La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo

Qui di seguito ripubblichiamo un articolo che è uscito nel maggio 1990, ovvero giusto 6 mesi dopo il crollo del blocco dell'est a proposito del quale facevamo notare come questo avvenimento fornisse la conferma dell’entrata
del capitalismo in una nuova fase del suo
periodo di decadenza: quello della decomposizione generale della società.
Prima ancora che si producessero gli avvenimenti dell’est, la CCI aveva già
messo in evidenza questo fenomeno storico (vedi in particolare la Revue Internationale n°57). Se riproponiamo oggi questo articolo a 23 anni dalla sua prima pubblicazione è perchè riteniamo che l'evoluzione della società abbia mostrato con ancora maggiore evidenza la correttezza di questa analisi. Questi
avvenimenti di oggi - ed in particolare l’entrata del mondo in un periodo di instabilità mai visto in
passato - obbligano i rivoluzionari ad analizzare con la massima attenzione
questo fenomeno, le sue cause e conseguenze, a mettere in evidenza la posta in
gioco di questa nuova situazione storica.

***********************************************

1)
Tutti i modi di produzione del passato hanno conosciuto un periodo di
ascendenza e un periodo di decadenza. Per il marxismo, il primo periodo
corrisponde ad un pieno adeguamento dei rapporti di produzione dominanti con il
livello di sviluppo delle forze produttive della società, il secondo esprime il
fatto che questi rapporti di produzione sono divenuti troppo stretti per
contenere questo sviluppo. Contrariamente alle aberrazioni enunciate dai
bordighisti, il capitalismo non sfugge a questa legge. Dall’inizio del XX secolo,
ed in particolare dopo la prima guerra mondiale, i rivoluzionari hanno messo in
evidenza che questo modo di produzione era a sua volta entrato nel suo periodo
di decadenza. Tuttavia, sarebbe folle contentarsi di affermare che il
capitalismo non fa che seguire le tracce dei modi di produzione che 1’hanno
preceduto. E’ importante sottolineare a questo proposito anche le differenze
fondamentali tra la decadenza capitalista e quelle delle società del passato.
In realtà, la decadenza del capitalismo, così come noi la conosciamo dall’inizio
del 20° secolo, si presenta come il periodo di decadenza per eccellenza (se
cosi si può dire). Rispetto alla decadenza delle società del passato (le
società schiaviste e feudali), quella attuale si situa a tutt’altro livello. E
questo perché:

  • il capitalismo è la prima società della storia che si
    estenda a livello
    mondiale, che abbia sottomesso alle proprie leggi tutto il pianeta; per
    questo fatto, la decadenza di questo modo di produzione imprime il proprio
    marchio su tutta la società umana;
  • mentre nelle società del passato, i nuovi rapporti di
    produzione che erano chiamati a soppiantare
    i vecchi ormai superati, potevano svilupparsi al loro fianco, all’interno
    della stessa società - cosa che poteva, in un certo modo, limitare gli
    effetti e l’ampiezza della sua decadenza - la società comunista, la sola
    che possa succedere al capitalismo, non può in alcun modo svilupparsi al
    suo interno; non esiste dunque alcuna possibilità di una qualunque
    rigenerazione di questa società in assenza di un rovesciamento violento
    del potere della classe borghese e dell’estirpazione dei rapporti di
    produzione capitalisti;
  • la crisi storica dell’economia che si trova all’origine
    della decadenza del capitalismo non deriva assolutamente da un problema di
    sottoproduzione, come era avvenuto per le società precedenti, ma risulta
    al contrario da un problema di sovrapproduzione, cosa che ha per effetto
    (in particolare per il contrasto mostruoso tra l’enorme potenziale di
    forze produttive e la miseria atroce che si diffonde nel mondo) di
    condurre la barbarie che accompagna normalmente la decadenza di ogni
    società ad un livello ben superiore a tutto ciò che si era conosciuto in
    passato;
  • il fenomeno di ipertrofia dello Stato, tipico dei
    periodi di decadenza, trova nella decadenza del capitalismo -attraverso la
    tendenza storica al capitalismo di Stato - la sua forma più compiuta ed estrema,
    quella di un assorbimento praticamente totale della società civile da
    parte del mostro statale;
  • anche se i periodi di decadenza del passato sono stati
    marcati da conflitti bellici, questi non erano neanche comparabili alle
    guerre mondiali che, già per due volte, hanno devastato la società
    capitalista.

In
fin dei conti, la differenza tra l’ampiezza e la profondità della decadenza
capitalista e quelle delle decadenze del passato non può essere ridotta ad una
semplice questione di quantità. D’altra parte gli stessi aspetti quantitativi
rendono conto di una situazione qualitativamente differente e nuova. In effetti
la decadenza del capitalismo:

  • è quella dell’ultima società di classe, dell’ultima
    società che sia basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, che sia
    sottomessa alla penuria e alle ristrettezze economiche;
  • è la prima a minacciare la sopravvivenza stessa dell’umanità,
    la prima che possa distruggere la specie umana.

2)
Tutte le società in decadenza comportano degli elementi di decomposizione:
sfaldamento del corpo sociale, putrefazione delle sue strutture economiche,
politiche ed ideologiche, ecc. La stessa cosa è accaduta per il capitalismo
dall’inizio della sua fase di decadenza. Tuttavia, come è importante stabilire
chiaramente la distinzione tra quest’ultima e le decadenze del passato, è
ugualmente indispensabile mettere in evidenza la differenza fondamentale che esiste
tra gli elementi di decomposizione che hanno intaccato il capitalismo dall’inizio
del secolo e la decomposizione generalizzata nella quale sprofonda attualmente
questo sistema e che non potrà che aggravarsi ulteriormente. Anche qui, al di
là dell’aspetto strettamente quantitativo, il fenomeno della decomposizione
sociale raggiunge oggi una tale profondità e una tale estensione da acquistare
una qualità nuova e singolare manifestando l’entrata del capitalismo decadente
in una fase specifica, la fase ultima della sua storia, quella in cui la decomposizione
diviene un fattore, se non il fattore decisivo dell’evoluzione della società.

In
questo senso è sbagliato identificare decadenza e decomposizione. Se é vero che
non si può concepire l’esistenza della fase di decomposizione al di fuori del
periodo di decadenza, si può perfettamente rendere conto dell’esistenza della
decadenza senza che quest’ultima si manifesti attraverso una fase di
decomposizione.

3)
In effetti, come il capitalismo ha conosciuto diversi periodi nel suo percorso storico, nascita,
ascendenza, decadenza, ognuno di questi periodi contiene a sua volta un certo
numero di fasi distinte e differenti. Per esempio, il periodo di ascendenza
comporta le fasi successive del libero mercato, delle società per azioni, del
monopolio, del capitale finanziario, delle conquiste coloniali, della
costituzione del mercato mondiale. Allo stesso modo il periodo di decadenza ha
anch’esso la sua storia: imperialismo, guerre mondiali, capitalismo di Stato,
crisi permanente e, oggi, decomposizione. Si tratta di manifestazioni
successive della vita del capitalismo ognuna delle quali permette di
caratterizzare una fase particolare di questa, anche se queste manifestazioni
potevano esistere già da prima o si sono potute mantenere con l’entrata in una
nuova fase. Così, ad un livello più generale, se è vero che il salariato
esisteva già durante la società schiavista o feudale (cosi come lo schiavo o il
servo si sono potuti mantenere anche all’interno del capitalismo), solo il
capitalismo dà a questo rapporto di sfruttamento il posto dominante nella società.
Allo stesso modo, se l’imperialismo è potuto esistere come fenomeno già nel
periodo ascendente del capitalismo, esso acquista un posto centrale nella
società, nella politica degli Stati e nei rapporti internazionali, solo con l’entrata
del capitalismo nel suo periodo di decadenza al punto da imprimere il suo
carattere alla prima fase di questa, cosa che ha condotto i rivoluzionari di
quest’epoca a identificarla con la stessa decadenza.

Così, la fase di decomposizione
della società capitalista non si presenta solo come quella che fa seguito
cronologicamente alle fasi caratterizzate dal capitalismo di Stato e dalla
crisi permanente. Nella misura in cui le contraddizioni e le manifestazioni
della decadenza del capitalismo che, una dopo l’altra, marcano i diversi
momenti di questa decadenza, non scompaiono col tempo ma si mantengono e si
vanno pure ad approfondire, la fase di decomposizione appare come quella
risultante dall’accumulazione di tutte queste caratteristiche di un sistema
moribondo, quella che chiude degnamente tre quarti di secolo di agonia di un
modo di produzione condannato dalla storia. Concretamente, non solo nella fase
di decomposizione restano la natura imperialista di tutti gli Stati, la minaccia
di guerra mondiale, l’assorbimento della società civile da parte del Moloch statale,
la crisi permanente dell’economia capitalista, ma addirittura questa fase
rappresenta la conseguenza ultima, la sintesi completa di tutti questi
elementi. Essa risulta dunque:

  • dal
    prolungamento (settant’anni, cioè più di quanto è durata la “rivoluzione
    industriale”) della decadenza di un sistema fra le cui caratteristiche
    maggiori c’è quella di una straordinaria rapidità delle trasformazioni che
    determina sulla società (dieci anni di vita del capitalismo valgono
    tranquillamente un secolo di società schiavista) e
  • dall’accumulo
    delle contraddizioni che questa decadenza ha scatenato.

Essa costituisce l’ultima tappa
di quel ciclo infernale di crisi-guerra-ricostruzione-nuova crisi che, con convulsioni
enormi, ha scosso dall’inizio del secolo la società e le sue differenti classi:

  • due guerre imperialiste
    che hanno lasciato esangui la maggior parte dei principali paesi e inferto
    dei colpi di una brutalità senza precedenti all’insieme dell’umanità;
  • un’ondata
    rivoluzionaria che ha fatto tremare tutta la borghesia mondiale e che è
    sfociata in una controrivoluzione dalle forme più atroci (come il fascismo
    e lo stalinismo) e ciniche (come la “democrazia” e l’antifascismo);
  • il ritorno
    periodico di un impoverimento assoluto, di una miseria delle masse operaie
    che sembravano ormai dimenticati;
  • lo sviluppo di
    carestie tra le più considerevoli e micidiali che la storia ricordi;
  • lo sprofondamento
    per due decenni dell’economia capitalista in una nuova crisi aperta senza
    che la borghesia, per il fatto che non è stata capace di inquadrare la
    classe operaia, riesca ad apportare la propria risposta (che comunque non
    sarebbe una soluzione): la guerra mondiale.

4) Questo ultimo punto costituisce
l’elemento nuovo, specifico, inedito, che in ultima istanza ha determinato l’entrata
del capitalismo decadente in una nuova fase della sua storia, quella della
decomposizione. La crisi aperta che si sviluppa alla fine degli anni ‘60, come
conseguenza dell’esaurimento degli effetti del secondo dopoguerra, apre di
nuovo il cammino all’alternativa storica guerra mondiale o scontri di classe
generalizzati verso la rivoluzione proletaria. Ma, contrariamente alla crisi
aperta degli anni ‘30, la crisi attuale si è sviluppata in un momento in cui la
classe operaia non subiva più la cappa di piombo della controrivoluzione. Per
questo fatto, attraverso la sua ricomparsa storica a partire dal 1968, essa ha
mostrato che la borghesia non aveva più le mani libere per scatenare una terza
guerra mondiale. Allo stesso tempo, se il proletariato ha già la forza di
impedire una tale conclusione, esso non ha ancora trovato quella di rovesciare
il capitalismo, e questo a causa:

  • del ritmo di sviluppo della
    crisi molto più lento che in passato;
  • del ritardo storico nello sviluppo della sua coscienza
    e delle sue organizzazioni politiche proveniente dalla rottura organica nella
    continuità di queste organizzazioni, rottura provocata dalla profondità e dalla
    durata della controrivoluzione.

In una tale situazione in cui le
due classi fondamentali e antagoniste della società si confrontano senza
riuscire ad imporre la loro propria risposta decisiva, la storia non può
attendere fermandosi. Ancor meno che per gli altri modi di produzione che lo
hanno preceduto, non è possibile per il capitalismo congelare la situazione, la
vita sociale. Mentre le contraddizioni del capitalismo in crisi non fanno che
aggravarsi, l’incapacità della borghesia di offrire la minima prospettiva per l’insieme
della società così come l’incapacità del proletariato di affermare apertamente
la propria prospettiva nell’immediato non possono che sfociare in un fenomeno
di decomposizione generalizzata, di incancrenimento generale della società.

5) In effetti nessun modo di
produzione è capace di vivere e svilupparsi, assicurare la coesione sociale, se
non è capace di presentare una prospettiva all’insieme della società da esso
dominata. E ciò è particolarmente valido per il capitalismo in quanto
rappresenta il modo di produzione più dinamico della storia. Quando i rapporti
di produzione capitalisti costituivano il quadro appropriato allo sviluppo
delle forze produttive, questa prospettiva si confondeva con il progresso
storico, non soltanto della società capitalista, ma dell’intera umanità. In
tali circostanze, nonostante gli antagonismi di classe o le rivalità tra
settori (in particolare nazionali) della classe dominante, l’insieme della vita
sociale poteva svilupparsi senza la minaccia di convulsioni particolarmente
drammatiche. Quando questi rapporti di produzione, divenendo un impedimento
alla crescita delle forze produttive, si sono convertiti in un ostacolo per lo
sviluppo sociale, determinando l’entrata in un periodo di decadenza, allora si
sono sviluppate le tremende convulsioni di questa fase che ormai angosciano l’umanità
da tre quarti di secolo. In
un tale quadro, il tipo di prospettiva che il capitalismo poteva offrire alla
società era evidentemente inscritto nei limiti
specifici permessi dalla sua decadenza:

  • l’“unione sacra”, ovvero la
    mobilitazione di tutte le forze economiche, politiche e militari intorno
    allo Stato nazionale, per la “difesa
    della patria
    ”, della “civiltà”, ecc.;
  • l’“unione di tutti i democratici”, di tutti i “difensori della civiltà” contro l’“idra
    e la barbarie bolsceviche
    ”;
  • la
    mobilitazione economica per la ricostruzione dopo le rovine della guerra;
  • la
    mobilitazione ideologica, politica, economica e militare per la “conquista dello spazio vitale” o,
    alternativamente, contro il “pericolo
    fascista
    ”.

Nessuna di queste prospettive
rappresenta, evidentemente, una “soluzione” alle contraddizioni del
capitalismo. Tuttavia ognuna di esse comportava un vantaggio per la borghesia, ovvero
di contenere un obbiettivo “realista”: o di preservare la sopravvivenza del suo
sistema contro la minaccia proveniente dal nemico di classe, il proletariato, o
di organizzare la preparazione diretta e lo scatenamento della guerra mondiale,
o ancora di portare avanti un rilancio dell’economia all’indomani di quest’ultima.
Al contrario, in una situazione storica in cui la classe operaia non è ancora
capace di ingaggiare immediatamente la lotta per la propria prospettiva, la
sola che sia veramente realista, la rivoluzione comunista, e mentre la
borghesia a sua volta risulta incapace di proporre una qualsivoglia
prospettiva, anche a breve termine, la capacità che quest’ultima ha testimoniato
in passato, nel corso stesso del periodo di decadenza, di limitare e
controllare il fenomeno della decomposizione, non può che ridursi drasticamente
con l’avanzare della crisi. E’ per questo che la situazione attuale di crisi
aperta si presenta in termini radicalmente diversi da quelli della precedente crisi
dello stesso tipo, quella degli anni ‘30. Il fatto che quest’ultima non abbia
determinato un fenomeno di decomposizione non deriva solo dal fatto che è durata solo
10 anni, mentre quella attuale dura ormai da vent'anni. Che non sia comparso un
fenomeno di decomposizione nel corso degli anni ‘30 risulta anzitutto dal fatto che, di fronte alla crisi, la borghesia
aveva le mani libere per proporre una risposta. Certo, una
risposta di una crudeltà inaudita e di natura suicida, capace di
trascinare l’umanità nella più grande catastrofe della propria
storia, una risposta che non era stata scelta deliberatamente poiché era stata
imposta dall’aggravarsi della crisi, ma una risposta intorno alla quale, prima,
durante e dopo, la borghesia ha potuto, in mancanza di una resistenza
significativa del proletariato, organizzare l’apparato produttivo, politico e
ideologico della società. Oggi, al contrario, il fatto che per due
decenni il proletariato sia stato capace di impedire la messa in atto di una
tale soluzione ha fatto sì che
la borghesia non sia stata capace di organizzare alcunché per
mobilitare le diverse componenti della società - ivi compresa la classe
dominante - intorno ad un obiettivo comune che non sia quello di resistere,
alla “giornata” e senza alcuna speranza di vie d’uscita, all’avanzata della
crisi.

6) Così, anche se la fase di
decomposizione si presenta come il completamento, la sintesi di
tutte le contraddizioni e manifestazioni successive della decadenza del
capitalismo:

  • essa si inscrive
    pienamente nel ciclo crisi-guerra-ricostruzione-ritorno alla crisi;
  • si
    sviluppa nell’orgia guerriera e militarista propria di tutti i periodi di
    decadenza e che ha costituito da due decenni un fattore di prim’ordine
    nell’aggravamento della crisi economica;
  • risulta
    dalla capacità della borghesia (acquisita in seguito
    alla crisi degli anni ‘30) di rallentare, in particolare attraverso il
    capitalismo di stato a livello del blocco imperialista, il ritmo di
    sprofondamento nella crisi;
  • risulta
    ugualmente dall’esperienza di questa stessa classe (accumulata in
    occasione delle due guerre mondiali) che le ha evitato di lanciarsi nell’avventura
    di uno scontro imperialista generalizzato senza un’adesione politica
    sufficiente da parte del proletariato;
  • deriva infine dalla
    capacità della classe operaia di oggi a sfuggire alle trappole del periodo
    di controrivoluzione, ma anche dalla situazione di immaturità politica legata a
    questa stessa controrivoluzione.

Questa fase di decomposizione è determinata
fondamentalmente da condizioni storiche nuove, inedite ed inattese: la situazione
di “impasse” momentanea della società, di “blocco”, la reciproca “neutralizzazione”
delle sue due classi fondamentali che impedisce ad ognuna di esse di apportare
la sua risposta decisiva alla crisi aperta dell’economia capitalista. Le
manifestazioni di questa decomposizione, le sue condizioni di evoluzione e le
sue conseguenze, non possono essere esaminate che mettendo in primo piano
questo fattore.

7) Se si passano in rassegna le
caratteristiche essenziali della decomposizione cosi come si manifestano oggi,
si può effettivamente constatare che esse hanno come
denominatore comune questa assenza di prospettiva. Così:

  • la
    moltiplicazione di carestie che avvengono nei paesi del “terzo mondo”
    mentre nei paesi “avanzati” vengono distrutti stock di prodotti agricoli
    oppure vengono abbandonate superfici considerevoli di terre fertili;
  • la
    trasformazione di questo stesso “terzo mondo” in una immensa bidonville in
    cui centinaia di milioni di esseri umani sopravvivono come topi nelle
    fogne;
  • lo
    sviluppo di questo stesso fenomeno all’interno delle grandi città dei
    paesi “avanzati” in cui il numero dei senzatetto e di quelli privi di
    ogni mezzo di
    sostentamento continua ad accrescersi, al punto che la vita media in
    alcuni quartieri è minore di quella dei paesi
    arretrati;
  • le
    catastrofi “accidentali” che si sono moltiplicate in questi ultimi tempi
    (aerei che precipitano, treni e metropolitane che si trasformano in casse
    da morto, e non solo nei paesi arretrati come l’India o l’URSS, ma anche
    al centro delle metropoli dell’occidénte come Parigi e Londra);
  • gli
    effetti sempre più devastanti sul piano umano,
    sociale ed economico delle catastrofi “naturali” (inondazioni, siccità, terremoti, cicloni) di fronte alle quali gli uomini
    sembrano sempre più disarmati laddove la tecnologia continua
    a progredire ed esistono già oggi tutti i mezzi per
    realizzare le opportune protezioni (dighe, sistemi di irrigazione,
    abitazioni antisismiche e resistenti alle tempeste,
    ...), mentre poi di fatto vengono chiuse le fabbriche che producono tali
    mezzi e licenziati i loro operai;
  • la degradazione dell’ambiente che
    raggiunge proporzioni assurde (acqua di rubinetto imbevibile, i fiumi
    ormai privi di vita, gli oceani pattumiera, l’aria delle città
    irrespirabile, decine di migliaia di chilometri quadrati contaminati dalla
    radioattività in
    Ucraina ed in Bielorussia) e che minaccia l’equilibrio di tutto il pianeta
    con la scomparsa della foresta dell’Amazzonia (il “polmone della terra”),
    l’effetto serra e il buco d’ozono al polo sud.

Tutte queste
calamità economiche
e sociali, se sono in generale un’espressione della
decadenza del capitalismo, per il grado di accumulazione e l’ampiezza
raggiunti
costituiscono la manifestazione dello sprofondamento in uno stallo
completo di un sistema che non ha alcun
avvenire da proporre alla maggior parte della popolazione mondiale se
non una
barbarie al di là di ogni
immaginazione. Un sistema in cui le politiche economiche, le ricerche,
gli investimenti, tutto è realizzato sistematicamente a discapito
del futuro dell’umanità e, pertanto, a discapito del futuro del sistema
stesso.

8) Ma le
manifestazioni dell’assenza totale di prospettive della società attuale sono ancora più evidenti sul piano politico ed
ideologico:

  • 1’incredibile corruzione che cresce e
    prospera
    nell’apparato politico, il susseguirsi di scandali nella maggior parte dei
    paesi come il Giappone (dove è sempre
    più
    difficile distinguere l’apparato di governo dai vari clan di gangsters),
    la Spagna (dove è il
    braccio destro del capo del governo socialista che, oggi, viene
    direttamente messo in causa), il Belgio, l’Italia, la Francia (dove i
    deputati decidono di amnistiarsi essi stessi per i loro crimini);
  • lo sviluppo del terrorismo, delle prese in
    ostaggio come mezzo di guerra civile tra Stati, a dispetto delle “leggi”
    di cui il capitalismo si era dotato per “regolamentare” i conflitti
    tra frazioni della classe dominante;
  • l’aumento permanente della criminalità,
    dell’insicurezza, della violenza urbana che coinvolgono sempre più i
    bambini che diventano anche preda della prostituzione;
  • lo sviluppo del nichilismo, del suicidio
    tra i giovani, della disperazione (come espresso dal “no future” dei
    tumulti urbani in Gran Bretagna), dell’odio e della xenofobia che animano
    le “teste rapate” e gli “hooligans” per i quali gli incontri sportivi sono
    un’occasione per sfogarsi e seminare terrore;
  • il flagello della droga, che diviene oggi
    un fenomeno di massa, contribuendo pesantemente alla corruzione degli
    Stati e degli organi finanziari, che non risparmia nessuna parte del mondo
    colpendo in particolare i giovani, è un
    fenomeno che sempre meno esprime la fuga nelle illusioni e sempre più
    diventa parente della
    follia e del suicidio;
  • la proliferazione di sette, il rifiorire
    dello spirito religioso, anche in alcuni paesi avanzati, il rigetto di un
    pensiero razionale, coerente, logico, anche da parte di alcuni ambienti “scientifici”
    e che prende nei mass-media un posto preponderante,
    in particolare nelle pubblicità o in
    certe trasmissioni che intontiscono la gente;
  • il dilagare in questi stessi mezzi di
    comunicazione di spettacoli di violenza, di orrore, di sangue, di
    massacri, finanche nelle trasmissioni e i giornalini per bambini;
  • la nullità e la venalità
    di ogni produzione “artistica”, di letteratura, di musica, di pittura o di
    architettura, che non sanno esprimere che l’angoscia, la disperazione, l’esplosione
    del pensiero, il niente;
  • il “ciascuno per
    ”, la marginalizzazione, l’atomizzazione degli individui, la distruzione
    dei rapporti familiari, l’esclusione delle persone anziane, 1’annientamento
    dell’affetto e la sua sostituzione con la pornografia, lo sport
    commercializzato, il raduno di masse di giovani in una isterica solitudine
    collettiva in occasione di concerti o in discoteca, sinistro sostituto di
    una solidarietà e di legami
    sociali completamente assenti.

Tutte queste
manifestazioni della putrefazione sociale che oggi, ad un livello mai visto
nella storia, permea tutti i pori della società umana, esprimono una sola cosa: non solo lo
sfascio della società borghese,
ma soprattutto 1’annientamento di ogni principio di vita collettiva nel seno di
una società ormai priva del minimo progetto,
della minima prospettiva, anche se a corto termine, anche se illusoria.

9) Tra le
caratteristiche principali della decomposizione della sociétà
capitalista bisogna
sottolineare la difficoltà crescente della
borghesia a controllare l’evoluzione della situazione sul piano
politico. Alla
base di questo fenomeno c'è
evidentemente la crescente perdita di controllo della classe dominante
sul suo
apparato economico, che costituisce 1’infrastruttura della società.
L’“impasse” storica in cui si
trova imprigionato il modo di produzione capitalista, i fallimenti
successivi
delle diverse politiche condotte dalla borghesia, la permanente fuga in
avanti
nell’indebitamento generalizzato per mezzo del quale sopravvive
l’economia
mondiale, tutti questi elementi non possono che ripercuotersi su un
apparato
politico incapace, da parte sua,
di imporre alla società, ed in particolare alla classe
operaia, la “disciplina” e l’adesione richieste per mobilitare tutte le
forze e
le energie verso
la guerra mondiale, sola “risposta” storica che la borghesia possa
offrire. L’assenza
di una prospettiva (che non sia quella di “salvare il salvabile”
procedendo
alla giornata) verso la quale essa possa mobilitarsi come classe - e
nella
misura in cui il proletariato non costituisce ancora una minaccia per la
sua
sopravvivenza - determina
all'interno della classe dominante, ed in particolare del suo apparato
politico,
una tendenza crescente all’indisciplina e al “si salvi chi può”. E’
proprio questo fenomeno che
permette in particolare di spiegare il crollo dello stalinismo e
dell’insieme
del blocco imperialista
dell’Est. Questo crollo, in effetti, è nel suo complesso una delle
conseguenze della
crisi mondiale del capitalismo; d’altra parte esso non può essere
analizzato senza prendere
in considerazione le specificità che le circostanze storiche
della loro apparizione hanno conferito ai regimi stalinisti (vedi le
“Tesi
sulla crisi economica e politica in URSS e nei paesi dell'Est”, Rivista
Internazionale n°13). Tuttavia non si può comprendere pienamente questo
fatto storico
tanto considerevole ed inedito, il crollo dall’interno di tutto un
blocco
imperialista in assenza di una rivoluzione o di una guerra mondiale, che
inserendo nel quadro d’analisi questo altro elemento inedito che
costituisce l’entrata
della società in una fase di decomposizione.
La forte centralizzazione e statalizzazione completa dell’economia, la
confusione
tra l’apparato economico e quello politico, la forzatura permanente e di
grande
entità contro la legge del valore, la mobilitazione di tutte le risorse
economiche verso la sfera militare, tutte queste caratteristiche proprie
dei regimi stalinisti, se erano adatti
ad un contesto di guerra imperialista (questo tipo di regime ha
attraversato
vittoriosamente la seconda guerra mondiale e si è anche rafforzato),
hanno
incontrato in maniera brutale e radicale i loro limiti dal momento in
cui la
borghesia ha dovuto affrontare per anni l’aggravarsi della crisi
economica
senza poter trovare uno sfogo in questa stessa guerra imperialista. In
particolare, il menefreghismo generalizzato che si è sviluppato in
assenza delle
sanzioni del mercato (e che giustamente il ristabilimento ufficiale del
mercato
si propone di eliminare) non poteva concepirsi nelle circostanze della
guerra,
quando la prima “motivazione” degli operai, così come dei responsabili
economici, era
il fucile che essi tenevano puntato alle spalle. La sbandata generale
all’interno stesso dell’apparato
statale, la perdita di controllo sulla sua propria strategia politica,
che ci
viene oggi mostrata dall’URSS e dai suoi satelliti, costituiscono in
realtà la caricatura (per le specificità dei regimi stalinisti) di un
fenomeno
molto più generale che tocca l’insieme della
borghesia mondiale, un fenomeno proprio della fase di decomposizione.

10) Questa
tendenza generale della borghesia alla perdita
di controllo della gestione
della sua politica, se costituisce uno dei fattori di primo piano del crollo
del blocco dell’est, non potrà che
ritrovarsi ulteriormente accentuato da questo crollo per:

  • l’aggravarsi della crisi economica che
    risulta da quest’ultimo;
  • la dislocazione del blocco occidentale che
    deriva
    dalla scomparsa del proprio rivale;
  • l’acutizzarsi di rivalità particolari tra diversi settori della borghesia (in
    particolare tra frazioni nazionali, ma anche tra cricche all’interno di
    uno stesso stato nazionale) che comporterà l’allontanamento momentaneo
    della prospettiva della guerra mondiale.

Una tale
destabilizzazione politica della classe borghese, illustrata per esempio dall’inquietudine
che i suoi settori più solidi
nutrono a riguardo di una possibile contaminazione del caos che si sviluppa nei
paesi del vecchio blocco dell’est, potrebbe anche rendere la borghesia incapace
di ricostituire una nuova organizzazione del mondo in due blocchi imperialisti.
L’aggravarsi della crisi economica conduce necessariamente all’acuirsi delle
rivalità imperialiste tra Stati. In questo
senso lo sviluppo e l’esacerbazione degli scontri militari tra questi ultimi si
inscrivono nella situazione attuale. Per contro, la ricostituzione di una
struttura economica, politica e militare che raggruppi questi diversi Stati
suppone l’esistenza da parte loro e al loro interno di una disciplina che il
fenomeno della decomposizione renderà sempre più problematica. E’ perciò che questo fenomeno, già in parte responsabile della
scomparsa del sistema di blocchi ereditato dalla seconda guerra mondiale, può
perfettamente, impedendo la ricostituzione di un nuovo sistema di blocchi,
condurre non solo all’allontanamento (come avviene già adesso) ma anche alla scomparsa
definitiva di ogni prospettiva di guerra mondiale.

11) La
possibilità che la
prospettiva generale del capitalismo possa
cambiare in seguito ai mutamenti di estrema importanza che la decomposizione ha introdotto
nella vita della società non ci deve però indurre a rimettere in
discussione la conclusione ultima che questo sistema riserva all’umanità nel caso in cui il proletariato
si dimostrasse incapace di rovesciarlo. In effetti, se la prospettiva storica
della società è stata posta nei termini generali da Marx ed Engels sottoforma
di “socialismo o barbarie”, lo sviluppo stesso della vita del capitalismo (ed
in particolare della sua decadenza) ha permesso di precisare, e finanche di
appesantire, questo giudizio sottoforma di:

  • “guerra o rivoluzione”, formula usata dai
    rivoluzionari da prima della I Guerra Mondiale e che costituisce uno dei
    principi di fondazione dell'Internazionale Comunista;
  • “rivoluzione comunista o distruzione dell’umanità”, che si impone all’indomani della seconda guerra
    mondiale con la comparsa delle armi atomiche.

Oggi, dopo
la scomparsa del blocco dell’Est, questa prospettiva terrificante resta
interamente possibile. Ma occorre precisare che una tale distruzione dell’umanità può provenire dalla guerra
imperialista generalizzata così come dalla decomposizione della società.

Bisogna
guardarsi da una interpretazione secondo cui la decomposizione consisterebbe in
una regressione della società. Anche se la decomposizione fa risorgere
alcune caratteristiche proprie del passato del capitalismo, ed in particolare
del periodo
ascendente di questo modo di produzione, come per esempio:

  • l’assenza attuale di una divisione del
    mondo in due blocchi imperialisti;
  • il fatto, di conseguenza, che le lotte tra nazioni (la
    cui acutizzazione attuale, in particolare nel vecchio blocco dell’Est,
    costituisce una espressione della decomposizione) non devono più essere considerati come dei momenti di uno scontro tra
    questi due blocchi.

Questa
decomposizione non ci riporta ad alcuna società anteriore, a nessuna
fase precedente della vita del capitalismo.
Si potrebbe paragonare la società capitalista ad un vecchio che,
come si suol dire, “ritorna ad essere bambino”. Questo può perdere delle
facoltà e delle caratteristiche
acquisite con la maturità e può ritrovare
dei tratti tipici dell’infanzia (fragilità, dipendenza, debolezza nel
ragionamento), ma
non potrà comunque
ritrovare la vitalità propria di
questa età. Oggi la civiltà umana sta perdendo un certo numero delle
proprie acquisizioni
(come per esempio il controllo della natura) ed al contempo non riesce
ad avere la capacità di progredire o lo
spirito di conquista che ha caratterizzato in particolar modo il
capitalismo
ascendente. Il corso della storia è irreversibile: la decomposizione
porta, come
indica il nome stesso, alla dislocazione ed alla putrefazione della
società, al niente. Lasciata alla sua
propria logica, alle sue ultime conseguenze, essa conduce l’umanità allo
stesso risultato di una
guerra mondiale. Essere annientati brutalmente da una pioggia di bombe
termonucleari in una guerra generalizzata o dall’inquinamento, la
radioattività delle centrali nucleari, la fame, le epidemie ed i
massacri delle differenti guerre locali (dove
potrebbe anche essere usata l’arma atomica), il risultato è lo stesso.
La sola differenza
tra queste due forme di annientamento è che la prima è più rapida mentre
la seconda è più lenta e quindi molto più sofferta.

12) E’ della
massima importanza che il
proletariato, ed i rivoluzionari al suo interno, prendano pienamente
coscienza
della minaccia mortale che la decomposizione rappresenta per l’insieme
della
società. Nel
momento in cui le illusioni pacifiste rischiano di svilupparsi dato che
si è allontanata la possibilità di una guerra generalizzata,
bisogna combattere con forza ogni tendenza nella classe operaia a
cercare delle
consolazioni, a nascondere a se stessi 1’estrema gravità della
situazione mondiale. In
particolare, sarebbe tanto falso quanto pericoloso considerare che
essendo la
decomposizione una realtà, essa
sia anche una necessità, cioè un passo necessario verso la rivoluzione.

Bisogna stare attenti a non confondere necessità con realtà.
Engels ha criticato severamente la formula di Hegel “tutto ciò che è razionale è reale e tutto ciò che è reale è razionale”, rigettando la
seconda parte di questa formulazione e prendendo ad esempio la persistenza
della monarchia in Germania che era certo reale ma niente affatto razionale (si
potrebbe applicare il ragionamento di Engels alle attuali monarchie del Regno Unito, dei Paesi Bassi, del Belgio, ecc.). Il
fatto che la decomposizione sia oggi una realtà non
significa affatto che sia una necessità
per la rivoluzione proletaria. Con un simile approccio si potrebbe
rimettere in
discussione la rivoluzione d’Ottobre 1917 e tutta l’ondata
rivoluzionaria del
primo dopo-guerra che si sono avuti senza la fase di decomposizione del
capitalismo. Nei fatti, la necessità di fare una
netta distinzione tra la decadenza del capitalismo e questa fase
specifica, l’ultima
della decadenza che è la decomposizione, trova una sua applicazione in
questa questione della realtà e della necessità: la decadenza
del capitalismo era necessaria perché il proletariato fosse in grado di
rovesciare questo sistema; al
contrario, l’apparizione del fenomeno storico della decomposizione,
risultato del perpetuarsi della decadenza in assenza della rivoluzione
proletaria, non costituisce affatto una tappa necessaria
per il proletariato sul cammino della sua emancipazione.

Questa fase di decomposizione è paragonabile
a quella della guerra imperialista. La guerra del 1914 era un fatto
fondamentale di cui la classe
operaia ed i rivoluzionari dovevano evidentemente (e come!) tener conto,
ma ciò non implicava affatto che questa dovesse essere una condizione
particolarmente favorevole al trionfo della rivoluzione internazionale,
come invece affermano i bordighisti.

13) E’ particolarmente importante essere lucidi sul pericolo che
rappresenta la decomposizione per la capacità del proletariato di essere
all’altezza
del suo compito storico. Come lo scoppio della guerra imperialista nel
cuore del mondo “civilizzato” costituiva “un
salasso che (rischiava) di esaurire mortalmente il movimento operaio
europeo”,
che “minacciava di schiacciare le prospettive del socialismo sotto le
rovine ammucchiate
dalla barbarie imperialista” “falciando sui campi di battaglia (...) le
migliori forze (...) del socialismo internazionale, le truppe
d’avanguardia
dell’insieme del proletariato mondiale” (R. Luxemburg, La crisi della
socialdemocrazia), così la decomposizione della società, che potrà solo
aggravarsi,
potrà anch'essa falciare
le migliori forze del proletariato e compromettere definitivamente la
prospettiva del comunismo. Tanto più che l’avvelenamento della società
dovuto alla putrefazione del capitalismo non risparmia nessuna delle sue
componenti, nessuna delle sue classi, neanche il proletariato. In
particolare, se l’indebolimento
della presa dell’ideologia
borghese derivante dall’entrata
del capitalismo nella sua fase di decadenza era una delle condizioni
della rivoluzione, il
fenomeno di decomposizione di questa stessa ideologia, così come si
sviluppa
oggi, si presenta essenzialmente
come un ostacolo alla presa di coscienza del proletariato.

All’inizio, la decomposizione ideologica colpisce evidentemente in primo
luogo la classe capitalista stessa e, per contraccolpo, gli strati
piccolo-borghesi
che non hanno alcuna autonomia. Si potrebbe dire che questi ultimi si
identificano particolarmente bene con questa decomposizione nella misura
in cui
la loro situazione specifica, 1’assenza di ogni avvenire, ricalca la
principale
causa della decomposizione
ideologica: 1’assenza di ogni prospettiva immediata per l’insieme della
società. Solo il
proletariato porta in sé una prospettiva per l’umanità e, in questo
senso, è al suo interne che
esiste la maggiore capacità a resistere a questa
decomposizione. Tuttavia neanche lui viene risparmiato, in particolare
perché la piccola borghesia a contatto della quale esso vive ne è il
principale
veicolo. I diversi elementi che costituiscono la forza del proletariato
si
scontrano direttamente con i diversi aspetti di questa decomposizione
ideologica:

  • l’azione collettiva, la solidarietà, contro l’atomizzazione, il “ciascuno
    per sé”, l’“arrangiarsi individuale”;
  • il bisogno di organizzazione contro la decomposizione sociale, la
    distruzione dei rapporti su cui poggia la vita sociale;
  • la fiducia nell’avvenire e nelle
    sue proprie forze continuamente minata dalla disperazione generale che pervade la
    società, dal nichilismo, dalla “mancanza di futuro”;
  • la coscienza, la lucidità, la coerenza e l’unità del pensiero,
    l’inclinazione
    per la teoria hanno difficoltà ad affermarsi di fronte alla fuga nelle
    chimere, la droga, le sette, il misticismo, il rigetto della riflessione
    e la distruzione del pensiero che caratterizzano la
    nostra epoca.

14) Uno dei fattori che aggravano questa situazione è evidentemente il
fatto che una proporzione importante delle giovani generazioni operaie
subisce in pieno la calamità della disoccupazione
prima ancora che abbia avuto l’occasione di fare l’esperienza di una
vita
collettiva di classe sui luoghi di lavoro, in compagnia dei compagni di
lavoro
e di lotta. Di fatto la disoccupazione, che risulta direttamente dalla
crisi
economica, se non è in sé una manifestazione della decomposizione,
finisce per comportare, in questa fase particolare della decadenza,
delle conseguenze che
fanno di essa un elemento singolare di questa decomposizione. Se infatti
essa
può contribuire in generale a smascherare l’incapacità
del capitalismo ad assicurare un futuro ai proletari, essa costituisce
ugualmente,
oggi, un potente fattore di “lumpenizzazione” di certi settori della
classe, in particolare tra i giovani operai, cosa che tende ad
indebolire le capacità politiche attuali e future di questa. Questa
situazione ha fatto sì che,
nonostante ci sia stato un incremento considerevole della disoccupazione
negli anni ‘80, siano mancati movimenti significativi
o dei tentativi reali di organizzazione da parte dei proletari
disoccupati. Il
fatto che, in pieno periodo di
controrivoluzione, durante la crisi degli anni '30, il proletariato,
particolarmente negli USA, sia stato capace di dar luogo a queste forme
di lotta,
illustra bene, per contrasto, il peso delle difficoltà che rappresenta
attualmente - in un periodo di
decomposizione - la disoccupazione nella presa di coscienza del
proletariato.

15) Di fatto, non è soltanto attraverso
la questione della disoccupazione
che si è manifestato
in questi ultimi anni il peso della decomposizione come
fattore delle difficoltà per la presa di coscienza del proletariato.
Anche
mettendo da parte il crollo del blocco dell'Est e l’agonia dello
stalinismo
(che sono una manifestazione della fase di
decomposizione e che hanno provocato un rinculo molto marcato della
coscienza nella classe -vedi gli articoli nella Rivista
Internazionale n°13), bisogna ancora considerare che le difficoltà
provate dalla classe operaia per porre avanti la prospettiva
dell’unificazione
delle proprie lotte
derivano in buona parte dalla pressione esercitata dalla decomposizione.
In
particolare le esitazioni mostrate dal proletariato di fronte alla
necessità di passare ad un livello superiore della propria lotta, se
costituiscono una caratteristica generale del movimento di
questa classe già analizzata da Marx
ne “II 18 Brumaio”, sono state
ulteriormente accentuate dalla mancanza di fiducia in sé e nell’avvenire
che la
decomposizione instilla all’interno della classe. Allo stesso modo,
l’ideologia del “ciascuno per sé”, particolarmente marcata nel periodo
attuale, non ha potuto che favorire l’azione delle trappole del
corporativismo tese con successo dalla borghesia in questi
ultimi anni contro le lotte operaie.

Così, lungo tutti gli anni ‘80, la decomposizione della società
capitalista ha giocato un ruolo di freno nel processo di presa di
coscienza della classe operaia,
andandosi a sommare agli altri elementi già identificati in
passato quali:

  • il ritmo lento della crisi economica;
  • la debolezza delle organizzazioni politiche della classe derivante dalla rottura organica tra le formazioni
    del passato e quelle che sono sorte con la ripresa storica delle lotte di classe della fine degli anni '60.

Tuttavia questi vari elementi non agiscono tutti allo stesso modo.
Mentre il tempo è un fattore che contribuisce a ridurre il peso degli
ultimi due, al tempo
stesso non fa che accrescere quello del primo. E’ dunque fondamentale
comprendere
che quanto più il proletariato tarderà
a rovesciare il capitalismo, tanto più importanti saranno i pericoli e
gli effetti nocivi della decomposizione.

16) Contrariamente alla situazione esistente negli anni ‘70, occorre
mettere in evidenza che oggi il tempo non gioca più a favore della
classe operaia. Finché la minaccia di distruzione della società era
rappresentata unicamente dalla guerra imperialista, il semplice
fatto che le lotte del proletariato fossero capaci di mantenersi come
ostacolo
decisivo di un tale
evento era sufficiente a sbarrare la strada a questa distruzione.
Invece,
contrariamente alla guerra imperialista che per potersi realizzare
richiede l’adesione
del proletariato alle idee della borghesia, la
decomposizione non ha nessun bisogno di imbrigliare la classe operaia
per
distruggere l’umanità. In effetti, le
lotte operaie sono incapaci di costituire un freno alla decomposizione
così come
non riescono in nessun modo ad opporsi al crollo dell’economia borghese.
In
queste condizioni, anche se la decomposizione sembra essere per la vita
della società un pericolo più lontano rispetto a
quello di una guerra mondiale, essa è tuttavia ben più insidiosa. Per
mettere
fine alla minaccia costituita dalla decomposizione, le lotte operaie di
resistenza
agli effetti della crisi non sono più sufficienti: solo la rivoluzione
comunista può bloccare una tale
minaccia. Allo stesso modo, in
tutto il periodo futuro, il
proletariato non può sperare di utilizzare a proprio beneficio
l’indebolimento
che la decomposizione provoca all’interno della borghesia. In questo
periodo il suo obbiettivo sarà quello di resistere agli effetti nocivi
della decomposizione al suo interno contando solo sulle proprie forze,
sulla propria capacità di battersi in
maniera collettiva e solidale in difesa dei propri interessi in quanto
classe
sfruttata (anche se la propaganda dei rivoluzionari deve sottolineare in
permanenza i pericoli della decomposizione).
Solo nel periodo prerivoluzionario, quando il proletariato sarà
all’offensiva, quando ingaggerà direttamente e apertamente la lotta per
la sua prospettiva storica, esso
potrà utilizzare alcuni
effetti della decomposizione,
in particolare la decomposizione dell’ideologia borghese e quella delle
forze del potere capitalista, come punti su cui far leva e da ritorcere
contro lo stesso capitale.

17) La messa in evidenza dei pericoli considerevoli che il fenomeno
storico della decomposizione fa
correre alla classe operaia e all’insieme dell’umanità non deve indurre
il proletariato, ed in particolare le sue minoranze
rivoluzionarie, ad adottare nei suoi confronti un atteggiamento
fatalista. Oggi,
la prospettiva storica resta completamente aperta. Nonostante il colpo
che il
crollo del blocco dell’est ha inferto alla presa di coscienza del
proletariato,
questo non ha subito nessuna sconfitta importante sul terreno della sua
lotta. In questo senso, la sua combattività resta praticamente intatta.
Ma in più, ed é questo l’elemento
che determina in ultima istanza l’evoluzione della situazione mondiale,
lo stesso fattore che si trova all’origine dello
sviluppo della decomposizione,
cioè l’aggravarsi
inesorabile della crisi del capitalismo,
costituisce lo stimolo essenziale della lotta e della maturazione della
coscienza di classe, la condizione stessa della sua capacità di
resistere al
veleno ideologico dell’imputridimento della società. In effetti, mentre
il proletariato non può trovare un terreno unificante di classe nelle
lotte parziali contro gli
effetti della decomposizione,
la sua lotta contro gli effetti diretti della crisi costituisce la base
dello sviluppo della sua forza e della sua unità. E ciò in particolare
perché:

  • se gli effetti della decomposizione (per esempio
    1’inquinamento,
    la droga, l’insicurezza, ecc.) colpiscono indistintamente tutti gli
    strati
    della società e costituiscono un terreno propizio alle campagne ed alle
    mistificazioni aclassiste (ecologia, movimenti
    antinucleari, mobilitazioni antirazziste, ecc.), gli attacchi economici
    (abbassamento del salario reale,
    licenziamenti, aumento dei ritmi, ecc.) che derivano direttamente dalla
    crisi colpiscono in modo specifico il proletariato (cioè la .classe che
    produce il plusvalore e che si scontra col capitale su questo
    terreno);
  • la crisi
    economica, contrariamente alla decomposi­zione sociale che concerne
    essenzialmente le sovra-strutture, è un fenomeno che colpisce
    direttamente l’infrastruttura
    della società sulla quale riposano queste sovrastrutture; in
    questo senso, essa mette a nudo le cause ultime dell’insieme della
    barbarie che si abbatte sulla società, permettendo così al prole­tariato
    di prendere
    coscienza della necessità di cambiare radicalmente sistema, e non di
    cercare di migliorare degli aspetti di questo.

Tuttavia la crisi economica, da sola, non può risolvere i problemi e le
difficoltà che affronta e dovrà affrontare il proletariato. Solo:

  • la coscienza della posta in gioco nella situazione attuale, in
    particolare i pericoli mortali che fa correre la decomposizione all’umanità,
  • la sua
    determinazione a continuare, sviluppare ed unificare la propria lotta di
    classe,
  • la sua capacità a schivare le molteplici trappole che la
    borghesia, seppur colpita dalla decomposizione, non mancherà di seminare sul suo cammino,

permetteranno alla classe operaia di rispondere colpo su colpo a tutti
gli attacchi sferrati dal capitalismo, per passare finalmente all’offensiva ed
abbattere questo barbare sistema.

La responsabilità dei rivoluzionari è partecipare attivamente allo sviluppo di questa lotta del proletariato.

maggio 1990

Patrimonio della Sinistra Comunista: 

Questioni teoriche: