XVII Congresso della CCI. Risoluzione sulla situazione internazionale

Decadenza e decomposizione del capitalismo

 

1. Tra gli elementi che determinano la
vita della società capitalistica di oggi uno dei più importanti è il fatto che
essa è entrata nella sua fase di decomposizione. Dalla fine degli anni ottanta,
la CCI ha dimostrato le cause
e le caratteristiche di questa fase di decomposizione. In particolare ha messo
in evidenza le seguenti questioni:

a) la fase di decomposizione è parte
integrante della decadenza del sistema capitalistico, iniziata con la prima
Guerra mondiale (come sottolinearono la maggior parte dei rivoluzionari del
tempo). Per questo essa conserva le caratteristiche principali della decadenza,
con l’aggiunta di nuovi elementi;

b) essa costituisce la fase finale della
decadenza, nella quale oltre a trovare accumulati tutti i segni più
catastrofici delle fasi precedenti, possiamo vedere rovinare l’intero edificio
sociale;

c) in pratica tutti gli aspetti della
società sono affetti da decomposizione, in modo particolare quelli decisivi per
la sopravvivenza dell’umanità come le guerre imperialiste e la lotta di classe.
In questo senso, intendiamo usare la fase di decomposizione come punto di
partenza dal quale esaminare gli aspetti più significativi dell’attuale
situazione internazionale: le crisi economiche del sistema capitalistico, i
conflitti all’interno della classe dominante, specialmente quelli su terreno
imperialista, e infine la lotta tra le classi principali della società:
borghesia e proletariato.

2. Paradossalmente,
l’economia del capitalismo è l’aspetto della società meno affetto da
decomposizione. Questo è fondamentale, perché è proprio la situazione economica
che, in ultima istanza, determina gli altri aspetti della vita del capitalismo,
incluso quelli che concernono la decomposizione. Il modo di produzione
capitalistico, proprio come gli altri modi di produzione precedenti, ha avuto
una sua fase ascendente giunta al suo massimo alla fine del XIX secolo, dopo di
che è entrato nel suo periodo di decadenza all’inizio del XX. All’origine di
questa decadenza sta, come per gli altri sistemi economici, il crescente
conflitto tra le forze produttive e i rapporti di produzione. Concretamente,
nel caso del capitalismo, il cui sviluppo è stato condizionato dalla conquista
dei mercati extra-capitalisti, la prima Guerra mondiale costituì la prima
manifestazione significativa della sua decadenza. Con la fine delle conquiste
economiche e coloniali nel mondo da parte degli Stati capitalisti, questi ultimi
furono portati a confrontarsi in una disputa per accaparrarsi il mercato gli
uni a spese degli altri. Da allora, il capitalismo è entrato in un nuovo
periodo della sua storia, definito dall’Internazionale Comunista nel 1919 come
epoca di guerre e rivoluzioni. Il fallimento dell’ondata rivoluzionaria
scoppiata durante la prima guerra mondiale generò le crescenti convulsioni
della società capitalistica: la grande depressione degli anni ’30 e le sue
conseguenze, una seconda guerra mondiale ancor più sanguinaria e barbara della
prima. Il periodo che seguì, descritto da alcuni “esperti” borghesi come i
“gloriosi anni trenta”, videro il capitalismo alle prese con l’illusione di
sopravvivere alle sue contraddizioni mortali, una illusione ancora cullata da
alcune correnti che si dicono a favore della rivoluzione comunista. In realtà,
questo periodo di prosperità, permesso dalla congiunzione di elementi
circostanziali e dallo sviluppo di misure per dissimulare gli effetti delle
crisi economiche, finì ancora una volta nelle crisi aperte del modo di
produzione capitalista della fine degli anni ’60, che crebbero vigorosamente a
metà dei ’70. Queste crisi aperte del
modo di produzione capitalistica aprirono ancora una volta il varco
all’alternativa già annunciata dall’Internazionale Comunista: la guerra
mondiale, o lo sviluppo delle lotte operaie dirette verso l’abbattimento del
capitalismo. La guerra mondiale, contrariamente a quanto possano pensare alcuni
gruppi della sinistra comunista, in nessun caso rappresenta una “soluzione”
alle crisi del capitalismo, incapace di rigenerarsi e riavviare una crescita
dinamica. Questo è il circolo vizioso del sistema: inasprimento delle tensioni
tra settori nazionali del capitalismo, che danno vita ad una crescita senza
freni del livello militare, che infine sfocia nella guerra mondiale. In
effetti, come conseguenza dell’aggravamento delle convulsioni economiche del
capitalismo, ci fu un netto acuirsi delle tensioni imperialiste agli inizi
degli anni ’70, ma che comunque non era possibile culminassero in una guerra
mondiale. Il motivo è la rinascita della lotta di classe dal
1968
in

poi, come reazione ai primi effetti della crisi. Allo stesso tempo, la classe
operaia, anche se fu capace di bloccare l’unica prospettiva possibile della
borghesia (se è possibile chiamarla “prospettiva”), e nonostante un livello di
combattività che non si vedeva da decenni, non fu capace di affermare la
propria prospettiva, la rivoluzione comunista. Fu proprio questa situazione, in
cui nessuna delle due classi decisive nella vita della società era in grado di
imporre la propria prospettiva, una situazione in cui la classe dominante si è
ridotta a vivere alla giornata, a segnare l’inizio dell’entrata del capitalismo
nella sua fase di decomposizione.

3. Una delle
manifestazioni maggiori di questa assenza di prospettiva storica è lo sviluppo
dell’”ognuno per sé”, che affligge la società a tutti i livelli, dagli
individui allo Stato. Comunque, a livello della vita economica del capitalismo,
non possiamo riscontrare un cambiamento
considerevole con l’ingresso nella fase di decomposizione. Infatti, l’“ognuno
per sé” e la “guerra di tutti contro tutti” sono caratteristiche congenite del
modo di produzione capitalista. Sin dall’inizio del suo periodo di decadenza,
il capitalismo ha dovuto temperare queste sue caratteristiche attraverso il
massiccio intervento dello Stato nell’economia, mezzo usato durante la prima
Guerra mondiale e riattivato negli anni ’30, in particolare attraverso il
fascismo e le politiche keynesiane. L’intervento da parte dello Stato fu
completato, nel corso della seconda guerra mondiale, dalla messa a punto di
organismi internazionali come il FMI,
la
Banca Mondiale
e l’OCSE, e infine la Comunità Economica Europea (antenata
dell’Unione Europea) al fine di prevenire le contraddizioni del sistema economico
che lo guidavano verso il disastro generale, come fu col Giovedì Nero del 1929.
Oggi, a dispetto di tutti i discorsi sul
liberalismo e il libero mercato, gli Stati non hanno rinunciato ad intervenire
nelle economie dei rispettivi paesi, o ad usare strutture atte a prolungare per
quanto possibile le relazioni tra essi, o a crearne di nuove come il WTO
(Organizzazione Mondiale del Commercio). Tuttavia, nessuna di queste politiche,
o di questi organismi, pur avendo messo un freno significativo allo scivolare
del capitalismo verso le crisi, è riuscita nell’intento di superare le
contraddizioni, a dispetto di tutti i sermoni sul livello di crescita “storico”
dell’economia mondiale e sulle performance straordinarie dei giganti asiatici,
l’India e soprattutto
la Cina.

Crisi economica: una lunga scivolata nel debito

4. La base del livello dei
tassi di crescita del PIL globale dei recenti anni, che ha provocato l’euforia
della borghesia e dei suoi insulsi intellettuali, non è proprio nuova. E’ la
stessa che ha permesso di assicurare che la saturazione del mercato, alla
radice della crisi aperta alla fine degli anni ’60, non soffocasse l’economia
mondiale. Ma i tassi di crescita vanno sommati come debito crescente. Allo
stato attuale, la “locomotiva” principale della crescita economica mondiale è
costituita dalla massa di debiti dell’economia americana, sia a livello di
bilancio statale che a livello commerciale. Proprio in questi giorni la
minaccia del boom edilizio negli USA, che è stato propulsivo per l’economia
sollevandola dal pericolo di un catastrofico fallimento bancario, ha causato un
considerevole allarme tra gli economisti. Questo allarme è stato causato dalla
prospettiva di un altro fallimento che ha colpito i cosiddetti "hedge
funds" (fondi spazzatura) a seguito del collasso di Amaranth nell’Ottobre
2006. La minaccia è abbastanza seria perché questi organismi, la cui ragione di
esistere è trarre grossi profitti a breve termine dalla variazione dei tassi di
scambio e del prezzo delle materie prime, sono ormai parte integrante del
sistema finanziario internazionale. Infatti, sono le più “serie” istituzioni
finanziarie che hanno messo una parte del proprio assetto in questi fondi
speculativi. Inoltre, le somme investite in questi organismi sono
considerevoli, pari al PIL annuale di un paese come
la
Francia
;
e agiscono come una leva per ancor più considerevoli movimenti di capitale
(prossimi a 700.000 miliardi di dollari nel 2002, cioè 20 volte superiore alle
transazioni dei beni e dei servizi, i prodotti “reali”). E niente di tutto ciò
sarà cambiato dalle lamentele degli alter-mondialisti o dai critici della
finanziarizzazione dell’economia. Queste correnti politiche vorrebbero vedere
un capitalismo più pulito e giusto che rinunci alla speculazione. In realtà, la
speculazione non è soltanto il prodotto di un “cattivo” tipo di capitalismo che
ha dimenticato le proprie responsabilità di investire in settori realmente
produttivi. Come Marx già dimostrava nel XIX secolo, la speculazione è il
risultato del fatto che, quando si affaccia una prospettiva di scarsità o
insufficienza di sbocchi per gli investimenti produttivi, i detentori di
capitale preferiscono cercare profitti a breve termine in una enorme lotteria,
un casinò planetario, proprio come quello in cui oggi è stato trasformato il
capitalismo. Volere che oggi il capitalismo rinunci alla speculazione è
realistico come una tigre vegetariana o un dragone che non sputa fiamme.

5. Gli eccezionali tassi di
crescita osservabili in paesi come India e Cina non provano assolutamente la
presenza di nuova linfa nell’economia mondiale, anche se hanno contribuito
considerevolmente agli alti tassi di crescita dell’ultimo periodo. Alla base
dei tassi di crescita eccezionali c’è, paradossalmente, ancora una volta la
crisi del capitalismo. La crescita deve la sua dinamica essenzialmente a due
fattori: l’esportazione e l’investimento di capitali provenienti da paesi più
sviluppati. Se le reti commerciali sono più inclini alla distribuzione dei beni
made in China è perché possono venderli a prezzi molto più bassi, cosa che è
diventata una assoluta necessità data la crescente saturazione dei mercati e la
oltremodo esacerbata competizione commerciale; allo stesso tempo, questo
processo abbassa i costi della forza lavoro nei paesi più sviluppati. La stessa
logica è riscontrabile nel fenomeno della ”delocalizzazione” (outsourcing), il
trasferimento delle attività industriali di grandi imprese verso i paesi del
terzo mondo, dove la forza lavoro è incomparabilmente più economica che nei
paesi sviluppati. Va ancora notato che l’economia cinese, beneficiaria della
delocalizzazione nel proprio territorio, tende a sua volta a fare lo stesso
verso i paesi dove i salari sono ancora più bassi, come in Africa.

6. Dietro la “crescita a
due cifre” della Cina, specialmente per l’industria, vi è un sfruttamento
forsennato della classe operaia che spesso sopravvive in condizioni analoghe a
quelle della classe operaia inglese della prima metà del XIX secolo, come
Engels ha denunciato nel suo notevole lavoro del
1844.
In

sé e per sé questo non è un segno della bancarotta del capitalismo perché era
sulla base di quel barbaro sfruttamento che questo sistema si lanciava alla
conquista del globo. Detto questo, ci sono differenze fondamentali tra lo
sviluppo del capitalismo e le condizioni della classe operaia nei primi paesi
capitalisti e nella Cina di oggi:

  • innanzitutto, la
    crescita del numero dei lavoratori dell’industria in un dato paese non
    corrispose alla riduzione del numero negli altri: i settori industriali di
    Inghilterra, Francia, Germania o USA si svilupparono parallelamente. Allo
    stesso tempo, grazie alla resistenza delle lotte del proletariato, le
    condizioni di vita dei lavoratori subirono un progressivo sviluppo per
    tutta la seconda metà del diciannovesimo secolo.
  • Nel caso della Cina
    odierna, la crescita dell’industria (come negli altri paesi del terzo
    mondo) va a danno di quei settori industriali dei vecchi paesi
    capitalisti che tendono gradualmente
    a scomparire. Allo stesso tempo, l’outsourcing è un modo per sferrare un
    attacco puro e semplice alla classe operaia di questi paesi. Questo tipo
    di attacco è iniziato prima dell’outsourcing ed è diventato una pratica
    comune, ma ha consentito che esso si intensificasse maggiormente,
    attraverso la disoccupazione, la precarietà, l’impoverimento culturale e
    l’abbassamento delle condizioni di vita. E nelle regioni industriali della
    Cina, dove si concentrano milioni di lavoratori, l’unica prospettiva futura
    è il patimento di un feroce sfruttamento della forza lavoro e una
    crescente pauperizzazione.

Quindi, lungi dal
rappresentare un soffio di aria buona per l’economia capitalista, il “miracolo”
in Cina e in alcuni paesi del terzo mondo è solo una rappresentazione della
decadenza del capitalismo. Inoltre, la totale dipendenza dell’economia cinese
verso le esportazioni è fonte di una considerevole vulnerabilità ad ogni calo
della domanda degli attuali clienti. Cosa che potrebbe verificarsi duramente
dato che l’economia americana è obbligata a fare fronte ai colossali debiti,
che attualmente gli permettono di giocare il ruolo di locomotiva per la domanda
mondiale. Quindi, proprio come il miracolo delle crescite a due cifre delle
tigri e dragoni asiatici del 1997 giunse ad una spiacevole fine, l’attuale
miracolo cinese, anche se non ha le stesse origini ed ha margini di gran lunga
maggiori a propria disposizione, dovrà presto o tardi confrontarsi con
l’impasse storica del modo di produzione capitalistico.

Aggravamento del caos e delle tensioni imperialiste

7. La vita economica della
società borghese non trova scampo dalle leggi della decadenza capitalista, e
per diverse ragioni: è a questo livello che la decadenza si manifesta prima e
soprattutto. Tuttavia, per le stesse ragioni, le maggiori espressioni della
decomposizione hanno fino ad ora risparmiato la sfera economica. La stessa cosa
non si può dire per la sfera politica della società capitalistica, e in
particolare per l’area degli antagonismi tra i settori della classe dominante e
soprattutto l’area degli antagonismi imperialisti. Infatti, la prima grande
espressione dell’ingresso del capitalismo nella fase di decomposizione concerne
precisamente l’area dei conflitti imperialisti: il collasso del blocco imperialista
dell’est alla fine degli anni ’80, che portò rapidamente anche alla sparizione
del blocco occidentale.

E’ a livello delle relazioni politiche
diplomatiche e militari degli Stati che vediamo chiaramente il fenomeno
dell’”ognuno per sé”, caratteristica importante della fase di decomposizione.
Il sistema dei blocchi portava con sé il pericolo di una terza Guerra mondiale,
che senza dubbio avrebbe avuto luogo se il proletariato mondiale non avesse rappresentato
un ostacolo sin dalla fine degli anni sessanta. Ciononostante esso
rappresentava una certa “organizzazione” delle tensioni imperialiste,
principalmente attraverso la disciplina imposta all’interno dei blocchi dalla
potenza dominante. La situazione che si impose nel 1989 è leggermente diversa. Certamente,
lo spettro di una Guerra mondiale non ha ossessionato ulteriormente il pianeta,
ma allo stesso tempo, abbiamo visto il liberarsi degli antagonismi imperialisti
e delle guerre locali in cui sono implicate direttamente le grandi potenze, in
particolare la più potente, gli USA.

Gli USA, che per decenni sono stati i
“gendarmi del mondo”, hanno dovuto tentare di proseguire e rinvigorire questo
ruolo a seguito del “nuovo disordine mondiale” che è fuoriuscito dalla fine
della Guerra Fredda. Ma nonostante abbiano certamente assunto questo ruolo
sulla Terra, essi non l’hanno fatto per puntare a contribuire alla stabilità
del pianeta, ma per conservare fondamentalmente la loro leadership mondiale,
messa in questione più volte dal fatto che non esisteva più il cemento che
manteneva insieme i due blocchi imperialisti – la minaccia del blocco rivale.

Con la definitiva scomparsa della
“minaccia Sovietica”, il solo modo con cui la potenza americana poteva imporre
la propria disciplina era di contare sulla propria forza, l’enorme superiorità
a livello militare. Ma facendo ciò, la politica militare degli USA è diventata
uno dei principali fattori dell’instabilità mondiale. Ne abbiamo diversi esempi
dagli inizi degli anni ’90: la prima guerra del Golfo, nel 1991, con cui si
tentò di riannodare i legami logori che tenevano gli ex alleati del blocco
occidentale (e non per obbligare a rispettare le leggi internazionali, ritenute
non rispettate dall’invasione dell’Iraq del Kuwait, che fu in effetti un
pretesto). Poco tempo dopo, in Iugoslavia, l’unità tra i vecchi alleati del
blocco occidentale andava in pezzi:
la
Germania
dà fuoco alla miccia spingendo la
Slovenia
e la Croazia a dichiarare la loro
indipendenza;
la Francia e l’Inghilterra ritornavano
all’Entente Cordiale degli inizi del
XX secolo sostenendo gli interessi imperialisti della Serbia mentre gli stessi
Usa si presentavano come guardiani dei musulmani bosniaci.

8. Il fallimento della
borghesia Americana, durante gli anni ’90, nell’ imporre la propria autorità in
ogni direzione, anche grazie ad una serie di operazioni militari, la condusse a
cercare un nuovo nemico del “mondo libero” e della “democrazia”, così da
riuscire ancora una volta ad allineare le potenze mondiali e specialmente i
vecchi alleati: il terrorismo islamico. Gli attacchi dell’11 settembre, che
sembra sempre di più (anche a più di un terzo della popolazione USA e a tà dei
cittadini di New York) che fossero voluti se non effettivamente preparati
dall’apparato statale americano, sono stati il punto di partenza per questa
nuova crociata. Cinque anni dopo questa politica si è dimostrata fallimentare.
Se gli attacchi dell’11 settembre permisero agli USA di trascinare
nell’intervento in Afghanistan paesi come Francia e Germania, questo non gli
riuscì nell’avventura irachena del 2003; provocò addirittura la nascita di una
alleanza di circostanza contro l’intervento in Iraq tra questi due paesi e
la
Russia. Ed
infine, alcuni tra i maggiori alleati della “coalizione” intervenuta
in Iraq, come Spagna e Italia, hanno abbandonato la nave che affondava. La
borghesia americana ha fallito ognuno degli obiettivi preposti per la guerra in
Iraq: l’eliminazione delle armi di distruzione di massa, l’instaurazione di una
democrazia pacifica; la stabilità e un ritorno alla pace nella regione sotto
l’egida dell’America; la sconfitta del terrorismo; l’adesione della popolazione
americana agli interventi militari del nuovo governo.

La questione delle armi di distruzione di
massa fu subito sistemata: divenne chiaro che le uniche armi del genere in Iraq
erano quelle portate dalla coalizione. Questo dimostrò rapidamente le menzogne
architettate dalla amministrazione Bush per invadere l’Iraq.

Per quanto riguarda la battaglia contro
il terrorismo, è chiaro che con l’invasione dell’ Iraq non si è andati nella
giusta direzione ma al contrario si sono ottenuti effetti contrari, sia in Iraq
che negli altri paesi, come abbiamo visto a Madrid nel marzo 2004 e a Londra
nel luglio 2005.

L’instaurazione di una democrazia
pacifica in Iraq prese la forma della nascita di un governo fantoccio che non
avrebbe potuto mantenere il minimo controllo su paese senza il massiccio
supporto delle truppe americane – un controllo in ogni caso limitato a poche
“zone di sicurezza”, lasciando il resto del paese esposto al massacro tra
sciiti e sunniti e agli attacchi terroristici che hanno causato decine di
migliaia di vittime dalla caduta di Saddam Hussein.

Pace e stabilità nel Medio Oriente non
sono mai sembrate così lontane: nei 50 anni di conflitto tra Israele e
Palestina, gli ultimi 5 anni hanno visto un continuo aggravamento della
situazione, fattasi ancora più drammatica con gli attriti tra Hamas e Fatah e
dal discredito crescente del governo israeliano. La perdita di autorità nella
regione da parte del gigante USA, a seguito della disastrosa disfatta in Iraq,
chiaramente non è estranea a questa caduta e al fallimento del “processo di
pace” di cui era il maggior sostenitore.

La perdita di autorità è anche
responsabile delle crescenti difficoltà delle forze NATO in Afghanistan e della
perdita di controllo del governo Karzai nel paese di fronte ai Talebani.

Inoltre, la crescente sfrontatezza
dell’Iran nei suoi preparativi per costruire armi nucleari è una diretta
conseguenza dell’impantanamento degli Stati Uniti nelle sabbie mobili
dell’Iraq, che per il momento impediscono un simile massiccio uso di truppe
altrove.

Infine, l’intento della borghesia
americana di seppellire una volta per tutte “la sindrome del Vietnam”, cioè la
reticenza della popolazione americana a supportare le proprie truppe inviate
sui campi di battaglia, ha avuto l’effetto opposto. Sebbene, in un periodo
iniziale l’emozione provocata dagli attacchi dell’11 settembre ha reso
possibile un forte sentimento nazionalista all’interno della popolazione,
promuovendo il desiderio di unità nazionale e la determinazione a dichiarare la
“guerra al terrore”, negli anni recenti si è manifestata con forza la reazione
alla guerra e l’opposizione all’invio di truppe USA lontano da casa.

La borghesia statunitense oggi in Iraq si
trova di fronte ad un vero vicolo cieco. Da una parte, sia dal punto di vista
strettamente militare che da quello economico e politico, non ha i mezzi per
reclutare una forza che eventualmente potrebbe permettere di “ristabilire l’ordine”.
Dall’altra, non può ritirarsi semplicemente dall’Iraq senza ammettere apertamente
il totale fallimento della propria politica, aprendo così le porte alla
disgregazione dell’Iraq e alla totale destabilizzazione della regione.

9. Perciò il bilancio del
mandato di Bush junior è di certo uno dei più disastrosi della storia USA.
L’ascesa dei Neocon alla testa dello Stato rappresenta una vera catastrofe per
la borghesia americana. La questione posta è la seguente: come è possibile che
la borghesia leader del mondo faccia appello a questa banda di irresponsabili e
avventurieri incompetenti per prendere in carico la difesa dei propri
interessi? Cosa c’è dietro questa cecità della classe dominante del paese dal
capitalismo più avanzato? Nei fatti, l’arrivo del gruppo di Cheney, Rumsfeld e
Co. alle redini dello stato non è stato semplicemente il risultato di un
monumentale errore nel casting da
parte della classe dominante. Mentre ha considerevolmente peggiorato la
situazione degli Stati Uniti a livello imperialista, ha anche rappresentato
l’espressione dell’impotenza degli Usa rispetto al crescente indebolimento
della sua leadership e più in generale di fronte allo sviluppo dell’”ognuno per
sé” nelle relazioni internazionali che caratterizza la fase di decomposizione.

La migliore prova di questo fatto è che
la borghesia più intelligente e abile del mondo si è fatta trascinare in questa
avventura suicida in Iraq. Un altro esempio della inclinazione per scelte
imperialiste catastrofiche da parte dei borghesi più efficienti, che fino ad
ora erano riusciti ad usare con maestria la propria potenza militare, è
visibile a scala minore nell’avventura catastrofica di Israele in Libano
nell’estate del 2006, un’offensiva condotta col lasciapassare degli “strateghi”
di Washington. Questa mirava ad indebolire Hezbollah ed ha avuto come risultato
il suo rafforzamento.

La distruzione accelerata dell’ambiente

10. Il caos militare che si
sviluppa nel mondo, che spinge vaste regioni in una malsana desolazione, in
modo notevole nel Medio Oriente ma soprattutto in Africa, non è la sola
manifestazione del vicolo cieco storico raggiunto dal capitalismo, e neanche la
più pericolosa per la specie umana. Oggi appare chiaro che il perdurare del
capitalismo porta con sé la minaccia della distruzione dell’ambiente che rende
possibile la vita umana. Le continue
emissioni di gas serra al livello attuale, col risultato del surriscaldamento
del pianeta, annunciano l’arrivo di catastrofi senza precedenti (ondate di
caldo, uragani, desertificazione, alluvioni…) con la conseguenza di una sfilza
di terrificanti disastri umani (carestie, migrazioni di centinaia di milioni di
esseri umani, sovrappopolazione nelle aree meno afflitte dai cambiamenti climatici…).
Rispetto ai primi effetti visibili del degrado ambientale, i governi e i
circoli dirigenti della borghesia non possono a lungo nascondere alla
popolazione mondiale la gravità della situazione e il futuro catastrofico che
si annuncia. D’ora in avanti, le borghesie più potenti e tutti i partiti politici
si vestono di bianco promettendo di prendere le misure necessarie per salvare
l’umanità dal disastro incombente. Ma con la distruzione delle risorse è come
col problema della guerra: tutti i settori della borghesia dichiarano di essere
contro la guerra, ma da quando il sistema è entrato nella fase di decadenza
questa classe è stata incapace di garantire la pace. E questo non ha niente a
che vedere con le buone o le cattive intenzioni (anche se si possono trovare i
più sordidi interessi dietro quei settori che spingono fortemente per la
guerra). Anche i leader borghesi più “pacifisti” non possono sfuggire alla
logica oggettiva che metterà a repentaglio tutte le loro pretese “umaniste” e
“razionali”. Allo stesso modo, le buone intenzioni frequentemente sventolate
dai leader della borghesia che hanno a cuore la protezione dell’ambiente, anche
quando non sono soltanto dirette alla vittoria elettorale, contano poco contro
le costrizioni dell’economia capitalistica. In effetti affrontare il problema
dell’emissione di gas serra richiede un migliore struttura della produzione
industriale, della produzione energetica , dei trasporti, della casa, quindi un
massiccio e prioritario investimento in questi settori. Ciò significherebbe
mettere nella questione maggiori interessi economici, sia a livello della
grande impresa che statale. Concretamente, se uno Stato mettesse mano alle misure
necessarie a contribuire effettivamente a risolvere il problema, sarebbe
immediatamente punito con crudeltà dalla competizione del mercato mondiale.
Quando si tratta di decidere come gli Stati dovrebbero combattere il
riscaldamento globale, si ha lo stesso problema che ogni borghesia affronta
rispetto agli aumenti salariali. Sono tutti per prendere le giuste
disposizioni… purché siano gli altri a prenderle. Finchè il modo di produzione
capitalista sopravvive, l’umanità è condannata a subire catastrofi crescenti
che questo sistema in disgregazione impone, minacciando la sua stessa sopravvivenza.

Perciò, come la
CCI

mostra da 15 anni, la decomposizione del capitalismo porta con sè serie minacce
per l’esistenza umana. L’alternativa annunciata da Engels alla fine del XIX
secolo, socialismo o barbarie, è stata una sinistra verità per tutto il XX
secolo. Cosa ci offre il XXI secolo come prospettiva è abbastanza semplice:
socialismo o distruzione dell’umanità. Questa è la vera posta in gioco cui è
confrontata l’unica forza sociale in grado di sovvertire il capitalismo, la
classe operaia mondiale.

La continuazione della lotta di classe e la maturazione
della coscienza

11. Il proletariato, come
abbiamo visto, si è già trovato di fronte a questa posta in gioco per alcuni
decenni, sin dalla storica ripresa dopo il 1968 che mise fine alla più profonda
contro-rivoluzione delle storia, e che impedì al capitalismo di mettere in atto
la propria risposta alla aperta crisi economica:
la
Guerra

mondiale. Per due decenni si susseguirono le lotte dei lavoratori, con alti e
bassi, con conquiste e perdite, che permisero ai lavoratori di acquisire una
grande esperienza di lotta, in particolare sul ruolo di sabotaggio dei
sindacati. Allo stesso tempo, la classe operaia fu soggetta sempre più al peso
della decomposizione, come si nota in particolare nella reazione al
sindacalismo classico che scade nel corporativismo, come è testimoniato dal
peso dello spirito dell’ognuno per sè all’interno delle lotte. Fu infine la
decomposizione del capitalismo a dare il colpo di grazia alla prima serie di
lotte proletarie con la più spettacolare manifestazione possibile, il collasso
del blocco dell’est e del regime stalinista nel 1989. Le assordanti campagne
della borghesia sul “fallimento del comunismo”, la “vittoria definitiva del
capitalismo liberale e democratico”, la “fine della lotta di classe” e della
classe operaia stessa, portò ad un importante arretramento del proletariato,
sia a livello della coscienza che della combattività. Questo arretramento fu
profondo è durò più di dieci anni segnando un’intera generazione di lavoratori
che si trovarono disgregati e demoralizzati. Questo disgregamento fu provocato
non solo dagli eventi che avvennero alla fine degli anni ottanta, ma anche da
quelli che ne conseguirono, come la guerra del Golfo nel 1991 e la guerra nella
ex Jugoslavia. Questi eventi costituirono una stridente refutazione delle
parole di George Bush senior, che aveva annunciato che con la fine della Guerra
Fredda si entrava in un “nuovo ordine” di pace e prosperità; ma nel contesto
generale di disorientamento della classe, quest’ultima non fu in grado di
riacquistare la propria coscienza di classe. Al contrario, questi eventi
aggravarono il senso profondo di impotenza di cui già soffriva, erodendo
ulteriormente la propria fiducia in se stessa e lo spirito di lotta.

Nel corso degli anni novanta la classe
operaia non ha rinunciato completamente alla lotta. I continui attacchi
capitalisti obbligavano a resistere con lotte salariali, ma queste lotte non
avevano né la portata, né la coscienza e neanche la capacità di confronto con i
sindacati che avevano segnato le lotte del precedente periodo. Fu così fino al
2003, quando, con grandi mobilitazioni contro gli attacchi alle pensioni in
Francia ed Austria, il proletariato cominciò realmente ad uscir fuori dal
riflusso iniziato nel 1989. Da allora, questa tendenza al ritorno delle lotte di
classe e allo sviluppo della coscienza di classe è stata ulteriormente
verificata. Le lotte operaie hanno riguardato molti paesi centrali, inclusi
quelli più importanti come gli Usa (Boeing e trasporti di New York nel 2005)
la
Germania
(Daimler e Opel nel 2004, medici ospedalieri nella
primavera del 2006, Deutche Telekom nella primavera del 2007), l’Inghilterra
(aeroporti di Londra nell’agosto 2005),
la
Francia

(il notevole movimento degli studenti universitari contro il CPE nella
primavera 2006), in Bangldesh (i lavoratori tessili nella primavera del 2006) e
l’Egitto (tessile, trasporti ed altri settori del lavoro nella primavera del
2007).

12. Engels scrisse che la
classe operaia conduce le proprie lotte su tre livelli: economico, politico e
teorico. Per comparare le differenze a questi tre livelli tra l’ondata di lotte
iniziate nel 1968 e quelle nel 2003 bisogna tracciare la prospettiva posta da
queste ultime.

L’ondata di lotte del 1968 ebbe una
considerevole importanza politica: in particolare, esse rappresentano la fine
del periodo di controrivoluzione. Allo stesso tempo, hanno dato impulso alla
riapparizione della corrente della sinistra comunista, di cui la formazione
della CCI nel 1975 fu una delle espressioni più importanti. Le lotte del Maggio
francese nel 1968, l’”autunno caldo” in Italia nel 1969, per le preoccupazioni
politiche espresse, diedero vita all’idea che si andava verso una
politicizzazione significativa della lotta operaia internazionale durante le
lotte che seguirono. Ma questo potenziale non fu realizzato. L’identità di
classe sorta all’interno del proletariato nel corso di quelle lotte fu più una
categoria economica che una forza politica all’interno della società. In
particolare, il fatto che con le proprie lotte si impedì alla borghesia di
avviarsi verso la terza guerra mondiale passò completamente inosservato dalla
classe (inclusi la maggior parte dei gruppi rivoluzionari). Allo stesso tempo,
l’emergere dello sciopero di massa in Polonia nel 1980, che fino ad ora
rappresenta la più alta espressione (dalla fine del periodo rivoluzionario
seguito alla prima guerra mondiale) delle capacità organizzative del
proletariato, dimostrò una considerevole debolezza politica. L’unica
“politicizzazione” che fu possibile realizzare fu l’aderenza ai temi
democratici borghesi nonché al nazionalismo.

Queste situazioni trovano le proprie
ragioni in una serie di fattori che
la CCI ha già analizzato:

  • il lento ritmo
    della crisi economica che, al contrario della Guerra imperialista che ha
    scatenato la prima ondata rivoluzionaria, non rivela immediatamente la
    bancarotta del sistema, perciò rende fertile il terreno per l’illusione
    della capacità del sistema in grado di garantire standard decenti di vita
    alla classe operaia;
  • la diffidenza nelle
    organizzazioni politiche rivoluzionarie, risultato della drammatica
    esperienza dello Stalinismo (che tra i lavoratori del blocco russo prese la
    forma di una profonda illusione nei benefici della democrazia borghese
    “tradizionale”);
  • il peso della
    rottura organica tra le organizzazioni rivoluzionarie del passato e quelle
    di oggi, che divide le organizzazioni rivoluzionarie dalla loro classe.

13. La situazione in cui si
sviluppa oggi la nuova ondata di lotta di classe è molto differente:

  • quasi quattro
    decenni di crisi aperte e di attacchi alle condizioni di vita della classe
    operaia incrementano notevolmente la disoccupazione e il lavoro precario,
    spazzando via l’illusione che “domani sarà un giorno migliore”: le
    generazioni più vecchie di lavoratori come quelle nuove hanno molta più
    coscienza del fatto che “domani sarà sempre peggio”;
  • più in generale, la
    permanenza dei conflitti militari, che assumono sempre più delle forme
    barbariche, nonché la minaccia tangibile della distruzione ambientale, sta
    facendo sorgere il sentimento, ancora confuso e nascosto, che c’è il
    bisogno di attuare cambiamenti profondi nella società: la riapparizione
    del movimento “anti-capitalista” e del suo slogan “un altro mondo è
    possibile” è una sorta di anticorpo segreto della borghesia per deviare questo
    sentimento;
  • il trauma creato
    dallo Stalinismo, e le campagne che hanno seguito il collasso due decenni
    fa, sono svanite col tempo: le nuove generazioni di proletari che si
    avvicinano oggi alla vita lavorativa e, potenzialmente, alla lotta di
    classe, erano solo bambini quando fu lanciata l’enorme campagna sulla
    morte del comunismo.

Queste condizioni comportano una serie di
differenze tra la presente ondata di lotte e quelle terminate nel 1989.

Così, anche se rappresentano una risposta
agli attacchi economici per molti versi molto più forti e generalizzati di
quelli che hanno provocato la spettacolare e massiccia insorgenza della prima
ondata, le attuali lotte non hanno raggiunto, almeno nei paesi centrali del
capitalismo, lo stesso carattere di massa. Alla base di questo abbiamo
essenzialmente due motivi:

  • la ripresa storica
    del proletariato alla fine degli anni ’60 aveva sorpreso la borghesia, ma
    oggi non è così, essa sta prendendo una serie di misure per anticipare le
    mosse della classe e limitarne l’estensione, in particolare attraverso l’uso sistematico
    di nuovi black-out;
  • l’uso dell’ arma
    dello sciopero oggi è molto più difficile per il peso della disoccupazione
    che agisce come base per il ricatto ai lavoratori, e perché questi ultimi
    sono molto più consapevoli che la borghesia ha rapidamente ridotto i
    margini di manovra per soddisfare la loro richieste.

Comunque, quest’ultimo aspetto della
situazione non è il solo fattore che frena i lavoratori dall’intraprendere
lotte massicce. Questo richiede anche la possibilità di un profondo sviluppo
della coscienza sulla bancarotta definitiva del capitalismo, che è un
presupposto per capire che bisogna abbatterlo. In un certo senso, anche se in
modo molto confuso, è la mole dell’obiettivo della lotta di classe, che non è
niente di meno che la rivoluzione comunista, che frena la classe operaia a
intraprendere le lotte.

Perciò, anche se le lotte economiche
della classe sono per il momento meno massicce che durante la prima ondata, contengono
implicitamente una dimensione politica molto più importante. E questa
dimensione politica ha già assunto una sua forma esplicita, come dimostrato dal
fatto che sono pervase molto di più da una dimensione di solidarietà. Questo è
di vitale importanza perché costituisce per eccellenza l’antidoto all’”ognuno
per sé”, atteggiamento caratteristico della decomposizione sociale, e
soprattutto è al cuore della capacità del proletariato mondiale non solo di
sviluppare le lotte presenti ma soprattutto di abbattere il capitalismo:

  • gli operai della
    Daimler di Brema scendono spontaneamente allo sciopero in risposta ai
    ricatti fatti dai padroni della Daimler ai lavoratori della branca di
    Stoccarda del gruppo;
  • sciopero di
    solidarietà da parte degli addetti ai bagagli dell’aeroporto di Londra contro
    i licenziamenti dei lavoratori della ristorazione, nonostante la natura
    illegale dello sciopero;
  • sciopero dei
    lavoratori dei trasporti a New York in solidarietà con le nuove
    generazioni, ai quali i padroni cercavano di imporre contratti molto meno
    favorevoli.

14. Questa questione della
solidarietà è stata al cuore del movimento contro il CPE in Francia nella
primavera del 2006 che, nonostante coinvolse principalmente gli studenti medi e
universitari, si pose su un terreno di classe:

  • solidarietà attiva
    dagli studenti nelle università in prima fila per supportare i loro
    compagni nelle altre università;
  • solidarietà verso i
    figli della classe operaia delle banlieues la cui rivolta disperata
    nell’autunno precedente ha mostrato la terribile condizione da loro
    sofferta quotidianamente e l’assenza di ogni prospettiva offerta dal capitale;
  • solidarietà tra
    generazioni, tra coloro che sarebbero diventati disoccupati o precari e
    chi già conosceva la situazione del lavoro salariato, tra coloro che si
    affacciano ora alla lotta di classe e chi già ne aveva esperienza.

15. Questo movimento fu
anche esemplare per la capacità della classe di prendersi carico delle proprie
lotte attraverso assemblee e comitati di lotta responsabili di fronte a queste
(capacità già vista nelle lotte dei metallurgici di Vigo in Spagna nella
primavera del 2006, quando un alto numero di fabbriche si sono unite in assemblee
giornaliere in strada). Questo fu possibile principalmente per il fatto che i
sindacati sono molto deboli in ambiente studentesco e non poterono giocare il
ruolo tradizionale di sabotare la lotta, ruolo che continueranno a giocare fino
alla rivoluzione. Una controprova del ruolo antioperaio che i sindacati
continuano a giocare è il fatto che le lotte di massa che abbiamo visto nascere
fino ad oggi hanno colpito principalmente i paesi del terzo mondo, dove i
sindacati sono molto deboli (come in Bangladesh) o totalmente identificati allo
Stato (come in Egitto).

16. Il movimento contro la
CPE
,
che ha luogo nello stesso paese dove si combatterono le prime e più
spettacolari lotte della ripresa proletaria, lo sciopero generale del Maggio
1968, ci fornisce un’altra lezione sulle differenze tra la presente ondata di
lotte e quella precedente:

  • nel 1968, il
    movimento degli studenti e dei lavoratori, benchè si affermarono insieme,
    e benchè avessero simpatie l’uno per l’altro, esprimevano due differenti
    realtà dell’entrata del capitalismo in aperta crisi: per gli studenti, una
    rivolta di intellettuali piccolo borghesi contro la prospettiva di un
    deterioramento del loro stato sociale; per i lavoratori, una lotta
    economica contro l’inizio della degradazione degli standards di vita. Nel
    2006, il movimento degli studenti fu un movimento della classe operaia,
    che illustra il fatto che la modifica del tipo di lavoro salariale in un
    paese come
    la Francia (la crescita del
    terziario a spese del settore industriale) non mette in questione la
    capacità del proletariato in questi paesi di ingaggiare una lotta di
    classe;
  • nel movimento del
    1968 la questione della rivoluzione era discussa tutti i giorni, ma questo
    principalmente tra gli studenti, e l’idea che essi avevano di questa
    questione proveniva dall’ideologia borghese: il castrismo di Cuba o il
    maoismo cinese. Nel movimento del 2006 la questione della rivoluzione era
    difficilmente presente, ma allo stesso tempo c’era una chiara comprensione
    del fatto che solo la mobilitazione e l’unità dei lavoratori salariati era
    in grado di frenare gli attacchi della borghesia.

17. Quest’ultima questione ci
fa tornare al terzo aspetto della lotta proletaria citato da Engles: la lotta
teorica, lo sviluppo della riflessione all’interno della classe sulle
prospettive generali della lotta e sullo sviluppo di elementi e organizzazioni
come prodotto e fattori attivi di questo sforzo. Oggi, come nel 1968, la
ripresa della lotta di classe è accompagnato da una profonda riflessione, e
l’apparizione di nuovi elementi che si avvicinano alle posizioni della sinistra
comunista è solo la punta dell’iceberg. In questo senso ci sono notevoli
differenze tra il presente processo di riflessione e quello sviluppato nel
1968. La riflessione avviata a quel tempo seguiva le massicce e spettacolari
lotte, mentre il processo presente non ha aspettato che la classe operaia
conducesse lotte di quella portata prima di innescarsi. Questa è una delle conseguenze
della differenza delle condizioni poste di fronte al proletariato in confronto
a quelle della fine degli anni ’60.

Una delle caratteristiche dell’ondata di
lotte del 1968 è che, a causa della sua portata, ricompariva la possibilità
della rivoluzione proletaria, possibilità sparita dalle menti a causa della
profondità della controrivoluzione e dell’illusione nella “prosperità” del
capitalismo seguita alla seconda Guerra mondiale. Oggi non è la possibilità della
rivoluzione che è al centro del processo di riflessione ma, in vista della
prospettiva catastrofica che il capitalismo ha in serbo per noi, la sua necessità.
Nei fatti questo processo, anche se meno rapido e meno visibile che negli anni
’70, è molto più profondo e non sarà intaccato dai momenti di riflusso nella
lotta di classe.

Infatti l’entusiasmo espresso per l’idea
di rivoluzione nel 1968 e negli anni seguenti, date le basi che lo avevano determinato,
favorì il reclutamento della maggior parte degli elementi che aderirono ai
gruppi gauchistes. Solo una minoranza molto piccola di questi elementi, quelli
meno segnati dalla ideologia piccolo borghese e dall’immediatismo professato
dai movimenti studenteschi, si avvicinarono alle posizioni della sinistra
comunista e divennero militanti delle organizzazioni proletarie. Le difficoltà
a cui andò incontro il movimento della classe operaia, specialmente a seguito
alle differenti controffensive della classe dominante e in un contesto in cui
era forte il peso delle illusioni in una possibilità per il capitalismo di
migliorare la situazione, favorì un ritorno significativo all’ideologia
riformista promossa dai gruppi “radicali” a sinistra dello stalinismo
ufficiale, sempre più discreditato. Oggi, a seguito del crollo storico dello
stalinismo, le correnti gauchistes tendono sempre più a prendere il posto lasciato
vacante da quest’ultimo. La tendenza di queste correnti a voler diventare un
partecipante ufficiale delle politiche borghesi tende a provocare una reazione tra i più sinceri militanti che
iniziano una ricerca di autentiche posizioni di classe. Per questo motivo, lo
sforzo di riflessione all’interno della classe operaia è dimostrato non solo
dall’emergere di elementi molto giovani che si rivolgono alla sinistra
comunista ma anche da elementi più vecchi che hanno avuto un esperienza
all’interno delle organizzazioni dell’estrema sinistra della borghesia. Il
fenomeno in sé è molto positivo e porta la promessa che le energie rivoluzionarie,
che sorgeranno necessariamente man mano che la classe sviluppa le proprie
lotte, non saranno risucchiate e sterilizzate facilmente e allo stesso modo in
cui avvenne negli anni ’70, e che si uniranno alle organizzazioni della
sinistra comunista in quantità modo molto maggiore.

É responsabilità delle organizzazioni
rivoluzionarie, e della CCI in particolare, essere parte attiva del processo di
riflessione già avviato in seno alla classe, non solo intervenendo attivamente
nelle lotte quando queste iniziano a svilupparsi, ma anche stimolando lo
sviluppo di gruppi ed elementi che cercano di unirsi alla lotta.

CCI,
Maggio 2007

Vita della CCI: 

Sviluppo della coscienza e dell' organizzazione proletaria: