Dicembre 2011- Gennaio 2012
C’è stato un tempo, non così lontano, in cui i rivoluzionari non incontravano che scetticismo, derisione o scherno quando affermavano che il sistema capitalista stava andando verso la catastrofe. Oggi a dirlo sono i più accesi sostenitori del capitalismo “Il caos è qua, proprio davanti a noi”[1] (Jacques Attali, ex collaboratore del presidente Mitterrand, ex direttore del BERS[2] e, attualmente, consigliere del presidente Sarkozy). “Io credo che non vi rendiate conto che tra due giorni, o una settimana, il nostro mondo potrebbe sparire. È Armagedon… Siamo prossimi ad una grande rivoluzione sociale”[3] (Jean-Pierre Mustier, ex banchiere di Société Générale e attualmente vice direttore generale di UniCredit). Non è volentieri che questi difensori del capitalismo ammettono che il loro idolo è moribondo. Ne sono evidentemente dispiaciuti, tanto più che prendono atto che le soluzioni che propongono per salvarlo sono irrealistiche. Come sottolinea la giornalista che riporta i propositi di Jean-Pierre Mustier: “Per le soluzioni, ci si aspettava di più”. E a ragione!
Non sono certamente coloro che pensano sia impossibile un altro sistema, nonostante la loro lucidità sulle prospettive del capitalismo, a poter proporre delle soluzioni alla catastrofe che oggi si abbatte sull’umanità. Perché in questo sistema non c’è soluzione alle contraddizioni del capitalismo. Le contraddizioni con cui si scontra sono insormontabili perché non dipendono dalla “cattiva gestione” di questo o quel governo o dalla “finanza internazionale” ma semplicemente dalle stesse leggi su cui esso si fonda[4]. É solo uscendo da queste leggi, sostituendo il capitalismo con un’altra società, che l’umanità potrà superare la catastrofe nella quale affonda inesorabilmente.
L’unica soluzione è liberare l’umanità dal giogo capitalista
Come le società che lo hanno preceduto, schiavismo e feudalesimo, il capitalismo non è un sistema eterno. Lo schiavismo predominava nella società antica perché corrispondeva al livello delle tecniche agricole di allora. Quando queste si sono evolute, esigendo un diverso rapporto di produzione, la società è entrata in una crisi profonda (per esempio la decadenza romana) ed è stata sostituita dal feudalesimo dove il servo della gleba era legato alla sua terra pur lavorando su quelle del signore o cedendo a quest’ultimo una parte dei suoi raccolti. Alla fine del Medioevo questo sistema è diventato antiquato spingendo la società in una nuova crisi storica. È stato allora sostituito dal capitalismo che non era più fondato sulla piccola produzione agricola ma sul commercio, il lavoro associato e la grande industria, questi stessi permessi dai progressi della tecnologia (per esempio la macchina a vapore). A causa delle sue stesse leggi, il capitalismo oggi, è diventato, a sua volta, antiquato. E a sua volta, deve cedere il posto.
Ma cedere il posto a che cosa? Ecco la domanda angosciante che si pongono tutti quelli che, sempre più numerosi, prendono coscienza che il sistema attuale non ha più futuro, che trascina con sé l’umanità nel baratro della miseria e della barbarie. Sarebbe una pretesa da indovino descrivere nei minimi dettagli questa società futura, ma una cosa è certa: essa in primo luogo dovrà abolire la produzione mercantile e sostituirla con una produzione che ha come solo obiettivo la soddisfazione dei bisogni umani.
Oggi, siamo davanti ad una vera assurdità: in tutti i paesi aumenta la povertà estrema, la maggioranza della popolazione è costretta a privarsi sempre più, non perché il sistema non produca abbastanza ma al contrario perché produce troppo. Si pagano gli agricoltori affinché riducano la loro produzione, si chiudono le imprese, si licenziano in massa i salariati, si condannano ad uno stato di disoccupazione masse enormi di giovani lavoratori, anche quando hanno fatto lunghi anni di studi e, accanto a ciò, si obbligano gli sfruttati a stringersi di più la cinghia. La miseria e la povertà non sono la conseguenza di una mancanza di mano d’opera capace di produrre, di una mancanza di mezzi di produzione, ma di un modo di produzione che è diventato una calamità per la specie umana. É solo rigettando radicalmente la produzione per il mercato, abolendo ogni mercato, che il sistema che deve succedere al capitalismo potrà realizzare il motto: “Da ciascuno secondo i suoi mezzi, a ciascuno secondo i suoi bisogni”.
Ma come arrivare ad una tale società? Quale forza nel mondo è capace di attuare un tale sconvolgimento di tutta la vita dell’umanità?
È chiaro che un tale sconvolgimento non può essere effettuato dagli stessi capitalisti né dai governi esistenti che, TUTTI - qualunque sia il loro colore politico - difendono il sistema ed i privilegi che esso procura loro. Solo la classe sfruttata dal capitalismo, la classe dei lavoratori salariati, il proletariato, può realizzare un tale sconvolgimento. Questa classe non è la sola a subire la miseria, lo sfruttamento e l’oppressione. Nel mondo esistono ancora moltitudini di piccoli contadini poveri, anch’essi sfruttati e che spesso vivono in una miseria peggiore di quella degli operai del loro paese. Ma il posto nella società che essi occupano non consente loro di edificare la nuova società, pur essendo evidentemente essi stessi interessati dai vantaggi di un tale sconvolgimento. Sempre più rovinati dal sistema capitalista, questi piccoli produttori aspirano a far girare alla rovescia la ruota della storia, a ritornare al tempo benedetto dove potevano vivere del loro lavoro, dove le grandi compagnie agroalimentari non gli toglievano il pane dalla bocca. Diverso è per i produttori salariati del capitalismo moderno. Ciò che sta alla base del loro sfruttamento e della loro miseria, cioè del salariato, è il fatto che i mezzi di produzione sono tra le mani della classe capitalista, sotto forma di capitali privati o di capitali di Stato, e che il solo mezzo per guadagnarsi il pane ed il tetto è vendere la propria forza lavoro ai detentori del capitale. Pertanto l’abolizione del loro sfruttamento passa attraverso l’eliminazione del salariato: l’acquisto e la vendita della forza lavoro. In altri termini, l’aspirazione profonda della classe dei produttori salariati, anche se la maggioranza dei suoi membri non ne ha ancora consapevolezza, è abolire la separazione tra produttori e mezzi di produzione che caratterizza il capitalismo; è abolire i rapporti commerciali attraverso i quali sono sfruttati e che giustificano continuamente gli attacchi contro il loro reddito, poiché, come dice il padrone, e tutti i governi, “bisogna essere competitivi”. Si tratta dunque per il proletariato di espropriare i capitalisti, di prendere collettivamente in mano l’insieme della produzione mondiale per farne un mezzo di soddisfazione reale dei bisogni della specie umana.
Questa rivoluzione, poiché è di questo che si tratta, va a cozzare necessariamente contro tutti gli organi di cui il capitalismo si è dotato per stabilire e preservare il suo dominio sulla società, in primo luogo i suoi Stati, le sue forze di repressione ma anche tutto l’apparato ideologico destinato a convincere gli sfruttati, giorno dopo giorno, che non c’è altro sistema possibile che il capitalismo. La classe dominante è molto decisa ad impedire con tutti i mezzi la “grande rivoluzione sociale” che assilla il banchiere su citato e molti suoi pari.
Il compito sarà dunque immenso. Le lotte che sono state già ingaggiate contro l’aggravamento della miseria nei paesi come la Grecia e la Spagna[5]5 non sono che una prima tappa, necessaria, dei preparativi del proletariato per rovesciare il capitalismo. É in queste lotte, nella solidarietà e l’unione che esse permettono di sviluppare, è nel favorire attraverso di esse la presa di coscienza della necessità e della possibilità di rovesciare un sistema il cui fallimento diventa ogni giorno più evidente, che gli sfruttati forgeranno le armi necessarie per abolire il capitalismo e per instaurare una società infine liberata dallo sfruttamento, dalla miseria, dalle carestie e dalle guerre.
Il cammino è lungo e difficile ma non esistono altre vie. La catastrofe economica che si profila, e che suscita tanta inquietudine nel campo borghese, significherà per l’insieme degli sfruttati della terra un aggravamento terribile delle loro condizioni di esistenza. Ma permetterà anche che essi si impegnino su questa strada, quella della rivoluzione e della liberazione dell’umanità.
Fabienne, 7 dicembre 2011
(da Révolution Internationale n.428, organo della CCI in Francia)
[1] Le Journal du dimanche, 27/11/2011.
[2] Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo.
[3] www.challenges.fr/finance-et-marche/quand-l-ex-patron-de-jerome-kerviel-prevoit-l-apocalypse_1294 [1].
[4] Vedi “La crisi del debito: perché?” che analizza queste leggi e sottolinea le vere radici della crisi storica del sistema capitalista, di prossima pubblicazione in italiano sul nostro sito e attualmente disponibile in inglese [2] e francese [3].
[5] Vedi “Movimento degli indignati in Spagna, Grecia e Israele: dall’indignazione alla preparazione delle battaglie di classe [4]”, https://it.internationalism.org/node/1120 [4] ed in questo stesso numero.
L’estrema gravità della crisi economica internazionale, la particolare posizione di fragilità dell’Italia e le pressioni della borghesia a livello internazionale l’hanno avuta vinta alla fine sulle resistenze opposte da Berlusconi e dal suo governo a dimettersi. Questa transizione, che sulle prime ha suscitato finanche un certo entusiasmo in alcuni settori sociali (vedi i festeggiamenti sotto il Quirinale il giorno delle dimissioni), ha mostrato sulla distanza che, al di là delle buffonate di Berlusconi di cui nessuno sentirà la mancanza, dal punto di vista delle condizioni di vita la musica non solo rimane la stessa, ma che il nuovo governo Monti é capace di andare anche oltre negli attacchi, sfondando finanche quel presidio rinforzato da anni che sono le pensioni. In effetti, proprio perché Monti non è il leader di nessun partito, non è stato neanche eletto da nessun “popolo”, ma è stato chiamato a svolgere l’ufficio di “salvare l’Italia”, si può permettere di prendere le misure le più impopolari, come quelle che stiamo già patendo in queste settimane[1] senza che più nessuno, o quasi, osi dire niente[2]. Ma è sempre più diffusa la sensazione che tutto questo non serva a niente. Negli ultimi decenni - e più chiaramente ancora in questo ultimo scorcio di anni – il sistema capitalista mostra di non essere più capace di garantire un qualunque futuro alle giovani generazioni. Per cui sempre di più cresce la consapevolezza che non è più in gioco un singolo aumento, un singolo contratto annuale, un singolo sussidio di disoccupazione, ma che c’è da recuperare una dimensione nuova di società e che questo lo si può fare solo a livello unito, globale. Ma questa consapevolezza fa fatica a farsi avanti fino in fondo perché, come abbiamo detto tante volte, il proletariato ha ancora da recuperare la fiducia in sé stesso, deve ancora riconoscersi come classe, deve riallacciare la sua storia a quella delle generazioni che l’hanno preceduto.
Uno degli elementi importanti che giocano da freno sulla classe operaia è in particolare il sindacato e la logica sindacale. Infatti, che significa lotta sindacale? Significa anzitutto dare la delega della propria lotta ad una squadra di esperti che si incaricano per la classe di portare avanti la vertenza. E quando la delegazione del sindacato tratta col padrone, ai lavoratori tocca aspettare i risultati e sperare che questi siano i migliori possibili. In conclusione il sindacato, ammesso (e non concesso) che riesca a fare un buon lavoro, in ogni caso espropria la classe della sua iniziativa, della sua capacità di portare avanti la lotta. Ma, ancora, che significa oggi lottare? E’ possibile ottenere qualcosa stando chiusi nelle proprie fabbriche in 100, 500 o finanche in 10.000? O non è molto più efficace una lotta che, pur utilizzando la fabbrica come punto di appoggio, si porti all’esterno alla ricerca di altri compagni di lotta che, pur facendo parte di altre fabbriche, altri settori o che siano addirittura senza lavoro, avvertano l’esigenza di unirsi alla lotta perché si riconoscono alla fine negli stessi obiettivi? Nella misura in cui, come detto, questa società ci sottopone ad attacchi sempre più massicci e generalizzati, non è possibile pensare di poter resistere rimanendo divisi fabbrica per fabbrica, città per città, paese per paese, ... E’ per questo che la logica sindacale è perdente, perché è intrinsecamente votata alla trattativa locale, settoriale e non parte invece dalla necessaria unità dei lavoratori, non intesi come somma delle singole situazioni di lotta ma come unico soggetto agente che lotta per un futuro diverso.
Se si dà uno sguardo alla mappa della lotta di classe presente oggi in Italia, c’è da rimanere stupiti per il numero di lotte che si svolgono contemporaneamente in questo paese. La scintilla per far scoppiare una lotta, d’altra parte, con la situazione che c’è, non è difficile da trovare. Il problema però è che tipo di lotte si sviluppano in questo momento. In qualche modo è proprio l’esitazione presente nella classe a prendere in mano la situazione, ad accettare la sfida della storia, ad avere fiducia nella propria iniziativa che la spinge a dare la delega a dei rappresentanti sindacali. Non tanto ai grandi sindacati, la CGIL, la CISL e la UIL, che ormai da parecchi anni sostengono una “responsabile” politica di sostegno alle misure antioperaie dei vari governi, tant’è che la loro popolarità è calata notevolmente[3], ma a quelli che non si sono sporcati le mani firmando i vari protocolli di intesa con i governi di turno, ai vari sindacati cosiddetti di base, che dicono di battersi per una reale difesa degli interessi proletari, o al limite alla FIOM, che ha coperto un ruolo di maggiore combattività all’interno della CGIL. Ed effettivamente si vede che, quando la lotta diventa tesa, sul fronte di lotta dei sindacati ufficiali è presente solo la FIOM (che pur essendo un sindacato categoriale dei metalmeccanici, sta giocando negli ultimi tempi un ruolo da jolly anche in altri settori, come i disoccupati, gli studenti,…). Ma più di frequente il S.I.Cobas[4], la CUB[5], l’USB[6], lo SLAI Cobas[7], ecc.
Per capire più precisamente che vogliamo dire quando diciamo che la logica sindacale non è quella che risponde alle esigenze proletarie di questa fase storica, diamo un’occhiata più da vicino a quello che succede nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro in genere, a cominciare da una di quelle che sta diventando il luogo simbolo della lotta in Italia negli ultimi mesi, l’Esselunga di Pioltello.
A Pioltello, Milano sono mesi che i 300 lavoratori della cooperativa SAFRA appaltata dalla Esselunga sono in agitazione, con un’accentuazione di scioperi continui dall’inizio di ottobre scorso[8]. I lavoratori, sostenuti dal SICobas, hanno dato vita ad un presidio permanente all’ingresso dello stabilimento sia per creare un punto di incontro e di solidarietà con gli esterni alla lotta, sia per portare avanti la tattica del blocco del traffico dei camion in entrata e in uscita. Nel caso specifico il blocco delle merci costituisce un’arma particolarmente importante perché significa bloccare il rifornimento dei punti vendita e quindi spegnere la fonte di entrate dell’impresa. La risposta padronale è stata particolarmente dura[9]: polizia permanente davanti alle fabbriche, con ripetuti interventi per forzare i picchetti operai e lettere di licenziamento a 15 degli operai più combattivi. In più, “a ben tre anni di distanza, stanno arrivando una serie di avvisi di garanzia per la mobilitazione dei lavoratori delle coop alla Bennet di Origgio, la lotta che ha dato il via alle agitazioni tuttora in corso nelle cooperative. Lavoratori, iscritti del SI Cobas (allora eravamo Slai Cobas), compagni del CSA Vittoria e del Coordinamento di Sostegno alle lotte delle Cooperative, sono raggiunti da avvisi di garanzia con accuse di "resistenza", "lesioni", ecc.”[10]
Lo scenario, cambiando il nome dell’azienda e il luogo, è pressoché identico in centinaia di altri luoghi di lavoro, di cui ricordiamo solo alcuni dei più recenti o significativi:
- le Ceramiche Ricchetti di Mordano/Bologna, con 62 lavoratori in bilico[11],
- la ditta di trasporti CEVA di Cortemaggiore/Piacenza, dove coloro che sono impiegati come facchini da tempo lamentano mancanze contrattuali inaccettabili. “Le tredicesime e le quattordicesime vengono segnate come pagate nelle buste paga, ma in realtà quel denaro non ci viene versato” spiega Elmitwali, delegato Si Cobas tra i facchini “Chiediamo solo il rispetto dell’accordo sancito tra la cooperativa e il nostro sindacato”[12];
- le Cooperative di trasporto di Bergamo, con 150 operai in sciopero, la stragrande maggioranza dei quali immigrati;
- la Elnagh di Trivolzio, Pavia, fabbrica di camper, dove c’è minaccia di chiusura e di licenziamento per i 130 lavoratori dell’azienda;
- ex-ILA di Porto Vesme, Carbonia Iglesias, che produceva profilati di alluminio, dove il 31 Dicembre scade per i 166 lavoratori il termine degli ammortizzatori sociali;
- Ferrovie dello Stato, con 800 lavoratori tra manutentori, impiegati, personale viaggiante, addetti alle pulizie che sono stati licenziati dall’inizio di dicembre, provocando così l’occupazione da parte di alcuni di questi di una delle torri della stazione di Milano centrale[13];
- Iribus di Valle Ufita, Avellino che chiude la produzione di autobus mettendo sulla strada 600 lavoratori;
- FIAT di Termini Imerese, che chiude anch’essa la produzione di auto mettendo in mobilità 640 lavoratori che, dopo 2 anni di cassa integrazione, se non riusciranno con le varie agevolazioni ad andare in pensione, saranno assunti da un’azienda balorda, la DR Motors, “minuscola casa automobilistica specializzata nel ricarrozzare, parzialmente, auto cinesi. Marchio dalle ridottissime quote di mercato, un mercato per di più in generale restrizione, per cui la capacità produttiva di Termini appare grandemente eccedente”.[14]
- Innova Service, azienda che gestisce le portinerie sull’area dell'ex Alfa Romeo di Arese, dove una cinquantina di operai licenziati hanno organizzato un presidio all’interno di un supermercato Iper in piazzale Accursio a Milano.
- la Jabil, ex Siemens Nokia, Cassina de’ Pecchi, Milano, con 325 licenziati, dove il padrone ha chiuso la fabbrica con una serrata e successivamente i lavoratori l’hanno occupata per evitarne lo smantellamento[15].
- precari della ricerca dell’Ospedale Gaslini di Genova, dove 200 lavoratori circa molti dei quali attendono la stabilizzazione del posto di lavoro da oltre 15 anni hanno dato luogo ad un presidio fuori l’ospedale;
- la petroliera Marettimo Mednav, a Trapani, presa all’arrembaggio da 58 operai del Cantiere Navale di Trapani dopo due mesi di presidio permanente davanti i cancelli del Cantiere, discussioni, assemblee, solidarietà, ecc. Adesso, “ogni sera intorno alle 23:00, gli operai all’arrembaggio della Marettimo Mednav ricordano alla cittadinanza trapanese la loro esistenza con un disperato TamTam tribale, che risuona per le vie limitrofe al porto, riecheggia sui balconi e sulle terrazze dei familiari e amici dei 58 operai prossimi alla mobilità”[16].
- le 29 operaie in cassa integrazione della Tacconi, Latina, che occupano da oltre 300 giorni lo stabilimento nella speranza che la loro ditta … fallisca per avere diritto ad un intervento dello Stato.[17]
Come si vede esiste un potenziale di lotta incredibile, con lotte a volte commoventi e sempre di grande valore. Ci sono decine di migliaia di proletari che sono riscaldati al colore rosso vivo sul piano della lotta, ma che esprimono la loro combattività nel chiuso del loro posto di lavoro. Infatti il minimo comune denominatore di tutte le lotte citate, e di tante altre non citate ma che esistono sul territorio, è la presenza di:
· presidi agli ingressi dei posti di lavoro, per bloccare l’attività della fabbrica e per impedire ai “crumiri” di entrare;
· una sorveglianza della fabbrica, che in caso di una sua chiusura diventa anche una sua occupazione con l’intento di impedire un suo eventuale smantellamento (come alla Elnagh di Trivolzio,…);
· una solidarietà espressa da proletari e cittadini generici che portano soldi, alimenti e il proprio sostegno personale;
· costituzione di casse di solidarietà per sostenere i proletari colpiti da licenziamenti o da decurtazioni per le numerose giornate di sciopero.
Anche se tutto questo esprime certamente un grande potenziale di lotta, il fatto che tutto ciò non vada oltre la dimensione della propria fabbrica - cosa favorita particolarmente dalla logica sindacale - diventa a lungo andare una trappola. Non è un caso se in tanti casi i lavoratori, intenti a fare settimane e mesi di lotte estenuanti ai cancelli delle proprie fabbriche o sui tetti o le ciminiere di una fabbrica, lamentino il fatto di rimanere inascoltati da altri proletari. Per evitare questo occorre ribaltare la logica della lotta, bisogna uscire dalla propria fabbrica mandando delle delegazioni in altre fabbriche, in altri posti di lavoro. La solidarietà è un’arma essenziale della lotta di classe, ma non è qualcosa che funziona a senso unico. La solidarietà significa un mutuo sostegno tra diversi settori della classe in lotta e tra gli stessi proletari. Perché dovrebbe vincere la lotta dei proletari di 100 aziende diverse, ognuna in lotta per conto proprio, e non piuttosto la lotta di tutte e 100 aziende messe assieme, con tutti i proletari che vi appartengono, indipendentemente da quali siano le loro condizioni di partenza?
Il futuro prossimo cui siamo confrontati dipende strettamente da questa alternativa. Se gli operai di fabbrica resteranno fermi nelle loro fabbriche mentre i giovani senza lavoro e senza speranze continueranno a scontrarsi nelle piazze contro il falso obiettivo della polizia, le cose stenteranno a maturare. Se invece gli uni e gli altri ritroveranno un percorso comune, a livello di assemblee, di manifestazioni, di delegazioni di massa inviate da un posto di lavoro ad un altro, allora la prospettiva che si apre sarà tutt’altra.
Ezechiele, 18 dicembre 2011
[1] Vedi l’articolo “Tolto Berlusconi resta la crisi e le sue batoste sulla pelle dei proletari” in questo stesso numero.
[2] L’opposizione della Lega serve solo a fare un poco di colore e a recuperare credibilità per un partito che si era molto screditato negli ultimi tempi appoggiando Berlusconi. La Lega è arrivata addirittura a recuperare la dimensione proletaria con la deputata leghista che interviene con indosso la tuta da operaia … ma con lo stipendio da deputata!
[3] Solo di recente, ed in seguito al cambio di governo, la triplice sindacale sembra aver cambiato politica tornando a fare opposizione “intransigente” contro la manovra del governo, e per di più unitaria e non più con le divisioni che hanno caratterizzato la fase precedente. Evidentemente le cose sono diventate così grosse – e il discredito così importante – che non era possibile rinviare ulteriormente un recupero di credibilità con un po’ di scioperi.
[4] Sindacato Intercategoriale dei CoBas, scissione dello SLAI Cobas.
[5] Confederazione Unitaria di Base
[6] Sorta nel 2010 dalla unificazione di Rdb-Cub, Sindacato dei Lavoratori e parte della Cub
[7] Sindacato Lavoratori Autonomi Intercategoriale Cobas
[8] https://www.youtube.com/watch?feature=endscreen&v=EKZgYvto0A8&NR=1 [7], https://www.youtube.com/watch?v=FNheQ6sNgAU&feature=related [8]
[9] E’ emblematico che il capo della Esselunga, Caprotti, si sia sempre dato arie da grande democratico, come si evince da questo video (https://www.youtube.com/watch?v=ZskBPlKmSyk&feature=related [9]), dove arriva a parlare dell’azienda come di un monastero. Ma la sua è evidentemente tutta e solo immagine pubblicitaria, come sapientemente denunciato in questi altri imperdibili video: https://www.youtube.com/watch?NR=1&v=CbcFLo41si4&feature=endscreen [10] e https://www.youtube.com/watch?NR=1&v=XGYw4PxjatM [11].
[10] S.I. COBAS NOTIZIE del 22/11/2011.
[13] https://napolioltre.forumfree.it/?t=59355199#lastpost e https://www.youtube.com/watch?feature=endscreen&NR=1&v=zrKtiJBQk-s [14]
[14] https://www.facebook.com/notes/metalmeccanici-autorganizzati/termini-la-fiat-chiude/314291481931388 [15]
[15] https://www.youtube.com/watch?v=3thJLYg6zms [16], https://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/15/jabil-lazienda-chiude-senza-lavoro-operai-lotta-occupano-fabbrica/ [17]. Vedi anche la discussione sul forum https://napolioltre.forumfree.it/?t=58572467 [18].
Le dimissioni di Berlusconi richieste all’infinito da tutti o quasi tutti, non solo in Italia ma da tutto il mondo, hanno fatto tirare un respiro di sollievo a chi pensava di essere arrivato al bordo del precipizio. Il colpo finale glielo ha dato lo spread[1], che si innalzava giorno dopo giorno.
Chi poteva a questo punto “salvare” l’Italia e di conseguenza l’Europa se non uno “al di sopra” delle parti, uno che non si rispecchiasse nelle logiche parlamentari e dei partiti. Uno che non aveva nulla da perdere, qualunque cosa facesse. Uno delle istituzioni, insomma. E come si usava nel medioevo e forse anche prima, gli è arrivata l’investitura di duca, ovvero senatore, in modo che nessuno avesse da ridire sul suo incarico da Primo Ministro. Il governo cosiddetto tecnico da lui organizzato sembra un commando militare per operazioni speciali. Eseguire un compito, vita o morte! Qualcuno ha cercato di trovare delle macchie nella vita di questo o quel ministro, cosa facile nel governo precedente, ma qui subito è stato messo a tacere. Sono tutti esperti. In che cosa? Nel dare una casa ai senzatetto? Nel dare un lavoro ai disoccupati? Nel risanare i conti scovando evasori e svuotando le casseforti dei miliardari? Potremmo continuare ad elencare le cose che si potrebbero fare ma che nessun governo farà mai. Niente di tutto questo.
Farà ciò che hanno sempre fatto tutti i governi dei padroni, da che mondo è mondo, ma lo farà sommando tutto ciò che hanno fatto prima. Inutile andare nei dettagli perché i media ne dicono tanti e Monti potrebbe modificarne alcuni dopo il dibattito parlamentare. Comunque è sicuro che pagheremo più tasse sia dirette (casa, imposta comunale, ecc.) sia indirette (tagli ai servizi che ricadranno sui cittadini). Pagheremo di più perché, mentre i prezzi galoppano, i salari e le pensioni resteranno bloccati. Pagheremo di più perché lavoreremo di più, molto di più. Altro che vivere di più! Aumenterà la mortalità perché molti non si cureranno, non faranno analisi cliniche, risparmieranno sul cibo, sulle medicine, sul riscaldamento e così via. Perché moriranno sul lavoro a causa di incidenti dovuti a vecchiaia e a stanchezza - dovendo fare straordinari - e a mancata prevenzione. E se non moriranno, molti avranno una pessima vecchiaia con malattie dovute allo stress, con misere pensioni, mancanza di trattamenti sanitari. Fermiamoci qui per ora.
Questo governo non può fare diversamente dall’attaccare lavoratori e pensionati perché deve avere la fiducia del parlamento e i deputati e i senatori sono espressione della borghesia. Forse sotto la pressione dell’opinione pubblica, che si aspettava una manovra cosiddetta più equa, farà qualche concessione togliendo qualche briciola a dei settori della borghesia.
Ma come mai questo governo riesce a fare una manovra così spregiudicata?
Ci riesce perché non ha nulla da perdere: Monti e i suoi ministri non hanno un partito alle spalle da proteggere per gli anni a venire, non hanno elettori che possono perdere, non hanno interessi particolari da difendere. E soprattutto questo governo è sostenuto da tutti i media perché è autorevole, non concede spazio agli scandali di qualsiasi natura e fa sentire sulle spalle di tutti la spada di Damocle del debito pubblico e dell’eventuale crollo dell’euro.
Ma questa pazzesca manovra che cambierà la vita a milioni di lavoratori, trattenendoli sul posto di lavoro fino a 65-70 anni, impedendo a milioni di giovani di avere un ruolo sociale, che affamerà i pensionati, servirà a qualcosa? Cioè riuscirà a riportare un benché minimo ritorno ad una vita normale senza sussulti continui, dove si possa ricominciare a pensare al futuro, farsi una famiglia, avere dei figli, dormire insomma sonni tranquilli anche se con qualche spesa? Riuscirà a rimettere a posto i conti dello Stato e a dare ripresa allo sviluppo economico?
No! Niente di tutto questo! Perché?
Facciamo un po’ di conti con cifre tonde.
Il debito dello Stato a tutt’oggi si aggira attorno ai 1.900 miliardi di euro. Gli interessi annui su questo debito sono all’incirca 80 miliardi[2]. I tassi pagati anni fa erano più bassi, oggi tutti i BTP e simili in scadenza vengono rifinanziati a tassi elevati, vedi l’aumento del cosiddetto spread. Questo significa che ogni anno lo Stato deve non solo far quadrare i conti tra entrate ed uscite (pareggio di bilancio) ma anche avere un surplus per coprire e non aggravare il debito statale. Per ottenere il pareggio di bilancio lo Stato dovrebbe fare delle politiche che portino ad un tasso di crescita del Pil, cioè più investimenti, più esportazioni con un aumento della produttività e diminuzione dei costi (pensione, lavoro, scuola, sanità, ecc.) e nello stesso tempo effettuare una gigantesca dismissione dei suoi beni sia immobiliari sia di partecipazione azionaria. E in tempi di crisi chi acquista?
Su Wikipedia c’è una trattazione matematica della questione del debito e delle varie possibili soluzioni molto precisa che esamina il caso Italia con numeri simili alla nostra realtà[3], da cui si arriva a capire che partendo da un Pil di 1666 miliardi di € e con un debito al 120% del Pil, con tassi di interesse al 7%, affinché si verifichi il pareggio di bilancio, occorre che vi sia un avanzo primario di 118 miliardi di €, cioè che le entrate siano più delle uscite di 118 miliardi di €.
Quindi, per ottenere ogni anno una cifra del genere, lo Stato deve svenarsi dal punto di vista dei suoi beni e deve svenare fino all’inverosimile i lavoratori e i pensionati oltre che ridurre all’osso le prestazioni sulla salute e l’educazione dei suoi cittadini. E tutto per il solo pareggio di bilancio (interessi compresi) senza scalfire il debito, che resterebbe identico. Ma con la crisi economica mondiale, con le politiche aggressive di Stati meglio dotati, l’Italia avrà enormi difficoltà a non aggravare il debito in valore assoluto e in rapporto al PIL. Dopotutto i grafici che rappresentano il debito di tutti i paesi evidenziano come non ci sia scampo alla sua crescita. La situazione è simile a quella che ha ogni persona caduta sotto le grinfie degli usurai, una volta che non si riesce a ripagare il debito entro brevi tempi ci si impoverisce sempre più, svendendo tutto e finendo per... dichiarare fallimento! Ma prima che avvenga questo fallimento, la situazione sociale diventerebbe insostenibile dal punto di vista delle classi sfruttate, la miseria e la povertà la farebbero da padroni, le speranze di vita media crollerebbero, la delinquenza sarebbe inimmaginabile.
Data questa situazione, qualsiasi risposta alle manovre del governo Monti che resti nell’ambito delle compatibilità dello Stato (facciamo pagare l’Ici alla Chiesa cattolica, non paghiamo il debito, facciamo un’imposta patrimoniale, no alle spese militari, etc.) non farebbe che bloccare qualsiasi iniziativa di classe. La questione del debito è irrisolvibile mentre è possibile fare in modo che gli attacchi contro la classe non siano facilmente attuabili, dando una risposta massiccia e unitaria da parte di tutti i lavoratori, studenti, pensionati. Ciò è possibile se ci si libera delle catene sindacali e dell’ideologia borghese che dice che siamo tutti sulla stessa barca che rischia di affondare.
Non è vero che siamo tutti sulla stessa barca. Gli sfruttati hanno la possibilità e la capacità di sganciare la decomposta barca borghese e liberarsi di tutti i fardelli di questa società senza futuro.
Oblomov, 10 dicembre 2011
link interessanti:
it.wikipedia.org/wiki/Stati_per_debito_pubblico [24]
www.dt.mef.gov.it//it/debito_pubblico/_link_rapidi/debito_pubblico.html [25]
[1] Lo “spread Btp-Bund” altro non è che la differenza (spread in inglese) tra i rendimenti dei Bund (titoli tedeschi) e dei Btp (titoli di stato italiani). Come si calcola ? Si prende un Btp a 10 anni e si calcola il rendimento a scadenza. Poi si prende un Bund a 10 anni e si calcola il rendimento a scadenza. Facendo la differenza tra questi due rendimenti si ottiene lo spread.
[2] Da “Via d’uscita dal labirinto del debito” su Il Sole 24 ore del 24 agosto 2011: “L’intero mondo avanzato si è perso nel labirinto del debito, da cui è difficilissimo uscire una volta che vi si è entrati, come dimostra l’esperienza italiana. Infatti, un Paese come il nostro, con un debito pubblico di 1.900 miliardi di euro in gran parte ereditato dal passato, se vuole mantenere tale debito semplicemente invariato in livello assoluto deve conseguire un bilancio statale rigorosamente in pareggio. Il che significa non soltanto avere entrate superiori alle spese di esercizio ma anche in grado di pagare gli enormi interessi sul debito stesso, pari attualmente a circa 80 miliardi all’anno. Per ‘neutralizzare’ questa cifra il nostro avanzo primario dovrebbe essere già ora di pari entità. Vale a dire che le attuali entrate dovrebbero essere superiori alle normali spese di esercizio di circa 5 punti percentuali di Pil. Il che, purtroppo, per il momento è solo un obiettivo che stiamo cercando faticosamente di raggiungere.
A fine 2010, infatti, il nostro bilancio primario era quasi in pareggio, tra i migliori in Europa, pari a -0,1 punti di Pil, ma il deficit statale complessivo era comunque ancora del 4,6%, composto, per l’appunto, di 4,5 punti di interessi sul debito e solo di un modesto disavanzo primario di 0,1 punti.
Con la manovra attualmente in via di definizione, resasi necessaria per il precipitare degli eventi, per l’impennata dei tassi e per dare di conseguenza un chiaro segnale di reazione ai mercati, l’Italia dovrebbe raggiungere l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013, cioè assai prima di tutti gli altri grandi Paesi europei e degli Stati Uniti.
