BREXIT: crescenti difficoltà per la borghesia e per la classe operaia

Quando il 52% degli elettori del referendum in Gran Bretagna sul mantenimento del paese nell’Unione europea ha scelto di uscirne, questo non è stato un evento isolato, ma un ulteriore esempio del peso crescente del populismo. Questo si vede egualmente negli Stati Uniti nel sostegno a Donald Trump nella battaglia per la presidenza del paese, in Germania con l'emergere di forze politiche a destra dei Democratici cristiani (Pegida e Alternative für Deutschland), nelle ultime elezioni presidenziali in Austria, dove i socialdemocratici così come i Democratico Cristiani sono stati superati dalla concorrenza tra i Verdi e la destra populista, in Francia, con la continua ascesa del Fronte nazionale, in Italia, con il movimento Cinque Stelle o ancora attraverso gli attuali governi in Polonia e Ungheria.

Il populismo non è un elemento in più nel gioco politico tra i partiti di destra e di sinistra, ma nasce da un diffuso malcontento che non riesce ad esprimersi altrimenti. Esso si colloca interamente sul terreno borghese e si basa su un rigetto della classe dirigente e dell'immigrazione, ma anche su una sfiducia verso le promesse e l’austerità della sinistra e della destra, esprimendo così una perdita di fiducia verso le istituzioni della società e un’incapacità a riconoscere l'alternativa rivoluzionaria della classe operaia.

Nelle nostre “Tesi sulla decomposizione”, pubblicate nel 1990, parlavamo già di “... questa tendenza generale alla perdita di controllo da parte della borghesia per la conduzione della sua politica”, e de “la perdita di controllo sulla propria strategia politica”. Benché l’uso della democrazia sia stato uno strumento e una ideologia molto efficaci per la classe capitalista, permettendo a questa di mantenere il controllo sulla situazione politica, il crescere del populismo riflette la tendenza latente all’emergere di difficoltà crescenti per la classe capitalista.

In un certo senso, il montare del populismo rafforza la democrazia: degli scontenti si dirigono versi i partiti populisti, mentre altri vi si oppongono ferocemente. Tuttavia, il voto in Gran Bretagna per “uscire” dall’Unione europea ci ricorda le difficoltà che il populismo può portare al controllo politico della borghesia. La classe dominante usa la democrazia per cercare di legittimare il suo dominio, ma il populismo mina i tentativi di mantenere tale legittimità. Il populismo pone problemi all’insieme della borghesia perché il suo sviluppo provoca sconvolgimenti imprevedibili al “buon funzionamento della democrazia.”

La borghesia britannica di fronte al problema del populismo

Noi abbiamo spesso sottolineato, a giusto titolo, che la borghesia britannica è la più sperimentata al mondo, con una tale capacità di manovrare sul piano diplomatico, politico ed elettorale da suscitare l’invidia degli altri Stati capitalisti del pianeta. Ma il voto per il Brexit rimette in questione tali capacità.

Benché il capitalismo nel Regno Unito abbia una lunga tradizione nell’uso delle elezioni, solo raramente ha fatto ricorso a un referendum. Dopo quello sull’adesione alla CEE (il predecessore dell’odierna Unione Europea) nel 1975 e fatta eccezione per dei referendum locali nell’Irlanda del Nord, nel Galles e in Scozia, prima di quest'anno si era avuto solo il referendum sulla modifica del sistema del voto parlamentare nel 2011. Evitare i referendum è una politica saggia per la borghesia, poiché vi è sempre il pericolo che il voto possa essere usato come mezzo di protesta per qualcosa. Infatti, la promozione di questo referendum su Brexit da parte di David Cameron è stato un grande errore di calcolo, tenuto conto della crescita del populismo. Lungi dal limitarsi a una battaglia con l’UKIP[1] e con i conservatori euroscettici, di fatto persone di tutte le convinzioni politiche sono state tirate nella mischia. Questo spiega anche la debolezza della campagna per “restare” nell’UE che ha presentato degli argomenti di buon senso e delle considerazioni razionali (dal punto di vista capitalistico), mentre la campagna “Uscire” ha fatto appello, con maggiore successo, a delle emozioni irrazionali.

I “Brexisti” hanno personalizzato il dibattito prendendo di mira i ricchi Cameron ed Osborne[2], accusati di non capire le preoccupazioni della gente comune; dicendo che la gente era stufa degli esperti e che avrebbe dovuto fidarsi del suo istinto, presentando l’immigrazione come un problema, aggravato inoltre dall’appartenenza all’UE. Hanno anche promesso 350 milioni di sterline supplementari a settimana per il NHS[3], dicendo in seguito che si trattava di un “errore”. In risposta, la campagna per “restare” ha sostenuto le sue argomentazioni sulla necessità di continuare a godere dell’appartenenza all’Unione europea, mostrando le analisi di un esercito di economisti e la testimonianza di molti uomini d’affari che riconoscevano l’importanza dell’UE. Quando la campagna per “restare” parlava dell’immigrazione, di fatto raggiungeva i fautori del Brexit dicendo che questo era un vero problema, ma insistendo sul fatto che il quadro dell’UE offriva la migliore garanzia per limitare l’arrivo di gente alla ricerca di un posto di lavoro o semplicemente di un luogo dove salvare la propria pelle.

Conseguenze prevedibili e imprevedibili del Brexit

Dopo il referendum, non ci sarà alcun “ritorno alla normalità”. Nessun partito aveva previsto di pianificare il proprio futuro in funzione di una vittoria del Brexit. Qualunque cosa accadrà, saranno quelli che soffrono già che soffriranno ancora di più. Quando Osborne ha annunciato in tutta fretta una riduzione dell’imposta sulle imprese per attirare gli investitori nel Regno Unito, è chiaro che è la classe operaia che subirà i peggiori attacchi. Sul piano economico, ci sono state molte speculazioni su ciò che accadrà ora. Come può il capitalismo difendere al meglio i propri interessi? Come possono i paesi dell’UE difendersi al meglio contro i danni collaterali del risultato del referendum? Le ripercussioni sono ovviamente internazionale. Naturalmente, ci saranno tentativi volti a limitare l’impatto sull’UE. I pericoli di contagio del Brexit su altri paesi sono reali. Un’uscita completa della Gran Bretagna potrebbe rafforzare queste forze centrifughe.

Un’altra possibile prospettiva è il rafforzamento delle tendenze separatiste. Dopo il voto scozzese, largamente a favore per “rimanere”, e le elezioni parlamentari nel 2015 dopo le quali quasi tutti i parlamentari scozzesi appartenevano all’SNP[4], esiste la possibilità di una perdita di controllo ancora maggiore al punto da minacciare la stessa unità del Regno Unito. Diversa è la situazione in Irlanda del Nord, ma ancora una volta la maggioranza era per “restare”, il che potrebbe creare ulteriori difficoltà per il Regno Unito.

Sul piano politico vi saranno nuove alleanze e non vi è alcuna garanzia che vedremo un ritorno alla classica divisione tra destra e sinistra. Le cose non si calmeranno così facilmente dopo tutte le lotte intestine all’interno del partito conservatore. Il governo conservatore era profondamente diviso sulla campagna e dopo il referendum la bagarre tra Gove[5] e Johnson[6] ha mostrato ancor più le divisioni nel campo del Brexit. Dei due candidati per la leadership conservatrice, Theresa May[7] era del fronte del “restare”, ma adesso dice che “Brexit significa Brexit”, mentre Andrea Leadsom, che nel nel 2013 dichiarava che un’uscita dall’Europa “sarebbe stata una catastrofe per la nostra economia”, ha aderito alla campagna di Brexit nel 2016[8].

La situazione all’interno del partito laburista riflette bene le difficoltà politiche incontrate dalla borghesia. Questo partito non è al governo, ma il suo ruolo all’opposizione è importante e ha bisogno di prepararsi per il futuro, quando la classe operaia comincerà a muoversi. C’è un divario tra i parlamentari laburisti che non sostengono Corbyn come leader, e i militanti del partito che l’hanno eletto[9]. I sindacati, dal canto loro, non sono uniti, ma giocheranno un ruolo nella situazione e non necessariamente nel senso della stabilità.

Il risultato del referendum in Gran Bretagna è un fatto importante che preoccupa la borghesia degli altri paesi. Se la borghesia inglese, sia di destra che di sinistra, ha difficoltà a gestire il populismo, cosa succederà negli altri paesi? Se la democrazia è uno degli strumenti principali per contenere e deviare la spinta della classe operaia e di altri strati sociali, la forza del populismo mostra che il controllo del processo democratico da parte della borghesia ha i suoi limiti e non segue sempre la volontà delle sue frazioni più illuminate.

La classe operaia contro il populismo

Uno dei motivi della crescita del populismo è la debolezza della classe operaia sul piano delle sue lotte, della sua coscienza e della comprensione della sua identità. Se la classe operaia si riconoscesse capace di presentare un’alternativa al capitalismo, ciò sarebbe un fattore determinante nella prospettiva di costruire una vera comunità umana. Ma questo non è il caso oggi.

Inoltre, molti lavoratori si sono lasciati ingannare dal populismo, ingannare dall’idea che “il popolo” si deve contrapporre alle “élite”. È significativo che i lavoratori siano stati più propensi a votare “Brexit” nelle vecchie regioni industriali, che sono quelle più fortemente impoverite e trascurate. Il partito laburista aveva ritenuto che il sostegno dei lavoratori in queste regioni fosse già acquisito, ma benché la maggioranza dell’elettorato laburista abbia votato per “rimanere”, una significativa minoranza ha votato nel senso inverso. Sono questi i settori della classe operaia che hanno sofferto di più le politiche “neo-liberali” che hanno smantellato settori interi dell’industria nei vecchi paesi centrali del capitalismo, che hanno trasformato il mercato immobiliare in un’arena di sfrenate speculazioni[10], per poi proporre l’austerità come solo rimedio per evitare una disintegrazione del sistema finanziario internazionale.

Di fronte a questi attacchi, spesso presentati come le azioni d’una sorta di “Internazionale” capitalista, non è sorprendente che ampi settori della classe operaia avvertano una vera collera contro le élite, che di per sé non porta ad uno sviluppo della coscienza di classe. L'attrazione esercitata da demagoghi populisti è dovuta al fatto che questi propongono concretamente dei facili bersagli su cui rigettare la colpa di tutto: l’UE, l’élite della metropoli londinese, gli immigrati, gli stranieri, ecc. Il capitalismo genera una percezione astratta e distorta della realtà, cosa che spiega come i populisti possano cambiare gli obiettivi come se cambiassero la camicia: i regolamenti dell'Unione Europea, il terrorismo islamico, la globalizzazione, i ricchi parassiti ... Il populismo rappresenta un pericolo per la classe operaia perché non ha bisogno di essere coerente per essere efficace. Analizzare il significato di tutto questo fenomeno è una sfida importante per i rivoluzionari e noi cominciamo solo adesso a intraprendere questo lavoro.

Il referendum in Gran Bretagna, sia la sua campagna che il suo esito, è l’espressione di una situazione che cambia, direttamente influenzata dalla crescita del populismo. Questo è un problema che può solo peggiorare finché il proletariato non capirà il suo ruolo storico di classe sfruttata che ha la capacità di abbattere il capitalismo e di stabilire una comunità umana globale.

Car, 9 luglio 2016

 


[1] United Kingdom Independence Party, un partito della destra britannica fondato essenzialmente su un programma di uscita dall’UE.

[2] Ministro delle Finanze del governo Cameron.

[3] National Health Service (servizio pubblico di Sanità).

[4] Scottish National Party (Partito nazionalista scozzese).

[5] Michael Gove, ministro della Giustizia nel governo Cameron.

[6] Boris Johnson, vecchio sindaco di Londra fino alle ultime elezioni municipali.

[7] Segretario di Stato all’interno del governo Cameron.

[8] Depuis que cet article a été écrit, Gove et Leadsom se sont retirés de la course, laissant Theresa May comme nouveau dirigeant du Parti conservateur. Selon la constitution britannique elle devient donc automatiquement Premier ministre.

[9] I dirigenti del Partito Laburista sono eletti secondo un sistema che include i voti dei membri dei sindacati affiliati al Partito così come quelli dei militanti che hanno raggiunto il Partito individualmente. Jeremy Corbyn è stato eletto dopo la sconfitta del suo predecessore Ed Miliband nelle elezioni parlamentari del 2015. Fortemente influenzato a sinistra, è stato sostenuto, in particolare, da un gran numero di giovani che si erano appena iscritti al partito.

[10] Ci si riferisce in particolare alla politica introdotta dalla Thatcher, che ha dato agli inquilini delle case popolari di proprietà del Comune l’opportunità di poterla acquistare.