Un dibattito tra rivoluzionari a Berlino: le cause della guerra imperialista

Nel
numero scorso del giornale abbiamo pubblicato un articolo di
bilancio della prima riunione che il BIPR (Bureau Internazionale
per il Partito Rivoluzionario) ha tenuto a Berlino all’inizio
di quest’anno che aveva come tema la situazione della lotta
di classe. Come già annunciato, pubblichiamo qui un
articolo sulla seconda riunione del BIPR, alla quale ha
partecipato la CCI, tenutasi sempre a Berlino a metà maggio
dove è stato affrontato il tema della guerra imperialista.
Se abbiamo ritenuto necessario dare un tale spazio per raccogliere
i vari elementi scambiati tra la nostra organizzazione ed il BIPR
nel corso di questa discussione, è per l’importanza
che questi hanno e per l’utilità che possono avere
per chi è interessato a conoscere meglio ciò che
unisce e ciò che distingue le due principali organizzazioni
della Sinistra Comunista su di una questione di fondo come la
guerra
.

Un militante di Battaglia
Comunista (1) ha fatto la presentazione centrata sulle cause della
guerra in Iraq e sulla politica attuale degli Stati Uniti. Il
compagno ha sviluppato l’analisi del BIPR secondo la quale
“la crociata americana contro il terrorismo” ha
essenzialmente dei fini economici: il rafforzamento del controllo
americano sulle riserve di petrolio nel mondo, in modo da
consolidare l’egemonia del dollaro sull’economia
mondiale e recuperare un profitto supplementare dalla “rendita
petrolifera”. In seguito all’indebolimento della loro
competitività gli Stati Uniti devono far ricorso
all’appropriazione parassitaria di plusvalore prodotta nel
mondo intero per mantenere la propria economia a galla. Inoltre, è
stato detto che giocano un ruolo anche delle considerazioni
strategiche, spesso in legame con il controllo delle riserve di
petrolio, che mirano a creare una divisione tra la Russia e la
Cina, l’una dall’altra ed entrambe dai campi
petroliferi importanti, ed a fare in modo che l’Unione
europea resti fedele e divisa.

Questa
analisi ha suscitato differenti reazioni da parte dei partecipanti
alla riunione pubblica. Mentre un compagno degli “Amici di
una società senza classi” (FKG) - che era stato in
precedenza uno dei fondatori del gruppo “Aufbrechen”-
ha salutato la capacità del BIPR di identificare le cause
concrete della guerra, il portavoce del gruppo GIS (“Grupe
Internazionale Sozialistinnen”) ha espresso dei dubbi su
questa analisi. Quest’ultimo ha sottolineato che il fatto
che gli Stati Uniti acquisiscano delle liquidità
finanziarie internazionali è innanzitutto e soprattutto
l’espressione di una politica classica di indebitamento. In
più, il compagno ha riaffermato quanto già difeso
alla precedente riunione pubblica del BIPR, cioè che gli
sforzi per dominare militarmente le risorse petrolifere hanno dei
fini più militari che economici. Un membro del gruppo
“International Communists”, da parte sua, ha messo in
evidenza che non ci sono solo gli Stati Uniti, ma anche le altre
grandi potenze imperialiste, ed in primo luogo gli Stati Europei,
che si battono oggi per il dominio del mondo. Egli ha esposto la
tesi secondo la quale mentre gli Stati Uniti mettono sulla
bilancia soprattutto la loro potenza militare, le banche europee
ci mettono principalmente il loro potere economico.

La critica della CCI
all’analisi del BIPR

Nel suo primo
contributo alla discussione la CCI ha preso in esame le
argomentazioni del BIPR. Secondo queste argomentazioni gli Stati
Uniti hanno in buona misura perso la loro competitività sul
mercato mondiale. Per compensare questo indebolimento –deficit
giganteschi della bilancia commerciale e di quella dei capitali,
debito pubblico crescente- l’America scatena la guerra ai
quattro angoli della terra per attirare capitale, attraverso il
controllo del petrolio e l’egemonia del dollaro.Dal punto di
vista della CCI questa analisi è politicamente molto
pericolosa perché essa esamina le cause della guerra
imperialista a partire dalla situazione particolare di un dato
Stato invece di partire dallo stadio di sviluppo e dalla maturità
delle contraddizioni del sistema capitalista nel suo insieme.
Niente di strano allora che questa analisi somigli per grandi
linee agli argomenti del campo anti-mondializzazione pro-europeo,
o dei social-democratici di sinistra tedeschi come Oskar
Lafontaine, che spiegano l’inasprimento delle tensioni
imperialiste con il cosiddetto carattere particolarmente
parassitario dell’economia americana.

In secondo
luogo questa analisi è incapace di rispondere alle due
seguenti questioni:

- perché
l’economia degli Stati Uniti –che sono ancora il
capitalismo più forte del mondo, con le compagnie più
grandi, con una cultura nazionale particolarmente ben adattata ai
bisogni del modo di produzione capitalista- incontra tali problemi
a livello di concorrenza internazionale?

- perché
la borghesia americana non reagisce a questo problema facendo ciò
che sarebbe più facile e più logico e cioè
degli investimenti massicci nel suo apparato produttivo in modo da
riconquistare il suo margine di concorrenza? Invece di fare
questo, perché reagisce, come afferma Battaglia, spargendo
guerra attraverso il pianeta?

In realtà
il Bureau Internazionale confonde causa ed effetto.
Non è perché ha perso la sua competitività
che l’America si arma fino ai denti. Al contrario, è
questa perdita reale del suo vantaggio nella concorrenza economica
ad essere una conseguenza degli sforzi fatti nella corsa agli
armamenti. Una tale evoluzione non è, inoltre, una
specificità dell’imperialismo americano. Il
principale rivale di lunga data dell’America, l’URSS,
è già sprofondata soprattutto per essersi armata
fino alla morte. La verità è che il gonfiarsi del
budget militare, a spese dello sviluppo delle forze produttive, e
l’assoggettamento progressivo dell’economia al
militarismo sono delle caratteristiche essenziali del capitalismo
putrescente.In terzo
luogo, è vero che nel capitalismo crisi e guerra sono
inseparabili. Ma il legame tra le due non è quello della
tesi semplicistica della guerra per il petrolio o per l’egemonia
del dollaro. Il legame reale tra le due lo si può vedere,
per esempio, nella costellazione che ha portato alla Prima Guerra
mondiale. A quell’epoca non c’era una depressione
economica comparabile a quella scoppiata più tardi, nel
1929. La crisi del 1913 aveva ancora alla base un carattere di
crisi ciclica ed era in realtà relativamente moderata. Non
c’era crisi commerciale, del budget dello Stato o della
bilancia dei pagamenti in Gran Bretagna, in Germania o nelle altre
principali potenze protagoniste, comparabili in qualche modo alla
crisi di oggi, non c’erano neanche delle turbolenze
monetarie particolari (all’epoca il riferimento all’oro
era universalmente riconosciuto). Tuttavia, la prima
conflagrazione imperialista mondiale ha avuto luogo. Perché?
Quali sono le leggi generali dell’imperialismo che sono alla
base della guerra moderna?

Più
uno Stato capitalista è sviluppato, più la
concentrazione del suo capitale è possente, più
grande è la sua dipendenza rispetto al mercato mondiale,
più esso è dipendente dagli accessi alle risorse del
globo e del dominio su di esse. E’ per questo che,
nell’epoca dell’imperialismo, ogni Stato è
costretto a tentare di stabilire una zona d’influenza
intorno a sè. Le grandi potenze considerano necessariamente
che il mondo intero è la loro zona di influenza –
perché solo così possono sentirsi sicure nella loro
esistenza. Più la crisi economica è forte, più
la battaglia per il mercato mondiale è forte, più
questo bisogno viene sentito in maniera imperiosa. La Germania
dichiarò guerra alla Gran Bretagna nel 1914 non a causa
della sua situazione economica immediata, ma perché
per una potenza la cui sorte dipendeva sempre più
fortemente dall’economia mondiale, non era più
tollerabile che il suo accesso al mercato mondiale dipendesse
dalla benevolenza della Gran Bretagna, la potenza dominante sugli
oceani e su buona parte delle colonie. Questo significa che la
borghesia tedesca ha deciso di agire d’anticipo, in modo da
rovesciare la situazione prima che essa peggiorasse, come avvenne
poi con la crisi del 1929, quando essa venne esclusa da gran parte
del mercato mondiale dalle grandi potenze coloniali. E’
questo che spiega perché, all’inizio del 20°
secolo, la guerra scoppiò prima della crisi
economica mondiale.

Il fatto che
le potenze capitaliste entrino sempre più brutalmente in
conflitto tra loro implica che le guerre imperialiste portano in
maniera crescente alla reciproca rovina degli Stati che
partecipano al conflitto. Rosa Luxemburg l’aveva già
messo in evidenza nella sua Brochure di Junius nel 1916. Ma
anche l’attuale guerra in Iraq lo conferma. In altri tempi
l’Iraq era, alla periferia del capitalismo, una delle fonti
più importanti di lucrosi contratti per l’industria
europea ed americana. Oggi non solo la crisi economica, ma
soprattutto le guerre contro l’Iran prima e l’America
dopo, hanno completamente rovinato l’Iraq. La stessa
economia degli Stati Uniti subisce un nuovo colpo a causa delle
esorbitanti spese militari in Iraq. Dietro l’idea che la
guerra attuale sia stata scatenata a causa di una speculazione
monetaria o di una presunta “rendita petrolifera” si
nasconde il fatto di credere che la guerra sia ancora lucrosa, che
il capitalismo sia ancora un sistema in espansione. Non solo la
politica degli Stati Uniti, ma anche quella di Bin Laden e
compagni è stata interpretata in questo senso dal
rappresentante di Battaglia, che presenta quest’ultima come
l’espressione di un tentativo delle “200 famiglie
dell’Arabia Saudita” di conquistare una parte maggiore
di profitti dalla loro propria produzione di petrolio.

Il
pericolo dell’empirismo borghese

Dopo che il
BIPR e la CCI hanno presentato i loro propri punti di vista sulle
cause della guerra, si è svolto un vivace ed interessante
dibattito. Era evidente che i partecipanti alla riunione erano
molto interessati a conoscere meglio le posizioni delle due
organizzazioni della sinistra comunista presenti e allo stesso
tempo ci tenevano a che i due gruppi si rispondessero l’un
l’altro. Ed accanto alle domande ci sono state anche
obiezioni e critiche. Un compagno
dell’FKG, ad esempio, ha accusato la CCI di “bassa
polemica” sulla base del nostro paragone tra l’analisi
del BIPR e quella del movimento no-global. Egli ha sottolineato
che far emergere il ruolo di aggressore degli Stati Uniti oggi non
aveva niente a che vedere con la minimizzazione del ruolo
dell’imperialismo europeo fatta dai suoi simpatizzanti
borghesi. Ha mostrato, il che è corretto, che anche nel
passato gli internazionalisti proletari avevano analizzato il
ruolo di Stati particolari nello scatenamento delle guerre
imperialiste, senza per questo rendersi colpevoli di concessioni
riguardo ai rivali di questi Stati.

Tuttavia, la
critica fatta dalla CCI non riguardavano l’identificazione
degli Stati Uniti come principale fautore delle guerre attuali, ma
piuttosto il fatto che le cause di queste guerre non erano
ricercate nella situazione dell’imperialismo nel suo
insieme, ma venivano ridotte alla situazione specifica degli Stati
Uniti. Il
rappresentante di Battaglia, da parte sua, non ha negato del tutto
la somiglianza tra l’analisi fatta dalla sua organizzazione
e quella di diverse correnti borghesi, pur argomentando che però
questa analisi, nelle mani del BIPR, trova le sue radici in una
visione del mondo completamente differente, una visione
proletaria. Certamente è ancora così, per fortuna.
Ma noi continuiamo a pensare che una tale analisi non solo
indebolisce l’efficacia della nostra lotta contro
l’ideologia della classe nemica, ma soprattutto mina alla
base la fermezza del nostro punto di vista proletario.

Secondo noi,
la somiglianza tra l’analisi del BIPR e il punto di vista
borghese è il risultato del fatto che i compagni stessi
hanno adottato un approccio borghese. E’ questo modo
di procedere che noi abbiamo chiamato empirismo, volendo intendere
con questo la tendenza di fondo del pensiero borghese ad essere
trascinato su delle false piste da alcuni fatti particolari di una
certa rilevanza, invece di scoprire, grazie ad un approccio
teorico più profondo, il legame reale tra i differenti
fatti. Un esempio di questa tendenza del BIPR si è avuto
durante la discussione, nella maniera in cui il compagno ha
presentato il fatto che, senza l’afflusso costante di
capitali stranieri, l’economia borghese crollerebbe; per il
BIPR questo costituirebbe la prova che la guerra in Iraq
serviva a costringere le altre borghesie a prestare denaro
all’America. In risposta a questo abbiamo ricordato che
quello che è certo è che senza questi prestiti e
questi investimenti, l’economia degli Stati Uniti subirebbe
un ripiegamento; questo è già di per sé un
obbligo sufficiente per spingere i capitalismi giapponesi ed
europei a comprare azioni e titoli americani dato che essi stessi
non sopravvivrebbero a un crollo degli Stati Uniti (2).

Il legame tra la crisi
economica e la guerra

Durante
questa fase della discussione sono state sollevate varie questioni
critiche verso la CCI. I compagni hanno messo in questione
l’importanza data al significato delle questioni strategiche
nella nostra analisi degli scontri imperialisti. Il compagno del
FKG (3) ha criticato il fatto che - a suo parere – la CCI
spiega le tensioni imperialiste attraverso le rivalità
militari senza legarle alla crisi economica ed escludendo a quanto
sembra i fattori economici. Ha portato l’esempio degli
obiettivi economici della Germania nella Seconda Guerra mondiale,
per insistere, contro la posizione della CCI, sul fatto che gli
Stati imperialisti cercano nella guerra una soluzione alla crisi
economica. Un compagno austriaco, membro fondatore in questo paese
del “Groupe Comuniste International”, ha chiesto se la
CCI dà una certa importanza al ruolo del petrolio o se, al
contrario, considera che è una semplice coincidenza se il
bersaglio della “lotta al terrorismo” è
precisamente una regione dove si trovano le maggiori riserve di
petrolio del mondo. Inoltre, il rappresentante del GIS ha chiesto
una precisazione sulla nostra presa di posizione secondo la quale
la guerra moderna non è una soluzione, ma è essa
stessa l’espressione dell’esplosione della crisi.

La
delegazione della CCI ha risposto che, dal nostro punto di vista,
il marxismo, lungi dal negare il legame tra crisi e guerra, è
capace di spiegarlo in modo molto più profondo. Nondimeno,
per la CCI, la guerra imperialista non è l’espressione
delle crisi cicliche tipiche del 19° secolo, ma è il
prodotto della crisi permanente del capitalismo decadente. In
quanto tale essa è il risultato della ribellione delle
forze produttive contro i rapporti di produzione della società
borghese che sono diventati troppo stretti per esse. Nel suo libro
L’Anti-Dühring, Engels afferma che la
contraddizione centrale nella società capitalista è
quella che esiste tra una produzione che diventa già
socialista ed un’appropriazione di questa produzione che
resta privata ed anarchica. Nell’epoca dell’imperialismo,
una delle principali espressioni di questa contraddizione è
quella che esiste tra il carattere mondiale del processo di
produzione e lo Stato-nazione in quanto strumento più
importante di appropriazione privata capitalista. La crisi del
capitalismo decadente è una crisi di tutta la società
borghese. Essa trova la sua espressione strettamente economica
nella depressione economica, la disoccupazione di massa, ecc. ma
essa si esprime anche a livello politico, militare, cioè
attraverso dei conflitti armati sempre più distruttivi. La
caratteristica di questa crisi di tutto il sistema è
l’accentuazione permanente della concorrenza tra gli
Stati-nazione sia a livello economico che militare. E’ per
questo che, nel corso della riunione, siamo intervenuti contro
l’ipotesi del rappresentate de “l’Internationale
Comuniste” (vedi sopra), secondo la quale, nella lotta per
l’egemonia mondiale, la borghesia americana utilizzerebbe
dei mezzi militari e la borghesia europea dei mezzi economici. In
realtà, questa lotta è condotta utilizzando tutti i
mezzi possibili. La guerra commerciale è altrettanto feroce
che la guerra militare. E’ vero, evidentemente, che ogni
frazione nazionale della borghesia, attraverso la guerra, cerca
sempre “soluzione” alla crisi. Ma poiché il
mondo, dall’inizio del 19° secolo, è già
stato spartito, questa “soluzione” non può
essere prospettata che a spese degli altri, in genere a spese
degli Stati capitalisti confinanti. Nel caso delle grandi potenze,
questa “soluzione” non può che risiedere che
nel dominio del mondo ed in quanto tale esige l’esclusione o
la subordinazione radicale delle altre grandi potenze. Questo vuol
dire che questa ricerca di una via d’uscita dalla crisi
prende sempre più un carattere utopico ed irrealista. La
CCI parla appunto di una “irrazionalità”
crescente della guerra.

Nel corso
della decadenza capitalista succede regolarmente che la potenza
che prende l’iniziativa di dichiarare la guerra, ne esce
alla fine vinta: la Germania nelle due guerre mondiali ad esempio.
Ciò manifesta la natura sempre più irrazionale ed
incontrollabile della guerra. Quello che
critichiamo nell’analisi del BIPR non è affatto
l’affermazione che la guerra ha delle cause economiche, ma
la confusione tra le determinazioni economiche ed il guadagno
economico. In più critichiamo il fatto che si spiega ogni
movimento nella costellazione imperialista attraverso una causa
economica immediata, ciò che , a nostro avviso, costituisce
una tendenza materialista volgare. Questo si è visto
precisamente sulla questione del petrolio. Va da se che la
presenza di risorse petrolifere in Medio-Oriente gioca un ruolo
considerevole. Tuttavia le potenze industriali - principalmente e
soprattutto gli Stati Uniti - non avevano bisogno di occupare
militarmente questi campi petroliferi per stabilire il loro
predominio economico su questa materia prima o altre. Quello che è
in gioco è innanzitutto l’egemonia militare e
strategica su delle risorse di energia potenzialmente decisive
negli episodi di guerra.

Crisi e decadenza del
capitalismo

Il BIPR ha
rigettato in modo veemente l’affermazione della CCI secondo
la quale la guerra moderna sarebbe l’espressione
dell’impasse del capitalismo. Il rappresentate di Battaglia
Comunista
ha sì ammesso che la natura distruttrice del
capitalismo conduce prima o poi alla distruzione dell’umanità.
Ma fino a che questa calamità finale non ha luogo, il
capitalismo può continuare la sua espansione in modo
illimitato. Secondo il compagno di Battaglia, non sono le
guerre attuali, imposte dagli Stati Uniti, ma le “vere
guerre imperialiste” del futuro (per esempio tra l’America
e l’Europa) ad essere lo strumento di questa espansione,
dato che una distruzione generalizzata aprirebbe la via ad una
nuova fare di accumulazione. Noi siamo stati d’accordo col
fatto che il capitalismo è capace di sparzzar via
l’umanità. Tuttavia, la distruzione della produzione
in eccesso, considerata da un punto di vista storico, non è
comunque stata sufficiente a superare le crisi cicliche del
capitalismo ascendente del 19° secolo. E’ per questo
che, secondo Marx ed Engels, era necessario anche l’apertura
di nuovi mercati. Mentre nel quadro dell’economia naturale
la sovrapproduzione non poteva che apparire come un eccesso in
rapporto ai limiti fisici massimali del consumo umano, nel regime
di produzione di beni di consumo, e soprattutto nel capitalismo,
la sovrapproduzione è sempre espressa in rapporto al
consumo esistente di quelli che possiedono il denaro. Si tratta di
una categoria economica più che fisiologica. Ciò
significa che la distruzione attraverso la guerra non risolve di
per sé il problema fondamentale della mancanza di domanda
solvibile.

Innanzitutto,
il punto di vista difeso dal BIPR, rispetto alla possibile
espansione del capitalismo fino al momento della distruzione
fisica, non è compatibile con la visione di una decadenza
del capitalismo – visione che il BIPR sembra abbandonare
sempre più. In effetti, dal punto di vista marxista il
declino di un modo di produzione si è sempre accompagnato
ad uno sviluppo crescente degli ostacoli alle forze produttive
derivanti dalla produzione esistente e dai rapporti di proprietà.
Sembra che, per Battaglia, la guerra giochi ancora il ruolo
di motore dell’espansione economica come nel 19° secolo. Quando il
compagno di Battaglia, durante la riunione, parlava di
“guerre veramente imperialiste” ancora a venire, egli
non faceva che confermare la nostra impressione, e cioè che
questa organizzazione considera le guerre per periodo attuale come
una semplice continuazione della politica economica degli Stati
Uniti condotta con altri mezzi, e non come dei conflitti
imperialisti. Da parte nostra abbiamo insistito sul fatto che
queste guerre sono anch’esse delle guerre imperialiste e che
le grandi potenze imperialiste attraverso esse entrano in
conflitto le une contro le altre, non direttamente ma, per
esempio, passando per le guerre alla periferia. La serie di guerre
nell’ex-Yugoslavia, che all’origine fu suscitata dalla
Germania, conferma anche che in questo processo gli Stati Uniti
sono ben lungi dall’essere i soli aggressori.

Un dibattito molto utile

Nella sua
conclusione alla discussione il compagno del BIPR ha difeso l’idea
che questa discussione avrebbe dimostrato che il dibattito tra il
BIPR e la CCI è “inutile”. E ciò perché
per decenni, il BIPR accusa la CCI di “idealismo” e la
CCI accusa il BIPR di “materialismo volgare” senza che
nessuna delle due organizzazioni abbia modificato il suo punto di
vista.

A nostro
avviso si tratta di una valutazione piuttosto negativa su di una
discussione nella quale, non solo le due organizzazioni, ma anche
tutto un ventaglio di gruppi e di persone differenti hanno
partecipato in maniera molto attiva. E’ evidente che la
nuova generazione di militanti che si interessano alla politica
nell’area di lingua tedesca trova molto interessante venire
a conoscere le posizioni delle organizzazioni internazionaliste
esistenti, informarsi degli accordi e dei disaccordi che esistono
tra queste. Che cosa c’è di meglio per rispondere a
questa domanda se non un dibattito pubblico? Per quanto ne
sappiamo, nessun rivoluzionario serio fino ad oggi ha mai pensato,
per esempio, a mettere in dubbio l’utilità del
dibattito tra Lenin e Rosa Luxemburg sulla questione nazionale,
solo perché né l’uno né l’altra
hanno mai modificato la propria posizione di base sulla questione.
Al contrario: la posizione attuale della Sinistra Comunista sui
cosiddetti movimenti di liberazione nazionale si fonda in gran
parte sui risultati di questo dibattito.

La CCI, da
parte sua, resta completamente favorevole al dibattito pubblico e
continuerà a chiamare a tali dibattiti ed a parteciparvi.
Questo dibattito rappresenta in effetti un momento indispensabile
del processo di presa di coscienza del proletariato.

Welt
Revolution (sezione della CCI in Germania)

1.
Organizzazione fondatrice, con la Communist Workers Organization,
del BIPR

2. Potremmo aggiungere che,
malgrado la rivalità con gli Stati Uniti, i suoi rivali
continueranno a piazzare i propri capitali nell’economia più
stabile che esiste, perché questo paese, nel futuro
prossimo, resterà, militarmente ed economicamente, il paese
più forte del mondo.

3. Gli “Amici
di una società senza classi”

Geografiche: 

Correnti politiche e riferimenti: 

Questioni teoriche: