Massacro di Mumbai: le tensioni crescenti tra India e Pakistan alimentano le atrocità terroristiche

Il terribile attacco alla gente di Mumbai,
all’ospedale, al caffè e all’hotel, al centro ebraico e a chi per caso
attendeva in una stazione ferroviaria, è stato subito sottolineato nel mondo come
l’11 settembre dell’India”.

Da quando gli Usa hanno usato le atrocità dell’11
settembre per giustificare la propria barbarie militare in Afghanistan e Iraq,
questo paragone ha un preciso significato: contiene la minaccia implicita che
lo status di vittima dell’India sarà usato per giustificare una maggiore
pressione, o per rinnovare il conflitto, contro il Pakistan.

Non solo gli
Stati Uniti avevano già avvertito l’India di potenziali attacchi, ma i servizi
segreti indiani avevano avuto, in numerose occasioni, attraverso proprie fonti,
informazioni della possibilità di attacchi a Mumbai. Possiamo immaginare che lo
Stato indiano abbia lasciato condurre gli attacchi per giustificare una futura
aggressione - che inoltre regge il confronto con il comportamento degli Stati
Uniti nel settembre 2001.

Da un lato, se cerca pretesti per la
guerra, lo Stato indiano può già contare su un certo numero di attacchi dinamitardi
in tutta una serie di città indiane negli ultimi sei mesi, tra cui Nuova Delhi,
Jaipur, Bangalore, Ahmedabad e Guwahati che sono costati la vita quest’anno a
più di 400 persone. L’atto terroristico di Mumbai è stato dunque solo l’ultima
espressione, anche se la più drammatica, di un conflitto fra l’India ed il Pakistan
che è continuato, in una forma o nell’altra, fin da prima dell’indipendenza
dalla Gran Bretagna. In particolare l’India ed il Pakistan hanno combattuto per
il Kashmir nel 1947, il 1965 ed il 1971 e anche dopo gli attacchi aerei
dell’India nel maggio 1999 contro gli insorti mussulmani. Dopo, ci sono stati
continui incidenti per parecchi anni, incluso l’attacco al parlamento indiano,
nel dicembre 2001, in cui morirono 14 persone. Ciò ha condotto alla
mobilizzazione del 2002 delle forze armate di entrambe le potenze nucleari per
affrontarsi alla loro frontiera, sull’orlo di una guerra totale.

Il conflitto non è stato intrapreso solo
dalle forze armate “ufficiali” dei due paesi ma anche dai gruppi terroristi
creati spesso dagli stessi servizi segreti. In particolare l’ISI (servizi
segreti del Pakistan) ha creato inizialmente il Lashkar-e-Taiba e il
Jaish-e-Mohammed per farli operare nel Kashmir; e, anche se lo Stato pakistano
ha proscritto formalmente questi gruppi nel 2002, essi agiscono ancora con
l’approvazione di importanti fazioni della classe dirigente pakistana. Non è
sorprendente che lo Stato indiano (e i mezzi di comunicazione di tutto il
mondo) abbiano accusato questi gruppi di responsabilità negli attacchi di
Mumbai. In definitiva, chiunque sia stato responsabile degli attacchi, si stava
comportando in continuità con la storia brutale e barbara che ha segnato il
conflitto.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti,
questi non sono affatto disinteressati agli eventi. Una delle priorità di
Barack Obama riguardo alla politica estera (in continuità con Bush e con il
ministro della difesa Gates, che Obama vuole mantenere) è l’offensiva contro le
forze che combattono in Afghanistan e che sono stanziate in Pakistan. Avendo
bisogno dell’assistenza del Pakistan nella ‘guerra contro il terrore',
Washington non vuole che le forze pakistane abbandonino le loro attuali
posizioni per andare ai confini del Kashmir.
Tutto ciò che peggiora i rapporti tra il
Pakistan e l’India insidia la strategia degli Stati Uniti nella zona. È anche difficile, per gli Stati Uniti, fare
pressioni sulla classe dirigente indiana perché questa può rispondere che gli
Stati Uniti non si sono trattenuti dall’attaccare al-Qaeda o i Talebani.

Alcuni commentatori hanno suggerito che
l’India non attaccherà il Pakistan poiché ciò rinforzerebbe la posizione
dell’esercito all’interno di quello Stato molto fragile e che c’è almeno una
certa possibilità di dialogo con la classe dirigente pakistana nella sua
attuale configurazione. Altri hanno insistito che il conflitto imperialista
aperto é inevitabile, prima o poi, e che le cose sono già fuori dal controllo
dei politici indiani e pakistani.

Una cosa che è certa è il pericolo
inerente alla situazione. Entrambi i paesi hanno armi nucleari. Entrambi hanno
forze armate che già sono mobilitate, non solo per il Kashmir: il Pakistan
lotta nel suo nord-ovest e Baluchistan e l’India nel Nagaland ed in alcuni
stati contro l’insurrezione dei Naxalite
(ndr: maoisti). Per di
più, entrambi i paesi hanno collegamenti con potenze imperialiste molto più
forti: l’India sta sviluppando un’alleanza con gli Stati Uniti ed il Pakistan
ha un’antica alleanza anti-indiana con la Cina.

Forse, per il momento, l’India ed il
Pakistan, sotto la pressione degli USA, potranno ancora contenere la spinta
verso lo scontro militare aperto, ma la spinta imperialista verso la guerra è inevitabile
per il capitalismo e, nel caso specifico, potrebbe stravolgere una delle
regioni più popolate nel mondo. Gli attacchi a Mumbai sono stati terribili e mostrano
che il potenziale massacro che il capitalismo è capace di liberare con il suo
arsenale di distruzione è l’espressione dell’incapacità del suo sistema di
organizzazione sociale a offrire nient’altro all’umanità se non l’oblio.

Car, 5
dicembre 2008

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