Rapporto sulla struttura e sul funzionamento delle organizzazioni rivoluzionarie - conferenza internazionale (gennaio 82)

1) La struttura che si dà l’organizzazione dei rivoluzionari corrisponde alla funzione che questa assume all’interno della classe operaia. Così come questa funzione comporta dei compiti che sono validi in tutte le tappe del movimento operaio, ma anche dei compiti più specifici a questa o quella epoca di questo movimento, così esistono delle caratteristiche costanti dell’organizzazione dei rivoluzionari e delle caratteristiche più circostanziali, più determinate dalle condizioni storiche nelle quali questa sorge e si sviluppa.

Tra le caratteristiche costanti si può ricordare:

  • l’esistenza di un programma valido per tutta l’organizzazione. Il programma, in quanto sintesi dell’esperienza del proletariato, di cui l’organizzazione é una parte e nella misura in cui è espressione di una classe che non ha soltanto un’esistenza nel presente ma anche un divenire storico:

o    esprime questo divenire attraverso la formulazione di obiettivi della classe e del cammino da seguire per raggiungerli;

o    raccoglie le posizioni essenziali che l’organizzazione deve difendere nella classe;

o    serve da base di adesione;

  • il suo carattere unitario, espressione dell’unità del suo programma e di quello della classe operaia di cui è l’emanazione, unità che si traduce praticamente attraverso una centralizzazione della sua struttura.

Tra le caratteristiche più circostanziali si possono mettere in evidenza:

  • la maggiore o minore estensione del programma, a seconda che ci troviamo ai primi passi del movimento operaio (società segrete, sette), nella sua tappa di pieno sviluppo all’interno della società capitalista (partiti di massa della II Internazionale), o ancora nella sua tappa di scontro diretto con il capitalismo in vista della sua distruzione (periodo aperto con la Rivoluzione del 1917 e la fondazione dell’Internazionale Comunista) che impone all’organizzazione dei criteri di selezione più stretti e severi;
  • il livello al quale si manifesta più direttamente la sua unità programmatica e organica: a livello nazionale, quando la classe operaia doveva far fronte a dei compiti più specifici, all’interno di un capitalismo in pieno sviluppo, nei vari paesi in cui essa conduceva la sua lotta (partiti della II Internazionale); livello internazionale quando il proletariato non ha più che un compito all’ordine del giorno: la Rivoluzione Mondiale.

2) Il modo in cui la CCI é organizzata corrisponde direttamente a questi diversi criteri sopra citati:

  • unità programmatica ed organica a livello mondiale,
  • organizzazione “stretta”, con dei criteri di adesione severi.

Ma il carattere unitario a livello internazionale é tanto più marcato per la CCI che, contrariamente alle organizzazioni sorte in precedenza durante il periodo di decadenza (Internazionale Comunista, frazioni di sinistra), non ha alcun legame organico con le organizzazioni provenienti dalla II Internazionale, dove la struttura per paese era più marcata. E’ perciò che la CCI è sorta immediatamente come organizzazione internazionale, stimolando progressivamente l’apparizione di sezioni territoriali, e non come risultato di un processo di avvicinamento di organizzazioni già formate a livello nazionale.

Questo elemento più “positivo” risultante dalla rottura organica é tuttavia controbilanciato da tutta una serie di debolezze legate a questa rottura e riguardanti la comprensione di questioni organizzative. Debolezze che non sono specifiche alla CCI ma che riguardano l’insieme dell’ambiente politico rivoluzionario. Sono queste debolezze che si sono manifestate ancora una volta nella CCI e che hanno richiesto la tenuta di una Conferenza Internazionale e il presente testo.

3) Al centro delle incomprensioni che pesano sulla CCI figura la questione del centralismo. Il centralismo non é un principio astratto o facoltativo della struttura dell’organizzazione. E’ la concretizzazione del suo carattere unitario: esso esprime il fatto che é una sola e stessa organizzazione che prende posizione e che agisce nella classe. Nei rapporti tra le diverse parti dell’organizzazione e il tutto, é sempre il tutto che prevale. Non é concepibile che, nei confronti della classe, vi siano posizioni politiche o concezioni dell’intervento specifiche di questa o quella sezione territoriale o locale. Queste devono sempre concepirsi come parte di un tutto. Le analisi e le posizioni che si esprimono nella stampa, nei volantini, nelle riunioni pubbliche, nelle discussioni con i simpatizzanti; i metodi impiegati nella nostra propaganda come nella nostra vita interna, sono quelli dell’organizzazione nel suo insieme, anche se esistono dei disaccordi su questo o quel punto, in questo o quel luogo, o da parte di questo o quel militante e anche se l’organizzazione porta all’esterno i dibattiti politici che si sviluppano al suo interno. La concezione secondo cui questa o quella parte dell’organizzazione può adottare, di fronte alla classe o all’organizzazione, delle posizioni o degli atteggiamenti che le sembrano corretti al posto di quelli dell’organizzazione ritenuti sbagliati, è del tutto fuori luogo perché:

  • se l’organizzazione sbaglia, la responsabilità dei membri che pensano di difendere una posizione corretta non é di salvare sé stessi nel proprio angolino, ma di condurre una lotta all’interno dell’organizzazione allo scopo di contribuire a rimetterla sulla “giusta strada”[1];
  • una tale concezione conduce una parte dell’organizzazione a imporre arbitrariamente la sua propria posizione a tutta l’organizzazione rispetto a questo o quell’aspetto del suo lavoro (locale o specifico).

Nell’organizzazione, il tutto non é la somma delle singole parti. Queste sono delegate a compiere una specifica attività particolare (pubblicazioni territoriali, interventi locali, ecc.) e sono dunque responsabili davanti all’insieme dell’organizzazione del mandato che hanno ricevuto.

4) Il momento privilegiato in cui si esprime in tutta la sua ampiezza l’unità dell’organizzazione è il suo Congresso Internazionale. E’ al Congresso Internazionale che viene definito, arricchito, rettificato il programma della CCI, che sono stabilite, modificate o precisate le sue modalità di organizzazione e di funzionamento, che vengono adottate le sue analisi e gli orientamenti generali, che viene fatto un bilancio delle sue attività passate ed elaborate le sue prospettive di lavoro per il futuro. E’ per questo che la preparazione del Congresso deve essere presa in carica con la più grande cura ed energia da parte dell’insieme dell’organizzazione. E’ perciò che gli orientamenti e le decisioni del Congresso devono servire da riferimento costante all’insieme della vita successiva dell’organizzazione.

5) Tra un congresso e l’altro, l'unità e la continuità dell'organizzazione si esprimono attraverso l’esistenza di organi centrali nominati dal Congresso e responsabili nei suoi confronti. Tocca agli organi centrali la responsabilità (a seconda del livello di competenza: internazionale o territoriale) di:

  • rappresentare l’organizzazione all’esterno,
  • prendere posizione tutte le volte che sia necessario sulla base delle orientazioni definite al Congresso,
  • coordinare e orientare l’insieme delle attività dell’organizzazione,
  • vegliare alla qualità dell’intervento verso l’esterno e particolarmente sulla stampa,
  • animare e stimolare la vita interna dell’organizzazione particolarmente attraverso la redazione di bollettini interni e di prese di posizione sui dibattiti quando é necessario,
  • gestire le risorse finanziarie e materiali dell’organizzazione,
  • mettere in opera ogni misura necessaria a garantire la sicurezza dell’organizzazione e la sua capacità a far fronte ai suoi compiti,
  • convocare i Congressi.

L’organo centrale é una parte dell’organizzazione e come tale é responsabile nei suoi confronti quando questa é riunita in Congresso. Tuttavia è una parte che ha la specificità di esprimere e di rappresentare il tutto; per questo fatto le posizioni e le decisioni dell’organo centrale prevalgono sempre su quelle delle altre parti dell’organizzazione prese separatamente.

Contrariamente a certe concezioni, particolarmente quelle dette “leniniste”, l’organo centrale é uno strumento dell'organizzazione e non il contrario. Esso non è il vertice di una piramide, secondo una visione gerarchica e militare dell’organizzazione dei rivoluzionari. L’organizzazione non é formata da un organo centrale più i militanti, ma costituisce un tessuto stretto e unito all’interno del quale trovano posto e agiscono tutte le sue componenti. Occorre dunque vedere l’organo centrale piuttosto come il nucleo di una cellula che coordina il metabolismo di una entità vivente.

In questo senso, l’insieme dell’organizzazione é implicata costantemente dalle attività dei suoi organi centrali, i quali sono tenuti a fare dei rapporti regolari sulla loro attività. Anche se il mandato viene reso solo in occasione del Congresso, gli organi centrali sono tenuti a tenere sempre le orecchie aperte alla vita dell’organizzazione e a tenere costantemente conto di questa.

Secondo le necessità e circostanze, gli organi centrali possono essere condotti a designare al loro interno delle sottocommissioni a cui tocca la responsabilità di eseguire e di fare eseguire le decisioni adottate in occasione delle riunioni plenarie degli organi centrali così come di compiere ogni altro compito (particolarmente le prese di posizione) che si renda necessario tra una riunione plenaria e l’altra.

Queste sottocommissioni sono responsabili di fronte a queste riunioni plenarie. Più in generale, i rapporti che si stabiliscono tra l’insieme dell’organizzazione e gli organi centrali valgono anche tra questi e le loro sottocommissioni permanenti.

6) La preoccupazione della più grande unità all’interno dell’organizzazione presiede ugualmente alla definizione dei meccanismi che permettono le prese di posizione e la nomina degli organi centrali. Non esiste alcun meccanismo ideale che garantisca la migliore scelta sulle decisioni da prendere, sulle orientazioni da adottare e sui militanti da nominare negli organi centrali. Tuttavia, il voto e l’elezione sono la migliore garanzia per l’unità dell’organizzazione e la più ampia partecipazione dell’insieme di questa alla sua propria vita.

In generale, le decisioni a tutti i livelli (Congresso, organi centrali, sezioni locali) sono prese (quando non c’è unanimità) a maggioranza semplice. Tuttavia, certe decisioni che possono avere una ripercussione diretta sull’unità dell’organizzazione (modifica della piattaforma o degli statuti, integrazione o esclusione di militanti) sono prese con criteri di maggioranza più forti della maggioranza semplice (3/5, 3/4, ecc.).

Viceversa, nella stessa preoccupazione dell’unità, una minoranza dell’organizzazione può portare alla convocazione di un Congresso straordinario a partire dal momento in cui assume una certa consistenza (per esempio i 2/5): per regola generale, tocca al Congresso pronunciarsi sulle questioni essenziali, e l’esistenza di una forte minoranza che chiede la tenuta di un congresso è evidentemente l’indice dell’esistenza di problemi importanti all’interno dell’organizzazione.

Infine, é chiaro che il voto non ha senso se non nel caso in cui i membri che restano in minoranza si impegnano ad applicare le decisioni prese e che diventano quelle dell’organizzazione.

Nella nomina degli organi centrali é necessario prendere in considerazione i tre elementi che seguono:

  • la natura dei compiti che questi organi devono compiere,
  • la capacità dei candidati rispetto a questi compiti,
  • la loro capacità a lavorare in maniera collettiva.

E’ in questo senso che si può dire che l’assemblea, (Congresso o altro), che deve designare un organo centrale, nomina una equipe: è perciò che, in generale, l’organo centrale uscente fa una proposta di candidati. Tuttavia tocca a questa assemblea (ed é diritto di ogni militante) proporre altre candidature se viene ritenuto necessario e, in ogni caso, eleggere individualmente i membri degli organi centrali. Solo questo tipo di elezione permette all’organizzazione di dotarsi di organi in cui riporre il massimo di fiducia.

L’organo centrale ha la responsabilità di applicare e di difendere le decisioni adottate dal Congresso che lo ha eletto. In questo senso, é opportuno che figuri al suo interno una forte proporzione di militanti che, in occasione del Congresso, si siano pronunciati a favore di queste decisioni e orientamenti. Ciò non vuol dire tuttavia che solo quelli che hanno difeso nel Congresso le posizioni maggioritarie, posizioni che sono divenute dopo il Congresso quelle dell’organizzazione, possano far parte dell’organo centrale. I tre criteri definiti sopra restano validi indipendentemente dalle posizioni difese in occasione dei dibattiti da questo o quel candidato eventuale. Ciò non vuol dire neanche che debba esistere un principio di rappresentanza - per esempio proporzionale – delle posizioni minoritarie all’interno dell’organo centrale. Questa è una pratica vigente nei partiti borghesi, particolarmente i partiti socialdemocratici, in cui la direzione é costituita dai rappresentanti delle diverse correnti o tendenze in proporzione dei voti raccolti nei Congressi. Un tal modo di designare l’organo centrale corrisponde al fatto che, in un’organizzazione borghese, l’esistenza di divergenze é basata sulla difesa di questa o quella visione di gestione del capitalismo, o più semplicemente sulla difesa di questo o quel settore della classe dominante o di questa o quella cricca, orientamento o interessi che si mantengono in maniera durevole e che occorre conciliare attraverso una “ripartizione equa” dei posti tra rappresentanti. Niente di tutto questo appartiene ad un’organizzazione comunista in cui le divergenze non esprimono per niente la difesa di interessi materiali, personali o di gruppi di pressione particolari, ma sono la traduzione di un processo vivente e dinamico di chiarificazione dei problemi che si pongono alla classe e sono destinati come tali ad essere riassorbiti con l’approfondimento della discussione e alla luce dell’esperienza. Una rappresentazione stabile, permanente e proporzionale delle diverse posizioni che sono apparse sui diversi punti all’ordine del giorno di un Congresso volgerebbe dunque le spalle al fatto che i membri degli organi centrali:

  • hanno come prima responsabilità di applicare le decisioni e orientamenti del Congresso,
  • possono tranquillamente cambiare posizione personale (in un senso come nell’altro) con lo sviluppo del dibattito.

7) L’utilizzazione dei termini "democratico" o "organico" per qualificare il centralismo dell’organizzazione dei rivoluzionari è da evitare perché:

  • non fa avanzare di un passo la comprensione corretta del centralismo;
  • questi termini sono essi stessi viziati dalle pratiche che essi hanno rappresentato nella storia.

In effetti, il “centralismo democratico” (termine che si deve a Lenin) é segnato oggi dal marchio dello stalinismo che l’ha impiegato per mascherare e ricoprire il processo di soffocamento e di liquidazione di tutta la vita rivoluzionaria all’interno dei partiti dell’Internazionale, processo nel quale d’altra parte lo stesso Lenin porta una responsabilità per aver chiesto ed ottenuto al 10°Congresso del PCUS (1921) il divieto delle frazioni che lui riteneva, a torto, necessario (anche se a titolo provvisorio) di fronte alle terribili difficoltà attraversate dalla Rivoluzione. D’altra parte non ha ugualmente alcun senso la rivendicazione di un “vero centralismo democratico” che sarebbe stato praticato nel partito bolscevico nella misura in cui:

  • alcune concezioni difese da Lenin (particolarmente in “Un passo avanti, due passi indietro”) sul carattere gerarchico e “militare” dell’organizzazione, e che sono state sfruttate dallo stalinismo per giustificare i suoi metodi, sono da rigettare;
  • lo stesso termine “democratico” non é il più appropriato sia etimologicamente (“potere del popolo”) che per il senso che ha acquistato nel capitalismo che ne ha fatto un feticcio formalistico destinato a mascherare e a fare accettare il dominio della borghesia sulla società.

In un certo qual modo, il termine “organico” (che si deve a Bordiga), sarebbe più corretto per qualificare la natura del centralismo che esiste nell’organizzazione dei rivoluzionari. Tuttavia, l’uso che ne fa la corrente bordighista per giustificare un modo di funzionamento che esclude ogni controllo sugli organi centrali e sulla sua vita da parte dell’insieme dell’organizzazione, lo squalifica e rende necessario ugualmente rigettarlo. In effetti per il bordighismo, il fatto – giusto in sé – che l’esistenza di una maggioranza a favore di una posizione non garantisce che questa sia quella corretta, o che l’elezione degli organi centrali non sia un meccanismo perfetto che possa impedire una loro qualunque degenerazione, viene utilizzato per difendere una concezione dell’organizzazione in cui il voto e le elezioni sono banditi. In questa concezione, le posizioni corrette e i “capi” si impongono “da soli” attraverso un processo cosiddetto “organico”, ma che in pratica, significa affidare al “centro” il compito di decidere da solo su tutte le questioni, di decidere su qualsiasi dibattito, e conduce questo “centro” ad allinearsi sulle posizioni di un “leader storico”, che sarebbe investito di una sorta di infallibilità divina. Combattendo ogni forma di spirito religioso e mistico, i rivoluzionari non possono rimpiazzare il pontefice di Roma con quello di Napoli o di Milano.

Ancora una volta, il voto e le elezioni, per quanto imperfette possano essere, sono ancora il mezzo migliore, nelle condizioni attuali, per garantire il massimo di unità e di vita nell’organizzazione.

8) Contrariamente alla visione bordighista, l’organizzazione dei rivoluzionari non può essere “monolitica”. L’esistenza di divergenze al suo interno é la manifestazione che é un organo vivente che non ha delle risposte sempre pronte da fornire immediatamente ai problemi che si pongono alla classe. Il marxismo non è né un dogma, né un catechismo. E’ lo strumento teorico di una classe che, attraverso la sua esperienza e con la prospettiva del suo divenire storico, avanza progressivamente, con degli alti e dei bassi, verso una presa di coscienza che è la condizione indispensabile della sua emancipazione. Come qualunque riflessione umana, quella che presiede allo sviluppo della coscienza proletaria non è un processo lineare e meccanico, ma piuttosto contraddittorio e critico. Essa suppone necessariamente il confronto tra argomenti diversi. Di fatto, il famoso “monolitismo” o la famosa “invarianza” dei bordighisti sono una chimera (come si può verificare facilmente dalle prese di posizione di questa organizzazione e delle sue diverse sezioni); o l’organizzazione è completamente sclerotizzata e non ha più alcun contatto con la vita della classe, oppure non è monolitica e le sue posizioni non sono invarianti.

9) Se l’esistenza di divergenze all’interno dell’organizzazione é un segno della sua vita, solo il rispetto di un certo numero di regole nella discussione di queste divergenze permette che queste contribuiscano al rafforzamento dell’organizzazione e al miglioramento dei compiti per i quali la classe l’ha fatta nascere.

Possiamo enumerare alcune di queste regole:

  • riunioni regolari delle sezioni locali e messa all’ordine del giorno di queste delle principali questioni dibattute nell’insieme dell’organizzazione: in alcun modo è pensabile che il dibattito possa essere soffocato,
  • circolazione la più ampia possibile dei diversi contributi all’interno dell’organizzazione per mezzo degli strumenti previsti a questo scopo (bollettini interni),
  • rigetto conseguente di ogni corrispondenza segreta e bilaterale che, lungi dal favorire la chiarezza del dibattito, non possono che oscurarlo favorendo i malintesi, la diffidenza e la tendenza alla costituzione di un’organizzazione nell’organizzazione,
  • rispetto, da parte della minoranza, dell’indispensabile disciplina organizzativa (come abbiamo visto al punto 3),
  • rigetto di ogni misura disciplinare o amministrativa da parte dell’organizzazione nei confronti dei suoi membri che sollevano dei disaccordi: come la minoranza deve saper essere una minoranza all’interno dell’organizzazione, così la maggioranza deve saper essere una maggioranza e, in particolare, non abusare del fatto che la sua posizione sia divenuta quella dell’organizzazione per soffocare in qualche modo il dibattito, ad esempio obbligando i membri della minoranza ad essere i porta parola di posizioni che non condividono,
  • l’insieme dell’organizzazione é interessata a che la discussione (anche quando porta a delle divergenze di principio che non possono risolversi se non attraverso una separazione organizzativa) sia condotta nella maniera più chiara possibile (senza però paralizzare o indebolire i compiti dell’organizzazione) per convincersi reciprocamente della validità delle loro rispettive analisi o per permettere almeno che sia fatta la massima chiarezza sulla natura e la portata dei disaccordi.

Nella misura in cui i dibattiti che attraversano l’organizzazione riguardano in generale l’insieme del proletariato, è opportuno che questa li porti all’esterno, rispettando le seguenti condizioni:

  • che questi dibattiti riguardino questioni politiche generali e che abbiano raggiunto una maturità sufficiente perché la loro pubblicazione costituisca un reale contributo alla presa di coscienza della classe operaia;
  • che il posto dato a questi dibattiti non rimetta in discussione l’equilibrio generale delle pubblicazioni;
  • che sia l’organizzazione come un tutto che decide e prende in carica questa pubblicazione in funzione dei criteri validi per la pubblicazione di qualunque altro articolo della stampa: qualità di chiarezza e di forma redazionale, interesse che presenta per la classe operaia. E’ dunque da proscrivere la pubblicazione di testi al di fuori degli organi previsti a questo scopo e su iniziativa “privata” di un certo numero di membri dell’organizzazione. Ugualmente, non è riconosciuto alcun “diritto” formale per chicchessia nell’organizzazione (individuo o tendenza) a farsi pubblicare un testo se gli organi responsabili delle pubblicazioni non ne vedono l’utilità o l’opportunità.

10) Le divergenze esistenti nell’organizzazione dei rivoluzionari possono condurre all’apparizione di forme organizzate di posizioni minoritarie. Se, di fronte ad un tale processo, nessuna misura di tipo amministrativo (come il divieto di tali forme organizzate) potrebbe sostituirsi alla discussione più approfondita possibile, occorre ugualmente che questo processo sia preso in carica in maniera responsabile, il che suppone:

  • che questa forma organizzata dei disaccordi non può basarsi che su una posizione positiva e coerente e non su una collezione eterogenea di punti di opposizione e di recriminazioni,
  • che l’organizzazione sia in grado di comprendere la natura di un tale processo; che essa conosca in particolare la differenza tra una tendenza e una frazione.

La tendenza é anzitutto l’espressione della vita dell’organizzazione per il fatto che il pensiero non si sviluppa mai in maniera rettilinea, ma attraverso un processo contraddittorio e di confronto delle idee. Come tale, una tendenza é destinata in generale a riassorbirsi nella misura in cui una questione diventa sufficientemente chiara perché l’insieme dell’organizzazione possa dotarsi di un’analisi unica, sia come risultato della discussione, sia per l’apparizione di dati nuovi che vengano a confermare una delle visioni e a confutare l’altra.

D’altra parte, una tendenza si sviluppa essenzialmente su dei punti che condizionano l’orientamento e l’intervento dell’organizzazione. La sua costituzione non ha dunque come punto di partenza delle questioni di analisi teorica. Una tale concezione della tendenza comporterebbe un indebolimento dell’organizzazione e a una parcellizzazione ad oltranza delle energie militanti.

La frazione è l’espressione del fatto che l’organizzazione é in crisi per l’apparizione di un processo di degenerazione al suo interno, per la capitolazione di fronte al peso dell’ideologia borghese. Contrariamente al caso della tendenza, che si applica solo a delle divergenze su come orientarsi rispetto a delle questioni circostanziali, la frazione si riferisce al caso di divergenze programmatiche che non possono trovare soluzione che nell’esclusione della posizione borghese o attraverso l’uscita dall’organizzazione della frazione comunista ed è nella misura in cui la frazione porta in sé la separazione delle due posizioni divenute incompatibili all’interno dello stesso organismo che essa tende a prendere una forma organizzata con dei suoi propri organi di propaganda.

Proprio perché l’organizzazione della classe non é mai garantita contro una possibile degenerazione, il ruolo dei rivoluzionari è di lottare in ogni momento per l’eliminazione delle posizioni borghesi che possono svilupparsi al suo interno. Ed è quando si trovano in minoranza in questa lotta che il loro ruolo é di organizzarsi in frazione, o per guadagnare l’insieme dell’organizzazione alle posizioni comuniste ed escludere la posizione borghese oppure, quando questa lotta sia divenuta sterile per l’abbandono del terreno proletario da parte dell’organizzazione – generalmente in occasione di un riflusso della classe - di costituire il ponte verso la ricostituzione del partito di classe che non può dunque sorgere che in una fase di rimonta delle lotte.

In ogni caso, la preoccupazione che deve guidare i rivoluzionari è quella che esiste all’interno della classe in generale. Quella di non disperdere le deboli energie rivoluzionarie di cui dispone la classe. Quella di vegliare senza sosta al mantenimento e allo sviluppo di uno strumento tanto indispensabile quanto fragile com’è l’organizzazione dei rivoluzionari.

11) Se l’organizzazione non può utilizzare alcun mezzo amministrativo o disciplinare di fronte a dei disaccordi, ciò non vuol dire che essa debba privarsi di questi mezzi in ogni caso. E’ viceversa necessario ricorrere a tali mezzi, come la sospensione temporanea o l’esclusione definitiva, quando si ha a che fare con degli atteggiamenti, dei comportamenti o dei modi di fare che possono costituire un pericolo per la sua esistenza, la sua sicurezza o la sua capacità di far fronte ai suoi compiti. Ciò si applica a dei comportamenti all’interno o all’esterno dell’organizzazione che sarebbero incompatibili con l’appartenenza ad una organizzazione comunista.

D’altra parte occorre che l’organizzazione prenda tutte le disposizioni necessarie alla sua protezione di fronte a tentativi di infiltrazione o di distruzione da parte degli organi dello Stato capitalista o di elementi che, senza essere direttamente manipolati da questi organi, hanno dei comportamenti che finiscono per favorirne il lavoro.

Quando dei tali comportamenti sono messi in evidenza, é dovere dell’organizzazione prendere delle misure non solo a favore della propria sicurezza, ma anche a favore della sicurezza delle altre organizzazioni comuniste.

12) Una condizione fondamentale dell’attitudine di una organizzazione a far fronte ai suoi compiti nella classe é una comprensione corretta al suo interno dei rapporti che si stabiliscono tra i militanti e l’organizzazione. E’ questa una questione particolarmente difficile da comprendere nella nostra epoca, tenuto conto del peso della rottura organica con le frazioni del passato e dell’influenza della componente studentesca nelle organizzazioni rivoluzionarie del dopo ‘68 che hanno favorito il risorgere di una delle tare del movimento operaio del l9° secolo: l’individualismo.

In generale, i rapporti che si stabiliscono tra i militanti e l’organizzazione fanno riferimento agli stessi principi evocati prima e concernenti i rapporti tra le parti e il tutto.

Più precisamente, è opportuno affermare a questo proposito quanto segue:

  • la classe operaia non fa sorgere dei militanti rivoluzionari ma delle organizzazioni rivoluzionarie: non esiste un rapporto diretto tra i militanti e la classe. I militanti partecipano alla lotta della classe in quanto membri dell’organizzazione assumendo i compiti che vengono loro affidati. Essi non hanno niente di particolare da conquistare nei confronti della classe operaia o della storia. La sola cosa che importi loro é la sorte della classe e dell’organizzazione che questa si é data;
  • lo stesso rapporto che esiste tra un organismo particolare (gruppo o partito) e la classe, esiste tra l’organizzazione e il militante. E come la classe non esiste per rispondere ai bisogni delle organizzazioni comuniste, così queste non esistono per risolvere i problemi dell’individuo militante. L’organizzazione non é il prodotto dei bisogni dei militanti. Si è militanti nella misura in cui si è compreso e si è aderito ai compiti e alla funzione dell’organizzazione;
  • da questo punto di vista, la ripartizione dei compiti e delle responsabilità nell’organizzazione non mira a una “realizzazionedegli individui-militanti. I compiti devono essere ripartiti in modo che l’organizzazione come un tutto possa funzionare in maniera ottimale. Se l’organizzazione veglia, nella misura del possibile, sul buono stato di ciascuno dei suoi membri, ciò è anzitutto nell’interesse dell’organizzazione. Ciò non vuol dire che sia ignorata l’individualità del militante e i suoi problemi, ma che il punto di partenza e il punto di arrivo sono la capacità dell’organizzazione a compiere i suoi compiti nella lotta di classe;
  • non esistono nell’organizzazione dei compiti “nobili” e dei compiti “secondari” o meno “nobili”. Il lavoro di elaborazione teorica così come la realizzazione di compiti pratici, il lavoro all’interno degli organi centrali così come il lavoro specifico delle sezioni locali, sono tutti altrettanto importanti per l’organizzazione e non potrebbero essere gerarchizzati (è il capitalismo che stabilisce tali gerarchie). E’ per questo che è da rigettare completamente, come borghese, l’idea secondo la quale la nomina di un militante in un organo centrale costituisca per lui une “promozione”, l’accesso ad un “onore” o a un privilegio. Lo spirito di carrierismo deve essere risolutamente bandito dall’organizzazione come totalmente opposto alla devozione disinteressata che è una delle caratteristiche principali della militanza comunista;
  • se é vero che esistono, soprattutto perché mantenute e rafforzate dalla divisione della società di classe, capacità non uguali tra individui e tra militanti, il ruolo dell’organizzazione non è, all’immagine delle comunità utopiche, pretendere di abolirle. L’organizzazione deve rafforzare al massimo la formazione e le capacità politiche dei suoi militanti come condizione del suo proprio rafforzamento, ma essa non pone mai il problema nei termini di una formazione scolastica individuale dei suoi membri, né di un livellamento di queste formazioni. La vera uguaglianza che può esistere tra militanti é quella che consiste per ciascuno di loro di dare il massimo di quello che possono dare per la vita dell’organizzazione (“da ciascuno secondo i suoi mezzi”, formula di Saint-Simon ripresa da Marx). La vera “realizzazione” dei militanti, in quanto militanti, consiste nel fare tutto quello che è nelle loro possibilità perché l’organizzazione possa realizzare i compiti per i quali la classe l’ha fatta sorgere;
  • l’insieme di questi elementi significa che il militante non fa un “investimento” personale nell’organizzazione da cui attenderebbe dei dividendi o che potrebbe ritirare se dovesse allontanarsene. Sono dunque da considerare totalmente estranee al proletariato tutte le pratiche di “recupero” di materiale o di fondi dell’organizzazione anche quando si voglia costituire un altro gruppo politico;
  • ugualmente, “i rapporti che si stabiliscono tra i militanti dell’organizzazione, se portano necessariamente le stigmate della società capitalista, non possono essere in contraddizione flagrante con lo scopo perseguito dai rivoluzionari. Essi poggiano su una solidarietà e una reciproca fiducia che sono una delle impronte dell’appartenenza dell’organizzazione alla classe portatrice del comunismo.” (Piattaforma della CCI).



[1] Questa affermazione non é soltanto ad uso interno; essa non riguarda solo le scissioni che si sono prodotte (o che potranno ancora prodursi) nella CCI. Nel campo politico proletario abbiamo sempre difeso questa posizione. In particolare, nel caso della scissione della sezione di Aberdeen dalla “Communist Workers' Organisation” e della scissione del Nucleo Comunista Internazionalista da “Programma Comunista”. Noi abbiamo criticato all’epoca il carattere frettoloso delle scissioni basate su divergenze apparentemente non fondamentali e che non avevano avuto l’occasione di essere chiarificate da un dibattito interno approfondito. In generale, la CCI si oppone alle “scissioni” senza principi basate su divergenze secondarie (anche quando i militanti implicati pongono in seguito la loro candidatura alla CCI, come fu nel caso di Aberdeen). Le scissioni su questioni secondarie esprimono in realtà una concezione monolitica dell’organizzazione che non tollera alcuna discussione né divergenza al suo interno. E’ il caso tipico delle sette.