Testo di orientamento, 2001: La fiducia e la solidarietà nella lotta del proletariato, 2a parte

Pubblichiamo la seconda parte di un testo di orientamento messo in discussione nella CCI durante l’estate 2001 e adottato dalla conferenza straordinaria della nostra organizzazione tenuta a marzo 2002[1]. La prima parte di questo testo affronta i seguenti punti:

-          Gli effetti della controrivoluzione sulla fiducia in sé e le tradizioni di solidarietà delle generazioni contemporanee del proletariato;

-          Gli effetti delle debolezze nella fiducia e nella solidarietà all’interno della CCI;

-          Il ruolo della fiducia e della solidarietà nello sviluppo dell'umanità.

4. La dialettica della fiducia in sé della classe operaia: passato, presente, futuro

Poiché il proletariato è la prima classe della società che abbia una visione storica cosciente, si capisce come mai le basi della sua fiducia nella sua missione siano anch’esse storiche, incorporando la totalità del processo che gli ha dato nascita. E’ per questo, in particolare, che questa fiducia si basa in modo decisivo sul futuro e dunque su una comprensione teorica. Ed è sempre per tale motivo che il rafforzamento della teoria costituisce l’arma privilegiata per superare le debolezze congenite della CCI riguardanti il problema della fiducia. Quest’ultima, per definizione, è sempre la fiducia nell’avvenire. Il passato non può essere cambiato, dunque non ci può essere una fiducia orientata verso quest’ultimo.

Ogni classe rivoluzionaria in ascesa basa la sua fiducia nella propria missione storica non solo sulla sua forza attuale ma anche sulle sue esperienze e le sue realizzazioni passate così come sui suoi obiettivi futuri. Tuttavia, la fiducia delle classi rivoluzionarie del passato, e della borghesia in particolare, era principalmente radicata nel presente - nel potere economico e politico che esse avevano già conquistato all’interno della società esistente. Poiché il proletariato non potrà mai avere un tale potere nella società capitalista, non potrà mai avere una tale predominanza del presente. Senza la capacità di apprendere dalla sua esperienza storica e senza una chiarezza ed una convinzione reale degli obiettivi che ha come classe, non può mai acquisire fiducia in sé stesso per superare l’attuale società di classe. In questo senso, il proletariato è, più di qualunque altra classe sociale che l'abbia preceduto, una classe storica nel senso pieno del termine. Il passato, il presente ed il futuro sono le tre componenti indispensabili della fiducia in sé stesso. E’ perciò che il marxismo, l'arma scientifica della rivoluzione proletaria, è stato chiamato dai suoi fondatori: materialismo storico o dialettico.

a) Questa preminenza del futuro non elimina affatto il ruolo del presente nella dialettica della lotta di classe. Proprio perché il proletariato è una classe sfruttata, ha bisogno di sviluppare la sua lotta collettiva affinché la classe nel suo insieme diventi cosciente della sua forza reale e del suo potenziale futuro. Questa necessità che la classe nel suo insieme prenda fiducia in sé stessa costituisce un problema completamente nuovo nella storia della società di classi. La fiducia in sé delle classi rivoluzionarie del passato, che erano delle classi sfruttatrici, si basava sempre su una chiara gerarchia all’interno di ciascuna di queste classi e all’interno della società nel suo insieme. Si basava sulla capacità di comandare, di sottomettere altre parti della società alla propria volontà, e dunque sul controllo dell’apparato produttivo e dell’apparato dello Stato. In effetti, è caratteristico della borghesia il fatto che essa trovava, anche nella sua fase rivoluzionaria, altre categorie sociali disposte a battersi al suo servizio e che, una volta al potere, “delegava” sempre più i suoi compiti a dei servitori retribuiti.

Il proletariato non può delegare a nessuno il proprio compito storico. È per questo che è necessario che la classe sviluppi la fiducia in sé stessa. Ed è per questo che la fiducia nel proletariato è sempre necessariamente una fiducia nella classe nel suo insieme, mai solo in una sua parte.

Proprio perché il proletariato è una classe sfruttata, la fiducia in sé ha un carattere fluttuante e finanche erratico, con degli alti e dei bassi in funzione dell’andamento della lotta di classe. Inoltre, le stesse organizzazioni politiche rivoluzionarie sono profondamente influenzate da queste fluttuazioni, nella misura in cui il modo in cui si organizzano, si raggruppano ed intervengono nella classe dipende in grande parte da questo movimento. E come sappiamo, nei periodi di profonda sconfitta, solo minuscole minoranze sono capaci di conservare la loro fiducia nella classe.

Ma queste fluttuazioni nella fiducia non sono legate soltanto alle vicissitudini della lotta di classe. In quanto classe sfruttata, il proletariato può essere in ogni momento vittima di una crisi di fiducia, anche nel fuoco di lotte rivoluzionarie. La rivoluzione proletaria “interrompe costantemente il suo proprio corso, ritornando su ciò che aveva apparentemente già compiuto per ricominciare d’accapo”, ecc. In particolare “indietreggia continuamente davanti all’immensità dei suoi propri scopi”, come scriveva Marx[2].

La rivoluzione russa del 1917 mostra chiaramente che non solo la classe nel suo insieme ma anche il partito rivoluzionario può essere colto da tali esitazioni. Infatti, tra febbraio ed ottobre 1917, i bolscevichi hanno attraversato parecchie crisi di fiducia nella capacità della classe a portare avanti i compiti del momento, crisi che sono culminate nel panico che ha interessato il comitato centrale del partito bolscevico di fronte all’insurrezione.

La rivoluzione russa è dunque la migliore illustrazione del fatto che le radici più profonde della fiducia nel proletariato, contrariamente a quella della borghesia, non possono risiedere mai nel presente. Durante questi mesi drammatici, è innanzitutto Lenin che ha personificato la fiducia incrollabile nella classe, fiducia senza la quale nessuna vittoria è possibile. Ed egli l’ha fatto perché non ha mai abbandonato il metodo teorico e storico proprio del marxismo.

Tuttavia, la lotta di massa del proletariato è un momento indispensabile allo sviluppo della fiducia rivoluzionaria. Oggi, è una chiave di tutta la situazione storica. Permettendo il recupero dell’identità di classe, è una condizione preliminare affinché la classe nel suo insieme assimili di nuovo le lezioni del passato e sviluppi una prospettiva rivoluzionaria.

Così, come per la questione della coscienza di classe alla quale è legata intimamente, dobbiamo distinguere due dimensioni di questa fiducia: da una parte l’accumulo storico, teorico, programmatico e organizzativo della fiducia, rappresentato dalle organizzazioni rivoluzionarie e, più largamente, dal processo storico di maturazione sotterranea in seno alla classe, dall’altra il grado e l’estensione della fiducia in sé all’interno della classe nel suo insieme ad un dato momento.

b) Il contributo del passato a questa fiducia non è meno indispensabile. In primo luogo perché la storia contiene delle prove inconfutabili del potenziale rivoluzionario della classe operaia. La stessa borghesia comprende l'importanza di questi esempi passati per il suo nemico di classe, ed è per tale motivo che attacca costantemente questa eredità e, soprattutto, la rivoluzione di Ottobre 1917.

In secondo luogo, uno dei fattori più adatti a rassicurare il proletariato dopo una sconfitta consiste nella sua capacità di correggere i suoi errori passati e di trarre delle lezioni dalla storia. Contrariamente alla rivoluzione borghese che va di vittoria in vittoria, la vittoria finale del proletariato si prepara attraverso una serie di sconfitte. Il proletariato è dunque capace di trasformare le sue sconfitte passate in elementi di fiducia nel futuro. E’ stato questo tipo di fiducia che ha permesso principalmente a Bilan di tenere nel periodo di controrivoluzione più profonda. In effetti, più la fiducia nella classe è profonda, più i rivoluzionari hanno il coraggio di criticare senza sconti le loro debolezze e quelle della classe, meno hanno bisogno di consolarsi e più si distinguono per una sobria lucidità e l’assenza di euforia insensata. Come ripetuto tante volte da Rosa, il compito dei rivoluzionari è di dire ciò che è.

In terzo luogo, la continuità, in particolare la capacità di trasmettere le lezioni da una generazione all’altra, è sempre stata fondamentale per lo sviluppo della fiducia dell’umanità in sé stessa. Gli effetti devastatori della controrivoluzione del XX secolo sul proletariato ne costituiscono una prova in negativo. E’ tanto più importante per noi studiare oggi le lezioni della storia, perché occorre trasmettere la nostra esperienza e quella di tutta la classe operaia alle generazioni di rivoluzionari che ci succederanno.

c) Ma è la prospettiva futura che offre la base più profonda per la nostra fiducia nel proletariato. Ciò può sembrare paradossale. Come è possibile fondare la fiducia su qualche cosa che non esiste ancora? Ma questa prospettiva è ben presente. Esiste come obiettivo cosciente, come costruzione teorica, nello stesso modo in cui esiste l’edificio da costruire nella testa dell’architetto. Prima ancora di realizzarlo praticamente, il proletariato è l’architetto del comunismo.

Abbiamo già visto che nello stesso momento in cui il proletariato è apparso come forza indipendente nella storia, è apparsa la prospettiva del comunismo: la proprietà collettiva non dei mezzi di consumo, ma dei mezzi di produzione. Quest’idea era il prodotto della separazione dei produttori dai mezzi di produzione, attraverso il lavoro salariato e la socializzazione del lavoro. In altri termini, era il prodotto del proletariato, della sua posizione nella società capitalista. O, come Engels scrive ne L’Anti-Dühring: la principale contraddizione nel cuore del capitalismo è quella tra due principi sociali, un principio collettivo alla base della produzione moderna, rappresentato dal proletariato, ed un principio individuale, anarchico, basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, rappresentato dalla borghesia.

La prospettiva comunista era sorta già prima che le lotte del proletariato avessero rivelato il loro potenziale rivoluzionario. Ciò che questi avvenimenti hanno dunque chiarito è che solo le lotte operaie possono condurre al comunismo. Ma la prospettiva esisteva già prima e si basava principalmente sulle lezioni passate e contemporanee della lotta proletaria. E anche negli anni 1840, quando Marx ed Engels hanno cominciato a trasformare il socialismo da utopia in scienza, la classe non aveva ancora dato molte prove delle sue capacità rivoluzionarie.

Ciò vuole dire che, fin dall’inizio, la teoria era essa stessa un’arma della lotta di classe. E fino alla sconfitta dell’ondata rivoluzionaria, come abbiamo detto, questa visione del suo ruolo storico era cruciale per dare fiducia alla classe per scontrarsi con il capitale.

Dunque, assieme alla lotta immediata e alle lezioni del passato, la teoria rivoluzionaria è per il proletariato un fattore indispensabile di fiducia, in particolare del suo sviluppo in profondità, ma a lungo termine anche della sua estensione. Poiché la rivoluzione è necessariamente un atto cosciente, non può essere vittoriosa se la teoria rivoluzionaria non viene fatta propria dalle masse.

Nella rivoluzione borghese, la prospettiva non era molto più di una proiezione dello spirito dell’evoluzione presente e passata: la conquista graduale del potere all’interno della vecchia società. Nella misura in cui la borghesia ha sviluppato delle teorie del futuro, esse si sono rivelate per delle grossolane mistificazioni che hanno per compito principale di infiammare le passioni rivoluzionarie. Il carattere irrealistico di queste visioni non portava pregiudizio alla causa che servivano. Per il proletariato, al contrario, è il futuro il punto di partenza. Nella misura in cui non può costruire gradualmente il suo potere di classe all’interno del capitalismo, la chiarezza teorica diventa una delle sue armi più importanti.

La filosofia idealista classica ha sempre postulato che l’umanità vive in due mondi differenti, il mondo materiale in cui domina la necessità e quello dello spirito o dell’immaginazione in cui regna la libertà.

A dispetto della necessità di rigettare i due mondi ai quali, secondo Platone o Kant, l’umanità appartiene, è invece corretto che gli esseri umani vivano simultaneamente in due mondi differenti (...). I due mondi in cui vive l’umanità sono il passato ed il futuro. Il presente è la frontiera tra i due. Ogni sua esperienza risiede nel passato (...). L’umanità non può cambiare il passato, tutto ciò che può fare è accettare la sua necessità. Perciò il mondo dell’esperienza, il mondo della conoscenza è anche quello della necessità. E’ diverso per il futuro. Io non ne ho la minima esperienza. Esso si presenta apparentemente libero davanti a me, come un mondo che non posso esplorare sulla base della conoscenza, ma nel quale devo affermarmi con l’azione. (...) Agire vuol sempre dire scegliere tra diverse possibilità, ed anche se la scelta è solo tra agire o non agire, ciò vuole dire accettare e rigettare, difendere ed attaccare. (…) Ma il sentimento di libertà non è solo una condizione preliminare dell’azione, è anche uno scopo dato. Se il mondo del passato è governato dai rapporti tra la causa e l’effetto (causalità), quello dell’azione, del futuro lo è per la determinazione (teleologia)[3].

Già prima di Marx, è Hegel che ha risolto, dal punto di vista teorico, il problema del rapporto tra la necessità e la libertà, tra il passato ed il futuro. La libertà consiste nel fare ciò che è necessario, diceva Hegel. In altri termini, non è rivoltandosi contro le leggi di evoluzione del mondo, ma comprendendole ed utilizzandole ai suoi propri fini che l’uomo ingrandisce il suo spazio di libertà. “La necessità è cieca solamente nella misura in cui essa non è compresa[4]. Allo stesso modo, è necessario per il proletariato comprendere le leggi di evoluzione della storia per essere capace di comprendere e dunque di compiere la sua missione storica. Perciò, se la scienza - e con essa la fiducia della borghesia - era in grande misura basata su una comprensione crescente delle leggi della natura, la scienza e la fiducia della classe operaia sono basate sulla comprensione della società e della storia.

Come mostrato da MC in un contributo di difesa classica del marxismo su questa questione[5], è il futuro che deve predominare sul passato ed il presente in un movimento rivoluzionario perché è esso che ne determina la direzione. Il predominio del presente conduce invariabilmente a delle esitazioni, creando una vulnerabilità enorme verso l’influenza della piccola borghesia, personificazione dell’esitazione. Il predominio del passato conduce all’opportunismo e dunque all’influenza della borghesia come bastione della reazione moderna. Nei due casi, è la perdita della visione a lungo termine che conduce alla perdita della direzione rivoluzionaria.

Come diceva Marx, “la rivoluzione sociale del 19° secolo non può trarre la sua poesia del passato, ma solamente dal futuro[6].

Da ciò dobbiamo concludere che l’immediatismo è il principale nemico della fiducia in sé del proletariato, non solo perché la strada verso il comunismo è lunga e tortuosa, ma anche perché questa fiducia si radica nella teoria e nel futuro, mentre l’immediatismo è una capitolazione di fronte al presente, l’adorazione dei fatti immediati. Attraverso la storia, l’immediatismo ha costituito il fattore dominante del disorientamento nel movimento operaio. È stato alla radice di tutte le tendenze che hanno posto “il movimento prima del fine”, come diceva Bernstein, e dunque dell’abbandono dei principi di classe. Che prenda la forma dell’opportunismo (come nel caso dei revisionisti alla svolta del secolo XIX o dei trotskisti negli anni ’30) o dell’avventurismo (come per gli Indipendenti nel 1919 e il KPD nel 1921 in Germania), questa impazienza politica piccolo-borghese riporta sempre al tradimento del futuro per un piatto di lenticchie, per riprendere l’immagine biblica. Alla radice di questo atteggiamento assurdo, c’è sempre una perdita di fiducia nella classe operaia.

Nell'ascesa storica del proletariato, passato, presente e futuro formano un’unità. Allo stesso tempo, ciascuno di questi “mondi” ci avverte di un pericolo specifico. Il pericolo che riguarda il passato è quello di dimenticare le sue lezioni. Il pericolo del presente è di essere vittima delle apparenze immediate, della superficie delle cose. Il pericolo del futuro è trascurare e indebolire gli sforzi teorici.

Questo ci ricorda che la difesa e lo sviluppo delle armi teoriche della classe operaia costituiscono il compito specifico delle organizzazioni rivoluzionarie, e che queste ultime hanno una responsabilità particolare nella salvaguardia della fiducia storica nella classe.

5. La fiducia, la solidarietà e lo spirito di partito non sono mai delle esperienze definitive

Come abbiamo detto, la chiarezza e l’unità sono le principali basi dell’azione sociale fiduciosa. Nel caso della lotta di classe del proletariato internazionale, questa unità evidentemente non è che una tendenza che potrà un giorno realizzarsi attraverso un consiglio operaio a scala mondiale. Ma politicamente, le organizzazioni unitarie che sorgono nella lotta sono già l’espressione di questa tendenza. Anche al di fuori di queste espressioni organizzate, la solidarietà operaia – anche quando si esprima ad un livello individuale - manifesta lo stesso questa unità. Il proletariato è la prima classe al cui interno non ci sono interessi economici divergenti; in questo senso, la sua solidarietà annuncia la natura della società per la quale lotta.

Tuttavia, l'espressione più importante e permanente dell’unità di classe è l’organizzazione rivoluzionaria ed il programma che essa difende. Per tale motivo, quest’ultima è l’incarnazione più evoluta della fiducia nel proletariato - ed anche la più complessa.

Come tale, la fiducia è al cuore stesso della costruzione di una tale organizzazione. Qui, la fiducia nella missione del proletariato si esprime direttamente nel programma politico della classe, nel metodo marxista, nella capacità storica della classe, nel ruolo dell’organizzazione verso la classe, nei suoi principi di funzionamento, nella fiducia dei militanti e delle differenti parti dell’organizzazione in sé stessi e degli uni verso gli altri. In particolare, è l’unità dei differenti principi politici ed organizzativi che essa difende e l’unità tra le differenti parti dell’organizzazione che sono le espressioni più dirette della fiducia nella classe: unità di scopo e d’azione, dello scopo della classe e dei mezzi per giungervi.

I due principali aspetti di questa fiducia sono la vita politica ed quella organizzativa. Il primo aspetto si esprime nella lealtà ai principi politici, ma anche nella capacità di sviluppare la teoria marxista in risposta all’evoluzione della realtà. Il secondo aspetto si esprime nella lealtà ai principi di funzionamento proletario e alla capacità di sviluppare una fiducia ed una solidarietà reali all’interno dell’organizzazione. Il risultato di un indebolimento della fiducia nei confronti dell’uno o dell’altro di questi due livelli sarà sempre una rimessa in causa dell'unità - e dunque dell’esistenza – dell’organizzazione.

A livello organizzativo, l'espressione più evoluta di questa fiducia, di questa solidarietà e di questa unità è ciò che Lenin ha chiamato lo spirito di partito. Nella storia del movimento operaio vi sono tre esempi celebri di messa in opera di un tale spirito di partito: il partito tedesco degli anni 1870 e 1880, i bolscevichi a partire dal 1903 fino alla rivoluzione, il partito italiano e la frazione che ne è uscita dopo l’ondata rivoluzionaria. Questi esempi ci aiuteranno a mostrare la natura e la dinamica di questo spirito di partito ed i pericoli che lo minacciano.

a) Ciò che ha caratterizzato il partito tedesco su questo piano è che esso ha basato il suo modo di funzionamento sui principi organizzativi stabiliti dalla Prima internazionale nella sua lotta contro il bakuninismo (ed il lassallismo), che questi principi sono stati ancorati in tutto il partito attraverso una serie di lotte organizzative e che, nella lotta per la difesa dell’organizzazione contro la repressione statale, si è costruita una tradizione di solidarietà tra i militanti e le differenti parti dell’organizzazione. In effetti, è durante il periodo “eroico” di clandestinità che il partito tedesco ha sviluppato le tradizioni di difesa senza concessione dei principi, di studio teorico e di unità organizzativa che ne hanno fatto il dirigente naturale del movimento operaio internazionale. La solidarietà quotidiana nei suoi ranghi era un potente catalizzatore di tutte queste qualità. Tuttavia, alla svolta del secolo, lo spirito di partito era quasi completamente morto al punto che Rosa Luxemburg poteva dichiarare che c’era più umanità in un villaggio siberiano che in tutto il partito tedesco[7]. In realtà, molto prima del suo tradimento programmatico, la scomparsa della solidarietà annunciava il tradimento a venire.

b) Ma la bandiera dello spirito di partito è stata ripresa dai bolscevichi. Là ancora troviamo le stesse caratteristiche. I bolscevichi hanno ereditato i loro principi organizzativi dal partito tedesco, li hanno radicati in ogni sezione ed in ogni membro attraverso una serie di lotte organizzative, hanno forgiato una solidarietà vivente attraverso anni di lavoro illegale. Senza queste qualità, il partito non avrebbe potuto mai superare il test della rivoluzione. Sebbene tra agosto 1914 ed ottobre 1917 il partito abbia subito una serie di crisi politiche, ed abbia anche dovuto rispondere, in modo ripetuto, alla penetrazione di posizioni apertamente borghesi nei suoi ranghi e nella sua direzione (come il sostegno alla guerra nel 1914 e dopo il febbraio 1917), l’unità dell’organizzazione, la sua capacità a chiarire le sue divergenze, a correggere i suoi errori ed ad intervenire nella classe non sono state mai messe in questione.

c) Come sappiamo, molto prima del trionfo finale dello stalinismo, nel partito di Lenin lo spirito di partito era completamente rifluito. Ma ancora una volta, la bandiera è stata ripresa prima dal partito italiano e dopo dalla Frazione di fronte alla controrivoluzione stalinista. Il partito italiano è diventato l’erede dei principi organizzativi e delle tradizioni del bolscevismo. Ha sviluppato la sua visione della vita di partito nella lotta contro lo stalinismo, arricchendola più tardi con la visione ed il metodo della Frazione. E ciò ha avuto luogo nelle più terribili condizioni oggettive, di fronte alle quali, ancora una volta, bisognava forgiare una solidarietà vivente.

Alla fine della 2a guerra mondiale, la Sinistra italiana a sua volta ha abbandonato i principi organizzativi che avevano costituito la sua caratteristica. In effetti, né la parodia semi-religiosa di vita collettiva di partito sviluppata dal bordighismo nel dopoguerra, né l’informalismo federalista di Battaglia hanno a che vedere con la vita organizzativa della Sinistra italiana degli anni ‘20 e ‘30. In particolare, tutta la concezione della Frazione è stata abbandonata.

È la Sinistra comunista di Francia che ha recuperato l’eredità di questi principi organizzativi e di lotta per lo spirito di partito. E tocca oggi alla CCI perpetuare e far vivere questa eredità.

d) Lo spirito di partito non è mai un’acquisizione definitiva. Le organizzazioni e le correnti del passato che l’hanno meglio incarnato, hanno finito tutte per perderlo completamente e definitivamente. (...)

In ciascuno degli esempi dati, le circostanze in cui lo spirito di partito è sparito erano molto differenti. L’esperienza della lenta degenerazione di un partito di massa o dell’integrazione di un partito nell’apparato statale di un bastione operaio isolato non si ripeteranno probabilmente mai più. Tuttavia, ci sono delle lezioni generali da trarre. In ogni caso:

·         lo spirito di partito è sparito in un momento di svolta storica: in Germania, tra l’ascesa e le decadenza del capitalismo; in Russia con il riflusso della rivoluzione; e per la Sinistra italiana, tra la rivoluzione e la controrivoluzione. Oggi, è l’entrata nella fase di decomposizione che minaccia lo spirito di partito.

·         l’illusione che le realizzazioni passate possono essere definitive ha impedito la vigilanza necessaria. La malattia infantile di Lenin è un perfetto esempio di questa illusione. Oggi, la sopravvalutazione della maturità organizzativa della CCI contiene lo stesso pericolo.

·         sono l’immediatismo e l'impazienza che hanno aperto la porta all’opportunismo programmatico ed organizzativo. L’esempio della Sinistra italiana è particolarmente sorprendente poiché storicamente è il più vicino a noi. È il desiderio di riuscire infine ad estendere la propria influenza ed a reclutare dei nuovi membri che ha spinto la Sinistra italiana nel 1943-45 ad abbandonare le lezioni della Frazione ed il PCI bordighista nel 1980-81 ad abbandonare alcuni dei suoi principi programmatici. Oggi, la CCl a sua volta è confrontata a simili tentazioni legate all’evoluzione della situazione storica.

·         questo abbandono è stato l'espressione a livello organizzativo della perdita di fiducia nella classe operaia che si è espressa inevitabilmente anche al livello politico (perdita della chiarezza programmatica). Fino ad oggi ciò non ha mai riguardato la CCI come tale. Ma ha sempre riguardato le differenti “tendenze” che si sono scisse dalla CCI, (come la FECCI o il “Circolo di Parigi” che hanno rigettato l’analisi della decadenza.

Durante gli ultimi mesi, è soprattutto la simultaneità di un indebolimento dei nostri sforzi teorici e della vigilanza, una certa euforia rispetto alla progressione dell’organizzazione e dunque un accecamento nei confronti delle nostre difficoltà ed il riemergere del clanismo che rivelano il pericolo della perdita dello spirito di partito, di una degenerazione organizzativa e di sclerosi teorica. Il fatto che la fiducia nei nostri ranghi sia stata minata e l’incapacità di fare dei passi avanti decisivi nello sviluppo della solidarietà hanno costituito i fattori dominanti in questa tendenza che può, potenzialmente, condurre al tradimento programmatico o alla scomparsa dell’organizzazione.

6. Non c’è spirito di partito senza una responsabilità individuale

Dopo la lotta del 1993-96 contro il clanismo, sono cominciati ad emergere degli atteggiamenti di diffidenza verso i rapporti politici e sociali dei compagni al di fuori del quadro formale delle riunioni e delle attività programmate. L’amicizia, i rapporti amorosi, i legami e le attività sociali, i gesti di solidarietà personale, le discussioni politiche ed altro tra i compagni sono stati talvolta trattati, nella pratica, come un male necessario, di fatto come il terreno privilegiato per lo sviluppo del clanismo. Al contrario, si è cominciato a considerare che le strutture formali delle nostre attività potessero offrire, in qualche modo, una garanzia contro il ritorno del clanismo.

Tali reazioni contro il clanismo rivelano di per sé un’insufficiente assimilazione della nostra analisi e ci disarmano di fronte a questo pericolo. Come abbiamo detto, il clanismo è in parte sorto come una falsa risposta ad un reale problema di mancanza di fiducia e di solidarietà al nostro interno. Inoltre, la distruzione dei rapporti di fiducia e di solidarietà reciproci che realmente esistevano tra i compagni, è dovuta principalmente al lavoro del clanismo e ha costituito un precondizione per un nuovo sviluppo di questo. È prima di tutto il clanismo che ha minato lo spirito di amicizia: la reale amicizia non è mai diretta contro una terza persona e non esclude mai la critica reciproca. Il clanismo ha distrutto la tradizione indispensabile di discussioni politiche e di legami sociali tra i compagni convertendoli in “discussioni informali” alle spalle dell’organizzazione. Accrescendo l’atomizzazione e demolendo la fiducia, intervenendo in modo eccessivo ed irresponsabile nella vita personale dei compagni isolandoli socialmente dall’organizzazione, il clanismo ha minato la solidarietà naturale che deve esprimere il “dovere di rispetto” dell’organizzazione verso le difficoltà personali che possono incontrare i suoi militanti.

È impossibile combattere il clanismo utilizzando le sue armi. Non è la diffidenza verso il pieno sviluppo della vita politica e sociale al di fuori del semplice quadro formale delle riunioni di sezione, ma la vera fiducia in questa tradizione del movimento operaio che ci rende più resistenti al clanismo.

Sullo sfondo di questa diffidenza ingiustificata verso la vita “informale” di un’organizzazione operaia risiede l’utopia piccolo-borghese di una garanzia contro lo spirito di circolo che può condurre solamente al dogma illusorio del catechismo contro il clanismo. Un tale comportamento tende a trasformare gli statuti in leggi rigide, il “dovere di rispetto” in sorveglianza e la solidarietà in un rituale vuoto.

Uno dei modi in cui la piccola borghesia esprime la sua paura del futuro è un dogmatismo morboso che sembra offrire protezione contro il pericolo dell’imprevedibile. È ciò che ha portato la “vecchia guardia” del partito russo ad accusare costantemente Lenin di abbandonare i principi e le tradizioni del bolscevismo. È un tipo di conservatorismo che mina lo spirito rivoluzionario. Nessuno è esente da questo pericolo, come lo dimostra il dibattito nell’Internazionale Socialista sulla questione polacca in cui non solo Wilhem Liebknecht, ma in parte anche Engels hanno adottato un tale atteggiamento quando Rosa Luxemburg ha affermato la necessità di rimettere in causa la vecchia posizione di sostegno dell’indipendenza della Polonia.

In realtà il clanismo, proprio perché è un’emanazione di strati intermedi, instabili, senza futuro, è non solo capace ma anche condannato a prendere delle forme e delle caratteristiche sempre mutevoli. La storia mostra che il clanismo non prende solamente la forma dell’informalismo del bohémien e delle strutture parallele così apprezzate dai declassati, ma che è anche capace di utilizzare le strutture ufficiali dell’organizzazione e l’apparenza del formalismo e della routine piccolo-borghese per promuovere la sua politica parallela. Mentre in un’organizzazione in cui lo spirito di partito è debole e lo spirito di contestazione forte, un clan informale ha più chance di successo, in un’atmosfera più rigorosa dove esiste una grande fiducia negli organi centrali, l’apparenza formale e l’adozione di strutture ufficiali può rispondere perfettamente ai bisogni del clanismo.

In realtà, il clanismo contiene le due facce della medaglia. Storicamente, è condannato a vacillare tra questi due poli che apparentemente si escludono reciprocamente. Nel caso della politica di Bakunin, troviamo i due aspetti contenuti in una “sintesi superiore”: la libertà individuale anarchica assoluta, proclamata dall’alleanza ufficiale, e la fiducia e l’ubbidienza cieca chiesta dall’alleanza segreta:

Come i gesuiti, non allo dell’asservimento ma dell’emancipazione popolare, ciascuno di essi ha rinunciato alla sua propria volontà. Nel Comitato, come in tutta l'organizzazione, non è l’individuo che pensa, che vuole ed agisce, ma la collettività scrive Bakunin. Ciò che caratterizza questa organizzazione, continua, è “la fiducia cieca che gli offrono delle personalità conosciute e rispettate[8].

I rapporti sociali che ci possiamo aspettare che si sviluppino in una tale organizzazione sono chiari: Tutti i sentimenti di affetto, sentimenti che rammolliscono di parentela, di amicizia, d’amore, di riconoscenza devono essere soffocati dalla passione unica e fredda dell’opera rivoluzionaria[9]

Qui possiamo vedere chiaramente che il monolitismo non è un’invenzione dello stalinismo, ma è già contenuto nella mancanza di fiducia clanica nel compito storico, nella vita collettiva e nella solidarietà proletaria. Per noi, non c'è niente di nuovo né di sorprendente in ciò. È la paura piccolo-borghese ben nota nei riguardi della responsabilità individuale che, oggigiorno, porta un gran numero di personaggi molto individualisti nelle braccia delle diverse sette in cui possono smettere di pensare e di agire per proprio conto.

È veramente un’illusione credere che si possa combattere il clanismo senza la responsabilizzazione dei singoli membri dell’organizzazione. E sarebbe paranoico pensare che la sorveglianza “collettiva” potrebbe sostituirsi alla convinzione ed alla vigilanza individuale in questa lotta. In realtà, il clanismo incorpora la mancanza di fiducia sia nella vita collettiva reale che nella possibilità di una responsabilità individuale reale.

Quale è la differenza tra le discussioni tra compagni al di fuori delle riunioni e le “discussioni informali” del clanismo? È il fatto che le prime e non le seconde sarebbero rapportate all’organizzazione? Sì, sebbene non sia possibile riportare formalmente ogni discussione. Ma più importante ancora, ciò che fa la differenza è l’atteggiamento con il quale una tale discussione viene condotta. È lo spirito di partito che dobbiamo tutti sviluppare perché nessuno lo farà per noi. Questo spirito di partito resterà sempre lettera morta se i militanti non possono imparare ad avere fiducia gli uni negli altri. Ugualmente non può esserci solidarietà vivente senza un impegno personale di ogni militante su questo piano.

Se la lotta contro lo spirito di circolo dipendesse unicamente dalla salute delle strutture collettive formali, non ci sarebbe mai problema di clanismo nelle organizzazioni proletarie. I clan si sviluppano a causa dell’indebolimento della vigilanza e del senso di responsabilità a livello individuale. È per questo che una parte del Testo di orientamento del 1993[10] è dedicata all’identificazione degli atteggiamenti contro cui ogni compagno deve armarsi. Questa responsabilità individuale è indispensabile, non solo nella lotta contro il clanismo, ma nello sviluppo positivo di una vita proletaria sana. In una tale organizzazione, i militanti hanno imparato a pensare per proprio conto, e la loro fiducia è radicata in una comprensione teorica, politica ed organizzativa della natura della causa proletaria, non nella lealtà o la paura nei confronti di questo o quel compagno o comitato centrale.

Il ‘corso nuovo’ deve avere come primo risultato di fare sentire a tutti che nessuno oserà mai più terrorizzare il Partito. La nostra gioventù non deve limitarsi a ripetere le nostre formule. Deve conquistarle, assimilarle, formarsi una sua opinione, una sua fisionomia ed essere capace di lottare per la loro vita col coraggio che danno una convinzione profonda ed un’intera indipendenza di carattere. Fuori dal Partito l’ubbidienza passiva che fa seguire meccanicamente il passo dei capi: fuori dal Partito l’impersonalità, il servilismo, il carrierismo! Il bolscevico non è solamente un uomo disciplinato: è un uomo che, in ogni caso e su ogni questione, si forgia un’opinione ferma e la difende coraggiosamente, non solo contro i suoi nemici, ma anche all’interno del suo stesso partito[11].

E Trotsky aggiunge: “L’eroismo supremo, nell’arte militare come nella rivoluzione, sono la veracità ed il sentimento di responsabilità"[12].

La responsabilità collettiva e la responsabilità individuale, lungi dall’escludersi reciprocamente, dipendono l’una dall’altra e si condizionano a vicenda. Come sviluppato da Plekhanov, l’eliminazione del ruolo dell’individuo nella storia è legata ad un fatalismo incompatibile col marxismo. “Se certi soggettivisti, nei loro sforzi per attribuire a ‘l’individuo’ il massimo di importanza nella storia, rifiutavano di tenere in conto che l’evoluzione storica dell’umanità è un processo che obbedisce a delle leggi, alcuni dei loro più recenti avversari, nel loro sforzo di sottolineare al massimo le leggi che reggono questa evoluzione, sono apparsi sul punto di dimenticare che la storia è fatta dagli uomini e che, di conseguenza, l’azione degli individui non può essere privata di importanza[13].

Un tale rigetto della responsabilità individuale è ugualmente legata al democraticismo piccolo borghese, al desiderio di rimpiazzare il nostro principio “del ciascuno secondo i propri mezzi” con l’utopia reazionaria dell’egualitarismo dei membri di un corpo collettivo. Questo progetto, già condannato nel Testo di Orientamento del 1993, non costituisce né un obiettivo dell’organizzazione oggi né quello della futura società comunista.

Uno dei compiti che abbiamo tutti, è di apprendere dall’esempio di tutti i grandi rivoluzionari (quelli celebri e tutti i combattenti anonimi della nostra classe) che non hanno tradito i nostri principi programmatici ed organizzativi. Ciò non ha niente a che vedere con un qualsiasi culto della personalità. Come si legge nella conclusione di Plekhanov nel celebre saggio sul ruolo dell’individuo: “Non è solo per quelli che cominciano, non è solo per i “grandi” uomini, che si apre un largo campo d’azione. Esso è aperto a tutti gli uomini, a tutti quelli che hanno degli occhi per vedere, degli orecchi per sentire ed un cuore per amare il loro prossimo. La nozione di grandioso è relativa. Nel senso morale, e citando Il nuovo testamento, è grande qualunque uomo che dà la propria vita per i suoi amici”.

A mo’ di conclusione

Da ciò segue che l’assimilazione e l’approfondimento delle questioni che abbiamo cominciato a discutere da più di un anno costituiscono oggi una priorità assoluta.

Il compito della coscienza è di creare il quadro politico e organizzativo che favorisca al meglio lo sviluppo della fiducia e della solidarietà. Questo compito è centrale nella costruzione dell’organizzazione, arte o scienza tra le più difficili. Alla base di questo lavoro si trova il rafforzamento dell’unità dell’organizzazione, principio che è il più “sacro” del proletariato. E come per ogni comunità collettiva, la sua premessa è l’esistenza di regole di comportamento comuni. Concretamente, gli Statuti, i testi del 1981 sulla funzione e il funzionamento e del 1993 sul tessuto organizzativo danno già degli elementi per un tale quadro. È necessario ritornare, in maniera ripetuta, su questi testi, e soprattutto quando l’unità dell’organizzazione è in pericolo. Essi devono essere il punto di partenza di una vigilanza permanente.

A questo livello, l’incomprensione principale nei nostri ranghi è l’idea che queste questioni siano facili e semplici. Secondo questo atteggiamento, basta decretare la fiducia perché questa esista. E poiché la solidarietà è un’attività pratica, basta “just go and do it” (solo metterla in opera). Niente è più falso di questo! La costruzione dell’organizzazione è un’impresa estremamente complicata ed anche delicata. E non esiste alcun prodotto della cultura umana che sia così difficile e fragile come la fiducia. Nessuna cosa è più difficile da costruire e così facile da distruggere. È per questo che, di fronte a questa o quella mancanza di fiducia da parte di questa o quella parte dell’organizzazione, la prima questione che deve essere posta sempre è ciò che può essere fatto, collettivamente, per ridurre la diffidenza o anche la paura al nostro interno. Lo stesso vale per la solidarietà: benché questa sia “pratica” e anche “naturale” per la classe operaia, quest’ultima vive nella società borghese ed è circondata da fattori che lavorano contro tale solidarietà. Inoltre, la penetrazione di un’ideologia straniera porta alle concezioni aberranti su questa questione, come il recente atteggiamento di considerare il rifiuto di pubblicare i testi di compagni come un’espressione di solidarietà, o di trovare come base valida per un dibattito sulla fiducia la spiegazione delle origini di certe divergenze politiche nella vita personale dei compagni (…)[14].

In particolare nella lotta per la fiducia, la nostra parola d'ordine deve essere prudenza e ancora prudenza.

La teoria marxista è la nostra arma principale nella lotta contro la perdita di fiducia. In generale, è il mezzo privilegiato per resistere all’immediatismo e per difendere una visione a lungo termine. È la sola base possibile per una fiducia reale, scientifica nel proletariato che è a sua volta la base della fiducia di tutte le differenti parti della classe in sé e delle une nelle altre. Specificamente, solo un approccio teorico ci permette di andare alle radici più profonde dei problemi organizzativi che devono essere trattati a pieno titolo come questioni teoriche e storiche. Allo stesso modo, in assenza di una tradizione vivente su questa questione e in assenza finora della prova del fuoco della repressione, la CCI deve basarsi su uno studio del movimento operaio del passato nello sviluppo volontario e cosciente di una tradizione di solidarietà attiva e di una vita sociale al suo interno.

Se la storia ci ha reso particolarmente vulnerabili nei confronti dei pericoli del clanismo, ci ha anche dato i mezzi per superarli. In particolare, non dobbiamo mai dimenticare che il carattere internazionale dell’organizzazione e la creazione di commissioni di informazioni sono i mezzi indispensabili per restaurare la fiducia reciproca nei momenti di crisi quando questa fiducia è stata danneggiata e persa.

Il vecchio Liebknecht ha detto di Marx che lui trattava la politica come un argomento di studio[15]. Come abbiamo detto, è l’allargamento della zona della coscienza nella vita sociale che libera l’umanità dall'anarchia delle forze cieche, rendendo possibili la fiducia, la solidarietà e la vittoria del proletariato. Per superare le difficoltà presenti e risolvere le questioni poste, la CCI deve studiarle perché, come diceva il filosofo, “l’ignorantia non est  argumentum” (L’ignoranza non è un argomento). (“L'etica, Spinoza)

CCI 15 giugno 2001



[1] Per maggiori informazioni su questa Conferenza vedi l’articolo “La lotta per la difesa dei principi organizzativi” (Rivista Internazionale n°110, in lingua inglese, francese o spagnola).

[2] Il 18 Brumaio

[3] Kautsky, La concezione materialistista della storia.

[4] Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche.

[5] MC è il nostro compagno Marc Chirik, morto nel 1990. Lui aveva conosciuto direttamente la Rivoluzione del 1917 nella sua città di Kichinev in Moldavia. Era stato membro fin dall’età di 13 anni del partito comunista di Palestina da cui era stato espulso a causa del suo disaccordo con le posizioni dell’Internazionali comunista sulla questione nazionale. Immigrato in Francia, era entrato nel PCF prima di esserne espulso contemporaneamente all’insieme delle opposizioni di Sinistra. Era stato membro della Ligue communiste (trotskista) poi dell’Union Communiste (UC) che aveva lasciato nel 1938 per raggiungere la Frazione italiana della Sinistra comunista internazionale (GCI), di cui condivideva la posizione sulla guerra di Spagna contro quella dell’UC. Durante la guerra e l’occupazione tedesca, ha dato impulso alla ricostituzione della Frazione italiana intorno al nucleo di Marsiglia dopo che il Bureau internazionale della GCI, animato da Vercesi, aveva considerato che le frazioni non avessero più ragione di continuare il loro lavoro durante la guerra. Nel maggio 1945 si è opposto all’autoscioglimento della Frazione italiana la cui conferenza aveva deciso l’integrazione individuale dei suoi militanti nel Partito comunista internazionalista fondato poco prima. Ha raggiunto la Frazione francese della Sinistra comunista che si era costituita nel 1944 e che in seguito si è ribattezzata Sinistra comunista di Francia (GCF). A partire dal 1964 in Venezuela e dal 1968 in Francia, MC ha sostenuto un ruolo decisivo nella formazione dei primi gruppi da cui avrebbe avuto origine la CCI alla quale ha apportato l’esperienza politica ed organizzativa che aveva acquisito nelle diverse organizzazioni comuniste di cui era stato precedentemente membro. Si troveranno ulteriori elementi sulla biografia politica del nostro compagno nel nostro opuscolo La Gauche communiste de France e nell’articolo che la Rivista Internazionale (in lingua inglese, francese e spagnola) gli ha dedicato, nei numeri 65 e 66.

Il testo di MC qui evocato è un contributo al dibattito interno della CCI intitolato Marxismo rivoluzionario e centrismo nella realtà presente ed il dibattito attuale nella CCI, pubblicato a marzo 1984.

[6] Il 18 Brumaio

[7] Corrispondenza con K. Zetkin.

[8] Bakunin, “Appello agli ufficiali dell’esercito russo” (traduzione francese ne La prima internazionale T.11, da Giacomo Freymont, Ginevra 1962).

[9] Bakunin, Il catechismo rivoluzionario (Ibid)

[10] Si tratta del testo “La questione del funzionamento dell’organizzazione nella CCI” pubblicato nella Rivista internazionale n°109 (in lingua inglese, francese o spagnola).

[11] Trotskv, Corso nuovo

[12] Sul routinisme nell’esercito ed altrove.

[13] “A proposito del ruolo dell’individuo nella storia”, Opere filosofiche, Volume II, Éditions du Progrès.

[14] Questo passaggio fa riferimento principalmente a fatti che abbiamo già evocato nel nostro articolo “La lotta per la difesa dei principi organizzativi” (Rivista Internationale n°110, in lingua inglese, francese o spagnola) che riporta la nostra Conferenza straordinaria del marzo 2002 e le difficoltà organizzative che avevano motivato la sua tenuta: “Che delle parti dell’organizzazione facessero delle critiche ad un testo adottato dall’organo centrale della CCI non aveva mai costituito un problema per quest'ultima. Al contrario, la CCI ed il suo organo centrale hanno sempre insistito affinché ogni divergenza, ogni dubbio si esprimesse apertamente all’interno dell’organizzazione per fare la massima chiarezza possibile. L’atteggiamento dell’organo centrale, quando si trovava di fronte a dei disaccordi, era di rispondervi con la massima serietà possibile. Ora, a partire dalla primavera 2000, la maggioranza dell’SI (Segreteriato internazionale, la commissione permanente dell’organo centrale della CCI) ha adottato un atteggiamento completamente opposto. Piuttosto che sviluppare delle argomentazioni serie, ha adottato un atteggiamento totalmente contrario a quello lo aveva caratterizzato in passato. Nella sua mente, se una piccola minoranza di compagni faceva delle critiche ad un testo dell’SI, ciò doveva esprimere necessariamente spirito di contestazione, o anche il fatto che uno di loro aveva dei problemi familiari, che l’altro era colpito da una malattia psichica. (...) La risposta data agli argomenti dei compagni in disaccordo non era dunque basata su altri argomenti, ma su delle denigrazioni di questi compagni o decisamente sul tentativo di non pubblicare alcuni dei loro contributi con l’argomento che questi ultimi andavano “a buttare merda sull’organizzazione”, o ancora che una delle compagne che era toccata dalla pressione che si sviluppava intorno a lei “non avrebbe sopportato” le risposte che altri militanti della CCI avrebbero fatto ai suoi testi. Insomma, la maggioranza dell’SI, in maniera totalmente ipocrita, sviluppava una politica di soffocamento dei dibattimenti in nome della solidarietà.

[15] K Wilhem Liebknecht, Karl Marx