giugno-agosto
Le premesse del movimento
Il movimento degli “Indignati” in Spagna è maturato dopo lo sciopero generale del 29 settembre 2010 contro il progetto di riforma delle pensioni. Lo sciopero generale si chiuse con una sconfitta, semplicemente perché i sindacati negoziarono con il governo accettando la proposta di riforma (i lavoratori attivi di 40-45 anni riceveranno, al momento del pensionamento, una pensione inferiore del 20 % a quella attuale). Questa sconfitta ha causato un profondo senso di amarezza tra la classe operaia. Ma ha suscitato un profondo senso di rabbia tra i giovani che si erano mobilitati e avevano partecipato attivamente al movimento, soprattutto con la loro solidarietà nei picchetti di sciopero.
All’inizio del 2011, la rabbia inizia a manifestarsi nelle università. Nel mese di marzo, in Portogallo, viene lanciato su Internet un appello ad una manifestazione del gruppo Giovani Precari che sfocia in una manifestazione con 250 mila persone a Lisbona. Questo esempio ha avuto un impatto immediato nelle università spagnole, in particolare a Madrid. La stragrande maggioranza degli studenti e dei giovani sotto i 30 anni sopravvive con 600 euro al mese facendo piccoli lavori. È in questo contesto che un centinaio di studenti ha formato il gruppo “Giovani senza futuro” (Jovenes sin futuro). Questi studenti poveri, provenienti dalla classe operaia, si sono riuniti attorno allo slogan “senza cure, senza casa, senza reddito, senza paura". Hanno indetto una manifestazione per il 7 aprile. Il successo di questa prima mobilitazione che ha riunito circa 5.000 persone, ha spinto il gruppo “Giovani senza futuro”, a programmare un nuovo evento per il 15 maggio. Nel frattempo è apparso a Madrid il collettivo “Democracia Real Ya!” (Democrazia Reale Adesso!) la cui piattaforma si pronunciava anche contro la disoccupazione e la “dittatura dei mercati”, ma affermava di essere “apolitica”, né di destra né di sinistra. Democracia Real Ya! ha anche lanciato appelli a manifestare il 15 maggio in altre città. Ma è a Madrid che il corteo ha ottenuto il maggior successo con circa 25.000 manifestanti. Un corteo pacifico che doveva concludersi tranquillamente nella piazza Puerta del Sol.
La rabbia dei giovani “senza futuro” prende l’insieme della popolazione
Le manifestazioni del 15 maggio convocate da Real Democracia Ya! hanno avuto un successo spettacolare: esprimevano un malcontento generale, soprattutto tra i giovani che affrontano il problema della disoccupazione alla fine dei loro studi. Apparentemente tutto avrebbe dovuto finire qui, ma alla fine delle manifestazioni di Madrid e Granada degli incidenti causati da un piccolo gruppo di “black block” sono stati repressi con delle cariche della polizia che ha tratto in arresto una ventina di persone. Gli arrestati, brutalizzati nei commissariati, si sono riuniti in un collettivo ed hanno fatto un comunicato che denunciava le violenze della polizia. La diffusione di questo comunicato ha provocato un’immediata reazione di solidarietà generale di fronte alla brutalità delle forze dell’ordine. Una trentina di persone, totalmente sconosciute e non organizzate, decidono di occupare piazza Puerta del Sol a Madrid con un accampamento. Questa iniziativa ha subito preso piede ed ha suscitato la simpatia della popolazione. Lo stesso giorno, l’esempio madrileno si estende a Barcellona, Granada e Valencia. Una nuova fiammata di repressione poliziesca mette il fuoco alle polveri e da allora, gli assembramenti sempre più di massa nelle piazze centrali si sono diffusi in oltre 70 città crescendo rapidamente.
Nel pomeriggio di martedì 17 maggio, gli organizzatori del “Movimento del 15 maggio”, avevano previsto delle proteste silenziose o recite teatrali ludiche “di sfogo”, ma la folla nelle piazze in continuo aumento chiedeva a gran voce la tenuta di assemblee. Alle 20, iniziano a tenersi riunioni a Madrid, Barcellona,Valencia e in altre città. A partire da mercoledì 18, queste assemblee assumono la forma di una valanga. Le manifestazioni si trasformano in assemblee generali aperte nelle pubbliche piazze.
Di fronte alla repressione e con la prospettiva delle elezioni comunali e regionali, il collettivo Democracia Real Ya! lancia un dibattito su un obiettivo: il “rinnovamento democratico” dello Stato spagnolo. Esso rivendica una riforma della legge elettorale per porre fine al bipartitismo PSOE/Partito Popolare reclamando una “vera democrazia” dopo 34 anni di “democrazia imperfetta” seguita al regime di Franco.
Ma il movimento degli “Indignati” si è esteso ben al di là della mera piattaforma rivendicativa, democratica e riformista, del collettivo Democracia Ya Real! Non si è limitato alla sola rivolta della giovane “generazione perduta dei 600 euro”. Nelle manifestazioni e nelle piazze occupate a Madrid, Barcellona, Valencia, Malaga, Siviglia etc., sui cartelloni e striscioni, si leggevano slogan come “Democrazia senza capitale”, “PSOE e PP, la stessa merda”, “Costruiamo un futuro senza capitalismo!”, “Se non ci fate sognare, noi non vi lasceremo dormire”, “Tutto il potere alle Assemblee”, “Il problema non è la democrazia, il problema è il capitalismo!”, “Senza lavoro, senza casa, senza paura”, “Operai, svegliatevi!”, “600 euro al mese, ecco dov’è la violenza!”.
A Valencia, delle donne gridavano, “hanno imbrogliato i nonni, anche i figli sono stati imbrogliati, “Hanno ingannato i nonni, hanno ingannato i figli, nipoti non lasciatevi ingannare!”.
Le assemblee di massa, una “arma carica di futuro”
Di fronte alla democrazia borghese che riduce la “partecipazione” al fatto di “scegliere” ogni quattro anni il politico che non manterrà mai le sue promesse elettorali e che metterà in atto i piani di austerità richiesti dall’aggravamento inesorabile della crisi economica, il movimento degli “Indignati” in Spagna si è riappropriato spontaneamente di un’arma di lotta della classe operaia: le Assemblee Generali aperte. Dappertutto sono sorte assemblee di massa cittadine, coinvolgendo decine di migliaia di persone di tutte le generazioni provenienti da settori non sfruttatori della società. In queste assemblee ognuno può parlare, esprimere la rabbia, lanciare dibattiti su differenti temi, fare delle proposte. In questa atmosfera di effervescenza generale la parola si libera, tutti gli aspetti della vita sociale vengono presi in esame (politici, culturali, economici, ...). Le piazze sono inondate da una gigantesca ondata collettiva di idee discusse in un clima di solidarietà e di rispetto reciproco. In alcune città vengono installate “scatole per i suggerimenti”, urne in cui chiunque può deporre idee scritte su un pezzo di carta. Il movimento si organizza con grande intelligenza. Si costituiscono delle commissioni, in particolare per evitare sconfinamenti e scontri con le forze dell’ordine: la violenza è vietata, viene bandito l’alcol con lo slogan “La revolución no es botellón” (“La rivoluzione non è un bottiglione”). Ogni giorno vengono organizzate squadre di pulizia. Delle mense pubbliche servono i pasti, con dei volontari si organizzano asili per i bambini e un pronto soccorso. Sono a disposizione delle biblioteche e una “banca del tempo” (dove vengono organizzati corsi sia scientifici che culturali, artistici, politici, economici). Vengono pianificate delle “giornate di riflessione”. Ognuno apporta le sue conoscenze e le sue competenze.
Apparentemente, questo torrente di pensieri sembra che non porti da nessuna parte. Non ci sono proposte concrete né rivendicazioni realiste o immediatamente realizzabili. Ma ciò che appare chiaramente è, prima di tutto e soprattutto, un’enorme esasperazione per la miseria, i piani di austerità e l’ordine sociale attuale, una volontà collettiva di rompere l’atomizzazione sociale, di raggrupparsi per discutere, riflettere tutti insieme. Nonostante le molte confusioni e illusioni, nei discorsi come sugli striscioni e i cartelli la parola “rivoluzione” è ricomparsa e non fa più paura.
Nelle Assemblee le discussioni hanno messo in luce alcune questioni fondamentali:
- Bisogna limitarsi al “rinnovamento democratico”? I problemi non sono originati dal capitalismo, un sistema che non può essere riformato e deve essere distrutto da cima a fondo?
- Il movimento deve fermarsi al 22 maggio, dopo le elezioni, o bisogna continuarlo per lottare in massa contro gli attacchi alle condizioni di vita, alla disoccupazione, alla precarietà, agli sfratti?
- Non dovremmo estendere le assemblee nei posti di lavoro, nei quartieri, negli uffici di collocamento, nelle scuole, nelle università? Dovremmo estendere il movimento tra i lavoratori che sono gli unici ad avere la forza di condurre una lotta generalizzata?
In questi dibattiti sono emerse in modo molto chiaro due tendenze:
- una, conservatrice, animata da strati non proletari che diffondono l’illusione che sia possibile riformare il sistema capitalista attraverso una “rivoluzione democratica e popolare”;
- l’altra, proletaria, che evidenzia la necessità di porre fine al capitalismo.
Le assemblee tenutesi domenica 22 maggio, giorno delle elezioni, hanno deciso di proseguire il movimento. In molti interventi è stato detto: “Non siamo qui per le elezioni, anche se queste hanno fatto da detonatore”. La tendenza proletaria si è chiaramente affermata con la proposta di “andare verso la classe operaia”, avanzando rivendicazioni contro la disoccupazione, la precarietà, gli attacchi allo stato sociale. Alla Puerta del Sol, si è deciso di organizzare “assemblee popolari” nei quartieri. Si sono iniziate a sentire proposte di estensione ai luoghi di lavoro, alle università e uffici di collocamento. A Malaga, Barcellona e Valencia, le assemblee hanno posto la questione di organizzare una protesta contro i tagli salariali, proponendo un nuovo sciopero generale che, come ha sostenuto un partecipante, sia “veramente” tale.
È soprattutto a Barcellona, capitale industriale del paese, che l’Assemblea centrale di Plaza de Catalunya, appare come la più radicale, la più animata dalla tendenza proletaria e la più distante dall’illusione del “rinnovamento democratico”. Infatti, lavoratori di Telefonica, ospedalieri, vigili del fuoco, studenti mobilitati contro i tagli sociali, hanno raggiunto le assemblee di Barcellona e hanno cominciato a infondervi un tono diverso. Il 25 maggio, l’Assemblea di Plaza de Catalunya decide di sostenere attivamente lo sciopero dei lavoratori ospedalieri, mentre l’Assemblea di Puerta del Sol a Madrid decide di decentrare il movimento convocando “assemblee popolari” nei quartieri per attuare una “democrazia partecipativa orizzontale”. A Valencia le manifestazioni degli autisti di bus si sono unite ad una manifestazione dei residenti contro i tagli di bilancio nel settore dell’istruzione. A Saragozza, gli autisti di autobus hanno partecipato agli assembramenti con lo stesso entusiasmo.
A Barcellona gli Indignati” decidono di mantenere il loro accampamento e continuare ad occupare Plaza de Catalunya fino al 15 giugno.
Il futuro è nelle mani delle nuove generazioni della classe operaia
Qualunque sia la direzione che prenderà il movimento, a prescindere dal suo esito, è evidente che questa rivolta iniziata dalle giovani generazioni con il problema della disoccupazione (in Spagna, il 45% della popolazione tra 20 e 25 anni è disoccupata), si ricollega pienamente alla lotta della classe operaia. Il suo contributo alla lotta internazionale della classe operaia è indiscutibile.
Si tratta di un diffuso movimento che ha coinvolto tutti i soggetti sociali non sfruttatori, tra cui tutte le generazioni della classe operaia. Anche se questa si è mescolata all’ondata di rabbia “popolare” e non si è affermata in modo autonomo attraverso scioperi e manifestazioni di massa, avanzando proprie rivendicazioni economiche immediate. Questo movimento esprime in realtà una profonda maturazione della coscienza all’interno della sola classe che può cambiare il mondo rovesciando il capitalismo: la classe operaia.
Questo movimento mostra chiaramente che, di fronte al fallimento del capitalismo sempre più evidente, grandi masse iniziano a sollevarsi nei paesi “democratici” dell’Europa occidentale, spianando la strada alla politicizzazione della lotta del proletariato.
Ma soprattutto, questo movimento ha rivelato che i giovani, per lo più lavoratori disoccupati e precari, sono stati in grado di appropriarsi delle armi di lotta della classe operaia: le assemblee generali di massa e aperte, che hanno permesso loro di sviluppare la solidarietà e di prendere nelle proprie mani il movimento al di fuori dei partiti politici e dei sindacati.
Lo slogan “Tutto il potere alle assemblee!” sorto nel movimento, anche se ancora minoritario, non è che un remake del vecchio slogan della rivoluzione russa “Tutto il potere ai consigli operai!” (i soviet).
Anche se oggi la parola “comunismo” fa ancora paura (a causa del peso della campagna scatenata dalla borghesia in seguito al crollo del blocco dell’Est e dei regimi stalinisti), il termine “rivoluzione” non ha spaventato nessuno, anzi.
Questo movimento non è affatto una “Spanish Revolution”, come la presenta il collettivo Democracia Real Ya! La disoccupazione, la precarietà, l’alto costo della vita e il continuo deterioramento delle condizioni di vita delle masse sfruttate, non sono una specificità spagnola! Il volto sinistro della disoccupazione, in particolare la disoccupazione giovanile, lo si vede sia a Madrid che al Cairo, a Londra e a Parigi, ad Atene e a Buenos Aires. Siamo tutti uniti nella caduta nel baratro della decomposizione della società capitalistica. L’abisso non è solo quello della povertà e della disoccupazione, ma anche quello della proliferazione dei disastri nucleari, delle guerre e di una frammentazione delle relazioni sociali accompagnate da una barbarie morale (come evidenziato, tra l’altro, dall’aumento delle aggressioni sessuali e delle violenze contro le donne nei paesi “civilizzati”).
Il movimento degli “Indignati" non è una “rivoluzione”. E’ una nuova tappa nello sviluppo delle lotte sociali e degli scontri della classe operaia di tutto il mondo, i soli che possano aprire una prospettiva per il futuro dei giovani “senza futuro”, così come per tutta l’umanità.
Questo movimento (nonostante tutte le sue confusioni e illusioni sulla “Repubblica indipendente di Puerta del Sol”), rivela che nelle viscere della società borghese è in gestazione la prospettiva di un’altra società. Il “terremoto spagnolo” rivela che le nuove generazioni della classe operaia, che non hanno nulla da perdere, sono già protagoniste della storia. Stanno scavando un tunnel per altri terremoti sociali che finiranno per aprire la strada verso l’emancipazione dell’umanità. Attraverso l’uso di social network su Internet, telefonini e moderni mezzi di comunicazione, queste giovani generazioni hanno dimostrato la loro capacità di rompere il black-out della borghesia e dei suoi media per iniziare a sviluppare la solidarietà al di là delle frontiere.
Questa nuova generazione della classe operaia è emersa sulla scena internazionale sociale a partire dal 2003, prima contro l’intervento militare in Iraq dell’amministrazione Bush (in molti paesi, giovani manifestanti protestavano contro la “busheria” – macelleria di Bush), poi con le prime manifestazioni in Francia contro la riforma delle pensioni. E’ emersa ancora nella primavera del 2006, sempre in Francia, con il massiccio movimento di liceali e universitari contro il CPE. In Grecia, Italia, Portogallo, Gran Bretagna, i giovani hanno fatto sentire la loro voce di fronte all’unica prospettiva che il capitalismo è in grado di offrire: assoluta povertà e disoccupazione.
La grande ondata di questa nuova generazione “senza futuro” ha colpito recentemente la Tunisia e l’Egitto, portando ad una gigantesca rivolta sociale che ha provocato la caduta di Ben Ali e Mubarak. Ma non dobbiamo dimenticare che il fattore decisivo che ha costretto la borghesia dei grandi paesi “democratici” (e in particolare Barack Obama) a far dimettere Ben Ali e Mubarak, sono stati gli scioperi operai e la minaccia di uno sciopero generale contro la cruenta repressione dei manifestanti.
Da allora piazza Tahrir è diventata un emblema, un incoraggiamento alla lotta per le giovani generazioni della classe operaia in molti paesi. Seguendo questo modello gli “Indignati” in Spagna hanno stabilito il loro accampamento a Puerta del Sol, hanno occupato le piazze in più di 70 città e aggregato nelle assemblee tutte le generazioni e tutti i ceti sociali non sfruttatori (a Barcellona, gli “Indignati" hanno addirittura ribattezzato la Plaza Catalunya in Plaza Tahrir).
Il movimento degli “Indignati” è in realtà molto più profondo della rivolta spettacolare che si è cristallizzata al Cairo in piazza Tahrir.
Questo movimento è esploso nelle città principali della penisola iberica e costituisce il ponte tra due continenti. Il fatto che esso abbia luogo in uno Stato “democratico” dell’Europa occidentale (e, in più, diretto da un governo “socialista”!) contribuirà, alla fine, a spazzare le mistificazioni democratiche sparse dai media dopo la “Rivoluzione dei gelsomini” in Tunisia.
Inoltre, anche se Democracia Real Ya! qualifica questo movimento come “Rivoluzione spagnola”, nessuna bandiera spagnola è stata sbandierata, mentre piazza Tahrir era inondata di bandiere nazionali[1].
Nonostante le delusioni e le confusioni che inevitabilmente costellano questo movimento iniziato dai giovani “Indignati”, esso costituisce un anello molto importante nella catena delle lotte sociali che esplodono oggi. Con l’aggravarsi della crisi mondiale del capitalismo, le lotte sociali non possono che continuare a convergere con la lotta di classe del proletariato e contribuire al suo sviluppo.
Il coraggio, la determinazione e il forte senso di solidarietà della nuova generazione “senza futuro” ci mostra che un altro mondo è possibile: il comunismo, vale a dire l’unificazione della comunità umana globale. Ma affinché questo “vecchio sogno” dell’umanità possa diventare realtà, è necessario in primo luogo che la classe operaia, che produce la maggior parte della ricchezza della società, ritrovi la sua identità di classe sviluppando massicciamente le sue lotte in tutti i paesi contro lo sfruttamento e contro tutti gli attacchi del capitalismo.
Il movimento degli “Indignati” ha cominciato a porre di nuovo la questione della “rivoluzione”. È compito del proletariato mondiale risolverla e darle una direzione di classe negli scontri futuri per rovesciare il capitalismo. Solo sulle rovine di questo sistema di sfruttamento, basato sulla produzione di merci e il profitto, le nuove generazioni potranno costruire un’altra società, rendere alla specie umana la sua dignità e realizzare una vera e propria “democrazia” universale.
Sofiane, 27 maggio 2011
(Da ICConline 2011, pagina in francese)
[1] Al contrario si sono sentiti slogan che chiamavano ad una “rivoluzione globale” ed alla “estensione” del movimento oltre i confini nazionali. In tutte le Assemblee è stata creata una “commissione internazionale”. Il movimento degli “Indignati” si è diffuso in tutte le principali città in Europa e del continente americano (anche a Tokyo, Phnom Penh e Hanoi, gruppi di giovani espatriati spagnoli sventolavano la bandiera di Real Democracia Ya!).
Il primo dato importante è quello sull’affluenza: alle provinciali ha votato il 59,62% degli aventi diritto, contro un 60,88% delle precedenti elezioni, e un 71,04% alle comunali, contro il 72,85% delle precedenti elezioni; si registra quindi un calo dell’affluenza alle amministrative 2011, sia per le comunali sia per le provinciali. In altri termini il primo partito in Italia è quello degli astenuti, segno che la farsa elettorale convince via via sempre di meno. La vittoria tra i contendenti è andata al centrosinistra che ha conquistato 29 tra comuni e province contro i 12 andati al centrodestra, con alcuni comuni strappati dal primo al secondo (tra cui importantissimo quello di Milano). Anche in termini di voti raggiunti il partito di Berlusconi e la Lega perdono consensi, mentre a sinistra il PD perde, rispetto alle precedenti amministrative, mentre ottengono buoni risultati gli altri partiti della coalizione[1]. Il risultato del PD ci porta a dire che il vero significato del risultato è che non è stato il centrosinistra a vincere, quanto il centrodestra a perdere. Per dirlo in altri termini, in una situazione in cui la gente perde fiducia verso questo strumento, prevale chi perde meno consensi, o chi ha dalla sua parte candidati che hanno le sembianze di qualcosa di nuovo rispetto alla solita solfa, ai soliti visi. E’ indubbio infatti che laddove la vittoria del centrosinistra è stata più significativa, Milano e Napoli[2], questa vittoria non ci sarebbe stata se i candidati non fossero stati un Pisapia e un De Magistris, entrambi non espressione del PD, e candidati capaci di conquistare un consenso personale che va ben al di là dei partiti di cui sono espressione.
Nei fatti a perdere veramente è stato Berlusconi, che aveva lui stesso politicizzato queste elezioni locali e ne aveva quasi fatto un referendum sulla sua persona (a Milano era capolista alle comunali e ha visto dimezzare i suoi voti di preferenza)[3]. E quindi il vero dato politico da analizzare è proprio questo.
Berlusconi non è mai stato molto simpatico alla borghesia italiana, per certi lati del suo carattere (lui veramente si crede Napoleone) e perché espressione di una frazione della borghesia che non ama giocare con le carte pulite (massoneria e centri del malaffare), ed infatti ci sono imprenditori che non hanno nascosto le loro antipatie (Diego Della Valle, padrone della Tod’s, da sempre, e Luca di Montezemolo, presidente della Ferrari, in maniera chiara di recente). Tuttavia Berlusconi ha costituito una vera ancora di salvezza per la borghesia in un momento di massima difficoltà per questa a far funzionare la mistificazione democratica, quando sono spariti, sotto i colpi del pool Mani Pulite i principali partiti del centrodestra o comunque al governo da decenni, Democrazia Cristiana, Partito Liberale e Partito Socialista.
La sparizione di DC e PSI dalla scena politica ha reso vacante il lato destro dell’apparato politico borghese, con la conseguente difficoltà a mantenere il fulcro centrale della mistificazione elettorale, che è la possibilità dell’alternanza destra-sinistra. E’ questo vuoto che Berlusconi ha colmato, mettendo a disposizione della borghesia il suo apparato aziendale e le sue indubbie capacità di venditore abile a piazzare le sue merci.
Per diversi anni Berlusconi ha dimostrato di poter rappresentare gli interessi della borghesia, alternandosi, laddove era necessario, con la sinistra al governo. Ma negli ultimi anni, ed in particolare da quando la crisi ha subito la brusca accelerazione del 2007-2008, l’azione del governo è stata molto al disotto di quanto la borghesia italiana necessitava per difendere i propri interessi sull’arena internazionale. E questo da diversi punti di vista: economico, politico (imperialista), ed anche di immagine.
Dal punto di vista economico, il capitale italiano ha perso molte posizioni in termini di competitività con gli altri paesi occidentali (ed oggi anche nei confronti della Cina); la “crescita” del Prodotto Interno Lordo è da un decennio almeno più lenta di quella dei suoi concorrenti, e questo a dispetto di un debito pubblico che è il più alto d’Europa e di un deficit che è inferiore solo a quello dei paesi che stanno sull’orlo del fallimento (come Grecia e Spagna, per esempio). In altri termini, se la crisi economica ha toccato tutta l’economia capitalista, nel tentativo di restare a galla l’Italia è uno dei paesi che ci riesce con maggiori difficoltà.
Dal punto di vista della difesa dei propri interessi imperialisti Berlusconi pure dimostra delle debolezze, non certo perché non persegue una politica imperialista (vedi avventure guerriere in Iraq o in Afganistan), ma perché lo fa con una grande incoerenza e, a volte, mettendo davanti agli interessi generali i suoi personali: vedi la politica verso la Russia di Putin, troppo di apertura rispetto agli interessi delle altre potenze occidentali, o la sua amicizia verso Gheddafi che lo hanno portato ad esitare molto prima di intervenire in Libia a difesa degli interessi imperialisti italiani, e solo quando la Francia e la Gran Bretagna avevano già preso l’iniziativa.
Dal punto di vista dell’immagine, Berlusconi come premier non fa che rendere ridicola l’Italia agli occhi sia della popolazione interna che, soprattutto, internazionale: un premier che dice di aver creduto che Ruby fosse la nipote di Mubarak, che fa le corna nelle foto ufficiali dei grandi vertici internazionali, che gioca a nascondino con la cancelliera tedesca Merkel, non è certo qualcuno a cui gli altri leader possono rivolgersi per un confronto sui grandi temi, per concertare accordi seri, per vedere quali alleanze creare nei conflitti internazionali, e così via… Ma soprattutto con le sue vicende personali di malcostume, corruzione e malaffare, Berlusconi discredita lo Stato ed il suo apparato agli occhi dei lavoratori.
Perciò Berlusconi è diventato un peso di cui liberarsi, e questo già da un po’ di tempo. Come abbiamo più volte analizzato, quello che ha fatto esitare la borghesia finora è stata la mancanza di un’alternativa credibile: il principale partito di opposizione, il PD è bravissimo a dividersi, spesso proprio in vista di scadenze importanti[4]4; il progetto di grande centro di Casini si è dimostrato ben poca cosa, anche a queste elezioni. Insomma ce n’è di che dubitare di riuscire a sostituire Berlusconi con un governo credibile e capace di durare (non dimentichiamoci che il precedente governo di centrosinistra, quello di Prodi del 2006, è caduto dopo due anni per la fragilità della coalizione che lo costituiva). Intanto la situazione, soprattutto quella economica, richiede un cambiamento di rotta, per cui il risultato delle elezioni amministrative va letto come un vero e proprio ultimatum a Berlusconi: o cambi rotta o te ne vai, con le buone o con le cattive. Il fatto che in questi giorni Berlusconi insista tanto con Tremonti per fare la riforma fiscale, sta a significare che ha capito il messaggio, anche se è difficile dire come andrà a finire nell’immediato futuro.
Come andrà a finire nelle vicende dell’apparato politico borghese non si può ancora dire, mentre possiamo stare sicuri che per i lavoratori che resti Berlusconi o che venga sostituito da un altro, non ci possono essere che ulteriori sacrifici. Quegli stessi sacrifici che i governi di destra, come in Gran Bretagna e Francia, o di sinistra, come in Spagna e Grecia stanno imponendo da più di un paio di anni, senza che i relativi paesi escano fuori dalla crisi o addirittura dalla minaccia di bancarotta.
Ma, potrebbe dire qualcuno, almeno i referendum ci hanno portato qualcosa di buono, “hanno vinto gli interessi della gente”. Davvero? Anche ammettendo che ci fossero settori seri ed importanti della borghesia italiana a volerlo e che fosse possibile farlo, cosa impedirà di fare una nuova legge che lo consenta? Nel 1984 non c’era stato un altro referendum contro il nucleare e a suo dispetto Berlusconi non aveva fatto un’altra legge per renderlo possibile? Lo stesso potremmo tranquillamente dire per gli altri referendum: questo strumento è solo abrogativo di leggi esistenti, ma non impedisce che vengano varate altre leggi in sostituzione di quelle abrogate.
In realtà i referendum un risultato lo hanno ottenuto, ed è quello di controbilanciare la sfiducia crescente dei lavoratori verso lo strumento elettorale, riuscendo addirittura a creare entusiasmo per il suo risultato, che è stato letto non solo come la vittoria sulle questioni sottoposte a referendum, ma anche come un avviso di sfratto per Berlusconi. In questo senso, se una vittoria politica c’è stata, è stata quella della mistificazione democratica, che costituisce l’antitesi della necessaria mobilitazione di piazza dei lavoratori per difendere i propri interessi materiali, come hanno fatto i lavoratori della Fincantieri negli stessi giorni della campagna elettorale. Una vittoria politica certo momentanea, perché passata l’ubriacatura elettorale i lavoratori torneranno a dover fare i conti con i licenziamenti, la cassa integrazione, i contratti schiavistici e la precarietà crescente e questo non potranno contrastarlo se non con la loro lotta di massa, come stanno facendo i loro fratelli di classe in Spagna o in Grecia in questi stessi giorni.
Elios, 13/06/2011
[1] O autonomi rispetto a questa, come i seguaci di Grillo. Questo risultato conferma il discredito dell’apparato politico ufficiale che si sviluppa fra la popolazione, e il cui primo risultato è l’aumento dell’astensione.
[2] Più significativa perché a Milano erano decenni che il centrosinistra non vinceva, e a Napoli, perché i disastri combinati dalla coppia Bassolino-Iervolino davano per scontata la sconfitta del centrosinistra.
[3] Anche la sconfitta della Lega è da attribuire alla sua troppo poco critica alleanza con Berlusconi, che comincia a stancare gli elettori della Lega, come testimoniato dai tanti interventi fatti in questo senso dai seguaci della Lega a Radio Padania.
[4] . Alle ultime elezioni politiche, Berlusconi ha vinto con molto meno del 50% di voti, ma il PD aveva scelto di andare al voto da solo per cui era chiaro che non avrebbe vinto. Alle comunali di Napoli (dove già sarebbe stato difficilissimo vincere) ha dato lo squallido spettacolo di primarie truccate!
1. La risoluzione adottata dal precedente congresso della CCI metteva subito in evidenza la pungente smentita inflitta dalla realtà alle previsioni ottimiste dei dirigenti della classe borghese all’inizio dell’ultimo decennio del secolo scorso, particolarmente dopo il crollo di questo “Impero del male” che costituiva il blocco imperialista detto “socialista”. Essa citava in particolare l’ormai famosa dichiarazione del presidente George Bush senior del marzo 1991 che annunciava la nascita di un “Nuovo ordine mondiale” basato sul “rispetto del diritto internazionale” e sottolineava il suo carattere surrealista di fronte al caos crescente in cui sprofonda oggi la società capitalista. Venti anni dopo questi discorsi “profetici”, e particolarmente dopo l’inizio di questo nuovo decennio, mai, dalla fine della seconda guerra mondiale, il mondo aveva mostrato un volto così caotico. A poche settimane di distanza abbiamo assistito ad una nuova guerra in Libia, che viene ad aggiungersi alla lista di tutti i conflitti sanguinosi che hanno toccato il pianeta nel corso dell’ultimo periodo, a dei nuovi massacri in Costa d’Avorio ed ancora alla tragedia che ha toccato uno dei paesi più potenti e moderni del mondo, il Giappone. Il terremoto che ha devastato una parte di questo paese ha sottolineato ancora una volta che non esistono “catastrofi naturali” ma solo delle conseguenze catastrofiche a dei fenomeni naturali. Ha mostrato che la società dispone oggi dei mezzi necessari per costruire edifici capaci di resistere ai terremoti e che permetterebbero di evitare tragedie come quelle di Haiti l’anno scorso. Ma ha anche mostrato tutta l’imprevidenza di cui ha dato prova uno Stato pur così avanzato come il Giappone: il terremoto in sé ha provocato ben poche vittime ma lo tsunami che l’ha seguito ha falciato circa 30 000 esseri umani in pochi minuti. Ma non basta: provocando una nuova Chernobyl, ha messo in luce non solo l’imprevidenza della classe dominante, ma anche il suo incedere da apprendista stregone, incapace di controllare le forze che essa stessa ha messo in movimento. L’impresa Tepco, che sfruttava l’energia della centrale atomica di Fukushima, non è la prima né tanto meno l’unica responsabile della catastrofe. E’ il sistema capitalista nel suo insieme, basato com’è sulla ricerca sfrenata del profitto e sulla competizione tra settori nazionali e non sulla soddisfazione dei bisogni dell’umanità, che è fondamentalmente responsabile delle catastrofi presenti e future subite dalla specie umana. In fin dei conti, la Chernobyl giapponese costituisce una nuova illustrazione del fallimento ultimo del modo di produzione capitalista, un sistema la cui sopravvivenza costituisce una minaccia crescente per la stessa sopravvivenza dell’umanità.
2. Evidentemente è la crisi che subisce attualmente il capitalismo mondiale che esprime più direttamente il fallimento storico di questo modo di produzione. Due anni fa la borghesia di tutti i paesi era presa da un timor panico di fronte alla gravità della situazione economica. L’OCSE non esitava a scrivere: “L’economia mondiale é in preda alla sua recessione più profonda e più sincronizzata degli ultimi decenni” (Rapporto intermedio del marzo 2009). Tenendo conto di tutta la moderazione con cui questa venerabile istituzione si esprime abitualmente, ci si può fare un’idea del terrore che avvertiva la classe dominante di fronte al fallimento potenziale del sistema finanziario internazionale, il crollo brutale del commercio mondiale (più del 13% nel 2009), la brutalità della recessione delle principali economie, l’ondata dei fallimenti che toccano o minacciano imprese emblematiche dell’industria come la General Motors o la Chrysler. Questo terrore della borghesia l’aveva condotta a convocare i vertici del G20 di cui quello del marzo 2009 a Londra decideva in particolare il raddoppio delle riserve del Fondo monetario internazionale e l’iniezione massiccia di liquidità nell’economia da parte degli Stati allo scopo di salvare un sistema bancario in difficoltà e rilanciare la produzione. Lo spettro della “Grande depressione degli anni ‘30” ossessionava gli spiriti cosa che conduceva la stessa OCSE a scongiurare tali demoni scrivendo: “Benché talvolta questa severa recessione mondiale sia stata qualificata come una ‘grande recessione’, siamo lontani da una nuova ‘grande depressione’ come quella degli anni ‘30, grazie alla qualità e all’intensità delle misure che i governi prendono attualmente” (Ibid.). Ma, come riportato nella risoluzione del 18° congresso[1], “una delle caratteristiche della classe dominante è di dimenticare oggi i discorsi fatti ieri” e lo stesso rapporto intermedio dell’OCSE della primavera 2011 esprime un vero sollievo di fronte al ripristino della situazione del sistema bancario e alla ripresa economica. La classe dominante non può fare altrimenti. Incapace di avere una visione lucida, globale e storica, sulle difficoltà che incontra il suo sistema perché tale visione la porterebbe a scoprire l’impasse definitiva in cui questo si trova, essa è costretta a commentare giorno per giorno le fluttuazioni della situazione immediata cercando di trovare in queste dei motivi di consolazione. Così facendo, essa viene spinta a sottovalutare la situazione anche se, di tanto in tanto, i mass-media adottano un tono allarmista a proposito del significato del principale fenomeno che è emerso negli ultimi due anni: la crisi del debito sovrano di un certo numero di Stati europei. Di fatto, il fallimento potenziale di un numero crescente di Stati costituisce una nuova tappa dell’inabissamento del capitalismo nella sua crisi insanabile. Essa mette in evidenza i limiti delle politiche con cui la borghesia é riuscita a frenare l’evoluzione della crisi capitalista degli ultimi decenni.
3. Sono ormai più di 40 anni che il sistema capitalista fa fronte alla crisi. Il Maggio 68 in Francia e l’insieme delle lotte proletarie che l’hanno seguito a livello internazionale hanno avuto una tale portata perché erano alimentati da un peggioramento globale delle condizioni di vita della classe operaia, peggioramento conseguente ai primi sintomi della crisi capitalista, tra cui l’aumento della disoccupazione. Questa crisi ha poi conosciuto una brutale accelerazione nel 1973-75 con la prima grande recessione internazionale del dopoguerra. In seguito, nuove recessioni ogni volta più profonde ed estese hanno sconvolto l’economia mondiale fino a culminare in quella del 2008-2009 che ha riportato alla mente lo spettro degli anni ’30. Le misure adottate dal G20 del marzo 2009 per evitare una nuova “Grande Depressione” sono significative della politica condotta da diversi decenni dalla classe dominante: esse si riassumono nell’iniezione nelle economie di masse considerevoli di crediti. Tali misure non sono nuove. Di fatto, da oltre 35 anni, queste costituiscono il cuore delle politiche condotte dalla classe dominante per cercare di scappare alla principale contraddizione del modo di produzione capitalista: l’incapacità a trovare dei mercati solvibili capaci di assorbire la sua produzione. La recessione del 1973-75 era stata superata attraverso massicci crediti ai paesi del Terzo Mondo ma, dall’inizio degli anni ‘80, con la crisi del debito di questi paesi, la borghesia dei paesi più avanzati aveva dovuto rinunciare a questo polmone per la sua economia. Sono quindi gli Stati dei paesi più avanzati, e primo fra tutti gli Stati Uniti, che hanno preso il posto di “locomotive” dell’economia mondiale. La “reaganomics” (politica neoliberale dell’Amministrazione Reagan) dell’inizio degli anni 80, che aveva permesso un rilancio significativo dell’economia di questo paese, era basata sulla creazione di deficit budgetari inediti e considerevoli nello stesso momento in cui Ronald Reagan dichiarava che “lo Stato non è la soluzione ma il problema”. Contemporaneamente, i deficit commerciali anch’essi considerevoli di questa potenza permettevano alle merci prodotte dagli altri paesi di trovare uno sbocco. Nel corso degli anni ‘90, le “tigri” e i “dragoni” asiatici (Singapore, Taiwan, Corea del Sud, ecc.) hanno accompagnato per un certo tempo gli Stati Uniti in questo ruolo di “locomotiva”: i loro spettacolari tassi di crescita ne facevano una destinazione importante per le merci dei paesi più industrializzati. Ma questa “storia di successo” è stata costruita a prezzo di un indebitamento considerevole che ha condotto questo paese a delle convulsioni importanti nel 1997 così come la Russia “nuova” e “democratica” che si è ritrovata insolvente, cosa che ha amaramente deluso quelli che avevano puntato sulla “fine del comunismo” per rilanciare in maniera durevole l’economia mondiale. All’inizio degli anni 2000 l’indebitamento ha conosciuto una nuova accelerazione, particolarmente grazie all’enorme sviluppo dei mutui ipotecari per la costruzione in diversi paesi, in particolare negli Stati Uniti. Quest’ultimo paese ha allora accentuato il suo ruolo di “locomotiva dell’economia mondiale”, ma al prezzo di una crescita abissale dei debiti, – particolarmente tra la popolazione americana – debiti basati su ogni sorta di “prodotti finanziari” ritenuti capaci di scongiurare il rischio di cessazione dei pagamenti. In realtà, la dispersione dei crediti sospetti non ha assolutamente abolito il loro carattere di spada di Damocle sospesa sull’economia americana e mondiale. Al contrario essa ha fatto accumulare nel capitale delle banche gli “attivi tossici” che sono stati all’origine del loro crollo a partire dal 2007 e della brutale recessione mondiale del 2008-2009.
4. Come riportato nella risoluzione adottata al precedente congresso, “non è la crisi finanziaria che è all’origine della recessione attuale. Al contrario, la crisi finanziaria non fa che illustrare il fatto che la fuga in avanti nell’indebitamento - che aveva permesso di superare i problemi della sovrapproduzione - non può proseguire all’infinito. Prima o poi, l’“economia reale” si vendica, perché quello che è alla base delle contraddizioni del capitalismo, la sovrapproduzione, l’incapacità dei mercati ad assorbire la totalità delle merci prodotte, torna in primo piano.” Dopo il vertice del G20 del marzo 2009 questa stessa risoluzione precisava che “la fuga in avanti nell’indebitamento è uno degli ingredienti della brutalità della recessione attuale. La sola “soluzione” che sia capace di mettere in piedi la borghesia è … una nuova fuga in avanti nell’indebitamento. Il G20 non ha potuto inventare una soluzione alla crisi per la semplice ragione che non ne esistono.”.
La crisi dei debiti sovrani che si propaga oggi, il fatto che gli Stati siano incapaci di onorare i loro debiti, costituisce un’illustrazione spettacolare di questa realtà. Il potenziale fallimento del sistema bancario e la recessione hanno obbligato tutti gli Stati a iniettare delle somme considerevoli nelle loro economie mentre le vendite erano in caduta libera per la riduzione della produzione. Per questo motivo i deficit pubblici hanno conosciuto, nella gran parte dei paesi, un aumento considerevole. Per i più esposti tra questi, come l’Irlanda, la Grecia o il Portogallo, ciò ha significato una situazione di potenziale fallimento, l’incapacità di pagare i loro funzionari e di rimborsare i loro debiti. Le banche si rifiutano ormai di consentire nuovi prestiti, se non a dei tassi esorbitanti poiché non hanno più alcuna garanzia di poter essere rimborsate. I “piani di salvataggio” di cui esse hanno beneficiato da parte della Banca europea e del Fondo monetario internazionale costituiscono dei nuovi debiti il cui rimborso si aggiunge a quello dei debiti precedenti. E’ più che un circolo vizioso, è una spirale infernale. La sola “efficacia” di questi piani consiste nell’attacco senza precedenti contro i lavoratori, contro i dipendenti pubblici i cui salari ed il cui numero vengono ridotti in maniera drastica, ma anche contro l’insieme della classe operaia attraverso sia i tagli nei settori dell’educazione, della salute e delle pensioni che l’aumento di tasse ed imposte. Ma tutti questi attacchi antioperai, tagliando selvaggiamente il potere d’acquisto dei lavoratori, non potranno che contribuire ad un’ulteriore nuova recessione.
5. La crisi del debito sovrano dei PIIGS (Portogallo, Islanda, Irlanda, Grecia, Spagna) costituisce solo una parte infima del terremoto che minaccia l’economia mondiale. Non è certo perché beneficiano ancora per il momento del rating[2] AAA[3] come indice di fiducia delle agenzie di rating (le stesse agenzie che, fino alla vigilia dello scompiglio delle banche del 2008, avevano accordato loro il rating massimo) che le grandi potenze industriali se la cavano molto meglio. Alla fine di aprile 2011, l’agenzia Standard and Poor’s emetteva un’opinione negativa di fronte alla prospettiva di un Quantitative Easing n°3, cioè di un terzo piano di rilancio dello Stato federale americano destinato a sostenere l’economia. In altri termini, la prima potenza mondiale corre il rischio di vedersi ritirata la fiducia “ufficiale” sulla sua capacità di rimborsare i suoi debiti, se non con un dollaro fortemente svalutato. Di fatto, in maniera ufficiosa, questa fiducia comincia a mancare con la decisione della Cina e del Giappone, dopo l’autunno scorso, di effettuare massicci acquisti di oro e di materie prime piuttosto che dei buoni del Tesoro americani, cosa che ha condotto la Banca federale americana a comprarne per il 70-90% alla loro emissione. Questa perdita di fiducia si giustifica perfettamente quando si constati l’incredibile livello di indebitamento dell’economia americana: nel gennaio 2010, l’indebitamento pubblico (Stato federale, singoli Stati federati, comuni, ecc.) rappresentava già all’incirca il 100% del PIL, ma questo costituiva solo una parte dell’indebitamento totale del paese (che comprende anche i debiti delle famiglie e delle imprese non finanziarie) che raggiungeva il 300% del PIL. E la situazione non era migliore per gli altri grandi paesi dove il debito totale ammontava nello stesso periodo al 280% del PIL per la Germania, 320% per la Francia, 470% per la Gran Bretagna ed il Giappone. In questi ultimi paesi, il debito pubblico ha da solo raggiunto il 200% del PIL. Successivamente, per tutti i paesi, la situazione é solo peggiorata nonostante i diversi piani di rilancio.
Pertanto il fallimento dei PIIGS costituisce solo la punta di un iceberg che nasconde il fallimento di un’economia mondiale che deve la sua sopravvivenza ormai da decenni alla disperata fuga in avanti nell’indebitamento. Gli Stati che dispongono della propria moneta come la Gran Bretagna, il Giappone e naturalmente gli USA hanno potuto mascherare questo fallimento stampando banconote a tutta forza (al contrario di quelli della zona Euro, come la Grecia, l’Irlanda o il Portogallo, che non dispongono di questa possibilità). Ma questa frode permanente degli Stati che sono diventati dei veri contraffattori, con a capo della gang lo Stato americano, non potrà proseguire indefinitamente così come non potevano proseguire le manipolazioni del sistema finanziario, come lo ha dimostrato la crisi di questo nel 2008 che non riuscita però a farlo esplodere. Uno dei segni visibili di questa realtà è l’attuale accelerazione dell’inflazione mondiale. Spostandosi dalla sfera delle banche a quella degli Stati, la crisi dell’indebitamento marca l’entrata del modo di produzione capitalista in una nuova fase della sua crisi acuta in cui si aggravano ulteriormente la violenza e l’estensione delle sue convulsioni. Non c’è via di “uscita dal tunnel” per il capitalismo. Questo sistema può solo condurre la società in una crescente barbarie.
CCI (maggio 2011)
[2] Il rating è un metodo utilizzato per classificare sia i titoli obbligazionari, che le imprese (vedi anche modelli di rating IRB [6] secondo Basilea 2 [7]) in base alla loro rischiosità. In questo caso, essi si definiscono rating di merito creditizio (https://it.wikipedia.org/wiki/Rating [8]).
[3] AAA = indice di rating che corrisponde ad una situazione di elevata capacità di ripagare il debito.
Aspettando questo bello slancio di “solidarietà” verso gli insorti anti-Gheddafi riuniti intorno al Consiglio nazionale di transizione libica, i cui rappresentanti passano più tempo nelle ambasciate occidentali che nelle zone di combattimento, bisogna veramente fare uno sforzo notevole per dare credito ad una guerra che giorno dopo giorno si impantana sempre di più. Le forze di Gheddafi, nonostante i 2700 attacchi aerei subiti, continuano a colpire i ribelli sia a Bengasi che a Misurata. Si è ben lontani dal farla finita con questo potere libico recentemente denunciato dalla “comunità internazionale” per la sua crudeltà e quindi dall’avvento di quella democrazia che è servita da pretesto per questa nuova avventura militare imperialista, perché la “guida della rivoluzione verde” sta aggrappata disperatamente al potere. Così, il paese offre uno spettacolo desolante, incapace di soddisfare la speranza o l’entusiasmo che hanno accompagnato, nonostante la durezza degli avvenimenti, i movimenti in Tunisia ed in Egitto. I morti si contano a dozzine ogni giorno, almeno a Misurata (secondo l’OMS), e le carcasse di blindati e di automobili sommariamente armate tappezzano le strade, mentre le città somigliano sempre più ad un gruviera, all’immagine di Beirut negli anni 1970 e 1980. Evidentemente, i nostri “degni” rappresentanti non smetteranno di colpire il governo libico e di esigere che “i responsabili degli attacchi contro i civili vengano processati”, senza omettere di mobilitare preventivamente la Corte penale internazionale su questi “crimini”. Conosciamo i loro grandi discorsi, così come conosciamo la loro menzognera ipocrisia: sono proprio loro i responsabili delle morti, nei due campi, comprese quelle tra le popolazioni civili. E’ così che funzionano le “incursioni aeree”, che non fanno morti solo nel campo dei cattivi, come avviene nei film di serie B. Ricordiamo giusto l’esempio dei pretesi attacchi “mirati” delle due guerre in Iraq e le centinaia di migliaia di morti “collaterali” che ci sono state, o di quella in Afghanistan dove regolarmente interi villaggi sono oggetto di “errori” logistici. La lista delle responsabilità delle grandi potenze - che non toglie nulla a quella dei piccoli Stati - per la morte di “civili” è molto lunga, così come le loro responsabilità nel creare caos.
Così, la riconferma dell’ultimo vertice del G8 di accentuare la pressione militare contro Gheddafi con la decisione di effettuare attacchi con elicotteri francesi e inglesi per essere “più vicini al suolo” è il preludio di un attacco “di terra” a breve. Se l’intervento militare è partito su basi piuttosto confuse ed instabili, con gli Stati Uniti che tergiversavano, e Italia e Russia che si opponevano, oggi l’orientamento sembra chiaro: gettarsi sulla preda. La popolazione libica, che i campioni di ogni tipo di democrazia occidentale sono venuti a “soccorrere” per “salvarla”, subisce oramai lo stesso calvario di quelle sottoposte al giogo di questo o quel dittatore o del terrorismo internazionale. Questo avvenire, questo dopo-Gheddafi annunciato, è quello di uno scontro più o meno larvato tra le differenti cricche tribali libiche, sostenute dalle varie potenze in campo, con la parola d’ordine: ciascuno per sé e tutti contro tutti.
La questione che si pone oggi è sapere se, a breve, toccherà la stessa sorte alla popolazione siriana; una popolazione che ha subito almeno un migliaio di morti dall’inizio delle manifestazioni contro Assad due mesi fa e decine di migliaia di arresti da parte delle forze di repressione del governo di Damasco. Torture, pestaggi, assassini sono la sorte quotidiana dei Siriani, in effetti lo stesso di quanto avvenuto in Libia e che ha all’improvviso “contrariato” i rappresentanti dell’Unione europea. Trasmettendo le loro velleitarie proteste contro questa “repressione sanguinosa” siriana al Consiglio di sicurezza dell’ONU, la Francia, la Germania, la Gran Bretagna ed il Portogallo hanno chiesto di colpire il regime siriano con “sanzioni internazionali” che, per il momento, procurano a quest’ultimo la stessa paura del “lupo cattivo” delle fiabe.
Contrariamente a ciò che è accaduto con la Libia, l’ONU è ben lontano dal raggiungere un accordo e ad una risoluzione per un impegno militare contro la Siria. Anzitutto perché lo Stato siriano possiede, al contrario di Gheddafi, mezzi militari più avanzati ed all’altezza della situazione; inoltre perché la regione è strategicamente ben più importante rispetto al territorio libico. Ed è qui che si può misurare ancora una volta il poco credito che si può accordare alle potenze occidentali nel sostenere le “rivoluzioni democratiche arabe”, delle quali a parole questi bugiardi patentati si riempiono la bocca mentre da anni sostengono il regime della famiglia Al-Assad. La posta in gioco imperialistica riguardante la Siria é di primo ordine. Vicina ed alleata dell’Iraq, dove gli Stati Uniti continuano a sfiancarsi per trovare una via d’uscita militare minimamente onorevole, la Siria è, inoltre, sempre più sostenuta dall’Iran che le ha fornito, dopo gli ultimi avvenimenti, milizie agguerrite e rotte a tutti i tipi di sevizie richiesti dalla necessità di attuare una repressione massiccia della popolazione.
La prima potenza mondiale non può permettersi di ritrovarsi in un nuovo pantano in Siria, cosa che la discrediterebbe ancora più nei confronti dei paesi arabi, dal momento che fa sempre più fatica a calmare le tensioni israelo-palestinesi, incoraggiate proprio da Israele e dalla Siria. Inoltre, il vantaggio momentaneo ottenuto sull’arena mondiale dagli Stati Uniti – ed in particolare da Obama che assicura a quest’ultimo quasi di sicuro la futura rielezione – dal successo della caccia e della morte supermediatizzata di Bin Laden, che “ha lavato l’affronto dell’11 settembre”, non significa tuttavia uno sradicamento del terrorismo, scopo proclamato della grande crociata americana da 20 anni. Al contrario, questa nuova situazione espone sempre più il mondo ad una recrudescenza di attentati omicidi ed i recenti attentati sanguinosi in Pakistan ed a Marrakech non hanno tardato a dimostrarlo. Dovunque, si assiste ad una moltiplicazione dei focolari di guerra e ad una fuga in avanti delle tensioni imperialiste, maggiormente acuite dalle rivalità tra le grandi potenze e ad un accumularsi d’instabilità e barbarie.
Non bisogna farsi nessuna illusione. Il capitalismo è guerra, caos, e in nessuna parte del mondo potrà portare una pretesa liberazione o un’emancipazione dei popoli.
Mulan, 28 maggio
(da Revolution International, n.423, organo della CCI in Francia)
Abbiamo conosciuto Enzo nel 2003 ad una nostra riunione pubblica a Milano dove è approdato dopo una lunga e travagliata traiettoria politica nella sinistra borghese e tutto un lavoro di studio, riflessione, critica ed autocritica che il compagno ha sviluppato con determinazione negli anni in cui, in seguito al crollo del blocco sovietico, imperversava la campagna borghese sul “fallimento del comunismo” e l’impossibilità di un’alternativa al capitalismo. Una campagna che ha significato un riflusso profondo della combattività e della coscienza della classe operaia a livello internazionale. Eppure Enzo, sin da giovanissimo, era convinto che si potesse cambiare, che si potesse lavorare per costruire un mondo diverso e non ha mai smesso di voler capire come fare, di cercare, come lui stesso ci racconta:
“Ho cominciato a svolgere attività politica nel mio piccolo paese in Sicilia per circa 8 anni nel PCI, dopo il diploma all’Istituto tecnico commerciale e aver svolto il servizio militare presso i vigili del fuoco. Nel 1993, trasferitomi a Milano, ho militato per 5 anni nella Lega trotskista d’Italia (Lega Comunista Internazionale) che pubblica il giornale “Spartaco”, filiale della “Spartacist League/US che pubblica il quindicinale “Workers Vanguard”. All’inizio del 2000 mi sono dimesso, fondamentalmente sulla questione della “difesa incondizionata dell’URSS” e la difesa dei Fronti Partigiani durante la II Guerra mondiale imperialista. Ma nonostante questo pensavo di aver rotto organizzativamente con la LTd’I/LCI, ma non programmaticamente con il trotskismo. La lettura dei libri e della stampa della Sinistra comunista, la mia partecipazione ai dibattiti pubblici di Battaglia Comunista e Rivoluzione Internazionale, unite ad una lettura senza dogmi e tabù degli avvenimenti internazionali, mi hanno aiutato a chiarire meglio le questioni politiche; così ho avuto una lenta ma costante evoluzione verso le posizioni politiche della Sinistra comunista e in particolare quelle della CCI[1]” (dalla lettera di Enzo alla CCI del 16/1/2005).
La sua determinazione e il suo porsi “senza dogmi e tabù”, lo hanno portato non solo a comprendere la vera natura antioperaia dei partiti della sinistra del capitale, ma anche a comprendere e far proprio il marxismo come strumento di lotta:“Il marxismo ci dà le chiavi per fare avanzare l’umanità, per combattere l’oppressione e lo sfruttamento, ma nello stesso tempo il marxismo non è un metodo per l’interpretazione passiva del processo storico, ma un metodo per un’azione rivoluzionaria; non una bibbia, né una serie di ricette valide in ogni luogo ed in ogni tempo, ma un metodo che deve essere sempre arricchito alla luce dell’esperienza proletaria” (idem)
Enzo faceva parte della classe operaia non solo per scelta politica. Proveniva da una famiglia di lavoratori ed anche lui, dopo la scuola, ha fatto vari lavori ed alla fine ha dovuto trasferirsi a Milano per trovare un lavoro che gli permettesse di crearsi una propria vita. Come per tutti i proletari, la crisi economica ha significato per Enzo condizioni di lavoro sempre più dure fino alla perdita del posto di lavoro. Nel 2008 la ditta SEA, una società di servizi che gestisce gli aeroporti di Malpensa e Linate, ha iniziato a “tagliare sui costi”, mettendo in cassa integrazione Enzo ed altri suoi compagni di lavoro. Una cassa integrazione che è durata più di un anno e mezzo, tanto che alla fine Enzo ha preferito andarsene per trovare un altro lavoro, magari in Spagna, paese che amava molto. Nel frattempo, non riuscendo a vivere in una città cara come Milano, con in più un mutuo da pagare per la casa che aveva comprato, è stato costretto a vendere la casa costata tanti sacrifici e ritornare al suo paese in Sicilia.
Tuttavia, nonostante le difficoltà, le rinunce a cui è stato costretto e gli importanti problemi di salute che ha avuto, Enzo ha mantenuto intatta la sua convinzione militante. Come abbiamo già detto nel breve comunicato pubblicato sul nostro sito subito dopo la sua morte “La sua militanza nella CCI è stata sempre caratterizzata da questa convinzione e dalla sua determinazione, anche in situazioni difficili, a dare il suo contributo a questa lotta. Per questo la sua morte è una perdita per la CCI e per l’insieme della classe operaia”.
Nonostante le traversie, Enzo è anche riuscito a preservare la sua grande vivacità, la voglia di vivere, di conoscere cose nuove, gente diversa e più in generale di cogliere il positivo della vita. Al tempo stesso aveva una grande sensibilità per le barbarie di questo sistema. Si commuoveva fino alle lacrime discutendo della gente che muore di fame e di malattie in Africa, degli immigrati torturati nei loro paesi e ridotti in schiavitù nei cosiddetti paesi democratici, di quelli che muoiono in mare … e con altrettanta foga e sentimento esprimeva la sua avversione viscerale per ogni forma di ipocrisia della classe dominante, in particolare per quella della sua componente religiosa.
Amava molto leggere, non solo di politica, ma anche e soprattutto di storia perché riteneva che conoscere la storia dell’umanità fosse essenziale per capire l’oggi. Amava anche molto viaggiare e quando andava in un paese nuovo gli piaceva leggere dei libri sulla storia e sulla cultura di quel popolo e parlarcene quando ne avevamo l’occasione, trasmettendoci l’entusiasmo di queste sue nuove conoscenze.
La sua perdita lascia un vuoto nell’intera CCI, in particolare nei compagni della sezione in Italia ed in altri compagni delle sezioni in Francia e in Svizzera che hanno lavorato più strettamente con lui e che lo conoscevano da più tempo. Ma proprio per la sua evidente voglia di cambiare questa società e per la sua sensibilità e vivacità intellettuale, Enzo lascia un forte dolore anche in quei compagni vicini all’organizzazione che lo avevano conosciuto, come dimostrano le diverse manifestazioni di affetto nei suoi confronti che ci sono giunte[2], come la poesia e la lettera che seguono che danno un’immagine efficace e vivente del nostro compagno.
Ringraziamo di cuore tutti questi compagni ed anche i compagni dell’Istituto Onorato Damen[3] che ci hanno scritto per esprimere la loro solidarietà alla CCI per questa perdita: “Vi esprimiamo la nostra sincera vicinanza per questa grave perdita, confidando che il nostro impegno, il lavoro dell’Istituto Onorato Damen, possa rappresentare un contributo concreto a quella battaglia per il socialismo che ha animato la vita del compagno Enzo”. E non possiamo che concordare con i compagni quando, facendo riferimento a quanto scritto da noi nel comunicato circa le difficoltà lavorative di Enzo, dicono giustamente: “Elementi di drammaticità nella vita di un proletario che sempre più diventano atroce attualità per tutti i venditori di forza lavoro, ma che in Enzo, come ricordate, erano accompagnati da una determinazione a lottare per il socialismo che deve essere da motivazione per tutti i comunisti”.
Naturalmente Enzo lascia un vuoto ed un enorme dolore nei suoi familiari ai quali vogliamo esprimere ancora una volta tutta la nostra solidarietà e disponibilità per qualsiasi cosa possa essere loro di aiuto in un momento così difficile, anche se la lontananza geografica non ci ha permesso ancora di essere loro fisicamente vicini. Abbiamo scritto loro una lettera per esprimere il nostro dolore e per chiedere di poterli incontrare per ricordare insieme Enzo e con grande piacere abbiamo ricevuto una risposta dove ci dicono che “sentitamente e con grande commozione ringraziano per la pubblicazione del vostro articolo. Sarebbe cosa molto gradita avere contatti con tutti coloro che conoscevano Enzo, per cui comunichiamo la nostra completa disponibilità”. Ci auguriamo di poter incontrare al più presto la madre di Enzo che abbiamo conosciuto a Milano e conoscere per intero la sua famiglia.
Enzo non è più fisicamente con noi, ma resterà sempre con noi come compagno di lotta e di viaggio verso una società senza più sfruttamento e barbarie, ma finalmente a misura d’uomo. Una società che Enzo era convinto di poter costruire ed alla quale ha dedicato gran parte della sua vita.
CCI, 11 giugno 2011
Per Enzo …
L’ho appena saputo : te ne sei andato,
in silenzio, come spesso ti ho visto.
Non ti conoscevo da molto tempo,
eppure c’era qualcosa che mi faceva sentire
che eri un mio compagno,
non solo e non tanto perché condividevamo
simili visioni politiche,
ma perché ho subito sentito che provavi come me
la stessa insofferenza per questa società,
la stessa voglia di cambiare,
la stessa voglia di gioire,
la stessa voglia di costruire insieme
un mondo dove veramente tutti saranno liberi e felici.
Ora chissà dove sei andato,
eppure sono convinto
che continuerai a vivere qui con noi,
nelle nostre idee e nelle nostre azioni,
e che quello che saremo in grado di costruire lo
costruiremo anche grazie alla tua presenza viva nei nostri cuori.
Volevi andare in Spagna, poi in Marocco, e poi chissà dove
ma forse il vero viaggio che volevi fare era quello che tutti sogniamo
quello che ci porti in un posto dove potere essere veramente noi stessi,
un posto che non c’è,
un posto che va costruito,
un posto per tutti e di tutti,
un posto che proveremo a costruire anche per te …
Stefano, 16/5/2011
V. per Enzo
Mi dispiace di sentire della morte di Enzo. Era una persona straordinaria, determinata nel suo impegno per la lotta rivoluzionaria, passionale contro le ingiustizie sociali e sempre desideroso di comprendere il mondo in cui viviamo, al fine di trasformarlo.
Mi ricordo quando l’ho incontrato per la prima volta – nelle riunioni pubbliche a Milano. Lui arrivava come una brezza di mare; scoppiettante di pensieri e domande e riflessioni - spesso alla rinfusa, ogni idea cercando di trovare il suo giusto posto tra le altre - ma sempre stimolante e vitale e sempre pronto a sfidare il vecchio modo di guardare le cose.
Per molti lavoratori che, come lui, hanno trascorso molti anni nella convinzione che il trotzkismo offrisse un quadro valido per la trasformazione della società, il crollo del blocco “sovietico” deve essere stato un colpo brutale per la loro fiducia in un’alternativa della classe operaia a questo marcio sistema. Ma Enzo si rimboccò le maniche e cercò un modo per capire cosa stava succedendo nel mondo capitalista e come lottare contro di esso - e con grande determinazione ha trovato la sinistra comunista.
Non posso evitare di pensare che la passione e il contributo di militanti come Enzo rimangano per sempre nel cuore della storica lotta e che la classe operaia porterà una parte di lui con sé quando alla fine tenterà l’attacco al cielo.
Le mie più sentite condoglianze alla famiglia di Enzo, agli amici e ai compagni.
V. 27 maggio 2011
[1] In realtà Enzo percorre un’ulteriore tappa politica intermedia all’interno di “Ombre Rosse” - della galassia di Rifondazione Comunista – prima di approdare definitivamente alle posizioni della sinistra comunista.
[2] Alcune di queste sono state postate sul forum Napolioltre alla voce “Per Enzo…”, all’indirizzo https://napolioltre.forumfree.it/?t=55713652#lastpost.
Questa serie di articoli si è data come obiettivo di dimostrare che i membri della Sinistra comunista e gli anarchici internazionalisti hanno il dovere di discutere ed anche di collaborare. La ragione è semplice. Al di là delle divergenze che sono talvolta importanti, noi condividiamo le posizioni rivoluzionarie essenziali: l’internazionalismo, il rigetto di ogni collaborazione e compromesso con le forze politiche borghesi, la difesa de “la presa in mano delle lotte da parte degli stessi operai”…[1]
Malgrado questa evidenza, da tempo le relazioni tra queste due correnti rivoluzionarie sono state quasi inesistenti. Solo da qualche anno cominciamo appena a vedere l’inizio di un dibattito e di una collaborazione. Tutto ciò è il frutto della dolorosa storia del movimento operaio. L’atteggiamento della maggioranza del Partito bolscevico negli anni 1918-1924, (l’interdizione di ogni stampa anarchica senza distinzione, lo scontro con l’esercito di Makhno, lo schiacciamento nel sangue dei marinai insorti di Kronstadt …) ha scavato un fossato tra rivoluzionari marxisti ed anarchici. Ma soprattutto, lo stalinismo, che ha massacrato migliaia di anarchici[2] in nome del “comunismo”, ha causato un vero trauma per dei decenni[3].
Esistono ancora oggi, da una parte come dall’altra, timori a dibattere ed a collaborare. Per superare queste difficoltà bisogna essere persuasi di appartenere allo stesso campo, quello della rivoluzione e del proletariato, nonostante le divergenze. Ma ciò non può bastare. Dobbiamo fare anche uno sforzo cosciente per coltivare la qualità dei nostri dibattiti. “Elevarsi dall’astratto al concreto” è sempre la tappa più pericolosa. E’ per questo che, con quest’articolo, la CCI tiene a precisare con quale stato d'animo essa affronta questa possibile e necessaria relazione tra la Sinistra comunista e l’anarchismo internazionalista.
La critica costruttiva tra rivoluzionari è una necessità assoluta
La nostra stampa ha molte volte ripetuto, sotto differenti forme, l’affermazione secondo la quale l’anarchismo porta il segno d’origine dell’ideologia piccolo borghese. Questa critica, effettivamente radicale, è spesso giudicata inaccettabile dai militanti anarchici, compresi quelli abitualmente più aperti alla discussione. Ed ancora oggi, ancora una nuova, questo epiteto di “piccolo-borghese” affiancato alla parola “anarchismo” è sufficiente a certi per non volere più sentire parlare della CCI. Recentemente, sul nostro forum Internet, un partecipante che si rifà all’anarchismo ha finanche qualificato questa critica come una vera “ingiuria”. Ma noi non pensiamo che sia così.
Per quanto profondi siano i nostri reciproci disaccordi, essi non devono farci perdere di vista che i militanti della Sinistra comunista e quelli dell’anarchismo internazionalista dibattono tra rivoluzionari. Del resto, gli stessi anarchici internazionalisti muovono numerose critiche al marxismo, a cominciare dalle sue pretese inclinazioni naturali per l’autoritarismo ed il riformismo. Il sito della CNT-AIT in Francia, per esempio, contiene molteplici passi di questo genere:
“I marxisti diventavano progressivamente [a partire dal 1871] coloro che addormentavano gli sfruttati e firmavano l’atto di nascita del riformismo operaio”[4].
“Il marxismo è responsabile dell’orientamento della classe operaia verso l’azione parlamentare […]. Solo quando si sarà compreso questo si vedrà che la via della liberazione sociale ci conduce verso la terra felice dell’anarchismo, passando bene al di sopra del marxismo”[5].
Non si tratta qui di “ingiurie” ma di critiche radicali … con cui evidentemente siamo in totale disaccordo! È anche nel senso della critica aperta che deve essere considerata la nostra analisi della natura dell’anarchismo. Per cui pensiamo sia importante riproporla qui sinteticamente. Nel 1994, in un capitolo intitolato “Il nucleo piccolo-borghese dell’anarchismo”, noi scrivevamo: “Lo sviluppo dell’anarchismo nella seconda metà del XIX secolo era il prodotto della resistenza di strati piccolo-borghesi (artigiani, commercianti, piccoli contadini) alla marcia trionfante del capitale, resistenza al processo di proletarizzazione che li privava della loro “indipendenza” sociale passata. Più forte nei paesi dove il capitale industriale si è sviluppato tardivamente, alla periferia orientale e meridionale dell’Europa, esso esprimeva al tempo stesso la ribellione di questi strati contro il capitalismo e la loro incapacità a vedere oltre quest’ultimo, verso il futuro comunista; al contrario, enunciava il loro desiderio di ritorno ad un passato semi-mitico di comunità locali libere e di produttori rigorosamente indipendenti, sbarazzati dall’oppressione del capitale industriale e dallo Stato borghese centralizzato. Il “padre” dell’anarchismo, Pierre-Joseph Proudhon, era l’incarnazione classica di quest’atteggiamento, col suo odio feroce non solo verso lo Stato ed i grandi capitalisti, ma anche verso il collettivismo sotto tutte le sue forme, ivi compreso verso i sindacati, gli scioperi e le espressioni similari della collettività della classe operaia. Contrariamente a tutte le tendenze profonde che si sviluppavano all’interno della società capitalista, l’ideale di Proudhon era una società “mutualistica”, fondata sulla produzione artigianale individuale, legata dal libero scambio e dal libero credito”[6].
O ancora, in “Anarchismo e comunismo”, del 2001: “Nella genesi dell’anarchismo si esprime il punto di vista del lavoratore da poco proletarizzato e che rifiuta con tutte le sue forze questa proletarizzazione. Usciti di recente dal mondo contadino o dall’artigianato, spesso per metà operai e metà artigiani (come gli orologiai del Giura svizzero, per esempio), questi operai esprimevano il rimpianto per il passato di fronte al dramma che costituiva per loro cadere allo stato di operai. Le loro aspirazioni sociali consistevano nel voler far girare la ruota della storia a ritroso. Al centro di questa concezione c’è la nostalgia della piccola proprietà. E’ per questo che, con Marx, analizziamo l’anarchismo come espressione della penetrazione dell’ideologia piccolo borghese all’interno del proletariato”[7].
In altre parole, noi pensiamo che, fin dalla sua nascita, l’anarchismo sia segnato da un profondo sentimento di rivolta contro la barbarie dello sfruttamento capitalista ma che esso erediti anche alcuni punti di vista degli “artigiani, commercianti, piccoli contadini” che l’hanno costituito alla sua nascita. Ciò non significa assolutamente che oggi, tutti i gruppi anarchici sono “piccoli-borghesi”. È evidente che la CNT-AIT, il KRAS[8] ed altri gruppi sono animati dal soffio rivoluzionario della classe operaia. Più in generale, durante tutto il XIX e XX secolo, numerosi operai hanno sposato la causa anarchica e hanno lottato realmente per l’abolizione del capitalismo e l’avvento del comunismo, da Louise Michel a Durruti passando, tra gli altri, per Voline o Malatesta. All’epoca dell’ondata rivoluzionaria del 1917, una parte degli anarchici ha anche formato, nei ranghi operai, alcuni battaglioni tra i più combattivi.
C’è da sempre, all’interno dell’ambiente anarchico, una battaglia contro questa tendenza originaria ad essere influenzata dall’ideologia della piccola borghesia radicalizzata. Ed in parte è questo che caratterizza le profonde divergenze tra gli anarchici individualistici, mutualistici, riformisti, comunisti-nazionalisti e comunisti-internazionalisti (solo questi ultimi appartengono realmente al campo rivoluzionario). Ma, anche gli anarchici internazionalisti subiscono l’influenza delle radici storiche della loro corrente. Tale è, per esempio, la causa della loro tendenza a sostituire la “lotta della classe operaia” con la “resistenza popolare autonoma”.
Per la CCI è dunque una questione di responsabilità esporre onestamente, alla luce del giorno, tutti questi disaccordi, allo scopo di contribuire al meglio al rafforzamento generale del campo rivoluzionario. Così come è responsabilità degli anarchici internazionalisti continuare ad esprimere le loro critiche verso il marxismo. Ciò non deve costituire affatto un ostacolo alla tenuta fraterna dei nostri dibattiti o rappresentare un freno alle eventuali collaborazioni, tutt’altro[9].
Secondo la CCI, tra marxisti e anarchici esiste un rapporto da maestro ad alunno?
Tutte queste critiche, la CCI non le muove agli anarchici come se fosse un maestro che corregge il suo alunno. Tuttavia, sul nostro forum, alcuni interventi hanno rimproverato alla nostra organizzazione il suo tono “da professori”. Al di là del gusto per questo o quello stile letterario, dietro queste osservazioni si nasconde una vera domanda teorica. La CCI verso la CNT-AIT e, più in generale, la Sinistra comunista verso l’anarchismo internazionalista, hanno un ruolo di “guida” o di “modello”? Pensiamo noi di essere una minoranza illuminata che deve infondere la verità, la buona coscienza?
Una tale concezione sarebbe in totale contraddizione con la stessa tradizione della Sinistra comunista. E rinvia più profondamente ancora al legame che unisce i rivoluzionario comunisti alla loro classe.
Negli Annali franco-tedeschi Marx afferma: “Non ci presentiamo al mondo come dottrinari armati di un nuovo principio: ecco la verità, inginocchiatevi! Sviluppiamo per il mondo dei principi nuovi che traiamo dagli stessi principi del mondo. Noi non gli diciamo: “rinuncia alle tue lotte, sono delle puerilità; tocca a noi farti capire il vero motto della lotta”. Tutto ciò che noi facciamo, è mostrare al mondo perché in realtà lotta”[10].
I rivoluzionari, marxisti o anarchici internazionalisti, non sono al di sopra della classe operaia, ne fanno integralmente parte, sono uniti ad essa da mille legami. La loro organizzazione è la secrezione collettiva del proletariato.
La CCI non si è dunque mai considerata un’organizzazione avente per vocazione di imporre il suo punto di vista alla classe operaia o agli altri gruppi rivoluzionari. Noi facciamo interamente nostro questo passaggio del Manifesto comunista del 1848: “I comunisti non sono un partito particolare di fronte agli altri partiti operai. I comunisti non hanno interessi distinti dagli interessi di tutto il proletariato. I comunisti nonpongono principi speciali sui quali vogliono modellare il movimento proletario”. È questo stesso principio che Bilan, organo della Sinistra comunista italiana, fa vivere in occasione dell’uscita del suo primo numero nel 1933: “Certamente, la nostra frazione si reclama ad un lungo passato politico,ad una tradizione profonda nel movimento italiano ed internazionale, ad un insieme di posizioni politiche fondamentali. Ma non intende avvalersi dei suoi precedenti politici per chiedere delle adesioni alle soluzioni che preconizza per la situazione attuale. Al contrario, invita i rivoluzionari a sottomettere alla verifica degli avvenimenti le posizioni che essa difende attualmente così come le posizioni politiche contenute nei suoi documenti di base”.
Dalla sua nascita, la nostra organizzazione si sforza di coltivare questo stesso spirito di apertura e questa stessa volontà di dibattere. Così, fin dal 1977, scrivevamo:
“Nei nostri rapporti con [gli altri gruppi rivoluzionari], vicini alla CCI ma esterni, il nostro scopo è chiaro. Cerchiamo di stabilire una discussione fraterna ed approfondita sulle differenti questioni affrontate dalla classe operaia.
“Non potremo assumere realmente la nostra funzione (…) nei loro confronti se non siamo capaci contemporaneamente di:
- guardarci dal considerarci il solo ed unico raggruppamento rivoluzionario esistente oggi;
- difendere di fronte a loro le nostre posizioni con fermezza;
- conservare nei loro confronti un atteggiamento aperto alla discussione che deve condursi pubblicamente e non attraverso scambi confidenziali”[11].
Si tratta per noi di una regola di condotta. Siamo convinti della validità delle nostre posizioni, pur essendo aperti ad una critica ragionata, ma non le prendiamo come “la soluzione ai problemi del mondo”. Si tratta per noi di un apporto alla lotta collettiva della classe operaia. È per tale motivo che diamo un’importanza tutta particolare alla cultura del dibattito. Nel 2007, la CCI ha anche dedicato tutto un testo di orientamento a questa specifica questione: “La cultura del dibattito: un’arma della lotta di classe” in cui si afferma: “Se le organizzazioni rivoluzionarie vogliono assolvere al loro compito fondamentale di sviluppo ed estensione della coscienza di classe, la cultura di una discussione collettiva, internazionale, fraterna e pubblica è assolutamente essenziale”[12].
Il lettore attento avrà notato che tutte queste citazioni contengono, oltre all’idea della necessità di dibattere, l’affermazione che la CCI deve anche difendere fermamente le sue posizioni politiche. Non si tratta di una contraddizione. Voler discutere apertamente non significa credere che tutte le idee sono uguali o che tutte le posizioni si equivalgono. Come sottolineato nel nostro testo del 1977: “Lungi dall’escludersi, fermezza sui principi ed apertura nell'atteggiamento vanno di pari passo: non abbiamo paura di discutere proprio perché siamo convinti della validità delle nostre posizioni”.
Nel passato come in avvenire, il movimento operaio ha avuto e avrà bisogno di dibattiti sinceri, aperti e fraterni tra le sue differenti tendenze rivoluzionarie. Questa molteplicità di punti di vista e di approcci sarà una ricchezza ed un apporto indispensabile alla lotta del proletariato ed allo sviluppo della sua coscienza. Lo ripetiamo, all’interno del campo rivoluzionario vi possono anche essere delle profonde divergenze e queste devono assolutamente esprimersi ed essere dibattute. Noi non chiediamo agli anarchici internazionalisti di rinunciare ai loro criteri né a quello che considerano il loro patrimonio teorico. Al contrario, ci auguriamo vivamente che essi li espongano con chiarezza, in risposta alle domande che si pongono a tutti, che essi accettino la critica e la polemica così come noi non consideriamo le nostre posizioni come “l’ultima parola”, ma come un contributo aperto a degli argomenti contraddittori. Noi non diciamo a questi compagni: “arrendetevi di fronte alla proclamata superiorità del marxismo”.
Rispettiamo profondamente la natura rivoluzionaria degli anarchici internazionalisti e sappiamo che combatteremo fianco a fianco quando si svilupperanno dei grandi movimenti di lotta. Ma difenderemo anche fermamente, in maniera convinta - e, speriamo, convincente - le nostre posizioni sulla Rivoluzione russa ed il Partito bolscevico, la centralizzazione, il periodo di transizione, la decadenza del capitalismo, il ruolo anti-operaio del sindacalismo … Questo non significa porci in un rapporto da maestro ad alunno o sperare di convertire alcuni anarchici per farli passare nei nostri ranghi, ma partecipare pienamente al dibattito necessario tra i rivoluzionari.
Come vedete, compagni, questo dibattito rischia di essere fortemente animato … ed appassionante!
Concludiamo questa serie di tre articoli su “La Sinistra comunista e l’anarchismo internazionalista”, con una citazione di Malatesta: “Se noi, anarchici, potessimo fare la rivoluzione da soli o se i socialisti[13] potessero farla da soli, potremmo concederci il lusso di agire ciascuno per conto proprio, e forse venire anche alle mani. Ma la rivoluzione, è l’intero proletariato che la farà, il popolo intero, di cui i socialisti e gli anarchici non sono numericamente che una minoranza, anche se il popolo sembra avere molta simpatia per gli uni e per gli altri. Dividerci, anche là dove possiamo essere uniti, significherebbe dividere il proletariato, o più esattamente, raffreddare le sue simpatie e renderlo meno incline a seguire questo nobile orientamento socialista comune che insieme i socialisti e gli anarchici potrebbero fare trionfare all’interno della rivoluzione. Spetta ai rivoluzionari vegliare, ed in particolare ai socialisti ed agli anarchici, non accentuando i motivi dei loro dissensi e soprattutto occupandosi dei fatti e degli scopi che possono unirli e far loro raggiungere il più grande risultato rivoluzionario possibile”. (Volontà, 1 maggio 1920)
CCI, settembre 2010
[1] Vedi la prima parte di questa serie: “Quello che abbiamo in comune”.
[2] D’altra parte, come le migliaia di marxisti ed in generale i milioni di proletari.
[3] Vedi la seconda parte di questa serie “Sulle nostre difficoltà a dibattere e come superarle”.
[4] cnt-ait.info.
[5] Si tratta qua più precisamente di una citazione di Rudolf Rocker che la CNT-AIT riprende a proprio conto.
[8] Si tratta della sezione in Russia dell’AIT con cui noi intratteniamo buone relazioni di cameratismo e di cui abbiamo pubblicato parecchie prese di posizione nella nostra stampa.
[9] Ciò detto, nel corso del dibattito che ha avuto luogo in questi ultimi mesi, dei compagni anarchici hanno giustamente protestato contro delle formulazioni oltranziste che pronunciavano una sentenza definitiva ed ingiustificata nei riguardi dell’anarchismo. Rituffandoci di nuovo in alcuni dei nostri vecchi testi, abbiamo trovato a nostra volta dei passaggi che oggi non scriveremmo più. Per esempio:
- “Certi elementi operai possono pensare di aderire alla rivoluzione a partire dall’anarchismo, ma per aderire ad un programma rivoluzionario bisogna rompere con l’anarchismo” (https://fr.internationalism.org/rinte102/anar.htm [18]).
- “È per questo che il proletariato deve allontanarsi risolutamente da questi commercianti di illusioni che sono gli anarchici" (https://fr.internationalism.org/ri321/anarchisme.htm [19]).
- Il nostro articolo “Anarchismo e comunismo”, che pertanto descrive meticolosamente la lotta degli “Amici di Durruti” all’interno della CNT nella Spagna degli anni 1930, caricatura con una frase la visione dell’anarchismo che ha la CCI affermando che nel 1936 non c’era più “una fiamma rivoluzionaria” all’interno della CNT. La nostra serie di articoli più recenti sull'anarco-sindacalismo, pur denunciando di nuovo l’integrazione della direzione della CNT negli ingranaggi dello Stato ed il suo contributo al disarmo politico degli operai anarchici (cosa che ha facilitato il lavoro degli assassini stalinisti), ha mostrato fino a che punto la situazione era complessa. Ci sono stati all’interno della CNT, a livello internazionale, delle vere lotte per difendere le posizioni autenticamente proletarie contro il tradimento che costituiva l’integrazione di questa organizzazione allo Stato spagnolo (vedi la nostra serie [20] sul sindacalismo rivoluzionario).
[10] Citato da Franz Mehring nella sua biografia di K. Marx.
[11] In “I gruppi politici proletari”, Revue internationale n°11, 4° trimestre 1977.
[12] Questo articolo è disponibile sul nostro sito Internet al seguente indirizzo: https://fr.internationalism.org/rint131/la_culture_du_debat_une_arme_de_la_lutte_de_classe.html [21].
[13] Nel momento in cui Malatesta scrive questo articolo, il Partito socialista italiano raggruppa ancora, accanto ai riformisti, gli elementi rivoluzionari che vanno a fondare il PCI nel gennaio 1921 al Congresso di Livorno.
Links
[1] https://it.internationalism.org/en/tag/4/79/spagna
[2] https://it.internationalism.org/en/tag/2/29/lotta-proletaria
[3] https://it.internationalism.org/en/tag/4/75/italia
[4] https://it.internationalism.org/en/tag/situazione-italiana/politica-della-borghesia-italia
[5] https://it.internationalism.org/content/xviii-congresso-della-cci-risoluzione-sulla-situazione-internazionale
[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Internal_rating_based
[7] https://it.wikipedia.org/wiki/Basilea_2
[8] https://it.wikipedia.org/wiki/Rating
[9] https://it.internationalism.org/en/tag/vita-della-cci/risoluzioni-del-congresso
[10] https://it.internationalism.org/en/tag/sviluppo-della-coscienza-e-dell-organizzazione-proletaria/corrente-comunista-internazionale
[11] https://it.internationalism.org/en/tag/3/47/economia
[12] https://it.internationalism.org/en/tag/4/55/africa
[13] https://it.internationalism.org/en/tag/3/48/guerra
[14] https://it.internationalism.org/en/tag/3/49/imperialismo
[15] https://www.istitutoonoratodamen.it/
[16] https://it.internationalism.org/en/tag/vita-della-cci/lettere-dei-lettori
[17] https://fr.internationalism.org/rinte79/comm.htm
[18] https://fr.internationalism.org/rinte102/anar.htm
[19] https://fr.internationalism.org/ri321/anarchisme.htm
[20] https://fr.internationalism.org/taxonomy/term/198
[21] https://fr.internationalism.org/rint131/la_culture_du_debat_une_arme_de_la_lutte_de_classe.html
[22] https://it.internationalism.org/en/tag/vita-della-cci/corrispondenza-con-altri-gruppi
[23] https://it.internationalism.org/en/tag/correnti-politiche-e-riferimenti/anarchismo-internationalista