Dopo il voto in Sicilia, cosa accadrà nei prossimi mesi? Cosa possono sperare i proletari da questa ennesima chiamata alle urne?

Pubblichiamo qui di seguito il testo dell’introduzione fatta alla nostra riunione pubblica a
Napoli del 24 novembre (sullo stesso tema si terrà a Milano il 15 dicembre).

Come
abbiamo scritto nell’invito a questa riunione, l’apparato politico italiano della
borghesia si sta preparando alla fine della legislatura del governo Monti e
alle elezioni per formare un nuovo governo. E’ importante che ci prepariamo
anche noi che saremo sempre più tartassati dalla campagna politica dei diversi
contendenti, ma soprattutto dal richiamo a esercitare il nostro presunto “diritto-dovere”
di “decidere” sulla nostra sorte futura e su quella della “nostra nazione”.

In
questa introduzione non vogliamo ritornare sul significato generale che hanno
le elezioni in questa società. Potremo comunque farlo nella discussione.
Piuttosto pensiamo sia importante cercare di riflettere e capire insieme in che
contesto si situano queste elezioni, esaminando sia quali sono le capacità dell’apparato
politico della borghesia di far fronte al disastro economico in atto ed alle
sue conseguenze, che la maniera in cui la gente - e più in particolare i
proletari, i giovani - vivono questa nuova chiamata alle urne.

Abbiamo
preparato questo tema prima delle manifestazioni del 14 novembre e forse
dovremmo aggiungere al titolo “dopo il voto in Sicilia e l’aumento della
repressione poliziesca, cosa accadrà nei prossimi mesi?”, perché quello che
è accaduto il 14, o ancora prima con i pestaggi agli operai della Sulcis, è un
elemento importante del quadro d’insieme.

Qual è il quadro
della situazione?

Ma
vediamo sinteticamente i diversi aspetti che ci sembra necessario tener
presente per comprendere il contesto in cui si svolgeranno le prossime elezioni.

Il
dato da cui partire naturalmente è la crisi economica. Al di là delle
rassicurazioni che ogni tanto Monti ci propina sulla “tenuta dell’Italia”,
ormai anche un giornale come La
Repubblica
dice chiaramente che se si aumentano le tasse, si licenzia, si
riducono i salari la gente non può più comprare e questo blocca il mercato con
la conseguente chiusura di altre fabbriche, mancanza di investimenti ecc. E se
questo è vero, come è vero, la prospettiva non può che essere di un
peggioramento complessivo della crisi e delle sue conseguenze.

Già
nel 2011 si calcolava che “
Le persone a rischio di povertà o di
esclusione sociale sono in Italia 15 milioni, una persona su quattro (il 24,7
per cento)[1].
E considerando anche soltanto i
licenziamenti che intanto ci sono stati per chiusura di fabbrica, ricorso alla
cassa integrazione e aumento del numero di giovani che nel frattempo si sono
affacciati sul mondo del lavoro, è chiaro che già ora queste cifre andrebbero
riviste al rialzo.

Dunque,
non solo non si vede un benché minimo barlume di ripresa, ma si affievolisce
anche la possibilità di frenare la caduta.

Il
governo Monti si è reso necessario un anno fa per cercare di recuperare il controllo
su di una situazione economica e politica altamente a rischio.

Dal
punto di vista economico, le misure prese da Monti, se nulla hanno risolto al
fondo, sono servite comunque a dare un po’ di fiato scaricando sui proletari e
sui ceti medi tagli e miseria e dando così nuovo credito all’Italia a livello
internazionale.

Ma
questa “pausa tecnica” doveva servire anche a ricompattare l’apparato politico,
a permettere ai partiti ed alle coalizioni di trovare un nuovo assetto per
riprendere le redini del governo una volta scaduto il mandato di Monti. E su
questo piano il quadro che si presenta dopo un anno è decisamente fallimentare
per la borghesia.

Scontri
tra i partiti nelle diverse coalizioni, scontri all’interno degli stessi
partiti, primarie che sembrano bracci di ferro tra aspiranti capo, alleanze che
si delineano e si sfaldano nel giro di poche ore, un’assoluta incapacità a
mettersi d’accordo sulla nuova legge elettorale perché ognuno teme di
rimetterci le penne, il tutto condito da notizie di scandali e arresti in tutte
le aree politiche …un quadro desolante!

Per quanto
riguarda la destra, il ritiro forzato di Berlusconi dalla scena politica per
qualche tempo ha tolto al PDL la sua quasi unica attrattiva, cioè il populismo
berlusconiano. La batosta ricevuta con le elezioni amministrative del maggio
scorso ha fatto ridiscendere in campo Berlusconi, ma le sue uscite populiste (“usciamo
dall’euro”, “costruisco un nuovo partito”, ecc.) non hanno più la stessa presa,
così come non ce l’ha più il Berlusconi imprenditore nei settori forti dell’Italia
che conta (Confindustria, chiesa,…).

Il Pdl
attualmente non ha carte vincenti per poter aspirare agli exploit elettorali di
una volta e la carta del “rinnovamento” attraverso le primarie è significativa
dello sfaldamento: si fanno, non si fanno, e i candidati pare che siano circa
una diecina!

Inoltre la
scissione di Fini e il tracollo della Lega che, travolta dagli scandali, ha
perso molta della sua capacità di ramazzare voti, rendono difficile una
coalizione di destra che abbia la forza politica di porsi, sul piano della
credibilità, come continuatrice di Monti.

La sinistra non
è meglio piazzata. La sua vittoria alle amministrative di maggio e alle
regionali del mese scorso in Sicilia è più il frutto del crollo della destra
che non un suo consolidamento.

Il PD
continua a mostrare la sua inesistenza politica se non nell’appoggiare le
misure contro i proletari prese da Monti, come prima (se non a parole, certamente
nei fatti) aveva fatto con Berlusconi, e quello che dovrebbe rappresentare il
“nuovo”, cioè Renzi, si mostra sempre più come un giovane politicante arrivista
che al vuoto di Bersani contrappone il suo proprio vuoto.

E anche qui,
la possibilità di una coalizione solida con Sel e Idv sembra un miraggio visti i
continui distinguo di ogni parte in gioco rispetto agli altri.

Il centro,
rappresentato finora da un Casini ballerino tra destra e sinistra, cerca adesso
di costruire qualcosa di più consistente con il nuovo partito Fini-Casini-Montezemolo.
E, con l’invito a Monti a scendere in campo al proprio fianco, cerca di
proporsi come soluzione per il futuro governo.

Un governo
che, mantenendo grosso modo l’attuale staff cosiddetto tecnico, si
presenterebbe come garante di una certa efficienza e potrebbe trovare quindi
consensi nei settori chiave dell’economia. Resta però il problema, che non è da
poco, dell’inevitabile fragilità di un partito costruito all’ultimo momento. e
soprattutto il problema che questo non avrebbe i voti per governare da solo, ma
con chi si allea?

Una
conseguenza di questo stato di decomposizione, che caratterizza i partiti
politici nella fase attuale, è lo sviluppo del populismo cioè di una
politica
orientata a far presa sugli istinti più viscerali della popolazione per
raccogliere consensi elettorali e illudere i cittadini che ci possa essere una
politica “diversa” in modo da tenerli legati al sistema.

E
questa diventa sempre più la maniera di fare politica. L’abbiamo visto a destra
con Berlusconi e con Bossi e adesso lo vediamo a sinistra con Di Pietro, che
continua ad attaccare il governo Monti che colpisce i più deboli, ma cosa
propone in alternativa? Parole.

E
lo vediamo soprattutto con Grillo ed il suo partito che a parole è antipartito
e antipolitico, ma che però esulta alla conquista di nuove poltrone dalle quali
amministrare pezzi di paese insieme agli odiati politici. Grillo con il suo
“movimento” dove tutti gli onesti cittadini possono democraticamente
partecipare e decidere con la propria testa, tranne poi ricevere, se dici
qualcosa che non va bene al grande capo, una lettera del suo avvocato che ti
comunica “la decisione del sig. Grillo di
revocare l’autorizzazione all’utilizzo da parte sua del nome e del marchio del
Movimento 5 Stelle di cui egli è esclusivo titolare, invitandola a volersi
astenere, per il futuro, dal qualificare la sua azione politica come riferibile
al Movimento stesso o, più in generale, come ispirata dalla persona del mio
cliente
” (al consigliere regionale piemontese Biolé espulso da Grillo
dall’M5S, e non è certo l’unico).

Per
l’insieme di questi motivi le prossime elezioni costituiscono una forte
preoccupazione per la borghesia, come dimostrano i continui richiami di
Napolitano al senso di responsabilità delle forze politiche ed i commenti da
più parti sulla vittoria del M5S in Sicilia.

Infatti,
se da una parte una forza politica come quella di Grillo riesce nell’immediato
a far ritornare nella sfera della mistificazione democratica, quali sono
appunto le elezioni, chi se ne stava allontanando per lo sdegno, la disillusione,
la rabbia verso le istituzioni o chi era in dubbio se avesse ancora un senso
andare a votare, dall’altra contribuisce allo sfaldamento delle stesse forze
politiche della borghesia senza costituire peraltro una forza
adeguata a sostenere,
con la compattezza e competenza necessarie, le tempeste economiche, politiche e
sociali alle quali la borghesia italiana deve far fronte sul piano interno ed
internazionale.

Quale sarà
quindi l’esito delle prossime elezioni? Difficile dirlo con precisione. Ma è
certo che qualsiasi partito o coalizione vincerà, qualsiasi governo ne verrà
fuori, con o senza Monti, non potrà che continuare sulla strada di Monti perché
la crisi mondiale non permetterà altro che aggravare ulteriormente il carico
sulle spalle dei proletari.

Così come
ricadono sulle spalle dei proletari francesi la decisione del governo Hollande
di salvare l’economia nazionale con
20 miliardi di euro in nuove tasse e 10
miliardi di tagli alla spesa pubblica e quella di rendere il lavoro più “flessibile”
(e sappiamo bene cosa significa!). In una situazione segnata da un tasso di
disoccupazione superiore al 10% e da una lunga serie di annunci di imminenti
tagli di posti di lavoro da parte delle maggiori compagnie francesi, a
cominciare da Air France e PSA Peugeot Citroën[2].

E
la rielezione di Obama non significherà forse la continuazione di quella
politica che ha portato in questi anni all’aumento della povertà delle famiglie
americane?

Come ci arriva il proletariato a
questa nuova chiamate alle urne?

Gli attacchi
che a tutti i livelli stiamo subendo, la mancanza assoluta di una prospettiva
credibile di venire fuori dalla crisi e lo spettacolo desolante e per molti
versi indegno che mostrano i partiti, stanno facendo crescere non solo lo
sdegno e la rabbia, ma erodono in maniera tangibile anche la credibilità verso gli
apparati di questo sistema.

Un sistema
che ormai, a chi scende in piazza per difendere la possibilità di vivere, per chiedere
una prospettiva decente, o non dà risposte o risponde con la violenza fisica.

Le cariche e
le manganellate ai giovani, agli studenti che chiedono di poter avere un
futuro, le manganellate agli operai dell’Alcoa a Carbonia ed a Roma, a quelli
dell’Ikea di Piacenza, a quelli della Fincantieri di Castellamare a Napoli, a
quelli della Fiat di Pomigliano di febbraio scorso - e la lista non finisce qui
- non sono casuali.

Quando le
chiacchiere o le promesse vengono sgretolate dalla realtà e non fanno più tanta
presa, allora l’unica possibilità è cercare di intimidire per farti rimanere a
casa. Ma anche questo può essere un’arma a doppio taglio perché può iniziare a
far riflettere su cosa veramente è e può darti un governo, che dovresti pure andare
a votare.

Tuttavia,
questa comprensione non arriva subito e in maniera lineare, anzi nell’immediato
la mancanza di una chiara alternativa a tutto questo genera anche
disorientamento e confusione. L’astensione del 53% nelle elezioni in Sicilia e
comunque la sua crescita nell’ultimo periodo sono certo una manifestazione di
questa disaffezione verso lo strumento elettorale percepito sempre più come
qualcosa che non serve a cambiare la situazione, ma è anche il segno di questo
disorientamento, del fatto che non sai a chi dare il tuo voto anche se magari continui
a pensare che le elezioni, come strumento per far sentire la tua voce,
potrebbero funzionare se solo ci fossero delle forze politiche serie in campo.

Per questo,
mentre in passato c’era una sorta di “fedeltà” nel voto verso questo o quel
partito, oggi l’elettorato è oscillante, si sposta da destra a sinistra da un
turno elettorale all’altro perché nei fatti non vedere più una differenza
sostanziale tra l’una e l’altra e questo spiega anche le cadute vertiginose di
alcuni (chi si ricorda più di Rifondazione Comunista?) e gli exploit
inaspettati di altri (vedi Grillo) nell’arco di poco tempo.

Da questo
punto di vista, soprattutto nelle prossime elezioni, la vittoria della sinistra
invece che della destra, del centro invece che della sinistra non sarà un
indice dell’avanzamento del proletariato o di un suo arretramento. Del resto
non lo è mai stato, perché la forza o la debolezza del proletariato non si
esprime nel voto, ma nella sua combattività e nel maturare della sua comprensione
di cosa è questa società e di come combatterla.

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