Qual è il futuro per le lotte in Egitto?

Questo articolo è stato scritto dalla nostra sezione in Francia il 1° dicembre ma gli ultimi avvenimenti in Egitto non modificano secondo noi il quadro che ne emerge. La feroce repressione che continua a lasciare morti nelle strade e si abbatte con ferocia sui manifestanti[1] non possono che rafforzare la nostra solidarietà verso i proletari egiziani e la loro determinazione alla lotta.

La miseria crescente, i morsi brutali della crisi economica, il bisogno di libertà di fronte al regno del terrore, l’indignazione di fronte alla corruzione, continuano ad agitare un po’ ovunque le popolazioni in rivolta, specialmente in Egitto[2].

Dopo le grandi mobilitazioni di gennaio e febbraio scorsi, le occupazioni ormai permanenti e quotidiane di piazza Tahrir del Cairo si sono trasformate, dal 18 novembre, in nuove dimostrazioni di massa. Questa volta ad essere preso maggiormente di mira è l’esercito ed i suoi capi. Questi avvenimenti dimostrano che la collera resta perché, contrariamente a quello che pretendeva la borghesia ed i suoi media, all’inizio del 2011 non c’è stata una “rivoluzione” ma solo un movimento di contestazione di massa. Di fronte a questo movimento la borghesia è riuscita ad imporre un semplice cambiamento di gestione del paese: l’esercito agisce esattamente come Mubarak e niente è cambiato sulle condizioni di sfruttamento e repressione della maggioranza della popolazione.

La borghesia reprime nel sangue e calunnia i manifestanti

Tutte le grandi città egiziane sono state di nuovo toccate dal contagio del malcontento di fronte al degrado delle condizioni di vita ed all’onnipresenza dell’esercito nell’assicurare il mantenimento dell’ordine. Il clima di scontro è tanto presente ad Alessandria e Porto-Saïd nel Nord che al Cairo; alcuni scontri importanti si sono avuti al centro del paese, a Suez e Qena, ma anche nel Sud ad Assyut, Assuan, ed ancora verso ovest a Marsa Matrouh. La repressione è stata brutale: sono stati censiti ufficialmente 42 morti e circa 2.000 feriti! L’esercito non esita a violentare le folle con le sue forze antisommossa. Spara e lancia gas lacrimogeni particolarmente nocivi. Alcune vittime muoiono dopo inalazione per soffocamento. Una parte del lavoro sporco di repressione è “subappaltata”: alcuni tiratori scelti assunti ed imboscati usano, coperti da ogni impunità, armi da fuoco. Giovani manifestanti cadono in strada sotto le pallottole di questo genere di mercenari. La polizia, per compensare i limiti imposti dall’uso di proiettili di gomma, non esita a mirare sistematicamente in pieno viso. E’ circolato un video agghiacciante, che ha provocato la collera dei manifestanti, dove si sente uno sbirro “cavatore di occhi” che si congratula col suo collega: “Nel suo occhio! È nel suo occhio! Bravo, amico mio!” (http://www.lexpress.fr/). I manifestanti che si ritrovano con un occhio in meno sono diventati una legione! A ciò, bisogna aggiungere gli arresti selvaggi e le torture. Spesso, i militari sono accompagnati da miliziani, i “baltaguis”[3], utilizzati in sordina dal regime per seminare disordine. Armati di sbarre di ferro e di randelli, hanno il compito di reprimere, più o meno con discrezione, i manifestanti tentando di isolarli. Sono stati loro, per esempio, l’inverno scorso, a strappare e bruciare le tende degli oppositori e a prestare man forte per numerosi arresti (http://www.lemonde.fr/).

Contrariamente a quello che i media propagandano, le donne, oggi più numerose nella folla degli scontenti, sono aggredite spesso sessualmente dalle “forze di sicurezza” e sono costrette frequentemente a sottoporsi ad orribili umiliazioni come gli “esami di verginità”. Queste in genere sono più considerate e rispettate dai manifestanti, sebbene l’aggressione di alcune giornaliste occidentali sia stata strumentalizzata (come quella di Caroline Sinz, giornalista di France 3, in cui sarebbero implicati giovani “civili”). Così, “gli eccessi di Tahrir non devono far dimenticare che in piazza si stabilisce un nuovo rapporto tra uomini e donne. Il semplice fatto che i due sessi possano dormire vicino all’aperto costituisce una vera novità. E le donne si sono impadronite di questa libertà nata dalla piazza. Esse sono parti pregnanti della lotta…” (http://www.lepoint.fr/).

Si lascia anche intendere, insidiosamente, che gli occupanti di Tahrir sono dei “teppisti” perché “se ne infischiano delle elezioni” e rischiano di “mettere in pericolo la transizione democratica”. Sono gli stessi media che, dopo aver sostenuto per molto tempo Mubarak e la sua cricca, hanno sostenuto e salutato qualche mese dopo il regime militare qualificandolo “liberatore”, oggi screditato, approfittando delle illusioni sull’esercito presenti nella popolazione!

Il ruolo chiave dell’esercito per la borghesia egiziana

Anche se, al momento, l’esercito si è molto screditato, sono soprattutto il CSFA (Consiglio supremo delle forze armate) ed il suo capo Hussein Tantaoui ad essere presi di mira. Quest’ultimo, ministro della Difesa per dieci anni sotto Mubarak, percepito come un clone del dittatore, genera una voce unanime delle folle che si riassume così: “Sgombra!”. Ma l’esercito, sostegno storico di Mubarak, è un solido bastione e continua a tenere l’insieme delle leve dello Stato. Esso ha continuato a manovrare per mantenere la propria posizione con il sostegno di tutte le grandi potenze, in particolare degli Stati Uniti. Questo perché l’Egitto è un’importante zona di controllo della situazione in Medio Oriente ed un fattore di stabilità essenziale nella strategia imperialista nella regione, soprattutto nel conflitto israelo-palestinese. Vantando un “ritorno dell’esercito nelle caserme”, la borghesia riesce per ora a mistificare sull’essenziale. Non senza ragioni, il quotidiano Al Akhbar metteva in guardia: “La cosa più pericolosa che possa accadere è il deterioramento della relazione tra il popolo e l’esercito”. Infatti, l’esercito non solo ha assunto un ruolo politico centrale con l’arrivo al potere di Nasser nel 1954, costituendo da allora un pilastro essenziale e costante del potere, ma detiene anche un ruolo economico di primo piano gestendo direttamente numerose imprese. In effetti, dalla sconfitta della “guerra dei 6 giorni” contro Israele e soprattutto dagli accordi di Camp David nel 1979, quando decine di migliaia di militari sono stati smobilitati, la borghesia ha incoraggiato e largamente avvantaggiato una parte dell’esercito a riconvertirsi in imprenditori, per timore che i suoi disoccupati potessero aggravare ulteriormente il mercato del lavoro già interessato da una massiccia disoccupazione endemica. “Ha iniziato dalla produzione di materiale per i suoi bisogni: armamento, accessori ed abbigliamento poi, col tempo, si è lanciato in differenti industrie civili ed ha investito negli sfruttamenti agricoli, esonerati da tasse ed altre imposte” (Libération del 28/11/2011) investendo il 30% della produzione e lubrificando tutti gli ingranaggi della borghesia egiziana. “Il CSFA può essere considerato come un consiglio d’amministrazione di un gruppo industriale, composto da società possedute dall’istituzione [militare] e gestite da generali in pensione. Così, quest’ultimi sono ultra presenti nell’alta amministrazione: 21 dei 29 governatorati del paese sono diretti da anziani ufficiali dell’esercito e della sicurezza”, secondo Ibrahim al-Sahari, rappresentante del Centro degli studi socialisti del Cairo, che aggiunge: “… possiamo comprendere l’angoscia dell’esercito di fronte all’insicurezza ed alle agitazioni sociali che si sono sviluppate in questi ultimi mesi. C’è il timore del contagio degli scioperi alle proprie imprese, dove gli impiegati sono privati di ogni diritto sociale e sindacale mentre ogni protesta è considerata come un crimine di tradimento” (Libération del 28/11). La stretta di ferro con la quale dirige il paese rivela dunque il suo vero volto repressivo.

Una determinazione coraggiosa i cui limiti riguardano il proletariato dei paesi centrali

Se il proseguimento della repressione e la protesta dei “comitati delle famiglie di feriti” hanno cristallizzato la situazione e la collera contro l’esercito, non è stato solo per chiedere ai militari di lasciare il potere, più democrazia ed elezioni. Infatti, ciò che oggi soprattutto spinge i manifestanti in strada è l’aggravamento della miseria nera e della disoccupazione. Con la disoccupazione di massa, nutrire la propria famiglia diventa sempre più difficile. Ed è precisamente questa dimensione sociale che i media occultano. Noi salutiamo il coraggio e la determinazione dei manifestanti che si oppongono a mani nude alle violenze dello Stato. Per difendersi contro gli sbirri armati fino ai denti, i manifestanti hanno solo i marciapiedi divelti come munizioni, usando i lastricati e i cocci come proiettili. I manifestanti esprimono una grande volontà ad organizzarsi in uno slancio collettivo e spontaneo per i bisogni della lotta. Sono costretti ad organizzarsi ed a sviluppare con ingegnosità una vera logistica di fronte alla repressione. Ospedali di fortuna vengono improvvisati un po’ ovunque sulla grande piazza, catene umane lasciano passare le ambulanze. Con gli scooter vengono trasportati i feriti per le prime cure o verso i centri di soccorso. Ma la situazione non è più la stessa rispetto al momento della caduta di Mubarak dove il proletariato ha giocato un ruolo determinante, dove l’estensione rapida di scioperi in massa ed il rigetto dell’inquadramento sindacale ha contribuito ampiamente a spingere i capi militari, sotto la pressione degli Stati Uniti, a cacciare l’ex presidente egiziano dal potere. Oggi per la classe operaia la situazione è molto diversa. Una delle prime misure prese dall’esercito, sin dal mese di aprile, è stata quella di rendere più dura la legislazione “contro i movimenti di sciopero suscettibili di perturbare la produzione per ogni gruppo o settore portando danni all’economia nazionale” e spingere i sindacati ad inquadrare maggiormente i movimenti. Questa legge prevede un anno di prigione ed una multa di 80.000 dollari (in un paese dove il salario minimo è di 50 euro) per gli scioperanti o per quelli che incitano allo sciopero. Pertanto il ricorso allo sciopero è rimasto in quest’ultimi giorni molto localizzato, limitandosi a movimenti puramente economici di fronte alle chiusure di fabbriche o a salari non retribuiti. La mobilitazione operaia non è stata più in grado di giocare un ruolo importante come forza autonoma nel movimento.

Se il movimento rigetta oggi il potere dell’esercito, questo non significa che esso sia meno debole e permeabile a molte illusioni. Innanzitutto perché si richiama ad un governo “civile democratico”, ed i primi effetti si sono visti con i Fratelli musulmani, vedi i salafiti (i due partiti dati in testa alle legislative attraverso il processo elettorale), che, stando per entrare in un “governo civile” di facciata e senza reale potere (nella misura in cui l’esercito continuerà ad assicurare il reale potere politico), si sono smarcati dal movimento di contestazione e non hanno fatto appello ad assembramenti e manifestazioni per poter da subito trattare il loro avvenire politico con i militari. Tuttavia, il miraggio “di elezioni libere”, le prime da più di 60 anni, sembra momentaneamente in grado di evitare la collera. Però, anche se reali, queste illusioni democratiche non sono così forti come la borghesia vorrebbe farci credere: in Tunisia, dove ci si è vantati dell’86% di votanti, non si è avuto che il 50% degli elettori potenziali iscritti alle liste elettorali. Così in Marocco, dove il tasso di partecipazione alle elezioni è stato del 45% e, in Egitto, dove le cifre sono rimaste più sfumate, il 62% degli iscritti ma 17 milioni di votanti su 40.

Oggi le frazioni di sinistra radicale di tutti i paesi gridano: “Tahrir ci mostra il cammino!”, come se si trattasse di copiare questo modello di lotta punto per punto, ovunque, dall’Europa all’America. Questa è una trappola tesa ai lavoratori. Perché non bisogna riprendere tutto da queste lotte. Se è vero che il coraggio, la determinazione, lo slogan oramai celebre “Noi non abbiamo più paura!”, la volontà di raggrupparsi in massa in piazza per vivere e lottare insieme … costituiscono una sorgente di ispirazione e di speranza inestimabili, occorre anche, e forse soprattutto, avere consapevolezza dei limiti di questo movimento: le illusioni democratiche, nazionaliste e religiose, la relativa debolezza dei lavoratori … Questi ostacoli sono legati alla mancanza di esperienza rivoluzionaria e storica della classe operaia di questa regione del mondo. I movimenti sociali dell’Egitto e della Tunisia hanno portato alla lotta internazionale degli sfruttati il massimo di quello che era loro possibile per il al momento. Essi oggi raggiungono i loro limiti obiettivi. Ora tocca al proletariato più sperimento, quello che vive nei paesi del cuore storico del capitalismo, in particolare dell’Europa, portare oltre la spada della lotta contro questo sistema disumano. La mobilitazione degli Indignati in Spagna appartiene a questa indispensabile dinamica internazionale. Essa ha cominciato ad aprire nuove prospettive con le sue assemblee generali aperte ed autonome, con i suoi dibattiti da cui talvolta sono emersi interventi chiaramente internazionalisti e che hanno denunciato la mascherata della democrazia borghese. Solo un tale sviluppo della lotta contro la miseria ed i piani di austerità draconiani nei paesi del cuore del capitalismo può aprire nuove prospettive agli sfruttati, non solo in Egitto ma anche nel resto del mondo. Questa è la condizione indispensabile per offrire un avvenire all’umanità!

WH, 1 dicembre 2011



[2] E’ chiaramente anche il caso della Siria dove il regime, reprimendo nel sangue le manifestazioni iniziate dal mese di marzo, ha ucciso più di 4.000 persone, tra cui più di 300 bambini.

[3] Una specie di milizia specializzata nell’agitazione e la violenza reclutata tra il sottoproletariato.