Risoluzione sulla situazione internazionale

21° Congresso CCI

Basarsi fermamente sulle acquisizioni del movimento operaio

1. Per un bilancio della sua analisi della situazione internazionale nel corso degli ultimi 40 anni, la CCI può prendere esempio dal Manifesto comunista del 1848, prima dichiarazione aperta della corrente marxista nel movimento operaio. Le acquisizioni del Manifesto sono note: l'applicazione del metodo materialistico al processo storico, che mostra la natura transitoria di tutte le formazioni sociali che esistevano in precedenza; il riconoscimento del fatto che mentre il capitalismo gioca ancora un ruolo rivoluzionario nell’unificare il mercato mondiale e sviluppa le forze produttive, le sue contraddizioni intrinseche, che si esprimono in ripetute crisi di sovrapproduzione, indicano anche che esso rappresenta solo una tappa transitoria nella storia dell’umanità; l'identificazione della classe operaia come il becchino del modo di produzione borghese; la necessità per la classe operaia di sviluppare le sue lotte a livello della presa del potere politico, per costruire le fondamenta di una società comunista; il necessario ruolo di una minoranza comunista, come un prodotto e fattore attivo nella lotta di classe del proletariato.

2. Questi punti sono ancora una parte fondamentale del programma comunista di oggi. Ma Marx ed Engels, fedeli a un metodo che è allo stesso tempo storico ed autocritico, sono stati in grado poi di riconoscere che alcune parti del Manifesto erano state superate o smentite dall'esperienza storica. Così, in seguito agli eventi della Comune di Parigi nel 1871, conclusero che la presa del potere da parte della classe operaia avrebbe dovuto comportare la distruzione, non la conquista, dello Stato borghese. E molto tempo prima, nei dibattiti della Lega dei Comunisti, che seguirono la sconfitta delle rivoluzioni del 1848, si resero conto che il Manifesto si era sbagliato nel credere che il capitalismo fosse già entrato una crisi definitiva per cui si sarebbe potuta avere una rapida transizione dalla rivoluzione borghese a quella proletaria.

Contro la tendenza iper-attivista sviluppatasi intorno a Willich e Schapper, misero in evidenza la necessità per i rivoluzionari di sviluppare una riflessione più profonda sulle prospettive di un società capitalista ancora in ascesa. Tuttavia, pur riconoscendo questi errori, non misero in discussione il loro metodo, anzi lo utilizzarono per dare una base più solida alle acquisizioni programmatiche del movimento.

3. La passione del comunismo, l'ardente desiderio di vedere la fine di sfruttamento capitalista, hanno spesso condotto i comunisti a cadere in errori simili a quelli di Marx ed Engels nel 1848. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e l'immensa insurrezione rivoluzionaria avutasi negli anni 1917-1920, sono stati visti correttamente dai comunisti come prova definitiva che il capitalismo era entrato in una nuova epoca, quella del suo declino e quindi della rivoluzione proletaria. La rivoluzione mondiale era stata posta all’ordine del giorno dalla presa del potere da parte del proletariato russo nell’ottobre 1917. Ma l'avanguardia comunista del tempo aveva anche sottovaluto le enormi difficoltà a cui avrebbe dovuto far fronte il proletariato, la cui fiducia e integrità avevano subito un duro colpo a causa del tradimento delle sue vecchie organizzazioni; un proletariato consumato da anni di massacro imperialista e su cui pesavano ancora notevolmente il riformismo e le tendenze opportuniste sviluppatesi nel movimento operaio nei precedenti tre decenni.

La risposta della direzione dell'Internazionale comunista a queste difficoltà fu quello di cadere in nuove versioni dell’opportunismo allo scopo di aumentare la propria influenza tra le masse, quali la “tattica” del fronte unito con agenti della borghesia all'interno della classe operaia. Questa svolta opportunista diede luogo a sua volta a reazioni vigorose delle correnti di sinistra nell’Internazionale, in particolare la sinistra italiana e tedesca, ma esse stesse si trovarono di fronte ad ostacoli significativi nella comprensione delle nuove condizioni storiche. Nella sinistra tedesca, quelle tendenze che avevano elaborato la teoria della “crisi mortale”, si erano sbagliate di fronte all'inizio della decadenza del capitalismo. Mentre la decadenza si sarebbe dovuta intendere come un periodo di crisi e guerre, per queste correnti significava che il sistema si trovava di fronte ad un muro che non sarebbe stato più in grado di superare. Risultato di questa analisi è stato lo sviluppo di azioni avventuristiche allo scopo di spingere il proletariato ad assestare un colpo mortale al capitalismo; un altro errore fu la creazione di una effimera “Internazionale Comunista Operaia”, seguita da una fase “consiliarista” ed un crescente abbandono della nozione di partito di classe.

4. L'incapacità della maggioranza della sinistra tedesca nel rispondere al riflusso dell'onda rivoluzionaria è stato un elemento essenziale di disintegrazione della maggior parte delle sue organizzazioni. A differenza della sinistra tedesca, la sinistra italiana è stata in grado di riconoscere la profonda sconfitta subita dal proletariato mondiale alla fine degli anni ’20 e di sviluppare le risposte teoriche e organizzative richieste dalla nuova fase della lotta di classe; queste risposte sono racchiuse nel concetto di un cambiamento del corso storico, nella formazione della Frazione e nell'idea di effettuare un “bilancio” dell'ondata rivoluzionaria e delle posizioni programmatiche dell’Internazionale Comunista. Questa chiarezza ha permesso alla Frazione italiana di fare inestimabili progressi teorici, difendendo contemporaneamente le posizioni internazionaliste quando tutto intorno, si cedeva all’antifascismo e alla marcia verso la guerra. Tuttavia, anche la frazione non era immunizzata contro crisi e arretramenti teorici; nel 1938, la rivista Bilan viene chiamata Ottobre, in previsione di una nuova ondata rivoluzionaria che sarebbe dovuta nascere dalla guerra imminente e dalla conseguente “crisi dell’economia di guerra”. Nel dopoguerra, la Sinistra Comunista di Francia (GCF), nata in risposta alla crisi della Frazione durante la guerra e alla deriva  immediatista che aveva portato a formare il Partito Comunista Internazionalista nel 1943, che era stata in grado, in un periodo molto fruttuoso tra il 1946 e il 1952, di sintetizzare i migliori contributi delle sinistre italiane e tedesche e sviluppare una migliore comprensione della adozione da parte del capitalismo delle  forme totalitarie e di Stato, si era essa stessa disintegrata a causa di un’errata comprensione del periodo post-bellico, prevedendo erroneamente lo scoppio imminente di una terza guerra mondiale.

5. Nonostante questi gravi errori, l'approccio fondamentale di Bilan e della GCF rimase valido ed è stato essenziale per la formazione della CCI all'inizio degli anni ‘70. La CCI si è formata sulla base di una serie di acquisizioni chiave della Sinistra Comunista: non solo posizioni di classe come l'opposizione alle lotte di liberazione nazionale e a tutte le guerre capitaliste, la critica a sindacati e parlamentarismo, il riconoscimento della natura capitalistica dei partiti “operai” e dei paesi “socialisti “, ma anche:

• l'eredità organizzativa sviluppata da Bilan e dalla GCF, soprattutto la loro distinzione tra frazione e partito e la critica tanto delle concezioni consiliariste che di quelle sostituzioniste del ruolo dell'organizzazione; e in più, il riconoscimento del funzionamento del comportamento militante come una questione del tutto politica;

• un insieme di elementi essenziali che danno alla nuova organizzazione una chiara prospettiva per il periodo che le si apriva dinanzi, in particolare: la nozione del corso storico e l'analisi del rapporto di forze globali tra le classi, il concetto di decadenza del capitalismo e dell’approfondimento delle sue contraddizioni economiche; la deriva verso la guerra e la costituzione di blocchi imperialisti; il ruolo essenziale del capitalismo di Stato nella capacità del sistema di mantenere la sua esistenza, nonostante la sua obsolescenza storica.

La comprensione del periodo storico

6. La questione della capacità della CCI di riprendere e sviluppare l'eredità organizzativa della sinistra comunista è trattata in altre relazioni del 21° Congresso. Questa risoluzione si concentra sugli elementi che orientano la nostra analisi della situazione internazionale dalle nostre origini. E qui è chiaro che la CCI non ha semplicemente ereditato le conquiste del passato, ma è stata in grado di svilupparle in vari modi:

• Armata della nozione del corso storico, la CCI è stata in grado di riconoscere che gli eventi del maggio-giugno 1968 in Francia e l'ondata internazionale di lotte che seguirono, hanno annunciato la fine del periodo di contro-rivoluzione e l'apertura di un nuovo corso di scontri di classe di massa; è stata quindi in grado di continuare ad analizzare l'evoluzione del rapporto di forza tra le classi, i              progressi effettivi e le battute d'arresto del movimento di classe in questo contesto globale e storico, evitando anche di rispondere empiricamente ad ogni episodio la lotta di classe internazionale.

• Sulla base della teoria della decadenza del capitalismo, i gruppi che si sono riuniti per formare la CCI avevano anche capito che quest’ondata di lotta non era causata dalla noia della società dei consumi, come sostenuto dai situazionisti, ma al ritorno della crisi aperta del sistema capitalista. Nel corso della sua esistenza, la CCI ha quindi continuato a seguire il corso della crisi economica osservandone  il suo inesorabile approfondimento.

• Comprendendo che la ricomparsa della crisi economica avrebbe spinto le potenze mondiali capitaliste ad entrare in conflitto fra loro e a prepararsi per una nuova guerra mondiale, la CCI ha riconosciuto la necessità di continuare ad analizzare i rapporti di forza tra i blocchi imperialisti e tra la borghesia e la classe operaia, la cui resistenza alla crisi economica avrebbe costituito un ostacolo alla tendenza del sistema a scatenare un nuovo olocausto generalizzato.

• Con la sua concezione del capitalismo di Stato, la CCI è stata in grado di fornire una spiegazione coerente a lungo termine della natura della crisi ricomparsa alla fine degli anni '60, che ha visto la borghesia utilizzare tutti i tipi di meccanismi (nazionalizzazione, privatizzazione, uso massiccio del credito ...) per manipolare il funzionamento della legge del valore e ridurre o ritardare gli effetti più esplosivi della crisi economica. Da ciò la CCI è stata in grado di vedere come la borghesia nella sua fase decadente ha usato la sua posizione nello Stato per realizzare tutti i tipi di manovre (sul terreno elettorale, le tattiche sindacali, le campagne ideologiche, ecc.) per deviare la lotta di classe e ostacolare lo sviluppo della coscienza di classe. Ed è questo stesso quadro teorico che ha permesso alla CCI di mostrare le cause alla base della crisi nei paesi sedicenti" socialisti" e il crollo del blocco sovietico dopo il 1989.

• Sulla base della concezione sul corso storico e sull’analisi dell'evoluzione dei conflitti imperialisti e della lotta di classe, la CCI è stata l'unica organizzazione proletaria a capire che il crollo del vecchio sistema dei blocchi era il prodotto di uno stallo storico tra le classi e segnava l'ingresso del capitalismo in una nuova ed ultima fase della sua decadenza - la fase di decomposizione - che a sua volta ha creato nuove difficoltà per il proletariato e nuovi pericoli per l'umanità.

7. Insieme alla possibilità di appropriarsi e sviluppare le conquiste del movimento operaio passato, la CCI, come tutte le organizzazioni rivoluzionarie precedenti, è stata anche oggetto di molte pressioni da parte dell’ordine sociale dominante e quindi delle forme ideologiche che queste pressioni creano - prima di tutto, l'opportunismo, il centrismo e il materialismo volgare. In particolare, nella sua analisi della situazione mondiale, è stata presa anche dall’impazienza e dall’immediatismo che abbiamo identificato nelle organizzazioni del passato che rivelano, in parte, una forma di materialismo meccanicistico.

Queste debolezze si sono aggravate nella storia della CCI, a causa delle condizioni in cui era nata, in quanto pagava il prezzo della rottura organica con le organizzazioni del passato, dell'impatto della contro-rivoluzione stalinista che ha introdotto un falsa visione della lotta e della morale proletaria e della forte influenza della rivolta piccolo-borghese degli anni ‘60 – essendo la piccola borghesia, come classe senza futuro storico, l'incarnazione dell’immediatismo. Inoltre, queste tendenze si sono esacerbate nel periodo di decomposizione che è sia prodotto che un fattore attivo nella perdita di prospettiva per il futuro.

La lotta di classe

8. Fin dall'inizio, il pericolo dell’immediatismo si è espresso nella valutazione che la CCI ha espresso sul rapporto di forza tra le classi. Mentre è risultato corretto identificare il periodo successivo al 1968 come la fine della controrivoluzione, la caratterizzazione del nuovo corso storico come "un corso verso la rivoluzione" ha fatto ritenere che si sarebbe assistito ad un lineare e rapido aumento delle lotte sino a rovesciare il capitalismo, e anche dopo aver corretto questa formulazione la CCI ha conservato la visione che le ondate di lotte che seguirono tra il 1978 e il 1989, nonostante le battute d'arresto temporaneo, rappresentassero una offensiva semi-permanente del proletariato. Le immense difficoltà della classe per passare da un movimento difensivo alla politicizzazione delle sue lotte e allo sviluppo di una prospettiva rivoluzionaria non è stata sufficientemente evidenziata e analizzata. Anche se la CCI è stata in grado di riconoscere l'inizio della decomposizione e che il crollo dei blocchi avrebbe comportato un profondo arretramento nella lotta di classe, si era ancora fortemente condizionati dalla speranza che l'approfondimento della crisi economica avrebbe riprodotto le “ondate” di lotta degli anni '70 e '80; poi giustamente si è ritenuto che si fosse avuta  una svolta dopo il 2003, ma spesso sottovalutando le enormi difficoltà che stanno vivendo le nuove generazioni della classe operaia per sviluppare una prospettiva chiara delle proprie lotte, fattore che influenza sia la classe operaia nel suo complesso che le sue minoranze politicizzate. Gli errori di analisi hanno anche alimentato qualche approccio falso e opportunista nell'intervento nelle lotte e nella costruzione dell'organizzazione.

9. Se la teoria della decomposizione (l'ultima eredità lasciata dal compagno MC alla CCI) è stata una guida indispensabile ed essenziale per la comprensione del periodo attuale, la CCI ha spesso fatto fatica a comprendere tutte le sue implicazioni. Ciò è particolarmente vero quando si è trattato di spiegare e riconoscere le difficoltà della classe operaia dopo gli anni ’90. Mentre eravamo in grado di vedere come la borghesia ha usato gli effetti della decomposizione per costruire enormi campagne ideologiche contro la classe operaia - in particolare il profluvio di menzogne sulla “morte del comunismo” dopo il crollo del blocco dell’Est - non abbiamo sufficientemente esaminato in modo approfondito come il processo di decomposizione tendeva a minare la fiducia e la solidarietà del proletariato. Inoltre, abbiamo faticato a comprendere l'impatto sull’identità di classe dovuto alla distruzione delle vecchie concentrazioni operaie in alcuni paesi dell'Europa centrale e il loro trasferimento nei paesi in precedenza “sottosviluppati”. Mentre abbiamo avuto almeno una conoscenza parziale della necessità per il proletariato di politicizzare le sue lotte per resistere agli effetti della decomposizione è con molto ritardo che abbiamo cominciato a capire che per il proletariato ritrovare una identità di classe e adottare una prospettiva politica implica anche una dimensione morale e culturale vitale.

La crisi economica

10. è probabilmente nel campo della crisi economica che la CCI ha espresso le più chiare difficoltà; in particolare:

• A livello più generale, una tendenza a cadere in una visione reificata dell'economia capitalistica come una macchina guidata esclusivamente da leggi oggettive, dimenticando che il capitalismo è prima di tutto un rapporto sociale e le azioni degli esseri umani - sotto forma di classi sociali - non possono mai essere del tutto trascurate quando si analizza l'attuale crisi economica. Ciò è particolarmente vero nel periodo del capitalismo di Stato, in cui la classe dominante è costantemente di fronte alla necessità di intervenire nell'economia e addirittura di opporsi alle sue leggi “immanenti”, mentre è costretta contemporaneamente a prendere in considerazione i pericoli della lotta di classe come un elemento della sua politica economica.

• Una comprensione riduzionista della teoria economica di Rosa Luxemburg, con una falsa estrapolazione che il capitalismo avesse già esaurito tutte le possibilità di espansione dal 1914 (o anche negli anni ‘60). Infatti, quando Rosa espose la sua teoria nel 1913, riconobbe che c'erano ancora zone molto ampie a economia non-capitalistica che rimanevano da sfruttare, anche se era sempre meno possibile che ciò avvenisse senza conflitti diretti tra potenze imperialiste.

• Il riconoscimento del fatto che con la riduzione di queste zone per l'espansione il capitalismo è stato sempre più costretto a ricorrere al palliativo del debito è diventato a volte una spiegazione generale, che dimenticava che il credito si ha anche nell’accumulazione del capitale; ancora più importante, l'organizzazione ha ripetutamente previsto che i limiti del debito erano già stati raggiunti;

• Tutti questi elementi facevano parte di una visione del crollo automatico del capitalismo che è diventato prevalente al momento del “credit crunch” (la crisi del credito) del 2008. Diversi rapporti interni o articoli nella nostra stampa hanno proclamato che il capitalismo era totalmente senza uscita e si stava dirigendo verso una sorta di paralisi economica, un crollo improvviso. In realtà, come Rosa stessa ha sottolineato, la vera catastrofe del capitalismo consiste nel fatto che esso sottopone l'umanità ad un declino, ad una lunga agonia, facendo sprofondare la società in una barbarie crescente, che la “fine” del capitalismo non è una crisi puramente economica ma inevitabilmente si giocherà nel campo del militarismo e della guerra, a meno che essa non si realizzi coscientemente a causa della rivoluzione proletaria (e a fianco a queste previsioni, dobbiamo anche aggiungere la crescente minaccia di devastazione ecologica, che certamente accelererà la tendenza alla guerra). Questa idea di un crollo improvviso e completo ci fa dimenticare anche la nostra analisi sulla capacità della classe dominante, attraverso il capitalismo di Stato, di prolungare il proprio sistema con ogni sorta di manipolazioni politica e finanziaria.

• La negazione, in alcuni dei nostri testi chiave, di ogni possibilità di espansione del capitalismo nella sua fase decadente ha anche reso difficile per l'organizzazione spiegare la crescita esplosiva della Cina e di altre “economie emergenti” nel periodo successivo alla caduta dei vecchi blocchi. Mentre questi sviluppi non rimettono in questione, come molti hanno detto, la decadenza del capitalismo anzi ne sono anche una chiara espressione, essi vanno contro la posizione che nel periodo di decadenza, non c'è assolutamente alcuna possibilità di un decollo industriale in alcune parti della “periferia”. Mentre siamo stati in grado di confutare alcuni dei più facili miti sulla “globalizzazione” nella fase seguita al crollo dei blocchi (miti spacciati dalla destra che vi ha scorto un nuovo e glorioso capitolo nell’ascesa del capitalismo o dalla sinistra che lo ha utilizzato per una rivitalizzazione del vecchio nazionalismo e statalismo), non siamo stati in grado di separare la verità dalla mitologia mondialista: che la fine del vecchio modello autarchico avrebbe aperto nuove aree all’investimento capitalista, tra cui la gestione di un enorme nuova forza lavoro prelevata direttamente al di fuori dei rapporti sociali capitalisti.

• Questi errori di analisi, si sono legati al fatto che l'organizzazione ha affrontato notevoli difficoltà nello sviluppare una comprensione del problema economico in modo autenticamente associato. Una tendenza a vedere le questioni economiche come rientrante nella sfera di “esperti” è diventata  visibile nel dibattito sui “30 Gloriosi” (gli anni del secondo dopoguerra) nel primo decennio del 21°      secolo. Anche se la CCI ha certamente avuto bisogno di comprendere e spiegare il motivo per cui ha respinto l'idea che la ricostruzione delle economie distrutte dalla guerra stessa spiega la        sopravvivenza del sistema in decadenza, in pratica, questo dibattito è stato un tentativo fallito di affrontare il problema. Questo dibattito non è stato ben compreso né dentro né fuori l'organizzazione          e ci ha lasciato disorientati teoricamente. Questa questione deve essere reimpostata in rapporto a    tutto il periodo di decadenza per chiarire il ruolo dell'economia di guerra e il significato della               irrazionalità della guerra nel periodo di decadenza.

Le tensioni imperialiste

11. Nel campo delle tensioni imperialiste, la CCI possiede un solido quadro analitico, che mostra le varie fasi del confronto tra i blocchi negli anni ‘70 e ‘80 e pur essendo stata un po’ “sorpresa” dal crollo improvviso del blocco dell’Est e dell'URSS dopo il 1989, aveva già sviluppato gli strumenti teorici per analizzare le debolezze intrinseche nei regimi stalinisti; collegandoli alla questione del militarismo e della decomposizione che aveva cominciato a sviluppare nella seconda metà degli anni ‘80, la CCI è stato la prima organizzazione tra i gruppi proletari a prevedere la fine del sistema dei blocchi, il declino dell'egemonia degli Stati Uniti e il rapidissimo sviluppo dell’“ognuno per sé” a livello imperialista. Pur rimanendo consapevoli del fatto che la tendenza alla formazione di blocchi imperialisti non è scomparsa dopo il 1989, abbiamo mostrato le difficoltà in cui versa anche il candidato più verosimile per la guida di un blocco contro gli Stati Uniti, cioè la Germania di recente riunificata, difficoltà a realizzare un giorno le sue ambizioni imperialiste. Tuttavia, siamo stati meno in grado di predire la capacità della Russia di riemergere come una forza con cui fare i conti sulla scena mondiale e ancora più abbiamo tardato ad accorgerci dell’ascesa della Cina come nuovo attore significativo nella rivalità tra le grandi potenze che si sono sviluppate negli ultimi due o tre decenni, errore strettamente connesso al nostro problema nel riconoscere la realtà del progresso economico della Cina.

Migliorare la comprensione delle prospettive che rimangono valide

12. L'esistenza di questi punti deboli, nel loro insieme, non deve scoraggiarci, ma stimolarci per intraprendere un programma di sviluppo teorico che renderà la CCI capace di approfondire la sua visione di tutti gli aspetti del situazione mondiale. L'inizio di una revisione critica degli ultimi 40 anni, cominciato nelle relazioni del Congresso, il tentativo di andare alle radici del nostro metodo di analisi della lotta di classe e della crisi economica, la ridefinizione del nostro ruolo di organizzazione nel periodo di decomposizione del capitalismo, è il segno evidente di una vera e propria rinascita culturale nella CCI. Nel prossimo periodo, la CCI dovrà anche riprendere i temi teorici fondamentali quali la natura dell'imperialismo e la decadenza, al fine di fornire il quadro più solido per la nostra analisi della situazione internazionale.

13. Il primo passo nella valutazione critica dei 40 anni di analisi della situazione mondiale è riconoscere i nostri errori, cercando fino in fondo le loro origini. Sarebbe prematuro cercare di considerare ora tutte le loro implicazioni per l'analisi della situazione mondiale attuale e le sue prospettive. Tuttavia, possiamo dire che nonostante le nostre debolezze, la nostra prospettiva fondamentale rimane valida:

• A livello economico, ci sono tutte le ragioni per aspettarsi che la crisi economica continuerà ad approfondirsi e, anche se non ci sarà l’Apocalisse finale, con gravi convulsioni che scuoteranno il sistema sino al suo cuore, così come continuerà la situazione di insicurezza e la disoccupazione dilagante che già grava sulla classe operaia.

• Non possiamo certo sottovalutare la resilienza del sistema e la determinazione della classe dirigente nel continuare ad andare avanti, nonostante la sua obsolescenza storica, ma come abbiamo sempre detto, gli stessi rimedi che il capitale utilizza per curare la sua malattia mortale, se agiscono nel breve termine, tendono ad aggravare il male a lungo termine.

• A livello delle tensioni imperialiste, stiamo assistendo a una vera e propria accelerazione del caos militare, in particolare in Ucraina, in Medio Oriente, in Africa e nel Mar Cinese Meridionale, che porta con sé la crescente minaccia di un “ripercussione” nei paesi dell'Europa centrale (come dimostrano i recenti massacri di Parigi e Copenaghen). Il terreno del conflitto imperialista si amplia sempre più così come le alleanze che si sono formate per portarlo avanti, come possiamo vedere nel caso del conflitto tra la Russia e l' “Occidente” a proposito dell’Ucraina o nella collaborazione crescente tra la Russia e la Cina rispetto ai conflitti in Medio Oriente e altrove. Ma queste alleanze sono contingenti e non hanno le condizioni per evolvere in blocchi stabili. Il pericolo principale per l’umanità non è quindi quello di una guerra mondiale convenzionale, ma di una degenerazione dei conflitti regionali in una spirale incontrollabile di distruzione.

Gli inizi di questa spirale sono già visibili e le sue conseguenze più negative si riversano sul proletariato, le cui frazioni “periferiche” sono mobilitate direttamente o massacrate nei conflitti in corso, mentre le parti centrali non sono in grado di rispondere alla barbarie crescente, il che rafforza la tendenza a cadere nell’atomizzazione e disperazione. Ma nonostante i pericoli reali creati dalla marea di decomposizione, il potenziale della classe operaia per rispondere a questa crisi senza precedenti del genere umano non è ancora esaurito, come hanno dimostrato i periodi migliori del movimento studentesco in Francia nel 2006 o le rivolte sociali del 2011, in cui il proletariato, pur senza riconoscersi come classe, ha mostrato chiari segni della sua capacità di unificazione al di là di tutte le divisioni, nelle strade e nelle assemblee generali.

Soprattutto i giovani proletari impegnati in questi movimenti, nella misura in cui hanno iniziato a contestare la brutalità dei rapporti sociali capitalisti e posto la questione di una nuova società, hanno fatto i primi passi verso la riaffermazione che la lotta di classe non è affatto una lotta economica, ma politica e che il suo obiettivo finale rimane quello indicato in modo così ardito nel Manifesto del 1848: l'instaurazione della dittatura del proletariato e l'apertura di un nuova cultura umana.