Movimento degli indignati in Spagna, Grecia e Israele: dall’indignazione alla preparazione delle battaglie di classe

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In un nostro precedente articolo abbiamo parlato della lotta che si sviluppava in Spagna[1]. Dopo di allora il contagio del suo esempio si è propagato fino alla Grecia e ad Israele[2]. In questo articolo vogliamo tirare le lezioni di questi movimenti e vedere quali prospettive se ne possono tirare di fronte a una situazione di fallimento del capitalismo e di attacchi feroci contro il proletariato e la grande maggioranza della popolazione mondiale.

Per comprenderli bisogna rifuggire categoricamente dal metodo immediatista ed empirico che predomina nella società attuale. Con questo metodo ogni avvenimento viene analizzato in sé, al di fuori di ogni contesto storico e isolandolo nel paese in cui si svolge. Questo metodo fotografico è un riflesso della degenerazione ideologica della classe capitalista, giacché “il solo progetto che questa classe è capace di offrire all’insieme della società è quello di resistere giorno per giorno, colpo su colpo, e senza speranza di riuscita, al crollo irrimediabile del modo di produzione capitalista”[3].

Una fotografia può mostrarci una persona che sfoggia un gran sorriso, ma questo non esclude che qualche secondo prima la stessa persona avesse un’aria angosciata. Non è in questa maniera che si possono capire i movimenti sociali. Si può comprenderli solo alla luce del passato che li ha fatti maturare e del futuro che essi annunciano; è necessario situarli nel quadro mondiale e non in quello nazionale in cui appaiono; e, soprattutto, essi devono essere compresi nella loro dinamica, non per quello che sono in un momento dato, ma per quello che possono diventare sulla base delle tendenze, delle forze e delle prospettive che essi contengono e che usciranno prima o poi alla superficie.

Il proletariato sarà capace di rispondere alla crisi del capitalismo?

All’inizio del 21° secolo abbiamo pubblicato una serie di due articoli dal titolo “All’alba del 21° secolo, perché il proletariato non ha ancora rovesciato il capitalismo?”[4]. In essi ricordavamo che la rivoluzione comunista non è una fatalità e che il suo avvento dipende dall’unione di due fattori, quello oggettivo e quello soggettivo. Il fattore oggettivo è dato dalla decadenza del capitalismo[5] e dallo sviluppo di una crisi aperta della società borghese che dimostri che i rapporti di produzione capitalisti devono essere rimpiazzati da altri rapporti di produzione[6]. Il fattore soggettivo è legato all’azione collettiva e cosciente del proletariato.

L’articolo riconosce che il proletariato ha mancato i suoi appuntamenti con la storia. Nel primo caso – La Prima Guerra mondiale – il tentativo di risposta con un’ondata rivoluzionaria mondiale nel 1917-23 fu sconfitto; nel secondo – la grande Depressione del 1929 – il proletariato fu assente come classe autonoma; nel terzo – la Seconda Guerra mondiale – non solo esso fu assente ma fu anche portato a credere che la democrazia e lo Stato assistenziale, questi miti manipolati dai vincitori, costituissero la sua vittoria. In seguito, con il ritorno della crisi alla fine degli anni ‘60, il proletariato “non mancò l’appuntamento (…) ma allo stesso tempo abbiamo potuto misurare la quantità di ostacoli ai quali si è scontrato e che hanno rallentato il suo cammino verso la rivoluzione proletaria[7]. Questi freni si manifestarono in coincidenza di un nuovo avvenimento di primaria importanza – il crollo dei regimi cosiddetti “comunisti” nel 1989 - in cui non solo non fu un fattore attivo, ma in cui fu vittima di una formidabile campagna anticomunista che lo ha fatto retrocedere tanto a livello della sua coscienza che della sua combattività.

Quello che potremmo definire il “quinto appuntamento con la storia” si apre dal 2007. La crisi che si manifesta con più ampiezza dimostra il fallimento praticamente definitivo delle politiche che il capitalismo aveva messo in piedi per accompagnare l’emergere della sua crisi insolubile. L’estate 2011 ha messo in evidenza che le enormi somme immesse nel sistema non possono arrestare l’emorragia e che il capitalismo viene trascinato sulla china della Grande Depressione, ben più grave di quella del 1929[8].

Ma, in un primo tempo, e nonostante i colpi che piovono su di lui, il proletariato sembra comunque assente. Al nostro 18° Congresso Internazionale avevamo ipotizzato il verificarsi di una situazione di questo tipo: “Queste saranno probabilmente, in un primo tempo, lotte disperate e relativamente isolate, anche se possono beneficiare di una simpatia reale in altri settori della classe operaia. Perciò anche se, nel prossimo periodo, non si assisterà a una risposta poderosa della classe operaia di fronte agli attacchi, non bisognerà considerare questo fatto come una rinuncia a lottare in difesa dei propri interessi. Sarà in un secondo momento, quando essa sarà capace di resistere ai ricatti della borghesia, quando si imporrà l’idea che solo la lotta unita e solidale può frenare la brutalità degli attacchi della classe dominante, in particolare quando questa cercherà di far pagare a tutti i lavoratori gli enormi deficit statali che si accumulano oggi con i piani di salvataggio delle banche e di “rilancio” dell’economia, che lotte operaie di grande ampiezza potranno svilupparsi molto di più.[9].

Gli attuali movimenti in Spagna, Israele e Grecia mostrano che il proletariato comincia ad assumere questo “quinto appuntamento con la storia”, a prepararsi per essere presente, a darsi i mezzi per vincere[10].

Negli articoli citati prima dicevamo che due dei pilastri su cui il capitalismo – almeno nei paesi centrali – si è appoggiato per tenere il proletariato sotto il suo controllo sono la democrazia e quello che viene definito lo “Stato assistenziale”. Quello che questi tre movimenti rivelano è che i pilastri cominciano ad essere contestati, anche se ancora confusamente, contestazione che sarà alimentata dall’evoluzione catastrofica della crisi.

La contestazione della democrazia

In questi tre movimenti si è manifestata la collera contro i politici e, in generale, contro la democrazia. Così come si è manifestata l’indignazione rispetto al fatto che i ricchi e il loro personale politico siano sempre più ricchi e corrotti, che la grande maggioranza della popolazione sia trattata come una merce al servizio dei privilegi scandalosi della minoranza sfruttatrice, merce gettata nella spazzatura quando i “mercati non vanno più bene”; anche i drastici programmi di austerità sono stati denunciati, programmi di cui nessuno parla mai al momento delle campagne elettorali e che poi diventano la principale occupazione di quelli che vengono eletti.

E’ evidente che questi sentimenti non sono nuovi: per esempio, parlar male dei politici è stata cosa comune in questi ultimi trent’anni. E’ chiaro anche che questi sentimenti possono essere deviati verso vicoli ciechi come hanno cercato di fare con perseveranza le forze della borghesia in azione in questi tre movimenti: “per una democrazia partecipativa”, per un “rinnovamento della democrazia”, ecc.

Ma quello che c’è di nuovo e che riveste un’importanza significativa è che questi temi che, lo si voglia o no, mettono in questione la democrazia, lo Stato borghese e i suoi apparati di dominio, sono l’oggetto di innumerevoli assemblee. Non si possono paragonare degli individui che rimuginano il loro disgusto da soli, atomizzati, passivi e rassegnati con questi stessi individui che lo esprimono liberamente in assemblee. Al di là degli errori, delle confusioni, dei momenti di stallo che vi si esprimono inevitabilmente e che devono essere discussi con la massima pazienza ed energia, l’essenziale sta proprio nel fatto che i problemi siano posti pubblicamente, cosa che contiene in potenza un’evidente politicizzazione delle grandi masse e, anche, l’inizio di una messa in discussione di questa democrazia che ha reso tanti servizi al capitalismo lungo tutto l’ultimo secolo.

La fine del presunto “Stato assistenziale”

Dopo la Seconda Guerra mondiale, il capitalismo istituì quello che fu chiamato “lo Stato assistenziale”[11]. Questo ha costituito uno dei principali pilastri del dominio capitalista nel corso degli ultimi 70 anni. Ha creato l’illusione che il capitalismo avesse superato gli aspetti più brutali della sua realtà: lo Stato assistenziale avrebbe garantito una sicurezza di fronte alla disoccupazione, la pensione, la gratuità delle cure mediche e dell’educazione, degli alloggi sociali, ecc.

Questo “Stato sociale”, complemento della democrazia politica, ha subito delle significative amputazioni nel corso degli ultimi 25 anni e va verso la pura e semplice sparizione. In Grecia, in Spagna o in Israele (dove è stata innanzitutto la penuria di alloggi a mobilitare i giovani), l’inquietudine creata dalla soppressione dei sussidi sociali è stata alla base delle lotte. E’ evidente che la borghesia ha cercato di deviare le mobilitazioni verso le “riforme della costituzione”, l’adozione di leggi che “garantiscano” queste prestazioni, e così via. Ma l’ondata crescente di inquietudine contribuirà a rimettere in discussione queste dighe che servono a controllare i lavoratori.

I movimenti degli Indignati, punto culminante di otto anni di lotte

Il cancro dello scetticismo domina l’attuale ideologia e infetta anche il proletariato e le sue minoranze rivoluzionarie. Come si è detto prima il proletariato ha mancato tutti gli appuntamenti che la storia aveva creato durante quasi un secolo di decadenza capitalista e da questo è nato un dubbio angosciante nelle sue fila circa la sua propria identità e le sue capacità, al punto che, anche durante delle manifestazioni di combattività, alcuni arrivano a rigettare il termine “classe operaia”[12]. Questo scetticismo è tanto più forte in quanto alimentato dalla decomposizione del capitalismo[13]: la disperazione, l’assenza di un progetto concreto per l’avvenire favoriscono l’incredulità e la diffidenza verso ogni prospettiva di azione collettiva.

I movimenti in Spagna, Israele e Grecia – nonostante tutte le debolezze che contengono – cominciano a fornire un rimedio efficace contro il cancro dello scetticismo, innanzitutto per la loro stessa esistenza e per quello che essi significano nella continuità delle lotte e degli sforzi di presa di coscienza che il proletariato mondiale sta realizzando dal 2003[14]. Essi non costituiscono un temporale a ciel sereno ma sono il risultato di una lenta condensazione di questi ultimi otto anni di piccole nuvole, di pioggerelle, di lampi timidi che è cresciuta fino a raggiungere una qualità nuova.

Dal 2003 il proletariato comincia a riprendersi dal lungo periodo di riflusso della sua coscienza e della combattività che aveva subito a partire dagli avvenimenti del 1989. Questo processo segue un ritmo lento, contraddittorio e molto tortuoso, che si manifesta attraverso:

- una successione di lotte molto isolate in diversi paesi, tanto al centro che alla periferia, caratterizzate da manifestazioni “cariche di futuro”: ricerca della solidarietà, tentativi di autorganizzazione, presenza di nuove generazioni, riflessioni sull’avvenire;

- uno sviluppo di minoranze internazionaliste alla ricerca di una coerenza rivoluzionaria, che si pongono tante questioni e cercano il contatto fra loro, discutono, tracciano prospettive…

Nel 2006 scoppiano due movimenti - la lotta contro il CPE in Francia[15] e lo sciopero massiccio dei lavoratori di Vigo in Spagna - che, nonostante la distanza, la differenza di condizioni e di età dei partecipanti, presentano tratti simili: assemblee generali, estensione ad altri settori, partecipazione di massa alle manifestazioni … E’ come una prima semina che, apparentemente, non ha seguito[16].

Un anno più tardi un embrione di sciopero di massa scoppia in Egitto a partire da una grande fabbrica tessile. All’inizio del 2008 scoppiano numerose lotte isolate le une dalle altre, ma contemporaneamente in un gran numero di paesi, dalla periferia al centro del capitalismo. Altri movimenti si fanno notare, come la proliferazione di rivolte della fame in 33 paesi durante il primo trimestre del 2008. In Egitto queste lotte sono sostenute e in gran parte prese in carico dal proletariato. Alla fine del 2008 scoppia la rivolta della gioventù operaia in Grecia, appoggiata da una parte del proletariato. Da ricordare ancora dei germi di reazioni internazionaliste nel 2009 a Lindsay (Gran Bretagna) e un esplosivo sciopero generalizzato nel sud della Cina (a giugno).

Dopo un primo indietreggiamento del proletariato di fronte al primo impatto della crisi, come visto prima, questo comincia a lottare in maniera ben più decisa e, nel 2010, la Francia è scossa da movimenti di massa di protesta contro la riforma delle pensioni, movimenti nel corso dei quali fanno la loro comparsa tentativi di assemblee intercategoriali; i giovani inglesi si rivoltano in dicembre contro l’aumento brutale delle tasse scolastiche. L’anno 2011 vede le grandi rivolte sociali in Egitto e Tunisia. Il proletariato sembra prendere lo slancio per un nuovo salto in avanti: il movimento degli Indignati in Spagna, poi in Grecia e in Israele.

Questo movimento appartiene alla classe operaia?

Questi tre ultimi movimenti non possono essere compresi al di fuori del contesto che stiamo analizzando. Essi costituiscono una specie di primo puzzle che unisce tutti gli elementi intervenuti lungo questi ultimi otto anni. Ma lo scetticismo è molto forte e molti si domandano: si può parlare di movimenti della classe operaia visto che questa non vi è presente come tale e che essi non sono rafforzati da scioperi o assemblee sui luoghi di lavoro?

Il movimento si chiama “Gli Indignati”, concetto sicuramente valido per la classe operaia[17], ma che non rivela immediatamente quello di cui è portatore dal momento che non si identifica direttamente con la sua natura di classe. Ci sono due elementi che gli conferiscono essenzialmente un’apparenza di rivolta sociale:

la perdita dell’identità di classe

Il proletariato ha attraversato un lungo periodo di riflusso che gli ha inflitto danni significativi per quanto riguarda la fiducia in se stesso e la coscienza della propria identità: “dopo il crollo del blocco dell’Est e dei regimi cosiddetti ‘socialisti’, le assordanti campagne della borghesia sul “fallimento del comunismo”, la “vittoria definitiva del capitalismo liberale e democratico”, la “fine della lotta di classe” e della classe operaia stessa, portò ad un importante arretramento del proletariato, sia a livello della coscienza che della combattività. Questo arretramento fu profondo è durò più di dieci anni (…) D’altra parte, (la borghesia) è riuscita a creare in seno alla classe operaia un forte sentimento di impotenza legato alla sua incapacità a ingaggiare delle lotte di massa[18]. Questo spiega in parte perché la partecipazione del proletariato come classe non è stata dominante, ma che è stato presente attraverso la partecipazione individuale di lavoratori (salariati, disoccupati, studenti, pensionati) che cercano di chiarificarsi, di implicarsi secondo il loro istinto, ma a cui mancano la forza, la coesione e la chiarezza che dà il fatto di agire collettivamente come classe.

Da questa perdita di identità deriva il fatto che il programma, la teoria, le tradizioni, i metodi del proletariato non sono riconosciuti come propri dall’immensa maggioranza dei lavoratori. Il linguaggio, le forme di azione, i simboli stessi che compaiono nel movimento degli Indignati si rifanno ad altre fonti. Questa è una debolezza pericolosa che deve essere pazientemente combattuta perché si realizzi una riappropriazione critica di tutto il patrimonio teorico, di esperienza, di tradizioni che il proletariato ha accumulato durante gli ultimi due secoli.

la presenza di strati sociali non proletari

tra gli indignati c’è una forte presenza di strati sociali non proletari, in particolare di un ceto medio in via di proletarizzazione. Per quanto riguarda Israele il nostro articolo sottolineava: “Un’altra questione è quella di etichettare questo come un movimento della ‘classe media’. E’ vero che, come per tutti gli altri movimenti, siamo di fronte a una rivolta sociale ampia che può esprimere l’insoddisfazione di molti diversi strati sociali, dai piccoli imprenditori ai lavoratori nei punti di produzione, tutti colpiti dalla crisi economica mondiale, un divario crescente tra ricchi e poveri e, in un paese come Israele, dall’aggravamento delle condizioni di vita per le insaziabili esigenze dell’economia di guerra. Ma ‘classe media’ è diventata un’espressione vaga, onnicomprensiva che indica chiunque abbia un titolo di studio o un lavoro, e in Israele come in Nord Africa, Spagna o Grecia, un numero crescente di giovani istruiti sono spinti nei ranghi del proletariato, svolgendo lavori mal retribuiti e non qualificati, dove possono anche non trovare affatto alcun lavoro”[19].

Benché il movimento sembri vago e mal definito, questo non può bastare per rimettere in causa il suo carattere di classe, soprattutto se consideriamo le cose nella loro dinamica, nella prospettiva futura, come fanno anche i compagni del TPTG a proposito del movimento in Grecia: “Quello che inquieta i politici di ogni schieramento in questo movimento delle assemblee, è che la collera e l’indignazione crescenti dei proletari (e di strati piccolo-borghesi) non si esprime più attraverso il circuito mediatico dei partiti politici e dei sindacati. Per questo esso non è controllabile ed è potenzialmente pericoloso per il sistema rappresentativo del mondo politico e sindacale in generale”.[20]

La presenza del proletariato non è visibile come forza dirigente del movimento e nemmeno attraverso una mobilitazione a partire dai posti di lavoro. Essa sta invece nella dinamica di ricerca, di chiarificazione, di preparazione del terreno sociale, di riconoscimento della lotta che si prepara. Qui sta tutta la sua importanza, nonostante il fatto che resta un piccolo passo avanti estremamente fragile. Riferendosi alla Grecia, i compagni del TPTG dicono che il movimento “costituisce un’espressione della crisi dei rapporti di classe e della politica in generale. Nessun’altra lotta si è espressa in maniera così ambivalente ed esplosiva negli ultimi decenni[21], e su Israele, un giornalista segnala che: “per quanto riguarda la comunità ebraica in Israele, non è mai stata l’oppressione che ha mantenuto l’ordine sociale. Se ne è incaricato l’indottrinamento – l’ideologia dominante, per utilizzare i termini preferiti dai teorici critici. E’ quest’ordine culturale che è stato sconvolto da questo turbinio di proteste. Per la prima volta una gran parte della classe media ebrea – è troppo presto per valutare l’importanza che questa rappresenta – ha riconosciuto che il suo problema non era verso altri israeliani, né verso gli arabi, e nemmeno con questo o quel politico, ma con l’ordine sociale nel suo complesso, con il sistema in quanto tale. Per questo esso costituisce un avvenimento inedito nella storia di Israele[22].

Le caratteristiche delle lotte future

In questa ottica possiamo considerare i tratti di queste lotte come delle caratteristiche che le lotte future potranno riprendere con spirito critico e sviluppare a dei livelli superiori:

- l’entrata in lotta di nuove generazioni del proletariato con, tuttavia, una differenza importante con i movimenti del 1968: mentre la gioventù di allora tendeva a ripartire da zero e considerava i più anziani come “sconfitti e imborghesiti”, oggi vediamo una lotta unita di differenti generazioni della classe operaia;

- l’azione diretta delle masse: la lotta ha guadagnato la strada, le piazze sono state occupate. Gli sfruttati vi si sono ritrovati direttamente e hanno potuto vivere, discutere e agire insieme;

- l’inizio della politicizzazione: al di là delle false risposte che vengono o verranno date, è importante che grandi masse comincino a implicarsi direttamente e attivamente nelle grandi questioni della società, è l’inizio della loro politicizzazione come classe;

- le assemblee: queste sono legate alla tradizione proletaria dei consigli operai del 1905 e 1917 in Russia, che si estesero in Germania e ad altri paesi durante l’ondata rivoluzionaria del 1917-23. Esse riapparvero nel 1956 in Ungheria e nel 1980 in Polonia. Le assemblee sono l’arma dell’unità, dello sviluppo della solidarietà, della capacità di comprensione e di decisione delle masse operaie. Lo slogan “Tutto il potere alle assemblee!”, molto popolare in Spagna, esprime la nascita di una riflessione-chiave su questioni come lo Stato, il doppio potere, ecc.;

- la cultura del dibattito: la chiarezza che ispira la determinazione e l’eroismo delle masse proletarie non può essere decretata, né è il frutto di un indottrinamento da parte di una minoranza detentrice della “verità”: essa è il prodotto della combinazione dell’esperienza, della lotta e in particolare del dibattito. La cultura del dibattito è stata molto presente in questi tre movimenti: tutto è stato sottomesso alla discussione, niente di ciò che è politico, sociale, economico, umano, è sfuggito alla critica di queste immense agorà improvvisate. Come abbiamo detto nell’introduzione all’articolo dei compagni greci, questo fatto ha un’importanza enorme: lo sforzo determinato per contribuire all’emergere di ciò che i compagni del TPTG chiamano ‘una sfera proletaria pubblica’ che renderà possibile ad un numero crescente di elementi della nostra classe non soltanto di operare per la resistenza agli attacchi capitalisti contro le nostre condizioni di vita ma anche per sviluppare le teorie e le azioni che insieme conducono ad un nuovo modo di vivere”[23];

- il modo di considerare la questione della violenza: il proletariato è stato confrontato fin dall’inizio con la violenza estrema della classe sfruttatrice, con la repressione quando ha provato a difendere i suoi interessi, con la guerra imperialista ed anche con la violenza quotidiana dello sfruttamento. Contrariamente alle classi sfruttatrici, la classe portatrice del comunismo non porta in sé violenza, ed anche se non può fare a meno di usarla non deve mai identificarsi con essa. In particolare, la violenza di cui dovrà dare prova per rovesciare il capitalismo e di cui dovrà servirsi con determinazione, è necessariamente una violenza cosciente ed organizzata e dunque deve essere preceduta da tutto un processo di sviluppo della sua coscienza e della sua organizzazione attraverso le differenti lotte contro lo sfruttamento”[24]. Come in occasione del movimento degli studenti nel 2006, la borghesia ha tentato più volte di trascinare il movimento degli Indignati (soprattutto in Spagna) nella trappola degli scontri violenti contro la polizia in un contesto di dispersione e di debolezza, per poter così discreditare il movimento e rendere più facile il suo isolamento. Queste trappole sono state evitate ed è iniziata ad emergere una riflessione attiva sulla questione della violenza[25].

Debolezze e confusioni da combattere

Non vogliamo affatto glorificare questi movimenti. Niente è più estraneo al metodo marxista che fare di una determinata lotta, per importante e ricca che sia, un modello definitivo, concluso e monolitico che bisogna seguire alla lettera. Comprendiamo perfettamente le loro debolezze e difficoltà che vediamo con lucidità.

La presenza di un’ala democratica

Questa spinge alla realizzazione di una “vera democrazia”. Questa linea è rappresentata da diverse correnti, comprese alcune di destra come in Grecia. E’ evidente che i media ed i politici si appoggiano su quest’ala per fare in modo che l’insieme del movimento si identifichi con essa.

I rivoluzionari devono combattere energicamente tutte le mistificazioni, le false misure, gli argomenti fallaci di questa tendenza. Tuttavia bisogna chiedersi: perché esiste ancora una forte propensione a lasciarsi sedurre dal canto di sirena della democrazia, dopo tanti anni di inganni, di menzogne e di delusioni? Si possono dare tre motivazioni. La prima si trova nel peso degli strati sociali non proletari molto recettivi alle mistificazioni democratiche ed all’interclassismo. La seconda risiede nella potenza delle confusioni e delle illusioni democratiche ancora molto presenti nella classe operaia. Infine, la terza si trova nella pressione di quella che noi chiamiamo la decomposizione sociale e ideologica del capitalismo che favorisce la tendenza a cercare rifugio in un’entità “al di sopra delle classi e dei conflitti”, cioè lo Stato, che si presume potrebbe apportare un certo ordine, la giustizia e la mediazione.

Ma c’è una causa più profonda sulla quale è importante attirare l’attenzione. Ne Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, Marx constata che “Le rivoluzioni proletarie (…) indietreggiano di nuovo costantemente davanti all’immensità infinita dei loro propri fini”[26]. Oggi, gli avvenimenti mettono in evidenza il fallimento del capitalismo, la necessità di distruggerlo e di costruire una nuova società. Per un proletariato che dubita delle proprie capacità, che non ha recuperato la propria identità, questo crea, e continuerà ancora a creare per un certo tempo, la tendenza ad aggrapparsi a dei rami marci, a delle false misure di “riforme” e di “democratizzazione”, anche se con tanti dubbi. Tutto questo, indiscutibilmente, dà un margine di manovra alla borghesia che le permette di seminare divisione e demoralizzazione e, di conseguenza, rendere ancora più difficile per il proletariato il recupero di questa fiducia in sé e di questa identità di classe.

Il peso dell’apoliticismo

Si tratta di una vecchia debolezza che si porta dietro il proletariato dal 1968 e che trova la sua origine nell’enorme delusione ed il profondo scetticismo provocato dalla controrivoluzione stalinista e social-democratica, che induce a credere che ogni opzione politica, comprese quelle che si richiamano al proletariato, non è che una vile menzogna che porta in sé la serpe del tradimento e dell’oppressione. Di questo approfittano largamente le forze della borghesia che, occultando la propria identità e imponendo la finzione di un intervento “in quanto liberi cittadini”, hanno operato nel movimento per prendere il controllo delle assemblee e sabotarle dall’interno. I compagni del TPTG lo mettono chiaramente in evidenza: “All’inizio c’era uno spirito comunitario nello sforzo di auto-organizzare l’occupazione della piazza e ufficialmente i partiti politici non erano tollerati. Tuttavia, i gauchisti e, in particolare, quelli che venivano da SYRIZA (coalizione della Sinistra radicale) furono rapidamente implicati nelle assemblee di Syntagma e conquistarono dei posti importanti nei gruppi che erano stati formati per gestire l’occupazione di piazza Syntagma e, più specificamente, nei gruppi per il ‘segretariato di sostegno’ e quello responsabile della ‘comunicazione’. Questi due gruppi sono i più importanti perché organizzano gli ordini del giorno delle assemblee e la tenuta delle discussioni. Bisogna notare che queste persone non facevano sapere della loro filiazione politica e apparivano come degli ‘individui’”[27].

Il pericolo del nazionalismo

Questo è più presente in Grecia e in Israele. Come denunciano i compagni del TPTG, “il nazionalismo (principalmente sotto la sua forma populista) è dominante, favorito sia dalle diverse cricche di estrema destra che da quelle di sinistra e gauchiste. Anche per molti proletari e piccolo-borghesi colpiti dalla crisi che non si sono affiliati a dei partiti politici, l’identità nazionale appare come un ultimo rifugio immaginario quando tutto il reso crolla rapidamente. Dietro le parole d’ordine contro ‘il governo venduto allo straniero’ o per ‘la salvezza del paese’, ‘la sovranità nazionale’, la rivendicazione di una ‘nuova costituzione’ essa appare come una soluzione magica e unificatrice”[28].

La riflessione dei compagni è tanto giusta quanto profonda. La perdita dell’identità e della fiducia del proletariato nella propria forza, il lento processo che attraversa la lotta nel resto del mondo, favoriscono la tendenza ad “aggrapparsi alla comunità nazionale” rifugio utopico di fronte ad un mondo ostile e pieno d’incertezze.

Così, ad esempio, le conseguenze dei tagli nella sanità e l’educazione, il problema concreto creato dall’indebolimento di questi servizi, vengono utilizzati per rinchiudere le lotte dietro le sbarre nazionaliste della rivendicazione di una “buona educazione” (perché questa ci rende competitivi sul mercato mondiale) e di una “sanità al servizio di tutti i cittadini”.

La paura e la difficoltà ad assumere lo scontro di classe

L’angosciante minaccia della disoccupazione, la precarietà di massa, la crescente frammentazione degli impiegati – divisi, nello stesso posto di lavoro, in una rete inestricabile di subappaltatori e attraverso un’incredibile varietà di modalità di assunzione – provocano un potente effetto intimidatorio e rendono più difficile il raggruppamento dei lavoratori per la lotta. Questa situazione non può essere superata con appelli volontaristici alla mobilitazione, tanto meno ammonendo i lavoratori per la loro supposta “vigliaccheria” o “servilismo”.

Pertanto, il passo verso la mobilizzazione massiccia dei disoccupati, dei precari, dei centri di lavoro e di studio, è reso più difficile di ciò che potrebbe sembrare a prima vista, difficoltà che causa a sua volta un’esitazione, un dubbio ed una tendenza ad aggrapparsi a delle “assemblee” che diventano ogni giorno più minoritarie e la cui “unità” favorisce soltanto le forze borghesi che agiscono al loro interno. Questo dà un margine di manovra alla borghesia per preparare i suoi colpi bassi destinati a sabotare le assemblee generali dall’interno. È ciò che denunciano giustamente i compagni del TPPG: “La manipolazione dell’assemblea principale in piazza Syntagma (ce ne sono molte altre in varie zone di Atene ed in altre città) da parte di membri ‘non dichiarati’ partiti e di organizzazioni di sinistra è evidente ed è un ostacolo reale ad una direzione di classe del movimento. Tuttavia, a causa della profonda crisi di legittimità del sistema politico di rappresentanza in generale, anche loro dovevano nascondere la loro identità politica e mantenere un equilibrio - non sempre riuscito – tra, da un lato, un discorso generale ed astratto su ‘l’autodeterminazione’, la ‘democrazia diretta’, ‘l’azione collettiva’, ‘l’antirazzismo’, il ‘cambiamento sociale’, ecc., e dall’altro contenere il nazionalismo estremo, il comportamento da delinquente di alcuni individui di estrema destra che partecipavano ai raggruppamenti in piazza”[29].

Guardare al futuro con serenità

Se è evidente che “perché viva l’umanità, il capitalismo deve morire”[30], il proletariato è ancora lontano dall’aver raggiunto la capacità di rendere esecutiva la sentenza. Il movimento degli Indignati pone una prima pietra.

Nella serie di nostri articoli citata prima, diciamo: “Una delle ragioni per le quali le previsioni dei rivoluzionari del passato sulla scadenza della rivoluzione non si sono realizzate è che loro hanno sottovalutato la forza della classe dirigente, in particolare la sua intelligenza politica”[31]. Questa capacità della borghesia di utilizzare la sua intelligenza politica contro le lotte è oggi più viva che mai! Ad esempio, i movimenti degli Indignati nei tre paesi sono stati completamente occultati altrove, eccetto quando se ne è data una versione light di “rinnovamento democratico”. Altro esempio, la borghesia britannica è stata capace di approfittare del malcontento per incanalarlo verso una rivolta nichilista che gli è servita da pretesto per rafforzare la repressione ed intimidire la benché minima risposta di classe[32].

I movimenti degli Indignati hanno posto una prima pietra nel senso che hanno fatto i primi passi perché il proletariato recuperi la fiducia in sé stesso e la sua identità di classe, ma quest’obiettivo resta ancora molto lontano perché richiede lo sviluppo di lotte di massa su un terreno direttamente proletario che metta in evidenza che la classe operaia, di fronte alla rovina del capitalismo, è capace di offrire un’alternativa rivoluzionaria agli strati sociali non sfruttatori.

Noi non sappiamo come raggiungeremo questa prospettiva e dobbiamo restare vigili verso le capacità e le iniziative delle masse, come quella del 15 maggio in Spagna. Ciò di cui siamo sicuri è che un fattore essenziale in questa direzione sarà l’estensione internazionale delle lotte.

Questi tre movimenti hanno piantato il germe di una coscienza internazionalista: il movimento degli Indignati in Spagna, diceva che la sua fonte d’ispirazione era stata piazza Tahrir in Egitto[33] ed ha cercato un’estensione internazionale della lotta, anche se ciò è stato fatto in modo molto confuso. Da parte loro, i movimenti in Israele ed in Grecia hanno dichiarato esplicitamente che seguivano l’esempio degli Indignati di Spagna. I dimostranti di Israele esibivano cartelli che dicevano: “Mubarak, Assad, Netanyahou: tutti uguali!”, cosa che mostra non soltanto un inizio di coscienza di chi è il nemico ma una comprensione almeno embrionale del fatto che la loro lotta si fa con gli sfruttati di questi paesi e non contro di loro nel quadro della difesa nazionale[34]. “A Jaffa, decine di manifestanti arabi ed ebrei portavano cartelli in ebraico e in arabo con la scrittaArabi ed ebrei vogliono alloggi a prezzi accessibili”, e “Jaffa non vuole offerte per i soli ricchi. (…) ci sono state proteste continue sia di ebrei che di arabi contro gli sfratti di questi ultimi dal quartiere di Sheikh Jarrah. A Tel Aviv, ci sono stati contatti con i residenti dei campi profughi nei territori occupati, che hanno fatto visita alle tendopoli e si sono impegnati in discussioni con i manifestanti”.[35]. I movimenti in Egitto ed in Tunisia, come quelli in Israele, cambiano le carte in tavola della situazione, in una parte del pianeta che è probabilmente il centro principale dello scontro imperialista nel mondo. Come dice il nostro articolo, “L’attuale ondata internazionale di rivolte contro l’austerità capitalista sta aprendo la porta a tutt’altra soluzione: la solidarietà di tutti gli sfruttati al di là di ogni divisione religiosa o nazionale; la lotta di classe in tutti i paesi con l’obiettivo finale di un mondo nuovo che sarà la negazione dei confini nazionali e degli Stati. Uno o due anni fa una tale prospettiva sarebbe sembrata completamente utopica ai più. Oggi, un numero crescente di persone si rende conto che una rivoluzione globale costituisce un’alternativa realistica al collasso dell’ordine del capitalista globale”[36].

Questi tre movimenti hanno contribuito alla cristallizzazione di un’ala proletaria: tanto in Grecia che in Spagna, ma anche in Israele[37], sta emergendo un’ala proletaria alla ricerca dell’auto-organizzazione, della lotta intransigente a partire da posizioni di classe e dalla lotta per la distruzione del capitalismo. I problemi ma anche le potenzialità e le prospettive di quest’ampia minoranza non possono essere affrontati nel quadro di quest’articolo. Ciò che è certo, è che essa costituisce un’arma vitale a cui il proletariato ha dato vita per preparare le sue battaglie future.

C. Mir, 23-9-2011

 


[1] Vedi “La mobilitazione degli "indignati" in Spagna e le sue ripercussioni nel mondo: un movimento portatore di avvenire” http://it.internationalism.org/node/1074. Nella misura in cui quest’articolo analizza in dettaglio quest’esperienza, non vi ritorneremo qui.

[3] “Rivoluzione comunista o distruzione dell’umanità”, Manifesto del IX Congresso della CCI, 1991, http://it.internationalism.org/manifesto-91.

[4] .Vedi Rivista Internazionale n. 103 e 104, in inglese, francese e spagnolo rispettivamente alle pagine: http://en.internationalism.org/booktree/2145, http://fr.internationalism.org/booktree/2859 e http://es.internationalism.org/booktree/2023.

[5] Per approfondire questo concetto cruciale di decadenza del capitalismo vedi, tra gli altri, l’articolo dell’ultima Rivista Internazionale, 146 “per i rivoluzionari la Grande depressione conferma l’obsolescenza del capitalismo” disponibile al momento in inglese, http://en.internationalism.org/ir/146/great-depression, in spagnolo http://es.internationalism.org/rint146-decadencia e in francese http://fr.internationalism.org/rint146/pour_les_revolutionnaires_la_grande_depression_confirme_l_obsolescence_du_capitalisme.html.

[6] “ La seconda condizione della rivoluzione proletaria sta nello sviluppo di una crisi aperta della società borghese che dimostri chiaramente che i rapporti di produzione capitalisti devono essere sostituiti da altri rapporti di produzione”, Rivista Internazionale n. 103, vedi nota 4.

[7] Rivista Internazionale n. 104, “All’ alba del 21° secolo, perché il proletariato non ha ancora rovesciato il capitalismo?” II parte, vedi nota 4.

[8] “Crisi economica mondiale: una crisi micidiale”, http://it.internationalism.org/node/1075.

[10] “Poiché è privo di qualsiasi punto d’appoggio economico nell’ambito del capitalismo, la sua sola vera forza, oltre al suo numero e la sua organizzazione, è la capacità di prendere chiaramente coscienza della natura, dei fini e dei mezzi della sua lotta”, Rivista internazionale n. 103, op. cit.

[11] “Le nazionalizzazioni, così come un certo numero di misure ‘sociali’ (ad esempio una maggiore presa in carico da parte dello Stato del sistema sanitario) sono misure perfettamente capitaliste (…) I capitalisti hanno tutto l’interesse a disporre di operai in buona salute (…) Eppure, queste misure capitaliste vengono presentate come “vittorie operaie’”, Rivista Internazionale n. 104, op. cit.

[12] Non possiamo sviluppare qui perché la classe operaia è la classe rivoluzionaria della società e neppure perché la sua lotta rappresenta il futuro per tutti gli strati sociali non sfruttatori, questione scottante come vedremo più avanti rispetto al movimento degli Indignati. Il lettore potrà trovare degli elementi di risposta per alimentare il dibattito su questa questione nella serie di due articoli pubblicati nei n. 73 e 74 della Rivista Internazionale, “Chi può cambiare il mondo?”, in inglese http://en.internationalism.org/node/2104, spagnolo http://es.internationalism.org/rint73proletariado e francese http://fr.internationalism.org/rinte73/proletariat.htm

[13] “La decomposizione, fase ultima del capitalismo”, http://it.internationalism.org/node/976

[14] Vedi gli articoli di analisi della lotta di classe nella nostra Rivista Internazionale.

[15] Rivista Internazionale n. 125, “Tesi sul movimento degli studenti della primavera 2006 in Francia”, http://it.internationalism.org/rint/28_tesi_studenti.

[16] La borghesia sta ben attenta a nascondere questi avvenimenti: le sommosse nichiliste delle banlieue parigine nel novembre 2005 in Francia sono molto più conosciute, anche negli ambienti politicizzati, rispetto al movimento cosciente degli studenti cinque mesi più tardi.

[17] L’indignazione non è né la rassegnazione né l’odio. Contro la dinamica insopportabile del capitalismo, la rassegnazione esprime una passività, una tendenza a respingere senza vedere come affrontare. L’odio, da parte sua, esprime una sensazione attiva poiché il rifiuto si trasforma in lotta, ma si tratta di un combattimento cieco, privo di prospettive e di riflessione per elaborare un progetto alternativo, esso è puramente distruttivo, che assembla una somma di risposte individuali ma che non generano nulla di collettivo. L’indignazione esprime la trasformazione attiva del rifiuto accompagnata dal tentativo di lottare coscientemente, ricercando l’elaborazione concomitante di un’alternativa, essa è dunque collettiva e costruttiva. “ … L’indignazione porta alla necessità di un rinnovamento morale, di un cambiamento culturale, le proposte che si fanno - anche se sembrano ingenue o peregrine -manifestano un’ansia, ancora timida e confusa, di voler ‘vivere in modo diverso’”, (“Da piazza Tahrir a Puerta del Sol”, ICC on-line, http://it.internationalism.org/node/1058).

[19] “Protesta in Israele: Mubarak, Assad, Netanyahu. Sono tutti uguali!”, Rivoluzione Internazionale n. 172, http://it.internationalism.org/node/1077.

[20] ICC on-line, “Un contributo del TPTG sul movimento degli Indignati in Grecia”, http://fr.internationalism.org/node/4776.

[21] Idem.

[22] “Rivolte sociali in Israele…” , op.cit.

[23] “Un contributo del TPTG”, op. cit.

[24] “Tesi sul movimento degli studenti della primavera 2006 in France”, op. cit.

[25] CCI online, “Cosa c’è dietro la campagna contro ‘violenti’ attorno agli incidenti di Barcellona?”, http://fr.internationalism.org/icconline/2011/dossier_special_indignes/quyatil_derriere_la_campagne_contre_les_violents_autour_des_incidents_de_barcelone.html.

[26] Karl Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte

[27] “Un contributo del TPTG… “, op. cit e anche “L’apoliticismo è una mistificazione pericolosa per la classe operaia”, in lingua francese su ICC online http://fr.internationalism.org/ri424/_apolitisme_une_mystification_dangereuse_pour_la_classe_ouvriere.html.

[28] idem

[29] Idem.

[30] Parola d’ordine della Terza Internazionale.

[31] Rivista Internazionale n. 140

[32] “Le rivolte in Gran Bretagna e la prospettiva senza futuro del capitalismo”, ICC online, http://it.internationalism.org/node/1092.

[33] La “Plaza de Cataluña” è stata ribattezzata dall’Assemblea “Piazza Tahrir”, cosa che non soltanto afferma una volontà internazionalista ma costituisce anche un affronto al nazionalismo catalano che considera questa piazza il suo “pezzo forte”.

[34] Citato in “Rivolte sociali in Israele”, op. cit.: “Un manifestante intervistato al telegiornale di RT news network cui era stato chiesto se le proteste erano state ispirate dagli eventi nei paesi arabi ha risposto: “C’è una grande influenza di quello che è successo in piazza Tahrir ... C’è una grande influenza naturalmente. Questo è quando la gente capisce che hanno il potere, che possono organizzarsi da soli, che non hanno più bisogno di un governo che dica loro cosa devono fare, ma che loro possono cominciare a dire al governo quello che vogliono”.

[35] Idem.

[36] Idem.

[37] In questo movimento, “Alcuni hanno apertamente messo in guardia rispetto al pericolo che il governo possa provocare scontri militari o addirittura una nuova guerra per ripristinare l’“unità nazionale” e dividere così il movimento di protesta” (idem), cosa che, anche se ancora implicitamente, rivela una presa di distanza riguardo allo Stato israeliano di Unione nazionale al servizio dell’economia di guerra e della guerra.