L’Autunno caldo 1969 in Italia, un momento della ripresa storica della lotta di classe (I)

Quello che viene comunemente ricordato come l’Autunno caldo italiano[1] è un insieme di lotte che scuotono l’Italia dal Piemonte alla Sicilia giusto 40 anni fa e che cambieranno in maniera durevole il quadro sociale e politico del paese. Ma queste lotte non sono una peculiarità italiana. Infatti, alla fine degli anni ’60, si può assistere, particolarmente in Europa ma non solo, allo sviluppo di una serie di lotte e di momenti di presa di coscienza da parte del proletariato che mostrano, nel loro insieme, che qualcosa è cambiato: la classe operaia era tornata finalmente sulla scena sociale. Essa riprendeva la sua lotta storica contro la borghesia, dopo la lunga notte degli anni della controrivoluzione in cui l’avevano cacciata la sconfitta degli anni ’20, la Seconda Guerra mondiale e l’azione controrivoluzionaria dello stalinismo. Il “Maggio francese[2] del 1968, gli scioperi in Polonia[3] del 1970 e le lotte in Argentina[4] del 69-73 costituiscono, assieme all’Autunno caldo in Italia, i momenti più importanti di questa dinamica nuova che investe tutti i paesi del mondo e che aprirà la nuova epoca di scontri sociali che, tra alti e bassi, è arrivata fino a noi oggi.

Come si arriva all’Autunno caldo?

Istruita dall’esperienza del Maggio 68, la borghesia italiana non si lascia sorprendere dall’esplosione delle lotte nel 1969, come era invece capitato alla borghesia francese l’anno precedente. Ciò non le eviterà tuttavia di trovarsi talvolta smarcata di fronte agli avvenimenti. Il tutto non si é prodotto dalla sera alla mattina. In realtà ci sono molteplici elementi, sia a livello nazionale che a livello internazionale, che concorrono a creare un’atmosfera nuova nella classe operaia italiana, e particolarmente nella sua componente giovane.

Il clima internazionale

A livello internazionale, una frangia importante della gioventù viene sensibilizzata da un insieme di situazioni, tra cui principalmente:

  • la Guerra del Vietnam[5], che appare come la lotta tra il Davide-Vietnam e il Golia-USA. Indignati dagli atroci massacri al napalm e da altre violenze inflitte dall’esercito americano alle popolazioni locali, molti sono stati spinti ad identificarsi nella resistenza dei Vietcong e a prendere partito per il “debole” Vietnam contro il potente “imperialismo” americano[6];
  • l’epopea del Che Guevara[7], con la sua aureola di eroe che si batte per il riscatto generazioni successive perché assassinato dell’umanità e che fu tanto più venerato dalle nell’ottobre 1967 dall’esercito boliviano e dalle forze speciali della CIA;
  • le imprese dei guerriglieri palestinesi[8] ed in particolare quelle del FPLP di George Habbash, che si svolgevano sull’onda dell’impressione prodotta sulla gioventù di allora dalla guerra dei 6 giorni, combattuta e vinta nel giugno 1967 da Israele contro Egitto, Siria e Giordania;
  • l’eco internazionale del “comunismo cinese” presentato come la vera espressione del comunismo realizzato rispetto al “comunismo sovietico” burocratizzato. In particolare la “rivoluzione culturale”[9], portata avanti da Mao Tse-tung nel periodo 1966-69 che si presentava come una lotta per ripristinare l’applicazione ortodossa del pensiero marxista-leninista.

Nessuno di questi fatti è legato, da vicino o da lontano, alla lotta di classe del proletariato in vista del rovesciamento del capitalismo: gli orrori subiti dalla popolazione vietnamita durante la guerra sono il prodotto degli antagonismi imperialisti tra i due blocchi rivali che si dividevano all’epoca il mondo; la resistenza incarnata dai guerriglieri, fossero questi palestinesi o ghevaristi, è solo un altro momento della lotta a morte tra questi due blocchi per la dominazione su altre regioni del mondo; per quanto riguarda il “comunismo” in Cina, questo regime è capitalista così come quello che esisteva in URSS e la cosiddetta “rivoluzione culturale” è stata niente altro che una lotta per il potere tra la frazione di Mao e quella di Deng Xiao Ping e Liu Shaoshi.

Tuttavia tutti questi avvenimenti testimoniavano una profonda sofferenza dell’umanità che hanno ispirato in molti elementi un disgusto profondo per le violenze della guerra e un sentimento di solidarietà verso i popoli che ne sono vittima. Quanto al maoismo, se questo non rappresenta alcuna soluzione ai mali dell’umanità ma solo una mistificazione e un intralcio ulteriore sul cammino della sua emancipazione, esso alimenta tuttavia una contestazione internazionale della natura reale del “comunismo” in Russia.

All’interno di questo scenario, l’esplosione delle lotte studentesche ed operaie del Maggio francese ha una risonanza internazionale tale da costituire un elemento di riferimento e di incoraggiamento per i giovani e i proletari in tutto il mondo. Il Maggio 68 era stato infatti la dimostrazione non solo che lottare si può, ma che si può anche vincere. Ma lo stesso Maggio, almeno nella sua componente di lotte studentesche, era stato preparato da altre lotte, da altri movimenti, come quelle che si erano prodotte in Germania con l’esperienza della Kritische Universität[10] e la formazione degli SDS (Sozialistischer Deutscher Studentenbund), o in Olanda con quella dei Provos o ancora negli USA con il Black Panther Party. In qualche modo siamo in un’epoca in cui ogni episodio che accade nel mondo ha una grande risonanza in tutti gli altri paesi per la forte recettività che esiste soprattutto nella giovane generazione di proletari e di studenti che saranno, in larga misura, i grandi protagonisti dell’autunno caldo.

L’angoscia e la riflessione sui problemi del periodo ispireranno delle figure carismatiche del mondo dello spettacolo, come Bob Dylan, Joan Baez, Jimmy Hendrix ed altri le cui melodie evocavano talvolta le rivendicazioni di popoli e di strati sociali storicamente repressi e sfruttati, come i neri d’America, talaltra le atrocità della guerra, come nel Vietnam, esaltando la volontà di emancipazione.

Sul piano nazionale invece …

Anche in Italia, come prima in Francia, l’indebolimento della cappa di piombo che aveva costituito lo stalinismo durante tutti gli anni della controrivoluzione permette lo sviluppo di un fenomeno di maturazione politica che costituisce il terreno più favorevole all’emergere di diverse minoranze che riprenderanno un lavoro di ricerca e di chiarificazione. D’altra parte, l’arrivo di una nuova generazione di proletari si traduce in una maggiore combattività che porta a delle caratteristiche nuove della lotta e ad alcune esperienze di scontri di piazza che lasceranno il segno nella classe operaia.

L’esperienza dei Quaderni Rossi (QR)

Ancora bisogna considerare che, per quanto nei primi anni ’60 ci si trovi ancora in piena controrivoluzione, non mancano esperienze di piccoli gruppi di elementi - critici nei confronti dello stalinismo - che cercano, per quanto è loro possibile, di ripartire da zero. In quegli anni infatti il PCI (Partito Comunista Italiano), passato alla controrivoluzione e stalinizzato esso stesso come gli altri PC nel mondo, aveva una importante base di iscritti e simpatizzanti dovuta ancora in parte al fascino ereditato dal vecchio partito rivoluzionario fondato da Bordiga nel 1921. D’altra parte il lungo ventennio fascista e la scomparsa dei partiti “democratici” dall’Italia aveva evitato al PCI, più che agli altri PC, di essere identificato come un vero nemico di classe da parte della gran parte degli operai. Tuttavia, già dagli anni ’50 e ancor più nei ’60 cominciano a formarsi delle minoranze, all’inizio all’interno dello stesso PCI, che cercano di risalire alle vere posizioni di classe. Si torna soprattutto a Marx, mentre Lenin è meno letto in questa fase. E si scopre anche Rosa Luxemburg.

Una delle esperienze di riferimento in questa fase è quella dei Quaderni Rossi, gruppo interno al PCI nato intorno alla figura di Raniero Panzieri e che, nell’arco della sua vita (1961-1966), pubblicò solo sei numeri di una rivista che però avrà un peso enorme nella storia della riflessione teorica della sinistra in Italia. E’ ad essa infatti che si può fare risalire la corrente che prenderà il nome di “operaismo” di cui parleremo diffusamente in seguito. E dalla stessa matrice verranno fuori i due principali gruppi dell’operaismo italiano: Potere Operaio e Lotta Continua. Il lavoro del gruppo si divide tra la rilettura del Capitale, la “scoperta” dei Grundisse di Marx e le ricerche sulla nuova composizione della classe operaia. (…) Quaderni Rossi, la rivista di Raniero Panzieri, Vittorio Foa, Mario Tronti e Alberto Asor Rosa, che tra il ’61 e il ’66 ha anticipato l’intuizione che sarà al centro della linea politica di Lotta Continua: la rivoluzione non arriverà dalle urne o dai partiti (…); si tratta di liberare la carica antagonista degli operai, che non va incanalata nei contratti e nelle riforme, bensì sottratta alla tutela dei sindacalisti e degli ingegneri e indirizzata alla prospettiva del controllo della produzione e di un cambiamento globale del sistema[11].

L’operazione tentata da Panzieri con i QR aveva la pretesa di fondere assieme tendenze e punti di vista che erano piuttosto diversi e lontani e la fase ancora fortemente segnata dalla controrivoluzione non permise il miracolo. Così, “all’inizio del 1962, appena apertosi il dibattito sul primo numero della rivista, da questa si ritira il gruppo dei sindacalisti; nel luglio dello stesso anno, dopo i fatti di Piazza Statuto, vi è una prima uscita di interventisti (che danno vita al foglio “Gatto Selvaggio”)”.[12]

Parallelamente all’esperienza dei QR, anche se con uno spessore politico minore, si produce nel Veneto l’esperienza di Progresso Veneto. Il collegamento tra le due testate lo farà un personaggio che sarà successivamente molto famoso e che parte, nella sua carriera politica, facendo il consigliere comunale al comune di Padova: si tratta di Toni Negri. Il Progresso Veneto, attivo tra il dicembre 1961 e il marzo del 1962, costituisce la fucina in cui si comincia a sviluppare l’operaismo veneto, con particolare riferimento all’area industriale di Porto Marghera. QR e Progresso Veneto lavorano per un certo tempo in simbiosi fino a che il gruppo veneto non subisce, nel giugno del 1963, una scissione tra operaisti e socialisti più fedeli al partito di appartenenza.

Ma la scissione più importante è quella che si produce nel 1964 all’interno di QR. Dal gruppo originario uscirono Mario Tronti, Alberto Asor Rosa, Massimo Cacciari, Rita Di Leo ed altri per fondare Classe Operaia. Mentre QR con Panzieri resta fermo in una dimensione di ricerca di tipo sociologico, senza un impatto significativo sulla realtà, Classe Operaia si propone di avere una presenza ed un’influenza immediate nella classe operaia, giudicando che i tempi siano maturi per poterlo fare: Ai nostri occhi il loro lavoro appariva una sofisticheria intellettuale, rispetto a quella che consideravamo una esigenza pressante, ossia far capire al sindacato come si dovesse fare il mestiere di sindacalista ed al partito come si dovesse fare la rivoluzione[13].’

Classe Operaia, a cui si aggregherà una parte degli operaisti di Progresso Veneto, sarà diretta da Mario Tronti. Vi partecipano, almeno inizialmente, anche Negri, Cacciari e Ferrari Bravo. Ma la nuova rivista ha essa stessa vita difficile: la redazione veneta di Classe Operaia inizia un lento distacco da quella romana. Infatti, mentre i romani si riavvicinano a mamma-PCI, i veneti danno vita a Potere Operaio, che esce all’inizio come supplemento a Classe Operaia sotto forma di una rivista-volantino. Classe Operaia entra in agonia nel 1965 ma l’ultimo fascicolo è del marzo 1967. Nello stesso mese nasce Potere Operaio, giornale politico degli operai di Porto Marghera[14].

Oltre ai Quaderni Rossi e ai suoi vari epigoni, è presente in Italia una fitta rete di altre iniziative editoriali, alcune volte nate in campi culturali specifici come il cinema o la letteratura, e che acquistano progressivamente sempre più spessore politico e un certo carattere militante. Pubblicazioni come Giovane Critica, Quaderni Piacentini, Nuovo Impegno, Quindici, Lavoro Politico, parteciperanno a pieno titolo a preparare il terreno del biennio 68-69.

Come si vede esiste un lungo e articolato travaglio politico all’alba dell’autunno caldo che fa sì che si abbia, almeno a livello di minoranze, lo sviluppo di un pensiero politico di un certo spessore e il recupero, purtroppo questo piuttosto parziale, di riferimenti ai classici del marxismo. E’ ancora da sottolineare che quelle che saranno le formazioni operaiste più significative degli anni ’70 affondano profondamente le loro radici nella cultura politica del vecchio PCI e si sviluppano in epoca ben precedente alla grossa esplosione delle lotte del ‘69 e di quelle studentesche del ‘68. Avere il partito stalinista come punto di partenza e di riferimento, anche se in negativo perché fortemente criticato, costituisce, come vedremo, il limite più forte per l’esperienza dei gruppi operaisti e per lo stesso movimento dell’epoca.

La “nuova” classe operaia

A livello sociale, il fattore probabilmente determinante dello sviluppo della situazione fu la forte crescita della classe operaia negli anni del miracolo economico a spese soprattutto delle popolazioni delle campagne e delle periferie del sud. “In sintesi, ci troviamo davanti ad una élite di operai professionali a cui si affianca una grande maggioranza di operai comuni dequalificati che svolgono lavorazioni con cicli brevissimi, a volte di pochi secondi, sottoposti ad un rigido controllo dei tempi attraverso il cottimo e senza alcuna prospettiva di carriera professionale[15]. Questa nuova generazione di proletari che arrivava dal sud non conosceva ancora il regime di fabbrica e non vi si era stata ancora sottomessa; d’altra parte, essendo giovani e spesso al primo lavoro, non conoscevano il sindacato e soprattutto non si portavano sulle spalle le sconfitte degli anni addietro, della guerra, del fascismo, della repressione, ma solo l’esuberanza di chi scopre un mondo nuovo e vuole modellarlo a suo piacimento. Questa “nuova” classe operaia, giovane, non politicizzata né sindacalizzata, senza storia alle spalle, farà, in larga misura, la storia dell’autunno caldo.

I moti del luglio ’60 e gli scontri di piazza Statuto del luglio ’62

Le lotte operaie dell’autunno caldo hanno un significativo preludio all’inizio degli anni ’60 in due importanti episodi di lotta: i moti di piazza del luglio ’60 e gli scontri di piazza Statuto del luglio ’62 a Torino.

Questi due episodi, per quanto distanti dal biennio 68-69, ne costituiscono in qualche modo una premessa importante. Infatti la classe operaia ha la possibilità di “saggiare” fino in fondo le attenzioni dello Stato nei suoi confronti.

I moti del luglio ’60 presero l’avvio dalla contestazione del congresso del partito neofascista a Genova, e questa fu l’occasione per fare uscire allo scoperto una serie di manifestazioni in tutta Italia che furono ferocemente represse: «A San Ferdinando di Puglia i braccianti erano in sciopero per il contratto, come in tutt’Italia? La polizia li attacca con le armi in pugno: tre braccianti sono gravemente feriti. A Licata, nell’Agrigentino, il 5, è in corso uno sciopero generale per il lavoro? Polizia e carabinieri caricano e sparano contro il corteo guidato dal sindaco dc Castelli: il commerciante Vincenzo Napoli, venticinque anni, viene ucciso da un colpo di moschetto. (…) il giorno appresso, un corteo diretto al sacrario di Porta San Paolo – l’ultimo bastione della difesa di Roma dai nazisti – viene caricato e pestato con violenza. (…) Scatta un nuovo sciopero generale. E scatta una nuova, furiosa reazione del governo che ordina di sparare a vista: cinque morti e ventidue feriti da armi da fuoco a Reggio Emilia il 7. (…) Il primo a cadere è Lauro Ferioli, operaio di ventidue anni. Accanto a lui, cade un istante dopo anche Mario Serri, quarant’anni, ex partigiano: ad ucciderli sono stati due agenti, appostati tra gli alberi. (…) Una raffica di mitra falcerà più tardi Emilio Reverberi, trent’anni anni. Infine, mentre un registratore fissa la voce furiosa di un commissario che grida: “Sparate nel mucchio!”, cade Afro Tondelli, trentacinque anni. Come documenterà una foto, è stato assassinato freddamente da un poliziotto che si è inginocchiato per prendere meglio la mira…»[16].

Come si vede le forze dell’ordine non hanno avuto mai riguardi per la povera gente, per i proletari che rivendicano i loro diritti. E lo stesso succede due anni dopo, con gli scontri di piazza Statuto a Torino che presero spunto invece da una questione squisitamente operaia, un contratto di lavoro del tutto sfavorevole ai lavoratori che però la UIL e la SIDA, due sindacati che avevano già all’epoca manifestato da che parte stavano, si erano affrettati a siglare separatamente con la direzione FIAT: “in seguito a ciò 6-7.000 operai, esasperati da questa notizia, si riunirono nel pomeriggio in piazza Statuto di fronte alla sede della Uil. Per due giorni la piazza fu teatro di una straordinaria serie di scontri tra dimostranti e polizia: i primi, armati di fionde, bastoni, e catene, ruppero vetrine e finestre, eressero rudimentali barricate, caricarono più volte i cordoni della polizia; la seconda rispose caricando le folle con le jeep, soffocando la piazza con i gas lacrimogeni, e picchiando i dimostranti con i calci dei fucili. Gli scontri si protrassero fino a tarda sera, sia sabato 7 che lunedì 9 luglio 1962. Dirigenti del Pci e della Cgil, tra i quali Pajetta e Garavini, cercarono di convincere i manifestanti a disperdersi, ma senza successo. Mille dimostranti furono arrestati e parecchi denunciati. La maggior parte erano giovani operai, per lo più meridionali»[17].

Un lucido resoconto di quelle giornate è stato fatto da Dario Lanzardo[18], con le testimonianze ufficiali riportate a proposito di tutti i pestaggi gratuiti prodotti da polizia e carabinieri non solo nei confronti dei dimostranti, ma anche di qualunque altra persona circolasse per caso nei paraggi di piazza Statuto. Se si considerano tutti i massacri prodotti dalle forze dell’ordine dal dopoguerra fino all’autunno caldo in occasione di manifestazioni di proletari in lotta, si capisce fino in fondo qual è la differenza tra il periodo buio della controrivoluzione - in cui la borghesia ha completa mano libera per fare quello che vuole contro la classe operaia- e la fase di ripresa delle lotte durante la quale la borghesia si affida più saggiamente all’arma della mistificazione ideologica e al lavoro di sabotaggio dei sindacati. In realtà quello che cambierà con l’autunno caldo, visto come manifestazione della più ampia ripresa della lotta di classe a livello mondiale, è proprio il rapporto di forza tra le classi, a livello nazionale e internazionale. E’ questa la chiave di lettura della nuova fase storica che si apre alla fine degli anni ’60 e non una presunta democratizzazione delle istituzioni. Da questo punto di vista, la posizione assunta dal PCI sugli scontri illustra perfettamente la collocazione politica borghese che lo caratterizzava da ormai 40 anni: l’Unità del 9 luglio definirà la rivolta “tentativi teppistici e provocatori”, ed i manifestanti “elementi incontrollati ed esasperati”, “piccoli gruppi di irresponsabili”, “giovani scalmanati”, “anarchici, internazionalisti[19].

Dal ’68 studentesco all’autunno caldo

Parlare di autunno caldo è piuttosto limitativo nei confronti di un episodio storico che, come abbiamo potuto vedere, affonda le radici in una dinamica a livello locale e internazionale che risale indietro per diversi anni. E che, peraltro, non dura una singola stagione, come avviene invece per il maggio francese, ma si stempera – nella sua fase alta – per almeno due anni, nel biennio 68-69 con un riverbero che dura almeno fino al ‘73.

Il movimento proletario durante questi due anni e anche dopo sarà profondamente marcato dall’esplosione delle lotte studentesche, il ’68 italiano. E’ perciò importante ripercorrere i singoli episodi per ritrovarvi lo sviluppo, progressivo e impressionante, della maturazione della lotta di classe nel suo ritorno sulla scena storica in Italia.

Il ‘68 studentesco

Le scuole e soprattutto le università avvertono fortemente i segni di cambiamento della fase storica. Il boom economico che si era prodotto, in Italia come nel resto del mondo, dopo la fine della guerra, aveva permesso alle famiglie proletarie di raggiungere un tenore di vita meno miserabile e alle aziende di puntare su un incremento massiccio della propria mano d’opera. Ciò permette alle giovani generazioni delle classi sociali più deboli di accedere agli studi universitari dove acquisire una professione e una cultura più ampia attraverso le quali raggiungere una posizione sociale più soddisfacente rispetto a quella dei propri genitori. Ma l’ingresso di questi folti strati sociali nell’università porta non solo ad un significativo cambiamento della composizione sociale della popolazione studentesca, ma anche a una diversa destinazione della figura di laureato che non viene più preparato per assumere un ruolo dirigente ma per essere integrato nell’organizzazione della produzione – industriale o commerciale che sia – dove l’iniziativa dell’individuo è sempre più ridotta. E’ questo back-ground socio-culturale che spiega, almeno in parte, i motivi della protesta giovanile di questi anni, protesta contro il sapere dogmatico impartito da una casta di baroni universitari dalla gestione feudale, contro la meritocrazia, contro il settorialismo, contro una società che viene avvertita vecchia e ripiegata su sé stessa. Le proteste cominciano già dal febbraio ’67 con l’occupazione di palazzo Campana a Torino e, via via, in tutti gli altri atenei, alla Normale di Pisa, alla facoltà di Sociologia di Trento, alla Cattolica di Milano, e così via verso il sud e per mesi e mesi fino all’esplosione totale del ’68. In questa fase non esistono ancora i gruppi politici con il loro largo seguito che conosceremo negli anni ’70, ma è il periodo durante il quale si produrranno le diverse culture politiche che saranno alla base di tali gruppi. Tra le esperienze che segneranno più profondamente la storia successiva c’è sicuramente quella di Pisa, dove era presente un nutrito gruppo di elementi che avevano già un giornale, il Potere Operaio (detto “pisano” per non confonderlo con l’altro derivato da Classe Operaia). Il Potere Operaio in realtà è già un giornale operaio nel senso che viene pubblicato come giornale di fabbrica della Olivetti di Ivrea. Infatti il gruppo pisano, tra cui ritroviamo i nomi dei più noti leader di quegli anni, aveva fin dall’inizio fatto del fattore operaio e del contatto con la classe un elemento distintivo. Più in generale la tendenza ad andare verso la classe operaia e a fare di questa il riferimento principale e il partner ideale delle proprie lotte è presente, anche se in maniera diversamente accentuata, all’interno di tutto il movimento studentesco dell’epoca. Un po’ in tutte le città della contestazione studentesca si assiste al fatto che delegazioni di studenti si portano con assiduità ai cancelli delle fabbriche per fare volantinaggio, ma più in generale per stringere un’alleanza con un mondo, quello operaio, che si sente sempre più come quello di appartenenza. Questa identificazione dello studente come parte della classe operaia sarà addirittura teorizzato da alcune componenti del movimento di matrice più operaista.

Lo sviluppo delle lotte operaie

Ma, come abbiamo detto, in Italia il ‘68 segna anche l’inizio di importanti lotte operaie: “Nella primavera del 1968 si accendono in tutta Italia una serie di lotte aziendali che hanno come obiettivo un aumento salariale uguale per tutti in grado di recuperare il “magro” contratto del 1966. Tra le prime aziende a mobilitarsi c’è la Fiat, i cui operai effettuano la prima massiccia vertenza aziendale dopo oltre 14 anni e a Milano partono la Borletti, la Ercole Marelli, la Magneti Marelli, la Philips, la Sit Siemens, l’Innocenti, l’Autelco, la Triplex, la Brollo, la Raimondi, la Mezzera, la Rhodex, la Siae Microelettronica, la Seci, la Ferrotubi, l’Elettrocondutture, l’Autobianchi, l’Amf, la Fachini, la Tagliaferri, la Termokimik, la Minerva, l’Amsco e un’altra ventina di piccole aziende. (…) La lotta dapprima viene gestita da vecchi attivisti e dal sindacato esterno, risultando quindi piuttosto autoritaria, ma dopo un mese si impongono alcuni giovani operai che “criticano vivacemente i sindacalisti e i membri di C.I.[20] sui modi e sulle tappe della lotta” modificando qualitativamente le forme di mobilitazione, attraverso picchetti duri e cortei interni per costringere gli impiegati a scioperare. In un’occasione questi operai prolungano spontaneamente di un paio d’ore uno sciopero, costringendo i sindacati ad appoggiarli. Questa ventata di gioventù provoca una partecipazione massiccia alla lotta, aumentano le ore di sciopero, vengono effettuate manifestazioni per le vie di Sesto San Giovanni, si arriva a sfondare il portone del palazzo che ospita la direzione aziendale. Gli scioperi continuano, nonostante l’Assolombarda ponga come pregiudiziale per l’inizio delle trattative proprio la loro interruzione: la partecipazione operaia è totale, pressoché nulla invece tra gli impiegati.[21]

Da allora in poi è tutto un crescendo. “Il bilancio del ’69 alla Fiat è un bollettino di guerra: 20 milioni di ore di sciopero, 277.000 veicoli perduti, boom (+37%) delle vendite di auto straniere.”[22]

Quello che cambia profondamente con le lotte dell’autunno caldo sono proprio i rapporti di forza in fabbrica. L’operaio sfruttato e umiliato dai ritmi di lavoro, dai controlli, dalle punizioni continue, sviluppa una conflittualità quotidiana contro il padrone. L’iniziativa operaia non si muove più soltanto su quante ore di sciopero fare, ma anche su come scioperare. Si sviluppa presto una logica di rifiuto del lavoro che corrisponde ad un atteggiamento di rifiuto di collaborare con le sorti dell’azienda, rimanendo fermamente attestati sulla difesa delle condizioni operaie. Questo produce una nuova logica di come condurre uno sciopero che punta a produrre, con il minimo sforzo da parte operaia, il massimo di danni al padrone. E’ lo sciopero a gatto selvaggio secondo il quale sciopera solo un ristretto gruppo di operai dalla cui attività dipende però l’intero ciclo di produzione. Cambiando di volta in volta il gruppo che entra in sciopero, si riesce a bloccare più e più volte tutta la fabbrica con il minimo di “spesa”.

Un’altra espressione dei mutati rapporti di forza tra classe operaia e padronato è l’esperienza dei cortei interni alla fabbrica. Inizialmente questi cortei si sono prodotti nei lunghi corridoi e viali degli stabilimenti Fiat e di altre importanti industrie come espressione di protesta. Poi sono diventate la pratica adottata dagli operai per convincere gli esitanti, particolarmente gli impiegati, ad aderire allo sciopero:

I cortei interni partivano sempre dalle Carrozzerie, spesso dalla Verniciatura. Arrivava la voce che qualche officina aveva ripreso il lavoro, oppure che avevano concentrato i crumiri all’officina 16, quella delle donne. Allora passavamo noi con le corde e ramazzavamo tutto. Facevamo pesca a strascico. Mirafiori è tutta a corridoi, e negli spazi stretti non ci sfuggiva nessuno. Dopo un po’ non ce n’era più bisogno: appena ci vedeva, la gente mollava la linea e ci seguiva[23].

Dal punto di vista della rappresentatività operaia é caratteristico di questa fase lo slogan “siamo tutti delegati”, che significa rifiuto di qualunque mediazione sindacale e imposizione al padronato di un rapporto diretto con le lotte degli operai. E’ importante tornare su questa parola d’ordine, che permeerà a lungo le lotte della classe in quegli anni, soprattutto di fronte ai dubbi che si pongono a volte oggi le minoranze proletarie che vorrebbero ingaggiare una lotta al di fuori dei sindacati ma che non vedono come poterlo fare non avendo loro un riconoscimento da parte dello Stato.

Gli operai dell’Autunno caldo non se ne fanno un gran problema: quando occorre lottano, scioperano, al di fuori e nonostante i divieti sindacali; ma non seguono sempre uno scopo immediato da realizzare: in questa fase la lotta degli operai esprime una grandissima combattività, una voglia a lungo repressa di rispondere alle angherie del padronato che non ha bisogno necessariamente di motivazioni e di obiettivi immediati per esprimersi e che fa da deterrente, crea un rapporto di forza, cambia poco per volta lo stato d’animo della classe operaia. In tutto questo il sindacato ha una presenza effimera. In realtà il sindacato, come la borghesia, rimane completamente smarcato dalla capacità e dalla forza della lotta della classe operaia di questi anni, e fa l’unica cosa che gli riesce di fare, cerca di stare a galla e di seguire il movimento, di non farsi scavalcare troppo. D’altra parte una reazione così forte manifestatasi all’interno della classe era anche l’espressione della mancanza di un significativo radicamento dei sindacati nel proletariato e dunque di una loro capacità di bloccare in anticipo o di deviare la combattività, come invece succede oggi. Ma questo non significa che ci fosse una profonda coscienza antisindacale nella classe operaia. Più che altro gli operai si muovono nonostante i sindacati, non contro i sindacati, anche se non mancano significative punte di coscienza, come nel caso dei Comitati Unitari di Base (CUB) nel milanese:

… i sindacati sono dei “professionisti della contrattazione” che hanno scelto “insieme ai cosiddetti partiti dei lavoratori la strada delle riforme, cioè la strada dell’accordo complessivo e definitivo con i padroni[24].

Il biennio 68-69 è un rullo compressore di scioperi e manifestazioni, con episodi di grande tensione come le lotte nel siracusano, che si conclusero con gli scontri di Avola[25], o quelle di Battipaglia, che pure dettero luogo a scontri molto forti[26]. Ma una tappa storica all’interno di questa dinamica è certamente costituita dagli scontri di corso Traiano a Torino del luglio 1969. In questa occasione il movimento di classe in Italia matura una tappa importante: il congiungimento tra il movimento operaio e quello delle avanguardie studentesche. Gli studenti, con la loro maggiore disponibilità di tempo e la loro mobilità riescono a dare un significativo contributo alla classe operaia in lotta, che a sua volta riscopre attraverso la gioventù che le si era avvicinata tutta la propria alienazione e tutta la voglia di farla finita con la schiavitù della fabbrica. La saldatura tra questi due mondi darà una forte enfasi alle lotte che si produrranno nel 69, e particolarmente a quella di corso Traiano. Riportiamo qui di seguito lunghe citazioni da un volantino della Assemblea operaia di Torino redatto il 5 luglio, dopo i fatti di corso Traiano, perché costituisce non solo un ottimo resoconto dei fatti ma anche un documento di grandissimo valore politico:

La giornata del 3 luglio non è un episodio isolato o un’esplosione incontrollata di rivolta. Essa viene dopo cinquanta giorni di lotta che ha coinvolto un numero enorme di operai, ha bloccato completamente il ciclo produttivo, ha segnato il punto più alto di autonomia politica e organizzativa finora raggiunto dalle lotte operaie distruggendo ogni capacità di controllo sindacale.

Espulsi totalmente dalla lotta operaia, i sindacati hanno tentato di deviarla dalla fabbrica verso l’esterno, e di riconquistarne il controllo, proclamando uno sciopero generale di 24 ore per il blocco degli affitti. Ma ancora una volta l'iniziativa operaia ha avuto il sopravvento. Gli scioperi simbolici che si tramutano in una vacanza, con qualche comizio qua e là, servono solo ai burocrati. Nelle mani degli operai, lo sciopero generale diventa l'occasione per unirsi, per generalizzare la lotta condotta all’interno. La stampa di ogni colore si rifiuta di parlare di quello che succede alla Fiat, o ne parla mentendo. E’ ora di spezzare questa congiura del silenzio, di uscire dall’isolamento, di comunicare a tutti, con la forza dei fatti l’esperienza della Mirafiori.

Centinaia di operai e studenti decidono in assemblea di convocare per il giorno dello sciopero un grande corteo che da Mirafiori raggiunga i quartieri popolari, unisca gli operai delle diverse fabbriche. (…)

E’ troppo per i padroni. Prima ancora che il corteo si formi, un esercito di baschi neri e poliziotti si scaglia senza alcun preavviso sulla folla, pestando, arrestando, lanciando lacrimogeni. (…) In poco tempo, non sono solo le avanguardie operaie e studentesche a sostenere gli scontri, ma tutta la popolazione proletaria del quartiere. Si formano le barricate, si risponde con le cariche alle cariche della polizia. Per ore e ore la battaglia continua e la polizia è costretta a ritirarsi. (…)

In questo processo, il controllo e la mediazione del sindacato sono stati spazzati via: al di là degli obiettivi parziali, la lotta ha significato:

  • rifiuto dell'organizzazione capitalistica del lavoro
  • rifiuto del salario legato alle esigenze produttive del padrone
  • rifiuto dello sfruttamento dentro e fuori la fabbrica

Gli scioperi, i cortei, le assemblee interne, hanno fatto saltare le divisioni tra gli operai e hanno maturato l'organizzazione autonoma di classe indicando gli obiettivi:

  • avere sempre l'iniziativa in fabbrica contro il sindacato
  • 100 lire di aumento sulla paga base uguale per tutti
  • seconda categoria per tutti
  • reali riduzioni del tempo di lavoro

(…) La lotta degli operai Fiat infatti ha rilanciato a livello di massa gli obiettivi già espressi nel corso del 68-69 dalle lotte delle maggiori concentrazioni operaie italiane, da Milano a Porto Marghera, da Ivrea a Valdagno. Questi obiettivi sono:

  • forte aumento uguale per tutti sulla paga base
  • abolizione delle categorie
  • riduzione drastica dell'orario di lavoro a parità di salario, non dilazionata nel tempo
  • parificazione normativa immediata e completa tra operai e impiegati[27].

Come già detto, dal testo del volantino si percepiscono tutta una serie di punti di forza dell’autunno caldo. Anzitutto l’idea dell’egualitarismo, cioè che gli aumenti dovevano essere uguali per tutti, indipendentemente dalla categoria di partenza, e comunque sganciati dalla redditività del proprio lavoro. Inoltre il recupero del tempo libero per gli operai, per poter vivere la propria vita, per poter fare politica, ecc. Da cui la richiesta di riduzione degli orari di lavoro e il rifiuto deciso del lavoro a cottimo.

Come riporta lo stesso volantino, sulla base di questi elementi gli operai torinesi riuniti in assemblea dopo gli scontri del 3 luglio propongono a tutti gli operai italiani di aprire una nuova e più radicale fase della lotta di classe che faccia avanzare, sugli obiettivi avanzati dagli stessi operai, l’unificazione politica di tutte le esperienze autonome di lotta fin qui realizzate.

Per questo verrà indetto a Torino un convegno nazionale dei comitati e delle avanguardie operaie:

  1. per confrontare e unificare le diverse esperienze di lotta sulla base di quello che ha significato la lotta alla Fiat;
  2. per mettere a punto gli obiettivi della nuova fase dello scontro di classe che, partendo dalle condizioni materiali degli operai, dovrà investire tutta l'organizzazione sociale capitalista.

Quello che si terrà il 26/27 luglio al Palasport di Torino sarà un “convegno nazionale delle avanguardie operaie”. Parlano operai di tutta Italia che raccontano di scioperi e cortei ed avanzano rivendicazioni come l’abolizione delle categorie, la riduzione dell’orario di lavoro a 40 ore, aumenti salariali uguali per tutti in assoluto e non in percentuale e la parità normativa con gli impiegati. “E’ rappresentata tutta l’industria italiana: in ordine di intervento, dopo Mirafiori, il Petrolchimico di Marghera, la Dalmine e il Nuovo Pignone di Massa, la Solvay di Rosignano, la Muggiano di La Spezia, la Piaggio di Pontedera, l’Italsider di Piombino, la Saint-Gobain di Pisa, la Fatme, l’Autovox, la Sacet e la Voxon di Roma, la Snam, la Farmitalia, la Sit Siemens, l’Alfa Romeo e l’Ercole Marelli di Milano, la Ducati e la Weber di Bologna, la Fiat di Marina di Pisa, la Montedison di Ferrara, l’Ignis di Varese, la Necchi di Pavia, la Sir di Porto Torres, i tecnici della Rai di Milano, la Galileo Oti di Firenze, i Comitati unitari di base della Pirelli, l’Arsenale di La Spezia[28]. Una cosa così non si era mai vista, un’assemblea nazionale delle avanguardie operaie di tutta Italia, un momento di protagonismo della classe operaia a cui è possibile assistere solo in un momento di forte ascesa della combattività operaia, come fu appunto l’Autunno caldo.

I mesi successivi, quelli che sono rimasti nella memoria storica come l’Autunno Caldo, continuarono sulla stessa falsariga. I numerosi episodi di lotta, di cui troviamo un’interessante documentazione fotografica sul sito de La Repubblica[29], si snocciolano di giorno in giorno con una cadenza infernale:

2/09 Sciopero di operai e impiegati alla Pirelli per il premio di produzione e i diritti sindacali. Alla Fiat gli operai delle officine 32 e 33 di Mirafiori scendono in lotta, contravvenendo le direttive dei dirigenti sindacali, contro la discriminazione aziendale sui passaggi di categoria.

4/09 Agnelli sospende 30.000 lavoratori.

5/09 Fallisce il tentativo dei vertici sindacali di isolare gli operai di avanguardia alla Fiat e Agnelli è costretto a ritirare le sospensioni.

6/09 Più di due milioni di metalmeccanici, edili e chimici scendono in lotta per il rinnovo del contratto.

11/09 Dopo la rottura dell’8 settembre della trattativa per il rinnovo contrattuale dei metalmeccanici, un milione di metallurgici sciopera in tutta Italia. A Torino, 100.000 operai bloccano la Fiat.

12/09 Sciopero nazionale degli edili con cantieri chiusi in tutto il paese. Manifestazioni di metalmeccanici a Torino, Milano e Taranto.

16-17/09 Sciopero nazionale di 48 ore dei lavoratori chimici, sciopero nazionale dei cementieri e nuova giornata di lotta degli edili.

22/09 Manifestazione di 6.000 operai dell’Alfa Romeo a Milano. Giornata di lotta dei metalmeccanici anche a Torino, Venezia, Modena e Cagliari.

23-24/09 Altro sciopero generale di 48 ore dei cementieri.

25/09 Serrata alla Pirelli con la sospensione a tempo indeterminato di 12.000 operai. Immediata reazione operaia con il blocco di tutti gli stabilimenti del gruppo.

26/09 Manifestazione di metalmeccanici a Torino, dalla Fiat parte un corteo di 50.000 operai. Sciopero generale a Milano e manifestazione di centinaia di migliaia di lavoratori, così, alla Pirelli, viene imposta la revoca della serrata. Decine di migliaia di lavoratori in corteo a Firenze e Bari.

29/09 Manifestazioni di metalmeccanici, chimici e edili a Porto Marghera, Brescia e Genova.

30/09 Sciopero dei lavoratori edili a Roma. Manifestazioni di 15.000 metalmeccanici a Livorno.

7/10 Sciopero provinciale dei metallurgici a Milano. Da nove cortei, 100.000 operai confluiscono in Piazza Duomo.

8/10 Sciopero generale nazionale dei chimici. Sciopero provinciale a Terni. Manifestazioni di metalmeccanici a Roma, Sestri, Piombino, Marina di Pisa e L’Aquila.

9/10 60.000 metalmeccanici scioperano a Genova. Sciopero generale in Friuli-Venezia Giulia.

10/10 Per la prima volta si svolge un comizio all’interno dei reparti di Fiat Mirafiori. Assemblee e cortei interni nelle altre fabbriche del gruppo. La polizia carica all’esterno degli stabilimenti. Sciopero all’Italsider di Bagnoli contro la sospensione di cinque operai.

16/10 Ospedalieri, autoferrotranvieri, postelegrafonici, lavoratori degli Enti locali e braccianti scendono in lotta per il rinnovo dei loro contratti. Scioperi generali provinciali a Palermo e Matera.

22/10 A Milano, 40 fabbriche conquistano il diritto all’Assemblea.

8/11 Viene firmato il contratto degli edili: prevede l’aumento del 13% sui minimi retributivi, la riduzione graduale del lavoro a 40 ore, il diritto di Assemblea nei cantieri.

13/11 Durissimi scontri a Torino fra operai e polizia.

25/11 Sciopero generale nazionale dei chimici.

28/11 Centinaia di migliaia di metalmeccanici danno vita a Roma ad una tra le più grandi e combattive manifestazioni operaie mai avvenute in Italia, a sostegno della loro vertenza.

3/12 Sciopero totale degli operai delle carrozzerie Fiat. Manifestazione dei dipendenti degli Enti locali.

7/12 Raggiunto l’accordo per il contratto dei chimici: prevede aumenti salariali di 19.000 lire mensili, orario settimanale di 40 ore su 5 giorni, tre settimane di ferie.

8/12 Accordo sul contratto delle aziende metalmeccaniche a partecipazione statale: prevede l’aumento di 65 lire orarie uguali per tutti, la parità normativa tra operai e impiegati, diritto di Assemblea in azienda durante l’orario di lavoro per dieci ore annue retribuito, 40 ore di lavoro settimanali.

10/12 Sciopero generale dei braccianti per il patto nazionale, in centinaia di migliaia manifestano in tutta Italia. Inizia lo sciopero di 4 giorni dei dipendenti delle società petrolifere private per il rinnovo del contratto.

19/12 Sciopero nazionale dei lavoratori dell'industria in appoggio alla vertenza dei metalmeccanici. Nuovo sciopero nazionale dei braccianti.

23/12 Firma dell’accordo per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici: prevede aumenti salariali di 65 lire l’ora per gli operai e di 13.500 lire mensili per gli impiegati, la 13a mensilità, il diritto di Assemblea in fabbrica, il riconoscimento dei rappresentanti sindacali aziendali e la riduzione dell’orario di lavoro a 40 ore settimanali.

24/12 Dopo 4 mesi di lotta viene rinnovato il patto nazionale dei braccianti che prevede la progressiva riduzione dell’orario di lavoro a 42 ore e 20 giorni di ferie[30].

Questo impressionante concatenamento di lotte non è solo il prodotto della forte spinta operaia, ma porta anche il segno delle manovre dei sindacati che disperdono le lotte in altrettanti focolai accesi in occasione del rinnovo dei contratti collettivi di lavoro in scadenza in diverse categorie di lavoratori. E’ il modo in cui la borghesia riesce a fare in modo che il profondo malcontento sociale che è presente non porti ad un incendio generalizzato.

Questo enorme sviluppo di combattività, accompagnato da momenti di chiarificazione importanti nella classe operaia, incontrerà però, nel periodo successivo, altri ostacoli importanti. La borghesia italiana, come quella degli altri paesi che avevano dovuto far fronte al risveglio della classe operaia, non rimane a lungo con le mani in mano e, a parte gli interventi frontali messi in atto dai corpi di polizia, cerca gradualmente di aggirare l’ostacolo con strumenti diversi. Come vedremo nella seconda parte di questo articolo, la capacità di recupero che ha la borghesia si basa principalmente sulle debolezze di un movimento proletario che, nonostante un’enorme combattività, era ancora privo di una chiara coscienza di classe e le cui stesse avanguardie non avevano la maturità e la chiarezza necessarie a svolgere il loro ruolo.

1 novembre 2009 Ezechiele



[1] Dal mese di luglio 1969 e per diversi mesi.

[2] Vedi Revue internationale133 et 134, Mai 68 et la perspective révolutionnaire (I et II), 2008.

[3] Vedi Lutte de classe en Europe de l'est (1970-1980) Revue Internationale n°100.

[4] Nel 1969-73, il Cordobazo, lo sciopero di Mendoza, l’ondata di lotte che ha inondato il paese, hanno costituito la chiave dell’evoluzione sociale. Pur senza avere un carattere insurrezionale, queste lotte hanno segnato il risveglio del proletariato nel sud America. Vedi Révoltes populaires en Argentine: seule l’affirmation du prolétariat sur son terrain peut faire reculer la bourgeoisie, Revue internationale n°109, 2002.

[6] «Nasce così lo slogan: “l’Università è il nostro Vietnam”; i guerriglieri vietnamiti combattono contro l’imperialismo americano, gli studenti fanno la loro rivoluzione contro il potere e l’autoritarismo accademici». Alessandro Silj, Malpaese, Criminalità, corruzione e politica nell’Italia della prima Repubblica 1943-1994, Donzelli editore, Roma 1994, p. 92.

[8] Vedi Le conflit Juifs / Arabes : La position des internationalistes dans les années trente: Bilan n° 30 et 31 in Revue Internationale n° 110; Notes sur l'histoire des conflits impérialistes au Moyen-Orient, I, II e III parte in Revue Internationale115, 117 e 118; Affrontements Hamas/Fatah : la bourgeoisie palestinienne est aussi sanguinaire que les autres in Révolution Internationale n° 381.

[9] Vedi Le maoïsme, un pur produit de la contre-révolution in Révolution Internationale n° 371 ; Chine 1928-1949: maillon de la guerre impérialiste, I e II parte, in Revue Internationale 81 e 84; Cina: il capitalismo di stato, dalle origini alla Rivoluzione Culturale (I e II parte) in Rivoluzione Internazionale n°5 e 6.

[10] Vedi Silvia Casillo, Controcultura e politica nel Sessantotto italiano

[11] Aldo Cazzullo, I ragazzi che volevano fare la rivoluzione. 1968-1978 Storia critica di Lotta continua, p. 13. Sperling e Kupfer Editori.

[12] Luca Barbieri, Il Caso 7 Aprile, cap. III, http://www.indicius.it/7_aprile/7_aprile_02.htm.

[13] Intervista a Rita Di Leo in L’operaismo degli anni Sessanta. Dai “Quaderni rossi” a “classe operaia” di Giuseppe Trotta e Fabio Milana, edizione DeriveApprodi, http://www.deriveapprodi.org/admin/articoli/allegati/articoli/2.Dossier_operaismo.pdf.

[14] Vedi: Luca Barbieri, Il Caso 7 Aprile, cap. III, http://www.indicius.it/7_aprile/7_aprile_02.htm

[15] Emilio Mentasti, La guardia rossa racconta. Storia del Comitato operaio della Magneti Marelli, p.25. Edizioni Colibrì.

[16] Giorgio Frasca Polara, Tambroni e il luglio “caldo” del ‘60, http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=2803&id_titoli_primo_piano=1

[18] Dario Lanzardo, La rivolta di piazza Statuto, Torino, luglio 1962, Feltrinelli.

[20] C.I., è l’acronimo delle commissioni interne, ufficialmente strutture di rappresentanza dei lavoratori nei confronti dell’azienda, di fatto espressione del controllo del sindacato sui lavoratori. Esse sono state in vita fino all’autunno caldo per poi essere rimpiazzate dai consigli di fabbrica (CdF).

[21] Emilio Mentasti, La guardia rossa racconta. Storia del Comitato operaio della Magneti Marelli, p.37. Edizioni Colibrì.

[22] Aldo Cazzullo, I ragazzi che volevano fare la rivoluzione. 1968-1978 Storia critica di Lotta continua, p. 75‑76. Sperling e Kupfer Editori.

[23] Aldo Cazzullo, I ragazzi che volevano fare la rivoluzione. 1968-1978 Storia critica di Lotta continua, p. 60. Sperling e Kupfer Editori.

[24] Documento del CUB della Pirelli (Bicocca), Ibm e Sit-Siemens riportato in Alessandro Silj, Mai più senza fucile, Vallecchi, Firenze 1977, pp. 82-84

[25]La lotta intrapresa dai lavoratori agricoli della provincia di Siracusa il 24 novembre 1968, a cui partecipano i braccianti di Avola, rivendicava l’aumento della paga giornaliera, l’eliminazione delle differenze salariali e di orario fra le due zone nelle quali era divisa la provincia, l’introduzione di una normativa atta a garantire il rispetto dei contratti, l’avvio delle commissioni paritetiche di controllo, strappate con la lotta nel 1966 ma mai messe in funzione. (…)I braccianti effettuarono blocchi stradali caricati dalla polizia. Il 2 dicembre Avola partecipò in massa allo sciopero generale. I braccianti iniziarono dalla notte i blocchi stradali sulla statale per Noto, gli operai furono al loro fianco. Nella mattinata arrivarono donne e bambini. Intorno alle 14 il vicequestore di Siracusa, Samperisi, ordinò al reparto Celere giunto da Catania di attaccare. (…) Quel giorno la celere suonò per tre volte la carica, sparando sulla folla che pensava si trattasse di colpi a salve. I braccianti cercarono riparo; alcuni lanciarono sassi. Questo scenario di guerra durò circa mezz’ora. Alla fine, Piscitello, deputato comunista, raccolse sull’asfalto più di due chili di bossoli. Il bilancio fu di due braccianti morti, Angelo Sigona e Giuseppe Scibilia, e 48 feriti, di cui 5 gravi”.

(www.italia.attac.org/spip/spip.php?article2259).

[26] Scendemmo in piazza con la solita generosità dei giovani a fianco dei lavoratori e delle lavoratrici, che scioperarono contro la chiusura del Tabacchificio e dello Zuccherificio. La chiusura di quelle Aziende, anche considerandone l’indotto, metteva in crisi l’intera città, tenuto conto che circa la metà della popolazione ne traeva la loro unica fonte di guadagno. Lo Sciopero Generale fu l’unica conseguenza possibile e fu sentito e partecipato da tutta la città, anche da noi studenti, e molti di noi benché non fossimo di Battipaglia avvertimmo la necessità di partecipare in quanto riconoscevamo l’importanza per l’economia cittadina di quei due opifici. Lo Sciopero Generale era sentito anche per un’altra ragione, era l’occasione per dare la solidarietà alle tabacchine che da ben una decina di giorni occupavano lo stabilimento di S. Lucia. Sulla Città aleggiava lo spettro di una crisi, che aveva già toccato con la chiusura alcune industrie di trasformazione conserviere e che si preannunciava drammatico per migliaia di lavoratori che inevitabilmente avrebbero perso il loro posto di lavoro. (…) ma ben presto vi furono momenti di tensione e, come spesso accade, successivamente sfociarono in veri e propri moti. Battipaglia divenne un teatro di violenti scontri, si alzarono le barricate e si bloccarono tutte le vie di uscita e di accesso, si occupò la Stazione ferroviaria. La Polizia caricò, e quella che doveva essere una grande giornata di solidarietà verso chi voleva mantenere il proprio posto di lavoro si trasformò in una insurrezione popolare. Il bilancio: due morti, centinaia di feriti, decine di automezzi bruciati (della Polizia e di privati) e danni incalcolabili. (…) Per avere ragione di una Città ferita e inferocita ci vollero, per le forze dell’ordine, all’incirca una ventina di ore”. (testimonianza riportata nel blog massimo.delmese.net/2189/9-aprile-1969-9-aprile-2009-a-40-anni-dai-moti-di-battipaglia/).

[28] Aldo Cazzullo, I ragazzi che volevano fare la rivoluzione. 1968-1978 Storia critica di Lotta continua, p. 67. Sperling e Kupfer Editori.

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