Italia: il populismo al potere. Un governo antiproletario che è un problema per la borghesia

Dopo aver mostrato, nel precedente articolo “Morti di Stato a Genova, ostaggi di Stato sulla nave Diciotti”, il cinismo e l’irresponsabilità di questo governo, passiamo adesso a fare, a sei mesi dalle elezioni e a cento giorni dalla formazione del nuovo governo, un primo bilancio dell'operato di quello che si è autonominato il governo del cambiamento. Ebbene, di cambiamenti nella vita politica e sociale ne abbiamo visti abbastanza, di miglioramenti nell’economia e nelle condizioni di vita delle persone nessuno, anzi.

I provvedimenti legislativi sono stati pochi di cui uno, il cosiddetto milleproroghe, che non aggiunge niente a quanto già deciso dai precedenti governi, e un altro, il cosiddetto Decreto Dignità, che modifica in parte il Job's act di Renzi (ma i 5S in campagna elettorale avevano promesso di abolirlo). Questo Decreto, presentato come rimedio alla precarietà, riduce di un anno la possibilità di prorogare contratti a termine, senza dare nessuna garanzia che il contratto si trasformi in uno a tempo indeterminato, e aumenta, di ben poco, il risarcimento economico ai lavoratori licenziati.

Per il resto, si sono visti soprattutto rimandi, anche di problemi scottanti e urgenti, come il destino dell’ILVA (sciolto solo in questi giorni), dell’Alitalia (che sarebbe già fallita senza i 900 milioni di prestito ricevuti dallo Stato, che però devono essere restituiti), di numerose altre situazioni di crisi aziendale (Irisbus, ecc.), o di emergenze sociali (terremotati del centro Italia e di Ischia, ecc.). Addirittura è stata rinviata l’applicazione del Decreto Periferie, approvato dal precedente governo, che stanziava un miliardo e mezzo per interventi di recupero delle periferie di molti comuni. Infine c’è lo scottante capitolo delle grandi opere pubbliche (TAV, linea ad alta velocità Torino-Lione, TAP, il gasdotto azero che deve sboccare in Puglia, vari tratti autostradali, ecc.), che non viene nemmeno affrontato viste le enormi divisioni esistenti su questo tra Lega e 5S (che hanno fatto promesse opposte su queste opere in campagna elettorale). Qualcuno potrebbe dire “meglio così, meno cose fanno meno danni subiamo”, ma purtroppo non è così: se non si affrontano le varie crisi aziendali, sono migliaia i posti di lavoro a rischio, stessa cosa se si bloccano le grandi opere o gli altri lavori di pubblica utilità (vedi periferie o emergenze sociali).

Insomma, se il governo “del cambiamento” può vantare ben pochi risultati, le sue prime mosse fanno presagire ulteriori batoste per i proletari e problemi per la stessa borghesia italiana.

Ma questo non frena le dichiarazioni roboanti di entrambi i partiti dell'attuale maggioranza che si comportano come se fossero sempre in campagna elettorale: così si ribadisce che nella prossima legge di bilancio ci saranno tutte le cose promesse in campagna elettorale (flat tax, riforma della legge Fornero, reddito di cittadinanza, cancellazione di alcune accise sulla benzina, ecc.), poco importa se gli economisti dicono che questo costerebbe un centinaio di miliardi e quindi uno sforamento del 3% del deficit e un aumento del debito.

Per questi signori niente è impossibile, anche perché, da bravi populisti, sono pronti a cambiare posizione o a falsificare quello che fanno tutte le volte che gli va: così, prima dichiarano “aboliremo il job's act”, per poi limitarsi a correggerlo solo un po’; ancora, avevano dichiarato “sforeremo il tetto del 3% del deficit per far stare meglio gli italiani”, attenuando prima con “sfioreremo il tetto…” e per concludere infine “rispetteremo le regole europee” (con un po’ di flessibilità, pare l’1,5%); e ancora “costringeremo l’Unione europea a farsi carico dei migranti” e poi Salvini va ad abbracciare Orban, il presidente ungherese che di accogliere anche un solo migrante non ci pensa proprio. Potremmo continuare a lungo questa lista, ma ci sembra inutile.

Il punto è che i molti che hanno votato i 5S o la Lega si sono illusi che questi veramente costituissero una cosa diversa da quelli che li hanno preceduti, mentre invece il populismo non è quello che fa le scelte per il “popolo” (termine che accomuna tutti: ricchi e poveri, sfruttati e sfruttatori), ma quello che usa l’arma della propaganda per illudere e tenere buoni gli sfruttati e gli emarginati, quelli che parlano alla pancia delle persone per ottenere consenso, quelli che soffiano e ingigantiscono le paure legate all’insicurezza sociale ed economica trovando sempre un capro espiatorio cui attribuire la responsabilità di queste insicurezze: l’immigrato, l’Europa e, quando tutto manca, i fantomatici “poteri forti” (sempre evocati senza però che qualcuno ne citi mai nome, cognome e collocazione sociale).

Ma le leggi dell’economia capitalista sono inesorabili, ed è qui che vengono al pettine i nodi dell’attuale governo: l’impossibilità a mantenere le promesse elettorali senza far saltare i conti dello Stato. Il problema infatti non sono le “rigide regole dell’Europa”, ma il dato di fatto che l’Italia ha un debito pari al 132% del PIL, debito su cui si pagano g1i interessi ai creditori, e più aumenta il debito, più aumentano gli interessi da pagare, tant’è che nonostante il cosiddetto avanzo primario (cioè il bilancio dello Stato al netto degli interessi) sia positivo da alcuni anni, resta il deficit e non diminuisce il debito.

Nelle prossime settimane dovranno scegliere: o venire meno al grosso delle promesse elettorali, o realizzarle in gran parte mandando all’aria i conti dello Stato con il rischio di una crisi finanziaria tipo quella del 2011 che costò il governo a Berlusconi e una nuova ondata di sacrifici ai proletari (Fornero ecc.).

Se c’è qualcosa che differenzia questo governo dai precedenti (perfino da quello Berlusconi) è da un lato il dilettantismo dei suoi componenti (privi non solo di esperienza, ma spesso di qualsiasi competenza) e la sua irresponsabilità, la sua capacità di far saltare equilibri internazionali e istituzionali, col rischio di far perdere qualsiasi credibilità al paese e alla democrazia borghese. Lasciando perdere le differenti gaffe e stupidità espresse da vari esponenti del governo (obblighi “flessibili”, vaccini obbligatori un giorno sì e uno no, possibilità di autocertificazione sanitarie vietate dalla legge, gare pubbliche –ILVA- dichiarate “illegittime ma non cancellabili” …) più grave è il modo di rapportarsi degli esponenti del governo all’Europa, ai differenti paesi europei e alle stesse istituzioni nazionali. Volendo galvanizzare i propri supporter, si sono sbattuti i pugni sul tavolo della UE sulla questione dei migranti, con il solo risultato di inimicarsi molti dei paesi fondatori della UE (Francia in testa), senza ottenere un briciolo di aiuto in più. Non sono nemmeno mancate le accuse e i reciproci insulti con Malta, Francia e Spagna. I soli amici di Salvini in Europa sono i paesi del cosiddetto gruppo di Visegrad, cioè quelli che di dividersi i migranti non ne vogliono sapere (con buona pace della coerenza). Ma se questo significa sconvolgere il normale svolgimento dei rapporti fra gli stati (una delle mistificazioni dell’ideologia borghese), peggio ancora è il comportamento di questo governo verso le altre istituzioni statali: già nella formazione del governo, quando il presidente della Repubblica aveva rigettato il nome di un ministro, i 5S subito reclamarono la messa in stato d’accusa di Mattarella; il presidente della camera dei deputati, Fico, dichiara di non essere d’accordo con il respingimento dei migranti? Salvini gli dice di stare zitto, che parla solo perché non ha niente da fare (la terza carica dello Stato!). Salvini sequestra navi ed esseri umani e quando i giudici, tenuti ad agire di fronte ad ogni notizia di reato, lo indagano per questi reati, lui grida al golpe, alla lesa maestà, sostenendo praticamente che poiché lui è stato eletto, i giudici non possono inquisirlo. Insomma la rimessa in discussione continua della divisione dei poteri, dell’esistenza di pesi e contrappesi nelle diverse istituzioni dello Stato, che è una delle fondamenta della mistificazione della democrazia borghese.

Nonostante questo, il governo gode ancora di appoggio popolare, e bisogna capire perché. Innanzitutto c’è l’aspetto “luna di miele”: il governo non è stato ancora visto all’opera per cui l’illusione permane (anche Renzi, oggi odiatissimo, dopo un anno di governo riuscì a superare il 40% dei voti alle elezioni europee); c’è poi una particolare capacità dell’uso della comunicazione e dei nuovi mezzi di comunicazione (i social media): inondare i social di dichiarazioni, di affermazioni che non passano per il vaglio di nessuno, l’importante è che siano di effetto, che infiammino i supporter, che moltiplichino i like, così da dare l’impressione di una verità condivisa (ci sono anche dei veri esperti che selezionano per i leader le dichiarazioni da fare). Ma c’è qualcosa di ancora più importante che spiega il diffondersi del populismo nei diversi paesi occidentali: “Salvini sfrutta, in altre parole, l’angoscia dell’impoverimento e della perdita dei diritti degli italiani individuando in un fantomatico nemico esterno (l’immigrato) la sua causa prima. Egli alza la voce pretendendo di parlare – come accade anche per il suo collega Di Maio – in nome di tutto il popolo italiano. In questo sfrutta astutamente il carattere parziale della pulsione [la pulsione securitaria]. La pulsione, infatti, non si nutre di ideali, ma solamente di portare a soddisfazione la propria spinta[1]. E questo è reso ancora più facile in questa fase di difficoltà della lotta della classe operaia, la sola capace di indicare una prospettiva positiva all’insieme dell’umanità.

Al di là delle chiacchiere populiste, delle dichiarazioni di voler difendere il “popolo”, l’impostazione classista, antiproletaria di questo governo è chiara:

  • innanzitutto la guerra ai migranti dichiarata da Salvini (vedi articolo precedente);
  • la guerra agli occupanti di case, altri proletari, disoccupati, pensionati, persone che non sono in grado di pagare un affitto, sgomberati ad opera delle “forze dell’ordine”;
  • La flat tax “per tutti”, diventerà tale solo per le partite IVA con bilancio fino a 80-100mila euro e comunque non cambia nulla per i proletari.
  • La “famigerata legge Fornero” non verrà abolita, come promesso, ma riformata, probabilmente con la cosiddetta “quota 100” (somma di età anagrafica e anni di contribuzione) a partire dai 64 anni, e se anche sarà così già si può intravedere l’imbroglio: se si può andare in pensione a 64 anni, o si raggiunge la quota 100 con 36 anni di contributi (con grave decurtazione della pensione, visto che vige il sistema contributivo) o, per avere una pensione vicina all’ultimo stipendio percepito, si dovranno avere più di 40 anni di contributi, il che vuole dire che la “quota 100” diventa 104, 105, e così via;
  • Resterebbe solo il reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia dei 5 Stelle che Di Maio vuole assolutamente varare subito, ma la grande innovazione consisterebbe nell’accorpare alcune misure già esistenti (gli 80 euro di Renzi, il reddito di inclusione del PD), aggiungervi qualche soldino, chiamarlo reddito di cittadinanza e, oplà, il gioco è fatto.

Se il carattere di classe di questo governo è indubbio, quello che non si può sapere è quanto durerà. Infatti esso si basa su un vero e proprio matrimonio di interessi, tra forze unite solo dal desiderio di occupare il potere, mentre sono divise quasi su tutto quello che bisogna fare.

Se Salvini ha dovuto ingoiare il “Decreto Dignità” (poco gradito agli industriali), reclamando però la reintroduzione dei famigerati voucher, il M5S si è dovuto tenere la furia di Salvini contro i migranti (politica poco gradita a molti elettori grillini). Ora lo scontro si sposta sui contenuti della prossima legge di bilancio: dato che la coperta è corta, ognuno cerca di tirarla dalla propria parte: Salvini ritiene irrinunciabile la flat tax mentre per i 5S indispensabile è il reddito di cittadinanza. Altro punto di frizione è il contributo di solidarietà sulle pensioni “d’oro”: per i 5S deve essere definitivo e da applicare alle pensioni superiori ai 4000 euro, mentre la Lega ha dei dubbi e, soprattutto, la vorrebbe applicare alle pensioni superiori ai 5000 euro. I 5S vogliono una legge contro la corruzione (il disegno di legge “rivoluzionario” di Bonafede), che invece non piace alla Lega, che si propone di cambiarlo in parlamento. Le grandi opere: la Lega le considera indispensabili, il M5S aveva promesso in campagna elettorale di bloccarle tutte.

Si potrebbe continuare così a lungo perché i motivi di frizione sono ancora molti, ma la conclusione è che nessuno può dire quanto durerà questo governo, anzi, c’è chi pensa che Salvini, forte del grande aumento di consensi ottenuto con il suo attivismo di questi mesi, mollerà i 5S prima o dopo le prossime elezioni europee per andare a nuove elezioni politiche che spera di vincere con l’appoggio di Forza Italia e Fratelli d’Italia e diventare così lui il primo ministro, ruolo che già oggi usurpa di fatto a Conte. Questo gli consentirebbe di andare ancora più avanti nella sua politica xenofoba, anti-UE, a favore di professionisti e imprese.

Dovunque ci si volti c’è poco da scegliere: Renzi, Di Maio, Salvini e chiunque altro non possono che servire gli interessi del capitale, un sistema in decomposizione che può sopravvivere solo imponendo maggiore sfruttamento ai proletari, guerre dappertutto nel mondo, avvelenamento del pianeta.

No, non è seguendo le promesse dei Salvini e Di Maio di turno, né cambiando governo che i proletari potranno trovare la strada del proprio riscatto.

Helios, 20-09-2018

 

[1] Massimo Recalcati, psicanalista, su Repubblica del 5 settembre scorso.

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