Gaza: la solidarietà con le vittime della guerra, è la lotta di classe contro tutti gli sfruttatori

Pubblichiamo qui di seguito la traduzione della presa di posizione sui massacri in Medio Oriente e nella striscia di Gaza apparsa sul nostro sito Internet in inglese il 31/12/2008. In seguito gli avvenimenti sono evoluti nello stesso senso della nostra denuncia: uso sistematico di un terrore brutale contro la popolazione bombardata da terra, da mare e dal cielo e entrata delle truppe israeliane a Gaza dalla sera del 3 gennaio. Ma, al tempo stesso, abbiamo visto anche manifestarsi in modo crescente l’indignazione della popolazione mondiale davanti allo scatenarsi di quest’atrocità e di fronte all’ipocrisia delle grandi potenze. Un sentimento di solidarietà si è affermato anche verso la popolazione palestinese che è in ostaggio in questo conflitto tra frazioni della classe sfruttatrice. Come rivoluzionari, denunciamo tutti coloro che pretendono di deviare questa solidarietà di classe sul putrido piano del nazionalismo, della difesa di una patria contro un’altra, quando l’unico mezzo che può liberare l’umanità dall’imperialismo della guerra e della barbarie, è invece lo sviluppo dell’internazionalismo rivoluzionario fino all’abolizione di tutte le nazioni, di tutte le frontiere e la costruzione di una vera comunità umana: il comunismo.

Dopo due anni di strangolamento economico di Gaza - senza benzina e senza medicine, blocco delle esportazioni e divieto agli operai di lasciare Gaza per trovare lavoro dall’altro lato della frontiera israeliana-, dopo avere trasformato tutta la striscia di Gaza in un vasto campo di prigionia, dal quale palestinesi disperati hanno tentato di fuggire cercando invano di passare la frontiera con l’Egitto, la macchina militare israeliana sta sottoponendo questa regione molto popolata e impoverita a tutta la barbarie dei suoi bombardamenti aerei. Centinaia di loro sono già morti e gli ospedali straripanti non possono fare fronte all’inondazione continua ed incessante di migliaia di feriti. Le dichiarazioni di Israele che dicono che lo Stato prova a limitare le morti civili sono solo una sinistra burla dato che ogni obiettivo “militare” è situato vicino ad abitazioni civili; e quando le moschee e l’università islamica sono state apertamente scelte come obiettivi, cosa resta della distinzione tra civili e soldati? Il risultato è là: obiettivi civili, la maggior parte bambini uccisi o storpiati e un grande numero terrorizzati e traumatizzati a vita dalle incursioni incessanti. Mentre scriviamo quest’articolo, il primo ministro israeliano Ehud Olmert descrive quest’offensiva come una prima tappa. I carri armati attendono dunque alla frontiera ed un’invasione totale della striscia di Gaza non è esclusa.

La giustificazione di Israele per quest’atrocità - sostenuta dall’amministrazione Bush negli Stati Uniti - è che Hamas continua a lanciare razzi sui civili israeliani in violazione di una presunta tregua. La stessa argomentazione è stata utilizzata per sostenere l’invasione del Libano due anni fa. Ed è vero che nello stesso tempo Hezbollah e Hamas si nascondono dietro le popolazioni palestinesi e libanesi e le espongono cinicamente alla rivalsa israeliana, presentando l’uccisione di alcuni civili israeliani come un esempio della “resistenza” all’occupazione militare israeliana. Ma la risposta di Israele è tipica di ogni potenza occupante: punire tutta la popolazione per l’attività di una minoranza di combattenti armati. Lo Stato israeliano lo fa con il blocco economico imposto dopo che Hamas ha cacciato Fatah dal controllo dell’amministrazione di Gaza; lo ha fatto in Libano e lo sta facendo con i bombardamenti su Gaza. È la logica barbara delle guerre imperialiste, nelle quali i civili servono alle due parti opposte come schermi ed obiettivi, e finiscono quasi invariabilmente per morire in gran numero, più dei soldati in uniforme.

E come in tutte le guerre imperialiste, le sofferenze inflitte alla popolazione, la distruzione delle case, degli ospedali e delle scuole, ha il solo risultato di preparare il terreno a futuri episodi di distruzioni. Il fine dichiarato da Israele è di schiacciare Hamas ed aprire la porta ad una direzione palestinese più “moderata” a Gaza, ma anche gli ex-ufficiali dei servizi segreti israeliani (almeno uno dei più… intelligenti) possono vedere la futilità di una tale argomentazione. Rispetto al blocco economico di Gaza, l’ex-ufficiale del Mossad Yossi Alpher dichiarava: “L’assedio economico di Gaza non ha portato nessuno dei risultati politici attesi. Non ha orientato i palestinesi verso un odio contro Hamas, ma è stato probabilmente controproducente. Non è altro che una inutile punizione collettiva”. Ciò è ancora più vero delle incursioni aeree. Come dice lo storico israeliano Tom Segev: “Israele ha sempre creduto che fare soffrire i civili palestinesi li renderebbe ribelli ai loro capi nazionali. È dimostrato che questa dichiarazione si avvera sempre più falsa” (le due citazioni sono estratte dal Guardian del 30 dicembre 2008). Gli Hezbollah in Libano si sono rafforzati con gli attacchi israeliani del 2006; l’offensiva contro Gaza avrà probabilmente lo stesso risultato per Hamas. Ma che esso si sia rafforzato o indebolito non farà altro che continuare a rispondere con altri attacchi contro la popolazione israeliana, e se non è con razzi, sarà con bombe umane.

