Movimento degli indignati in Spagna, Grecia e Israele: dall’indignazione alla preparazione delle battaglie di classe

In un nostro precedente articolo abbiamo parlato della
lotta che si sviluppava in Spagna[1].
Dopo di allora il contagio del suo esempio si è propagato fino alla Grecia e ad
Israele[2].
In questo articolo vogliamo tirare le lezioni di questi movimenti e vedere
quali prospettive se ne possono tirare di fronte a una situazione di fallimento
del capitalismo e di attacchi feroci contro il proletariato e la grande
maggioranza della popolazione mondiale.

Per comprenderli bisogna rifuggire categoricamente dal
metodo immediatista ed empirico che predomina nella società attuale. Con questo
metodo ogni avvenimento viene analizzato in sé, al di fuori di ogni contesto
storico e isolandolo nel paese in cui si svolge. Questo metodo fotografico è un
riflesso della degenerazione ideologica della classe capitalista, giacché “il solo progetto che questa classe è capace
di offrire all’insieme della società è quello di resistere giorno per giorno,
colpo su colpo, e senza speranza di riuscita, al crollo irrimediabile del modo
di produzione capitalista”
[3].

Una fotografia può mostrarci una persona che sfoggia
un gran sorriso, ma questo non esclude che qualche secondo prima la stessa
persona avesse un’aria angosciata. Non è in questa maniera che si possono capire
i movimenti sociali. Si può comprenderli solo alla luce del passato che li ha
fatti maturare e del futuro che essi annunciano; è necessario situarli nel
quadro mondiale e non in quello nazionale in cui appaiono; e, soprattutto, essi
devono essere compresi nella loro dinamica, non per quello che sono in un
momento dato, ma per quello che possono diventare sulla base delle tendenze,
delle forze e delle prospettive che essi contengono e che usciranno prima o poi
alla superficie.

Il proletariato sarà capace di
rispondere alla crisi del capitalismo?

All’inizio del 21° secolo abbiamo pubblicato una
serie di due articoli dal titolo “All’alba del 21° secolo, perché il proletariato
non ha ancora rovesciato il capitalismo?”[4].
In essi ricordavamo che la rivoluzione comunista non è una fatalità e che il
suo avvento dipende dall’unione di due fattori, quello oggettivo e quello
soggettivo. Il fattore oggettivo è dato dalla decadenza del capitalismo[5] e
dallo sviluppo di una crisi aperta della società borghese che dimostri che i
rapporti di produzione capitalisti devono essere rimpiazzati da altri rapporti
di produzione[6]. Il fattore soggettivo è
legato all’azione collettiva e cosciente del proletariato.

L’articolo riconosce che il proletariato ha mancato i
suoi appuntamenti con la storia. Nel primo caso – La Prima Guerra mondiale – il
tentativo di risposta con un’ondata rivoluzionaria mondiale nel 1917-23 fu
sconfitto; nel secondo – la grande Depressione del 1929 – il proletariato fu
assente come classe autonoma; nel terzo – la Seconda Guerra mondiale – non solo
esso fu assente ma fu anche portato a credere che la democrazia e lo Stato
assistenziale, questi miti manipolati dai vincitori, costituissero la sua
vittoria. In seguito, con il ritorno della crisi alla fine degli anni ‘60, il
proletariato “non mancò l’appuntamento
(…) ma allo stesso tempo abbiamo potuto misurare la quantità di ostacoli ai
quali si è scontrato e che hanno rallentato il suo cammino verso la rivoluzione
proletaria
[7]. Questi freni si
manifestarono in coincidenza di un nuovo avvenimento di primaria importanza –
il crollo dei regimi cosiddetti “comunisti” nel 1989 - in cui non solo non fu
un fattore attivo, ma in cui fu vittima di una formidabile campagna
anticomunista che lo ha fatto retrocedere tanto a livello della sua coscienza
che della sua combattività.

Quello che potremmo definire il “quinto appuntamento con
la storia” si apre dal 2007. La crisi che si manifesta con più ampiezza
dimostra il fallimento praticamente definitivo delle politiche che il
capitalismo aveva messo in piedi per accompagnare l’emergere della sua crisi
insolubile. L’estate 2011 ha messo in evidenza che le enormi somme immesse nel
sistema non possono arrestare l’emorragia e che il capitalismo viene trascinato
sulla china della Grande Depressione, ben più grave di quella del 1929[8].

Ma, in un primo tempo, e nonostante i colpi che
piovono su di lui, il proletariato sembra comunque assente. Al nostro 18°
Congresso Internazionale avevamo ipotizzato il verificarsi di una situazione di
questo tipo: “Queste saranno
probabilmente, in un primo tempo, lotte disperate e relativamente isolate,
anche se possono beneficiare di una simpatia reale in altri settori della
classe operaia. Perciò anche se, nel prossimo periodo, non si assisterà a una
risposta poderosa della classe operaia di fronte agli attacchi, non bisognerà
considerare questo fatto come una rinuncia a lottare in difesa dei propri
interessi. Sarà in un secondo momento, quando essa sarà capace di resistere ai
ricatti della borghesia, quando si imporrà l’idea che solo la lotta unita e
solidale può frenare la brutalità degli attacchi della classe dominante, in
particolare quando questa cercherà di far pagare a tutti i lavoratori gli
enormi deficit statali che si accumulano oggi con i piani di salvataggio delle
banche e di “rilancio” dell’economia, che lotte operaie di grande ampiezza
potranno svilupparsi molto di più.
[9].

Gli attuali movimenti in Spagna, Israele e Grecia
mostrano che il proletariato comincia ad assumere questo “quinto appuntamento
con la storia”, a prepararsi per essere presente, a darsi i mezzi per vincere[10].

Negli articoli citati prima dicevamo che due dei
pilastri su cui il capitalismo – almeno nei paesi centrali – si è appoggiato
per tenere il proletariato sotto il suo controllo sono la democrazia e quello
che viene definito lo “Stato assistenziale”. Quello che questi tre movimenti
rivelano è che i pilastri cominciano ad essere contestati, anche se ancora
confusamente, contestazione che sarà alimentata dall’evoluzione catastrofica
della crisi.

La contestazione della democrazia

In questi tre movimenti si è manifestata la collera
contro i politici e, in generale, contro la democrazia. Così come si è
manifestata l’indignazione rispetto al fatto che i ricchi e il loro personale
politico siano sempre più ricchi e corrotti, che la grande maggioranza della
popolazione sia trattata come una merce al servizio dei privilegi scandalosi
della minoranza sfruttatrice, merce gettata nella spazzatura quando i “mercati
non vanno più bene”; anche i drastici programmi di austerità sono stati
denunciati, programmi di cui nessuno parla mai al momento delle campagne
elettorali e che poi diventano la principale occupazione di quelli che vengono
eletti.

E’ evidente che questi sentimenti non sono nuovi: per
esempio, parlar male dei politici è stata cosa comune in questi ultimi trent’anni.
E’ chiaro anche che questi sentimenti possono essere deviati verso vicoli
ciechi come hanno cercato di fare con perseveranza le forze della borghesia in
azione in questi tre movimenti: “per una democrazia partecipativa”, per un
“rinnovamento della democrazia”, ecc.

Ma quello che c’è di nuovo e che riveste un’importanza
significativa è che questi temi che, lo si voglia o no, mettono in questione la
democrazia, lo Stato borghese e i suoi apparati di dominio, sono l’oggetto di
innumerevoli assemblee. Non si possono paragonare degli individui che
rimuginano il loro disgusto da soli, atomizzati, passivi e rassegnati con
questi stessi individui che lo esprimono liberamente in assemblee. Al di là
degli errori, delle confusioni, dei momenti di stallo che vi si esprimono
inevitabilmente e che devono essere discussi con la massima pazienza ed energia,
l’essenziale sta proprio nel fatto che i problemi siano posti pubblicamente,
cosa che contiene in potenza un’evidente politicizzazione delle grandi masse e,
anche, l’inizio di una messa in discussione di questa democrazia che ha reso
tanti servizi al capitalismo lungo tutto l’ultimo secolo.

La fine del presunto “Stato assistenziale”

Dopo la Seconda Guerra mondiale, il capitalismo
istituì quello che fu chiamato “lo Stato assistenziale”[11]. Questo
ha costituito uno dei principali pilastri del dominio capitalista nel corso
degli ultimi 70 anni. Ha creato l’illusione che il capitalismo avesse superato
gli aspetti più brutali della sua realtà: lo Stato assistenziale avrebbe
garantito una sicurezza di fronte alla disoccupazione, la pensione, la gratuità
delle cure mediche e dell’educazione, degli alloggi sociali, ecc.

Questo “Stato sociale”, complemento della democrazia
politica, ha subito delle significative amputazioni nel corso degli ultimi 25
anni e va verso la pura e semplice sparizione. In Grecia, in Spagna o in
Israele (dove è stata innanzitutto la penuria di alloggi a mobilitare i
giovani), l’inquietudine creata dalla soppressione dei sussidi sociali è stata
alla base delle lotte. E’ evidente che la borghesia ha cercato di deviare le
mobilitazioni verso le “riforme della costituzione”, l’adozione di leggi che
“garantiscano” queste prestazioni, e così via. Ma l’ondata crescente di
inquietudine contribuirà a rimettere in discussione queste dighe che servono a controllare
i lavoratori.

I movimenti degli Indignati, punto
culminante di otto anni di lotte

Il cancro dello scetticismo domina l’attuale ideologia
e infetta anche il proletariato e le sue minoranze rivoluzionarie. Come si è
detto prima il proletariato ha mancato tutti gli appuntamenti che la storia aveva
creato durante quasi un secolo di decadenza capitalista e da questo è nato un
dubbio angosciante nelle sue fila circa la sua propria identità e le sue
capacità, al punto che, anche durante delle manifestazioni di combattività,
alcuni arrivano a rigettare il termine “classe operaia”[12].
Questo scetticismo è tanto più forte in quanto alimentato dalla decomposizione
del capitalismo[13]: la disperazione,
l’assenza di un progetto concreto per l’avvenire favoriscono l’incredulità e la
diffidenza verso ogni prospettiva di azione collettiva.

I movimenti in Spagna, Israele e Grecia – nonostante
tutte le debolezze che contengono – cominciano a fornire un rimedio efficace
contro il cancro dello scetticismo, innanzitutto per la loro stessa esistenza e
per quello che essi significano nella continuità delle lotte e degli sforzi di
presa di coscienza che il proletariato mondiale sta realizzando dal 2003[14].
Essi non costituiscono un temporale a ciel sereno ma sono il risultato di una
lenta condensazione di questi ultimi otto anni di piccole nuvole, di
pioggerelle, di lampi timidi che è cresciuta fino a raggiungere una qualità
nuova.

Dal 2003 il proletariato comincia a riprendersi dal
lungo periodo di riflusso della sua coscienza e della combattività che aveva
subito a partire dagli avvenimenti del 1989. Questo processo segue un ritmo
lento, contraddittorio e molto tortuoso, che si manifesta attraverso:

- una successione di lotte molto isolate in diversi
paesi, tanto al centro che alla periferia, caratterizzate da manifestazioni “cariche
di futuro”: ricerca della solidarietà, tentativi di autorganizzazione, presenza
di nuove generazioni, riflessioni sull’avvenire;

- uno sviluppo di minoranze internazionaliste alla
ricerca di una coerenza rivoluzionaria, che si pongono tante questioni e
cercano il contatto fra loro, discutono, tracciano prospettive…

Nel 2006 scoppiano due movimenti - la lotta contro il
CPE in Francia[15] e lo sciopero massiccio
dei lavoratori di Vigo in Spagna - che, nonostante la distanza, la differenza
di condizioni e di età dei partecipanti, presentano tratti simili: assemblee
generali, estensione ad altri settori, partecipazione di massa alle
manifestazioni … E’ come una prima semina che, apparentemente, non ha seguito[16].

Un anno più tardi un embrione di sciopero di massa
scoppia in Egitto a partire da una grande fabbrica tessile. All’inizio del 2008
scoppiano numerose lotte isolate le une dalle altre, ma contemporaneamente in
un gran numero di paesi, dalla periferia al centro del capitalismo. Altri
movimenti si fanno notare, come la proliferazione di rivolte della fame in 33
paesi durante il primo trimestre del 2008. In Egitto queste lotte sono
sostenute e in gran parte prese in carico dal proletariato. Alla fine del 2008
scoppia la rivolta della gioventù operaia in Grecia, appoggiata da una parte
del proletariato. Da ricordare ancora dei germi di reazioni internazionaliste
nel 2009 a Lindsay (Gran Bretagna) e un esplosivo sciopero generalizzato nel
sud della Cina (a giugno).

Dopo un primo indietreggiamento del proletariato di
fronte al primo impatto della crisi, come visto prima, questo comincia a
lottare in maniera ben più decisa e, nel 2010, la Francia è scossa da movimenti
di massa di protesta contro la riforma delle pensioni, movimenti nel corso dei
quali fanno la loro comparsa tentativi di assemblee intercategoriali; i giovani
inglesi si rivoltano in dicembre contro l’aumento brutale delle tasse
scolastiche. L’anno 2011 vede le grandi rivolte sociali in Egitto e Tunisia. Il
proletariato sembra prendere lo slancio per un nuovo salto in avanti: il
movimento degli Indignati in Spagna, poi in Grecia e in Israele.

Questo movimento appartiene alla classe operaia?

Questi tre ultimi movimenti non possono essere
compresi al di fuori del contesto che stiamo analizzando. Essi costituiscono
una specie di primo puzzle che unisce tutti gli elementi intervenuti lungo
questi ultimi otto anni. Ma lo scetticismo è molto forte e molti si domandano:
si può parlare di movimenti della classe operaia visto che questa non vi è
presente come tale e che essi non sono rafforzati da scioperi o assemblee sui
luoghi di lavoro?

Il movimento si chiama “Gli Indignati”, concetto
sicuramente valido per la classe operaia[17],
ma che non rivela immediatamente quello di cui è portatore dal momento che non
si identifica direttamente con la sua natura di classe. Ci sono due elementi
che gli conferiscono essenzialmente un’apparenza di rivolta sociale:

la perdita dell’identità di classe

Il
proletariato ha attraversato un lungo periodo di riflusso che gli ha inflitto
danni significativi per quanto riguarda la fiducia in se stesso e la coscienza
della propria identità: “dopo il crollo del blocco dell’Est
e dei regimi cosiddetti ‘socialisti’, le assordanti campagne della borghesia
sul “fallimento del comunismo”, la “vittoria definitiva del capitalismo
liberale e democratico”, la “fine della lotta di classe” e della classe operaia
stessa, portò ad un importante arretramento del proletariato, sia a livello
della coscienza che della combattività. Questo arretramento fu profondo è durò
più di dieci anni (…) D’altra parte,
(la borghesia) è riuscita a creare
in seno alla classe operaia un forte sentimento di impotenza legato alla sua
incapacità a ingaggiare delle lotte di massa
[18]. Questo spiega in parte perché la partecipazione
del proletariato come classe non è stata dominante, ma che è stato presente
attraverso la partecipazione individuale di lavoratori (salariati, disoccupati,
studenti, pensionati) che cercano di chiarificarsi, di implicarsi secondo il
loro istinto, ma a cui mancano la forza, la coesione e la chiarezza che dà il
fatto di agire collettivamente come classe.

Da questa
perdita di identità deriva il fatto che il programma, la teoria, le tradizioni,
i metodi del proletariato non sono riconosciuti come propri dall’immensa
maggioranza dei lavoratori. Il linguaggio, le forme di azione, i simboli stessi
che compaiono nel movimento degli Indignati si rifanno ad altre fonti. Questa è
una debolezza pericolosa che deve essere pazientemente combattuta perché si
realizzi una riappropriazione critica di tutto il patrimonio teorico, di
esperienza, di tradizioni che il proletariato ha accumulato durante gli ultimi
due secoli.

la presenza di strati sociali non proletari

tra gli
indignati c’è una forte presenza di strati sociali non proletari, in
particolare di un ceto medio in via di proletarizzazione. Per quanto riguarda
Israele il nostro articolo sottolineava:
“Un’altra questione è quella di etichettare questo come un movimento
della ‘classe media’. E’ vero che, come per tutti gli altri movimenti, siamo di
fronte a una rivolta sociale ampia che può esprimere l’insoddisfazione di molti
diversi strati sociali, dai piccoli imprenditori ai lavoratori nei punti di
produzione, tutti colpiti dalla crisi economica mondiale, un divario crescente
tra ricchi e poveri e, in un paese come Israele, dall’aggravamento delle
condizioni di vita per le insaziabili esigenze dell’economia di guerra. Ma ‘classe
media’ è diventata un’espressione vaga, onnicomprensiva che indica chiunque
abbia un titolo di studio o un lavoro, e in Israele come in Nord Africa, Spagna
o Grecia, un numero crescente di giovani istruiti sono spinti nei ranghi del
proletariato, svolgendo lavori mal retribuiti e non qualificati, dove possono
anche non trovare affatto alcun lavoro”
[19].

Benché il movimento sembri vago e mal definito, questo
non può bastare per rimettere in causa il suo carattere di classe, soprattutto
se consideriamo le cose nella loro dinamica, nella prospettiva futura, come
fanno anche i compagni del TPTG a proposito del movimento in Grecia: “Quello
che inquieta i politici di ogni schieramento in questo movimento delle assemblee,
è che la collera e l’indignazione crescenti dei proletari (e di strati
piccolo-borghesi) non si esprime più attraverso il circuito mediatico dei
partiti politici e dei sindacati. Per questo esso non è controllabile ed è
potenzialmente pericoloso per il sistema rappresentativo del mondo politico e
sindacale in generale
”.[20]

La presenza del proletariato non è visibile come forza
dirigente del movimento e nemmeno attraverso una mobilitazione a partire dai
posti di lavoro. Essa sta invece nella dinamica di ricerca, di chiarificazione,
di preparazione del terreno sociale, di riconoscimento della lotta che si
prepara. Qui sta tutta la sua importanza, nonostante il fatto che resta un
piccolo passo avanti estremamente fragile. Riferendosi alla Grecia, i compagni
del TPTG dicono che il movimento “costituisce un’espressione della crisi dei
rapporti di classe e della politica in generale. Nessun’altra lotta si è
espressa in maniera così ambivalente ed esplosiva negli ultimi decenni
[21],
e su Israele, un giornalista segnala che: “per quanto riguarda la comunità
ebraica in Israele,
non è mai stata l’oppressione che ha mantenuto l’ordine
sociale. Se ne è incaricato l’indottrinamento – l’ideologia dominante, per
utilizzare i termini preferiti dai teorici critici. E’ quest’ordine culturale
che è stato sconvolto da questo turbinio di proteste. Per la prima volta una
gran parte della classe media ebrea – è troppo presto per valutare l’importanza
che questa rappresenta – ha riconosciuto che il suo problema non era verso
altri israeliani, né verso gli arabi, e nemmeno con questo o quel politico, ma
con l’ordine sociale nel suo complesso, con il sistema in quanto tale. Per
questo esso costituisce un avvenimento inedito nella storia di Israele
[22].

Le caratteristiche delle lotte future

In questa
ottica possiamo considerare i tratti di queste lotte come delle caratteristiche
che le lotte future potranno riprendere con spirito critico e sviluppare a dei
livelli superiori:

- l’entrata in lotta di nuove generazioni del
proletariato
con, tuttavia, una differenza importante con i movimenti del
1968: mentre la gioventù di allora tendeva a ripartire da zero e considerava i
più anziani come “sconfitti e imborghesiti”, oggi vediamo una lotta unita di
differenti generazioni della classe operaia;

- l’azione diretta delle masse: la lotta
ha guadagnato la strada, le piazze sono state occupate. Gli sfruttati vi si
sono ritrovati direttamente e hanno potuto vivere, discutere e agire insieme;

- l’inizio della politicizzazione: al di
là delle false risposte che vengono o verranno date, è importante che grandi
masse comincino a implicarsi direttamente e attivamente nelle grandi questioni
della società, è l’inizio della loro politicizzazione come classe;

- le
assemblee: queste sono legate alla tradizione proletaria dei consigli operai
del 1905 e 1917 in Russia, che si estesero in Germania e ad altri paesi durante
l’ondata rivoluzionaria del 1917-23. Esse riapparvero nel 1956 in Ungheria e
nel 1980 in Polonia. Le assemblee sono l’arma dell’unità, dello sviluppo della
solidarietà, della capacità di comprensione e di decisione delle masse operaie.
Lo slogan “Tutto il potere alle assemblee!”, molto popolare in Spagna, esprime
la nascita di una riflessione-chiave su questioni come lo Stato, il doppio
potere, ecc.;

- la cultura del dibattito: la chiarezza
che ispira la determinazione e l’eroismo delle masse proletarie non può essere
decretata, né è il frutto di un indottrinamento da parte di una minoranza
detentrice della “verità”: essa è il prodotto della combinazione
dell’esperienza, della lotta e in particolare del dibattito. La cultura del
dibattito è stata molto presente in questi tre movimenti: tutto è stato
sottomesso alla discussione, niente di ciò che è politico, sociale, economico,
umano, è sfuggito alla critica di queste immense agorà improvvisate. Come
abbiamo detto nell’introduzione all’articolo dei compagni greci, questo fatto
ha un’importanza enorme:
lo
sforzo determinato per contribuire all’emergere di ciò che i compagni del TPTG
chiamano ‘una sfera proletaria pubblica’ che renderà possibile ad un numero
crescente di elementi della nostra classe non soltanto di operare per la
resistenza agli attacchi capitalisti contro le nostre condizioni di vita ma
anche per sviluppare le teorie e le azioni che insieme conducono ad un nuovo
modo di vivere”
[23];

- il modo di considerare la questione della
violenza
: il proletariato
è stato confrontato fin dall’inizio con la violenza estrema della
classe sfruttatrice, con la repressione quando ha provato a difendere i suoi
interessi, con la guerra imperialista ed anche con la violenza quotidiana dello
sfruttamento. Contrariamente alle classi sfruttatrici, la classe portatrice del
comunismo non porta in sé violenza, ed anche se non può fare a meno di usarla
non deve mai identificarsi con essa. In particolare, la violenza di cui dovrà
dare prova per rovesciare il capitalismo e di cui dovrà servirsi con determinazione,
è necessariamente una violenza cosciente ed organizzata e dunque deve essere
preceduta da tutto un processo di sviluppo della sua coscienza e della sua
organizzazione attraverso le differenti lotte contro lo sfruttamento”
[24]. Come in
occasione del movimento degli studenti nel 2006, la borghesia ha tentato più
volte di trascinare il movimento degli Indignati (soprattutto in Spagna) nella
trappola degli scontri violenti contro la polizia in un contesto di dispersione
e di debolezza, per poter così discreditare il movimento e rendere più facile
il suo isolamento. Queste trappole sono state evitate ed è iniziata ad emergere
una riflessione attiva sulla questione della violenza[25].

Debolezze e confusioni da combattere

Non vogliamo
affatto glorificare questi movimenti. Niente è più estraneo al metodo marxista
che fare di una determinata lotta, per importante e ricca che sia, un modello
definitivo, concluso e monolitico che bisogna seguire alla lettera. Comprendiamo
perfettamente le loro debolezze e difficoltà che vediamo con lucidità.

La presenza
di un’ala democratica

Questa spinge
alla realizzazione di una “vera democrazia”. Questa linea è rappresentata da
diverse correnti, comprese alcune di destra come in Grecia. E’ evidente che i
media ed i politici si appoggiano su quest’ala per fare in modo che l’insieme
del movimento si identifichi con essa.

I
rivoluzionari devono combattere energicamente tutte le mistificazioni, le false
misure, gli argomenti fallaci di questa tendenza. Tuttavia bisogna chiedersi:
perché esiste ancora una forte propensione a lasciarsi sedurre dal canto di
sirena della democrazia, dopo tanti anni di inganni, di menzogne e di
delusioni? Si possono dare tre motivazioni. La prima si trova nel peso degli
strati sociali non proletari molto recettivi alle mistificazioni democratiche
ed all’interclassismo. La seconda risiede nella potenza delle confusioni e
delle illusioni democratiche ancora molto presenti nella classe operaia.
Infine, la terza si trova nella pressione di quella che noi chiamiamo la
decomposizione sociale e ideologica del capitalismo che favorisce la tendenza a
cercare rifugio in un’entità “al di sopra delle classi e dei conflitti”, cioè
lo Stato, che si presume potrebbe apportare un certo ordine, la giustizia e la
mediazione.

Ma c’è una
causa più profonda sulla quale è importante attirare l’attenzione. Ne Il 18
brumaio di Luigi Bonaparte
, Marx constata che “Le rivoluzioni proletarie
(…) indietreggiano di nuovo costantemente davanti all’immensità infinita dei
loro propri fini”
[26]. Oggi, gli
avvenimenti mettono in evidenza il fallimento del capitalismo, la necessità di
distruggerlo e di costruire una nuova società. Per un proletariato che dubita
delle proprie capacità, che non ha recuperato la propria identità, questo crea,
e continuerà ancora a creare per un certo tempo, la tendenza ad aggrapparsi a
dei rami marci, a delle false misure di “riforme” e di “democratizzazione”,
anche se con tanti dubbi. Tutto questo, indiscutibilmente, dà un margine di
manovra alla borghesia che le permette di seminare divisione e demoralizzazione
e, di conseguenza, rendere ancora più difficile per il proletariato il recupero
di questa fiducia in sé e di questa identità di classe.

Il peso
dell’apoliticismo

Si tratta di
una vecchia debolezza che si porta dietro il proletariato dal 1968 e che trova
la sua origine nell’enorme delusione ed il profondo scetticismo provocato dalla
controrivoluzione stalinista e social-democratica, che induce a credere che
ogni opzione politica, comprese quelle che si richiamano al proletariato, non è
che una vile menzogna che porta in sé la serpe del tradimento e
dell’oppressione. Di questo approfittano largamente le forze della borghesia
che, occultando la propria identità e imponendo la finzione di un intervento
“in quanto liberi cittadini”, hanno operato nel movimento per prendere il
controllo delle assemblee e sabotarle dall’interno. I compagni del TPTG lo
mettono chiaramente in evidenza: “All’inizio c’era uno spirito comunitario
nello sforzo di auto-organizzare l’occupazione della piazza e ufficialmente i
partiti politici non erano tollerati. Tuttavia, i gauchisti e, in particolare,
quelli che venivano da SYRIZA (coalizione della Sinistra radicale) furono
rapidamente implicati nelle assemblee di Syntagma e conquistarono dei posti
importanti nei gruppi che erano stati formati per gestire l’occupazione di
piazza Syntagma e, più specificamente, nei gruppi per il ‘segretariato di
sostegno’ e quello responsabile della ‘comunicazione’. Questi due gruppi sono i
più importanti perché organizzano gli ordini del giorno delle assemblee e la
tenuta delle discussioni. Bisogna notare che queste persone non facevano sapere
della loro filiazione politica e apparivano come degli ‘individui’”
[27].

Il pericolo
del nazionalismo

Questo è più
presente in Grecia e in Israele. Come denunciano i compagni del TPTG, “il
nazionalismo (principalmente sotto la sua forma populista) è dominante,
favorito sia dalle diverse cricche di estrema destra che da quelle di sinistra
e gauchiste. Anche per molti proletari e piccolo-borghesi colpiti dalla crisi che
non si sono affiliati a dei partiti politici, l’identità nazionale appare come
un ultimo rifugio immaginario quando tutto il reso crolla rapidamente. Dietro
le parole d’ordine contro ‘il governo venduto allo straniero’ o per ‘la
salvezza del paese’, ‘la sovranità nazionale’, la rivendicazione di una ‘nuova
costituzione’ essa appare come una soluzione magica e unificatrice”
[28].

La
riflessione dei compagni è tanto giusta quanto profonda. La perdita
dell’identità e della fiducia del proletariato nella propria forza, il lento
processo che attraversa la lotta nel resto del mondo, favoriscono la tendenza
ad “aggrapparsi alla comunità nazionale” rifugio utopico di fronte ad un mondo
ostile e pieno d’incertezze.

Così, ad
esempio, le conseguenze dei tagli nella sanità e l’educazione, il problema concreto
creato dall’indebolimento di questi servizi, vengono utilizzati per rinchiudere
le lotte dietro le sbarre nazionaliste della rivendicazione di una “buona
educazione” (perché questa ci rende competitivi sul mercato mondiale) e di una
“sanità al servizio di tutti i cittadini”.

La paura e
la difficoltà ad assumere lo scontro di classe

L’angosciante
minaccia della disoccupazione, la precarietà di massa, la crescente
frammentazione degli impiegati – divisi, nello stesso posto di lavoro, in una
rete inestricabile di subappaltatori e attraverso un’incredibile varietà di
modalità di assunzione – provocano un potente effetto intimidatorio e rendono
più difficile il raggruppamento dei lavoratori per la lotta. Questa situazione
non può essere superata con appelli volontaristici alla mobilitazione, tanto
meno ammonendo i lavoratori per la loro supposta “vigliaccheria” o
“servilismo”.

Pertanto, il passo verso la mobilizzazione massiccia
dei disoccupati, dei precari, dei centri di lavoro e di studio, è reso più
difficile di ciò che potrebbe sembrare a prima vista, difficoltà che causa a
sua volta un’esitazione, un dubbio ed una tendenza ad aggrapparsi a delle “assemblee”
che diventano ogni giorno più minoritarie e la cui “unità” favorisce soltanto
le forze borghesi che agiscono al loro interno. Questo dà un margine di manovra
alla borghesia per preparare i suoi colpi bassi destinati a sabotare le
assemblee generali dall’interno. È ciò che denunciano giustamente i compagni
del TPPG: “La manipolazione dell’assemblea
principale in piazza Syntagma (ce ne sono molte altre in varie zone di Atene ed
in altre città) da parte di membri ‘non dichiarati’ partiti e di organizzazioni
di sinistra è evidente ed è un ostacolo reale ad una direzione di classe del
movimento. Tuttavia, a causa della profonda crisi di legittimità del sistema
politico di rappresentanza in generale, anche loro dovevano nascondere la loro
identità politica e mantenere un equilibrio - non sempre riuscito – tra, da un
lato, un discorso generale ed astratto su ‘l’autodeterminazione’, la ‘democrazia
diretta’, ‘l’azione collettiva’, ‘l’antirazzismo’, il ‘cambiamento sociale’,
ecc., e dall’altro contenere il nazionalismo estremo, il comportamento da
delinquente di alcuni individui di estrema destra che partecipavano ai
raggruppamenti in piazza”
[29].

Guardare al
futuro con serenità

Se è evidente che “perché
viva l’umanità, il capitalismo deve morire”
[30],
il proletariato è ancora lontano dall’aver raggiunto la capacità di rendere
esecutiva la sentenza. Il movimento degli Indignati pone una prima pietra.

Nella serie di nostri articoli citata prima, diciamo: “Una
delle ragioni per le quali le previsioni dei rivoluzionari del passato sulla
scadenza della rivoluzione non si sono realizzate è che loro hanno
sottovalutato la forza della classe dirigente, in particolare la sua
intelligenza politica”[31].
Questa capacità della borghesia di utilizzare la sua intelligenza politica
contro le lotte è oggi più viva che mai! Ad esempio, i movimenti degli Indignati
nei tre paesi sono stati completamente occultati altrove, eccetto quando se ne
è data una versione light di “rinnovamento democratico”. Altro esempio, la
borghesia britannica è stata capace di approfittare del malcontento per
incanalarlo verso una rivolta nichilista che gli è servita da pretesto per
rafforzare la repressione ed intimidire la benché minima risposta di classe[32].

I movimenti degli Indignati hanno posto una prima
pietra nel senso che hanno fatto i primi passi perché il proletariato recuperi
la fiducia in sé stesso e la sua identità di classe, ma quest’obiettivo resta
ancora molto lontano perché richiede lo sviluppo di lotte di massa su un
terreno direttamente proletario che metta in evidenza che la classe operaia, di
fronte alla rovina del capitalismo, è capace di offrire un’alternativa
rivoluzionaria agli strati sociali non sfruttatori.

Noi non sappiamo come raggiungeremo questa prospettiva
e dobbiamo restare vigili verso le capacità e le iniziative delle masse, come
quella del 15 maggio in Spagna. Ciò di cui siamo sicuri è che un fattore
essenziale in questa direzione sarà l’estensione internazionale delle lotte.

Questi tre movimenti hanno
piantato il germe di una coscienza internazionalista: il movimento degli Indignati
in Spagna, diceva che la sua fonte d’ispirazione era stata piazza Tahrir in
Egitto[33]
ed ha cercato un’estensione internazionale della lotta, anche se ciò è stato
fatto in modo molto confuso. Da parte loro, i movimenti in Israele ed in Grecia
hanno dichiarato esplicitamente che seguivano l’esempio degli Indignati di
Spagna. I dimostranti di Israele esibivano cartelli che dicevano: “Mubarak, Assad, Netanyahou: tutti uguali!”,
cosa che mostra non soltanto un inizio di coscienza di chi è il nemico ma una
comprensione almeno embrionale del fatto che la loro lotta si fa con gli
sfruttati di questi paesi e non contro di loro nel quadro della difesa
nazionale[34]. “A Jaffa, decine di manifestanti arabi ed ebrei portavano cartelli in
ebraico e in arabo con la scritta
Arabi ed ebrei vogliono alloggi a prezzi
accessibili
”, e “Jaffa non vuole offerte
per i soli ricchi
. (…) ci sono state proteste continue sia di
ebrei che di arabi contro gli sfratti di questi ultimi dal quartiere di Sheikh
Jarrah. A Tel Aviv, ci sono stati contatti con i residenti dei campi profughi
nei territori occupati, che hanno fatto visita alle tendopoli e si sono
impegnati in discussioni con i manifestanti”
.[35].
I movimenti in Egitto ed in Tunisia, come quelli in Israele, cambiano le carte
in tavola della situazione, in una parte del pianeta che è probabilmente il
centro principale dello scontro imperialista nel mondo. Come dice il nostro
articolo, “L’attuale ondata
internazionale di rivolte contro l’austerità capitalista sta aprendo la porta a
tutt’altra soluzione: la solidarietà di tutti gli sfruttati al di là di ogni
divisione religiosa o nazionale; la lotta di classe in tutti i paesi con
l’obiettivo finale di un mondo nuovo che sarà la negazione dei confini
nazionali e degli Stati. Uno o due anni fa una tale prospettiva sarebbe
sembrata completamente utopica ai più. Oggi, un numero crescente di persone si
rende conto che una rivoluzione globale costituisce un’alternativa realistica
al collasso dell’ordine del capitalista globale”
[36].

Questi tre movimenti hanno
contribuito alla cristallizzazione di un’ala proletaria: tanto in Grecia che in
Spagna, ma anche in Israele[37],
sta emergendo un’ala proletaria alla ricerca dell’auto-organizzazione, della
lotta intransigente a partire da posizioni di classe e dalla lotta per la
distruzione del capitalismo. I problemi ma anche le potenzialità e le
prospettive di quest’ampia minoranza non possono essere affrontati nel quadro
di quest’articolo. Ciò che è certo, è che essa costituisce un’arma vitale a cui
il proletariato ha dato vita per preparare le sue battaglie future.

C. Mir, 23-9-2011

 


[1] Vedi “La
mobilitazione degli "indignati" in Spagna e le sue ripercussioni nel
mondo: un movimento portatore di avvenire”
http://it.internationalism.org/node/1074. Nella
misura in cui quest’articolo analizza in dettaglio quest’esperienza, non vi
ritorneremo qui.

[3]
“Rivoluzione comunista o distruzione dell’umanità”, Manifesto del IX Congresso
della CCI, 1991, http://it.internationalism.org/manifesto-91.

[4]
.Vedi Rivista Internazionale n. 103 e 104, in inglese, francese e spagnolo
rispettivamente alle pagine: http://en.internationalism.org/booktree/2145,
http://fr.internationalism.org/booktree/2859
e http://es.internationalism.org/booktree/2023.

[5] Per approfondire questo concetto cruciale di
decadenza del capitalismo vedi, tra gli altri, l’articolo dell’ultima Rivista Internazionale, 146 “per i
rivoluzionari la Grande depressione conferma l’obsolescenza del capitalismo”
disponibile al momento in inglese, http://en.internationalism.org/ir/146/great-depression,
in spagnolo http://es.internationalism.org/rint146-decadencia
e in francese http://fr.internationalism.org/rint146/pour_les_revolutionnaires_la_grande_depression_confirme_l_obsolescence_du_capitalisme.html.

[6] “ La seconda condizione della rivoluzione
proletaria sta nello sviluppo di una crisi aperta della società borghese che
dimostri chiaramente che i rapporti di produzione capitalisti devono essere
sostituiti da altri rapporti di produzione”
, Rivista Internazionale n. 103, vedi nota 4.

[7] Rivista Internazionale n. 104, “All’ alba del 21° secolo, perché il
proletariato non ha ancora rovesciato il capitalismo?” II parte, vedi nota 4.

[8] “Crisi economica mondiale:
una crisi micidiale”, http://it.internationalism.org/node/1075.

[10] “Poiché è privo di qualsiasi punto d’appoggio economico nell’ambito del
capitalismo, la sua sola vera forza, oltre al suo numero e la sua
organizzazione, è la capacità di prendere chiaramente coscienza della natura,
dei fini e dei mezzi della sua lotta”
, Rivista
internazionale
n. 103, op. cit.

[11] “Le nazionalizzazioni, così come un certo numero di misure ‘sociali’
(ad esempio una maggiore presa in carico da parte dello Stato del sistema
sanitario) sono misure perfettamente capitaliste (…) I capitalisti hanno tutto
l’interesse a disporre di operai in buona salute (…) Eppure, queste misure
capitaliste vengono presentate come “vittorie operaie’”
, Rivista Internazionale n. 104, op. cit.

[12] Non possiamo sviluppare
qui perché la classe operaia è la classe rivoluzionaria della società e neppure
perché la sua lotta rappresenta il futuro per tutti gli strati sociali non
sfruttatori, questione scottante come vedremo più avanti rispetto al movimento
degli Indignati. Il lettore potrà trovare degli elementi di risposta per
alimentare il dibattito su questa questione nella serie di due articoli
pubblicati nei n. 73 e 74 della Rivista
Internazionale
, “Chi può cambiare il
mondo?”
, in inglese http://en.internationalism.org/node/2104,
spagnolo http://es.internationalism.org/rint73proletariado
e francese http://fr.internationalism.org/rinte73/proletariat.htm

[13] “La decomposizione, fase
ultima del capitalismo”, http://it.internationalism.org/node/976

[14] Vedi gli articoli di
analisi della lotta di classe nella nostra Rivista
Internazionale
.

[15] Rivista Internazionale n. 125, “Tesi sul movimento degli studenti
della primavera 2006 in Francia”, http://it.internationalism.org/rint/28_tesi_studenti.

[16] La borghesia sta ben
attenta a nascondere questi avvenimenti: le sommosse nichiliste delle banlieue
parigine nel novembre 2005 in Francia sono molto più conosciute, anche negli
ambienti politicizzati, rispetto al movimento cosciente degli studenti cinque
mesi più tardi.

[17] L’indignazione non è né
la rassegnazione né l’odio. Contro la dinamica insopportabile del capitalismo,
la rassegnazione esprime una passività, una tendenza a respingere senza vedere
come affrontare. L’odio, da parte sua, esprime una sensazione attiva poiché il
rifiuto si trasforma in lotta, ma si tratta di un combattimento cieco, privo di
prospettive e di riflessione per elaborare un progetto alternativo, esso è
puramente distruttivo, che assembla una somma di risposte individuali ma che
non generano nulla di collettivo. L’indignazione esprime la trasformazione
attiva del rifiuto accompagnata dal tentativo di lottare coscientemente,
ricercando l’elaborazione concomitante di un’alternativa, essa è dunque
collettiva e costruttiva. “ …
L’indignazione porta alla necessità di un rinnovamento morale, di un
cambiamento culturale, le proposte che si fanno - anche se sembrano ingenue o
peregrine -manifestano un’ansia, ancora timida e confusa, di voler ‘vivere in
modo diverso’”
, (“Da piazza Tahrir a Puerta del Sol”, ICC on-line, http://it.internationalism.org/node/1058).

[19] “Protesta in Israele:
Mubarak, Assad, Netanyahu. Sono tutti uguali!”, Rivoluzione Internazionale n. 172, http://it.internationalism.org/node/1077.

[20] ICC on-line, “Un
contributo del TPTG sul movimento degli Indignati in Grecia”, http://fr.internationalism.org/node/4776.

[21] Idem.

[22] “Rivolte sociali in
Israele…” , op.cit.

[23] “Un contributo del TPTG”,
op. cit.

[24] “Tesi sul movimento degli
studenti della primavera 2006 in France”, op. cit.

[25] CCI online, “Cosa c’è
dietro la campagna contro ‘violenti’ attorno agli incidenti di Barcellona?”, http://fr.internationalism.org/icconline/2011/dossier_special_indignes/quyatil_derriere_la_campagne_contre_les_violents_autour_des_incidents_de_barcelone.html.

[26] Karl Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte

[27] “Un contributo del TPTG… “, op. cit e anche “L’apoliticismo è una mistificazione pericolosa per la classe operaia”,
in lingua francese su ICC online http://fr.internationalism.org/ri424/_apolitisme_une_mystification_dangereuse_pour_la_classe_ouvriere.html.

[28] idem

[29] Idem.

[30] Parola
d’ordine della Terza Internazionale.

[31] Rivista Internazionale n. 140

[32] “Le rivolte in Gran Bretagna e la
prospettiva senza futuro del capitalismo”
, ICC online, http://it.internationalism.org/node/1092.

[33]
La “Plaza de Cataluña” è stata ribattezzata dall’Assemblea “Piazza Tahrir”,
cosa che non soltanto afferma una volontà internazionalista ma costituisce
anche un affronto al nazionalismo catalano che considera questa piazza il suo
“pezzo forte”.

[34]
Citato in “Rivolte sociali in Israele”,
op. cit.: “Un manifestante intervistato al telegiornale di RT news network cui
era stato chiesto se le proteste erano state ispirate dagli eventi nei paesi
arabi ha risposto: “C’è una grande influenza di quello che è successo in
piazza Tahrir ... C’è una grande influenza naturalmente. Questo è quando la
gente capisce che hanno il potere, che possono organizzarsi da soli, che non
hanno più bisogno di un governo che dica loro cosa devono fare, ma che loro
possono cominciare a dire al governo quello che vogliono”.

[35]
Idem.

[36]
Idem.

[37] In questo movimento, “Alcuni hanno apertamente messo in guardia
rispetto al pericolo che il governo possa provocare scontri militari o
addirittura una nuova guerra per ripristinare l’“unità nazionale” e dividere
così il movimento di protesta”
(idem), cosa che, anche se ancora
implicitamente, rivela una presa di distanza riguardo allo Stato israeliano di
Unione nazionale al servizio dell’economia di guerra e della guerra.

Patrimonio della Sinistra Comunista: