L'isolamento è la morte della rivoluzione

Il destino
della rivoluzione in Russia dipendeva completamente dagli eventi
internazionali. Il fatto che i Bolscevichi avessero basato la loro politica
interamente sulla rivoluzione proletaria mondiale è la prova più chiara della
loro lungimiranza politica, della loro fermezza di principi e dell’audace scopo
della loro linea politica
” (1).

Fin dal 1914, quando la Prima Guerra Mondiale mise
in chiaro che il periodo di decadenza del capitalismo era cominciato, i
Bolscevichi erano all’avanguardia dei rivoluzionari, mostrando che come
alternativa alla guerra mondiale c’era soltanto la rivoluzione mondiale del
proletariato.

Con questo fermo orientamento internazionalista,
Lenin e i Bolscevichi vedevano nella rivoluzione russa “…solo il primo passo
della rivoluzione proletaria che sarebbe inevitabilmente sorta come conseguenza
alla guerra”. Per il proletariato russo, la sorte della rivoluzione dipendeva
in primo luogo dalle insurrezioni operaie negli altri paesi, e principalmente
in Europa.

La Rivoluzione
Russa lottò con tutte le sue forze per raggiungere gli altri paesi

Ma la Rivoluzione russa non lasciò passivamente al
proprio destino lo sviluppo della rivoluzione proletaria negli altri paesi.
Nonostante le difficoltà che incontrava in Russia, si prendevano continuamente
iniziative per estendere la rivoluzione. Infatti lo Stato sorto dalla
rivoluzione era visto come il primo passo verso la Repubblica Internazionale
dei Soviet, non delineata dalle frontiere artificiali delle nazioni capitaliste,
ma da frontiere di classe (2). Per esempio, fu condotta una propaganda
sistematica verso i prigionieri di guerra, per incitarli ad unirsi alla
rivoluzione internazionale, e quelli che lo volevano sarebbero potuti diventare
cittadini sovietici.

Da questa propaganda nacque la “Organizzazione
Social Democratica dei Prigionieri di Guerra in Russia” che chiamava gli operai
di Germania, Austria, Turchia ecc. all’insurrezione per metter fine alla guerra
e diffondere la rivoluzione.

La Germania rappresentava un punto cruciale per lo
sviluppo della rivoluzione e fu proprio verso di essa che furono concentrate
tutte le energie della Rivoluzione russa. Molto presto un’ambasciata si stabilì
a Berlino (aprile 1918), e fu trasformata nel quartier generale della
rivoluzione tedesca. L’ambasciatore russo Joffe comprò informazioni segrete da
funzionari tedeschi per passarle ai rivoluzionari al fine di dimostrare gli
intenti imperialisti del governo; fornì inoltre anche armi ai rivoluzionari; la
maggior parte della propaganda rivoluzionaria fu stampata nell’ambasciata dove
ogni notte i rivoluzionari tedeschi tenevano riunioni clandestine e preparavano
insurrezioni.

Gli operai russi mostrarono le priorità della
rivoluzione: nonostante stessero soffrendo la fame, si privarono di tre treni
carichi di grano per aiutare gli operai tedeschi.

E’ importante conoscere come sono stati vissuti, in
Russia, i primi tempi della rivoluzione in Germania. Quando questa ebbe inizio,
in una dimostrazione degli operai di fronte al Cremlino, “decine di migliaia di operai irruppero con esultanza sfrenata. Mai
avevo visto una cosa del genere prima d’ora. Fino a sera tardi si aggiungevano
lavoratori e soldati dell’armata rossa. Aveva inizio la rivoluzione mondiale.
La massa faceva sentire il suo passo di ferro. Il nostro isolamento era finito

(3).

Un altro contributo alla rivoluzione mondiale, anche
se sfortunatamente in ritardo, fu il primo congresso dell’Internazionale
Comunista, tenutosi in Mosca nel maggio del ’19. L’Internazionale capì che:

Il nostro
obbiettivo è di generalizzare l’esperienza rivoluzionaria della classe operaia,
ripulire il movimento dalle influenze corrosive dell’opportunismo e del
social-patriottismo e riorganizzare le forze di tutti gli autentici partiti
rivoluzionari del mondo proletario. Così accelereremo e faciliteremo la
vittoria della rivoluzione comunista nel mondo intero
(4).

Ciononostante, i proletari venivano massacrati a
Berlino, Vienna, Budapest e Monaco, e l’Internazionale Comunista cominciava a
fare concessioni al parlamentarismo, al sindacalismo e alla liberazione
nazionale. Similmente, adesso la rivoluzione era affidata alla guerra
rivoluzionaria, che i bolscevichi, come vedremo più avanti, avevano rifiutato
firmando il trattato di Brest-Litovsk nel 1918 (5). Nel 1920 il Comitato
Esecutivo dell’IC, gia sulla strada della degenerazione, promulgò il nefando
slogan di “Fronte Unito” basato sulla convinzione che la rivoluzione europea
stesse sfumando.

La logica fatalistica così comune alla filosofia
borghese considera che “ogni cosa conduce … ad un'altra”. Perciò
l’Internazionale Comunista così come tutti gli altri sforzi giganteschi della
classe operaia e rivoluzionaria, vengono presentati a noi, sin dal loro inizio
come il piano precostituito dei “machiavellici” bolscevichi, come lo strumento
di difesa del capitalismo di Stato russo. Ma come abbiamo detto questa è la
logica della borghesia. Per il proletariato invece, le degenerazione della
rivoluzione russa e dell’Internazionale Comunista fu il risultato della
disfatta della classe operaia dopo una furiosa lotta contro la reazione
bestiale del capitalismo mondiale. Se, come dice oggi la borghesia, si trattava
solo di “una questione di tempo” prima che la rivoluzione cocesse nel suo
brodo, perché allora tutti i capitalisti del mondo si unirono insieme per
strozzare la rivoluzione russa?

Il capitalismo
prende d’assedio la rivoluzione russa

Tra il 1917 e il 1923, fino al fallimento degli
sforzi rivoluzionari del proletariato mondiale, tutti i capitalisti si unirono
in una crociata internazionale sotto lo slogan “abbasso il bolscevismo”.
Dall’imperialismo tedesco ai generali zaristi alle democrazie occidentali
dell’Intesa, che solo qualche mese prima erano infognati nella prima
carneficina mondiale imperialista, sottoscrissero questa crociata. Questa è
un’altra lezione basilare dell’Ottobre: quando una insurrezione operaia
minaccia l’esistenza stessa del capitalismo, gli sfruttatori mettono al bando
le differenze per arginare la rivoluzione.

L’imperialismo
tedesco

Il primo ostacolo che la rivoluzione russa si trovò
di fronte furono gli eserciti del Kaiser. Perciò è chiaro che la rivoluzione
russa, con le ondate rivoluzionarie che sorsero come risposta alla Prima Guerra
Mondiale, ebbe luogo, come affermava Rosa Luxemburg, nelle “condizioni più
difficili e anormali” per lo sviluppo e la diffusione della rivoluzione, per
esempio la guerra mondiale.

La pace rappresentava una necessità imperante e
prese il primo posto nelle priorità della rivoluzione. E la pace arrivò presto,
a Brest-litovsk il 19 novembre del 1917. Fu annunciata attraverso la radio
nella notte, non solo per gli operai della Russia, ma anche per i prigionieri
di guerra e gli operai di tutto il mondo. Comunque, questo non significa che i
bolscevichi andarono a Brest-litovsk confidando nelle intenzioni “pacifiche”
dell’imperialismo tedesco: “Non
nascondiamo a nessuno che consideriamo il presente governo incapace di una pace
democratica, solo la lotta rivoluzionaria delle masse operaie contro i governi
può avvicinare l’Europa alla pace. Mentre la completa realizzazione di essa
sarà assicurata solo da una rivoluzione proletaria vittoriosa in tutti i paesi
capitalisti
” (6).

All’inizio del 1918 cominciarono ad arrivare notizie
di scioperi e ammutinamenti in Germania, Austria e Ungheria (7), che
incoraggiarono i bolscevichi a prolungare i negoziati, ma alla fine queste
rivolte furono schiacciate. Questo portò Lenin, ancora una volta in posizione
minoritaria all’interno del partito Bolscevico, a difendere la necessità di
firmare il trattato di pace il più presto possibile. La diffusione della
rivoluzione, causa per cui essi lottavano coraggiosamente, non deve essere
confusa con la “guerra rivoluzionaria” sostenuta dalla “comunisti di sinistra”
(8). Questa dipendeva dalla maturità della rivoluzione in Germania: “E’ pienamente ammissibile che con queste
premesse non solo sarebbe ‘conveniente’ (come dicono gli autori della
risoluzione), ma anche assolutamente obbligatorio accettare la possibilità
della sconfitta e della perdita del potere dei Soviet. Ma è chiaro che queste
premesse non sussistono. La rivoluzione tedesca sta maturando, ma non è ancora
scoppiata. È ovvio che se noi non aiutassimo, ma al contrario bloccassimo il
processo di maturazione in Germania, allora noi accetteremmo “la possibilità
della sconfitta e della perdita del potere dei Soviet”. Noi aiuteremmo la reazione
in Germania, faremmo il suo gioco, provocheremmo delle difficoltà per i
movimenti socialisti in Germania, distoglieremmo dal socialismo le grandi masse
proletarie e semi-proletarie che non hanno ancora incorporato il socialismo e
che potrebbero temere la sconfitta della Russia sovietica, allo stesso modo
come la sconfitta della Comune di Parigi nel 1871 scoraggiò gli operai Inglesi.

(9).

Questo è il dilemma che esiste in una roccaforte
dove il proletariato ha preso il potere, ma dov’è momentaneamente isolato,
finché la rivoluzione non avrà raggiunto gli altri paesi con insurrezioni
vittoriose. Abbandonare la testa di ponte o negoziare, e quindi indietreggiare
momentaneamente di fronte ad una forza militare superiore, per guadagnare una
tregua e difendere un bastione rivoluzionario per poter  continuare a sostenere la rivoluzione
mondiale? Rosa Luxemburg, che in un primo momento non era d’accordo con la
negoziazione di Brest-Litovsk, definì con tremenda chiarezza come la lotta del
proletariato tedesco fosse l’unica possibilità per uscire dalla contraddizione,
in un modo favorevole alla rivoluzione: “Tutti
i presupposti della battaglia per la pace portata avanti dai russi si basano
sull’ipotesi tattica che la rivoluzione in Russia sarà il segnale per le
rivolte rivoluzionarie del proletariato dell’Ovest… solo in questo caso la rivoluzione
russa sarà stato il preludio per una pace generalizzata. Ma fino ad ora niente
di tutto ciò è accaduto. La rivoluzione russa, a parte qualche valoroso sforzo
del proletariato italiano (sciopero generale di Torino il 22 Agosto) fu abbandonata
dai proletari di tutti i paesi, comunque la linea politica di classe del
proletariato internazionale, per la sua natura ed essenza, può solo essere
realizzata internazionalmente
” (10).

Infine, il 19 febbraio, l’alto comando tedesco
rinnovò improvvisamente le operazioni militari (“il balzo di una bestia
selvatica è velocissimo” disse Lenin). In poche settimane le forze tedesche
erano alle porte di Pietrogrado e il governo russo dovette finalmente accettare
la pace senza condizioni: gli eserciti tedeschi occuparono le prime province
baltiche nella primavera del ’18, gran parte della Bielorussia, tutta l’Ucraina
e infine il nord del Caucaso, e, contro quanto concordato a Brest-Litovsk la
Crimea e il Trans-Caucaso (eccetto Baku e il Turkestan).

In continuità con la Sinistra Comunista italiana
(11), noi non pensiamo che la pace di Brest-Litovsk abbia rappresentato un
passo indietro per la rivoluzione, ma che fu imposta dalla contraddizione tra
il mantenimento delle conquiste proletarie e l’estensione della rivoluzione. La
risoluzione a questo problema non era da ricercarsi al tavolo della
negoziazione, né sul fronte militare, ma nella risposta del proletariato
mondiale. Fu precisamente quando i capitalisti si organizzavano per annientare
l’ondata rivoluzionaria che il governo russo accettò la convenzionale “politica
estera” degli Stati capitalisti e firmava a Rapallo l’accordo dell’aprile del
1922, il quale né nella forma (di trattato segreto), né naturalmente nella
sostanza (aiuto militare dell’esercito russo al governo tedesco), ha niente a
che vedere con Brest-Litovsk o con la politica rivoluzionaria del proletariato.
Quando la IC, ormai in piena degenerazione, chiamò gli operai tedeschi a
compiere un azione disperata nel marzo del 1923, le armi usate dalle truppe
governative tedesche per massacrare gli operai erano state vendute loro dal
governo russo.

Il continuo
tormento da parte delle democrazie occidentali

Gli alleati dell’Intesa, le democrazie avanzate del
Ovest, facevano del loro meglio per soffocare la rivoluzione russa. In Ucraina,
Finlandia, paesi Baltici, Bessarabia, Inghilterra e Francia si istaurarono
regimi che supportavano l’esercito bianco controrivoluzionario.

Come se non bastasse, decisero di intervenire
direttamente in Russia. Le truppe giapponesi sbarcarono a Vladivostok il 3
aprile. I distaccamenti americani, francesi e inglesi arrivarono dopo:

Dall’inizio
del novembre rivoluzionario (1917) le potenze dell’Intesa si schierarono con i
partiti e il governo controrivoluzionari della Russia. Con l’aiuto della
borghesia controrivoluzionaria annessero la Siberia, gli Urali, le coste
europee della Russia, il Caucaso e parte del Turkestan. In questi territori
saccheggiarono foreste, petrolio, manganese e altre materie prime. Con l’aiuto
di bande di mercenari Cecoslovacchi rubarono le riserve auree dell’impero russo.
Sotto la direzione del diplomatico britannico Lockhart, spie inglesi e francesi
organizzarono bombardamenti di ponti e distruzioni di linee ferroviarie e
provarono anche a tagliare i rifornimenti alimentari. L’Intesa erogava denaro,
armi e aiuti militari ai generali reazionari Denikin, Kolchak e Krasnov, che
avevano fucilato e impiccato migliaia di operai e contadini a Rostov, Yuzovka
(Donetsk), Novorossiak, Omsk e altrove”
(12).

All’inizio del 1919, quando scoppiò la rivoluzione
in Germania, la Russia era completamente isolata dall’esterno e si trovava di
fronte ad uno dei periodi di più intensa attività delle truppe delle democrazie
occidentali, così come dell’Armata bianca. Di fronte alle truppe inviate dai
capitalisti per arrestare la rivoluzione, i bolscevichi proclamavano la
necessità dell’internazionalismo proletario: “Tu non lotterai contro i tuoi nemici (diceva un volantino diretto
alla truppe Inglesi e Americane) contro
persone della classe operaia, come te. Noi ti chiediamo – stai venendo per annientarci?
…Sii solidale con la tua classe e rifiuta di fare lo sporco lavoro dei tuoi
capi”
(13).

E di nuovo l’appello dei bolscevichi (essi
pubblicavano giornali come il The Call inglese o La Lanterne francese) ebbe un
certo effetto sulle truppe mandate a combattere la rivoluzione: “Il primo marzo 1919 ci fu un ammutinamento
tra le truppe francesi che avevano l’ordine di sfondare le linee. Qualche
giorno prima, una compagnia di fanti inglesi ‘si rifiutò di andare al fronte’ e
poco dopo una compagnia americana si rifiutò di adempiere agli ordini ricevuti
al fronte
” (14). Nell’aprile del 1919 le truppe e la flotta francesi
reagirono con indignazione all’esecuzione di Jeanne Labour, un militante
comunista che faceva propaganda a favore della fraternizzazione tra le truppe
russe e francesi. Allo stesso modo anche le truppe inglesi dovettero essere
rimpatriate perchè gli operai in Inghilterra e in Italia dimostravano contro
l’invio di armi e truppe agli eserciti controrivoluzionari. Quindi, le
democrazie occidentali furono costrette a cambiare tattica e ad usare intanto
le truppe delle nazioni create dalle rovine stesse del vecchio impero russo
come cordone sanitario contro la
diffusione della rivoluzione.

 Nell’aprile
del ’19 truppe polacche occuparono parte della Bielorussia e della Lituania.
Nell’aprile del ’20 occuparono Kiev in Ucraina e infine nel maggio/giugno dello
stesso anno il governo polacco appoggiò il generale bianco Denikin occupando la
maggior parte dell’Ucraina. Anche Enver Pasha, leader della rivoluzione
anti-feudale della Gioventù Turca, fu coinvolto in una rivolta anti-sovietica
in Turkestan nell’ottobre del 1921.

La reazione
interna

Dopo la rivoluzione di Ottobre e la presa del potere
da parte degli operai, i resti della borghesia, dell’esercito e della
reazionaria casta di ufficiali (Cosacchi, Tekins, ecc.) iniziarono
immediatamente a raggruppare le loro forze sotto la bandiera del governo
provvisorio (curiosamente la stessa che Yeltsin sventolò poi dal Cremlino),
formando così la prima armata Bianca sotto il comando di Kaledin, capo dei
Cosacchi del Don.

L’immenso caos e la penuria che affliggevano la
Russia isolata, la “auto-smobilitazione” dei resti dell’esercito ereditato
dallo zarismo, la debolezza delle forze armate rivoluzionarie, ma soprattutto
l’ azione dell’imperialismo tedesco e delle democrazie occidentali in favore
dell’armata Bianca, rovesciò progressivamente il bilancio dei rapporti di
forza, portando alla guerra civile. Alla metà del 1918 i territori controllati
dai soviet si ridussero al principato feudale di Mosca, e la rivoluzione
dovette affrontare anche la rivolta della “Legione Ceca” e il governo
anti-bolscevico di Samara (15), che interruppe le comunicazioni vitali con la
Siberia. A tutto ciò bisogna aggiungere anche la presenza dei Cosacchi di
Krasnov (il generale sconfitto a Pulkvo nei primi giorni dell’insurrezione e
successivamente rilasciato dai bolscevichi), l’esercito di Denikin a sud, di
Kaledin sul Don, di Kolchak ad est e di Yudenitch nel nord: una sanguinosa orgia
di terrore, massacri, omicidi e atrocità, applaudita con fragore dai
“democratici” e benedetta dai “socialisti” che in Germania, Austria, Ungheria
schiacciavano le rivolte operaie.

Gli storici borghesi presentano la bestialità della
guerra civile “come qualcosa che accade in tutte le guerre”, come frutto della
“ferocia” umana. Tuttavia la crudele guerra civile che infiammò per tre anni e
causò, insieme alla pestilenze e alle carestie generate dal blocco economico,
più di sette milioni di morti, fu imposta alla popolazione della Russia dal
capitalismo mondiale.

Al fianco degli eserciti occidentali e dell’armata
Bianca, vi furono sabotaggi e cospirazioni controrivoluzionarie da parte della
borghesia e della piccola borghesia. Nel luglio del 1918 Savinkov (16)
organizzò, con fondi erogati dall’ambasciatore francese Noulen, un
ammutinamento a Yaroslav, dove per due settimane autentico terrore e vendette
furono riversate contro tutti coloro che simpatizzavano per il bolscevismo
proletario e rivoluzionario. Anche in luglio, pochi giorni dopo lo sbarco delle
truppe franco-britanniche a Musmark, i socialisti rivoluzionari di sinistra
organizzarono un tentativo di colpo di stato , assassinando il Conte Mirbach,
ambasciatore tedesco, che provocò l’immediato rilancio delle ostilità con la
Germania. Lenin disse a proposito: “un
altro mostruoso colpo dalla piccola borghesia
”. Alla rivoluzione non
mancava altro che una guerra aperta contro la Germania!

La rivoluzione lottava tra la vita e la morte. La
sopravvivenza, che dipendeva dalla rivoluzione in Europa, chiedeva sacrifici
senza fine, non solo sul terreno economico come abbiamo visto, ma anche sul
terreno politico. In questo articolo non vogliamo entrare nell’analisi della
questione dell’apparato repressivo o dell’esercito regolare, (17) questioni sulle
quali la rivoluzione russa fornisce un’importante lezione. Tuttavia, è
importante sottolineare che l’evoluzione dalla violenza rivoluzionaria al
terrore completo, così come la subordinazione delle milizie operaie all’esercito
gerarchico o la crescente autonomia dello Stato dai consigli operai, fu in gran
parte conseguenza dell’isolamento della rivoluzione, del rapporto di forze
sempre più sfavorevole fra borghesia e proletariato internazionale, che è ciò
che decise definitivamente il destino di una rivoluzione che aveva trionfato in
un solo paese.

Non esiste una evoluzione logica tra la Ceca, che
all’epoca in cui fu formata, nel novembre del 1917, contava a mala pena 120
uomini e non aveva neanche le automobili per eseguire gli arresti, e il
mostruoso apparato politico della GPU – usata da Stalin contro i bolscevichi
stessi. Questa evoluzione era speculare alla profonda degenerazione conseguenza
della disfatta della rivoluzione. Allo stesso modo non si può parlare di continuità
tra la Guardia Rossa, le unità militari mantenute e comandate dai soviet, e
l’esercito regolare che ripristinò la leva obbligatoria nell’Aprile del 1919,
insieme alla disciplina della caserma e al saluto militare: nell’agosto del
1920 l’Armata Rossa aveva già 315 mila militari “spetsy” (specialisti
dell’esercito zarista). La connessione tra i due era lo schiacciante peso della
lotta tra il bastione rivoluzionario, che necessitava dell’aria della
rivoluzione internazionale, e una furiosa controrivoluzione mondiale, che
diventava sempre più potente ad ogni sconfitta inflitta al corpo internazionale
del proletariato.

Asfissia
economica

In questa condizione di isolamento, di blocco
permanente da parte dei capitalisti, di sabotaggio interno, e indipendentemente
da ogni illusione che i bolscevichi potevano avere circa la possibilità di
introdurre una logica differente nell’economia, la realtà fu che tra il 1918 e
il 1921 l’economia in Russia, come Lenin notò, fu una fortezza assediata, un
bastione proletario, che provava a resistere nelle peggiori condizioni
possibili nella speranza dell’estensione della rivoluzione (18).

La terribile penuria che seguì alla rivoluzione in
Russia non fu generata dal socialismo, essa non era dovuta che
all’impossibilità di sconfiggere questa miseria finché la rivoluzione
proletaria fosse rimasta isolata. La differenza è senza dubbio sostanziale: con
la prima tesi i capitalisti speravano che i lavoratori imparassero la lezione
che “è meglio non fare la rivoluzione e distruggere il capitalismo, perché in
fin dei conti ti permette di sopravvivere”, mentre con la seconda rappresenta
una fondamentale lezione per la lotta operaia, valida per ogni momento, dallo
sciopero in una piccola fabbrica alla rivoluzione in un intero paese: “se le lotte
non si diffondono, se si rimane isolati, non possiamo battere il capitalismo”.

La rivoluzione operaia in Russia sorse dalla Prima
Guerra Mondiale, e ne ereditò il caos economico, il razionamento e
l’assoggettamento della produzione alle necessità della guerra. Il suo
isolamento aggiungeva poi altra sofferenza, causata dalla guerra civile e dagli
interventi militari delle democrazie occidentali. Le stesse persone che a Versailles
si nascondevano dietro una maschera umanitaria, con lo slogan “vivi e lascia
vivere”, non esitarono ad imporre un draconiano blocco economico che durò dal
marzo 1918 all’inizio del 1919 (qualche mese dopo la sconfitta definitiva
dell’ultima armata Bianca, quella di Wrangel), e che includeva anche il blocco
alle donazioni di solidarietà provenienti dai proletari degli altri paesi.

La popolazione soffriva quindi ogni tipo di
privazione. Prendiamo l’esempio del combustibile. Il freddo in Russia seminò
cadaveri. Il carbone dall’Ucraina fu inaccessibile fino al 1920 e il petrolio
di Baku e del Caucaso fu nelle mani inglesi dall’estate del 1918 alla fine del
1919, risultato dell’assedio protratto dal capitalismo. L’ammontare di
combustibile che raggiungeva la Russia in quel periodo non superava del 10% i
normali rifornimenti dei prima della guerra.

Vi era una fame atroce in città. Pane e zucchero
erano stati razionati dalla guerra imperialista. Con la guerra civile questo
razionamento raggiunse livelli inumani a causa del blocco economico e del
sabotaggio dei contadini che nascosero parte del loro raccolto al fine di
rivenderlo sul mercato nero. Quando, nell’agosto del 1918, furono completamente
esaurite le scorte dei negozi della città, fu deciso un razionamento diverso:

  • i lavoratori dell’industria pesante ricevevano le razioni di prima
    categoria, che poteva oscillare approssimativamente tra 1200 e 1900
    calorie. Durante la guerra civile questo livello fu esteso anche alle
    famiglie dei soldati nell’Armata Rossa.
  • La razione più bassa rappresentava un quarto di quella più alta ed
    era distribuita alla borghesia. Tutti gli altri lavoratori ricevevano la
    “media”, tre volte maggiore della più bassa.

Nell’ottobre del 1919, col generale bianco Yudenitch
alle porte di Pietrogrado, Trotsky descrisse i volontari che si erano impegnati
a frenare l’avanzata delle guardie bianche come un esercito di fantasmi:

I lavoratori
di Pietrogrado sembravano ridotti male; le loro facce erano grigie per la
denutrizione; i loro vestiti ridotti in stracci, le loro scarpe, alcuni non ne
avevano affatto, piene di buchi
” (19).

Nel gennaio del 1921, nonostante la guerra civile
fosse finita, la razione di pane nero era di 800 grammi per i lavoratori delle
fabbriche con produzione a ciclo continuo e 600 per gli altri, con una
riduzione di 200 grammi per coloro che avevano la “carta B” (i disoccupati). Lo
stesso si poteva dire per le aringhe, che in altri tempi potevano salvare una
giornata, e che adesso erano introvabili. La maggior parte delle patate spesso
arrivavano in città congelate, da quando le locomotive e la ferrovia erano in
uno stato misero (il 20% del loro potenziale di prima della guerra). All’inizio
dell’estate del ’21 si diffuse una atroce carestia nelle province più ad est,
come nella regione del Volga. Durante questo periodo, secondo quanto afferma il
Congresso dei Soviet, tra 22 e 27 milioni di persone erano in stato di
indigenza, minacciati da fame, freddo ed epidemie di tifo (20), difterite e influenza…

A questa scarsità di scorte vi era poi da aggiungere
la speculazione. Per ottenere qualcosa da aggiungere alle razioni ufficiali era
necessario fare ricorso al mercato nero: la “sujarevka” (il nome deriva da
Piazza Sujarevski a Mosca dove si svolgevano questo tipo di scambi semiclandestini).
La metà del grano arrivava nelle città tramite il Commissariato dei Rifornimenti,
l’altro dal mercato nero (venduto ad un prezzo maggiorato di dieci volte).
Esisteva poi un’altra forma di mercato nero: il trasporto illegale di beni
artigianali verso le campagne per scambiarli coi contadini in cambio di cibo.
Presto la rivoluzione produsse un nuovo soggetto l’“uomo borsa”, che sui
malandati treni merci trasportava sale, fiammiferi, a volte un paio di scarpe o
un po’ di olio in una bottiglia, per scambiarli con qualche chilo di patate o
un po’ di farina. Nel settembre del 1918 il governo diede il tacito
riconoscimento al mercato nero, limitandolo a sole 1,5 libbre di grano (circa
25 chili). Da allora l’uomo borsa divenne l’uomo della libbra e mezza, ma
continuò a guadagnarci. Quando le fabbriche cominciarono a comprare i beni coi
prodotti da loro realizzati, questa pratica si diffuse anche ai lavoratori, che
si trasformavano in “uomini borsa” per vendere nei villaggi cinghie, attrezzi,
ecc.

Per quanto riguarda le condizioni di lavoro, si
aggravarono brutalmente a causa della tremenda miseria, dell’isolamento della
rivoluzione e della guerra civile, che rendevano vane le rivendicazioni dei
lavoratori e le misure che il governo adottava al fine di soddisfarle:

Quattro
giorni dopo la rivoluzione fu emanato un decreto che fissava a 8 le ore
lavorative giornaliere e a 48 quelle settimanali, ponendo inoltre un limite al
lavoro delle donne e dei giovani e proibendo il lavoro ai ragazzi minori di 14
anni. Un anno dopo Narkimtrud (Commissario del Lavoro del Popolo) dovette
ribadire la natura obbligatoria di questo decreto. Comunque queste proibizioni
ebbero poco effetto in questo periodo di estrema scarsità di lavoro a causa
della guerra civile
(21).

Lo stesso Lenin che aveva denunciato il
“Tailorismo”, ovvero la catena di montaggio, identificandola come la “schiavitù
dell’uomo verso la macchina”, dovette infine sottostare alla richiesta di
intensificare la produzione istituendo i “sabati comunisti”, per i quali i
lavoratori ricevevano appena un pasto ed erano generalmente non pagati, in quanto
visti come un supporto alla rivoluzione. Con la fiducia che la rivoluzione fosse
ancora imminente in Europa, i settori più combattivi e coscienti della classe
operaia russa tentavano di difendere con questa prospettiva il bastione
proletario. Ma privati dei loro Soviet, delle loro assemblee di lavoratori e
della loro lotta di classe contro lo sfruttamento capitalistico, furono
progressivamente incatenati nella più brutale forma dello sfruttamento
capitalista.

Malgrado questi sforzi e questo supersfruttamento,
le fabbriche russe producevano sempre meno, per la perdita di competenza di un
proletariato sottoalimentato e per il caos proprio dell’economia russa: nel
1923, tre anni dopo la fine della guerra civile, l’insieme dell’industria non
superava il 30% della capacità produttiva del 1912. Nella piccola industria la
produttività operaia non era che il 57% di quella del 1913. Questa piccola
industria era in gran parte rurale (nei fatti si concentrava nella
fabbricazione di utensili, vestiti, mobili) e gli operai vi lavoravano in
condizioni molto simili all’agricoltura (in particolare come numero di ore di
lavoro). Date le terribili condizioni di vita delle città, come abbiamo visto,
la maggior parte dei lavoratori emigrò in campagna e si integrò nelle industrie
di piccola scala. E quelli che rimasero ancora in città abbandonarono le grandi
fabbriche per lavorare in piccole officine, dove potevano ottenere quel poco da
rivendere ai contadini. Nel 1920 il numero totale dei lavoratori dell’industria
era di 2,2 milioni, dei quali solo 1,4 milioni era impiegato in stabilimenti di
più di 30 operai.

Con l’adozione della NEP (la Nuova Politica
Economica) nel 1921 (22), le aziende statali si trovavano in competizione con i
“privati” capitalisti russi e con gli investitori stranieri appena arrivati;
quindi, come in economia capitalista, lo Stato-padrone doveva produrre di più e
a prezzi più economici. Dopo la guerra civile e l’applicazione della NEP, sopravvenne
un’ondata di licenziamenti, che, per esempio, colpì più della metà della forza
lavoro impiegata nelle ferrovie. La disoccupazione crebbe rapidamente dal 1921.
Nel 1923 in Russia la cifra ufficiale dei disoccupati era di un milione.

La questione
contadina

I contadini rappresentavano l’80% della popolazione.
Durante l’insurrezione il Congresso dei Soviet adottò il “Decreto sulla Terra”,
con cui si cercava di rispondere alle necessità di decine di milioni di
contadini: procurarsi un pezzo di terra con cui poter vivere, ed eliminare le
grandi proprietà agricole, che non solo rappresentavano il flagello dei
contadini, ma anche un punto a favore della controrivoluzione. Comunque, le
misure adottate non contribuirono a formare grandi unità di lavoro, in cui gli
operai agricoli potessero esercitare un minimo di controllo del lavoro. Al
contrario, a dispetto di ogni iniziativa 
come i “comitati degli operai 
agricoli”, o i Kolkhozi (fattorie collettive), o i Sovjozi (“Soviet dei
granai”, altrimenti chiamate “fabbriche socialiste del grano”, sin da quando la
loro missione era quella di rifornire di cereali i proletari delle città), ciò
che si diffuse fu la piccola unità contadina, di dimensioni ridicole e che
difficilmente copriva il fabbisogno di una famiglia contadina. Nel 1917 le
unità agricole di meno di 5 ettari rappresentavano il 58% del totale; nel 1920
queste raggiunsero l’86% della terra coltivabile. Naturalmente queste piccole
unità, data la loro dimensione esigua, difficilmente avrebbero potuto alleviare
la fame delle città. Le misure di “requisizione forzata” con la quale i
bolscevichi all’inizio tentarono di ottenere il cibo per coprire le esigenze
del proletariato e dell’Armata Rossa non solo si dimostrò uno spiacevole fiasco
per le quantità ottenute, ma più che altro perché spingevano un gran numero di
contadini nell’Armata Bianca, o in bande armate che molto spesso combattevano
l’Armata Bianca e i Bolscevichi alla stesso tempo, come nel caso dell’anarchico
Makhno in Ucraina.

Dall’estate del 1918 lo Stato provò ad appoggiarsi
sui contadini medi per ottenere maggiori risultati: nel primo anno della
rivoluzione il Commissariato dei Rifornimenti a stento raccoglieva 780 mila
tonnellate di grano, tra l’agosto del 1918 e l’agosto del 1919 ne ottenne due
milioni. Tuttavia, i proprietari di aziende di “medie” dimensioni non erano disposti
a collaborare: “Il medio contadino
produce più cibo di quanto abbia bisogno, ed ha quindi un surplus di grano,
diventando così sfruttatore degli operai affamati. Questo è il loro obbiettivo
fondamentale e la contraddizione fondamentale. Il contadino,  il lavoratore, l’ uomo che vive del proprio
lavoro, che ha conosciuto l’oppressione del capitalismo, questo tipo di contadino
è dalla stessa parte dell’operaio. Ma il contadino proprietario, che ha il suo
surplus di grano, è abituato a guardare questo ultimo come sua proprietà che
può essere venduta liberamente
(23).

Ancora una volta i bolscevichi non poterono adottare
nessun altra politica se non quella imposta dal rapporto di forza sfavorevole
tra la rivoluzione operaia e il dominio del capitalismo. La soluzione a questo
mucchio di contraddizioni non era nelle mani della Russia, né risiedeva nelle
relazioni tra proletariato e contadini in Russia. L’unica soluzione poteva
venire dal proletariato internazionale:

“Al IX
congresso del partito, nel marzo 1919, in cui si proclamava una politica di
riconciliazione coi medi contadini, Lenin tocco il tasto dolente
dell’agricoltura collettiva. Il contadino medio si convincerebbe della società
comunista “
solo…
qualora aiutassimo e migliorassimo le sue condizioni di vita”. Ma qui sorge l’ostacolo:

“se domani dessi 100.000 trattori di prima classe,
forniti di benzina, forniti di meccanici (sapete bene che oggi questa è una
fantasia), il medio contadino direbbe: “io
sono per la comune (cioè  per il
comunismo)”.
Ma per fare questo è necessario prima vincere la borghesia
internazionale, e costringere loro a darci quei trattori”.

Lenin non
proseguì su questo sillogismo. Era impossibile costruire il socialismo in
Russia senza una agricoltura socializzata; socializzare l’agricoltura era
impossibile senza i trattori; ottenere i trattori era impossibile senza una
rivoluzione proletaria internazionale
” (24).

Come si può vedere, né durante il periodo del
comunismo di guerra ne in quello della NEP, la Russia era improntata dal
socialismo, ma dall’asfissiante condizione imposta dall’isolamento della
rivoluzione:

“Abbiamo
sempre più ragione di credere che se la classe operaia europea avesse
conquistato il potere prima, noi avremmo rimodellato il nostro paese arretrato
economicamente e culturalmente; lo avremmo fatto col supporto tecnico e
organizzativo che ci avrebbe permesso di correggere e modificare, in parte o
totalmente, i nostri metodi di comunismo di guerra, portandoci verso una vera
economia socialista”
(25).

La sconfitta dell’ondata rivoluzionaria del
proletariato mondiale condusse alla morte del baluardo proletario russo. Con la
fine della rivoluzione, una nuova borghesia in Russia potè essere ricostruita:

La borghesia
si ricostituì come se la rivoluzione fosse degenerata dall’interno, non dalla
classe dominante zarista, che il proletariato aveva eliminato nel 1917, ma
sulla base della burocrazia parassitaria dell’apparato statale, che sotto la
leadership di Stalin fu sempre più identificata col partito Bolscevico. Alla
fine degli anni ’20 questa burocrazia dello stato/partito eliminò tutti quei
settori capaci di ricreare una borghesia privata, alla quale si era alleata
(speculatori e latifondisti della NEP). Facendo questo prese il controllo
dell’economia”
(26).

L’esaurimento
dei consigli operai.

Come conseguenza dell’isolamento della rivoluzione
non si ebbe solo fame e guerra, ma anche la progressiva perdita del capitale
più importante della rivoluzione: l’azione di massa e la coscienza della classe
operaia, che tra il febbraio e l’ottobre del 1917 si era approfondita e
allargata. (27). Alla fine del 1918 il numero dei lavoratori a Pietrogrado era
il 50% rispetto al 1916 e, nell’autunno del 1920, alla fine della guerra
civile, il luogo che vide nascere la rivoluzione aveva perso il 58% della sua
popolazione. Mosca, la nuova capitale, si spopolò del 45% e tutte le province
della capitale persero il 30% della popolazione.

Ma una gran parte di loro si arruolarono nell’Armata
rossa o al servizio dello Stato: Quando al fronte diventava difficile, noi ci
rivolgevamo al comitato del Partito Comunista e al presidio del consiglio
centrale dei sindacati; e tramite queste due fonti che proletari straordinari
erano mandati al fronte, a formare l’Armata Rossa a loro immagine e modello
(28).

Ogni volta che l’Armata Rossa, composta soprattutto
da contadini, indietreggiava sbandando, o che le diserzioni si moltiplicavano,
brigate operaie, più determinate e coscienti, erano reclutate per mettersi
all’avanguardia delle operazioni militari o per fare da “muro di contenimento”
contro la diserzione contadina. Inoltre, molto spesso c’era bisogno di sventare
sabotaggi, e combattere il caos dei rifornimenti, allora i bolscevichi
ricorsero al famoso slogan di Lenin “l’energia
proletaria è necessaria qui!”
. Quindi questa energia rivoluzionari fu
rimossa dai centri dove era nata e si era specializzata, i consigli operai e i
Soviet, e fu sempre più integrata al servizio dello Stato. In altre parole andò
a costituire sul lungo periodo la burocrazia parassitaria, l’organo che sarebbe
diventato il motore della controrivoluzione (29). Si ebbe quindi come
conseguenza un progressivo svilimento dei Soviet:

“Quando il
principale problema del governo era la resistenza ai nemici e si doveva
resistere ai loro attacchi, il controllo era esercitato esclusivamente
attraverso gli ordini. Naturalmente la dittatura del proletariato prendeva la
forma di una dittatura politica militare. Allora, gli organi collettivi
dei Soviet, soprattutto le assemblee plenarie dei Soviet, sparivano e il
controllo passava direttamente al comitato esecutivo, cioè un organo limitato,
un comitato di tre o cinque persone. Spesso, soprattutto nelle regioni vicine
al fronte, gli organi “regolari” del potere dei Soviet, cioè gli organi eletti
dai lavoratori, erano rimpiazzati da “comitati rivoluzionari” locali che invece
di affrontare i problemi con la discussione nelle assemblee di massa, li
risolvevano di loro iniziativa
(30).

Questa perdita di riflessione collettiva e di
discussione si diffuse non solo nelle assemblee e nei soviet locali, ma anche
nei consigli operai di fabbrica. Dal 1918, il Congresso Supremo dei Soviet, che
si supponeva dovesse incontrarsi ogni tre mesi, lo fece una volta all’anno.
Stessa sorte per il Comitato Centrale dei Soviet, il quale non fu capace di
fare discussione collettive e prendere decisioni. Quando al VII Congresso dei
Soviet nel dicembre del 1919 la rappresentativa del “Bund” (il Partito
Comunista Ebraico) chiese cosa stesse facendo il Comitato Esecutivo Centrale,
Trotsky rispose il CEC è in battaglie al fronte!”.

Infine, tutte le decisioni e la vita politica era
concentrata nelle mani del partito Bolscevico. Fu Kamenev a renderlo chiaro al
IX congresso del partito Bolscevico:

Noi amministriamo
la Russia e non potremmo farlo in altro modo se non attraverso i comunisti
(sottolineatura nostra).

Noi condividiamo le critiche che Rosa Luxemburg fece
nella sua Rivoluzione Russa: “’Grazie
alla lotta aperta e diretta per il potere governativo’ (scrive Trotsky) ‘le
masse operaie accumulano in breve tempo un grande bagaglio di esperienza
politica e avanzano velocemente da uno stadio all’altro del loro sviluppo’.

Qui Trotsky
tradisce se stesso e i suoi compagni di partito. E proprio perché questo è
vero, essi hanno, sopprimendo la vita pubblica, seccato la fonte
dell’esperienza politica e arrestato la tendenza ascendente. (…).

I giganteschi compiti a cui i bolscevichi si erano
dedicati con coraggio e decisione esigevano proprio che le masse ricevessero
un’educazione politica molto intensa e accumulassero esperienza”.

La Sinistra Comunista italiana arriva allo stesso
punto quando fa un bilancio delle cause che hanno portato alla sconfitta della
rivoluzione in Russia: “Sebbene Marx,
Engels e soprattutto Lenin, sottolinearono più volte la necessità di opporre
allo Stato il suo antidoto proletario, capace di impedire questa degenerazione,
la rivoluzione russa, lungi dall’ assicurare il mantenimento e la vitalità
delle organizzazioni di classe proletarie, le incorporava nell’apparato
statale, e ciò sgretolava la loro stessa sostanza”
(Bilan, n.28).

Aver preservato il peso politico della classe
operaia nello Stato sovrarappresentandola (1 delegato per 25.000 operai, contro
1 per 125.000contadini) non ha risolto niente, giacchè il problema era appunto
quello dell’integrazione di questa classe operaia nell’apparato reazionario di
Stato. E quando si concluse la sconfitta della rivoluzione proletaria in Europa
niente, nemmeno il controllo feroce del partito bolscevico, poteva evitare che
il capitalismo dominante a livello mondiale e quindi anche in Russia prendesse
il controllo dello Stato per orientarlo in direzione opposta a quella dei comunisti:
Non vogliamo negarlo: lo Stato non ha
funzionato come noi  avremmo voluto. E
come ha funzionato? La macchina non obbedisce: un uomo è seduto al volante e
sembra guidarla, ma la macchina non va nella direzione voluta, essa va dove la
spinge un’altra forza illegale, forza illecita, forza proveniente da non si sa
dove – dove la spingono gli speculatori o forse i capitalisti privati, o forse
gli uni e gli altri – ma la macchina non marcia per niente e, spesso, non come
vorrebbe colui che è al volante
(31).

I bolscevichi temevano che
la controrivoluzione venisse dalle armate bianche e da altre espressioni
dirette della borghesia, e hanno difeso la rivoluzione contro questi pericoli.
Essi temevano il ritorno della proprietà privata, attraverso la persistenza
della piccola produzione, e in particolare dei contadini. Ma il peggior
pericolo della controrivoluzione non è venuto né dai ‘kulaki’, né dagli operai
massacrati a Kronstadt, né dai complotti dei
bianchi che i bolscevichi avevano
visto dietro questa rivolta. E’ sui cadaveri degli operai tedeschi massacrati
nel 1919 che la controrivoluzione ha vinto, ed è attraverso l’apparato
burocratico di quello che era supposto essere il
semi-Stato proletario che essa si è
più fortemente imposta
” (32).

L’esito della situazione creata dall’insurrezione
dell’ottobre 17 non si trovava in Russia. Come già aveva detto Rosa Luxemburg,
In Russia il problema poteva solo essere
posto. Esso non poteva essere risolto in Russia
.” La chiave dell’evoluzione
della situazione si trovava nelle mani del proletariato internazionale. Nel
momento in cui l’ondata rivoluzionaria che aveva messo fine alla prima guerra
mondiale fu sconfitta, il corso degli avvenimenti in Russia fu marcato da
un’accumulazione di contraddizioni, di ricerche disperate di soluzioni, senza
essere in grado di tagliare il nodo gordiano del problema: l’estensione della
rivoluzione.

Tuttavia, la fatale
situazione in cui si trovano oggi i bolscevichi, così come la maggior parte dei
loro errori sono essi stessi la conseguenza del carattere fondamentalmente
insolubile del problema a cui li ha messi di fronte il proletariato
internazionale e in particolare quello tedesco. Stabilire una dittatura
proletaria e compiere un rovesciamento socialista in un solo paese, accerchiato
dall’egemonia della reazione imperialista e assillato da una guerra mondiale,
la più sanguinosa della storia umana, è come cercare la quadratura del cerchio.
Ogni partito socialista sarebbe condannato al fallimento di fronte a questo
compito e a soccombere, che esso sia guidato, nella sua politica, dalla volontà
di vincere e dalla fede nel socialismo internazionale, o da un atteggiamento
rinunciatario
” (33).

La rivoluzione russa costituisce l’esperienza più
importante, la più ricca di insegnamenti della storia del movimento operaio. Le
future lotte rivoluzionarie proletarie non potranno fare a meno dello sforzo di
riappropriarsi delle sue molteplici lezioni. Ma, certamente, la prima tra
queste è la conferma che il vecchio grido di guerra marxista. “Proletari di tutti
i paesi unitevi!” non è una “bella idea”, ma la condizione prima, vitale del
trionfo della rivoluzione comunista. L’isolamento internazionale è la morte
della rivoluzione.

(Da Révue Internationale n° 75)

1. Rosa Luxemburg, La
Rivoluzione Russa.

2. La prima Costituzione
sovietica del 1918 riconosceva la cittadinanza “a tutti gli stranieri che
risiedevano sul territorio della federazione sovietica a condizione che
appartenessero alla classe operaia o ai contadini che non avevano mano d’opera
alle loro dipendenze”.

3. Raked, citato in E. H. Carr,
La rivoluzione bolscevica.

4. Manifesto
dell’Internazionale Comunista ai lavoratori di tutto il mondo.

5. Durante l’estate del 1920 le sessioni del 2°
Congresso dell’Internazionale Comunista si tennero davanti a un rapporto dello
stato maggiore che indicava i progressi dell’Armata Rossa nel suo contrattacco
contro la Polonia. Come è noto, questa incursione militare non fece che legare
i proletari polacchi alla loro borghesia, e si concluse con una sconfitta alle
porte di Varsavia.

6. Trotsky, in E.H. Carr, La
rivoluzione bolscevica.

7.  Nell’estate 1918 scoppiò a Berlino uno sciopero che mobilitò un
milione e mezzo di operai e che si estese ad Amburgo, Kiel, alla Ruhr, Lipsia,…
e che diede luogo ai primi consigli operai. Nello stesso tempo scoppiarono
rivolte operaie a Vienna e Budapest, ed anche la maggioranza dei giornalisti
borghesi riconoscevano che esse erano legate alla Rivoluzione russa, in
particolare ai negoziati che si tenevano a Brest-Litovsk (Vedi E.H. Carr, La rivoluzione bolscevica).

8. Vedere la Révue internationale n° 8 e 9, “La Sinistra
comunista in Russia”.

9. Lenin, Opere scelte.

10. Rosa Luxemburg, La
rivoluzione russa, “La responsabilità storica”.

11. Vedi “La Sinistra comunista in Russia 1918-1930” nella Rivista
Internazionale
n° 2 nonché, in lingua francese e, in lingua inglese o
francese, la brochure
Il periodo di transizione dal capitalismo al comunismo,
in cui esaminiamo il
problema dei negoziati fra il bastione proletario e i governi capitalisti alla
luce dell’esperienza russa.

12. Tesi del 1° Congresso
dell’Internazionale Comunista sulla situazione internazionale e la politica
dell’Intesa, I quattro primi congressi
dell’Internazionale Comunista
.

13. E. H. Carr, op.cit.

14. E. H. Carr, op.cit.

15. Questo governo arrivò a controllare il medio e il basso Volga.
Nell’ottobre 1918 ebbe luogo un sollevamento di 400.000 “tedeschi del Volga”
che proclamarono in questo territorio una Comune operaia. La cosiddetta
“legione ceca” era costituita da prigionieri di guerra cechi che furono
autorizzati dal governo russo a lasciare la Russia per Vladivostock. Durante il
viaggio, 60.000 dei 200.000 soldati di questa “legione” si ammutinarono e
formarono delle bande armate che si dedicarono al saccheggio e al terrore
(bisogna aggiungere che quasi 12.000 soldati di questa “legione” furono integrati
nei ranghi dell’Armata rossa.

16. Questo vecchio
social-rivoluzionario servì da intermediario clandestino nel settembre 1917 tra
Kerensky e Kornilov. Egli organizzò, nel gennaio 1918, un attentato contro
Lenin, fu in seguito nominato rappresentante dei “russi bianchi” a Parigi, dove
frequentava non solo i servizi segreti degli “alleati”, ma anche dei generali,
ministri, ecc.; infine gli fu dato come ringraziamento del suo lavoro
“democratico” la direzione dei commando di sabotatori.

17. Rinviamo il lettore ai
seguenti articoli: “La degenerazione
della Rivoluzione russa
”, Rivista Internazionale n° 2; “La Sinistra comunista in Russia 1918-1938
in Rivista Internazionale n° 2; “Ottobre
17: inizio della rivoluzione proletaria
” in Révue Internazionale n° 12 e 13.

18. Di fatto, il socialismo non
è mai esistito in Russia poiché questo esige la vittoria del proletariato sulla
borghesia a livello internazionale. La politica economica ingaggiata da un
bastione proletario isolato non può essere dettata che dal capitalismo
dominante a livello mondiale. Il “socialismo
in un solo paese
” non è altro che una foglia di fico della
controrivoluzione staliniana, come hanno sempre denunciato i rivoluzionari. Il
lettore potrà trovare degli sviluppi su questa questione nell’articolo “La degenerazione della rivoluzione russa
della Rivista Internazionale n° 2 e nel capitolo “La rivoluzione russa e la corrente consiliarista” della nostra
brochure “Russia 1917: la più grande esperienza rivoluzionaria della classe
operaia”.

19. Trotsky, La mia vita.

20. Le epidemie di tifo erano
così forti e frequenti che Lenin dichiarò che o la rivoluzione avrebbe prevalso
sui pidocchi o i pidocchi avrebbero prevalso sulla rivoluzione.

21. E. H. Carr., op.cit.

22. Nonostante quello che pensavano gran parte dei membri della Sinistra
comunista di Russia, la NEP non era un ritorno al capitalismo poiché la Russia
non aveva mai conosciuto un’economia socialista. Riguardo alle questioni
relative alla NEP, vedi Révue internationale n° 2, “Réponse à Workers Voice”
e l’articolo “La Sinistra comunista in
Russia 1918-1938
”, in Rivista Internazionale n° 2.

23. Lenin, citato in E.H. Carr,
La rivoluzione bolscevica.

24. E.H. Carr, op.cit.

25. Lenin, “NEP e rivoluzione”,
in “Teoria comunista e politica economica nella costruzione del socialismo”.

26. Dal nostro supplemento “Il proletariato mondiale di fronte al crollo
del blocco dell’est e al fallimento dello stalinismo
”.

27. Vedi la Révue Internazionale n° 71.

28. Trotsky, citato in E.H. Carr, La rivoluzione
bolscevica.

29. La nostra posizione sul ruolo dello Stato nel periodo di transizione e
i rapporti fra i Consigli e lo Stato, che si basa sulle lezioni tirate dalla
Rivoluzione russa, è sviluppata nella nostra brochure: Il periodo di transizione dal capitalismo al comunismo e nelle Révue Internationale n° 8, 11, 15, 18.
Sull’idea che il partito possa prendere il potere in nome della classe operaia,
vedi la nostra critica nella Révue internationale n° 23, 34 e 35.

30. Trotsky, La teoria della rivoluzione permanente.

31. Lenin, Rapporto politico del Comitato Centrale al Partito, 1922.

32. Vedi la nostra brochure, Il periodo di transizione dal capitalismo
al comunismo,
Introduzione.

33. Rosa Luxemburg, La tragedia russa.

Storia del movimento operaio: 

Patrimonio della Sinistra Comunista: