Islamismo: un sintomo della decomposizione del capitalismo

Religione e movimento operaio

Pubblichiamo la traduzione in italiano di un nostro articolo apparso nel 2005 nella Rivista Internazionale (organo teorico della CCI), per l’importanza che assume oggi una comprensione di cosa ha rappresentato l’Islamismo nella storia e di cosa è espressione nella fase attuale.

Non è la prima volta che il capitalismo giustifica la marcia verso la guerra con lo “scontro tra due civiltà”. Nel 1914, gli operai partirono al fronte per difendere la "civiltà" moderna contro la barbarie dell’orso russo o del Kaiser tedesco; nel 1939 per difendere la democrazia contro le tenebre del Nazismo, e dal 1945 al 1989, per la democrazia contro il comunismo o per i paesi socialisti contro l'imperialismo. Oggi, ci viene offerto il ritornello della difesa dello "stile di vita occidentale" contro "il fanatismo Islamico" o, al contrario quello dell’"Islam contro i Crociati e gli ebrei". Tutti questi slogan sono grida di adunata alla guerra imperialista; in altri termini, appelli allo scontro militare tra frazioni rivali della borghesia, in piena epoca di decomposizione del capitalismo decadente.

L'articolo seguente contribuisce a combattere l’idea secondo la quale l'Islam militante sarebbe al di fuori della civiltà borghese, anzi sarebbe diretto contro di essa. Cercheremo di dimostrare esattamente il contrario: questo fenomeno non può comprendersi che come prodotto, espressione concentrata, del declino storico di questa civiltà.

Un secondo articolo studierà l'approccio marxista della lotta contro l'ideologia religiosa in seno al proletariato.

Marx: il capitalismo mina le basi della religione

Marx vedeva la religione come “la coscienza di sé e il sentimento di sé dell'uomo che non ha ancora conquistato o ha già di nuovo perduto se stesso”. La religione è dunque “una coscienza capovolta del mondo… realizzazione fantastica dell'essenza umana, poiché l'essenza umana non possiede una realtà vera”.[1]. Tuttavia, questa non è solo una coscienza capovolta, ma anche una risposta all'oppressione reale (risposta inadatta e che non può condurre che all’insuccesso): “La miseria religiosa è insieme l'espressione della miseria reale e la protesta contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l'oppio del popolo”[2].

In opposizione a quei filosofi del diciottesimo secolo che denunciavano la religione come sola opera di impostori, Marx affermava che era necessario mettere in luce le radici reali, materiali, della religione, nel quadro di rapporti di produzione economici ben determinati. Pensava con fiducia che l'umanità potrà riuscire a emanciparsi da questa falsa coscienza e raggiungere la sua piena potenzialità in un mondo comunista senza classi.

Di fatto, Marx ha evidenziato fino a che punto lo sviluppo economico del capitalismo avesse destabilizzato le basi della religione. Nella Ideologia tedesca, per esempio, afferma che l'industrializzazione capitalista è riuscita a ridurre la religione a qualcosa di poco più di una semplice menzogna. Per liberarsi, il proletariato avrebbe dovuto perdere le sue illusioni religiose e distruggere tutti gli ostacoli che gli impediscono di realizzarsi in quanto classe; ma la nebbia della religione sarebbe stata dispersa velocemente dallo stesso capitalismo. In effetti, per Marx, lo stesso capitalismo stava distruggendo la religione, a tal punto che talvolta ne parlava come se per il proletariato fosse già morta.

I limiti del materialismo borghese

I successori di Marx messo in evidenza che, quando il capitalismo verso il 1871 smise di essere una forza rivoluzionaria per la trasformazione della società, la borghesia si orientò di nuovo verso l'idealismo e la religione. Nel loro testo: L'ABC del comunismo (uno sviluppo del programma del Partito comunista russo nel 1919), Boukharin e Préobrajenski spiegano le relazioni tra la chiesa ortodossa russa e il vecchio Stato feudale zarista. Sotto gli zar, spiegano, il principale contenuto dell'educazione era la religione: “la conservazione del fanatismo religioso, della stupidità e dell'ignoranza era ritenuta di capitale importanza"[3]. La chiesa e lo Stato erano "obbligati a unire le loro forze contro le masse lavoratrici e la loro alleanza serviva a rafforzare il loro dominio sui lavoratori"[4]. In Russia, la borghesia emergente si è trovata costretta a un conflitto contro la nobiltà feudale, che includeva la Chiesa, perché bramava gli immensi redditi che quest'ultima traeva dallo sfruttamento dei lavoratori: "la base reale di questa questione era il desiderio di veder trasferiti verso borghesia i redditi assegnati alla Chiesa da parte dello Stato"[5].

Così come la giovane borghesia dell'Europa occidentale, anche la borghesia che si attestava in Russia conduceva una campagna vigorosa per la completa separazione tra Chiesa e Stato. Tuttavia, da nessuna parte questa lotta è stata in grado di andare fino in fondo, e dappertutto - anche in Francia dove il conflitto fu particolarmente acuto - la borghesia finì per raggiungere un compromesso con la Chiesa: nella misura in cui sosteneva il suo ruolo di pilastro del capitalismo, essa poteva unirsi alla borghesia e portare avanti le sue attività religiose. Bukharin e Preobrajensky attribuiscono questo al fatto che “poiché la lotta sempre più accanita della classe operaia contro il capitalismo e contro la borghesia non ha permesso a quest'ultima di continuare la sua battaglia contro la Chiesa …, la borghesia ha ritenuto più vantaggioso riconciliarsi con la Chiesa, impadronirsi del frutto delle sue preghiere per lottare contro il socialismo, utilizzare la sua influenza sulle masse per conservare, fra queste, l'obbedienza servile allo Stato sfruttatore”[6].

I borghesi dell'Europa occidentale si rappacificarono allora con il Clero pur mantenendo in buona parte, in privato, un presunto materialismo. Come dimostrano Bukharin e Preobrajensky, la spiegazione di questa contraddizione va trovata nella "tasca degli sfruttatori". Nel suo testo del 1938, Lenin filosofo, Anton Pannekoek, della Sinistra comunista olandese, spiega perché il materialismo naturalistico della borghesia nascente ebbe breve vita: "Finché la borghesia ha creduto che la sua società di proprietà privata, di libertà personale, di libera competizione, potesse risolvere, attraverso lo sviluppo dell'industria, delle scienze e delle tecniche, tutti i problemi materiali dell'umanità, poteva anche credere che i problemi teorici potessero essere risolti dalla scienza, senza il bisogno di ipotizzare l'esistenza di poteri soprannaturali e spirituali. Ecco perché, nel momento in cui apparve chiaro che il capitalismo non poteva risolvere i problemi materiali delle masse, come dimostrava l'ascesa della lotta di classe del proletariato, la fiducia nella filosofia materialista sparì. Il mondo fu di nuovo percepito pieno di insolubili contraddizioni e di incertezze, di forze sinistre che minacciano la civiltà. Allora la borghesia si orientò verso varie credenze religiose, e i suoi intellettuali e scienziati furono sottomessi all'influenza di tendenze mistiche. Non ci misero molto a scoprire le debolezze e i difetti della filosofia materialista e a parlare dei limiti della scienza e degli enigmi insolubili del mondo"[7].

Presente talvolta anche durante la fase ascendente del capitalismo, questa tendenza ne diventò la regola fin dall'inizio dell'epoca di decadenza. Avendo raggiunto i limiti della sua espansione, il capitalismo in declino è stato incapace di creare un mondo totalmente a sua immagine: ha lasciato intere regioni in ritardo e non sviluppate.

Questo ritardo economico e sociale ha costituito la base dell’influenza che la religione esercita ancora su queste zone. Gli stessi Bolscevichi dovettero confrontarsi con questo problema e nel 1919 furono obbligati a includere nel loro programma una sezione che trattava specificamente della religione, "espressione dell'arretramento delle condizioni materiali e culturali della Russia".

La borghesia è costretta a contare sull'idealismo e sulla religione nel periodo di decadenza, specialmente quando il suo ottimismo vacilla; lo si è visto con il Nazismo che ha manifestato una tendenza profonda all’'irrazionalità. Nella tappa finale della decadenza capitalista - la decomposizione- queste tendenze risultano amplificate, e anche membri della borghesia, come il miliardario Osama Bin Laden, finiscono per prendere sul serio le credenze reazionarie e oscurantiste che sbandierano. Come giustamente notano Bukharin e Preobrajensky: “se la classe borghese comincia a credere in Dio e nella vita eterna, significa semplicemente che si rende conto che la sua vita quaggiù è prossima alla fine!”[8].

Il rifiorire di movimenti irrazionalisti tra le masse delle regioni più sfavorite assume sempre più importanza nel periodo di decomposizione, dove appare chiaramente l'assenza di ogni avvenire per il sistema e dove la vita sociale, nelle zone più deboli della periferia del capitalismo, tende a disgregarsi. Dappertutto, come negli ultimi giorni dei precedenti modi di produzione, assistiamo alla proliferazione di sette, di culti suicida apocalittici e di differenti fondamentalismi. È chiaro che l'Islamismo è un'espressione di questa tendenza generale. Ma prima di esaminare la sua espansione, bisogna ritornare alle origini storiche dell'Islam in quanto religione mondiale.

Le origini storiche dell'Islam

Alla sua fondazione, nel settimo secolo, nella regione dell’Hegiaz[9], a ovest dell'Arabia, l'Islam rappresenta, per riassumere, un miscuglio di giudaismo, di cristianesimo bizantino e assiro, di religioni antiche persiane ma anche di credenze locali monoteiste, come l’Hanifiyia. Questa ricca mescolanza era adatta ai bisogni di una società in pieno sconvolgimento sociale, economico e politico. Dominato dalla città de La Mecca, l'Hegiaz era all'epoca il principale incrocio commerciale del Medio Oriente. L'Arabia era compresa tra due grandi imperi: la Persia, dinastia dei Sasanidi[10], e Bisanzio, l'impero romano d'Oriente. In questa società la classe dominante de La Mecca incoraggiava i commercianti di passaggio a porre i loro dei pagani personali nella Ka'aba (La scatola), un santuario religioso locale, così da poterli adorare a ogni loro visita. Questa idolatria fruttava molto ai ricchi abitanti della città.

Per circa 100 anni, La Mecca fu una società prospera, diretta da un'aristocrazia tribale che utilizzava poco il lavoro degli schiavi, che praticava un commercio prospero con regioni lontane e che traeva dei redditi addizionali dalla Ka'aba. Tuttavia, quando Maometto raggiunge l'età adulta, la società si trovava già in uno stato di crisi profonda. Questa esplode, con il pericolo di far sprofondare le differenti tribù in una guerra senza fine.

Giusto all'esterno de La Mecca e di Yathrib, seconda città della regione, oggi Medina, si trovavano i Beduini, organizzati in fiere e austere tribù nomadi indipendenti che, in principio, avevano beneficiato dell'arricchimento dei centri urbani della regione; ottenendo prestiti dai ricchi cittadini avevano potuto migliorare il loro livello di vita. Tuttavia, sempre più incapaci di rimborsare i loro debiti, nel tempo si trovarono in una situazione che doveva avere conseguenze esplosive. La disintegrazione delle tribù andava accelerandosi sia nelle città sia nelle oasi del deserto; i beduini venivano "venduti come schiavi o ridotti a uno stato di dipendenza? I limiti erano stati superati”. Più precisamente:

"Inevitabilmente, queste trasformazioni economiche e sociali furono accompagnate da cambiamenti intellettuali e morali. Quelli che avevano fiuto per gli affari prosperavano. Le virtù tradizionali dei figli del deserto, i beduini, non rappresentavano più la strada del successo. Sapere afferrare la propria fortuna ed essere avido era ben più utile. I ricchi erano diventati fieri e arroganti, glorificando i loro successi come un fatto personale e che non riguardava neanche più l’intera tribù. I legami di sangue andavano indebolendosi, sostituiti da altri, basati sull'interesse”[11]. Successivamente “L'iniquità trionfava in seno alle tribù. I ricchi e i potenti opprimevano i poveri. Ogni giorno le leggi ancestrali venivano schernite. Il debole e l'orfano erano venduti come schiavi. Il vecchio codice d’onore, di decenza e moralità, era calpestato. Il popolo non sapeva nemmeno più quali Dei servire e adorare”[12].

Quest'ultima frase è molto significativa: in una società dove la religione era il solo mezzo possibile per strutturare l'esistenza quotidiana, essa esprime chiaramente la gravità della crisi sociale. L'Islam chiama questo periodo della storia dell'Arabia la jahiliyya, o era dell'ignoranza e dice che durante questo periodo non c'erano limiti alla dissolutezza, alla crudeltà, alla pratica di una poligamia senza limite e all'omicidio di neonati di sesso femminile.

L'Arabia di quest’epoca era lacerata sia dalle rivalità delle proprie tribù, in guerra tra loro, che dalle minacciose ambizioni delle civiltà attigue. Ma vi erano anche fattori più globali. In Arabia si sapeva che gli imperi persiano e romano avevano serie difficoltà, sia interne che esterne, e stavano per crollare; molti vi vedevano "la proclamazione della fine del mondo"[13]. La maggior parte del mondo civilizzato era quindi sull'orlo del caos.

Engels ha analizzato l'ascesa dell'Islam come "una reazione dei beduini contro i cittadini, potenti ma degenerati, e che in quell'epoca professavano una religione decadente, mescolanza di un culto naturalistico depravato col giudaismo e il cristianesimo”[14].

Nato a La Mecca nel 570 d. C, ma allevato in parte nel deserto dai beduini e influenzato profondamente dalle correnti intellettuali provenienti dal mondo intero che inondavano l'Arabia, e specialmente l’Hedjaz, Maometto, uomo ponderato e incline alla meditazione, divenne il vettore ideale per risolvere la crisi delle relazioni sociali che colpiva la sua città e la sua regione. L'inizio del suo ministero nel 610, fece di lui l'uomo della situazione.

L'intera Arabia era matura per il cambiamento; era in una condizione favorevole per la nascita di uno Stato pan-arabo capace di mettere fine al separatismo tribale e di dare alla società nuove basi economiche e, attraverso queste, sociali e politiche. L'Islam si mostrò essere lo strumento perfetto per compiere ciò. Maometto insegnò agli arabi che il caos crescente della loro società proveniva dal fatto che essi si erano allontanati dalle leggi di Dio, la Sharia. Pertanto, se volevano sfuggire alla dannazione eterna dovevano sottomettersi a queste leggi. La nuova religione denunciò la crudeltà e le lotte tribali, dichiarando non solo che i musulmani erano tutti fratelli, ma che in quanto uomini e donne avevano l'obbligo di unirsi. L'Islam (letteralmente sottomissione a Dio) proclamò che era Dio stesso (Allah) a chiederlo. L'Islam mise fuorilegge la dissolutezza, l'alcol, le bestemmie e i giochi di denaro, la crudeltà fu vietata (per esempio, i proprietari di schiavi furono incoraggiati a liberarli), la poligamia fu limitata a quattro spose per ogni credente di sesso maschile (ognuna doveva essere trattata con equità - ciò che condusse alcuni ad affermare che questa pratica era in realtà fuorilegge), gli uomini e le donne avevano ruoli sociali differenti, ma una donna era autorizzata a lavorare e a scegliere lei stessa il marito; l'omicidio era vietato rigorosamente, ivi compreso l'infanticidio. L'Islam insegnò così agli arabi che non bastava pregare ed evitare il peccato; la sottomissione a Dio significava che tutte le sfere dell'esistenza dovevano essere sottomesse alla volontà di Dio, in altre parole l'Islam offriva un quadro per ogni cosa, includendo la vita economica e politica di una società.

Nelle condizioni dell'epoca non sorprende che questa nuova religione abbia subito attirato numerosi fedeli, una volta falliti i tentativi delle classi dominanti de La Mecca di distruggerla fisicamente. Essa fu lo strumento ideale per rovesciare la società araba e le società circostanti. Ma l'epoca d'oro musulmana non poteva durare per sempre. Accadde che i successori di Maometto, i Califfi - scelti per dirigere il mondo musulmano in funzione della loro supposta fedeltà al messaggio di Maometto – furono in effetti sostituiti da dinastie di dirigenti sempre più corrotti che rivendicavano questo incarico come ereditario. Questa trasformazione fu completa quando accesse al Califato la dinastia degli Omàyyadi (680-750). Resta comunque vero che, all'epoca della sua comparsa, l'Islam esprimeva un avanzamento evolutivo storico, ed è da questo che trae la sua originale forza e la profondità dalla sua visione. E anche se, inevitabilmente, la civiltà musulmana medievale non riuscì a vivere secondo gli ideali di Maometto, essa costituì un quadro per degli avanzamenti folgoranti nel campo della medicina, della matematica e di altri rami dello scibile umano. Sebbene il dispotismo orientale, su cui l’Islam era fondato, lo avrebbe portato all’impasse sterile alla quale questo modo di produzione lo condannava, durante il suo massimo sviluppo, la società feudale occidentale, al suo confronto, appariva rozza e oscurantista. Classicamente ciò è simboleggiato dall'enorme fossato culturale che separava Riccardo Cuor di Leone e Saladino all'epoca delle crociate[15]. Si potrebbe aggiungere che il fossato è ancora più profondo tra la cultura musulmana al suo zenit e l'oscurantismo rappresentato dall’attuale fondamentalismo.

I Bolscevichi e il "nazionalismo musulmano”

Ma se i marxisti hanno potuto riconoscere un carattere progressista all'Islam alle sue origini, come hanno analizzato il suo ruolo in un periodo di rivoluzione proletaria, dove tutte le religioni sono diventate un ostacolo reazionario all'emancipazione dell'umanità? È istruttivo esaminare brevemente la politica dei Bolscevichi a tale riguardo.

A meno di un mese dalla vittoria della rivoluzione di Ottobre 1917, i Bolscevichi diffusero un proclama "A tutti gli operai musulmani di Russia e dell'Est", in cui dichiararono di essere al fianco degli "operai musulmani le cui moschee e luoghi di culto sono stati distrutti, la cui fede e le tradizioni sono state calpestate dagli Zar e dagli oppressori della Russia". I Bolscevichi s’impegnavano quindi così: "Le vostre credenze e i vostri costumi, le vostre istituzioni nazionali e culturali sono per sempre libere e inviolabili. Sappiate che i vostri diritti, come quelli degli altri popoli della Russia, sono sotto l'alta protezione della Rivoluzione e dei suoi organi, i Soviet degli operai, dei soldati e dei contadini".

Una tale politica significava un cambiamento radicale rispetto a quelle zariste che avevano tentato, in modo sistematico e con la forza (spesso con violenza), di assimilare le popolazioni musulmane, dopo la conquista dell'Asia centrale, a partire dal sedicesimo secolo. Nessuna sorpresa dunque che, per reazione, le popolazioni musulmane di queste regioni si siano aggrappate all'Islam, loro eredità religiosa e culturale. A parte qualche rilevante eccezione, i musulmani dell'Asia centrale non parteciparono attivamente alla Rivoluzione di Ottobre che fu essenzialmente un fatto russo: "Le organizzazioni nazionali musulmane rimasero spettatrici indifferenti alla causa bolscevica"[16]. Sultan Galiev, il "comunista musulmano" che giocò un ruolo importante, dichiarò alcuni anni dopo la Rivoluzione: "Facendo il bilancio della Rivoluzione di Ottobre e della partecipazione dei Tartari, dobbiamo ammettere che le masse lavoratrici e gli strati diseredati tatari non vi hanno preso alcuna parte"[17].

L'atteggiamento dei Bolscevichi verso i musulmani dell'Asia centrale fu determinato da imperativi di ordine interno ed esterno. Da una parte, il nuovo regime doveva adattarsi a questa situazione: le terre del vecchio impero degli Zar erano nella stragrande maggioranza musulmana. I Bolscevichi erano convinti che queste terre dell'Asia centrale fossero essenziali, strategicamente ed economicamente, alla sopravvivenza della Russia rivoluzionaria. Quando alcuni nazionalisti musulmani si rivoltarono contro il nuovo Governo di Mosca, la risposta delle autorità, nella maggior parte dei casi, fu l'adozione di misure brutali. In seguito a una ribellione in Turkistan, per esempio, la risposta delle unità militari del Soviet di Tashkent fu quella di radere al suolo la città di Koland. Lenin vi inviò una commissione speciale nel novembre 1919 per, a suo dire, "istaurare relazioni corrette tra il regime sovietico e i popoli del Turkistan"[18].

Un esempio di quest’approccio verso i problemi posti da queste regioni musulmane, fu la creazione da parte dei Bolscevichi dell'organizzazione Zhendotel (Dipartimento delle donne operaie e contadine) per lavorare tra le donne musulmane in Asia centrale sovietica. Zhendotel concentrò in particolare la sua azione sul problema della religione in questa regione economicamente arretrata. È da notare che inizialmente Zhendotel si approcciò con molta pazienza e sensibilità verso i delicati problemi cui doveva far fronte. Le donne dell'organizzazione, durante le discussioni con le donne musulmane indossavano anche il paranja, un velo Islamico che copre completamente la testa e il volto.

Mentre qualche organizzazione nazionaliste musulmana si unì per un certo tempo alla controrivoluzione durante la guerra civile del 1918-1920, la maggior parte di esse accettò, sebbene a malincuore, il regime bolscevico. Quest’ultimo, paragonato alle violenze subite in precedenza da parte degli eserciti bianchi di Denikin, appariva loro come un male minore. Molti di questi "nazionalisti musulmani" raggiunsero il Partito comunista, e numerosi furono quelli che occuparono posti di alto rango nel governo. Tuttavia solo un piccolo numero sembrò essere convinto della validità del marxismo. Il celebre tartaro Sultan Galiev fu rappresentante bolscevico al Commissariato centrale musulmano, formato nel gennaio 1918, membro del Collegio interno del Commissariato del popolo alle nazionalità (Narkomnats), capo redattore della rivista Zhin" Natsional'nostey, professore all'università dei Popoli dell'Est, e dirigente dell'ala sinistra dei "Nazionalisti musulmani". Ma anche questa figura emblematica, reclutata tra i nazionalisti musulmani, fu nella migliore delle ipotesi un "comunista nazionale", come si definì lui stesso nel giornale tartaro Qoyash (Il Sole), nel 1918, spiegando la sua adesione al Partito bolscevico nell'ottobre 17 in questi termini: "Ho raggiunto il Bolscevismo per amore del mio popolo che pesa così gravemente sul mio cuore”[19].

D'altra parte, i Bolscevichi compresero che la loro rivoluzione, per sopravvivere, aveva bisogno dell’intervento rivoluzionario degli operai degli altri paesi. L'insuccesso delle rivoluzioni nei paesi occidentali sviluppati, in particolare in Germania, li condusse a orientarsi sempre più verso la possibilità di un'ondata "nazionalista rivoluzionaria" in Oriente. Questa politica non aveva niente di proletario, ma appena i primi segni di un indietreggiamento dell'ondata rivoluzionaria si facero sentire, e tenuto conto dell'isolamento crescente della rivoluzione russa, i Bolscevichi declinarono sempre più verso questa visione opportunista, pensando che essa avrebbe portato a una rivoluzione proletaria. Tuttavia nell’immediato, la "questione d'Oriente" - il sostegno alle lotte di "liberazione nazionale" in Medio Oriente e in Asia- era vista come il mezzo di liberare la Russia sovietica dalla presa dell'imperialismo britannico.

L'Internazionale comunista e il movimento pan-Islamico

In questo contesto i Bolscevichi furono portati a fare evolvere l'atteggiamento dell'Internazionale comunista verso i movimenti panislamici. Al secondo congresso nel 1920, l'IC manifestò l’inizio di un suo indebolimento per le enormi pressioni esercitate dalle forze controrivoluzionarie, sia interne che esterne alla Russia. Furono fatte delle concessioni alla linea opportunista nella vana speranza di diminuire l'ostilità del mondo capitalista verso la società sovietica. I comunisti furono obbligati a organizzarsi all’interno dei sindacati borghesi, a unirsi ai partiti socialisti e laburisti, apertamente pro-imperialisti, e ad appoggiare i cosiddetti "movimenti di liberazione nazionale" nei paesi sottosviluppati. Le "Tesi sulla questione nazionale e coloniale" -che servirono a giustificare il sostegno ai "movimenti di liberazione nazionale"- furono preparate da Lenin per il congresso e adottate con solo tre astensioni.

Tuttavia, il secondo congresso tracciò le grandi linee della collaborazione con i musulmani. Nelle sue "Tesi”, Lenin dichiarava: "È necessario lottare contro i movimenti panislamici e pan-asiatici, e altre tendenze similari che tentano di combinare la lotta di liberazione contro l'imperialismo europeo e americano col rafforzamento del potere dell'imperialismo turco e giapponese così come dei tiranni locali, grandi proprietari, alti dignitari religiosi, ecc.”[20].

Sebbene avesse votato la risoluzione, Sneevliet, rappresentante delle Indie orientali olandesi, (l'attuale Indonesia), affermò che un'organizzazione di massa Islamica e radicale esisteva. Sneevliet dichiarò che Sarekat Islam (L'unione Islamica) aveva acquisito un "carattere di classe", adottando un programma anticapitalista. Insisteva sul fatto che questi "hadji comunisti" (hadji: quelli che hanno fatto il pellegrinaggio a La Mecca) erano necessari alla rivoluzione comunista[21]. Questa non era che la continuazione della politica sviluppata dalla vecchia Unione socialdemocratica indonesiana (ISDV) che più tardi costituirà il grosso del Partito comunista indonesiano (PKI), formato nel maggio 1920. Fin dall'inizio i marxisti indonesiani ebbero una relazione ambigua con l'Islam radicale, come già sottolineato dalla CCI:

"Alcuni membri indonesiani dell'ISDV, erano allo stesso tempo membri e anche dirigenti del movimento Islamico. Durante la guerra (prima guerra mondiale), l'ISDV reclutò un numero considerevole di indonesiani membri del Sarekat Islam, che ne contava circa 20.000. Questa politica prefigurava, sotto una forma embrionale, la politica adottata in Cina dopo il 1921 -con l'incoraggiamento da parte di Sneevliet e dell'internazionale comunista- di formare un fronte unito, che portava anche alla fusione di organizzazioni nazionaliste e comuniste (il Kuomintang e il PC cinese) (...) È significativo che all'interno dell'Internazionale comunista, Sneevliet rappresentava al tempo stesso il PKI e l'ala sinistra di Sarekat Islam. Questa alleanza con la classe borghese indigena musulmana durerà fino al 1923"[22].

Il Congresso di Baku dei Popoli d’Oriente

La prima applicazione di queste "Tesi sulla questione nazionale e coloniale" fu quello che si chiamò il Congresso dei popoli d'Oriente, tenuto a Baku (Azerbaigian) nel settembre 1920, poco dopo la chiusura del secondo congresso dell'Internazionale comunista. Almeno un quarto dei delegati alla conferenza non era comunista, e tra loro c'erano borghesi nazionalisti e panislamisti, apertamente anticomunisti. A questa conferenza, presieduta da Zinoviev, si farà appello alla "guerra santa" (termini di Zinoviev) contro gli oppressori stranieri e interni, da parte dei governi operai "e contadini" attraverso il Medio Oriente e l'Asia, allo scopo di indebolire l'imperialismo, in particolare quello britannico.

L'obiettivo dei Bolscevichi era creare una "incrollabile alleanza" con questi elementi disparati, principalmente allo scopo di allentare l'accerchiamento della Russia da parte dell'imperialismo. Tutta la sostanza opportunista di questa politica fu esposta da Zinoviev alla sessione di apertura del congresso, quando descrisse l'insieme dei delegati alla conferenza, e con essi i movimenti e gli Stati che rappresentavano, come la "seconda spada" della Russia, e che la Russia "considerava come fratelli e compagni di lotta"[23]. Fu la prima conferenza "anti-imperialistica" (e cioè interclassista) tenuta in nome del comunismo.

John Reed, pioniere del comunismo negli Stati Uniti, partecipando a questo congresso stette malissimo. Angelica Balabanova[24] racconta nel suo libro la "Mia vita da ribelle", come "Jack, John Reed, parlò con amarezza della demagogia e dell'apparato che avevano caratterizzato il congresso di Bakou, così come del modo con cui erano state trattate le popolazioni indigene e i delegati d'Estremo Oriente"[25]. Nell'edizione in francese dei lavori del congresso uscì un "Appello del partito comunista dei Paesi Bassi ai popoli dell'Oriente rappresentati a Baku" che fu certamente distribuito ai delegati. Questo appello affermava che "migliaia di indonesiani" si erano trovati "riuniti nella lotta comune contro gli oppressori olandesi" attraverso il movimento pan-Islamico Sarekat Islam e che questo movimento si univa a lui nel salutare il congresso.

Durante il congresso, Radek, del Partito bolscevico, rievocò apertamente l'immagine degli eserciti conquistatori dei vecchi sultani ottomani musulmani, dichiarando: "Noi facciamo appello compagni [sic!], ai sentimenti guerrieri che un tempo ispirarono i popoli dell'Oriente, quando, guidati dai loro grandi conquistatori, avanzarono verso l'Europa"[26]. A meno di tre mesi dal congresso di Baku, in cui venne salutato il nazionalista turco Mustapha Kemal (Kemal Atatürk), quest’ultimo assassinava tutti i dirigenti del Partito comunista turco. Al suo quarto congresso, l'Internazionale comunista spingerà ancora oltre la revisione del suo programma. Introducendo le "Tesi sulla questione d'Oriente" che fu adottata all'unanimità, il delegato olandese van Ravensteyn, dichiarò che "l'indipendenza dell'insieme del mondo orientale, l'indipendenza dell'Asia, dei popoli musulmani significava di per sé la fine dell'imperialismo occidentale". In precedenza, durante il congresso, Malaka, delegato delle Indie orientali olandesi, aveva dichiarato che i comunisti avevano lavorato in questa regione in stretto legame con Sarekat Islam, fino a che dei dissensi li divisero nel 1921. Malaka affermò che l'ostilità verso il movimento pan-Islamico, espressa dalle Tesi del secondo congresso, aveva indebolito le posizioni dei comunisti. Aggiungendo il suo sostegno alla collaborazione stretta con il movimento pan-Islamico, il delegato della Tunisia notò che, contrariamente ai PC inglesi e francesi che non facevano niente sulla questione coloniale, almeno i pan-Islamisti unificavano i musulmani contro i loro oppressori[27].

Le conseguenze della politica opportunista dei Bolscevichi

La svolta opportunista dei Bolscevichi e dell'Internazionale comunista sulla questione coloniale si basava, in larga parte, sull'idea che bisognava trovare degli alleati per lottare contro l'accerchiamento della Russia sovietica da parte dell'imperialismo. I sinistroidi, apologeti di questa politica, sostengono ancora oggi che questa ha aiutato l'Unione Sovietica a sopravvivere; ma, come riconosciuto dalla Sinistra comunista italiana negli anni 30, il prezzo pagato da questa sopravvivenza è stato il completo stravolgimento di ciò che rappresentava il potere dei Soviet: da bastione della rivoluzione mondiale, era ora diventato un attore nel gioco imperialistico mondiale. Le alleanze con le borghesie delle colonie gli hanno permesso di integrarsi in questo gioco, ma ciò è avvenuto a spese degli sfruttati e degli oppressi di queste regioni: e questo è dimostrato chiaramente dal fallimento della politica dell'Internazionale comunista in Cina nel 1925-1927.

In effetti, l'abbandono del rigore del metodo marxista su questa questione dell'Islam fu solo un aspetto di un percorso più generale verso l'opportunismo. Esso ancora oggi è apertamente utilizzato dal gauchismo moderno come una giustificazione teorica all'atteggiamento controrivoluzionario che continua a presentarci Khomeini, Bin Laden e consorti come dei combattenti contro l'imperialismo, anche se la forma della loro battaglia e delle loro idee sono un po' sbagliate.

Bisogna anche notare come questo tentativo di lusinga versi i nazionalisti musulmani sia stato combinato a un falso radicalismo per cercare di sdradicare la religione attraverso delle campagne demagogiche. Questa è una caratteristica particolare dello stalinismo all'epoca della sua "svolta a sinistra" alla fine degli anni 20.

Durante questo periodo, la pazienza e la sensibilità di cui aveva dato prova Zhendotel furono abbandonate e trasformate in campagne furibonde in favore del divorzio e contro il velo. Nel 1927, secondo un rapporto di Trotsky: "Si tennero riunioni di massa nel corso delle quali migliaia di partecipanti scandivano: "Abbasso il paranja!", laceravano il loro velo che inzuppavano di paraffina e bruciavano. Protette dalla polizia, gruppi di donne povere percorrevano le strade, strappando il velo delle donne più ricche, cercando cibo nascosto e puntando il dito su quelle o quelli che restavano aggrappati alle pratiche tradizionali che venivano dichiarati allora criminali. Il giorno seguente, queste azioni settarie e brutali furono pagate col prezzo del sangue: centinaia di donne senza veli furono massacrate dalle loro famigli, e questa reazione fu inasprita dal clero musulmano che vide nei recenti terremoti la punizione di Allah per il rifiuto di portare il velo. Vecchi ribelli Basmachi si radunarono in un'organizzazione segreta controrivoluzionaria, il Tash Kuran, che si sviluppò grazie al loro impegno a preservare i valori e i costumi locali (il Narkh)"[28].

Tutto questo era tanto lontano dai metodi originari della Rivoluzione di Ottobre quanto lo era il congresso di Baku con il suo linguaggio farraginoso sulla Guerra santa. La grande forza dei Bolscevichi nel 1917 fu costituita dal loro impegno nella lotta contro le ideologie estranee al proletariato, sviluppando la sua coscienza di classe e le sue organizzazioni. E questa resta l'unica base per bloccare l'influenza della religione e delle altre ideologie reazionarie.

Gli Islamisti: all'origine una corrente marginale

Da ciò che si è detto, abbiamo visto come il problema de "l'Islam politico" non sia stata una novità per il proletariato.

In effetti, tutti i gruppi Islamici "moderni" trovano le loro radici nel movimento dei Fratelli musulmani (Ikhwan al-Muslimuun), la prima organizzazione Islamica moderna importante che fu fondata in Egitto nel 1928, e che da allora si è estesa in più di settanta paesi. Il loro fondatore, Hassan al-Banna, proclamò la necessità per i musulmani di "tornare sulla diritta strada" dell'Islam sunnita ortodosso, sia come antidoto alla corruzione crescente del califfato degli Omeyyadi, sia per "liberare" il mondo musulmano dal dominio occidentale. Questa lotta avrebbe potuto portare alla nascita di un autentico Stato Islamico, il solo capace di resistere contro l'Occidente.

I Fratelli pretendevano di seguire le tracce di Ahmed ibn Taymiyyah (1260-1327) che si oppose ai tentativi dei pensatori musulmani ellenici di ridurre l'Islam e le sue regole di governo a semplici funzioni della ragione umana. Secondo Ibn Taymiyyah, un dirigente musulmano aveva l'obbligo, se necessario, di imporre ai suoi sudditi le leggi di Dio. L'Islam di Ibn Taymiyyah pretendeva di essere molto puro, sgombro da tutte le aggiunte moderne. I Fratelli musulmani modellarono il loro movimento su quello dei Salafiyyah (purificazione) puritani del diciassettesimo e diciannovesimo secolo, che anche loro tentarono di applicare le idee di Ibn Taymiyyah.

In effetti, la chiave del successo dei Fratelli musulmani sta nella loro estrema flessibilità tattica, essendo pronti a lavorare con qualsiasi istituzione (parlamento, sindacato) o organizzazione (stalinisti, liberali) che possa far avanzare i loro progetti di "re-islamizzazione" della società. Per Al-Banna, era comunque chiaro che lo Stato Islamico ricercato dal suo movimento, avrebbe vietato tutte le organizzazioni politiche. Sayyed Qoutb, che successe ad Al-Banna come leader del movimento nel 1948[29], denunciava allo stesso modo "l'idolatria socialista e capitalista", e cioè il fatto di anteporre gli obiettivi politici alle leggi di Dio. Inoltre affermava: "È necessario rompere con la logica e i costumi della società che ci circonda, costruire il prototipo della futura società Islamica con i "veri credenti", poi, al momento opportuno, impegnare la battaglia contro la nuova jahiliyya".

Verso il 1948, il movimento si era notevolmente sviluppato contando solo in Egitto tra i trecentomila e seicentomila militanti. sopravvisse a una feroce repressione dello Stato, tra la fine del 48 e l’inizio del 49, e si ricostituì. Per un breve periodo fu alleato di Nasser e del suo Movimento degli Ufficiali Liberi che fomenterà un colpo di stato nel luglio 1952. Una volta al potere, Nasser incarcerò molti Fratelli musulmani e mise il movimento fuorilegge. Nonostante ciò, il movimento ha potuto mandare dei deputati al parlamento e controllare un certo numero di organizzazioni non governative Islamiche. Ha, inoltre, trovato un sostegno crescente presso le masse urbane più povere proponendo dei servizi sociali non forniti dallo Stato.

Il successo dei Fratelli musulmani è un costante riferimento per i gruppi "fondamentalisti" più recenti - la maggior parte dei quali però se ne è separata, dicendo che questi hanno moderato i loro discorsi da quando hanno guadagnato il supporto delle masse e dei seggi in parlamento. Gruppi che comunque si ispirano a loro esistono ovunque nel "mondo musulmano" -non solo in Medio Oriente ma anche in Indonesia e nelle Filippine, e finanche in altri paesi dove i musulmani non costituiscono la maggioranza della popolazione. Tuttavia, questi gruppi in genere somigliano più ai Fratelli musulmani delle origini (nell’esaltazione della violenza terroristica) che non alla forza relativamente moderata che oggi sono diventati. E, in ogni caso, questi gruppi possono esistere solamente grazie al sostegno materiale fornito da questo o quello Stato che li manipola a favore dei loro obiettivi in materia di politica estera. È così che a Gaza fu fondato Hamas (Movimento della Resistenza Islamica) da parte di Israele che sperava di farne un contrappeso all'OLP. Ma sia Hamas che e l'organizzazione della Djihad Islamica hanno cooperato con l'OLP e con altre organizzazioni nazionaliste palestinesi - a loro volta manipolate da potenze straniere come la Siria o la vecchia Unione Sovietica. In Algeria, il GIA (Gruppo Islamico armato) riceve più o meno apertamente fondi e altri aiuti dagli Stati Uniti che tentano, in questo modo, di indebolire la concorrenza fatta dalla Francia alla sola superpotenza rimasta. Recentemente, in Indonesia alcuni gruppi Islamici sono stati manipolati dalle frazioni politico-militari prima per mettere in piedi e poi per rovesciare il Presidente. Ancora più nota è la creazione in Pakistan da parte degli Stati Uniti del movimento dei Talebani d'Afghanistan, i quali vennero addestrati con successo contro i loro vecchi alleati Islamici, le diverse frazioni moudjahidin che stavano trascinando l'Afghanistan nel caos totale. Gli Stati Uniti hanno aiutato attivamente Osama Bin Laden nella sua lotta contro l'imperialismo russo, fornendo un supporto al gruppo ora conosciuto con il nome di Al Qaïda.

Altre varianti del modello originale sono fornite da gruppi i cui membri sono usciti dalla setta musulmana Chi'a. Stato sciita più popolato, l'Iran è stato la fonte di queste varianti che includono gruppi presenti in numerosi paesi, in particolare in Libano e in Iraq. L'Iran spesso si è auto descritto come uno Stato dove il "fondamentalismo è al potere", ma è falso, perché il regime è nato più per colmare un vuoto che per l'azione di un gruppo "Islamico". Sicuramente nei suoi primi anni, il regime di Khomeini ha fornito con successo, attraverso azioni di massa, un supporto popolare allo Stato, proponendo un impossibile "ritorno" alle condizioni dell'Arabia del settimo secolo. Tuttavia è importante comprendere che i mullah iraniani (il clero) hanno raggiunto il potere solo grazie all'estrema debolezza del proletariato iraniano: gli operai dell'industria petrolifera, per esempio, sono stati in sciopero per un totale di sei mesi, paralizzando questa industria chiave per l'Iran, allo scopo di abbattere il regime dello Scià. I mullah, unica forza di opposizione con obiettivi politici chiari e in grado di funzionare nella legalità, hanno preso il controllo della mobilitazione confusa contro lo Scià. Bisogna però notare che i sostenitori di Khomeini hanno preso il potere solo dopo una deformazione fondamentale della dottrina sciita: secondo l'ultimo dirigente sciita, scomparso parecchi secoli fa, i credenti sciiti devono opporsi risolutamente a ogni potere politico temporale[30].

Una volta al potere, nel febbraio 1979, i mullah hanno colto ogni occasione per estendere la loro influenza verso gli altri paesi, armando e fornendo una base ai gruppi islamici sciiti che agivano in questi paesi, come la milizia degli Hezbollah (partito di Dio) nel Libano, che per il suo sostegno a Khomeini è stata compensata con un sostanzioso aiuto materiale dell'Iran, a partire dal 1979, e della Siria suo alleato.

L'Afghanistan ha fornito altre varianti, almeno una per ogni gruppo etnico importante che compone questo paese. Sebbene tutti questi gruppi afgani condividano la nozione di uno Stato unitario Islamico, è stato loro estremamente difficile restare uniti per molto tempo, anche e soprattutto dopo l'eliminazione di concorrenti comuni. Le lotte intestine mortali che hanno seguito il crollo del regime pro-russo nel 1992, hanno convinto l'imperialismo USA a smettere di sostenerli e creare una nuova forza più unitaria, i Talebani, che avrebbero potuto costituire un regime stabile pro-USA. Tutte queste disparate frazioni Islamiche dell'Afghanistan si sono rese colpevoli di massacri di massa, dei più orribili atti di crudeltà, come stupri, torture, mutilazioni e massacri di bambini, senza dimenticare il loro ruolo nel commercio internazionale di droga che ha fatto dell'Afghanistan il più grande esportatore di oppio grezzo nel mondo.

Non è possibile, per mancanza di spazio, descrivere la totalità di questi gruppi e tutte le loro sfaccettature. Ma come abbiamo visto, i Fratelli musulmani hanno costituito il paradigma, il modello per il "fondamentalismo Islamico" moderno. Esistono differenti versioni di questo movimento, sia sciite che sunnite, ma nessuna di esse si oppone veramente al capitalismo e all'imperialismo: esse sono parte integrante del mondo "civilizzato".

Il fondamentalismo: un rigurgito della civiltà capitalista agonizzante

Di fronte alla propaganda borghese che ci parla di uno "scontro di civiltà”, di una lotta a morte tra "l’occidente" e "l'Islam militante", propaganda veicolata sia dagli occidentali che dai sostenitori di Bin Laden, è importante mostrare che l'Islamismo attuale è un puro prodotto della società capitalista in piena epoca della sua decadenza.

Tanto più che la vera natura dei movimenti Islamici non è neanche compresa del tutto dai gruppi del campo politico proletario. In un recente articolo[31] della sua rivista Revolutionary Perspectives, il BIPR sostiene che l'Islamismo è il riflesso dell'incapacità del capitalismo a eliminare completamente le vestigia precapitaliste, e anche che non c'è stata mai una reale "rivoluzione borghese" nel mondo musulmano. L'articolo continua così: "Contrariamente a certe ipotesi secondo cui l'Islamismo è solamente un puro riflesso del modo di produzione capitalista, esso non lo è affatto. È l'espressione confusa della coesistenza di almeno due modi di produzione".

Sempre secondo questo articolo, l'Islamismo "è diventato un'ideologia capace di mantenere l'ordine capitalista con misure ideologiche e culturali non capitaliste". Viene affermato che: "Contrariamente al Cristianesimo, l'Islam non ha seguito un lungo processo di secolarizzazione e di illuminismo. Il mondo musulmano è restato relativamente immutato in senso storico, ed è riuscito, anche all'era del capitalismo, a conservare la sua vecchia identità, perché il capitalismo non ha potuto nè voluto eliminare le strutture precapitaliste della società: di conseguenza, Dio non è morto in Oriente".

Come prova a queste affermazioni, l'articolo parla della perpetuazione di ciò che chiama "la vecchia comunità del clero che mantiene dei legami stretti con il Bazar'" che è "riuscita a non lasciarsi scuotere" dalla pressione della modernità. Perciò, l'articolo sostiene che "il mondo musulmano deve contenere nel suo seno due modi di produzione e due culture". L'Islamismo trae la sua forza da questo dualismo che gli permette di apparire come un'alternativa al capitalismo di Stato. Pur  essendo "un elemento chiave dell'ordine capitalista", l'Islamismo, aggiunge l'articolo, "a certi livelli, è ironicamente in contraddizione con questo stesso ordine". Questo è un errore. È vero che nessun modo di produzione esiste in modo totalmente puro. Solo due esempi: la schiavitù è esistita in  differenti epoche, in tutte le forme di società di classe: l'Inghilterra, il più vecchio Stato capitalista, non ha ancora del tutto messo fine alla sua "aristocrazia". È anche vero che la penetrazione del capitalismo nelle regioni dominate dalla religione musulmana è avvenuta tardivamente e in modo incompleto, e che queste non hanno conosciuto l'equivalente di una rivoluzione borghese. Ma, quali che siano le vestigia del passato rimaste e che pesano in queste regioni, queste sono totalmente sottoposte al dominio dell'economia capitalista mondiale, e ne fanno parte.

Il Bazar, nel mondo musulmano, non è un'istituzione fuori dal capitalismo, non più di quella reliquia vivente che è la Regina di Inghilterra o di quell’altro resto del feudalesimo che è Papa Giovanni Paolo II. In effetti, i bazaristi, i commercianti capitalisti del Bazar di Teheran, se pur hanno dato un appoggio importante alla spinta di Khomeini nel 1978-1979 in Iran, restano una frazione capitalista di importanza vitale. I disaccordi - che talvolta si esprimono in modo violento - tra i bazaristi e altre frazioni del regime iraniano, più secolarizzate o influenzate dall'Occidente, rappresentano delle contraddizioni in seno al capitalismo. Sebbene questi conflitti possano indebolire l'economia capitalista del paese, per la borghesia nel suo insieme sono un immenso beneficio politico, perché deviano il proletariato iraniano dal suo campo di classe, verso questa falsa alternativa: appoggiare la frazione "riformista" o la frazione "radicale" del capitale iraniano. Siamo ben lontani dalle "misure ideologiche e culturali non capitaliste" di cui parla l'articolo del BIPR.

Inoltre, in Iran, le relazioni tra i bazaristi e i dirigenti politici sono più forti di quanto non lo siano quelle in qualsiasi altra parte e questo è dovuto alla storia di questo paese e alla forma di Islam che vi è praticata, pertanto non si può utilizzare questo esempio per provare che l'Islamismo ha qualche cosa di "precapitalista". Al contrario, il punto comune dei paesi musulmani è l’utilizzo molto efficace di quegli aspetti sociali provienti da un passato precapitalista al servizio dei bisogni estremamente attuali dei capitalisti moderni. È per tale motivo che la famiglia reale saudita, Gamal Nasser, le frazioni politiche indonesiane e altri rappresentanti della ricca classe capitalista, hanno utilizzato e rigettato uno dopo l'altro i vari gruppi Islamici, completamente capitalisti sebbene reazionari, e che, a parole, volevano reintrodurre la società precapitalista, per preparare la loro strada verso il potere. E non può essere diversamente. Dappertutto, le frazioni capitaliste non si sono mai fatte scrupolo di mobilitare gli elementi più retrogradi per raggiungere i loro obiettivi, ben moderni, e ciò a maggior ragione nel periodo di decomposizione. Il capitalismo tedesco l'ha fatto utilizzando Hitler. Proprio come i Fratelli musulmani, i sostenitori di Khomeini e di Osama Bin Laden, così come Adolf Hitler, hanno costituito una mescolanza confusa di vecchi resti reazionari precapitalisti per servire gli interessi della loro classe dominante. Sotto questo aspetto l'Islamismo non è diverso. L'Islamismo somiglia enormemente all'ideologia nazista, in particolare nell’adottare senza riserve l'idea di una cospirazione ebraica mondiale. In più, questi tanfi di razzismo accentuano la contraddizione tra l'Islamismo e gli insegnamenti originari del Corano che predicava la tolleranza verso gli altri "Popoli del Libro".

Sotto tutte le sue forme, l'Islamismo non è per niente in contraddizione con il capitale. Certamente è il riflesso del ritardo economico e sociale dei paesi musulmani, ma fa parte integrante del sistema capitalista e, soprattutto, della sua decadenza e della sua decomposizione. Possiamo aggiungere anche che, lungi dall'essere in opposizione al capitalismo di Stato, l'idea di uno Stato Islamico che giustifica l'intervento dello Stato in ogni aspetto della vita sociale, è un vettore ideale per il capitalismo di Stato totalitario che è la forma caratteristica che prende il capitale nell'epoca della decadenza.

Il fondamentalismo Islamico si è sviluppato come ideologia di una parte della borghesia e della piccola borghesia nella loro lotta contro le potenze coloniali e i loro galoppini. È rimasto un movimento minoritario fino alla fine degli anni 70, in quanto all’epoca sulla scena principale imperversavano movimenti nazionalisti impregnati di ideologia stalinista. Questi movimenti hanno raggiunto una forza reale nei paesi dove la classe operaia è relativamente poco numerosa, di più recente formazione e quindi inesperta. Gli Islamici si autoproclamano "difensori dei popoli oppressi" (Khomeini). In Iran, per esempio, alla fine degli anni 70, i sostenitori di Khomeini sono riusciti ad attirare la massa povera dei tuguri di Tehran nel loro movimento, proclamandosi in modo menzognero i difensori dei loro interessi e definendosi mustazifin, un termine religioso che designa i miseri e gli oppressi. Il capitalismo decadente, sprofondando ancora più nella miseria della decomposizione, non ha fatto che esacerbare le condizioni di vita di questi strati. L'iniziale emarginazione degli Islamici gioca adesso a loro favore ed essi possono apparire più credibili quando proclamano che se tutte le ideologie non religiose (dalla democrazia al marxismo passando per il nazionalismo) sono fallite, è perché le masse hanno ignorano le leggi di Dio. La stessa ragione è stata rievocata dagli Islamici in Turchia per "spiegare" il terremoto dell'agosto 1999, e ancora prima dagli Islamici egiziani per un terremoto negli anni 80.

Questo genere di mistificazione attira facilmente gli strati della popolazione più colpiti dalla povertà e dalla disperazione. Ai piccoli borghesi rovinati, agli abitanti dei tuguri senza speranza di lavoro e agli stessi elementi della classe operaia, offre il miraggio di un "ritorno" verso quello Stato perfetto che la leggenda attribuisce a Maometto, che si supponeva proteggesse i poveri e impediva ai ricchi di fare troppi profitti. In altri termini, questo Stato è presentato come l'ordine sociale "anticapitalista" per eccellenza. Pertanto, i gruppi Islamici pretendono di essere né capitalisti né socialisti, ma "Islamici” che combattono per l’instaurazione di uno Stato Islamico sul modello del vecchio Califfato. Tutta questa argomentazione si basa su una falsificazione della storia: questo Stato musulmano originario è esistito molto prima dell'epoca capitalista. Era fondato su una forma di sfruttamento di classe ma, questo, come il feudalismo occidentale, non ha permesso lo sviluppo delle forze produttive come l'ha fatto il capitalismo. Ma oggi, ogni volta che un gruppo Islamico radicale prende il controllo di uno Stato, non ha altra alternativa che diventare il custode incaricato di mantenere le relazioni sociali capitaliste e di tentare di massimizzare il profitto dello Stato-nazione. I mullah iraniani, come i Talebani, non hanno potuto sfuggire a questa legge ferrea.

Questo falso "anticapitalismo" si accompagna a un altrettanto falso "internazionalismo musulmano": i gruppi Islamici radicali pretendono spesso di non dare fedeltà a nessuna nazione in particolare e chiamano alla fratellanza e all'unità dei musulmani nel mondo. Questi gruppi si descrivono, e quelli che vi si oppongono fanno lo stesso, come qualche cosa di unico - come un'ideologia e un movimento che trascendono le frontiere nazionali per formare un nuovo "blocco" spaventoso, che minaccia l'occidente come lo faceva il vecchio blocco "comunista". Questo è dovuto in parte al fatto che sono legati alle reti della criminalità internazionale: commercio delle armi (incluso certamente dei mezzi di distruzioni di massa come le armi chimiche o nucleari) e traffico di droga: l'Afghanistan, come abbiamo visto, ne è un perno. In questo contesto, Bin Laden, "Signore della guerra imperialista", può essere visto da qualcuno come il nuovo rampollo della "globalizzazione", e cioè del superamento delle frontiere nazionali. Ma ciò è vero solamente come espressione di una tendenza alla disintegrazione delle unità nazionali più deboli. Lo Stato "globale" musulmano non esisterà mai, perché andrà sempre a infrangersi sullo scoglio della competizione tra le borghesie musulmane. È per questo motivo che, nella loro lotta per inseguire questa chimera, i mujaheddin sono costretti a unirsi sempre al grande gioco imperialistico che rimane il terreno di scontro degli Stati nazionali.

Dietro la "guerra santa", alla quale chiamano le bande Islamiche, si nasconde in realtà la guerra tradizionale, che di "santo" non ha niente e che si combatte tra le potenze imperialiste rivali. I veri interessi degli sfruttati e degli oppressi del mondo intero non si trovano in una mitica fratellanza musulmana, ma nella guerra di classe contro lo sfruttamento e l'oppressione in tutti i paesi. Non si trovano in un ritorno al governo di Dio né dei Califfi, ma nella creazione rivoluzionaria della prima società realmente umana della storia.

Dawson (6/1/2002)

 


[1] Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, Marx 1844

[2] Ibid.

[3] 1966, edizioni Ann Harbor.

[4] Ibid.

[5] Ibid.

[6] Ibid.

[7] Anton Pannekoek, Lenin filosofo

[8] ibid.

[9] L'Hegiaz , è la regione nord-occidentale della Penisola araba, oggi parte dell'Arabia Saudita. Le sue città hanno avuto un ruolo fondamentale nella nascita e nello sviluppo del primo Islam: Mecca, Medina e Ta'if. Wikipedia)

[10] L'Impero sasanide o Impero persiano sasanide fu l'ultimo impero persiano preislamico, governato dalla dinastia sasanide dal 224 al 651.

[11] M. Rodinson, Mohammed, Ed. Penguin, 1983

[12] Ibid.

[13] Ibid.

[14] Lettera di Engels a Marx, 6 giugno 1853

[15] Saladino non solo era più colto di Riccardo Cuor di Leone, ma anche più misericordioso verso i non combattenti di quanto non lo furono i Crociati, che si distinsero per il massacro di popolazioni intere, soprattutto degli ebrei. Benché, sia gli amici che i nemici paragonano Bin Laden a Saladino, è piuttosto ai Crociati che bisognerebbe paragonarlo, lui che ha dichiarato, dopo il primo attentato contro il World Trade Center: “Uccidere gli americani e i loro alleati, civili o militari, è un dovere per ogni musulmano”. Così furono giustificati i massacri dell'11 settembre 2001 e gli attentati/suicidi contro i civili israeliani.

[16] Alexandra  Bennigsen e Chantal Lemercier, Islam in  the Soviet Union, Pall Mall Press, 1967.

[17] Alexandra Bennigsen et Chantal Lemercier, Sultan Galiev, Le Père de la révolution tiers-mondiste, Ed. Fayard, 1986

[18] Alexandra  Bennigsen e Chantal Lemercier, Islam in the  Soviet Union, Pall Mall Press, 1967

[19] Alexandra Bennigsen et Chantal Lemercier, Sultan Galiev, Le Père de la révolution tiers-mondiste, Ed. Fayard, 1986.

[20] Jane Degras, The Communist International 1919-1943, vol. 1, Franck Cass & Co, 1971.

[21] The Second Congress of the Communist International, New Park, 1977.

[22] La Gauche Hollandaise, opuscolo della CCI

[23] Baku Congress of the Peoples of the East, New Park, 1977.

[24] Angelica Balabanova, My Life as a Rebel.

[25] E.H. Carr, Storia della Russia sovietica, Einaudi.

[26] Baku Congress of the Peoples of the East, New Park, 1977.

[27] Jane Degras, The Communist International 1919-1943, vol.1, Franck Cass & Co, 1971.

[28] Alessandra Bennigsen e Chantal Lemercier, Islam in the Soviet Union, Pall Mall Press, 1967.

[29] Hassan al Banna fu assassinato dalla polizia segreta egiziana il 12 febbraio 1949, dopo l'assassinio da parte dei Fratelli musulmani del primo ministro, il 28 dicembre 1948.

[30] Khomeini pretendeva che un religioso, discendente diretto di Maometto, avrebbe potuto servire da reggente di uno Stato sciita Islamico, aspettando il  'ritorno' eventuale del dodicesimo Iman.

[31] Revolutionary Perspectives, organo del BIPR, n°23