Testo di orientamento, 2001: La fiducia e la solidarietà nella lotta del proletariato, 2a parte

Pubblichiamo la
seconda parte di un testo di orientamento messo in discussione nella CCI
durante l’estate 2001 e adottato dalla conferenza straordinaria della nostra
organizzazione tenuta a marzo 2002[1].
La prima parte di questo testo affronta i seguenti punti:

-         
Gli
effetti della controrivoluzione sulla fiducia in sé e le tradizioni di
solidarietà delle generazioni contemporanee del proletariato;

-         
Gli
effetti delle debolezze nella fiducia e nella solidarietà all’interno della CCI;

-         
Il
ruolo della fiducia e della solidarietà nello sviluppo dell'umanità.

4. La dialettica della fiducia in sé della classe
operaia: passato, presente, futuro

Poiché il
proletariato è la prima classe della società che abbia una visione storica
cosciente, si capisce come mai le basi della sua fiducia nella sua missione
siano anch’esse storiche, incorporando la totalità del processo che gli ha dato
nascita. E’ per questo, in particolare, che questa fiducia si basa in modo
decisivo sul futuro e dunque su una comprensione teorica. Ed è sempre per tale
motivo che il rafforzamento della teoria costituisce l’arma privilegiata per superare
le debolezze congenite della CCI riguardanti il problema della fiducia. Quest’ultima,
per definizione, è sempre la fiducia nell’avvenire. Il passato non può essere
cambiato, dunque non ci può essere una fiducia orientata verso quest’ultimo.

Ogni classe
rivoluzionaria in ascesa basa la sua fiducia nella propria missione storica non
solo sulla sua forza attuale ma anche sulle sue esperienze e le sue
realizzazioni passate così come sui suoi obiettivi futuri. Tuttavia, la fiducia
delle classi rivoluzionarie del passato, e della borghesia in particolare, era
principalmente radicata nel presente - nel potere economico e politico che esse
avevano già conquistato all’interno della società esistente. Poiché il
proletariato non potrà mai avere un tale potere nella società capitalista, non
potrà mai avere una tale predominanza del presente. Senza la capacità di
apprendere dalla sua esperienza storica e senza una chiarezza ed una
convinzione reale degli obiettivi che ha come classe, non può mai acquisire fiducia
in sé stesso per superare l’attuale società di classe. In questo senso, il
proletariato è, più di qualunque altra classe sociale che l'abbia preceduto,
una classe storica nel senso pieno del termine. Il passato, il presente ed il futuro sono le tre componenti
indispensabili della fiducia in sé stesso. E’ perciò che il marxismo, l'arma scientifica
della rivoluzione proletaria, è stato chiamato dai suoi fondatori: materialismo
storico o dialettico.

a) Questa
preminenza del futuro non elimina affatto il ruolo del presente nella dialettica della lotta di classe. Proprio perché il
proletariato è una classe sfruttata, ha bisogno di sviluppare la sua lotta
collettiva affinché la classe nel suo insieme diventi cosciente della sua forza
reale e del suo potenziale futuro. Questa necessità che la classe nel suo
insieme prenda fiducia in sé stessa costituisce un problema completamente nuovo
nella storia della società di classi. La fiducia in sé delle classi
rivoluzionarie del passato, che erano delle classi sfruttatrici, si basava
sempre su una chiara gerarchia all’interno di ciascuna di queste classi e
all’interno della società nel suo insieme. Si basava sulla capacità di
comandare, di sottomettere altre parti della società alla propria volontà, e
dunque sul controllo dell’apparato produttivo e dell’apparato dello Stato. In
effetti, è caratteristico della borghesia il fatto che essa trovava, anche
nella sua fase rivoluzionaria, altre categorie sociali disposte a battersi al
suo servizio e che, una volta al potere, “delegava” sempre più i suoi compiti a
dei servitori retribuiti.

Il
proletariato non può delegare a nessuno il proprio compito storico. È per questo
che è necessario che la classe sviluppi la fiducia in sé stessa. Ed è per
questo che la fiducia nel proletariato è sempre necessariamente una fiducia
nella classe nel suo insieme, mai solo in una sua parte.

Proprio
perché il proletariato è una classe sfruttata, la fiducia in sé ha un carattere
fluttuante e finanche erratico, con degli alti e dei bassi in funzione
dell’andamento della lotta di classe. Inoltre, le stesse organizzazioni
politiche rivoluzionarie sono profondamente influenzate da queste fluttuazioni,
nella misura in cui il modo in cui si organizzano, si raggruppano ed
intervengono nella classe dipende in grande parte da questo movimento. E come
sappiamo, nei periodi di profonda sconfitta, solo minuscole minoranze sono
capaci di conservare la loro fiducia nella classe.

Ma
queste fluttuazioni nella fiducia non sono legate soltanto alle vicissitudini
della lotta di classe. In quanto classe sfruttata, il proletariato può essere
in ogni momento vittima di una crisi di fiducia, anche nel fuoco di lotte
rivoluzionarie. La rivoluzione proletaria “interrompe
costantemente il suo proprio corso, ritornando su ciò che aveva apparentemente già
compiuto per ricominciare d’accapo
”, ecc. In particolare “indietreggia continuamente davanti all’immensità
dei suoi propri scopi
”, come scriveva Marx[2].

La
rivoluzione russa del 1917 mostra chiaramente che non solo la classe nel suo
insieme ma anche il partito rivoluzionario può essere colto da tali esitazioni.
Infatti, tra febbraio ed ottobre 1917, i bolscevichi hanno attraversato
parecchie crisi di fiducia nella capacità della classe a portare avanti i
compiti del momento, crisi che sono culminate nel panico che ha interessato il
comitato centrale del partito bolscevico di fronte all’insurrezione.

La
rivoluzione russa è dunque la migliore illustrazione del fatto che le radici
più profonde della fiducia nel proletariato, contrariamente a quella della
borghesia, non possono risiedere mai nel presente. Durante questi mesi
drammatici, è innanzitutto Lenin che ha personificato la fiducia incrollabile
nella classe, fiducia senza la quale nessuna vittoria è possibile. Ed egli l’ha
fatto perché non ha mai abbandonato il metodo teorico e storico proprio del
marxismo.

Tuttavia,
la lotta di massa del proletariato è un momento indispensabile allo sviluppo
della fiducia rivoluzionaria. Oggi, è una chiave di tutta la situazione
storica. Permettendo il recupero dell’identità di classe, è una condizione
preliminare affinché la classe nel suo insieme assimili di nuovo le lezioni del
passato e sviluppi una prospettiva rivoluzionaria.

Così,
come per la questione della coscienza di classe alla quale è legata
intimamente, dobbiamo distinguere due dimensioni di questa fiducia: da una parte
l’accumulo storico, teorico, programmatico e organizzativo della fiducia,
rappresentato dalle organizzazioni rivoluzionarie e, più largamente, dal
processo storico di maturazione sotterranea in seno alla classe, dall’altra il
grado e l’estensione della fiducia in sé all’interno della classe nel suo
insieme ad un dato momento.

b) Il contributo
del passato a questa fiducia non è
meno indispensabile. In primo luogo perché la storia contiene delle prove
inconfutabili del potenziale rivoluzionario della classe operaia. La stessa
borghesia comprende l'importanza di questi esempi passati per il suo nemico di
classe, ed è per tale motivo che attacca costantemente questa eredità e,
soprattutto, la rivoluzione di Ottobre 1917.

In
secondo luogo, uno dei fattori più adatti a rassicurare il proletariato dopo
una sconfitta consiste nella sua capacità di correggere i suoi errori passati e
di trarre delle lezioni dalla storia. Contrariamente alla rivoluzione borghese
che va di vittoria in vittoria, la vittoria finale del proletariato si prepara
attraverso una serie di sconfitte. Il proletariato è dunque capace di
trasformare le sue sconfitte passate in elementi di fiducia nel futuro. E’
stato questo tipo di fiducia che ha permesso principalmente a Bilan di tenere nel periodo di controrivoluzione
più profonda. In effetti, più la fiducia nella classe è profonda, più i
rivoluzionari hanno il coraggio di criticare senza sconti le loro debolezze e
quelle della classe, meno hanno bisogno di consolarsi e più si distinguono per
una sobria lucidità e l’assenza di euforia insensata. Come ripetuto tante volte
da Rosa, il compito dei rivoluzionari è di dire ciò che è.

In terzo luogo, la continuità, in
particolare la capacità di trasmettere le lezioni da una generazione all’altra,
è sempre stata fondamentale per lo sviluppo della fiducia dell’umanità in sé
stessa. Gli effetti devastatori della controrivoluzione del XX secolo sul
proletariato ne costituiscono una prova in negativo. E’ tanto più importante
per noi studiare oggi le lezioni della storia, perché occorre trasmettere la
nostra esperienza e quella di tutta la classe operaia alle generazioni di rivoluzionari
che ci succederanno.

c) Ma è la
prospettiva futura che offre la base
più profonda per la nostra fiducia nel proletariato. Ciò può sembrare
paradossale. Come è possibile fondare la fiducia su qualche cosa che non esiste
ancora? Ma questa prospettiva è ben presente. Esiste come obiettivo cosciente,
come costruzione teorica, nello stesso modo in cui esiste l’edificio da
costruire nella testa dell’architetto. Prima ancora di realizzarlo praticamente,
il proletariato è l’architetto del comunismo.

Abbiamo
già visto che nello stesso momento in cui il proletariato è apparso come forza
indipendente nella storia, è apparsa la prospettiva del comunismo: la proprietà
collettiva non dei mezzi di consumo, ma dei mezzi di produzione. Quest’idea era
il prodotto della separazione dei produttori dai mezzi di produzione,
attraverso il lavoro salariato e la socializzazione del lavoro. In altri
termini, era il prodotto del proletariato, della sua posizione nella società
capitalista. O, come Engels scrive ne L’Anti-Dühring:
la principale contraddizione nel cuore del capitalismo è quella tra due
principi sociali, un principio collettivo alla base della produzione moderna,
rappresentato dal proletariato, ed un principio individuale, anarchico, basato
sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, rappresentato dalla borghesia.

La
prospettiva comunista era sorta già prima che le lotte del proletariato avessero
rivelato il loro potenziale rivoluzionario. Ciò che questi avvenimenti hanno
dunque chiarito è che solo le lotte operaie possono condurre al comunismo. Ma
la prospettiva esisteva già prima e si basava principalmente sulle lezioni
passate e contemporanee della lotta proletaria. E anche negli anni 1840, quando
Marx ed Engels hanno cominciato a trasformare il socialismo da utopia in
scienza, la classe non aveva ancora dato molte prove delle sue capacità
rivoluzionarie.

Ciò
vuole dire che, fin dall’inizio, la teoria era essa stessa un’arma della lotta
di classe. E fino alla sconfitta dell’ondata rivoluzionaria, come abbiamo
detto, questa visione del suo ruolo storico era cruciale per dare fiducia alla
classe per scontrarsi con il capitale.

Dunque,
assieme alla lotta immediata e alle lezioni del passato, la teoria
rivoluzionaria è per il proletariato un fattore indispensabile di fiducia, in
particolare del suo sviluppo in profondità, ma a lungo termine anche della sua
estensione. Poiché la rivoluzione è necessariamente un atto cosciente, non può
essere vittoriosa se la teoria rivoluzionaria non viene fatta propria dalle
masse.

Nella
rivoluzione borghese, la prospettiva non era molto più di una proiezione dello
spirito dell’evoluzione presente e passata: la conquista graduale del potere all’interno
della vecchia società. Nella misura in cui la borghesia ha sviluppato delle
teorie del futuro, esse si sono rivelate per delle grossolane mistificazioni
che hanno per compito principale di infiammare le passioni rivoluzionarie. Il
carattere irrealistico di queste visioni non portava pregiudizio alla causa che
servivano. Per il proletariato, al contrario, è il futuro il punto di partenza.
Nella misura in cui non può costruire gradualmente il suo potere di classe all’interno
del capitalismo, la chiarezza teorica diventa una delle sue armi più importanti.

La filosofia idealista classica ha sempre
postulato che l’umanità vive in due mondi differenti, il mondo materiale in cui
domina la necessità e quello dello spirito o dell’immaginazione in cui regna la
libertà.

A dispetto della necessità di rigettare
i due mondi ai quali, secondo Platone o Kant, l’umanità appartiene, è invece
corretto che gli esseri umani vivano simultaneamente in due mondi differenti (...).
I due mondi in cui vive l’umanità sono il passato ed il futuro. Il presente è
la frontiera tra i due. Ogni sua esperienza risiede nel passato (...). L’umanità
non può cambiare il passato, tutto ciò che può fare è accettare la sua
necessità. Perciò il mondo dell’esperienza, il mondo della conoscenza è anche
quello della necessità. E’ diverso per il futuro. Io non ne ho la minima
esperienza. Esso si presenta apparentemente libero davanti a me, come un mondo
che non posso esplorare sulla base della conoscenza, ma nel quale devo affermarmi
con l’azione. (...) Agire vuol sempre dire scegliere tra diverse possibilità,
ed anche se la scelta è solo tra agire o non agire, ciò vuole dire accettare e
rigettare, difendere ed attaccare. (…) Ma il sentimento di libertà non è solo
una condizione preliminare dell’azione, è anche uno scopo dato. Se il mondo del
passato è governato dai rapporti tra la causa e l’effetto (causalità), quello
dell’azione, del futuro lo è per la determinazione (teleologia)
[3].

Già
prima di Marx, è Hegel che ha risolto, dal punto di vista teorico, il problema
del rapporto tra la necessità e la libertà, tra il passato ed il futuro. La
libertà consiste nel fare ciò che è necessario, diceva Hegel. In altri termini,
non è rivoltandosi contro le leggi di evoluzione del mondo, ma comprendendole
ed utilizzandole ai suoi propri fini che l’uomo ingrandisce il suo spazio di
libertà. “La necessità è cieca solamente
nella misura in cui essa non è compresa
[4].
Allo stesso modo, è necessario per il proletariato comprendere le leggi di
evoluzione della storia per essere capace di comprendere e dunque di compiere
la sua missione storica. Perciò, se la scienza - e con essa la fiducia della
borghesia - era in grande misura basata su una comprensione crescente delle
leggi della natura, la scienza e la fiducia della classe operaia sono basate
sulla comprensione della società e della storia.

Come
mostrato da MC in un contributo di difesa classica del marxismo su questa
questione[5],
è il futuro che deve predominare sul passato ed il presente in un movimento
rivoluzionario perché è esso che ne determina la direzione. Il predominio del
presente conduce invariabilmente a delle esitazioni, creando una vulnerabilità
enorme verso l’influenza della piccola borghesia, personificazione dell’esitazione.
Il predominio del passato conduce all’opportunismo e dunque all’influenza della
borghesia come bastione della reazione moderna. Nei due casi, è la perdita
della visione a lungo termine che conduce alla perdita della direzione
rivoluzionaria.

Come
diceva Marx, “la rivoluzione sociale del 19°
secolo non può trarre la sua poesia del passato, ma solamente dal futuro
[6].

Da
ciò dobbiamo concludere che l’immediatismo è il principale nemico della fiducia
in sé del proletariato, non solo perché la strada verso il comunismo è lunga e
tortuosa, ma anche perché questa fiducia si radica nella teoria e nel futuro,
mentre l’immediatismo è una capitolazione di fronte al presente, l’adorazione
dei fatti immediati. Attraverso la storia, l’immediatismo ha costituito il fattore
dominante del disorientamento nel movimento operaio. È stato alla radice di
tutte le tendenze che hanno posto “il movimento prima del fine”, come diceva
Bernstein, e dunque dell’abbandono dei principi di classe. Che prenda la forma
dell’opportunismo (come nel caso dei revisionisti alla svolta del secolo XIX o
dei trotskisti negli anni ’30) o dell’avventurismo (come per gli Indipendenti
nel 1919 e il KPD nel 1921 in Germania), questa impazienza politica
piccolo-borghese riporta sempre al tradimento del futuro per un piatto di
lenticchie, per riprendere l’immagine biblica. Alla radice di questo
atteggiamento assurdo, c’è sempre una perdita di fiducia nella classe operaia.

Nell'ascesa
storica del proletariato, passato, presente e futuro formano un’unità. Allo
stesso tempo, ciascuno di questi “mondi” ci avverte di un pericolo specifico.
Il pericolo che riguarda il passato è quello di dimenticare le sue lezioni. Il
pericolo del presente è di essere vittima delle apparenze immediate, della
superficie delle cose. Il pericolo del futuro è trascurare e indebolire gli
sforzi teorici.

Questo
ci ricorda che la difesa e lo sviluppo delle armi teoriche della classe operaia
costituiscono il compito specifico delle organizzazioni rivoluzionarie, e che
queste ultime hanno una responsabilità particolare nella salvaguardia della
fiducia storica nella classe.

5. La fiducia,
la solidarietà e lo spirito di partito non sono mai delle esperienze definitive

Come
abbiamo detto, la chiarezza e l’unità sono le principali basi dell’azione
sociale fiduciosa. Nel caso della lotta di classe del proletariato
internazionale, questa unità evidentemente non è che una tendenza che potrà un
giorno realizzarsi attraverso un consiglio operaio a scala mondiale. Ma politicamente,
le organizzazioni unitarie che sorgono nella lotta sono già l’espressione di
questa tendenza. Anche al di fuori di queste espressioni organizzate, la
solidarietà operaia – anche quando si esprima ad un livello individuale -
manifesta lo stesso questa unità. Il proletariato è la prima classe al cui
interno non ci sono interessi economici divergenti; in questo senso, la sua
solidarietà annuncia la natura della società per la quale lotta.

Tuttavia,
l'espressione più importante e permanente dell’unità di classe è l’organizzazione
rivoluzionaria ed il programma che essa difende. Per tale motivo, quest’ultima
è l’incarnazione più evoluta della fiducia nel proletariato - ed anche la più
complessa.

Come
tale, la fiducia è al cuore stesso della costruzione di una tale
organizzazione. Qui, la fiducia nella missione del proletariato si esprime
direttamente nel programma politico della classe, nel metodo marxista, nella
capacità storica della classe, nel ruolo dell’organizzazione verso la classe,
nei suoi principi di funzionamento, nella fiducia dei militanti e delle
differenti parti dell’organizzazione in sé stessi e degli uni verso gli altri.
In particolare, è l’unità dei differenti principi politici ed organizzativi che
essa difende e l’unità tra le differenti parti dell’organizzazione che sono le
espressioni più dirette della fiducia nella classe: unità di scopo e d’azione,
dello scopo della classe e dei mezzi per giungervi.

I
due principali aspetti di questa fiducia sono la vita politica ed quella organizzativa.
Il primo aspetto si esprime nella lealtà ai principi politici, ma anche nella
capacità di sviluppare la teoria marxista in risposta all’evoluzione della
realtà. Il secondo aspetto si esprime nella lealtà ai principi di funzionamento
proletario e alla capacità di sviluppare una fiducia ed una solidarietà reali all’interno
dell’organizzazione. Il risultato di un indebolimento della fiducia nei
confronti dell’uno o dell’altro di questi due livelli sarà sempre una rimessa
in causa dell'unità - e dunque dell’esistenza – dell’organizzazione.

A
livello organizzativo, l'espressione più evoluta di questa fiducia, di questa
solidarietà e di questa unità è ciò che Lenin ha chiamato lo spirito di
partito. Nella storia del movimento operaio vi sono tre esempi celebri di messa
in opera di un tale spirito di partito: il partito tedesco degli anni 1870 e
1880, i bolscevichi a partire dal 1903 fino alla rivoluzione, il partito
italiano e la frazione che ne è uscita dopo l’ondata rivoluzionaria. Questi
esempi ci aiuteranno a mostrare la natura e la dinamica di questo spirito di
partito ed i pericoli che lo minacciano.

a) Ciò che ha
caratterizzato il partito tedesco su questo piano è che esso ha basato il suo
modo di funzionamento sui principi organizzativi stabiliti dalla Prima
internazionale nella sua lotta contro il bakuninismo (ed il lassallismo), che
questi principi sono stati ancorati in tutto il partito attraverso una serie di
lotte organizzative e che, nella lotta per la difesa dell’organizzazione contro
la repressione statale, si è costruita una tradizione di solidarietà tra i
militanti e le differenti parti dell’organizzazione. In effetti, è durante il
periodo “eroico” di clandestinità che il partito tedesco ha sviluppato le
tradizioni di difesa senza concessione dei principi, di studio teorico e di
unità organizzativa che ne hanno fatto il dirigente naturale del movimento
operaio internazionale. La solidarietà quotidiana nei suoi ranghi era un
potente catalizzatore di tutte queste qualità. Tuttavia, alla svolta del
secolo, lo spirito di partito era quasi completamente morto al punto che Rosa
Luxemburg poteva dichiarare che c’era più umanità in un villaggio siberiano che
in tutto il partito tedesco[7].
In realtà, molto prima del suo tradimento programmatico, la scomparsa della
solidarietà annunciava il tradimento a venire.

b) Ma la bandiera
dello spirito di partito è stata ripresa dai bolscevichi. Là ancora troviamo le
stesse caratteristiche. I bolscevichi hanno ereditato i loro principi
organizzativi dal partito tedesco, li hanno radicati in ogni sezione ed in ogni
membro attraverso una serie di lotte organizzative, hanno forgiato una
solidarietà vivente attraverso anni di lavoro illegale. Senza queste qualità,
il partito non avrebbe potuto mai superare il test della rivoluzione. Sebbene tra
agosto 1914 ed ottobre 1917 il partito abbia subito una serie di crisi
politiche, ed abbia anche dovuto rispondere, in modo ripetuto, alla
penetrazione di posizioni apertamente borghesi nei suoi ranghi e nella sua
direzione (come il sostegno alla guerra nel 1914 e dopo il febbraio 1917),
l’unità dell’organizzazione, la sua capacità a chiarire le sue divergenze, a
correggere i suoi errori ed ad intervenire nella classe non sono state mai messe
in questione.

c) Come sappiamo,
molto prima del trionfo finale dello stalinismo, nel partito di Lenin lo
spirito di partito era completamente rifluito. Ma ancora una volta, la bandiera
è stata ripresa prima dal partito italiano e dopo dalla Frazione di fronte alla
controrivoluzione stalinista. Il partito italiano è diventato l’erede dei
principi organizzativi e delle tradizioni del bolscevismo. Ha sviluppato la sua
visione della vita di partito nella lotta contro lo stalinismo, arricchendola
più tardi con la visione ed il metodo della Frazione. E ciò ha avuto luogo
nelle più terribili condizioni oggettive, di fronte alle quali, ancora una
volta, bisognava forgiare una solidarietà vivente.

Alla
fine della 2a guerra mondiale, la Sinistra italiana a sua volta ha
abbandonato i principi organizzativi che avevano costituito la sua caratteristica.
In effetti, né la parodia semi-religiosa di vita collettiva di partito sviluppata
dal bordighismo nel dopoguerra, né l’informalismo federalista di Battaglia hanno a che vedere con la vita
organizzativa della Sinistra italiana degli anni ‘20 e ‘30. In particolare,
tutta la concezione della Frazione è stata abbandonata.

È
la Sinistra comunista di Francia che ha recuperato l’eredità di questi principi
organizzativi e di lotta per lo spirito di partito. E tocca oggi alla CCI
perpetuare e far vivere questa eredità.

d) Lo spirito di
partito non è mai un’acquisizione definitiva. Le organizzazioni e le correnti
del passato che l’hanno meglio incarnato, hanno finito tutte per perderlo
completamente e definitivamente. (...)

In
ciascuno degli esempi dati, le circostanze in cui lo spirito di partito è sparito
erano molto differenti. L’esperienza della lenta degenerazione di un partito di
massa o dell’integrazione di un partito nell’apparato statale di un bastione
operaio isolato non si ripeteranno probabilmente mai più. Tuttavia, ci sono
delle lezioni generali da trarre. In ogni caso:

·        
lo
spirito di partito è sparito in un momento di svolta storica: in Germania, tra
l’ascesa e le decadenza del capitalismo; in Russia con il riflusso della
rivoluzione; e per la Sinistra italiana, tra la rivoluzione e la
controrivoluzione. Oggi, è l’entrata nella fase di decomposizione che minaccia
lo spirito di partito.

·        
l’illusione
che le realizzazioni passate possono essere definitive ha impedito la vigilanza
necessaria. La malattia infantile di
Lenin è un perfetto esempio di questa illusione. Oggi, la sopravvalutazione
della maturità organizzativa della CCI contiene lo stesso pericolo.

·        
sono
l’immediatismo e l'impazienza che hanno aperto la porta all’opportunismo programmatico
ed organizzativo. L’esempio della Sinistra italiana è particolarmente
sorprendente poiché storicamente è il più vicino a noi. È il desiderio di riuscire
infine ad estendere la propria influenza ed a reclutare dei nuovi membri che ha
spinto la Sinistra italiana nel 1943-45 ad abbandonare le lezioni della
Frazione ed il PCI bordighista nel 1980-81 ad abbandonare alcuni dei suoi
principi programmatici. Oggi, la CCl a sua volta è confrontata a simili
tentazioni legate all’evoluzione della situazione storica.

·        
questo
abbandono è stato l'espressione a livello organizzativo della perdita di
fiducia nella classe operaia che si è espressa inevitabilmente anche al livello
politico (perdita della chiarezza programmatica). Fino ad oggi ciò non ha mai riguardato
la CCI come tale. Ma ha sempre riguardato le differenti “tendenze” che si sono
scisse dalla CCI, (come la FECCI o il “Circolo di Parigi” che hanno rigettato
l’analisi della decadenza.

Durante
gli ultimi mesi, è soprattutto la simultaneità di un indebolimento dei nostri
sforzi teorici e della vigilanza, una certa euforia rispetto alla progressione
dell’organizzazione e dunque un accecamento nei confronti delle nostre
difficoltà ed il riemergere del clanismo che rivelano il pericolo della perdita
dello spirito di partito, di una degenerazione organizzativa e di sclerosi
teorica. Il fatto che la fiducia nei nostri ranghi sia stata minata e l’incapacità
di fare dei passi avanti decisivi nello sviluppo della solidarietà hanno
costituito i fattori dominanti in questa tendenza che può, potenzialmente,
condurre al tradimento programmatico o alla scomparsa dell’organizzazione.

6. Non c’è spirito
di partito senza una responsabilità individuale

Dopo
la lotta del 1993-96 contro il clanismo, sono cominciati ad emergere degli
atteggiamenti di diffidenza verso i rapporti politici e sociali dei compagni al
di fuori del quadro formale delle riunioni e delle attività programmate. L’amicizia,
i rapporti amorosi, i legami e le attività sociali, i gesti di solidarietà
personale, le discussioni politiche ed altro tra i compagni sono stati talvolta
trattati, nella pratica, come un male necessario, di fatto come il terreno privilegiato
per lo sviluppo del clanismo. Al contrario, si è cominciato a considerare che le
strutture formali delle nostre attività potessero offrire, in qualche modo, una
garanzia contro il ritorno del clanismo.

Tali
reazioni contro il clanismo rivelano di per sé un’insufficiente assimilazione
della nostra analisi e ci disarmano di fronte a questo pericolo. Come abbiamo
detto, il clanismo è in parte sorto come una falsa risposta ad un reale
problema di mancanza di fiducia e di solidarietà al nostro interno. Inoltre, la
distruzione dei rapporti di fiducia e di solidarietà reciproci che realmente
esistevano tra i compagni, è dovuta principalmente al lavoro del clanismo e ha
costituito un precondizione per un nuovo sviluppo di questo. È prima di tutto
il clanismo che ha minato lo spirito di amicizia: la reale amicizia non è mai diretta
contro una terza persona e non esclude mai la critica reciproca. Il clanismo ha
distrutto la tradizione indispensabile
di discussioni politiche e di legami sociali tra i compagni convertendoli in “discussioni
informali” alle spalle dell’organizzazione. Accrescendo l’atomizzazione e
demolendo la fiducia, intervenendo in modo eccessivo ed irresponsabile nella
vita personale dei compagni isolandoli socialmente dall’organizzazione, il
clanismo ha minato la solidarietà naturale che deve esprimere il “dovere di
rispetto” dell’organizzazione verso le difficoltà personali che possono
incontrare i suoi militanti.

È
impossibile combattere il clanismo utilizzando le sue armi. Non è la diffidenza
verso il pieno sviluppo della vita politica e sociale al di fuori del semplice quadro
formale delle riunioni di sezione, ma la vera fiducia in questa tradizione del
movimento operaio che ci rende più resistenti al clanismo.

Sullo
sfondo di questa diffidenza ingiustificata verso la vita “informale” di un’organizzazione
operaia risiede l’utopia piccolo-borghese di una garanzia contro lo spirito di
circolo che può condurre solamente al dogma illusorio del catechismo contro il
clanismo. Un tale comportamento tende a trasformare gli statuti in leggi
rigide, il “dovere di rispetto” in sorveglianza e la solidarietà in un rituale vuoto.

Uno
dei modi in cui la piccola borghesia esprime la sua paura del futuro è un
dogmatismo morboso che sembra offrire protezione contro il pericolo dell’imprevedibile.
È ciò che ha portato la “vecchia guardia” del partito russo ad accusare
costantemente Lenin di abbandonare i principi e le tradizioni del bolscevismo.
È un tipo di conservatorismo che mina lo spirito rivoluzionario. Nessuno è
esente da questo pericolo, come lo dimostra il dibattito nell’Internazionale
Socialista sulla questione polacca in cui non solo Wilhem Liebknecht, ma in parte
anche Engels hanno adottato un tale atteggiamento quando Rosa Luxemburg ha
affermato la necessità di rimettere in causa la vecchia posizione di sostegno
dell’indipendenza della Polonia.

In
realtà il clanismo, proprio perché è un’emanazione di strati intermedi,
instabili, senza futuro, è non solo capace ma anche condannato a prendere delle
forme e delle caratteristiche sempre mutevoli. La storia mostra che il clanismo
non prende solamente la forma dell’informalismo del bohémien e delle strutture
parallele così apprezzate dai declassati, ma che è anche capace di utilizzare
le strutture ufficiali dell’organizzazione e l’apparenza del formalismo e della
routine piccolo-borghese per promuovere la sua politica parallela. Mentre in
un’organizzazione in cui lo spirito di partito è debole e lo spirito di
contestazione forte, un clan informale ha più chance di successo, in un’atmosfera più rigorosa dove esiste una
grande fiducia negli organi centrali, l’apparenza formale e l’adozione di
strutture ufficiali può rispondere perfettamente ai bisogni del clanismo.

In
realtà, il clanismo contiene le due facce della medaglia. Storicamente, è
condannato a vacillare tra questi due poli che apparentemente si escludono
reciprocamente. Nel caso della politica di Bakunin, troviamo i due aspetti
contenuti in una “sintesi superiore”: la libertà individuale anarchica
assoluta, proclamata dall’alleanza ufficiale, e la fiducia e l’ubbidienza cieca
chiesta dall’alleanza segreta:

Come
i gesuiti
, non allo
dell’asservimento ma dell’emancipazione popolare, ciascuno di essi ha
rinunciato alla sua propria volontà. Nel Comitato, come in tutta
l'organizzazione, non è l’individuo che pensa, che vuole ed agisce, ma la
collettività
scrive Bakunin. Ciò
che caratterizza questa organizzazione, continua, è “la fiducia cieca che gli offrono delle personalità conosciute e
rispettate
[8].

I
rapporti sociali che ci possiamo aspettare che si sviluppino in una tale organizzazione sono chiari: Tutti i sentimenti di affetto,
sentimenti che rammolliscono di parentela, di amicizia, d’amore,
di riconoscenza devono essere soffocati dalla
passione unica e fredda
dell’opera rivoluzionaria
[9]

Qui
possiamo vedere chiaramente che il monolitismo non è un’invenzione dello
stalinismo, ma è già contenuto nella mancanza di fiducia clanica nel compito
storico, nella vita collettiva e nella solidarietà proletaria. Per noi, non c'è
niente di nuovo né di sorprendente in ciò. È la paura piccolo-borghese ben nota
nei riguardi della responsabilità individuale che, oggigiorno, porta un gran
numero di personaggi molto individualisti nelle braccia delle diverse sette in
cui possono smettere di pensare e di agire per proprio conto.

È
veramente un’illusione credere che si possa combattere il clanismo senza la
responsabilizzazione dei singoli membri dell’organizzazione. E sarebbe
paranoico pensare che la sorveglianza “collettiva” potrebbe sostituirsi alla
convinzione ed alla vigilanza individuale in questa lotta. In realtà, il
clanismo incorpora la mancanza di fiducia sia nella vita collettiva reale che
nella possibilità di una responsabilità individuale reale.

Quale
è la differenza tra le discussioni tra compagni al di fuori delle riunioni e le
“discussioni informali” del clanismo? È il fatto che le prime e non le seconde
sarebbero rapportate all’organizzazione? Sì, sebbene non sia possibile
riportare formalmente ogni discussione. Ma più importante ancora, ciò che fa la
differenza è l’atteggiamento con il quale una tale discussione viene condotta.
È lo spirito di partito che dobbiamo tutti sviluppare perché nessuno lo farà
per noi. Questo spirito di partito resterà sempre lettera morta se i militanti
non possono imparare ad avere fiducia gli uni negli altri. Ugualmente non può
esserci solidarietà vivente senza un impegno personale di ogni militante su
questo piano.

Se
la lotta contro lo spirito di circolo dipendesse unicamente dalla salute delle
strutture collettive formali, non ci sarebbe mai problema di clanismo nelle
organizzazioni proletarie. I clan si sviluppano a causa dell’indebolimento
della vigilanza e del senso di responsabilità a livello individuale. È per questo
che una parte del Testo di orientamento del 1993[10]
è dedicata all’identificazione degli atteggiamenti contro cui ogni compagno
deve armarsi. Questa responsabilità individuale è indispensabile, non solo
nella lotta contro il clanismo, ma nello sviluppo positivo di una vita
proletaria sana. In una tale organizzazione, i militanti hanno imparato a
pensare per proprio conto, e la loro fiducia è radicata in una comprensione
teorica, politica ed organizzativa della natura della causa proletaria, non
nella lealtà o la paura nei confronti di questo o quel compagno o comitato
centrale.

Il ‘corso nuovo’ deve avere come primo
risultato di fare sentire a tutti che nessuno oserà mai più terrorizzare il
Partito. La nostra gioventù non deve limitarsi a ripetere le nostre formule.
Deve conquistarle, assimilarle, formarsi una sua opinione, una sua fisionomia
ed essere capace di lottare per la loro vita col coraggio che danno una
convinzione profonda ed un’intera indipendenza di carattere. Fuori dal Partito
l’ubbidienza passiva che fa seguire meccanicamente il passo dei capi: fuori dal
Partito l’impersonalità, il servilismo, il carrierismo! Il bolscevico non è
solamente un uomo disciplinato: è un uomo che, in ogni caso e su ogni
questione, si forgia un’opinione ferma e la difende coraggiosamente, non solo
contro i suoi nemici, ma anche all’interno del suo stesso partito
[11].

E
Trotsky aggiunge: “L’eroismo supremo,
nell’arte militare come nella rivoluzione, sono la veracità ed il sentimento di
responsabilità"
[12].

La
responsabilità collettiva e la responsabilità individuale, lungi
dall’escludersi reciprocamente, dipendono l’una dall’altra e si condizionano a
vicenda. Come sviluppato da Plekhanov, l’eliminazione del ruolo dell’individuo
nella storia è legata ad un fatalismo incompatibile col marxismo. “Se certi soggettivisti, nei loro sforzi per
attribuire a ‘l’individuo’ il massimo di importanza nella storia, rifiutavano
di tenere in conto che l’evoluzione storica dell’umanità è un processo che obbedisce
a delle leggi, alcuni dei loro più recenti avversari, nel loro sforzo di
sottolineare al massimo le leggi che reggono questa evoluzione, sono apparsi
sul punto di dimenticare che la storia è
fatta dagli uomini
e che, di conseguenza, l’azione degli individui non può essere privata di importanza
[13].

Un tale rigetto della responsabilità individuale è
ugualmente legata al democraticismo piccolo borghese, al desiderio di rimpiazzare
il nostro principio “del ciascuno secondo i propri mezzi” con l’utopia
reazionaria dell’egualitarismo dei membri di un corpo collettivo. Questo
progetto, già condannato nel Testo di Orientamento del 1993, non costituisce né
un obiettivo dell’organizzazione oggi né quello della futura società comunista.

Uno
dei compiti che abbiamo tutti, è di apprendere dall’esempio di tutti i grandi
rivoluzionari (quelli celebri e tutti i combattenti anonimi della nostra
classe) che non hanno tradito i nostri principi programmatici ed organizzativi.
Ciò non ha niente a che vedere con un qualsiasi culto della personalità. Come si
legge nella conclusione di Plekhanov nel celebre saggio sul ruolo dell’individuo:
Non è solo per quelli che cominciano,
non è solo per i “grandi” uomini, che si apre un largo campo d’azione. Esso è
aperto a tutti gli uomini, a tutti quelli che hanno degli occhi per vedere,
degli orecchi per sentire ed un cuore per amare il loro prossimo. La nozione di
grandioso è relativa. Nel senso
morale, e citando Il nuovo testamento,
è grande qualunque uomo che dà la propria vita per i suoi amici
”.

A mo’ di
conclusione

Da
ciò segue che l’assimilazione e l’approfondimento delle questioni che abbiamo
cominciato a discutere da più di un anno costituiscono oggi una priorità
assoluta.

Il
compito della coscienza è di creare il quadro politico e organizzativo che
favorisca al meglio lo sviluppo della fiducia e della solidarietà. Questo
compito è centrale nella costruzione dell’organizzazione, arte o scienza tra le
più difficili. Alla base di questo lavoro si trova il rafforzamento dell’unità
dell’organizzazione, principio che è il più “sacro” del proletariato. E come
per ogni comunità collettiva, la sua premessa è l’esistenza di regole di
comportamento comuni. Concretamente, gli Statuti, i testi del 1981 sulla
funzione e il funzionamento e del 1993 sul tessuto organizzativo danno già
degli elementi per un tale quadro. È necessario ritornare, in maniera ripetuta,
su questi testi, e soprattutto quando l’unità dell’organizzazione è in
pericolo. Essi devono essere il punto di partenza di una vigilanza permanente.

A
questo livello, l’incomprensione principale nei nostri ranghi è l’idea che
queste questioni siano facili e semplici. Secondo questo atteggiamento, basta decretare
la fiducia perché questa esista. E poiché la solidarietà è un’attività pratica,
basta “just go and do it” (solo
metterla in opera). Niente è più falso di questo! La costruzione dell’organizzazione
è un’impresa estremamente complicata ed anche delicata. E non esiste alcun
prodotto della cultura umana che sia così difficile e fragile come la fiducia.
Nessuna cosa è più difficile da costruire e così facile da distruggere. È per questo
che, di fronte a questa o quella mancanza di fiducia da parte di questa o
quella parte dell’organizzazione, la prima questione che deve essere posta sempre
è ciò che può essere fatto, collettivamente, per ridurre la diffidenza o anche
la paura al nostro interno. Lo stesso vale per la solidarietà: benché questa sia
“pratica” e anche “naturale” per la classe operaia, quest’ultima vive nella
società borghese ed è circondata da fattori che lavorano contro tale
solidarietà. Inoltre, la penetrazione di un’ideologia straniera porta alle concezioni
aberranti su questa questione, come il recente atteggiamento di considerare il
rifiuto di pubblicare i testi di compagni come un’espressione di solidarietà, o
di trovare come base valida per un dibattito sulla fiducia la spiegazione delle
origini di certe divergenze politiche nella vita personale dei compagni (…)[14].

In
particolare nella lotta per la fiducia, la nostra parola d'ordine deve essere
prudenza e ancora prudenza.

La
teoria marxista è la nostra arma principale nella lotta contro la perdita di
fiducia. In generale, è il mezzo privilegiato per resistere all’immediatismo e
per difendere una visione a lungo termine. È la sola base possibile per una
fiducia reale, scientifica nel proletariato che è a sua volta la base della
fiducia di tutte le differenti parti della classe in sé e delle une nelle
altre. Specificamente, solo un approccio teorico ci permette di andare alle
radici più profonde dei problemi organizzativi che devono essere trattati a
pieno titolo come questioni teoriche e storiche. Allo stesso modo, in assenza
di una tradizione vivente su questa questione e in assenza finora della prova
del fuoco della repressione, la CCI deve basarsi su uno studio del movimento
operaio del passato nello sviluppo volontario e cosciente di una tradizione di
solidarietà attiva e di una vita sociale al suo interno.

Se
la storia ci ha reso particolarmente vulnerabili nei confronti dei pericoli del
clanismo, ci ha anche dato i mezzi per superarli. In particolare, non dobbiamo mai
dimenticare che il carattere internazionale dell’organizzazione e la creazione
di commissioni di informazioni sono i mezzi indispensabili per restaurare la
fiducia reciproca nei momenti di crisi quando questa fiducia è stata
danneggiata e persa.

Il
vecchio Liebknecht ha detto di Marx che lui trattava la politica come un
argomento di studio[15].
Come abbiamo detto, è l’allargamento della zona della coscienza nella vita
sociale che libera l’umanità dall'anarchia delle forze cieche, rendendo
possibili la fiducia, la solidarietà e la vittoria del proletariato. Per
superare le difficoltà presenti e risolvere le questioni poste, la CCI deve
studiarle perché, come diceva il filosofo, “l’ignorantia
non est  argumentum
” (L’ignoranza non
è un argomento). (“L'etica, Spinoza)

CCI
15 giugno 2001


[1] Per maggiori
informazioni su questa Conferenza vedi l’articolo “La lotta per la difesa dei
principi organizzativi” (Rivista Internazionale
n°110, in lingua inglese, francese o spagnola).

[2] Il 18 Brumaio

[3] Kautsky, La concezione materialistista della storia.

[4] Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche.

[5] MC è il nostro
compagno Marc Chirik, morto nel 1990. Lui aveva conosciuto direttamente la
Rivoluzione del 1917 nella sua città di Kichinev in Moldavia. Era stato membro
fin dall’età di 13 anni del partito comunista di Palestina da cui era stato
espulso a causa del suo disaccordo con le posizioni dell’Internazionali
comunista sulla questione nazionale. Immigrato in Francia, era entrato nel PCF
prima di esserne espulso contemporaneamente all’insieme delle opposizioni di
Sinistra. Era stato membro della
Ligue communiste (trotskista)
poi dell’
Union Communiste (UC) che aveva lasciato nel 1938
per raggiungere la Frazione italiana della Sinistra comunista internazionale
(GCI), di cui condivideva la posizione sulla guerra di Spagna contro quella
dell’UC. Durante la guerra e l’occupazione tedesca, ha dato impulso alla
ricostituzione della Frazione italiana intorno al nucleo di Marsiglia dopo che
il Bureau internazionale della GCI, animato da Vercesi, aveva considerato che
le frazioni non avessero più ragione di continuare il loro lavoro durante la
guerra. Nel maggio 1945 si è opposto all’autoscioglimento della Frazione
italiana la cui conferenza aveva deciso l’integrazione individuale dei suoi
militanti nel Partito comunista internazionalista fondato poco prima. Ha
raggiunto la Frazione francese della Sinistra comunista che si era costituita
nel 1944 e che in seguito si è ribattezzata Sinistra comunista di Francia
(GCF). A partire dal 1964 in Venezuela e dal 1968 in Francia, MC ha sostenuto
un ruolo decisivo nella formazione dei primi gruppi da cui avrebbe avuto
origine la CCI alla quale ha apportato l’esperienza politica ed organizzativa
che aveva acquisito nelle diverse organizzazioni comuniste di cui era stato
precedentemente membro. Si troveranno ulteriori elementi sulla biografia
politica del nostro compagno nel nostro opuscolo
La Gauche
communiste de France

e nell’articolo che la Rivista Internazionale
(in lingua inglese, francese e spagnola) gli ha dedicato, nei numeri 65 e
66.

Il testo di MC
qui evocato è un contributo al dibattito interno della CCI intitolato Marxismo rivoluzionario e centrismo nella
realtà presente ed il dibattito attuale nella CCI
, pubblicato a marzo 1984.

[6] Il 18 Brumaio

[7] Corrispondenza
con K. Zetkin.

[8] Bakunin, “Appello
agli ufficiali dell’esercito russo” (traduzione francese ne La prima
internazionale T.11, da Giacomo Freymont, Ginevra 1962).

[9] Bakunin, Il catechismo
rivoluzionario (Ibid)

[10] Si tratta del
testo “La questione del funzionamento dell’organizzazione nella CCI” pubblicato
nella Rivista internazionale n°109
(in lingua inglese, francese o spagnola).

[11] Trotskv, Corso nuovo

[12] Sul routinisme
nell’esercito ed altrove.

[13] “A proposito
del ruolo dell’individuo nella storia”, Opere filosofiche, Volume II, Éditions
du Progrès.

[14] Questo
passaggio fa riferimento principalmente a fatti che abbiamo già evocato nel
nostro articolo “La lotta per la difesa dei principi organizzativi” (Rivista Internationale n°110, in lingua
inglese, francese o spagnola) che riporta la nostra Conferenza straordinaria
del marzo 2002 e le difficoltà organizzative che avevano motivato la sua
tenuta: “Che delle parti dell’organizzazione facessero delle critiche ad un
testo adottato dall’organo centrale della CCI non aveva mai costituito un
problema per quest'ultima. Al contrario, la CCI ed il suo organo centrale hanno
sempre insistito affinché ogni divergenza, ogni dubbio si esprimesse apertamente
all’interno dell’organizzazione per fare la massima chiarezza possibile.
L’atteggiamento dell’organo centrale, quando si trovava di fronte a dei
disaccordi, era di rispondervi con la massima serietà possibile. Ora, a partire
dalla primavera 2000, la maggioranza dell’SI (Segreteriato internazionale, la
commissione permanente dell’organo centrale della CCI) ha adottato un
atteggiamento completamente opposto. Piuttosto che sviluppare delle argomentazioni
serie, ha adottato un atteggiamento totalmente contrario a quello lo aveva
caratterizzato in passato. Nella sua mente, se una piccola minoranza di
compagni faceva delle critiche ad un testo dell’SI, ciò doveva esprimere
necessariamente spirito di contestazione, o anche il fatto che uno di loro aveva
dei problemi familiari, che l’altro era colpito da una malattia psichica. (...)
La risposta data agli argomenti dei compagni in disaccordo non era dunque
basata su altri argomenti, ma su delle denigrazioni di questi compagni o
decisamente sul tentativo di non pubblicare alcuni dei loro contributi con l’argomento
che questi ultimi andavano “a buttare merda sull’organizzazione”, o ancora che
una delle compagne che era toccata dalla pressione che si sviluppava intorno a
lei “non avrebbe sopportato” le risposte che altri militanti della CCI avrebbero
fatto ai suoi testi. Insomma, la maggioranza dell’SI, in maniera totalmente
ipocrita, sviluppava una politica di soffocamento dei dibattimenti in nome della
solidarietà.

[15] K Wilhem
Liebknecht, Karl Marx

Patrimonio della Sinistra Comunista: 

Sviluppo della coscienza e dell' organizzazione proletaria: