Risoluzione sulla situazione internazionale del XIX congresso della CCI

Crisi economica

1. La risoluzione adottata dal precedente
congresso della CCI metteva subito in evidenza la pungente smentita inflitta
dalla realtà alle previsioni ottimiste dei dirigenti della classe borghese
all’inizio dell’ultimo decennio del secolo scorso, particolarmente dopo il
crollo di questo “Impero del male” che costituiva il blocco imperialista detto
“socialista”. Essa citava in particolare l’ormai famosa dichiarazione del presidente
George Bush senior del marzo 1991 che annunciava la nascita di un “Nuovo ordine
mondiale” basato sul “rispetto del diritto internazionale” e sottolineava il
suo carattere surrealista di fronte al caos crescente in cui sprofonda oggi la
società capitalista. Venti anni dopo questi discorsi “profetici”, e
particolarmente dopo l’inizio di questo nuovo decennio, mai, dalla fine della
seconda guerra mondiale, il mondo aveva mostrato un volto così caotico. A poche
settimane di distanza abbiamo assistito ad una nuova guerra in Libia, che viene
ad aggiungersi alla lista di tutti i conflitti sanguinosi che hanno toccato il
pianeta nel corso dell’ultimo periodo, a dei nuovi massacri in Costa d’Avorio
ed ancora alla tragedia che ha toccato uno dei paesi più potenti e moderni del
mondo, il Giappone. Il terremoto che ha devastato una parte di questo paese ha
sottolineato ancora una volta che non esistono “catastrofi naturali” ma solo
delle conseguenze catastrofiche a dei fenomeni naturali. Ha mostrato che la società
dispone oggi dei mezzi necessari per costruire edifici capaci di resistere ai
terremoti e che permetterebbero di evitare tragedie come quelle di Haiti l’anno
scorso. Ma ha anche mostrato tutta l’imprevidenza di cui ha dato prova uno
Stato pur così avanzato come il Giappone: il terremoto in sé ha provocato ben
poche vittime ma lo tsunami che l’ha seguito ha falciato circa 30 000 esseri
umani in pochi minuti. Ma non basta: provocando una nuova Chernobyl, ha messo
in luce non solo l’imprevidenza della classe dominante, ma anche il suo
incedere da apprendista stregone, incapace di controllare le forze che essa
stessa ha messo in movimento. L’impresa Tepco, che sfruttava l’energia della
centrale atomica di Fukushima, non è la prima né tanto meno l’unica responsabile
della catastrofe. E’ il sistema capitalista nel suo insieme, basato com’è sulla
ricerca sfrenata del profitto e sulla competizione tra settori nazionali e non
sulla soddisfazione dei bisogni dell’umanità, che è fondamentalmente
responsabile delle catastrofi presenti e future subite dalla specie umana. In
fin dei conti, la Chernobyl giapponese costituisce una nuova illustrazione del
fallimento ultimo del modo di produzione capitalista, un sistema la cui
sopravvivenza costituisce una minaccia crescente per la stessa sopravvivenza
dell’umanità.

2. Evidentemente è la crisi che subisce
attualmente il capitalismo mondiale che esprime più direttamente il fallimento
storico di questo modo di produzione. Due anni fa la borghesia di tutti i paesi
era presa da un timor panico di fronte alla gravità della situazione economica.
L’OCSE non esitava a scrivere: “L’economia mondiale é in preda alla sua
recessione più profonda e più sincronizzata degli ultimi decenni

(Rapporto intermedio del marzo 2009). Tenendo conto di tutta la moderazione con
cui questa venerabile istituzione si esprime abitualmente, ci si può fare
un’idea del terrore che avvertiva la classe dominante di fronte al fallimento
potenziale del sistema finanziario internazionale, il crollo brutale del commercio
mondiale (più del 13% nel 2009), la brutalità della recessione delle principali
economie, l’ondata dei fallimenti che toccano o minacciano imprese emblematiche
dell’industria come la General Motors o la Chrysler. Questo terrore della
borghesia l’aveva condotta a convocare i vertici del G20 di cui quello del
marzo 2009 a Londra decideva in particolare il raddoppio delle riserve del
Fondo monetario internazionale e l’iniezione massiccia di liquidità
nell’economia da parte degli Stati allo scopo di salvare un sistema bancario in
difficoltà e rilanciare la produzione. Lo spettro della “Grande depressione
degli anni ‘30” ossessionava gli spiriti cosa che conduceva la stessa OCSE a
scongiurare tali demoni scrivendo: “Benché talvolta questa severa
recessione mondiale sia stata qualificata come una ‘grande recessione’, siamo
lontani da una nuova ‘grande depressione’ come quella degli anni ‘30, grazie
alla qualità e all’intensità delle misure che i governi prendono attualmente

(Ibid.). Ma, come riportato nella risoluzione del 18° congresso[1], “una delle caratteristiche della classe
dominante è di dimenticare oggi i discorsi fatti ieri
” e lo stesso rapporto
intermedio dell’OCSE della primavera 2011 esprime un vero sollievo di fronte al
ripristino della situazione del sistema bancario e alla ripresa economica. La
classe dominante non può fare altrimenti. Incapace di avere una visione lucida,
globale e storica, sulle difficoltà che incontra il suo sistema perché tale
visione la porterebbe a scoprire l’impasse definitiva in cui questo si
trova, essa è costretta a commentare giorno per giorno le fluttuazioni della
situazione immediata cercando di trovare in queste dei motivi di consolazione.
Così facendo, essa viene spinta a sottovalutare la situazione anche se, di tanto
in tanto, i mass-media adottano un tono allarmista a proposito del significato
del principale fenomeno che è emerso negli ultimi due anni: la crisi del debito
sovrano di un certo numero di Stati europei. Di fatto, il fallimento potenziale
di un numero crescente di Stati costituisce una nuova tappa dell’inabissamento
del capitalismo nella sua crisi insanabile. Essa mette in evidenza i limiti
delle politiche con cui la borghesia é riuscita a frenare l’evoluzione della
crisi capitalista degli ultimi decenni.

3. Sono ormai più di 40 anni che il
sistema capitalista fa fronte alla crisi. Il Maggio 68 in Francia e l’insieme
delle lotte proletarie che l’hanno seguito a livello internazionale hanno avuto
una tale portata perché erano alimentati da un peggioramento globale delle
condizioni di vita della classe operaia, peggioramento conseguente ai primi
sintomi della crisi capitalista, tra cui l’aumento della disoccupazione. Questa
crisi ha poi conosciuto una brutale accelerazione nel 1973-75 con la prima
grande recessione internazionale del dopoguerra. In seguito, nuove recessioni
ogni volta più profonde ed estese hanno sconvolto l’economia mondiale fino a
culminare in quella del 2008-2009 che ha riportato alla mente lo spettro degli
anni ’30. Le misure adottate dal G20 del marzo 2009 per evitare una nuova
“Grande Depressione” sono significative della politica condotta da diversi
decenni dalla classe dominante: esse si riassumono nell’iniezione nelle
economie di masse considerevoli di crediti. Tali misure non sono nuove. Di
fatto, da oltre 35 anni, queste costituiscono il cuore delle politiche condotte
dalla classe dominante per cercare di scappare alla principale contraddizione
del modo di produzione capitalista: l’incapacità a trovare dei mercati
solvibili capaci di assorbire la sua produzione. La recessione del 1973-75 era
stata superata attraverso massicci crediti ai paesi del Terzo Mondo ma,
dall’inizio degli anni ‘80, con la crisi del debito di questi paesi, la
borghesia dei paesi più avanzati aveva dovuto rinunciare a questo polmone per
la sua economia. Sono quindi gli Stati dei paesi più avanzati, e primo fra
tutti gli Stati Uniti, che hanno preso il posto di “locomotive” dell’economia
mondiale. La “reaganomics” (politica neoliberale dell’Amministrazione Reagan)
dell’inizio degli anni 80, che aveva permesso un rilancio significativo
dell’economia di questo paese, era basata sulla creazione di deficit budgetari
inediti e considerevoli nello stesso momento in cui Ronald Reagan dichiarava
che “lo Stato non è la soluzione ma il problema”. Contemporaneamente,
i deficit commerciali anch’essi considerevoli di questa potenza permettevano
alle merci prodotte dagli altri paesi di trovare uno sbocco. Nel corso degli
anni ‘90, le “tigri” e i “dragoni” asiatici (Singapore, Taiwan, Corea del Sud,
ecc.) hanno accompagnato per un certo tempo gli Stati Uniti in questo ruolo di
“locomotiva”: i loro spettacolari tassi di crescita ne facevano una
destinazione importante per le merci dei paesi più industrializzati. Ma questa
“storia di successo” è stata costruita a prezzo di un indebitamento
considerevole che ha condotto questo paese a delle convulsioni importanti nel
1997 così come la Russia “nuova” e “democratica” che si è ritrovata insolvente,
cosa che ha amaramente deluso quelli che avevano puntato sulla “fine del
comunismo” per rilanciare in maniera durevole l’economia mondiale. All’inizio
degli anni 2000 l’indebitamento ha conosciuto una nuova accelerazione,
particolarmente grazie all’enorme sviluppo dei mutui ipotecari per la costruzione
in diversi paesi, in particolare negli Stati Uniti. Quest’ultimo paese ha
allora accentuato il suo ruolo di “locomotiva dell’economia mondiale”,
ma al prezzo di una crescita abissale dei debiti, – particolarmente tra la
popolazione americana – debiti basati su ogni sorta di “prodotti finanziari”
ritenuti capaci di scongiurare il rischio di cessazione dei pagamenti. In
realtà, la dispersione dei crediti sospetti non ha assolutamente abolito il
loro carattere di spada di Damocle sospesa sull’economia americana e mondiale.
Al contrario essa ha fatto accumulare nel capitale delle banche gli “attivi
tossici” che sono stati all’origine del loro crollo a partire dal 2007 e della
brutale recessione mondiale del 2008-2009.

4. Come riportato nella risoluzione adottata
al precedente congresso, “non è la crisi
finanziaria che è all’origine della recessione attuale. Al contrario, la crisi
finanziaria non fa che illustrare il fatto che la fuga in avanti
nell’indebitamento - che aveva permesso di superare i problemi della
sovrapproduzione - non può proseguire all’infinito. Prima o poi, l’“economia
reale” si vendica, perché quello che è alla base delle contraddizioni del
capitalismo, la sovrapproduzione, l’incapacità dei mercati ad assorbire la
totalità delle merci prodotte, torna in primo piano.
” Dopo il vertice del
G20 del marzo 2009 questa stessa risoluzione precisava che “la fuga in
avanti nell’indebitamento è uno degli ingredienti della brutalità della
recessione attuale. La sola “soluzione” che sia capace di mettere in piedi la
borghesia è … una nuova fuga in avanti nell’indebitamento. Il G20 non ha potuto
inventare una soluzione alla crisi per la semplice ragione che non ne esistono.
”.

La crisi dei debiti sovrani che si propaga oggi, il fatto
che gli Stati siano incapaci di onorare i loro debiti, costituisce
un’illustrazione spettacolare di questa realtà. Il potenziale fallimento del
sistema bancario e la recessione hanno obbligato tutti gli Stati a iniettare
delle somme considerevoli nelle loro economie mentre le vendite erano in caduta
libera per la riduzione della produzione. Per questo motivo i deficit pubblici
hanno conosciuto, nella gran parte dei paesi, un aumento considerevole. Per i
più esposti tra questi, come l’Irlanda, la Grecia o il Portogallo, ciò ha significato
una situazione di potenziale fallimento, l’incapacità di pagare i loro
funzionari e di rimborsare i loro debiti. Le banche si rifiutano ormai di
consentire nuovi prestiti, se non a dei tassi esorbitanti poiché non hanno più
alcuna garanzia di poter essere rimborsate. I “piani di salvataggio” di cui
esse hanno beneficiato da parte della Banca europea e del Fondo monetario
internazionale costituiscono dei nuovi debiti il cui rimborso si aggiunge a
quello dei debiti precedenti. E’ più che un circolo vizioso, è una spirale
infernale. La sola “efficacia” di questi piani consiste nell’attacco senza
precedenti contro i lavoratori, contro i dipendenti pubblici i cui salari ed il
cui numero vengono ridotti in maniera drastica, ma anche contro l’insieme della
classe operaia attraverso sia i tagli nei settori dell’educazione, della salute
e delle pensioni che l’aumento di tasse ed imposte. Ma tutti questi attacchi
antioperai, tagliando selvaggiamente il potere d’acquisto dei lavoratori, non
potranno che contribuire ad un’ulteriore nuova recessione.

