Per parecchie settimane, il proletariato in Europa ha subito la frenesia mediatica delle consultazioni elettorali. Con il suo cinismo abituale la borghesia, che controlla l'insieme dei mezzi di informazione, ha sfruttato l'opportunità di relegare in secondo piano gli orrori della barbarie del suo sistema. Le notizie sull'Iraq che affonda in una ferocia sempre più omicida, quelle sulla carestia che minaccia circa un terzo della popolazione nigeriana e su tante altre situazioni drammatiche del pianeta, hanno ceduto il posto ai molteplici scenari ed alla messe in opera del circo elettorale.
Sia che si tratti del referendum sulla Costituzione europea, organizzato dalle borghesie francesi ed olandesi, delle elezioni legislative in Gran Bretagna o dell'elezione in Renania del Nord-Vestfalia, la regione più popolata della Germania, ogni volta, è l'insieme delle forze borghesi (partiti di sinistra, di destra, di estrema destra, estremisti, sindacati) che orchestra il battage elettorale.
Drammatizzando l'importanza del referendum europeo (in particolare con l’affermazione che l'avvenire dell'Europa passa attraverso il voto "popolare"), chiamando a votare pro o contro la politica di austerità del governo Schröder, pro o contro il governo Blair che ha "mentito" sugli obiettivi della guerra in Iraq, invariabilmente la classe dominante offre ai proletari uno sfogo al malessere sociale.
Il rifiuto di partecipare al circo elettorale non si impone in modo evidente al proletariato perché questa mistificazione è legata strettamente a ciò che costituisce il cuore dell'ideologia della classe dominante, la democrazia. Tutta la vita sociale nel capitalismo è organizzata dalla borghesia intorno al mito dello Stato "democratico" (1). Questo mito è fondato sulla falsa idea che tutti i cittadini sono "uguali" e "liberi" di "scegliere", attraverso il loro voto, i rappresentanti politici desiderati ed che il parlamento è il riflesso della "volontà popolare" (2). Questa truffa ideologica è difficile da sventare da parte della classe operaia perché la mistificazione elettorale si basa in parte su certe verità che impediscono ogni riflessione sull'utilità o meno del voto. La borghesia, ad esempio, per sviluppare la sua propaganda si basa sulla storia del movimento operaio, ricordandone le lotte eroiche per conquistare il diritto di voto. A tale scopo non esita a fare uso della menzogna ed a falsificare gli avvenimenti. I partiti di sinistra ed i sindacati ricordano continuamente le lotte passate della classe operaia per ottenere il suffragio universale. I trotskisti, pur relativizzando l'importanza delle elezioni per il proletariato, non perdono l'opportunità di partecipare a queste rivendicando le posizioni della III Internazionale sulla "tattica" del "parlamentarismo rivoluzionario" o sull'utilizzazione delle elezioni come tribuna con la pretesa di far ascoltare la voce degli interessi operai e difendere la politica di una sedicente sinistra "anti-capitalista." In quanto agli anarchici, certi partecipano mentre altri invitano all'astensione. Di fronte a tutto questo guazzabuglio ideologico, in particolare quello che pretende di basarsi sull'esperienza e le tradizioni della classe operaia, è necessario ricordare le vere posizioni difese dal movimento operaio e dalle sue organizzazioni rivoluzionarie sulla questione elettorale, considerandola non in sé, ma in funzione dei differenti periodi dell'evoluzione del capitalismo e dei bisogni della lotta rivoluzionaria del proletariato.
Con lo sviluppo del modo di produzione capitalista, la borghesia abolisce la servitù ed estende il salariato per i bisogni della sua economia. Il Parlamento è l'arena dove i differenti partiti, rappresentanti delle differenti cricche che esistono in seno alla borghesia, si affrontano per decidere della composizione e degli orientamenti del governo incaricato dell'esecutivo. Il Parlamento è il centro della vita politica borghese ma, in questo sistema democratico parlamentare, solo i notabili sono elettori. I proletari non hanno il diritto alla parola, né il diritto di organizzarsi. Sotto l'impulso della I e poi della II Internazionale, gli operai intraprendono delle vigorose lotte sociali, spesso al prezzo della vita, per ottenere dei miglioramenti delle condizioni di vita (riduzione del tempo di lavoro dalle 14 o dalle 12 alle 10 ore, interdizione del lavoro dei bambini e dei lavori faticosi per le donne). Nella misura in cui il capitalismo era ancora un sistema in piena espansione, il suo capovolgimento attraverso la rivoluzione proletaria non era ancora all'ordine del giorno. È questa la ragione per la quale la lotta rivendicativa sul campo economico, per mezzo dei sindacati e dei suoi partiti politici in campo parlamentare, permetteva al proletariato di strappare al sistema riforme a suo vantaggio. "Una tale partecipazione gli permetteva al tempo stesso di fare pressione in favore di queste riforme, di utilizzare le campagne elettorali come mezzo di propaganda e di agitazione intorno al programma proletario e di utilizzare il Parlamento come tribuna di denuncia dell'ignominia della politica borghese. È per ciò che la lotta per il suffragio universale ha costituito, per tutto il 19° secolo, in un gran numero di paesi, una delle opportunità maggiori di mobilitazione del proletariato" (3) Sono queste posizioni che Marx ed Engels difenderanno lungo tutto questo periodo di ascesa del capitalismo per spiegare il loro sostegno alla partecipazione del proletariato alle elezioni.
La corrente anarchica, invece, si è opposta a questa politica fondata su una visione storica ed una concezione materialista della storia. L'anarchismo si è sviluppato nella seconda metà del 19° secolo come prodotto della resistenza degli strati piccolo-borghesi (artigiani, commercianti, contadini) al processo di proletarizzazione che li privava della loro passata "indipendenza" sociale. La visione degli anarchici della "rivolta" contro il capitalismo era puramente idealistica ed astratta. Non è un caso se una gran parte degli anarchici, tra cui Bakunin figura leggendaria di questa corrente, non vedeva il proletariato come classe rivoluzionaria ma tendeva a sostituirgli la nozione borghese di "popolo", inglobando tutti quelli che soffrono, qualunque sia il loro posto nei rapporti di produzione, qualunque sia la loro capacità ad organizzarsi, a diventare coscienti di sé come forza sociale. In questa logica, per l'anarchismo la rivoluzione è possibile in ogni momento e per tale motivo ogni lotta per le riforme costituisce fondamentalmente un ostacolo alla prospettiva rivoluzionaria. Per il marxismo questo radicalismo di facciata non illude per molto tempo, nella misura in cui esprime "l'incapacità degli anarchici a comprendere che la rivoluzione proletaria, la lotta diretta per il comunismo, non era ancora all'ordine del giorno perché il sistema capitalista non aveva ancora esaurito la sua missione storica, e che il proletariato era di fronte alla necessità di consolidarsi come classe per strappare tutte le riforme possibili alla borghesia col fine, innanzitutto, di rafforzarsi per la futura lotta rivoluzionaria. In un periodo in cui il Parlamento era una vera arena di lotta tra frazioni della borghesia, il proletariato aveva i mezzi per entrarvi senza subordinarsi alla classe dominante; questa strategia è diventata impossibile solo con l'entrata del capitalismo nella sua fase decadente, totalitaria" (4).
Con l'entrata nel 20° secolo, il capitalismo ha conquistato il mondo e, cozzando contro i limiti della sua espansione geografica, incontra anche la limitazione obiettiva dei mercati e degli sbocchi alla sua produzione. I rapporti di produzione capitalista si trasformano in ostacoli allo sviluppo delle forze produttive. Il capitalismo, come un tutto, entra allora in un periodo di crisi e di guerre di dimensione mondiale (5).
Un tale sconvolgimento senza precedenti nella vita del capitalismo, determina una modifica profonda del modo di esistenza politica della borghesia, del funzionamento del suo apparato statale e delle condizioni e dei mezzi della lotta del proletariato. Il ruolo dello Stato diventa preponderante perché è il solo in grado di assicurare "l'ordine", il mantenimento della coesione di una società capitalista dilaniata dalle sue contraddizioni. I partiti borghesi diventano, in modo sempre più evidente, degli strumenti dello Stato incaricati di fare accettare la politica di quest'ultimo. Così, gli imperativi della Prima Guerra mondiale e l'interesse nazionale non autorizzano il dibattito democratico al Parlamento ma impongono una disciplina assoluta a tutte le frazioni della borghesia nazionale. In seguito questo stato di fatto si mantiene e si rafforza. Il potere politico tende allora a spostarsi dal legislativo verso l'esecutivo ed il Parlamento borghese diventa un guscio vuoto che non ha più nessun ruolo decisionale. Questa è la realtà che nel 1920, al suo II congresso, l'Internazionale Comunista va a caratterizzare chiaramente: "L'atteggiamento della III Internazionale verso il parlamentarismo non è determinato da una nuova dottrina, ma dalla modifica del ruolo del Parlamento stesso. Nell'epoca precedente il Parlamento in quanto strumento del capitalismo in via di sviluppo ha, in un certo senso, lavorato al progresso storico. Ma nelle condizioni attuali, all'epoca dello scatenamento imperialista, il Parlamento è diventato tutto un strumento di menzogna, di inganno, di violenza, ed un esasperante mulino a vento... Attualmente il Parlamento non può essere in nessun caso, per i comunisti, il teatro di una lotta per le riforme e per il miglioramento della sorte della classe operaia, come fu per il passato. Il centro di gravità della vita politica si è spostato fuori del Parlamento, ed in maniera definitiva" (6).
È oramai fuori questione per la borghesia accordare quale che sia il campo, economico o politico, riforme reali e durature per le condizioni di vita della classe operaia. È l'inverso che impone al proletariato: sempre più sacrifici, miseria, sfruttamento e barbarie. I rivoluzionari sono allora unanimi nel riconoscere che il capitalismo ha raggiunto dei limiti storici e che è entrato nel suo periodo di declino, di decadenza come testimonia lo scatenamento della Prima Guerra mondiale. L'alternativa era oramai: socialismo o barbarie. L'era delle riforme era chiusa definitivamente e gli operai non avevano più niente da conquistare sul campo delle elezioni.
Tuttavia si sviluppa un dibattito centrale nel corso degli anni 1920 in seno all'Internazionale Comunista sulla possibilità, difesa da Lenin e dal partito bolscevico, di utilizzare la "tattica" del "parlamentarismo rivoluzionario". Di fronte alle innumerevoli questioni suscitate dall'entrata del capitalismo nel suo periodo di decadenza, il passato continuava a pesare sulla classe operaia e le sue organizzazioni.
La guerra imperialista, la rivoluzione proletaria in Russia, poi il riflusso dell'ondata di lotte proletarie a livello mondiale a partire dal 1920 ha portato Lenin ed i suoi compagni a pensare di distruggere dall'interno il Parlamento o utilizzare la tribuna parlamentare in modo rivoluzionario, come aveva fatto Karl Liebknecht nel parlamento tedesco per denunciare la partecipazione alla Prima Guerra mondiale. In effetti questa "tattica" erronea porterà la III Internazionale sempre più verso il compromesso con l'ideologia della classe dominante. Peraltro, l'isolamento della rivoluzione russa, l'impossibilità della sua estensione verso il resto dell'Europa con lo schiacciamento della rivoluzione in Germania, trascineranno i bolscevichi e l'Internazionale, poi i partiti comunisti, verso un opportunismo sfrenato. Questo opportunismo li porterà a rimettere in discussione le posizioni rivoluzionarie del 1° e del 2° Congresso dell'Internazionale Comunista per affondare nella degenerazione nei congressi successivi, fino al tradimento e all'avvento dello stalinismo che fu la testa d'ariete della controrivoluzione trionfante (7).
E' proprio contro questa degenerazione e questo abbandono dei principi proletari che reagirono le frazioni più a sinistra nei partiti comunisti. A cominciare dalla Sinistra italiana con Bordiga alla sua testa che, già nel 1918, preconizzava il rigetto dell'azione elettorale. Conosciuta inizialmente come "Frazione comunista astensionista", questa si è costituita formalmente dopo il Congresso di Bologna nell'ottobre 1919 e, in una lettera mandata da Napoli a Mosca, affermava che un vero partito che doveva aderire all'Internazionale Comunista, non poteva crearsi che su basi antiparlamentariste (8). Le sinistre tedesche ed olandesi andranno a loro volta a sviluppare la critica del parlamentarismo ed a sistematizzarla. Anton Pannekoek denuncia chiaramente la possibilità di utilizzare il Parlamento per i rivoluzionari, perché una tale tattica poteva condurli solamente a fare dei compromessi, delle concessioni all'ideologia dominante. Essa mirava solo ad dare una parvenza di vita a queste istituzioni moribonde, ad incoraggiare la passività dei lavoratori mentre la rivoluzione necessita, per il capovolgimento del capitalismo e l'instaurazione della società comunista, della partecipazione attiva e cosciente dell'insieme del proletariato.
Negli anni 1930 la Sinistra italiana, attraverso la sua rivista Bilan, dimostrerà in modo concreto come le lotte dei proletari francesi e spagnoli erano state deviate verso un terreno elettorale. Bilan affermava a giusta ragione che era stata la "tattica" dei fronti popolari nel 1936 a permettere il reclutamento del proletariato come carne da cannone nella seconda carneficina imperialista mondiale. Alla fine di questo spaventoso olocausto, è la Sinistra comunista di Francia che pubblicava la rivista Internationalisme (da cui ha avuto origine la CCI) che farà la denuncia più chiara della "tattica" del parlamentarismo rivoluzionario: "La politica del parlamentarismo rivoluzionario ha contribuito largamente a corrompere i partiti della III Internazionale e le frazioni parlamentari sono servite a rafforzare l'opportunismo, tanto nei partiti della III come precedentemente nei partiti della II Internazionale. La verità è che il proletariato non può utilizzare per la sua lotta emancipatrice "il mezzo di lotta politica" proprio della borghesia e destinato al suo asservimento…In effetti, il parlamentarismo rivoluzionario in quanto attività reale non è mai esistito per la semplice ragione che l'azione rivoluzionaria del proletariato quando gli si presenta, suppone la sua mobilitazione di classe su un piano extra-capitalista, e non prese di posizioni all'interno della società capitalista" (9) Oramai, l'antiparlamentarismo, la non partecipazione alle elezioni, è una frontiera di classe tra organizzazioni proletarie ed organizzazioni borghesi. In queste condizioni, da più di 80 anni le elezioni sono utilizzate su scala mondiale da tutti i governi, qualunque sia il loro colore politico, per deviare il malcontento operaio su un campo sterile e dar credito al mito della "democrazia". D'altra parte non è un caso se oggi, contrariamente al 19° secolo, gli Stati "democratici" combattono così accanitamente l'astensionismo e la disaffezione verso i partiti, perché la partecipazione degli operai alle elezioni è essenziale per perpetuare l'illusione democratica. Tutto questo è stato dimostrato in modo flagrante, dalle elezioni in Europa che, su questo piano, costituiscono un “caso da manuale”.
Contrariamente alla indigesta propaganda che ci ha presentato la vittoria del "No" alla Costituzione europea, tanto in Francia che in Olanda, come una "vittoria del popolo", lasciando intendere che sono le urne che governano, bisogna riaffermare che le elezioni sono una pura mascherata. Sicuramente vi possono essere delle divergenze in seno alle differenti frazioni che compongono lo Stato borghese sul modo di difendere al meglio gli interessi del capitale nazionale ma, fondamentalmente, la borghesia organizza e controlla la carnevalata elettorale affinché il risultato sia conforme ai suoi bisogni in quanto classe dominante. A tal fine lo Stato capitalista organizza, pianifica, manipola, utilizza i suoi media. Tuttavia, si possono verificare degli "incidenti", come capita spesso in Francia (oggi con la vittoria del No al referendum, nel 2002 con il Fronte Nazionale in seconda posizione alle elezioni presidenziali, nel 1997 con la vittoria della sinistra alle legislative anticipata o nel 1981 con quella di Mitterrand alle presidenziali) che però non significano affatto la benché minima rimessa in causa dell'ordine capitalista. Una tale difficoltà da parte della borghesia francese a far uscire dalle urne quello che lei vuole, rivela una debolezza storica ed un arcaismo del suo apparato politico (10), che non esistono nei paesi come la Germania o la Gran Bretagna (11).
Ma questa debolezza non significa per niente che il proletariato può approfittarne per imporre un altro orientamento alla politica della borghesia. Ogni proletario lo può constatare sulla base della propria esperienza di partecipazione alla mascherata elettorale: dalla fine degli anni 1920 e fino ad oggi, qualunque sia il risultato delle elezioni, che sia la destra o la sinistra ad uscirne vittoriosa, alla fine è sempre la stessa politica anti-operaia ad essere attuata.
In altri termini, lo Stato "democratico" riesce sempre a difendere gli interessi della classe dominante e del capitale nazionale, indipendentemente dai risultati delle consultazioni elettorali organizzate con sempre maggior frequenza (12).
La focalizzazione orchestrata dalla borghesia europea intorno al referendum sulla Costituzione è riuscita a captare l'attenzione degli operai ed a persuaderli che la costruzione dell'Europa era un obiettivo importate per il loro avvenire e quello dei loro figli. Menzogna! Niente è più falso! Ciò che era in gioco, attraverso l'adozione di questa nuova Costituzione, era per la classe dominante degli Stati fondatori dell'Europa, in un contesto di allargamento a 25 paesi membri, la capacità di poter esercitare in seno alle istituzioni europee un'influenza equivalente a quella che avevano prima dell'arrivo dei nuovi Stati-membri, che hanno solo fatto diminuire il peso relativo di ciascuno.
La classe operaia non deve partecipare alle lotte di influenza tra le frazioni della borghesia. In effetti, questa Costituzione europea non faceva che prendere atto di una politica già operante oggi, una politica in ogni caso estranea agli interessi di classe. La classe operaia sarà sfruttata con il "No" come lo sarebbe stata con un "Sì".
La classe operaia deve rigettare tanto l'illusione di potere utilizzare il parlamento nazionale nella sua lotta contro lo sfruttamento capitalista che l'illusione di poterlo fare con il parlamento europeo (13).
In questo concerto di ipocrisia e di raggiro, la palma d’oro va, da una parte, alle forze di sinistra che si sono raggruppate per dire No alla Costituzione e che pretendono che si può costruire un' "altra Europa", “più sociale" e, dall'altra, ai populisti di ogni risma che sfruttano la paura, la disperazione, l'incertezza per l’avvenire l'avvenire esistenti nella popolazione ed in una parte della classe operaia.
Come in Francia ed in Germania, per esempio, l'Olanda vive un aggravamento della disoccupazione il cui tasso è passato dal 2% nel 2003 al 8% oggi, e nuovi attacchi rimettono in causa la protezione sociale. E’ del resto di fronte all’intensificazione di questi attacchi che anche in questo paese abbiamo potuto vedere l’inizio di un’ampia mobilitazione sociale. Il ritorno del proletariato sulla scena sociale (14) implica, inevitabilmente, che si sta sviluppando una riflessione sul significato della disoccupazione massiccia, sugli attacchi a ripetizione, sullo smantellamento dei sistemi pensionistici e di assistenza sociale. In prospettiva, la politica anti-operaia della borghesia e la risposta proletaria possono sfociare solo su una presa di coscienza crescente in seno alla classe operaia del fallimento storico del capitalismo. È proprio per sabotare questo inizio di presa di coscienza che i promotori di una Europa "più sociale" si agitano tanto, chiedendo allo Stato capitalista di arbitrare il conflitto tra classi sociali opposte ed esortando gli operai a mobilitarsi per rigettare il liberismo con il solo obiettivo di sottometterli meglio alla mistificazione dello Stato "sociale", questa nuova fantasia e paccottiglia ideologica che viene sostenuta nei salotti dell'altermondialismo (15). Tutta questa propaganda ideologica serve a recuperare il malcontento sociale per riportarlo verso il campo borghese delle urne. Il referendum è stato presentato come lo strumento per rifiutare una politica, per esprimere il malcontento, ma ha anche costituito uno sfogo al malcontento sociale che non smette di accumularsi da anni. Del resto le forze della sinistra "anticapitalista" gridano vittoria e già chiamano gli operai a restare mobilitati per le prossime scadenze elettorali dove "si tratterà di trasformare, ancora con le urne, la vittoria del No al referendum". La stessa politica incanalamento del malcontento sociale l’abbiamo vista in Germania dove gli operai sono stati portati a sancire la coalizione di Schröder nell'ultima elezione regionale nella Renania del nord.
Nella fase decadente dei modi di produzione precedenti al capitalismo, una tattica deliberata, consapevolmente ponderata da parte delle classi dominanti consisteva nel fornire agli sfruttati l'opportunità di sfogarsi nelle giornate di carnevale, dove tutto era permesso, durante i combattimenti a morte o le competizioni sportive, nelle tribune degli stadi.
Allo stesso scopo, la borghesia ha dato sistematicità all'abbrutimento attraverso le competizioni sportive ed utilizza oggi il circo elettorale come sfogo alla collera operaia. Non solo la borghesia sprofonda il proletariato nel depauperamento assoluto, ma in più l'umilia dandogli "giochi e circo elettorale". Il proletariato non deve partecipare alla fabbricazione delle proprie catene, ma a romperle!
Al rafforzamento dello stato capitalista, gli operai devono rispondere con la volontà della sua distruzione!
Oggi, come ieri e domani, il proletariato non ha la scelta. O si lascia trascinare sul campo elettorale, sul campo degli Stati borghesi che organizzano il suo sfruttamento e la sua oppressione, campo dove può essere solamente atomizzato ed indebolito nella sua resistenza agli attacchi del capitalismo in crisi, oppure sviluppa le sue lotte collettive, in modo solidale ed unito, per difendere le sue condizioni di vita. Solo potrà ritrovare ciò che fa la sua forza come classe rivoluzionaria: la sua unità e la sua capacità di lottare al di fuori e contro le istituzioni borghesi (parlamento ed elezioni), in vista del capovolgimento del capitalismo. Solo così potrà, in futuro, edificare una nuova società sbarazzata dallo sfruttamento, dalla miseria e dalle guerre.
L'alternativa che si pone oggi è dunque la stessa di quella indicata dalle sinistre marxiste negli anni 1920: elettoralismo e mistificazione della classe operaia o sviluppo della coscienza di classe ed estensione delle lotte verso la rivoluzione!
1. Vedi il nostro articolo "La menzogna dello stato democratico", nella Révue Internationale n. 76.
2. Come contributo alla difesa della democrazia borghese si può citare Le Monde diplomatique, il cantore del movimento altermondialista il cui radicalismo ha partorito una nuova parola d’ordine "rivoluzionaria". "Un'altra Europa è possibile" esulta il suo editoriale del mese di giugno, intitolato "Speranze" (per la vittoria del No al referendum e per la mobilitazione popolare). Secondo quest'ultimo questa vittoria "costituisce da sola un successo insperato per la democrazia" che permette di affermare che "Il popolo ha fatto il suo grande ritorno…".
3. Piattaforma della CCI.
4. Vedi il nostro articolo "Anarchismo o comunismo" nella Révue Internationale n. 79.
5. Vedi il nostro opuscolo La Decadenza del capitalismo.
6. Vedi "La questione parlamentare nell'Internazionale Comunista", Edizione "Programma comunista" del P.C.I (Partito comunista internazionale).
7. Vedi il nostro opuscolo "Il terrore stalinista: un crimine del capitalismo, non del comunismo".
8. Nei fatti è stato il sostegno implicito dell'IC al 2° Congresso mondiale alla tendenza intransigente di Bordiga che farà uscire la Frazione comunista astensionista dall'isolamento minoritario nel partito. Vedi il nostro libro La Sinistra comunista d'Italia.
9. Questo articolo di Internationalisme n. 36 luglio 1948, è riprodotto nella Révue Internationale n. 36.
10. Le debolezze congenite della destra in Francia hanno radici nella storia stessa del capitalismo francese, contrassegnato dal peso della piccola e media impresa, del settore agricolo e del piccolo commercio. Questi arcaismi hanno sempre pesato sull'apparato politico che non è riuscito mai a far nascere un grande partito di destra direttamente legato alla grande industria ed alla finanza, come il partito conservatore in Gran Bretagna o il partito cristiano-democratico in Germania. Al contrario, la Seconda Guerra mondiale vedrà l'irruzione del gaullismo che va a segnare profondamente la vita della borghesia francese, i cui discendenti sono rappresentati dalle scorie dell'UMP. Per ulteriori spiegazioni su questa questione leggere il nostro articolo sul referendum in Francia in Révolution Internationale n. 357.
11. La rielezione di Blair è stata fatta con l'approvazione di tutta la classe politica, sindacati compresi. Questo socialdemocratico è stato rieletto perché è stato capace di attuare tanto sul piano economico che imperialista, la politica a cui aspirava maggiormente lo Stato britannico. La controversia intorno alle "menzogne" di Blair sulle armi di distruzione di massa in Iraq ha permesso di mobilitare l'elettorato popolare al quale è stata data l'illusione di una possibile contestazione attraverso le urne che obbligherebbe il capo dei laburisti a tenere conto dell'opinione del suo popolo. In effetti, come si è visto al momento dello scoppio delle ostilità in Iraq e fino ad oggi, la "democrazia" capitalista è perfettamente capace di assorbire l'opposizione pacifista alla guerra e mantenere l'impegno militare che reputa necessario per preservare i suoi interessi. Anche per la Germania, la sconfitta di Schröder all'elezione regionale in Renania del nord Vestfalia (1/3 della popolazione tedesca) e la vittoria del CDU corrisponde ai bisogni del capitale tedesco. Questa sconfitta implica la tenuta di elezioni anticipate in autunno permettendo al nuovo governo di essere investito della "volontà popolare" per perseguire la politica di "riforme" necessaria per il capitale tedesco per non segnare il passo. Come è probabile, la CDU andrà a prevalere e ciò permetterà al SPD di rifarsi una "verginità" nell'opposizione. La coalizione rosso/verde al governo dal 1998 è difatti considerevolmente screditata nei confronti della classe operaia, a causa della disoccupazione massiccia (più di 5 milioni di persone) e per le misure di austerità draconiane prodotte dal piano "Agenda 2010".
12. I nostri compagni di Internationalisme gia nel maggio 1946 denunciavano con lungimiranza, nel loro giornale L'etincelle (La scintilla), il referendum in Francia per la Costituzione della 4a Repubblica: "Per deviare l'attenzione dalle masse affamate dalle cause della loro miseria, il capitalismo monta la scena della commedia elettorale e li distrae con i referendum. Per distrarli dai crampi dei loro ventri affamati, si dà loro schede elettorali da digerire. Al posto del pane, si getta loro una "costituzione" da rosicchiare".
13. Vedi il nostro articolo "L'allargamento dell'unione europea", Révue Internationale n. 112.
14. Vedi "Risoluzione sulla situazione internazionale del 16mo congresso della CCI" in questo stesso numero.
15. Vedi articolo "L'altermondialismo, una trappola ideologica contro il proletariato", Révue Internationale n. 116.
D. (26 giugno 2005)
Il 19° secolo è il periodo del pieno sviluppo del capitalismo durante il quale la borghesia utilizza il suffragio universale ed il Parlamento per lottare contro la nobiltà e le sue frazioni retrograde. Come sottolinea Rosa Luxemburg, nel 1904, nella suo testo Socialdemocrazia e parlamentarismo "Il parlamentarismo, lungi dall' essere un prodotto assoluto dello sviluppo democratico, del progresso dell'umanità e di altre belle cose di questo genere, è al contrario una forma storica determinata dal dominio di classe della borghesia ed è solo il risvolto di questo dominio, della sua lotta contro il feudalismo. Il parlamentarismo borghese è una forma vivente fino a che dura il conflitto tra la borghesia ed il feudalesimo".
Grazie a queste campagne di mistificazioni elettorali la classe dominante ha potuto evitare la messa sotto accusa del capitalismo mascherando il fallimento del suo modo di produzione. Di fronte all'angoscia dell'avvenire, alla paura della disoccupazione, alla notevole austerità e precarietà che sono al centro delle preoccupazioni operaie attuali, la borghesia utilizza e sfrutta le sue scadenze elettorali per confondere la riflessione degli operai su queste questioni, sfruttando le illusioni, ancora molto forti in seno al proletariato, verso la democrazia ed il gioco elettorale.
1. Nel 1916, nel capitolo introduttivo alla Juniusbroschure, Rosa Luxemburg esponeva il significato storico della prima guerra mondiale:
“ Federich Engels disse un giorno: ‘la società borghese è posta davanti a un dilemma, o passaggio al socialismo o caduta nella barbarie’. Ma cosa significa ‘caduta nella barbarie’ al livello di civilizzazione che esiste oggi in Europa? Finora noi abbiamo letto queste parole senza riflettervi sopra e le abbiamo ripetute senza comprendere a fondo la loro terribile gravità. Gettiamo un colpo d’occhio intorno a noi in questo momento e capiremo cosa significa una caduta della società borghese nella barbarie. Il trionfo dell’imperialismo significa l’annientamento della civilizzazione – sporadicamente durante la durata di una guerra moderna e definitivamente se il periodo delle guerre mondiali che inizia adesso dovesse proseguire senza ostacoli fino alle sue estreme conseguenze. E’ esattamente questo che Engels aveva predetto, quaranta anni fa, una generazione prima di noi. Oggi noi siamo posti davanti a questa scelta: o trionfo dell’imperialismo e decadenza di ogni civilizzazione, con le sue conseguenze, come per la Roma antica: lo spopolamento, la desolazione, la degenerazione, un grande cimitero; oppure vittoria del socialismo, cioè della lotta cosciente del proletariato internazionale contro l’imperialismo e contro il suo metodo di azione: la guerra. Questo è il dilemma per la storia del mondo, un dilemma la cui soluzione sta nelle mani del proletariato cosciente. Il proletariato deve gettare risolutamente nella bilancia il peso della sua lotta rivoluzionaria: l’avvenire della civilizzazione e dell’umanità dipendono da questo.”
La guerra nel capitalismo decadente
2. Quasi 90 anni dopo, il rapporto del laboratorio della storia sociale conferma la chiarezza e la precisione della diagnosi della Luxemburg. Rosa mostrava che il conflitto che era cominciato nel 1914 aveva aperto un “ periodo di guerre senza fine” che, se lasciate senza risposta, avrebbero condotto alla distruzione della civilizzazione. Solo 20 anni dopo che la sperata ribellione del proletariato aveva posto fine alla Prima Guerra Mondiale, senza mettere però fine al capitalismo, una Seconda Guerra Mondiale imperialista superava di gran lunga la prima in quanto a profondità ed estensione della barbarie, con la caratteristica non solo dello sterminio su scala industriale di uomini sul campo di battaglia, ma innanzitutto e soprattutto il genocidio di popoli interi, il massacro di civili, che sia nei campi di sterminio di Auschwitz o di Treblinka o con i bombardamenti a tappeto che non hanno lasciato che rovine a Coventry, Amburgo, Dresda, Hiroshima e Nagasaky. La storia del periodo 1914-1945 basta da sola a confermare che la società capitalista era entrata in maniera irreversibile in un’epoca di declino, che essa era diventata un ostacolo fondamentale alle esigenze dell’umanità.
3. Contrariamente a quanto afferma la propaganda borghese, i sessanta anni che hanno seguito il 1945 non hanno per niente smentito questa conclusione – come se il capitalismo potesse essere in declino storico per un decennio e raddrizzarsi miracolosamente il decennio seguente. Ancor prima che la seconda carneficina imperialista terminasse, nuovi blocchi militari cominciavano a manovrare per controllare il pianeta; gli USA hanno anche deliberatamente ritardato la fine della guerra contro il Giappone, non per risparmiare la vita dei propri soldati, ma per dare un esempio spettacolare della sua potenza militare cancellando dalle cartine geografiche Hiroshima e Nagasaky – una dimostrazione rivolta prima di tutto non al Giappone battuto, ma al nuovo nemico russo. Ma in pochissimo tempo i due nuovi blocchi si erano riforniti di armi non solo capaci di distruggere le civilizzazione, ma di far sparire ogni forma di vita dal pianeta. Durante i 50 anni che sono seguiti l’umanità ha vissuto sotto l’incubo dell’Equilibrio del Terrore (in inglese Distruzione Reciproca Assicurata – MAD).
Nelle regioni sottosviluppate del mondo, milioni di persone soffrivano la fame, ma la macchina da guerra delle grandi potenze imperialiste assorbiva tutte le risorse del lavoro umano e delle scoperte scientifiche con il suo insaziabile stomaco; altri milioni di persone sono morte nelle “guerre di liberazione nazionale” attraverso le quali le superpotenze sfogavano la loro rivalità, come in Corea, Vietnam, nel sottocontinente indiano, in Africa e nel Medio Oriente.
4. L’Equilibrio del Terrore era la principale ragione avanzata dalla borghesia per spiegare che un terzo e probabilmente ultimo olocausto mondiale era stato risparmiato al mondo: noi dovevamo dunque imparare ad amare la bomba. In realtà una terza guerra mondiale non poteva aver luogo:
- in un primo tempo perché era necessario che i blocchi imperialisti appena formati si organizzassero e condizionassero, con il mezzo di temi ideologici nuovi, le popolazioni per poterle mobilitare contro un nuovo nemico; in più, il boom economico legato alla ricostruzione (finanziata dal piano Marshall) delle economie distrutte durante le seconda guerra mondiale ha permesso un certo assopimento delle tensioni imperialiste;
- in un secondo tempo, alla fine degli anni sessanta, quando il boom legato alla ricostruzione era arrivato alla sua fine, il capitalismo non si trovava più di fronte a un proletariato battuto come era successo nel caso della crisi degli anni trenta, ma a una nuova generazione di operai pronti a difendere i loro interessi di classe contro le esigenze dei loro sfruttatori. In periodo di capitalismo decadente la guerra mondiale richiede la mobilitazione attiva e intera del proletariato: le ondate internazionali di scioperi operai che sono cominciati con lo sciopero generale in Francia nel maggio ’68 mostravano che le condizioni di una tale mobilitazione non esistevano durante gli anni settanta e ottanta.
5. L’esito finale della lunga rivalità tra il blocco russo e quello americano non è stata dunque la guerra mondiale, ma il crollo del blocco sovietico. Incapace di reggere la competizione economica con la potenza americana, molto più avanzata, incapace di riformare le sue rigide istituzioni politiche, militarmente accerchiato dal suo rivale, e – come dimostrato dallo sciopero di massa in Polonia nel 1980 – incapace di arruolare il proletariato dietro la sua marcia verso la guerra, il blocco imperialista russo implose nel 1989. Questo trionfo dell’Occidente fu subito salutato come l’alba di un nuovo periodo di pace e prosperità mondiale; quasi contemporaneamente i conflitti imperialisti mondiali presero una nuova forma giacché l’unità del blocco occidentale cedeva il posto alla feroce rivalità tra i suoi precedenti componenti, e una Germania riunificata poneva la sua candidatura ad essere la maggiore potenza mondiale nella rivalità con gli USA. In questo nuovo periodo di conflitti imperialisti, tuttavia, la guerra mondiale era ancor meno all’ordine del giorno, perché:
- la formazione di nuovi blocchi è stata ritardata dalle divisioni interne tra le potenze che avrebbero dovuto logicamente essere i membri di un nuovo blocco avversario degli USA, in particolare tra le più importanti potenze europee, Germania, Francia e Gran Bretagna. La Gran Bretagna non ha abbandonato la sua tradizionale politica finalizzata ad assicurarsi che nessuna potenza maggiore domini l’Europa, mentre la Francia continua ad avere delle ottime ragioni storiche per mettere dei limiti alla sua eventuale sottomissione alla Germania. Con la rottura della vecchia disciplina legata ai due blocchi, la tendenza che domina nei rapporti internazionali è quella del “ciascuno per sé”;
- la schiacciante superiorità militare degli USA, in particolare rispetto a quella della Germania, rende impossibile ai rivali dell’America ogni confronto diretto;
- il proletariato non è sconfitto. Anche se il periodo che si è aperto con il crollo del blocco dell’est ha provocato nel proletariato un disorientamento considerevole (in particolare con le campagne sulla “morte del comunismo” e sulla “fine della lotta di classe”), la classe operaia delle grandi potenze capitaliste non è ancora pronta a sacrificarsi per una nuova carneficina mondiale.
Di conseguenza, i principali conflitti militari del periodo successivo al 1989 hanno preso in gran parte la forma di “guerre mascherate”. La caratteristica dominante di queste guerre è che la potenza mondialmente dominante ha cercato di resistere alla sfida crescente portata alla sua autorità impegnandosi in manifestazioni di forza spettacolari contro delle potenze di quart’ordine; è questo che è successo con la prima guerra del Golfo del 1991, con i bombardamenti della Serbia nel 1999, e con le “guerre contro il terrorismo” in Afghanistan e in Iraq che hanno seguito l’attacco alle Torri Gemelle del 2001. Allo stesso tempo queste guerre hanno sempre più rivelato una strategia globale precisa da parte degli USA: arrivare a una dominazione totale del Medio Oriente e dell’Asia Centrale, accerchiando così i loro principali rivali (Europa e Russia) privandoli di sbocchi e rendendo possibile la chiusura di ogni fonte di energia per loro.
Il mondo del dopo 1989 ha anche visto una esplosione di conflitti regionali e locali – a volte legati a questo disegno più complessivo degli Stati Uniti, altre volte in contrapposizione a questo – che hanno sparso morte e distruzione su continenti interi. Questi conflitti hanno fatto milioni di morti, fatto feriti e profughi in tutta una serie di paesi africani come il Congo, il Sudan, la Somalia, la Liberia, la Sierra Leone e, ora, minacciano di far sprofondare diversi paesi del Medio Oriente e dell’Asia Centrale in guerre civili permanenti. In questo processo il fenomeno crescente del terrorismo, che è spesso il prodotto dell’azione di frazioni della borghesia che non sono più controllate da nessuno Stato in particolare, costituisce un ulteriore fattore di instabilità e ha già portato questi mortali conflitti nel cuore stesso del capitalismo (11 settembre, attentato di Madrid).
6. Così, anche se la guerra mondiale non costituisce la minaccia concreta come lo è stato per la maggior parte del 20° secolo, l’alternativa socialismo o barbarie resta comunque altrettanto urgente quanto le era allora. In una certa maniera essa è più urgente in quanto la guerra mondiale esige una mobilitazione attiva della classe operaia, mentre la situazione attuale è caratterizzata dal pericolo di essere progressivamente e insidiosamente corrosa da una sorta di barbarie strisciante:
- la proliferazione delle guerre locali e regionali potrebbe devastare intere regioni del pianeta, rendendo così impossibile al proletariato di queste regioni di contribuire alla guerra di classe. Questo può riguardare per esempio le pericolosissime rivalità esistenti tra le due potenze militari sul continente indiano. Ma anche la spirale delle avventure militari condotte dagli USA. Malgrado le intenzioni di questi ultimi di creare un nuovo ordine mondiale sotto la loro benevola sorveglianza, ognuna di queste avventure ha aggravato l’eredità di caos e di antagonismi, e allo stesso tempo ha aggravato la crisi storica della leadership americana. L’Iraq di oggi ne è una conferma eclatante. Senza nemmeno più pretendere di ricostruire l’Iraq, gli USA sono spinti ad esercitare nuove minacce contro la Siria e l’Iran. Questa prospettiva non è smentita dai recenti tentativi della diplomazia americana di stabilire dei contatti con l’Europa sulla questione della Siria, dell’Iran e dell’Iraq. Al contrario, l’attuale crisi in Libano dimostra che gli Stati Uniti non possono ritardare i loro sforzi al fine di ottenere un controllo completo del Medio Oriente, obiettivo che non può che inasprire ulteriormente le tensioni imperialiste in generale, dal momento che nessuna grande potenza rivale degli USA può permettersi di lasciar loro il terreno libero in questa regione vitale dal punto di vista strategico. Questa prospettiva è confermata ancora dagli interventi sempre più aperti contro l’influenza russa nei paesi dell’antica URSS (Georgia, Ucraina, Kirghizistan) e dagli importanti disaccordi emersi sulla questione della vendita di armi alla Cina. Nel momento stesso in cui la Cina afferma le sue crescenti ambizioni imperialiste minacciando militarmente Taiwan e attizzando le tensioni con il Giappone, la Francia e la Germania si sono caratterizzate per il tentativo di rimettere in discussione l’embargo sulle vendite di armi alla Cina, che era stato decretato dopo il massacro di Tien An Men.
- Il periodo attuale è caratterizzato dalla filosofia del “ciascuno per sé”, non solo a livello delle rivalità imperialiste, ma anche nel cuore stesso della società. L’accelerazione della atomizzazione sociale e di tutti i veleni ideologici che ne derivano (sviluppo della delinquenza, aumento dei suicidi, irrazionalità e disperazione) porta in sé la minaccia di una usura permanente della capacità della classe operaia di ritrovare la sua identità di classe e con essa la sua prospettiva di classe di un mondo diverso, fondato non sulla disgregazione sociale ma su una comunità reale e sulla solidarietà;
- Alla minaccia di una guerra imperialista, il persistere del modo di produzione capitalista ormai putrescente ha aggiunto una nuova minaccia, un rischio altrettanto capace di distruggere la possibilità di una nuova formazione sociale per l’umanità: la crescente minaccia che pesa sull’ambiente del pianeta. Benchè allertata da una serie di conferenze scientifiche la borghesia si mostra totalmente incapace di prendere la sia pur minima misura necessaria per ridurre l’effetto serra. Lo tsunami del Sud-Est asiatico ha dimostrato che la borghesia non ha nemmeno la volontà di alzare un dito per non far subire alla razza umana
- la potenza devastatrice e incontrollata della natura; le conseguenze del riscaldamento globale saranno di gran lunga più devastatrici ed estese. In più, poiché i peggiori aspetti di queste conseguenze sembrano ancora lontane, è estremamente difficile per il proletariato vedere in esse un motivo per lottare contro il sistema capitalista oggi.
7. Per tutti questi motivi i marxisti hanno ragione a non solo concludere che la prospettiva socialismo o barbarie è valida oggi come lo era nel 1916, ma anche di dire che la profondità crescente della barbarie oggi potrebbe mettere in discussione le basi future del socialismo. Essi hanno ragione di concludere non solo che il capitalismo è da molto tempo una formazione sociale storicamente superata, ma anche di concludere che il periodo di declino che è cominciato in maniera definitiva con la Prima Guerra Mondiale è entrato nella sua fase finale, la fase di decomposizione. E non si tratta della decomposizione di un organismo già morto: il capitalismo si putrefà, si decompone in piedi. Esso attraversa una lunga e dolorosa agonia, e le sue convulsioni mortali minacciano di trascinare verso la fine l’intera umanità.
La crisi8. La classe capitalista non ha un futuro da offrire all’umanità. Essa è condannata dalla storia. Ed è proprio per questo motivo che essa deve utilizzare tutte le sue risorse per nascondere e negare questo giudizio, per discreditare le previsioni marxiste secondo le quali il capitalismo, come i modi di produzione che l’hanno preceduto, era destinato ad entrare in decadenza e a sparire. Perciò la classe capitalista ha prodotto una serie di anticorpi ideologici, che hanno tutti l’obiettivo di negare questa conclusione fondamentale del metodo del materialismo storico:
- anche prima che il periodo di declino fosse definitivamente aperto, l’ala revisionista della socialdemocrazia cominciò a contestare la visione “catastrofista” di Marx e a mettere avanti che il capitalismo poteva continuare indefinitamente, e che, di conseguenza, il socialismo si poteva raggiungere, non con la violenza rivoluzionaria, ma attraverso un processo di cambiamenti pacifici e democratici;
- negli anni ’20, gli eccezionali tassi di crescita industriale degli Stati Uniti portarono un “genio” come Calvin Coolidge a proclamare il trionfo del capitalismo e questo alla vigilia del grande crac del 1929;
- durante il periodo di ricostruzione dopo la Seconda Guerra Mondiale, borghesi come Macmillan dicevano agli operai “non siete mai stati così bene”, i sociologi elaboravano teorie sulla “società dei consumi” e sull’”imborghesimento della classe operaia”, mentre radicali come Marcuse cercavano “nuove avanguardie” per rimpiazzare i proletari apatici;
- dopo il 1989 abbiamo visto una vera e propria sovrapproduzione di nuove teorie che avevano lo scopo di spiegare come tutto è differente oggi, e a qual punto le idee di Marx sono state sconfessate: “la fine della storia”, “la morte del comunismo”, la “sparizione della classe operaia”, la mondializzazione, la rivoluzione dei microprocessori, l’economia Internet, l’apparizione di nuovi giganti economici in Oriente, tra cui in ultimo l’India e la Cina…
Queste idee hanno una tale forza di persuasione che esse hanno infettato tutta una nuova generazione che si poneva delle domande su quello che l’avvenire del capitalismo riservava al pianeta e, cosa ancora più allarmante, sono stati riprese in una veste marxista da elementi della Sinistra Comunista stessa.
In sintesi, il marxismo deve condurre una battaglia permanente contro quelli che si attaccano a qualsiasi segno di vita del capitalismo per proclamare che questo ha un brillante avvenire. Ma avendo resistito ogni volta grazie a una visione storica e a lungo termine di fronte a queste capitolazioni all’immediato, il marxismo è stato aiutato dai grandi avvenimenti storici:
- “l’ottimismo” beato dei revisionisti è crollato sotto gli avvenimenti catastrofici del 1914-18 e della risposta rivoluzionaria della classe operaia che essi hanno provocato;
- Calvin Coolidge e compagnia sono stati ridotti al silenzio dalla crisi economica più profonda della storia del capitalismo che è sboccata nel disastro assoluto della Seconda Guerra Mondiale imperialista;
- Quelli che dichiaravano che la crisi economica era una cosa del passato sono stati smentiti dalla riapparizione della crisi alla fine degli anni sessanta; la ripresa internazionale delle lotte operaie in risposta a questa crisi ha reso difficile il mantenimento della finzione di una classe operaia imborghesita.
La proliferazione di teorie sul “nuovo capitalismo”, la “società postindustriale” e altre invenzioni dello stesso genere hanno subito la stessa sorte. Molti degli elementi chiave di queste teorie sono già stati smascherati dall’avanzare implacabile della crisi: le speranze poste nelle economie delle Tigri e dei Dragoni sono state spezzate dal crollo improvviso di questi paesi nel 1997; la rivoluzione informatica si è rivelata essere un miraggio: le nuove industrie costruite intorno all’informatica e alle telecomunicazioni si sono mostrate altrettanto vulnerabili alla recessione quanto le “vecchie industrie” come quella dell’acciaio e dei cantieri navali. Benchè dichiarata morta in diverse occasioni la classe operaia continua a raddrizzare la testa, come per esempio nei movimenti in Austria e Francia nel 2003 e nelle lotte in Spagna, Gran Bretagna e Germania del 2004.
9. Sarebbe tuttavia un errore sottostimare la forza di queste ideologie nel periodo attuale perché, come ogni mistificazione, esse si basano su una serie di verità parziali; per esempio.
- confrontato alla crisi di sovrapproduzione e alle leggi implacabili della concorrenza, il capitalismo ha creato, negli ultimi decenni, in seno ai principali centri del suo sistema, enormi deserti industriali e gettato milioni di operai o nella disoccupazione permanente, o in impieghi improduttivi mal pagati nel settore dei “servizi”; per lo stesso motivo esso ha delocalizzato una grande quantità di posti di lavoro industriali in regioni a basso salario del “terzo mondo”. Molti settori tradizionali della classe operaia industriale sono stati decimati in questo processo, il che ha aggravato le difficoltà del proletariato;
- lo sviluppo di nuove tecnologie ha reso possibile accrescere contemporaneamente il tasso di sfruttamento e la velocità di circolazione dei capitali e delle merci su scala mondiale;
- il riflusso della lotta di classe durante gli ultimi due decenni ha fatto sì che sia difficile per una nuova generazione concepire la classe operaia come unico attore del cambiamento sociale;
- la classe capitalista ha dimostrato una capacità notevole nel gestire la crisi del sistema manipolando le sue stesse leggi di funzionamento.
Altri esempi possono essere dati. Ma nessuno di essi rimette in questione la senilità fondamentale del sistema capitalista.
10. La decadenza del capitalismo non ha mai significato un crollo improvviso e brutale del sistema, come certi elementi della Sinistra Tedesca sostenevano negli anni ’20, né un arresto totale dello sviluppo delle forze produttive, come, a torto, pensava Trotsky negli anni ’30. Come faceva notare Marx, la borghesia diventa intelligente in tempo di crisi ed essa impara dai suoi errori. Gli anni ’20 hanno costituito l’ultimo periodo in cui la borghesia ha creduto veramente di poter tornare al liberalismo del “lascia fare” del 19° secolo; questo per la semplice ragione che la Guerra Mondiale, pur essendo, in ultima istanza, un risultato delle contraddizioni economiche del sistema, è scoppiata prima che queste contraddizioni avessero potuto manifestarsi al livello “puramente” economico. La crisi del 1929 è stata quindi la prima crisi economica mondiale del periodo di decadenza. A questo punto, fatta l’esperienza, la borghesia ha riconosciuto la necessità di un cambiamento fondamentale. Nonostante le pretese ideologiche che sostengono il contrario, nessuna frazione seria della borghesia rimetterà mai in questione la necessità per lo Stato di esercitare il controllo generale dell’economia; la necessità di abbandonare ogni nozione di “equilibrio dei conti” a profitto di spese fatte senza copertura e di imbrogli di ogni genere; la necessità di mantenere un enorme settore di armamenti al centro di tutta l’attività economica. Per la stessa ragione il capitalismo si è dato ogni mezzo per evitare l’autarchia economica degli anni ’30. Malgrado pressioni crescenti che spingono alla guerra commerciale e allo sfascio degli organismi internazionali ereditati dal periodo di esistenza dei blocchi, la maggioranza di questi sono sopravvissuti perché le principali potenze capitaliste hanno compreso la necessità di mettere certi limiti alla concorrenza economica sfrenata tra capitali nazionali.
Il capitalismo si è quindi mantenuto in vita grazie all’intervento cosciente della borghesia che non può più permettersi di affidarsi alla mano invisibile del mercato. E’ vero che le soluzioni diventano a loro volta delle parti del problema:
- il ricorso all’indebitamento accumula chiaramente dei problemi enormi per il futuro,
- la crescita abnorme dello Stato e del settore degli armamenti genera pressioni inflazioniste continue.
A partire dagli anni’70 questi problemi hanno dato origine a differenti politiche economiche, mettendo alternativamente l’accento sul “keynesianesimo” o il “neoliberalismo”, ma siccome nessuna politica può intaccare le cause reali della crisi, nessuna strada potrà portare alla vittoria finale. Quello che è notevole è la determinazione della borghesia a mantenere ad ogni prezzo la sua economia in marcia e la sua capacità a frenare la tendenza al crollo attraverso un indebitamento gigantesco. A questo proposito, nel corso degli anni ’90, l’economia americana ha mostrato la strada: e ora che questa “crescita” artificiale comincia a indebolirsi, è la volta della borghesia cinese a meravigliare il mondo: quando si considera l’incapacità dell’URSS e degli Stati stalinisti dell’Europa dell’Est ad adattarsi politicamente alla necessità di “riforme” economiche, la burocrazia cinese (autrice dell’attuale “boom”) stupisce per la sua capacità di mantenersi in vita. Alcuni critici della teoria della decadenza del capitalismo hanno anche presentato questo fenomeno come la prova che il sistema ha ancora la capacità di svilupparsi e di assicurare una crescita reale.
In realtà il “boom” cinese di oggi non rimette per niente in questione il declino generale dell’economia capitalista mondiale. Contrariamente al periodo ascendente del capitalismo:
- la crescita industriale attuale della Cina non fa parte di un processo globale di espansione; al contrario, essa ha come corollario diretto la disindustrializzazione e la stagnazione delle economie più avanzate, che hanno delocalizzato in Cina la loro produzione alla ricerca di costi del lavoro meno cari;
- la classe operaia cinese non ha in prospettiva un miglioramento regolare delle sue condizioni di vita, ma si può prevedere che essa subirà sempre più attacchi alle sue condizioni di vita e di lavoro e una pauperizzazione accresciuta di enormi settori del proletariato e del contadiname al di fuori delle principali zone di crescita;
- la crescita frenetica della Cina non contribuirà a una espansione globale del mercato mondiale, ma ad un approfondimento della crisi mondiale di sovrapproduzione: data la ristrettezza dei consumi delle masse cinesi, il grosso dei prodotti cinesi è diretto verso l’esportazione nei paesi capitalisti più sviluppati;
- l’irrazionalità fondamentale del decollo dell’economia cinese è messa in evidenza dai terribili livelli di inquinamento che essa ha generato, che è una chiara manifestazione del fatto che l’ambiente planetario non può che essere alterato dalla pressione subita da ogni paese, perché ognuno di essi sfrutta le sue risorse naturali fino al limite assoluto per essere competitivo sul mercato mondiale;
- ad immagine del sistema nel suo insieme, la totalità della crescita della Cina è basata su debiti che essa non potrà mai compensare con una reale estensione sul mercato mondiale.
D’altra parte la fragilità di tutti questi eccessi di crescita è riconosciuta dalla stessa classe dominante, che è sempre più allarmata dalla bolla cinese – non perché essa è contrariata dai livelli di sfruttamento terrificanti su cui essa è basata, lungi da ciò, questi livelli feroci sono giustamente quello che rende la Cina così attraente per gli investimenti – ma perché l’economia mondiale è diventata troppo dipendente dal mercato cinese e quindi le conseguenze di un crollo della Cina sarebbero troppo orribili da immaginare, non solo per la Cina – che ripiomberebbe nell’anarchia violenta degli anni ’30 – ma per l’economia mondiale nel suo insieme.
11. Lungi dallo smentire la realtà della decadenza, la crescita economica del capitalismo oggi la conferma. Questa crescita non ha niente a che vedere con i cicli di crescita del 19° secolo, basata su una reale espansione della produzione verso i paesi periferici, sulla conquista di mercati extracapitalisti. E’ vero che l’entrata nella decadenza si è verificata ben prima che questi mercati si fossero esauriti e che il capitalismo ha continuato a fare il miglior uso possibile di queste aree economiche restanti come sbocchi per la sua produzione: la crescita della Russia durante gli anni ’30 e l’integrazione delle economie contadine restanti che si sono verificate nel periodo di ricostruzione postbellico ne sono un esempio. Ma la tendenza dominante, e di gran lunga, nell’epoca di decadenza, è l’utilizzazione di un mercato artificiale, basato sull’indebitamento.
Oggi è apertamente ammesso che il “consumo” frenetico degli ultimi due decenni si è interamente fatto sulla base di un indebitamento delle famiglie che ha raggiunto delle proporzioni che fanno venire le vertigini: mille miliardi di sterline in Gran Bretagna, il 25 % del Prodotto Nazionale Lordo in America, con i governi che non solo incoraggiano questa pratica ma praticano la stessa politica su una scala ancora più grande.
12. C’è un altro senso ancora in cui la crescita economica del capitalismo d’oggi è quella che Marx chiamava “la crescita in declino” (Grundrisse): essa è il principale fattore della distruzione dell’ambiente globale. I livelli incontrollabili dell’inquinamento in Cina, il contributo enorme che gli USA danno alla produzione di gas serra, lo sfruttamento selvaggio delle foreste tropicali restanti…, più il capitalismo si impegna nella “crescita”, più esso deve ammettere di non avere la minima soluzione alla crisi ecologica che non può essere risolta che producendo su nuove basi, “un piano per la vita della specie umana” (Bordiga), in armonia con il suo ambiente naturale.
13. Che sia sotto forma di “boom” o di “recessione”, la realtà che c’è dietro è la stessa: il capitalismo non può più rigenerarsi spontaneamente. Non c’è più un ciclo naturale di accumulazione. Nella prima fase della decadenza, dal 1914 al 1968, il ciclo crisi-guerra-ricostruzione ha rimpiazzato il vecchio ciclo di espansione e di recessione: ma la Sinistra Comunista di Francia aveva ragione nel 1945 quando diceva che non c’era mercato automatico verso la ricostruzione dopo la rovina della guerra mondiale. In ultima analisi, quello che ha convinto la borghesia americana a far ripartire le economie europea e giapponese con il piano Marshall, era il bisogno di annettere queste zone alla sua sfera di influenza imperialista e di impedire che cadessero sotto la cappa del blocco rivale. Così il “boom” più grande del XX secolo è stato fondamentalmente il risultato della competizione interimperialista.
14. Nella decadenza, le contraddizioni economiche spingono il capitalismo alla guerra, ma la guerra non risolve queste contraddizioni. Al contrario, essa le approfondisce. In ogni caso il ciclo crisi-guerra-ricostruzione è finito e la crisi oggi, nell’impossibilità di sboccare nella guerra mondiale, è il fattore primordiale della decomposizione del sistema. Essa continua a spingere il sistema verso la sua autodistruzione.
15. L’argomento secondo cui il capitalismo è un sistema decadente è stato spesso criticato perché esso conterrebbe una visione fatalista: l’idea di un crollo automatico e di un rovesciamento spontaneo da parte della classe operaia, il che sopprimerebbe ogni bisogno di un intervento di un partito rivoluzionario. Nei fatti la borghesia ha mostrato che essa non permetterà al suo sistema di affondare economicamente. Nondimeno, lasciato alla sua propria dinamica, il capitalismo si distruggerà attraverso la guerra ed altri disastri. In questo senso, esso è “votato” a scomparire. Ma non c’è nessuna certezza che la risposta del proletariato sarà all’altezza di questa posta. Questa non è una “fatalità” iscritta da prima nella storia. Come scriveva Rosa Luxemburg nel 1916, nel capitolo introduttivo della Juniusbroschure:
“ Nella storia il socialismo è il primo movimento popolare che si fissa come scopo di dare all’azione sociale degli uomini un senso cosciente, di introdurre nella storia un pensiero metodico, e, attraverso esso, una volontà libera.
Ecco perché Friederich Engels disse che la vittoria definitiva del proletariato socialista costituisce un salto che fa passare l’umanità dal regno animale a quello della libertà. Ma questo stesso “salto” non è estraneo alle leggi bronzee della storia, esso è legato alle migliaia di scalini precedenti dell’evoluzione, una evoluzione dolorosa e ben troppo lenta. E questo salto non potrebbe essere compiuto se dall’insieme delle premesse materiali accumulate dall’evoluzione non scaturisse la scintilla della volontà cosciente della grande massa popolare. La vittoria del socialismo non cadrà dal cielo come un fato, questa vittoria non può essere riportata che grazie a una lunga serie di scontri tra le forze antiche e quelle nuove, scontro nel corso dei quali il proletariato internazionale fa il suo apprendistato sotto la direzione della socialdemocrazia e tenta di prendere in mano il proprio destino, di impadronirsi del governo della vita sociale. Lui che era il giocattolo passivo della sua storia, tenta di diventarne il lucido pilota.”
Il comunismo è dunque la prima società nella quale l’umanità avrà la padronanza cosciente della sua potenza produttiva. E come nella lotta proletaria, fini e mezzi non possono essere separati, il movimento verso il comunismo non può essere che il “movimento cosciente dell’immensa maggioranza” (Manifesto dei Comunisti): l’approfondimento e l’estensione della coscienza di classe sono la misura indispensabile del progresso verso la rivoluzione e il superamento finale del capitalismo. Questo processo è per forza di cose difficile, ineguale ed eterogeneo, perché esso è l’emanazione di una classe sfruttata che non ha nessun potere economico nella vecchia società e che è costantemente sottomessa alla dominazione e alle manipolazioni ideologiche della classe dominante. In nessuna maniera esso può essere garantito dal principio: al contrario, è del tutto possibile che il proletariato, confrontato all’immensità senza precedenti del compito da compiere, non arrivi ad elevarsi all’altezza della sua responsabilità storica, con tutte le terribili conseguenze che questo comporterebbe per l’umanità.
La lotta di classe16. Il punto più alto raggiunto finora dalla coscienza di classe è stato l’insurrezione dell’Ottobre 1917. Il fatto è stato negato con accanimento dalla storiografia della borghesia e dei suoi pallidi riflessi anarchici e di altre ideologie dello stesso tipo, per i quali l’Ottobre 1917 non è che un colpo di Stato dei bolscevichi assetati di potere; ma l’Ottobre è stato il riconoscimento fondamentale da parte del proletariato che non c’era altra soluzione per l’umanità nel suo insieme che fare la rivoluzione in tutti i paesi. Tuttavia questa convinzione non si è radicata a sufficienza in profondità e in estensione nel proletariato; l’ondata rivoluzionaria è stata sconfitta perché gli operai del mondo, principalmente quelli dell'Europa, erano incapaci di sviluppare una comprensione politica globale, che avrebbe permesso loro di rispondere in maniera adeguata ai compiti imposti dalla nuova epoca di guerre e della rivoluzione, aperta nei 1914. La conseguenza è stata, alla fine degli anni ’20, il riflusso più lungo e più profondo che la classe operaia abbia conosciuto nella sua storia: non tanto al livello della combattività, perché negli anni’30 e ’40 hanno conosciuto puntualmente delle esplosioni di combattività di classe, ma soprattutto a livello della coscienza, poiché a livello politico, la classe operaia si è attivamente legata ai programmi antifascisti della borghesia, come in Spagna nel 1936-39 e in Francia nel 1936, o alla difesa della democrazia e della “patria stalinista” durante la Seconda Guerra Mondiale. Questo profondo riflusso della coscienza si è espresso nella quasi sparizione delle minoranze rivoluzionarie negli anni ’50.
17. Il ritorno storico delle lotte nel 1968 ha di nuovo rimesso all’ordine del giorno la prospettiva a lungo termine della rivoluzione proletaria, ma questo non era esplicito e cosciente che per una piccola minoranza della classe, cosa che ha portato alla rinascita di un movimento su scala internazionale. Le ondate di lotte che si sono succedute tra il 1968 e il 1989 hanno visto degli avanzamenti importanti a livello della coscienza, ma questi tendevano a porsi sul piano della lotta immediata (questione della estensione, della organizzazione, ecc.). Il loro punto più debole era la mancanza di profondità politica, riflesso di una ostilità verso la politica che era una conseguenza della controrivoluzione staliniana. A livello politico la borghesia è stata largamente capace di imporre le proprie scadenza, in prima istanza mettendo avanti la prospettiva di un cambiamento attraverso l’arrivo della sinistra al potere (1970), poi dando alla sinistra all’opposizione il compito di sabotare le lotte dall’interno (anni ’80). Benché le ondate di lotte tra il 1968 e il 1989 siano state capaci di sbarrare la strada alla guerra mondiale, la loro incapacità prendere una dimensione storica, politica, ha determinato il passaggio alla fase di decomposizione. L’avvenimento storico che ha segnato questo passaggio – il crollo del blocco dell’Est – è stato allo stesso tempo una conseguenza della decomposizione e un fattore del suo aggravamento. Così i drammatici cambiamenti intervenuti alla fine degli anni ’80 sono allo stesso tempo un prodotto delle difficoltà politiche del proletariato e, dal momento che essi hanno dato luogo a tutta una campagna di propaganda sulla morte del comunismo e della lotta di classe, un elemento chiave che ha portato a un grave riflusso nella coscienza della classe, al punto che il proletariato ha anche perso di vista la sua identità di classe fondamentale. La borghesia è quindi stata capace di dichiarare la sua vittoria finale sulla classe operaia e questa non è stata capace di rispondere con una forza sufficiente per smentire questa affermazione.
18. A dispetto di tutte queste difficoltà, il periodo di riflusso non ha significato in nessuna maniera la “fine della lotta di classe”. Gli anni ’90 sono stati attraversati da un certo numero di movimenti che mostravano che il proletariato aveva ancora delle riserve di combattività intatte (per esempio nel 1992 e nel 1997). Tuttavia nessuno di questi movimenti rappresenta un vero cambiamento a livello della coscienza. Da cui l'importanza dei movimenti più recenti che, pur non avendo l'impatto spettacolare di quello del 1968 in Francia, rappresentano tuttavia una svolta nel rapporto di forze tra le classi. Le lotte del 2003-2005 hanno presentato le seguenti caratteristiche:
- esse hanno implicato settori significativi della classe operaia nei paesi del cuore del capitalismo mondiale (come in Francia nel 2003);
- esse manifestano una preoccupazione per questioni più esplicitamente politiche; in particolare la questione delle pensioni pone il problema del futuro che la società capitalista riserva a tutti;
- esse hanno visto la riapparizione della Germania come punto centrale per le lotte operaie per la prima volta dall’ondata rivoluzionaria degli anni venti;
- la questione della solidarietà di classe è stata posta in maniera più ampia e più esplicita di qualsiasi momento delle lotte degli anni ’80, in particolare nei recenti movimenti in Germania;
- esse sono state accompagnate dalla comparsa di una nuova generazione di elementi in ricerca di chiarezza politica. Questa nuova generazione si è manifestata da un lato con un nuovo flusso di elementi apertamente politicizzati e dall’altro con nuovi strati operai che entrano in lotta per la prima volta. Come si è potuto vedere in certe manifestazioni importanti, siamo sul punto della formazione della base per l’unità tra la nuova generazione e la “generazione del ‘68” – sia per la minoranza politica che ha ricostruito il movimento comunista negli anni ’60 e ’70 che per gli strati più larghi di operai che hanno vissuto la ricca esperienza delle lotte di classe tra il 1968 e il 1989.
19. Contrariamente alla percezione tipica dell’empirismo che non vede che la superficie della realtà e resta cieco alle sue tendenze sotterranee più profonde, la maturazione sotterranea della coscienza non è stata eliminata dal riflusso generale della coscienza dopo il 1989. Una delle caratteristiche di questo processo è che esso non si manifesta all’inizio che presso una minoranza, ma l’allargamento di questa minoranza è l’espressione dell’avanzata e dello sviluppo di un fenomeno più ampio agente all’interno della classe. Già dopo il 1989 abbiamo visto una piccola minoranza di elementi politicizzati porsi delle questioni sulle campagne della borghesia sulla “morte del comunismo” Questa minoranza è stata rafforzata oggi da una nuova generazione inquieta rispetto alla direzione presa in generale dalla società borghese. A livello più generale, essa è l’espressione del fatto che il proletariato non è battuto, del mantenimento del corso storico verso quegli scontri generali di classe che si è aperto nel 1968. Ma, a livello più specifico, la “svolta” del 2003 e la nascita di una nuova generazione di elementi in ricerca mettono in evidenza che il proletariato è all’inizio di un nuovo tentativo di lanciare un assalto contro il sistema capitalista, dopo il fallimento del tentativo del 1968-89.
Benchè, a livello quotidiano, il proletariato sia confrontato al compito apparentemente elementare di riaffermare la sua identità di classe, dietro questo problema si nasconde la prospettiva di un legame molto più stretto fra la lotta immediata e quella politica. Le questioni poste nella fase di decomposizione saranno apparentemente sempre più ”astratte” ma in effetti si tratta di questioni più globali, come la necessità della solidarietà di classe contro l’atomizzazione sociale, lo smantellamento dello Stato sociale, l’onnipresenza della guerra, la minaccia che pesa sull’ambiente del pianeta – in breve, la questione dell’avvenire che questa società ci riserva, e quindi quella di un tipo differente di società.
20. All’interno di questo processo di politicizzazione due elementi, che finora avevano avuto un effetto inibitore sulla lotta di classe, sono destinati a diventare sempre più importanti come stimolanti per i movimenti del futuro: la questione della disoccupazione di massa e la questione della guerra.
Durante le lotte degli anni ’80, quando la disoccupazione di massa diventava sempre più evidente, né la lotta dei lavoratori attivi, né la resistenza di strada dei disoccupati hanno raggiunto livelli significativi. Non ci sono stati movimenti di disoccupati che si siano avvicinati al livello raggiunto da quelli degli anni ’30 negli Stati Uniti, in una fase di sconfitta profonda della classe operaia. Nelle recessioni degli anni ’80, i disoccupati sono stati confrontati a una atomizzazione terribile, soprattutto la giovane generazione di proletari, che non aveva mai avuto una esperienza lavorativa e di lotta collettiva. Anche quando i lavoratori attivi hanno fatto lotte su grande scala contro i licenziamenti, come nel settore delle miniere in Gran Bretagna, l’esito negativo di queste lotte è stato utilizzato dalla classe dominante per rafforzare i sentimenti di passività e di disperazione. La stessa cosa si è ancora recentemente espressa attraverso la reazione al fallimento della fabbrica Rover in Gran Bretagna, nel quale la sola “scelta” presentata agli operai era tra questa o quella nuova squadra di padroni per continuare a far marciare la fabbrica. Ciononostante, dato il restringimento dei margini di manovra della borghesia e la sua incapacità crescente a fornire un minimo ai disoccupati, la questione della disoccupazione è destinata a sviluppare un aspetto più sovversivo, favorendo la solidarietà tra attivi e disoccupati, e spingendo la classe nel suo insieme a riflettere più profondamente, più attivamente sul fallimento del sistema.
La stessa dinamica può essere intravista per quello che riguarda la questione della guerra. All’inizio degli anni ’90, le prime grandi guerre della fase della decomposizione (guerra del Golfo, guerre nei Balcani) tendevano a rafforzare i sentimenti di impotenza che erano state istillate dalle campagne imbastite intorno al crollo del blocco dell’Est, quando i pretesti di “interventi umanitari” in Africa e nei Balcani poteva avere ancora una parvenza di credibilità. A partire dal 2001, e con la “guerra contro il terrorismo”, invece, la natura menzognera e ipocrita delle giustificazioni della borghesia a proposito della guerra è diventata sempre più evidente, anche se lo sviluppo di enormi movimenti pacifisti ha largamente diluito la riflessione che questo aveva provocato. In più le guerre attuali hanno un impatto sempre più diretto sulla classe operaia, anche se esso è soprattutto limitato ai paesi direttamente implicati in questi conflitti. Negli Stati Uniti questa tendenza si esprime attraverso il numero crescente di famiglie toccate dalla morte o dal ferimento dei proletari in uniforme, ma, in maniera ancora più significativa, dal costo esorbitante delle avventure militari, cresciuto in maniera proporzionale alle diminuzioni del salario sociale. E come diventa chiaro che le tendenze militariste del capitale non fanno che svilupparsi con una spirale sempre crescente e la classe dominante ha sempre meno controllo su di esse, i problemi della guerra e del suo rapporto con la crisi spingeranno a una riflessione molto più profonda, più larga, sul destino della storia.
21. In maniera paradossale l’immensità di queste questioni è una delle principali ragioni per cui l’attuale ritorno delle lotte sembra così limitato e poco spettacolare a paragone con i movimenti che hanno marcato il risorgimento del proletariato alla fine degli anni ’60. Di fronte a problemi vasti come la crisi economica mondiale, la distruzione dell’ambiente o la spirale del militarismo, le lotte quotidiane difensive possono sembrare inadatte e impotenti. In un certo senso questo riflette una reale comprensione del fatto che non c’è soluzione alle contraddizioni che assillano il capitalismo oggi. Ma mentre negli anni ’70 la borghesia aveva davanti a sé tutta una serie di mistificazioni sui differenti mezzi per assicurare una vita migliore, gli sforzi attuali della borghesia per far credere che noi viviamo in un’epoca di crescita e di prosperità senza precedenti somigliano al rifiuto disperato di un uomo in agonia incapace di ammettere la sua prossima morte. La decadenza del capitalismo è l’epoca delle rivoluzioni sociali perché le lotte degli sfruttati non possono più strappare nessun miglioramento alla loro condizione: e per quanto difficile possa essere passare dal livello difensivo al livello offensivo della lotta, la classe operaia non avrà altra scelta che fare questo salto difficile e che fa paura. Come tutti i salti qualitativi, esso è preceduto da tutta una serie di piccoli passi preparatori, dallo sciopero per il pane fino alla formazione di piccoli gruppi di discussione nel mondo intero.
22. Confrontate alla prospettiva della politicizzazione delle lotte, le organizzazioni rivoluzionarie hanno un ruolo unico e insostituibile. Tuttavia, l’unione degli effetti crescenti della decomposizione con le debolezze antiche a livello teorico e organizzativo e l’opportunismo nella maggioranza delle organizzazioni politiche proletarie hanno messo in evidenza l’incapacità della maggior parte di questi gruppi a rispondere alle esigenze della storia. Questo si è visto molto più chiaramente attraverso la dinamica negativa nella quale è entrato da qualche tempo il BIPR: non solo per la sua incapacità totale a comprendere il significato della nuova fase di decomposizione, congiunto al suo abbandono di un concetto teorico chiave come quello della decadenza del capitalismo, ma in maniera ancora più disastrosa con il fatto che esso si beffa dei principi più elementari di solidarietà e di comportamenti proletari, attraverso il suo flirt con il parassitismo e l’avventurismo. Questa regressione è tanto più grave ora che esistono le premesse per la costruzione del partito comunista mondiale. Allo stesso tempo il fatto che i gruppi del campo politico proletario si squalifichino da se stessi nel processo che porta alla formazione del partito di classe non fa che mettere l’accento sul ruolo cruciale che la CCI è portata a giocare all’interno di questo processo. E’ sempre più chiaro che il partito del futuro non sarà il prodotto di una addizione “democratica” di differenti gruppi del milieu, ma che la CCI costituisce già lo scheletro del futuro partito. Ma perché il partito diventi carne la CCI deve provare che essa è all’altezza del compito imposto dallo sviluppo della lotta di classe e dall’emergere della nuova generazione di elementi in ricerca.
Nel precedente articolo di questa serie ("Il Nucleo Comunista Internacional, uno sforzo di presa di coscienza del proletariato in Argentina", Révue Internationale n.120) abbiamo descritto la traiettoria di un piccolo nucleo di elementi rivoluzionari in Argentina raggruppati nel "Nucleo Comunista Internacional" (NCI).
Abbiamo messo in evidenza i problemi incontrati da questo piccolo gruppo, ed in particolare il fatto che uno dei suoi elementi, il cittadino B., aveva approfittato della sua padronanza dei mezzi informatici (in particolare Internet) per isolare gli altri compagni, monopolizzare la corrispondenza con i gruppi del campo politico proletario, imporre loro le sue decisioni, anche alle loro spalle, nascondendo loro deliberatamente i suoi comportamenti, una politica che essi non approvavano poiché rimetteva in causa dall'oggi al domani tutto il percorso fatto fino a quel momento. Più precisamente, dopo che aveva manifestato fino all'estate 2004 la volontà di integrarsi velocemente nella CCI (1), di cui affermava condividere completamente le posizioni programmatiche e l'analisi, nello stesso momento in cui rigettava le posizioni del BIPR e denunciava i comportamenti da teppisti e da spioni della sedicente "Frazione Interna della CCI" (FICCI), il cittadino B. cambiava bruscamente idea.
Quando era ancora presente sul posto una delegazione della CCI, che aveva condotto tutta una serie di discussioni con il NCI, questo individuo prendeva contatto con la FICCI ed il BIPR per annunciar loro la sua intenzione di sviluppare un lavoro con questi due gruppi prendendo un altro nome, "Circulo de Comunistas Internacionalistas" (tutto ciò senza dire né una parola alla nostra delegazione né agli altri membri del NCI).
In effetti, "è quando ha compreso che con la CCI non avrebbe potuto sviluppare le sue manovre di piccolo avventuriero che il Signor B. ha scoperto improvvisamente una passione per la FICCI ed il BIPR, e per le posizioni di quest'ultimo. Una tale conversione, ancora più improvvisa di quella di San Paolo sulla strada di Damasco, non ha messo in sospetto il BIPR che si è affrettato a diventare il megafono di questo Signore. Occorrerà un giorno che il BIPR si chieda perché, a più riprese, elementi che hanno dimostrato la loro incapacità ad integrarsi nella Sinistra comunista, si sono rivolti verso il BIPR dopo il loro insuccesso di "avvicinamento" alla CCI". (Ibid.)
Per nostra conoscenza, il BIPR non si è ancora posto una tale domanda (almeno non è apparsa mai pubblicamente nella sua stampa).
Uno degli scopi del presente articolo è, tra l'altro, tentare di dare elementi di risposta a questa domanda, ciò che può essere di una certa utilità per questa organizzazione, ma anche per gli elementi che si avvicinano alle posizioni della Sinistra comunista e che possono essere impressionati dall'affermazione del BIPR che si presenta come la "sola organizzazione ereditiera della Sinistra comunista d'Italia". Più generalmente, si propone di comprendere perché questa organizzazione ha conosciuto una serie permanente di insuccessi nella sua politica di raggruppamento delle forze rivoluzionarie a scala internazionale.
L'irresistibile attrattiva degli elementi confusi verso le sirene del BIPRL'atteggiamento del cittadino B., che si scopre improvvisamente in convergenza profonda sia con le posizioni del BIPR che con le accuse (totalmente calunniose) profferite dalla FICCI contro la CCI non è in realtà che la caricatura di un atteggiamento che abbiamo incontrato a più riprese da parte di elementi che, dopo avere intavolato una discussione con la nostra organizzazione, si sono resi conto che avevano sbagliato porta, o perché non erano realmente d'accordo con le nostre posizioni, o perché le esigenze legate alla militanza nella CCI sembravano loro troppo costrittive, o ancora perché avevano constatato che non avrebbero potuto condurre una loro politica personale in seno alla nostra organizzazione. Molto spesso, questi elementi si sono allora rivolti verso il BIPR nel quale essi vedevano un'organizzazione più atta a soddisfare le loro attese. Abbiamo già, a più riprese, rievocato nelle nostre pubblicazioni questo tipo di evoluzione. Tuttavia, vale la pena di ritornarci per mettere in evidenza che non si tratta di un avvenimento fortuito ed eccezionale, ma di fenomeno ripetitivo che dovrebbe spingere i militanti del BIPR a porsi delle domande.
Prima ancora della nascita del BIPR...
È nella preistoria del BIPR (ed anche in quella della CCI) che si trova una prima manifestazione di ciò che si sarebbe in seguito ripetuto numerose volte. Siamo negli anni 1973-74. In seguito ad un appello lanciato nel novembre 1972 dal gruppo americano Internationalism (che diventerà la sezione della CCI negli Stati Uniti) per favorire una rete di corrispondenza internazionale, fu organizzata una serie di incontri tra parecchi gruppi che si richiamavano alla Sinistra comunista. Tra i partecipanti più regolari di questi incontri troviamo Révolution Internationale in Francia e tre gruppi che si trovavano in Gran Bretagna, World Revolution, Revolutionary Perspective e Workers' Voice (dal nome delle loro rispettive pubblicazioni). WR e RP provengono da scissioni del gruppo Solidarity che si trova su posizioni anarco-consiliariste. In quanto a WV, questo era un piccolo gruppo di operai di Liverpool che aveva rotto poco prima con il trotskismo. In seguito a queste discussioni, i tre gruppi britannici giungono a posizioni vicine a quelle di Révolution Internationale ed Internationalism (intorno ai quali va a costituirsi la CCI l’anno seguente). Tuttavia, il processo di unificazione di questi tre gruppi è finito con un insuccesso. Da una parte, gli elementi di Workers' Voice decidono di rompere con World Revolution per il sospetto di essere stati imbrogliati da WR. In effetti, questo ultimo gruppo aveva conservato delle posizioni semi-consiliariste sulla rivoluzione del 1917 in Russia: la considerava una rivoluzione proletaria ma considerava il partito bolscevico un partito borghese, posizione di cui aveva finito per convincere i compagni di WV. E quando WR, all'epoca dell'incontro di gennaio 1974, ha rigettato i suoi ultimi resti di consiliarismo raggiungendo la posizione di Révolution Internationale, questi compagni hanno avuto la sensazione di essere stati "traditi" e hanno sviluppato una forte ostilità verso quelli di WR (accusati di aver "capitolato di fronte a RI") ciò che li ha condotti a pubblicare una "messa a punto" nel novembre 74 definendo i gruppi che andavano a costituire la CCI poco dopo come "controrivoluzionari" (2). Da parte sua, RP aveva chiesto la sua integrazione nella CCI come "tendenza" con la propria piattaforma, visto che rimanevano ancora disaccordi tra questo gruppo e la CCI. A questa richiesta rispondemmo che il nostro approccio non era di integrare delle "tendenze" come tali, ciascuna con la sua piattaforma, anche se consideriamo che possano esistere in seno all'organizzazione dei disaccordi su aspetti secondari dei suoi documenti programmatici. Non avevamo chiuso la porta alla discussione con RP ma questo gruppo ha cominciato allora ad allontanarsi dalla CCI. Ha tentato di costituire un raggruppamento internazionale "alternativo" alla CCI con WV, il gruppo francese "Per un Intervento Comunista" (PIC) ed il "Revolutionary Workers' Group" (RWG) di Chicago. Questo "blocco senza principi" (usando il termine adoperato da Lenin) non è durato a lungo. Non poteva essere diversamente nella misura in cui il solo requisito che avvicinava questi quattro gruppi era la loro ostilità crescente verso la CCI. Il "raggruppamento" si è alla fine ugualmente realizzato in Gran Bretagna (settembre 1975) tra RP e WV che hanno costituito la "Communist Workers' Organizzazione" (CWO). Questa unificazione aveva un prezzo per RP: i suoi militanti avevano dovuto accettare la posizione della WV e cioè che la CCI era "controrivoluzionaria". È una posizione che hanno conservato per un certo tempo, anche dopo l'uscita dalla CWO, un anno più tardi, dei vecchi membri di WV che rimproveravano particolarmente a quelli di RP la loro... intolleranza verso altri gruppi! (3) Questa "analisi" della CWO che considerava la CCI "controrivoluzionaria" era basata su degli "argomenti decisivi":
" - la CCI difende la Russia capitalista di Stato dopo il 1921 così come i bolscevichi;
- sostiene che una gang capitalista di Stato come l'opposizione di Sinistra trotskista era un gruppo proletario".(Revolutionary Perspective n°4)
E' solamente più tardi, quando la CWO ha cominciato a discutere con il Partito Comunista Internazionalista (Battaglia Comunista) che ha rinunciato a qualificare la CCI "controrivoluzionaria"; se avesse mantenuto i suoi precedenti criteri, avrebbe dovuto considerare anche BC un'organizzazione borghese.
Così, il punto di partenza della traiettoria della CWO è segnato dal fatto che la CCI non aveva accettato la richiesta di RP di integrarsi nella nostra organizzazione con la propria piattaforma. Questa traiettoria alla fine è finita con la formazione del BIPR nel 1984: la CWO poteva partecipare infine ad un raggruppamento internazionale dopo i suoi insuccessi precedenti.
Le delusioni col SUCMLo stesso processo che ha condotto alla formazione del BIPR è contrassegnato da questo tipo di comportamento dove i "delusi della CCI" si avvicinano al BIPR. Non ritorneremo qui sulle tre conferenze dei gruppi della Sinistra comunista che si sono tenute tra il 1977 e 1980 in seguito ad un appello lanciato da BC nell'aprile del 1976 (4). In particolare, la nostra stampa ha insistito spesso sul fatto che è in modo totalmente irresponsabile e determinate unicamente dai loro piccoli interessi di bottega che BC ed la CWO hanno sabotato deliberatamente questo sforzo facendo votare di nascosto, alla fine della 3a conferenza, un criterio supplementare sulla questione del ruolo e della funzione del partito che mira esplicitamente ad escludere la CCI dalle future conferenze. (5) Al contrario, vale la pena di rievocare la "conferenza" del 1984 che si presentava come il seguito delle tre conferenze tenute tra il '77 e l'80. Questa "conferenza" raggruppava, oltre a BC ed alla CWO, il "Supporters of the Unity of Communist Militants" (SUCM) un gruppo di studenti iraniani presenti principalmente in Gran Bretagna che la CCI conosceva bene per avere cominciato a discutere con loro prima di rendersi conto che, malgrado le dichiarazioni secondo cui si dicevano in accordo con la Sinistra comunista, rimaneva un gruppuscolo estremista (dell'area maoista). Il SUCM si era rivolto allora verso la CWO che non aveva tenuto conto della messa in guardia dei nostri compagni della sezione in Gran Bretagna contro questo gruppo. Ed è grazie a questo "acquisto" di prim'ordine che la CWO e BC avevano potuto evitarsi un semplice colloquio a quattrocchi all'epoca di questa gloriosa 4a conferenza dei gruppi della Sinistra comunista che, ora che la CCI non era più là per inquinarla con il suo "consiliarismo", poteva porsi infine i veri problemi della costruzione del futuro partito mondiale della rivoluzione (6). Infatti, tutte le altre "forze" che il tandem CWO-BC aveva "selezionato" (secondo il termine impiegato frequentemente da BC) con "serietà" e "chiarezza" per la loro lista di invitati avevano fatto defezione: o perché non erano potute venire, come il gruppo "Kommunistische Politik" d'Austria o l' Éveil Internationaliste (Il risveglio Internazionalista) o perché già sparite al momento della "Conferenza" come i due gruppi americani, "Marxist Worker" e "Wildcat"; bizzarramente, questo ultimo, malgrado il suo consiliarismo, era considerato nei "criteri" di partecipazione decretati da BC ed il CWO (7).
Va da sé che anche il flirt con il SUCM non è potuto proseguire per molto tempo, non tanto per la lucidità dei compagni di BC e della CWO ma semplicemente perché questo gruppo estremista, che non poteva mascherare eternamente la sua vera natura, è finito per integrarsi nel Partito comunista iraniano, un'organizzazione stalinista ben definita.
In quanto alle conferenze dei gruppi della Sinistra comunista, BC ed la CWO non ne hanno convocate altre: queste organizzazioni hanno preferito evitarsi il ridicolo di un nuovo fiasco (8).
Due traiettorie individualiQuesto tipo di attrattiva per il BIPR da parte dei "delusi della CCI" si è manifestato nello stesso periodo presso l'elemento che chiameremo L. e che, per un certo tempo è stato il solo rappresentante di questa organizzazione in Francia. Questo elemento che aveva fatto le sue esperienze in un organizzazione trotskista, si era avvicinato alla CCI all'inizio degli anni 80 al punto da porre la sua candidatura. Evidentemente, avevamo condotto delle discussioni molto serie con lui ma gli avevamo chiesto della pazienza prima di potere entrare nella nostra organizzazione perché constatavamo che, malgrado l'affermazione del suo pieno accordo con le nostre posizioni, conservava ancora nel suo comportamento politico delle tracce importanti del suo soggiorno nell'estremismo, in particolare un forte immediatismo. Di pazienza ne aveva molto poco: quando ha trovato che queste discussioni duravano troppo tempo per il suo gusto, le ha interrotte unilateralmente per rivolgersi verso i gruppi che andavano a formare il BIPR. Dalla sera alla mattina, le sue posizioni a geometria variabile si sono evolute per raggiungere quelle del BIPR che, da parte sua, non gli ha chiesto la stessa pazienza prima di integrarlo. Prova che le sue convinzioni non erano molto solide è che questo elemento ha lasciato poi il BIPR per navigare in differenti gruppi del campo della Sinistra comunista tra cui la corrente "bordighista" prima di ritornare... al BIPR nella metà degli anni 90. In quel momento, avevamo messo in guardia i compagni del BIPR contro la mancanza di affidabilità politica di questo elemento. Questa organizzazione non aveva tenuto conto del nostra messa in guardia e l'aveva reintegrato. Tuttavia, come ci si poteva aspettare, questo elemento non è restato molto tempo nel BIPR: all'inizio degli anni 2000, ha “scoperto" che le posizioni che aveva adottato per una seconda volta indubbiamente non gli convenivano ed è venuto a parecchie nostre riunioni pubbliche per scaricare del fango su questa organizzazione: è allora che la CCI ha ritenuto necessario rigettare le sue calunnie e difendere il BIPR.
Questa serie di flirt dei delusi della CCI con il BIPR non si limita agli esempi che abbiamo citato.
Un altro elemento che veniva egualmente dall'estremismo, che chiameremo E., ha seguito una traiettoria simile. Con lui, il processo di integrazione nella CCI era andato più avanti di quello di L. divenendo membro della nostra organizzazione dopo lunghe discussioni. Tuttavia, una cosa è affermare un accordo con le posizioni politiche, altro è integrarsi in un'organizzazione comunista. Anche se la CCI aveva spiegato a lungo a questo elemento cosa significava essere militante di un'organizzazione comunista ed anche se egli aveva approvato il nostro percorso, l'esperienza pratica della militanza che suppone, in particolare, di fare uno sforzo costante per superare l'individualismo, l'aveva condotto abbastanza velocemente a constatare che non aveva posto nella nostra organizzazione contro la quale ha cominciato a sviluppare un atteggiamento ostile. Alla fine ha lasciato la CCI senza avanzare il minimo disaccordo con la nostra piattaforma (malgrado la nostra richiesta di una discussione seria sui suoi "rimproveri"). Ciò non gli ha impedito, poco dopo, di scoprirsi in profondo accordo con le posizioni del BIPR al punto che la stampa di questa organizzazione ha pubblicato un suo articolo polemico contro la CCI.
Per ritornare ai gruppi che hanno seguito questo tipo di percorso, l'elenco non si ferma agli esempi che abbiamo su citato. Occorre rievocare ancora quelli del "Communist Bullettin Group" (CBG) in Gran Bretagna, di Kamunist Kranti in India, di Comunismo nel Messico, di "Los Angeles Workers' Voice" e di Notes Internationalistes in Canada.
Gli amori senza domani del CBG e della CWOLa nostra stampa ha pubblicato parecchi articoli a proposito del CBG (9). Non ritorneremo sull'analisi che facevamo di questo gruppuscolo parassitario costituito da vecchi membri della CCI che avevano lasciato la nostra organizzazione nel 1981 rubandole del materiale e del denaro e la cui sola ragione di esistere era coprire di fango la nostra organizzazione. Alla fine del 1983, questo gruppo aveva risposto favorevolmente ad un "Invito ai gruppi politici proletari" adottato dal 5°congresso della CCI "in vista di stabilire una cooperazione cosciente tra tutte le organizzazioni" 10): "Vogliamo esprimere la nostra solidarietà con il percorso e le preoccupazioni espresse nell'invito..". Tuttavia, non faceva la minima critica dei suoi comportamenti teppistici. Perciò noi scrivevamo: "Finché non viene compresa la questione fondamentale della difesa delle organizzazioni politiche del proletariato, rispondiamo con un rifiuto alla lettera del CBG. Hanno sbagliato indirizzo".
Probabilmente deluso dal fatto che la CCI abbia respinto i suoi approcci, e sofferente visibilmente del suo isolamento, il CBG si è rivolto alla fine alla CWO, componente britannica del BIPR. Un incontro ha avuto luogo nel dicembre del 1992 ad Edimburgo seguito da una "collaborazione pratica tra membri del CWO e del CBG". "Un gran numero di incomprensioni sono state chiarite dai due lati. È stato dunque deciso di rendere la cooperazione pratica più formale. Un accordo è stato redatto, che la CWO come un tutto dovrà ratificare in gennaio (dopo di che sarà pubblicato un rapporto completo) e che comprende i seguenti punti...". Segue un elenco dei differenti accordi di collaborazione e particolarmente: "I due gruppi devono discutere di un progetto di "piattaforma popolare" preparata da un compagno della CWO come oggetto di intervento".(Workers' Voice n° 64, gennaio-febbraio 1996)
Apparentemente, non c'è stato seguito a questo flirt perché non abbiamo mai più sentito parlare di collaborazione tra il CBG ed la CWO. Non abbiamo mai letto qualunque cosa che spieghi le ragioni per cui questa collaborazione sia andata in fumo.
Le delusioni del BIPR in IndiaUn'altra avventura sfortunata del BIPR con i "delusi della CCI" è quella che ha avuto per protagonista il raggruppamento che pubblicava Kamunist Kranti in India. Questo piccolo nucleo era nato da un gruppo di elementi con cui la CCI aveva condotto delle discussioni durante gli anni 1980 e di cui alcuni si erano avvicinati della nostra organizzazione, divenendone dei simpatizzanti stretti con anche l'integrazione di uno di questi. Tuttavia, uno di questi elementi, che chiameremo S., e che aveva avuto nelle prime discussioni con la CCI un ruolo motore, non aveva seguito questo percorso. Temendo probabilmente di perdere la sua individualità in caso di una maggiore integrazione nella CCI, aveva costituito un suo gruppo, che pubblicava Kamunist Kranti.
Da parte sua, il BIPR aveva conosciuto molte delusioni in India. Mentre, per questa organizzazione, le condizioni esistenti nei paesi della periferia "rende possibile l'esistenza di organizzazioni comuniste di massa" (Communist Review n° 3) ciò che suppone evidentemente che è più facile fondare fin da ora dei piccoli gruppi comunisti rispetto ai paesi centrali del capitalismo, il BIPR pativa per il fatto che le sue tesi non si erano concretizzate sotto forma di gruppi che condividevano la sua piattaforma. Questa sofferenza era tanto più grande che, già a quell'epoca, la CCI, malgrado le sue analisi presentate come "eurocentriste", aveva una sezione in uno di questi paesi della periferia, il Venezuela. Evidentemente, il flirt abortito con il SUCM aveva solamente potuto aggravare questa amarezza. Anche, quando il BIPR ha potuto intavolare delle discussioni con il gruppo Lal Pataka in India, ha creduto vedere il termine del suo calvario. La disgrazia è che si trattava di un gruppo di estrazione maoista che, come il SUCM, non aveva rotto realmente con le sue origini malgrado le sue simpatie manifeste per le posizioni della Sinistra comunista. Di fronte alla messa in guardia della CCI contro questo gruppo che alla fine si è ridotto ad un solo elemento, il BIPR poteva rispondere: "Alcuni spiriti cinici [si tratta degli spiriti della CCI] possono pensare che abbiamo accettato troppo velocemente questo compagno nel BIPR". Per un certo tempo, Lal Pataka era presente come la componente del BIPR in India ma, nel 1991, questo nome sparisce delle pagine della stampa del BIPR per essere sostituito da quello di Kamunist Kranti. Il BIPR sembra puntare molto su questo "deluso della CCI": "speriamo che, nell'avvenire, feconde relazioni si possano stabilire tra il Bureau international e Kamunist Kranti". Ma le sue speranze sono una nuova volta deluse perché, due anni più tardi possiamo leggere in Communist Review n° 11: "È una tragedia il fatto che, malgrado l'esistenza di elementi promettenti, non esiste ancora un nucleo solido di comunisti indiani". Effettivamente, Kamunist Kranti è sparito dalla circolazione. Esiste invece un piccolo nucleo comunista in India che pubblica Communist Internationalist, ma esso fa parte della CCI ed il BIPR "dimentica" di farvi riferimento.
Delusioni messicaneDurante lo stesso periodo in cui un certo numero di elementi in India si avvicinava alle posizioni della Sinistra comunista, la CCI aveva intavolato delle discussioni con un piccolo gruppo nel Messico, il "Colectivo Comunista Alptraum" (CCA) che ha cominciato a pubblicare Comunismo nel 1986 (11). Poco dopo, si è costituito il "Grupo Proletario Internacionalista" (GPI) che ha cominciato a pubblicare Revolucion Mundial all'inizio del 1987 e con cui si sono anche sviluppate le discussioni. (12) A partire da quel momento, il CCA ha cominciato ad allontanarsi dalla CCI: da una parte ha adottato un percorso più accademico nelle sue posizioni politiche e, dall'altro, si è avvicinato al BIPR. Questo piccolo nucleo evidentemente ha mal percepito, lo stabilirsi di relazioni tra la CCI ed il GPI.
Conoscendo il percorso della CCI che insiste sulla necessità che i gruppi della Sinistra comunista in uno stesso paese sviluppino dei legami stretti, il CCA, che contava molti meno membri del GPI, ha ritenuto probabilmente che la sua "individualità" rischiava di essere annegata in un avvicinamento con questa organizzazione. I rapporti tra il BIPR ed il CCA si sono mantenuti per un certo tempo, ma quando il GPI è diventata la sezione della CCI in Messico, anche il CCA era scomparso della circolazione.
Un "sogno americano" tormentatoCon l'avventura del "Los Angeles Workers' Voice" arriviamo quasi alla fine di questa lunga lista. Questo gruppo era composto da elementi che si erano formati politicamente nel maoismo (di tendenza filo-albanese). Abbiamo stabilito delle discussioni con questi elementi per un lungo periodo ma abbiamo constatato la loro incapacità a superare le confusioni ereditate dalla loro appartenenza ad un'organizzazione borghese. Così, quando nella metà degli anni 90, questo piccolo gruppo si è avvicinato al BIPR, abbiamo messo in guardia quest'ultimo contro le confusioni del LAWV. Il BIPR ha preso molto a male questa messa in guardia, ritenendo che non volevamo che potesse svilupparsi una presenza politica sul continente nord americano. Per anni, il LAWV è stato un gruppo simpatizzante del BIPR negli Stati Uniti e, nell'aprile 2000, ha partecipato a Montreal, nel Canada, ad una conferenza destinata a rinforzare la presenza politica del BIPR sul continente nord americano. Tuttavia, poco tempo dopo, gli elementi di Los Angeles hanno cominciato ha manifestare dei disaccordi su tutta una serie di questioni, adottando una visione più anarchica (rigetto della centralizzazione, presentazione dei bolscevichi come un partito borghese, ecc.) ma soprattutto profferendo delle sordide calunnie contro il BIPR ed in particolare contro un altro simpatizzante americano di questa organizzazione, AS, che viveva in un altro Stato. La nostra stampa negli Stati Uniti ha denunciato i comportamenti degli elementi del LAWV e ha portato la sua solidarietà ai militanti calunniati (13). È per ciò che non abbiamo giudicato in quel momento utile ricordare la messa in guardia che avevamo fatto al BIPR all'inizio del suo idillio con il LAWV.
L'altra componente nord americana della conferenza di aprile 2000, Notes Internationalistes che attualmente è "gruppo simpatizzante" del BIPR, fa egualmente parte dei "delusi della CCI". La discussione tra la CCI ed i compagni di Montreal aveva esordito verso la fine degli anni 90. Si trattava di un piccolo nucleo di cui l'elemento più formato, che chiameremo W, aveva avuto una lunga esperienza nel sindacalismo e nell'estremismo. Le discussioni sono sempre state molto fraterne, particolarmente all'epoca delle differenti visite di militanti della CCI a Montreal, e noi speravamo che sarebbero state altrettanto sincere da parte di questi compagni. In particolare, eravamo sempre stati chiari sul fatto che consideravamo che il lungo periodo di attivismo di W in un'organizzazione estremista costituiva un handicap per una piena comprensione delle posizioni e del percorso della Sinistra comunista. È per ciò che avevamo chiesto a più riprese al compagno W di redigere un bilancio della sua traiettoria politica ma, visibilmente, questo compagno aveva delle difficoltà a fare questo bilancio poiché non abbiamo ricevuto mai questo documento che tuttavia aveva promesso.
Mentre le discussioni con Notes Internationalistes proseguivano ed i compagni non ci avevano per niente informati di un eventuale avvicinamento alle posizioni del BIPR, abbiamo preso conoscenza di una dichiarazione che annunciava che NI diventava gruppo simpatizzante del BIPR in Canada. Era stata la CCI ad incoraggiare i compagni di Montreal a prendere conoscenza delle posizioni del BIPR ed a contattare questa organizzazione. Infatti, il nostro comportamento non è mai stato quello di "conservare per sé i propri contatti". Al contrario, riteniamo che i militanti che si avvicinano alle posizioni della CCI devono appunto conoscere le posizioni degli altri gruppi della Sinistra comunista affinché, se aderiscono alla nostra organizzazione, ciò deve avvenire in piena conoscenza di causa. (14) Che elementi che si avvicinano alla Sinistra comunista si trovino in accordo con le posizioni del BIPR non pone in sé problema. Ciò che ha più sorpreso è che questo avvicinamento è stato, in qualche modo, fatto "segretamente". Evidentemente, il BIPR non aveva le stesse esigenze della CCI riguardanti la rottura di W con il suo passato estremista. E noi siamo convinti che è là una delle ragioni che l'hanno condotto verso questa organizzazione senza informarci dell'evoluzione delle sue posizioni.
La specialità del BIPR: l'aborto politicoNon si può che essere affascinati dalla ripetizione del fenomeno per il quale elementi che sono stati "delusi dalla CCI" si sono poi orientati verso il BIPR. Evidentemente, si potrebbe considerare che è quello un percorso normale: dopo avere compreso che le posizioni della CCI erano erronee, questi elementi si sarebbero orientati verso la precisione e la chiarezza di quelle del BIPR. Può essere questo che i militanti di questa organizzazione si sono detti ogni volta. Il problema è che di tutti i gruppi che hanno adottato un tale comportamento, il solo che oggi è ancora presente nelle righe del Sinistra comunista è proprio quello che abbiamo menzionato per ultimo, Notes Internationalistes. TUTTI gli altri gruppi, o sono spariti, o si sono ritrovati nelle righe di organizzazioni borghesi convinte, come il SUCM. Il BIPR dovrebbe chiedersi il perché e sarebbe interessante che consegnasse alla classe operaia un bilancio di queste esperienze. Intanto, alcune riflessioni che seguono potranno forse aiutare i suoi militanti a fare un tale bilancio.
Evidentemente, ciò che animava questi gruppi non era la ricerca di una chiarezza che non avevano trovato nella CCI poiché hanno finito per abbandonare il militantismo comunista. I fatti hanno dimostrato ampiamente che il loro allontanamento dalla CCI, come avevamo constatato ogni volta, corrispondeva fondamentalmente ad un allontanamento dalla chiarezza programmatica e dal percorso della Sinistra comunista ed anche da un rifiuto delle esigenze della militanza in seno a questa corrente. In realtà, il loro flirt effimero con il BIPR era solamente una tappa prima del loro abbandono della lotta nelle file proletarie. La domanda da porsi allora: perché il BIPR attira anche coloro che sono impegnati in una tale traiettoria?
A questa domanda, esiste una risposta fondamentale: perché il BIPR difende un comportamento opportunista in materia di raggruppamento dei rivoluzionari.
È l'opportunismo del BIPR che permette agli elementi che si rifiutano di operare una rottura completa con il loro passato da estremisti di trovare un "rifugio" momentaneo nella scia di questa organizzazione pure continuando a fare credere, o a raccontarsi, che essi conservano il loro impegno nella Sinistra comunista. Il BIPR, a partire in particolare dalla 3a conferenza dei gruppi della Sinistra comunista, non ha smesso di insistere sulla necessità di una "selezione rigorosa" in seno al campo proletario. Ma, in realtà, questa selezione è a senso unico: riguarda essenzialmente la CCI che non è più "una forza valida nella prospettiva del futuro partito mondiale del proletariato" e che "non può essere considerata da noi [il BIPR] come un interlocutore valido per definire una forma di unità di azione" (risposta al nostro appello dell'11 febbraio 2003 inviato ai gruppi della Sinistra Comunista per un intervento comune di fronte alla guerra e pubblicato nella Révue Internationale 113). Di conseguenza è fuori questione per il BIPR stabilire la minima cooperazione con la CCI, anche per fare una dichiarazione comune del campo internazionalista di fronte alla guerra imperialista (15). Tuttavia, questo grande rigore non viene esercitato in altre direzioni, in particolare nei confronti di gruppi che non hanno niente a che vedere con la Sinistra Comunista, o nella migliore delle ipotesi di gruppi estremisti. Come scrivevamo nella Révue Internationale n° 103: "Per cogliere tutta la misura dell'opportunismo del BIPR a proposito del suo rifiuto all'appello sulla guerra che abbiamo fatto, è istruttivo rileggere un articolo apparso su Battaglia Comunista di novembre 1995 ed intitolato "Equivoci sulla guerra nei Balcani". BC riporta di avere ricevuto dall'OCI (Organizzazione Comunista Internazionalista) un lettera/invito ad un'assemblea nazionale contro la guerra che doveva tenersi a Milano. BC ha considerato che "il contenuto della lettera è interessante e fortemente migliorato rispetto alle posizioni dell'OCI sulla guerra del Golfo, di ‘sostegno al popolo iracheno attaccato dall'imperialismo’ e fortemente polemico nella discussione del nostro preteso indifferentismo. “L'articolo proseguiva così: "Manca il riferimento alla crisi del ciclo di accumulazione (...) e l'analisi essenziale delle sue conseguenze sulla Federazione iugoslava. (...) Ma ciò non sembrava vietare una possibilità di iniziativa in comune con quelli che si oppongono alla guerra sul campo di classe". Solo quattro anni fa, come si può vedere, in una situazione meno grave di quella che abbiamo visto con la guerra del Kosovo, BC sarebbe stata pronta a prendere un'iniziativa comune con un gruppo oramai chiaramente controrivoluzionario per soddisfare le sue mire attiviste mentre ha avuto il coraggio di dire no alla CCI... con il pretesto che le nostre posizioni sono troppo lontane. L'opportunismo è questo".
Questa selettività a senso unico del BIPR ha avuto l'opportunità di manifestarsi una nuova volta durante l'anno 2003 quando ha rifiutato la proposta della CCI di una presa di posizione comune di fronte alla guerra in Iraq. Come scrivevamo nella Révue Internationale 116: "Potremmo aspettarci da parte di un'organizzazione che dà prova di un atteggiamento tanto puntiglioso nell'esame delle sue divergenze con la CCI un atteggiamento simile nei confronti di tutti gli altri gruppi. Non è così. Facciamo riferimento qui all'atteggiamento del BIPR verso il gruppo suo simpatizzante e rappresentante politico nella regione nord americana, l'Internationalist Workers' Group (IWG) che pubblica Internationalist Notes. Infatti, questo gruppo è intervenuto con degli anarchici e ha tenuto una riunione pubblica comune con Red and Black Notes, dei consiliaristi e l'Ontario Coalition Against Poverty (OCP) che sembra essere un gruppo tipicamente estremista ed attivista". ("Il campo politico proletario di fronte alla guerra: Il flagello del settarismo in seno al campo internazionalista").
Come si può vedere, l'opportunismo del BIPR si manifesta nel suo rifiuto a prendere posizioni chiare nei riguardi di gruppi che sono molto lontani dalla Sinistra comunista, che non hanno effettuato una rottura completa con l'estremismo (dunque col campo borghese) o che sono decisamente estremisti. Questo è l'atteggiamento che già aveva manifestato al riguardo del SUCM o di Lal Pataka. Con un tale atteggiamento, non stupisce che elementi che non arrivano a fare un chiaro bilancio della loro esperienza nell'estremismo si sentono in migliore compagnia con il BIPR anziché con la CCI.
Ciò detto, sembra che con l'atteggiamento del gruppo del Canada siamo di fronte ad una manifestazione di un'altra variante dell'opportunismo del BIPR: il fatto che ciascuno dei suoi componenti è "libero di condurre la propria politica". Ciò che è assolutamente inammissibile per i gruppi europei è completamente normale per un gruppo americano, e ciò in quanto non abbiamo letto nessuna critica nelle colonne di Battaglia Comunista o di Revolutionary Perspective dell'atteggiamento dei compagni del Canada. Ciò si chiama federalismo, un federalismo che il BIPR rigetta nel suo programma, ma che adotta nella pratica. È questo federalismo vergognoso ma reale che ha incitato certi elementi che trovavano troppo costrittivo il centralismo della CCI ad orientarsi verso il BIPR.
Ciò detto, il fatto per il BIPR di reclutare elementi segnati da resti del loro passaggio nell'estremismo o che non sopportano la centralizzazione e che si augurano di potere condurre la loro politica nel loro angolo è il migliore mezzo per sabotare le basi di un'organizzazione vitale a livello internazionale.
Un altro aspetto dell'opportunismo del BIPR è l'indulgenza tutta particolare che manifesta verso gli elementi ostili alla nostra organizzazione. Come abbiamo visto all'inizio di questo articolo, una delle basi della costituzione della CWO in Gran Bretagna è non solo la volontà di mantenere la propria "individualità" (richiesta di RP di essere integrata nella CCI come "tendenza" con la propria piattaforma) ma l'opposizione alla CCI (considerata per un certo tempo "controrivoluzionaria"). Più precisamente, l'atteggiamento che era quello degli elementi di Workers' Voice in seno alla CWO, consistente, come si è visto sopra, nell' "utilizzare RP come scudo contro la CCI" si è ritrovato con molti altri elementi e gruppi la cui principale motivazione era l'ostilità verso la CCI. Come in particolare è capitato con l'elemento L. che, qualunque era il gruppo al quale apparteneva (ed essi furono numerosi) si distingueva sempre più per il suo isterismo contro la nostra organizzazione. Allo stesso modo l'elemento E. che abbiamo citato sopra aveva cominciato a manifestare una violenta ostilità verso la CCI prima di raggiungere le posizioni del BIPR. È così vero che, per quel che sappiamo, il suo solo testo che il BIPR ha pubblicato era un attacco violento contro la CCI.
Che cosa dire anche del CBG, con cui la CWO si era impegnata in un flirt senza domani, il cui livello di denigrazioni, compreso le più sordide dicerie, contro la CCI non aveva, fino a quel momento, trovato eguali? Ma giustamente, è nell'ultimo periodo che questo passo di apertura verso il BIPR sulla base dell'odio verso la CCI ha raggiunto le sue forme più estreme con due illustrazioni: gli approcci fatti al BIPR dalla pretesa "Frazione interna della CCI" (FICCI) e dal cittadino B., fondatore, caudillo e solo membro del "Circulo de Comunistas Internacionalistas" d'Argentina.
Non ritorniamo in maniera dettagliata sull'insieme dei comportamenti della FICCI esprimente il suo odio ossessivo contro la nostra organizzazione (16). Citeremo, ed in modo molto succinto, solo alcune delle sue prestazioni:
- calunnie ripugnanti contro la CCI e alcuni dei suoi militanti (di cui, si sussurra, dopo che è stata fatto circolare questa accusa nei corridoi della CCI, che uno di loro lavora per la polizia e che un altro applica la politica di Stalin consistente nell' "eliminare" i membri fondatori dell'organizzazione);
- furto del denaro e del materiale politico della CCI ( in particolare dello schedario di indirizzi degli abbonati della sua pubblicazione in Francia);
- spiate che danno agli organi di repressione dello Stato borghese l'opportunità di sorvegliare la conferenza della nostra sezione in Messico tenutasi nel dicembre 2002 e rivelare la vera identità di uno dei nostri militanti, quello che è presentato dalla FICCI come il "capo della CCI").
Nel caso del cittadino B, questo si è evidenziato particolarmente per la redazione di parecchi comunicati ignobili su "la metodologia nauseabonda della CCI", che è paragonata ai metodi dello stalinismo, e basati su un tessuto di menzogne grossolane.
Se questo sinistro personaggio ha potuto dare prova di una tale arroganza è perché, per un certo tempo, il BIPR, che lui aveva adulato redigendo dei testi che riprendono delle posizioni vicine a questa organizzazione (particolarmente sul ruolo del proletariato nei paesi della periferia), gli ha dato una parvenza di credibilità. Non solo il BIPR ha tradotto e ha pubblicato sul suo sito Internet le prese di posizione e "le analisi" di questo elemento, non solo ha salutato la costituzione del "Circulo" come "un importante e sicuro passo in avanti realizzato oggi in Argentina per l'aggregazione delle forze verso il partito internazionale del proletariato" ("Anche in Argentina qualche cosa muove", Battaglia Comunista ottobre 2004) ma ha anche pubblicato in tre lingue sul proprio sito il suo comunicato del 12 ottobre 2004 che è un'accozzaglia immonda di calunnie contro la nostra organizzazione.
Gli amori del BIPR con questo esotico avventuriero hanno cominciato a fare acqua quando abbiamo messo in evidenza in modo inconfutabile che le sue accuse contro la CCI erano delle pure menzogne e che il suo "Circulo" era solamente una sinistra impostura (17). È allora che il BIPR, in modo molto discreto, ha cominciato a ritirare dal suo sito i testi più compromettenti di questo personaggio senza mai, tuttavia, condannare i suoi metodi anche dopo che abbiamo inviato una lettera aperta ai suoi militanti (lettera del 7 dicembre 2004 pubblicata sul nostro sito Internet) chiedendo una tale presa di pos