismo andando contro-corrente.
Se la guerra e quaranta anni di controrivoluzione trionfante hanno avuto ragione, materialmente, della sua organizzazione, l’insegnamento della lotta e delle posizioni rivoluzionarie della Sinistra Comunista non sono stati perduti.
Oggi con la ripresa della lotta di classe e la prospettiva del suo sviluppo rivoluzionario, i comunisti ritrovano e riallacciano il filo di questa continuità politica.
Ripubblicando i testi di Bilan intendiamo farne degli strumenti per il riarmo politico del proletariato e dalle lezioni della disfatta di ieri forgiare le armi per la vittoria finale di domani.
CORRENTE COMMUNISTA INTERNAZIONALE
(dalla Revue Internationale, organo trimestrale della CCI, n°6)
Quanti saranno? Impossibile conoscere una cifra, anche approssimativa, del numero delle vittime cadute nell’orgia di sangue, degna cerimonia par l’apertura delle Cortes della “Repubblica dei lavoratori di Spagna” (1): destra agraria e monarchica, destra repubblicana, sinistra radicale, partito socialista, sinistra catalana, manifestano, in un ammirevole fronte unico, la loro soddisfazione per questa vittoria dell’“ordine”. Una volta che la classe operaia spagnola ha abbandonato i cattivi pastori - che sarebbero, all’occorrenza, gli anarchici della Federazione Anarchica Iberica - da Macia “il liberatore della Catalogna” a Maura, da Lerroux a Prieto si rende l’omaggio voluto e opportuno alla “saggezza dei lavoratori spagnoli”. Certo, non si tratta di un movimento operaio soffocato dalle mitragliatrici e dai cannoni; ma semplicemente, ah! quanto semplicemente, di una specie di epurazione fatta dalla borghesia nell’interesse dei lavoratori. Una volta estirpata 1’ulcera, ritornerebbe la saggezza, la saggezza innata e i lavoratori si affretterebbero a ringraziare i carnefici che li avrebbero liberati dagli agitatori anarchici.
Ah, che si stabilisca, ma che si stabilisca senza tardare il bilancio delle vittime che ha al suo attivo la repubblica degli Azana-Caballero, così coma quella delle nuove Cortes, e, molto meglio di mille controversie teoriche - si giungerà a stabilire il significato della “Repubblica” e della cosiddetta rivoluzione democratica del 1931. Questo bilancio renderà pallida l’opera della monarchia e finirà per mostrare al proletariato che non c’è per lui nessuna forza di organizzazione borghese che lo possa difendere. Comprenderà che non esiste “male minore” per lui e che finché non sarà venuta l’ora per condurre la sua battaglia insurrezionale non può che difendere le posizioni di classe che ha conquistato e che non si possono confondere con le forme di organizzazione e di governo del nemico, fossero anche le più democratiche. I lavoratori spagnoli stanno, ancora una volta, facendone l’esperienza, come il proletariato dei paesi del “paradiso democratico” o del fascismo.
“Movimento anarchico”! Così è caratterizzato questo sollevamento soffocato nel sangue. E, evidentemente, le formazioni della sinistre borghese, tanto i socialisti quanto il liberale Macia, diranno che tra questi “agitatori” anarchici si trovavano i “provocatori” monarchici: così la loro “coscienza” repubblicana troverà una nuova serenità e la loro anima resterà senza macchie. Ma il proletariato riconosce i suoi e sa che non sono provocatori quelli che la gendarmeria ha steso al suolo, ma sono i suoi figli più valorosi che si erano ribellati contro l’oppressione del capitalismo repubblicano.
Strani anarchici questi operai che fanno scattare un movimento di ribellione dopo una consultazione elettorale! Tuttavia, non esiteremo un solo istante a solidarizzare con un movimento proletario, anche se fosse diretto da degli anarchici (cercando di far prevalere, nel corso della lotta, la concezione comunista che, sola, può condurre alla vittoria). Ma la questione non è questa, e noi insorgiamo già ora contro quei militanti che, nel momento stesso in cui il fascio delle forze del proletariato mondiale dovrebbe rinserrarsi per sostenere il proletariato spagnolo, avanzano delle critiche al riguardo delle pretese responsabilità degli anarchici spagnoli.
Movimenti di una tale ampiezza non dipendono, e non possono dipendere, da un piano prestabilito; questa è la concezione del nemico che considera che la lotta delle masse contro l’oppressione non è dovuta che a un partito che trama complotti. Attualmente, gli ultimi avvenimenti in Spagna hanno mostrato una flagrante opposizione tra l’ideologia anarchica e l’elezione delle Cortes che li ha determinati. Questa rivolta proletaria trova la sua causa reale non nelle elezioni ma nella situazione generale della classe operaia. Le elezioni hanno fornito una occasione fortuita che soltanto dei parolai superficiali possono considerare come l’elemento determinante della rivolta operaia di questi ultimi giorni.
LA MANCANZA DI UN PARTITO RIVOLUZIONARIO DEL PROLETARIATO! Ecco ciò che ha salvato i difensori del capitalismo spagnolo. La costruzione di questo partito si compie al prezzo di innumerevoli vittime proletarie. Le condizioni della sua formazione e del suo sviluppo come guida della classe operaia possono sorgere dalle esperienze della sanguinosa lotta del proletariato contro il capitalismo.
Le vittime operaie, cadute nella lotta in Spagna, non appartengono a nessuna scuola particolare. Esse non possono offrire materia di speculazione per o contro gli anarchici. Il proletariato di tutti i paesi onorerà i morti di Spagna aiutando il proletariato iberico a forgiarsi lo strumento indispensabile per la sua vittoria, il suo partito di classe, par dare il via all’insurrezione proletaria.
Da Bilan n° 2, Dicembre 1933.
1. L’articolo 1 della Costituzione Repubblicana suonava così: “La Spagna è una repubblica di lavoratori di tutte le classi (!) organizzata in un regime di libertà e giustizia”.
La sollevazione proletaria del dicembre 1933 fu come al solito caratterizzata da un coraggio ed una combattività estrema e dall’isolamento completo dei lavoratori paese per paese. Schiacciato il movimento, il governo Martinez Barrio completò l’opera delle mitragliatrici con migliaia di arresti e centinaia di condanne.
Le elezioni cui si fa riferimento videro l’affermazione delle destre, e segnarono l’inizio della fase che avrà il suo culmine nell’Ottobre 1934 (vedi Bilan 12 ottobre 1934).
Esistono due criteri per la comprensione degli avvenimenti: due opposte piattaforme sulle quali si effettua la concentrazione della classe operaia. Solo così potremo analizzare le ultime ecatombi nelle quali sono periti migliaia di proletari della penisola iberica, fucilati, mitragliati, bombardati dalla “Repubblica dei lavoratori spagnoli”. ([1])
O la Repubblica, le libertà democratiche, non sono che un potente diversivo che solleva il nemico quando gli è impossibile impiegare la violenza e il terrore per annientare il proletariato. O la Repubblica e le libertà democratiche rappresentano un male minore e perfino una condizione favorevole alla marcia vittoriosa del proletariato che avrebbe il dovere di appoggiarle per favorire il suo attacco ulteriore per liberarsi dalle catene del capitalismo.
Il terribile massacro di questi ultimi giorni in Spagna dovrebbe por fine ai giochi di “dosaggio”, secondo i quali la Repubblica è sì una “conquista operaia” da difendere, ma sotto “certe condizioni” e soprattutto nella “misura” in cui non è ciò che è, alla condizione che “divenga” ciò che non può divenire, o, infine, “se” lungi dall’avere il significato e gli obiettivi che ha, si accinga a diventare l’organo del dominio della classe lavoratrice. Questo piccolo gioco diventa ugualmente molto difficile per quanto concerne le situazioni che hanno preceduto la guerra civile in Spagna, dove il capitalismo ha dato la misura della sua forza contro il proletariato. In effetti, dalla sua fondazione nell’aprile 1931 fino al dicembre 1931, la “marcia a sinistra” della Repubblica Spagnola, la formazione del governo Azana-Caballero-Lerroux, l’amputazione della sua ala destra, rappresentata da Lerroux, nel dicembre 1931, non determina in nessun caso delle condizioni favorevoli all’avanzamento delle posizioni di classe del proletariato o alla formazione di organismi capaci di dirigerne la lotta rivoluzionaria. E qui non si tratta proprio di vedere ciò che avrebbe dovuto fate il governo repubblicano e radical-socialista per la salute della ... rivoluzione comunista, ma si tratta di cercare se questa conversione a sinistra o all’estrema sinistra del capitalismo, questo unanime concerto che andava dai socialisti fino ai sindacalisti per la difesa della repubblica, ha creato, si o no, le condizioni per lo sviluppo di conquiste operaie e della marcia rivoluzionaria del proletariato. O ancora meglio, se questa conversione a sinistra non fosse dettata dalla necessità, per il capitalismo, di ubriacare gli operai agitati da un profondo slancio rivoluzionario, perché non si orientassero verso la lotta rivoluzionaria, perché la via che la borghesia doveva prendere nell’ottobre 1934 era troppo rischiosa nel 1931 e gli operai, in quel periodo, avrebbero potuto vincere in un momento in cui il capitalismo non era nella possibilità di reclutare gli eserciti della repressione feroce.
