Degli scivoloni per la borghesia che non presagiscono niente di buono per il proletariato

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Più di trent'anni fa, nelle "Tesi sulla decomposizione" (Tesi: la decomposizione, fase ultima della decadenza capitalista)[1], dicevamo che la borghesia avrebbe avuto sempre più difficoltà a controllare le tendenze centrifughe del suo apparato politico. Il referendum sulla "Brexit" in Gran Bretagna e la candidatura di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ne costituiscono una prova. In entrambi i casi degli avventurieri politici senza scrupoli della classe dominante si sono serviti della "rivolta" populista di coloro che più hanno sofferto degli sconvolgimenti economici di questi ultimi trent’anni, per auto-celebrarsi.

La CCI ha preso in conto tardivamente dell’ascesa del populismo e delle sue conseguenze. Ed è per tale motivo che abbiamo pubblicato un testo generale sul populismo[2], attualmente ancora in corso di discussione in seno all'organizzazione. L'articolo che segue cerca di applicare le principali idee di questo testo di discussione alle situazioni specifiche della Gran Bretagna e degli Stati Uniti. In una situazione mondiale in piena evoluzione, esso non ha nessuna pretesa di essere esaustivo, ma speriamo che porti materia di riflessione ed ulteriore discussione.

Il referendum che diventa incontrollabile

La perdita di controllo da parte della classe dominante non è stata mai finora così evidente come nello spettacolare disordine caotico offertoci dal referendum sull'Unione europea in Gran Bretagna e sulle sue conseguenze. Mai prima d’ora, la classe capitalista britannica aveva perso il controllo del processo democratico fino a tal punto, i suoi interessi vitali non sono mai stati, prima d’ora, così tanto alla mercé di avventurieri come Boris Johnson[3] o Nigel Farage[4].

La generale mancanza di preparazione sulle conseguenze di una eventuale Brexit è un indice significativo della confusione in seno alla classe dominante britannica. Dopo solo alcune ore dall'annuncio del risultato, i principali portavoce del Leave (Uscita) hanno dovuto spiegare ai loro supporter che i 350 milioni di sterline promessi al NHS[5], se avesse vinto la Brexit - una cifra affissa su tutti gli autobus dalla loro campagna -, erano in effetti solo un "errore di battitura". Alcuni giorni più tardi, Farage si è licenziato dal suo posto di dirigente UKIP, lasciando tutto il pasticcio della Brexit tra le mani di altri Leavers ("Uscenti"); Guto Harri, vecchio capo della comunicazione di Boris Johnson, dichiarava che in effetti "( Johnson) non ci ha messo il cuore" nella campagna per la Brexit, e c'è un forte sospetto che il sostegno di Johnson alla Brexit fosse solo una manovra opportunista ed interessata allo scopo di favorire il suo tentativo di impossessarsi della direzione del Partito conservatore contro Davide Cameron; Michael Gove[6], che ha gestito la campagna di Johnson durante il referendum e che avrebbe dovuto poi gestire la sua campagna per il posto di Primo Ministro, e che peraltro aveva parecchie volte manifestato la sua mancanza di interesse per questo lavoro, solo due ore prima della scadenza della deposizione delle candidature ha pugnalato Johnson alla schiena candidando sé stesso con il pretesto che il suo amico di sempre, Johnson, non aveva le capacità per compiere tale funzione; Andrea Leadsom[7], che si è lanciato nella corsa alla direzione del Partito conservatore come convinto Leaver (Uscente),  solo tre anni prima dichiarava che un'uscita dalla UE sarebbe stato "un disastro" per la Gran Bretagna. Sicuramente, la menzogna, l'ipocrisia, il raggiro, tutto ciò non è niente di nuovo nell'apparato politico della classe dominante. Ma ciò che colpisce della più esperta classe dominante del mondo è la perdita di ogni senso dello Stato, dell'interesse nazionale storico che primeggia sull'ambizione personale o sulle piccole rivalità di cricche. Per trovare un episodio simile, nella vita delle classi dominanti inglesi, dovremmo risalire alla Guerra delle Due-Rose[8] (come Shakespeare l'ha descritta nella sua vita di Enrico VI), l'ultimo soffio di un ordine feudale decadente.

La mancanza di preparazione da parte del padronato finanziario ed industriale sulle conseguenze di una vittoria del Leave (Uscita) è ancora più incredibile, soprattutto se si considerano il numero di indicazioni secondo cui il risultato sarebbe stata "la cosa più incerta che si sarebbe mai vista della sua vita", se possiamo permetterci di citare il Duca di Wellington dopo la battaglia di Waterloo[9]. Il crollo del 20%, poi del 30%, della sterlina rispetto al dollaro mostra che il risultato "Brexit" non era previsto - e non aveva per niente compromesso il corso della sterlina prima del referendum. Ci hanno servito lo spettacolo poco edificante di una corsa di banche e di imprese che cercano di installarsi, o di traslocare, a Dublino o Parigi. La pronta decisione di George Osborne[10] di ridurre la tassa sulle imprese al 15% è chiaramente una misura di emergenza per trattenere le imprese in Gran Bretagna la cui economia è una delle più dipendenti del mondo dagli investimenti stranieri.

L'impero contrattacca

Nonostante ciò, la classe dominante britannica non è KO. La sostituzione immediata di Cameron come Primo Ministro, cosa che prima di settembre non era prevista, con Theresa May - una politica solida e competente che aveva fatto propaganda discreta per il Remain ("Rimanere") - e la demolizione attraverso la stampa ed attraverso i deputati conservatori dei suoi rivali, Gove e Leadsom, dimostra una capacità vera di pronta reazione e coerenza da parte di frazioni statali dominanti della borghesia.

Fondamentalmente, questa situazione è determinata dall'evoluzione del capitalismo mondiale e dal rapporto di forze tra le classi. È il prodotto di una dinamica più generale verso la destabilizzazione delle coerenti politiche borghesi nella fase attuale del capitalismo decadente. Le forze motrici dietro questa tendenza al populismo non sono argomento di questo articolo: sono analizzate nel "Contributo sul populismo" menzionato sopra. Ma questi fenomeni generali prendono una forma concreta sotto l'influenza di una storia e di caratteristiche nazionali specifiche. Di fatto, il Partito conservatore ha sempre avuto un’ala "euroscettica" che non ha mai accettato veramente l’appartenenza della Gran Bretagna all'UE e le cui origini possono definirsi come segue:

1. La posizione geografica della Gran Bretagna, e prima ancora dell'Inghilterra, a largo delle coste europee ha sempre permesso alla Gran Bretagna di tenersi a distanza dalle rivalità europee, cosa che non era possibile agli Stati continentali; la sua estensione territoriale relativamente piccola, la sua inesistenza in quanto potenza militare terrestre, non l’hanno mai fatta sperare di dominare l'Europa, come è avvenuto per la Francia fino al XIX secolo o la Germania dal 1870. Pertanto essa poteva difendere i suoi interessi vitali solo manovrando per mettere le principali potenze le une contro le altre ed evitando ogni contrasto con alcune di esse.

2. La situazione geografica dell'isola ed il suo statuto di prima nazione industriale del mondo hanno determinato l’ascesa della Gran Bretagna come imperialismo mondiale marittimo. Dal XVII secolo almeno, le classi dominanti britanniche hanno sviluppato una visione mondiale che, ancora una volta, ha permesso loro di conservare una certa distanza rispetto alla politica specificamente europea.

Questa situazione è cambiata radicalmente in seguito alla Seconda Guerra mondiale, innanzitutto perché la Gran Bretagna non poteva più mantenere il suo statuto di potenza mondiale dominante, poi perché la tecnologia militare (forze aeree, missili a lunga gittata, armi nucleari) non consentiva più il mantenimento di un isolamento nei confronti della politica europea. Uno dei primi a riconoscere questo cambiamento di situazione fu Winston Churchill che, nel 1946, chiamò alla formazione degli "Stati Uniti d'Europa", ma la sua posizione non è stata mai accettata realmente in seno al Partito conservatore. L'opposizione all'appartenenza alla UE[11] è andata crescendo man mano che la Germania si è rafforzata, soprattutto da quando il crollo dell'URSS e la riunificazione tedesca nel 1990 hanno aumentato in modo considerevole il peso della Germania in Europa. Durante la campagna del referendum, Boris Johnson ha fatto scandalo nel paragonare il dominio tedesco al progetto hitleriano, ma ciò non aveva niente di originale. Gli stessi sentimenti, praticamente con le stesse parole, furono espressi nel 1990 da Nicholas Ridley, allora ministro del governo Thatcher. Qui abbiamo un segno della perdita di autorità e di disciplina nell'apparato politico del dopoguerra: mentre Ridley fu costretto a lasciare immediatamente il governo, Johnson invece è diventato membro del nuovo gabinetto.

3. Il vecchio statuto di prima potenza mondiale della Gran Bretagna - e la sua perdita - ha un impatto psicologico e culturale profondamente ancorato nella popolazione britannica, ivi compreso nella classe operaia. L'ossessione nazionale di fronte alla Seconda Guerra mondiale - l'ultima volta che la Gran Bretagna ha potuto dare l'impressione di agire come potenza mondiale indipendente – lo illustra alla perfezione. Una parte della borghesia britannica e, più ancora, della piccola borghesia, non ha ancora compreso che oggi il paese è solo una potenza di secondo, addirittura di terzo ordine. Molti di quelli che hanno fatto propaganda per il Leave hanno dato l’impressione di credere che, se la Gran Bretagna si fosse liberata delle "catene" dell'UE, il mondo intero sarebbe accorso ad acquistare merci e servizi britannici - una fantasia che rischia di costare molto all'economia del paese.

Questo risentimento e questa collera contro il mondo esterno a causa della perdita di questo statuto di potenza imperiale sono comparabili al sentimento di una parte della popolazione americana di fronte a quello che si percepisce come perdita di statuto anche degli Stati Uniti (un tema costante degli appelli di Donald Trump è "fare in modo che l'America sia di nuovo grande") e la loro incapacità ad imporre il loro dominio come è stato fatto durante la Guerra fredda.

Il referendum: una concessione al populismo

Le buffonate populiste di Boris Johnson sono state le più spettacolari, e le più diffuse dai media, rispetto a quelle del personaggio Davide Cameron, "vecchia scuola", generato dall'alta società e "responsabile". Ma, in realtà, Cameron ci dà una indicazione più forte del grado di disgregazione che sta colpendo la classe dominante. Sicuramente Johnson sarà stato l’attore principale, ma è stato Cameron ad inscenare la promessa di un referendum a profitto del suo partito, per vincere le ultime elezioni parlamentari del 2015. Per sua natura, un referendum è più difficile da controllare rispetto ad un'elezione parlamentare: perciò esso costituisce sempre una scommessa[12]. Come un giocatore patologico di casinò, Cameron si è mostrato scommettitore recidivo, innanzitutto con il referendum sull'indipendenza scozzese, che ha vinto per un pelo, nel 2014, poi con quello sulla Brexit. Il suo partito, il Partito conservatore, che si sempre è presentato come il migliore difensore dell'economia, dell'unione[13] e della difesa nazionale, è arrivato a mettere questi tre elementi in pericolo. Considerando la difficoltà a manipolare i risultati, il plebiscito su delle domande che riguardano importanti interessi nazionali rappresentano in genere un rischio inaccettabile per la classe dominante. Secondo la concezione e l’ideologia classica della democrazia parlamentare, anche sotto la sua forma decadente di falsa apparenza, tali decisioni devono essere prese dai "rappresentanti eletti", consigliati, e messi sotto pressione, dagli esperti e da gruppi di interessi - e non dalla popolazione nel suo insieme. Dal punto di vista della borghesia, è una pura aberrazione chiedere a milioni di persone di decidere su domande così complesse, come il Trattato costituzionale dell'UE del 2004, visto che, la massa degli elettori non voleva, addirittura non poteva, leggere e comprendere il testo del trattato. Quindi non c’è da sorprendersi se la classe dominante ha ottenuto spesso un "brutto" risultato nei referendum a proposito di tali trattati (come in Francia e nei Paesi Bassi nel 2005, in Irlanda al primo referendum sul Trattato di Lisbona nel 2008)[14].

All’interno della borghesia britannica, ci sono quelli che sperano che il governo May metterà a segno lo stesso colpo di quello dei governi francese ed irlandese dopo il loro fallito referendum sui trattati costituzionali, e che potrà ignorare o semplicemente aggirare il risultato del referendum. Ciò ci sembra improbabile, almeno a breve termine, non perché la borghesia britannica sia più ardentemente "democratica" delle sue sorelle minori ma proprio perché ha compreso che ignorare l'espressione "democratica" della "volontà del popolo" non farebbe che dar credito alle tesi populiste rendendole più pericolose.

La strategia di Theresa May fin qui è stata dunque di fare buon viso a cattiva sorte, imboccando la strada della Brexit ed attribuendo a tre dei Leavers (Uscenti) più noti la responsabilità di ministeri incaricati del complesso compito del disimpegno della Gran Bretagna dalla UE. Anche la nomina del clown Johnson come Ministro degli Affari esteri - accolta all'estero con una mescolanza di orrore, di ilarità e di incredulità - fa probabilmente parte di questa più vasta strategia. Mettendo Johnson sul banco dei negoziati per lasciare l'UE, May si assicura che la "grande bocca" dei Leavers sia screditata dalle probabili condizioni sfavorevoli, e che non possa giocare da franco tiratore alle sue spalle.

La percezione, in particolare da parte di quelli che votano per i movimenti populisti in Europa o negli Stati Uniti, secondo cui tutto il processo democratico è una "truffa", perché la “casta” non tiene conto dei risultati inopportuni, costituisce una vera minaccia per l'efficacia della stessa democrazia come sistema di dominio di classe. Nella concezione populista della politica, "la presa di decisione da parte del popolo stesso" è considerata come un mezzo per evitare la corruzione dei rappresentanti eletti dalle élite politiche preesistenti. È per tale motivo che in Germania referendum del genere sono stati esclusi dalla costituzione del dopoguerra, proprio in seguito all'esperienza negativa della Repubblica di Weimar e dalla loro utilizzazione nella Germania nazista[15].

L'elezione esce di pista

Se la Brexit è stata un referendum fuori controllo, la selezione di Trump come candidato alle presidenziali americane del 2016 è un'elezione "uscita di pista". All’inizio, nessuno aveva preso sul serio la sua candidatura: il favorito era Jeb Bush, membro della dinastia Bush, scelta preferita dei notabili repubblicani e, in quanto tale, capace di attirare sostegni finanziari importanti (cosa che è sempre una considerazione cruciale nelle elezioni americane). Ma, nonostante le aspettative, Trump ha trionfato nelle prime primarie e ha guadagnato Stato dopo Stato. Bush si è spento come un petardo bagnato, gli altri candidati non sono stati che degli outsider ed i capi del Partito repubblicano sono stati costretti a confrontarsi con una sgradevole realtà secondo cui il solo candidato che potesse avere una possibilità di battere Trump era Ted Cruz, un uomo considerato dai suoi colleghi al Senato per niente degno di fiducia, solo un poco meno egoista ed interessato dello stesso Trump.

La possibilità che Trump batta Clinton è in sé un segno di quanto la situazione politica sia diventata assurda. Già la sua candidatura ha provocato uno shock che ha attraversato  tutto il sistema delle alleanze imperialistiche. Da 70 anni, gli Stati Uniti sono stati i garanti dell'alleanza della NATO la cui efficacia dipende dall'inviolabilità del principio di difesa reciproca: un attacco contro uno è un attacco contro tutti. Quando un possibile presidente americano mette in discussione l'alleanza nord-atlantica o la volontà degli Stati Uniti di onorare i suoi obblighi di alleato - come ha fatto Trump dichiarando che una risposta americana ad un attacco russo contro gli Stati baltici dipenderebbe, a suo avviso, dal fatto che questi ultimi debbano "pagare il loro biglietto di entrata" – la cosa produce un brivido alla schiena di tutte le borghesie europee dell’est direttamente confrontate allo Stato mafioso di Putin, per non parlare dei paesi asiatici, il Giappone, la Corea del Sud, il Vietnam, le Filippine che confidano negli Stati Uniti per una loro difesa contro il drago cinese. Allo stesso modo risulta fortemente allarmante la possibilità che Trump non sappia affatto ciò che accade, come abbiamo potuto capire dalla sua affermazione secondo la quale non ci sarebbero truppe russe in Ucraina (sembrerebbe che non sa che la Crimea è ancora ufficialmente considerata da tutti, tranne che dai Russi, come parte dell'Ucraina).

Peggio ancora, Trump ha apprezzato l’attacco informatico da parte dei servizi russi ai sistemi informatici del Partito democratico e ha invitato Putin a fare di meglio. È difficile dire se ciò nuocerà a Trump, ma vale la pena ricordare che, dal 1945, il Partito repubblicano, accanitamente, ferocemente anti-russo, è favorevole a dotarsi di potenti forze armate e di una presenza militare massiccia in tutto il pianeta, poco importa il costo (infatti, fu l'aumento colossale delle spese militari sotto Reagan a fare esplodere il deficit di bilancio).

Non è la prima volta che il Partito repubblicano presenta un candidato che la sua direzione considera come pericolosamente estremista. Nel 1964, Barry Goldwater vinse le primarie grazie al sostegno della destra religiosa e della "coalizione conservatrice" – antesignana dell’attuale Tea Party. Almeno il suo programma era coerente: riduzione drastica del campo d’azione del governo federale, in particolare nella sicurezza sociale, potenza militare e preparazione se necessaria all'uso di armi nucleari contro l'URSS. Questo era un programma classico molto di destra ma che non corrispondeva affatto ai bisogni del capitalismo di Stato americano, e Goldwater finì per subire una cocente sconfitta alle elezioni, in parte per il fatto che la gerarchia del Partito repubblicano non l'aveva sostenuto. Trump è un Goldwater bis? Non del tutto, e le differenze sono interessanti. La candidatura di Goldwater rappresentò una presa in mano del Partito repubblicano da parte del "Tea Party" dell'epoca; e questo fu emarginato per anni in seguito alla schiacciante sconfitta elettorale di Goldwater. Non è un segreto per nessuno che durante gli ultimi due decenni, questa tendenza è ritornata e ha fatto un tentativo più o meno riuscito di prendere il controllo del GOP[16]. Tuttavia, quelli che sostenevano Goldwater erano, nel senso più vero del termine, "una coalizione conservatrice"; rappresentavano una vera tendenza conservatrice negli Stati Uniti, in un’America che stava per conoscere profondi cambiamenti sociali (il femminismo, il Movimento per i Diritti civili, l'inizio di un'opposizione alla guerra in Vietnam ed il crollo dei valori tradizionali). Benché molte "cause" del Tea Party siano le stesse di quelle di Goldwater, il contesto non è lo stesso: i cambiamenti sociali ai quali Goldwater si opponeva hanno avuto luogo, ed il Tea Party non è tanto una coalizione di conservatori ma un'alleanza reazionaria isterica.

Ciò crea crescenti difficoltà per la grande borghesia che non si cura di queste questioni sociali e "culturali" e, fondamentalmente, ha degli interessi nella forza militare americana e nel libero commercio da cui trae i suoi profitti. È diventato un’ovvietà dire che chiunque si presenti alle primarie repubblicane deve rivelarsi "ineccepibile" su tutta una serie di questioni: l'aborto (bisogna essere "per la vita"), il controllo delle armi (bisogna essere contro), il conservatorismo fiscale e tasse più basse, contro l'Obamacare - riforma sanitaria di Obama - (è socialismo, deve essere abolita: infatti, Ted  Cruz aveva giustificato in parte la sua candidatura facendosi pubblicità attraverso la sua ostruzione all'Obamacare al Senato), il matrimonio (un'istituzione sacra), contro il Partito democratico (se Satana avesse un partito, sarebbe questo). Oggi, nello spazio di alcuni mesi, Trump ha eviscerato il Partito repubblicano. È un candidato su cui non "si può contare" per quanto riguarda l'aborto, il controllo delle armi, il matrimonio, lui stesso sposato tre volte, e che, nel passato, ha dato lui stesso del denaro al diavolo Hillary Clinton. Inoltre, propone di aumentare il salario minimo, vuole mantenere almeno in parte l'Obamacare, vuole ritornare ad una politica estera isolazionista, lasciare volare via il deficit di bilancio ed espellere 11 milioni di immigrati illegali il cui lavoro a buon mercato è vitale per gli affari.

Come i conservatori in Gran Bretagna con la Brexit, il Partito repubblicano - e potenzialmente tutta la classe dominante americana - si sono ritrovati con un programma completamente irrazionale dal punto di vista degli interessi di classe imperialisti ed economici.

Le implicazioni

La sola cosa che possiamo affermare con certezza, è che la Brexit e la candidatura di Trump aprono un periodo di instabilità crescente a tutti i livelli: economico, politico ed imperialistico. Sul piano economico, i paesi europei - che rappresentano, non dimentichiamolo, una parte importante dell'economia mondiale ed il più grande mercato unico - conoscono già una fragilità: hanno resistito alla crisi finanziaria del 2007-08 ed alla minaccia di un'uscita della Grecia dalla zona Euro, ma non hanno superato queste situazioni. La Gran Bretagna resta una delle principali economie europee ed il lungo processo per disfarsi dei suoi legami con l'Unione europea conterrà molti imprevisti, come sicuramente accadrà a livello finanziario: nessuno sa, per esempio, quale effetto avrà la Brexit sulla City di Londra, maggiore centro europeo per le banche, le assicurazioni e la Borsa. Il successo della Brexit non può che incoraggiare politicamente, e portare più credito ai partiti populisti del continente europeo: l'anno prossimo si terranno le elezioni presidenziali in Francia dove il Fronte Nazionale di Marine Le Pen, partito populista ed anti-europeo, è già ora il più grande partito politico in termini di voti. I governi delle principali potenze europee sono divisi tra il desiderio che la separazione della Gran Bretagna si faccia possibilmente con dolcezza e facilità, e la paura che ogni concessione a quest’ultima (come per esempio l'accesso al mercato unico con nello stesso tempo restrizioni sul movimento delle persone) dia delle idee ad altri, in particolare alla Polonia ed all'Ungheria. È praticamente certo che il tentativo di stabilizzare la frontiera sud-est dell'Europa integrando dei paesi dell'ex-Iugoslavia debba essere fermata. Sarà più difficile per l'Unione europea trovare una risposta univoca al "colpo di stato democratico" di Erdogan in Turchia ed alla sua utilizzazione dei profughi siriani come pedine in un meschino gioco di ricatto.

Sebbene l'Unione Europea, in quanto tale, non sia mai stata un'alleanza imperialistica, la maggior parte dei suoi membri restano comunque membri NATO. Ogni indebolimento della coesione europea tende a compromettere seriamente la capacità della NATO a bloccare la pressione russa sul suo fianco orientale, destabilizzando ancora più l'Ucraina e gli Stati baltici. Non è un segreto per nessuno che la Russia finanzia da un certo tempo il Fronte nazionale in Francia e che utilizza, se non lo finanza, il movimento PEGIDA in Germania. In effetti, il solo vittorioso dalla Brexit è Vladimir Putin. 

Come detto sopra, la candidatura di Trump ha già indebolito la credibilità degli Stati Uniti. L'idea di Trump come presidente che ha il dito sul bottone nucleare è, dobbiamo dirlo, una prospettiva spaventosa[17]. Ma come detto più volte, uno dei principali elementi della guerra e dell'instabilità oggi è la determinazione degli Stati Uniti a mantenere la loro posizione imperialistica dominante contro ogni ultimo arrivato, e questa situazione resterà immutata qualunque sia il presidente.

“Rage against the machine” [18]

Boris Johnson e Donald Trump hanno in comune molto più di una "grande bocca". Sono entrambi degli avventurieri politici privi di ogni principio e di ogni senso dell'interesse nazionale. Tutti e due sono pronti ad ogni contorsione per adattare il loro messaggio a quello che il loro pubblico vuole sentire. Le loro buffonate sono gonfiate dai media fino a che esse sembrano più vere di quanto non lo siano al naturale, ma, in realtà, essi sono delle non-entità, niente di più di portavoce attraverso cui i perdenti della mondializzazione urlano la loro rabbia, la loro disperazione ed il loro odio alle ricche élite e agli immigrati che ritengono responsabili della loro miseria. Trump se l’è cavata con gli argomenti più oltraggiosi e contraddittori: i suoi supporters semplicemente se ne fregano, lui dice ciò che questi vogliono sentire.

Ciò non vuole dire che Johnson e Trump sono simili, ma ciò che li distingue ha meno a che vedere con il loro carattere personale e più con le differenze tra le classi dominanti alle quali appartengono: la borghesia britannica ha giocato un ruolo maggiore sulla scena mondiale da secoli mentre la fase di "filibustiere" egocentrico e sfrontato dell'America non si è conclusa veramente che con la sconfitta che Roosevelt ha imposto agli isolazionisti e con la conseguente entrata nella Seconda Guerra mondiale. Alcune frazioni importanti della classe dominante americana restano profondamente ignoranti del mondo esterno, si è quasi tentato di dire che sono in uno stato di adolescenza ritardata.

I risultati elettorali non saranno mai un'espressione della coscienza di classe, tuttavia possono darci delle indicazioni in quanto allo stato del proletariato. Che sia il referendum sulla Brexit, il sostegno a Trump negli Stati Uniti, al Fronte nazionale di Marine Le Pen in Francia, o ai populisti tedeschi di PEGIDA e dell'Alternativa für Deutschland (Alternativa per la Germania), tutte le cifre concordano nel   suggerire che là dove questi partiti e movimenti guadagnano il sostegno degli operai, è tra quelli che hanno sofferto di  più i cambiamenti operati nell'economia capitalista durante questi ultimi quarant’anni, e che alla fine hanno concluso - in modo non del tutto irragionevole dopo anni di sconfitte e di attacchi senza fine contro le loro condizioni di esistenza da parte di governi di sinistra e di destra - che il solo modo per fare paura all'élite dirigente è votare per i partiti che sono evidentemente irresponsabili, e la cui politica è un anatema per questa stessa élite. La tragedia, è che sono proprio questi operai ad essere stati tra i più massicciamente impegnati nelle lotte degli anni 1970.

Un tema comune alle campagne della Brexit e di Trump è che "noi" possiamo "riprendere il controllo". Poco importa che questo "noi" non abbia mai avuto controllo reale sulla sua vita; come diceva un abitante di Boston in Gran Bretagna: "Vogliamo semplicemente che le cose ridivengano ciò che erano". Quando c'erano impieghi ed impieghi con salari decenti, quando la solidarietà sociale nei quartieri operai non era stata rotta dalla disoccupazione e l'abbandono, quando il cambiamento appariva come qualche cosa di positivo ed avveniva ad una velocità ragionevole.

Sicuramente è vero che il voto Brexit ha provocato un'atmosfera nuova e spiacevole in Gran Bretagna, dove le persone apertamente razziste si sentono più libere di uscire allo scoperto. Ma molti - probabilmente la grande maggioranza - di quelli che hanno votato Brexit o Trump per fermare l'immigrazione non sono veramente razzisti, soffrono piuttosto di xenofobia: paura dello straniero, paura dell'ignoto. E questo ignoto, è fondamentalmente l'economia capitalista, è lei stessa ad essere misteriosa ed incomprensibile perché presenta i rapporti sociali nel processo di produzione come pretese forze naturali, così elementari ed incontrollabili quanto il tempo che fa ma i cui effetti sulla vita degli operai sono ancora più devastanti. È un'ironia terribile, in questa epoca di scoperte scientifiche dove più nessuno può pensare che il brutto tempo sia causato dalle streghe, che certe persone siano pronte a credere che le loro disgrazie economiche provengono dai loro compagni di sventura quali sono gli immigrati.

Il pericolo che è davanti a noi

All'inizio di questo articolo, ci siamo riferiti alle nostre "Tesi sulla decomposizione", redatte praticamente trent'anni fa, nel 1990. Concluderemo citandole:

"(…) E’ particolarmente importante essere lucidi sul pericolo che rappresenta la decomposizione per la capacità del proletariato di essere all’altezza del suo compito storico.  (…) 

I diversi elementi che costituiscono la forza del proletariato si scontrano direttamente con i diversi aspetti di questa decomposizione ideologica:

  • l’azione collettiva, la solidarietà, contro l’atomizzazione, il “ciascuno per sé”, l’“arrangiarsi individuale”;
  • il bisogno di organizzazione contro la decomposizione sociale, la distruzione dei rapporti su cui poggia la vita sociale;
  • la fiducia nell’avvenire e nelle sue proprie forze continuamente minata dalla disperazione generale che pervade la società, dal nichilismo, dalla “mancanza di futuro”;
  • la coscienza, la lucidità, la coerenza e l’unità del pensiero, l’inclinazione per la teoria hanno difficoltà ad affermarsi di fronte alla fuga nelle chimere, la droga, le sette, il misticismo, il rigetto della riflessione e la distruzione del pensiero che caratterizzano la nostra epoca. “

Oggi siamo concretamente di fronte a questo pericolo.

L’ascesa del populismo è pericolosa per la classe dominante perché minaccia la sua capacità a controllare il suo apparato politico ed a mantenere la mistificazione democratica che è uno dei pilastri del suo dominio sociale. Ma non offre niente al proletariato. È al contrario, proprio la debolezza del proletariato, la sua incapacità ad offrire un'altra prospettiva al caos che minaccia il capitalismo, che ha reso possibile l’ascesa del populismo. Solo il proletariato può offrire una via di uscita al vicolo cieco in cui la società si trova oggi e non sarà capace di farlo se gli operai si lasciano prendere dai canti delle sirene di demagoghi populisti che promettono un impossibile ritorno ad un passato che, ad ogni modo, non è mai esistito.

Jens, agosto 2016.

 


[1] http://it.internationalism.org/node/976

[2] Sul problema del populismo: http://it.internationalism.org/cci/201612/1372/sul-problema-del-populismo

[3] Boris Johnson, membro del Partito conservatore e vecchio sindaco di Londra. Uno dei principali portavoci del "Leave", cioè del "lasciare", denominazione della campagna per uscire dell'UE.

[4] Nigel Farage, dirigente del Partito per l'indipendenza del Regno Unito (United Kingdom Independence Party – UKIP). UKIP è un partito populista fondato nel 1991 e che fa principalmente campagna sui temi dell'uscita dall'UE e l'immigrazione. Paradossalmente, ha 22 membri al Parlamento europeo, risultante come il principale partito britannico rappresentato al Parlamento.

[5] NHS: National Health Service, la sicurezza sociale britannica.

[6] Membro del Partito conservatore e Ministro della Giustizia nel governo Cameron.

[7] Membro del Partito conservatore e Ministro dell'energia nel governo Cameron. Oggi Segretario di Stato all'ambiente naturale. 

[8] Guerra civile tra i clan aristocratici di York e Lancaster durante il XV secolo in Inghilterra.

[9] E’ vero che il Tesoro britannico e le istanze dell'UE hanno fatto alcuni sforzi per preparare un "Piano B" in caso di vittoria della Brexit. Tuttavia, è chiaro che questi preparativi sono risultati inadeguati e, soprattutto che nessuno si aspettava che il Leave vincesse al referendum. E questo vale anche per il campo dello stesso Leave. Sembra che Farage abbia ammesso la vittoria del Remain  (Restare) all’una di notte del referendum, per scoprire con suo grande stupore la mattina seguente che il Remain aveva perso.

[10] Membro del Partito conservatore e Ministro delle Finanze nel governo Cameron.

[11] La Gran Bretagna è entrata nella Comunità economica europea (CEE) sotto un governo conservatore nel 1973. L'adesione fu confermata da un referendum indetto nel 1975 da un governo laburista.

[12] Vale la pena ricordare che Margaret Thatcher è restata per più di dieci anni al potere senza avere mai guadagnato più del 40% dei voti all'epoca delle elezioni parlamentari.

[13] Cioè l'unione, in seno al Regno Unito, dell'Inghilterra, del Paese di Galles, della Scozia e dell'Irlanda del Nord. 

[14] In seguito a risultati contrari alla loro volontà, i governi europei hanno lasciato cadere il Trattato costituzionale, pure conservando l'essenziale, modificando semplicemente gli accordi esistenti attraverso il Trattato di Lisbona del 2007.

[15] Bisogna fare una distinzione sui referendum: in Stati come la Svizzera o la California, essi fanno parte di un processo storicamente consolidato.

[16] Grand Old Part  (il "Grande Vecchio Partito"), nome familiare per designare il Partito repubblicano, risalente al XIX secolo.

[17] Una delle ragioni della sconfitta di Goldwater è che aveva dichiarato di essere pronto ad utilizzare l'arma nucleare. La campagna di Johnson in risposta allo slogan di Goldwater: "In your heart, you know he's right" ("Nel tuo cuore, tu sai che lui ha ragione") aveva per slogan: "In your guts, you know he's nuts" ("Per istinto, tu sai che lui è pazzo").

[18] Gruppo rap americano conosciuto per le sue prese di posizione anarchicheggianti ed anti-capitaliste. Il titolo è ironico.