Migranti e rifugiati: vittime del capitalismo (Parte IV)

Migranti e rifugiati: vittime del capitalismo

Col ritorno della crisi economica a metà degli anni 1970, le politiche immigratorie dovevano cambiare. Esse diventarono molto più restrittive sulle ammissioni alle frontiere. Il capitale continuava ancora ad assumere una mano d'opera immigrata a buon mercato, malgrado la disoccupazione fosse diventata massiccia, ma esso non poteva più assorbire tutta la massa degli stranieri diretti verso i grandi centri industriali.

Crisi, Stati “bunker” ed esplosione del numero dei migranti e profughi

Fin dalla fine degli anni 1980 ed all'inizio degli anni 1990, interi charter riconducevano gli immigrati verso il loro paese di origine. Ciò, mentre il contesto di esacerbazione dei conflitti e l'approfondimento della crisi economica moltiplicavano contemporaneamente il numero dei candidati alle migrazioni. Un nuovo fenomeno andava così ad esplodere ovunque nel mondo: quello dei "clandestini". Con la chiusura delle frontiere, l'immigrazione illegale, difficile da quantificare, aumentava in modo spettacolare. Tutta un'economia mafiosa, fatta di reti sovranazionali, ha potuto allora estendersi coperta da  ogni impunità, favorendo dei traghettatori senza scrupoli, permettendo di alimentare tutte le forme di schiavitù moderna, come la prostituzione ed il mercato del lavoro nero e sotto pagato, in particolare nell'edilizia e l'agricoltura. Gli stessi Stati Uniti approfitteranno di questa situazione per sfruttare all'eccesso il sudore dei migranti illegali giunti soprattutto dall'America latina. Così, per esempio, “il numero di Messicani registrati all'esterno dell'America latina (la maggior parte negli Stati Uniti) è triplicato tra il 1970 e 1980, raggiungendo più di due milioni. Se si considera l'enorme numero dei migranti clandestini, la cifra esatta è dunque molto più elevata: tra il 1965-1975, il numero di clandestini è oscillato intorno ai 400.000 ad anno, per raggiungere tra il 1975 e 1990 circa 900.000 migranti[1].

La caduta del muro di Berlino, la fine della guerra fredda e quella dei regimi stalinisti quasi autarchici hanno accelerato questo processo ed aperto una nuova spirale di guerre, di caos, di crisi e di sconvolgimenti inediti. Mentre dopo il 1945 gli spostamenti erano essenzialmente quelli delle vittime di guerra, principalmente dei tedeschi espulsi, poi delle persone che fuggivano dal regime della Repubblica democratica tedesca prima della costruzione del muro nel 1961, le migrazioni dopo il 1989 hanno costituito un nuovo flusso internazionale. Fino al 1989, i migranti dell'Europa dell'est erano stati bloccati dalla cortina di ferro. I flussi migratori si orientavano dunque piuttosto dal sud verso il nord, in particolare dall'Africa del nord e dai paesi del Mediterraneo verso i grandi centri urbani dei paesi europei. Dopo la caduta del muro di Berlino e con l'integrazione dei paesi dell’Europa centrale nell'unione europea (UE), una mano d'opera dei paesi dell'est è potuta orientarsi di nuovo verso i paesi dell'ovest. Allo stesso periodo, la crescita veloce e massiccia in Cina produceva l'inizio della più grande migrazione interna, attraendo verso le città centinaia di milioni di persone dalle campagne. A causa della crescita dell'economia cinese, queste masse potevano essere assorbite. Al contrario, con la crisi avanzata nei paesi dell’Europa e degli Stati Uniti, i flussi provenienti da altri paesi si restringevano a causa dei “respingimenti”.

Gli orrori generati dal militarismo

La dinamica del militarismo e del caos mondiale che hanno fatto seguito alla disgregazione del blocco dell'est ed alla disintegrazione delle alleanze intorno agli Stati Uniti andava ad aggravare il ciascuno per sé e le tensioni tra le differenti nazioni, spingendo le popolazioni a fuggire dai combattimenti e/o dalla miseria crescente. I fossati, che dividevano l'est e l’ovest, che avevano avuto per obiettivo non solo di segnare le frontiere sul piano imperialistico, ma anche di contenere i migranti, sparivano lasciando posto alle angosce dei governi europei dell'ovest di fronte alla presunta minaccia di una "immigrazione massiccia" dai paesi dell'est. Dopo il 1989, un fiume di migranti si diresse verso l'occidente, in particolare dalla Romania, dalla Polonia e dall'Europa centrale, alla ricerca di un lavoro, anche se pagato una miseria. Nonostante il tragico episodio della guerra dei Balcani tra il 1990 e 1993 e del recente conflitto in Ucraina, i flussi migratori in seno all’Europa “sono stati relativamente controllati”. Mentre la pressione migratoria alla periferia diventava sempre più forte sull'UE[2].

All'inizio degli anni 1990, le nuove guerre causate dal caos seminato in Medio Oriente, nei Balcani, nel Caucaso ed in Africa, hanno provocato pulizie etniche e pogrom di ogni tipo (Ruanda, Congo, Sudan, Costa d'Avorio, Nigeria, Somalia, Iraq, Siria, Myanmar, Tailandia, ecc.). Milioni di persone sono state costrette a cercare un rifugio, ma la maggior parte dei profughi rimaneva ancora nella loro regione. Solo un numero limitato di costoro si è diretto verso l'Europa occidentale. Durante la prima guerra del Golfo, la “coalizione” diretta dagli Stati Uniti strumentalizzò così sul posto le popolazioni curde e sciite per il suo intervento provocando almeno 500.000 morti e nuovi rifugiati [3]. L'alibi "umanitario" e/o "pacificatore" permise di coprire i peggiori soprusi  imperialisti in nome della "protezione dei profughi" e delle popolazioni, in particolare delle minoranze curde. La borghesia all’epoca promise un'era di “pace”, di “prosperità” ed il trionfo della democrazia. In realtà, come oggi possiamo vedere, le grandi potenze e tutti gli Stati stavano per essere trascinati nella logica del militarismo, quella di un sistema la cui spirale diventa sempre più omicida e distruttrice. Del resto, la guerra ritornò velocemente in Europa, nell'ex-Iugoslavia, facendo più di 200.000 morti. Nel 1990, 35.000 albanesi del Kosovo cominciavano a fuggire verso l'Europa occidentale. Un anno dopo, in seguito alla dichiarazione di indipendenza della Croazia, 200.000 persone lasciarono l’orrore del conflitto e altre 350.000 vennero dislocate all’interno del vecchio territorio spezzettato. Nel 1995, la guerra si estese in Bosnia e cacciò altre 700.000 persone, soprattutto in seguito ai bombardamenti quotidiani su Sarajevo [4]. Un anno prima, il genocidio del Ruanda, anche con la complicità dell'imperialismo francese, aveva provocato un milione di vittime (principalmente tra la popolazione di origine tutsi, ma anche degli Hutu), inducendo l'afflusso massiccio e tragico di profughi ruandesi scampati verso la provincia del Kivu in Congo (1,2 milioni di rifugiati e migliaia di morti a causa del colera, di regolamenti di conti, ecc.). Ed ogni volta, i profughi diventavano vittime ed ostaggi dei peggiori soprusi, considerati come "danni collaterali", semplici oggetti imbarazzanti agli occhi della logica militare.

Per molti ormai lo spettro della guerra si era allontanato, ma in realtà la logica del capitalismo, la spirale guerriera non potevano che proseguire la loro follia distruttrice. Intere zone del pianeta si ritrovarono razziate dai signori della guerra e dall'appetito delle grandi potenze. Perseguitando e terrorizzando le popolazioni queste erano obbligate a fuggire sempre più dalle zone di combattimento, dalla barbarie, e dalle atrocità delle gang e delle mafie. La stessa cosa capitava in America latina con i narcotrafficanti, o in quei resti lasciati da Stati in brandelli come in Iraq intorno alle nebulose Al-Qaïda, poi Daesh ed il suo "Stato islamico"; intanto in Africa, tensioni interetniche e bande armate di terroristi tagliagole moltiplicano gli attentati e seminano ovunque il caos. Gli interventi delle grandi potenze, in particolare degli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan, risvegliando le ambizioni delle potenze regionali, destabilizzeranno ulteriormente questi paesi già estremamente fragili. Così vennero devastate zone sempre più estese consegnandole alla guerra ed aggravando il fenomeno dei profughi, moltiplicando i campi e le tragedie. I profughi divennero preda delle mafie, subivano sevizie, furti, stupri; le donne erano spesso arruolate o immesse nelle reti della prostituzione[5].

Un po' ovunque sul globo, questi stessi fenomeni, fortemente alimentati dalla guerra nei punti più caldi, come in Medio Oriente, condanneranno intere famiglie ad errare nell'esilio o ad imputridire nei campi.

Per diverso tempo, la maggior parte delle vittime delle guerre rimaneva nella loro regione. Invece, da alcuni anni, a causa di zone di guerra sempre più estese, particolarmente in Medio Oriente ed in Africa, un numero più elevato di profughi si dirige verso l'Europa dell'ovest; aggiungendosi ai migranti "economici" dell'Europa dell'est, dei Balcani, dei paesi mediterranei o altri colpiti dalla crisi economica e dal caos. La stessa cosa succede sul continente americano: aumentano gli emigranti provenienti dal Messico, un numero crescente di profughi, in fuga dalla violenza in America centrale, cerca di raggiungere il Messico per passare negli Stati Uniti.

La guerra in Siria e l'afflusso massiccio dei profughi

L'Iraq, la Libia e la Siria sono oramai in preda ad un caos incontrollabile che spinge ancora più le popolazioni a fuggire in massa. Allo stesso tempo, migliaia di persone sono prese in ostaggio in loco da rivali imperialisti, come ad Aleppo per esempio, dove sono condannati a morire o sotto i massicci bombardamenti, o colpiti da proiettili o semplicemente a crepare di fame e di sete. Oggi sono circa 15 milioni di persone a doversi spostare in Medio Oriente. Nel 2015, più di un milione di persone sono esiliate, contando solo gli afflussi verso la Germania! Per la prima volta dal 1945, ondate di profughi vittime della guerra e dei bombardamenti si dirigono massicciamente verso una   Europa-fortezza percepita come un "eldorado", ma che li respinge brutalmente. In Ucraina è ricomparsa la guerra e migliaia di ucraini sono fuggiti dalle zone di  combattimento, chiedendo asilo nei paesi vicini, in  particolare la Polonia che mostra sempre più ostilità ai profughi.

Tra gli anni 2000 e 2014, 22.400 persone sono morte o scomparse nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere questa Unione europea idealizzata, malgrado i dispositivi polizieschi che rendono l'accesso alle frontiere molto difficili, cosa che facilita il lavoro di traghettatori mafiosi senza scrupoli, le cui organizzazioni prosperano oramai a scala industriale. Gli Stati più ricchi diventano perciò dei veri bunker che moltiplicano i muri, le recinzioni con i fili spinati, le pattuglie, e il numero di poliziotti, tutti ostacoli che per evitarli spesso si paga un caro prezzo: la morte. Ironia della sorte, gli Stati Uniti, campioni delle "libertà democratiche" che non avevano abbastanza parole dure per stigmatizzare il "muro della vergogna" a Berlino, ora anche loro hanno costruito un muro gigantesco alla frontiera sud per sbarrare la strada ai "chicanos!"[6].

In molti paesi, i profughi sono diventati non solo degli indesiderabili, ma anche additati come criminali o potenziali terroristi, giustificando una paranoia sulla sicurezza, sostenuta di proposito per dividere, controllare le popolazioni e preparare la repressione delle future grandi lotte sociali. Alla repressione poliziesca si aggiunge, oltre la fame ed il  freddo, l'assillo amministrativo e burocratico. Le grandi potenze hanno schierato così un arsenale giuridico destinato a filtrare i "buoni migranti" (quelli che possono essere utili per valorizzare il capitale, in particolare i cervelli, il "Brain Drain"), i "richiedenti asilo" ed i "cattivi migranti", per lo più poveracci, senza qualifica che devono... "crepare a casa loro". In ogni caso, altrove! Secondo i bisogni demografici ed economici, i differenti Stati e capitali nazionali "regolano" così il numero di profughi suscettibili di integrare il mercato del lavoro.

Un buon numero è respinto brutalmente. Uomini, donne e bambini, particolarmente nei campi in Turchia [7], sono vittime di poliziotti che, se le scariche elettriche e i colpi di bastone non bastano  non esitano a sparare loro a sangue freddo. L'UE, perfettamente informata di queste pratiche terribili e dei cadaveri che continuano ad arenarsi sulle spiagge del Mediterraneo, non solo lascia fare le cose freddamente, ma organizza tutto un apparato militare e di caccia all'uomo per respingere i profughi. Per lei, è questo, al di là della vigliaccheria e dell'ipocrisia, il semplice prezzo da pagare per dissuadere i candidati all'esilio!

Una posta immensa ed una battaglia morale per il proletariato

Con questo quadro generale della storia dei profughi e dei flussi migratori, abbiamo tentato di mostrare che il capitalismo ha sempre utilizzato la forza e la violenza in maniera diretta o indiretta per costringere i contadini ad abbandonare la loro terra e vendere la loro forza lavoro, là dove possono. Abbiamo visto che queste migrazioni, il loro numero, il loro statuto (clandestini o legali), il loro orientamento, dipendono dalle fluttuazioni del mercato mondiale e cambiano a seconda della situazione economica. La guerra che diventa sempre più intensa, frequente e diffusa durante il XXI secolo, fa sì che il numero di profughi e vittime di guerra sia in costante aumento. Con i recenti conflitti, questo flusso si dirige con nuove proporzioni verso l'Europa e gli altri grandi centri industriali.

A questo si aggiungono, da un certo tempo, sempre più profughi legati alle distruzioni dell'ambiente naturale. Oggi, i cambiamenti climatici e i disastri ecologici si aggiungono a tutti questi mali. Nel 2013, si contavano già 22 milioni di profughi climatici. Secondo certe fonti, sarebbero tre volte più numerosi dei profughi di guerra. Per il 2050, l'ONU prevede un afflusso di 250.000 profughi climatici, una cifra di fantasia e necessariamente sottovalutata dal momento che certe zone o città, come Pechino o Nuova Delhi, sono diventate già oggi irrespirabili. La convergenza di questi fattori combinati aumenta le tragedie. Un numero crescente di profughi che il capitale non può più integrare sufficientemente nella produzione a causa della sua crisi storica.

Così, la tragica sorte dei profughi pone oramai un vero problema morale per la classe operaia. Di fatti, il sistema capitalista pratica la caccia agli illegali, la repressione, la deportazione, l'imprigionamento nei campi, moltiplica le campagne xenofobe, sostiene alla fine ogni tipo di violenza contro qualsiasi migrante. In più, cercando di dividere i “veri richiedenti asilo”, diventati velocemente troppo numerosi, dai “profughi economici” indesiderabili, la borghesia accentua le divisioni. Di fronte alla realtà della crisi economica, l’Europa, sfruttando di nuovo le paure ed il terrorismo, suggerisce un po' ovunque la necessità di una "soluzione ragionevole", lasciando planare con sapiente dosaggio, la paura ed il soffio della xenofobia su una parte della popolazione. In tal modo può presentare lo Stato come il solo bastione che possa garantire la stabilità di fronte alle minacce “di invasioni” e che abbia la falsa pretesa di poter "lottare contro la xenofobia". La propaganda che accentua il timore della concorrenza per il lavoro, l'alloggio e la salute per i profughi, favorisce oggi una mentalità reazionaria e persecutoria sempre più presente. Tutto ciò costituisce il suolo fertile per la nascita del populismo[8].

La borghesia, come abbiamo visto, non smette mai di dividere gli operai e le popolazioni tra loro, di alimentare e sfruttare i sentimenti xenofobi che attecchiscono attraverso il populismo, particolarmente contro i migranti. Ed è questo che da alcuni anni ha confermato l’ascesa di partiti politici reazionari e conservatori contro gli immigrati in Europa e negli Stati Uniti, infestando particolarmente le parti del proletariato più emarginate nelle regioni anticamente industrializzate. Il risultato del referendum in Gran Bretagna, con la Brexit, come il fenomeno Trump in America, confermano ciò in modo evidente. Particolarmente con la questione spinosa dei migranti, la classe operaia deve assumere oramai delle responsabilità crescenti, le occorrerà bandire necessariamente i discorsi astiosi sul "tener fuori gli immigranti" e quelli che, nel loro slancio patriottico e democratico, pensano che non "si può accogliere tutta la miseria del mondo". Bisogna disinnescare le trappole della propaganda ufficiale, le costrizioni che ostacolano l'affermazione della necessaria solidarietà come espressione cosciente di questo combattimento morale. Se la cifra dei migranti esplode, apportando sempre più sofferenze, tuttavia essa non rappresenta che il 3% della popolazione mondiale. La borghesia che teme di perdere il controllo di una situazione sempre più caotica, sostiene dunque volontariamente le paure, esercita un clima di terrore che spinge gli individui isolati a rimettersi sotto la "protezione dello Stato". Contro i discorsi ufficiali ansiogeni e sulle misure di sicurezza degli apparati statali, i proletari devono agire assolutamente in modo cosciente e devono rigettare i riflessi di paura condizionata dai media, prendere coscienza che i profughi sono innanzitutto vittime del capitalismo e delle barbare politiche di questi stessi Stati. È questo che ha tentato di mostrare la nostra serie di articoli. La classe operaia dovrà, infine, essere capace di percepire che dietro la questione dei migranti si pone l'unità internazionale del combattimento rivoluzionario contro il sistema capitalista.

Se la nostra classe riesce a ritrovare la sua identità di classe, la solidarietà può essere un importante mezzo unificatore nella sua lotta. Se invece non vede nei profughi che concorrenti e minacce, se non riesce a formulare un’alternativa alla miseria capitalista, permettendo ad ogni individuo di non essere più costretto a fuggire sotto la minaccia della guerra o della fame, allora saremmo sotto la minaccia di un'estensione massiccia della mentalità pogromista dalla quale il cuore del proletariato non riuscirebbe ad essere risparmiato”.[9]

WH, novembre 2016

 


[1] Véronique Petit, Les migrations internationales, pubblicato in: CHARBIT Yves dir., La population des pays en développement. Paris, La Documentation Française, 2000. Chapitre 5, pp.99-128. www.ladocumentationfrançaise.fr.

[2] Per questa ragione, l'UE creò uno spazio unico, lo spazio Schengen, per avere un controllo drastico e poliziesco più stretto alle frontiere, pur permettendo la “libera circolazione” della forza lavoro all’interno di questo spazio.

[3] Vedere il nostro opuscolo: La Guerre du Golfe (in francese).

[4] All’epoca dell’offensiva serba nell'enclave di Srebrenica, i militari francesi del FORPRONU, con l'ordine del loro Stato Maggiore, mantennero la loro "neutralità", permettendo il massacro di oltre 8.000 bosniaci...

[5] Il fenomeno della prostituzione, che coinvolge anche minorenni, è in piena espansione nel mondo. Si contano circa 40 milioni di prostitute che provengono dal mondo intero, spesso spostate con la forza.

[6] Vedere gli articoli sul nostro sito in francese: Migrants et réfugiés: la cruauté et l'hypocrisie de la classe dominante e Prolifération des murs anti-migrants: le capitalisme, c’est la guerre et les barbelés.

[7] La Turchia e il Messico occupano un posto cruciale per Europa e Stati Uniti per il loro ruolo strategico nel trattenere un gran numero di rifugiati/migranti.

[8] Vedi gli articoli: Degli scivoloni per la borghesia che non presagiscono niente di buono per il proletariato, e Sul problema del populismo.

[9] Vedi l’articolo sul nostro sito: La politica tedesca e il problema dei rifugiati: un pericoloso gioco col fuoco.