Disoccupazione. La borghesia si prepara alla crescita della collera operaia

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In più occasioni durante l’inverno dello scorso anno si è avuto modo di assistere nei due più grandi paesi dell’Europa occidentale a delle mobilitazioni sulla questione della disoccupazione. In Francia per parecchi mesi si sono avute sia delle manifestazioni di piazza nelle principali città sia occupazioni di luoghi pubblici (in particolare le sedi degli organismi incaricati di pagare le indennità ai disoccupati). In Germania, il 5 febbraio si sono svolte tutta una serie di manifestazioni indette dalle organizzazioni dei disoccupati e dai sindacati. La mobilitazione non ha avuto la stessa ampiezza di quella francese ma è stata abbondantemente riportata dai mezzi di informazione. La questione della disoccupazione è fondamentale per la classe operaia poiché questa costituisce una delle forme più importanti degli attacchi che essa subisce da parte del capitale in crisi. Nello stesso tempo, l’aumento ed il permanere della disoccupazione costituiscono una delle migliori prove del fallimento del sistema capitalista. Ed è proprio l’importanza di questa questione che si trova sullo sfondo delle manifestazioni cui stiamo assistendo.

La disoccupazione oggi e le sue prospettive

Oggi la disoccupazione investe dei settori enormi della classe operaia nella maggior parte dei paesi della terra. Nel terzo mondo, la percentuale della popolazione senza lavoro varia spesso tra il 30 ed il 50%: ed anche in un paese come la Cina che, nel corso degli ultimi anni era stata presentata dagli  “esperti” come uno dei grandi campioni dello sviluppo, ci saranno almeno 200 milioni di disoccupati nel giro di due anni (1). Nei paesi dell’Europa dell’est appartenenti al vec-chio blocco russo, il crollo economico ha gettato in strada milioni di lavoratori e anche se, in qualche raro paese come la Polonia, un tasso di crescita molto sostenuto permette, al prezzo di salari miserevoli, di limitare i danni, nella maggior parte di questi paesi, in particolare in Russia, si assiste ad una vera pauperizzazione di enormi masse  di operai costretti per sopravvivere a fare dei “piccoli lavori” squallidi come vendere sacchi di plastica nei sottopassaggi della metropolitana (2).

Nei paesi più sviluppati, anche se la situazione non è tragica come in quelli che si è appena citati, la disoccupazione di massa  è divenuta una piaga della società. Per l’insieme della Comunità europea, il tasso ufficiale di “quelli che cercano un lavoro” in rapporto alla popolazione in età di lavoro è dell’ordine dell’11%, mentre era dell’8% nel 1990, cioè nel momento in cui il presidente americano Bush prometteva, con il crollo del blocco russo, una “era di prosperità”.

TASSI DI DISOCCUPAZIONE

Paese

Fine 1996

Fine 1997

Germania

9,3

11,6

Francia

12,4

12,3

Italia

11,9

12,3

Regno Unito

7,5

5,0

Spagna

21,6

20,5

Paesi bassi

6,4

5,3

Belgio

9,5

 

Svezia

10,6

8,4

Canada

9,7

9,2

Stati Uniti

5,3

4,6

Fonti: OCSE e ONU

Queste cifre del tasso di disoccupazione danno un’idea dell’importanza attuale di questa calamità. Meritano tuttavia di essere commentate.

In primo luogo, si tratta di cifre ufficiali calcolate secondo dei criteri che nascondono una considerevole proporzione di disoccupazione. Così non tengono conto (tra l’altro):

  • dei giovani che continuano gli studi perché non trovano lavoro;
  • dei disoccupati che sono obbligati ad accettare dei lavori sottopagati per non perdere il loro posto nelle liste;
  • di coloro che sono inviati alla formazione o a fare degli stage che dovrebbero aprire per loro il mercato del lavoro ma che in realtà non servono a niente;
  • i lavoratori in età avanzata che sono stati messi in prepensionamento.

Ugualmente queste cifre non tengono conto della disoccupazione parziale, cioè di tutti quei lavoratori che non riescono a trovare un lavoro stabile a tempo pieno (per esempio i precari il cui numero è in continuo aumento da più di dieci anni). D’altronde, tutti questi fatti sono ben noti agli “esperti” dell’OCSE che, nella loro rivista per specialisti, sono obbligati a confessare che: “Il tasso classico di disoccupazione… non fornisce una misura totale del sotto impiego.” (3)

In secondo luogo, è importante comprendere il significato delle cifre che riguardano i “primi della classe”, che sono gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Per molti esperti queste cifre sarebbero la prova della superiorità del “modello anglosassone” rispetto agli altri modelli di politica economica. Così ci riempiono le orecchie con il fatto che negli Stati Uniti la disoccupazione raggiunge oggi dei tassi tra i più bassi da un quarto di secolo. E’ vero che l’economia americana conosce attualmente un tasso di crescita della produzione superiore a quello degli altri paesi sviluppati e che nel corso degli ultimi cinque anni ha creato 11 milioni di posti di lavoro, tuttavia è necessario precisare che la maggior parte di questi ultimi sono degli “impieghi Mac Donald”, cioè piccoli lavori precari e molto mal pagati che fanno sì che la miseria si mantenga a dei livelli mai conosciuti dagli anni 30 con il suo seguito di centinaia di migliaia di persone senza risorse e di milioni di poveri privi di ogni assistenza sociale.

Tutto ciò è chiaramente confessato da qualcuno che certo non può essere sospettato di voler denigrare gli Stati Uniti visto che si tratta del ministro del lavoro durante il primo mandato di Bill Clinton di cui è un vecchio amico personale: “Da venti anni una gran parte della popolazione americana conosce una stagnazione o una diminuzione dei salari reali, tenuto conto dell’inflazione. Per la maggioranza dei lavoratori la caduta è continuata malgrado la ripresa. Nel 1996 il salario medio reale si situava al disotto del livello del 1989, cioè prima dell’ultima recessione. Tra la metà del 1996 e la metà del 1997 non è aumentato che dello 0,3% mentre i redditi più bassi hanno continuato a diminuire. La proporzione di Americani considerati poveri, secondo la definizione e le statistiche ufficiali, è oggi superiore a quella del 1989.” (4)

Ciò detto, quello che i fautori del “modello” made in USA dimenticano anche in generale di precisare è che gli 11 milioni di nuovi posti di lavoro creati dall’economia americana corrispondevano ad un aumento di 9 milioni della popolazione in età da lavoro. Così, una gran parte dei risultati “miracolosi” di questa economia nel campo della disoccupazione è il risultato della messa in atto ad alti livelli degli artifizi, descritti più avanti, che permettono di mascherarla. D’altra parte, negli Stati Uniti il fatto è riconosciuto sia dalle più prestigiose riviste economiche che dalle stesse autorità politiche: “Il tasso di disoccupazione ufficiale negli Stati Uniti è divenuto progressivamente sempre meno descrittivo della reale situazione prevalente sul mercato del lavoro” (5). Questo articolo dimostra che “nella popolazione maschile tra i 16 ed i 55 anni, il tasso ufficiale di disoccupazione non riesce a comprendere come ‘disoccupati’ che il 37% dei senza lavoro; il restante 63%, benché essendo nel pieno delle forze è classificato come ‘non impiegato’, ‘al di fuori della popolazione attiva’.” (6)

Analogamente la pubblicazione ufficiale del ministero del Lavoro americano spiegava: “Il tasso ufficiale di disoccupazione è accettabile e ben conosciuto; tuttavia, concentrandoci troppo su questa sola misura, potremmo avere una visione deformata dell’economia degli altri paesi, paragonata a quella degli Stati Uniti (…). Sono necessari altri indicatori se si vuole interpretare in maniera intelligente le rispettive situazioni sui diversi mercati del lavoro.” (7)

In realtà sulla base di studi che non sono stati compiuti da abominevoli “sovversivi”, si può considerare che negli Stati Uniti il tasso di disoccupazione del 13% è molto più vicino alla realtà di quello inferiore al  5% che è sbandierato dappertutto come prova del “miracolo americano”. Non potrebbe essere altrimenti visto che non sono considerati come disoccupati (secondo i criteri del BIT, Ufficio Internazionale del Lavoro) che quelli che:

  • hanno lavorato meno di un’ora nel corso della settimana di riferimento;
  • hanno cercato attivamente un impiego nel corso di questa settimana;
  • sono immediatamente disponibili per un lavoro.

Così, negli Stati Uniti, dove la maggior parte dei giovani fanno dei piccoli “lavoretti” non verrà considerato come disoccupato colui che, per pochi dollari, ha tagliato l’erba del prato del suo vicino o ha fatto il baby sitter  la settimana precedente. Lo stesso varrà per colui che si è scoraggiato dopo mesi o anni di insuccessi nella ricerca del lavoro o della madre nubile che non è “immediatamente disponibile” perché ormai non esistono più degli asili collettivi.

La “success story” della borghesia britannica è ancora più falsa di quella della sua grande sorella di oltre Oceano. L’osservatore ingenuo si trova di fronte ad un paradosso: tra il 1990 ed il 1997 il livello di occupazione è diminuito del 4 % e tuttavia, durante lo stesso periodo, il tasso di disoccupazione ufficiale è passato dal 10% al 5%. Nei fatti come dice timidamente una istituzione finanziaria internazionale tra le più “serie”: “la diminuzione della disoccupazione inglese sembra dovuta complessivamente all’aumento della percentuale degli inattivi.” (8)

E per comprendere il mistero di questa trasformazione dei disoccupati in “inattivi” si può leggere ciò che scrive un giornalista del Guardian, giornale inglese che con difficoltà si classificherebbe nella stampa rivoluzionaria: “Quando Margaret Tatcher vinse la sua prima elezione, nel 1979, il Regno Unito contava 1,3 milioni di disoccupati ufficiali. A parità di metodo di calcolo, oggi ve ne dovrebbero essere un po’ più di 3 milioni. Un rapporto della Midland’s Bank, pubblicato recentemente, faceva una stima a 4 milioni, cioè il 14% della popolazione attiva – più che in Francia o in Germania.”

“… il governo britannico non conta più i senza lavoro, ma solo i beneficiari di una indennità di disoccupazione sempre più ridotta. Dopo aver cambiato 32 volte la maniera di censire i disoccupati, ha deciso di escludere centinaia di migliaia di loro dalle statistiche grazie al nuovo regolamento  sulla indennità di disoccupazione, che sopprime il diritto al sussidio dopo sei mesi anziché dopo dodici.”

“La maggioranza degli impieghi creati sono degli impieghi a tempo parziale. Secondo gli ispettori del lavoro il 43% dei posti di lavoro creati tra l’inverno 1992-1993 e l’autunno 1996 erano a tempo parziale. Quasi un quarto dei 28 milioni di lavoratori sono impiegati per un lavoro  di questo tipo. La proporzione non è che di un lavoratore su sei in Francia ed in Germania.” (9)

Le enormi menzogne che permettono alla borghesia dei due “campioni dell’occupazione” anglosassoni di inorgoglirsi godono negli altri paesi di un silenzio compiacente da parte dei numerosi “specialisti”, economisti e politici di ogni razza, ed in particolare da parte dei mezzi di informazione di massa (è solo in pubblicazioni molto confidenziali che viene svelato il segreto). La ragione è semplice: bisogna far radicare l’idea che le politiche praticate nel corso di questo ultimo decennio in questi paesi con una brutalità particolare, volte a ridurre i salari e la protezione sociale,  a sviluppare la “flessibilità”, sono efficaci per limitare i guai della disoccupazione di massa. In altri termini bisogna convincere gli operai che i sacrifici sono “paganti” e che essi hanno tutto l’interesse ad accettare le imposizioni del capitale.

E poiché la borghesia non mette tutte le sue uova nello stesso paniere, quando comunque vuole, allo scopo di seminare ancora più confusione nella testa degli operai,  illuderli affermando che può esistere un “capitalismo dal volto umano”, alcuni dei suoi uomini di fiducia si richiamano oggi all’esempio olandese (10). Anche in questo caso le cifre ufficiali della disoccupazione non vogliono dire nulla. Come in Gran Bretagna la diminuzione del tasso di disoccupazione è andata di pari passo con la diminuzione dell’impiego. Così il tasso di occupati (percentuale della popolazione in età attiva che lavora effettivamente) è passato dal 60% nel 1970 al 50,7% nel 1994.

Il mistero sparisce quando si constata che: “La percentuale dei posti di lavoro a tempo parziale sul numero totale è passata negli ultimi venti anni dal 15% al 36%. Ed il fenomeno si accelera, poiché (…) i nove decimi dei posti di lavoro creati negli ultimi dieci anni totalizzano tra le 12 e le 36 ore per settimana.” (11) D’altra parte una considerevole proporzione della forza lavoro in eccesso è uscita dalle cifre della disoccupazione per entrare in quelle ancora più alte dell’invalidità. E’ ciò che nota l’OCSE quando scrive che: “Le stime di questa componente “disoccupazione nascosta” nelle persone in invalidità varia notevolmente, andando da poco più del 10% a circa il 50%.” (12)

Come dice l’articolo del Monde Diplomatique citato prima:

 “A meno di immaginare una debolezza genetica che colpisce le persone di questo paese, e solo loro, come spiegare diversamente che il paese conta più inabili al lavoro che disoccupati?”

Evidentemente un tale metodo che permette ai padroni di “modernizzare” la loro fabbrica sbarazzandosi del loro personale più anziano e poco “malleabile” non ha potuto essere applicato che grazie ad un sistema di assicurazione sociale tra i più “generosi” del mondo. Ma nel momento in cui proprio questo sistema è radicalmente messo in discussione (come in tutti i paesi avanzati) sarà sempre più difficile per la borghesia camuffare in questo modo la disoccupazione. D’altra parte le nuove leggi esigono che siano le imprese che versino per cinque anni la pensione di invalidità il che porta a dissuaderle dal dichiarare “invalidi” i lavoratori di cui esse vogliono sbarazzarsi. Nei fatti, fin da ora, il mito del “paradiso sociale” rappresentato dai Paesi Bassi è seriamente scalfito quando si viene a sapere che, secondo un’inchiesta europea (citata dal The Guardian del 28 aprile 1997), il 16% dei ragazzi olandesi appartengono a famiglie povere, contro il 12% della Francia. Quanto al Regno Unito, paese del “miracolo”, questa cifra è del 32%!

Così non esiste eccezione alla crescita della disoccupazione massiccia nei paesi più sviluppati. Fin da ora in questi paesi, il tasso di disoccupazione reale (che deve in particolare tenere conto di tutti i lavori a tempo parziale non voluti come di tutti coloro che hanno rinunciato a cercare un lavoro) va dal 13% al 30% della popolazione attiva. Sono delle cifre che si avvicinano sempre più a quelle conosciute dai paesi avanzati all’epoca della grande “depressione” degli anni 1930. Nel corso di questo periodo, i tassi raggiunsero i valori del 24% negli Stati Uniti, del 17,5% in Germania e del 15% in Gran Bretagna. A parte il caso degli Stati Uniti, si nota che gli altri paesi non sono molto lontani dal raggiungere questi sinistri “record”. In alcuni paesi, la disoccupazione ha anche superato il livello degli anni 1930. E’ il caso in particolare della Svezia (8% nel 1933), dell’Italia (7% nel 1933) e della Francia (5% nel 1936, che è comunque probabilmente una cifra sottostimata). (13)

Infine non bisogna lasciarsi ingannare dal leggero arretramento dei tassi di disoccupazione del 1997 che è oggi sbandierato dalla borghesia (e che appare nella tabella riportata prima). Come si è visto le cifre ufficiali non significano granché e soprattutto, questa diminuzione, che è imputabile ad una “ripresa” della produzione mondiale nel corso degli ultimi anni, va rapidamente a lasciare il posto ad un nuovo aumento dal momento che l’economia mondiale va di nuovo a confrontarsi con una nuova recessione aperta come quelle che abbiamo conosciuto nel 1974, nel 1978, agli inizi del 1980 e agli inizi degli anni 1990. Una recessione aperta che è inevitabile per il fatto che il modo di produzione capitalista è assolutamente incapace di superare la causa di tutte le convulsioni che conosce da una trentina d’anni: la sovrapproduzione generalizzata, la sua incapacità storica di trovare una quantità sufficiente di mercati per la sua produzione. (14)

D’altronde l’amico di Clinton che abbiamo citato precedentemente è chiaro sull’argomento: “L’espansione è un fenomeno temporaneo. Gli Stati Uniti beneficiano attualmente di una crescita molto elevata, che trascina con sé una buona parte dell’Europa. Ma le perturbazioni sopravvenute in Asia, come l’indebitamento crescente dei consumatori americani lasciano pensare che la vitalità di questa fase del ciclo potrebbe non durare a lungo.”

Effettivamente questo “specialista” mette il dito, senza osare evidentemente andare fino in fondo nel suo ragionamento, sugli elementi fondamentali della situazione attuale dell’economia mondiale:

  • il capitalismo non ha potuto continuare la sua “espansione” da trent’anni a questa parte che al prezzo di un indebitamento sempre più astronomico di tutti i compratori possibili (vedi le famiglie e le imprese; i paesi sottosviluppati nel corso degli anni 1970; gli Stati, ed in particolare quello degli Stati Uniti, nel corso degli anni 1980; i “paesi emergenti” d’Asia all’inizio degli anni 1990…);
  • la caduta di questi ultimi, che hanno conosciuto dopo l’estate del 1997, ha una portata che supera ampiamente le loro frontiere; essa esprime quella dell’insieme del sistema capitalista che si aggrava sempre più.

La disoccupazione di massa che deriva direttamente dalla incapacità del capitalismo a superare le contraddizioni che gli impongono le sue proprie leggi non può sparire, e nemmeno essere superata. Non può che aggravarsi inesorabilmente continuando a gettare masse crescenti di proletari nella miseria e la privazione più insopportabile.

Fabienne

1. “… la mano d’opera in sovrannumero nelle campagne oscilla tra i 100 ed i 150 milioni di persone. In città vi sono dai 30 ai 40 milioni di persone che sono in disoccupazione, totale o parziale. Senza contare, ben inteso, le folle di giovani che si preparano ad entrare nel mondo del lavoro. “ (“Paradossale modernizzazione della Cina”, Le Monde Diplomatique, Marzo 1997)

2. Le statistiche sulla disoccupazione in questo paese non vogliono dire niente di preciso. Così la cifra ufficiale era del 9,3% nel 1996 mentre, tra il 1986 ed il 1996, il PIL della Russia è diminuito di circa il 45%. In realtà una quantità molto elevata di operai passa le sue giornate sul posto di lavoro a non fare niente (a causa della mancanza di commesse per le loro fabbriche) in cambio di salari da miseria (al paragone molto più bassi delle indennità di disoccupazione dei paesi occidentali) che li obbligano a fare al nero un altro lavoro per poter sopravvivere.

3. Perspectives de l’emploi, (Prospettive di impiego), luglio 1993.

4. Robert B. Reich, “Un’economia aperta può preservare la coesione sociale?” in Bilan du Monde (Bilancio del Mondo), edizione del 1998.

5. “Disoccupazione e non-occupazione”, American Economic Review, maggio 1997.

6. “I senza lavoro negli Stati Uniti”, L’etat du monde 1998, Edizioni La Découverte, Parigi.

7. “Confronti internazionali di indicatori della disoccupazione”, Monthly Labor Review, Washington, marzo 1993.

8. Banca dei regolamenti internazionali, Rapporto annuale,  giugno 1997.

9. Seumas Milne, “Come Londra manipola le statistiche”, Le Monde Diplomatique, maggio 1997.

10. “La Francia dovrebbe ispirarsi al modello economico olandese” (Jean Claude Trichet, governatore della Banca di Francia, citato da Le Monde Diplomatique del settembre 1997). “L’esempio della Danimarca e quello dei Paesi bassi dimostrano che è possibile ridurre la disoccupazione pur mantenendo dei salari relativi abbastanza stabili.” (Banca dei regolamenti internazionali, Rapporto annuale, giugno 1997)

11. “Miracolo o miraggio nei Paesi Bassi”, Le Monde Diplomatique, luglio 1997.

12. “Paesi Bassi 1995-1996”, Studi economici dell’OCSE, Parigi 1996.

13. Fonti: Encyclopaedia Universalis, articolo su “Le crisi economiche” e Maddison, “Crescita economica in Occidente”, 1981.

14. Vedere Revue Internationale n. 92, “Rapporto sulla crisi economica al 12° Congresso della CCI”.

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