La spirale della violenza esprime la decadenza del capitalismo

Gli “interessati” capi mondiali, come il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, o come il papa, ci hanno ripetuto che tali azioni di Israele servono soltanto ad infiammare l’odio nazionalistico e ad alimentare “la spirale della violenza” in Medio Oriente. Niente di più vero: il ciclo del terrorismo e della violenza di stato in Israele/Palestina brutalizza le popolazioni ed i combattenti dei due lati e crea ancora nuove generazioni di fanatici e “di martiri”. Ma ciò che il vaticano e le Nazioni Unite non ci dicono è che questa discesa agli inferi nell’odio nazionalista è il prodotto di un sistema sociale che è ovunque in piena decadenza. La storia non è diversa in Iraq dove sciiti e sunniti si scannano, nei Balcani dove i serbi fanno la stessa cosa contro gli albanesi ed i croati, in India e Pakistan con i conflitti tra indù e musulmani, o anche in Africa dove la miriade di guerre con le divisioni etniche più violente sarebbe troppo numerosa da enumerare. L’esplosione di questi conflitti attraverso il mondo è l’espressione di una società che non ha più futuro da offrire all’umanità. E ciò che neppure ci dicono è l’implicazione delle potenze mondiali democratiche ed umanitarie in questi conflitti, si sente appena parlare di divisione tra di loro. La stampa britannica non ha taciuto il sostegno della Francia alle bande assassine hutu in Ruanda nel 1994. È meno eloquente sul ruolo svolto dalla Gran Bretagna ed i servizi segreti americani nelle divisioni sciite/sunnite in Iraq. In Medio Oriente il sostegno dell’America ad Israele e quello dell’Iran e della Siria ad Hezbollah e Hamas sono evidenti, ma il ruolo di sostegno giocato “sottomano” da Francia, Germania, Russia ed altre potenze non è meno reale.

Il conflitto in Medio Oriente ha caratteristiche e cause storiche particolari, ma può essere compreso nel contesto globale di una macchina capitalista che è pericolosamente fuori da qualsiasi controllo. La proliferazione di guerre su tutto il pianeta, la crisi economica incontrollabile e la catastrofe ambientale accelerata fanno evidentemente parte di questa realtà. Ma mentre il capitalismo non ci offre alcuna speranza di pace e di prosperità, esiste una fonte di speranza nel mondo: la rivolta della classe sfruttata contro la brutalità del sistema, una rivolta espressa in Europa in queste ultime settimane nei movimenti dei giovani proletari in Italia, in Francia, in Germania e soprattutto in Grecia. Sono movimenti che, per la loro stessa natura, hanno messo avanti la necessità della solidarietà di classe ed il superamento di tutte le divisioni etniche e nazionali. Sono stati un esempio che può essere seguito in altre regioni del pianeta, quelle che sono devastate dalle divisioni nell’ambito della classe sfruttata. Non è un’utopia: già negli anni passati gli operai del settore pubblico di Gaza si sono messi in sciopero contro il mancato pagamento dei salari quasi simultaneamente con quelli del settore pubblico in Israele in lotta contro gli effetti dell’austerità, essa stessa prodotto diretto dell’economia di guerra di Israele spinta al suo parossismo. Questi movimenti non erano coscienti l’uno dell'altro, ma mostrano la comunanza oggettiva di interessi nelle file operaie dei due lati della divisione imperialista.

La solidarietà con le popolazioni che soffrono nelle zone di guerra del capitalismo non significa scegliere “il male minore” o sostenere il settore capitalista “più debole” come gli Hezbollah o Hamas contro le potenze più aggressive come gli Stati Uniti o Israele. Hamas ha già mostrato di essere una forza borghese di oppressione contro gli operai palestinesi - specialmente quando ha condannato gli scioperi nel settore pubblico come atto contro “gli interessi nazionali” e quando, mano nella mano con Fatah, ha sottoposto la popolazione di Gaza alla lotta mortale di una fazione contro l’altra per il controllo della regione. La solidarietà con chi vive direttamente la morsa della guerra imperialista è il rigetto dei due campi belligeranti e lo sviluppo della lotta di classe contro tutti i dirigenti e gli sfruttatori del mondo.

World Revolution, organo della CCI in Gran Bretagna (31 dicembre 2008)