Pro o contro la “mondializzazione”, rassicuranti o allarmistici, i discorsi sulla situazione internazionale e le sue prospettive sono unanimi su di un concetto: la democrazia sarebbe il solo sistema che permetterà alla società di progredire, di prosperare ed il capitalismo sarebbe la forma al fine trovata dell’organizzazione economica, politica e sociale dell’umanità. “Il 2000 non è stato veramente il primo anno del 21° secolo. In termini sostanziali, il 21° secolo è cominciato nel 1991 con la caduta del comunismo sovietico, il crollo dell’ordine bipolare e l’affermazione del capitalismo globale come ideologia incontrastata della nostra era.” (1)
Ma come si spiega il moltiplicarsi delle guerre locali e dei massacri? Perché la crescita e la generalizzazione della miseria nel mondo? Perché l’aumento della disoccupazione ed il degrado delle condizioni di esistenza del proletariato? Come spiegare le carestie, la recrudescenza delle epidemie, la corruzione e l’insicurezza crescenti? Da dove vengono le cosiddette catastrofi naturali e le minacce all’ambiente del pianeta? Se non dalla sussistenza del capitalismo, di quelle relazioni sociali, di quei rapporti di produzione, che non hanno nulla a che fare con i bisogni umani e rispondono al conseguimento di un solo obiettivo: il profitto; e “non semplicemente un profitto tangibile, ma un profitto sempre crescente.” (2)
Di fronte a questa obiezione vengono avanzate differenti risposte.
Tutto queste cose non sarebbero che delle esagerazioni di quelli che si rifiutano di vedere i benefici del sistema attuale. Questa risposta è in generale quella degli adulatori del capitalismo liberale. Per questi ultimi, le conseguenze disastrose della sopravvivenza del capitalismo sono il prezzo normale da pagare in questo sistema sociale, il risultato inevitabile di una legge della natura che implica l’eliminazione dei più deboli ed il benessere solo per i più forti.
Tutte queste calamità del mondo moderno all’alba del 21° secolo sono reali ma sono considerate prima di tutto come degli eccessi o delle imperfezioni, come le conseguenze di errori commessi da responsabili troppo presi dal guadagno e non abbastanza preoccupati del bene di tutti. Sarebbe il risultato del capitalismo “selvaggio”. Ci vorrebbe dunque, secondo queste concezioni, un controllo, una regolamentazione accurata, organizzata da parte dei governi, dagli Stati, da organismi locali, nazionali ed internazionali appositi (per esempio sulla falsariga delle famose ONG, le cosiddette organizzazioni non governative). Ciò potrebbe cancellare gli effetti devastatori di questo sistema, trasformandolo in una vera organizzazione di “cittadini”, facendone un autentico porto di pace e di prosperità per tutti. Questa risposta è in generale, con delle varianti, quella della sinistra dell’apparato politico della borghesia, della socialdemocrazia e degli ex partiti stalinisti, degli ecologisti. E’ la concezione della corrente di pensiero “antimondializzazione”. E si trovano anche le correnti di estrema sinistra che mettono da parte la loro fraseologia rivoluzionaria tradizionale per apportare un contributo radicale al concerto di difesa della democrazia. E’ il caso di tutte le specie di cappelle trotskiste o ex maoiste, anarchiche o libertarie, tutte le varie correnti più o meno fuoriuscite dal gauchisme socialista, comunista, libertario degli anni 1970-80. Al di là delle differenze, tutto il mondo si richiama dunque oggi alla democrazia, dalla estrema destra alla estrema sinistra.
I contestatari che, nel passato, criticavano il circo parlamentare si sono tolti la maschera e hanno mostrato la loro vera natura di ferventi difensori della democrazia borghese, in altri tempi disprezzata. Molti di loro sono d’altronde oggi, praticamente in tutti i paesi, ai vertici dello Stato, occupano dei posti di responsabilità in onorabili istituzioni, organismi ed imprese, ben integrate al sistema. Altri, che si sono mantenuti in un’opposizione più o meno radicale ai governi e a queste stesse istituzioni (3), denunciano gli eccessi e gli errori del sistema, ma in fondo non pongono mai la vera questione della natura di questo sistema.
Uno dei migliori esempi di questa ideologia ci è regolarmente fornito dal mensile francese Le Monde diplomatique. Così, nel numero di gennaio 2001 di questo giornale, si trova che “Il nuovo secolo comincia a Porto Alegre (in Brasile dove si è tenuto il 1° Forum sociale mondiale a fine gennaio 2001). Tutti coloro che, in un modo o in un altro, contestano o criticano la mondializzazione neoliberale stanno per riunirsi … (…) Non per protestare come a Seattle, a Washington, a Praga ed altrove, contro le ingiustizie, le diseguaglianze ed i disastri che provocano, un po’ dappertutto nel mondo, gli eccessi del neoliberalismo. Ma per tentare in uno spirito positivo e costruttivo questa volta, di proporre un quadro teorico e pratico che permetta di prospettare una mondializzazione di tipo nuovo ed affermare che un mondo diverso, meno disumano e più solidale, è possibile.” (4)
E nello stesso numero, si trova un articolo di Toni Negri, figura emblematica di Potere Operaio (5), che sviluppa l’idea che oggi non vi è imperialismo ma un “Impero” capitalista!? Il proposito sembra restare fedele alla “lotta di classe” e alla “battaglia degli sfruttati contro il potere del capitale”. Ma non è che un’apparenza. L’articolo pretende soprattutto di inventare una sorta di nuova prospettiva per la lotta di classe. Il che lo porta dritto dritto su di un vecchio terreno sfruttato: la necessità della difesa della democrazia al posto di quella della “rivoluzione”; l’identificazione di cittadini al posto dell’identità della classe proletaria. “Queste lotte esigono, oltre al salario garantito, una nuova espressione della democrazia nel controllo delle condizioni politiche di riproduzione della vita (…) la maggior parte di queste idee sono nate all’epoca delle manifestazioni di Parigi nell’inverno del 1995, questa “Comune di Parigi sotto la neve” (!) che esaltava (…) l’autoriconoscimento sovversivo dei cittadini delle grandi città.”
Quali che siano le intenzioni soggettive di questi protagonisti della contestazione del sistema capitalista, di questi difensori della prospettiva della democrazia, tutto ciò serve innanzitutto oggettivamente a mantenere in vita delle illusioni sulla possibilità di riformare questo sistema o di trasformarlo gradualmente.
Ciò che la classe operaia ha bisogno di comprendere, contro queste vecchie idee riformiste rimesse in piazza, è che l’imperialismo, questo “stadio supremo del capitalismo” come diceva Lenin, la fa sempre da padrone. Che esso tocca “tutti gli Stati, dal più piccolo al più grande” come diceva Rosa Luxemburg. Che esso è alla base del moltiplicarsi delle guerre locali e della proliferazione dei massacri in tutte le zone del mondo. Di fronte a queste numerose questioni ed inquietudini sull’inutilità ed assurdità del mondo attuale, di fronte all’assenza crescente di prospettiva che pervade tutta la società, di fronte a questa atmosfera pesante di vita al giorno per giorno, di fronte al ciascuno per sé, alla decomposizione del tessuto sociale, allo scomparire della solidarietà collettiva, la classe operaia ha bisogno di comprendere che la prospettiva del capitalismo non è certo un mondo di cittadini che una buona democrazia potrà far vivere nella pace, nell’abbondanza e nella prosperità. Ciò che la classe operaia ha bisogno di comprendere è che la società attuale è e resta una società di classe, un sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, il cui motore è il profitto ed il funzionamento dettato dall’accumulazione del capitale. Che la democrazia è una democrazia borghese, la forma più elaborata della dittatura della classe capitalista.
Ciò che è cambiato dal 1991 non è che il capitalismo avrebbe trionfato sul comunismo e si sarebbe dunque imposto come il solo sistema sociale vivibile. Ciò che è cambiato è che il regime capitalista ed imperialista del blocco sovietico è crollato sotto i colpi della crisi economica e di fronte alla pressione militare del suo nemico, il blocco occidentale. Ciò che è cambiato è la configurazione imperialista del pianeta che reggeva il mondo dopo la seconda guerra mondiale. Non è il comunismo o un sistema in transizione verso il comunismo che è crollato all’Est. Il vero comunismo, che non è ancora mai esistito, resta all’ordine del giorno. Non potrà essere instaurato che con il rovesciamento rivoluzionario del dominio capitalista da parte della classe operaia internazionale. Esso è l’unica alternativa a ciò che promette la sopravvivenza della società capitalista: l’affossamento in un caos indescrivibile che potrebbe significare a breve la distruzione definitiva dell’umanità.
Mentre i festeggiamenti per l’anno 2000 si erano svolti sotto gli auspici dell’euforia della “nuova economia”, l’anno 2001 è cominciato con un’inquietudine chiaramente rivolta alla salute economica del capitalismo mondiale. I nuovi guadagni prodigiosi promessi non sono arrivati. Al contrario, dopo un anno di amarezze e disillusioni, i campioni della e-business e della net-economy (gli affari e l’economia via internet) hanno moltiplicato i fallimenti e licenziato a tutto spiano. Alcuni esempi: “Con il raffreddamento della new economy, si è avuta una raffica di annunzi di licenziamenti. Più di 36.000 impieghi di ‘pointcom’ sono stati soppressi nella seconda metà dell’anno scorso, 10.000 solo il mese corso.” (6)
Nelle colonne della Révue Internationale abbiamo analizzato a più riprese la situazione della crisi economica (7). Non torneremo in dettaglio su queste analisi, le cui conclusioni sono nuovamente confermate oggi. Nello scorso dicembre, i maggiori giornali della stampa internazionale titolavano “Caos” (8) e “Un atterraggio brutale?” (9). Al di là della grandi frasi rassicuranti e vuote, la borghesia ha bisogno di sapere che ne è veramente dei profitti che essa può sperare dai suoi investimenti. E bisogna arrendersi all’evidenza. La “new economy” non è altro che una metamorfosi della “vecchia economia”, cioè molto semplicemente un prodotto non della crescita ma della crisi dell’economia capitalista. Lo sviluppo delle comunicazioni via Internet non è la “rivoluzione” promessa. L’utilizzo su grande scala di Internet, sia a livello degli scambi commerciali, delle transazioni finanziarie e bancarie, che all’interno delle imprese e delle amministrazioni, non cambia le leggi ineluttabili dell’accumulazione del capitale che esigono il beneficio netto, la redditività e la competitività sul mercato.
Così come qualsiasi altra innovazione tecnica, il vantaggio in competizione procurato dall’utilizzo di Internet scompare molto rapidamente a partire dal momento in cui tale utilizzo diventa generalizzato. Ed, inoltre, nel campo della comunicazione e delle transazioni, perché la tecnica funzioni e sia efficace, deve supporsi che tutte le imprese siano connesse.
All’inizio, la grande “rivoluzione tecnologica” di Internet doveva consentire uno sviluppo colossale del “modello” B2C, un acronimo che significa “business to consumer”, cioè procurare un rapporto diretto tra produttore e consumatore. Nei fatti si tratta molto semplicemente di poter consultare dei cataloghi e passare degli ordini per corrispondenza elettronica via Internet piuttosto che per corriere. Bella innovazione! Molto rapidamente il B2C è stato abbandonato a favore del B2B, il “business to business”, il mettere in rapporto diretto le imprese tra loro. Il primo “modello” puntava sui guadagni procurati da una vendita per corrispondenza attraverso corriere elettronico, somma molto poco redditizia perché dedicata essenzialmente al consumo familiare. Il secondo era decantato in quanto metteva in contatto diretto le imprese. I guadagni dovevano allora provenire da due “sbocchi”. Da un lato le imprese potevano guadagnare danaro o piuttosto ridurre delle spese a causa della riduzione degli intermediari nei loro rapporti. Ciò non è un vero sbocco ma una semplice riduzione delle spese! Dall’altro lato si doveva assistere all’apertura di un favoloso “mercato”, quello costituito dalla necessità di fornire su Internet i servizi adeguati (annuari, liste, cataloghi, applicazioni informatiche, mezzi di pagamento, ecc.); nei fatti il ritorno dalla finestra degli … intermediari che si era appena cacciati dalla porta. Grazie Internet! Anche qui è stato necessario arrendersi all’evidenza, il profitto non era arrivato. Questi “modelli” economici sono ben presto stati abbandonati. Il 98% delle start ups di questi tre ultimi anni, queste imprese della “nuova economia” supposte costituire l’esempio dell’avvenire radioso dello sviluppo capitalista, sono scomparse. In quelle sopravvissute, i dipendenti, un tempo euforici di fronte al loro arricchimento (virtuale!) per i dividendi di stock di azioni generosamente distribuite e che non contavano più le loro ore di lavoro, si sono disincantati. E’ significativo che i sindacati, che trascuravano questa manodopera finora, arrivano in forza sul settore. Non che il sindacalismo sia divenuto improvvisamente un difensore dei lavoratori (10), ma piuttosto perché sarebbe pericoloso lasciar sviluppare liberamente la riflessione tra i lavoratori brutalmente disillusi.
Questa ideologia della net-economy è un chiaro esempio dello stallo dell’economia borghese, del declino storico dei rapporti di produzione capitalisti. In questa ideologia il profitto sembrava che dovesse essere estratto dallo sviluppo del commercio e non più direttamente dalla produzione. Il mercante doveva in qualche modo prendere il posto del produttore. Ma cos’è questa ideologia se non l’aspirazione al ritorno ad un capitalismo di mercanti come esisteva alla fine del … Medio Evo? A quell’epoca il capitalismo cominciava a svilupparsi attraverso il progredire del commercio, che spezzava gli ostacoli dei rapporti di produzione feudali che frenavano lo sviluppo delle forze produttive nel vincolo della servitù. Oggi, e dopo più di un secolo da allora, il mercato mondiale è interamente conquistato dal capitalismo ed il commercio mondiale è soffocato da un sovrapproduzione generalizzata che non riesce a trovare degli sbocchi sufficienti. La salute del capitalismo non si avvarrà di un nuovo progresso del commercio che è del tutto impossibile nelle condizioni storiche dell’epoca attuale.
Noi non abbiamo considerato in questo articolo che la net-economy, perché il suo crollo nel corso dell’anno 2000 è stato l’aspetto più pubblicizzato della crisi economica capitalista. Ma come prosegue il giornale citato prima “le riduzioni di posti di lavoro sono andate ben al di là del pianeta ‘pointcom’. Vi sono stati più di 480.000 licenziamenti in novembre. La General Motors licenzia 15.000 operai con la chiusura d’Oldsmobile. Whirpool riduce i suoi organici di 6.330 operai. Aetna ne licenzia 5.000.” (11) In effetti l’anno 2001 si apre con un’accelerazione considerevole della crisi. Negli Stati Uniti sono state prese delle misure urgenti da A. Greenspan, il capo della Banca centrale, per tentare di scongiurare lo spettro della recessione. La “nuova economia” è bruciata rapidamente e la crisi della “vecchia economia” prosegue inesorabile. Indebitamento colossale a tutti i livelli, attacchi sempre più forti alle condizioni di vita del proletariato a livello internazionale, incapacità di integrare nei rapporti di produzione capitalisti delle masse crescenti di senza lavoro, ecc., queste sono le conseguenze fondamentali dell’ economia capitalista. Gli Stati, le banche centrali, le Borse, il FMI, in generale tutte le istituzioni finanziarie e bancarie e tutti gli “attori” della politica mondiale si sforzano di regolare il funzionamento caotico di questa “economia da casinò” (12), ma i fatti sono duri e le leggi del capitalismo finiscono sempre per imporsi.
Come nel campo economico dove i vari discorsi servono soprattutto a mascherare il declino storico del capitalismo e la profondità della crisi, così nel campo dell’imperialismo i discorsi sulla pace servono a nascondere il caos crescente e gli antagonismi moltiplicati a tutti i livelli. La situazione attuale in Medio Oriente ne è una chiara dimostrazione.
I protagonisti di questo cosiddetto “processo di pace” non sanno veramente loro stessi cosa fare di fronte alla situazione. Ognuno tenta di difendere al meglio le sue posizioni senza che nessuna delle parti sia capace di proporre una via d’uscita stabile e percorribile all’imbroglio che costituisce la situazione di guerra endemica che perdura in questa regione del mondo. Lo stato di Israele è ben deciso ad abbandonare il meno possibile delle sue prerogative e l’Autorità palestinese sotto la guida di Arafat non può accettare che ciò avvenga, perché apparirebbe come una capitolazione delle sue ambizioni.
Lo Stato di Israele difende una posizione di forza acquisita dalla sua fondazione nel 1947, attraverso molte guerre contro gli Stati arabi vicini (Giordania, Siria, Libano ed Egitto), con il sostegno indefesso degli Stati Uniti. Bastione della resistenza del blocco imperialista occidentale nell’offensiva condotta a partire dagli anni 1950 dal blocco imperialista russo, per il tramite degli Stati arabi infeudatisi all’URSS, lo Stato di Israele si è costruito un posto da gendarme in questa regione del mondo che non è disposto a lasciarsi contestare.
Ma dopo il crollo del blocco imperialista russo, ormai dieci anni fa, la situazione è evoluta. Gli Stati Uniti hanno riorientato la loro politica in Medio Oriente. La guerra del Golfo nel 1991 aveva per obiettivo di imporre il riconoscimento dello stato di superpotenza mondiale degli Stati Uniti di fronte alle velleità degli alleati del blocco occidentale come la Gran Bretagna, la Francia e, soprattutto, la Germania, di prendere le distanze dal loro padrino divenuto ingombrante. La disciplina di blocco non era ormai più attuale poiché la minaccia del blocco avversario era scomparsa. Ma la guerra del Golfo aveva anche un secondo obiettivo, quello di imporre il dominio totale degli Stati Uniti sul Medio Oriente.
Nel periodo della divisione del mondo in due grandi blocchi imperialisti, l’amministrazione americana poteva tollerare che i suoi alleati tenessero delle posizioni influenti sulla scena imperialista in alcune regioni del mondo. Essa poteva anche delegare ad alcuni tra loro il compito di condurre una politica estera, che pur manifestando talvolta dei contrasti con gli interessi americani, pur tuttavia era costretta ad iscriversi nell’orbita del blocco occidentale. In Medio Oriente, la Gran Bretagna poteva così avere un’influenza preponderante in Kuwait, la Francia nel Libano ed in Siria, la Germania e la Francia in Iraq, ecc. Nel 1991, la guerra del Golfo diede il segnale della volontà degli Stati Uniti di riprendere in carico totalmente su si sé la “pax americana”. La conferenza di Madrid nell’ottobre 1991,poi i negoziati di Oslo all’inizio del 1993 portarono alla firma della dichiarazione di principio israelo-palestinese a Washington nel settembre 1993, sotto la solo autorità degli Stati Uniti, senza i vecchi alleati. Nel maggio 1994, Arafat e Rabin firmarono al Cairo l’accordo d’autonomia Gaza-Gerico e l’esercito israeliano effettuò una ritirata per permettere l’arrivo trionfale di Yasser Arafat a Gaza nel luglio 1994.
Ma questa evoluzione provocò da parte di una frazione significativa della borghesia israeliana una vera rottura con la politica degli Stati Uniti per la prima volta nella breve storia di questo paese. Nel novembre 1995 Rabin veniva assassinato da “un estremista”. L’ascesa al potere del Likoud di Netanyahou doveva seriamente intralciare i piani della democrazia americana. Gli Stati Uniti riprendevano le redini nel maggio 1999 con il ritorno al potere del Partito laburista e Ehoud Barak come primo ministro, il che doveva portare all’accordo di Sharm el-Sheik tra Arafat e Barak nel settembre 1999. Tuttavia, il summit di Camp David del luglio 2000, che si ipotizzava costituisse il coronamento della capacità degli Stati Uniti di imporre la loro pace nel Medio Oriente, fallisce e si chiude senza alcun accordo. In questo episodio, la politica di uno dei vecchi alleati, la Francia, costituisce apertamente un tentativo di sabotaggio della politica degli Stati Uniti che questi ultimi denunciano d’altronde apertamente come tale. E, in Israele stessa, è il ritorno in forza della resistenza al “processo di pace” all’americana, con la famosa visita di Ariel Sharon, vecchio falco del Likoud, nella valle delle Moschee nel settembre 2000, che lancia il segnale di nuovi scontri violenti che guadagnano rapidamente la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Nell’ottobre 2000, un nuovo summit di Sharm el-Sheik, che prevedeva il blocco delle violenze, la creazione di una commissione di inchiesta e la ripresa dei negoziati, non porta a niente sul terreno dove l’Intifada e la repressione continuano.
Oggi, la situazione non è più dunque la stessa di quella delle guerre aperte come la Guerra dei sei giorni nel 1967 o la Guerra del Kippur del 1973, quando l’esercito israeliano affrontava direttamente gli eserciti degli Stati arabi, all’interno dei quali partecipavano i vari Fronti di liberazione della Palestina. Essa non è più la stessa di quella della guerra del 1982 dove Israele aveva invaso il Libano ed aveva incoraggiato i massacri in massa dei rifugiati dei campi palestinesi di Sabra e Shatila con le milizie cristiane, suoi alleati (più di 20.000 vittime in pochi giorni). Si trattava ancora allora di una situazione dove dominava innanzitutto la separazione fondamentale tra i grandi blocchi imperialisti, al di là delle opposizioni circostanziali che potevano esistere all’interno delle forze dello stesso blocco. E anche se Yasser Arafat, dopo la sua prima partecipazione alle Nazioni Unite nel 1976, tentava di attirarsi le simpatie della diplomazia americana, restava ancora e sempre, agli occhi di quest’ultima, sospetto di connivenza con “l’Impero del male”, espressione del presidente americano dell’epoca, Reagan, per qualificare l’URSS.
Oggi, vi sono divisioni dappertutto. La borghesia israeliana non si considera più indissolubilmente legata alla tutela degli Stati Uniti. Già dalla guerra del Golfo nel 1991, una frazione significativa di questa, nell’esercito precisamente, si era schierata contro l’interdizione che era stata fatta ad Israele di rispondere militarmente agli attacchi dei missili irakeni sul suo territorio. Poiché l’esercito israeliano era (ed è ancora) il più efficace ed il più organizzato della regione, l’umiliazione di essere costretto alla passività e di affidarsi per la sua difesa allo Stato maggiore americano era stato un boccone troppo amaro. Poi, il “processo di pace” che mette quasi su di un piede di eguaglianza israeliani e palestinese, che impone il ritiro dell’esercito israeliano dal sud del Libano, che prevede la cessione dell’altopiano del Golan, ecc., non è del tutto gradito dalla frazione più “radicale” della borghesia israeliana. E questo “processo di pace” non è più facilmente accettabile anche dal partito laburista di Barak. Anche se questo partito è più vicino agli Stati Uniti del Likud ed ha una visione soprattutto a lungo termine più realista della situazione del Medio Oriente, esso è il partito della guerra, quello che ha condotto l’esercito e le principali campagne militari. E’ d’altronde quello sotto la cui autorità si sono maggiormente sviluppati i famosi insediamenti dei coloni in territorio palestinesi! Contrariamente alle idee sostenute ed alle mistificazioni, la sinistra, il partito laburista non è orientato alla “pace” più della destra, il Likud. Se esistono delle sfumature, non si tratta di divergenza fondamentale tra le due frazioni della borghesia israeliana. Si è sempre avuta unità nazionale nella guerra come nella “pace” (gli accordi di pace con l’Egitto erano stati condotti dalla destra alla fine degli anni 1970). Ma non è solo lo Stato di Israele che è suscettibile di avere delle velleità di giocare il proprio ruolo e di tentare di affrancarsi dalla tutela degli Stati Uniti. La Siria ha potuto mettere le mani sul Libano, mercanteggiando la propria posizione “neutrale” durante la guerra del Golfo. Pertanto è escluso, dal suo punto vista, dall’accettare l’annessione dell’altopiano del Golan conquistato da Israele nel 1967. Anche qui vi è materia di attrito. E in seno stesso alla borghesia palestinese, l’organizzazione Al Fatah di Arafat e le organizzazioni più radicali sono lungi dall’essere d’accordo tra di loro. Tutta la regione, ad immagine della situazione mondiale, è in preda al crescere del ciascuno per sé. L’influenza largamente preponderante della diplomazia americana è nei fatti molto superficiale e ricopre una grande polveriera sempre pronta ad esplodere nel contesto di superarmamento di tutti i protagonisti della regione.
Quanto alle altre grandi potenze imperialiste, se esse non possono apertamente sabotare le iniziative degli Stati Uniti a rischio di vedersi mettere fuori dal gioco, come è il caso attualmente della diplomazia francese, se tutte sono ufficialmente rientrate nei ranghi per sostenere il “processo di pace”, ciò non esclude che sotto sotto esse intraprendano delle iniziative volte a far fallire il piano Clinton, o ogni altro piano della diplomazia americana. Arafat stesso fa appelli al coinvolgimento dell’Unione europea nei negoziati perché ben gradirebbe non dipendere solamente dagli Stati Uniti per la sua sopravvivenza politica. Detto ciò, non è con l’UE che va a discutere, ma con l’Amministrazione americana.
In questo ciascuno per sé che domina oggi, a parte gli Stati Uniti che fanno di tutto per mantenere il loro status di sola superpotenza militare del pianeta ed eccetto la Germania che prosegue dietro le quinte una politica imperialista discreta e mascherata per accrescere la propria influenza che era stata completamente imbrigliata dopo la II guerra mondiale durante la “guerra fredda”, nessuna altra grande potenza può avere visione a lungo termine. E ancor meno gli Stati meno potenti. Ognuno si sforza di difendere i suoi interessi nazionali, di difendersi là dove è attaccato, in particolare spandendo e seminando il disordine nelle posizioni dell’avversario. Nessuno di essi è capace oggi di mettere in atto una politica costruttiva e duratura. In Medio Oriente, il momento non è quello della stabilizzazione della situazione. Anche una “pace armata” come quella che ha potuto durare in Europa dell’Est durante la “guerra fredda” non è più possibile oggi.
Quanto alla possibilità della creazione dello Stato palestinese, l’incommensurabile assurdità della configurazione del progetto stesso lo fa apparire come una chimera! Vi sono i Territori sotto controllo esclusivo dell’Autorità palestinese: sulla carta alcuni pezzi della Cisgiordania con la striscia di Gaza, ma non tutta intera. Vi sono i Territori sotto controllo misto, dove Israele è responsabile della sicurezza: altri pezzi in Cisgiordania soltanto. Ed il tutto si situa nel circondario dei Territori di Cisgiordania sotto il controllo esclusivo di Israele, con delle strade riservate per proteggere le colonizzazioni israeliane… Come si può far credere che una tale aberrazione contenga un’oncia di progresso, una goccia di soddisfazione dei bisogni delle popolazioni, qualcosa a che vedere con un preteso “diritto dei popoli a disporre di sé stessi”?
Tutta la storia della decadenza del capitalismo ha già dimostrato come tutti gli Stati nazionali che non hanno potuto raggiungere la loro maturità nel corso della fase ascendente del modo di produzione capitalista non hanno potuto costituire un quadro economico e politico solido e forte a lungo termine, come la Yugoslavia e l’URSS hanno dimostrato frammentandosi. Gli Stati ereditati dalla decolonizzazione si riducono in brandelli in Africa. La guerra domina in Indonesia,e a Timor est. Il terrorismo spadroneggia nel sud dell’India, nel Sri Lanka. La tensione è estrema alla frontiera indo-pakistana, tra la Thailandia e la Birmania. In America del sud, la Colombia è in preda ad una destabilizzazione permanente. La guerra è endemica tra Perù ed Ecuador. Dappertutto le frontiere sono contestate perché esse non esprimono una reale solidità veramente accettata e riconosciuta dopo il 19° secolo.
In questo contesto, non solo “la patria palestinese non sarà altro che uno Stato borghese al servizio della classe sfruttatrice e oppressore di quelle stesse masse, con polizia e prigioni” (13), ma non potrà che essere un’aberrazione, uno mini Stato simbolo non della formazione di una nazione ma della decomposizione di cui è portatrice la sopravvivenza del capitalismo nel periodo storico attuale. La divisione delle sovranità in un intreccio indescrivibile di zone, di città e di villaggi, di strade, attribuite agli uni o agli altri, non è un “processo di pace”, è un campo minato per oggi e per domani, dove tutto può generare un conflitto in ogni istante. E’ una si-tuazione dove l’irrazionalità del mondo attuale è spinta agli estremi.
Il 21° secolo comincia con una nuova accelerazione delle conseguenze drammatiche per l’umanità della sopravvivenza del modo di produzione capitalista. La prosperità promessa dalla “nuova economia” così come la pace promessa in Medio Oriente non sono giunte all’appuntamento. Esse non possono esserlo, perché il capitalismo è un sistema decadente, un corpo malato sotto trasfusione, che non può condurre nella sua attuale decomposizione che verso il caos, la miseria e la barbarie.
MG
1. “Ideas: No, Economics Isn’t King”, F. Zacaria, Newsweek, Gennaio 2001.
2. Rosa Luxembourg, L’accumulazione del capitale, Ed. Einaudi
3. In realtà, essi hanno per la maggior parte dei posti “ufficiali”
4. Le Monde diplomatique, gennaio 2001, “Porto Alegre”, I. Ramonet.
5. Gruppo di estrema sinistra extraparlamentare italiano degli anni 1960-70.
6. Time, 10 gennaio 2001, “This time is different”.
7. Vedere gli articoli di questi ultimi anni: “La nuova economia: una nuova giustificazione del capitalismo”, Révue Int. n.102, “La falsa buona salute del capitalismo”, Révue Int. n. 100, “Il vuoto che si nasconde dietro la ‘crescita ininterrotta’”, Révue Int. n. 99, e la serie di articoli “Trenta anni di crisi aperta del capitalismo”, Révue Int. nn. 96, 97 e 98
8. Newsweek, 18 dicembre 2000
9. The Economist, 9-15 dicembre 2000
10. Vedere il nostro opuscolo I sindacati contro la classe operaia
11. Time, ibid.
12. Vedere “Una economia da casinò”, in italiano su Rivoluzione Internazionale n. 102
13. “Né Israele, né Palestina, i proletari non hanno patria”, Presa di posizione pubblicata in tutta la stampa territoriale della CCI, in italiano su Rivoluzione Int. n.119
La borghesia ha celebrato il 2000 a modo suo: con grandi feste e decantando le meraviglie che ha apportato all’umanità il secolo che si è chiuso. Essa non ha mancato di sottolineare i formidabili progressi compiuti dalla scienza e dalla tecnica nel corso di questo secolo e di affermare che il mondo oggi si è dato i mezzi per dividerne i frutti tra tutti gli altri esseri umani. A fianco a questi grandi discorsi euforici abbiamo sentito, ma con minore forza, coloro che sottolineavano le tragedie che hanno colpito il ventesimo secolo o che si preoccupavano delle prospettive future, sottolineando che queste ultime non sembrano particolarmente rosee, che ci sono ancora crisi economiche, fame, guerre, problemi ecologici. Tutti questi discorsi, però, convergono su un punto: non c’è altra società possibile che questa, anche se, per gli uni, bisogna avere fiducia nelle “leggi del mercato”, mentre per gli altri è necessario ammorbidirle e mettere in opera una “vera cooperazione internazionale”.
Tocca ai rivoluzionari, ai comunisti, opporre alle menzogne ed ai discorsi consolatori dei difensori del sistema capitalista il bilancio lucido del secolo che si è chiuso e, a partire da ciò, delineare le prospettive di quello che nel prossimo futuro tocca all’umanità. Questa lucidità non è il frutto di un’intelligenza particolare. Essa risulta dal semplice fatto che il proletariato, di cui i comunisti sono espressione e avanguardia, è la sola classe che non ha bisogno di consolazione, né di mascherare all’insieme della società la realtà dei fatti e le prospettive del mondo attuale, per la semplice ragione che esso è la sola forza capace di cambiare questa prospettiva, non a suo solo beneficio ma a beneficio dell’insieme dell’umanità.
Il carattere mitigato dei giudizi espressi sul 20° secolo da parte dei differenti difensori dell’ordine borghese contrasta con l’unanime entusiasmo che fu la regola quando fu celebrato il 1900. In quest’epoca la classe dominante era talmente sicura della solidità del proprio sistema, sicura che il modo di produzione capitalista fosse capace di apportare dei benefici sempre maggiori alla specie umana che questa illusione aveva cominciato a produrre dei danni importanti all’interno dello stesso movimento operaio. Era l’epoca in cui rivoluzionari come Rosa Luxemburg combattevano nel proprio partito, la Socialdemocrazia tedesca, le idee di Bernstein e compagni che rimettevano in causa il “catastrofismo” della teoria marxista. Queste concezioni “revisioniste” ritenevano che il capitalismo fosse capace di superare definitivamente le sue contraddizioni, in particolare quelle economiche; che esso si incamminasse verso un’armonia ed una prosperità crescenti e che, di conseguenza, l’obiettivo del movimento operaio non potesse consistere nel rovesciamento di questo sistema, ma nel fare pressione dall’interno per trasformarlo a favore della classe operaia. E se, all’interno del movimento operaio organizzato, le illusioni sui progressi illimitati del capitalismo avevano un certo peso, era proprio perché questo sistema aveva dato durante tutto l’ultimo terzo del 19° secolo l’immagine di un vigore e di una prosperità senza precedenti, mentre le guerre che avevano lacerato l’Europa ed altre parti del mondo fino al 1871 sembravano ormai riposte nel museo dell’antichità.
La barbarie del 20° secolo
Evidentemente, il trionfalismo e la buona coscienza che si esprimevano nel 1900 da parte della borghesia oggi non sono più di moda. Infatti, gli stessi apologeti più accaniti del modo di produzione capitalista sono obbligati a riconoscere che il secolo che si è concluso è stato uno dei più sinistri della storia umana. Ed è proprio vero che il carattere eminentemente tragico del 20° secolo è difficile da mascherare. Basti ricordare che questo secolo ha conosciuto due guerre mondiali, avvenimenti che non si erano mai prodotti prima. Così, il dibattito che si era prodotto all’interno del movimento operaio un centinaio di anni fa si è concluso definitivamente nel 1914:
“Le contraddizioni del regime capitalista si sono trasformate per l’umanità, in seguito alla guerra, in sofferenze sovrumane: fame, freddo, epidemie, barbarie morale. La vecchia disputa accademica dei socialisti sulla teoria dell’impoverimento ed il passaggio progressivo dal capitalismo al socialismo è stata così definitivamente risolta. Gli studiosi di statistica ed i pedanti della teoria della risoluzione delle contraddizioni si sono sforzati per anni a cercare in ogni angolo del mondo, fatti reali o immaginari che permettessero di provare il miglioramento di alcuni gruppi o categorie della classe operaia. La teoria dell’impoverimento era insabbiata sotto i sibili sprezzanti degli eunuchi che occupano le care università borghesi e dai bonzi dell’opportunismo socialista. Oggi, non è solo l’impoverimento sociale, ma anche quello fisiologico, biologico nella sua realtà orrenda che ci si presenta.” (Manifesto dell’Internazionale comunista, 6 marzo 1919).
Ma qualunque sia il vigore con cui i rivoluzionari nel 1919 denunciavano la barbarie generata dal capitalismo con la prima guerra mondiale, essi erano lontani dall’immaginare ciò che sarebbe successivamente accaduto: una crisi economica mondiale senza paragone con quelle che Marx ed i marxisti avevano analizzato fino ad allora e soprattutto una seconda guerra mondiale che avrebbe provocato un numero di vittime cinque volte superiore a quello della prima guerra. Una guerra mondiale che ha superato per barbarie qualsiasi immaginazione umana.
La storia dell’umanità non è certo avara di episodi di crudeltà di ogni tipo, di torture, di massacri, di deportazioni o stermini di popolazioni intere sulla base di differenze di religione, di lingua, di cultura, di razza. Cartagine cancellata dalla carta geografica dalle legioni romane, le invasioni di Attila a metà del 5° secolo, l’esecuzione per ordine di Carlo Magno di 4500 ostaggi sassoni in un solo giorno del 782, le camere di tortura ed i roghi dell’Inquisizione, lo sterminio degli indiani d’America, la tratta di milioni di negri africani tra il 16° ed il 19° secolo; questi non sono che degli esempi che ogni studente può trovare sui propri libri di testo. Ancora possiamo aggiungere che la storia ha conosciuto lunghi periodi particolarmente tragici: la decadenza dell’Impero romano, la guerra dei cent’anni durante il Medio Evo tra la Francia e l’Inghilterra, la guerra dei trent’anni che devastò la Germania nel 17° secolo. Tuttavia, anche se passassimo in rivista tutte le altre calamità di questo tipo che si sono abbattute sugli uomini, saremmo ancora lontani dal trovare l’equivalente di quelle che si sono scatenate nel corso del 20° secolo.
Molte riviste che hanno tentato di fare un bilancio del 20° secolo hanno stabilito una lista di tali calamità. Citiamo qui solo i principali esempi:
Questo è solo il bilancio umano dei due conflitti mondiali, ma bisognerebbe aggiungervi, durante il periodo che li separa, la terribile guerra civile che la borghesia ha scatenato contro la rivoluzione russa tra il 1918 ed il 1921 (6 milioni di morti), le guerre che annunciavano la seconda carneficina mondiale come quella tra Cina e Giappone, o quella di Spagna (in totale, altrettanti morti) ed i “gulag” stalinisti le cui vittime superano i 10 milioni.
L’assuefazione alla barbarie
Paradossalmente, gli orrori della prima guerra mondiale hanno lasciato un’impressione più profonda di quelli della seconda. Tuttavia, il bilancio umano di quest’ultima è terribilmente più spaventoso di quello della “Grande Guerra”.
“Molto stranamente, eccetto in URSS per ragioni comprensibili, il numero molto inferiore di vittime della Prima Guerra mondiale ha lasciato delle tracce più profonde rispetto ai numerosi morti della Seconda, come lo confermano i molteplici memoriali ed i monumenti eretti alla fine della Grande Guerra. La Seconda Guerra mondiale non ha prodotto nessun equivalente di monumenti al “milite ignoto” e, dopo il 1945, la celebrazione del “l’armistizio” (l’anniversario dell’11 novembre 1918) ha perduto poco a poco la sua solennità tra le due guerre. I dieci milioni di morti (…) della Prima Guerra sono stati, per quelli che non avevano mai immaginato un simile sacrificio, uno shock più brutale rispetto ai 54 milioni della Seconda per coloro che avevano già fatto l’esperienza di una guerra-massacro.” (L’epoca degli estremi, Eric J. Hobsbawm)
Di questo fenomeno, questo bravo storico, per altro fortemente accreditato, ci dà una spiegazione: “Il carattere totale degli sforzi di guerra e la determinazione dei due campi a condurre una guerra senza limiti ed a qualsiasi prezzo hanno certamente lasciato il loro segno. Senza di ciò, la brutalità e la disumanità crescenti del 20° secolo non si spiegherebbero. Su questo aumento della barbarie dopo il 1914, non c’è disgraziatamente nessun dubbio. All’alba del 20° secolo, la tortura era stata ufficialmente abolita in tutta l’Europa occidentale. Dal 1945, ci siamo di nuovo abituati, senza meravigliarci, a vederla praticare in almeno un terzo degli Stati membri delle Nazioni Unite, comprese alcune tra le più antiche e civilizzate.” (Ibidem)
Effettivamente, non escludendo i paesi più avanzati, la ripetizione dei massacri e di tutti gli atti di barbarie, di cui il 20° secolo è stato così prolifico, ha provocato una specie di fenomeno di assuefazione. Ed è proprio per questo che gli ideologi borghesi possono presentare come una “era di pace” il periodo che inizia dopo il 1945 e che non ha conosciuto in realtà un solo istante di pace con le sue 150‑200 guerre locali che, in totale, hanno prodotto più morti della seconda guerra mondiale.
Eppure questa realtà non è tenuta nascosta dagli organi di informazione borghesi. Anche oggi, che accadano in Africa, in Medio-Oriente o nella stessa “culla della civiltà”, la vecchia Europa, gli stermini di massa di popolazioni accompagnati dalle più inimmaginabili crudeltà occupano frequentemente la prima pagina dei giornali.
Allo stesso modo, altre calamità che colpiscono l’umanità in questo fine secolo sono regolarmente riportate ed anche denunciate dalla stampa: “Mentre la produzione mondiale dei prodotti alimentari di base rappresenta più del 110% dei bisogni, 30 milioni di persone continuano a morire di fame ogni anno, e più di 800 milioni sono sottoalimentati. Nel 1960, il 20% della popolazione mondiale comprendente la parte più ricca disponeva di un reddito medio 30 volte più elevato di quello del 20% comprendente la parte più povera. Oggi, il reddito dei ricchi è 82 volte più elevato! Sui 6 miliardi di abitanti del pianeta, appena 500 milioni vivono nell’agiatezza, mentre 5,5 miliardi vivono nel bisogno. Il mondo marcia a testa in giù. Le strutture statali come quelle sociali tradizionali sono spazzate via in maniera disastrosa. Un po’ dappertutto, nei pesi del Sud, lo Stato si disgrega. Zone di non diritto, entità caotiche ingovernabili si sviluppano, sfuggono ad ogni legalità, recedono in uno stato di barbarie dove solo dei gruppi di predatori sono in grado di imporre la loro legge taglieggiando le popolazioni. Appaiono pericoli di nuovo tipo: crimini organizzati, circoli mafiosi, speculazioni finanziarie, grande corruzione, estensione di nuove epidemie (Aids, virus Ebola, Creutzfeldt–Jakob, etc), inquinamenti di forte intensità, fanatismi religiosi o etnici, effetto serra, desertificazione, proliferazione nucleare, ecc.” (L’anno 2000, Le Monde diplomatique, dicembre 1999).
Tuttavia, ancora una volta, questo tipo di realtà di cui ciascuno può essere informato - quando non lo si subisce direttamente in prima persona - non provoca più né indignazione né una reazione significativa.
In realtà, l’assuefazione alla barbarie, in particolare nei paesi più avanzati, costituisce uno dei mezzi con cui la classe borghese riesce a mantenere il suo dominio sulla società. Essa ha ottenuto questa assuefazione accumulando le immagini degli orrori che hanno colpito la specie umana, accompagnando però queste immagini con commenti menzogneri destinati ad annullare, sterilizzare o canalizzare l’indignazione che esse dovevano suscitare, menzogne che evidentemente vengono rivolte in primo luogo alla sola parte di popolazione che costituisce una minaccia per essa, la classe operaia.
E’ all’indomani della seconda guerra mondiale che la borghesia ha messo in opera, su grande scala, questo mezzo per perpetuare il suo dominio. Per esempio le insopportabili immagini filmate, come le testimonianze scritte, riportate sui campi nazisti al momento della loro “liberazione” sono servite a giustificare la guerra spietata condotta dagli alleati. Auschwitz è servito a giustificare Hiroshima e tutti i sacrifici subiti dalle popolazioni e dai soldati dei paesi alleati.
Oggi, oltre alle informazioni e alle immagini che continuano a giungerci sui massacri, i commentatori si prodigano nel precisare che questa barbarie è dovuta ai “dittatori” senza morale e senza scrupoli, pronti a tutto per soddisfare le loro passioni più mostruose. Se il massacro ha luogo in un paese africano, si insiste parecchio sull’idea che esso dipende dalle rivalità “tribali” messe a profitto da questo o quel despota locale. Se le popolazioni curde sono asfissiate a migliaia con terribili gas, ciò può essere attribuito solo alla crudeltà del “macellaio di Bagdad” che attualmente viene presentato come il diavolo in persona (mentre durante la guerra che condusse contro l’Iran, tra il 1980 ed il 1988, veniva presentato come una sorta di difensore della civiltà). Se le popolazioni dell’ex Yugoslavia sono sterminate in nome della “pulizia etnica” è perché Milosevic è l’emulo di Saddam Hussein. Insomma, come la barbarie che si era scatenata nel corso della seconda guerra mondiale aveva un responsabile ben identificato, Adolf Hitler con la sua follia omicida, la barbarie che si sviluppa oggigiorno risulta dallo stesso fenomeno: la sete di sangue di questo o quel capo di Stato o di cricca.
Nella Rivista Internazionale, abbiamo più volte denunciato la menzogna secondo cui la barbarie estrema di cui il 20° secolo è stato il testimone sarebbe il privilegio esclusivo dei regimi “dittatoriali” o “autoritari”(1). Non ritorniamo qui in maniera dettagliata su questo problema ma ci contenteremo di evocare alcuni esempi significativi del livello di barbarie di cui sono stati capaci i regimi “democratici”.
Per cominciare, bisogna ricordare che la prima guerra mondiale, che all’epoca fu sentita come un limite massimo insuperabile di barbarie, è stata condotta in entrambi i campi da “democratici” (ivi compresa, a partire dal febbraio del 1917, dalla nuova democrazia russa). Ma questa carneficina è ora considerata quasi come “normale” dai discorsi borghesi: dopo tutto, le “leggi di guerra sono state rispettate” poiché ad essersi massacrati a milioni sono stati dei soldati. Nell’insieme, le popolazioni civili sono state risparmiate. Così, non si sono avuti dei “crimini di guerra” durante la prima carneficina imperialista. Al contrario, la seconda si è evidenziata in questo campo ad un punto tale che è stato creato, dal momento dalla sua conclusione, un tribunale speciale, a Norimberga, per giudicare questo genere di crimini. Tuttavia, la caratteristica principale delle accuse di questo tribunale non era relativa al fatto di essere rivolte a degli spietati criminali ma solo al fatto di appartenere al campo dei vinti. Altrimenti, tra i criminali di guerra doveva essere incluso anche il democraticissimo presidente americano Truman che ordinò il lancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki nell’agosto del 1945. Quest’ultimo avrebbe dovuto essere accompagnato ancora da Churchill e dai suoi colleghi alleati che ordinarono la distruzione di Dresda, il 13 ed il 14 febbraio del 1945, provocando 250.000 morti, cioè tre volte di più dei morti di Hiroshima.
Dopo la seconda guerra mondiale, in particolare nelle guerre coloniali, i regimi democratici hanno continuato a mettersi in mostra: 20.000 morti durante i bombardamenti di Sétif in Algeria ad opera dell’esercito francese, l’8 maggio del 1945 (lo stesso giorno della capitolazione della Germania). Nel 1947 sono 80.000 malgasci che vengono massacrati dall’aviazione, dai blindati e dall’artiglieria dello stesso esercito. E questi sono solo due esempi.
Più vicino nel tempo, la sola guerra del Vietnam ha provocato tra il 1963 ed il 1975 più di 5 milioni di morti, da attribuire, nella loro maggioranza, alla democrazia americana.
Ben inteso, questi massacri erano giustificati dalla necessità di “contenere l’Impero del Male”, il blocco russo (2). Ma questa giustificazione già non esisteva più al momento della guerra del Golfo, nel 1991. Saddam Hussein aveva asfissiato con i gas molte migliaia di Curdi durante gli anni ‘80 senza che ciò sollevasse la benché minima indignazione da parte dei dirigenti del “mondo libero”: questo crimine è stato evocato e denunciato da questi stessi dirigenti solo nel 1990, dopo l’invasione del Kuwait, e per fargliela pagare i generali americani ed alleati, difensori della civiltà, hanno fatto massacrare dozzine di migliaia di civili a colpi di “bombardamenti chirurgici”, sotterrando vivi migliaia di soldati irakeni, contadini e proletari in divisa, ed asfissiandone altre migliaia con bombe ben più sofisticate di quelle di Saddam. Anche oggi, quelli che riescono a sottrarsi dallo stato di ipnosi collettiva suscitata dalla propaganda dei tempi di guerra, sono capaci di vedere che i bombardamenti della NATO al momento della guerra del Kosovo, all’inizio del 1999, hanno provocato un “disastro umanitario” ben peggiore di quello per cui si era stati portati ad intervenire per combatterlo. Sono capaci di comprendere che questo risultato era già conosciuto prima dai governi che hanno lanciato la “crociata umanitaria” e che le loro giustificazioni sono pura ipocrisia. Essi sono ugualmente in grado di capire che i “malvagi” di oggi non sempre sono stati tali e che il “demone Saddam” era presentato come un vero San Giorgio quando combatteva il drago Khomeini, nel corso degli anni ‘80, o meglio ancora che tutti i “dittatori sanguinari” sono stati armati fino ai denti dai virtuosi “democratici”.
E giustamente, per questi elementi che non si lasciano incantare dalle diverse menzogne dei governi, vi sono degli “specialisti” per designare i “veri colpevoli” dell’attuale barbarie, tanto sul piano dei massacri e dei genocidi che su quello della situazione economica mondiale: in particolare, gli USA, la “mondializzazione” e le “multinazionali”.
E’ così che la constatazione del tutto veritiera sullo stato del mondo attuale espressa da Le Monde Diplomatique precisa:
“La Terra conosce così una nuova era di conquista, come durante l’epoca delle colonizzazioni. Ma, mentre gli attori principali delle precedenti espansioni conquistatrici erano gli Stati, questa volta sono imprese e conglomerati, gruppi industriali e finanziari privati che intendono dominare il mondo. Mai i signori della Terra sono stati così poco numerosi e così tanto potenti. Questi gruppi si trovano nella Triade USA-Europa-Giappone ma la metà di loro risiede negli USA. E’ un fenomeno fondamentalmente americano…
La mondializzazione non mira tanto a conquistare dei paesi quanto a conquistare dei mercati. La preoccupazione di questo potere moderno non è la conquista dei territori, come per le grandi invasioni o durante il colonialismo, ma la presa di possesso delle ricchezze.
Questa conquista si accompagna a delle distruzioni impressionanti. Industrie intere sono completamente distrutte, in tutte le regioni. Con le sofferenze sociali che ne conseguono: disoccupazione di massa, sottoccupazione, precarietà, esclusione. 50 milioni di disoccupati in Europa, un miliardo di disoccupati e di sottoccupati nel mondo… Supersfruttamento degli uomini, delle donne e – cosa ancora più scandalosa – dei bambini: 300 milioni di essi sono sfruttati in condizioni di grande brutalità.
La mondializzazione è anche saccheggio delle risorse del pianeta. I grandi gruppi saccheggiano l’ambiente con mezzi smisurati; essi traggono profitto dalle ricchezze della natura che sono i beni comuni dell’umanità; e lo fanno senza scrupoli e senza freni. Ciò si accompagna ugualmente ad una criminalità finanziaria legata al campo degli affari ed alle grandi banche che riciclano delle somme che superano i 1000 miliardi di dollari per anno, cioè più del Prodotto Nazionale Lordo di un terzo dell’umanità.”
Una volta identificati i nemici della specie umana, è necessario indicare come combatterli: “E’ perciò che i cittadini moltiplicano le mobilitazioni contro i nuovi poteri, come abbiamo visto recentemente in occasione del vertice dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) a Seattle. Essi restano convinti che, in fondo, lo scopo della mondializzazione, in questo inizio del millennio, è la distruzione del collettivo, l’appropriazione da parte del mercato e del privato della sfera pubblica e sociale. E sono decisi ad opporvisi.”
Tocca dunque ai “cittadini” mobilitarsi e realizzare “due, tre Seattle” per cominciare ad apportare una soluzione ai mali che affliggono il mondo. Ed è questa una prospettiva che mettono avanti anche organizzazioni politiche (come i trotskisti) che pretendono di essere “comuniste”. Insomma, è necessario che i cittadini reinventino una “nuova democrazia” destinata a combattere gli eccessi del sistema attuale e che si oppongano all’egemonia della potenza americana. Insomma una posizione più insulsa di quella dei riformisti della Seconda Internazionale di inizio secolo, di quelli che furono all’avanguardia nell’imbrigliamento del proletariato nella prima guerra mondiale e nel massacro degli operai rivoluzionari alla fine di quest’ultima.
Così, tra gli adoratori della “mondializzazione e quelli che la combattono, il terreno è ben controllato: ciò che importa prima di tutto, è portare ognuno una pietra all’accettazione del mondo attuale, è soprattutto allontanare gli operai dalla sola prospettiva che possa mettere fine alla barbarie del capitalismo, la rivoluzione comunista.
Rivoluzione comunista o distruzione dell’umanità
Qualunque sia il vigore della denuncia della barbarie del mondo attuale, i discorsi che si ascoltano attualmente - e che sono ampiamente divulgati dai mezzi di informazione - nascondono l’essenziale. Cioè che il responsabile delle calamità che affliggono il mondo non è questa o quella forma di capitalismo, ma il capitalismo intero come sistema, qualunque sia la sua forma politica.
Infatti, uno degli aspetti maggiori della barbarie attuale non consiste solo nella somma di disperazioni umane che essa genera, ma anche nella differenza enorme che esiste tra ciò che potrebbe essere la società attuale, con le ricchezze che essa ha creato nella sua storia, e ciò che di fatto è. Queste ricchezze, in particolare la padronanza della scienza e l’aumento formidabile della produttività del lavoro, si sono sviluppati proprio grazie allo sviluppo del sistema capitalista. Grazie evidentemente ad uno sfruttamento feroce della classe operaia, esso ha creato le condizioni materiali del suo superamento e della sua sostituzione con una società non più rivolta verso il profitto o la soddisfazione dei bisogni di una minoranza, ma rivolta verso la soddisfazione della totalità degli esseri umani. Queste condizioni materiali esistono dall’inizio del secolo, da quando cioè il capitalismo - costituendo un mercato mondiale - ha sottomesso alla sua legge il mondo intero. Avendo compiuto il suo compito storico di uno sviluppo senza precedenti delle forze produttive, e della prima tra esse - la classe operaia - il capitalismo avrebbe dovuto abbandonare la scena come è successo per le società del passato, in particolare la società schiavista e la società feudale. Ma esso non poteva evidentemente sparire da solo: è al proletariato che tocca il compito, come veniva riportato già dal Manifesto comunista del 1848, di eseguire la sentenza di morte che la storia ha pronunciato contro la società borghese.
Avendo raggiunto il suo apogeo, il capitalismo è entrato in un periodo d’agonia scatenando sulla società una barbarie sempre maggiore. La prima guerra mondiale fu la prima grande manifestazione di questa agonia e giustamente fu nel corso ed in seguito a questa guerra che la classe operaia si lanciò all’assalto del capitalismo per eseguire la sentenza e prendere la direzione della società in vista dell’instaurazione del comunismo. Il proletariato, nell’ottobre del 1917, ha compiuto il primo passo di questo immenso compito storico, ma esso non ha potuto compiere i successivi essendo stato sconfitto nelle principali concentrazioni industriali del mondo, ed in particolare in Germania (3). Dopo essersi ripresa dallo spavento, la classe borghese ha allora scatenato la più terribile controrivoluzione della storia. Una controrivoluzione condotta dalla borghesia democratica ma che ha permesso l’instaurazione di regimi mostruosi come il nazismo e lo stalinismo. Uno degli aspetti che sottolinea di più la profondità e l’orrore di questa controrivoluzione è che lo stalinismo abbia potuto presentarsi per decenni - con la complicità di tutti i regimi democratici - come la testa d’ariete della rivoluzione comunista mentre esso ne era al contrario il principale nemico. Sta in questo una delle caratteristiche maggiori dell’immensa tragedia vissuta dall’umanità nel corso del 20° secolo, una caratteristica che tutti i commentatori borghesi, anche i più “umanitari” e benpensanti, assolutamente tengono nascosta.
E’ proprio perché il proletariato ha subito questa terribile contro-rivoluzione che è stato legato mani e piedi e condotto verso la seconda carneficina mondiale senza che esso abbia potuto sollevarsi contro di essa, come aveva fatto in Russia nel 1917 ed in Germania nel 1918. Ed è in parte questa impotenza che permette di spiegare perché la seconda guerra mondiale fu ben più terribile della prima.
Un’altra delle cause di questa differenza tra le due guerre mondiali è evidentemente l’immensità dei progressi scientifici compiuti dal capitalismo nel corso di questo secolo. Questi progressi scientifici sbalorditivi sono evidentemente salutati rumorosamente oggi da tutti gli apologeti del capitalismo. Malgrado le sue calamità, il capitalismo del 20° secolo avrebbe apportato alla società umana delle ricchezze scientifiche e tecniche senza precedenti. Ciò che si tende a nascondere, invece, è che i principali beneficiari di questa tecnologia, quelli che assimilano in ogni istante i più moderni e sofisticati mezzi, sono gli eserciti, allo scopo di condurre le guerre le più sanguinose possibili. In altri termini, il progresso dalle scienze del 20° secolo è servito principalmente al malessere degli uomini e non al loro benessere, al loro sviluppo. Possiamo immaginare ciò che sarebbe potuta diventare la vita dell’umanità se la classe operaia avesse vinto nella rivoluzione, mettendo a disposizione dei bisogni umani i prodigi tecnologici che sono fioriti nel corso del 20° secolo.
Infine, una delle cause essenziali della maggiore barbarie della seconda guerra mondiale rispetto alla prima, è che tra le due, il capitalismo ha continuato a sprofondare nella sua decadenza.
Durante tutto il periodo della “guerra fredda”, abbiamo avuto davanti agli occhi ciò che avrebbe potuto rappresentare una terza guerra mondiale: la distruzione pura e semplice dell’umanità. La terza guerra mondiale non ha avuto luogo, non grazie al capitalismo, ma grazie alla classe operaia. In effetti, alla fine degli anni ’60, il proletariato esce dalla contro-rivoluzione e comincia a rispondere su un piano di massa sul suo terreno di classe ai primi attacchi di una nuova crisi aperta del capitalismo, impedendo obiettivamente a quest’ultimo di attuare la propria risposta a tale crisi - una nuova guerra mondiale - come invece era successo con la crisi degli anni trenta che aveva avuto come sbocco la seconda guerra mondiale.
Ma se la risposta della classe operaia alla crisi capitalista ha sbarrato il cammino ad un nuovo olocausto, essa non è stata sufficiente a rovesciare il capitalismo o ad incamminarsi direttamente sul cammino della rivoluzione. Questo stallo della situazione storica in un momento in cui la crisi del capitalismo si aggrava sempre di più, ha aperto una nuova fase della decadenza del capitalismo, quella della decomposizione generale della società. Una decomposizione la cui manifestazione maggiore, fino ad oggi, è stato il crollo dei regimi stalinisti e dell’insieme del blocco dell’Est che ha condotto allo sfaldamento dello stesso blocco occidentale. Una decomposizione che si esprime attraverso un caos senza precedenti sull’arena internazionale e di cui la guerra del Kosovo, all’inizio del 1999, i massacri di Timor alla fine dell’estate e oggi ancora la guerra in Cecenia sono solo alcune delle manifestazioni. Una decomposizione che costituisce la causa e la premessa dell’insieme delle tragedie che si scatenano sul mondo attuale, sia che si tratti di disastri ecologici, di catastrofi “naturali” o tecnologiche, di epidemie e di avvelenamenti, sia di ascese irresistibili di mafie, o della droga e della criminalità.
“La decadenza del capitalismo, quale il mondo l’ha conosciuta dall’inizio del secolo, si rivela già come il periodo più tragico della storia dell’umanità. (…) Ma sembra che l’umanità non avesse ancora toccato il fondo. La decadenza del sistema capitalistico significa l’agonia di questo sistema; ma questa agonia ha essa stessa una storia: oggi abbiamo raggiunto la fase terminale, quella della decomposizione generale della società, quella della putrescenza.
Perché è proprio di putrefazione della società che si tratta oggi. Dalla fine della seconda guerra mondiale, il capitalismo era riuscito ad allontanare verso i paesi sottosviluppati le manifestazioni più barbare e sordide della sua decadenza. Oggi, è nel cuore stesso dei paesi più avanzati che si hanno queste manifestazioni di barbarie. Conflitti etnici assurdi in cui le popolazioni si massacrano perché non hanno la stessa religione o la stessa lingua, perché perpetuano tradizioni popolari differenti, sembravano riservati, da decenni, ai soli paesi del terzo mondo, l’Africa, l’India o il Medio Oriente. Ora è in Yugoslavia, a poche centinaia di chilometri dalle metropoli industriali dell’Italia del Nord e dell’Austria, che si scatenano simili assurdità. (…) Quanto alle popolazioni di queste regioni, la loro sorte non sarà migliore di prima ma peggio ancora: disordine economico accresciuto, sottomissione a demagoghi sciovinisti e xenofobi, regolamenti di conti e scontri tra comunità che avevano coabitato fino a quel momento e, soprattutto, divisione tragica tra i differenti settori della classe operaia. Ancora più miseria, oppressione, terrore, distruzione della solidarietà di classe tra i proletari di fronte ai loro sfruttatori: ecco quello che significa il nazionalismo oggi. E l’esplosione di quest’ultimo in questo momento è proprio la prova che il capitalismo decadente ha fatto un nuovo passo in avanti nella barbarie e nella putrefazione.
Ma lo scatenamento dell’isteria nazionalista in certe parti dell’Europa non è la sola manifestazione di questa decomposizione che vede guadagnare i paesi avanzati alla barbarie che il capitalismo fino ad ora aveva riservato alla sua periferia.
Ieri, per fare credere agli operai dei paesi più sviluppati che non avevano ragione di ribellarsi, i mezzi di informazione andavano nelle bidonvilles di Bogotà o sui marciapiedi di Manila per fare dei servizi sulla criminalità e la prostituzione di bambini. Oggi, è nei più ricchi paesi del mondo, a New York, Los Angeles, Washington, che ragazzini di dodici anni vendono il loro corpo o ammazzano per qualche grammo di crack. In questi stessi paesi, è ora che si contano a centinaia di migliaia i senza tetto: a due passi da Wall Street, tempio della finanza mondiale, masse di esseri umani dormono nei cartoni sui marciapiedi, come a Calcutta. Ieri, la concussione e la prevaricazione elevata allo stato di legge sembravano specialità di dirigenti del Terzo Mondo. Oggi, non passa mese senza che scoppi uno scandalo di malcostume del personale politico dei paesi “avanzati”: dimissioni a ripetizione dei membri del governo in Giappone dove trovare un politico “presentabile” per affidargli un ministero diventa una “missione impossibile”; partecipazione alla grande della CIA al traffico di droga; penetrazione della Mafia nelle più alte sfere dello Stato in Italia; auto-amnistia dei deputati francesi per evitarsi la prigione che meriterebbero per le loro turpitudini… Anche in Svizzera, leggendario paese della pulizia, è stato trovato un ministro della polizia e della giustizia compromesso in un affare di riciclaggio di denaro proveniente dal traffico di droga. La corruzione ha sempre fatto parte delle pratiche della società borghese, ma essa non ha mai raggiunto un tale livello come ai nostri giorni; ed è appunto questa grande generalizzazione che suggerisce l’ulteriore passo in avanti che la decadenza di questa società ha fatto verso la propria putrefazione.
Infatti, è l’insieme della vita sociale che sembra essersi completamente guastato, che si infogna nell’assurdo, nel fango e nella disperazione. E’ tutta la società umana, su tutti i continenti che, in maniera crescente, trasuda barbarie da tutti i suoi pori. Le carestie si sviluppano nei paesi del Terzo Mondo, e presto raggiungeranno i paesi che si pretendevano “socialisti”, mentre in Europa occidentale ed in America del Nord si distruggono stock di prodotti agricoli, si pagano gli agricoltori perché coltivino meno terre e si penalizzano quelli che producono più della quota prefissata. In America latina, le epidemie, come quella del colera, uccidono migliaia di persone, laddove già da lungo tempo questo flagello sembrava sconfitto. Dappertutto nel mondo, le inondazioni o i terremoti continuano ad uccidere decine di migliaia di esseri umani in poche ore mentre la società è perfettamente in grado di costruire delle dighe e delle case che potrebbero evitare tali ecatombe. Nello stesso momento, non si può invocare la “fatalità” o i “capricci della natura”, quando, a Tchernobyl, nel 1986, l’esplosione di una centrale atomica uccise centinaia (se non migliaia) di persone e contaminò più province, quando nei paesi più sviluppati, si assistono a delle catastrofi mortali nel cuore stesso delle grandi città: 60 morti in una stazione parigina, più di cento morti in un incendio della metropolitana a Londra, non molto tempo fa. Ugualmente, questo sistema si rivela incapace di far fronte al degrado dell’ambiente, alle piogge acide, all’avvelenamento di ogni tipo e principalmente nucleare, all’effetto serra, alla desertificazione che mette in gioco la stessa sopravvivenza della specie umana.
Nello stesso tempo, assistiamo ad un degrado irreversibile della vita sociale: oltre alla criminalità ed alla violenza urbana che non cessa di crescere dappertutto, la droga provoca dei danni sempre più spaventosi, particolarmente tra le nuove generazioni, testimonianza della disperazione, dell’isolamento, dell’atomizzazione che invade tutta la società.” (Manifesto del IX Congresso della CCI, settembre 1991).
Ecco come si esprimeva la nostra organizzazione all’inizio del decennio. I due esempi che vengono dati nel nostro documento del 1991 sono quelli di cui noi disponevamo all’epoca. Da quel momento, ed in nessun campo la situazione è migliorata, al contrario, e gli avvenimenti di questi ultimi anni sono altrettanto se non addirittura più tragici, e manifestano la barbarie crescente in cui si è infognato il capitalismo. La droga, la violenza urbana, la prostituzione giovanile, etc. hanno fatto un nuovo progresso. Gli scandali della corruzione politica non sono terminati, colpendo, per esempio in Francia, il presidente della più alta carica giuridica, il Consiglio costituzionale, ed in Germania quel paragone di virtù che era il cancelliere Kohl. Infine, i massacri e le nefandezze delle isterie nazionaliste si sono perpetuate nella ex Jugoslavia, mentre si scatenavano in molteplici altri luoghi, e tutt’oggi ancora in Cecenia.
Per ora, una nuova guerra mondiale non è ancora all’ordine del giorno per la scomparsa dei blocchi militari e per il fatto che il proletariato dei paesi centrali non è imbrigliato dietro le bandiere della borghesia. Ma la sua minaccia continuerà a pesare sulla società fin tanto che esisterà il capitalismo. Detto ciò, la società può essere ugualmente distrutta senza una guerra mondiale, ma attraverso un caos crescente, con una moltitudine di guerre locali, di catastrofi ecologiche, da carestie ed epidemie.
Così si chiude il 20° secolo, il più barbaro della storia umana: nella decomposizione della società. Se la borghesia ha potuto celebrare con fasto l’anno 2000, è poco probabile che essa possa fare lo stesso nell’anno 2100. O perché essa sarà stata rovesciata dal proletariato, o perché la società sarà stata distrutta o sarà ritornata all’età della pietra.
FM
1. Vedere per esempio il nostro articolo “I massacri ed i crimini delle ‘grandi democrazie’” (Rivista Internazionale n° 16).
2. La giustificazione era tanto più efficace che i regimi stalinisti hanno perpetrato molti massacri, dai “gulag” fino alla guerra in Afghanistan, passando per la repressione sanguinosa in Germania nel 1953, in Ungheria nel 1956, in Cecoslovacchia nel 1968, in Polonia nel 1970, etc.
3. Sulla rivoluzione tedesca, vedere la nostra serie di articoli nella Revue Internationale.
L’antifascismo ha la pelle dura. L’ingresso nel governo austriaco del FPÖ di Georg Haider ha scatenato una nuova campagna contro il pericolo “fascista, xenofobo e antidemocratico” Quali che siano state le ragioni particolari per cui la borghesia austriaca ha fatto entrare i “neri” nel suo governo(1), questo avvenimento ha costituito un’eccellente occasione per le sue consorelle europee ed anche per quelle dell’America del Nord per rilanciare un tipo di mistificazione di cui la storia ha dimostrato l’efficacia contro la classe operaia. Fino ad ora, nel corso di questi ultimi anni, le campagne contro il “pericolo fascista” sono scaturite da avvenimenti tipo il successo elettorale del Fronte nazionale in Francia o per i soprusi di piccoli gruppi di “skinheads” contro gli immigrati. Anche la sceneggiata Pinochet non arrivava a mobilitare le folle poiché il vecchio dittatore era ora in pensione. E’ chiaro che l’arrivo al governo di un paese europeo di un partito presentato come “fascista” è stato un ingrediente di prima scelta per alimentare questo tipo di campagne.
Quando i nostri compagni di Bilan (pubblicazione in francese della Frazione di sinistra del Partito Comunista d’Italia) hanno redatto il documento che ripubblichiamo in qui di seguito, il fascismo era una realtà in molti paesi europei, Hitler era al potere in Germania dal 1933. Ciò non li ha condotti a perdere la testa ed a lasciarsi trascinare nella frenesia de “l’antifascismo” che ha preso non solo i partiti socialisti e stalinisti, ma anche correnti che si erano opposte alla degenerazione dell’Internazionale comunista nel corso degli anni 20, a cominciare dalle correnti trotskiste. Essi sono stati in grado di produrre una messa in guardia estremamente ferma e chiara contro il pericolo dell’antifascismo e che, poco prima della guerra di Spagna, aveva un carattere incontestabilmente profetico. In effetti, in questa guerra, la borghesia “fascista” non fu capace di scatenare la repressione ed i massacri contro la classe operaia fin tanto che quest’ultima, benché si sia armata spontaneamente contro il putsch di Franco del 18 luglio 1936, si fece deviare dal suo terreno di classe, la lotta intransigente contro la repubblica borghese, in nome della priorità della lotta contro il fascismo e della necessità di costituire un fronte di tutte le forze che lo combattevano.
Oggi la situazione storica non è come quella degli anni 1930 quando la classe operaia subiva la più terribile sconfitta della sua storia. Sconfitta che non fu dovuta al fascismo, ma ai settori “democratici” della borghesia e che permise a questi di fare appello, in alcuni paesi, ai partiti fascisti per dirigere lo Stato. Per questo possiamo affermare che il fascismo non corrisponde attualmente ad una necessità politica per il capitalismo. Tra l’altro, è proprio passando totalmente al di sopra alle differenze tra il periodo attuale e gli anni 1930, che alcune correnti, che apparentemente si richiamano alla classe operaia ed alla stessa rivoluzione, come i trotskisti, possono giustificare la loro partecipazione alla battaglia sul “pericolo del fascismo”. In questo senso, Bilan aveva completamente ragione ad insistere sulla necessità per dei rivoluzionari di saper ricollocare gli avvenimenti, nel loro contesto storico considerando, in particolare, i rapporti di forza tra le classi. Negli anni 1930 Bilan sviluppa i suoi argomenti soprattutto contro quelli della corrente trotskista (i “bolscevichi leninisti”). All’epoca questa corrente apparteneva ancora alla classe operaia, ma il suo opportunismo la conduceva verso il tradimento ed al passaggio nel campo borghese al momento dello scoppio della seconda guerra mondiale. Ed è proprio nel nome dell’antifascismo che il trotskismo ha partecipato a questa guerra come forza d’appoggio degli imperialismi alleati, mettendosi sotto i piedi uno dei principi fondamentali del movimento operaio, l’internazionalismo. Gli argomenti che sono dati da Bilan per combattere le campagne antifasciste e denunciare i pericoli che esse rappresentavano per la classe operaia restano assolutamente validi oggigiorno: la situazione storica è cambiata ma le menzogne impiegate contro la classe operaia per farle abbandonare il proprio terreno di classe e porla sotto l’ala della democrazia borghese restano fondamentalmente le stesse. Il lettore potrà facilmente riconoscere negli “argomenti” combattuti da Bilan quelli che si sentono attualmente da parte degli antifascisti di tutti i poli ed in particolare quelli che si richiamano alla rivoluzione. Per dare qualche esempio citiamo due passaggi del testo di Bilan:
“…la posizione della controparte che chiede al proletariato di intervenire per scegliere, tra le forme di organizzazione dello Stato capitalista, la meno cattiva non ripropone la stessa posizione difesa da Bernstein che chiamava il proletariato a realizzare la migliore forma dello Stato capitalista?”
“…se realmente il proletariato è in condizione di imporre una soluzione di governo alla borghesia, perché dovrebbe limitarsi ad un tale obbiettivo invece di porre le proprie rivendicazioni centrali per la distruzione dello Stato capitalista? D’altra parte, se la sua forza non gli consente ancora di scatenare la sua insurrezione, orientarlo verso un governo democratico, non significa spingerlo su di una strada che permette la vittoria al nemico?”
Infine, contro coloro che affermano che l’antifascismo è un mezzo per “riunire gli operai”, Bilan risponde che il solo terreno su cui può raccogliersi il proletariato è quello della difesa dei suoi interessi di classe, ciò che è valido qualunque sia il rapporto di forza con il suo nemico: “il proletariato non potendo darsi come scopo immediato la conquista del potere, si unisce su degli obbiettivi più limitati, ma sempre di classe: le lotte parziali”.
“Invece di procedere a modifiche sostanziali delle rivendicazioni della classe operaia, il dovere imperioso dei comunisti consiste nel determinare il raggruppamento della classe operaia intorno a rivendicazioni di classe ed all’interno dei suoi organismi di classe: i sindacati”.
A quest’epoca, contrariamente alla corrente della sinistra comunista tedesco-olandese, la sinistra comunista italiana non aveva ancora chiarito la questione sindacale. I sindacati erano diventati dalla prima guerra mondiale, e senza possibilità di ritorno, organi dello Stato capitalista. Solo alla fine della seconda guerra mondiale settori della sinistra italiana acquisiscono una tale chiarezza. Ma ciò non toglie nulla alla validità della posizione difesa da Bilan e che chiama gli operai a riunirsi intorno alle loro rivendicazioni di classe, posizione che resta perfettamente valida oggi quando dappertutto la borghesia chiama la classe operaia all’interclassismo ed alla difesa della democrazia; sia contro il “fascismo”, sia contro ogni tentativo di fare una nuova rivoluzione che condurrebbe inevitabilmente ad un nuovo ritorno di “totalitarismo” come quello che è sprofondato dieci anni fa nei paesi detti “socialisti”.
C.C.I.
L’antifascismo : formula di confusione
Molto probabilmente la situazione attuale supera, per l’ampiezza della confusione, tutte le situazioni precedenti di riflusso rivoluzionario. Ciò deriva da una parte, dall’evoluzione controrivoluzionaria, nel dopo guerra, di quelle che erano state le maggiori conquiste della lotta proletaria: lo Stato russo, la III Internazionale, e, d’altra parte, dall’incapacità degli operai ad opporre a questa evoluzione un fronte di resistenza ideologico e rivoluzionario. L’intersecarsi di questo fenomeno e dell’offensiva brutale del capitalismo, che si orienta verso la formazione di blocchi in vista della guerra, determina delle reazioni di lotta da parte degli operai e talvolta anche delle battaglie grandiose (Austria) (1). Ma queste non arrivano a sconfiggere la potenza del centrismo (2), sola organizzazione politica di massa ed ormai acquisita alle forze della controrivoluzione mondiale.
La confusione, in un simile momento di sconfitte, è dunque un risultato ottenuto dal capitalismo, che incorpora lo Stato operaio, il centrismo, ai bisogni della sua conservazione orientandoli là dove agiscono, fin dal 1914, le forze insidiose della socialdemocrazia, agente principale della disgregazione della coscienza delle masse e porta parola qualificato delle parole d’ordine delle sconfitte proletarie e delle vittorie capitaliste.
In quest’articolo esamineremo una tipica formula di confusione, quella che viene anche chiamata, negli ambienti operai che si dicono di sinistra: “l’antifascismo”. (…) Per chiarezza d’esposizione ci limitiamo a trattare un solo problema: l’antifascismo ed il fronte di lotte che si pretende di poter realizzare intorno a tale formula.
E’ elementare -o piuttosto lo era fino ad ora- affermare che prima di intraprendere una battaglia è necessario stabilire gli obbiettivi che ci si dà, i mezzi da impiegare, le forze di classe che possono intervenire favorevolmente. Non c’è niente di “teorico” in queste considerazioni, e con ciò intendiamo dire che esse non si espongono alla facile critica di tutti quegli elementi disillusi di “teorie”, la cui regola consiste, al di là di ogni chiarezza teorica, a ingaggiarsi in movimenti con chiunque, sulla base di un programma qualsiasi, a condizione che sussista “l’azione”.
Noi siamo, evidentemente, quelli che pensano che l’azione non deriva da quanto si strilla o dalla buona volontà degli individui, ma dalle situazioni stesse. Inoltre, per l’azione, il lavoro teorico è indispensabile per evitare alla classe operaia nuove sconfitte. E si deve ben capire il significato del disprezzo per il lavoro teorico che ha colpito tanti militanti perché, in realtà, ciò è servito sempre ad introdurre di soppiatto, al posto di posizioni proletarie, le concezioni principali del nemico: della socialdemocrazia all’interno degli ambienti rivoluzionari, proclamando l’azione ad ogni costo in una “gara di velocità” con il fascismo.
Così, per quanto riguarda il problema dell’antifascismo, non è solo il disprezzo per il lavoro teorico che guida i suoi numerosi partigiani, ma la stupida mania di creare e divulgare la confusione indispensabile per costituire un largo fronte di resistenza. Alcun limite pregiudiziale per non perdere nessun alleato, nessuna possibilità di lotta: ecco la parola d’ordine dell’antifascismo. E si vede qui che, per quest’ultimo, la confusione è idealizzata e considerata come un elemento di vittoria. Ricordiamo che oltre mezzo secolo fa Marx diceva a Weitling che l’ignoranza non è mai servita al movimento operaio.
Attualmente, invece di stabilire gli obiettivi della lotta, i mezzi per metterla in atto, i programmi necessari, la quintessenza suprema della strategia marxista (Marx direbbe dell’ignoranza) è rappresentata così: accollarsi degli aggettivi, il più frequente dei quali sarà evidentemente “leninista”, e rievocare in ogni momento, ed a sproposito, la situazione del 1917 in Russia, l’attacco di settembre di Korlinov. C’è stato, ahinoi!, un tempo in cui i militanti proletari avevano ancora la testa sulle spalle ed analizzavano le esperienze storiche. Allora, prima di stabilire delle analogie tra le situazioni della loro epoca e queste esperienze, essi ricercavano innanzitutto se fosse possibile stabilire un parallelo politico tra il passato ed il presente; ma questo tempo sembra ormai passato, soprattutto se ci si attiene alla fraseologia corrente dei gruppi proletari.
Si sente dire che è inutile stabilire un paragone tra il quadro della lotte di classe nel 1917 in Russia, e la situazione attuale nei differenti paesi; come, è inutile vedere se il rapporto di forza tra le classi di allora presenta delle analogie con quelle di oggi. La vittoria d’Ottobre del 1917 è un fatto storico, basta quindi copiare la tattica dei bolscevichi russi e soprattutto farne una pessima copia, che cambierà a secondo degli ambienti politici che interpretano questi avvenimenti sulla base di concezioni di principio opposte.
Ma che in Russia il capitalismo era, nel 1917, alle sue prime esperienze al potere statale, quando al contrario il fascismo nasceva da un capitalismo che deteneva il potere da più decenni, che, d’altra parte, la situazione vulcanica e rivoluzionaria del 1917 in Russia era l’esatto contrario della situazione reazionaria attuale, ciò non preoccupa affatto coloro che attualmente si definiscono “leninisti”. Al contrario, la loro ammirevole serenità non sarà turbata dall’inquietudine di confrontare gli avvenimenti del 1917 con la situazione attuale, basandosi seriamente sull’esperienza italiana e tedesca. Korlinov basta per tutto. E la vittoria di Mussolini e di Hitler sarà unicamente dovuta a pretese deviazioni, effettuate dai partiti comunisti, in rapporto alla tattica classica dei bolscevichi nel 1917, mentre, attraverso un gioco di acrobazie politiche, saranno assimilate le due situazioni opposte: la rivoluzionaria e la reazionaria.
***
Per quanto riguarda l’antifascismo, le considerazioni politiche non entrano in gioco. Il suo obiettivo è raggruppare tutti quelli che sono minacciati dall’attacco del fascismo costituendo un “sindacato dei minacciati”.
La socialdemocrazia dirà ai radicali socialisti di vegliare sulla propria sicurezza e di prendere immediatamente delle misure di difesa contro le minacce del fascismo: Herriot e Deladier potrebbero, essi stessi, essere vittime della vittoria di quest’ultimo. L. Blum andrà anche più lontano: avvertirà solennemente Doumergue che se non prende provvedimenti contro il fascismo, l’attende la stessa sorte di Brüning. Il centrismo, da parte sua, si rivolgerà “alla base socialista” o al contrario la S.F.I.O. si rivolgerà al centrismo, al fine di realizzare il fronte unico: socialisti e comunisti minacciati dall’attacco del fascismo. Restano ancora i bolscevichi-leninisti (3) che, dritti sui loro speroni, proclameranno con magniloquenza di essere pronti a costituire un fronte di lotta al di fuori di ogni considerazione politica, sulla base di una solidarietà permanente tra tutte le formazioni “operaie”(?) contro le minacce fasciste.
La considerazione che anima tutte queste speculazioni è certamente molto semplice -troppo semplice per essere vera-: riunire tutti “i minacciati” animati da un desiderio analogo di sfuggire alla morte, in un fronte comune antifascista. Tuttavia, la più superficiale delle analisi prova che la semplicità idilliaca di questa proposizione nasconde in realtà l'abbandono totale delle posizioni fondamentali del marxismo, la negazione delle esperienze del passato e del significato degli avvenimenti attuali. (…).
Tutte queste considerazioni su ciò che radicali, socialisti, centristi faranno per salvaguardare le loro persone e le loro istituzioni, tutti i sermoni pronunciati “ex cathedra” a tale riguardo, non possono in nessun modo cambiare il corso delle situazioni, perché il problema si riduce a questo: trasformare radicali, socialisti e centristi in dei comunisti, in quanto la lotta contro il fascismo può farsi solo sul fronte della lotta per la rivoluzione proletaria. E malgrado i sermoni la socialdemocrazia belga non rinuncerà a lanciare i suoi piani di salvataggio del capitalismo, non esiterà a silurare ogni conflitto di classe, metterà, senza esitare, i sindacati nelle mani del capitalismo. Doumergue, d’altra parte, non farà che ricalcare Brüning, Blum seguirà le tracce di Bauer e Cachin quelle di Thaelmann.
Ancora una volta, e lo ripetiamo, non vogliamo analizzare, in questo articolo, se il perno della situazione in Belgio, in Francia, può essere paragonato alle circostanze che determinarono l’avanzamento e la vittoria del fascismo in Italia ed in Germania. La nostra analogia porta soprattutto sul fatto che Doumergue ricalca Brüning, dal punto di vista della funzione che essi possono avere in due paesi capitalisti intrinsecamente differenti, funzione che consiste, come per Blum e per Cachin, ad immobilizzare il proletariato, a disgregare la sua coscienza di classe ed a permettere l’adattamento del loro apparato statale alle nuove circostanze della lotta interimperialista. Ci sono buone ragioni per credere che in Francia, in particolare, l’esperienza di Thiers, Clemenceau, Poincaré si ripete sotto la forma di Doumergue, che assisteremo alla concentrazione del capitalismo intorno a formazioni di destra, senza che ciò comporti il soffocamento di formazioni radicali-socialiste e socialiste della borghesia. D’altra parte, è profondamente sbagliato basare la tattica proletaria su posizioni politiche che si fanno derivare da una semplice prospettiva.
Il problema non è affermare: il fascismo è minaccioso, eleviamo un fronte unico di antifascismo e di antifascisti, ma è necessario, al contrario, determinare le posizioni intorno alle quali il proletariato si raggruppa per la sua lotta contro il capitalismo. Porre il problema in tal modo significa escludere dal fronte di lotta contro il capitalismo forze antifasciste ed anche arrivare a questa conclusione (che potrebbe sembrare paradossale) che se si verificasse un orientamento definitivo del capitalismo verso il fascismo, la condizione del successo risiederebbe nell’inalterabilità del programma e delle rivendicazioni di classe degli operai, nel momento in cui la condizione della sconfitta certa consisterebbe nella dissoluzione del proletariato nel marasma antifascista.
***
L’azione degli individui e delle forze sociali non è diretta dalle leggi di conservazione degli individui o delle forze al di fuori delle considerazioni di classi: Brüning o Matteotti non potevano agire in considerazione dei loro interessi personali o delle idee che essi sostenevano, cioè al di fuori del cammino della rivoluzione proletaria che, sola, li avrebbe preservati dallo strangolamento fascista. Individuo e forza agiscono in funzione delle classi da cui essi dipendono. Ciò spiega perché i personaggi attuali della politica francese non fanno che seguire le tracce lasciate dai loro predecessori degli altri paesi, e ciò anche nell’ipotesi di una evoluzione del capitalismo francese verso il fascismo.
La base della formula dell’antifascismo (il sindacato di tutti i minacciati) si rivela dunque di una inconsistenza assoluta. Se, d’altra parte, esaminiamo da dove proviene -almeno nelle sue affermazioni programmatiche- l’idea dell’antifascismo, constateremo che essa deriva da una dissociazione tra fascismo e capitalismo. E’ vero che se si interroga su tale argomento un socialista, un centrista o un boscevico-leninista, tutti affermeranno che effettivamente il fascismo è capitalismo. Ma, il socialista dirà: ”noi abbiamo interesse a difendere la Costituzione e la Repubblica al fine di preparare il socialismo”; il centrismo affermerà che si realizza più facilmente l’unità della lotta della classe operaia intorno all’antifascismo piuttosto che con la lotta al capitalismo; il bolscevico-leninista affermerà che non esiste migliore base per il raggruppamento e per la lotta, della difesa delle istituzioni democratiche che il capitalismo non è più in grado di assicurare alla classe operaia. Si ha, dunque, che l’affermazione generale “il fascismo è il capitalismo” può condurre a delle conclusioni politiche che possono solo risultare dalla dissociazione tra capitalismo e fascismo.
L’esperienza dimostra, e ciò annulla la possibilità di distinzione tra fascismo e capitalismo, che la conversione del capitalismo in fascismo non dipende dalla volontà di alcuni gruppi della classe borghese, ma risponde a delle necessità che si ricollegano a tutto un periodo storico ed alla particolare situazione di certi Stati che si trovano in una condizione di minore resistenza di fronte ai fenomeni della crisi e dell’agonia del regime borghese. La socialdemocrazia, che agisce nello stesso solco delle forze liberali e democratiche, chiama ugualmente il proletariato a porre come rivendicazione centrale il ricorso allo Stato per obbligare le formazioni fasciste a rispettare la legalità per disarmarle o anche per scioglierle. Queste tre correnti politiche agiscono su una linea perfettamente solidale: la loro origine si ritrova nella necessità per il capitalismo di arrivare al trionfo del fascismo, là dove lo Stato capitalista ha per scopo elevare il fascismo fino a farne la forma nuova d’organizzazione della società capitalista.
Poiché il fascismo risponde a delle esigenze fondamentali del capitalismo, è su di un altro fronte, opposto, che noi potremmo trovare una possibilità di lotta reale contro di esso. E’ vero che oggigiorno siamo spesso esposti alla falsificazione di posizioni che i nostri critici non vogliono combattere politicamente. Basta, per esempio, opporsi alla formula dell’antifascismo (che non ha alcuna base politica), perché le esperienze provano che per la vittoria del fascismo le forze antifasciste del capitalismo sono state necessarie tanto quanto le stesse forze fasciste, per sentirsi rispondere: “poco importa analizzare la sostanza programmatica e politica dell’antifascismo, ciò che ci interessa è che Daladier è preferibile a Doumergue, che quest’ultimo è preferibile a Maurras, e quindi noi abbiamo interesse a difendere Daladier contro Doumergue o Doumergue contro Maurras”. O, secondo le circostanze, Daladier o Doumergue, poiché essi rappresentano un ostacolo alla vittoria di Maurras e che il nostro dovere è di “utilizzare la minima incrinatura allo scopo di guadagnare una posizione di vantaggio per il proletariato”. Evidentemente, gli avvenimenti in Germania, dove le “incrinature” che potevano presentare prima il governo di Prussia, poi Hindenburg-von Scleicher, non sono state in definitiva che tante tappe che hanno permesso l’ascesa del fascismo, sono delle semplici bagattelle di cui non bisogna tener conto. E’ chiaro che le nostre obiezioni saranno tacciate di antileninissmo o antimarxismo; ci si dirà che per noi è indifferente che si abbia un governo di destra, di sinistra o fascista. Ma rispetto a quest’ultimo argomento noi vorremmo una volta per tutte porre il seguente problema: tenendo conto delle modifiche sopraggiunte nelle situazioni del dopo guerra, la posizione dei nostri critici che chiedono al proletariato di intervenire per scegliere tra le forme di organizzazione dello Stato capitalista, quella meno cattiva, non produce essa stessa la stessa posizione difesa da Bernstein che chiamava il proletariato a realizzare la migliore forma di Stato capitalista? Forse ci si risponderà che non si chiede al proletariato di sposare la causa del governo che può essere considerata come la migliore forma di dominio… dal punto di vista proletario, ma che si propone semplicemente di rafforzare le posizioni proletarie, a tal punto da imporre al capitalismo una forma di governo democratico. In questo caso non si farà che modificare le frasi ed il contenuto resterebbe lo stesso. In effetti, se realmente il proletariato è nella condizione d’imporre una soluzione di governo alla borghesia, perché dovrebbe limitarsi ad un tale obbiettivo invece di porre le sue rivendicazioni centrali per la distruzione dello Stato capitalista! D’altra parte, se la sua forza non gli permette ancora di scatenare l’insurrezione, orientarlo verso un governo democratico non significa deviarlo su una via che permette la vittoria del nemico?
Il problema non è certamente come pretendono i partigiani della “scelta migliore”: il proletariato ha la sua soluzione del problema dello Stato, ed egli non ha alcun potere, alcuna iniziativa per quanto riguarda le soluzioni che darà il capitalismo al problema del suo potere. E’ evidente sarebbe vantaggioso trovare dei governi borghesi molto deboli che permettono l’evoluzione della lotta rivoluzionaria del proletariato; ma è altrettanto evidente che il capitalismo non costituirà dei governi di sinistra o di estrema sinistra, se non a condizione che questi ultimi rappresentino la migliore forma della sua difesa in una data situazione. Nel 1917-21 la socialdemocrazia che entrò nel governo realizzò la difesa del regime borghese e fu la sola forma che permise lo schiacciamento della rivoluzione proletaria. Considerando che un governo di destra avrebbe potuto direttamente orientare le masse verso l’insurrezione, i marxisti dovevano preconizzare un governo reazionario? Formuliamo una tale ipotesi per dimostrare che non esiste un concetto generale di forma migliore o peggiore di governo per il proletariato. Questi concetti esistono solo per il capitalismo e secondo le circostanze. La classe operaia ha, per contro, il dovere assoluto di raggrupparsi sulle sue posizioni di classe per combattere il capitalismo sotto la forma che riveste concretamente: fascista, democratica o socialdemocratica che sia.
La prima considerazione essenziale da fare rispetto alle attuali situazioni, è dire apertamente che per la classe operaia il problema del potere non si pone all’ordine del giorno in maniera immediata, e che una delle più crudeli manifestazioni di questa caratteristica della situazione è lo scatenamento dell’attacco fascista, o l’evoluzione della democrazia verso i pieni poteri. Si tratta quindi di determinare su quali basi potrà effettuarsi il raggruppamento della classe operaia. E qui una concezione veramente curiosa va a separare i marxisti da tutti gli agenti del nemico e dai confusionisti che agiscono in seno alla classe operaia. Per noi, il raggruppamento degli operai è un problema di quantità: il proletariato non può darsi per scopo immediato la conquista del potere, esso si riunisce per obbiettivi più limitati, ma sempre di classe: le lotte parziali. Gli altri, che ostentano un estremismo di facciata, alterano la sostanza di classe del proletariato e affermano che esso può lottare per il potere in qualsiasi epoca. Non potendo porre questo problema su delle basi di classe, cioè sulla base proletaria, essi lo evirano nella sostanza ponendo il problema del governo antifascista. Aggiungeremo ancora che i partigiani della diluizione del proletariato nel marasma antifascista, sono evidentemente quegli stessi che impediscono la costituzione di un fronte di classe del proletariato per le sue battaglie rivendicative.
Gli ultimi mesi, in Francia, hanno visto un fiorire straordinario di programmi, di piani, di organismi antifascisti, ma ciò non ha impedito affatto a Doumergue di ridurre massicciamente gli stipendi e le pensioni, segnali per le diminuzioni dei salari che il capitalismo francese ha intenzione di generalizzare. Se la centesima parte dell’attività sviluppata intorno all’antifascismo fosse stata diretta verso la costituzione di un solido fronte della classe operaia per lo scatenamento di uno sciopero generale per la difesa delle rivendicazioni immediate, avremmo avuto con assoluta certezza che, da una parte, le minacce repressive non avrebbero avuto il loro corso, dall’altra, il proletariato, una volta raggruppato per i suoi interessi di classe, avrebbe ripreso fiducia in se stesso, operando così una modificazione della situazione da dove sarebbe sorto nuovamente il problema del potere, nella sola forma in cui può essere posto per la classe operaia: la dittatura del proletariato.
Da tutte queste considerazioni elementari deriva che l’antifascismo, per essere giustificato, dovrebbe basarsi sull’esistenza di una classe antifascista: la politica antifascista dovrebbe derivare da un programma inerente a questa classe. Che non sia possibile arrivare a tali conclusioni risulta non solo dalle più semplici formulazioni del marxismo, ma anche da elementi tratti dalla situazione attuale in Francia. In effetti, il problema pone immediatamente dei limiti da assegnare all’antifascismo. A chi dovrebbe limitarsi alla sua destra? A Doumergue che è là per difendere la Repubblica, a Herriot che partecipa alla “tregua” per proteggere la Francia dal fascismo, a Marquet che pretende di rappresentare “l’occhio del socialismo” nell’Unione Nazionale, ai Giovani Turchi del partito radicale, semplicemente ai socialisti, o infine, perché no anche al diavolo, purché l’inferno sia lastricato di antifascismo? Una posizione concreta del problema prova che la formula dell’antifascismo serve solo gli interessi della confusione e prepara la disfatta certa della classe operaia.
Al posto di procedere con delle modifiche sostanziali delle rivendicazioni della classe operaia, il dovere imperioso dei comunisti consiste nel determinare il raggruppamento della classe operaia intorno alle sue rivendicazioni di classe ed all’interno dei suoi organismi di classe: i sindacati. (…) In effetti, noi non ci basiamo sulla nozione formale del sindacato, ma sulla considerazione fondamentale che -come abbiamo già detto- non ponendosi il problema del potere, bisogna scegliere degli obiettivi più limitati, ma sempre di classe per la lotta contro il capitalismo. E l’antifascismo determina delle condizioni in cui la classe operaia non solo va ad essere confusa per quanto riguarda le sue minime rivendicazioni economiche e politiche, ma vedrà compromessa ogni sua possibilità di lotta rivoluzionaria e si troverà esposta a diventare preda del precipizio dei contrasti del capitalismo, cioè della guerra, prima di ritrovare la possibilità di iniziare la battaglia rivoluzionaria per l’instaurazione della società di domani.
Bilan n° 7, maggio 1934.
1. Movimento insurrezionale del febbraio 1934.
2. Bilan designa così i partiti stalinisti. Questo termine proviene dal fatto che nel mezzo degli anni 1920 Stalin aveva adottato una posizione “centrista” tra la sinistra, rappresentata principalmente da Trotsky, e la destra il cui porta-parola era Bukarin e che preconizzava una politica favorevole ai kulaki (contadini ricchi) ed ai piccoli capitalisti.
3. Nome che si danno i trotskysti negli anni 1930.
In quest'articolo faremo una presentazione critica del libro Expectativas fallidas - Espaòa 1934-39 (Aspettative Fallite - Spagna 1934-39), apparso in Spagna nell'autunno '99. Il libro riunisce diverse prese di posizione della corrente comunista dei consigli sulla guerra di Spagna; si tratta di testi di Mattick, Korsch e Wagner, assieme ad un'introduzione di Cajo Brendel, uno dei membri ancora viventi di quella corrente. In questa sede non analizzeremo la storia di questa corrente politica proletaria, che -in continuità con la battaglia negli anni '20 del KAPD, di Pannekoek e di altri, contro la degenerazione ed il passaggio nel campo del capitale dei partiti comunisti- ha proseguito la sua lotta negli anni '30, nel cuore della controrivoluzione, difendendo le posizioni proletarie ed arricchendole in modo considerevole (1).
Per quanto ci riguarda, in quanto militanti della Sinistra Comunista, è con grande interesse che accogliamo la pubblicazione dei documenti di questa corrente. Purtroppo Aspettative fallite presenta una scelta "molto selettiva" dei documenti del comunismo dei consigli sulla guerra del '36. Mette insieme i testi più confusi di questa corrente, quelli che fanno più concessioni alla mistificazione antifascista e più inclini ad adottare idee anarchiche. Mentre esistono dei documenti del comunismo dei consigli che denunciano l'arruolamento ed il massacro del proletariato in un conflitto imperialista che opponeva due frazioni borghesi rivali, i testi pubblicati nel libro trasformano questo massacro imperialista in un "tentativo di rivoluzione proletaria". Mentre ci sono documenti del GIK (2) che denunciano la trappola dell'antifascismo, i testi del libro sono estremamente ambigui rispetto a questa posizione. Mentre esistono prese di posizione del comunismo dei consigli che denunciano chiaramente la CNT come una forza sindacale che ha tradito gli operai, i testi del libro la presentano come un'organizzazione rivoluzionaria.
Uno dei responsabili della redazione, Sergio Rosés, sottolinea che "il consiliarismo, o meglio i consiliaristi, sono, a grandi linee, un insieme eterogeneo di individui e di organizzazioni, situati ai margini e di fronte al leninismo e che si richiamano al marxismo rivoluzionario". Tuttavia, guarda caso, di tutto quello che è stato scritto da questo "insieme eterogeneo", si è scelto di pubblicare, omogeneamente, solo il peggio.
Non ci interessa qui dare un giudizio morale sulle intenzioni dei compilatori della raccolta. Ma è chiaro che un lettore che non conosca già a fondo le posizioni del comunismo dei consigli, attraverso questa raccolta se ne farà un'idea abbastanza ridotta e deformata, immaginandole vicine a quelle della CNT e sostenitrici critiche della sua pretesa "rivoluzione sociale antifascista". Da questo punto di vista, al di là delle intenzioni individuali, questo libro obiettivamente porta il suo piccolo contributo alla campagna di propaganda anticomunista della borghesia. Questa campagna può prendere un aspetto grossolano e brutale (alla "Libro Nero del Comunismo", per intenderci); ma un simile approccio risulta controproducente verso gli elementi proletari che sono alla ricerca delle posizioni rivoluzionarie, per i quali è necessaria una versione più raffinata, un abbellimento dell'anticomunismo con un pò di facciata rivoluzionaria, come, per esempio, l'esaltazione dell'anarchia come alternativa al "fallimento" del marxismo o la contrapposizione del "modello" della "rivoluzione spagnola del '36" al "colpo di stato di bolscevico" dell'Ottobre '17. In questo orientamento politico, le debolezze e simpatie di una parte della corrente consiliarista per l'anarchia vengono proprio a fagiolo, come puntualizza Sergio Rosés: "Infine -ed è una caratteristica che la differenzia dalle altre correnti della sinistra marxista rivoluzionaria- abbiamo una presa in considerazione del fatto che, nel corso di questa rivoluzione, l'anarchismo spagnolo ha dimostrato il suo carattere rivoluzionario, "sforzandosi di convertire le frasi rivoluzionarie in realtà", per usare le sue stesse parole".
Malgrado gli sforzi sistematici di denigrazione del marxismo, gli elementi che cercano una coerenza rivoluzionaria finiscono per trovare insufficiente e confusa l'alternativa anarchica e si sentono attirati dalle posizioni marxiste. E' per questo che uno degli aspetti più insidiosi della campagna anticomunista è quello di presentare il comunismo dei consigli come una specie di "ponte" verso l'anarchia, come "un'accettazione dei punti positivi della dottrina libertaria" e, soprattutto, come un nemico mortale del "leninismo" (3).
Il contenuto di "Aspettative fallite" porta sicuramente acqua a questo mulino. Anche se Cajo Brendel nell'introduzione al libro insiste sulla differenza netta esistente fra comunismo dei consigli ed anarchia, aggiunge tuttavia: "I comunisti dei consigli (...) segnalarono che gli anarchici spagnoli erano il gruppo sociale più radicale, e che avevano ragione nel mantenere la posizione per cui la radicalizzazione della rivoluzione era la condizione per sconfiggere il franchismo, mentre "democratici" e "comunisti" cercavano di ritardare la rivoluzione a dopo che il franchismo fosse stato sconfitto. Questa divergenza politica e sociale ha marcato la differenza fra il punto di vista democratico e quello dei comunisti dei consigli". (4)
Con quest'articolo vogliamo combattere questo tentativo di confondere anarchia e comunismo dei consigli, che costituisce una specie di aggressiva "Offerta Pubblica di Acquisto", una specie di tentativo di scalata -per riprendere il linguaggio degli speculatori di Borsa- nei confronti di una corrente proletaria: si fabbrica una versione deformata ed edulcorata della storia di questa corrente, sfruttando i suoi errori e le sue debolezze per fabbricare un surrogato di marxismo con cui seminare la confusione e l'incertezza fra gli elementi alla ricerca di una coerenza rivoluzionaria. Il nostro obiettivo è la difesa del comunismo dei consigli. Per questo, riguardo alle lezioni della Spagna '36, pur criticando le debolezze che appaiono nei testi pubblicati nel libro, ricorderemo le corrette posizioni che all'epoca i gruppi più chiari di questa corrente hanno saputo difendere.
Una rivoluzione antifeudale?
Per mantenere il proletariato legato mani e piedi alla difesa dell'ordine capitalista, i socialisti e gli stalinisti hanno messo l'accento sul fatto che la Spagna era un paese estremamente arretrato, con forti residui di feudalesimo, e che, per questa ragione, i lavoratori dovevano lasciare da parte ogni aspirazione ad una rivoluzione socialista ed accontentarsi di una "rivoluzione democratica". Una parte della corrente del comunismo dei consigli condivideva questa posizione, anche se ne rigettava le conseguenze politiche. Bisogna dire che questa non era la posizione del GIK che affermava con chiarezza che "l'epoca in cui una rivoluzione borghese era possibile è superata. Nel 1848, si poteva ancora applicare questo schema, ma oggi la situazione è completamente cambiata (...) Noi non siamo di fronte ad una lotta fra la borghesia emergente ed il feudalesimo che predomina ovunque, ma, al contrario, ad una lotta fra il proletariato ed il capitale monopolista". (marzo 1937)
E' comunque certo che la corrente comunista dei consigli provava una grande difficoltà nel chiarire questo problema dato che, nel 1934, lo stesso GIK aveva adottato le famose "Tesi sul bolscevismo" che si erano basate sull'arretratezza della Russia e sul peso enorme del contadiname per giustificare l'identificazione della rivoluzione russa con una rivoluzione borghese e del partito bolscevico come un partito borghese giacobino. Nell'adottare una simile posizione, il comunismo dei consigli si era ispirato a quella espressa da Gorter nel 1920, quando, nella sua "Risposta al compagno Lenin", aveva differenziato due gruppi di paesi: da una parte quelli arretrati, in cui sarebbero valide le tattiche difese da Lenin del parlamentarismo rivoluzionario, della partecipazione nei sindacati, etc., dall'altra quelli a capitalismo pienamente sviluppato, in cui la sola tattica possibile era la lotta diretta per il comunismo (vedi La Sinistra Comunista Olandese). Tuttavia, di fronte agli avvenimenti del '36, il GIK fu capace di rimettere in questione quest'analisi erronea (anche se, purtroppo, solo in maniera implicita), mentre altre correnti consiliariste, e cioè quelle raggruppate nel libro Aspettative fallite, hanno continuato a difenderla.
La Spagna del 1931 aveva certamente reso più facile cadere in quest'errore: la monarchia appena rovesciata si era caratterizzata per una corruzione ed un parassitismo cronico; la situazione contadina era sconvolta; esisteva una concentrazione della proprietà terriera in poche mani, fra cui quelle dei famosi 16 Grandi di Spagna oltre che dei piccoli signori andalusi, mentre in regioni come la Galizia o l'Estremadura sopravvivevano perfino costumi feudali.
Il fatto è che l'analisi in sé della situazione di un paese può portare ad una distorsione della realtà. E' a livello storico e mondiale che è necessario considerarla. La storia ci ha insegnato che il capitalismo è perfettamente capace di allearsi con le frazioni feudali, anche in modo durevole, a seconda delle diverse fasi del suo sviluppo. In paesi simbolo della rivoluzione borghese, come l'Inghilterra, sopravvivono istituzioni feudali come la monarchia, con il suo contorno di titoli nobiliari graziosamente concessi. Lo sviluppo del capitalismo in Germania è avvenuto sotto la sferza di Bismarck, il rappresentante dei proprietari terrieri, gli junkers. In Giappone è stata la monarchia feudale che ha portato all'avvio dello sviluppo capitalistico, con "l'era Meiji", cominciata nel 1869; ancora oggi la società giapponese è condizionata dalle sopravvivenze feudali. Il capitalismo è capacissimo di svilupparsi in presenza di altri modi di produzione; anzi, come ha dimostrato Rosa Luxembourg, questa "coabitazione" gli ha fornito un terreno privilegiato di sviluppo. (6)
Ma la questione essenziale è: a che punto è lo sviluppo del capitalismo a livello mondiale? Questo è stato il criterio decisivo per i marxisti agli inizi del XX secolo, quando ci si è dovuti chiedere se all'ordine del giorno c'era ancora la rivoluzione borghese o la rivoluzione proletaria. E' la posizione che ha ispirato Lenin nelle sue Tesi di Aprile, per caratterizzare la rivoluzione in corso in Russia come proletaria e socialista, di fronte alla posizione menscevica che gli attribuiva un carattere democratico e borghese sulla base dell'arretratezza della Russia, del peso del contadiname e della sopravvivenza dell'apparato feudale zarista. Lenin, senza negare la realtà di queste specificità nazionali, metteva l'accento sulla realtà a livello mondiale, caratterizzata dalla "necessità obiettiva del capitalismo che, sviluppandosi, si è trasformato in imperialismo ed ha dato luogo alla guerra imperialista. Questa guerra ha portato tutta l'umanità ad un passo dalla fine, alla quasi rovina di ogni forma di cultura, all'abbrutimento ed alla morte di milioni e milioni di uomini. Non ci sono altre vie di uscita se non la rivoluzione del proletariato". ("I compiti del proletariato nella nostra rivoluzione")
La rivoluzione del 1917 con tutta l'ondata rivoluzionaria che vi ha fatto seguito, la situazione in Cina nel 1923-27 (7), oltre che la situazione in Spagna nel 1931 mostrano chiaramente che il capitalismo ha cessato di essere un modo di produzione progressivo, che è entrato nella sua fase di decadenza, di contraddizioni irreversibili con lo sviluppo delle forze produttive. In ogni paese, quali che siano l’arretratezza e le vestigia feudali, è la rivoluzione comunista ad essere all'ordine del giorno. Su questo punto c'è un accordo netto fra Bilan ed il GIK. Per contro, la loro posizione si differenzia rispetto alle correnti consilairiste rappresentate in Aspettative fallite.
Le ambiguità di fronte alla mistificazione antifascistaI testi contenuti in questo libro mostrano come i suoi autori si siano lasciati impressionare dall'intensa propaganda borghese dell'epoca, che presentava il fascismo come il male assoluto, il concentrato dell'autoritarismo, della repressione, del totalitarismo, dell'arroganza burocratica (8), di fronte al quale la democrazia, malgrado i suoi "innegabili difetti", costituirebbe non solo una barriera, ma anche "il male minore". Mattick ci dice che "gli operai, da pare loro, sono obbligati dall'istinto di conservazione, a dispetto di tutte le differenze organizzative ed ideologiche, ad un fronte unificato contro il fascismo, in quanto nemico più immediato e diretto (...). Gli operai, senza stare a preoccuparsi se i loro obiettivi sono democratico-borghesi, capitalisti di Stato, anarco-sindacalisti o comunisti, sono obbligati a lottare contro il fascismo se vogliono non solamente evitare l'aggravarsi della loro situazione, ma puramente e semplicemente restare in vita". E' certamente vero che gli operai sentono il bisogno di "restare in vita” ma il "nemico più immediato e diretto" non è in realtà il fascismo, ma lo Stato repubblicano ed i suoi rappresentanti più "radicali": la CNT ed il POUM. Sono loro che gli impediscono di restare in vita, inviandoli al massacro sui fronti militari contro Franco. Sono loro che "puramente e semplicemente" gli impediscono di sopravvivere, facendogli accettare il razionamento e rinunciare ai miglioramenti salariali strappati nelle giornate del Luglio '36.
L'argomento per cui le circostanze non permettono di parlare di rivoluzione né tanto meno di rivendicazioni, ma "puramente e semplicemente di restare in vita" è sviluppato da Helmuth Wagner: "I lavoratori spagnoli non possono lottare sul serio contro le direzioni sindacali perché questo provocherebbe il crollo totale dei fronti militari(!). Debbono lottare contro i fascisti per salvare la pelle, debbono accettare qualsiasi aiuto da dovunque provenga. Non si pongono la questione di sapere se il risultato di tutto questo sarà il capitalismo o il socialismo: sanno solo che debbono lottare fino alla fine". Ironicamente, lo stesso testo che denuncia che "la guerra di Spagna (va acquisendo) il carattere di un conflitto internazionale tra le grandi potenze" si oppone al fatto che i lavoratori provochino il crollo dei fronti militari! La confusione antifascista porta a dimenticare la posizione internazionalista del proletariato, quella che fu difesa da Pannekoek ed altri precursori del comunismo dei consigli, fianco a fianco con Lenin, Rosa Luxembourg, etc. e cioè puntare, attraverso lo sviluppo della lotta di classe, al "crollo dei fronti militari".
Forse che la Repubblica non aveva costituito per i lavoratori spagnoli una minaccia altrettanto evidente di quella fascista? I suoi 5 anni di vita a partire dal 1931 sono scanditi da una serie di massacri: Alto Llobregat nel 1932, Casas Viejas nel 1933, le Asturie nel 1934. Il Fronte Popolare stesso, in seguito alla sua vittoria elettorale nel febbraio1936, si è presto incaricato di riempire le carceri di militanti operai... E' comodo dimenticare tutto questo in nome di un'astrazione intellettuale che presenta il fascismo come "la minaccia assoluta per la vita umana". In nome di questa astrazione H.Wagner critica una parte degli anarchici olandesi che denunciano "ogni azione che comporti un aiuto agli operai spagnoli, come l'invio di armi" pur riconoscendo allo stesso tempo che "le armi moderne inviate dall'estero contribuiscono allo scontro militare e, perciò stesso, il proletariato spagnolo si sottomette agli interessi imperialisti"! Nel modo di ragionare di Wagner "sottomettersi agli interessi imperialisti" sarebbe qualcosa di "politico", "morale", che non ha niente a che vedere con la lotta "materiale", "per la sopravvivenza". Purtroppo è proprio la sottomissione del proletariato agli interessi imperialisti a farne carne di cannone nelle trincee.
Mattick si rifugia in un fatalismo più terra terra: "Non si può fare altro che spingere tutte le forze antifasciste alla lotta contro il fascismo, indipendentemente dal fatto che i loro desideri vadano in tutt'altra direzione. Questa situazione non è stata cercata, ma è inevitabile e ciò corrisponde perfettamente al fatto che la storia è determinata dalla lotta di classe e non da organizzazioni particolari, da interessi specifici, da questo dirigente o da quell'idea". Mattick dimentica solo che il proletariato è una classe storica; e questo significa concretamente che, in situazioni in cui il suo programma non può determinare l'evoluzione a breve o a medio termine degli eventi, non può far altro che mantenere le sue posizioni e continuare ad approfondirle, anche se per tutto un periodo questo si riduce all'attività di una ristretta minoranza. Di conseguenza, ciò che quella situazione rendeva "inevitabile" dal punto di vista degli interessi immediati e storici del proletariato, era la denuncia dell'antifascismo, ed è esattamente quello che fu fatto non solo da Bilan, ma anche dal GIK che denunciava: "La lotta in Spagna riveste il carattere di un conflitto internazionale fra le grandi potenze imperialiste. Le armi moderne inviate dall'estero hanno spostato il conflitto sul piano militare e, di conseguenza, il proletariato spagnolo è stato sottomesso agli interessi imperialisti". (aprile 1937)
Mattick si abbassa al livello dei lacché "operai" della borghesia che ci ripetono che bisogna sbarazzarsi delle "teorie" e degli "ideali" e che bisogna "badare al sodo". Questo "sodo" sarebbe la lotta sul terreno dell'antifascismo, che ci viene presentata come qualcosa di "pratico" e "più immediato". L'esperienza storica ha più volte dimostrato che mettendosi su questa via il proletariato finisce per prendere mazzate sia dai suoi nemici fascisti che dai suoi "amici" antifascisti.
Mattick sostiene che "la lotta contro il fascismo rimanda la lotta decisiva fra borghesia e proletariato e non permette ai due campi che delle mezze misure che consentono lo sviluppo tanto della rivoluzione che delle forze controrivoluzionarie; ed entrambe le cose sono allo stesso tempo un ostacolo per la lotta antifascista". E' tutto, totalmente, falso. La "lotta contro il fascismo" non è una specie di tregua fra borghesia e proletariato, che permetta di concentrarsi "contro il nemico comune", mentre ciascuna classe rafforza le sue posizioni in vista della lotta decisiva. Questa non è altro che politica-spettacolo per ingannare i proletari. Gli anni '30 hanno dimostrato che la sottomissione del proletariato al "fronte antifascista" ha significato che la "lotta decisiva" era stata vinta dalla borghesia, che aveva quindi le mani libere per massacrare gli operai, portarli alla guerra ed imporgli uno sfruttamento feroce. L'orgia antifascista in Spagna, il successo del Fronte Popolare francese nell'opera di inquadramento degli operai dietro la bandiera dell'antifascismo, hanno completato le condizioni politiche ed ideologiche per lo scatenamento della II guerra mondiale.
La sola lotta possibile contro il fascismo è la lotta del proletariato contro tutte le frazioni della borghesia, sia quella fascista che quella antifascista, dato che, come ricorda Bilan"le esperienze provano che per la vittoria del fascismo le forze antifasciste del capitalismo sono altrettanto necessarie delle forze fasciste stesse" (9). Senza voler stabilire paralleli abusivi fra situazioni storicamente molto diverse, gli operai russi si mobilitarono rapidamente contro il golpe di Kornilov nel settembre 1917 e la stessa cosa si è verificata nei primi momenti del colpo di Stato franchista del '36. In entrambi i casi la prima risposta è la lotta sul terreno di classe contro una frazione della borghesia senza fare il gioco della frazione rivale. C'è tuttavia una differenza sostanziale tra la Russia 1917 e la Spagna 1936. Il primo esempio si situa in un corso storico verso la rivoluzione, di cui fu il primo episodio, mentre il secondo esempio si iscrive in un periodo di controrivoluzione trionfante a livello mondiale. Mentre nel primo caso la risposta operaia porta ad un rafforzamento del potere dei Soviet ed apre la strada all'abbattimento del potere borghese, nel secondo caso non c'è il minimo segno di organizzazione autonoma degli operai, che vengono rapidamente incanalati verso il rafforzamento del potere borghese, grazie alla trappola antifascista.
Sotto lo shock del massacro del maggio '37 effettuato dalle forze repubblicane, Mattick riconosce tardivamente che "il Fronte Popolare non è per i lavoratori il male minore, ma semplicemente un'altra forma della dittatura capitalista che si aggiunge al fascismo. La lotta deve essere rivolta contro il capitalismo". (da "Via le barricate! Il fascismo di Mosca in Spagna). E, criticando un testo dell'anarchico tedesco Rudolph Rocker, afferma che "democrazia e fascismo servono gli interessi dello stesso sistema. Per questa ragione, i lavoratori devono fare la guerra ad entrambi. Devono combattere il capitalismo dappertutto, indipendentemente dagli abiti che indossa o dal nome che si da".
Rivoluzione sociale o inquadramento del proletariato per la guerra imperialista?Una delle confusioni che ha pesato sulla generazione di operai nel XX secolo consiste nel considerare gli avvenimenti della Spagna '36 come una "rivoluzione sociale". Con l'eccezione di Bilan, del GIK e del Gruppo Lavoratori Marxisti del Messico (10), la maggior parte dei rari gruppi proletari dell'epoca hanno contribuito a questa confusione: Trotsky ed i trotskisti, l’Union Communiste, la LCI (Ligue Communiste Internationaliste de Belgique, animata da Hainaut), una buona parte dei gruppi del comunismo dei consigli, la Frazione bolscevico-leninista di Spagna animata da Munis ed infine la minoranza che ruppe con Bilan proprio su questa posizione (11).
Il ritornello della "rivoluzione sociale spagnola" è stato cantato su tutti i toni dalla borghesia, anche dai suoi settori più conservatori, allo scopo evidente di far ingoiare agli operai le loro più grandi sconfitte come se fossero delle grandi vittorie. Il ritornello della rivoluzione spagnola "più profonda e più sociale della rivoluzione russa" è particolarmente assordante. La borghesia oppone la seducente "rivoluzione economico-sociale spagnola" alla rivoluzione russa, il cui aspetto politico è considerato "piatto" ed "impersonale". La borghesia canta con gorgheggi romantici la "partecipazione dei lavoratori alla gestione dei loro affari", opponendola all'immagine agghiacciante e tenebrosa che viene fornita delle macchinazioni politiche dei bolscevichi.
Anche nel libro è possibile trovare qualche testo (12) che denuncia dettagliatamente questa impostura, che dal canto suo la borghesia non smette di alimentare, allo scopo evidente di denigrare le autentiche esperienze rivoluzionarie del proletariato ( in Russia '17 e durante l'ondata rivoluzionaria mondiale che vi ha fatto seguito). Gli altri testi riprodotti, per contro, contribuiscono ad infiorarla. Mattick ad esempio dice che "l'iniziativa autonoma dei lavoratori ha rapidamente creato una situazione molto differente e trasformato la lotta politica difensiva contro il fascismo nell'inizio di una reale rivoluzione sociale". Questa affermazione è una lamentevole dimostrazione di miopia localista, in quanto non prende assolutamente in considerazione le condizioni obiettive dominanti a livello mondiale, che sono peraltro decisive per la lotta di classe: la successione di disfatte storiche che il proletariato aveva appena subito, conclusesi con l'ascesa al potere di Hitler in Germania, il tradimento dei partiti comunisti trasformatisi in agenti dell'Union Sacrée al servizio del capitale, in nome dei famigerati Fronti Popolari. Come chiarito all'epoca dalle analisi di Bilan e del GIK, il corso storico non era più orientato verso la rivoluzione, ma verso la guerra generalizzata.
Al modo di ragionare di Mattick si contrappone infatti il metodo utilizzato dal GIK, che affermava: "Senza la rivoluzione mondiale, siamo perduti, diceva Lenin parlando della Russia. Questo è particolarmente vero per la Spagna... Lo sviluppo della lotta di classe in Spagna dipende dal suo sviluppo nel mondo intero. Ma il contrario è ugualmente vero. La rivoluzione proletaria è internazionale, così come la reazione. Ogni azione del proletariato spagnolo troverà un’eco nel resto del mondo e, lì, ogni esplosione della lotta di classe è un sostegno ai combattenti proletari in Spagna". Il metodo di ragionamento di Mattick si avvicina a quello degli anarchici a mano a mano che si allontana dal marxismo. Come gli anarchici, non si prende la pena di analizzare né il rapporto delle forze tra le classi a livello internazionale, né la maturazione della coscienza del proletariato, la sua capacità di dotarsi di un partito di classe o di formare dei consigli operai. Così come non prende in considerazione la sua capacità di scontrarsi con il capitale nei paesi chiave né l'evoluzione della sua autonomia politica... Tutto questo è ignorato, per inginocchiarsi di fronte al Santo Graal della "iniziativa autonoma dei lavoratori" . Un'iniziativa che, imbrigliata nei limiti dell'unità di produzione o del municipio, perde ogni sua potenziale forza e si trova recuperata negli ingranaggi del capitale ed utilizzata a suo profitto. (13)
E' giusto affermare che, nel capitalismo decadente, ogni volta che gli operai arrivano ad affermarsi sul proprio terreno di classe, si intravede quella che Lenin chiama "l'idra della rivoluzione". Questo terreno di classe può tanto rafforzarsi attraverso l'estensione e l'unificazione delle lotte, tanto essere recuperato attraverso le "occupazioni" e le "esperienze di autogestione" tanto care agli anarchici ed ai consiliaristi. Ogni volta che questo terreno di classe arriva ad affermarsi, lo fa comunque in modo molto limitato e soggetto a passi indietro. Il capitalismo di Stato contro questi sforzi spontanei della classe operaia tiene pronta tutta una batteria di apparati di mistificazione e controllo politico (sindacati, partiti di "sinistra", falsi coordinamenti di base, etc.), e per buona misura tutto il suo perfezionato apparato repressivo. In oltre, come il proletariato ha potuto imparare sulla propria pelle dalla Comune di Parigi in poi, le diverse nazioni capitaliste sono capaci, all'occorrenza, di unirsi contro di lui. Per questo, il movimento verso una prospettiva rivoluzionaria richiede uno sforzo straordinario da parte della classe operaia e non può realizzarsi che nel contesto di una dinamica internazionale che veda la costituzione del partito mondiale, quella dei consigli operai ed il loro scontro con lo Stato capitalista, e questo almeno nei principali paesi industrializzati.
Gli errori di alcuni comunisti dei consigli a proposito della "autonomia" raggiungono il culmine nei due testi di Korsch sulle collettivizzazioni: "Economia e politica nella Spagna rivoluzionaria" e "La collettivizzazione in Spagna". Per Korsch, la sostanza della "rivoluzione spagnola" si trova nelle collettivizzazioni nell'industria e nell'agricoltura. Gli operai si sarebbero creati al loro interno "uno spazio di autonomia", avrebbero deciso "liberamente" e lasciato briglia sciolta alla loro "iniziativa e creatività"; e tutte queste cose costituirebbero una "rivoluzione"...Strana rivoluzione quella che si sviluppa senza infastidire lo Stato borghese, lasciando che il suo esercito, la sua polizia, i suoi apparati di propaganda, le sue prigioni e camere di tortura continuino a funzionare a pieno ritmo!
Come abbiamo spiegato in dettaglio nel nostro testo "Il mito delle collettività anarchiche", la "libera decisione" degli operai poteva esprimersi solo nel decidere di fabbricare proiettili e cannoni, nel riorientare industrie come quelle dell'auto verso la produzione di guerra. "L'iniziativa e la creatività" degli operai e dei contadini si è concretizzata in giornate di lavoro lunghe 12 ed anche 14 ore, in un clima di repressione feroce e di sospensione del diritto di sciopero, sotto la minaccia di essere accusati di sabotaggio della lotta antifascista.
Basandosi su un opuscolo di propaganda della CNT, Korsch afferma "che una volta eliminata la resistenza dei vecchi dirigenti politici ed economici, gli operai in armi poterono direttamente assumere sia i compiti militari, quanto quelli, in positivo, della prosecuzione della produzione in nuove forme". Ed in cosa consisterebbero queste "nuove forme"? Korsch ce lo chiarisce subito: "Noi comprendiamo il processo per cui certe branche dell'industria, che sono prive delle materie prime acquistabili solo all'estero o che non rispondono alle esigenze immediate della popolazione, si adattano rapidamente per fornire il materiale bellico più urgente" (Questo opuscolo) "ci racconta la commovente storia degli strati più poveri della classe operaia, che sacrificano i miglioramenti delle condizioni di vita appena ottenuti per collaborare alla produzione di guerra ed aiutare le vittime ed i rifugiati che arrivano dai territori occupati da Franco". "L'azione rivoluzionaria" propostaci da Korsch consiste dunque nel trasformare operai e contadini in schiavi dell'economia di guerra. Ma è proprio quello che vogliono i padroni: che i lavoratori si sacrifichino volontariamente per la produzione! Che, oltre a lavorare come dannati, dedichino ogni loro pensiero, ogni loro iniziativa, tutta la loro creatività, a migliorare la produzione! Come non ricordare a questo proposito i "rivoluzionarissimi" "circoli di qualità", di recente introdotti dalle Direzioni Aziendali in fabbriche come la FIAT?
Korsch prosegue constatando che "nella sua prima, eroica fase, il movimento spagnolo ha tralasciato la difesa politica e giuridica delle nuove condizioni economiche e sociali ottenute". Il movimento, in effetti, ha tralasciato giusto l'essenziale: la distruzione dell'apparato statale borghese, che era l'unico modo di "salvaguardare" una qualsiasi conquista sociale o economica dei lavoratori. In oltre, "le conquiste rivoluzionarie dei primi giorni furono perfino volontariamente sacrificate dai lavoratori stessi, nel vano tentativo di appoggiare l'obiettivo centrale della lotta comune contro il fascismo". Basta questa affermazione di Korsch per smentire tutte le speculazioni sulla sedicente "rivoluzione" spagnola, mettendo in evidenza quello che in realtà è successo: l'arruolamento degli operai nella guerra imperialista, sotto la maschera dell’antifascismo.
Queste elucubrazioni di Korsch vanno nella direzione opposta alle prese di posizione del GIK, che, da parte sua, affermava chiaramente che "le fabbriche collettivizzate sono messe sotto il controllo sindacale e lavorano per le esigenze militari...Non hanno niente a che vedere con una gestione autonoma da parte degli operai!... La difesa della rivoluzione è possibile solo attraverso la dittatura del proletariato, basata sui Consigli Operai e non sulla base di una coalizione di partiti antifascisti. La distruzione dello Stato e l'esercizio delle funzioni centrali del potere da parte dei lavoratori stessi sono l'asse della rivoluzione proletaria" (Ottobre 1936).
Le concessioni alla CNT ed all'anarchia
Il comunismo dei consigli si trova in difficoltà quando si tratta di abbordare correttamente la questione del partito del proletariato, la natura essenzialmente politica della rivoluzione proletaria, il bilancio della rivoluzione russa, che scambia per "borghese", etc (14). Sono queste debolezze che lo rendono permeabile dall'anarchia e dall’anarco-sindacalismo.
Così si spiega il fatto che Mattick nutra grandi speranze sulla CNT: "Guardando alla situazione interna spagnola, un capitalismo di Stato controllato dai social-stalinisti non appare probabile per il semplice motivo che il movimento operaio anarco-sindacalista prenderebbe probabilmente il potere prima di sottomettersi ad una dittatura social-democratica".
Queste speranze erano fondate in aria: la CNT era padrona della situazione, ma non utilizzò questo rapporto di forze per prendere il potere e costruire il comunismo libertario. Al contrario, assunse il ruolo di estremo bastione dello Stato capitalista, rinunciando tranquillamente a "distruggere lo Stato", inviando dei ministri anarchici a partecipare tanto al governo locale catalano, quanto al governo nazionale, ed utilizzò tutto il suo credito per mettere in riga i lavoratori nelle fabbriche ed inviarli al fronte. Una tale contraddizione totale con i principi proclamati e straproclamati per decenni non si può spiegare con il tradimento di qualche capo o dell'intero Comitato Nazionale della CNT, ma come un risultato, da una parte della natura antioperaia dei sindacati nella decadenza del capitalismo, dall'altra delle deficienze di fondo della dottrina anarchica. (15)
Mattick fa mille acrobazie verbali per ignorare la realtà: "In quest'organizzazione (si tratta della CNT) è fortemente presente l'idea che la rivoluzione si possa fare solo dal basso, attraverso l'azione spontanea e l'iniziativa autonoma dei lavoratori, anche se queste sono state spesso tradite. Il parlamentarismo e l'economia diretta dai lavoratori sono considerate come delle falsificazioni operaie ed il capitalismo di Stato è messo sullo stesso piano di qualsiasi altra classe della società sfruttatrice. Nel corso della guerra civile, l'anarco-sindacalismo è stato l'elemento rivoluzionario più audace, che si è sforzato di trasformare le frasi rivoluzionarie in realtà concreta”.
In effetti la CNT non ha trasformato le sue frasi rivoluzionarie in realtà, ma le ha smentite parola per parola. Le sue sparate antiparlamentari si sono trasformate in uno sfrontato sostegno al Fronte Popolare in occasione delle elezioni del Febbraio '36. Le sue frasi antistataliste si sono trasformate nella difesa dello Stato borghese "antifascista". La sua opposizione al "dirigismo economico" si è concretizzata nella centralizzazione estrema dell'industria e nella sottomissione dell'agricoltura alle esigenze dell'economia di guerra e dell'approvvigionamento delle truppe, a discapito delle popolazioni civili. Sotto la copertura delle collettività, la CNT ha collaborato alla costruzione di un capitalismo di Stato al servizio dell'economia di guerra, come il GIK sottolineava già nel 1931: "La CNT è un sindacato che aspira a prendere il potere in tanto che CNT. Questo deve necessariamente portare ad una dittatura sul proletariato esercitata dalla direzione della CNT (capitalismo di Stato)".
Nei brani precedentemente citati, Mattick abbandona il terreno del marxismo per la fraseologia tipica dell'anarchismo, tipo "rivoluzione dal basso", "iniziativa autonoma", etc. La demagogia sulla "rivoluzione dal basso" è servita ad incastrare i lavoratori in ogni sorta di fronti interclassisti, abilmente manipolati dalla borghesia. Quest'ultima è una maestra nel dissimulare i suoi interessi sotto i discorsi su "quelli che stanno in basso", la cosiddetta "gente", questa massa interclassista che, in fin dei conti, comprende un pò tutti, ad eccezione di quel pugno di guastafeste che non ci sta e contro cui si concentrano tutti gli attacchi. La retorica sulle lotte di "quelli che stanno in basso" fu utilizzata dalla CNT, fino alla nausea, per allineare gli operai con i "compagni" padroni antifascisti, i "compagni" politici antifascisti, i "compagni" militari antifascisti, etc.
Per quanto riguarda poi "l'iniziativa autonoma" si tratta di un'espressione (corretta in sé) che gli anarchici usano per indicare che un'azione non è diretta da militanti "politici" e non ha lo scopo "di arrivare al potere". Ma né la CNT né i libertari della Federazione Anarchica Iberica si preoccuparono minimamente che gli operai fossero subordinati ai dirigenti "politici" repubblicani, tanto di destra che di sinistra, o che la loro pretesa "iniziativa autonoma" consistesse nella difesa delle Stato borghese antifascista.
Mattick sprofonda sempre più nella palude anarchica affermando che "in una simile situazione, le tradizioni federaliste sarebbero di enorme importanza, fornendo il contrappeso necessario ai pericoli del centralismo". La centralizzazione è una forza essenziale della lotta proletaria. L'idea che essa incarni il male assoluto è tipica dell'anarchismo, come espressione della paura dei piccolo-borghesi di perdere il piccolo campicello di "autonomia" in cui possono illudersi di essere i padroni assoluti. Per il proletariato, la centralizzazione è l'espressione pratica dell'unità che esiste al suo interno. Esso ha gli stessi interessi indipendentemente dal settore della produzione o dal paese in cui è sfruttato ed ha lo stesso interesse storico: l'abolizione di questo sfruttamento e l'instaurazione di una società senza classi.
Il problema non è la centralizzazione, ma la divisione della società in classi. La borghesia ha bisogno di uno Stato centralizzato ed il proletariato vi contrappone la centralizzazione dei suoi strumenti di organizzazione e di lotta. Il "federalismo" nei ranghi proletari significa la polverizzazione delle sue forze e delle sue energie, la divisione a seconda degli interessi corporativi, regionali, dovuti alla pressione ambientale dalla società di classe, dei suoi conflitti di interesse, della sua stessa natura. Il federalismo è il veleno che divide i ranghi operai e li disarma di fronte alla centralizzazione dello Stato borghese.
Secondo i dogmi anarchici, la"federazione" è il toccasana contro la burocrazia, la gerarchia e lo Stato. Ma la realtà contraddice questi dogmi. Il dominio delle cricche "federali" ed "autonome" esprime piccoli burocrati altrettanto arroganti e manipolatori dei grandi funzionari dell'apparato di Stato. La gerarchia nazionale è semplicemente rimpiazzata da un insieme di gerarchie, che si muovono a livello di località o di categoria, ma pesano lo stesso sulle spalle dei lavoratori. La struttura statale centralizzata, conquista storica delle borghesia rispetto al feudalesimo, cede il passo a strutture altrettanto statali, ma a livello di dipartimenti o cantoni, ed oppressive come la struttura nazionale, se non più.
La pratica concreta del "federalismo" da parte della CNT-FAI, nel 1936-39, è significativa a questo riguardo. Come riconosciuto dagli stessi anarchici, i quadri dirigenti della CNT occuparono avidamente i posti chiave nelle collettività agrarie, nei comitati di fabbrica o nei reparti militari, comportandosi frequentemente come dei veri e propri tiranni. E quando la disfatta repubblicana apparve inevitabile, una parte dei capetti "libertari" non esitarono a negoziare con i franchisti la conferma delle loro prebende.
L’entusiasmo di Mattick per la CNT comincia a raffreddarsi solo quando prende in considerazione il massacro perpetrato dagli stalinisti nel Maggio '37, con l'evidente complicità della CNT: "I lavoratori debbono anche riconoscere che i capi anarchici, i funzionari dell'apparato della CNT e della FAI si oppongono agli interessi dei lavoratori e che appartengono al campo nemico"; e, più in là “Le frasi radicali degli anarchici non erano pronunciate per essere messe in pratica, ma per garantire all'apparato della CNT il controllo dei lavoratori; 'Senza la CNT, la Spagna antifascista sarebbe ingovernabile’ questa era la loro orgogliosa vanteria".
Tentando di comprendere le ragioni del tradimento, Mattick rivela la profonda penetrazione nelle sue concezioni del virus libertario: "La CNT non si era posta il problema della rivoluzione dal punto di vista della classe operaia, il suo accento si poneva sull'organizzazione stessa. Interveniva a favore dei lavoratori e contava sul loro aiuto, ma non era interessata all'iniziativa autonoma ed all'azione dei lavoratori indipendenti dagli interessi di organizzazione"; "allo scopo di dirigere, o di partecipare alla direzione, (la CNT) finì con l'opporsi ad ogni iniziativa autonoma dei lavoratori e finì quindi per sostenere la legalità, l'ordine ed il governo".
Mattick considera le cose da un punto di vista anarchico: "l'organizzazione" in generale, "il potere" in generale; cioè l'organizzazione ed il potere in quanto categorie assolute, intrinsecamente oppressive delle tendenze naturali alla"libertà" ed alla "iniziativa" dei singoli lavoratori.
Sfortunatamente tutto ciò non ha niente a che vedere con l'esperienza storica e con il metodo marxista. Le organizzazioni sono o borghesi o proletarie. Un'organizzazione borghese è per necessità nemica dei lavoratori e deve dunque essere "burocratica" e soffocante. Un'organizzazione proletaria che fa sempre maggiori concessioni alla borghesia, si allontana sempre di più dai lavoratori, si estranea da loro e finisce per opporsi ai loro interessi; nel corso di questo stesso processo, tende a "burocratizzarsi" ed a diventare repressiva nei confronti delle iniziative della classe. Ma questo non significa affatto che la classe operaia non deve organizzarsi, sia a livello della classe nel suo insieme (assemblee generali e consigli operai), sia a livello della sua avanguardia (partiti ed organizzazioni politiche). L'organizzazione resta per la classe l'arma per eccellenza, lo strumento della sua iniziativa e della sua autonomia politica.
La questione del potere si pone negli stessi termini. Sarebbe stata la "sete di potere" a spingere la CNT ad opporsi ai lavoratori. La grande idea sarebbe che "il potere corrompe" di per sé, quando nella realtà quello che corrompe un'organizzazione, fino a trasformarla in un nemico della classe operaia, non è altro che la sua progressiva subordinazione al programma ed agli obbiettivi del capitalismo. Per quello che riguarda la CNT, una ragione di fondo supplementare si trovava nel fatto che come sindacato non poteva mantenersi come organizzazione di masse permanente nel periodo decadente del capitalismo, senza integrarsi in un modo o nell'altro nello Stato capitalista. Ma questo non impedisce a Mattick di lanciare il fuoco d’artificio finale: "La CNT parlava da anarco-sindacalista, ma agiva da bolscevica, cioè capitalista". Questa formulazione mostra fino a che punto i peggiori errori del comunismo dei consigli forniscano farina di prima qualità per i mulini ideologici anticomunisti della borghesia. Non é il caso di dimostrare l'ignominia di questo paragone, ricordiamo semplicemente che i bolscevichi lottarono con tutte le loro forze, con gli atti non meno che con le parole, contro la prima guerra mondiale, questo massacro che costò la vita a 20 milioni di persone, mentre la CNT, che faceva discorsi retorici contro la guerra in generale, si è dedicata ad inquadrare operai e contadini per inviarli sui fronti della guerra di Spagna, che servì da prova generale per la seconda guerra mondiale ed i suoi 60 milioni di morti. I bolscevichi parlavano ed agivano per la rivoluzione proletaria nell'Ottobre '17; e continuarono a parlare ed agire in favore dell'estensione mondiale della rivoluzione, senza la quale era chiaro, per loro, che la rivoluzione d'Ottobre non poteva che degenerare, che è quello che è effettivamente successo. La CNT, per contro, parlava molto di "comunismo integrale", ma nella pratica concreta si è consacrata al sostegno dello Stato e del sistema di sfruttamento capitalista.
Adalen
1. Questa corrente proletaria ha nondimeno avuto delle debolezze importanti. Per un esame più approfondito della sua traiettoria e della sua evoluzione, si può fare riferimento al nostro libro "La Sinistra Comunista Olandese", che copre il periodo dal 1920 al 1970 ed include un'importante apparato bibliografico. Il libro é apparso in francese ed in italiano e sta per essere pubblicato in inglese.
2. GIK: Groepen van Internationale Komunisten (Gruppo dei Comunisti Internazionalisti), gruppo olandese esistito negli anni '30. All'interno del comunismo dei consigli ha espresso le posizioni più chiare sulla guerra di Spagna, vicine a quelle di Bilan. Noi utilizzeremo i suoi documenti come punto di riferimento, il che non significa che non presentino confusioni importanti (cfr “La Sinistra Comunista Olandese”). Un testo del GIK sulla guerra di Spagna è stato tradotto in spagnolo nel libro “Revoluciòn y contrarevoluciòn en Espana”.
3. Quest'orientamento ad associare comunismo dei consigli ed anarchia è particolarmente presente in Belgio ed Olanda, spingendo le nostre sezioni in questi due paesi ad una lotta energica contro quest'amalgama. Vedi "Le communisme des conseils n'est pas un socialisme libertaire" in Internationalisme n.256, e, più in particolare, "Le communisme des conseils n'est pas un pont entre le marxisme et l'anarchisme. Debat public a Amsterdam", in Internationalisme n. 259.
4. Non tutti i gruppi del comunismo dei consigli condividono questa posizione di Cajo Brendel. Il GIK, che era il gruppo più importante negli anni '30, e due altri gruppi (vedi "La Sinistra Comunista Olandese") rigettano apertamente questa posizione. Non solamente condannavano la CNT come nemica degli operai, ma rifiutavano di farsi trascinare nel vicolo cieco della "radicalizzazione" del fronte antifascista, sostenendo che "se gli operai vogliono veramente difendersi dai Bianchi (i franchisti), non possono farlo che a condizione di prendere il potere politico loro stessi nelle proprie mani, invece di lasciarlo in quelle del governo di Fronte Popolare" . (Ottobre 1936)
5. Una critica dettagliata di questa posizione può essere trovata nel nostro opuscolo "Ottobre 1917, inizio della rivoluzione mondiale"
6. Vedi "L'accumulazione del capitale"
7. La situazione in Cina negli anni '20 e la scelta dell'Internazionale Comunista di allearsi con la borghesia "rivoluzionaria" locale furono oggetto di violente polemiche. La Sinistra Comunista, così come Trotsky, combatté questa posizione come un tradimento nei confronti dell'internazionalismo. Vedi il nostro articolo nella Révue Internationale n. 96.
8. Ancora oggi la borghesia lancia delle enormi campagne antifasciste, come si è visto a proposito dell'entrata nel governo austriaco di Georg Haider. Ma il loro impatto è minore, perché il fascismo non ha oggi l'impatto che aveva negli anni '30, quando dominava paesi chiave come la Germania e l'Italia.
9. Bilan n.7 "L'antifascismo, formula di confusione" ripubblicato in questo stesso numero.
10. Vedi i suoi testi nella Rivista Internazionale n.3 e nel libro stesso
11. Per meglio conoscere la reazione dei diversi gruppi dell'epoca, consultare il capitolo V del nostro libro "La Sinistra Comunista Italiana".
12. Si tratta degli articoli "Il mito delle collettività anarchiche", Nella Rivista Internazionale n. 4, "Russia 17 e Spagna '36", pubblicato nella Rèvue Internationale n. 25 e la "Critica del libro di Munis : tappe di sconfitta, promesse di vittoria".
13. A questo proposito è utile leggere l'analisi classica di Engels sulle conseguenze catastrofiche della lotta "autonoma" tanto cara agli anarchici; si tratta dell'articolo "I bakuninisti all'opera" che analizza come l'anarchismo abbia spinto gli operai combattivi spagnoli a servire da carne da cannone a vantaggio dei repubblicani e regionalisti nel 1873. Si può anche fare riferimento alla deplorevole esperienza dei consigli di fabbrica di Torino nel 1920, quando l'isolamento degli operai nelle fabbriche in nome delle "occupazioni" e della "autogestione" portò ad una severa sconfitta che segnò la fine delle immediate prospettive rivoluzionarie in Italia. Si legga a questo proposito, nel libro "Dibattito sui consigli di fabbrica", la polemica di Bordiga contro la posizione "autonomista" di Gramsci.
14. Fra gli scopi di quest'articolo non rientra l'analisi approfondita di questi problemi. Si rimanda al nostro libro sulla Sinistra Olandese ed agli articoli pubblicati nella Rèvue Internationale nn.2, 12, 13, dal 27 al 30, 40; 41 e 48.
15. Si rinvia a tale proposito ad uno dei testi pubblicati nel libro: “Le nozze dell'anarchia con lo Stato borghese”. Sulla questione sindacale, vedi il nostro opuscolo “I sindacati contro la classe operaia”.
A dispetto della presunta morte del comunismo, che avrebbe fatto seguito al crollo dell’URSS, diversi elementi e parecchi piccoli gruppi sono emersi in Russia dopo il 1990 per rimettere in discussione l’equazione menzognera della borghesia mondiale: stalinismo = comunismo.
Nella Revue internationale n° 92, abbiamo reso conto di due conferenze, convocate da alcuni di questi elementi, che si sono svolte a Mosca sul problema dell’eredità politica di Léon Trotsky. Durante lo svolgimento di queste conferenze, alcuni partecipanti si sono orientati su altre analisi, più radicali, sostenute da alcuni membri dell’opposizione di sinistra durante gli anni 1920 e 1930, relative alla degenerazione della rivoluzione di Ottobre. Essi hanno voluto conoscere anche il contributo della Sinistra comunista su questo problema e su questo la partecipazione della CCI a queste conferenze ha contribuito a chiarire le questioni poste.
Oltre questo resoconto, abbiamo pubblicato una critica profonda del libro di Trotsky La rivoluzione tradita redatto da uno degli animatori della conferenza.
Dopo di allora, la CCI ha mantenuto una corrispondenza con differenti elementi in Russia. Pubblichiamo qui alcuni estratti di queste lettere al fine di contribuire ad arricchire il dibattito internazionale sulla natura dell’organizzazione e delle posizioni comuniste per la futura rivoluzione proletaria mondiale.
Come i nostri lettori vedranno, l’orientamento del nostro corrispondente, - F. del sud della Russia (1) – è vicino alle posizioni ed alla tradizione della Sinistra comunista. Da una parte, egli difende il partito bolscevico e, dall’altra, riconosce la natura capitalista ed imperialista del regime stalinista. In particolare, adotta una posizione internazionalista sulla seconda guerra imperialista mondiale, contrariamente ai trotskisti che hanno giustificato la loro partecipazione a tale guerra sotto il pretesto di difendere l’URSS e le sue pretese conquiste proletarie.
Tuttavia, l’approccio del nostro corrispondente su due quesiti essenziali – il primo sulla possibilità della rivoluzione mondiale nel 1917 – 1923, il secondo sulla possibilità di liberazioni nazionali dopo il 1914 e di conseguenza sulla possibilità di un qualsiasi sviluppo capitalista durante questo secolo – mostra un disaccordo sul quadro ed il metodo per poter comprendere queste posizioni rivoluzionarie internazionaliste.
Ci siamo presi la libertà di scegliere degli estratti dalle differenti lettere del compagno per guadagnare spazio e dedicarci al nocciolo della questione. Altre volte ci siamo presi la libertà di correggere il testo (scritto in inglese) dal compagno, non per amore grammaticale ma per facilitare la traduzione nelle differenti lingue in cui è pubblicata questa Rivista Internazionale.
“… I bolscevichi si sbagliavano teoricamente sulle possibilità di una rivoluzione socialista mondiale all’inizio del XX secolo. Una tale possibilità è apparsa solo oggi, alla fine del secolo. . Ma nella loro azione, essi avevano assolutamente ragione, e se noi potessimo, per miracolo, trasportarci nell’anno 1917, ci schiereremmo con i bolscevichi e contro i loro avversari, compresi quelli di sinistra. Sappiamo che questa è una posizione non usuale e contraddittoria, però si tratta di una contraddizione dialettica. Gli attori della storia non sono gli alunni di una classe, che rispondono più o meno bene alle domande del maestro. L’esempio più banale é quello di Cristoforo Colombo che pensava di aver scoperto la strada per l’India che, invece, era quella dell’America. Molti dotti saggi non hanno commesso un tale errore ma nemmeno hanno scoperto l’America!
Gli eroi delle guerre contadine e dei primi sollevamenti borghesi avevano ragione – Wat Tyler, John Baal, Thomas Munzer, Arnold di Brescia, Cola di Rienzo, etc.- a battersi contro il feudalesimo, quando le condizioni per la vittoria del capitalismo non erano ancora mature? Certo che avevano ragione: la lotta di classe degli oppressi, anche quando essi sono sconfitti, accelera lo sviluppo dell’ordine di sfruttamento esistente (e) attraverso ciò affretta la caduta di quest’ordine. Dopo delle sconfitte, gli oppressi possono essere in grado di vincere. Rosa Luxemburg ha eccellentemente scritto su questa questione nella sua polemica con Bernstein in Riforma sociale o rivoluzione.
Se esisteva la necessità della rivoluzione, i rivoluzionari dovevano agire anche se i loro successori avrebbero compreso, poi, che quella non era la rivoluzione socialista. Le condizioni per la rivoluzione socialista non erano ancora mature. Le illusioni bolsceviche sulla possibilità della rivoluzione socialista mondiale nel 1917 – 23, erano necessarie, inevitabili come quelle di John Baal o di Gracchus Babeuf…Lenin, Trotsky ed i loro compagni con le loro illusioni hanno fatto un enorme lavoro progressivo e ci hanno lasciato un’esperienza preziosa del proletariato , una rivoluzione, benché sconfitta. I Menscevichi, con le loro teorie, non sono stati capaci nemmeno di condurre una rivoluzione borghese, finendo così nell’ala sinistra della controrivoluzione dei borghesi e dei proprietari terrieri…
Se vogliamo essere marxisti, dobbiamo comprendere le cause obiettive delle sconfitte delle rivoluzioni proletarie del XX secolo? Quelle cause obiettive renderanno la rivoluzione socialista mondiale possibile nel XXI secolo? Le spiegazioni soggettive, come << il tradimento dei social-democratici e dello stalinismo>> di Trotsky, o la vostra <<debolezza sulla coscienza di classe ad un livello internazionale>> non sono sufficienti. Si, il livello della coscienza di classe del proletariato era ed è basso, ma quali sono le cause obiettive di ciò? Si, i social-democratici e gli stalinisti erano e sono dei traditori, ma che cosa rende questi traditori vincenti rispetto ai rivoluzionari? Perché Ebert e Noske vincono contro Liebknecht e Luxemburg, Stalin contro Trotsky, Togliatti contro Bordiga? Perché l’Internazionale Comunista, creata come rottura definitiva con l’opportunismo degenerato della II Internazionale, degenera essa stessa, tre volte più presto della II, nell’opportunismo? Noi dobbiamo comprendere tutto ciò”
Sulla decadenza del capitalismo: “La vostra interpretazione di questo tipo di capitalismo solo come tappa decadente del sistema capitalista, solo come una qualche mostruosità (per esempio, in un articolo d’Internationalisme sul crollo dello stalinismo) non risponde al quesito: perché c’era progresso, anche se di tipo capitalista, nell’URSS stalinista e negli alti paesi che inalberavano la bandiera rossa?”
Sulla questione nazionale: “Sul vostro opuscolo Nazione o classe, siamo d’accordo con le vostre conclusioni ma non con la parte riguardante i motivi e l’analisi storica. Siamo d’accordo che attualmente, alla fine del XX secolo, la parola d’ordine del diritto all’autodeterminazione delle nazioni ha perduto ogni carattere rivoluzionario. Essa è una parola d’ordine borghese democratica. Nel momento in cui l’epoca delle rivoluzioni borghesi si è conclusa, anche per i rivoluzionari proletari questo slogan non è più valido. Ma noi pensiamo che l’epoca delle rivoluzioni borghesi si è conclusa alla fine del XX secolo, non all’inizio. Nel 1915, Lenin aveva in generale ragione nei confronti di Rosa Luxemburg, nel 1952 Bordiga aveva in generale ragione su questa questione rispetto a Damen, ma attualmente la situazione è diversa. E noi consideriamo completamente errata la vostra posizione secondo la quale i differenti movimenti rivoluzionari non proletari del terzo mondo, che non contenevano un grammo di socialismo, ma obbiettivamente erano dei movimenti rivoluzionari, non erano che degli strumenti di Mosca - come voi avete scritto sul Vietnam, per esempio – e non sono obbiettivamente dei movimenti borghesi progressisti.
Sembra che voi facciate lo stesso errore di Trotsky, che concepiva la crisi del capitalismo come un arresto assoluto e non come un lungo e tortuoso processo di degenerazione e di degrado quando gli elementi negativi e reazionari del capitalismo peseranno, sempre di più, sugli elementi progressivi. Si è avuto un progresso in Unione Sovietica? Si, certamente. Si è trattato di un progresso socialista? Certo che no. Era una transizione di un paese agricolo semifeudale ad un paese a capitalismo industriale, cioè un progresso borghese, nel fango e col sangue, come ogni progresso borghese. E le rivoluzioni in Cina, Cuba, Yugoslavia, etc.? Erano esse progressive? Sicuramente, [come] vi erano delle trasformazioni contraddittoriamente progressiste in molti altri paesi. Possiamo e dobbiamo parlare di questo carattere a metà contraddittorio di tutte queste rivoluzioni borghesi, ma esse erano delle rivoluzioni borghesi. Le condizioni obiettive per la rivoluzione proletaria in Cina, attualmente, sono più mature di quelle degli anni 1920 grazie alla rivoluzione borghese degli anni 1940.”
Se c’è un filo conduttore che attraversa questi estratti, è l’idea che le “condizioni obiettive” per la rivoluzione proletaria non si sono avute su scala mondiale per la maggior parte del XX secolo, contrariamente a ciò che la CCI, in continuità con il I Congresso dell’Internazionale comunista, sostiene. Così, secondo questa idea, la rivoluzione d’Ottobre era prematura e, di conseguenza, almeno fino alla fine di questo secolo, alcune forme di sviluppo capitalista progressista erano possibili nei paesi della periferia del capitalismo mondiale e la liberazione nazionale era dunque possibile.
Una comprensione chiara delle condizioni obiettive nelle società, cioè lo sviluppo economico della società in un periodo storico dato, è un bisogno fondamentale per i marxisti, poiché essi riconoscono, contrariamente agli anarchici, che il socialismo, al posto di essere un semplice desiderio, è un nuovo modo di produzione la cui possibilità e necessità sono condizionate dallo sviluppo economico della società capitalista. Questa è la pietra angolare del materialismo storico con cui, noi siamo sicuri, il compagno è d’accordo.
Allo stesso modo, non si può molto discutere il fatto che Marx vedeva le condizioni obiettive per il socialismo essenzialmente nel numero di due: “Una formazione sociale non perisce finchè non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza.” (Prefazione alla Critica dell’economia politica, 1859, Editori Riuniti)
Considerando che il capitalismo mondiale non era affatto economicamente pronto a morire nel 1917, il compagno tira la conclusione che l’immenso sollevamento in Russia non poteva condurre che ad una rivoluzione borghese a livello economico. A livello politico, questa era una rivoluzione proletaria che era destinata alla sconfitta per il fatto che i suoi obiettivi comunisti non corrispondevano ai reali bisogni materiali della società in quell’epoca. Dunque il partito bolscevico e l’Internazionale Comunista non potevano essere che dei perdenti eroici che si sono sbagliati sulle condizioni obiettive come John Baal, Thomas Munzer e Graccus Babeuf, i quali pensavano che una nuova società egualitaria era possibile nel momento in cui, invece, le condizioni per quest’ultima non erano presenti.
Il compagno dice che questa posizione sulla natura di Ottobre è contraddittoria in senso dialettico. Ma ciò contraddice uno dei concetti base della storia e dunque del materialismo dialettico secondo il quale “(…) l’umanità non si propone se non quei problemi che essa può risolvere, perché, a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione.” (ibidem)
La coscienza delle classi sociali, i loro scopi ed i loro problemi, tendono a corrispondere ai loro interessi materiali ed alle loro posizioni nei rapporti di produzione e di scambio. E’ unicamente su questa base che evolve la lotta di classe. Per una classe sfruttata come il proletariato, la coscienza di se può svilupparsi solo dopo una lunghissima lotta al fine di liberarsi essa stessa dal dominio della coscienza della borghesia. In questo sforzo, le difficoltà, le incomprensioni, gli errori, le confusioni riflettono il ritardo della coscienza in rapporto allo sviluppo delle condizioni materiali – un altro aspetto del materialismo storico che vede la vita sociale essenzialmente pratica, preoccupata dal nutrimento, dall’abbigliamento, l’alloggio – e, dunque, precedono i tentativi dell’uomo di spiegare il mondo. Ma per il compagno, la coscienza rivoluzionaria del proletariato è maturata su scala mondiale per un compito che non esisteva ancora. Egli mette il marxismo sulla testa e immagina che milioni di proletari possono mobilitarsi per errore, in una lotta a morte, per una rivoluzione borghese. E per questo egli li immagina diretti da figure astoriche – i rivoluzionari – i quali sarebbero motivati non dalla classe per la quale essi lottano ma da un desiderio di rivoluzione in generale.
La coscienza rivoluzionaria matura forse in una classe per errore?
Esiste forse una tendenza storica per la coscienza rivoluzionaria di maturare prima della sua ora? Se rivediamo un poco più da vicino, per esempio, le circostanze storiche della rivolta del 1381 dei contadini in Inghilterra (John Baal) o quelle della guerra dei contadini in Germania nel 1525 (Thomas Munzer), possiamo renderci conto del contrario: la coscienza di questi movimenti tende a riflettere gli interessi dei protagonisti e le circostanze materiali della loro epoca.
Questi movimenti erano fondamentalmente una risposta disperata alle condizioni, sempre più penose, imposte dalla decadente classe feudale ai contadini. In queste rivolte, come in tutti i movimenti degli sfruttati della storia, si sviluppava contro gli sfruttatori il desiderio di una nuova società senza sfruttamento e senza miseria. Ma i contadini non sono mai stati, e non potrebbero mai essere, una classe rivoluzionaria nel senso vero del termine. Infatti essi, essendo essenzialmente uno strato di piccoli proprietari, non sono i portatori di nuovi rapporti di produzione, cioè di una nuova società. I contadini in rivolta non erano destinati ad essere il veicolo per il nuovo modo borghese di produzione, che emergeva nelle città europee durante la decadenza del feudalesimo. Come evidenziava Engels, i contadini erano destinati ad essere rovinati dalle rivoluzioni capitaliste vittoriose. Nelle stesse rivoluzioni borghesi (in Germania, in Gran Bretagna ed in Francia tra il XVI ed il XVIII secolo) i contadini e gli artigiani hanno giocato un ruolo attivo ma ausiliare, non per i loro interessi. Nella misura in cui gli interessi dei proletari emergevano in maniera distinta in questa epoca, essi entrano violentemente in conflitto con la stessa ala più radicale della borghesia, come lo testimonia la lotta tra i Livellatori e Cromwell durante la rivoluzione inglese del 1649 o la Cospirazione dei Eguali di Babeuf contro i Montagnardi nel 1793. (2)
I contadini non avevano la coesione o gli scopi coscienti di una classe rivoluzionaria. Essi non potevano sviluppare una propria visione del mondo né elaborare una reale strategia per rovesciare la classe dominante. Essi dovevano prendere in prestito la teoria rivoluzionaria dai propri sfruttatori poiché la loro visione del futuro era sempre chiusa in una religione, cioè in una forma conservatrice. Se questi scopi e queste battaglie eroiche ci inspirano oggigiorno e ci appaiono fuori dal loro tempo è perché l’ultimo secolo (ed i quattro precedenti) ha avuto un’importante caratteristica: lo sfruttamento di una parte della società sull’altra; è per questo che i nomi dei dirigenti di queste battaglie sono rimasti incisi, attraverso i secoli, nella memoria degli sfruttati.
E’ solamente alla fine del XVIII secolo e all’inizio del XIX che l’idea socialista appare per la prima volta come una forza reale. E questo periodo coincide, certo non accidentalmente, con lo sviluppo embrionale del proletariato.
La maturazione della coscienza comunista riflette gli interessi materiali della classe operaia
I proletari sono i discendenti dei contadini e degli artigiani spogliati delle loro terre e dei loro mezzi di produzione dalla borghesia. Essi non hanno conservato niente che possa legarli all’antica società e non sono portatori di una nuova forma di sfruttamento. Avendo unicamente la loro forza lavoro da vendere e lavorando in maniera associata, essi non hanno bisogno di divisioni interne. Essi sono una classe sfruttata ma, contrariamente ai contadini, hanno un interesse materiale non solo a mettere fine ad ogni forma di proprietà ma anche a creare una società mondiale in cui i mezzi di produzione e di scambio saranno tenuti in comune: il comunismo.
La classe operaia, crescendo con lo sviluppo su vasta scala della produzione capitalista, ha un potenziale potere economico enorme nelle sue mani. Inoltre, essendo concentrata a milioni nelle ed intorno alle più grandi città del mondo, legata dai moderni mezzi di trasporto e di comunicazione, ha il modo di mobilitarsi per un assalto vittorioso contro i bastioni del potere politico capitalista. La coscienza di classe del proletariato, al contrario di quella dei contadini, non è legata al passato, ma è costretta a guardare verso il futuro senza illusione utopiche o avventuristiche. Essa deve sobriamente tirare tutte le conseguenze, sebbene gigantesche, del rovesciamento della società esistente e della costruzione di una nuova società.
Il marxismo, la più alta espressione di questa coscienza, può dare al proletariato un’immagine reale delle sue condizioni e dei suoi obiettivi ad ogni tappa della sua lotta e del suo scopo finale, perché esso è capace di mettere in evidenza le leggi del cambiamento storico. Questa teoria rivoluzionaria è emersa negli anni 1840 e, durante alcuni decenni seguenti, ha eliminato le vestigia dell’utopismo veicolato nella classe operaia dalle idee socialiste. Fin dal 1914, il marxismo era già trionfante in un movimento di classe operaia che aveva 70 anni di lotta per i suoi interessi al suo attivo. Un periodo che includeva La Comune di Parigi del 1871, la rivoluzione russa del 1905 e l’esperienza delle I e II Internazionali. Ed a questo punto, il marxismo si è mostrato capace di criticare i suoi errori, di rivedere le sue analisi politiche e posizioni divenute obsolete con lo svolgersi degli avvenimenti. La sinistra marxista, con cui il compagno si identifica, in tutti i principali partiti della II Internazionale, ha riconosciuto il nuovo periodo aperto dalla prima guerra mondiale e la fine dell’espansione “tranquilla” del capitalismo. La stessa sinistra marxista condusse le insurrezioni che sorsero alla fine della guerra. Ma è proprio a questo punto che il compagno, che avrebbe fatto ciò che i bolscevichi fecero in ottobre 1917 come trampolino per la rivoluzione mondiale, ripete gli stessi argomenti pseudo-marxisti circa l’immaturità delle condizioni obiettive che tutti gli opportunisti e centristi della social-democrazia – Karl Kautsky in particolare – utilizzarono per giustificare l’isolamento e lo strangolamento della rivoluzione russa.
La sconfitta dell’ondata rivoluzionaria non è stata il riflesso soggettivo, inevitabile, dell’insufficienza delle condizioni obiettive, ma un risultato del fatto che la maturazione della coscienza non è stata sufficientemente profonda e rapida per impadronirsi del proletariato mondiale nella “finestra d’opportunità”, relativamente corta, che si apriva dopo la guerra e le sue difficoltà contingenti, senza parlare delle difficoltà specifiche della rivoluzione proletaria in paragone alle rivoluzioni delle classi rivoluzionarie antecedenti.
Per il materialismo storico, l’epoca di rivoluzione sociale, che risulta dalla maturazione degli elementi della nuova società, è annunciata dallo sviluppo delle “forme ideologiche in cui gli uomini prendono coscienza di questo conflitto e lo spingono fino alle estreme conseguenze.” (Marx. Prefazione alla Critica dell’economia politica)
L’Internazionale Comunista non era, come sembra dire il compagno, un’aberrazione precoce. In realtà, essa ha semplicemente raggiunto gli avvenimenti. Essa era l’espressione della ricerca di una soluzione al capitalismo di fronte alla maturazione delle condizioni obiettive. Dire che la sua sconfitta era inevitabile, è fare del materialismo storico una ricetta fatalista e meccanica piuttosto che una teoria secondo la quale sono “gli uomini che fanno la storia”.
1917 – 1923: il capitalismo mondiale merita di perire
Nel 1914 gli elementi della nuova società erano maturati nella vecchia. Ma tutte le forze produttive che la vecchia società poteva contenere si erano sviluppate? Il socialismo era divenuto una necessità storica? Il compagno risponde negativamente e l’evidenza di ciò gli sembra posta dallo sviluppo progressivo del capitalismo nella Russia stalinista, in Cina, in Vietnam ed in altri paesi. Secondo lui, i bolscevichi pensavano di fare la rivoluzione mondiale, mentre al contrario conducevano una rivoluzione borghese.
Per il compagno, la prova è l’industrializzazione della Russia e la sua transizione dal feudalesimo al capitalismo dopo il 1917, così come l’esistenza di “elementi di progresso” in un periodo di declino crescente.
Ma per il materialismo storico, ogni modo di produzione ha dei periodi distinti di ascesa e di declino. Il capitalismo essendo un sistema mondiale, al contrario dei modi di produzione feudale, schiavistico ed, ancor prima, asiatico, deve essere giudicato maturo per la rivoluzione sulle basi della sua condizione internazionale e non sulla base di questo o quel paese, che preso da solo, potrebbe dare l’illusione della possibilità di uno sviluppo progressista.
Se si isolano alcuni periodi o alcuni paesi nel periodo della decadenza del capitalismo dal 1914, è possibile essere accecati dall’apparente crescita di un sistema; in particolare quando questa si produce in qualche paese sottosviluppato in seguito al risultato della venuta al potere di una cricca capitalista statale.
Il capitalismo in declino, ancora una volta al contrario delle società che lo hanno preceduto, si caratterizza per la sovrapproduzione. Mentre il declino di Roma o la decadenza del sistema feudale in Europa significavano una stagnazione ed anche una regressione ed un declino nella produzione, il capitalismo decadente continua ad estendere la produzione (anche se ciò avviene ad un tasso medio più basso: circa il 50% meno del periodo ascendente) nello stesso tempo che esso affonda e distrugge le forze produttive della società. Noi non vediamo dunque un arresto assoluto della crescita della produzione capitalista nella sua fase decadente, come pensava Trotsky.
Il capitalismo non può estendere le forze produttive se non è capace di realizzare il plus-valore contenuto in una massa di merci sempre crescenti che esso lancia sul mercato mondiale.
“…Più la produzione capitalista si sviluppa, più è obbligata a produrre su una scala che non ha niente a che vedere con la domanda immediata, ma dipende da un’estensione costante del mercato mondiale…Ricardo non vedeva che la merce deve necessariamente essere trasformata in denaro. La domanda degli operai non può essere sufficiente per questo, poiché il profitto viene precisamente dal fatto che la domanda degli operai è minore del valore di ciò che essi producono, e che questo profitto è tanto maggiore quanto più questa domanda è piccola. Nemmeno la domanda dei capitalisti per la merce degli uni e degli altri è sufficiente… dire che alla fine i capitalisti possono solo scambiare e consumare delle merci tra loro, è dimenticare la natura della produzione capitalista, e che il problema è di trasformare il capitale in valore.” (Marx, Il Capitale, Libro IV Sezione 2 e Libro III Sezione 1)
Nel momento in cui il capitalismo estende enormemente le forze produttive - forza lavoro, mezzi di produzione e di consumo - questi ultimi esistono solo per essere acquistati e venduti perché essi hanno una doppia natura come valore d’uso e di scambio. Il capitalismo deve trasformare in danaro il frutto della sua produzione. Il beneficio dunque dello sviluppo delle forze produttive nel capitalismo resta, per la massa della popolazione, un grosso potenziale, una promessa luminosa che sembra sempre fuori portata, a causa del loro potere d’acquisto limitato. Questa contraddizione, che spiega la tendenza del capitalismo alla sovrapproduzione, porta solo a delle crisi periodiche nel periodo d’ascesa del capitalismo e conduce ad una serie di catastrofi una volta che il capitalismo non può più compensarle con la conquista continua di mercati pre-capitalisti.
L’inizio dell’epoca imperialista, ed in particolare la guerra imperialista generalizzata del 1914 – 1918, ha mostrato che il capitalismo aveva raggiunto i suoi limiti, prima che esso avesse eliminato completamente tutte le vestigia delle società precedenti in ogni paese; ben prima che esso abbia trasformato ogni produttore in lavoratore salariato ed introdotta la produzione a larga scala ad ogni settore industriale. In Russia, l’agricoltura era sempre basata su delle norme pre-capitaliste, la maggioranza della popolazione era costituita da contadini e la forma politica del regime non aveva ancora preso una forma democratica borghese che sostituisse l’assolutismo feudale. Tuttavia, il mercato mondiale dominava già l’economia russa e, a San Pietroburgo, a Mosca come nelle altre grandi città, un numero enorme di proletari era concentrato in alcune delle più grandi unità industriali di tutta l’Europa.
L’arretratezza del regime e dell’economia agraria non hanno impedito alla Russia di essere completamente integrata nella tela delle potenze imperialiste con i suoi propri interessi ed i suoi obiettivi predatori. La venuta al potere politico della borghesia nel governo provvisorio dopo febbraio del 1917 non ha portato ad alcuna deviazione dalla politica imperialista.
Così, l’obiettivo bolscevico, per il quale la rivoluzione russa era un trampolino per la rivoluzione mondiale, era completamente realista. Il capitalismo aveva raggiunto i limiti dello sviluppo nazionale. Non è l’arretramento relativo della Russia la causa della sconfitta di questa transizione ma proprio la sconfitta della rivoluzione in Germania.
L’incapacità a prendere misure economiche socialiste da parte del regime sovietico, al suo inizio, non è stato il prodotto dell’arretramento russo. La transizione verso il modo di produzione socialista può seriamente cominciare solo quando il mercato mondiale capitalista è stato distrutto dalla rivoluzione mondiale.
Se siamo d’accordo che il socialismo in un solo paese è impossibile e che il nazionalismo non è un passo in avanti verso il socialismo, resta tuttavia l’illusione che, dopo la vittoria dello stalinismo, l’industrializzazione abbia rappresentato un passo capitalista progressista.
Il compagno dimentica che questa industrializzazione è servita fondamentalmente per l’economia di guerra e per i preparativi imperialisti della II guerra mondiale? Che l’eliminazione dei contadini ha condotto ai gulag milioni di persone? In una parola che i fantastici tassi di crescita dell’industria russa non hanno potuto realizzarsi se non attraverso il barare con la legge del valore, affrancandosi temporaneamente dalle sanzioni del mercato mondiale e sviluppando una politica dei prezzi artificiali?
Lo sviluppo del capitalismo di Stato, del quale la Russia costituisce l’esempio più aberrante, ha rappresentato il modo caratteristico nella decadenza del capitalismo, per ogni borghesia nazionale, di far fronte ai propri rivali imperialisti, attuali e futuri. Nel periodo di decadenza, la parte media delle spese dello Stato nell’economia nazionale è di circa il 50% a confronto del poco più del 10% nel periodo di ascesa del capitalismo.
Nella decadenza del capitalismo non c’è recupero dei paesi avanzati da parte di quelli meno sviluppati, e dunque l’accesso all’indipendenza politica rispetto alle grandi potenze da parte di supposte rivoluzioni nazionali resta largamente una finzione. Se alla fine del XIX secolo la crescita del Prodotto nazionale lordo dei paesi meno sviluppati era di un sesto rispetto a quello dei paesi a capitalismo avanzato, durante la decadenza questa differenza raggiunge un sedicesimo. Di conseguenza, l’integrazione della popolazione nel lavoro salariato in maniera più rapida rispetto alla crescita della stessa popolazione, che è una delle caratteristiche delle vere rivoluzioni borghesi del passato, non si è giustamente prodotta nei paesi meno sviluppati nel corso della decadenza del capitalismo. Al contrario, masse di popolazioni sono sempre più completamente escluse dai processi di produzione. (3)
Nel XX secolo, il mondo capitalista come un tutto passa per fluttuazioni periodiche della sua crescita che oscurano completamente le crisi del XIX secolo. Le guerre mondiali di questo periodo, al posto di essere dei mezzi per rilanciare la crescita, come si verificava con quelle del secolo precedente (che a confronto sembravano scaramucce), sono così distruttrici che conducono alla rovina economica contemporaneamente sia i vinti che i vincitori.
Il nostro rigetto della possibilità di uno sviluppo progressista del capitalismo durante tutto il XX secolo non ha dunque niente a che vedere con un qualunque pudore da parte nostra di fronte al “sangue” ed al “fango” delle rivoluzioni borghesi, ma si basa sull’esaurimento economico obiettivo del modo di produzione capitalista.
Nella formula di Lenin il periodo de “l’orrore senza fine” è sostituito dopo il 1914 da “la fine nell’orrore”.
I cicli di crisi, guerra, ricostruzione, nuova crisi del capitalismo, nel corso di questo secolo, confermano che tutte le forze produttive che questo modo di produzione ha contenuto sono state sviluppate e che quest’ultimo merita di perire. E’ certamente vero che alla fine del XX secolo, la decadenza del capitalismo è molto più avanzata rispetto all’inizio: infatti, essa è entrata in una fase di decomposizione. Ma i compagni non ci danno nessuna prova per mostrare che la decadenza del capitalismo è cominciata alla fine del secolo, alcun argomento per porre un cambiamento qualitativo di tale importanza alla fine, piuttosto che all’inizio di più di due cicli della crisi permanente del capitalismo.
Conseguenze
Se si nega che il declino del capitalismo corrisponde a tutto un periodo che comincia con la prima guerra mondiale e si estende dunque al modo di produzione come un tutt’uno, allora per la lotta rivoluzionaria della classe operaia si ragiona su un sentimento più che su di una necessità storica.
Negare la necessità obiettiva della rivoluzione mondiale nel 1917-23 e considerare la sua sconfitta inevitabile è, in effetti, una posizione bizzarra. Ma essa ha delle conseguenze pericolose poiché esclude la necessità imperiosa di tirare le lezioni dalla sconfitta dell’ondata rivoluzionaria a livello politico e teorico. Anche se il compagno si identifica con la sinistra comunista, egli non si serve di tutto il lavoro di quest’ultima che è consistito nel sottomettere l’esperienza rivoluzionaria ad una critica di fondo, in particolare per quanto riguarda la questione nazionale. Anche se il compagno nega per oggi ogni possibilità di liberazione nazionale, è solo per una base contingente e non storica. Se si possono ancora vedere sviluppi progressisti in movimenti imperialisti controrivoluzionari come il maoismo cinese, lo stalinismo del Vietnam o cubano, allora il pericolo di un abbandono delle posizioni internazionaliste coerenti sussiste.
Como
1. Questa stessa domanda si ritrova quasi in maniera identica presso altri corrispondenti.
2. Così la storia, contrariamente a ciò che dice il compagno, non ha mai dimostrato che una classe poteva essere portatrice del destino storico di un’altra classe, precisamente perché le rivoluzione non sopraggiungono se non quando tutte le possibilità del vecchio sistema e della sua classe dominante sono state esaurite e quando la classe rivoluzionaria, portatrice dei germi della nuova società, è passata attraverso un lungo periodo di gestazione nella vecchia società. Vedere la nostra brochure Russia 1917, l’inizio della rivoluzione mondiale, in particolare il rifiuto della teoria della rivoluzione doppia. La vita è in generale già troppo difficile perché si faccia la rivoluzione per altri. Ed inoltre, in un’epoca in cui essa non è possibile.
3. Vedere la nostra brochure La decadenza del capitalismo e la Revue Internationale n° 54.
Negli ultimi mesi sono apparsi sulla stampa del BIPR ([1]) articoli riguardanti la necessità del raggruppamento tra forze rivoluzionarie in vista della costruzione del partito comunista mondiale del futuro. Uno di questi, I rivoluzionari, gli internazionalisti di fronte alle prospettive di guerra e alla condizione del proletariato ([2]), è un documento maturato in seguito alla guerra in Kosovo dell’anno scorso:
“Le recenti vicende belliche nei Balcani, per il fatto stesso di essersi svolte in Europa (…) hanno segnato un rilevante passo avanti del processo che conduce alla guerra imperialista generalizzata (…).
La guerra stessa e il tipo di opposizione che ad essa viene fatta sono il terreno su cui sta già avvenendo la decantazione e selezione delle forze rivoluzionarie capaci di concorrere alla costruzione del partito.
Queste saranno interne all’area delimitata da alcuni punti fermi che segniamo quale base irrinunciabile di qualunque iniziativa politica tendente al rafforzamento del fronte rivoluzionario di fronte al capitale e alle sue guerre”.
A questo brano seguono i “21 punti fermi” ([3]) indicati dal BIPR come punti critici.
Erano state proprio queste “vicende belliche nei Balcani” a spingere la nostra organizzazione a promuovere, durante la stessa guerra, un appello alle varie organizzazioni rivoluzionarie presenti a livello mondiale e rispetto al quale avevamo precisato che:
“Esistono naturalmente anche delle differenze, che riguardano un diverso approccio all’analisi dell’imperialismo nella fase attuale e del rapporto tra le classi. Ma, senza sottovalutare queste differenze, riteniamo che gli aspetti che ci uniscono sono di gran lunga più importanti e significativi di quelli che ci distinguono rispetto ai compiti del momento ed è su questa base che, il 29 marzo 1999, abbiamo lanciato un appello all’insieme di questi gruppi per prendere una iniziativa comune contro la guerra”([4]).
Poiché questo appello, fatto oltre un anno fa, è caduto completamente nel vuoto ([5]), c’è da chiedersi come mai il BIPR arrivi solo adesso con le sue “21 condizioni” - su cui, al di là di qualche riserva su due punti soltanto ([6]), il nostro accordo è per il resto totale - e non abbia aderito all’epoca al nostro appello. La risposta sta verso la fine del documento BIPR dove si trova una parte che si rivolge, in tutta evidenza, alla CCI, (naturalmente senza mai citarla), affermando che “a 23 anni di distanza dalla I Conferenza Internazionale, convocata da Battaglia Comunista ([7]) per avviare un primo confronto fra i gruppi politici che si rifacevano alle linee generali classiste e internazionaliste difese dalla sinistra comunista a partire dalla seconda metà degli anni ’20, è possibile –e dunque ormai doveroso- trarre un bilancio di quel confronto”.
Un bilancio? Dopo 23 anni? E perché solo adesso? Il BIPR lo spiega in questo modo: in oltre due decenni si è “accelerato il processo di decantazione del “campo politico proletario”, escludendo tutte quelle organizzazioni che, per un verso o per un altro, sono cadute sul terreno della guerra venendo meno all’irrinunciabile principio del disfattismo rivoluzionario”.
Ma il pezzo dove ce l’hanno con noi (e con le formazioni bordighiste) viene subito dopo:
“Altre componenti di quell’area, pur senza cadere nel tragico errore di attestarsi su di un fronte di guerra, (…) si sono egualmente estraniate dal metodo e dalle prospettive di lavoro che condurranno alla aggregazione del futuro partito rivoluzionario. Vittime irrecuperabili di impostazioni idealistiche o meccanicistiche (…).” (sottolineatura nostra).
Poiché noi riteniamo che le accuse che il BIPR ci attribuisce siano infondate - e per di più temiamo che esse servano a mascherare una sua pratica politica opportunista - cercheremo di sviluppare qui di seguito una risposta alle suddette accuse mostrando qual è stato l’atteggiamento della corrente marxista del Movimento Operaio rispetto al “metodo e alle prospettive di lavoro che condurranno alla aggregazione del futuro partito rivoluzionario” per verificare concretamente se, e in che misura, il BIPR e i gruppi che lo hanno generato sono stati coerenti con questa linea. Per fare ciò prenderemo in considerazione due questioni che esprimono, nella loro unità, i due livelli a cui si pone il problema dell’organizzazione dei rivoluzionari oggi:
1. Come concepire la futura Internazionale? Partito Comunista Internazionale oppure Internazionale dei Partiti Comunisti?
Come sarà la futura Internazionale? Un’organizzazione concepita in maniera unitaria fin dall’inizio, cioè un partito comunista internazionale, oppure una Internazionale dei partiti comunisti dei vari paesi? Su questo problema il pensiero e la battaglia di Amadeo Bordiga e della Sinistra Italiana costituiscono un punto di riferimento irrinunciabile. Nella concezione di Bordiga l’Internazionale Comunista doveva già essere, e così lui la chiamava, il partito mondiale, e in obbedienza a questa concezione Bordiga è arrivato finanche a rinunciare ad alcuni punti “tattici” da lui difesi (astensionismo, raggruppamento senza il centro) pur di affermare e far vivere la preminenza dell’Internazionale sui singoli partiti nazionali, per affermare che l’IC era un’unica organizzazione e non una federazione di partiti, con un’unica politica dappertutto e non con delle specificità paese per paese.
“Ed allora noi affermiamo che il supremo consesso internazionale ha non solo il diritto di stabilire queste formule che vigono e devono vigere senza eccezione per tutti i paesi, ma ha anche il diritto d’occuparsi della situazione di un solo paese e potere dire quindi che l’Internazionale pensa che – ad esempio – in Inghilterra si debba fare, agire in quel dato modo” (Amadeo Bordiga, discorso al Congresso di Livorno 1921, in La Sinistra Comunista nel cammino della rivoluzione, Edizioni Sociali 1976).
Questa concezione Bordiga, a nome della sinistra italiana, l’ha difesa a maggior ragione contro la degenerazione della stessa Internazionale, quando la politica di questa si confondeva sempre più con la politica e gli interessi dello Stato russo:
“Occorre che il partito russo sia assistito nella risoluzione dei suoi problemi dai partiti fratelli, i quali non posseggono, è vero, una esperienza diretta dei problemi di governo, ma ciò malgrado contribuiranno alla risoluzione di essi apportandovi un coefficiente classista e rivoluzionario derivato direttamente dalla realtà della lotta di classe in atto nei loro paesi” (Tesi della sinistra per il III Congresso del PCd’I, Lione gennaio 1926, pubblicate in In difesa della continuità del programma comunista, edizioni “Il programma comunista”, Milano 1970).
Ed è infine nella risposta di Bordiga alla lettera di Karl Korsch che emerge con ancora più chiarezza cosa l’Internazionale doveva essere e cosa non era riuscita ad essere:
“Credo che uno dei difetti dell’Internazionale attuale sia stato di essere “un blocco di opposizioni” locali e nazionali. Bisogna riflettere su questo, si capisce senza arrivare ad esagerazioni, ma per fare tesoro di questi insegnamenti. Lenin arrestò molto lavoro di elaborazione “spontaneo” contando di raggruppare materialmente e poi dopo soltanto fondere omogeneamente i vari gruppi al calore della rivoluzione russa. In gran parte non è riuscito” (dalla lettera di Amadeo Bordiga a Korsch, pubblicata in Danilo Montaldi, Korsch e i comunisti italiani, Savelli).
In altre parole Bordiga si rammarica che l’Internazionale si sia formata a partire da un insieme di “opposizioni” ai vecchi partiti socialdemocratici ancora politicamente incoerenti tra di loro e che il proposito di Lenin di omogeneizzare tra di loro queste diverse componenti nella sostanza non abbia avuto successo.
E’ a partire da questa impostazione che le organizzazioni rivoluzionarie degli anni della controrivoluzione, nonostante la fase politica avversa, si sono sempre concepite come organizzazioni non solo internazionaliste ma anche internazionali. E non è un caso che uno dei trucchi utilizzati per attaccare la Frazione Italiana all’interno dell’Opposizione Internazionale di Trotskij fu proprio quello di accusarla di seguire una politica “nazionale” ([8]).
Vediamo invece qual è la concezione che ha il BIPR su questo problema:
“Il BIPR si è costituito come l’unica possibile forma organizzativa e di coordinamento, intermedia fra l’isolato operare di avanguardie in diversi paesi e la presenza di un vero Partito Internazionale (…). Nuove avanguardie – svincolate da vecchi schemi rivelatisi inefficaci a spiegare il presente e da qui progettare il futuro – si accingono al compito di costruzione del partito (…). Queste avanguardie hanno il dovere, che stanno assumendo, di attestarsi e crescere sulla base di un corpo di tesi, una piattaforma e un quadro organizzativo coerenti fra loro e con il Bureau che, in questo senso, si pone come punto di riferimento della necessaria omogeneizzazione delle forze nel futuro partito" ([9]).
Fin qui il discorso del BIPR, a parte qualche presunzione di troppo, non sembra, in linea di massima, in contraddizione con l’impostazione suddetta. Ma il passaggio successivo pone più di un problema:
“Punto di riferimento non significa struttura impositiva. Il BIPR non intende accelerare i tempi della aggregazione internazionale delle forze rivoluzionarie oltre i tempi “naturali” della crescita politica delle avanguardie comuniste nei diversi paesi” (9).
Questo significa che il BIPR, ovvero le due organizzazioni che ne fanno parte, non ritengono possibile costituire un’unica organizzazione internazionale prima della costituzione del partito mondiale. Per di più si fa riferimento a strani “tempi naturali della crescita politica delle avanguardie politiche nei diversi paesi” il cui significato è più chiaro se si va a vedere da quale visione il BIPR tende a demarcarsi, quella della CCI e della sinistra comunista italiana:
“Rifiutiamo in linea di principio, e sulla base di diverse risoluzioni congressuali, l’ipotesi di creazione di sezioni nazionali per gemmazione di un’organizzazione preesistente, foss’anche la nostra. Non si costruisce una sezione nazionale del partito internazionale del proletariato creando in modo più o meno artificiale in un paese un centro redazionale di pubblicazioni redatte altrove e comunque al di fuori delle reali battaglie politiche e sociali del paese stesso” (sottolineature nostre) (9).
Questo passaggio merita evidentemente un’attenta risposta perché qui è contenuta la differenza strategica nella politica di raggruppamento internazionale operata dal BIPR rispetto a quella della CCI. Naturalmente la nostra strategia di raggruppamento internazionale viene volutamente ridicolizzata parlando di “gemmazione di un’organizzazione preesistente”, di creazione “in modo più o meno artificiale in un paese di un centro redazionale di pubblicazioni redatte altrove” … in modo da indurre automaticamente nel lettore un istinto di rifiuto per la strategia della CCI.
Ma andiamo al concreto e cerchiamo di confrontarci con un ipotetico caso reale. Secondo il BIPR, se sorge un nuovo gruppo di compagni, poniamo in Canada, che tende verso le posizioni internazionaliste, questo gruppo può usufruire del contributo critico fraterno, anche della polemica, ma deve crescere e svilupparsi a partire dal contesto politico del proprio paese, “all’interno delle reali battaglie politiche e sociali del paese stesso”. Questo significa che per il BIPR è più importante il contesto attuale e locale di un certo paese che il quadro internazionale e storico fornito dall’esperienza del movimento operaio. Qual è viceversa la nostra strategia di costruzione della organizzazione a livello internazionale che il BIPR cerca volutamente di porre in cattiva luce parlando di “creazione di sezioni nazionali per gemmazione di un’organizzazione preesistente”? Che siano 1 o 100 gli aspiranti militanti in un paese nuovo, la nostra strategia non è quella della creazione di un gruppo locale da far evolvere sul posto, attraverso le “reali battaglie politiche e sociali del paese stesso”, ma di integrare subito questi nuovi militanti nel lavoro internazionale di organizzazione tra cui, centralmente, c’è l’intervento nel paese in cui tali compagni si trovano. E’ per questo che, anche con deboli forze, la nostra organizzazione si sforza di essere subito presente con una pubblicazione locale sotto la responsabilità del nuovo gruppo di compagni perché questa, riteniamo, è la maniera più diretta e più efficace per, da una parte, allargare la nostra influenza e, dall’altra, procedere direttamente alla costruzione della organizzazione rivoluzionaria. Cosa ci sia di artificiale in questo, che senso abbia parlare di gemmazione di organizzazioni precedenti, è tutto da spiegare ancora.
In realtà, queste deformazioni di BC e della CWO sul piano organizzativo affondano le loro radici in una più profonda e generale incomprensione da parte di queste formazioni di qual è la differenza che esiste tra la II e la III Internazionale in conseguenza del cambiamento di periodo storico:
I resti di federalismo che sussistono nella IC sono le vestigia del periodo precedente (come la questione parlamentare, per esempio) che pesano ancora sulla nuova internazionale ("il peso delle generazioni morte pesa sul cervello dei viventi" - Marx, Il 18 Brumaio).
In più si può aggiungere che lungo tutta la sua storia (anche quando era normale che l’Internazionale avesse una struttura più federalista) la Sinistra marxista ha sempre lottato contro il federalismo. Ricordiamo gli episodi più significativi:
Si potrebbe ancora aggiungere che il processo di formazione di un partito a livello mondiale prima che si siano consolidate o addirittura create le sue componenti nei singoli paesi è proprio il processo di formazione dell’IC ([11]). E’ noto che su questa questione esisteva un disaccordo tra Lenin e Rosa Luxemburg. Quest’ultima era contro la fondazione immediata dell’IC -e aveva dato di conseguenza mandato al delegato tedesco Eberlein di votare contro la sua fondazione- perché lei riteneva che i tempi non fossero maturi per il fatto che la maggior parte dei partiti comunisti non si erano ancora formati e che per questo fatto il partito russo avrebbe avuto un peso troppo grande all’interno dell’IC. I suoi timori sul peso eccessivo che avrebbe avuto il partito russo si sono rivelati purtroppo giusti con il rinculo della fase rivoluzionaria e la degenerazione dell’IC, ma noi pensiamo tuttavia che Lenin avesse ragione a non attendere ulteriormente per fondare l’IC: in effetti, era già troppo tardi rispetto alle esigenze della classe, anche se i comunisti non potevano fare di meglio con la guerra che era terminata qualche mese prima.
Sarebbe interessante sapere dal BIPR il suo parere su questa disputa storica: pensa forse che avesse ragione Rosa contro Lenin a sostenere l’immaturità dei tempi nella fondazione dell’IC?
Questa impostazione federalista sul piano teorico si riflette naturalmente nella sua pratica quotidiana. Le due organizzazioni che formano il BIPR hanno avuto per 13 anni, a partire dalla sua costituzione e fino al 1997, due piattaforme politiche distinte, non hanno momenti assembleari di organizzazione (se non delle singole componenti a cui partecipa una delegazione dell’altra, il che è tutt’altra cosa), non hanno un dibattito visibile tra di loro né sembra che se ne avverta l’esigenza, anche se nei lunghi 16 anni trascorsi dalla costituzione del BIPR si sono spesso avvertite stridenti differenze nella analisi della attualità, nell’impostazione del lavoro internazionale, ecc. La verità è che questo modello di organizzazione, che il BIPR osa elevare al rango di “unica possibile forma organizzativa e di coordinamento” in questo momento, è di fatto la forma di organizzazione opportunista per eccellenza. E’ l’organizzazione che permette di attirare nell’orbita del BIPR nuove organizzazioni conferendo loro l’etichetta di "sinistra comunista” senza forzare eccessivamente la loro natura di origine. Quando il BIPR dice che occorre attendere la maturazione dei tempi naturali della crescita politica delle avanguardie politiche nei diversi paesi, di fatto non fa che esprimere la sua teoria opportunista di non spingere troppo la critica dei gruppi con cui è in contatto per evitare di perderne la fiducia ([12]).
Tutto questo non ce lo siamo inventati, è il semplice bilancio di 16 anni di BIPR che, nonostante tutto il trionfalismo che emerge dalla stampa di questa formazione politica, non ha portato finora a significativi risultati: 2 erano i gruppi che hanno formato il BIPR nel 1984, 2 sono i gruppi che ne fanno parte ancora oggi. E allora forse potrebbe essere di qualche utilità per BC e la CWO passare in rassegna i vari gruppi che si sono avvicinati o che ne hanno fatto parte solo transitoriamente e valutare dove sono andati a finire o perché non sono rimasti agganciati al BIPR. Ad esempio che fine hanno fatto gli iraniani del SUCM-Komala? E i compagni indiani di Al Pataka? E ancora i compagni francesi che hanno costituito addirittura per un breve periodo una terza componente del BIPR?
Come si vede una politica di raggruppamento opportunista è non solo politicamente sbagliata, ma anche una politica perdente.
2. La politica di raggruppamento e di costruzione dell’organizzazione
Su questo secondo punto, naturalmente, non si può che cominciare da Lenin, grande forgiatore di partito e promotore primo della creazione della Internazionale Comunista. Probabilmente uno dei contributi più importanti forniti da Lenin è stata la battaglia che egli ha combattuto e vinto al II Congresso del POSDR nel 1903 sull’articolo 1 dello statuto, per affermare dei criteri stretti di appartenenza al partito:
“Dimenticare la differenza che esiste tra il reparto d’avanguardia e tutte le masse che gravitano verso di esso, dimenticare il costante dovere del reparto d’avanguardia di elevare strati sempre più vasti sino al livello dell’avanguardia, vorrebbe solo dire ingannare se stessi, chiudere gli occhi di fronte all’immensità dei nostri compiti, restringere questi compiti. E si fa precisamente questo quando si cancella ogni differenza fra coloro che aderiscono e coloro che entrano nel partito, fra gli elementi coscienti e attivi e coloro che danno un aiuto” (Lenin, Un passo avanti e due indietro, 1904, in Opere Scelte, Editori Riuniti).
Questa battaglia di Lenin, che portò alla separazione del partito socialdemocratico russo tra bolscevichi (maggioritari) e menscevichi (minoritari) ha un valore storico particolare perché anticipa di diversi anni il nuovo modello di partito, il partito di quadri, più stretto, più adeguato alla nuova fase storica di “guerre o rivoluzioni”, rispetto al vecchio modello di partito di massa, più ampio e meno rigoroso sui criteri di militanza, valido nella fase storica di espansione del capitalismo.
In secondo luogo si pone il problema di come si deve atteggiare questo partito (o frazione o gruppo politico che sia) nei confronti di altre organizzazioni proletarie esistenti. In altri termini come rispondere alla giusta esigenza del raggruppamento delle forze rivoluzionarie nella maniera più efficace possibile? Anche qui possiamo fare riferimento a quella che è stata l’esperienza storica del Movimento Operaio, a partire dal dibattito nell’Internazionale con la Sinistra Italiana sulla questione della integrazione dei centristi nella formazione dei partiti comunisti. La posizione di Bordiga è chiarissima e il suo apporto è fondamentale per l’accettazione da parte della Internazionale di una 21a condizione che indicava che:
“I membri del partito che rifiutino in via di principio le condizioni e le tesi elaborate dall’Internazionale Comunista debbono essere espulsi dal partito. Lo stesso vale specialmente per i delegati ai congressi straordinari” ([13]).
Bordiga, nel 1920, era preoccupato che alcune componenti centriste, che nel ’14 non si erano particolarmente sporcate le mani, potessero trovare conveniente lavorare nei nuovi partiti comunisti piuttosto che nei vecchi partiti socialdemocratici notevolmente screditati:
“Oggi, è molto facile dire che in una nuova guerra non si cadrà più nei vecchi errori, cioè negli errori dell’unione sacra e della difesa nazionale. La rivoluzione è ancora lontana, diranno i centristi, non è un problema immediato. E accetteranno le tesi dell’Internazionale Comunista: il potere dei soviet, la dittatura del proletariato, il terrore rosso (…). Gli elementi di destra accettano le nostre tesi ma in modo insufficiente, con alcune riserve. Noi comunisti dobbiamo esigere che questa accettazione sia totale e senza limiti sia nel campo della teoria che nel campo dell’azione (…). Contro i riformisti dobbiamo erigere barriere insormontabili (…). Di fronte al programma non v’è disciplina: o lo si accetta o non lo si accetta; e in quest’ultimo caso si esce dal partito” (dal discorso di Amadeo Bordiga sulle “Condizioni di ammissione all’IC”, 1920, pubblicato in La Sinistra Comunista nel cammino della rivoluzione, Edizioni sociali, 1976).
Tra gli apporti di Bordiga e della Sinistra Italiana questa è una delle questioni chiave. E’ a partire da questa posizione che Bordiga si scontrerà successivamente con una Internazionale in piena involuzione, battendosi contro la politica della integrazione dei centristi all’interno dei partiti comunisti come corollario della messa al centro della difesa dello Stato russo rispetto a qualunque altro problema ([14]). E’ noto in particolare che l’Internazionale cercò di forzare il PCd’I a integrare nei suoi ranghi l’ala massimalista (di sinistra) del PSI, i cosiddetti “terzinternazionalisti” o “terzini” di Serrati, da cui il PCd’I si era separato nel ’21 all’atto della sua costituzione.
Questo rigore nei rapporti con le correnti moderate, centriste, non ha però mai voluto dire chiusura settaria, rifiuto di dialogo, di discussione, tutt’altro! Anzi, dalle sue origini come frazione astensionista del PSI, la sinistra italiana ha sempre lavorato al recupero delle energie rivoluzionarie rimaste su posizioni centriste, sia per rafforzare i propri ranghi sia per sottrarre queste stesse forze al nemico di classe:
“Benché organizzata in frazione autonoma all’interno del PSI, con un suo organo di stampa, la frazione astensionista cercava prima di tutto di conquistare la maggioranza del partito al suo programma. Gli astensionisti pensavano ancora che ciò fosse possibile, malgrado la schiacciante vittoria della tendenza parlamentarista rappresentata dall’alleanza tra Lazzari e Serrati. La frazione non poteva diventare partito che operando con tutte le sue forze per la conquista di almeno una minoranza significativa. Non abbandonare il terreno prima di aver condotto la lotta fino in fondo sarà sempre la preoccupazione del movimento “bordighista”; e in questo non fu mai una setta, come gli rimproverarono i suoi avversari” ([15]).
Possiamo dunque riassumere dicendo che esistono due aspetti fondamentali che caratterizzano la politica della Sinistra italiana (nella tradizione dei bolscevichi):
E’ opportuno mettere in evidenza che esiste un legame tra il rigore programmatico e organizzativo della Sinistra italiana e la sua apertura alla discussione: conformemente alla tradizione della Sinistra, essa sviluppa una politica a lungo termine basata sulla chiarezza e la solidità politiche e rigetta i "successi" immediati basati sulle ambiguità che sono la premessa di sconfitte future aprendo la porta all’opportunismo (“L’impazienza è la madre dell’opportunismo”, Trotsky); essa non ha paura di discutere con altre correnti perché ha fiducia nella solidità delle sue posizioni.
Analogamente esiste un legame tra la confusione e l’ambiguità degli opportunisti e il loro “settarismo” che, in genere, è orientato verso la sinistra e non la destra.
Quando si è consapevoli della scarsa solidità delle proprie posizioni, evidentemente si ha timore a confrontarsi con quelle della Sinistra (vedi ad esempio la politica dell’IC dopo il II Congresso che si apre al centro ma che diventa “settaria” nei confronti della Sinistra con, ad esempio, l’esclusione del KAPD; la politica di Trotsky che esclude in maniera burocratica la Sinistra italiana dall’Opposizione internazionale per poter praticare l’entrismo nella socialdemocrazia; la politica del PCInt nel 1945 e dopo che esclude la Sinistra Comunista Francese per poter tranquillamente raggrupparsi con ogni sorta di elementi più che opportunisti e che rifiutano di fare la critica dei loro errori passati).
“Fra le opposizioni, la Frazione italiana ci dà una magnifica lezione di metodo e di responsabilità rivoluzionaria battendosi per il raggruppamento dei rivoluzionari, ma soprattutto per la chiarezza delle posizioni politiche. La sinistra italiana ha sempre messo in evidenza la necessità di un documento di programma contro le politiche manovriere che hanno, d’altronde, rovinato l‘opposizione di sinistra. Così, se doveva esserci una rottura, essa avrebbe potuto compiersi sulla base di testi.
Questo metodo, la sinistra italiana l’aveva fatto suo fin dalla nascita durante la prima guerra mondiale all’interno della II Internazionale; l’aveva poi seguito di nuovo nell’IC in degenerazione dal 1924 fino al I928, data della sua costituzione in frazione a Pantin.
Lo stesso Trotskij ha reso omaggio a questa onestà politica nella sua ultima lettera alla frazione nel dicembre 1932. “La separazione con un onesto gruppo rivoluzionario (sottolineatura nostra) come il vostro non deve essere necessariamente accompagnato da animosità, da attacchi personali o da critiche velenose”.
Al contrario il metodo di Trotskij in seno all’opposizione non ha niente e che vedere con quello del movimento operaio. L’esclusione della sinistra italiana è stata portata avanti con gli stessi procedimenti usati nell’IC stalinizzata, senza un chiaro dibattito che motivasse la rottura. Questo atteggiamento non è stato né il primo, né l’ultimo: Trotskij ha spesso sostenuto degli “avventurieri” che hanno saputo ispirargli fiducia. Per contro tutti i gruppi come la sinistra belga, tedesca, spagnola e tutti i militanti rivoluzionari e di valore come Rosmer, Nin, Landau e Hennaut sono stati scartati o espulsi gli uni dopo gli altri fino a fare dell’Opposizione Internazionale di Sinistra una corrente puramente “trotskista”” ([16]).
E’ attraverso questo calvario di lotta per difendere il patrimonio dell’esperienza del marxismo e con esso la sua stessa identità politica che la Sinistra Italiana finisce per essere, a livello internazionale, la corrente politica che ha meglio espresso la necessità di un partito coerente, escludendo gli incerti ed i centristi ma che al tempo stesso ha sviluppato le migliori capacità per impostare una politica di aggregazione tra forze rivoluzionarie perché si è basata sempre sulla chiarezza delle posizioni e del modo di lavorare.
Il Bipr (e prima di esso il PCInt dal ‘43 in poi) -che reclama di essere l’unico vero erede politico della sinistra italiana- è veramente all’altezza dei nostri progenitori politici? I suoi criteri di adesione al partito sono stretti come Lenin giustamente pretendeva che fossero? Onestamente non ci pare: tutta la storia di questo gruppo è costellata di episodi di “opportunismo nelle questioni organizzative” e, più che applicare gli orientamenti ai quali dice di aderire, il BIPR conduce di fatto una pratica politica che è molto più vicina a quella della IC nella sua fase di degenerazione e dei trotskisti. Ci soffermeremo solo su alcuni esempi storici emblematici per dimostrare quanto diciamo.
1943-46
Nel 1943 si costituisce nel nord Italia il Partito Comunista Internazionale (PCInt). La notizia crea molte aspettative e la direzione del nuovo partito indulge abbondantemente ad una pratica opportunista. A partire dall’ingresso in massa nel PCInt dei vari elementi provenienti dalla lotta partigiana ([17]), o dei vari gruppi del sud alcuni dei quali provenienti dal PSI e dal PCI, altri ancora dal trotskismo, oltre ad una serie di militanti che avevano apertamente rotto con il quadro programmatico e organizzativo cui aderivano per lanciarsi in avventure esplicitamente controrivoluzionarie, come la minoranza della Frazione del PCI all’estero che va a “partecipare” alla guerra di Spagna ’36, Vercesi che partecipa alla “Coalizione Antifascista” di Bruxelles nel 1943 ([18]). Naturalmente da nessuno di questi militanti che andavano ad ingrossare le fila del nuovo partito si è preteso mai una reale resa di conto della precedente attività politica. E, in tema di adesione allo spirito e alla lettera di Lenin, che dire dello stesso Bordiga, che partecipa alle attività del partito fino al ’52 ([19]), contribuendo attivamente a ispirarne la linea politica e scrivendo anche una piattaforma politica approvata dal partito … senza neanche esserne militante?
In questa fase è la Frazione Francese della Gauche Communiste (FFGC, Internationalisme) che prende il testimone della linea di sinistra, recuperando e rafforzando l’eredità politica della Frazione italiana all’estero (Bilan). Ed è appunto la FFGC che pone al PCInt il problema delle integrazioni di Vercesi e della minoranza di Bilan fatte senza chiedere loro alcun conto politico degli errori del passato e ancora della stessa costituzione del partito in Italia fatta ignorando completamente il lavoro di “bilancio” svolto per 10 anni dalla Frazione all’estero.
Nel ‘45 viene costituito un Bureau internazionale tra il PCInt, la Frazione belga e una Frazione francese “doppione” rispetto alla FFGC. Di fatto questa FFGC-bis era stata costituita a partire da una scissione di due elementi appartenenti alla Commissione Esecutiva (CE) della FFGC che avevano preso contatto con Vercesi a Bruxelles e probabilmente si erano fatti convincere dalle sue argomentazioni, dopo essere stati sostenitori della tesi della sua esclusione immediata, senza discussione” ([20]).- Di questi due una era molto giovane ed inesperta (Suzanne), mentre l’altro veniva dal POUM spagnolo (e finisce successivamente in Socialisme ou Barbarie). La FFGC-bis si è poi “rafforzata” con l’entrata di elementi della minoranza di Bilan e della vecchia Union Comuniste (Chazé, etc.) che la Frazione aveva severamente criticato per le loro concessioni all’antifascismo durante la guerra di Spagna.
Di fatto la creazione di questa Frazione doppione risponde all’esigenza di togliere credibilità a Internationalisme. Come si vede la storia si ripete, nella misura in cui Il PCInt non fa che ripetere la stessa manovra portata avanti nel 1930 all’interno della Opposizione contro la Frazione Italiana attraverso la costituzione della Nuova Opposizione Italiana (NOI), gruppo formato da ex stalinisti che solo due mesi prima si erano sporcati le mani espellendo Bordiga dal PCI e la cui funzione politica non poteva che essere quella di fare una provocatoria concorrenza politica alla Frazione.
La GCF scrive il 28 novembre 1946 al PCInt una lettera con un’appendice in cui si fa l’elenco di tutte le questioni da dibattere e che riguardavano una serie di mancanze di cui si erano resi responsabili varie componenti della Sinistra Comunista Italiana durante il periodo bellico (Internationalisme n. 16). A questa lettera di 10 pagine il PCInt risponde in maniera lapidaria con le seguenti parole:
Riunione del Bureau Internazionale – Parigi:
“Poiché la vostra lettera dimostra, ancora una volta, la costante deformazione dei fatti e delle posizioni politiche prese, sia dal PCI d’Italia, sia dalle Frazioni belga e francese; che voi non costituite una organizzazione politica rivoluzionaria e che la vostra attività si limita a seminare confusione e a buttare fango sui nostri compagni, noi abbiamo escluso all’unanimità la possibilità di accettare la vostra domanda di partecipazione alla riunione internazionale delle organizzazioni della GCI”.
E’ proprio vero che la storia su ripete, una volta come tragedia, la seconda volta come farsa: la GCI viene esclusa in maniera burocratica dall’IC dopo il 1926, viene poi ugualmente esclusa dall’Opposizione di sinistra nel 1933 (vedi il nostro opuscolo sulla Sinistra Comunista Italiana), adesso tocca alla GCI di escludere burocraticamente la Frazione francese dai suoi ranghi per evitare il confronto politico.
Anni ‘50
L’eclettismo delle posizioni politiche fa sì che, successivamente, ognuno vada per conto proprio. Con la scissione del 1952, la componente bordighista gioca il ruolo dell’“intransigente” della sinistra italiana, ma spinta alla caricatura: non si discute con nessuno, ecc. L’altra componente, il PCInt/Battaglia Comunista, gioca invece il ruolo dell’“apertura” e, nell’autunno del 1956, assieme ai GAAP ([21]), ai troskisti dei Gruppi Comunisti Rivoluzionari (GCR) e ad Azione Comunista ([22]) costituisce un Movimento per la Sinistra Comunista il cui carattere più saliente è l’eterogeneità e la confusione. Questi quattro gruppi saranno chiamati ironicamente da Bordiga il “quadrifoglio”.
Anni ‘70
Nei primi mesi del 1976 Battaglia Comunista lancia “una proposta per cominciare”, indirizzata “ai gruppi internazionali della Sinistra Comunista” in cui invita:
La CCI aderisce in maniera convinta alla conferenza, chiedendo però la definizione di criteri politici minimi per partecipare. BC, abituata a ben altre conferenze (vedi sopra), è riluttante a tracciare delle linee più strette: ha evidentemente timore di chiudere la porta a qualcuno.
La prima Conferenza si svolge a Milano nel maggio 1977 con soli due partecipanti, BC e CCI, ma BC si oppone a qualunque pronunciamento esterno, ivi compresa una critica dei gruppi invitati e che non avevano aderito alla Conferenza.
Alla fine del 1978 si tiene la II Conferenza a Parigi dove finalmente diversi gruppi partecipano ai lavori. Alla fine della conferenza si torna sulla questione dei criteri di adesione e stavolta è BC che suggerisce dei criteri più stretti:
“I criteri devono permettere di escludere i consiliaristi da queste Conferenze, e noi dobbiamo dunque insistere sul riconoscimento della necessità storica del Partito come criterio essenziale”, a cui noi rispondevamo ricordando la “nostra insistenza in occasione della prima Conferenza perché ci fossero dei criteri. Oggi, noi pensiamo che l’adozione di criteri supplementari non sia opportuna. Questo non è per mancanza di chiarezza, sia sulla questione dei criteri in sé che sulla questione nazionale o sindacale, ma perché è prematuro. Vi è ancora una grande confusione nell’insieme del movimento rivoluzionario su questi temi; e il NCI ha ragione ad insistere sulla visione dinamica dei gruppi politici ai quali noi chiuderemmo prematuramente la porta” ([23]).
Nella prima metà del 1980 si tiene la III e ultima Conferenza Internazionale la cui atmosfera esprime dall’inizio l’epilogo che questa avrebbe avuto. Al di là del merito delle discussioni, si manifesta in questa Conferenza la volontà precisa da parte di BC di escludere la CCI da eventuali ulteriori conferenze. Come nella Favola di Fedro, dove il lupo, non riuscendo ad accusare l’agnel-lo di avergli sporcato l’acqua del fiume in cui beveva, finisce per attribuire la responsabilità al padre dell’agnello e trovare così una giustificazione per sbranarlo. Allo stesso modo BC, vedendo sempre più nella CCI non un gruppo dello stesso fronte con cui arrivare eventualmente verso una chiarificazione a vantaggio di tutti i compagni e i nuovi gruppi in via di formazione, ma un pericoloso concorrente nell’accaparramento di tali compagni e di tali nuovi gruppi, alla fine ha trovato l’espediente di fare approvare dalla conferenza un criterio politico di ammissione ancora più stretto e selettivo per escludere definitivamente la CCI ([24]).
In conclusione si passa dalla I Conferenza, dove non solo non viene posto, ma viene addirittura osteggiato, ogni criterio politico di adesione, alla III Conferenza alla fine della quale vengono imposti dei criteri creati ad hoc per eliminare la CCI, cioè la componente di sinistra all’interno delle conferenze. La 3a Conferenza è un remake dell’esclusione della GCF del ’45 e dunque l’infausto prolungamento dei precedenti episodi di esclusione della SCI dall’IC (1926) e dall’Opposizione (1933).
La responsabilità politica assunta da BC (e dalla CWO) in questa circostanza è enorme: solo qualche mese dopo (agosto ’80) scoppia lo sciopero di massa in Polonia e il proletariato mondiale perde un’occasione d’oro di ricevere un intervento coordinato da parte dell’insieme dei gruppi della sinistra comunista.
Ma non finisce qui. Dopo qualche tempo BC e CWO, per dimostrare che non avevano distrutto un ciclo di tre conferenze e quattro anni di lavoro internazionale per niente, si inventano una quarta conferenza cui, oltre a loro, partecipa un sedicente gruppo rivoluzionario iraniano, contro il quale noi avevamo peraltro messo in guardia la stessa BC. E’ solo a distanza di qualche anno che il BIPR finalmente fa il mea culpa riconoscendo che questo gruppo di iraniani certamente rivoluzionario non era.
Anni ‘90
Arriviamo così alla fase recente degli ultimissimi anni trascorsi, rispetto ai quali noi avevamo segnalato una debole ma incoraggiante apertura al dialogo e al confronto all’interno del campo politico proletario ([25]). L’aspetto per certi versi più interessante era l’inizio di integrazione nell’attività di intervento che si stava realizzando tra la CCI e il BIPR (attraverso la sua componente inglese della CWO). Intervento concertato assieme quando non fatto addirittura in comune nei confronti, ad esempio, delle conferenze su Trotskij tenute in Russia, una riunione pubblica sulla Rivoluzione del ’17 organizzata e tenuta assieme a Londra, una comune difesa contro l’attacco di certe formazioni parassitarie, ecc. ecc. Noi abbiamo sempre condotto questi interventi con il chiaro proposito di non fagocitare chicchessia, di non creare dei cunei all’interno del BIPR tra BC e la CWO. Certo è che la maggiore apertura della CWO e la sorda assenza di BC ci ha sempre preoccupato. E alla fine, quando BC ha ritenuto che la misura fosse colma, ha fatto quadrato intorno a sé e ha chiamato i propri partner all’obbedienza di partito, pardon, di BIPR. Da quel momento in poi tutto quello che prima era stato considerato ragionevole e normale per la CWO ha cominciato a cambiare. Niente più coordinamento del lavoro in Russia, niente più riunioni pubbliche in comune, e così via. E ancora una volta una grave responsabilità grava sulle spalle del BIPR che ha consentito che per opportunismo di bottega il proletariato mondiale dovesse affrontare uno degli episodi più difficili dell’attuale fase storica, la guerra nel Kosovo, senza che la sua avanguardia riuscisse a esprimere una presa di posizione comune.
Per avere tutta la misura dell’opportunismo del BIPR a proposito del suo rifiuto al nostro appello sulla guerra è istruttivo andare a rileggere un articolo comparso su BC del novembre ‘95, “Equi-voci sulla guerra nei Balcani”. BC racconta di aver ricevuto dall’OCI ([26]) una lettera/invito a una Assemblea nazionale contro la guerra da tenersi a Milano e di aver considerato “il contenuto della lettera interessante e fortemente correttivo rispetto alle posizioni assunte dall’OCI a proposito della guerra del Golfo, di sostegno al “popolo iracheno attaccato dall’imperialismo” e fortemente polemiche nei confronti di un nostro preteso indifferentismo. (…) Manca il riferimento alla crisi del ciclo di accumulazione (…) e l’essenziale esame delle sue conseguenze sulla Federazione Yugoslavia (…). Ma non ci sembrava precludere una possibilità di iniziativa congiunta di chi si oppone alla guerra sul piano di classe” (sottolineato da noi). Come si vede, soltanto 4 anni fa, in una situazione anche meno grave di quella che abbiamo vissuto con la guerra nel Kosovo, BC sarebbe stata pronta a promuovere una iniziativa comune con un gruppo ormai chiaramente controrivoluzionario ([27]) pur di soddisfare le sue mene attivistiche, mentre alla CCI ha avuto il coraggio di dire di no perché… ha posizioni troppo distanti. Questo sì che è opportunismo.
3. Conclusioni
In questo articolo ci siamo dedicati a rispondere alla tesi del BIPR secondo cui organizzazioni come la nostra si sarebbero estraniate dal metodo e dalle prospettive di lavoro che condurranno alla aggregazione del futuro partito rivoluzionario. Per fare questo abbiamo preso in considerazione i due livelli a cui si pone il problema dell’organizzazione, e su entrambi abbiamo dimostrato che è il BIPR, e non la CCI, ad uscire fuori dalla tradizione della sinistra comunista italiana e internazionale. Di fatto l’eclettismo che guida il BIPR nella sua politica di raggruppamento somiglia tanto a quella di un Trotskij alle prese con l’edificazione della sua IV Internazionale; la visione della CCI è invece quella della Frazione italiana, che ha sempre combattuto per un raggruppamento fatto nella chiarezza e sulla base del quale recuperare gli elementi del centro, gli esitanti.
A dispetto dei vari eredi presunti, la reale continuità della Frazione italiana è rappresentata oggi dalla CCI, organizzazione che si richiama e fa proprie tutte le battaglie degli anni ‘20, degli anni ‘30 e degli anni ‘40.
31 agosto 2000 Ezechiele
[1] BIPR sta per Bureau Internazionale per il Partito Rivoluzionario ed è una organizzazione internazionale che collega le due organizzazioni Communist Workers Organisation di Gran Bretagna e il Partito Comunista Internazionalista d’Italia.
[2] Pubblicato su Battaglia Comunista n. 1, gennaio 2000 e su Internationalist Communist n. 18, inverno 2000.
[3] 21 erano anche le condizioni di adesione all’IC!
[4] A proposito dell’appello lanciato dalla CCI sulla guerra in Serbia. L’offensiva guerriera della borghesia esige una risposta unita da parte dei rivoluzionari. Revue Internationale n. 98, luglio 1999.
[5] Vedi anche Il metodo marxista e l’appello della CCI sulla guerra nella ex-Jugoslavia, Rivista Internazionale n. 23, marzo 2000.
[6] Si tratta dei punti 13 e 16 dove sussistono divergenze non di fondo ma relative all’analisi dell’attualità.
[7] Dei resoconti e delle valutazioni critiche di queste conferenze possono essere ritrovati in vari articoli della nostra Rivista Internazionale e in appositi opuscoli richiedibili al nostro indirizzo.
[8] “Durante tutto questo periodo (1930), Trotskij è informato attraverso le lettere di Rosmer. Quest’ultimo, sfavorevole alla sinistra italiana, “blocca tutte le discussioni”. Critica Prometeo che vorrebbe creare, inizialmente, delle sezioni nazionali, prima della Internazionale, e dà l’esempio di Marx e di Engels che “hanno cominciato nel 1847 il movimento comunista con un documento internazionale e con la creazione della 1a Internazionale.” Questa argomentazione merita di essere sottolineata poiché essa sarà spesso ripresa, a torto, contro la Frazione italiana” (CCI, Rapporti tra la Frazione di sinistra del PCd’I d’Italia e l’Opposizione di Sinistra Internazionale. 1923-1933).
[9] BIPR, Verso la Nuova Internazionale, Prometeo n. 1, serie VI, giugno 2000.
[10] Per una impostazione generale sul problema vedi l'articolo “Sul partito e i suoi rapporti con la classe”, testo approvato al V Congresso della CCI e pubblicato nella Revue Internationale n. 35.
[11] “I delegati (al Congresso di fondazione dell’IC) … sono per la maggior parte bolscevichi ed anche coloro che, in un modo o nell’altro, si proclamano rappresentanti del PC di Polonia e di quelli della Lettonia, dell’Ucraina, della Lituania, della Bielorussia, dell’Armenia, del gruppo unificato dei popoli della Russia orientale possono senza dubbio essere considerati rappresentanti di sezioni distaccate del partito bolscevico. (…). I soli che vengono dall’estero sono i due delegati svizzeri, Fritz Platten e Katscher, il tedesco Eberlein …, il norvegese Stange e lo svedese Grimlund, il francese Guilbeaux. Ma anche in questo caso, la loro rappresentatività può essere discussa. (…) Non restano dunque che due delegati ad avere un mandato incontestabile, lo svedese Grimlund ed Eberlein…” (da Pierre Broué, Le origini dell’Internazionale Comunista, EDI, Paris 1974, p. 35-36).
[12] E’ questa la critica che abbiamo fatto a BC a proposito della sua gestione opportunista dei rapporti con gli elementi del GLP, formazione politica i cui componenti, in rottura con l’autonomia, hanno raggiunto una mezza chiarezza, portando però con sé anche una buona dose delle confusioni di partenza: “Un intervento che, lungi dal favorire la chiarificazione di questi (elementi, ndr) e il loro definitivo approdo verso una coerenza rivoluzionaria, ne ha invece bloccato la possibile evoluzione” (da “I Gruppi di Lotta Proletaria”: un tentativo incompiuto di raggiungere una coerenza rivoluzionaria, su Rivoluzione Internazionale n. 106).
[13] Testo della 21° delle Condizioni di ammissione all’Internazionale Comunista approvate dal secondo congresso del Comintern, 6 agosto 1920, riportate in Jane Degras (a cura di), Storia dell’Internazionale Comunista, Feltrinelli, 1975).
[14] Questa politica portò come conseguenza alla emarginazione delle energie rivoluzionarie all’interno di partiti e ad esporle più facilmente alla repressione e al massacro, come nel caso della Cina.
[15] CCI, La Sinistra Comunista Italiana 1927-1952.
[16] Dall’opuscolo della CCI: Rapporti tra la Frazione di sinistra del PCd’I d’Italia e l’Opposizione di Sinistra Internazionale. 1923-1933.
[17]Vedi: Le ambiguità sulla natura di classe della “resistenza” nella fondazione del Partito Comunista Internazionalista (1943). Lettera di Battaglia Comunista e Risposta della CCI. In Rivoluzione Internazionale n. 7. Vedi anche: CCI, Storia della Sinistra comunista italiana, pag. 200.
[18] Vedi i due articoli All’origine della CCI e del BIPR, I e II parte, in Rivista Internazionale n. 22 e l’articolo A proposito dell’opuscolo “Tra le ombre del bordighismo e dei suoi epigoni, in Rivoluzione Internazionale n. 108.
[19] Anno della scissione tra l’attuale Battaglia Comunista e la componente “bordighista” del PCInt.
[20] CCI, La Sinistra Comunista Italiana 1927-1952, pag. 191-193.
[21] Alcuni ex partigiani fra cui Cervetto, Masini e Parodi aderiscono al movimento anarchico cercando di coagularsi come tendenza classista in seno ad esso con la costituzione dei Gruppi Anarchici di Azione Proletaria (GAAP) nel febbraio 1951 aventi come organo di stampa “L’Impulso”.
[22] AC nasce nel 1954 come tendenza del PCI formata da Seniga, Raimondi, ex partigiano, e Fortichiari, uno dei fondatori del PCd’I nel 1921 e rientrato nel PCI dopo esserne stato espulso. Seniga era un collaboratore di Pietro Secchia, colui che durante la resistenza definiva i gruppi alla sinistra del PCI “maschera della Gestapo” e invitava ad eliminare fisicamente i militanti di “Prometeo”. Sarà la fusione di una componente di AC con i GAAP a formare nel ’65 il gruppo Lotta Comunista.
[23] Il processo verbale della Conferenza è riprodotto in Textes preparatoires (suite), compte-rendu, correspondance de la 2e Conference des Groupes de la Gauche Communiste, Parigi, novembre ’78.
[24] Vedi Terza Conferenza internazionale dei gruppi della Sinistra comunista (Parigi, maggio 1980): Il settarismo, un’eredità da superare della controrivoluzione, in Revue Internationale n. 22, 3° trimestre 1980. Vedi pure i verbali della III Conferenza pubblicati in francese dalla CCI sottoforma di brochure ed in italiano da BC (come numero speciale di Prometeo). Nell’edizione francese è inoltre presente una nostra presa di posizione sulla conclusione delle conferenze.
[25] 6° Congresso del Partito Comunista Internazionalista. Un passo avanti per la Sinistra Comunista, in Revue Internationale n. 92; Dibattito tra i gruppi “bordighisti”. Una evoluzione significativa del campo politico proletario, in Revue Internationale n. 93; A proposito dell’opuscolo “Tra le ombre del bordighismo e dei suoi epigoni, in Rivoluzione Internazionale n. 108.
[26] OCI, Organizzazione Comunista Internazionalista.
[27] Occorre veramente tutto l’opportunismo di BC per cercare, nell’autunno ’95, dei collegamenti con un’organizzazione che, almeno da 5 anni, dalla guerra del Golfo Persico, non faceva che appoggiare un fronte imperialista contro un altro partecipando così all’intruppamento del proletariato nella carneficina imperialista. Vedi a tale proposito gli articoli pubblicati su Rivoluzione Internazionale: L’OCI: la calunnia è un venticello, n. 76, giugno ‘92; Le farneticazioni dell’OCI, n. 69, aprile ‘91; I pescecani del golfo, n. 67, dicembre ’90.
Links
[1] https://it.internationalism.org/en/tag/4/83/medio-oriente
[2] https://it.internationalism.org/en/tag/2/32/il-fronte-unito
[3] https://it.internationalism.org/en/tag/sviluppo-della-coscienza-e-dell-organizzazione-proletaria/sinistra-italiana
[4] https://it.internationalism.org/en/tag/4/79/spagna
[5] https://it.internationalism.org/en/tag/7/114/comunismo-dei-consigli
[6] https://it.internationalism.org/en/tag/5/104/spagna-1936
[7] https://it.internationalism.org/en/tag/2/26/rivoluzione-proletaria
[8] https://it.internationalism.org/en/tag/2/39/organizzazione-rivoluzionaria
[9] https://it.internationalism.org/en/tag/7/111/bureau-internazionale-per-il-partito-rivoluzionario
[10] https://it.internationalism.org/en/tag/7/112/battaglia-comunista