Decadenza del capitalismo: le contraddizioni mortali della società borghese

Una volta Bordiga, comunista di sinistra, definì l'insieme dell’opera di
Marx “necrologia del capitale”- in altri termini, lo studio delle
contraddizioni interne alle quali la società borghese non potrà sfuggire e che
la condurranno alla sua fine.

Stabilire la morte con
certezza è in generale un problema per gli esseri umani - l'umanità è la sola
specie del regno animale a portare il peso della coscienza dell'inevitabilità
della morte, e questo fardello si manifesta, tra l’altro, in tutte le epoche
della storia ed in tutte le formazioni sociali, con l'onnipresenza dei miti
della vita dopo la morte.

Così, le classi dominanti,
sfruttatrici, e gli individui che la rappresentano sono felici di sfuggire alla
morte consolandosi attraverso i sogni sul carattere eterno dei fondamenti e del
destino del loro regno. Il regime dei faraoni e degli imperatori divini è
giustificato così da storie sacre che vanno dalle origini primordiali fino al lontano
futuro.

Sebbene si inorgoglisca della sua visione razionale e scientifica, la
borghesia non è meno attratta da proiezioni mitologiche. Come Marx l’ha
osservato, lo si può vedere facilmente nell'atteggiamento di questa classe
verso la storia dove cerca di presentare la proprietà privata come fondamento
dell'esistenza umana. Ed essa non è più incline dei vecchi despoti nel
considerare la possibilità di una fine del suo sistema di sfruttamento. Anche
nella sua epoca rivoluzionaria, nello stesso pensiero del massimo filosofo del
movimento dialettico, Hegel, si trova questa tendenza a proclamare che il
dominio della società borghese costituisce “la fine della storia”. Marx osservò
che per Hegel, l'avanzamento permanente dello spirito del Mondo alla fine aveva
trovato pace e riposo nella forma dello Stato burocratico prussiano (che, del
resto, rimaneva sempre ben impantanato nel passato feudale).

Dobbiamo, dunque, considerare come un assioma di base della visione del
mondo della borghesia, distorta dalla sua ideologia, la sua non tolleranza
verso qualsiasi teoria che sostenga la natura puramente transitoria del suo
dominio di classe. Il marxismo invece, esprimendo il punto di vista teorico
della prima classe sfruttata della storia che contiene i germi di un nuovo
ordine sociale, non è interessato da alcun vincolo che possa bloccare la sua
visione.

Così, Il Manifesto comunista del
1848 comincia col celebre passo sulla storia come storia della lotta di classe
che, in tutti i modi di produzione fino a quel momento conosciuti, aveva fatto
esplodere il tessuto sociale dall'interno, terminando “o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società, o con la
distruzione delle due classi in lotta”
(capitolo “Borghesi e proletari”).
La società borghese ha semplificato gli antagonismi di classe al punto di
averle socialmente ridotte a due grandi campi - capitalista da una parte,
proletario dall'altra. Ed il proletariato è destinato ad essere il becchino
dell'ordinamento borghese.

Ma Il Manifesto non si aspettava
che il confronto decisivo tra le classi sarebbe risultato solo dalla
semplificazione delle differenze nel capitalismo, né dall'ingiustizia evidente
rappresentata dal monopolio dei privilegi e dalla ricchezza da parte della
borghesia. Innanzitutto era necessario che il sistema borghese non fosse stato
più capace di funzionare “normalmente”, raggiungendo il punto in cui ... la
borghesia non è più in grado di rimanere ancora per molto classe dirigente ed
imporre alla società, come legge regolatrice, le condizioni di vita della sua
classe. Non può più regnare, perché è incapace di assicurare l'esistenza del
suo schiavo nel quadro della sua schiavitù, perché è costretta a lasciarlo
sprofondare in una situazione in cui al posto di farsi nutrire da lui è
costretta, lei, a nutrirlo. La società non può più vivere sotto il suo dominio,
e ciò significa che l'esistenza della borghesia non è più compatibile con
quella della società”
(Ibid.). Insomma, il capovolgimento della società
borghese diventa una necessità vitale per la stessa sopravvivenza della classe
sfruttata e della vita sociale nel suo insieme.

Il Manifesto vedeva nelle crisi
economiche che devastavano periodicamente la società capitalista all’epoca i
segni precursori di questo momento che si avvicinava.

“Un’epidemia che, in
tutt’altra epoca, sarebbe sembrata un'assurdità, si abbatte sulla società, -
l'epidemia della sovrapproduzione.
La società si trova spinta improvvisamente
ad un stato di barbarie momentaneo; si direbbe che una carestia, una guerra di
sterminio le abbia tagliato tutti i suoi mezzi di sussistenza; l'industria ed
il commercio sembrano annientati. E perché? Perché la società ha troppa
civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le
forze produttive di cui dispone non favoriscono più il regime della proprietà
borghese; al contrario, sono diventate troppo potenti per questo regime che a
questo punto diventa per loro un ostacolo; e tutte le volte che le forze
produttive sociali superano questo ostacolo, gettano nel disordine l’intera
società borghese e minacciano l'esistenza della proprietà borghese. Il sistema
borghese è diventato troppo stretto per contenere le ricchezze create nel suo
seno - Come supera la borghesia queste crisi? Da un lato, distruggendo con
violenza una massa di forze produttive; dall'altro, conquistando nuovi mercati
e sfruttando più a fondo i vecchi. A che cosa porta tutto ciò? A preparare
delle crisi più generali e più formidabili ed a ridurre i mezzi per prevenirle”.
(Ibid.)

Ci sono parecchi punti da sottolineare a proposito di questo passo citato
frequentemente:

  • stabilisce che le crisi economiche sono il
    risultato della sovrapproduzione di
    merci
    , per il fatto che le vaste forze produttive messe in atto dal
    capitalismo si scontrano con i limiti della forma capitalista di
    appropriazione e di distribuzione. Come Marx ha spiegato più tardi, non si
    trattava di sovrapproduzione rispetto ai bisogni. Al contrario, essa
    risultava dal fatto che i bisogni della grande maggioranza erano
    necessariamente ristretti dall'esistenza di rapporti di produzione
    antagonisti. Era la sovrapproduzione rispetto alla domanda effettiva - una
    domanda sostenuta dalla capacità di pagare;
  • considera che i rapporti di produzione
    capitalista sono diventati già
    definitivamente un ostacolo allo sviluppo di queste forze produttive, un
    capestro che li soffoca;
  • nel contempo, il capitalismo ha a sua
    disposizione vari meccanismi per superare le sue crisi: da una parte, la
    distruzione di capitale, e Marx essenzialmente voleva dire non la distruzione
    fisica di fabbriche e di macchine non redditizie, ma la loro distruzione
    come valore perché la crisi le
    avrebbe reso inutili. Quest’ultima, come Marx spiegherà in lavori
    successivi, avrebbe permesso, allo stesso tempo, di sbarazzare il mercato
    di concorrenti improduttivi ed avrebbe determinato un effetto
    "benefico" sul tasso di profitto; d’altra parte, "la conquista di nuovi mercati e
    un migliore sfruttamento dei vecchi"
    , permetteva di sfuggire
    temporaneamente all'ingorgo del mercato nelle zone già conquistate dal
    capitalismo;
  • questi stessi meccanismi per sfuggire ad una tale
    situazione, in realtà, non facevano che preparare la via a crisi sempre più distruttrici e
    tendevano a neutralizzarsi come mezzi per superare la crisi. In breve, il
    capitalismo avanzava necessariamente verso un vicolo cieco storico.

Il Manifesto è stato scritto alla vigilia della grande ondata di sollevamenti che ha
scosso l’Europa durante il 1848. Benché questi sollevamenti avessero avuto
delle radici materiali - lo scoppio di carestie in tutta una serie di paesi -
le prime manifestazioni massicce dell'autonomia politica del proletariato, il movimento chartista in Gran Bretagna, il sollevamento di giugno della classe
operaia parigina, essi costituivano essenzialmente gli ultimi fuochi della
rivoluzione borghese contro l'assolutismo feudale. Nel suo sforzo di
comprendere l'insuccesso di questi sollevamenti dal punto di vista proletario -
gli stessi scopi borghesi che la rivoluzione si era data raramente sono stati
raggiunti e la borghesia francese non esitò a schiacciare gli operai insorti di
Parigi - Marx riconobbe che la prospettiva di una rivoluzione proletaria
imminente era prematura. Non solo la classe operaia aveva ricevuto un colpo ed
era arretrato politicamente con la sconfitta dei sollevamenti del 1848, ma il
capitalismo era ancora assai lontano dalla fine del compimento della sua
missione storica; si estendeva attraverso il pianeta e continuava a “creare un mondo a sua immagine” come
viene riportato dal Manifesto. Il
dinamismo della borghesia, come riconosceva
Il Manifesto
, era ancora una forte realtà. Contro i militanti impazienti
del suo “partito” che pensavano che le masse potevano essere spinte all'azione
attraverso la semplice volontà, Marx sosteneva che probabilmente il
proletariato avrebbe dovuto, ancora per decenni, condurre delle lotte prima di
raggiungere lo scontro decisivo col suo nemico di classe. Difese anche con
forza l'idea che “Una nuova rivoluzione
sarà possibile solamente in seguito ad una nuova crisi, ma l’una è certa quanto
l'altra”
. (Le lotte di classe in
Francia, capitolo: “L’abolizione del suffragio universale nel 1850”)

Marx risponde agli apologeti

Fu questa convinzione che indusse Marx a dedicarsi allo studio - o,
piuttosto, alla critica - dell'economia politica; una ricerca profonda e vasta
che prenderà la forma scritta dei Grundrisse
e dei quattro volumi del Capitale.
Per comprendere le condizioni materiali della rivoluzione proletaria, era
necessario comprendere più in profondità le contraddizioni inerenti al modo di
produzione capitalista, le debolezze fatali che avrebbero finito nel
condannarlo a morte.

In questi lavori, Marx riconosce il suo debito verso gli economisti
borghesi come Adam Smith e Ricardo, i quali avevano contribuito largamente alla
comprensione del sistema economico borghese, in particolare perché, nelle loro
polemiche contro gli apologeti delle forme di produzione semi-feudale superate,
avevano difeso il punto di vista secondo cui 
il "valore" delle merci non era qualche cosa che riguardava la
qualità del suolo, né una cifra determinata dai capricci dell'offerta e della
domanda, ma che essa si basava sul lavoro reale degli uomini. Ma Marx mostrò
anche che questi polemisti della borghesia erano anche i suoi apologeti nella misura
in cui nei loro scritti:

  • riflettevano la visione del "senso
    comune" dell'ideologia borghese che, pur condannando i modi di
    produzione precedenti, la schiavitù ed il feudalismo, in quanto sistemi di
    privilegi di classe, negava che il capitalismo fosse a sua volta fondato
    sullo sfruttamento del lavoro. Infatti per questi, la transazione
    fondamentale al centro della produzione capitalista era un scambio equo
    tra le capacità di lavoro dell'operaio ed il salario che gli veniva
    offerto dal capitalista. Marx mostrò che come i modi di produzione
    precedenti, il capitalismo era fondato sull'estrazione di  surlavoro della classe sfruttata - ma
    che questo prendeva la forma d'estrazione di plusvalore: il tempo di lavoro "libero" estorto
    all'operaio ma dissimulato nel contratto salariale;
  • tendevano a considerare che, malgrado il problema
    delle crisi economiche periodiche del capitalismo, non esistevano barriere
    che riguardavano lo sviluppo di quest’ultimo e che dunque non sarebbe mai
    stato raggiunto quel punto in cui sarebbe stato necessario superarlo con
    una forma di società superiore. Se c'erano delle crisi, esse erano dovute
    all'azione di speculatori o ad una sproporzione temporanea tra i
    differenti rami dell'industria, o ad altri fattori contingenti e, poiché
    ogni prodotto era, in fin dei conti, destinato a trovare acquirente, la
    stessa operazione mercantile avrebbe finito per superare i problemi e
    fornito le basi per nuove fasi di crescita.

Ciò che è fondamentale in tutte le teorie economiche borghesi, è la
negazione del fatto che le crisi del capitalismo provano l’esistenza delle
contraddizioni fondamentali ed insormontabili nel modo di produzione
capitalista - uccelli di male augurio, corvi annunciatori di catastrofi i cui
gracchiamenti crescenti profetizzano il Ragnarök

[1]


della società borghese.

“Le frasi apologetiche per
negare le crisi intanto sono importanti in quanto esse dimostrano sempre il
contrario di ciò che vogliono dimostrare. Esse - per negare la crisi-,
affermano l'unità là dove esiste antitesi e contraddizione. Dunque, intanto
sono importanti in quanto si può dire: esse dimostrano che se di fatto le
contraddizioni da esse eliminate con la fantasia non esistessero, non
esisterebbe neanche la crisi. Ma in realtà la crisi esiste, perché queste
contraddizioni esistono. Ogni ragione che essi sostengono contro la crisi è una
contraddizione eliminata con la fantasia, quindi una contraddizione reale,
quindi un motivo della crisi. Questo desiderio fantasioso di negare le
contraddizioni non fa che confermare le contraddizioni reali di cui ci si
augura proprio l'inesistenza”. (Teorie del plusvalore)

[2]

.

Primo uccello del male augurio: "la sovrapproduzione, contraddizione
fondamentale del capitale sviluppato..."

L’apologia del capitale per gli economisti si basa in larga misura sulla
negazione del fatto che le crisi di sovrapproduzione, che fanno la loro
apparizione durante il secondo o il terzo decennio del diciannovesimo secolo,
siano un indicatore dell'esistenza di barriere insormontabili per il modo di
produzione borghese.

Di fronte alla realtà concreta della crisi, il diniego degli apologeti
prende diverse forme che gli esperti economici hanno in gran parte ripreso
durante gli ultimi decenni. Marx sottolinea, per esempio, che Ricardo cercava
di spiegare le prime crisi del mercato mondiale attraverso differenti fattori
contingenti, come i cattivi raccolti, la svalutazione della carta moneta, la
caduta dei prezzi o le difficoltà del passaggio da periodi di pace ai periodi
di guerra, o di guerra alle fasi di pace nei primi anni del diciannovesimo
secolo. Questi fattori, sicuramente, hanno avuto un loro ruolo
nell'esacerbazione delle crisi, o anche a provocarne lo scoppio, ma non stavano
alla base del problema. Queste scappatoie ci ricordano le recenti prese di
posizione degli "esperti" economici che hanno individuato la “causa”
della crisi negli anni ’70 nell'aumento del prezzo del petrolio o, oggi,
nell'avidità dei banchieri. Quando verso la metà del diciannovesimo secolo
diventò più difficile ignorare il ciclo delle crisi commerciali, gli economisti
furono costretti a sviluppare degli argomenti più sofisticati, per esempio ad
accettare l'idea che c'era troppo capitale, pur negando che ciò significava
anche troppe merci invendibili.

Tuttavia, una volta ammesso il problema della sovrapproduzione, questo
venne relativizzato. Per gli apologeti, alla base, “non si vende mai se non per acquistare qualche altro prodotto che
possa essere di un’utilità immediata o che possa contribuire alla produzione
futura”
(Ibidem). In altri termini, esisteva una profonda armonia tra la
produzione e la vendita e, nel migliore dei mondi almeno, ogni merce doveva
trovare un acquirente. Se esistono delle crisi, non sono niente altro che
possibilità contenute nella metamorfosi delle merci in denaro, come difendeva
John Stuart Mill, o esse risultano da una semplice sproporzionalità tra un
settore della produzione ed un altro.

Marx non nega assolutamente che possano esistere delle sproporzioni tra i
differenti rami della produzione - insiste anche sul fatto che vi è sempre
questa tendenza in un’economia non pianificata nella quale è impossibile
produrre le merci in funzione della domanda immediata. Ciò a cui si oppone è il
tentativo di utilizzare la questione della “sproporzionalità” come pretesto per
sbarazzarsi delle contraddizioni più fondamentali che esistono nei rapporti
sociali capitalisti:

“Dire che non c'è
sovrapproduzione generale, ma sproporzione in seno alle differenti industrie, è
dire semplicemente che, nella produzione capitalista, la proporzionalità delle
diverse industrie è un processo permanente della sproporzionalità, nel senso
che la coerenza della produzione totale si impone qui agli agenti della
produzione come una legge cieca, e non come una legge compresa e dominata dalla
loro ragione di individui associati che sottopongono il processo di produzione
al loro comune controllo”
. (Il Capitale, Libro III).

Allo stesso modo, Marx rigetta l’argomento secondo cui possa esistere una
sovrapproduzione parziale e non una sovrapproduzione generale:

“E’ per tale motivo che Ricardo
ammette per certe merci l’ingombro del mercato. È l’ingombro generale e
simultaneo del mercato che sarebbe impossibile. La possibilità di
sovrapproduzione in una sfera particolare della produzione non viene negata; ma
non potendo esistere al tempo stesso il fenomeno in tutte le sfere, non si
potrebbe avere né sovrapproduzione, né ingombro generale del mercato”. (Teorie sul plusvalore)

[3]

.

La specificità storica del
capitalismo

Ciò che hanno in comune tutti questi argomenti, è negare la specificità
storica del modo di produzione capitalista. Il capitalismo è la prima forma
economica ad avere generalizzato la produzione di merci, la produzione per la
vendita ed il profitto, all'insieme del processo di produzione e di distribuzione;
ed è in questa specificità che si doveva trovare la tendenza alla
sovrapproduzione. E non, come Marx si prende cura di sottolineare, la
sovrapproduzione rispetto ai bisogni:

"La stessa parola
"sovrapproduzione" può indurci in errore. Finché i più urgenti
bisogni di una grande parte della società non sono soddisfatti o lo sono solo i
bisogni più immediati, naturalmente non possiamo parlare di sovrapproduzione di
prodotti – nel senso che la massa dei prodotti sarebbe sovrabbondante in
rapporto ai bisogni di essi. Si deve dire per converso che in base alla
produzione capitalistica si sottoproduce, in questo senso continuamente. Il
limite della produzione è il profitto dei capitalisti, in nessun modo il
bisogno dei produttori. Ma sovrapproduzione di prodotti e sovrapproduzione di
merci sono due cose assolutamente differenti. Se Ricardo crede  che la forma della  merce sia indifferente per il prodotto,
inoltre  che  la circolazione di merci sia solo formalmente
diversa dal commercio di scambio, che il valore di scambio sia qui soltanto una
forma passeggera degli scambi materiali, dunque che il denaro è solamente un
mezzo formale di circolazione – questo risulta di fatto dal suo presupposto che
il modo di produzione borghese sia quello assoluto, quindi che sia anche un
modo di produzione senza una precisa determinazione specifica, e che di
conseguenza ciò che in esso è determinato sia solo formale. Non può dunque
neanche essere ammesso da lui che il modo di produzione borghese implichi un
limite per il libero sviluppo delle forze produttive, un limite che viene alla
luce nelle crisi e fra l’altro nella sovrapproduzione, il fenomeno fondamentale
delle crisi.”
(Ibidem).

Successivamente Marx dimostra la differenza tra il modo di produzione
capitalista ed i modi di produzione precedenti che non cercavano di accumulare
delle ricchezze ma di consumarle e che furono confrontati al problema della
sottoproduzione piuttosto che della sovrapproduzione:

"... gli Antichi non
pensavano neppure per sogno a trasformare il plusprodotto in capitale. Per lo
meno solo in scarsa misura. (L’estesa presenza presso di loro della
tesaurizzazione vera e propria mostra quanto plusprodotto restasse del tutto
infruttifero.) Essi trasformavano una gran parte del plusprodotto in spese improduttive
per opere d’arte, opere religiose, lavori pubblici. Ancor meno la loro
produzione era indirizzata ad uno scatenamento e ad uno spiegamento delle forze
produttive materiali – divisione del lavoro, macchinario, applicazione di forze
naturali e scienza alla produzione privata. In complesso essi non
oltrepassavano mai di fatto il lavoro artigianale. Perciò la ricchezza che
essi  creavano per consumo privato era
relativamente piccola e appare grande solo perché ammucchiata in poche mani,
che del resto non sapevano che farsene. Se perciò non c’era sovrapproduzione,
c’era presso gli antichi sovraconsumo per i ricchi, che negli ultimi tempi di
Roma e della Grecia esplose in spreco pazzesco. I pochi popoli mercantili in
mezzo a loro vivevamo in parte a spese di tutte queste nazioni essenzialmente
povere. E’ l’incondizionato sviluppo delle forze produttive e perciò la
produzione in massa sulla base della massa di produttori chiusa nella sfera
degli oggetti di prima necessità da un lato, il limite costituito dal profitto
dei capitalisti dall’altro che[formano] il fondamento della moderna
sovrapproduzione.”.
(Ibidem).

Il problema posto dagli economisti, è che considerano il capitalismo come
un sistema sociale già armonioso - una specie di socialismo in cui la produzione
è determinata fondamentalmente dai bisogni:

“Tutte le difficoltà
sollevate da Ricardo e da altri sulla questione della sovrapproduzione poggiano
sul fatto che essi considerano la produzione borghese come un modo di
produzione in cui o non esiste differenza fra compra e vendita – commercio di
scambio immediato – o come produzione sociale così che la società, come secondo
un piano, ripartisca i suoi mezzi di produzione e le sue forze produttive nel
grado e nella misura in cui sono necessari al soddisfacimento dei loro diversi
bisogni, così che ad ogni sfera di produzione tocchi il quanto del capitale
sociale richiesto al soddisfacimento del bisogno al quale essa corrisponde.
Questa finzione ha la sua origine nell'incapacità di comprendere la forma specifica
della produzione borghese, e quest’ultima a sua volta dall’essere sprofondati
nella produzione borghese intesa come la produzione semplicemente. Proprio come
il credente che considera la sua come vera religione e non vede altrove che
'false' religioni”.
(Ibidem).

Alla radice, la sovrapproduzione risiede nei rapporti sociali capitalisti

Contrariamente a queste distorsioni, Marx pone le crisi di sovrapproduzione
negli stessi rapporti sociali che definiscono il capitale come modo di
produzione specifico: il rapporto del lavoro salariato

“... se il rapporto si
riduce semplicemente a quello fra consumatori e produttori, si dimentica che
l’operaio salariato che produce e il capitalista che produce sono due
produttori di genere del tutto diverso, prescindendo dai consumatori che n
genere non producono. L’antitesi viene di nuovo negata per il fatto che si fa
astrazione da una antitesi realmente esistente nella produzione. Il semplice
rapporto fra operaio salariato e capitalista include:

  1. che la maggior parte dei produttori (gli operai) non sono consumatori
    (compratori) di una grandissima parte del loro prodotto, cioè degli
    strumenti di lavoro e del materiale di lavoro;
  2. che la maggior parte dei produttori, gli operai, possono consumare
    solo un equivalente per il loro prodotto, finché producono più di questo
    equivalente – il plusvalore o il plusprodotto. Essi devono essere sempre
    sovrapproduttori, produrre al di là del loro bisogno, per poter essere
    consumatori o compratori entro i limiti del loro bisogno”.
    (Ibidem).

Evidentemente, il capitalismo non ha cominciato ogni fase del processo di
accumulazione con un problema immediato di sovrapproduzione: è nato e si è
sviluppato come un sistema dinamico in espansione costante verso nuovi campi di
scambio produttivo, sia nell'economia interna che a scala mondiale. Ma a causa
della natura inevitabile della contraddizione che Marx ha appena descritto,
questa espansione costante è una necessità per il capitale se vuole respingere
o superare la crisi di sovrapproduzione e qui, di nuovo, Marx ha dovuto
sostenere questo punto di vista contro gli apologeti che consideravano
l'estensione del mercato più come qualche cosa di comodo che come una questione
di vita o di morte, a causa della loro tendenza a considerare il capitale come
un sistema indipendente ed armonioso:

“Tuttavia, con la semplice
ammissione che il mercato si deve allargare con la produzione, sarebbe già data
d’altro canto anche la possibilità di una sovrapproduzione, essendo il mercato
geograficamente circoscritto esternamente, il mercato interno appare come  limitato ad un mercato che è interno ed
esterno e quest’ultimo a sua volta è limitato rispetto al mercato mondiale il
quale - benché suscettibile di estensione - è anch’esso limitato nel tempo.
Ammettendo dunque che il mercato debba estendersi per evitare la
sovrapproduzione, si ammette la possibilità della sovrapproduzione”.
(Ibidem)

Nello stesso passo, Marx prosegue dimostrando che, mentre l'estensione del
mercato mondiale permette al capitalismo di superare le sue crisi e di
proseguire lo sviluppo delle forze produttive, l'estensione precedente del
mercato diventa velocemente inabile ad assorbire il nuovo sviluppo della
produzione. Non vedeva in questo un processo eterno: esistono dei limiti
inerenti alla capacità del capitale di diventare un sistema veramente
universale ed una volta che saranno stati raggiunti, questi limiti
trascineranno il capitalismo verso l'abisso:

“Tuttavia, anche se il
capitale concepisce ogni limite come un ostacolo da superare, non significa che
in realtà li supera tutti. Poiché ogni barriera è contraria alla sua vocazione,
la produzione capitalista si sviluppa nelle contraddizioni che sono superate
costantemente, ma anche continuamente poste. Inoltre: l'universalità verso cui
tende senza tregua il capitale incontra dei limiti immanenti alla sua natura
che, ad un certo stadio del suo sviluppo, lo fanno apparire come il più grande
ostacolo a questa tendenza e lo spingono alla sua autodistruzione”.
(Grundrisse)

[4]

.

E così arriviamo alla conclusione che la sovrapproduzione è il primo
uccello di male augurio che annuncia il fallimento del capitalismo,
l'illustrazione concreta, nel capitalismo, della formula fondamentale di Marx
che spiega l’ascesa ed il declino di tutti i modi di produzione esistiti fino
ad oggi: ieri forma di sviluppo, l'estensione generale della produzione di
merci diventa oggi un ostacolo per far progredire lo sviluppo delle forze
produttive dell’umanità:

"Per meglio delineare
la questione: in primo luogo, esiste un limite inerente non alla produzione in
generale, ma alla produzione fondata sul capitale.
Questo limite è doppio - o meglio
unico, ma si presenta sotto due angolazioni. Per rivelare il fondamento della
sovrapproduzione - contraddizione fondamentale del capitale sviluppato, basta
dimostrare che il capitale contiene un limite particolare della produzione che
contrasta con la sua tendenza generale a superarne tutte le barriere; basta
dimostrare che, contrariamente all'opinione degli economisti, il capitale non è
la forma assoluta dello sviluppo delle forze produttive e che non coincide
assolutamente con la ricchezza. Dal punto di vista del capitale, le tappe della
produzione che lo precedono appaiono come altrettanti ostacoli alle forze
produttive. Correttamente compreso lo stesso capitale appare come condizione
dello sviluppo delle forze produttive finché queste richiedono un stimolo
esterno che ne è il frena allo stesso tempo. Il capitale disciplina le sue
forze, ma ad un certo livello del loro incremento - proprio come una volta le
corporazioni, ecc. - questa disciplina si rivela superflua ed inadeguata".
(Ibidem).

Secondo uccello del male augurio: la caduta tendenziale del tasso di
profitto

Un'altra critica che Marx fa agli economisti politici cade sulla loro incoerenza
nel fatto che negano la sovrapproduzione di merci pure ammettendo la
sovrapproduzione di capitale:

 "Nella
cornice delle sue premesse, Ricardo resta coerente con sé stesso: affermare
l'impossibilità di una sovrapproduzione di merci, per lui, è affermare che non
ci può essere pletora o sovrabbondanza di capitale.

Che cosa avrebbe detto
allora Ricardo davanti alla stupidità dei suoi successori che, negando la
sovrapproduzione sotto una delle sue forme (ingorgo generale del mercato)
l'accettano sotto quella della pletora, della sovrabbondanza del capitale e ne
fanno anche un punto essenziale delle loro dottrine?"
(Teorie del plus-valore)2 .

Tuttavia Marx, in particolare nel terzo volume del Capitale, mostra che il fatto che il capitale tenda a diventare
"sovrabbondante", soprattutto sotto la sua forma di mezzi di
produzione, non ha niente di consolante. Perché questa sovrabbondanza fa
sviluppare solamente un'altra contraddizione mortale, la tendenza
all'abbassamento del tasso di profitto che Marx qualifica nel seguente modo: "E’, di tutte le leggi dell'economia
politica moderna, la più importante"
. (Grundrisse)3. Questa contraddizione è altrettanto
contenuta nei rapporti sociali fondamentali del capitalismo: poiché solo il
lavoro vivo può aggiungere del valore - ed è questo il “segreto” del profitto
capitalista - e allo stesso tempo, i capitalisti sono costretti sotto la
sferzata della concorrenza a “rivoluzionare costantemente i mezzi di produzione”,
in altri termini costretti ad aumentare la proporzione tra il lavoro morto
delle macchine ed il lavoro vivo degli uomini, si devono confrontare con la
tendenza intrinseca al fatto che la proporzione di nuovo valore contenuto in
ogni merce si assottiglia e dunque al fatto che il tasso di profitto si abbassa.

Di nuovo, gli apologeti borghesi rifuggono con terrore alle implicazioni di
ciò poiché la legge della caduta del tasso di profitto mostra così il carattere
transitorio del capitale:

“Inoltre, nella misura in
cui il tasso di espansione del capitale totale, il tasso di profitto, è il
motore della produzione capitalista (come la messa in valore del capitale ne è
il solo scopo), la sua caduta rallenta la formazione di nuovi capitali
indipendenti ed appare così come una minaccia per lo sviluppo del processo di
produzione capitalista.
Favorisce la sovrapproduzione, la speculazione, le crisi, il capitale
eccedentario accanto alla popolazione eccedentaria. Gli economisti che,
sull'esempio di Ricardo, considerano il modo di produzione capitalista come un
assoluto, hanno allora la sensazione che questo modo di produzione si crea da
solo una barriera, ed essi ne rendono responsabile non la produzione, ma la
natura (nella loro teoria della rendita). L'importante, nell'orrore che provano
davanti al tasso di profitto decrescente, è che si accorgono che il modo di
produzione capitalista incontra, nello sviluppo delle forze produttive, un
limite che non ha niente a che vedere con la produzione della ricchezza come
tale. E questo limite particolare dimostra il carattere stretto, storico e
transitorio semplicemente, del modo di produzione capitalista; dimostra che non
è un modo di produzione assoluto per la produzione della ricchezza, ma che ad
un certo stadio entra in conflitto col suo sviluppo ulteriore”.
(Il Capitale, Libro III).

E qui, nei Grundrisse, le
riflessioni di Marx sulla caduta del tasso di profitto fanno emergere ciò che è
forse il suo annuncio più esplicito della prospettiva del capitalismo che, come
le forme precedenti di schiavitù, non può evitare di entrare in una fase di
obsolescenza o di senilità nella quale una tendenza crescente
all'autodistruzione porrà all'umanità la necessità di sviluppare una forma
superiore di vita sociale:

“Dato ciò: la forza
produttiva materiale già esistente ed acquistata sotto forma di capitale fisso,
le conquiste della scienza, lo sviluppo delle popolazioni, ecc.
, in breve, le immense ricchezze e le
condizioni della loro riproduzione da cui dipende il più alto sviluppo
dell'individuo sociale e che il capitale ha creato nel corso della sua
evoluzione storica – dato ciò, si vede che a partire da un certo punto della
sua espansione il capitale sopprime da sé le proprie possibilità. Al di là di
un certo punto, lo sviluppo delle forze produttive diventa un ostacolo per
l'espansione delle forze produttive del lavoro. Arrivato a questo punto, il
capitale, o più esattamente il lavoro salariato, entra nello stesso rapporto
con lo sviluppo della ricchezza sociale e delle forze produttive come è stato
per il sistema delle corporazioni, la servitù, la schiavitù, ed esso è
necessariamente rigettato come un ostacolo. L'ultima forma della schiavitù che
prende l'attività umana - lavoro salariato da un lato e capitale dall'altro - è
allora eliminata, e questa stessa eliminazione è il risultato del modo di
produzione che corrisponde al capitale. Essi stessi negazione delle forme
anteriori della produzione sociale asservita, il lavoro salariato ed il
capitale sono a loro volta negati dalle condizioni materiali e spirituali
generate dal loro stesso processo di produzione. E’ attraverso i conflitti
acuti, delle crisi, delle convulsioni che si traduce  l'incompatibilità crescente tra gli sviluppi
creativi della società ed i rapporti di produzione stabilita. L'annientamento violento del capitale dalle forze nate non
dall'esterno, ma dal di dentro, dalla sua volontà di autoconservazione, ecco
con quale modo sorprendente sarà avvisato a sloggiare, a sgomberare il campo
per l’istaurarsi di una fase superiore della produzione sociale”

[5]

.

Il circolo vizioso delle contraddizioni capitaliste

È certo che Marx discerneva il futuro in passaggi come questo: riconosceva
che esistevano delle contro-tendenze che facevano della caduta del tasso di
profitto un ostacolo alla produzione capitalista a lungo termine e non nell'immediato.
Queste comprendono: l’aumento dell'intensità dello sfruttamento; l'abbassamento
di salari al disotto del valore della forza lavoro; l’abbassamento del prezzo
di elementi del capitale costante ed il commercio esterno. Il modo con cui Marx
tratta in particolare di quest’ultimo mostra come le due contraddizioni al
centro del sistema sono legate strettamente. Il commercio estero implica in
parte l’investimento (come lo vediamo oggi nel fenomeno dell’outsourcing) in fonti di forza lavoro
più conveniente e nella vendita dei prodotti del mercato interiore “al di sotto del loro valore, a miglior
mercato dei che nei paesi concorrenti”
(Il
Capitale
, Libro III). Ma la stessa sezione parla anche delle “necessità che gli sono inerenti, in
particolare del bisogno di un mercato sempre più esteso”
(Ibid.). Ciò è
anche legato al tentativo di compensare la caduta del tasso di profitto poiché,
anche se ogni merce comprende meno profitto, finché il capitalismo può vendere
più merci, può realizzare una maggiore massa di profitto. Ma di nuovo il
capitalismo cozza qui contro i suoi limiti inerenti:

“Lo stesso commercio estero
sviluppa all'interno il modo di produzione capitalista, con la diminuzione del
capitale variabile rispetto al capitale costante, e genera, d’altra parte, la
sovrapproduzione rispetto ai mercati esterni; produce dunque, di nuovo, a lungo
termine, un effetto contrario”
. (Ibid.)

o ancora

“La compensazione della
caduta del tasso di profitto attraverso la massa di profitto aumentato vale
solamente per il capitale totale della società e per i grossi capitalisti già
affermati.
Il nuovo
capitale addizionale, operante in completa indipendenza, non incontra queste
condizioni compensatrici; è obbligato a conquistarli con la lotta, ed è così
che la caduta del tasso di profitto provoca la concorrenza tra capitalisti, e
non al contrario quest’ultima la prima. Certamente questa concorrenza si
accompagna ad un rialzo temporaneo del salario ed ad un abbassamento
corrispondente temporaneo del tasso di profitto, lo stesso fenomeno si
manifesta nella sovrapproduzione di merci, l'ingombro dei mercati. Lo scopo del
capitale non è soddisfare dei bisogni, ma produrre del profitto; questo scopo,
non può raggiungerlo che attraverso metodi che mirano a regolare la quantità
dei prodotti in funzione della scala della produzione, e non inversamente. Da
allora, non può mancare di stabilirsi una discordanza tra le dimensioni
ristrette del consumo su una base capitalista ed una produzione che tende
sempre a superare questo limite immanente. Del resto il capitale si costituisce
di merci; dunque, la sovrapproduzione di capitale implica quella di merci”.

(Il Capitale, Libro III).

Cercando di sfuggire ad una delle sue contraddizioni, il capitalismo non ha
fatto che scontrarsi ai limiti dell'altro. Così Marx vedeva l'inevitabilità “dei conflitti acuti, delle crisi, delle
convulsioni...”
di cui aveva parlato già ne Il Manifesto. L’approfondimento dei suoi studi dell'economia
politica capitalista aveva confermato il suo punto di vista secondo cui il
capitalismo avrebbe raggiunto un punto in cui avrebbe esaurito la sua missione
progressiva e cominciato a minacciare la capacità stessa della società umana a
riprodursi. Marx non ha speculato sulla forma precisa che prenderà questa
caduta. Non aveva conosciuto le guerre imperialiste mondiali che, pure cercando
di "risolvere" la crisi economica per capitali particolari, tendono a
diventare sempre più rovinose per il capitale nel suo insieme ed a costituire
una minaccia crescente per la sopravvivenza dell'umanità. Allo stesso modo,
aveva solo accennato alla propensione del capitalismo a distruggere l'ambiente
naturale su cui, in ultima istanza, si basa ogni riproduzione sociale. D’altro
lato, ha posto la questione della fine dell'epoca ascendente del capitalismo in
termini molto concreti: come l'abbiamo notato in un precedente articolo di
questa serie, fin dal 1858 Marx ha ritenuto che l'apertura di vaste regioni
come la Cina, l’Australia e la California indicavano che il compito del
capitalismo di creare un mercato mondiale ed una produzione mondiale basata su
questi mercati stava terminando; nel 1881, parlava del capitalismo nei paesi
avanzati che stava diventando un sistema "regressivo", sebbene nei
due casi, abbia pensato che il capitalismo aveva ancora strada a fare,
soprattutto nei paesi periferici, prima di smettere di essere un sistema
ascendente a livello globale.

Inizialmente, Marx ha concepito i suoi studi del capitale come una parte di
un lavoro più vasto che avrebbe abbracciato altri campi di ricerca come lo
Stato e la storia del pensiero socialista. In realtà, la sua vita è stata
troppo breve per dargli la possibilità di terminare anche la parte
"economica", e ciò che fa de Il
Capitale
un'opera incompiuta. Allo stesso tempo, pretendere d’elaborare una
teoria finale decisiva dell'evoluzione capitalista sarebbe stato estraneo alle
premesse fondamentali del metodo di Marx che considerava la storia come un
movimento senza fine e la dialettica della "Astuzia della Ragione"
come necessariamente piena di sorprese. Di conseguenza, nella sfera
dell'economia, Marx non ha dato una risposta definitiva su quell’ "uccello
di male augurio" (il problema del mercato o della caduta del tasso di
profitto) che andava a sostenere il ruolo più decisivo nell'apertura delle
crisi che finirebbero per portare il proletariato a rivoltarsi contro il
sistema. Ma una cosa è chiara: la sovrapproduzione di merci come la
sovrapproduzione di capitale è la prova che l'umanità ha raggiunto infine la
tappa in cui è diventato possibile provvedere ai bisogni della vita di tutti e
dunque di creare la base materiale per l'eliminazione di tutte le divisioni di
classe. Che le popolazioni muoiono di fame mentre le merci invendute si
accumulano nei magazzini o le fabbriche che producono i beni necessari al vita
chiudono perché la loro produzione non porta profitto, il fossato tra le
immense potenzialità contenute nelle forze produttive e la loro compressione
nella morsa del valore, tutto ciò fornisce i fondamenti dello sviluppo di una
coscienza comunista presso coloro che si scontrano direttamente con le
conseguenze delle assurdità del capitalismo.

Gerrard


[1]

Nella mitologia nordica,
il Ragnarök (vecchio modo di dire significante Consumo del Destino delle
Potenze) designa una profetica fine del mondo dove gli elementi naturali si
scateneranno ed avrà luogo una grande battaglia che condurrà alla morte la
maggior parte delle divinità, giganti ed uomini, prima di una rinascita. (fonte
Wikipédia).

[2]

Editori Riuniti, 1973,
volume 2, parte IV “Le crisi”

[3]

Ibidem.

[4]

Edizione La Nuova
Italia, 1974, pubblicate con il nome Lineamenti
fondamentali della critica dell’economia politica,
parte III: “Il Capitale”.

[5]

Ibidem.

Patrimonio della Sinistra Comunista: