Difesa del carattere proletario della rivoluzione di ottobre

Introduzione al testo

Il testo che segue è stato scritto nel '65 da Internacionalismo, un diretto antenato della nostra Corrente Comunista Internazionale e oggi sezione della C.C.I. in Venezuela. Il gruppo si era costituito nel 1964 in condizioni particolarmente difficili d’illegalità e di repressione feroce. In questo paese petrolifero e “democratico” la repressione, la tortura e l’assassinio non sono mai stati tanto esercitati quanto sotto il governo del Partito d’Azione Democratico, membro della II Internazionale.

Il piccolo gruppo Internacionalismo ha dovuto naturalmente subirne le conseguenze. Tuttavia ciò con cui ha dovuto maggiormente scontrarsi è stata l’aggressività astiosa del PC e del MIR, la cui influenza dominava gli ambienti operai e studenteschi.

Il 1964 era l’età d’oro del castrismo e del guevarismo. L’ideologia della “liberazione nazionale” e il mito della “guerriglia” erano sulla breccia. Essi avvelenavano la vita politica e deviavano i migliori elementi dalla lotta di classe. E’ in opposizione alle illusioni nazionaliste borghesi e all’avventurismo suicida pseudorivoluzionario costituito dalla “guerriglia” che si costituisce e comincia la lotta il gruppo Internacionalismo. Rapidamente, tutti i problemi cruciali del movimento rivoluzionario internazionale si presentano al gruppo, suscitano vivaci discussioni e controversie. Mano a mano sano abbordati i problemi del partito, dei sindacati, del parlamentarismo. Le divergenze della sinistra nella III Internazionale, la questione russa, l’operaismo, etc., obbligano il gruppo a darsi un orientamento politico globale.

Questo testo non è un “saggio” elaborato in una stanza da studio, ma la trascrizione di una serie di discussioni orali, di confronti di posizioni, da cui la vivacità della polemica. Esso non tratta della natura dello stato russo attuale, questione da tempo risolta per i rivoluzionari e su cui solo i trotskisti ritornano di tanto in tanto per stabilirne il grado di degenerazione. Non tratta inoltre dell’evoluzione della Russia e della politica del Partito Bolscevico dopo la rivoluzione. Per potere abbordare un tale esame, è necessario avere in partenza una idea chiara della natura di classe di questa rivoluzione, ed è proprio a questo che si dedica e sí limita questo testo. Come tale continua a conservare sempre il suo valore.

La questione della natura della rivoluzione di ottobre occupa un posto nella storia del movimento e continua ad essere al centro nel pensiero dei rivoluzionari. Gli argomenti portati dal compagno Jorge (alle cui posizioni risponde il testo) per provare la natura borghese dell’ottobre e del partito bolscevico, non erano nuovi, né propri a lui. Seno stati avanzati molte volte e continuano ad essere ripresi con più o meno coerenza.

Durante la stessa rivoluzione e nei primi tempi successivi, la questione della sua natura proletaria era un fatto acquisito e difeso da tutti i rivoluzionari senza eccezioni. Non era messa in dubbio che dai menscevichi e i Kautsky, e in un secondo tempo dagli anarchici. La discussione con loro su questo punto non poteva presentare, e a ragione, un grande interesse.

Non è che a partite dagli anni ‘30 che dei gruppi sopravvissuti, che si richiamavano alla sinistra tedesca e olandese, riprendono la questione per concludere, un po’ affrettatamente, sulla natura borghese della rivoluzione di ottobre. Presi nella tormenta degli eventi, la crisi, l’ascesa di Hitler al potere in Germania, i fronti popolari, la guerra di Spagna e l’antifascismo, la marcia inesorabile verso la II guerra mondiale, i gruppi rivoluzionari, ridotti e dispersi, non hanno avuto il tempo necessario per dedicarsi a questa questione. Bisogna comunque menzionare la rivista Bilan, che la affronta, ma in una maniera indiretta. Nel dopoguerra, la situazione non cambia molto. La questione ripresa di tanto in tasto non suscita tuttavia molte controversie di fondo negli ambienti rivoluzionari.

Tuttavia bisogna constatare che, a mano a mano che ci si allontana dagli anni '17, l’idea di ciò che fu la grande ondata rivoluzionaria si oscura e si confonde. L’“anti-leninismo” divenuto una moda tra i contestatari non è fatto per aggiustare le cose.

Il secondo testo, Degenerazione della rivoluzione russa, è stato pubblicato nella Révue Internationale n°3 nel 1975. Esso risponde alle obiezioni mosse dal gruppo Revolutionary Workers Group (RWG)[1] al testo di Internacionalismo. In questo senso esso è il complemento del primo in quanto tratta la questione della degenerazione della rivoluzione russa, problema volutamente trascurato nel primo testo.

Nei due testi non sono trattate che di passaggio tutta una serie di altre questioni inerenti la rivoluzione russa, a questo proposito si può fare riferimento a: “Le lezioni di Kronstadt”, in Rivoluzione internazionale n°6 e “Kornilov e i bolscevichi” in World Revolution n°13; nonché a “Febbraio 1917” in Rivoluzione Internazionale n°9 e “Tutto il potere ai soviet” in Revolution Internationale n°43.

Difesa del carattere proletario della Rivoluzione d’Ottobre

I

Il compagno Jorge scrive:

Benché io non condivida l’ideologia menscevica e non creda che sia ineluttabile che una rivoluzione borghese preceda la rivoluzione proletaria, mi sembra che una rivoluzione non possa che arrivare ad essere ciò che essa era destinata ad essere, dati i rapporti economici esistenti; quindi affermo che la direzione della rivoluzione russa, o meglio il suo destino, era di essere ciò che essa è oggi”.

Esamineremo meglio queste affermazioni. In primo luogo, se dire che le cose non possono diventare che ciò che sono diventate non è una tautologia, è sicuramente un errore teorico. Non si può applicare un fenomeno valido su un piano storico generale, ad ogni avvenimento internazionale; ragionando in questo modo, allora, bisogna considerare che gli operai si sono fatti coinvolgere durante la II guerra mondiale nella lotta per la difesa della propria nazione contro il nemico straniero come prova che il proletariato era destinato ad essere nazionalista e che, in questo senso, Marx non era altro che un utopista.

Burnham, un altro ex trotskista, denuncia, in nome della scienza della realtà immediata, l’illusione del socialismo in generale. Lucien Laurat e Sternberg, ex luxemburghisti, “dimostrano” l’irrazionalità del socialismo sulla base del fatto che esso finora non è stato attuato.

In effetti, non capiamo per quale motivo ci si dovrebbe limitare alla rivoluzione russa per dire che la sua degenerazione è la prova che questo era il suo “destino”. Perché non generalizzare e dire: “la degenerazione del movimento rivoluzionario attuale era il suo "destino" sin dalla nascita della classe operaia e il marxismo, nel migliore dei casi, era solo un’utopia, rivestita da una fraseologia 'scientifica'”?

Il compagno Jorge potrebbe protestare e dire che il suo pensiero non arriva così lontano, che esso si limita solo alla rivoluzione russa ed alla sua sorte; noi lo lasceremo allora risolvere le sue contraddizioni e continueremo a seguirlo sul piano da lui stesso scelto.

Il compagno Jorge nega di essere menscevico. In effetti, c’è una differenza tra lui e i menscevichi sulla questione del carattere della rivoluzione d’ottobre; essa consiste unicamente nel fatto che il compagno Jorge scopre il carattere non proletario della rivoluzione d’ottobre a posteriori, e basandosi soprattutto sul “destino” della degenerazione russa.

Molto più seria e profonda è l’argomentazione dei menscevichi che, analizzando da un punto di vista marxista la situazione ed i rapporti economici e di classe esistenti in Russia prima del 1917, concludeva che, su tali basi, in Russia non si poteva avere una rivoluzione proletaria vittoriosa, a differenza degli altri paesi capitalisti sviluppati. L’errore fondamentale dei menscevichi era precisamente quello di voler analizzare la prospettiva rivoluzionaria e le sue possibilità basandosi unicamente sulla Russia, presa isolatamente.

Contro questa posizione i rivoluzionari ne sostenevano un’altra difesa anche dai bolscevichi e dalla sinistra tedesca, così come da tutta la sinistra zimmerwaldiana[2], la quale prendeva come punto di partenza della prospettiva rivoluzionaria non la Russia, ma la situazione economica e politica del capitalismo mondiale.

L’argomento del “destino” fatale, su cui si basa Jorge, è, alla fin fine, lo stesso dei menscevichi, solo con 50 anni di ritardo.

Se il compagno volesse distinguersi dai menscevichi, dovrebbe dire che è sul piano mondiale che la rivoluzione non era matura, ma allora, di colpo, egli non condividerebbe più la posizione dei menscevichi, ma quella della socialdemocrazia di destra. Con questa posizione errata, si può senza dubbio essere nel campo rivoluzionario, ma bisognerebbe allora considerare come falsa tutta l’analisi sull’imperialismo, la crisi storica del capitalismo e la prima guerra mondiale, che di questa crisi è l’espressione massima. Di conseguenza si dovrà fare una nuova analisi storica del periodo e spiegare e giustificare in modo nuovo la separazione dei rivoluzionari dalle organizzazioni opportuniste della II Internazionale.

La posizione difesa da Jorge è già stata espressa da molti rivoluzionari in Francia ed altrove, ma non ha mai portato alla formulazione di una teoria coerente. Il movimento marxista rivoluzionario, di cui fanno parte tutti coloro che hanno rotto nel 1914 con la II Internazionale sulla questione della partecipazione alla guerra imperialistica, fondava la sua attività e la prospettiva della rivoluzione proletaria, e ciò che spiega la rivoluzione d’ottobre ed il suo carattere proletario, su quanto segue: considerare che lo sviluppo del capitalismo mondiale fosse giunto a portare al limite estremo le sue contraddizioni interne, il che pone la necessità e la possibilità storica della rivoluzione socialista, la quale permettendo un nuovo sviluppo delle forze produttive, rende attuabile la costruzione di una società senza classi, ed è questa totalità di necessità e possibilità che rende realizzabile una rivoluzione socialista vittoriosa.

II

Jorge prosegue così:

Non si è trattato nel 1917 di una rivoluzione proletaria abortita, ma semplicemente di una rivoluzione borghese di un tipo particolare, “spinta” più lontano di quanto richiesto dai suoi scopi essenziali e ciò a causa delle condizioni specialissime in cui si trovava la Russia”.

Così si è categorici: non c’è mai stata nel 1917 una rivoluzione proletaria, nemmeno “abortita”, il che significa che non c’è stato nemmeno un semplice tentativo proletario. Quali sono i criteri su cui si basa una simile affermazione?

Per il marxismo rivoluzionario (non ci può essere un altro marxismo che non ne sia una caricatura) i criteri che permettono di analizzare i caratteri di classe di una rivoluzione non si limitano alle particolarità del paese in questione, né alle condizioni economiche interne immediate, né alle condizioni politiche particolari, contingenti, ma sono essenzialmente fondati sulla situazione economica e politica mondiale dell’epoca storica in cui ci si trova. Così noi possiamo affermare che ogni movimento, che si svolge durante una guerra imperialista in uno dei paesi belligeranti, diretto contro questa guerra e contro il patere, che chiami gli operai di tutti i paesi in guerra e di tutto il mondo alla fraternizzazione, ha un carattere fondamentalmente proletario, perché solo la classe operaia può arrivare ad una tale posizione internazionalista.

Questa posizione è una frontiera di classe determina quindi la natura di classe di un movimento.

Per spiegare la Rivoluzione d’Ottobre alcuni fanno appello alle condizioni “specialissime” della Russia. Quali sono meste condizioni speciali?

In primo luogo, dice Jorge, “la guerra e la fame”. Ma la guerra e la fame erano delle condizioni speciali della Russia o non erano forse le condizioni di tutto il capitalismo mondiale in crisi? I marxisti, senza bisogno di aspettare 50 anni, sin dallo scoppio della guerra mondiale del ‘14, hanno spiegato il significato storico di questo conflitto la cui conclusione inevitabile era l’esplosione di una crisi rivoluzionaria e la possibilità del trionfo del proletariato. E’ su questa conclusione che si basavano scritti ed attività della Sinistra Internazionale e di Zimmerwald, cioè dei bolscevichi e dei gruppi rivoluzionari degli altri paesi, volti a proclamare la necessità di trasformare la guerra imperialista in guerra civile in vista della rivoluzione proletaria.

Citiamo tra i mille documenti pubblicati dai rivoluzionari durante la guerra, uno di Lenin:

“Ma non la nostra impazienza, né i nostri desideri, bensì le condizioni oggettive create dalla guerra imperialista hanno trascinato tutta l’umanità in un vicolo cieco e l’hanno messa dì fronte al dilemma: o lasciar perire ancora milioni di uomini e distruggere completamente la civiltà europea, o far passare il potere, in tutti i paesi civili, nelle mani del proletariato rivoluzionario e compiere la rivoluzione socialista”. (Lettera di commiato agli operai svizzeri, 8 aprile 1917).

Parlando della rivoluzione di febbraio e del suo significato, Lenin dice:

“… ci è assolutamente estranea l’idea di considerare il proletariato russo come il proletariato rivoluzionario eletto fra gli operai degli altri paesi. Sappiamo benissimo che il proletariato della Russia è meno organizzato, preparato e cosciente degli operai degli altri paesi. Non le sue qualità peculiari, ma soltanto le circostanze storiche particolari hanno fatto del proletariato russo, per un certo tempo, forse brevissimo, il combattente d’avanguardia del proletariato rivoluzionario di tutto il mondo”.

E un po’ più avanti continua:

Il socialismo non può vincere direttamente e immediatamente in Russia. (…) Con le sue sole forze, il proletariato russo non può condurre vittoriosamente a termine la rivoluzione socialista, ma può dare alla rivoluzione russa un’ampiezza che crei per essa le migliori condizioni, e, in una certa misura, la inizi. Può rendere più facili le condizioni per l’intervento del suo principale, più fedele e sicuro collaboratore, il proletariato socialista, europeo e americano, nelle battaglie decisive.”

Vediamo bene quindi che le “condizioni specialissime” non solo erano le condizioni generali di tutto il capitalismo mondiale, ma erano inoltre la base, la condizione primordiale per la Rivoluzione Socialista in Russia e nel mondo intero. Forse per qualcuno una citazione di Lenin non è sufficientemente autorevole. Si sa che molti - e soprattutto gli opportunisti e i rinnegati - si compiacciono, nella loro lotta contro i principi rivoluzionari del partito bolscevico e della rivoluzione d’ottobre, di rifugiarsi dietro quella grande figura del proletariato tedesco che fu Rosa Luxemburg, e di utilizzare la sua critica per far passare di contrabbando la loro posizione opportunista. Citeremo perciò Rosa Luxemburg.

In uno scritto sulla Rivoluzione Russa lei diceva:

Senonché, per ogni osservatore attento, questo svolgimento è anche una prova evidente contro la teoria dottrinaria, che Kautksy condivide col partito dei socialdemocratici governativi, secondo cui la Russia, da paese economicamente arretrato, per la sua struttura essenzialmente agricola, non era ancora matura per la rivoluzione sociale e per la dittatura del proletariato. Questa teoria, che ritiene possibile in Russia soltanto una rivoluzione borghese – dal quale concetto deriva poi anche la tattica della coalizione dei socialisti russi col liberalismo borghese – è nello stesso tempo la teoria dell’ala opportunistica del movimento operaio russo, dei cosiddetti menscevichi guidati da Axelrod[3] e Dan. In questa concezione fondamentale della rivoluzione russa, dalla quale emerge da sé la posizione assunta riguardo alle questioni particolari della tattica, gli opportunisti russi e gli opportunisti tedeschi, si trovano perfettamente d’accordo Senonché, per ogni osservatore attento, questo svolgimento è anche una prova evidente contro la teoria dottrinaria, che Kautksy condivide col partito dei socialdemocratici governativi, secondo cui la Russia, da paese economicamente arretrato, per la sua struttura essenzialmente agricola, non era ancora matura per la rivoluzione sociale e per la dittatura del proletariato. Questa teoria, che ritiene possibile in Russia soltanto una rivoluzione borghese – dal quale concetto deriva poi anche la tattica della coalizione dei socialisti russi col liberalismo borghese – è nello stesso tempo la teoria dell’ala opportunistica del movimento operaio russo, dei cosiddetti menscevichi guidati da Axelrod e Dan. In questa concezione fondamentale della rivoluzione russa, dalla quale emerge da sé la posizione assunta riguardo alle questioni particolari della tattica, gli opportunisti russi e gli opportunisti tedeschi, si trovano perfettamente d’accordo con i socialisti del governo tedesco. Stando all’opinione di queste tre tendenze, la rivoluzione russa avrebbe dovuto arrestarsi a quello stadio che il comando militare dell’imperialismo tedesco, secondo il mito della socialdemocrazia tedesca, si era prefisso come nobile compito: l’abbattimento dello zarismo. Se la rivoluzione è andata oltre questo compito, se essa si è assegnata come meta la dittatura del proletariato, questo è stato, secondo quella dottrina, un semplice errore dell’ala estrema del movimento operaio russo, i bolscevichi; e tutte le disillusioni, che la rivoluzione ha subìto nel suo ulteriore svolgimento, tutti gli ostacoli di cui essa fu vittima, appaiono come il risultato di quell’errore fatale. Teoreticamente, questa dottrina, raccomandata come frutto di «pensiero marxista» tanto dal «Vorwarst» di Stampfer che da Kautsky, mette capo all’originale scoperta «marxista» che la rivoluzione socialista è una questione nazionale, domestica per così dire, di ogni Stato moderno preso a sé. (…)

Praticamente questa dottrina tende a liberare il proletariato internazionale, in prima linea quello tedesco, dalle responsabilità riflettenti le sorti della rivoluzione russa, e a negare i nessi internazionali di questa rivoluzione. Il corso della guerra e della rivoluzione russa ha dimostrato non l’immaturità della Russia, ma quella del proletariato tedesco a compiere la sua missione storica; quindi il compito principale di un esame critico della rivoluzione russa è di far emergere ciò con la massima chiarezza. Nei suoi destini la rivoluzione russa dipendeva in tutto e per tutto dalla rivoluzione internazionale. Il fatto che i bolscevichi abbiano puntato completamente la loro politica sulla rivoluzione mondiale del proletariato è la prova più evidente del loro lungimirante acume politico, della loro fedeltà ai principi, e dell’audace slancio della loro politica.” (Rosa Luxemburg, La rivoluzione russa).

A queste posizioni chiare ed esplicite di Lenin e di Rosa Luxemburg che spiegano la natura proletaria della rivoluzione d’ottobre, basandosi sulla situazione internazionale del capitalismo, viene opposta una definizione confusa dell’ottobre russo, e cioè una rivoluzione “borghese di un certo tipo”, e che non poteva essere niente di diverso.

Dire che la rivoluzione non poteva essere altro che borghese è un menscevismo puro; ciò che appunto distingue il menscevismo da ogni teoria rivoluzionaria proletaria è che i rivoluzionari, contrariamente ai menscevichi, pensano ed affermano che la rivoluzione d’ottobre poteva e doveva essere proletaria, come un prologo alla rivoluzione socialista mondiale. Aggiungere il termine “di un certo tipo” non stabilisce alcuna differenza con il menscevismo e non fa che rendere ancora più confusa la questione. E infatti, che significa e in che consiste questo “di un certo tipo”?

Nel capitalismo ci sono solo due definizioni fondamentali di classe: borghese e proletaria. Termini vaghi e ambigui come “di un certo tipo” non fanno altro che gettare un velo sulla natura reale di classe di un movimento. Quando poi ci viene spiegato in che consiste la differenza e qual è il contenuto di questa misteriosa espressione, si parla delle sue manifestazioni: la rivoluzione “è spinta più avanti” etc. ... Ecco un altro termine vago: “più avanti”. Più avanti della rivoluzione borghese! Ma cos’è che va più avanti della rivoluzione borghese, se non la rivoluzione proletaria? Tra la rivoluzione di Febbraio e quella di Ottobre, in effetti, c'è un “più avanti”. In che consiste precisamente questo “più avanti”?

Nel brano già citato, Rosa Luxemburg spiega che questo “più avanti” consisteva nella Dittatura del Proletariato, esercitata attraverso i Soviet e sotto la direzione del Partito Bolscevico; è proprio ciò, che va più avanti della rivoluzione borghese e significa la dittatura del proletariato che i menscevichi hanno rifiutato, col pretesto che le condizioni particolari della Russia non lo permettevano. Il più avanti consisteva nelle Tesi di Aprile di Lenin, nella denuncia del Governo Kerensky come un governo di classe della borghesia, nella denuncia della guerra imperialista e la parola d’ordine “tutto il potere ai soviet”, nell’appello alla fraternizzazione e alla solidarietà internazionale della classe operaia per la rivoluzione socialista.

Ecco le “piccole cose” che costituivano il vero contenuto di questo “più avanti” e che, in altri termini, segnano la frontiera tra le classi. Inoltre, quali sono le forze sociali che spingono la rivoluzione “più avanti”? E’ indiscutibile che questa forza sociale è la classe operaia organizzata in soviet e infatti tutto il periodo che va da Febbraio a Ottobre è caratterizzato dal dualismo di potere: da un lato il potere della borghesia rappresentato dal governo ufficiale e dall’altro il potere non ufficiale dei soviet operai. Il passo “più avanti” consiste nell’eliminazione del potere ufficiale della borghesia. Tra questi due poteri non esiste nessun punto intermedio.

Ed ora qual è l’organizzazione che esprime l’ideologia ed il programma della Rivoluzione Proletaria, la coscienza storica della classe nella Russia del ‘17? Se la lotta tra i due poteri è una lotta di classe, se ammettiamo che il passaggio del potere dal governo ufficiale ai soviet significa il passaggio del potere da una classe a un’altra, dalla borghesia al proletariato, l’organizzazione che preconizza questa politica (anche se solo teoricamente), che ne fa il fondamento della sua attività e del suo programma, non può avere una natura diversa da quella della classe operaia. Questa esprime il punto più alto della sua coscienza e della sua missione storica. E’ il massimo “più avanti” esistente in quel momento e le tendenze più avanzate possono nascere solo al suo interno e a partire da essa proprio perché è l’espressione più alta della coscienza del proletariato. Quest’organizzazione nella Russia del ‘17 si chiamava Partito Bolscevico; Lenin e Trotsky ne sono stati l’espressione migliore.

Poiché per il marxismo non può esistere una coscienza del proletariato che resti sempre vaga, (tenendo conto che la presa di coscienza è la principale condizione della sua attività storica), che non tenda a consolidarsi in un’organizzazione, i critici del Partito Bolscevico, per essere conseguenti, dovrebbero dirci qual è l’organizzazione politica della classe che rappresentava tale coscienza nella Russia del ‘17.

In tale situazione spetta alla tendenza bolscevica il merito storico di avere proclamato sin da principio e seguito con ferrea logica quella tattica che solo poteva salvare la democrazia e spingere in avanti la rivoluzione. Tutto il potere nelle mani degli operai e contadini, nelle mani dei Soviet, questa era in realtà l’unica via per uscire dalle difficoltà in cui si trovava la rivoluzione. (…) Il Partito di Lenin fu perciò l’unico in Russia a comprendere i veri interessi della rivoluzione in quel primo periodo; ne fu l’elemento propulsore, essendo in questo senso l’unico partito che svolgesse una politica veramente socialista. (…) La vera situazione della rivoluzione russa culminava dopo pochi mesi nell’alternativa: vittoria della controrivoluzione oppure dittatura del proletariato, Kaledin o Lenin.” (Rosa Luxemburg, La rivoluzione russa). Ecco la testimonianza di un critico severo della rivoluzione russa, ma, aggiungeremo, di un critico rivoluzionario.

Dopo averci “dimostrato” che “viste le condizioni specialissime in cui si trovava la Russia nel ‘17, che impedivano pur la possibilità di una rivoluzione, anche abortita e permettevano soltanto una rivoluzione borghese di un certo tipo” si arriva a questa conclusione: “a meno di una crisi rivoluzionaria mondiale, la Russia andava obbligatoriamente verso il capitalismo di stato”. Non è questa una conclusione veramente incredibile?

Ci viene detto che la rivoluzione d’ottobre non poteva essere altro che una rivoluzione borghese ma, tuttavia, se ci fosse stata “una crisi rivoluzionaria mondiale”, questa stessa rivoluzione borghese avrebbe potuto portare a qualcosa di diverso dal capitalismo di stato. Scusate, ma per arrivare a qualcosa di diverso, alla dittatura del proletariato, all’occorrenza, ci sarebbe stato bisogno di fare un’altra, una nuova rivoluzione, e questa volta proletaria. D’altra parte, ci sia permesso di notare che la “crisi rivoluzionaria” ha avuto luogo, ed in molti paesi, che essa ha scosso il mondo intero, a meno che non si ritenga che le diserzioni e le rivolte negli eserciti, le fraternizzazioni ai fronti, l’ondata di scioperi in Inghilterra, Italia, Francia e Stati Uniti, la rivoluzione in Ungheria e le sanguinose sconfitte in Germania, non fossero anch’esse che un “più avanti” di un “certo tipo” indeterminato. Ma se non si nega l’esistenza della crisi rivoluzionaria, allora che si fa della rivoluzione d’ottobre? Si ammette che fa parte della crisi rivoluzionaria e della sua soluzione proletaria oppure che fa parte della controrivoluzione borghese? In definitiva essa è o non è il primo tentativo, il primo scalino verso la rivoluzione socialista mondiale?

Affermare che, a meno di una crisi rivoluzionaria mondiale, “la Russia andava obbligatoriamente verso il capitalismo di Stato” significa sfondare delle porte aperte, ma non chiarifica, né prova in qualche modo il carattere inevitabilmente borghese della rivoluzione d’ottobre. Tutti i rivoluzionari senza eccezione sapevano e affermavano in partenza che la rivoluzione russa, la sua sorte erano strettamente legate e condizionate dallo sviluppo della rivoluzione negli altri paesi.

Ma che c’entrano allora le condizioni particolari russe? A meno che non si ritenga che le condizioni particolari di arretratezza in Russia impedivano il Socialismo in Russia, “in assenza” della rivoluzione socialista mondiale, mentre le condizioni particolari dei paesi avanzati avrebbero, al contrario, permesso il trionfo del socialismo in un solo paese.

Un tale argomento, se significa condannare la teoria stalinista del “socialismo in un solo paese” nel caso della Russia per le sue particolari condizioni di arretratezza, finisce per validarla per un paese sviluppato. Ecco dove portano le contraddizioni e le confusioni riguardanti la natura di classe della rivoluzione russa.

III

Il compagno Jorge continua:

Ci si può chiedere il perché di questa politica essenzialmente socialista (condotta dalla rivoluzione di ottobre). La risposta è semplice: una crisi rivoluzionaria deve sempre superare i propri obiettivi. E’ la storia del treno che non può salire la china se non è lanciato a grande velocità (vedi Luxemburg). Dopo una rivoluzione, le forme politiche diventano più avanzate di quelle economiche, perché le prime sono prodotte soltanto dalla coscienza, dall’azione rivoluzionaria, mentre le seconde sono assoggettate a delle leggi, a dei fatti”.

Di male in peggio. Mettiamoci d’accordo: da una parte ci viene detto che la rivoluzione di Ottobre è borghese, dall’altra che essa porta avanti una politica socialista; ma non una politica socialista a parole, che si finge tale; non si tratta di fraseologia o demagogia per meglio mistificare le masse, no! Si tratta di una politica veramente, sinceramente, “essenzialmente” socialista. Non è una cosa un po’ strana? Noi vogliamo pure acconsentire a credere a dei miracoli, ma di qui a credere in una rivoluzione borghese che porta avanti una politica essenzialmente socialista...!

Può accadere che una classe storicamente rivoluzionaria si lasci condurre in certe circostanze - per mancanza di coscienza o per errore - a praticare e a partecipare a delle azioni reazionarie, controrivoluzionarie. Basti ricordare la partecipazione degli operai alla prima ed alla seconda guerra imperialista, in nome della difesa della Patria, o alla guerra spagnola nel ‘36 per la difesa della Repubblica, in nome della lotta antifascista. Esempi tali non solo abbondano, ma sono inevitabili. Solo dei moralisti piccolo-borghesi, per i quali la coscienza è una questione di morale, di sentimenti individuali e non un prodotto dell’esperienza vivente della lotta di classe, possono lamentarsi e disperarsi dell’umanità. Le classi rivoluzionarie vivono e si sviluppane nella lotta all’interno della società che esse sono chiamate a trasformare.

In ogni società l’ideologia dominante è quella della classe dominante economicamente e politicamente. Quest’ideologia, la cui funzione è di giustificare e fare accettare, per assicurarne la conservazione, l’ordine esistente, pesa gravemente sulle classi rivoluzionarie e tende costantemente a disorientarle. Questa è una spiegazione della condotta borghese degli operai ed è anche un motivo della necessità dell’organizzazione politica del proletariato, il Partito, in cui persiste, si elabora e agisce la coscienza di classe contro questa pressione dell’ideologia borghese.

Tutto ciò che abbiamo detto a proposito delle deviazioni che può subire la classe rivoluzionaria è perfettamente comprensibile. Ma quali possono essere le ragioni che convincono e spingono la borghesia a portare avanti una politica “essenzialmente socialista”? Noi potremmo aggiungere che se si riuscisse a scovare quest’animale ibrido che fa una rivoluzione borghese e porta avanti una politica socialista, il proletariato potrebbe evitarsi molti grattacapi, tanto per cominciare potrebbe risparmiarsi lo sforzo della costituzione di un Partito di classe. Quante pene si risparmierebbe il proletariato a non aver bisogno di formare dei soviet, non lottare per armarsi e non usare le armi! In realtà quant’è diabolicamente perfida questa curiosa Rivoluzione d’Ottobre che, benché giunga un po’ “più avanti”, inganna il proletariato rimanendo strettamente borghese e contemporaneamente inganna la borghesia, portando avanti una politica essenzialmente socialista.

Ma, perfida o no, rimane sempre da rispondere alla domanda: quali sono le forze sociali in lotta? Qual è lo schieramento di classe nella Rivoluzione d’Ottobre? In altri termini: qual è la classe che fa la rivoluzione e contro quale classe questa viene fatta?

Dire che questa era la “rivoluzione dei bolscevichi” è solo una battuta o una falsa scappatoia. La Rivoluzione sociale non è una rivoluzione di palazzo, né un colpo di Stato - e ciò non per una ragione di aritmetica di massa (benché questa differenza esista) - ma per una questione da contenuto storico. Mentre le rivoluzioni di palazzo si producono nel seno della stessa società di classe e non sono altro che delle convulsioni interne, motivate da un conflitto di interessi tra frazioni diverse della stessa classe dominante, o ancora rispondono a bisogni di ristrutturazione economica e politica della società, fermo restando il dominio della stessa classe, la Rivoluzione sociale, invece, mette in questione la stessa società. Il suo primo obiettivo è il trasferimento di potere da una classe ad un’altra. Non si può confondere la Rivoluzione d’Ottobre con una qualunque “rivoluzione del Brasile o di San Domingo”.

Quali che fossero i partiti presenti, è con essi e attraverso di essi che nell’Ottobre del ‘17, precisamente, le classi si affrontarono e lottarono per il potere. Così, la domanda posta prima chi ha fatto l’Ottobre e contro chi, resta intatta. Rispondere a questa domanda significa, di fatto, risolvere anche la questione della natura sociale della rivoluzione.

E’ ormai tempo di finirla con gli enormi abusi fatti con le parole. Il capitalismo è troppo interessato a presentare ogni movimento violento, ogni azione di forza e soprattutto ogni lotta armata come una rivoluzione, in modo da meglio snaturare e deformare l’idea di rivoluzione sociale, confonderla e mistificare così le idee e la coscienza di classe del proletariato. E’ ancora più deplorevole vedere questi abusi di linguaggio e la confusione che ne risulta penetrare fino all’interno del movimento rivoluzionario.

Per dei marxisti dovrebbe essere chiaro che si può qualificare di rivoluzionario e si può parlare di rivoluzione solo quando il movimento o la lotta abbiano come fine la distruzione dell’antica società e l’avvento di una nuova, storicamente progressiva, e che mettano in questione le relazioni sociali e il livello delle forze produttive.

Nell’attuale periodo del capitalismo, cioè nel periodo dell’imperialismo e della decadenza, il solo e unico movimento rivoluzionario esistente è quello della lotte del proletariato per il socialismo. Parlare vagamente di crisi rivoluzionaria o di rivoluzione borghese, di rivoluzione nazionale o di guerra rivoluzionaria, di liberazione nazionale o ancora di rivoluzione agraria, ultima scoperta dello scomparso Che Guevara, significa cadere nell’anacronismo e non fare altro che conservare e aumentare la confusione. Di fronte al socialismo, l’unico movimento rivoluzionario di oggi, tutti gli altri sono movimenti della controrivoluzione.

E’ un abuso parlare di Ottobre come di una rivoluzione borghese. Se si vuole considerare Ottobre ‘17 come non proletario, è del trionfo della controrivoluzione borghese che bisogna parlare e non della rivoluzione borghese. Ciò non elimina evidentemente l’obbligo e le difficoltà di dimostrarlo, ma per lo meno avrà il vantaggio di essere chiaro e di evitare contraddizioni troppo stridenti.

Noi siamo ben lungi dall’essere dei seguaci di quella famosa teoria che ha avuto una certa risonanza nell’ambiente trotskista e che oggi è completamente logora, cioè la teoria della rivoluzione e della società burocratica. Questa teoria della burocrazia, che è nata all’inizio degli anni ‘30, ha trovato la sua massima espressione in J. Burnham negli USA e nel gruppo Socialisme ou Barbarie in Francia, alla fine della seconda guerra mondiale. Essa pretende che l’alternativa storica non è più solo tra capitalismo e socialismo, ma che è sorta una terza soluzione con la classe (?) burocratica. Questa nuova classe si appoggerebbe sul proletariato in una lotta implacabile contro il capitalismo, il che spiegherebbe il fenomeno russo, la rivoluzione russa e la sua lotta contro la borghesia.

Senza entrare qui nel merito di spiegazioni dettagliate su questa teoria, sottolineiamo soltanto che essa, esattamente come la teoria che parla della natura borghese di Ottobre, non riesce a dare una spiegazione minimamente seria del movimento internazionalista, sorto nel corso della prima guerra mondiale e contro di essa, che costituiva il fondamento della Rivoluzione d’Ottobre. Che l’internazionalismo non possa essere che l’espressione del proletariato e di nessun’altra classe ci è stato dimostrato dalla partecipazione della Russia “burocratica” alla II guerra mondiale - proprio come la Russia zarista aveva partecipato alla I - e dagli antagonismi nazionali imperialisti (vedi il conflitto Cina-Russia) che dilaniano e contrappongono questi Stati detti “burocratici”. Se questa teoria non può dare una spiegazione adeguata dell’ondata rivoluzionaria che ha seguito la prima guerra mondiale, ancor meno potrà spiegare in che consiste la differenza fondamentale tra la “società burocratica” e il capitalismo, in che questa nuova società rappresenta una soluzione storica alle contraddizioni del capitalismo, contraddizioni che rendono oggettivamente necessario il suo superamento. Tutti i cambiamenti strutturali su cui si basa questa teoria, in particolare l’eliminazione della proprietà privata e la sua trasformazione in proprietà dello Stato, non solo sono perfettamente compatibili con il capitalismo, ma sono delle ristrutturazioni parziali assolutamente necessarie al Capitale moderno e sono strettamente legate alla lotta e alla sconfitta della rivoluzione socialista. Tutti i caratteri fondamentali di questa società si confondono con quelli del capitalismo: l’esistenza della produzione mercantile (il mercato) e del lavoro salariato che produce plusvalore. Le recenti misure economiche prese dalla Russia, consistenti in una decentralizzazione della produzione, che lascia maggiore autonomia alle varie imprese per ciò che concerne la loro gestione e che lega la loro sorte al principio della redditività attraverso la concorrenza sul mercato interno, costituiscono indubbiamente un ritorno ufficiale ed una conferma legale alle norme classiche del capitalismo. Per gli adepti della teoria della società burocratica deve essere un enigma questa nuova politica economica in flagrante contraddizione con la natura di questa “nuova” società.

Noi respingiamo categoricamente ogni teoria che tenda a far credere che la storia offre un’alternativa al capitalismo che non sia il socialismo, che possa esserci una classe rivoluzionaria, cioè anticapitalista, che non sia il proletariato.

La rivoluzione “burocratica” non è che una parabola per designare la controrivoluzione capitalista.

IV

Ci viene spiegato che la ragione della politica “essenzialmente socialista” portata avanti dalla rivoluzione, detta borghese, dell’Ottobre ‘17 sta nel fatto che “dopo una rivoluzione le forme politiche sono molto più avanzate delle forme economiche”.

Così la contraddizione dovuta alla falsa analisi non può alla fine essere superata che aggiungendovi inoltre un errore teorico. E’ assolutamente falso che le forme politiche borghesi e delle altre classi sfruttatrici della storia siano più avanzate delle strutture economiche. E’ vero proprio il contrario. Le classi sfruttatrici fondano il loro potere politico sulla base del potere economico che hanno lentamente acquisito e si sono definitivamente assicurato all’interno dell’antica società. E’ proprio perché i rapporti politici e giuridici esistenti, cioè la sovrastruttura, non corrispondono più ai profondi cambiamenti che si sono avuti nei rapporti economici, cioè la struttura, che si evidenzia la necessità di eliminarli e sostituirli con nuove forme. La rivoluzione borghese - questo atto politico - non fa altro che coronare e sanzionare la realtà economica già esistente. La pretesa della borghesia al potere politico si giustifica e si fonda sul fatto che essa è già la classe economicamente dominante nella società. Le sue forme politiche non sono dunque, come ci viene detto, un prodotto della coscienza. La sua coscienza, proprio come le sue forme politiche, non sono che il prodotto del suo potere economico e delle necessità che ne derivano. La politica della borghesia, per essere, anche per un solo istante, socialista, dovrebbe andare molto “più in là” dei suoi obiettivi, dei suoi interessi immediati e futuri, delle sue frontiere di classe. Sotto la pressione delle masse operaie, sotto la loro spinta e minaccia la borghesia può vedersi obbligata a fare delle concessioni, a manovrare e destreggiarsi, ma questo resta e deve restare sempre in un quadro strettamente limitato e provvisorio, senza mai mettere in pericolo le basi stesse del regime.

La coscienza della borghesia è parziale, deformata, alienata, perché i suoi interessi egoisti di classe sfruttatrice le impediscono di prendere coscienza globalmente del processo del suo completo sviluppo e del suo destino storico. Le leggi economiche su cui è fondato il suo dominio si riflettono sul suo viso, deformate, come leggi naturali, eterne. Ma questa coscienza limitata, empirica è largamente sufficiente alla borghesia, cose classe, per compiere la sua funzione storica, proprio perché la sua azione è direttamente guidata da un processo economico che si sviluppa ciecamente, indipendentemente dalla sua coscienza e dalla sua volontà e che s’impone ad essa come una forza esterna. In questo senso quella capitalista è molto più una classe diretta che una classe dirigente.

Molto diversa è la situazione per la classe proletaria. Il proletariato non si costruisce nessun potere economico all’interno dell’antica società. La sua azione quindi può solo fondarsi sulla coscienza che esso prende delle condizioni oggettive che rendono necessaria la sua missione storica e rivoluzionaria. Inoltre i suoi interessi di classe non sono egoistici, ristretti a un solo gruppo sociale, ma coincidono con gli interessi generali della comunità umana. Il proletariato non può liberarsi che liberando tutta la società dalla divisione in classi, ristabilendo l’unità umana della società. La sua coscienza è un superamento della sua esistenza come classe per arrivare ad essere universale. Quindi, se la rivoluzione della borghesia è la consacrazione politica di un fatto economico preesistente, quella del proletariato è l’atto politico che apre un processo di trasformazione e di organizzazione dell’economia. La rivoluzione del proletariato precede, la rivoluzione della borghesia viene dopo; la rivoluzione proletaria non è un superamento dei suoi obiettivi economici, essa è - per definizione - un atto politico che va oltre la realizzazione di tutte le misure economiche immediatamente possibili.

Il socialismo è, innanzitutto, una coscienza, un programma, una politica, prima di essere e poter essere una realizzazione economica.

Riassumendo, la “risposta semplice” che ci viene data consiste in ciò: si comincia con l’affermare come un postulato “marxista” che la Rivoluzione d’Ottobre non poteva essere che una rivoluzione borghese, date le condizioni oggettive particolari della Russia, etc., senza tener conto dell’epoca storica e dell’unità delle condizioni internazionali. Scontrandosi con il fatto che la rivoluzione conduceva una politica essenzialmente socialista, cosa che nessuno può negare, nemmeno í detrattori più interessati, si minimizza questo fatto, lo si confonde in un mare di frasi e di immagini che non significano nulla. Si riduce così a un semplice fatto accessorio, ad un piccolo accidente senza alcuna importanza, ciò che contiene tutta la differenza storica tra la rivoluzione borghese e quella del proletariato e cioè che la politica sia stata essenzialmente socialista.

Cos’è la politica “essenzialmente socialista” della Rivoluzione d’Ottobre? Per i nostri severi critici non è che la malattia infantile della rivoluzione borghese.

V

Quelli che cercano la garanzia del carattere proletario della rivoluzione non nella sua politica e nel suo orientamento, ma nelle realizzazioni economiche immediate, non hanno capito niente del marxismo e non hanno imparato nulla dall’esperienza. Per costoro un qualsiasi kibbutz israeliano o una comunità indiana nell’altopiano peruviano, realizzata grazie alla generosità della Fondazione Rockefeller, è una realtà comunista più della Comune di Parigi o della Rivoluzione d’Ottobre. Sempre secondo costoro ha molto più peso il fatto che durante la guerra di Spagna del 36-39 siano state create alcune comunità cooperative agricole, del fatto che alcune organizzazioni pseudo-operaie (FAI, CNT, PC, POUM) abbiano partecipato al governo repubblicano e che gli operai siano stati mobilitati per la difesa della repubblica borghese in nome dell’antifascismo. Sembrerebbe che Marx abbia passato invano tutta la sua vita a mettere in guardia gli operai contro questi ciarlatani e contro le illusioni, da loro seminate, di “realizzazione immediata” di un’economia comunista (vedere, tra l’altro, le opere di Karl Marx: “Critica del programma di Gotha” e “Miseria della filosofia”).

In che consiste il carattere proletario della Comune di Parigi, glorificata come tale da Marx e da tutti i rivoluzionari del mondo? Non può essere certo solo la riduzione della giornata di lavoro né la soppressione del lavoro notturno dei panettieri, decretata dalla Comune, che sta alla base della sua natura di classe. Ciò che ha reso la Comune immortale è che per la prima volta nella sua storia, il proletariato ha trasformato una guerra nazionale contro lo straniero in una guerra civile contro la propria borghesia; è di aver proclamato e realizzato la distruzione dello Stato capitalista e averlo sostituito con la dittatura del proletariato; è l’eleggibilità e la revocabilità dei delegati, a tutti i livelli, l’uguaglianza dei salari di tutti i funzionari con il salario medio di un operaio, la sostituzione dell’esercito permanente con l’armamento generale e continuo degli operai e la proclamazione internazionalista della Comune universale. Sono queste misure essenzialmente politiche, è quest’orientamento che fa della Comune di Parigi il primo tentativo internazionale del proletariato di realizzare la sua rivoluzione. Ed è perciò che quest’esperienza servirà come fonte inestimabile di insegnamenti per la lotta rivoluzionaria a generazioni e generazioni di proletari in tutti i paesi. Ottobre ‘17 non fa che riprendere i dati dell’esperienza della Comune e generalizzarli. Non è un caso che Lenin, proprio alla vigilia di Ottobre, scrivesse il suo libro “Stato e rivoluzione”, in cui fa uno studio minuzioso dell’esperienza della Comune.

La Comune non ha realizzato miracoli economici. Che le nature sensibili, i rivoluzionari dalla pelle di coniglio abbiano il coraggio di rimproverarglielo! La Comune non li ha realizzati, non perché sia vissuta troppo poco, ma soprattutto perché le realizzazioni economiche sono assoggettate e condizionate da molteplici fattori, tra gli altri: la situazione economica esistente in quel momento, lo stato della tecnica, le condizioni dell’apparato produttivo, il posto che occupa il paese in questione nella produzione mondiale secondo la legge dello sviluppo ineguale del capitalismo e, soprattutto, dal fatto che le realizzazioni economiche sono completamente condizionate dallo sviluppo della rivoluzione e della sua estensione a tutti gli altri paesi del mondo.

Tra i vari errori ed incomprensioni che caratterizzano gli anarco-sindacalisti, vi è quello di voltare le spalle alla rivoluzione socialista, proprio perché essi la localizzano non solo nei limiti di un paese, ma ancor più di regioni; di fabbriche isolate, di riportare quindi ad una scala domestica l’economia socialista, che per definizione non è concepibile cha a un livello internazionale.

Per quanto su molti punti sia valida la critica de “l’Opposizione Operaia” nel 1921, in particolare la sua denuncia della burocratizzazione dello Stato e del regime di soffocamento all’interno del Partito, tuttavia la sua piattaforma resta fondamentalmente errata in quanto riduceva il problema dello sviluppo della rivoluzione ad una questione di economia e di diretta gestione operaia: dava così valore all’idea implicita della possibilità di realizzazione del socialismo in un solo paese, di possibili progressi socialisti sul piano dell’economia in Russia, mentre sul piano internazionale la rivoluzione subiva tutta una serie di sconfitte. Per quanti errori e mancanze abbia potuto commettere, Lenin aveva sicuramente ragione quando denunciava la natura piccolo-borghese ed anarco-sindacalista dell’Opposizione Operaia. Non è un caso che più tardi troveremo il capo teorico dell’Opposizione Operaia, la Kollontai, a fianco di Stalin, contro l’opposizione di sinistra, per difendere la teoria del socialismo in un solo paese.

Non è la NEP (la Nuova Politica Economica di concessioni al capitalismo sul piano economico a partire dal 1921) il punto di partenza della controrivoluzione, è piuttosto il progredire della sconfitta della Rivoluzione sul piano internazionale che impone e spiega la NEP. La NEP è il riflesso, l’espressione e la prova non della chimerica natura borghese di Ottobre, ma della realtà della vittoria della controrivoluzione a livello internazionale e russo.

Alcuni vorrebbero liberarsi giustamente dagli “incubi” dei problemi del dopo-rivoluzione. Per questo essi vanno ripetendo che tutto avverrà con un’eccezionale facilità: una volta distrutto lo Stato capitalista, gli operai si faranno carico della direzione e della gestione di tutti i posti di comando della produzione, della distribuzione, della vita pubblica e dell’amministrazione. Tutto, assolutamente tutto, è immediatamente socializzato, il denaro scompare come per incanto e si riorganizza la società senza più difficoltà.

La sola nuvola in questo cielo azzurro è il probabile tentativo della controrivoluzione armata che i capitalisti non mancheranno di fomentare. Ma anche questo problema viene risolto rapidamente ricordando che l’armamento dell’immensa maggioranza dei lavoratori sgominerà facilmente questi tentativi, soprattutto nei paesi più avanzati dove il proletariato costituisce la classe più numerosa, più omogenea, più concentrata. Le fabbriche e i trasporti nelle mani degli operai, l’agricoltura collettivizzata, i1 commercio sostituito dalla distribuzione socializzata: in queste condizioni la resistenza dei capitalisti isolati e dispersi all’interno della popolazione, espulsi dai centri di produzione e dalla vita politica, non può consistere che in colpi di mano disperati. Si può prevedere a buon titolo che il proletariato ne verrà a capo facilmente: questa è una visione veramente idilliaca dello sviluppo della rivoluzione.

Ma non sarà forse che è così idilliaca proprio perché non è altro che una visione, cioè una deformazione della realtà? E più ci si allontana dalla realtà, più essa assume dei colori gradevoli, armoniosi. Il marxismo si è sempre distinto dalle teorie degli utopisti per il rigetto delle illusioni. Per gli utopisti anarchici, prima e dopo Marx, “il” grande problema era il rovesciamento della borghesia. Dopo la vittoria dell’insurrezione, le cose dovevano scorrere abbastanza rapidamente e senza incontrare troppe difficoltà. Per i marxisti, al contrario, la vittoria dell’insurrezione non fa che aprire un periodo più o meno lungo durante il quale il proletariato dovrà affrontare le principali difficoltà della ricostruzione della società su basi nuove, socialiste. Queste difficoltà non si risolvono con la violenza e con le armi: per quanto queste siano ancora necessarie, non sono che degli aspetti accessori e in fin dei conti secondari in relazione allo sviluppo del socialismo.

Vincere la resistenza violenta dei capitalisti è una questione di operazione militare. Ma vincere la resistenza economica ed ideologica del capitalismo, di classi lavoratrici come quella contadina, degli strati di lavoratori intellettuali, funzionari, artigiani, piccoli commercianti, lavoratori altamente qualificati, una massa che può rappresentare fino al 50% della società e che è separata dal proletariato industriale per interessi e privilegi reali o immaginari, è una cosa completamente diversa. La violenza armata qui non ha molto successo e non risolve nulla; qui le tendenze capitaliste ed antisocialiste spuntano da ogni parte e continuano costantemente a rinascere. E’ necessario poi tener conto di un altro fenomeno importantissimo: il trionfo dell’insurrezione proletaria in genere ha luogo in condizioni catastrofiche, crisi economiche e guerre capitalistiche generalizzate. Il proletariato si trova di fronte al caos economico, ad immense distruzioni e ad una terribile penuria di prodotti di prima necessità. Questa situazione di fame e di razionamento fa sorgere un nuovo strato sociale - gli speculatori - tanto più pericolosi in quanto sono difficilmente individuabili all’interno di tutta la popolazione della città e della campagna. Si tratta di un prodotto inevitabile ed in qualche modo “necessario” della nuova situazione. Nello scombussolamento del corso normale dell’antica organizzazione economica della produzione e della circolazione, questo strato ricopre in qualche modo una funzione “necessaria” di agente miserabile della circolazione e della distribuzione dei prodotti.

Ignorare questi fenomeni o pretendere di risolvere queste difficoltà con semplici misure amministrative, con dei decreti, significa voltare le spalle alla realtà e sostituire al marxismo il volontarismo. Niente è più nocivo allo sviluppo della rivoluzione della politica dello struzzo, la voluta ignoranza della realtà, della dura realtà con tutti i suoi problemi. La presunzione, l’ottimismo cieco ed a comando, tipico della burocrazia, sono i peggiori servizi che si possono rendere al proletariato. Bisogna dire e ripetere la verità agli operai su quella che è la cruda realtà, mostrare loro tutti i pericoli che essi dovranno affrontare e superare per la riorganizzazione della società. Gli impazienti che pensano di schivare le difficoltà negandole o sopprimendole a forza di decreti e proclamazioni, non sono dei rivoluzionari coscienti ma soltanto degli elementi piccolo-borghesi declassati, esaltati ed irresponsabili. Ci si deve guardare dalla spacconeria e dalla demagogia “rivoluzionaria” come dalla peste. Non si tratta di soddisfare i desideri di una minoranza di sognatori ma di prendere parte all’attività ed alla realizzazione della classe operaia.

Il cammino della rivoluzione non è diritto, lineare come lo presentano i volontaristi. Al contrario è tortuoso, pieno di insidie. Per portarlo a termine il proletariato avrà bisogno di una profonda rieducazione, di acquisire conoscenze, capacità di amministrazione e di organizzazione, e tutto ciò nel mezzo di una guerra aperta e senza tregua contro i capitalisti, in una popolazione spesso ostile e generalmente dubbiosa, in bilico continuamente tra capitalismo e socialismo. Queste capacità il proletariato può acquisirle solo nel corso della sua stessa attività, il che vuol dire che gli errori saranno molti ed inevitabili. L’avanzare della Rivoluzione sociale sarà un processo lungo e conoscerà inevitabilmente delle sconfitte parziali, ritirate momentanee, concessioni e compromessi.

Non si presta sufficiente attenzione al pericolo rappresentato dallo staccare la minoranza più cosciente, combattiva, decisa del proletariato, dall’insieme della classe e lasciarla combattere battaglie premature. La Rivoluzione Sociale non può essere che opera dell’immensa maggioranza della classe che trascina dietro di sé gli strati di lavoratori più vicini al proletariato e neutralizza gli altri. Queste immense masse non entrano in lotta per degli ideali astratti e lontani, per quanto grandiosi essi possano essere, ma per la soddisfazione di bisogni, di necessità immediate. Tener conto di questa realtà è il dovere più imperioso dell’avanguardia. Ogni politica di precipitazione che non tenga conto della realtà produrrà la catastrofe, perché essa non farebbe che isolare gli elementi più coscienti della classe, esponendoli al rischio di una lotta senza speranza contro il capitalismo ed al loro sterminio, dato che produrrebbe la perdita di controllo e la demoralizzazione nella classe.

La Rivoluzione russa ha commesso molti errori. Solo apologeti beati e scrittori belanti, tipo “Amici dell’URSS”, possono credersi obbligati a giustificare tutto. I rivoluzionari sono ben lontani dalla bassezza degli “amici delle 13a ora” e dei “Giudici severi” che gettano via il bambino insieme all’acqua sporca della vasca da bagno; essi sanno che gli errori sono e saranno inevitabili, soprattutto sul piano economico dove il proletariato non ha alcuna esperienza ed ha tutto da imparare; essi sanno che quest’esperienza il proletariato potrà farla solo mediante la sua stessa attività, attraverso improvvisazioni, esitazioni, ritirate momentanee.

I bolscevichi non erano esenti dal commettere errori – è evidente – ed essi erano i primi ad avere coscienza di ciò. Ma nessuno può mettere in dubbio la loro costante attenzione alla realtà, la loro perspicacia, la loro acuta comprensione delle situazioni, la loro capacità esemplare nell’affrontare le difficoltà e nel ritirarsi in buon ordine quando la situazione lo esigeva.

La nostra intenzione non è di fare un esame critico della politica economica portata avanti dalla Rivoluzione d’Ottobre. Uno studio di questo tipo supera il quadro di questa risposta il cui unico obiettivo è di difendere il carattere proletario di Ottobre e di riaffermarlo con forza. Niente può essere più estraneo alla Rivoluzione d’Ottobre di questa ridicola idea secondo la quale la sua natura di classe dovrebbe essere decisa da questa o quest’altra misura economica nel quadro ristretto delle sue frontiere nazionali. Prima e durante la Rivoluzione, questa non ha mai cessato di considerarsi come il “Prologo della Rivoluzione Socialista mondiale” ed essa ha sempre proclamato, in ogni occasione, che la sua sorte era indissolubilmente legata a quella della Rivoluzione nei paesi capitalisti più avanzati. Qui sta tutta la differenza tra quei giganti del pensiero e dell’azione rivoluzionaria che erano Lenin e il suo Partito e la taglia lillipuziana di certi loro critici attuali.

VI

Tutte le discussioni sulla natura di classe della Russia di Stalin, avutesi all’interno dell’opposizione trotskista sin dalla sua nascita, si sono svolte nella più grande confusione e sono state sterili perché la questione era mal posta dall’inizio. Per gli uni come per gli altri il punto di partenza non era quello dell’orientamento politico e quindi dell’orientamento della politica economica, ma quello della struttura economica del paese. Per Trotsky, la difesa incondizionata della Russia si basava sul fatto che, finché la burocrazia staliniana manteneva in vita ciò che egli chiamava “le basi e le conquiste della Rivoluzione d’Ottobre”, cioè la nazionalizzazione dei mezzi di produzione, la pianificazione della produzione e il monopolio del commercio estero, la Russia avrebbe conservato la sua natura proletaria, nonostante la sua politica e il suo orientamento assolutamente controrivoluzionari. Per tutta la sua vita Trotsky è rimasto fermo su questo punto e prigioniero di questo schema.

Gli altri, i suoi avversari, sia quelli che definivano la Russia un capitalismo di stato sia i seguaci della teoria della nuova società burocratica, rigettavano il principio della difesa dell’URSS perché la sua economia non era “proletaria” o socialista.

Non ci interessa discutere in questa sede come Trotsky si sia sbagliato, attribuendo al monopolio del commercio estero, alla pianificazione e alla nazionalizzazione un carattere socialista; i suoi avversari, i “trotskisti non difensori dell’URSS”, non avranno grosse difficoltà a dimostrarlo.

Tuttavia entrambi i campi del trotskismo erano d’accordo sul carattere controrivoluzionario della burocrazia, padrona del Partito e dello Stato, e quindi della sua conseguente politica. E non è da questo punto fondamentale che facevano derivare le loro posizioni diametralmente opposte sull’URSS, bensì dall’interpretazione delle misure economiche.

Le loro divergenze erano basate sulle diverse interpretazioni di uno stesso errore teorico. Durante la seconda guerra mondiale gli “anti-difensori” facevano scaturire la loro “non difesa” dell’URSS dalla loro interpretazione dell’economia russa, come se la partecipazione stessa della Russia in questa guerra imperialista non costituisse già un criterio sufficiente e decisivo del suo carattere antiproletario e controrivoluzionario.

Lenin non trovava necessario ricoprire con veli rivoluzionari il regime economico della Russia dei Soviet per nasconderne pudicamente le nudità. Egli chiamava la NEP con il suo vero nome: “una economia diretta sempre all’interno di canoni mercantili e capitalisti”, e spiegava che questo era un passo indietro, ma assolutamente necessario, secondo lui, visto il ritardo della rivoluzione internazionale e la situazione disastrosa dell’economia russa, la cui produzione era caduta al 14% del livello dell’ante-guerra. Lenin poteva permettersi di riconoscere un tale passo indietro perché, come marxista, sapeva che la costruzione di un’economia socialista non dipendeva dalla Russia ma dal corso internazionale della rivoluzione e che nell’attesa della nuova ripresa di questo corso ciò che importava non erano utopistiche misure economiche, impossibili da realizzare, ma la conservazione del potere politico, nelle mani del proletariato.

Evidentemente il compagno Jorge non condivide questo punto di vista. Per lui ciò che conta, ciò che è decisivo, è la struttura economica. Come i trotskisti difensori o anti-difensori, egli interroga la palla di vetro dell’economia. Non c’è quindi da stupirsi se interrogandosi sulla fine di questa “rivoluzione borghese con una politica socialista”, egli arrivi alla conclusione che quando “le forme politiche raggiungeranno il livello delle forme economiche, la Russia avrà un sistema politico corrispondente alla sua struttura economica”.

VII

Un altro argomento per spiegare l’enigma della “rivoluzione borghese con una politica socialista” è “la debolezza della borghesia”.

Nessuno mette in dubbio la debolezza della borghesia russa, ma questa da sola non assicura il trionfo del proletariato. E’ necessario che quest’ultimo sia sufficientemente forte, soprattutto politicamente, perché possa risultare vittorioso nella lotta decisiva. Nel 1848 la debolezza della borghesia tedesca portò al governo di Bismarck, che non fu esattamente un governo con una politica “essenzialmente socialista”.

In tutti i paesi in cui il sistema di produzione capitalista si è affermato tardi, la borghesia è debole e vecchia dalla nascita. Questo però non significa il trionfo della politica socialista. La politica socialista è il prodotto di una situazione internazionale, la sua vittoria è condizionata, tra l’altro, dallo sforzo di presa di coscienza del proletariato mondiale ed è facilitata in certi paesi arretrati dalla scarsa forza storica della borghesia locale. La debolezza della borghesia russa deve essere menzionata unicamente per dimostrare la validità della prospettiva e della politica dei bolscevichi contro i menscevichi, dell’affermazione, cioè, che la rivoluzione all’ordine del giorno non poteva essere che socialista.

Dire che la politica socialista della rivoluzione d’Ottobre si spiega con la debolezza della borghesia sono chiacchiere confuse che non spiegano assolutamente nulla. E’ nella coscienza del proletariato che bisogna cercare la spiegazione della politica socialista. Manifestazione di questa coscienza è il partito bolscevico, la sua lotta infaticabile per vent’anni contro l’opportunismo e il social-sciovinismo, la sua rottura con la II Internazionale e la denuncia implacabile del tradimento di questa, infognatasi nella prima guerra mondiale interimperialista, la sua denuncia del governo di coalizione da Febbraio a Ottobre, il suo sforzo costante per forgiare l’arma decisiva della lotta e della vittoria che è il programma comunista, il suo appello “tutto il potere ai Soviet”, ecco l’unica spiegazione della politica essenzialmente socialista della rivoluzione d'Ottobre.

VIII

E’ davvero facile fare i giudici e condannare il partito bolscevico per non aver realizzato economicamente il socialismo all’interno dei confini della Russia, dopo avergli attribuito del tutto gratuitamente un’intenzione così assurda.

E tutto ciò per annunciarci che la Rivoluzione d’Ottobre era borghese perché non poteva non esserlo. Da queste premesse deriva che il Partito, principale artefice di questa rivoluzione, non poteva essere, per definizione, che il rappresentante di questa rivoluzione borghese: in altri termini un partito borghese. Contemporaneamente questo partito è anche il principale fondatore ed ispiratore della III Internazionale. Fino ad ora la storia non ha fornito alcun esempio di una rivoluzione borghese che abbia generato un’Internazionale e per di più proletaria!

Per risolvere questo nuovo enigma, Jorge si getta in una critica, questa volta politica, per dimostrare quanto Lenin “si allontanava dai principi fondamentali della politica socialista”.

Ma perché diavolo esigere il rispetto dei principi del socialismo da un Partito che rappresenta e realizza la rivoluzione borghese? Un simile partito non si allontana, di poco o di molto, dai principi fondamentali del socialismo, ne è semplicemente fuori. Da enigma in contraddizione, da contraddizione in enigma! “Si può forse considerare realmente Lenin e la III Internazionale come la più alta espressione del movimento rivoluzionario?”, domanda Jorge, “Nemmeno per idea!”, risponde egli stesso. Ecco una risposta categorica, ma sfortunatamente non si tratta che di un’affermazione gratuita. Per provarcela non è sufficiente fare una critica su questo o quel punto del Programma, ma è necessario criticarlo nel suo insieme. Il Programma su cui si fonda la III Internazionale, cioè i punti di rottura con la seconda, sono la denuncia della guerra imperialista e del socialsciovinismo, l’affermazione della necessità della distruzione dello Stato capitalista e non della sua conquista ed in più le posizioni già storicamente acquisite: l’internazionalismo, l’unità nella lotta per la dittatura del proletariato. Questo programma non comprende certo tutti i principi della politica socialista, ma non ne comprende forse i principi fondamentali?

Quale sarebbe allora il programma che li esprimerebbe? Quello dei socialdemocratici o quello dei partiti centristi? O quello degli anarchici?

E’ ridicolo fare appello alle divergenze tra Lenin e la Sinistra europea per screditare la III Internazionale; il suo Programma e i suoi principi erano condivisi da tutti, ed è su questa base che tutti avevano rotto con la II Internazionale. Non c’è una sola corrente marxista rivoluzionaria che non partecipi alla fondazione della III Internazionale. E’ questo che fa della III Internazionale e del suo programma “l’espressione più alta del movimento rivoluzionario” dell’epoca.

Questo non implica necessariamente l’adesione a tutte le posizioni adottate in seguito dalla Maggioranza e difese da Lenin e Trotsky. Sulla questione nazionale e coloniale, sulla questione sindacale, come sulla questione del parlamentarismo e sulla tattica del fronte unico, la III Internazionale già aveva preso posizioni equivoche, politicamente pericolose o chiaramente false. Il fatto che queste posizioni aprivano la porta a una possibile degenerazione opportunista non toglie niente al fatto che è solo all’interno e a partire dalla III Internazionale che potranno essere dibattuti e risolti i problemi della teoria e della prassi rivoluzionaria del proletariato. La degenerazione stalinista della III Internazionale così come la degenerazione opportunista e sciovinista della II non cambia per niente il fatto che le due internazionali sono state l’espressione più completa ed organizzata della coscienza e del movimento rivoluzionario del proletariato in un momento della sua lotta storica.

Ma a sentire i nostri “severi giudici” che pronunciano sentenze che d’altronde non li compromettono per nulla, la III Internazionale era lontanissima dall’essere l’espressione più alta della coscienza rivoluzionaria della sua epoca. E questo perché i nostri giudici hanno scoperto che c’erano degli errori, che la III Internazionale non era infallibile e che al suo interno esistevano divergenze e lotte di tendenze. E’ un peccato che essi si fermino qui senza indicarci dove e in quale posto si trovava allora questa “espressione”. Si ha piuttosto l’impressione che una tale “espressione” molto semplicemente non esisteva da nessuna parte.

Ma perché fermarsi alla III Internazionale e al ‘17? Perché non seguire questo stesso ragionamento applicandolo alla storia retrospettivamente? Vediamo per esempio la II Internazionale: è abbastanza difficile ammettere che essa rappresentava alla sua epoca un’espressione della coscienza rivoluzionaria più alta di quella che rappresentava la terza Internazionale nella sua. Ciò significherebbe negare la necessità della rottura stessa e dell’esistenza della III. Di conseguenza bisogna cancellare dalla storia del movimento operaio anche la seconda Internazionale. E la prima Internazionale allora? Con i suoi mazziniani, i suoi proudhoniani e i suoi bakuninisti! Che pasticcio.

Continuando così il ragionamento dei nostri eminenti critici, arriveremo a questa gioiosa ed edificante conclusione: non è mai esistita un’espressione organizzata della coscienza rivoluzionaria del proletariato. La storia del movimento operaio e della sua presa di coscienza comincerebbe con “Socialisme ou Barbarie” e con Cardan.

IX

Si rimprovera a Lenin di aver lanciato, “arrivando in Russia”, la parola d’ordine “la terra ai contadini” e “il diritto dei popoli all’autodeterminazione”. Perché “arrivando in Russia”? Per farlo coincidere meglio con la data fatidica del 1917? Lenin difendeva il “diritto all’autodeterminazione” da venti anni. Questa posizione faceva parte del programma del partito bolscevico molto prima del 1917. Lenin la difendeva nel corso di discussioni e polemiche ampiamente conosciute.

La critica di queste due parole d’ordine si basa sulla critica della Rivoluzione Russa fatta da Rosa Luxemburg. Su questi due punti noi condividiamo completamente il punto di vista da lei espresso. Si tratta di due parole d’ordine piccolo-borghesi che avrebbero recato un danno immenso al movimento rivoluzionario, servendo più tardi da trampolino di lancio per tutte le tendenze opportuniste. Ma è un’affermazione del tutto falsa quella che siano stati gli interessi immediati della Russia a influenzare e spingere Lenin a prendere queste posizioni. Perché queste insinuazioni messe sotto forma di spiegazioni critiche? La parola d’ordine “la terra ai contadini” obbediva alla preoccupazione di smascherare, nei fatti, tutti i partiti borghesi e conciliatori: menscevichi o socialisti-rivoluzionari, i quali non facevano altro che ingannare i contadini con promesse sulla riforma agraria, riforma che non avevano né l’intenzione né la possibilità di realizzare. In questo modo questi partiti praticamente confermavano ciò che Lenin e tutta la sinistra marxista ripetevano continuamente da anni: la borghesia nei paesi sottosviluppati non era più in grado di svolgere un ruolo storico progressivo e in particolare di eliminare strutture e leggi feudali per dar luogo alla proprietà contadina delle terre, come avevano fatto le borghesie dei paesi avanzati, al sorgere dal capitalismo.

Ma Lenin sbagliava nel pensare che il proletariato potesse farsi carico di questi compiti che la borghesia non era stata in grado di portare a termine. Se la borghesia non ne è più capace è perché storicamente essi non sono più realizzabili, non hanno più un carattere di necessità, non corrispondono già più allo sviluppo delle forze produttive, sono in opposizione ai nuovi compiti che si impongono alla società.

Dal punto di vista dell’interesse immediato della rivoluzione, “la terra ai contadini” era forse una parola d’ordine tattica estremamente utile per smascherare e discreditare i partiti borghesi, indebolirli, staccando da loro la grande massa dei contadini. Ma questa stessa parola d’ordine è evidentemente incompatibile col programma socialista della soppressione della proprietà privata della terra, perché - come sottolineerà Rosa Luxemburg - la parola d’ordine della divisione della terre “accumula ostacoli insormontabili davanti alla trasformazione delle condizioni dell’agricoltura in senso socialista.

Nelle sue note critiche sulla Rivoluziono russa, R. Luxemburg definisce quello in cui deve consistere una politica socialista immediata nella questione agraria:

Nazionalizzazione della grande e media proprietà, riunione dell’industria e dell’agricoltura: tali sono i punti fondamentali di tutta la riforma socialista, senza la quale non c’è socialismo.”

E aggiunge immediatamente:

Se il governo dei Soviet non ha effettuato tali riforme importanti in Russia, chi può fargliene un rimprovero? Sarebbe assurdo, esigere od aspettarsi da Lenin e dai suoi che, nel breve tempo del loro dominio, nel turbine delle lotte interne ed esterne, circondati dovunque da nemici e da resistenze innumerevoli, dovessero risolvere o solamente affrontare uno dei più difficili problemi, anzi senz’altro il più difficile, quello della trasformazione socialista.

Una volta arrivati al potere anche in Occidente e nelle condizioni più favorevoli, incontreremo enormi ostacoli ed innumerevoli difficoltà prima d’aver adempiuto il nostro compito immane.” (R. Luxemburg: "La Rivoluzione Russa").

Ciò che preoccupa R. Luxemburg non è la realizzazione integrale immediata del socialismo, ma il timore che dare le terre in usufrutto ai contadini individualmente e decentralizzare la produzione agricola possa creare, più tardi, una resistenza molto più pericolosa ed una ostilità molto più generalizzata da parte dei contadini ad ogni riforma socialista.

La riforma agraria di Lenin ha creato per il socialismo, nelle campagne, una nuova e potente categoria di nemici la cui resistenza sarà molto più pericolosa e più ostinata che non quella dei grandi proprietari aristocratici.”

La storia non ha tardato a confermare tragicamente la fondatezza dei timori espressi dalla Luxemburg. Ma ciò, come vedremo più avanti, non ha niente in comune con la critica che vuol far credere che la politica di Lenin consisteva soltanto nel trasferire la proprietà e nel ristabilirla in altre mani.

Il primo paragrafo del “mandato contadino sulla terra” di cui fa parte il Decreto sulla proprietà della terra ottobre 1917, redatto da Lenin e adottato al secondo congresso dei Soviet l’8 novembre 1917, comincia così:

1) Il diritto di proprietà privata sulla terra viene soppresso per sempre; la terra non può essere né venduta, né acquistata, né data in affitto o in ipoteca, né alienata in qualsiasi altro modo. Tutta la terra: di proprietà statale, della famiglia imperiale, ministeriale, dei monasteri, ecclesiastica (…), eccetera viene espropriata senza risarcimento, viene trasformata in patrimonio di tutto il popolo e viene data in godimento a tutti coloro che su di essa lavorano”.

Per non lasciare alcun dubbio sull’orientamento collettivista del lavoro nella produzione agricola, ecco il paragrafo 3:

I terreni con colture altamente sviluppate, giardini, piantagioni, vivai, coltivazioni di alimenti, pascoli, etc., non saranno divisi, ma convertiti in colture modello; essi saranno dati, a seconda della loro estensione e importanza, in esclusivo usufrutto allo Stato o ai comuni.” (sottolineatura del testo originale).

Quindici giorni più tardi, si riunì il Congresso Contadino di Tutta la Russia, convocato dal governo dei Soviet. Questo Congresso, nella sua maggioranza socialista-rivoluzionario, fu all’inizio nettamente ostile all’orientamento politico del Partito Bolscevico. Ecco come si espresse Lenin rispondendo all’accusa che i bolscevichi compivano delle manovre e nascondevano il loro programma per meglio attirare nella loro sfera le masse contadine:

Noi bolscevichi non abbiamo modificato il nostro Programma Agrario. Non abbiamo rinunciato ad abolire la proprietà privata sulla terra, né pensiamo di farlo. Abbiamo accettato la regolamentazione dei comitati agricoli che non si basano in alcun modo sulla proprietà privata soltanto perché ci sforziamo di compiere la volontà delle masse, fedeli ai desideri ed ai mandati del popolo, al fine di realizzare in modo ancor più stretto l’unione di tutti gli elementi che lottano per la Rivoluzione Socialista.” (Discorso di Lenin al Congresso Contadino, in risposta alle accuse di Katchinsky, rappresentante dei Social-rivoluzionari di sinistra).

La posizione dei bolscevichi è qui molto più chiara: se essi fanno delle concessioni, queste non vertono sui Principi, ma soltanto su delle applicazioni contingenti, immediate. Siamo ben lontani da un voltafaccia alla rivoluzione per difendere gli “interessi russi” come nazione! Rispondendo e mettendo in evidenza ciò che li separa dai Socialrivoluzionari di sinistra, Lenin si esprime così nella risoluzione da lui presentata al Congresso:

Condizione indispensabile per il trionfo della rivoluzione socialista, la sola che può assicurare il successo duraturo e l’esecuzione totale del decreto sulla terra, è l’unione stretta dei lavoratori sfruttati della campagna con la classe operaia ed il proletariato di tutti i paesi avanzati. Ormai tutta l’organizzazione dello Stato, nella repubblica russa, dovrebbe fondarsi su questa unione. Solo questa, schiacciando ogni tentativo, diretto o indiretto, aperto o camuffato, di ritorno a una politica di riconciliazione e di accomodamento con la borghesia ed i suoi dirigenti, potrà assicurare il trionfo del socialismo nel mondo.”

Come si può constatare, gli “interessi della Russia” occupano un posto piccolissimo in tutto questo. Del resto Lenin comincia il suo discorso in questi termini:

In questo momento cerchiamo di risolvere non solo il problema della terra, ma tutto il problema della rivoluzione sociale, e non solo per la Russia ma per il mondo intero.”

Ci siamo fermati un po’ a lungo su questo punto de “la terra ai contadini” perché abbiamo stimato assolutamente necessario ristabilire la verità storica contro le deformazioni di cui è stato e continua ad essere vittima il partito bolscevico riguardo alla sua vera posizione su questo importante problema.

Quanto alla parola d’ordine di “diritto dei popoli all’autodeterminazione”, è fin troppo evidente che deve essere categoricamente rigettata per il suo contenuto teorico errato e soprattutto dopo che l’esperienza ha dimostrato che cos’è potuta diventare questa parola d’ordine ed a cosa è servita nella pratica.

Ancora una volta noi dobbiamo insistere sulla differenza fondamentale che esiste tra l’errore e il tradimento. Lenin, partendo dagli interessi della Rivoluzione socialista mondiale, crede di poter utilizzare questa posizione politica contro il capitalismo e si sbaglia pesantemente. I rinnegati, i traditori di ogni risma, dai socialisti agli stalinisti, utilizzano a fondo questa posizione per sviluppare la loro politica controrivoluzionaria al fine di conservare e rafforzare il capitalismo nazionale e internazionale. La differenza tra le due posizioni non è da poco nella misura in cui ha lo spessore di una frontiera di classe.

E’ naturale che dei rinnegati e dei traditori del proletariato tentino, per meglio camuffarsi, di utilizzare questa o quella frase errata di Lenin per arrivare a conclusioni completamente opposte allo spirito rivoluzionario che ha guidato l’azione di Lenin durante la sua vita. Ma è stupido che dei rivoluzionari li aiutino eliminando la differenza, stabilendo un’equivalenza tra queste canaglie e Lenin. E’ una stupidaggine dire è per gli interessi nazionali della Russia che Lenin proclamava il “diritto all’autodeterminazione dei popoli, ivi compresa la loro separazione dalla Russia”. Quando diciamo che la “liberazione” dei paesi coloniali, che la loro “indipendenza” formale non è incompatibile con gli interessi dei paesi colonialisti, intendiamo dire che l’imperialismo può benissimo trarre vantaggio da questa indipendenza formale. Ma questo non vuole assolutamente dire che l’imperialismo pratichi benevolmente o con indifferenza questa politica. Tutte le “liberazioni” sono state il prodotto di lotte interne, di pressioni di interessi di diverse borghesie e degli intrighi internazionali degli imperialismi antagonistici. Stalin s’incaricherà più tardi di dimostrare, con fiumi di sangue, che gli interessi della Russia non corrispondevano esattamente con l’indipendenza dei paesi limitrofi e che questi esigevano piuttosto l’incorporazione con la forza di questi paesi nel grande impero russo.

Spiegare non è giustificare. Chi per condannare mescola alla rinfusa il diritto dei popoli alla separazione con l’incorporazione violenta, Lenin con Stalin, non capisce nulla e riduce la storia ad una poltiglia insipida e informe. Nel diritto all’autodeterminazione dei popoli, Lenin intende vedere innanzitutto una possibilità di denunciare l’imperialismo, non quello del suo vicino, quello dello straniero, ma quello del “suo Paese”, della sua borghesia.

La principiale forza controrivoluzionaria era la Socialdemocrazia, i social-imperialisti, come li chiamava Lenin, socialisti a parole ed imperialisti nei fatti, senza l’aiuto dei quali il capitalismo non avrebbe mai potuto trascinare gli operai nel macello della guerra imperialista. Questi “socialisti” giustificavano la guerra in nome degli interessi supposti nazionali che gli operai avrebbero in comune con la loro borghesia. La guerra imperialista era secondo loro: la difesa della libertà, delle conquiste operaie, della democrazia minacciate tutte e ognuna dai “maledetti imperialisti stranieri”. Smascherare queste menzogne, questi falsi socialisti, era il primo dovere, il compito più imperativo di ogni rivoluzionario. E’ a questa preoccupazione che obbedisce essenzialmente, per Lenin, la parola d’ordine del diritto dei popoli a disporre di se stessi e questo non per gli interessi della Russia, ma contro gli interessi nazionali della borghesia russa e internazionale.

X

Lenin è dunque il prodotto caratteristico del 1914…, il personaggio di Lenin è un ponte tra l’ideologia comunista e quella del capitalismo di stato. E’ in questo senso che si è potuto dire che Stalin è il figlio naturale di Lenin”. (Jorge). Ecco ciò che ci viene preposto come conclusione.

Lenin non è “il prodotto caratteristico del 1914...”, frase che in sé non ha alcun significato perché nel ‘14, come in tutti gli altri anni, la Russia non esiste come entità, ma è come ogni altro paese divisa in classi. “La Russia del ‘14...” somiglia troppo a quella misteriosa anima slava di Massimo Gorki, giustamente ridicolizzata in modo feroce da Trotsky. Lenin è il prodotto caratteristico nel ‘14 del proletariato rivoluzionario non solo russo ma internazionale, anche se le particolarità della lotta di classe in Russia non potevano essere assenti e non influenzare il suo pensiero. Altrimenti come spiegare il posto d’onore che egli occupa alla testa della Sinistra Marxista Internazionale, nella lotta accanita contro i rinnegati del Socialismo di tutti i paesi, contro la guerra imperialista, per il disfattismo rivoluzionario e per la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile del proletariato internazionale contro il regime capitalista???

Può darsi che questa o quella posizione di Lenin - la sua concezione ultracentralista del partito, ad esempio, rifletta le condizioni particolari della lotta di classe in Russia, la debolezza numerica del proletariato, la sua recente industrializzazione, etc.; così come i lunghi anni di corruzione parlamentarista del proletariato tedesco potevano riflettersi in una specie di liberalismo democratico in Rosa Luxemburg (vedi la sua posizione sulla dissoluzione della Costituente da parte dei bolscevichi al potere).

Non si dispiacciano i nostri giudici severi, i rivoluzionari proletari non nascono completamente formati ed armati, come Minerva che esce dalla testa di Giove. Proprio come la classe di cui sono l’espressione, i rivoluzionari forgiano le loro armi teoriche e politiche nel fuoco ardente della lotta di classe attraverso esperienze, errori, sconfitte e vittorie.

La rivoluzione russa, guidata politicamente dal partito di Lenin, è la più grande esperienza fatta dal proletariato fino ad oggi. Le sue acquisizioni, i suoi aspetti positivi e negativi, come i suoi errori, costituiscono un materiale inestimabile pieno di preziosi insegnamenti. Non potrà esserci una nuova ondata rivoluzionaria che non si basi su uno studio minuzioso di questa esperienza, sulla sua assimilazione da parte del proletariato.

E’ per questo che quelli che rigettano in blocco, nella sua totalità, questa esperienza, che le negano ogni valore, che confondono la rivoluzione con la degenerazione e Lenin con Stalin, non fanno che portare acqua al mulino della borghesia e le rendono il migliore dei servizi.

XI

Stalin figlio naturale di Lenin è diventato il leitmotiv, la frase magica che serve benissimo sia a calunniare Lenin che ad incensare Stalin. E’ l’immagine favorita di tutti i rinnegati della rivoluzione, i Souvarin e i Laurat, i Fisher e i Burnham, di tutti quei raffinati moralisti che vanno a cercare il loro cibo nei rifiuti della borghesia. Tra il binomio Lenin-Trotsky e quello Stalin-Mao vi è la stessa parentela che può esserci tra Marx-Engels ed Ebert-Noske.

Parlando del tradimento della Socialdemocrazia, Lenin scriveva:

Là dove il marxismo è popolare tra gli operai questa corrente politica, questo «partito operaio borghese», giurerà e spergiurerà nel nome di Marx. Non si può proibirglielo, come non si può proibire a una ditta commerciale di adoperare una qualsiasi etichetta, una qualsiasi insegna, un mezzo pubblicitario qualsiasi. Nel corso della storia si è sempre visto che i nemici hanno tentato, dopo la morte dei capi rivoluzionari, popolari tra le classi oppresse, di appropriarsi i loro nomi per ingannare queste classi” (Lenin, L’imperialismo e la scissione del socialismo, 1916).

Lo stalinismo ha utilizzato ampiamente e con grande successo il cadavere di Lenin contro l’insegnamento rivoluzionario di Lenin vivo. Ma il record d’infamia spetta senza dubbio alla Socialdemocrazia tedesca. Questi cani sanguinosi dell’imperialismo tedesco, questi Galliffet[4] della rivoluzione di Spartacus, questi assassini di decine di migliaia di proletari tedeschi, tra cui le ammirevoli figure di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, hanno avuto l’infame audacia di proclamarsi come gli unici depositari delle Note Critiche sulla Rivoluzione Russa scritte dalla Luxemburg in prigione e trovate sul suo corpo ancora caldo. E’ il partito socialdemocratico, il partito di Noske che pubblicò per primo questo scritto di Rosa. Da allora, in tutti i paesi, i “socialisti” ed altri rinnegati tentano d’impadronirsi del suo nome, uno dei più popolari del proletariato internazionale per farne un’arma contro il proletariato rivoluzionario. Dopo averla, per tutta la sua vita, combattuta, calunniata, perseguitata, imprigionata ed infine essere riusciti ad assassinarla, i “socialisti” di sinistra tentano di rendere il suo cadavere un membro d’onore della II Internazionale.

XII

Il libro di Rosa Luxemburg (La Rivoluzione Russa) è soprattutto una proclamazione ardente di solidarietà incrollabile con Lenin e la Rivoluzione d’Ottobre che essa saluta mostrandola ad esempio al proletariato mondiale. E’ una difesa incondizionata, assoluta della Rivoluzione contro i suoi detrattori, tutti questi “socialisti” rinnegati di tutti i paesi. Le critiche che essa ritiene necessario formulare sono severe ma fraterne e si situano sempre nel campo della rivoluzione. Queste critiche non hanno niente in comune con tutti i detrattori della Rivoluzione d’Ottobre e del partito bolscevico.

Nel suo discorso sul programma al Congresso di Spartacusbund, alcuni giorni prima della sua morte, Rosa Luxemburg lancia questo grido: “E mai dovremo dimenticare, quando tenteranno di propinarci calunnie contro i bolscevichi russi, di rispondere domandando: dove avete imparato l’ABC della vostra attuale rivoluzione? E’ dai russi che avete preso i Consigli degli operai e dei soldati”.

Nella sua “Rivoluzione russa”, esaltando incessantemente l’esempio senza precedenti dei bolscevichi e della rivoluzione d’Ottobre, la Luxemburg scrive:

“I bolscevichi inoltre hanno subito posto a scopo di questa presa del potere l’intero vasto programma rivoluzionario: non un qualche rafforzamento della democrazia borghese, ma dittatura del proletariato al fine di realizzare il socialismo. Si sono così garantiti l’imperituro merito storico di aver per primi proclamato quale programma immediato della politica pratica le mete finali socialiste.

Quanto possa esibire, in un’ora storica, un partito in fatto di coraggio, di energia, di lungimiranza rivoluzionaria, e coerenza, Lenin, Trotsky e compagni l’hanno dimostrato in abbondanza. Tutto l’onore e la capacità d’azione rivoluzionaria, venuti meno alla socialdemocrazia occidentale, hanno trovato la loro espressione nei bolscevichi. L’insurrezione d’Ottobre non ha rappresentato soltanto la reale salvezza della Rivoluzione Russa, ma anche la riabilitazione del socialismo internazionale.” (La Rivoluzione Russa, in Scritti scelti, p. 577-578, Ed. Einaudi).

L’abbiamo già detto e lo ripetiamo ancora: non abbiamo niente a che vedere con gli esaltatori e gli apologeti. Fare un esame critico della rivoluzione russa non solo è augurabile, ma è addirittura indispensabile. Ma per essere veramente fecondo questo esame critico non può che basarsi sull’acquisizione storica che ha rappresentato la Rivoluzione d’Ottobre. Cinquant’anni dopo sottoscriviamo interamente la conclusione con cui Rosa Luxemburg termina il suo pamphlet:

In tal senso resta loro il merito imperituro nella storia d’essersi messi alla testa del proletariato internazionale conquistando il potere politico e mettendo in pratica il problema della realizzazione del socialismo, come d’aver potentemente spinto innanzi la liquidazione fra Capitale e Lavoro nel mondo. In Russia il problema poteva solo essere posto ma non risolto. È in tal senso che l’avvenire appartiene ovunque al «bolscevismo»”.

Internacionalismo, novembre 1965.

 


[1] L’RWG si costituì a Chicago in rottura con il trotskismo; iniziò un lavoro di approfondimento delle posizioni rivoluzionarie, ma ben presto si sciolse. Alcuni suoi militanti si fusero con gruppi modernisti per formare il gruppo Forward, per poi abbandonarlo ritornando su posizioni rivoluzionarie.

[2] A Zimmerwald nel 1915 si svolse una conferenza indetta dalle frazioni antibelliciste dei partiti socialisti. Emersero due tendenze, l’una pacifista moderata che sosteneva la rivendicazione principale di “una pace senza annessioni e senza indennità”, l’altra, espressa dai bolscevichi e da altre minoranze rivoluzionarie (la cosiddetta “sinistra zimmerwaldiana”), che affermava che non ci poteva essere pace senza abbattimento del capitale e che esortava i partiti socialisti a “chiamare le masse alla lotta rivoluzionaria contro i governi capitalisti per la conquista del potere politico”.

[3] Organo centrale del partito di cui Stampler fu caporedattore dall’ottobre del ’16 al ’33.

[4] Ministro della guerra Marchese di Galliffet, meglio noto per il suo ruolo durante la repressione della Comune di Parigi del 1871.

Storia del movimento operaio: 

Patrimonio della Sinistra Comunista: