Sul problema del populismo

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L’articolo che segue è un documento in discussione nella CCI, scritto a giugno di quest’anno, alcune settimane prima del referendum “Brexit” nel Regno Unito. L’articolo Certi malrovesci per la borghesia che non presagiscono niente di buono per il proletariato[1] pubblicato nello stesso numero della nostra Rivista Internazionale è un tentativo di applicare le idee presentate in quest’articolo alle situazioni concrete poste dal risultato del referendum e dalla candidatura di Trump negli Stati Uniti.

Attualmente, nelle vecchie roccaforti del capitalismo, noi siamo testimoni di un’ondata di populismo politico. Negli Stati dove questo fenomeno si è sviluppato da più tempo, come in Francia o in Svizzera, i populisti di destra sono diventati il più importante partito politico a livello elettorale. Ma ciò che oggi sorprende di più è l’attecchire del populismo in paesi che, finora, erano conosciuti per la loro stabilità politica e l’efficienza della classe dominante come Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania. In questi paesi, è solo di recente che il populismo è riuscito ad avere un impatto diretto e serio.

L’apparizione attuale del populismo

Negli Stati Uniti, l’apparato politico ha inizialmente fortemente sottovalutato la candidatura alle elezioni presidenziali di Donald Trump per il Partito repubblicano. Inizialmente, la sua candidatura ha incontrato un'opposizione più o meno aperta sia da parte della gerarchia dell’apparato del partito che dalla destra religiosa. Ma tutti sono stati presi di sorpresa dal sostegno popolare che questi ha ricevuto sia nella Bible Belt (zona degli Stati Uniti e del Canada in cui il fondamentalismo protestante è largamente esteso) che nei vecchi centri industriali urbani, in particolare da parte di alcune parti della classe operaia “bianca”. La campagna mediatica che è seguita, condotta tra altri dal Wall Street Journal e dalle oligarchie mediatiche e finanziarie della costa orientale e che aveva l’obiettivo di ridurre il successo di Trump, non ha fatto che aumentare la sua popolarità. La rovina parziale d’importanti strati delle classi medie ma anche di classe operaia, di cui molti membri hanno perso i loro risparmi ed anche le loro case all'epoca del crac finanziario e immobiliare del 2007-2008, ha provocato l’indignazione contro il vecchio apparato politico che è intervenuto velocemente per salvare il settore bancario, mentre ha abbandonando al loro destino i piccoli risparmiatori che avevano cercato di diventare proprietari del loro alloggio.

Le promesse fatte da Trump di sostenere i piccoli risparmiatori, di mantenere i servizi sanitari, di tassare la borsa e le grandi imprese finanziarie e di tenere fuori le frontiere i migranti, temuti come potenziali concorrenti da una parte della popolazione povera, hanno trovato un’eco sia tra i fondamentalisti cristiani che, più a sinistra, tra gli elettori tradizionalmente democratici che, appena qualche anno prima, non avrebbero mai immaginato di votare per un tale personaggio politico.

Quasi mezzo secolo di “riformismo” politico borghese, durante il quale candidati di sinistra - a livello nazionale, municipale o locale, nei partiti o nei sindacati - sono stati eletti con la pretesa di difendere gli interessi dei lavoratori mentre invece hanno sempre difeso quelli del capitale, ha preparato il campo perché il tipico “uomo della strada” potesse prendere in considerazione di sostenere un plurimilionario come Trump, con la sensazione che, almeno lui, “non può essere comprato£ dalla classe dominante.

In Grande Bretagna, la principale espressione del populismo non sembra al momento incarnarsi in un particolare candidato o un partito politico - sebbene l’UKIP[2] di Nigel Farage abbia assunto un ruolo importante sulla scena politica - ma nella popolarità della proposta di lasciare l’Unione Europea e di decidere ciò attraverso il referendum. Il fatto che questa opzione sia stata avversata dalla maggior parte della corrente dominante del mondo delle finanze (City of London) e dell’industria britannica ha, anche in questo caso, teso ad aumentare la popolarità del “Brexit” in parti importanti della popolazione. Uno dei motori di questa corrente d’opposizione, oltre al fatto che rappresenta gli interessi particolari di certe parti di classe dominante più strettamente legate alle vecchie colonie (il Commonwealth) che all’Europa continentale, sembra essere la spinta che viene da nuovi movimenti populisti di destra. Può darsi che persone come Boris Johnson ed altri difensori del “Brexit” nel Partito conservatore saranno, nel caso di un exit, quelli che dovranno salvare il salvabile cercando di negoziare un tipo di statuto di associazione stretta con l’Unione Europea, probabilmente del tipo di quello della Svizzera (che in generale adotta il regolamento dell’UE senza avere diritto di interloquire nella sua formulazione).

Ma è anche possibile che i politici del partito conservatore siano stati stessi infestati dallo stato d’animo populista che, anche in Gran Bretagna, ha guadagnato rapidamente terreno dopo la crisi finanziaria e quella delle abitazioni, che hanno interessato negativamente parti rilevanti di popolazione.

In Germania dove, dopo la Seconda Guerra mondiale, la borghesia è sempre riuscita a tenere fuori del Parlamento partiti a destra della Democrazia Cristiana, è apparso sulla scena un nuovo movimento populista, sia per le strade (Pegida) che a livello elettorale (Alternative für Deutschland), in risposta non alla crisi “finanziaria” del 2007/08 (da cui la Germania è uscita relativamente indenne), ma in seguito alla “crisi dell’Euro”, avvertito da una parte della popolazione come una minaccia diretta alla stabilità della moneta comune europea e dunque per i risparmi di milioni di persone.

Ma appena questa crisi è stata, almeno momentaneamente, fermata, ha avuto luogo un arrivo massiccio di rifugiati, provocato in particolare dalla guerra civile ed imperialista in Siria e dal conflitto con lo stato Islamico a nord dell’Iraq. Questa situazione ha ridato slancio a un movimento populista che cominciava ad indebolirsi. Sebbene una maggioranza importante della popolazione sostenga ancora il Wilkommenskultur (“cultura dell’accoglienza”) della cancelliera Merkel e di molti leader dell’economia tedesca, gli attacchi contro gli asili per rifugiati si sono moltiplicati in molte parti del paese, mentre in alcune zone della vecchia RDT[3], si è sviluppato un vero spirito di pogrom.

La misura in cui l’ascesa del populismo è legata al discredito del sistema politico dei partiti istituzionali è illustrata dalle recenti elezioni presidenziali in Austria, dove al secondo turno si sono trovati a competere un candidato dei Verdi ed uno della destra populista, mentre i principali partiti, i socialdemocratici ed i democratico-cristiani, che dalla fine della Seconda Guerra mondiale hanno retto assieme il paese, hanno subito entrambi un tracollo elettorale senza precedenti.

In seguito alle elezioni in Austria, gli osservatori politici in Germania hanno concluso che proseguire con l’attuale coalizione tra democratico-cristiani e socialdemocratici a Berlino dopo le prossime elezioni generali favorirebbe probabilmente ancor più l’ascesa del populismo. Ad ogni modo, che sia attraverso la Grande Coalizione tra destra e sinistra, (o “coabitazioni” come in Francia), o attraverso l’alternanza tra governi di sinistra e di destra, dopo quasi mezzo secolo di crisi economica cronica e circa 30 anni di decomposizione del capitalismo, parti importanti di popolazione non credono più che ci sia una differenza significativa tra i vecchi partiti di sinistra e di destra. Al contrario, questi partiti sono visti come una sorte di cartello che difende i propri interessi e quelli dei grandi ricchi, a spese di quelli dell’insieme della popolazione e di quelli dello Stato. Poiché la classe operaia, dopo il 1968, non è riuscita a politicizzare le sue lotte e a fare dei passi avanti significativi nello sviluppo della propria prospettiva rivoluzionaria, oggi questa disillusione alimenta soprattutto le fiamme del populismo.

Nei paesi industrializzati occidentali, in particolare dopo l’11 settembre negli Stati Uniti, il terrorismo islamico è diventato un altro fattore di accelerazione del populismo. Attualmente ciò pone un problema alla borghesia, particolarmente in Francia che è diventata, ancora una volta, un bersaglio di questi attacchi. Uno dei motivi dello Stato di emergenza e del linguaggio guerriero tenuto da François Hollande è la necessità di bloccare l’ascesa continua del Front national dopo i recenti attacchi terroristici, presentandosi come il leader di una presunta coalizione internazionale contro lo Stato islamico. La perdita di fiducia della popolazione nella determinazione e capacità della classe dominante di proteggere i suoi cittadini sul piano della sicurezza (e non solo economica) è una delle cause dell’attuale ondata di populismo.

Le radici del populismo di destra contemporaneo sono dunque molteplici e variano da paese a paese. Nei vecchi paesi stalinisti dell’Europa dell’Est sembrano legate all’arretratezza e a uno spirito campanilista della vita politica ed economica sotto i regimi precedenti, così come alla traumatizzante brutalità del passaggio ad uno stile di vita capitalista occidentale più efficace dopo il 1989.

In un paese importante come la Polonia, la destra populista partecipa già al governo, mentre in Ungheria, uno dei centri della prima ondata rivoluzionaria del proletariato del 1917-23, il regime di Viktor Orbán promuove e protegge più o meno apertamente degli attacchi pogromisti.

Più in generale, le reazioni contro la “globalizzazione” hanno costituito un fattore molto importante nell’ascesa del populismo. Nell’Europa occidentale, il malumore “contro Bruxelles” e l’Unione Europea costituisce da tempo l’alimento di base di questi movimenti. Ma oggi, la stessa atmosfera si respira negli Stati Uniti, dove Trump non è il solo politico che minaccia di abbandonare gli accordi commerciali di libero scambio TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) negoziati tra l’Europa ed il Nordamerica.

Questa reazione contro la “globalizzazione” non deve essere confusa con ciò che propongono certi rappresentanti di sinistra come ATTAC, che chiedono un tipo di correttivo neo-keynesiano agli eccessi, reali, del neoliberismo. Mentre questi ultimi avanzano una politica economica alternativa, coerente e responsabile per il capitale nazionale, la critica dei populisti rappresenta più una sorta di vandalismo politico ed economico, come già in parte manifestato all’epoca del rigetto del Trattato di Maastricht nei referendum in Francia, nei Paesi Bassi e in Irlanda.

La possibilità di partecipazione al governo del populismo contemporaneo e il rapporto di forze tra borghesia e proletariato

I partiti populisti sono delle fazioni borghesi, parte dell’apparato capitalista dello Stato totalitario. Ciò che propagandano è l’ideologia e il comportamento borghesi e piccolo-borghesi: il nazionalismo, il razzismo, la xenofobia, l'autoritarismo, il conservatorismo culturale. Come tali, essi rappresentano un rafforzamento del dominio della classe dominante e del suo Stato sulla società. Allargano il campo del sistema dei partiti democratici e aumentano la sua potenza di fuoco ideologico. Rivitalizzano la mistificazione elettorale e l’attrattiva del voto, sia attraverso gli elettori che attraggono che attraverso quelli che si mobilitano per votare contro di loro. Sebbene siano in parte il prodotto della disillusione crescente verso i partiti tradizionali, possono contribuire anche a rafforzare l’immagine di questi ultimi che, a differenza dei populisti, possono presentarsi come più umanitari e più democratici. Nella misura in cui il loro discorso somiglia a quello dei fascisti degli anni ‘30, la loro apparizione tende a dare nuova vita all’antifascismo. Questo è particolarmente il caso della Germania, dove l'arrivo al potere del partito “fascista” ha condotto alla più grande catastrofe nella storia della nazione, con la perdita di quasi la metà del suo territorio e del suo statuto come potenza militare maggiore, la distruzione delle sue città e un danno quasi irreparabile al suo prestigio internazionale attraverso la perpetrazione di crimini che sono stati i peggiori nella storia dell'umanità.

Tuttavia, e come abbiamo visto finora, soprattutto nei vecchi paesi centrali del capitalismo, le frazioni dirigenti della borghesia hanno fatto del loro meglio per limitare l’ascesa del populismo e, in particolare, per prevenire se possibile la sua partecipazione al governo. Dopo anni di lotte difensive sul loro terreno di classe, per la maggior parte senza successo, anche dei settori della classe operaia sembrano oggi credere di poter esercitare una pressione e fare paura alla classe dominante più votando per il populismo di destra che con le lotte operaie. La base di questa impressione è che “l’establishment”, la classe dirigente,  reagisce realmente in modo allarmato al successo elettorale dei populisti. Perché questa reticenza di fronte “a uno di loro”?

Finora abbiamo teso a supporre che la situazione fosse determinata soprattutto dal corso storico, cioè dal fatto che l’attuale generazione del proletariato non ha subito alcuna sconfitta. Oggi, è necessario riesaminare questo quadro criticamente di fronte allo sviluppo della realtà sociale.

È vero che l’affermazione di governi populisti in Polonia e in Ungheria è relativamente insignificante rispetto a ciò che accade nei vecchi paesi occidentali del cuore del capitalismo. Più indicativo è invece il fatto che questo sviluppo non ha condotto, per il momento, uno scontro maggiore tra Polonia e Ungheria da un lato e NATO ed UE dall’altro. Al contrario l’Austria, che ha un cancelliere socialdemocratico, dopo avere imitato inizialmente la “welcoming culture” di Angela Merkel durante l'estate 2015, ha seguito presto l’esempio dell’Ungheria, erigendo barriere alle sue frontiere. Ed il primo ministro ungherese è diventato un partner favorito di discussione per la CSU bavarese, che fa parte del governo Merkel. Possiamo parlare di un processo di adattamento reciproco tra i governi populisti e le maggiori istituzioni statali. Nonostante la loro demagogia anti-europea, non c'è segno, per il momento, che questi governi populisti vogliano fare uscire la Polonia o l’Ungheria dall’UE. Al contrario, ciò che ora propagano, è la diffusione del populismo all’interno dell’UE. Ciò significa, in termini d’interessi concreti, che “Bruxelles” dovrebbe interferire di meno negli affari nazionali, pur continuando a trasferire le stesse sovvenzioni, o anche di più, a Varsavia e Budapest. Da parte sua, l’UE si sta adattando a questi governi populisti che talvolta sono anche lodati per il loro “contributo costruttivo” durante vertici complessi dell’UE. E, pur insistendo sul mantenimento di un minimo di “condizioni democratiche”, Bruxelles si è astenuta per il momento dall’applicare a questi paesi qualunque sanzione, come invece aveva minacciato in precedenza.

Per quanto riguarda l'Europa dell’ovest, l’Austria, dobbiamo ricordarlo, è stata una pioniera, avendo già incluso una volta in un governo di coalizione il partito di Jörg Haider come partner minoritario. Lo scopo perseguito - screditare il partito populista facendogli assumere la responsabilità di assicurare il funzionamento dello Stato - fu temporaneamente in parte raggiunto. Oggi a livello elettorale, il FPÖ[4] è più forte che mai e ha quasi vinto le ultime elezioni presidenziali. Naturalmente in Austria, il presidente gioca un ruolo principalmente simbolico. Ma non è così per la Francia, la seconda potenza economica e la seconda concentrazione del proletariato nell’Europa occidentale. La borghesia mondiale aspetta con ansia le prossime elezioni presidenziali in questo paese dove il FN è il partito elettoralmente dominante.

Molti esperti borghesi hanno già concluso, dall’apparente incapacità del Partito repubblicano americano ad impedire la candidatura di Trump, che prima o poi la partecipazione dei populisti ai governi occidentali sarà inevitabile e che sarebbe meglio cominciare a prepararsi ad una tale eventualità. Questo dibattito è una prima reazione al riconoscimento del fatto che i tentativi fatti finora per escludere o limitare il populismo non solo hanno raggiunto i loro limiti ma che hanno anche cominciato a produrre l’effetto opposto.

La democrazia è la migliore arma ideologica per le società capitaliste sviluppate e la più importante contro la coscienza di classe del proletariato. Ma oggi la borghesia è di fronte al paradosso per cui, continuando a tenere a distanza dei partiti che non rispettano le sue regole democratiche del “politicamente corretto”, rischia seriamente di danneggiare la sua immagine democratica. Come giustificare il mantenimento indefinito all’opposizione di partiti votati da una parte significativa di popolazione, eventualmente anche maggioritaria, senza screditarsi e cadere in contraddizioni inestricabili? Inoltre, la democrazia non è solo un’ideologia ma anche un mezzo molto efficace del dominio di classe – in particolare perché è capace di riconoscere e di adattarsi ai nuovi slanci che vengono dalla società nel suo insieme.

È in questo quadro che la classe dominante pone oggi la prospettiva del possibile coinvolgimento populista nel governo, in relazione all’attuale bilancio di forze tra borghesia e proletariato. Le tendenze attuali indicano che l’alta borghesia non pensa che una tale opzione sia esclusa per il fatto che la classe operaia non è sconfitta.

Per cominciare, una tale eventualità non significherebbe l’abolizione della democrazia parlamentare borghese, come avvenne in Italia, Germania o Spagna negli anni 1920-30 dopo la sconfitta del proletariato. Anche nell’Europa dell’Est, i governi populisti di destra esistenti non hanno cercato di mettere gli altri partiti fuori legge, né di allestire dei campi di concentramento. Tali misure non sarebbero accettate dall’attuale generazione di lavoratori, in particolare nei paesi occidentali, e forse neanche in Polonia o in Ungheria.

In più, tuttavia, e d’altra parte, la classe operaia, sebbene non sconfitta definitivamente e storicamente, al momento è indebolita a livello della sua coscienza di classe, della sua combattività e della sua identità di classe. Il contesto storico di questa situazione è innanzitutto la sconfitta della prima ondata rivoluzionaria alla fine della Prima Guerra mondiale, e la profondità e la lunghezza della controrivoluzione che l'ha seguita.

In questo contesto, la prima causa di questo indebolimento è, per il momento, l’incapacità della classe a trovare una risposta adeguata, nelle sue lotte difensive, alla fase attuale di gestione capitalista di Stato, quello della “globalizzazione”. Nelle loro lotte difensive, gli operai sentono giustamente di confrontarsi immediatamente con l’insieme del capitalismo mondiale. Infatti oggi non solo il commercio e gli affari ma anche, per la prima volta, la produzione è globalizzata, così che la borghesia può rispondere velocemente ad ogni resistenza proletaria a scala nazionale o locale trasferendo altrove la produzione. Questo strumento apparentemente onnipotente per disciplinare il lavoro può effettivamente essere combattuto solo dalla lotta di classe internazionale, un livello di lotta che la classe è ancora incapace di raggiungere in un futuro prevedibile.

La seconda causa di questo indebolimento è l’incapacità della classe a continuare a politicizzare le sue lotte dopo lo slancio iniziale del 1968/69. Ciò che ne è risultato, è l'assenza di sviluppo di ogni prospettiva di vita migliore o di società migliore: la fase attuale di decomposizione. Ed in particolare il crollo dei regimi stalinisti in Europa dell’Est è sembrato confermare l’impossibilità di un’alternativa al capitalismo.

Durante un breve periodo, forse dal 2003 al 2008, ci sono stati dei primi segni, tenui, appena visibili, di un inizio di processo necessariamente lungo e difficile di recupero da parte del proletariato dei colpi subiti. In particolare, la questione della solidarietà di classe, principalmente tra generazioni, ha cominciato a essere messa avanti. Il movimento anti-CPE[5] del 2006 è stato il punto culminante di questa fase, perché è riuscito a fare arretrare la borghesia francese e perché l’esempio di questo movimento e dei suoi successi ha ispirato settori giovanili in altri paesi europei, ivi comprese Germania e Gran Bretagna. Tuttavia, questi primi fragili germi di una possibile ripresa proletaria si sono presto dissipati a causa di una terza serie di avvenimenti negativi d’importanza storica nel periodo post 1968, e che hanno rappresentato un terzo colpo importante per il proletariato: la calamità economica del 2007/2008, seguita dall'attuale ondata di rifugiati di guerra e di altra tipo - la più grande dalla fine della Seconda Guerra mondiale.

La specificità della crisi del 2007/08 è che è cominciata come una crisi finanziaria dalle proporzioni enormi. Il risultato per milioni di operai, uno dei peggiori effetti, in certi casi anche il principale, non è stato la diminuzione dei salari, l’aumento di tasse, né dei licenziamenti massicci imposti dai datori di lavoro o dallo Stato, ma la perdita delle loro case, dei loro risparmi, delle loro assicurazioni, ecc. Queste perdite, a livello finanziario, appaiono come quelle di cittadini della società borghese, non sono specifiche della classe operaia. Le loro cause restano poco chiare, favorendo la personalizzazione e la teoria del complotto.

La specificità della crisi dei rifugiati è che essa ha luogo nel contesto della “Fortezza Europa” (e della Fortezza nordamericana). A differenza degli anni ‘930, dal 1968 la crisi mondiale del capitalismo è stata accompagnata da una gestione capitalista di Stato internazionale sotto la direzione della borghesia dei vecchi paesi capitalisti. Per conseguenza, dopo quasi mezzo secolo di crisi cronica, l’Europa occidentale e il Nord America appaiono ancora come oasi di pace, prosperità e stabilità, almeno rispetto al “mondo esterno”. In una tale situazione, non è solo la paura della concorrenza degli immigranti che preoccupa parti della popolazione, ma anche la paura che il caos e l’anarchia, percepiti come provenienti dall’esterno, guadagnino, con i rifugiati, il mondo “civilizzato”. Al livello attuale di estensione della coscienza di classe, è troppo difficile per la maggior parte dei lavoratori comprendere che sia la barbarie caotica alla periferia del capitalismo che la sua crescente intrusione nei paesi centrali, siano il risultato del capitalismo mondiale e delle stesse politiche dei paesi capitalisti dirigenti.

Questo contesto di crisi “finanziaria”, di “crisi dell’Euro”, poi di crisi dei rifugiati ha, per il momento, soffocato sul nascere i primi passi embrionali verso una rinascita della solidarietà di classe. È forse almeno in parte per tale motivo che la lotta degli Indignados, sebbene sia durata più a lungo e sia sembrata, sotto certi aspetti, svilupparsi più in profondità rispetto al movimento anti-CPE, non è riuscita a fermare gli attacchi in Spagna ed è stata quindi sfruttata facilmente dalla borghesia per creare un nuovo partito politico di sinistra, Podemos.

Il principale risultato, a livello politico, di questa nuova spinta alla perdita di solidarietà, dal 2008 fino ad ora, è stato il rafforzamento del populismo. Quest'ultimo non è solo un sintomo di un ulteriore indebolimento della coscienza e della combattività di classe, ma costituisce in sé un ulteriore fattore attivo di questo indebolimento. Non solo perché il populismo si fa strada nei ranghi del proletariato. In effetti, i settori centrali della classe resistono ancora fortemente a questa influenza, come lo dimostra l’esempio tedesco. Ma anche perché la borghesia profitta di questa eterogeneità della classe per dividere ulteriormente e confondere il proletariato. Oggi, sembra che ci avviciniamo ad una situazione che, a prima vista, ha delle similitudini con gli anni 1930. Certo, il proletariato non è stato sconfitto politicamente e fisicamente in un paese centrale, come avvenne in Germania all’epoca. Per cui l'anti-populismo non può giocare esattamente lo stesso ruolo di quello dell’antifascismo negli anni 1930. Sembra anche essere una caratteristica del periodo di decomposizione queste stesse false alternative appaiano con contorni meno incisivi rispetto a prima. Tuttavia, in un paese come la Germania, dove otto anni fa i primi passi nella politicizzazione di una piccola minoranza di giovani alla ricerca furono fatti sotto l’influenza dello slogan “Abbasso il capitalismo, la nazione e lo Stato”, oggi questa politicizzazione si fa alla luce della difesa dei rifugiati e del Wilkommenskultur contro i neonazisti e la destra populista.

Nell’intero periodo post 1968, il peso dell’antifascismo fu in parte attenuato dal fatto che la concretizzazione del pericolo fascista risiedeva nel passato, o era rappresentato da estremisti di destra più o meno marginalizzati. Oggi il sorgere di un populismo come fenomeno potenzialmente di massa fornisce all’ideologia di difesa della democrazia un nuovo obiettivo, molto più tangibile ed importante, contro cui mobilitarsi.

Terminiamo questa parte dicendo che la crescita attuale del populismo e della sua influenza sulla politica borghese nel suo insieme è resa possibile anche dall’attuale debolezza del proletariato.

Il dibattito attuale in seno alla borghesia sull'ascesa del populismo

Sebbene il dibattito all’interno della borghesia su come trattare il riemergere del populismo sia appena cominciato, possiamo già menzionare alcuni dei criteri messi avanti. Se guardiamo il dibattito che si sviluppa in Germania - il paese dove la borghesia è forse più consapevole e vigile su tali questioni - possiamo identificare tre aspetti.

Il primo, che è un errore per i “democratici” cercare di combattere il populismo adottando il suo linguaggio e le sue proposte. Secondo questa tesi, è stato proprio questo tentativo di “copiare” i populisti a spiegare in parte il fiasco dei partiti di governo nelle ultime elezioni in Austria, e che aiuta a spiegare il fallimento dei partiti tradizionali in Francia a fermare l’avanzata del FN. Gli elettori populisti, si dice ancora, preferiscono l’originale alla copia. Al posto di fare delle concessioni, è necessario mettere l’accento sulle differenze tra “patriottismo costituzionale” e “sciovinismo nazionalista”, tra apertura cosmopolita e xenofobia, tra tolleranza e autoritarismo, tra modernità e conservatorismo, tra umanesimo e barbarie. Secondo questa linea di pensiero, le democrazie occidentali oggi sono abbastanza “mature” per accordarsi col populismo moderno mantenendo una maggioranza per la “democrazia”, se mettono avanti le loro posizioni in maniera decisa. Questa è per esempio è la posizione dell’attuale cancelliera tedesca Angela Merkel.

Il secondo insiste sul fatto che l’elettorato dovrebbe poter di nuovo fare la differenza tra destra e sinistra, correggendo l’impressione attuale di un cartello di partiti stabiliti. Noi supponiamo che questa idea fosse già il motivo per la preparazione, negli ultimi due anni e da parte dell’alleanza CDU-SPD[6], di una possibile futura coalizione cristiano democratica con i Verdi dopo le prossime elezioni generali. L’abbandono del nucleare dopo la catastrofe di Fukushima, annunciata non in Giappone ma in Germania, e il recente sostegno euforico dei Verdi alla Wilkommenskultur nei confronti dei rifugiati associato non al SPD ma ad Angela Merkel, sono stati finora i principali passi di questa strategia. Tuttavia, l’ascesa elettorale rapida e inattesa dell’AfD minaccia oggi la realizzazione di una tale strategia (il recente tentativo di far tornare il liberale FDP[7] in parlamento potrebbe essere una risposta a questo problema, poiché questo partito potrebbe all’occorrenza aggiungersi ad una coalizione “Nero-verde”). Nell’opposizione, l’SPD, il partito che ha condotto in Germania “la rivoluzione neoliberale” con la sua agenda 2010 sotto Shröder, potrebbe quindi adottare una posizione più a “sinistra”. Contrariamente ai paesi anglosassoni, dove la destra conservatrice di Thatcher e Reagan hanno imposto le necessarie misure “neoliberiste”, in molti paesi europei continentali sono i partiti di sinistra (essendo i più politici, responsabili e disciplinati) che hanno dovuto partecipare o anche assumersi il compito di attuarle.

Oggi, tuttavia, è diventato chiaro che la necessaria tappa di mondializzazione neoliberale è stata accompagnata da eccessi che alla fine dovranno essere corretti. In particolare ciò è capitato dopo il 1989, quando il crollo dei regimi stalinisti è sembrato confermare in modo schiacciante tutte le tesi ordo-liberali[8] sull’inadeguatezza della burocrazia capitalista di Stato a fare girare l’economia. Tali eccessi sono sempre più evidenziati da rappresentanti seri della classe borghese. Per esempio, non è assolutamente indispensabile per la sopravvivenza del capitalismo che una minuscola frazione della società possegga quasi tutta la ricchezza. Ciò può essere dannoso non solo socialmente e politicamente, ma anche economicamente poiché i più ricchi, anziché mettere in movimento le loro ricchezze, sono innanzitutto preoccupati di come preservare il loro valore, aumentando così la speculazione e frenando il potere di acquisto solvibile. Non è neanche assolutamente necessario per il capitalismo che la concorrenza tra Stati nazionali prenda, in questo momento, la forma di riduzione delle tasse e dei bilanci statali, al punto che lo Stato non può più assicurare gli investimenti necessari. In altri termini, l’idea è che, grazie a un eventuale ritorno a un tipo di correzione neo-keynesiana, la sinistra, nella sua forma tradizionale o attraverso nuovi partiti come Syriza in Grecia o Podemos in Spagna, possa riguadagnare una certa base materiale per presentarsi come alternativa alla destra ordo-liberale conservatrice.

E’ importante notare tuttavia che le attuali riflessioni nella classe dominante sul possibile ruolo futuro della sinistra non sono in prima istanza ispirate dalla paura (nell’immediato) della classe operaia. Al contrario, molti elementi della situazione attuale nei principali centri capitalisti indicano che il primo aspetto che determina la politica della classe dominante è ora il problema del populismo.

Il terzo aspetto è che, analogamente ai conservatori inglesi intorno a Boris Johnson, il CSU[9], partito “fratello” del CDU della Merkel, pensa che parti dell’apparato tradizionale di partito dovrebbero esse stesse applicare elementi di politica populista. E’ da notare che la CSU non è più l’espressione dell’arretratezza tradizionale bavarese piccolo-borghese. Al contrario, assieme alla provincia confinante a sud del Baden-Württemberg, la Baviera è oggi economicamente la parte più moderna della Germania, con la colonna vertebrale delle sue industrie high-tech e di esportazione e la base produttiva di compagnie come Siemens, BMW o Audi.

Questa terza opzione, propagata da Monaco, collide naturalmente con la prima propugnata da Angela Merkel e gli attuali scontri tra i due partiti non sono una semplice manovra elettorale né il prodotto di (reali) differenze tra particolari interessi economici, ma anche differenze di approccio. Vista la decisione attuale della cancelliera a non cambiare orientamento, alcuni esponenti del CSU hanno cominciato anche a “pensare ad alta voce” di presentare dei loro candidati in altre parti della Germania contro la CDU alle nuove elezioni generali.

L’idea della CSU, come quella di parti dei Conservatori inglesi, è che se è inevitabile, in un certo modo, che siano prese delle misure populiste, è meglio se queste siano applicate da un partito esperto e responsabile. In questo modo tali misure, spesso irresponsabili, possono almeno essere limitate da una parte e, dall’altra, essere compensate da misure collaterali.

Malgrado le frizioni reali tra la Merkel e Seehofer, come tra Cameron e Johnson, non dobbiamo trascurare l’elemento di divisione del lavoro tra di loro (una parte che difende i valori democratici “in modo offensivo”, l’altra che riconosce la validità de “l’espressione democratica dei cittadini in collera”).

In ogni modo, quello che dimostra questo discorso nel suo insieme è che le frazioni dirigenti della borghesia cominciano a riconciliarsi con l’idea di politiche governative populiste di un certo tipo e in una certa misura, come già messo parzialmente in pratica dai conservatori del Brexit o dalla CSU.

Populismo e decomposizione

Come abbiamo visto, c’è stata e rimane una grande reticenza nei confronti del populismo da parte delle principali frazioni della borghesia in Europa occidentale e in Nordamerica. Quali sono le cause? Dopotutto, questi movimenti non mettono assolutamente in questione il capitalismo; niente di quello che propagandano è estraneo al mondo borghese. A differenza dello stalinismo, il populismo non rimette neanche in questione le attuali forme di proprietà capitalista. È certamente un movimento d’opposizione. Ma, in un certo senso, lo stalinismo e la socialdemocrazia lo sono stati anch’essi, senza che questo impedisse loro di essere membri responsabili di governi di Stati capitalisti leader.

Per comprendere questa reticenza, è necessario riconoscere la differenza fondamentale tra il populismo attuale e la sinistra del capitale. La sinistra, anche quando non proviene dalle vecchie organizzazioni del movimento operaio (i Verdi, ad esempio), sebbene possa essere la migliore rappresentante del nazionalismo e quella che può meglio mobilitare il proletariato per la guerra, fonda il suo potere attrattivo sulla propaganda di vecchi ideali distorti del movimento operaio, o almeno della rivoluzione borghese. In altri termini, per quanto sciovinista e finanche antisemita possa essere, non rinnega per principio la “fratellanza dell’umanità” né la possibilità di migliorare le condizioni del mondo nel suo insieme. In effetti, anche i radicali neo-liberisti più apertamente reazionari affermano di perseguire tale scopo. Ed è necessariamente così. Fin dall’origine, la pretesa della borghesia di essere la degna rappresentante di tutta la società si è sempre fondata su questa prospettiva. Ciò non significa che la sinistra del capitale, in quanto parte di questa società putrescente, non diffonda essa stessa un veleno razzista, antisemita del tutto simile a quello dei populisti di destra!

In compenso, il populismo personifica la rinuncia ad un tale “ideale”. Ciò che esso propaganda è la sopravvivenza di alcuni a spese di altri. Tutta la sua arroganza gira intorno a questo “realismo” di cui esso è così fiero. Come tale, esso è il prodotto del mondo borghese e della sua visione del mondo – ma soprattutto della sua decomposizione.

In secondo luogo, la sinistra del capitale propone un programma economico, politico e sociale più o meno coerente e realista per il capitale nazionale. Per contro, il problema con il populismo politico non è che non fa proposte concrete, ma che propone una cosa ed il suo contrario, una politica oggi, un’altra domani. Piuttosto che essere un’alternativa politica, esso rappresenta la decomposizione della politica borghese.

È per questo motivo che, almeno col significato che gli viene attribuito in questo testo, ha poco senso parlare dell’esistenza di un populismo di sinistra come una sorta di “contrapposizione” al populismo di destra.

Malgrado similitudini e paralleli, la storia non si ripete mai. Il populismo di oggi non è la stessa cosa del fascismo degli anni 1920 e 1930. Tuttavia, il fascismo di allora e il populismo di oggi hanno, in un certo modo, cause simili. In particolare, entrambi sono l’espressione della decomposizione del mondo borghese. Con l’esperienza storica del fascismo e soprattutto del nazismo che lo ha seguito, la borghesia delle vecchie metropoli capitaliste ha oggi una consapevolezza elevata di queste similitudini e del pericolo potenziale che esse rappresentano per la stabilità dell’ordine capitalista.

Paralleli con l’ascesa del nazismo in Germania

Il fascismo in Italia e in Germania hanno avuto in comune il trionfo della controrivoluzione e l’insana fantasia dello scioglimento delle classi in una comunità mistica dopo la precedente sconfitta dell’ondata rivoluzionaria, dovuta principalmente alle armi della democrazia e della sinistra del capitale. In comune hanno anche avuto la loro contestazione aperta della spartizione imperialista del mondo e l’irrazionalità di molti dei loro obiettivi di guerra. Ma nonostante queste similitudini (sulla base delle quali Bilan fu capace di riconoscere la sconfitta dell’ondata rivoluzionaria e il cambiamento di corso storico, con l’apertura della possibilità per la borghesia di mobilitare il proletariato nella guerra mondiale), è utile - per comprendere meglio il populismo contemporaneo - studiare più da vicino certe specificità degli sviluppi storici in Germania all’epoca, ivi compreso là dove differivano molto dal molto meno irrazionale fascismo italiano.

Innanzitutto, lo sbandamento dell’autorità stabilita delle classi dominanti e la perdita di fiducia della popolazione nella sua tradizionale leadership politica, economica, militare, ideologica e morale erano molto più profonde che altrove (eccetto che in Russia), poiché la Germania fu la principale perdente della Prima Guerra mondiale e ne è uscì fuori in uno stato di sfinimento economico, finanziario ed anche fisico.

In secondo luogo, in Germania molto più che in Italia aveva avuto luogo una reale situazione rivoluzionaria. Il modo in cui la borghesia è stata capace di soffocare sul nascere questo potenziale non deve portarci a sottovalutare la profondità di questo processo rivoluzionario, né l’intensità delle speranze e delle attese che esso aveva destato e che l’avevano accompagnato. Furono necessari quasi sei anni, fino al 1923, alla borghesia tedesca e mondiale per liquidare tutte le tracce di questa effervescenza. Oggi è difficile immaginare il grado di delusione causato da questa sconfitta e l’amarezza che essa ha lasciato. La perdita di fiducia della popolazione nella sua classe dominante fu così velocemente seguita dalla disillusione, ancora più crudele, della classe operaia nei riguardi delle sue (vecchie) organizzazioni, (socialdemocrazia e sindacati), e per la delusione nei confronti del giovane KPD[10] e dell’Internazionale comunista.

Terzo, le calamità economiche giocarono un ruolo molto più centrale nell’ascesa del nazional-socialismo di quanto non fosse il caso per il fascismo in Italia. L’iperinflazione del 1923 in Germania (e altrove in Europa centrale) fece perdere fiducia nella moneta come equivalente universale. La Grande Depressione che ebbe inizio nel 1929 avvenne dunque solo 6 anni dopo il trauma dell’iperinflazione. Non solo la Grande Depressione colpì in Germania una classe operaia la cui coscienza di classe e la cui combattività erano già state schiacciate, ma il modo con cui le masse, intellettualmente e emotivamente, subirono l’esperienza di questo nuovo episodio di crisi economica fu, in una certa misura, modellato, pre-formattato potremmo dire, dagli avvenimenti del 1923.

Le crisi del capitalismo decadente in particolare colpiscono ogni aspetto della vita economica (e sociale). Sono crisi di (sovrap)-produzione - di capitale, di merci, di forza lavoro - e di appropriazione e di “distribuzione” - speculazioni finanziarie e monetarie, crac inclusi. Ma, diversamente dalle manifestazioni di crisi più centrate sul settore di produzione, come licenziamenti e riduzioni di salario, gli effetti negativi sulla popolazione delle crisi finanziarie e monetarie sono molto più astratti e oscuri. Tuttavia, i loro effetti possono essere ugualmente devastanti per parti della popolazione, così come le loro ripercussioni possono essere anche più ampie ed estendersi ancora più rapidamente di quelle che si manifestano più direttamente sul luogo di produzione. In altri termini, mentre queste ultime manifestazioni di crisi tendono a favorire lo sviluppo della coscienza di classe, quelle che provengono piuttosto dalle sfere finanziarie e monetarie tendono a fare il contrario. Senza l’aiuto del marxismo non è facile afferrare i legami reali tra, per esempio, un crac finanziario a Manhattan e il deficit di pagamento che ne risulta di una compagnia di assicurazioni o anche di uno Stato in un altro continente. Tali spettacolari sistemi d’interdipendenza, creati ciecamente tra paesi, popolazioni, classi sociali, che funzionano alle spalle dei protagonisti, conducono facilmente alla personalizzazione e alla paranoia sociale. Il fatto che l’accentuazione recente della crisi del capitalismo sia stata anche una crisi finanziaria e delle banche, legata alle bolle speculative e alla loro esplosione, non è soltanto propaganda borghese. Il fatto che una falsa manovra speculativa a Tokio o a New York possa scatenare il fallimento di una banca in Islanda, o scuotere il mercato immobiliare in Irlanda, non è una finzione ma una realtà. Solo il capitalismo crea una tale interdipendenza di vita e di morte tra persone che sono completamente estranee le une alle altre, tra protagonisti che non sono nemmeno coscienti della loro reciproca esistenza. È veramente difficile per gli esseri umani far fronte a tali livelli di astrazione, siano essi intellettuali o emotivi. Questa incapacità a capire il reale meccanismo del capitalismo porta dunque alla personalizzazione, che attribuisce tutta la colpa alle forze del male che pianificano deliberatamente come nuocerci. È tanto più importante comprendere oggi questa distinzione tra i diversi tipi di attacchi, in quanto non è più principalmente la piccola borghesia o le cosiddette classi medie a perdere i loro risparmi, come avvenne nel 1923, ma milioni di lavoratori che possiedono o tentano di possedere un proprio alloggio, dei risparmi, un’assicurazione, ecc..

Nel 1923 la borghesia tedesca, che già pianificava di fare guerra alla Russia, si è dovuta confrontare con il nazismo che era divenuto un vero movimento di massa. In una certa misura, la borghesia era intrappolata, prigioniera di una situazione che aveva largamente contribuito a creare. Avrebbe potuto optare di andare in guerra sotto un governo socialdemocratico, col sostegno dei sindacati, in una possibile coalizione con la Francia o anche con la Grande Bretagna, anche se inizialmente come partner secondario. Ma ciò avrebbe richiesto uno scontro, o almeno una neutralizzazione, del movimento nazista, che era diventato non solo troppo grande da manipolare ma raggruppava anche quella parte di popolazione che voleva la guerra. In questa situazione, la borghesia tedesca fece l’errore di credere di poter strumentalizzare il movimento nazista a suo piacimento.

Il nazismo non fu semplicemente un regime di terrore di massa esercitato da una piccola minoranza sul resto della popolazione. Esso aveva una propria base di massa. Esso non era solo uno strumento del capitale imposto alla popolazione. Era anche il suo contrario: uno strumento cieco delle masse atomizzate, schiacciate e paranoiche che volevano imporsi al capitale.

Il nazismo fu dunque in gran parte preparato dalla profonda perdita di fiducia di grandi parti di popolazione nell’autorità della classe dominante e nella sua capacità di fare funzionare efficacemente la società e di fornire un minimo di sicurezza fisica ed economica ai suoi cittadini. Questo scuotimento della società fino alle sue fondamenta era stato inaugurato dalla Prima Guerra mondiale ed era stato inasprito dalle catastrofi economiche che ne seguirono: l’iperinflazione che era il risultato della guerra mondiale (dal lato dei perdenti), e la Grande Depressione degli anni 1930. L’epicentro di questa crisi fu costituito dai tre imperi, il tedesco, l’austroungarico e il russo, che sprofondarono tutti sotto i colpi della guerra (persa) e dell’ondata rivoluzionaria.

Mentre la rivoluzione fu vittoriosa in Russia, essa fallì in Germania e nel vecchio impero austroungarico. In assenza di un’alternativa proletaria alla crisi della società borghese si aprì un vuoto profondo il cui centro fu la Germania e, diciamo, l’Europa continentale a nord del bacino mediterraneo, ma con ramificazioni a scala mondiale, generando un parossismo di violenza e di pogromizzazione centrato sui temi dell’antisemitismo e dell’anti-bolscevismo, culminante con “l’olocausto” e lo sterminio di massa di intere popolazioni, in particolare nei territori dell’URSS occupati dalle forze tedesche.

La forma presa dalla controrivoluzione in Unione Sovietica giocò un ruolo importante nello sviluppo di questa situazione. Sebbene non vi fosse più niente di proletario nella Russia stalinista, la violenta espropriazione dei contadini (la “collettivizzazione dell’agricoltura” e la “liquidazione dei kulaki”) terrificò non solo i piccoli proprietari ed i piccoli risparmiatori nel resto del mondo, ma anche molti grandi proprietari. Fu questo particolarmente il caso dell’Europa continentale dove questi proprietari, (compresi i modesti proprietari dei propri alloggi), lasciati senza protezione rispetto al “bolscevismo” da cui non erano divisi dal mare o dall’oceano (a differenza dei loro omologhi inglesi o americani), avevano poca fiducia che gli instabili regimi europei, “democratici” o “autoritari”, esistenti all’inizio degli anni 1930, potessero proteggerli dall’espropriazione, dalla crisi o dal “bolscevismo giudaico”.

Da questa esperienza storica possiamo concludere che se il proletariato è incapace di portare avanti la sua alternativa rivoluzionaria al capitalismo, la perdita di fiducia nella capacità della classe dominante di “fare il suo lavoro” può condurre ad una rivolta, una protesta, un’esplosione di tutt’altro tipo, qualcosa che non è cosciente ma cieca, diretta non verso il futuro ma verso il passato, basata non sulla fiducia ma sulla paura, non sulla creatività ma sulla distruzione e l’odio.

Una seconda crisi di fiducia nella classe dominante oggi

Il processo appena descritto era già espressione della decomposizione del capitalismo. Ed è più che comprensibile che molti marxisti ed altri astuti osservatori della società negli anni 1930 si aspettassero che questa tendenza avrebbe velocemente sommerso il mondo intero. Ma come si è verificato, quella era soltanto la prima fase di questa decomposizione, non ancora la sua fase terminale.

Innanzitutto, tre fattori d’importanza storica mondiale hanno fatto arretrare questa tendenza alla decomposizione.

  • Per primo, la vittoria della coalizione anti-Hitler nella Seconda Guerra mondiale, che ha considerevolmente elevato il prestigio della democrazia “occidentale”, in particolare quello del modello americano da una parte e quello del modello del “socialismo in un solo paese” dall’altro.
  • Secondo, il “miracolo economico” seguito alla Seconda Guerra mondiale, soprattutto nel blocco occidentale.

Questi due fattori erano in realtà attribuibili alla borghesia. Il terzo invece è opera della classe operaia: la fine della controrivoluzione, il ritorno della lotta di classe al centro della scena della storia, e con essa, il riapparire, sebbene confuso ed effimero, di una prospettiva rivoluzionaria. La borghesia, da parte sua, ha risposto a questo cambiamento di situazione non solo con l’ideologia del riformismo, ma anche attraverso concessioni e miglioramenti materiali reali, anche se temporanei. Tutto ciò ha rafforzato, tra i lavoratori, l’illusione che la vita potesse migliorare.

Come sappiamo, ciò che ha condotto alla fase attuale di decomposizione è stato essenzialmente il blocco tra le due classi principali, l’una incapace di scatenare una guerra generalizzata, l’altra incapace di dirigersi verso una soluzione rivoluzionaria. Con l’insuccesso della generazione del 1968 a politicizzare ulteriormente le sue lotte, gli avvenimenti del 1989 hanno inaugurato allora, a scala mondiale, la fase attuale di decomposizione. Ma è molto importante comprendere questa fase non come qualche cosa di stagnante, ma come un processo. Il 1989 ha segnato innanzitutto l’insuccesso del primo tentativo del proletariato di risviluppare la sua alternativa rivoluzionaria. Dopo 20 anni di crisi cronica e di deterioramento delle condizioni di vita della classe operaia e della popolazione mondiale nel suo insieme, il prestigio e l’autorità della classe dominante si sono abbastanza degradati, ma non allo stesso grado. Alla svolta del millennio, c’erano ancora importanti contro-tendenze che risollevavano la reputazione delle élite borghesi dirigenti. Qui ne menzioneremo tre.

La prima è che il crollo del blocco dell’Est stalinista non ha danneggiato l’immagine della borghesia dell’ex blocco occidentale. Al contrario, esso è sembrato mostrare l’impossibilità di un’alternativa al “capitalismo democratico occidentale”. Naturalmente, parte dell’euforia del 1989 si è rapidamente dissipata sotto l’effetto della realtà, come l’illusione di un mondo più pacifico. Ma è rimasto vero che il 1989 ha almeno allontanato la spada di Damocle come minaccia permanente di annientamento reciproco in una terza guerra mondiale. Inoltre, dopo il 1989, è stato possibile presentare retrospettivamente in modo credibile sia la Seconda Guerra mondiale che la Guerra fredda che ne è seguita tra Est e Ovest come prodotto della “ideologia” e del “totalitarismo” (dunque colpa del fascismo e del “comunismo”). A livello ideologico, è una grande fortuna per la borghesia occidentale che il nuovo ed attuale rivale imperialista - più o meno aperto - degli Stati Uniti non sia più la Germania (oramai essa stessa “democratica”) ma la Cina “totalitaria” e che molte delle guerre regionali contemporanee e degli attacchi terroristici possano essere attribuiti al “fondamentalismo religioso”.

La seconda è che la tappa attuale di “globalizzazione” del capitalismo di Stato, già introdotta precedentemente, ha reso possibile, nel contesto del post 1989, un reale sviluppo delle forze produttive in quelli che fino ad allora erano stati paesi periferici del capitalismo. Naturalmente i BRICS[11], per esempio, non costituiscono per niente un modello di vita per gli operai dei vecchi paesi capitalisti. Ma allo stesso tempo essi creano l’impressione di un capitalismo mondiale dinamico. Bisogna notare, data l’importanza della questione dell’immigrazione per il populismo di oggi, che questi paesi sono visti come apportatori di stabilità della situazione poiché assorbono milioni di migranti che diversamente si sarebbero spostati verso l’Europa o il Nordamerica.

La terza è lo sviluppo realmente sbalorditivo a livello tecnologico che ha rivoluzionato la comunicazione, l’educazione, la medicina, la vita quotidiana nel suo insieme, che ha dato l’impressione di una società di nuovo piena di energia (giustificando, en passant, la nostra comprensione che la decadenza del capitalismo non significa arresto delle forze produttive o stagnazione tecnologica).

Questi fattori (e ce ne sono probabilmente altri), sebbene incapaci di impedire la fase attuale di decomposizione (e con essa già, un primo sviluppo del populismo) sono riusciti comunque ad attenuare alcuni dei suoi effetti. Per contro, il contemporaneo rafforzamento di questo stesso populismo indica che oggi siamo probabilmente vicini ai limiti di questi effetti moderatori, aprendo quello che potremmo chiamare una seconda tappa nella fase di decomposizione. Questa seconda tappa, possiamo dire, è caratterizzata da una crescente perdita di fiducia, in grossi settori di popolazione, nella volontà o capacità della classe dominante di proteggerli. Un processo di disillusione che, almeno per il momento, non è proletario, ma profondamente antiproletario. Dietro le crisi della finanza, dell’Euro e dei rifugiati, che sono più dei fattori scatenanti che delle cause profonde, questa nuova tappa è certamente il risultato di effetti cumulati da decenni di fattori soggiacenti più profondi. Innanzitutto, l’assenza di una prospettiva rivoluzionaria proletaria da un lato. Dall’altro lato (quello del capitale), c’è la sua crisi economica cronica, ma anche gli effetti del carattere sempre più astratto del modo di funzionamento della società borghese. Questo processo, inerente al capitalismo, ha conosciuto una grave accelerazione negli ultimi tre decenni, con la drastica riduzione, nei vecchi paesi capitalisti, della forza lavoro industriale e manuale, e dell’attività fisica in generale, a causa della meccanizzazione e dei nuovi media come i personal computer ed Internet. Parallelamente a ciò, il mezzo di scambio universale è stato trasformato largamente da metallo e carta a moneta elettronica, che è parte di un processo più ampio che porta ad una radicale separazione tra il corpo e la sua realtà sensuale.

Populismo e violenza

Alla base del modo di produzione capitalista vi è una combinazione molto specifica di due fattori: i meccanismi economici o “leggi” (il mercato) e la violenza. Da un lato, la precondizione per uno scambio di equivalenti è la rinuncia alla violenza: lo scambio al posto del furto. In più, il lavoro salariato è la prima forma di sfruttamento dove l’obbligo a lavorare e la motivazione dello stesso processo lavorativo sono essenzialmente di tipo economico e non imposti con la forza fisica diretta.

Dall’altro lato, nel capitalismo tutto il sistema di scambi equivalenti è basato su uno scambio “originario” non equivalente - la violenta separazione dei produttori dai mezzi di produzione (“accumulazione primitiva”) che è la precondizione del sistema salariato e che è un processo permanente nel capitalismo poiché la stessa accumulazione è un processo più o meno violento (vedi L’accumulazione del Capitale, Rosa Luxemburg). Questa presenza permanente dei due poli di questa contraddizione, violenza e rinuncia alla violenza, così come l’ambivalenza che quest’ultima crea, impregna l’insieme della vita della società borghese. Essa accompagna ogni atto di scambio in cui l’opzione alternativa del furto è sempre presente. D’altra parte, una società fondata radicalmente sullo scambio, e dunque sulla rinuncia alla violenza, deve rafforzare questa rinuncia attraverso la minaccia della violenza, e non solamente la minaccia – vedi le sue leggi, il suo apparato di giustizia, la sua polizia, le sue prigioni, ecc. Quest’ambiguità è sempre presente, particolarmente nello scambio tra lavoro salariato e capitale, in cui la coercizione economica è completata dalla forza fisica. Essa è specificamente presente tutte le volte che è implicato lo strumento di violenza per eccellenza nella società borghese: lo Stato. Nelle sue relazioni con i suoi cittadini, (coercizione ed estorsione), e con gli altri Stati (guerra), lo strumento della classe dominante per sopprimere il furto e la violenza caotica è esso stesso, allo stesso tempo, il furto generalizzato e santificato.

Uno dei punti focali di questa contraddizione e ambiguità tra violenza e rinuncia al suo uso nella società borghese risiede in ciascuno dei singoli soggetti. Vivere una vita normale, funzionale, nel mondo attuale richiede la rinuncia ad una pletora di bisogni corporali, emozionali, intellettuali, morali, artistici e creativi a tutti. Dal momento che il capitalismo maturo è passato dello stadio del dominio formale a quello del dominio reale, questa rinuncia non è stata più in prima istanza imposta principalmente attraverso una violenza esterna. Infatti, ogni individuo è più o meno coscientemente confrontato con la scelta o di adattarsi al funzionamento astratto di questa società, o di essere un “perdente” che rischia di finire su un marciapiede. La disciplina diventa l’autodisciplina, al punto tale che ogni individuo diventa il repressore dei suoi stessi bisogni vitali. Naturalmente questo processo di autodisciplina contiene anche un potenziale di emancipazione, per l’individuo e soprattutto per il proletariato nel suo insieme (in quanto classe autodisciplinata per eccellenza) per diventare padrone del suo destino. Ma per il momento, nel funzionamento “normale” della società borghese, questa autodisciplina è essenzialmente l’internalizzazione della violenza capitalista. Perché, oltre all’opzione proletaria di trasformazione di questa autodisciplina in mezzo di realizzazione, di rivitalizzazione dei bisogni umani e di creatività, c’è anche un’altra opzione, quella del riorientamento cieco della violenza internalizzata verso l’esterno. La società borghese ha sempre bisogno di offrire un “estraneo” per mantenere l’auto-disciplina di quelli che dicono di appartenerle. E per questo che la cieca ri-esternalizzazione della violenza da parte dei soggetti della società borghese si orienta “spontaneamente” (cioè è predisposta o “formattata” in questo senso) contro tali estranei (pogromizzazione).[12]

Quando la crisi aperta della società capitalista raggiunge una certa intensità, quando l’autorità della classe dominante si è deteriorata, quando gli argomenti della società borghese cominciano a dubitare della capacità e della determinazione delle autorità a fare il loro lavoro e, in particolare, a proteggerli contro un mondo di pericoli, e quando un’alternativa - che può essere solo quella del proletariato - manca, parti della popolazione cominciano a protestare ed anche a rivoltarsi contro l’élite dominante, ma non allo scopo di mettere in causa le sue regole, ma per obbligarli a proteggere i suoi cittadini “rispettosi delle leggi” contro gli “esterni”. Questi strati di società subiscono la crisi del capitalismo come un conflitto tra i suoi due principi sottostanti: tra mercato e violenza. Il populismo è l’opzione per risolvere con la violenza i problemi che il mercato non può risolvere, e anche per risolvere i problemi dello stesso mercato. Per esempio, se il mercato mondiale della forza lavoro minaccia di inghiottire il mercato del lavoro dei vecchi paesi capitalisti con l’onda di chi non ha niente, la soluzione è di erigere delle barriere e di posizionare alle frontiere una polizia che possa tirare su chiunque provi a superarle senza permesso.

Dietro la politica populista di oggi, si nasconde la sete di omicidio. Il pogrom è il segreto della sua esistenza.

Steinklopfer, 8 giugno 2016


[1] Brexit, Trump: Setbacks for the ruling class, nothing good for the proletariat, International Review n°157.

[2] United Kingdom Independence Party.

[3] La Repubblica Democratica Tedesca, la vecchia Germania dell’est dal regime stalinista.

[4] Freiheitliche Partei Österreichs (Partito della Libertà Austriaco)

[5] Contratto di primo impiego. Vedi il nostro articolo: Tesi sul movimento degli studenti nella primavera 2006 in Francia, in Rivista Internazionale n° 28 (2006).

[6] La CDU, Partito Democratico-cristiano, attualmente al potere in Germania in una “grande coalizione” con il partito “socialista” SPD Partito Socialdemocratico di Germania.

[7] Freie Demokratische Partei, un partito “liberal-democratico” che in passato ha svolto un ruolo di bilancino tra SPD e CDU.

[8] Equivalente tedesco del neoliberismo, sottolineando il libero mercato, ma anche il ruolo dello Stato nella protezione del libero mercato.

[9] Unione Cristiano Sociale.

[10] Kommunistische Partei Deutschlands, Partito Comunista di Germania, sezione tedesca della Terza Internazionale.

[11] Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa.

[12] Vedi gli scritti del ricercatore tedesco in antisemitismo Detlev Claussen.