Appunti sulla questione del microprestito

Recentemente è stato assegnato il Premio Nobel per la pace a Mohammad Junus, un banchiere-filantropo che ha inventato un modo per rendere accessibili i prestiti a coloro che, a causa della loro povertà, non possono fornire garanzie alle banche normali. Junus è effettivamente un filantropo ed effettivamente le sue iniziative hanno portato un qualche sollievo alle disperate condizioni di povertà del Bangla Desh e di alcuni altri stati asiatici. Sta tentando di estendere queste iniziative in tutti i paesi poveri.

Come funziona? Prendiamo ad esempio un prestito fatto ad una donna del Bangla Desh per consentirle di comprare un telaio per tessere tela o per fabbricare indumenti di lana. Le garanzie di restituzione del prestito sono del tutto assenti; cionondimeno Junus concede il prestito sulla parola. L'interesse richiesto è minimo, 1-2% annuo e, spesso, questi prestiti vengono concessi senza scadenza. LA donna in questione lavora a casa sua, produce, si rivolge alla stessa banca per commercializzare i suoi manufatti e, spesso, è incoraggiata a mettersi in filiera con altre donne al fine di ottenere una efficace divisione del lavoro, in quanto ciascuna di esse realizza una parte del manufatto o anche provvede ad alcune operazioni indispensabili quali il lavaggio, la stiratura, l'appretto, ecc.

Una condizione per la concessione del prestito è quella che la donna di cui parliamo divenga poi azionista della stessa banca; in effetti, se ha ricevuto un prestito, poniamo di 100 dollari, dopo avere pagato lo stesso ed il piccolo interesse, deve impegnarsi a diventare azionista per l'importo del prestito ricevuto comprando azioni della banca per altri 100 dollari che le daranno un profitto pari all'interesse pagato.

In sostanza la donna ha ricevuto dalla banca 100 dollari e ne verserà alla stessa 201, 100 n restituzione, 1 di interesse, 100 di azioni.

Il meccanismo funziona perché richiama sul capitale della banca il lavoro di centinaia di migliaia di persone, forse milioni.

In passato anche in Italia esisteva il lavoro a domicilio. Molte casalinghe aiutavano il bilancio familiare fabbricando in casa capi di abbigliamento che poi andavano alle grandi ditte; queste, molto spesso, finanziavano l'acquisto della macchina necessaria e talvolta addirittura la davano in fitto alle lavoratrici. La ragione era che costava meno produrre i capi in questo modo, non vi erano spese di gestione (stabilimenti, energia, tasse, ecc.) il lavoro era al nero, puro cottimo e basta, i prezzi li faceva solo la ditta committente, prendere o lasciare. Tuttora il sistema è ancora in vigore (le cosiddette confezioniste a domicilio) alle stesse condizioni. Si producono in tal modo guanti di pelle, capi di abbigliamento, manufatti di lana, parti da assemblare di scarpe, borse, fiori di carta, spadini per capelli, ecc. Il livelli di sfruttamento sono pressoché disumani, in quanto i lavoranti a domicilio sono vincolati a quote di produzione ed a tempi di consegna che spesso li obbligano a lavorare fino a 14 ore al giorno. Vengono retribuiti a capo con un compenso spesso irrisorio e sotto ricatto di perdere questo lavoro in qualsivoglia momento.

Forse applicati alla miseria inenarrabile del Bangla Desh anche queste condizioni posso sembrare una fortuna, ma il fatto è che i livelli di auto-sfruttamento sono intensissimi.

Tuttavia i prestiti vengono quasi sempre restituiti ed le azioni della banca quasi sempre acquistate.

Il prestito viene anche concesso per piccole attività agricole come l'acquisto di galline, di un maiale, sementi, attrezzi agricoli minuti, ecc. Qui le condizioni sono un pò diverse, ancor più favorevoli, ma di poco.

E' difficile calcolare la massa-capitali della banca di Juus, diventata una delle 10 banche più floride al mondo. In un paese povero, come si comprende, non vi è liquidità perché non vi è risparmio. Ma con questo sistema di costituisce una considerevole massa li moneta liquida, disponibile sia ad allargare il campo di controllo della banca stessa si per investimenti di altro tipo.

Junus segue la filosofia Yogi e l'insegnamento di SRi Yukteswar, che fu il maestro di Yogananda (vedi sul web): vive poveramente, non possiede ville, yacht, auto, non ostenta ricchezza, non ha amanti o vizi: il personaggio è questo. Egli è effettivamente convinto di fare del bene ai poveri del mondo: il suo orizzonte economico è comunque il capitalismo. Forse spiritualmente è l'opposto del "Banchiere anarchico" descritto in un meraviglioso racconto di Fernando Pessoa (che vi invito a leggere); tuttavia egli agisce all'interno del campo del capitale finanziario, non può essere altrimenti. Forse la situazione in parte ancora pre-capitalistica dell'economia del Bangla Desh gli fa vedere tutto questo come un progresso. Ma, raggiunta una certa dimensione, la sua finanza entra in conflitto col capitale finanziario internazionale, ed è evidente che i suoi metodi non sono estendibili a paesi ad economia più avanzata. Finora è stato tollerato "a consolazione ed a mistificazione degli oppressi", come direbbe Lenin, ma le sue iniziative in America Latina si sono arrestate, mentre sono respinte in India ed in Cina.

Il fatto è che esse, pur estraendo parecchio plusvalore, sono meno efficaci dei metodi di sfruttamento applicati nel mondo. Quest'uomo, sotto molti aspetti, ricorda Tolstoij e la sua illusione di sfuggire al capitalismo mediante l'organizzazione di piccoli villaggi agricoli comunitari.

Su richiesta dei compagni della CCI di Napoli

19 aprile 2008, P.