Italia: il Populismo non è una risposta ai problemi dei lavoratori

Rivoluzione Internazionale n°181

Nonostante l’apparente temporaneo arresto dell’onda dilagante del populismo, si può dire che da qualche tempo lo scenario politico mondiale è profondamente cambiato. Saltati in larga misura i riferimenti di destra e sinistra - ridicolizzati dalle frequenti coalizioni tra ali opposte del parlamento, come nel caso della Germania e della stessa Italia - è cosa passata anche la fedeltà dell’elettorato ad una certa idea politica e dunque ad un certo partito. Per decenni, infatti, la politica dei paesi avanzati si era retta sull’esistenza di partiti storici che traevano la loro forza dal saldo controllo di determinate sezioni di popolazione, e in base a questo controllo la borghesia poteva assegnare loro il potere di governare questo o quel paese, ricorrendo alle opportune coalizioni. Le caratteristiche principali del voto popolare odierno è invece l’instabilità e l’astensione e, per conseguenza, l’imprevedibilità del suo esito. Non esistendo più una fede politica e dunque un partito di riferimento, gli elettori si orientano di volta in volta seguendo i pifferai magici che riescono meglio ad attrarli dietro il loro cammino. Possiamo giusto ricordare le manifestazioni più recenti ed eclatanti del fenomeno. Gli USA, che hanno sempre vantato la loro alternanza tra democratici e repubblicani, hanno oggi un presidente che nessuno voleva e che bisogna seguire passo passo per evitare che faccia spropositi più grandi e non più recuperabili. In Gran Bretagna, dopo decenni di alternanza sinistra/destra basata sui due partiti cardine dei laburisti e dei conservatori, la Brexit ha completamente cambiato lo scenario, ma senza che questo costituisse un inizio di crescita per un partito populista. Infatti l’UKIP, che sembrava essere l’artefice di questa “vittoria” del giugno 2016, è passato dal 12.6% delle politiche del 2015 all’inconsistente 1,8 % del 2017. D’altronde la stessa Theresa May, che aveva promosso queste ultime elezioni per consolidare e rafforzare la leadership propria e del partito conservatore, è ora alle prese con un improbabile governo con i nord-irlandesi del DUP con una risicata maggioranza, tanto che all’interno dello stesso partito conservatore è stata additata come la “morta che cammina”. La Francia, che ancora qualche mese avanti sembrava dover passare nelle mani del Front Nationale di Marine Le Pen, con le ultime elezioni ha visto quasi scomparire tutti i vecchi partiti storici per dare, con il voto di poco più di 4 elettori su 10, una maggioranza assoluta ad un partito, quello di Macron, che si era formato solo qualche mese prima.

Ma come è stato possibile un tale sconvolgimento? Come abbiamo già scritto in altri testi[1], questa situazione non è un trucco operato dalla borghesia, una manovra orchestrata da qualche grande vecchio, ma il semplice risultato di una serie di eventi usuranti che hanno agito sulla popolazione e sugli stessi settori della classe operaia, spingendo questi a non avere più fiducia in questo o quel partito e a cercare freneticamente in qualcun altro la soluzione dei propri problemi.

Ad esempio “la crisi del 2007/08 è cominciata come una crisi finanziaria dalle proporzioni enormi. Il risultato per milioni di operai, uno dei peggiori effetti, non è stato la diminuzione dei salari, l’aumento di tasse, né dei licenziamenti massicci imposti dai datori di lavoro o dallo Stato, ma la perdita delle loro case, dei loro risparmi, delle loro assicurazioni, ecc. Queste perdite, a livello finanziario, appaiono come quelle di cittadini della società borghese, non sono specifiche della classe operaia. Le loro cause restano poco chiare, favorendo la personalizzazione e la teoria del complotto. (…) Diversamente dalle manifestazioni di crisi più centrate sul settore di produzione, come licenziamenti e riduzioni di salario, gli effetti negativi sulla popolazione delle crisi finanziarie e monetarie sono molto più astratti e oscuri. (…) Senza l’aiuto del marxismo non è facile afferrare i legami reali tra, per esempio, un crac finanziario a Manhattan e il deficit di pagamento che ne risulta di una compagnia di assicurazioni o anche di uno Stato in un altro continente. Tali spettacolari sistemi d’interdipendenza, creati ciecamente tra paesi, popolazioni, classi sociali, che funzionano alle spalle dei protagonisti, conducono facilmente alla personalizzazione e alla paranoia sociale. Il fatto che l’accentuazione recente della crisi del capitalismo sia stata anche una crisi finanziaria e delle banche, legata alle bolle speculative e alla loro esplosione, non è soltanto propaganda borghese. Il fatto che una falsa manovra speculativa a Tokio o a New York possa scatenare il fallimento di una banca in Islanda, o scuotere il mercato immobiliare in Irlanda, non è una finzione ma una realtà. Solo il capitalismo crea una tale interdipendenza di vita e di morte tra persone che sono completamente estranee le une alle altre, tra protagonisti che non sono nemmeno coscienti della loro reciproca esistenza. È veramente difficile per gli esseri umani far fronte a tali livelli di astrazione, siano essi intellettuali o emotivi. Questa incapacità a capire il reale meccanismo del capitalismo porta dunque alla personalizzazione, che attribuisce tutta la colpa alle forze del male che pianificano deliberatamente come nuocerci. È tanto più importante comprendere oggi questa distinzione tra i diversi tipi di attacchi, in quanto non è più principalmente la piccola borghesia o le cosiddette classi medie a perdere i loro risparmi, come avvenne nel 1923, ma milioni di lavoratori che possiedono o tentano di possedere un proprio alloggio, dei risparmi, un’assicurazione, ecc.” [2]

Dinamiche di questo tipo sono presenti anche in Italia e un episodio significativo ci sembra essere quello del referendum costituzionale del dicembre 2016, indetto per confermare una legge che non aveva ricevuto la maggioranza dei 2/3 del Parlamento. Contrariamente ad altri casi, questa consultazione non richiedeva che fosse raggiunto il quorum del 50%+1 degli iscritti alle liste elettorali, ma solo la maggioranza relativa dei votanti.

La legge oggetto di consultazione referendaria era quella che prevedeva la cosiddetta abolizione del Senato, di fatto una sua profonda trasformazione e ridimensionamento, per permettere di velocizzare il funzionamento del parlamento, ma senza intaccare granché i cittadini. Si prevedeva in questo caso, come in altri referendum precedenti, che non ci sarebbe stata una grande affluenza alle urne. Ma in questo caso il governo Renzi ha commesso un grave errore. La proposta di riforma è stata accompagnata dalla dichiarazione secondo la quale il capo del governo si sarebbe dimesso e avrebbe addirittura abbandonato definitivamente la politica se la riforma non fosse stata approvata. Il risultato è stato quello di attirare una percentuale incredibilmente elevata per un referendum, il 68,5% della popolazione, che ha sancito la bocciatura del governo con il 59% di no contro il 41% di si.

La scelta di Renzi di promettere le proprie dimissioni in caso d’insuccesso del referendum si è rivelato nel tempo un errore fatale. Essa ha infatti incoraggiato tutti quelli che, esasperati da decenni di difficoltà economiche e di continui peggioramenti del proprio tenore di vita, hanno ritenuto, contrariamente ad altri referendum, di avere nelle loro mani lo strumento per mandare a casa il governo del paese, e l’hanno fatto.

L’Italia, infatti, con la Spagna, la Grecia, il Portogallo e l’Irlanda, è uno dei paesi a maggiore rischio economico e la mancanza di competitività della sua economia, legata a un invecchiamento della sua struttura produttiva e alla mancanza d’investimenti, si traduce nella stentata crescita del PIL. Le condizioni economiche della popolazione lavorativa sono peggiorate, mentre tutta la nuova generazione, dai 18 anni fino ad oltre 30 anni, resta completamente abbandonata a sé stessa[3]. In una società in cui le possibilità di impiego sono ridotte e dove il posto fisso è diventato un concetto astratto, senza alcun legame con la realtà, un numero rilevante di giovani fanno la scelta di emigrare in paesi ritenuti non essere in crisi, con delle maggiori possibilità di impiego. Infatti, mentre negli anni ’60, ’70, etc., il tempo necessario per inserirsi nel mondo del lavoro era ridotto a qualche mese, massimo qualche anno, oggi assistiamo al fatto che molti giovani che hanno superato i 30 anni, con una serie incredibile di titoli di studio, vivono ancora presso i loro genitori alla ricerca di un lavoro per poter vivere. La sola solidarietà per questi giovani viene dalle loro famiglie nella misura in cui riescono ancora a sostenerli. Ma se per i giovani il problema maggiore è la mancanza assoluta di prospettive, la vecchia generazione soffre per la mancanza di stabilità, per l’incertezza della loro situazione. Per esempio l’incertezza di conservare il posto di lavoro, l’incertezza di poter arrivare alla pensione o ad una pensione decente, o ancora di poter ricevere una buonuscita per aiutare i propri figli e garantirsi una vecchiaia serena. Alcuni, come gli esodati, per una maldestra legge dello Stato, si sono visti improvvisamente privati di qualunque possibilità di mantenersi.

Oggi abbiamo, dunque, che la nostra classe, il proletariato, pur vivendo delle sofferenze enormi, non riesce a trovare una via per esprimersi in prima persona, sul proprio terreno di classe. La confusione e il disorientamento nei suoi ranghi esprimono la pesante impasse di questa fase. Ma occorre pure capire che non significa nulla cercare una soluzione in un’opposizione cieca e sul piano elettorale, che è comunque un piano di azione dei padroni. Il populismo, qualunque sia la sua espressione, non potrà mai essere la voce della classe operaia ma solo una mistificazione per toglierle a questa l’iniziativa e il coraggio di intraprendere la sua azione.

Ezechiele, 1 luglio 2017

 


[1] Vedi in particolare “Sul problema del populismo”.

[2] idem

[3] La disoccupazione giovanile, che l’ISTAT calcola sulla popolazione giovanile dai 15 ai 24 anni, è raddoppiata dal 2007 al dicembre 2016, superando in questa seconda data il 40% (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-01-31/istat-disoccupazione-giovani-risale-401percento-100915.shtml?uuid=AEVOdGL).