La Grande Guerra 1914 - 2014: Dopo 100 anni l’umanità è di fronte allo stesso dilemma

La Grande Guerra

Il 2014 è l’anno delle commemorazioni ufficiali della Prima Guerra mondiale.

I portavoce della classe dirigente, i politici e i professori, la televisione e i giornali, hanno dato le loro spiegazioni sul conflitto e sui motivi della sua fine. Tutti si sono rammaricati per le morti di questa guerra, auspicando che una tale tragedia non si riproduca. Ma tutto questo è solamente la ripugnante ipocrisia di una classe il cui sistema che ci ha portato gli orrori di questa guerra e di tutte quelle che da allora hanno devastato il mondo.

I rivoluzionari hanno il proprio metodo per spiegare le tragedie dell’ultimo secolo.

Nel 1914 l’umanità era di fronte ad un’alternativa: Rivoluzione o guerra, Socialismo o barbarie. E oggi si trova di fronte alla stessa alternativa.

1914: le grandi potenze arruolano le masse. La propaganda di tutti gli Stati belligeranti proclama: il vostro paese ha bisogno di voi. Battersi per la patria. Difendere la civiltà contro la barbarie dell’altro campo. Ma come la rivoluzionaria tedesca Rosa Luxemburg diceva nella Junius brochure, scritto in prigione nel 1915: questa guerra è la barbarie. Non è una guerra per mettere fine alle guerre, ma esprime la fine definitiva dell’utilità del capitalismo per l’umanità. Se gli sfruttati e gli oppressi di tutti i paesi non si uniscono contro gli sfruttatori ed i mercanti d’armi in tutti i paesi, questa guerra sarà solamente il preludio a massacri ancora più terribili.

1917-19: vittime di massacri inutili nelle trincee, della fame e dell’intensificazione dello sfruttamento nelle retrovie, i lavoratori dei due campi si ribellano contro la guerra. Soldati e marinai si ammutinano e fraternizzano, i lavoratori organizzano manifestazioni e scioperi di massa. La rivoluzione esplode in Russia quando i soviet - consigli rivoluzionari di delegati dei lavoratori, dei soldati e dei contadini - prendono il potere. Esplode in Germania quando i marinai di Kiel rifiutano di sacrificarsi per lo sforzo bellico e in tutto il paese si formano consigli di operai e di soldati. Le classi dirigenti che fino a ieri si sgozzavano a vicenda, ora si uniscono per mettere precipitosamente fine alla guerra. Ma l’ondata rivoluzionaria prosegue di fronte alla miseria del dopoguerra, dando luogo ad altri scioperi in massa e sollevamenti, da Clydeside a Seattle, dall’Ungheria al Brasile.

1920-27: la sconfitta e la controrivoluzione. I rivoluzionari russi sapevano che se la rivoluzione non si fosse estesa nel mondo sarebbero stati condannati alla sconfitta. Nonostante lo sviluppo mondiale della lotta di classe e la fondazione dell’Internazionale comunista, i lavoratori non riescono a prendere il potere in alcun’altra parte nel mondo. Esaurita dalla guerra civile, nella quale le forze controrivoluzionarie sono state sostenute dalle grandi potenze, la classe operaia in Russia perde la sua presa sul potere e una nuova burocrazia emerge sulle ceneri della rivoluzione. Stalin proclama “il socialismo in un solo paese” nel 1924: non un programma per la rivoluzione mondiale, ma per il capitalismo di Stato russo. Nel 1927 in Cina, i comunisti che avevano preso parte all’insurrezione di Shanghai vengono decapitati nelle strade dai loro sedicenti “alleati”, i nazionalisti. In Germania, il partito socialdemocratico, diventato un partito del sistema, utilizzerà le forze dell’estrema destra come truppe d’assalto contro la rivoluzione. L’estrema destra incarnata da Hitler si appresta allora a finire il lavoro.

1929: la Grande depressione. La chiusura delle fabbriche e i milioni di lavoratori gettati in strada provano, ancora una volta, l’assurdità e l’obsolescenza del capitalismo. È una crisi di sovrapproduzione, una crisi della domanda mentre potenzialmente esiste l’abbondanza. Ma la classe operaia è stata vinta e non può rispondere alla crisi con la rivoluzione.

1936: Hitler e Stalin dirigono dei regimi che si basano sui campi di concentramento e le prigioni, e su di un’economia orientata verso la guerra. Le “democrazie” ostacolano loro il passo. La marcia verso una nuova guerra mondiale è aperta e fondamentalmente sarà una ripetizione della Prima. In Spagna, la classe operaia mantiene la sua combattività. Ma dopo aver fatto fallire il colpo di Stato franchista nel luglio 1936 con i propri metodi di lotta - scioperi e fraternizzazione con le truppe- viene reclutata nel fronte antifascista che subordina gli interessi della classe operaia all’interesse nazionale. La Spagna diventa un campo di battaglia tra i blocchi imperialisti, una prova generale per la Seconda Guerra mondiale.

1939-45: malgrado tutti i nuovi slogan di adunata ideologica – l’antifascismo, la difesa della democrazia o della “patria socialista”- la Seconda Guerra mondiale supera di molto la Prima in quanto a barbarie. Dal lato fascista, il culmine è lo sterminio industriale nei campi di concentramento. Ma il fungo atomico su Hiroshima e Nagasaki mostra che gli alleati “democratici” non sono da meno nel liquidare milioni di vite innocenti.

1945-68: Un pugno di internazionalisti condanna la guerra come espressione di una nuova divisione del globo, e mentre questa sta per finire, esplodono rivolte sporadiche della classe operaia. Ma l’ombra della sconfitta è ancora troppo potente e, prima ancora della fine della Seconda Guerra mondiale, prendono forma i contorni per un terzo conflitto. L’URSS, ieri alleata contro il fascismo, diventa il nuovo nemico totalitario. Si formano due enormi blocchi imperialistici che si affrontano attraverso l’interposizione di guerre per procura: Corea, Medio Oriente, India e Pakistan, Cuba, Vietnam...

1968-89: la riorganizzazione dell’economia mondiale durante e dopo la guerra permette al capitalismo di uscire dalla depressione e, nonostante la persistenza della povertà nel mondo “sottosviluppato”, i paesi centrali conoscono un periodo di crescita e di prosperità. Ma la tregua è solamente temporanea. Alla fine degli anni 60 appaiono i segni di una nuova crisi economica sotto forma di un’inflazione galoppante e, nel 1973, di una nuova recessione mondiale. Questa volta, tuttavia, una nuova generazione della classe operaia comincia a rispondere alla crisi: 10 milioni di scioperanti in Francia nel 1968, “l’autunno caldo” in Italia nel 1969, lo sciopero dei minatori in Gran Bretagna nel 1972 e 1974. Questi focolai di rivolta, e altri ancora, smentiscono gli ideologi che avevano proclamato che la classe operaia si era integrata alla società dei consumi. La classe operaia non solo è viva, ma il suo rifiuto di ubbidire ai diktat dell’economia nazionale significa anche che il capitalismo non ha carta bianca per intensificare i suoi scontri imperialisti fino a una nuova guerra mondiale.

1989-2014: che questo è un problema per la classe dirigente è illustrato chiaramente dal crollo dell’URSS e del blocco russo. Gli scioperi di massa degli operai polacchi negli anni 80 indicano che i dirigenti di questo blocco, se avessero tentato di rispondere alle loro profonde difficoltà economiche lanciando una nuova offensiva imperialistica, non avrebbero potuto contare sul sostegno della classe operaia. Con la scomparsa de “l’Impero del male” dell’Est, George Bush padre dichiara l’avvento di un nuovo ordine mondiale di pace e prosperità. Quasi immediatamente dopo, le guerre nel Golfo e nell’ex Jugoslavia dimostrano che gli scontri imperialisti non sono spariti, ma hanno preso una forma nuova, più caotica, al di fuori dalla disciplina dei vecchi blocchi. Il continente africano e il Medio Oriente diventano oggetto di tutta una serie di battaglie sanguinose. Quanto alla prosperità, la “crisi del debito” del 2008 mette in luce il carattere artificiale della precedente fase di “crescita”. Dagli anni 30 il capitalismo reagisce alla malattia della sovrapproduzione usando la medicina del debito, ma oggi la cura mostra che è pericolosa tanto quanto la malattia. E durante questo periodo, il capitalismo folle ha bisogno di crescere, costi quel che costi e qualunque sia il risultato di un metodo che porta in sé una nuova espressione del suo impasse storico, vale a dire la crisi ecologica. L’inquinamento e la distruzione dell’ambiente, il cambiamento climatico cominciano a produrre una serie di catastrofi che sono solo un assaggio di ciò che può prodursi se si permette all’accumulazione capitalista di proseguire.

Il capitalismo si decompone sotto i nostri occhi. La classe operaia non è stata in grado di sviluppare le sue lotte, dal periodo 1968 – 1989, verso una messa in discussione cosciente del modo di produzione capitalista e deve far fronte al pericolo di essere travolta nel pantano di un ordine sociale in avanzato stato di decadenza - nella sua guerra di gang, nella sua disperazione, nella sua irrazionalità e nella sua dinamica verso l’autodistruzione. Ma la voce del proletariato non è stata ridotta al silenzio. Un sentimento crescente di indignazione contro un sistema che non offre alcun avvenire, ha spinto milioni di giovani nelle strade in Tunisia, Egitto, Grecia, Israele, Spagna, Gran Bretagna, Stati Uniti, Turchia e Brasile. Ci sono stati enormi scioperi di lavoratori in Bangladesh ed in Cina contro lo sfruttamento spietato che esige il “capitalismo globalizzato”. In Africa meridionale la repressione del governo contro i minatori di Marikana smentisce tutti i discorsi sulla “nuova  Africa del Sud” fatti dopo il regime dell’apartheid. La classe operaia è più globale che mai e anche se non riesce facilmente a ricuperare la sua identità di classe e la fiducia nelle proprie capacità, la dinamica delle sue lotte continua a contenere la possibilità di rispondere alla barbarie del capitalismo con la prospettiva del socialismo, della rivoluzione comunista che sostituirà il dominio del capitale e del suo Stato con una nuova comunità umana a livello mondiale.