Vale a dire che a quella data il nostro surplus primario annuale sarà finalmente di circa 80 miliardi di euro: la cifra necessaria per pagare completamente gli interessi. A quel punto e solo allora il livello assoluto del nostro debito pubblico, che sarà arrivato intanto a 2mila miliardi di euro, smetterà di crescere. Ma a quella data, assumendo che nel frattempo la crescita nominale del Pil possa essere stata almeno del 3% annuo, il nostro debito pubblico sarà ancora pari a circa il 118% del Pil, cioè di un punto soltanto inferiore a oggi. Come abbattere dunque questo rapporto ancora troppo elevato persino nel fatidico 2013?” st.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-08-23/uscita-labirinto-debito-223808_PRN.shtml [26].
Pubblichiamo qui di seguito la presentazione fatta alle nostre riunioni pubbliche di dicembre su questo tema. La presentazione è basata sull’articolo, dallo stesso titolo, pubblicato sul nostro sito (https://it.internationalism.org/node/1120 [4]) che argomenta più estesamente gli elementi di analisi qui presentati. La preoccupazione di questo articolo e della presentazione che segue è fare un bilancio dei movimenti degli Indignati che si sono sviluppati in Spagna, in Grecia ed in Israele per comprendere cosa hanno rappresentato questi movimenti e quali lezioni e prospettive se ne possono trarre per le lotte future[1].
La nostra presentazione
Perché è importante fare questo bilancio?
Perché questi movimenti esprimono un fenomeno nuovo di risposta della classe operaia:
- per l’ampiezza internazionale di questi movimenti che, partiti dall’Egitto, dalla Spagna, dalla Grecia, da Israele, hanno avuto un’eco importante nel resto del mondo: dagli Stati Uniti all’Italia, dalla Germania al Messico, dal Cile all’Inghilterra, ecc.;
- per la partecipazione di massa in questi movimenti: migliaia e migliaia di proletari, occupati, disoccupati, precari e soprattutto giovani, insieme a migliaia di elementi provenienti da strati sociali in via di proletarizzazione;
- per le modalità della lotta: occupazione di una piazza per farne un centro di aggregazione e dibattito e assemblee generali;
- per la profondità della crisi economica che costringerà ancora la borghesia a colpire ulteriormente e su tutti i piani i proletari, ma anche strati sempre più ampi di popolazione, e questo non potrà che far crescere la tendenza alla reazione, non solo sui posti di lavoro, ma anche con movimenti come quelli degli Indignati.
Capire quindi di cosa sono espressione questi movimenti, quali ne sono i punti di forza e quali i punti di debolezza è essenziale per capire quali sono le prospettive per la lotta di classe.
Come possiamo fare questo bilancio?
I commenti che spesso sentiamo sono del tipo: “Tutto sommato cosa hanno ottenuto questi movimenti? Niente!”, “E’ vero, migliaia di persone sono scese in piazza, ma per cosa? Per difendere una Vera Democrazia!”, “E’ vero, si scende in piazza, ma nei fatti dietro forze politiche e sindacati camuffati”. Effettivamente questo è quello che appare se si fotografano questi movimenti, se si guardano con un’ottica immediatista ed empirica. Ma i movimenti sociali non possono essere valutati con questo metodo che è tipico di questa società. Si può comprendere a fondo un movimento sociale solo ponendolo in un quadro storico e mondiale, prendendo in esame la dinamica storica che lo ha fatto maturare e soprattutto vedendo non quello che è in un dato momento ma quello che può diventare, o meglio il terreno che può costruire, sulla base delle tendenze, delle forze e delle prospettive che esso contiene, quindi del futuro che può annunciare.
Per questo motivo vogliamo ricordare brevemente gli elementi essenziali del contesto storico e della dinamica in cui, secondo noi, vanno valutati questi movimenti.
Il primo elemento di contesto storico che dobbiamo ricordare è quello della decadenza del capitalismo[2], cioè il fatto che il capitalismo ha raggiunto il suo limite come sistema di produzione.
Il raggiungimento di questo limite pone all’ordine del giorno la necessità del superamento del sistema capitalista, cioè della rivoluzione comunista. Perché essa possa compiersi è necessario che il soggetto capace di farla, il proletariato, prenda coscienza della sua necessità e della propria capacità di costruire una società diversa. Dall’inizio della decadenza del capitalismo il proletariato si è trovato più volte a cercare di dare una svolta alla storia.
La prima è stata la Prima Guerra Mondiale, a cui ha risposto con l’ondata rivoluzionaria dal ‘17 al ‘23, che fu alla fine sconfitta. La seconda fu la grande crisi del ‘29 e successivamente il secondo olocausto mondiale dove, a causa della profonda sconfitta degli anni venti e la controrivoluzione stalinista, il proletariato non riuscì ad andare al di là di sporadiche e limitate reazioni di lotta, anzi fu anche portato a credere che la democrazia e lo Stato assistenziale fossero una sua vittoria.
Il terzo momento si ha con il riapparire della crisi economica aperta alla fine degli anni 60 dove il proletariato riprende una dinamica di lotta sul proprio terreno di classe il cui punto più altro è stato lo sciopero di massa in Polonia nell’80, dinamica che viene interrotta dal crollo del blocco dei cosiddetti paesi socialisti dell’Est[3] e la conseguente campagna sulla fine del comunismo scatenata dalla borghesia.
Una campagna che crea disorientamento nella classe e un suo vero e proprio riflusso sia sul piano della coscienza che della combattività.
Da questo riflusso il proletariato inizia ad uscirne, lentamente e con grandi difficoltà solo all’inizio del nuovo millennio con lotte sporadiche e isolate. Dal 2003 le lotte aperte si intensificano a livello internazionale con momenti particolarmente importanti (CPE in Francia e Vigo in Spagna nel 2006, lotte di massa in Egitto ne 2007, rivolta dei giovani in Grecia a partire dal 2008, …).
Importanti per la tendenza ad estendere la lotta ed a ricercare o dare la solidarietà, ad utilizzare le assemblee generali come strumento per decidere e gestire la lotta con le proprie mani, una tendenza a porsi delle domande sul futuro, sulla prospettiva, soprattutto da parte della nuova generazione.
Il movimento degli Indignati in Spagna, Israele e Grecia e le loro ripercussioni in molti altri paesi sono senz’altro una reazione all’accelerazione brutale della crisi economica, ma soprattutto sono il frutto di questa dinamica di faticosa e tortuosa, ma decisa ripresa dello scontro di classe a livello mondiale.
Se questo è il quadro storico ed internazionale, come comprendere le debolezze ed i punti di forza di questi movimenti?
La prima cosa da tenere presente è che non esistono lotte o movimenti “puri”. In ogni lotta, in ogni movimento, al di là dell’azione specifica delle forze politiche borghesi e dei sindacati, c’è sempre una lotta che si opera tra il peso dell’ideologia e delle mistificazioni borghesi nella classe e lo sforzo da parte del proletariato di liberarsi di queste ed attestare i propri principi, le proprie posizioni politiche ed i propri metodi di lotta.
Questo si traduce nei movimenti degli Indignati in una lotta tra il peso delle illusioni e delle mistificazioni borghesi tendenti a configurare un’ala “riformista e democratica” e delle posizioni ancora minoritarie di natura più propriamente proletarie che cominciano a vedere che il capitalismo non offre alcun futuro e che bisogna costruire qualcosa di nuovo.
Ma in più, bisogna tener presenti altri due elementi che caratterizzano questa fase ed in particolare questi movimenti:
- il fatto che la partecipazione del proletariato come classe non è stata dominante. I proletari vi hanno partecipato come individui, come salariati, precari, disoccupati, senza quella forza, quella coesione e quella chiarezza che dà il fatto di agire collettivamente con la consapevolezza di far parte di un’unica classe. Questo deriva da quel lungo periodo di riflusso attraversato dal proletariato di cui parlavamo prima che ha significato la perdita della propria identità di classe e della fiducia in se stesso;
- la presenza di strati sociali non proletari, ma che si stanno proletarizzando, sui quali il peso dell’ideologia democratica e delle illusioni riformistiche è ben maggiore, anche se la realtà della crisi economica li spinge a reagire scendendo in piazza e ricercando delle risposte alternative alle spiegazioni sempre più inefficaci che la borghesia propina sul perché stanno finendo in miseria.
Questi due elementi però non ci possono portare a ritenere questi movimenti interclassisti e quindi a sottovalutarne l’importanza. La presenza del proletariato va riconosciuta invece negli elementi di maturazione di coscienza e nei metodi di lotta di questi movimenti.
Quali sono gli elementi di maturazione in questi movimenti?
- La contestazione della democrazia e la fine del presunto “Stato assistenziale”. Per mantenere il suo dominio ideologico sul proletariato, la borghesia si è basata per decenni su due pilastri: la democrazia, cioè l’idea della giustizia sociale, della possibilità, illusoria in questa società, di avere tutti la possibilità di partecipare alle decisioni riguardanti la società attraverso dei propri rappresentanti, e lo “Stato sociale”, cioè l’idea di uno Stato al di sopra delle parti, che garantisce i diritti basilari della sopravvivenza: una sicurezza di fronte alla disoccupazione, la pensione, la gratuità delle cure mediche e dell’educazione, degli alloggi sociali.
La crisi economica sta smantellando ogni forma di Stato sociale e sta mettendo a nudo la vera natura e l’ipocrisia dello Stato, delle sue istituzioni e delle sue forze politiche.
Alla base delle lotte in Grecia, in Spagna o in Israele c’è stata proprio l’inquietudine creata dalla soppressione dei sussidi sociali. Ed è la stessa inquietudine che adesso avvertono i proletari in Italia con i tagli della nuova finanziaria.
Così come si è manifestata l’indignazione rispetto al fatto che i ricchi e il loro personale politico siano sempre più ricchi e corrotti, che la grande maggioranza della popolazione sia trattata come una merce al servizio dei privilegi scandalosi della minoranza sfruttatrice.
E’ evidente quindi che, nonostante tutte le illusioni, le confusioni e le debolezze che ci sono ancora, questi due pilastri della borghesia iniziano nei fatti ad essere messi in discussione e, col peggiorare della crisi e le conseguenze disastrose che provocherà, questa rimessa in discussione non potrà che approfondirsi.
- Questo inizio di rimessa in discussione porta ad un altro elemento importante di questi movimenti che è l’inizio della politicizzazione: al di là delle false risposte che vengono o verranno date, è importante che grandi masse stanno iniziando a implicarsi direttamente e attivamente nelle grandi questioni della società: la natura della crisi, il ruolo dello Stato e delle sue istituzioni, la prospettiva futura. Queste questioni sono state al centro delle assemblee. E questo, nonostante il peso dell’apoliticismo ancora fortemente presente in questi movimenti, è l’inizio di un passaggio importante dalla sola lotta di difesa economica alla lotta politica di emancipazione del proletariato;
- l’entrata in lotta di nuove generazioni del proletariato con la differenza importante rispetto ai movimenti del 1968 che, mentre la gioventù di allora tendeva a ripartire da zero e considerava i più anziani come “sconfitti e imborghesiti”, oggi c’è una lotta che unisce tutte le generazioni della classe operaia.
Inoltre, l’entrata in lotta di questa nuova generazione che si pone il problema della prospettiva è un incoraggiamento formidabile per le generazioni che hanno subito il riflusso e fanno fatica a superare le loro esitazioni;
- la cultura del dibattito: questa è un’arma fondamentale per la crescita del proletariato come classe capace di costruire una nuova società, perché la determinazione delle masse proletarie a sbarazzarsi del capitalismo viene dalla chiarezza e questa non nasce per decreto, né è il frutto di un indottrinamento da parte di una minoranza detentrice della “verità”, ma è il prodotto della combinazione dell’esperienza, della lotta e in particolare del dibattito reale e costruttivo all’interno della classe. E questa cultura del dibattito è stata molto presente in questi movimenti dove tutte le questioni politiche, sociali, economiche sono state discusse in piazza, nelle assemblee, nei dibattiti improvvisati;
- il modo di considerare la questione della violenza: la borghesia ha tentato più volte di trascinare il movimento degli Indignati (soprattutto in Spagna) nella trappola degli scontri violenti contro la polizia in un contesto di dispersione e di debolezza, per poter così screditare il movimento e rendere più facile il suo isolamento. In molte situazioni queste trappole sono state evitate, come in Spagna ad esempio, non per pacifismo, ma perché appunto si è capito che non era questo il terreno per sviluppare la partecipazione alla lotta. Inoltre è iniziata ad emergere una riflessione attiva sulla questione della violenza, una riflessione necessaria perché più la crisi lascerà pochi margini di manovra alla borghesia, più questa sarà costretta a togliersi la maschera democratica e usare direttamente la violenza contro le proteste dei proletari.
Quali sono le maggiori debolezze di questi movimenti?
Come abbiamo detto prima, in questi movimenti c’è una forte presenza di un’ala democratica che spinge alla realizzazione di una “vera democrazia” e naturalmente questa presenza viene largamente sfruttata dagli apparati della borghesia per fare in modo che l’insieme del movimento si identifichi con essa.
Bisogna senz’altro combattere tutte le mistificazioni di cui quest’ala si fa portatrice, ma bisogna anche chiedersi: “Perché, nonostante l’evidenza dei fatti, l’illusione che possa esistere una “Vera democrazia” è ancora tanto forte in questi movimenti?”
A parte le considerazioni che abbiamo fatto prima, sul peso dell’ideologia borghese sulla classe e soprattutto sugli strati non proletari presenti nel movimento, c’è da fare un’ulteriore considerazione.
Oggi gli avvenimenti mettono in evidenza il fallimento del capitalismo, la necessità di distruggerlo e di costruire una nuova società. Questa è la condizione oggettiva la cui percezione si fa strada tra i proletari, ma,
- per un proletariato che dubita delle proprie capacità e che non ha recuperato la propria identità,
- per una nuova generazione di proletari che non ha ancora una propria esperienza politica ed ha difficoltà a recuperare quella delle generazioni passate, ma che soprattutto è nata quando imperava la propaganda borghese sulla scomparsa della classe operaia e della lotta di classe,
questo compito appare immane e sgomenta, e nell’immediato, quello che predomina è la tendenza ad aggrapparsi a qualcosa di più “vicino”, di più “fattibile”, cioè delle misure di “riforme” e di “democratizzazione”, anche se con tanti dubbi.
Un’altra debolezza dei movimenti degli Indignati è l’apoliticismo. Questo è frutto della delusione e del profondo scetticismo provocato dalla controrivoluzione stalinista e socialdemocratica, che porta a pensare che ogni opzione politica, comprese quelle che si richiamano al proletariato, porti necessariamente al tradimento e all’oppressione. Il pericolo maggiore dell’apoliticismo sta nel rendere possibile alle diverse forze della borghesia di camuffarsi, nascondere la loro natura ed agire nel movimento, nelle assemblee per prenderne il controllo.
Il pericolo del nazionalismo. Anche questo ha le sue radici nella perdita dell’identità di classe e della fiducia in sé, cosa che favorisce la tendenza, in un mondo ostile e pieno di incertezze, a rifugiarsi nella “comunità nazionale”. Ed anche questo sentimento viene sfruttato dalla borghesia per:
- da una parte nascondere la natura della crisi economica (come in Grecia, dove si getta la colpa dell’austerità sulla prepotenza della Germania, o come in Italia dove si stanno facendo discorsi dello stesso tipo);
- dall’altra, utilizzare i tagli nella sanità, nella scuola, ecc. per rinchiudere le proteste sul terreno nazionalistico della rivendicazione per una “buona formazione scolastica” (perché questa ci rende competitivi sul mercato mondiale) e di una “sanità al servizio di tutti i cittadini”.
Qual è la prospettiva?
Il divario tra la velocità del peggioramento della crisi e la lentezza e la debolezza del livello di politicizzazione con i quali il proletariato sta reagendo può sembrare inquietante. Ma se vediamo da cosa veniamo e cosa esprimono realmente questi movimenti, così come le lotte sui posti di lavoro che scoppiano con sempre maggior frequenza e dappertutto, riusciamo a vederne le potenzialità enormi per lo sviluppo della lotta di classe.
Uno sviluppo che certamente non è immediato, né lineare, né semplice perché il nodo centrale sta nel fatto che il proletariato si riconosca come classe e riacquisti fiducia nella propria forza, il che richiede lo sviluppo di lotte di massa su un terreno direttamente proletario.
Difficile dire come raggiungeremo questa prospettiva, ma gli elementi che abbiamo messo in evidenza dimostrano, secondo noi, che i movimenti degli Indignati hanno fatto un primo passo in questa direzione.
Anche perché questi movimenti hanno gettato il seme per la crescita di due fattori che sono indispensabili per arrivare a distruggere il capitalismo e creare una nuova società:
- la coscienza internazionalista: il movimento degli Indignati in Spagna diceva che la sua fonte d’ispirazione era stata piazza Tahrir in Egitto ed ha cercato un’estensione internazionale della lotta, anche se in modo molto confuso. Da parte loro, i movimenti in Israele ed in Grecia hanno dichiarato esplicitamente che seguivano l’esempio degli Indignati di Spagna. In tanti altri paesi questi tre movimenti sono stati presi come punti di riferimento;
- l’emergere di avanguardie proletarie che potranno costituire gli elementi di cristallizzazione di un processo di ricerca dell’autorganizzazione e della lotta intransigente, a partire da posizioni di classe per la distruzione del capitalismo, il che costituisce un’arma essenziale per le battaglie future.
[1] Su questi movimenti, le lotte proletarie più recenti e quelle passate a cui si fa riferimento nella presentazione, vedi i numerosi articoli sul nostro sito it.internationalism.org [29].
[2] Per approfondire il concetto di decadenza del capitalismo vedi, tra gli altri, l’articolo dell’ultima Rivista Internazionale, 146 “Per i rivoluzionari la Grande depressione conferma l’obsolescenza del capitalismo” disponibile al momento in inglese, https://en.internationalism.org/ir/146/great-depression [30], in spagnolo [31] e in francese https://fr.internationalism.org/rint146/pour_les_revolutionnaires_la_grande_depression_confirme_l_obsolescence_du_capitalisme.html [32]
[3] “Tesi sulla crisi economica e politica in URSS e nei paesi dell’est”, https://it.internationalism.org/node/578 [33].
La miseria crescente, i morsi brutali della crisi economica, il bisogno di libertà di fronte al regno del terrore, l’indignazione di fronte alla corruzione, continuano ad agitare un po’ ovunque le popolazioni in rivolta, specialmente in Egitto[2].
Dopo le grandi mobilitazioni di gennaio e febbraio scorsi, le occupazioni ormai permanenti e quotidiane di piazza Tahrir del Cairo si sono trasformate, dal 18 novembre, in nuove dimostrazioni di massa. Questa volta ad essere preso maggiormente di mira è l’esercito ed i suoi capi. Questi avvenimenti dimostrano che la collera resta perché, contrariamente a quello che pretendeva la borghesia ed i suoi media, all’inizio del 2011 non c’è stata una “rivoluzione” ma solo un movimento di contestazione di massa. Di fronte a questo movimento la borghesia è riuscita ad imporre un semplice cambiamento di gestione del paese: l’esercito agisce esattamente come Mubarak e niente è cambiato sulle condizioni di sfruttamento e repressione della maggioranza della popolazione.
La borghesia reprime nel sangue e calunnia i manifestanti
Tutte le grandi città egiziane sono state di nuovo toccate dal contagio del malcontento di fronte al degrado delle condizioni di vita ed all’onnipresenza dell’esercito nell’assicurare il mantenimento dell’ordine. Il clima di scontro è tanto presente ad Alessandria e Porto-Saïd nel Nord che al Cairo; alcuni scontri importanti si sono avuti al centro del paese, a Suez e Qena, ma anche nel Sud ad Assyut, Assuan, ed ancora verso ovest a Marsa Matrouh. La repressione è stata brutale: sono stati censiti ufficialmente 42 morti e circa 2.000 feriti! L’esercito non esita a violentare le folle con le sue forze antisommossa. Spara e lancia gas lacrimogeni particolarmente nocivi. Alcune vittime muoiono dopo inalazione per soffocamento. Una parte del lavoro sporco di repressione è “subappaltata”: alcuni tiratori scelti assunti ed imboscati usano, coperti da ogni impunità, armi da fuoco. Giovani manifestanti cadono in strada sotto le pallottole di questo genere di mercenari. La polizia, per compensare i limiti imposti dall’uso di proiettili di gomma, non esita a mirare sistematicamente in pieno viso. E’ circolato un video agghiacciante, che ha provocato la collera dei manifestanti, dove si sente uno sbirro “cavatore di occhi” che si congratula col suo collega: “Nel suo occhio! È nel suo occhio! Bravo, amico mio!” (https://www.lexpress.fr/ [37]). I manifestanti che si ritrovano con un occhio in meno sono diventati una legione! A ciò, bisogna aggiungere gli arresti selvaggi e le torture. Spesso, i militari sono accompagnati da miliziani, i “baltaguis”[3], utilizzati in sordina dal regime per seminare disordine. Armati di sbarre di ferro e di randelli, hanno il compito di reprimere, più o meno con discrezione, i manifestanti tentando di isolarli. Sono stati loro, per esempio, l’inverno scorso, a strappare e bruciare le tende degli oppositori e a prestare man forte per numerosi arresti (https://www.lemonde.fr/ [38]).
Contrariamente a quello che i media propagandano, le donne, oggi più numerose nella folla degli scontenti, sono aggredite spesso sessualmente dalle “forze di sicurezza” e sono costrette frequentemente a sottoporsi ad orribili umiliazioni come gli “esami di verginità”. Queste in genere sono più considerate e rispettate dai manifestanti, sebbene l’aggressione di alcune giornaliste occidentali sia stata strumentalizzata (come quella di Caroline Sinz, giornalista di France 3, in cui sarebbero implicati giovani “civili”). Così, “gli eccessi di Tahrir non devono far dimenticare che in piazza si stabilisce un nuovo rapporto tra uomini e donne. Il semplice fatto che i due sessi possano dormire vicino all’aperto costituisce una vera novità. E le donne si sono impadronite di questa libertà nata dalla piazza. Esse sono parti pregnanti della lotta…” (https://www.lepoint.fr/ [39]).
Si lascia anche intendere, insidiosamente, che gli occupanti di Tahrir sono dei “teppisti” perché “se ne infischiano delle elezioni” e rischiano di “mettere in pericolo la transizione democratica”. Sono gli stessi media che, dopo aver sostenuto per molto tempo Mubarak e la sua cricca, hanno sostenuto e salutato qualche mese dopo il regime militare qualificandolo “liberatore”, oggi screditato, approfittando delle illusioni sull’esercito presenti nella popolazione!
Il ruolo chiave dell’esercito per la borghesia egiziana
Anche se, al momento, l’esercito si è molto screditato, sono soprattutto il CSFA (Consiglio supremo delle forze armate) ed il suo capo Hussein Tantaoui ad essere presi di mira. Quest’ultimo, ministro della Difesa per dieci anni sotto Mubarak, percepito come un clone del dittatore, genera una voce unanime delle folle che si riassume così: “Sgombra!”. Ma l’esercito, sostegno storico di Mubarak, è un solido bastione e continua a tenere l’insieme delle leve dello Stato. Esso ha continuato a manovrare per mantenere la propria posizione con il sostegno di tutte le grandi potenze, in particolare degli Stati Uniti. Questo perché l’Egitto è un’importante zona di controllo della situazione in Medio Oriente ed un fattore di stabilità essenziale nella strategia imperialista nella regione, soprattutto nel conflitto israelo-palestinese. Vantando un “ritorno dell’esercito nelle caserme”, la borghesia riesce per ora a mistificare sull’essenziale. Non senza ragioni, il quotidiano Al Akhbar metteva in guardia: “La cosa più pericolosa che possa accadere è il deterioramento della relazione tra il popolo e l’esercito”. Infatti, l’esercito non solo ha assunto un ruolo politico centrale con l’arrivo al potere di Nasser nel 1954, costituendo da allora un pilastro essenziale e costante del potere, ma detiene anche un ruolo economico di primo piano gestendo direttamente numerose imprese. In effetti, dalla sconfitta della “guerra dei 6 giorni” contro Israele e soprattutto dagli accordi di Camp David nel 1979, quando decine di migliaia di militari sono stati smobilitati, la borghesia ha incoraggiato e largamente avvantaggiato una parte dell’esercito a riconvertirsi in imprenditori, per timore che i suoi disoccupati potessero aggravare ulteriormente il mercato del lavoro già interessato da una massiccia disoccupazione endemica. “Ha iniziato dalla produzione di materiale per i suoi bisogni: armamento, accessori ed abbigliamento poi, col tempo, si è lanciato in differenti industrie civili ed ha investito negli sfruttamenti agricoli, esonerati da tasse ed altre imposte” (Libération del 28/11/2011) investendo il 30% della produzione e lubrificando tutti gli ingranaggi della borghesia egiziana. “Il CSFA può essere considerato come un consiglio d’amministrazione di un gruppo industriale, composto da società possedute dall’istituzione [militare] e gestite da generali in pensione. Così, quest’ultimi sono ultra presenti nell’alta amministrazione: 21 dei 29 governatorati del paese sono diretti da anziani ufficiali dell’esercito e della sicurezza”, secondo Ibrahim al-Sahari, rappresentante del Centro degli studi socialisti del Cairo, che aggiunge: “… possiamo comprendere l’angoscia dell’esercito di fronte all’insicurezza ed alle agitazioni sociali che si sono sviluppate in questi ultimi mesi. C’è il timore del contagio degli scioperi alle proprie imprese, dove gli impiegati sono privati di ogni diritto sociale e sindacale mentre ogni protesta è considerata come un crimine di tradimento” (Libération del 28/11). La stretta di ferro con la quale dirige il paese rivela dunque il suo vero volto repressivo.
Una determinazione coraggiosa i cui limiti riguardano il proletariato dei paesi centrali
Se il proseguimento della repressione e la protesta dei “comitati delle famiglie di feriti” hanno cristallizzato la situazione e la collera contro l’esercito, non è stato solo per chiedere ai militari di lasciare il potere, più democrazia ed elezioni. Infatti, ciò che oggi soprattutto spinge i manifestanti in strada è l’aggravamento della miseria nera e della disoccupazione. Con la disoccupazione di massa, nutrire la propria famiglia diventa sempre più difficile. Ed è precisamente questa dimensione sociale che i media occultano. Noi salutiamo il coraggio e la determinazione dei manifestanti che si oppongono a mani nude alle violenze dello Stato. Per difendersi contro gli sbirri armati fino ai denti, i manifestanti hanno solo i marciapiedi divelti come munizioni, usando i lastricati e i cocci come proiettili. I manifestanti esprimono una grande volontà ad organizzarsi in uno slancio collettivo e spontaneo per i bisogni della lotta. Sono costretti ad organizzarsi ed a sviluppare con ingegnosità una vera logistica di fronte alla repressione. Ospedali di fortuna vengono improvvisati un po’ ovunque sulla grande piazza, catene umane lasciano passare le ambulanze. Con gli scooter vengono trasportati i feriti per le prime cure o verso i centri di soccorso. Ma la situazione non è più la stessa rispetto al momento della caduta di Mubarak dove il proletariato ha giocato un ruolo determinante, dove l’estensione rapida di scioperi in massa ed il rigetto dell’inquadramento sindacale ha contribuito ampiamente a spingere i capi militari, sotto la pressione degli Stati Uniti, a cacciare l’ex presidente egiziano dal potere. Oggi per la classe operaia la situazione è molto diversa. Una delle prime misure prese dall’esercito, sin dal mese di aprile, è stata quella di rendere più dura la legislazione “contro i movimenti di sciopero suscettibili di perturbare la produzione per ogni gruppo o settore portando danni all’economia nazionale” e spingere i sindacati ad inquadrare maggiormente i movimenti. Questa legge prevede un anno di prigione ed una multa di 80.000 dollari (in un paese dove il salario minimo è di 50 euro) per gli scioperanti o per quelli che incitano allo sciopero. Pertanto il ricorso allo sciopero è rimasto in quest’ultimi giorni molto localizzato, limitandosi a movimenti puramente economici di fronte alle chiusure di fabbriche o a salari non retribuiti. La mobilitazione operaia non è stata più in grado di giocare un ruolo importante come forza autonoma nel movimento.
Se il movimento rigetta oggi il potere dell’esercito, questo non significa che esso sia meno debole e permeabile a molte illusioni. Innanzitutto perché si richiama ad un governo “civile democratico”, ed i primi effetti si sono visti con i Fratelli musulmani, vedi i salafiti (i due partiti dati in testa alle legislative attraverso il processo elettorale), che, stando per entrare in un “governo civile” di facciata e senza reale potere (nella misura in cui l’esercito continuerà ad assicurare il reale potere politico), si sono smarcati dal movimento di contestazione e non hanno fatto appello ad assembramenti e manifestazioni per poter da subito trattare il loro avvenire politico con i militari. Tuttavia, il miraggio “di elezioni libere”, le prime da più di 60 anni, sembra momentaneamente in grado di evitare la collera. Però, anche se reali, queste illusioni democratiche non sono così forti come la borghesia vorrebbe farci credere: in Tunisia, dove ci si è vantati dell’86% di votanti, non si è avuto che il 50% degli elettori potenziali iscritti alle liste elettorali. Così in Marocco, dove il tasso di partecipazione alle elezioni è stato del 45% e, in Egitto, dove le cifre sono rimaste più sfumate, il 62% degli iscritti ma 17 milioni di votanti su 40.
Oggi le frazioni di sinistra radicale di tutti i paesi gridano: “Tahrir ci mostra il cammino!”, come se si trattasse di copiare questo modello di lotta punto per punto, ovunque, dall’Europa all’America. Questa è una trappola tesa ai lavoratori. Perché non bisogna riprendere tutto da queste lotte. Se è vero che il coraggio, la determinazione, lo slogan oramai celebre “Noi non abbiamo più paura!”, la volontà di raggrupparsi in massa in piazza per vivere e lottare insieme … costituiscono una sorgente di ispirazione e di speranza inestimabili, occorre anche, e forse soprattutto, avere consapevolezza dei limiti di questo movimento: le illusioni democratiche, nazionaliste e religiose, la relativa debolezza dei lavoratori … Questi ostacoli sono legati alla mancanza di esperienza rivoluzionaria e storica della classe operaia di questa regione del mondo. I movimenti sociali dell’Egitto e della Tunisia hanno portato alla lotta internazionale degli sfruttati il massimo di quello che era loro possibile per il al momento. Essi oggi raggiungono i loro limiti obiettivi. Ora tocca al proletariato più sperimento, quello che vive nei paesi del cuore storico del capitalismo, in particolare dell’Europa, portare oltre la spada della lotta contro questo sistema disumano. La mobilitazione degli Indignati in Spagna appartiene a questa indispensabile dinamica internazionale. Essa ha cominciato ad aprire nuove prospettive con le sue assemblee generali aperte ed autonome, con i suoi dibattiti da cui talvolta sono emersi interventi chiaramente internazionalisti e che hanno denunciato la mascherata della democrazia borghese. Solo un tale sviluppo della lotta contro la miseria ed i piani di austerità draconiani nei paesi del cuore del capitalismo può aprire nuove prospettive agli sfruttati, non solo in Egitto ma anche nel resto del mondo. Questa è la condizione indispensabile per offrire un avvenire all’umanità!
WH, 1 dicembre 2011
[1] Vedi i video postati su https://napolioltre.forumfree.it/?t=59352730#lastpost.
[2] E’ chiaramente anche il caso della Siria dove il regime, reprimendo nel sangue le manifestazioni iniziate dal mese di marzo, ha ucciso più di 4.000 persone, tra cui più di 300 bambini.
[3] Una specie di milizia specializzata nell’agitazione e la violenza reclutata tra il sottoproletariato.
“Ci sarà un crac e la caduta sarà violenta”. “Assolutamente nessuno crede ai piani di salvataggio, tutti sanno che il mercato è cotto e che la borsa è finita”. “I trader se ne infischiano di come si dovrà raddrizzare l’economia, il nostro lavoro è fare soldi in questa situazione”. “Io mi corico tutte le sere sognando una nuova recessione”. “Nel 1929 qualcuno era preparato a fare del denaro col crac e tutti oggi lo possono fare, e non solamente l’élite”. “Questa crisi economica è come un cancro”. “Preparatevi! Non è il momento di sperare che i governi risolvano i problemi. I governi non dirigono il mondo, è Goldman Sachs che dirige il mondo. Questa banca se ne frega dei piani di salvataggio”. “Predico che in meno di 12 mesi le economie di milioni di persone spariranno, e sarà solo l’inizio...”.
Questo è stato detto lunedì 26 settembre alla BBC dal trader[1] londinese Alesio Rastani. Da allora, il video gira su Internet creando un vero e proprio buzz[2]. Naturalmente condividiamo la prospettiva nera tracciata da questo economista. Senza avventurarci a predire precise scadenze, come fa lui, tuttavia possiamo affermare senza temere di sbagliarci che il capitalismo continuerà a sprofondare, che la crisi si aggraverà e sarà sempre più devastante, e che le mille sofferenze della miseria andranno ad abbattersi su di una fetta sempre più larga dell’umanità.
Ma questa dichiarazione di Alesio Rastani alimenta una delle più grosse menzogne di questi ultimi anni: il pianeta sarebbe in fallimento a causa della finanza… e solo a causa della finanza. “È Goldman Sachs che dirige il mondo”. Ed allora tutte le voci altermondialiste, di sinistra e di estrema-sinistra, esclamano in coro: “Quale orrore! Ecco la causa di tutti i nostri mali. Dobbiamo riprendere il controllo dell’economia. Dobbiamo mettere in riga le banche e la speculazione. Dobbiamo lottare per uno Stato più forte e più umano!”. Questo discorso viene incessantemente ripetuto dal 2008, dal fallimento del gigante bancario americano Lehman Brothers. Oggi, anche una parte della destra classica ha fatto propria questa critica “radicale” della “finanza selvaggia” ed ha proclamato la necessità di un ritorno a più moralità ed a più Stato. Questa propaganda è solo una disperata cortina di fumo ideologico necessaria per nascondere la causa reale del cataclisma in corso: il fallimento storico del capitalismo. E non si tratta di una sfumatura o di una questione di termini. Accusare il liberismo o accusare il capitalismo è profondamente diverso. Nel primo caso, c’è l’illusione che questo sistema di sfruttamento possa essere riformato. Nel secondo, c’è la comprensione che il capitalismo non ha futuro, che deve essere distrutto da cima a fondo e deve essere sostituito da una nuova società. E’ quindi normale che la classe dominante, i suoi media ed i suoi esperti ci mettano tanta energia nel puntare il dito contro l’irresponsabilità della finanza accusandola di tutte le attuali delusioni economiche: cercano di risparmiare il loro sistema e sviare la riflessione in corso sulla necessità di un cambiamento radicale e dunque di una rivoluzione.
“E’ colpa degli speculatori”!: la pietosa ricerca del capro espiatorio.
Da quattro anni, ad ogni crac della borsa esplode un caso di investitore disonesto. Nel gennaio 2008, lo “scandalo Jérôme Kirviel” ha occupato le prime pagine dei giornali. Viene giudicato responsabile del capovolgimento della Société générale (banca francese) per aver perso 4,82 miliardi di euro in seguito a cattivi investimenti. La vera ragione di questa crisi, cioè lo scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti, è relegata in secondo piano. Nel dicembre 2008, l’investitore Bernard Madoff è indagato per una truffa di 65 miliardi di dollari. Diventa il più grande truffatore di tutti i tempi e puntualmente fa dimenticare il fallimento del gigante bancario americano Lehman Brothers. Nel settembre 2011, il trader Kweku Adoboli è accusato di una frode di 2,3 miliardi di dollari alla banca svizzera UBS. Questa faccenda cade, guarda caso, nel pieno, di un nuovo disastro economico mondiale. Evidentemente tutti sanno che questi individui sono dei capri espiatori. I trucchi adottati in questi casi dalle banche per giustificare i loro insuccessi sono alquanto grossolani per non essere visti. Ma questa intensa propaganda mediatica permette di focalizzare tutte le attenzioni sul mondo marcio della finanza. L’immagine di questi squali speculatori, senza fede né legge, sta insinuandosi nelle nostre teste fino a diventare ossessiva e annebbiare la nostra riflessione.
Allora fermiamoci un momento e riflettiamo: come possono questi vari fatti spiegare in qualche modo le minacce di fallimento che planano sull’economia mondiale? Per quanto rivoltanti possano essere questi intrallazzi di miliardi di dollari quando milioni di persone muoiono di fame in tutto il mondo, per quanto cinici e vergognosi possano essere i propositi di Alesio Rastani quando dice di sperare in un crac in borsa per speculare ed arricchirsi, non c’è nulla in questo che possa giustificare al fondo l’ampiezza della crisi economica mondiale che attualmente colpisce tutti i settori e tutti i paesi.
I capitalisti, banchieri o capi d’industria che siano, sono da sempre alla ricerca del massimo profitto senza preoccuparsi mai del benessere dell’umanità. In questo non c’è niente di nuovo. Il capitalismo è un sistema di sfruttamento disumano dalla sua nascita. Il saccheggio barbaro e sanguinario delle popolazioni africane e dell’Asia durante il 18° ed il 19° secolo ne è una tragica prova. Quindi, il comportamento amorale degli speculatori e delle banche non spiega assolutamente la crisi attuale. Se oggi le truffe finanziarie provocano perdite colossali e talvolta mettono in pericolo l’equilibro delle banche, la causa reale sta nella loro fragilità indotta dalla crisi e non l’inverso. Se, per esempio, Lehman Brothers è fallito nel 2008, non è per l’irresponsabilità della sua politica di investimento ma perché il mercato immobiliare americano è crollato durante l’estate 2007 e questa banca si è ritrovata con un mucchio di crediti senza nessun valore. Con la crisi dei subprime le famiglie americane indebitate si sono rivelate essere insolvibili e tutti hanno preso allora coscienza che i prestiti accordati non sarebbero stati mai rimborsati.
“E’ colpa delle agenzie di rating”: come accusare il termometro in caso di febbre
Anche queste agenzie sono sotto il fuoco incrociato delle critiche. Alla fine del 2007 furono accusate di incompetenza per aver trascurato il peso dei debiti sovrani degli Stati. Oggi, al contrario, sono accusate di puntare troppo il dito su questi stessi debiti sovrani della zona euro (Moody's) e degli Stati Uniti (Standard & Poor's).
E’ vero che queste agenzie hanno dei propri interessi e che quindi la loro valutazione non è neutra. Ad esempio, le agenzie cinesi sono state le prime a degradare lo Stato americano, e le agenzie americane sono più severe verso l’Europa che verso il proprio paese. Ed è anche vero che ad ogni declassamento i finanzieri ne approfittano per speculare il che accelera il degrado delle condizioni economiche. Gli specialisti parlano allora di “profezie auto-realizzatrici”.
Ma la realtà è che tutte queste agenzie sottovalutano volontariamente la gravità della situazione; le valutazioni che fanno sono ben al di sopra della capacità reale di banche, imprese e di alcuni Stati a poter un giorno rimborsare i loro debiti. E’ fuori discussione che queste agenzie hanno interesse a non criticare troppo i fondamenti economici per non creare panico, perché tutte loro poggiano sull’economia mondiale. Se sono costrette a declassare, è perché devono conservare un minimo di credibilità. Negare totalmente la gravità della situazione dell’economia mondiale sarebbe grottesco e nessuno crederebbe più in loro; è più intelligente, per la classe dominante, riconoscere certe debolezze per meglio minimizzare i problemi di fondo del suo sistema. Tutti quelli che oggi accusano le agenzie di rating sono perfettamente al corrente di tutto ciò. Se denigrano la qualità del termometro, è per evitare ogni riflessione sulla strana malattia che colpisce il capitalismo mondiale, e ciò allo scopo di evitare che ci si accorga che essa è una malattia degenerativa ed incurabile!
“È colpa della finanza”: si confonde la malattia con il sintomo
Queste critiche agli speculatori e alle agenzie di rating fanno parte di un piano di propaganda molto più vasto sulla follia e l’ipertrofia della finanza. Come sempre, questa ideologia menzognera si appoggia su una briciola di verità. Infatti bisogna riconoscerlo, il mondo della finanza in questi ultimi decenni è diventato effettivamente un mostro gigantesco, quasi obeso, che è stato preso poco a poco dall’irrazionalità.
Le prove sono numerosissime. Nel 2008, il totale delle transazioni finanziarie mondiali è arrivato a 2.200.000 miliardi di dollari, contro un PIL mondiale di 55.000 miliardi[3]. L’economia speculativa è dunque circa 40 volte più importante della cosiddetta economia “reale”! E nel corso degli anni questi miliardi sono stati investiti in maniera sempre più folle ed auto-distruttrice. Un esempio che, di per sé, è edificante: che cosa è la vendita allo scoperto? “Nel meccanismo di vendita allo scoperto, cominciamo vendendo un valore che non possediamo per ricomprarlo più tardi. È ben evidente che lo scopo del gioco è vendere un valore ad un certo prezzo e ricomprarlo ad un prezzo inferiore per incassare la differenza. Come vediamo, il meccanismo è completamente opposto a quello di un acquisto in seguito ad una vendita”[4].
Concretamente, la vendita allo scoperto richiede un immenso flusso finanziario speculativo su certi valori scommettendo sul loro abbassamento, ciò che talvolta può provocare il fallimento dell’obiettivo. Oggi questo scandalizza. Numerosi economisti e politici ci spiegano anche che qui sta il problema principale, questa è LA causa del fallimento della Grecia o della caduta dell’euro. La soluzione che propongono è quindi semplice: vietare la vendita allo scoperto e tutto andrà di nuovo per il meglio. Ed è vero che queste vendite allo scoperto sono una pura follia e che accelerano la distruzione di pezzi interi dell’economia. Ma appunto, non fanno che “accelerarla”, non ne sono la causa! E’ necessario che la crisi economica già imperversi affinché queste vendite siano vantaggiose ad un livello così alto. Il fatto che i capitalisti scommettono in modo crescente sulla caduta e non sul rialzo dei mercati rivela in realtà la totale diffidenza che loro stessi hanno sul futuro dell’economia mondiale. È anche per questo che c’è sempre meno stabilità ed investimento a lungo periodo: gli investitori fanno “dei colpi” sul breve termine, senza preoccuparsi minimamente della sopravvivenza delle imprese e delle fabbriche perché, comunque, non esistono quasi più settori industriali sicuri e redditizi sul lungo termine. Ed è qui che, alla fine, cominciamo a toccare con le mani il nocciolo del problema: l’economia “reale” o “tradizionale” è immersa da decenni in un profondo marasma. I capitali scappano da questa sfera che è sempre meno redditizia. Con il commercio mondiale saturo di merci invendibili, le fabbriche non girano più sufficientemente e non accumulano più abbastanza. Risultato, i capitalisti investono il loro denaro nella speculazione, nel “virtuale”. Da qui l’ipertrofia della finanza che è solo un sintomo della malattia incurabile del capitalismo: la sovrapproduzione.
“E’ colpa del liberismo”: come incatenare gli sfruttati allo Stato
Quelli che lottano contro il liberismo condividono questa constatazione di rovina dell’economia reale. Ma nemmeno per un attimo l’attribuiscono all’impossibilità per il capitalismo di continuare a svilupparsi; negano che questo sistema sia diventato decadente e che affonda nella sua agonia. I sostenitori dell’ideologia altermondialista attribuiscono la distruzione dell’industria fin dagli anni 60 ad una cattiva scelta politica e dunque all’ideologia ultra liberista. Per questi, come per il nostro trader Alesio Rastani, “è Goldman Sachs che dirige il mondo”. Loro dunque lottano per più Stato, più inquadramento, più politica sociale. Partendo dalla critica al liberismo, vengono a riproporci un’altra cianfrusaglia già avariata, lo statalismo: “Con più Stato per inquadrare la finanza, potremmo costruire una nuova economia, più sociale e prospera”.
Il “più Stato” non permette affatto di regolare i problemi economici del capitalismo. Lo ripetiamo, ciò che mina fondamentalmente questo sistema è la sua tendenza naturale a produrre più merci rispetto alla capacità di assorbimento dei suoi mercati. Da decenni riesce ad evitare la paralisi della sua economia smerciando artificialmente la sovrapproduzione in un mercato creato attraverso l’indebitamento. In altri termini, il capitalismo sopravvive a credito dagli anni 60. E’ per tale motivo che attualmente, gli individui, le imprese, le banche, gli Stati, crollano tutti sotto una gigantesca montagna di crediti e che l’attuale recessione è chiamata “la crisi del debito”. Dal 2008 e dal fallimento di Lehman Brothers, che cosa fanno gli Stati, attraverso le loro banche centrali, Fed e BCE in testa? Iniettano miliardi di dollari per evitare i fallimenti. E da dove vengono questi miliardi? Da nuovi debiti! Dunque, non fanno che spostare l’indebitamento privato verso la sfera pubblica e così preparare futuri fallimenti di Stato, come oggi vediamo con la Grecia. Le future burrasche economiche rischiano di essere di una violenza inaudita[5].
“Ma se non aggiusta la crisi, lo Stato potrebbe comunque proteggerci, essere più sociale”, ci dicono tutti quelli della sinistra. Questo significa dimenticare che lo Stato è, ed è sempre stato, il peggiore dei padroni. Le nazionalizzazioni non hanno mai rappresentato una buona nuova per i lavoratori. All’indomani della Seconda Guerra mondiale, l’importante ondata di nazionalizzazioni ha avuto per obiettivo rimettere in piedi l’apparato produttivo distrutto aumentando i ritmi di lavoro. All’epoca, Thorez, segretario generale del Partito comunista francese ed allora vicepresidente del governo diretto da De Gaulle, sferrò il seguente attacco alla classe operaia in Francia, ed in modo particolare agli operai delle imprese pubbliche: “Se dei minatori dovranno morire facendo il loro dovere, le loro donne li sostituiranno”, o: “Rimboccatevi le maniche per la ricostruzione nazionale!”; e ancora “Lo sciopero è l’arma dei trust”. Benvenuti nel meraviglioso mondo delle imprese nazionalizzate! Qui non c’è niente di inatteso o stupefacente. I rivoluzionari comunisti hanno sempre messo in evidenza, sin dall’esperienza della Comune di Parigi del 1871, il ruolo visceralmente anti-proletario dello Stato. “Lo stato moderno, qualunque ne sia la forma, è una macchina essenzialmente capitalista: lo Stato dei capitalisti, il capitalista collettivo ideale. Più fa passare forze produttive nella sua proprietà, e più diventa capitalista collettivo nei fatti, più sfrutta i cittadini. Gli operai restano dei salariati, dei proletari. Il rapporto capitalista non è soppresso, è spinto al contrario al suo estremo”. Friedrich Engels ha scritto queste righe nel 1878, mostrando che, già all’epoca, lo Stato cominciava ad estendere i suoi tentacoli sull’insieme della società, a tenere in una morsa d’acciaio la direzione di tutta l’economia nazionale, sia delle imprese pubbliche che delle grandi società private. Da allora, il capitalismo di Stato non ha fatto che rafforzarsi; ogni borghesia nazionale è in riga e sull’attenti dietro il suo Stato per condurre nel miglior modo possibile l’incessante guerra commerciale internazionale che si fanno tutti i paesi.
“I Bric ci potranno salvare”: i miracoli economici non esistono
Il Brasile, la Russia, l’India, la Cina e l’Africa del Sud (o Bric) hanno conosciuto in questi ultimi anni un successo economico strepitoso. La Cina in particolare è considerata oggi come la seconda potenza economica mondiale, e molti sono quelli che pensano che essa non tarderà a detronizzare gli Stati Uniti. Questo successo folgorante fa sperare agli economisti che questo gruppo di paesi potrebbe diventare la nuova locomotiva dell’economia mondiale, come lo furono gli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra mondiale. Di recente, di fronte ai rischi d’esplosione della Zona euro impantanata nella crisi dei debiti sovrani, la Cina ha proposto di recuperare in parte le casse italiane. Gli altermondialisti vedono in ciò una ragione per rallegrarsi: dato che la supremazia americana dell’ultra liberismo è stata vissuta come uno dei peggiori flagelli di questi ultimi decenni, l’ascesa dei Bric permetterebbe, secondo loro, l’avvento futuro di un mondo più equilibrato e giusto. Questa speranza di tutti i grandi borghesi e degli altermondialisti nello sviluppo dei Bric non solo è ridicola ma mostra anche quanto tutti costoro siano profondamente attaccati al mondo capitalista.
Tuttavia, questa speranza sta per essere delusa rapidamente perché in tutta questa faccenda di “miracolo economico” c’è un’aria di déjà-vu. L’Argentina e le tigri asiatiche negli anni 1980-90 o, più recentemente, l’Irlanda, la Spagna e l’Islanda sono state tutte indicate come “miracoli economici”. E come ogni miracolo, il tutto si è rivelato essere una frode. Tutti questi paesi dovevano la loro veloce crescita ad un indebitamento sfrenato e quindi hanno subito la stessa sorte: recessione e fallimento. Sarà lo stesso per i Bric. Ed infatti già crescono le inquietudini sull’indebitamento reale delle province cinesi, sul rallentamento della crescita e l’aumento dell’inflazione. Il presidente del fondo sovrano China Investment Corp, Gao Xiping, ha del resto dichiarato: “Non siamo dei salvatori, dobbiamo salvarci noi stessi”. Non potremmo essere più chiari!
La verità è che il capitalismo non ha né soluzione, né futuro
Il capitalismo non può più essere riformato. Se vogliamo essere realisti, dobbiamo ammettere che solo la rivoluzione può evitare la catastrofe. Il capitalismo, come lo schiavismo e il servaggio prima di lui, è un sistema di sfruttamento condannato a sparire. Dopo essersi sviluppato ed espanso per due secoli, dal 18° al 19° secolo, dopo avere conquistato il pianeta, il capitalismo è entrato in decadenza fragorosamente scatenando la Prima Guerra mondiale. La Grande depressione degli anni 30, poi la spaventosa carneficina della Seconda Guerra mondiale hanno confermato l’obsolescenza di questo sistema e la necessità, affinché l’umanità sopravviva, di abbattere questo moribondo sistema sociale. Ma dagli anni 50, non è esplosa nessuna crisi tanto violenta come quella del 29. La borghesia ha imparato a limitare i danni ed a rilanciare l’economia. Questo oggi fa credere ad alcuni che la nuova crisi che attraversiamo è solamente un ennesimo e nuovo episodio di questi molteplici scossoni e che la crescita non tarderà a ritornare, come è capitato dagli anni 60 ed oltre. In realtà, le recessioni successive, del 1967, 1970-71, 1974-75, 1991-93, 1997-1998 (in Asia), e 2001-2002 non hanno fatto che preparare il dramma attuale. Infatti, ogni volta, la borghesia è riuscita a rilanciare l’economia mondiale solo aprendo ancora di più le valvole del credito. Essa non è riuscita mai a risolvere il problema di fondo, la sovrapproduzione cronica. Dunque ha solo rinviato le scadenze a colpi di debiti ed oggi l’intero sistema è soffocato dai crediti: tutti i settori, tutti i paesi sono super indebitati. Questa fuga in avanti sta per arrivare alla sua fine. Questo significa che l’economia si bloccherà, che tutto si fermerà? Evidentemente no. La borghesia continuerà a dibattersi. Concretamente, oggi, la classe dominante può solo scegliere tra due politiche che sono come la peste ed il colera: austerità draconiana o rilancio monetario. La prima porta alla recessione violenta, la seconda all’esplosione di un’inflazione incontrollabile.
D’ora in poi, l’alternanza delle brevi fasi recessive e dei lunghi periodi di ripresa finanziata a forza di crediti riguarda un’epoca definitivamente conclusa: la disoccupazione esplode e la miseria come la barbarie si stanno estendendo in modo drammatico. Se ogni tanto ci saranno delle fasi di rilancio, come nel 2010, saranno solo delle “boccate di ossigeno” di breve durata alle quali seguiranno nuovi cataclismi economici. Tutti quelli che pretendono il contrario sono come quel suicida che, dopo essersi buttato nel vuoto dall’alto dell’Empire State Bulding, ad ogni piano dice “fino qui, tutto va bene”. Non dimentichiamo che all’inizio della Grande depressione del 1929, lo stesso presidente americano Hoover affermava che “la prosperità è all’angolo della strada”.
In realtà la sola vera incertezza è sapere come ne uscirà l’umanità. Sprofonderà col capitalismo? O saprà costruire un nuovo mondo di solidarietà e di reciproca assistenza, senza classi né Stato, senza sfruttamento né profitto? Come ha scritto Friedrich Engels più di un secolo fa: “La società borghese è posta davanti ad un dilemma: o passaggio al socialismo o ricaduta nella barbarie!” Le chiavi di questo futuro sono tra le mani di tutta la classe operaia e delle sue lotte che uniscono lavoratori, disoccupati, pensionati e giovani precari.
Pawel, 29 settembre
[1] In finanza [41], un trader è una persona che compra e vende in borsa. I trader possono essere dei professionisti, dei piccoli investitori o degli speculatori finanziari.
[2] Buzz! è una serie di videogiochi di quiz. Fonte: www.dailymotion.com/video/xlcg84 [42]
[5] “Più Europa” o “Più governo mondiale” evidentemente sono entrambi un vicolo cieco: che siano soli o in parecchi, gli Stati non hanno nessuna soluzione reale e duratura. La loro unione permette di rallentare un poco l’avanzata della crisi mentre le loro divisioni l’accelerano.
Links
[1] https://www.challenges.fr/finance-et-marche/quand-l-ex-patron-de-jerome-kerviel-prevoit-l-apocalypse_1294
[2] https://en.internationalism.org/worldrevolution/201112/4615/why-capitalism-drowning-debt
[3] https://fr.internationalism.org/icconline/2011/la_crise_de_la_dette_pourquoi.html
[4] https://it.internationalism.org/content/movimento-degli-indignati-spagna-grecia-e-israele-dallindignazione-alla-preparazione-delle
[5] https://it.internationalism.org/en/tag/2/29/lotta-proletaria
[6] https://it.internationalism.org/en/tag/3/47/economia
[7] https://www.youtube.com/watch?feature=endscreen&v=EKZgYvto0A8&NR=1
[8] https://www.youtube.com/watch?v=FNheQ6sNgAU&feature=related
[9] https://www.youtube.com/watch?v=ZskBPlKmSyk&feature=related
[10] https://www.youtube.com/watch?NR=1&v=CbcFLo41si4&feature=endscreen
[11] https://www.youtube.com/watch?NR=1&v=XGYw4PxjatM
[12] http://www.leggilanotizia.it/moduli/notizia.aspx?ID=1734#.TsvxLl9hFug.facebook
[13] http://www.piacenza24.eu/Cronaca/34822-Dilaga+la+protesta+dei+facchini,+oggi+alla+Ceva+di+Cortemaggiore.html
[14] https://www.youtube.com/watch?feature=endscreen&NR=1&v=zrKtiJBQk-s
[15] https://www.facebook.com/notes/metalmeccanici-autorganizzati/termini-la-fiat-chiude/314291481931388
[16] https://www.youtube.com/watch?v=3thJLYg6zms
[17] https://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/15/jabil-lazienda-chiude-senza-lavoro-operai-lotta-occupano-fabbrica/
[18] https://napolioltre.forumfree.it/?t=58572467
[19] http://www.isoladeicassintegrati.com/2011/12/14/operai-allarrembaggio-petroliera-occupata-a-trapani
[20] http://www.isoladeicassintegrati.com/2011/12/09/le-operaie-tacconi-su-piazzapulita-la7-video
[21] https://it.internationalism.org/en/tag/4/75/italia
[22] https://it.internationalism.org/en/tag/situazione-italiana/lotte-italia
[23] https://it.internationalism.org/en/tag/2/30/la-questione-sindacale
[24] https://it.wikipedia.org/wiki/Stati_per_debito_pubblico
[25] https://www.dt.mef.gov.it//it/debito_pubblico/_link_rapidi/debito_pubblico.html
[26] https://st.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-08-23/uscita-labirinto-debito-223808_PRN.shtml
[27] https://it.wikipedia.org/wiki/Debito_pubblico
[28] https://it.internationalism.org/en/tag/situazione-italiana/politica-della-borghesia-italia
[29] https://it.internationalism.org
[30] https://en.internationalism.org/ir/146/great-depression
[31] https://es.internationalism.org/revista-internacional/201108/3170/decadencia-del-capitalismo-x-para-los-revolucionarios-la-gran-depr
[32] https://fr.internationalism.org/rint146/pour_les_revolutionnaires_la_grande_depression_confirme_l_obsolescence_du_capitalisme.html
[33] https://it.internationalism.org/rivistainternazionale/200803/578/tesi-sulla-crisi-economica-e-politica-in-urss-e-nei-paesi-dellest
[34] https://it.internationalism.org/en/tag/4/73/grecia
[35] https://it.internationalism.org/en/tag/4/79/spagna
[36] https://it.internationalism.org/en/tag/4/86/israele
[37] https://www.lexpress.fr/
[38] https://www.lemonde.fr/
[39] https://www.lepoint.fr/
[40] https://it.internationalism.org/en/tag/4/83/medio-oriente
[41] https://it.wikipedia.org/wiki/Finanza
[42] https://www.dailymotion.com/video/xlcg84
[43] http://www.jacquesbgelinas.com/index_files/Page3236.htm
[44] https://www.abcbourse.com/apprendre/1_vad.html