D’altra parte, il separatismo catalane o basco, che era stato considerato come una breccia aperta nell’apparato di dominio del nemico, breccia che bisognava allargare fine alle sue conseguenze più estreme per fare in seguito progredire il corso della rivoluzione proletaria, non aveva forse dato la misura della sua forza erigendo una Repubblica Catalana ... per qualche ora (repubblica che sparì dolorosamente sotto i colpi delle stesso generale Batlet che Companys invitava alla difesa della Catalogna che proclamava la sua indipendenza)? E, nelle Asturie, le forze dell’esercito, della polizia, dell’aviazione non si sono gettate, per settimane, contro i minatori e gli operai privi di ogni guida nella loro lotta eroica?
Il separatismo basco che con le sue proteste degli ultimi mesi non aveva fatto che annunciare la tormenta che si avvicinava, lascerà annientare le lotte delle Asturie e, in più, i battaglioni del terrore governativo saranno diretti da un separatista che domani farà, senza dubbio, un nuovo giuramento di fedeltà alla Repubblica e alle autonomie regionali.
Dal 1930 al 1934 una coerenza d’acciaio stabilisce la logica degli avvenimenti. Nel 1930 Berenguer è chiamato dal re Alfonso XIII che spera di poter ripetere la manovra del 1923, quando giunse a contenere nel quadro della legalità monarchica le conseguenze del disastro marocchino. Nel 1923, Primo de Rivera sostituì Berenguer, considerato come il responsabile del disastro in Marocco, e questa modifica governativa permise di allontanare l’attacco delle masse che, evidentemente, dovevano fare le spese dell’operazione governativa che si concludeva con sette anni di dittatura clerico-agraria. Ma, nel 1930, la situazione economica era profondamente sconvolta dall’apparizione della crisi e non era più sufficiente fare ricorso a delle semplici manovre governative. Nel febbraio 1931 le condizioni erano già mature per dei movimenti proletari ed esisteva la minaccia di uno sciopero dei ferrovieri: bisogna fare allora ricorso ai grandi colpi teatrali e si offrono alle masse le teste di Berenguer e del re. Per intervento del monarchico Guera e d’accordo con il repubblicano Zamora, è organizzata la partenza del re prima dell’uscita degli operai delle fabbriche. Il movimento di allargamento verso la sinistra continua fino alla fine del 1931 ed è solo così che si metteranno le masse di fronte ad una estrema difficoltà per forgiarsi l’organismo della vittoria: il proprio partito di classe. Dato che non era possibile sopprimere i conflitti di classe, il capitalismo non poteva che porre questi conflitti in tali condizioni che essi non potessero condurre che alla confusione senza uscita. E la Repubblica serve a questo fine. All’inizio del 1932, il governo di sinistra fa la sua prima prova e passa al violento attacco contro la sciopero generale proclamato dai sindacalisti. In questo momento 1a concentrazione del capitalismo avviene attorno alla sua ala sinistra e il reazionario Maura potrà rendere plebiscitario il governo Azana-Caballero per le Cortes repubblicane. Lo slancio delle masse, prodotto dalle circostanze economiche, fu spezzato, dopo essersi smarrito nei sentieri della Repubblica e della democrazia, dalla violenza reazionaria del governo radical-socialista. Da ciò risultò una opposta conversione della borghesia verso la sua ala destra: nel l'agosto del 1932 avremo la prima scaramuccia di Sanjurjio per la concentrazione delle forze della destra. Qualche mese dopo, nel dicembre 1933, è il massacro degli operai durante il nuovo sciopero deciso dai sindacalisti nel momento in cui le elezioni danno l’occasione per spostare a destra l’orientamento della Repubblica Spagnola. Di conseguenza, l’ottobre 1934 segna la battaglia frontale par annientare tutte le forze e le organizzazioni del proletariato spagnolo. E come triste e crudele epilogo delle orme seguite dai sindacalisti giungeremo, in presenza di un tale massacro, all’astensione della Confederazione del Lavoro Anarchica che ritiene di non potersi mischiare a dei movimenti politici …
Sinistra-destra; repubblica-monarchia; appoggio alla sinistra e alla repubblica contro la destra e la monarchia per la rivoluzione proletaria; ecco i dilemmi e le posizioni che hanno difeso le diverse correnti che agiscono in seno alla classe operaia. Ma il dilemma era diverso e consisteva nell’opposizione: capitalismo-proletariato, dittatura della borghesia per l’annientamento del proletariato, o dittatura del proletariato per l’erezione di un bastione della rivoluzione mondiale in vista della soppressione degli Stati e delle classi.
Benché l'economia spagnola abbia potuto beneficiare dei vantaggi acquisiti durante la guerra per la sua posizione di neutralità, la struttura di questo capitalismo offriva una resistenza troppo debole ai contraccolpi della crisi economica. Un settore industriale troppo limitato rispetto a un’economia agraria troppo estesa e ancora dominata da forze e da forme di produzione non industrializzate. Tali fondamenti spiegano perché le regioni industriali sono il teatro di movimenti separatisti privi di sbocco e che devono acquistare un signifîcato reazionario per il fatto che la classe al potere è il capitalismo, che estende su tutto il territorio il marchio di organismi bancari dove si concentrano - attorno a grandi magnati - i prodotti del plusvalore dei proletari e del pluslavoro dei contadini. Una tale base economica lascia intravedere la prospettiva che si apre alla classe operaia spagnola che si trova in condizioni analoghe a quelle conosciute dagli operai russi: di fronte a una classe che non può stabilire il suo dominio se non con una dittatura di ferro e di sangue, non potrà battere questo feroce dominio che con il trionfo della sua insurrezione.
E la tragedia spagnola, come quella austriaca, si svolgerà nella disattenzione del proletariato mondiale immobilizzato dall’azione controrivoluzionaria dei centristi e dei socialisti. Una semplice offerta da parte dell’I.C. sarà rifiutata dall’Internazionale socialdemocratica con il pretesto che il momento favorevole è già passato. Come se, dopo la vittoria di Hitler, quando il momento favorevole era - anche questa volta - passato, l’Internazionale socialdemocratica non avesse indirizzato delle proposte di azione comune all’I.C.! Ma la putrefazione e la corruzione di organismi che osano ancora proclamarsi operai sono tali che, sui cimiteri di proletari, i traditori di ieri e di domani non faranno che abbozzare una manovra che permetta loro di continuare l’opera di tradimento, fino al giorno in cui gli operai non giungeranno a spazzar via con la classe che li opprime tutte le forze che li tradiscono. Le migliaia di operai spagnoli non sono morti invano, perché dal sangue di cui si è bagnata la Repubblica Spagnola germinerà la lotta per la rivoluzione comunista, abbattendo tutti i diversivi che il nemico non cesserà di opporre alla marcia liberatrice della classe operaia.
[1] Nell'Ottobre 1934, di fronte all'ingresso di quattro esponenti della CEDA cattolica di destra (vedi BILAN n' 14 - dicembre 1934) nel governo, i partiti di sinistra proclamarono lo sciopero generale, che si trasformò in lotta aperta in molti luoghi ed in insurrezione nelle Asturie. Qui i minatori istaurarono un potere operaio che resistette armi alla mano contro il meglio dell'esercito spagnolo dal 4 al 18 ottobre, e si estese all'intera regione. (Sul ruolo di crumiraggio esercitato dalla CNT, vedi ugualmente BILAN n° 14 - dicembre 1934).
Il 4 maggio 2007 e i giorni seguenti si commemora il 70° anniversario dei tragici avvenimenti del maggio 1937 in cui il governo della Repubblica – con la complicità diretta dei dirigenti della CNT e del POUM (1) – hanno massacrato gli operai di Barcellona che si erano sollevati, esasperati da uno sfruttamento brutale accresciuto dallo “sforzo” di guerra. Noi pensiamo che un grande dibattito sia oggi indispensabile per tirare le lezioni di questi avvenimenti e per fornire dei contributi; riproduciamo qui di seguito l’articolo d’intervento che i nostri predecessori, la Sinistra Comunista d’Italia e del Belgio, avevano pubblicato in questa occasione nella rivista Bilan (1933-1938). Noi speriamo così di suscitare un dibattito sincero e aperto che vada fino al fondo delle cose, che permetta alle generazioni attuali della classe operaia di tutti i paesi che non hanno vissuto questa tragedia di rafforzarsi nella loro lotta contro un capitalismo ogni volta più barbaro e inumano.
Corrente Comunista Internazionale (1° maggio 2007)
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PIOMBO, MITRAGLIA, PRIGIONE
COSI' RISPONDE IL FRONTE POPOLARE AGLI OPERAI DI BARCELLONA CHE OSANO RESISTERE ALL'ATTACCO CAPITALISTA
Proletari!
Il 19 luglio 1936, i proletari di Barcellona, a mani nude, hanno annientato l’attacco dei battaglioni di Franco, armati fino ai denti.
Il 4 maggio 1937, questi stessi proletari, muniti di armi, lasciano per terra molte più vittime che a luglio, quando si trattava di respingere Franco, ed è il governo antifascista – che comprende componenti anarchiche e che gode anche di un appoggio del POUM – che scatena la feccia delle forze repressive contro gli operai.
Proletari!
Il 19 luglio 1936, i proletari di Barcellona sono una forza invincibile. La loro lotta di classe, libera da legami con lo stato borghese, si ripercuote all’interno dei reggimenti di Franco, li disgrega e risveglia nei soldati l’istinto di classe: è lo sciopero che arresta i fucili e i cannoni di Franco e che blocca la sua offensiva.
La storia non registra che intervalli fuggitivi nel corso dei quali il proletariato può acquistare la sua completa autonomia di fronte allo stato capitalista. Qualche giorno dopo il 19 luglio, il proletariato catalano arriva al crocevia: o entra nella fase superiore della sua lotta per la distruzione dello stato borghese o il capitalismo ricostituisce le maglie del suo apparato di dominio. A questo stadio della lotta in cui l’istinto di classe non è più sufficiente e quando la coscienza diventa il fattore decisivo, il proletariato non può vincere senza disporre del capitale teorico accumulato con pazienza e accanimento dalle sue frazioni di sinistra erette in partito sotto l’incalzare degli avvenimenti. Se oggi il proletariato spagnolo vive una tragedia così cupa, ciò è dovuto alla sua immaturità nel forgiare il suo partito di classe: il cervello che, solo, può dargli forza vitale.
In Catalogna, dal 19 luglio, gli operai creano spontaneamente, sul proprio terreno di classe, gli organi autonomi della loro lotta. Ma subito sorge l’angosciante dilemma: o ingaggiare a fondo la battaglia politica per la distruzione dello stato capitalista e ultimare così i successi economici e militari, o lasciare in piedi l’apparato oppressivo del nemico e permettergli allora di snaturare e di liquidare le conquiste operaie.
Le classi lottano con i mezzi che sono loro imposti dalle situazioni e dal grado di tensione sociale. Di fronte al divampare della lotta di classe, il capitalismo non può pensare di ricorrere ai metodi classici della legalità. Ciò che lo minaccia, è l’indipendenza della lotta proletaria che condiziona l’altra tappa rivoluzionaria verso l’abolizione del dominio borghese. Il capitalismo deve dunque rinnovare la trama del suo controllo sugli sfruttati. Questa trama, che prima era costituita dalla magistratura, la polizia, le prigioni, viene sostituita, nella situazione estrema di Barcellona, dai Comitati delle milizie, le industrie socializzate, i sindacati operai che gestiscono i settori fondamentali dell’economia, le pattuglie di vigilanza, ecc.
Così in Spagna, la Storia ripropone il problema che, in Italia e in Germania, si è concluso con l’annientamento del proletariato: gli operai mantengono per la propria classe gli strumenti che essi stessi creano nel fuoco della lotta finché li dirigono contro lo stato borghese. Gli operai viceversa armano i loro boia di domani se, non avendo la forza di abbattere il nemico, si lasciano ancora attirare nelle insidie del suo dominio.
La milizia operaia del 19 luglio è un organismo proletario. La “milizia proletaria” della settimana seguente è un organismo capitalista appropriato alla situazione del momento. E, per realizzare il suo piano controrivoluzionario, la borghesia può fare appello ai centristi (2), ai socialisti, alla CNT, alla FAI, al POUM che, tutti, fanno credere agli operai che lo stato cambia natura quando il personale che lo gestisce cambia colore. Dissimulato tra le pieghe della bandiera rossa, il capitalismo affila pazientemente la spada della repressione che, il 4 maggio, è preparata da tutte le forze che, il 19 luglio, avevano spezzato la spina dorsale del proletariato spagnolo.
Il figlio di Noske e della Costituzione di Weimar è Hitler; il figlio di Giolitti (3) e del “controllo della produzione” è Mussolini; il figlio del fronte antifascista spagnolo, delle “socializzazioni”, delle milizie “proletarie”, è la carneficina di Barcellona del 4 maggio 1937.
Solo il proletariato russo rispose alla ceduta dello zarismo con l'Ottobre 1917 perché solo questo giunse a costruire il suo partito di classe attraverso il lavoro delle frazioni di sinistra.
Proletari!
E’ al riparo di un governo di Fronte Popolare che Franco ha potuto preparare il suo attacco. E’ sulla via della conciliazione che Barrios ha provato, il 19 luglio, a formare un ministero unico che potesse realizzare il programma del capitalismo spagnolo, sia sotto la direzione di Franco, sia sotto la direzione mista della destra e della sinistra unite fraternamente. Ma è la rivolta operaia di Barcellona, di Madrid, delle Asturie, che obbliga il capitalismo a sdoppiare il suo ministero, a dividere le funzioni tra l’agente repubblicano e l’agente militare legati da una indissolubile solidarietà di classe.
Dove Franco non è riuscito a imporre subito la sua vittoria, il capitalismo chiama gli operai a seguirlo per “sconfiggere il fascismo”. Sanguinoso tranello che questi hanno pagato con migliaia di cadaveri per aver creduto di poter, sotto la direzione del governo repubblicano, annientare il figlio legittimo del capitalismo: il fascismo. E sono partiti per le colline d’Aragona, per le montagne di Guadarrama, delle Asturie, per la vittoria della guerra antifascista.
Ancora una volta, come nel 1914, è con l’ecatombe del proletariato che la Storia sottolinea sanguinosamente l’irriducibile opposizione tra borghesia e proletariato.
I fronti militari: una necessità imposta dalla situazione? No! Una necessità del capitalismo per accerchiare e sconfiggere gli operai! Il 4 maggio 1937 dimostra chiaramente che dopo il 19 luglio il proletariato doveva combattere tanto contro Companys e Giral quanto contro Franco. I fronti militari non potevano che scavare la fossa agli operai perché rappresentavano il fronte della guerra del capitalismo contro il proletariato. A questa guerra i proletari spagnoli – sull’esempio dei loro fratelli russi del 1917 - non potevano rispondere che sviluppando il disfattismo rivoluzionario in entrambi i campi della borghesia: tanto il repubblicano quanto il “fascista”, e trasformando la guerra capitalista in guerra civile per la totale distruzione delle stato borghese.
La frazione italiana di sinistra è stata sostenuta, nel suo tragico isolamento, solo dalla solidarietà della corrente della Ligue des communistes internationalistes de Belgique che fonda ora la Frazione Belga della sinistra comunista internazionale. Soltanto queste due correnti hanno dato l’allarme quando, dappertutto, si proclamava la necessità di salvaguardare le conquiste della rivoluzione, di battere Franco per meglio sconfiggere in seguito Caballero.
Gli ultimi avvenimenti di Barcellona confermano tragicamente la nostra tesi iniziale e mostrano che è con una crudeltà che uguaglia quella di Franco che il Fronte Popolare, appoggiato da anarchici e dal POUM, si è gettato sugli operai insorti del 4 maggio.
Le vicissitudini delle battaglie militari sono state altrettante occasioni per il Governo repubblicano per serrare ancor più il suo controllo sugli sfruttati. In assenza di una politica proletaria di disfattismo proletario, i successi così come le sconfitte militari dell’esercito repubblicano hanno finito per essere le tappe della sanguinosa sconfitta di classe degli operai: a Badajoz, Irun, San Sebastián, la Repubblica del Fronte popolare apporta il suo contributo al massacro concertato del proletariato rinsaldando i legami dell’Union Sacrée perché, per vincere la guerra antifascista, occorre un esercito disciplinato e centralizzato. La resistenza di Madrid, viceversa, facilita l’offensiva del Fronte popolare che può sbarazzarsi del suo valletto di ieri, il POUM, e preparare così l’attacco del 4 maggio. La caduta di Malaga riannoda i fili insanguinati dell’Union Sacrée mentre è la vittoria militare di Guadalajara che apre il periodo che si concluderà con le fucilate di Barcellona. In questa atmosfera di ubriacatura guerriera può così sorgere e maturare l’attacco del 4 maggio.
Parallelamente, in tutti i paesi, la guerra di sterminio del capitalismo spagnolo alimenta la repressione borghese internazionale, e i morti fascisti e “antifascisti” di Spagna accompagnano gli assassinati di Mosca, i mitragliati di Clichy; ed è così sull’altare insanguinato dell’antifascismo che i traditori raccolgono gli operai di Bruxelles attorno al capitalismo democratico in occasione delle elezioni dell’11 aprile 1937.
“Armi per la Spagna”: questa è stata la parola d’ordine centrale che è risuonata nelle orecchie dei proletari. E queste armi hanno sparato sui loro fratelli di Barcellona. Anche la Russia sovietica, cooperando all’armamento della guerra antifascista, ha rappresentato l’ossatura capitalista per la recente carneficina. Agli ordini di Stalin - che mette in mostra la sua rabbia anticomunista - il 3 marzo il PSUC (4) di Catalogna prende l’iniziativa del massacro.
Ancora una volta, come nel 1914, gli operai si servono delle armi per uccidersi fra di loro invece di usarle per la distruzione del regime di oppressione capitalista.
Proletari!
Il 4 maggio gli operai di Barcellona hanno ripreso la via che avevano preso il 19 luglio e dalla quale il capitalismo aveva potuto respingerli appoggiandosi sulle molteplici forze del Fronte Popolare. Facendo scoppiare scioperi dappertutto, anche nei settori presentati come delle conquiste della rivoluzione, essi si sono opposti al blocco repubblicano-fascista del capitalismo. Ed il governo repubblicano ha risposto con tanta ferocia quanto quella mostrata da Franco a Badajoz e Irun. Se il governo di Salamanca non ha sfruttato questo vacillare del fronte d’Aragona per sferrare un attacco è perché ha capito che il suo complice di sinistra adempiva in maniera ammirevole al suo ruolo di boia del proletariato.
Esausto da dieci mesi di guerra, di collaborazione di classe della CNT, della FAI, del POUM, il proletariato catalano finisce per subire una terribile sconfitta. Ma questa sconfitta è anche una tappa della vittoria di domani, un momento della sua emancipazione, perché essa segna la morte di tutte le ideologie che avevano permesso al capitalismo di salvaguardare il suo dominio, malgrado il gigantesco soprassalto del 19 luglio.
No! I proletari caduti il 4 maggio non possono essere rivendicati da nessuna delle correnti che, il 19 luglio, li hanno trascinati fuori del loro terreno di classe per precipitarli nel baratro dell’antifascismo.
I proletari caduti appartengono al proletariato e solamente a questo. Essi rappresentano le membrane del cervello della classe operaia mondiale, del partito di classe della rivoluzione comunista.
Gli operai di tutto il mondo si inchinano di fronte a tutti i morti e rivendicano i loro cadaveri contro tutti i traditori, quelli di ieri come quelli di oggi. Il proletariato di tutto il mondo saluta in Berneri (5) uno dei suoi, e il suo sacrificio all’ideale anarchico è ancora una protesta contro una scuola politica che è sprofondata nel corso degli avvenimenti spagnoli: è sotto la direzione di un governo a participazione anarchica che la polizia ha ripetuto sul corpo di Berneri l’impresa di Mussolini sul corpo di Matteotti! (6)
Proletari!
La carneficina di Barcellona è il segno anticipatore di repressioni ancora più sanguinose sugli operai di Spagna e del mondo intero. Ma è anche il segno anticipatore di tempeste sociali che, domani, si scateneranno sul mondo capitalista.
Il capitalismo, in solo dieci mesi, ha dovuto dar fondo alle risorse politiche che contava di consacrare per demolire il proletariato, ostacolando il lavoro che questo portava avanti per fondare il suo partito di classe, arma della sua emancipazione e della costruzione della società comunista. Centrismo e anarchismo, raggiungendo la socialdemocrazia, hanno portato a termine, in Spagna, la loro evoluzione, analogamente a quanto si produsse nel 1914 quando la guerra ridusse la Seconda Internazionale allo stato di cadavere.
In Spagna, il capitalismo ha scatenato una battaglia di una portata internazionale: la battaglia tra il fascismo e l’antifascismo che, attraverso la forma estrema delle armi, annuncia una tensione acuta dei rapporti di classe sull’arena internazionale.
Le morti di Barcellona spianano il terreno per la costruzione del partito della classe operaia. Le forze politiche che hanno chiamato gli operai a lottare per la rivoluzione ingaggiandoli in una guerra capitalista sono tutte passate dall’altra parte della barricata e davanti agli operai del mondo intero si apre l’orizzonte luminoso in cui i morti di Barcellona hanno scritto con il loro sangue di classe ciò che era stato già scritto dai morti del 1914-18: la lotta degli operai è proletaria alla sola condizione di sapersi dirigere contro il capitalismo e il suo Stato; viceversa essa serve gli interessi del nemico se non si dirige contro di esso, in tutti i momenti, in tutti i campi, in tutti gli organismi proletari che le situazioni fanno sorgere.
Il proletariato mondiale lotterà contro il capitalismo anche quando questo passerà alla repressione contro i suoi servi di ieri. E’ la classe operaia e mai il suo nemico di classe che è incaricata di liquidare il conto di quelli che hanno espresso una fase della sua evoluzione, un momento della sua lotta per l’emancipazione dalla schiavitù capitalista.
La battaglia internazionale che il capitalismo spagnolo ha ingaggiato contro il proletariato apre un nuovo capitolo internazionale della vita delle frazioni di tutti i paesi. Il proletariato mondiale che deve continuare a lottare contro i “costruttori” di Internazionali artificiali sa che esso non può fondare l’Internazionale proletaria che attraverso la scossa mondiale del rapporto di classe che apra la via della Rivoluzione comunista, e solo così. Di fronte alla Guerra di Spagna, che annuncia l’apparire di tormente rivoluzionarie in altri paesi, il proletariato mondiale sente che è venuto il momento di allacciare i primi legami internazionali delle frazioni della Sinistra Comunista.
Proletari di tutti i paesi!
La vostra classe è invincibile; essa rappresenta il motore dell’evoluzione storica: gli avvenimenti di Spagna ne sono la prova perché è la vostra classe che, sola, costituisce la posta di una lotta che mette in subbuglio il mondo intero!
Non è la disfatta che vi può scoraggiare: da questa disfatta trarrete gli insegnamenti per la vittoria di domani!
Sulle vostre basi di classe, voi ricostruirete la vostra unità di classe al di là delle frontiere, contro ogni mistificazione del nemico capitalista!
In Spagna, ai tentativi di compromesso che cercano di fondare la pace dello sfruttamento capitalista, rispondete con la fraternizzazione degli sfruttati dei due eserciti per la lotta simultanea contro il capitalismo!
In piedi per la lotta rivoluzionaria in tutti i paesi!
Viva la lotta rivoluzionaria in tutti i paesi!
Viva il proletariato di Barcellona che ha scritto una nuova pagina sanguinosa del libro della Rivoluzione mondiale!
Avanti per la costituzione dell’Ufficio Internazionale per promuovere la formazione di frazioni di sinistra in tutti i paesi!
Innalziamo la bandiera della Rivoluzione Comunista che i boia fascisti e antifascisti non possono impedire ai proletari vinti di trasmettere ai loro eredi di classe!
Siamo degni dei nostri fratelli caduti!
Viva la Rivoluzione Comunista in tutto il mondo!
Le Frazioni belga e italiana della Sinistra Comunista Internazionale
1. Il Partito Operaio di Unificazione Marxista (o POUM, in spagnolo Partido obrero de unificación marxista) era un’organizzazione spagnola prossima ai troschisti, creata nel 1935 e sciolta nel 1937, che ha partecipato attivamente alla Guerra di Spagna contro il generale Franco.
2. E’ così che la Sinistra Comunista d’Italia caratterizzava gli stalinisti.
3. Uomo politico borghese, diverse volte presidente del Consiglio in Italia, in particolare in occasione degli scioperi culminati con l’occupazione delle fabbriche nel 1920.
4. In Catalogna il PC, la federazione socialista, l’Unione Socialista ed il Partì Català Proletari si erano fusi, alla vigilia della guerra civile, in una sola organizzazione, il Partito Socialista Unificato di Catalogna, in nome delle particolarità regionali.
5. Camillo Berneri, nato a Lodi, in Italia, il 28 maggio 1897, e morto assassinato dalla GPU a Barcellona, in Spagna, il 6 maggio 1937.
6. Giacomo Matteotti fu deputato socialista italiano. Il suo assassinio da parte di un gruppo fascista porta indirettamente all’instaurazione progressiva del regime di Mussolini.
Links
[1] https://it.internationalism.org/en/tag/2/39/organizzazione-rivoluzionaria
[2] https://it.internationalism.org/en/tag/7/109/sinistra-comunista
[3] https://it.internationalism.org/en/tag/sviluppo-della-coscienza-e-dell-organizzazione-proletaria/sinistra-italiana
[4] https://it.internationalism.org/en/tag/4/79/spagna
[5] https://it.internationalism.org/en/tag/5/104/spagna-1936
[6] https://it.internationalism.org/en/tag/2/29/lotta-proletaria