5. La crisi del debito sovrano dei PIIGS
(Portogallo, Islanda, Irlanda, Grecia, Spagna) costituisce solo una parte
infima del terremoto che minaccia l’economia mondiale. Non è certo perché
beneficiano ancora per il momento del rating[2] AAA[3] come indice di fiducia delle agenzie di
rating (le stesse agenzie che, fino alla vigilia dello scompiglio delle banche
del 2008, avevano accordato loro il rating massimo) che le grandi potenze
industriali se la cavano molto meglio. Alla fine di aprile 2011, l’agenzia
Standard and Poor’s emetteva un’opinione negativa di fronte alla prospettiva di
un Quantitative Easing n°3, cioè di un terzo piano di rilancio dello Stato
federale americano destinato a sostenere l’economia. In altri termini, la prima
potenza mondiale corre il rischio di vedersi ritirata la fiducia “ufficiale”
sulla sua capacità di rimborsare i suoi debiti, se non con un dollaro
fortemente svalutato. Di fatto, in maniera ufficiosa, questa fiducia comincia a
mancare con la decisione della Cina e del Giappone, dopo l’autunno scorso, di
effettuare massicci acquisti di oro e di materie prime piuttosto che dei buoni
del Tesoro americani, cosa che ha condotto la Banca federale americana a
comprarne per il 70-90% alla loro emissione. Questa perdita di fiducia si
giustifica perfettamente quando si constati l’incredibile livello di
indebitamento dell’economia americana: nel gennaio 2010, l’indebitamento
pubblico (Stato federale, singoli Stati federati, comuni, ecc.) rappresentava già
all’incirca il 100% del PIL, ma questo costituiva solo una parte
dell’indebitamento totale del paese (che comprende anche i debiti delle
famiglie e delle imprese non finanziarie) che raggiungeva il 300% del PIL. E la
situazione non era migliore per gli altri grandi paesi dove il debito totale
ammontava nello stesso periodo al 280% del PIL per la Germania, 320% per la
Francia, 470% per la Gran Bretagna ed il Giappone. In questi ultimi paesi, il
debito pubblico ha da solo raggiunto il 200% del PIL. Successivamente, per
tutti i paesi, la situazione é solo peggiorata nonostante i diversi piani di
rilancio.

Pertanto il fallimento dei PIIGS costituisce solo la punta
di un iceberg che nasconde il fallimento di un’economia mondiale che deve la
sua sopravvivenza ormai da decenni alla disperata fuga in avanti
nell’indebitamento. Gli Stati che dispongono della propria moneta come la Gran
Bretagna, il Giappone e naturalmente gli USA hanno potuto mascherare questo
fallimento stampando banconote a tutta forza (al contrario di quelli della zona
Euro, come la Grecia, l’Irlanda o il Portogallo, che non dispongono di questa
possibilità). Ma questa frode permanente degli Stati che sono diventati dei
veri contraffattori, con a capo della gang lo Stato americano, non potrà proseguire
indefinitamente così come non potevano proseguire le manipolazioni del sistema
finanziario, come lo ha dimostrato la crisi di questo nel 2008 che non riuscita
però a farlo esplodere. Uno dei segni visibili di questa realtà è l’attuale
accelerazione dell’inflazione mondiale. Spostandosi dalla sfera delle banche a
quella degli Stati, la crisi dell’indebitamento marca l’entrata del modo di
produzione capitalista in una nuova fase della sua crisi acuta in cui si
aggravano ulteriormente la violenza e l’estensione delle sue convulsioni. Non
c’è via di “uscita dal tunnel” per il capitalismo. Questo sistema può solo
condurre la società in una crescente barbarie.

Tensioni imperialiste

6.
La guerra imperialista costituisce la massima manifestazione della barbarie
verso cui il capitalismo decadente precipita la società umana. La storia
tragica del 20° secolo ne costituisce la manifestazione più evidente: di fronte
al vicolo cieco in cui si trova il suo modo di produzione, di fronte
all’esacerbazione delle rivalità commerciali fra Stati, la classe dominante è
spinta verso una fuga in avanti nelle politiche di guerra, negli scontri
militari. Per la maggior parte degli storici, compresi quelli che non si
richiamano al marxismo, è chiaro che la Seconda Guerra Mondiale è figlia della
grande Depressione degli anni ’30. Analogamente, l’aggravamento delle tensioni
imperialiste della fine degli anni ’70 e dell’inizio degli anni ’80 tra i due
blocchi di allora, quello americano e quello russo (invasione dell’Afganistan
da parte dell’URSS nel 1979, crociata contro “l’Impero del male” da parte
dell’amministrazione Reagan) derivavano in gran parte dal ritorno della crisi
aperta dell’economia capitalista alla fine degli anni sessanta. Tuttavia, la
storia ha mostrato che questo legame tra l’aggravarsi degli scontri
imperialisti e crisi economica del capitalismo non è diretto o immediato. L’intensificazione
della “guerra fredda” si è alla fine conclusa con la vittoria del blocco
occidentale e l’implosione del blocco avversario, che ha poi portato alla
disgregazione del primo. Ma pur sfuggendo alla minaccia di una nuova guerra
generalizzata che poteva portare alla sparizione della specie umana, il mondo
non è stato risparmiato da un’esplosione delle tensioni e degli scontri
militari: la fine dei blocchi rivali ha significato la fine della disciplina
che essi riuscivano ad imporre nei loro rispettivi territori. Da allora,
l’arena imperialista planetaria è dominata dal tentativo della prima potenza
mondiale di mantenere la propria leadership sul mondo, e in primo luogo sui
suoi antichi alleati. La 1a Guerra del Golfo, nel 1991, aveva già
questo obiettivo, ma la storia degli anni ’90, in particolare la guerra in
Jugoslavia, ha mostrato il fallimento di questa ambizione. La “guerra contro il
terrorismo mondiale” dichiarata dagli Stati Uniti in seguito agli attentati
dell’11 settembre 2001 voleva essere un nuovo tentativo per riaffermare la loro
leadership, ma il loro esaurimento in Afganistan e in Iraq ha sottolineato ancora
una volta l’incapacità di ristabilire questa leadership.

7. Questi
fallimenti degli Stati Uniti non li hanno scoraggiati dal proseguire la
politica offensiva che portano avanti dall’inizio degli anni ’90 e che fa degli
USA il principale fattore di instabilità sulla scena mondiale. Come riportato
nella risoluzione del precedente congresso: “Di fronte a questa situazione, Obama e la sua amministrazione non
potranno fare altro che proseguire la politica bellicista dei loro predecessori
(…); se Obama aveva previsto di ritirare le forze americane dall’Iraq, era per
poter rafforzare l’intervento in Afghanistan e in Pakistan
”. E’ quello che
si è prodotto recentemente con l’esecuzione di Bin Laden da parte di un
commando americano in territorio pakistano. Questa operazione “eroica” aveva
evidentemente uno scopo elettorale ad un anno e mezzo dalle prossime elezioni
presidenziali. Essa voleva in particolare contrastare le critiche dei
repubblicani che rimproveravano ad Obama la sua debolezza nell’affermazione
della preminenza degli Stati Uniti sul piano militare, critiche che si erano
radicalizzate al momento dell’intervento in Libia in cui la leadership
dell’operazione era stata lasciata al tandem franco-britannico. L’uccisione di
Bin Laden voleva anche significare che, dopo aver fatto giocare a questi il
ruolo del cattivo della storia per quasi 10 anni, era tempo di sbarazzarsene
per evitare di sembrare impotenti. Facendo così, la potenza americana dava prova
di essere la sola ad avere i mezzi militari, tecnologici e logistici per portare
a termine questo tipo di operazione, giusto nel momento in cui la Francia e la
Gran Bretagna facevano fatica a condurre a buon fine la loro operazione
anti-Gheddafi. Essa voleva indicare al mondo che gli USA non esitano nemmeno a
violare la “sovranità nazionale” di un “alleato”, che essi intendono fissare le
regole del gioco ovunque lo ritengano necessario. Infine, questa uccisione è
riuscita ad obbligare la maggior parte dei governi del mondo a salutare, spesso
a malincuore, il valore di questa operazione.

8. Ciò
detto, il colpo spettacolare riuscito ad Obama in Pakistan non può in alcun
modo permettergli di stabilizzare la situazione nella regione, in particolare nello
stesso Pakistan dove questo schiaffo assestato alla sua “fierezza nazionale”
rischia di attizzare i vecchi conflitti tra diversi settori della borghesia e dell’apparato
statale. Analogamente, la morte di Bin Laden non permetterà agli Stati Uniti e
agli altri paesi impegnati in Afghanistan di riprendere il controllo del paese
e di consolidare l’autorità del governo Karzai completamente minato dalla
corruzione e dalle divisioni tribali. Più in generale, essa non permetterà per
niente di mettere un freno alle tendenze al “ciascuno per sé” e alla
contestazione dell’autorità della prima potenza mondiale che si continuano a
manifestare, come si è recentemente visto con la costituzione di una serie di
alleanze puntuali sorprendenti: riavvicinamento tra Turchia e Iran, alleanza
tra Iran, Brasile e Venezuela (strategica e anti-USA), tra India e Israele
(militare e come rottura dell’isolamento), tra Cina e Arabia Saudita (militare
e strategica), ecc. In particolare, essa non potrebbe scoraggiare la Cina dal
portare avanti le ambizioni imperialiste che il suo recente statuto di grande
potenza industriale le permette. E’ chiaro che questo paese, malgrado la sua
importanza demografica ed economica, non ha assolutamente i mezzi militari o
tecnologici, né è pronto ad averli, per costituire la testa di un nuovo blocco.
Tuttavia esso ha i mezzi per disturbare ancora di più le ambizioni americane –
che sia in Africa, in Iran, nella Corea del Nord, in Birmania – e di dare il
suo contributo all’instabilità crescente che caratterizza i rapporti
imperialisti. Il “nuovo ordine mondiale” predetto 20 anni fa da Georg Bush
padre, e che lui sognava sotto l’egida degli Stati Uniti, non può che
presentarsi sempre più come un “caos mondiale”, un caos che le convulsioni
dell’economia capitalista non potranno che aggravare ancora.

Lotta di classe

9.
Di fronte al caos che investe la società borghese su tutti i piani - economico,
guerriero ed anche ambientale - come abbiamo potuto vedere recentemente in Giappone
– solo il proletariato può apportare un soluzione, la sua soluzione, la rivoluzione comunista. La crisi insolubile dell’economia
capitalista, le convulsioni crescenti che la caratterizzano, costituiscono le
condizioni oggettive di questa rivoluzione. E ciò da una parte obbligando la
classe operaia a sviluppare sempre più le sue lotte di fronte agli attacchi
drammatici che essa subisce da parte della classe sfruttatrice. Dall’altra
permettendole di comprendere che queste lotte assumono tutto il loro
significato come momenti di preparazione del suo scontro decisivo con un modo
di produzione ormai condannato dalla storia - il capitalismo – in vista del suo
rovesciamento.

Tuttavia, come
riportato nella risoluzione del precedente congresso internazionale: “Il cammino
che porta alle lotte rivoluzionarie e al rovesciamento del capitalismo é ancora
lungo e difficile. (…) Perché la coscienza della possibilità della rivoluzione
comunista possa guadagnare un terreno significativo in seno alla classe operaia,
é necessario che questa possa riacquistare fiducia nelle proprie forze e questo
passa attraverso lo sviluppo di lotte di massa.
” Più nell’immediato la
risoluzione precisava che “la forma principale che prende oggi questo
attacco, quella dei licenziamenti di massa, non favorisce, in un primo momento,
l’emergenza di tali movimenti. (…
) Sarà
in un secondo momento, quando essa sarà capace di resistere ai ricatti della
borghesia, quando si imporrà l’idea che sono la lotta unita e solidale può
frenare la brutalità degli attacchi della classe dominante, in particolare
quando questa cercherà di far pagare a tutti i lavoratori gli enormi deficit
statali che si accumulano oggi con i piani di salvataggio delle banche e di
“rilancio” dell’economia, che lotte operaie di grande ampiezza potranno
svilupparsi molto di più
”.

10. I due anni che ci
separano
dal precedente congresso hanno ampiamente confermato
questa previsione. Questo periodo non ha conosciuto lotte ampie contro i licenziamenti
di massa e contro la crescita senza precedenti della disoccupazione subiti
dalla classe operaia nei paesi più sviluppati. Al contrario, è a partire dagli
attacchi portati direttamente dai governi in applicazione dei piani di “risanamento
dei conti pubblici” che hanno cominciato a svilupparsi delle lotte
significative. Questa risposta è ancora molto timida, particolarmente là dove
questi piani di austerità hanno preso le forme più violente, in paesi come la
Grecia o la Spagna per esempio dove, tuttavia, la classe operaia aveva dato
prova nel recente passato di una combattività relativamente importante. In un
certo modo sembra che la brutalità stessa degli attacchi provochi un sentimento
d’impotenza nei ranghi operai, tanto più che questi attacchi sono condotti da
governi “di sinistra”. Paradossalmente é proprio là dove questi attacchi
sembrano meno violenti, come in Francia, che la combattività operaia si è
espressa più massicciamente, con il movimento contro la riforma delle pensioni
dell’autunno 2010.

11. Allo stesso tempo i
movimenti più di massa
che si siano conosciuti nel corso
dell’ultimo periodo non sono venuti dai paesi più industrializzati ma dai paesi
della periferia del capitalismo, particolarmente in un certo numero di paesi
del mondo arabo, e specificamente la Tunisia e l’Egitto dove, alla fine, dopo
aver tentato di soffocarli con una feroce repressione, la borghesia è stata
costretta a licenziare i dittatori del posto. Questi movimenti non erano delle
lotte operaie classiche come ce n’erano state in questi stessi paesi in un
recente passato (vedi ad esempio le lotte a Gafsa in Tunisia nel 2008 o gli
ampi scioperi nell’industria tessile in Egitto, durante l’estate del 2007, che
ricevettero la solidarietà attiva da parte di numerosi altri settori). Infatti
hanno preso spesso la forma di rivolte sociali in cui si trovavano associati
ogni sorta di settore della società: lavoratori del settore pubblico e privato,
disoccupati, ma anche dei piccoli commercianti, degli artigiani, le professioni
libere, la gioventù scolarizzata, ecc. E’ per questo che il proletariato, il
più delle volte, non è comparso direttamente in maniera distinta (come è
apparso, per esempio, negli scioperi in Egitto verso la fine delle rivolte), ancor
meno assumendo il ruolo di forza dirigente. Tuttavia, all’origine di questi
movimenti (cosa che si rifletteva in molte delle rivendicazioni portate avanti)
si trova fondamentalmente le stesse cause che sono all’origine delle lotte
operaie negli altri paesi: l’aggravamento considerevole della crisi, la miseria
crescente che questa provoca all’interno di tutta la popolazione non
sfruttatrice. E se in generale il proletariato non é apparso direttamente come
classe in questi movimenti, la sua impronta era ben presente in questi paesi
dove ha avuto un peso notevole, particolarmente attraverso la profonda solidarietà
che si è manifestata nelle rivolte, la loro capacità di evitare di lanciarsi in
atti di violenza cieca e disperata malgrado la terribile repressione che hanno
dovuto affrontare. In fin dei conti, se la borghesia in Tunisia e in Egitto si
é finalmente decisa, spinta anche dai buoni consigli della borghesia americana,
a sbarazzarsi dei vecchi dittatori, è in gran parte a causa della presenza
della classe operaia in questi movimenti. Una delle prove, in negativo, di questa
realtà, é l’involuzione che hanno conosciuto i movimenti in Libia: non il
rovesciamento del vecchio dittatore Gheddafi ma lo scontro militare tra cricche
borghesi dove gli sfruttati sono stati arruolati come carne da cannone. In
questo paese, una gran parte della classe operaia era costituita da lavoratori
immigrati (egiziani, tunisini, cinesi, subsahariani, bengalesi) la cui reazione
principale è stata di fuggire di fronte alla repressione che si è abbattuta con
ferocia dai primi giorni.

12.
La degenerazione in conflitto armato del movimento in Libia, con l’entrata in
gioco dei paesi della NATO, ha permesso alla borghesia di promuovere delle
campagne di mistificazione nei confronti degli operai dei paesi avanzati la cui
reazione spontanea era stata di sentirsi solidali con i manifestanti di Tunisi
e del Cairo e di salutare il loro coraggio e la loro determinazione. In particolare,
la presenza massiccia delle giovani generazioni nel movimento, specialmente
della gioventù scolarizzata il cui avvenire si presenta sotto gli auspici sinistri
della disoccupazione e della miseria, faceva eco ai recenti movimenti che hanno
animato la gioventù studentesca in numerosi paesi europei nell’ultimo periodo:
movimento contro il CPE in Francia della primavera del 2006, rivolte e scioperi
in Grecia alla fine del 2008, manifestazioni e scioperi degli studenti di
scuola e università in Gran Bretagna alla fine 2010, movimenti studenteschi in
Italia nel 2008 e negli Stati Uniti nel 2010, ecc.). Queste campagne borghesi
per snaturare, agli occhi dei lavoratori degli altri paesi, il significato
delle rivolte in Tunisia ed in Egitto, sono state evidentemente facilitate
dalle illusioni che pesano fortemente sulla classe operaia di questi paesi: le
illusioni nazionaliste, democratiche e sindacaliste in particolare, come fu
d’altra parte il caso nel 1980-81 con la lotta del proletariato polacco.

13.
Questo movimento di trent’anni fa aveva permesso alla CCI di elaborare la sua
analisi critica della teoria dell’anello
debole
sviluppata particolarmente da Lenin al momento della rivoluzione in Russia.
La CCI, basandosi sulle posizioni elaborate da Marx ed Engels, aveva messo
avanti a questo punto l’idea che fosse dai paesi centrali del capitalismo, e
particolarmente dai vecchi paesi industrializzati dell’Europa occidentale, che
venisse il segnale della rivoluzione proletaria mondiale, per la concentrazione
del proletariato di questi paesi, e più ancora per la sua esperienza storica, e
che gli danno le armi migliori per evitare finalmente le trappole ideologiche
più sofisticate messe in atto da tempo dalla borghesia. Così, una delle tappe
fondamentali del movimento della classe operaia mondiale nell’avvenire sarà
costituita non solo dallo sviluppo delle lotte di massa nei paesi centrali
dell’Europa occidentale, ma anche dalla loro capacità di evitare le trappole
democratiche e sindacali, in particolare attraverso una presa in mano di queste
lotte da parte dei lavoratori stessi. Questi movimenti costituiranno un faro
per la classe operaia mondiale, compresa quella della principale potenza
capitalistica, gli Stati Uniti, la cui caduta in una miseria crescente, una miseria
che tocca già decine di milioni di lavoratori, sta trasformando il “sogno
americano” in un vero incubo.

CCI
(maggio 2011)


[2] Il rating è un metodo utilizzato per classificare sia
i titoli obbligazionari, che le imprese (vedi anche modelli di rating IRB secondo Basilea 2)
in base alla loro rischiosità. In questo caso, essi si definiscono rating di
merito creditizio (http://it.wikipedia.org/wiki/Rating).

[3] AAA = indice di rating che corrisponde ad una
situazione di elevata capacità di ripagare il debito.

Vita della CCI: