Il 19 aprile scorso si è tenuta a Napoli una giornata di discussione tra compagni animati dall’esigenza di confrontarsi su questioni di fondo.
Questa iniziativa è stata promossa dalla CCI sulla base di esperienze analoghe promosse a Londra, a Bruxelles ed a Marsiglia[1] con l’intento di creare un luogo di incontro e di confronto per tutti quelli che avvertono la necessità di chiarirsi le idee su questa società e sui numerosi problemi che premono sull’insieme dei proletari e sulla nuova generazione. Avere la possibilità di ritrovarsi per discutere in un clima aperto, fraterno, dove è possibile esprimere i propri dubbi, le proprie preoccupazioni, ma anche la propria voglia di reagire di fronte allo sfacelo in cui si è costretti a vivere, è particolarmente importante oggi dove la nuova fase di ripresa della lotta di classe si manifesta non solo con la lotta aperta in vari paesi[2], ma soprattutto con l’emergere di una riflessione su quello che è questo mondo, in particolare su quale futuro ci aspetta, su quale potrebbe essere una prospettiva diversa.
La partecipazione dei compagni intervenuti è stata convinta e piena di entusiasmo. Diversi di loro hanno anche partecipato a tutta la fase preparatoria, ad esempio cercando la sala per la riunione, organizzando il buffet per il pranzo, preparando le introduzioni sui due temi, o assumendosi specifici compiti durante la riunione, come la preparazione delle conclusioni delle discussioni svolte sui due singoli temi. Tutti i compagni intervenuti hanno contribuito alle spese e, naturalmente, hanno partecipato attivamente al dibattito. La CCI ha messo a disposizione la sua esperienza politica ed organizzativa affinché la discussione potesse svilupparsi pienamente ed in maniera fruttuosa senza trascurare al contempo dei momenti conviviali per permettere ai diversi compagni di conoscersi.
I temi che i compagni, attraverso un sondaggio preventivo, hanno scelto di discutere, sono i seguenti:
Sarebbe difficile riportare per intero il dibattito. Ci limiteremo dunque a sintetizzare gli elementi essenziali emersi sui due temi in discussione, accludendo ovviamente le presentazioni delle due singole presentazioni. Aggiungeremo dunque un contributo di un compagno su una questione specifica che è sorta nella discussione a proposito del “microcredito” e un bilancio personale dello stesso compagno sulla riunione. Accludiamo infine una lettera della CCI inviata ai compagni che hanno partecipato alla riunione del 19 aprile che, per i suoi contenuti, è valida per tutti i compagni.
In conclusione l’elenco del materiale che pubblichiamo è il seguente:
[1] Vedi sul nostro sito web gli articoli: “WR Day of Study: Presentations and discussions”, “Journée d'étude du CCI en Grande-Bretagne: un débat vivant et fraternel”, “Journée de rencontre et de discussion avec le CCI d'août 2007: chercher ensemble une alternative pour cette société agonisante” e “Journée de discussion à Marseille: un débat ouvert et fraternel sur un autre monde est-il possible?”
[2] I compagni possono trovare sulle diverse pagine del nostro sito numerosi articoli sulle lotte nel mondo.
1° tema: Quale futuro ci riserva questa società? Esiste un’alternativa? E quale?
La prospettiva capitalista
La breve ma ricca introduzione[1] ha ben sintetizzato le conseguenze catastrofiche del degrado del capitalismo sui vari piani della vita economica, politica e sociale della stragrande maggioranza dell’umanità e vari interventi successivi hanno confermato questo quadro. In particolare un compagno ha ricordato come la miseria, la guerra e il degrado sociale estremo siano ormai la realtà quotidiana in molti paesi, dal Pakistan al Kosovo, dalla Somalia allo Zimbawe, e come la barbarie “arriva fino al punto che in Iran prima fucilano le donne negli stadi e poi giocano a pallone con le loro teste”. Un altro compagno ha sottolineato come tutto questo non sia il frutto di una cattiva volontà o gestione di chi comanda, ma la conseguenza della fase di declino di questo sistema: “viviamo in un mondo strangolato dal mondo finanziario internazionale, che domina il capitale industriale…. Per garantirsi il saggio di profitto il sistema raddoppia il prezzo del pane e la gente non riesce più a comprarsi un pezzo di pane …. Per sopravvivere è costretto a smantellare tutto il sistema sociale. Esiste una contraddizione tra l’umanità da una parte ed il sistema dall’altra. Tra il moderno proletariato ed il capitale attuale. Alla borghesia farebbe comodo che le cose funzionassero, ma questa è una crisi strutturale epocale o meglio l’accelerazione della crisi storica del capitalismo”. Il compagno ha aggiunto che secondo lui questa contraddizione inizia ad essere avvertita con maggiore chiarezza: “La gente si domanda ‘ma perché non siamo in grado di impedire che la metà dell’umanità muoia di fame?’ La risposta è che i mezzi per impedirlo ci sarebbero, ma quello che domina è la legge del profitto e questa consapevolezza si sta facendo strada…perché si vivono contraddizioni non più compatibili: milioni di famiglie non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese e ci sono due generazioni di precari disperati”.
Come ha giustamente sottolineato un’altra compagna, non è solo sul piano economico che questo sistema ci sta stritolando: “Il denaro influenza la nostra vita, senza lavoro si muore. Ma questa società ci sta levando la cosa più importante: la dignità umana. E come? Impedendoci di pensare e spingendoci a vedere il nostro vicino, l’altro essere umano, come il nostro nemico o quello dei nostri figli, come quello che domani ci fotterà. Essendo mamma spero che ci sia un futuro per i miei figli e credo che ci dobbiamo dare da fare e riflettere su come farlo. Nella storia dell’umanità ci sono stati tentativi di ribaltare questa società. Ci sono stati anche errori. Ma non c’è alternativa, questo dobbiamo fare. Non si può vivere in una società dove si gioca a pallone con le teste delle persone”.
Altri compagni sono intervenuti nello stesso senso insistendo sul fatto che la borghesia ha “giocato” fino ad ora anche con le nostre teste facendoci illudere che una sinistra al governo potesse portare qualche beneficio per i lavoratori tanto è vero che “ancora nelle ultime elezioni molte persone hanno avuto paura che cadesse la sinistra e tornasse Berlusconi”, quando l’esperienza, secondo questi compagni, ha ampiamente dimostrato che “chiunque è andato al governo ha portato avanti sempre la stessa politica di batoste”.
Cambiare la società, ma come?
Se sulla prospettiva catastrofica che ci riserva il capitalismo è emersa una certa omogeneità di pensiero tra i partecipanti, delle opinioni diverse e dei dubbi sono invece stati espressi rispetto ad una possibile alternativa a questo stato di cose. Secondo molti dei compagni presenti l’unica alternativa possibile è abbattere il capitalismo e costruire una società basata sui reali bisogni umani: “esiste forse uno solo dei problemi dell’umanità che possa essere risolto all’interno del contesto capitalista?”, “l’umanità sarebbe in grado di costruire un mondo diverso, con la scienza e la tecnica cui si è giunti. Dovremmo da tempo essere oltre questo orizzonte sociale”. Ma come operare questo cambiamento? Su quali forze poter contare? Rispetto ad interventi che alludevano al ruolo mistificatorio di forze come Rifondazione comunista o i Verdi, due compagne hanno esplicitato i loro dubbi: “non capisco qual è questo lato positivo del fatto che la sinistra non sta in parlamento”, “se le avanguardie rivoluzionarie non sono visibili e se la sinistra borghese fa solo chiacchiere, come si divulga quest’idea di cambiamento?”. Nel rispondere a queste questioni altri compagni hanno sviluppato l’idea che, a differenza del secolo scorso, oggi il parlamento non è più un’arma di difesa o di cambiamento per i proletari perché il sistema non è più in grado di concedere dei reali miglioramenti né sul piano economico né sul piano sociale. Secondo una compagna infatti ci si deve chiedere come mai tutte le volte che la sinistra è andata al governo la nostra condizione è peggiorata: “Perché lo fanno? Sono scemi o c’è un motivo? Il motivo è che non possono darci più niente”. Secondo un altro compagno “non cambia comunque niente anche cambiando chi ci rappresenta in parlamento. Il fatto è che la crisi è tale che chiunque va al governo non può che fare certe scelte …. Non è quindi con le elezioni che si può cambiare”. Più compagni hanno inoltre insistito sull’idea che questo cambiamento bisogna farlo in prima persona, che non può essere delegato a nessuno, tanto meno alla sinistra parlamentare o radicale perché come ha detto uno di loro: “Quello che esprimono queste forze è una visione del “meno peggio”. Io non voglio il “meno peggio”. Oggi io lascio in eredità a mio figlio una società decisamente peggiore di quella che mi ha lasciato mio padre e con una prospettiva ancora peggiore. … Non è vero che [queste forze] hanno rappresentato la classe operaia ma un concetto di società che si accontenta, una visione di un capitalismo dal volto nuovo … Quel tipo di delega non funziona. Per me si è fatta chiarezza… non hanno un concetto di società diversa [dal capitalismo]”.
La conclusione di questa parte della discussione è stata dunque che il capitalismo va eliminato e sostituito con una società diversa. Questa è la prospettiva verso cui dobbiamo andare. Ma, si sono chiesti dei compagni, in attesa che si possa sviluppare la possibilità della rivoluzione, è possibile operare dei cambiamenti all’interno del capitalismo che ne attenuino gli effetti nefasti e preparino la prospettiva più generale? Tanto più che “in questa società ci viviamo e agiamo quotidianamente, e sarebbe dunque il caso di cominciare a fare qualcosa”. Ma per fare questo, ha suggerito un altro compagno, “il futuro lo dobbiamo costruire capendo anche che cosa vogliamo costruire”. In particolare questi compagni avevano in mente il desiderio di poter cominciare a costruire qualcosa di alternativo all’interno di questa società, che potesse opporsi progressivamente al capitalismo e costituire, sul piano materiale come su quello ideale, una base per la prossima società. A tale riguardo la riunione ha discusso di due diverse idee che sono state avanzate: quella del microcredito e quella delle coabitazioni.
Sulla prima idea del microcredito, un compagno ha evocato l’esperienza della banca del premio Nobel Yunus che avrebbe permesso, in Bangla Desh, di elargire credito anche agli strati più poveri della popolazione, costituendo così un possibile modello da sviluppare e propagare per assicurare, quanto meno, la sopravvivenza alle popolazioni più povere del mondo, “non perché Yunus sia meglio delle banche capitaliste, ma si potrebbe partire da qui per vedere cosa possiamo prendere di buono per poi andare avanti”.
Nell’esperienza delle coabitazioni - le co-housing, già citate nella introduzione alla discussione - una compagna vede invece “non la risposta ai problemi del capitalismo”, ma l’espressione di un “bisogno di comunità anche se surrogato”, “l’esempio di solidarietà, di un modo diverso di rapportarsi, che è quello che dovremo andare a fare nel comunismo”.
Dei compagni sono intervenuti per sottolineare che è la stessa dinamica della società che porta in sé delle potenzialità verso una prospettiva comunista che bisogna saper cogliere e sviluppare, come appunto il bisogno di comunità insito nelle co-housing, o anche il fatto che “una realtà come la precarietà - che è in sé un elemento negativo - si porta dietro delle potenzialità di sviluppo di una altra società” in quanto “libera i proletari dal legame stretto con la propria fabbrica”.
Nel merito delle singole questioni poste, pur comprendendo ed in parte condividendo molte delle preoccupazioni presenti nella discussione, altri compagni hanno espresso dei disaccordi e dei dubbi sugli esempi specifici riportati. Rispetto al microprestito di Yunus, un compagno ha sostenuto che “questo è nei fatti una sorta di auto-sfruttamento” che “serve al capitale nazionale a rastrellare risorse nelle condizioni di estrema povertà di quel paese”. Un altro ha ricordato come anche il “commercio equo e solidale” viene spacciato come un modo per sostenere i lavoratori più poveri del terzo mondo, ma in realtà non cambia in niente la loro sorte. Un’altra compagna ha detto che nel capitalismo “qualcosa di meno peggio ci può sempre essere, ma questo non risolve il problema. Il fatto è che anche noi stiamo arrivando alla situazione della povera donna del Bangla Desh che non sa come mangiare e anche noi dovremo chiedere il microprestito per sopravvivere”.
Rispetto alle coabitazioni un compagno ha risposto: “potrei essere d’accordo con la definizione della coabitazione come potenzialità, ma non come proposta tattica … soprattutto questa potenzialità deve essere collegata alla lotta di classe” nel senso che solo in un movimento ampio di scontro di classe queste potenzialità possono diventare degli elementi di avanzamento. Un altro intervento ha ricordato che le comunità agricole organizzate da Tolstoi non ebbero alcun futuro proprio perché secondo il compagno erano, come quelle di oggi, “solo associazioni di difesa, non possono essere una configurazione di socialismo”. Ad una compagna infine la coabitazione non sembrava una forma innovativa, perché “è la società che ci sta obbligando alla coabitazione”.
Data l’importanza delle due tematiche sollevate, la nostra organizzazione ha invitato i partecipanti a continuare la discussione attraverso dei contributi scritti da scambiare tra i compagni. Un compagno ha immediatamente ascoltato il nostro appello inviandoci un contributo sulla questione del microprestito che noi pubblichiamo in sequenza.[2]
2° tema: Che significa oggi classe operaia? Ha ancora un senso parlare di proletariato? E chi vi appartiene?
La discussione su questo secondo tema è stata meno sviluppata rispetto alla precedente per motivi di tempo e di stanchezza, ma probabilmente anche perché si è troppo focalizzata su di un solo aspetto della questione, “chi appartiene alla classe operaia?”, a scapito dell’aspetto politico più generale di cosa è la classe operaia e del perché essa è l’unica che potrà operare il cambiamento di società di cui si parlava nel primo punto. Una migliore definizione del tema ed un più stretto legame tra questo ed il primo tema della giornata in sede di programmazione, avrebbero potuto evitare una tale debolezza.
L’introduzione, anch’essa sintetica ma molto efficace nel riprendere gli elementi essenziali della questione[3], è stata subito ripresa da un compagno su diversi punti: “Occorre capire che la differenza tra classe operaia, cioè quella industriale, e proletariato, scompare se ci riferiamo al criterio fondamentale che è la vendita della forza lavoro. Una volta si usava di più il termine classe operaia perché il rapporto di lavoro salariato era concentrato soprattutto nel settore industriale. Oggi ci sono strati una volta intermedi tra proletariato e borghesia che sono ormai proletari per il rapporto che hanno con il capitale. Bisogna capire bene come si presenta il moderno proletariato: se facciamo riferimento agli studenti francesi, vediamo che le questioni poste, e il loro modo di organizzarsi ne dimostrano la natura proletaria. La stessa cosa la possiamo dire per la manifestazione dei precari che si è avuta a Roma nell’ottobre scorso. E sarebbe un errore grave sottovalutare il potenziale enorme che esiste in questo proletariato. Se la borghesia sviluppa tante teorie per negare l’esistenza della classe operaia, è proprio per disinnescare questo potenziale. Noi invece dobbiamo porci la questione di come si unisce questa classe, e la risposta la possiamo trovare se ci riferiamo alla storia”. Il compagno ha ricordato come la classe operaia nel ’17 in Russia abbia trovato nei Soviet la sua unità e la capacità di sviluppare la sua coscienza aggiungendo che “Il problema del proletariato è costruire la sua coscienza, ed è in questo processo che il partito può e deve giocare un ruolo. I bolscevichi inizialmente erano minoranza nei soviet, perché all’inizio la coscienza del proletariato non era ancora sviluppata fino in fondo, cosa che avvenne nei mesi successivi. Quindi la classe operaia ha in sé questa capacità e non bisogna farsi ingannare dalla situazione contingente”.
Un altro compagno ha detto che a lui, sulle prime, definire chi fa parte della classe “… sembrava inutile, perché a me, proletario da 40 anni, sembra chiaro”, ma che è invece vero che il peso della propaganda borghese fa sì che “a volte gli stessi proletari non si riconoscono tali, e bisogna spiegarglielo, per non farci dividere dalla borghesia. Il proletariato potrà essere più diffuso sul territorio rispetto a prima, almeno in occidente, ma è ancora maggioranza”.
La discussione si è quindi sviluppata animatamente su chi fa parte della classe operaia. Diverse le obiezioni e le osservazioni fatte a proposito.
Nella discussione sono stati avanzati diversi elementi di risposta:
Ciò detto, è stato ricordato che questo non significa che la classe operaia in lotta non possa e non debba cercare un dialogo con i poliziotti e con i soldati per farli riflettere sulla loro condizione e chiamarli ad unirsi alla lotta, come fecero gli operai russi durante la rivoluzione del ’17 o come hanno fatto gli studenti in Francia nel 2005 di fronte ai poliziotti mandati a sfollarli dalle università.
Un primo bilancio
Alla fine della discussione sui temi previsti è stato lasciato uno spazio perché i partecipanti potessero esprimere una prima valutazione sulla giornata, suggerire eventuali correzioni per iniziative future ed altro.
In generale tutti i compagni hanno dato un apprezzamento positivo per la giornata trascorsa, con un’insistenza particolare sull’importanza di avere opportunità come queste per poter rompere l’isolamento, incontrarsi e discutere insieme delle preoccupazioni comuni. Diversi compagni hanno quindi espresso la necessità di dare seguito a questa iniziativa con altri incontri. Un compagno ha suggerito come possibile tema “il movimento del ’68 ed i successivi 40 anni di lotta di classe”. Alcuni hanno notato che la discussione sul secondo punto era piaciuta di meno rispetto alla prima, mentre una compagna ha espresso una valutazione critica su questa seconda parte perché la questione di cosa è la classe operaia le era sembrata “troppo astratta” mentre avrebbe preferito “chiarire di più degli aspetti concreti”.
Un’altra compagna ha suggerito, per il futuro, di scegliere “più attualità e meno teoria, come primo impatto”, nel senso di partire “dalla interpretazione e spiegazione concreta di fenomeni di attualità”. Un altro compagno ha osservato che, se va senz’altro recepito questo suggerimento, è anche vero però che “almeno il primo punto è nato dall’esigenza concreta, ricordiamo i No-global, i ragazzi di Genova che si sono fatti picchiare su questo tipo di questioni”. Infine è stato osservato che bisogna stare attenti nella discussione a non dare per scontato certi termini o certi concetti. Questa preoccupazione è molto importante perché, come abbiamo detto nel nostro intervento finale “il metodo non è partire da conclusioni già bell’e fatte, ma cercare di costruire queste conclusioni man mano, partendo proprio dagli elementi che escono dalla discussione; Il contrario potrebbe scoraggiare dei compagni, soprattutto quelli che partecipano per la prima volta ad un dibattito del genere. Inoltre partire dalle questioni basilari, soffermandosi nel confronto su concetti che troppo spesso diamo per scontati, significa sviluppare un reale approfondimento politico e teorico”.
Da parte nostra, come abbiamo già espresso alla fine della riunione, il bilancio di questa giornata è molto positivo non solo per la ricchezza di elementi di riflessione che sono emersi e che potranno costituire il punto di partenza per ulteriori discussioni tra i compagni, ma anche ed in particolar modo per il clima di discussione collettiva e solidale che si è sviluppato, dove ognuno ha partecipato, esprimendo i propri dubbi e i propri disaccordi, ad una reale chiarificazione politica. Il che non significa aver raggiunto un accordo sulle questioni dibattute, né tanto meno aver dissipato tutti i dubbi e le perplessità, ma significa essenzialmente avere una visione più chiara di quali sono i reali problemi che si trova ad affrontare l’umanità.
Questa discussione ha costituito un passo in avanti in questa direzione.
La CCI, 16 agosto 2008
[1] Vedi il testo dell’introduzione “Quale futuro ci riserva questa società? Esiste un’alternativa? E quale?”, su questo sito
[2] Vedi il testo “Appunti sulla questione del microprestito”, scritto dal compagno P.
[3] Vedi il testo dell’introduzione “Che significa oggi classe operaia? Ha ancora un senso parlare di proletariato? E chi vi appartiene?”
Dalla fine degli anni ’60 ad oggi il sistema economico internazionale si trova in una diffusa fase di crisi, ma i tassi di crescita del PIL globale sono positivi dal secondo dopoguerra. Non è un paradosso se si scopre che dietro la crescita si nasconde l’ammontare crescente del debito. Un’economia basata sul debito permette agli operatori, pubblici o privati che siano, di creare liquidità e quindi di speculare. È il caso in cui il denaro genera denaro.
Oggi, essendo il capitalismo un sistema complesso, il battito d’ali di una farfalla in Brasile genera uno tsunami in Giappone. Lo abbiamo visto alla fine del 2006 con la crisi del settore edilizio negli Stati Uniti: l’insolvenza dei mutui subprime (ad alto tasso di interesse) ha innescato una reazione a catena provocando il fallimento di numerose agenzie di credito. Da allora la parola catastrofe è circolata tra politici ed economisti, e la stima delle cifre non ha smesso di aumentare. L’ultima stima che gli economisti del Fondo Monetario Internazionale fanno della perdita potenziale è 945 miliardi di dollari. (Il Sole 24 Ore, 9 Aprile 2008).
Sull’altra faccia della medaglia si trova il capitale industriale. Il sistema di produzione attuale non prevede un rapporto razionale tra i bisogni umani e le merci effettivamente prodotte. Potremmo immaginare un gruppo di imprenditori in concorrenza che cercano di produrre la stessa merce ma ad un costo minore per venderla meglio, ma per fare ciò devono aumentare le unità prodotte senza tener conto della richiesta, entrando quindi in sovrapproduzione. Si avranno così una quantità di merci invendute che peseranno sul Capitale come profitto non realizzato. Siamo in regime di completa irrazionalità, in cui vengono disattesi i reali bisogni dell’umanità per la realizzazione di un profitto cieco e pericoloso.
Un’espressione diretta dell’irrazionalità del sistema produttivo sono le trasformazioni irreversibili imposte dall’uomo al sistema Terra. Da quando l’uomo è diventato agricoltore ha sempre trasformato la terra fecondandola e rendendola rigogliosa, disegnando paesaggi e creando luoghi bellissimi. Quello che si è fatto in epoca industriale assomiglia invece ad un tentativo di avvelenamento. Un disastro ecologico rappresenterebbe per l’economia umana la scomparsa di uno dei due termini fondamentali del rapporto: la natura. Di conseguenza si avrebbe la scomparsa del secondo che è l’uomo.
La risposta politica a questa serie di problemi diventa necessaria, ma non è sufficiente. Si veda il caso del protocollo di Kyoto. Una regolamentazione tra gli Stati per l’emissione degli elementi nocivi dove i paesi più inquinanti o non firmano, gli Stati Uniti, oppure sono esonerati dagli standard perché non partecipi dell’inquinamento del primo periodo industriale, Cina e India. La realtà è che industria, energia, trasporti e abitazioni, sono settori economici che trainano gli investimenti statali e privati, ma che se dovessero adattarsi a non inquinare sarebbero puniti dalla competizione sul mercato internazionale. Senza poi contare la “borsa delle emissioni”, dove al mercato si può comprare la possibilità di inquinare.
La marea distruttiva non interessa solo l’ambiente. Con la dissoluzione del blocco dell’Est, cominciata nel 1989, è venuto a mancare quell’equilibrio tra le potenze imperialiste che reggeva dalla fine della seconda guerra mondiale. Dal 1991 in poi abbiamo avuto una serie di conflitti sanguinosi, in cui gli Stati Uniti hanno tentato di affermare la loro supremazia militare nel mondo cercando, di volta in volta, l’aiuto dei vecchi alleati occidentali. Il primo tentativo si ebbe con la guerra del Golfo a cui è seguita subito dopo la carneficina dell’ex-Jugoslavia, in cui Usa, Germania, Francia e Inghilterra non ricucirono la vecchia alleanza. Di seguito si sono diffusi numerosi conflitti su tutto il pianeta (Somalia, Kosovo, Albania) in cui tutte le maggiori potenze hanno cercato di far valere i propri interessi imperialisti. Affinché gli alleati si trovassero di nuovo al fronte tutti insieme ci volle l’attentato alle Torri Gemelle del 2001. È stata un ottima scusa per invadere quella che già era stata una zona calda, l’Afghanistan, e per continuare, con lo spauracchio delle armi di distruzione di massa, in Iraq due anni dopo.
La violenza utilizzata per l’affermazione della libertà democratica è la stessa che intercorre nei rapporti umani. Le condizioni dello sfruttamento hanno reso il lavoro bestiale, agiscono su quel campo che distingueva l’uomo dall’animale invertendone completamente i termini. È nel lavoro che l’uomo potrebbe esprimere i caratteri sociali della propria specie, nel lavoro potrebbe sfruttare la propria forza in modo volontario e cosciente; ma, dato lo stato dei rapporti umani, è nel lavoro che invece diventa un appendice della macchina produttiva del Capitale, una merce speciale, che vive e soprattutto muore sul lavoro. Marx, nei “Manoscritti” giovanili, mostra come la merce suprema, il denaro, influenzi la vita umana. Questo, con la sua “potenza sovvertitrice”, agisce sull’immagine del possessore che si rispecchia nel denaro stesso e diventa ciò che può pagare. Agisce inoltre sull’individuo e sui vincoli sociali apparentemente immutabili, “muta l’amore in odio e l’odio in amore”( K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, pag. 120).
Con la dissoluzione della comunità, del vivere comune, l’uomo è votato alla depressione, all’angoscia. L’isolamento sociale lede la dignità umana e la fiducia in se stessi al punto di generare la scomparsa di una prospettiva futura e far nascere un culto esasperato del presente. Si tende a negare la possibilità di un progetto capace di edificare una società superiore e si afferma una propensione relativistica che porta all’abbandono di uno spazio etico comune.
La rinuncia ad una prospettiva comune porta ad interessarsi ad una serie di progetti. Uno è l’ecologismo, che si basa sulla convinzione della possibilità di un mantenimento dello sviluppo economico compatibile con l’equità sociale e con il rispetto del pianeta. Dall’altra parte ci sono invece i sostenitori della Decrescita, secondo i quali la crescita economica comporterebbe sempre un maggiore impatto ecologico. In generale, entrambi cercano una qualità di vita migliore di quella attuale, un maggiore egualitarismo tra i membri della società: affrontano il presente in maniera problematica cercando una possibile strada per il futuro nell’ecologia.
Esistono, poi, degli episodi in cui gruppi di individui si aggregano per la coabitazione a diverse scale. In tutte le megalopoli odierne i casi di co-abitazione coatta, per far fronte a tasse ed affitti, sono molto numerosi. Non mancano però esempi di vere e proprie città di fondazione, diffuse soprattutto negli Usa, organizzate con l’intento di ottimizzare gli spazi ed alcune attività collettive. Queste intentional comunity (comunità intenzionali) si basano appunto sull’intenzione di risolvere problemi pratici che lo Stato non può risolvere. È quello che succede anche nelle periferie delle città francesi, dove gruppi di famiglie agiate si chiudono in quartieri-bunker e lasciano fuori la porta la violenza urbana.
Sono un po’ differenti gli esperimenti moderni di co-housing (co-abitazione), diffusi ormai in Europa come in America, che non assomigliano né alle comunità del socialismo-utopista (Fourier, Owen) e né tanto meno alle comunità hippie degli anni sessanta, entrambe fallimentari perché cercavano un tentativo di isolamento dalla società e dal sistema. In quelle moderne invece la pratica della coabitazione prevede la condivisione (possibile intorno alle 30 famiglie) di spazi comuni, come cucine, biblioteche, palestre, laboratori, spazi per i bambini, ecc.; pur sorgendo all’interno del sistema capitalistico come rifiuto dello stesso, ma allo stesso tempo sfruttandone i vantaggi. Le abitazioni sfruttano le tecnologie per il risparmio energetico e gli abitanti fanno la loro vita lavorativa fuori da questo tipo di unità-di-vicinato.
Viene da chiedersi se da questo tipo di esperienze possa venir fuori una soluzione in grado di abolire le odierne contraddizioni della società, e infine, che dia la possibilità di soddisfare i bisogni dell’intera popolazione del pianeta.
È sempre nelle città che compaiono altri tipi di reazioni alla patologia sociale, sintetizzabile nel non-senso della vita, un moderno nichilismo, ma che i filosofi idealisti elevano ad angoscia esistenziale. Si tratta di risposte individuali o collettive, distruttive o autodistruttive, esasperate dal carattere totalizzante di una società fondamentalmente ingiusta. Senza affrontare i pur importanti casi individuali del suicidio e dell’omicidio, o della droga, i quali hanno cifre statistiche terribilmente alte, si faranno due esempi molto vicini a noi. Il primo è la rivolta delle banlieu francesi nel 2005, dove il disagio dei giovani proletari delle periferie si e trasformato in una incondizionata violenza verso obbiettivi che nulla avevano a che vedere con la causa della loro condizione. L’incendio di automobili, l’attacco ad asili e stazioni dei pompieri quali simboli istituzionali, o peggio, i raid a scopo di rapina nelle manifestazioni degli studenti in lotta contro il CPE.
Un altro caso è l’intreccio tra la mafia e la popolazione giovanile del sud Italia. Potendo affermare che la disoccupazione è funzionale ad un sistema che non ha una domanda di lavoro costante, e inoltre, che tra i disoccupati si include il ceto dei non lavoratori (vagabondi, delinquenti, ecc.), allora al crescere della disoccupazione cresce anche la criminalità. Un area dove la disoccupazione raggiunge quote del 50% è un serbatoio dove gli eserciti criminali attingono manodopera. Comunque in entrambi i casi la violenza è frutto di un rapporto logoro instaurato tra gli uomini ed il lavoro e di conseguenza tra gli uomini e la comunità.
Di fronte a questa situazione complessiva che la maggioranza dell’umanità è costretta a vivere, di fronte alla mancanza di una prospettiva diversa dalla distruzione morale e fisica che questo sistema ci impone, come si può reagire?
È possibile prospettare una società diversa? E che tipo di società?
Per chiudere, una possibile risposta a questa serie di domande sta nella natura stessa dell’uomo, nella sua capacità di progettare, che lo distingue della bestia. Secondo Marx, l’uomo, con le sue azioni, non si limita solo a produrre un cambiamento di forma della realtà, ma realizza in essa il proprio scopo, che conosce già e che determina il suo operare, “e al quale egli deve subordinare la propria volontà” (K. Marx, Il Capitale, Libro I, cap. V). Cos’è allora che limita l’uomo, che non gli permette di raggiungere la consapevolezza del cambiamento? Per reintegrare l’uomo nella natura, bisogna ridargli quella dignità negatagli da un sistema di sfruttamento e di appropriazione che incatena le forze potenziali dell’umanità.
19 aprile 2008, F.
Nel 1848 Marx ed Engels pubblicando il Manifesto del partito comunista indicano nella lotta delle classi il perno attorno al quale si muove da sempre la storia delle società umane:
“Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in una parola oppressori e oppressi sono sempre stati in contrasto fra di loro, hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte nascosta, a volte palese: una lotta che finì sempre o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la rovina comune delle classi in lotta”.
La propaganda borghese più volte si è rivolta contro questo assunto dell’analisi marxista della storia cercando di negare la sua verità. E gli avvenimenti degli ultimi anni hanno costituito un comodo trampolino di lancio da cui sferrare l’attacco ideologico contro la classe operaia. Fidando nello scoramento generale in cui il proletariato occidentale è caduto dopo il crollo dell’Unione sovietica, immediatamente presentato come la fine del comunismo, e nei rivolgimenti a cui le nuove tecnologie hanno sottoposto il sistema produttivo - rivolgimenti che hanno favorito la scomparsa delle grandi concentrazioni industriali, eccezion fatta per alcuni comparti tradizionali come quello dell’auto della petrolchimica o della cantieristica - si è voluto sostenere un mutamento delle forme sociali che vedrebbe una drastica diminuzione del proletariato. Così ad esempio dagli anni ’80 fino al recente passato abbiamo assistito al proliferare di ogni genere di teorie sul ridimensionamento della forza della classe operaia. C’è chi ha parlato di “frammentazione” dei lavoratori, chi di imborghesimento della classe e chi addirittura di “fine del lavoro”. Basti dire che, per quanto varie, ciascuna di queste teorie sottintende lo stesso identico assunto: venuto meno il ruolo centrale del proletariato, Marx è superato e non ha più senso parlare di lotta di classe.
L’idea che il proletariato, a differenza di quanto prospettato da Marx, sia in diminuzione viene sostenuta sulla base della falsa equazione tra proletariato e classe operaia industriale. Ma questa equazione è corretta? Il concetto di proletariato non coincide con quello di “classe operaia industriale”. Una classe è un gruppo di persone accomunate dal proprio rapporto con i mezzi di produzione ed il proletariato in particolare è quella classe che, non possedendo mezzi di produzione, è costretta a vendere la propria forza lavoro per vivere. Da questo punto di vista non solo il proletariato è enormemente più numeroso rispetto ai tempi di Marx, ma anche rispetto agli stessi anni ’60.
Per chiarire meglio quanto detto è opportuno rivolgere l’attenzione alla differenza che Marx pone tra il lavoro produttivo e quello improduttivo. Ricordiamo che nel sistema capitalistico i prodotti del lavoro umano assumono la forma di merci. Un prodotto in quanto merce assume un valore che non dipende dalla sua mera utilità ma dalla possibilità di essere scambiato con altre merci sul mercato. La determinazione del valore di una merce è data dalla quantità di forza lavoro occorsa per la produzione di quella merce. Una parte di questo valore viene corrisposta all’operaio sotto forma di salario, mentre l’altra costituisce il profitto del capitalista, o per meglio dire del capitale. Il lavoro produttivo è dunque quel lavoro che scambiato contro capitale produce plusvalore. Ciò significa che esso riproduce, accresciuta, la somma di valore che è stata spesa in esso, ossia che produce più lavoro di quanto ne riceve in forma di salario. Il lavoro improduttivo, invece, è lavoro che scambiato con denaro non produce un aumento del capitale. L’operaio di fabbrica, dunque è senz’altro un lavoratore produttivo. Ma che dire di tutte quelle figure, medici, insegnanti, gente impiegata nel terziario che a prima vista non sembrano direttamente collegate alla produzione di plusvalore e dunque di profitto per il capitale? Possono essere inclusi nell’alveo della classe operaia o devono restarne fuori?
Innanzitutto vorrei far notare come la differenza che intercorre tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo non è assolutamente una discriminante per dividere i proletari dalle altre classi sociali. Questa distinzione viene fatta dal punto di vista dell’accrescimento del capitale e non dal punto di vista di chi vende la propria forza lavoro. Ma quali possono essere i criteri per definire l’appartenenza alla classe operaia?
1) Bisogna arricchire direttamente un padrone per farne parte? Volgendo lo sguardo ad alcune attività lavorative ci si accorge immediatamente che la risposta ad una simile domanda deve essere negativa: gli insegnanti, gli infermieri, gli operatori di call center, anche quando non lavorano per alcun un padrone, appartengo alla classe perché a) sono costretti a vendere la propria forza lavoro per sopravvivere e b) contribuiscono alla produzione complessiva della ricchezza, risultato dello sforzo di tutti i lavoratori. L’istruzione o la cura della forza lavoro sono attività assolutamente necessarie perché la produzione delle merci possa essere realizzata.
2) Tutti gli sfruttati appartengono alla classe operaia? Basta pensare ai contadini poveri molto numerosi nei paesi sottosviluppati che non posseggono la terra per rispondere negativamente anche questa volta.
3) Poliziotti e preti non sono proprietari dei loro mezzi di produzione e sono salariati, appartengono, forse, alla classe? Ovviamente no, queste figure non producono ricchezza in alcun modo, mentre svolgono un ruolo di difesa dei privilegi della classe dominante e di conservazione del suo dominio.
Riassumendo, si può dire che la classe operaia è composta da tutti quei lavoratori che vendendo la propria forza lavoro per vivere, partecipano direttamente o indirettamente alla produzione complessiva della ricchezza sociale. Ma questo non è tutto. Una classe ha senso solo se contrapposta ad un’altra, solo se posta nella condizione di partecipare attivamente al divenire della storia. Definire e comprendere cosa è la classe operaia, capire chi ne fa parte, è, dunque, una questione della massima importanza, non solo per liberarsi dalle false ideologie che tentano di distogliere il proletariato dal suo compito storico e perpetuarne, così, lo sfruttamento, ma soprattutto perché, l’identità di classe è il maggior elemento di forza della classe stessa. Vedersi come proletari, sentire di non essere soli con la propria angoscia, la propria paura per il futuro, ma sapere di appartenere ad un corpo collettivo è l’elemento fondamentale che permette di scorgere una prospettiva alternativa al capitalismo e di sviluppare le armi necessarie che seppelliranno un sistema ormai in putrefazione, ossia la solidarietà e l’unità dei proletari.
19 aprile 2008 E.
Recentemente è stato assegnato il Premio Nobel per la pace a Mohammad Junus, un banchiere-filantropo che ha inventato un modo per rendere accessibili i prestiti a coloro che, a causa della loro povertà, non possono fornire garanzie alle banche normali. Junus è effettivamente un filantropo ed effettivamente le sue iniziative hanno portato un qualche sollievo alle disperate condizioni di povertà del Bangla Desh e di alcuni altri stati asiatici. Sta tentando di estendere queste iniziative in tutti i paesi poveri.
Come funziona? Prendiamo ad esempio un prestito fatto ad una donna del Bangla Desh per consentirle di comprare un telaio per tessere tela o per fabbricare indumenti di lana. Le garanzie di restituzione del prestito sono del tutto assenti; cionondimeno Junus concede il prestito sulla parola. L'interesse richiesto è minimo, 1-2% annuo e, spesso, questi prestiti vengono concessi senza scadenza. LA donna in questione lavora a casa sua, produce, si rivolge alla stessa banca per commercializzare i suoi manufatti e, spesso, è incoraggiata a mettersi in filiera con altre donne al fine di ottenere una efficace divisione del lavoro, in quanto ciascuna di esse realizza una parte del manufatto o anche provvede ad alcune operazioni indispensabili quali il lavaggio, la stiratura, l'appretto, ecc.
Una condizione per la concessione del prestito è quella che la donna di cui parliamo divenga poi azionista della stessa banca; in effetti, se ha ricevuto un prestito, poniamo di 100 dollari, dopo avere pagato lo stesso ed il piccolo interesse, deve impegnarsi a diventare azionista per l'importo del prestito ricevuto comprando azioni della banca per altri 100 dollari che le daranno un profitto pari all'interesse pagato.
In sostanza la donna ha ricevuto dalla banca 100 dollari e ne verserà alla stessa 201, 100 n restituzione, 1 di interesse, 100 di azioni.
Il meccanismo funziona perché richiama sul capitale della banca il lavoro di centinaia di migliaia di persone, forse milioni.
In passato anche in Italia esisteva il lavoro a domicilio. Molte casalinghe aiutavano il bilancio familiare fabbricando in casa capi di abbigliamento che poi andavano alle grandi ditte; queste, molto spesso, finanziavano l'acquisto della macchina necessaria e talvolta addirittura la davano in fitto alle lavoratrici. La ragione era che costava meno produrre i capi in questo modo, non vi erano spese di gestione (stabilimenti, energia, tasse, ecc.) il lavoro era al nero, puro cottimo e basta, i prezzi li faceva solo la ditta committente, prendere o lasciare. Tuttora il sistema è ancora in vigore (le cosiddette confezioniste a domicilio) alle stesse condizioni. Si producono in tal modo guanti di pelle, capi di abbigliamento, manufatti di lana, parti da assemblare di scarpe, borse, fiori di carta, spadini per capelli, ecc. Il livelli di sfruttamento sono pressoché disumani, in quanto i lavoranti a domicilio sono vincolati a quote di produzione ed a tempi di consegna che spesso li obbligano a lavorare fino a 14 ore al giorno. Vengono retribuiti a capo con un compenso spesso irrisorio e sotto ricatto di perdere questo lavoro in qualsivoglia momento.
Forse applicati alla miseria inenarrabile del Bangla Desh anche queste condizioni posso sembrare una fortuna, ma il fatto è che i livelli di auto-sfruttamento sono intensissimi.
Tuttavia i prestiti vengono quasi sempre restituiti ed le azioni della banca quasi sempre acquistate.
Il prestito viene anche concesso per piccole attività agricole come l'acquisto di galline, di un maiale, sementi, attrezzi agricoli minuti, ecc. Qui le condizioni sono un pò diverse, ancor più favorevoli, ma di poco.
E' difficile calcolare la massa-capitali della banca di Juus, diventata una delle 10 banche più floride al mondo. In un paese povero, come si comprende, non vi è liquidità perché non vi è risparmio. Ma con questo sistema di costituisce una considerevole massa li moneta liquida, disponibile sia ad allargare il campo di controllo della banca stessa si per investimenti di altro tipo.
Junus segue la filosofia Yogi e l'insegnamento di SRi Yukteswar, che fu il maestro di Yogananda (vedi sul web): vive poveramente, non possiede ville, yacht, auto, non ostenta ricchezza, non ha amanti o vizi: il personaggio è questo. Egli è effettivamente convinto di fare del bene ai poveri del mondo: il suo orizzonte economico è comunque il capitalismo. Forse spiritualmente è l'opposto del "Banchiere anarchico" descritto in un meraviglioso racconto di Fernando Pessoa (che vi invito a leggere); tuttavia egli agisce all'interno del campo del capitale finanziario, non può essere altrimenti. Forse la situazione in parte ancora pre-capitalistica dell'economia del Bangla Desh gli fa vedere tutto questo come un progresso. Ma, raggiunta una certa dimensione, la sua finanza entra in conflitto col capitale finanziario internazionale, ed è evidente che i suoi metodi non sono estendibili a paesi ad economia più avanzata. Finora è stato tollerato "a consolazione ed a mistificazione degli oppressi", come direbbe Lenin, ma le sue iniziative in America Latina si sono arrestate, mentre sono respinte in India ed in Cina.
Il fatto è che esse, pur estraendo parecchio plusvalore, sono meno efficaci dei metodi di sfruttamento applicati nel mondo. Quest'uomo, sotto molti aspetti, ricorda Tolstoij e la sua illusione di sfuggire al capitalismo mediante l'organizzazione di piccoli villaggi agricoli comunitari.
Su richiesta dei compagni della CCI di Napoli
19 aprile 2008, P.
20 aprile 2008
Cari Compagni, un’eccellente discussione-ricerca tenuta ieri a Napoli ha posto in chiaro due questioni vitali: carattere della crisi e la morfologia sociale del moderno proletariato. Non è poco, perché si tratta di acquisire due strumenti di lavoro politico indispensabili. Un terzo elemento che è emerso dalla discussione è il riconoscimento dei processi di autoformazione di elementi, ancora allo stato embrionale, di coscienza e di organizzazione.
Orbene, da ciò conseguono alcune questioni, la prima delle quali riguarda il modo in cui diviene possibile saldare i settori del proletariato industriale tradizionale a quelli nuovi che si sono venuti formando in questa fase. Una seconda questione riguarda le forme di lotta del moderno proletariato. Una terza riguarda la forma-partito, cioè come il partito dei comunisti deve attrezzarsi per intervenire all’interno del nuovo proletariato. L'incedere della crisi recessiva, le sue devastanti conseguenze, lo sconvolgimento che ne consegue ecc. pongono urgenza a dare risposte a queste domande, sia pure sotto forma sperimentale. I quesiti, come si vede non sono affatto di mera natura tecnico-tattica, anche se questo aspetto è importantissimo. Inoltre dalla stessa discussione è emersa la necessità di adottare linguaggi e forme di comunicazioni in grado di essere chiaramente percepiti dall’attuale proletariato.
Il fondo di queste domande è la preoccupazione che, in seguito alla crisi ed alle misure sempre più dure che i governi adotteranno per scaricarla sul proletariato, si possano avere fenomeni di ribellismo che, in assenza della funzione pedagogica del partito, possano o degenerare o subire disastrose sconfitte. Inoltre, in simili circostanze, è prevedibile che si ripresentino i partiti della sinistra borghese che sono stati estromessi dal parlamento in seguito alle elezioni, sempre con lo scopo di disarticolare le lotte ed indirizzarle verso obiettivi posticci. Infine bisogna considerare che molti elementi in buona fede che hanno militato in questa sinistra e che hanno compreso in parte il suo ruolo funzionale alla strategia generale di controllo del proletariato da parte della borghesia, si trovano in uno stato di demoralizzazione e di perplessità sul quale sarebbe necessario intervenire energicamente al fine di riqualificarli e recuperarli al campo proletario. Siamo ad un nuovo "Che fare?" e bisogna rispondere.
Saluti fraterni, P.
Cari compagni, grazie a tutti voi, alla vostra partecipazione e al vostro contributo, la giornata del 19 aprile scorso è stata veramente un momento di incontro, di discussione e di confronto tra proletari, (lavoratori, futuri lavoratori o pensionati). Un momento a cui noi attribuiamo una grande importanza per i motivi che vi abbiamo già detto e che vogliamo riprendere in questa lettera a tutti voi. Oggi, lentamente, ma con sempre maggiore forza, spinti da condizioni di vita e di lavoro sempre più intollerabili, minoranze di proletari escono allo scoperto con l’intento di capire in che mondo vivono, quali sono le prospettive, chi sono i naturali alleati in una eventuale lotta da assumere, chi sono i nemici da affrontare in questa lotta. In altri termini la stessa discussione che si è sviluppata tra di voi nella giornata del 19 aprile. Dunque la prima cosa di cui dobbiamo prendere coscienza è che in quella sala noi non eravamo soli, ma eravamo virtualmente in compagnia di migliaia e migliaia di individui presenti in tutto il mondo che stanno facendo esattamente la stessa cosa. Ma ancora possiamo dire che queste migliaia di persone sono l’espressione di milioni di persone che vivono esattamente lo stesso sentimento di insofferenza e che trovano ancora qualche difficoltà per emergere dal torpore dell’ideologia borghese e dal controllo dei mass media. In altri termini dobbiamo vivere questi momenti come l’espressione di una classe che riprende consapevolezza del suo destino storico e che cerca di forgiare le sue armi autentiche, la sua unità e la sua coscienza, per affrontare la lotta storica del futuro. A tale riguardo noi vi invitiamo a dare uno sguardo a quello che succede al di fuori del nostro piccolo steccato e a prendere conoscenza non solo delle lotte ma anche di tutte le iniziative che si producono in altri paesi del mondo. In tal senso vi suggeriamo la lettura di alcuni articoli che abbiamo di recente pubblicato ma che non sono per il momento disponibili in lingua italiana. Cercheremo col tempo di fare delle traduzioni per rendere questi testi meglio fruibili.[1]
Abbiamo anche insistito, in occasione dell’incontro del 19 aprile, sul fatto che quella era una riunione vostra e che la funzione della CCI era solo di rendere possibile quella riunione e di lavorare alla sua migliore riuscita. Anche su questo pensiamo che dobbiamo esprimere una insistenza. Che significa che la CCI si dà da fare, mette in moto le sue risorse, le sue energie, per realizzare una riunione che definisce una riunione “non della CCI ma dei singoli partecipanti”? Non c’è qualcosa di strano in tutto questo? Effettivamente è alquanto inedito, nel periodo attuale, sentire cose di questo tipo e - se non fosse per la stima che i vari compagni hanno nella CCI - questa operazione risulterebbe, alla luce delle pratiche politiche a cui assistiamo oggi anche tra alcune organizzazioni di una certa sinistra, alquanto sospetta. In realtà invece questa iniziativa intende rispondere, da una parte, a quella richiesta di chiarezza politica che è stata evocata prima, dall’altra riprendere quella tradizione che è stata sempre presente nei partiti operai e che corrisponde al fatto di rendere disponibili le sedi di partito come punto di incontro per i proletari per discussioni o incontri di vario genere. Quindi il fatto che la riunione abbia avuto luogo per iniziativa della CCI risponde al fatto che, oggi come oggi, la classe è ancora intimidita, fa ancora fatica a cacciare la testa fuori dal sacco in cui l’hanno rinchiusa. Noi certamente torneremo a intraprendere tali iniziative, ma va da sé che, a mano a mano che il proletariato prenderà fiducia in sé stesso e comincerà a organizzare riunioni di sue iniziativa, queste riunioni promosse dalla CCI potranno perdere di significato fino a rendersi del tutto inutili.
Come è andata dunque questa riunione del 19 aprile? Diciamo senz’altro bene o anche benissimo, se si considera che è solo la prima esperienza di questo tipo in Italia. La riunione ha visto una fase preparatoria in cui una serie di compagni esterni alla CCI si sono implicati - assieme alla CCI - a preparare le presentazioni politiche, organizzare la scaletta della giornata, organizzare i team responsabili delle conclusioni, provvedere materialmente a preparare del cibo cucinato da consumare nella pausa pranzo della giornata. Su questi vari piani abbiamo potuto verificare la presenza di un autentico spirito militante da parte dei compagni nel senso che l’iniziativa è stata vissuta veramente come una iniziativa di tutti e il lavoro che ognuno ha svolto è stato dato a piene mani e con grande spirito di dedizione perché si avvertiva effettivamente l’importanza di quanto si stava compiendo. Naturalmente siamo anche molto soddisfatti della discussione, svolta a partire, lo ripetiamo, da presentazioni preparate da compagni non facenti parte della CCI e che, a quanto ne sappiamo, non hanno alcuna esperienza politica organizzata alle spalle. Ottime le presentazioni, ottima la discussione, che ha visto la partecipazione di tutti i partecipanti. Sulla discussione però si è notato un divario tra il primo tema e il secondo, dovuto forse in parte alla stanchezza che è subentrata ad un certo punto della giornata, ma forse, come è stato detto nelle conclusioni della CCI alla riunione, anche al fatto che il tema sulla classe operaia, per come era stato formulato nell’elenco proposto dalla CCI, poteva dare spunto ad una lettura in chiave esclusivamente sociologica e non politica. Per cui non crediamo che questa debolezza che ha avuto la discussione nella seconda parte sia da attribuire ai compagni presenti ma piuttosto ad una formulazione non felice di un tema che resta tuttavia importante.
Un elemento che noi della CCI abbiamo potuto apprezzare in questa riunione è il fatto che - grazie all’organizzazione dell’evento, che si è svolto in un posto gradevole, dove è stato possibile fare uno spuntino all’aperto nel giardino esterno con tutte le cose buone preparate dalle compagne, con delle pause durante le quali i compagni si sono potuti rilassare e chiacchierare tra di loro, concludendo il tutto con una passeggiata e una pizza per tutti - si è stabilita tra tutti un’atmosfera di cordialità e di fratellanza. Questo non è un aspetto minore nella misura in cui il proletariato, per realizzare la sua missione storica, dovrà sì realizzare la sua unità e la sua coscienza, ma questo lo potrà fare recuperando pienamente la sua identità di classe, ritrovando lo spirito di solidarietà e di fiducia reciproca che esisteva al suo interno nel XIX secolo e che è stato distrutto dallo stalinismo e dalla controrivoluzione.
Per finire: come continuare? Tanti compagni ci hanno chiesto subito di promuovere a breve un’altra riunione di questo tipo. Noi siamo orgogliosi naturalmente di come è stata recepita questa iniziativa e sicuramente promuoveremo una prossima riunione analoga a quella di aprile, anche se è preferibile aspettare ottobre prossimo per permettere una buona preparazione. Ma vogliamo pure dire che la stessa riunione del 19 aprile non è finita lì: occorre infatti che tutta la ricchezza della riunione sia pienamente sfruttata dai compagni. Come? Anzitutto ricordiamo che molti punti della discussione non sono stati del tutto sviluppati, alcune cose sono state accennate ma richiedono obiettivamente delle argomentazioni più sostanziose. Ricorderete che, durante la discussione, noi abbiamo stimolato tutti i compagni presenti a non fermarsi alle affermazioni o alle citazioni di Tizio o di Caio, ma a portare delle argomentazioni convincenti a sostegno delle diverse tesi sostenute. E’ chiaro che questo non è sempre facile sul momento, ma ciò non toglie che la discussione non possa continuare al di là di quella specifica giornata. Ad esempio ricorderete che si è sviluppata tutta una discussione sulla questione del microcredito e della banca di Yunus, discussione sulla quale c’era una difficoltà a convincersi fino in fondo per mancanza di elementi di conoscenza. E’ perciò che abbiamo chiesto al compagno che aveva portato avanti la critica al microcredito di produrre un piccolo testo da mettere a disposizione di tutti gli altri. Sulla base della discussione effettuata e di questo testo, altri compagni potranno sviluppare le loro riflessioni così che la discussione potrà continuare tramite scambio di mail. Un’altra questione su cui varrebbe la pena di tornare è quella delle coabitazioni, su cui ci sono stati degli interventi non sempre del tutto omogenei. A tal proposito sarebbe opportuno tornare sul tema a partire da una migliore definizione delle reciproche posizioni (…) A presto rivederci (…)
25 maggio 2008 Un abbraccio a tutti, i compagni della CCI.
[1] Vedi « Salut au "Comité Communiste de Réflexion" de Toulouse » e altri testi citati all’indirizzo http://fr.internationalism.org/icconline/2008/salut_au_comite_communiste_de_reflexion_a_toulouse.html
Ancora una volta il Caucaso è stato messo a ferro e fuoco. Nello stesso momento in cui Bush e Putin assaggiavano dei dolci a Pechino e assistevano praticamente fianco a fianco alla cerimonia di apertura dei Giochi olimpici, preteso simbolo di pace e di riconciliazione tra i popoli, il presidente georgiano Saakachvili da una parte - protetto dalla Casa bianca - e la borghesia russa dall’altra, inviavano i loro soldati per compiere un terribile massacro di popolazioni. Questa guerra ha dato luogo ad una nuova quasi-«epurazione etnica» da ognuno dei due lati di cui è impossibile valutare esattamente il numero di vittime (diverse migliaia di morti) di cui buona parte popolazione civile.
Una nuova dimostrazione della barbarie guerriera del capitalismo
Ognuno dei due campi accusa l’altro di essere il fautore della guerra o si giustifica di aver agito in quanto posto con le spalle al muro. E’ in risposta ad una serie di provocazioni della borghesia russa e delle sue frazioni separatiste in Ossezia che il presidente georgiano Saakachvili ha creduto di poter scatenare impunemente la brutale invasione della minuscola provincia di Ossezia del sud nella notte tra il 7 e l’8 agosto con le truppe georgiane appoggiate dall’aviazione ed ha ridotto in un batter d’occhio in cenere la città di Tskhinvali, “capitale” della provincia separatista filo-russa.
Intanto Mosca ha fatto entrare in scena delle milizie ai suoi ordini nell’altro focolare separatista della Georgia, l’Abhasia che hanno investito la valle di Kodori; le forze russe hanno direttamente replicato in modo così selvaggio e barbaro bombardando intensamente molte città georgiane (fra cui il porto di Poti sul Mar Nero, interamente distrutto e saccheggiato, come pure la sua base navale e soprattutto Gori, di cui la maggior parte degli abitanti ha dovuto fuggire sotto un bombardamento a tappeto).
In un lampo, i carri armati russi hanno occupato un terzo del territorio georgiano, minacciando anche la capitale, con i blindati che avanzavano pavoneggiandosi parecchi di loro a qualche decina di chilometri da Tbilisi, senza che - alcuni giorni dopo la tregua - abbiano anche solo accennato al minimo ritiro delle truppe. Da entrambi i lati, si riproducono le stesse scene di orrore e di macelli. La quasi totalità della popolazione di Tskhinvali e dei suoi dintorni (30.000 profughi) è stata costretta a fuggire dalla zona dei combattimenti. Secondo il portavoce dell’Alto commissariato ai profughi, nell’insieme del paese il numero di profughi, spaventati e privati di tutto (fra cui la maggioranza degli abitanti di Gori), arriva in una settimana 115.000 persone.
Il conflitto covava da tempo. L’Ossezia del sud come l’Abhasia, regioni infestate di contrabbandieri e di trafficanti di tutti i tipi, sono due minuscole repubbliche autoproclamate filo-russe, sulle quali la Russia esercita un controllo permanente. Esse sono diventate, da quasi da 20 anni, a partire dalla proclamazione di indipendenza della Georgia ed in modo crescente con le guerre successive, il teatro di pressioni come di conflitti incessanti e di macelli tra i due stati vicini. La strumentalizzazione di minoranze russe in Georgia per giustificare una politica imperialista aggressiva non è certamente una pratica politica che si può far risalire alla sola Germania dell’epoca nazista (come per l’episodio dei Sudeti in Cecoslovacchia), perché è stata la pratica di tutto il 20° secolo. Come dichiarava uno specialista nel numero di Le Monde del 10 agosto “L’Ossezia del sud non è né un paese, né un regime. E’ una società mista che s’è costituita tra i generali russi e dei banditi osseti per fare denaro sullo sfondo del conflitto con la Georgia”.
Il ricorso al nazionalismo più esasperato e all’avventurismo militare è, per la borghesia, sempre il mezzo favorito per tentare di regolare i problemi di politica interna. Mentre il presidente georgiano era stato trionfalmente eletto con il 95% dei voti all’indomani della “rivoluzione delle rose” dell’autunno 2003 diretta contro l’ex ministro “sovietico” Shevardnadze, è stato rieletto con difficoltà all’inizio del 2008, malgrado il sostegno attivo degli Stati Uniti, essendo fortemente screditato dalle sue frodi e dal suo regime autocratico. Questo partigiano incondizionato di Washington ereditava d’altronde uno Stato interamente sostenuto fin dalla sua creazione nel 1991 dagli Stati Uniti come testa di ponte “del nuovo ordine mondiale” da parte di Bush padre. Ciò l’ha probabilmente condotto a sovrastimare il sostegno che avrebbero potuto portargli le potenze occidentali nella sua impresa, a cominciare dagli Stati Uniti. Se la Russia de Putin, tendendo una trappola a Saakachvili in cui quest'ultimo è caduto, ha colto un’occasione formidabile per mostrare i muscoli e restaurare la sua autorità nel Caucaso (che costituisce una vera scheggia piantata nel tallone di ferro russo), questa è in risposta all’accerchiamento della Russia con le forze della NATO che si è prodotto dal 1991 in poi. Questo accerchiamento ha raggiunto un livello inaccettabile per la Russia con la recente richiesta della Georgia e dell’Ucraina, appoggiata dagli Stati Uniti, di raggiungere la NATO. Ugualmente e soprattutto la Russia non può tollerare il programma di installazione dello scudo anti-missili previsto in particolare in Polonia e nella Repubblica Ceca, programma che essa considera, non senza ragioni, diretto in realtà non contro l’Iran ma contro la Russia. La Russia ha approfittato del fatto che la Casa Bianca, le cui forze militari si trovano impantanate in Iraq ed in Afghanistan, ha le mani legate per lanciare una controffensiva militare nel Caucaso, qualche tempo dopo aver ristabilito a gran pena la sua autorità nelle guerre atrocemente sanguinose in Cecenia
Ma la responsabilità di questa guerra e di queste carneficine non si limita ai suoi protagonisti più diretti. Tutte le potenze imperialiste che oggi ipocritamente fingono di piangere sulla sorte della Georgia hanno tutte le mani inzuppate nel sangue per le peggiori atrocità, sia che si tratti degli Stati Uniti riguardo all’Iraq nelle due guerre del Golfo, o della Francia per il genocidio in Ruanda nel 1994 o ancora della Germania che ha avuto un ruolo determinante nello scoppio della terribile guerra dei Balcani del 1992.
Ovviamente, la fine della guerra fredda e della politica dei blocchi non ha visto da nessuna parte “l’era di pace e di stabilità” nel mondo, dall’Africa al Medio Oriente, passando per i Balcani e adesso per il Caucaso. Lo smantellamento dell’ex-impero del blocco staliniano non ha portato che allo scatenarsi di nuovi appetiti imperialisti ed ad un caos guerriero crescente.
La Georgia ha costituito, d’altra parte, una sfida strategica importante che ha spinto molte potenze a corteggiarla in modo interessato nel corso di questi ultimi anni. In precedenza semplice corridoio di transito del petrolio russo dal Volga e dagli Urali sotto l’era staliniana, il Mar Nero è diventato dopo il 1989 la via reale di sfruttamento delle ricchezze del Mar Caspio. Nel bel mezzo di questa zona, la Georgia è così diventata un centro principale per il petrolio ed il gas del Mar Caspio dell’Azerbaigian, del Kazakistan e del Turkmenistan e, dal 2005, i 1800 km dell’oleodotto BTC costruiti sotto il patronato diretto degli americani collega il porto azero di Baku al terminal turco di Ceyhan passando per Tbilisi, mettendo così fuori gioco la Russia dai processi di incanalamento del petrolio del Caspio. Per Mosca, c'è la minaccia imminente di vedere l’Asia centrale, che concentra il 5% delle riserve mondiali di petrolio e di gas, porsi in alternativa alla sovranità della Russia a proposito dell’approvvigionamento di gas per l’Europa. Tanto più che l’Unione Europea sogna a sua volta di realizzare un progetto di gasdotto di 330 chilometri battezzato Nabucco, parallelo al tracciato dell’oleodotto BTC, che colleghi direttamente i campi di gas dell’Iran e dell’Azerbaigian all’Europa attraverso la Turchia, mentre la Russia, il cui nuovo presidente Medvedev è un vecchio proprietario della Gazprom, architetta in risposta un progetto titanico concorrente che attraverserebbe il Mar Nero per raggiungere l’Europa, il cui costo è stimato in 20 miliardi di dollari.
Verso una nuova guerra fredda?
Le due ex-teste di blocco, la Russia e gli Stati Uniti, si ritrovano così di nuovo pericolosamente faccia a faccia, ma in un quadro di relazioni interimperialiste completamente diverso dal periodo della guerra fredda quando la disciplina di blocco non falliva. All’epoca, ci avevano a lungo fatto credere che il conflitto tra i due blocchi rivali fosse anzitutto l’espressione di una lotta ideologica: la lotta delle forze della libertà e della democrazia contro il totalitarismo, assimilato al comunismo. Oggi, si vede bene come quelli che ci avevano promesso “una nuova era di pace e di stabilità” ci hanno ingannato, e che lo scontro che esiste oggi tra le varie potenze esprime solo una concorrenza bestiale e mortale per dei sordidi e meschini interessi imperialisti che sorgono senza più mascheramenti.
Oggi, le relazioni tra nazioni sono dominate dal ciascuno per sé. In effetti, “la tregua” non fa che ratificare il trionfo dei padroni del Cremlino e la superiorità della Russia sul terreno militare in Georgia, comportando una quasi capitolazione che umilia la Georgia (la cui integrità territoriale non è più garantita) alle condizioni dettate da Mosca. Così, questa parodia delle “forze di pace” installate in Ossezia del sud ed in Abhasia esclusivamente riservate allo stesso esercito russo, equivale ad un riconoscimento ufficiale dell’installazione permanente di reali truppe di occupazione russa in pieno territorio georgiano. La Russia ha d’altronde profittato del suo vantaggio militare per reinstallarsi in Georgia con le sue truppe dispiegate su quasi tutto il territorio georgiano, a scapito della “Comunità internazionale”.
E’ dunque un nuovo clamoroso insuccesso che subisce “il padrino” della Georgia, la borghesia americana. Mentre la Georgia ha pagato un tributo pesante (un contingente forte di 2000 uomini inviati in Iraq ed in Afganistan) per la sua fedeltà agli Stati Uniti, in cambio lo zio Sam non ha saputo servire altro al suo alleato che un sostegno morale e prodigare inutili condanne verbali alla Russia senza potere levare neanche un dito per difenderla. L’aspetto più significativo di questo indebolimento è che la Casa Bianca non ha alcun altro piano da proporre in alternativa a questo accordo bislacco “di tregua” costruito in maniera raffazzonata e che è costretta ad avallare “il piano europeo”, e peggio ancora un piano le cui condizioni sono dettate dagli stessi Russi. Più umiliante ancora è il fatto che la sua rappresentante, Condoleeza Rice, si è dovuta spostare per forzare il presidente georgiano a firmarlo. Tutto ciò la dice lunga sull’impotenza americana e sul declino della prima potenza mondiale. Questa nuova tappa del suo indebolimento non può che contribuire a discreditarla ulteriormente agli occhi del mondo e preoccupare gli stati che sono costretti a far conto sul suo appoggio, come la Polonia o l’Ucraina.
Se gli Stati Uniti mostrano la loro impotenza, l’Europa illustra in occasione di questo conflitto il livello raggiunto dal ciascuno per sé. Così, di fronte alla paralisi americana, è la “diplomazia europea” che è entrata in azione. Ma è significativo che sia il presidente francese Sarkozy ad esserne il portavoce come presidente in carica dell’Unione europea, laddove questi non rappresenta spesso che sé stesso nelle sue prestazioni esasperanti, privo di ogni coerenza e campione della navigazione a vista sulla scena internazionale. Ancora una volta Sarkozy si è affrettato a ficcare il suo naso nel conflitto soprattutto per vanagloria. Ma il famoso “piano di pace francese” (egli non ha potuto mantenere a lungo l’illusione di farlo passare per un grande successo diplomatico nazionale o europeo) non è che un ridicolo simulacro che maschera male il fatto che le sue condizioni sono puramente e semplicemente imposte dai Russi.
Quanto all’Europa, come potrebbe trarre profitto dal momento che vi si ritrovano posizioni ed interessi diametralmente opposti. Come potrebbe avere un minimo di unità nelle sue file con la Polonia e gli stati baltici - difensori entusiasti della Georgia per condizionamento viscerale anti-russo da un lato - e la Germania dall’altro che, per opporsi alla volontà di dominio americano nella regione, è stata fra gli oppositori più risolti all’integrazione della Georgia e dell’Ucraina nella NATO? Se recentemente Angela Merkel ha fatto uno spettacolare voltafaccia andando a garantire al presidente georgiano il proprio sostegno a questa candidatura, è perché vi è stata costretta dall’impopolarità crescente della Russia che si comporta con tracotanza in tutta la Georgia come se fosse un territorio conquistato, ormai in balia della riprovazione generale “della Comunità internazionale”. In qualche modo l’Europa fa pensare ad un canestro di granchi, con la Francia che cerca di fare cavaliere solo e che, cercando di salvare capra e cavolo, ha appena reso un grande servizio a Putin e la Gran Bretagna, che ha preso subito la difesa della Georgia per meglio opporsi al suo grande rivale, la Germania.
Quanto al vantaggio tirato dalla Russia stessa, questo risulta molto limitato. Certamente, questa rafforza a breve termine la sua posizione imperialista non solo nel Caucaso e si fa temere di nuovo sulla scena mondiale. La flotta russa si è resa padrona dei mari e minaccia di colare a picco tutte le imbarcazioni che se la dovessero prendere con lei nella regione. Benché la Russia sia riuscita a serrare le sue posizioni nel Caucaso, questa vittoria militare è insufficiente a dissuadere gli USA a portare avanti il suo progetto di scudo anti-missili sul suolo europeo: al contrario, essa spinge la Casa Bianca ad accelerarne lo sviluppo, come provato dall’accordo con la Polonia per una loro installazione sul suolo polacco. D’altronde, come rappresaglia, il vice capo di stato maggiore russo ha minacciato la Polonia designandola come obiettivo prioritario del suo arsenale nucleare.
Di fatto, l’imperialismo russo non è tanto interessato all’indipendenza o all’annessione dell’Ossezia del sud e dell’Abhasia, quanto a ritrovarsi in posizione di forza per tirare i fili dei negoziati che si dovranno condurre sull’avvenire della Georgia. Ma al fondo, la sua aggressività bellicosa e l’enormità dei mezzi militari messi in campo in Georgia risvegliano i vecchi timori che essa ispirava ai suoi rivali imperialisti e si ritrova diplomaticamente più isolata che mai per rompere il suo accerchiamento.
Ormai nessuna potenza può pretendere di essere padrona o di controllare la situazione e le oscillazioni o le inversioni di alleanze alle quali assistiamo e che traducono bene una destabilizzazione pericolosa delle relazioni imperialiste.
Non vi è possibilità di pace nel capitalismo
Viceversa, quello su cui non c’è alcun dubbio è che tutte le potenze, grandi o piccole, mostrano lo stesso interesse e la stessa sollecitudine per svolgere un ruolo ed occupare un posto sul terreno diplomatico in una regione del mondo che concentra interessi geostrategici di grande importanza. Ciò sottolinea la responsabilità di tutte le potenze, grandi o piccole che siano, in questa situazione. Con il petrolio ed il gas del Caspio o dei paesi dell’Asia centrale spesso di lingua turca, sono impegnati gli interessi vitali della Turchia e dell’Iran in questa regione del mondo, ma in realtà è il mondo intero ad essere coinvolto nel conflitto. Ci si può tanto più facilmente servire di uomini come carne da cannone nel Caucaso visto che questa regione è un mosaico di grovigli multietnici: per esempio, gli Osseti sono di origine iraniana … Con tale frazionamento non è difficile per questa o quella potenza interessata attizzare il fuoco guerriero del nazionalismo. Anche il passato di dominio della Russia pesa fortemente e prefigura altre tensioni imperialiste più gravi e più ampie ancora per il futuro: vedi ad esempio l’inquietudine e la mobilitazione degli stati baltici e soprattutto dell’Ucraina, potenza militare con il suo arsenale nucleare di tutt’altra importanza che quello della Georgia.
Questa guerra aumenta il rischio di infiammare e destabilizzare paesi interi - e non solo a livello regionale - perché avrà in avvenire conseguenze inevitabili a livello mondiale sull’equilibrio delle forze imperialiste. “Il piano di pace” è pura finzione, è della polvere negli occhi che concentra in realtà tutti gli ingredienti di una nuova pericolosa scalata guerriera per in futuro, minacciando così di aprire una catena continua di focolai di guerra dal Caucaso al Medio Oriente.
Si assiste ad un accumulo di rischi esplosivi in molte zone molto popolate del pianeta: il Caucaso, il Kurdistan, il Pakistan, il Medio Oriente, ecc. E non basta: le potenze imperialiste dimostrano ancora una volta la loro incapacità a regolare i problemi ed attizzano al contrario i focolai di guerra, ma ogni nuovo conflitto aperto esprime una dimensione superiore a livello di sfide e di scontri. Ciò viene a dimostrare ancora una volta che il capitalismo non ha più nulla da offrire oltre allo scatenarsi della barbarie guerriera e delle carneficine di cui frazioni sempre più ampie di popolazione sono ostaggio e fanno le spese. Il balletto degli sciacalli sulla Georgia non è che un anello nella catena del sanguinoso e mostruoso sabba guerriero che il capitalismo non cessa di ballare nel mondo.
W. (17 agosto 2008)
In realtà c'è stato un cambiamento di periodo storico dal Maggio ‘68 dove lo sciopero di massa di più di 9 milioni di operai ha espresso la fine del lungo periodo di controrivoluzione subito dal proletariato dopo lo schiacciamento dell'ondata rivoluzionaria del 1917-23. Gli avvenimenti del Maggio ‘68 hanno aperto una nuova prospettiva di sviluppo internazionale della lotta di classe.
Su questo tema invitiamo i compagni a partecipare ad una RIUNIONE PUBBLICA che si terrà:
▪ a Milano sabato 17 maggio, ore 16.00, presso la libreria Calusca, via Conchetta 18
▪ a Napoli sabato 31 maggio, ore 17 presso la libreria Jamm, via San Giovanni Maggiore Pignatelli 35Beppe Grillo è soddisfatto! “Il V2-day è stato un successo perché quasi 500 piazze in Italia e all’estero hanno partecipato, perché sono state raccolte 1.300.000 firme in un giorno, perché 120.000 persone hanno ascoltato per sei ore in piedi sotto un caldo estivo economisti, ambientalisti, operai metalmeccanici e anche Beppe Grillo” (da La Settimana sul blog di B. Grillo). Effettivamente può ben essere soddisfatto! E’ riuscito ancora una volta a fungere da valvola di sfogo alla rabbia e alla sfiducia di migliaia e migliaia di lavoratori e di giovani verso una classe politica il cui marciume e la cui incapacità a dare un minimo di stabilità sociale ed economica alla stragrande maggioranza della popolazione diventa sempre più evidente.
Anzi, ha fatto molto di più. E’ riuscito, temporaneamente, da una parte ad incanalare questa rabbia sui binari della legalità borghese, dall’altra a convertirla in rinnovata fiducia verso la classe dirigente e le sue istituzioni. Qual è infatti la “grande battaglia” che Grillo porta avanti con i tre referendum sull’informazione? “Libera informazione in libero Stato” perché, come ci spiega Grillo a proposito delle emittenti televisive, “le frequenze radiotelevisive sono in concessione, significa che sono di proprietà dello Stato, che può decidere, liberamente, a chi assegnarle. Le frequenze sono quindi dei cittadini, di nostra proprietà”. Per cui, come ci spiega anche Travaglio sullo stesso blog, noi “cittadini” dovremmo essere solidali e batterci a fianco di un Di Stefano, proprietario dell’emittente Europa7 che, poverino, “continua a rimanere al palo con la sua televisione, per la quale ha investito una marea di soldi per creare un centro di produzione di 22.000 metri sulla Tiburtina, otto studi di registrazione, gli uffici, le tecnologie, la library con tremila ore di programmi”, perché non ha ottenuto la concessione, mentre Rete4 di Berlusconi trasmette senza aver avuto la concessione. Quale ingiustizia!
Dovremmo batterci per abolire l’albo dei giornalisti in modo da “essere tutti giornalisti” e avere così la possibilità di dire ognuno la sua. Questa è democrazia!
E come dovremmo fare questa battaglia? Mettendo nelle mani della Corte di Cassazione le nostre firme confidando nella giustizia e nel rigore delle leggi dello Stato.
Qualcuno potrebbe obbiettare: “ma voi sottovalutate l’importanza dell’informazione nella presa di coscienza del marciume di questa società e della necessità di reagire a questo”.
Niente affatto! Ci chiediamo solo come mai, mentre sul blog di Grillo, su quello di Travaglio e su quello della “compagna” Franca Rame si spendono ogni giorno milioni di parole sulle malefatte di questo o quel politico, sulle loro magagne e gli affari loschi, sulla “giustizia” che non funziona, mentre si fa tanto clamore sul fatto che Berlusconi vuole abolire le intercettazioni telefoniche, non si spende mezza parola sulle lotte dei lavoratori che in Germania, in Inghilterra, in Francia, in Egitto, in Turchia, in Cina stanno effettivamente reagendo contro le insostenibili condizioni economiche in cui questo sistema ci costringe a vivere?
D’altro canto, mai come in questo momento ci sono state tante trasmissioni di denuncia del malcostume politico, delle menzogne o delle verità occultate sulla gestione criminale da parte delle istituzioni pubbliche pagate a caro prezzo dalla popolazione sia in termini economici che di salute. Da Report ad Ambiente Italia, da Annozero a Matrix e persino da una trasmissione come Le Iene, senza contare i libri e la stampa “alternativa”, siamo quotidianamente bombardati dalle “denunce”. Tutto questo, contrariamente alle aspettative, va benissimo alla classe dominante perché il messaggio che ne viene fuori è: risolvere i problemi si può individuando i responsabili, e per fare questo occorre stringersi intorno al nostro Stato, perché lo Stato siamo noi cittadini; per cui difendiamo la vera democrazia contro gli egoismi ed il malaffare di una classe politica di corrotti. E la democrazia serve proprio a questo: tutti possono dire tutto, tranne che mettere in discussione il sistema, il suo Stato con la sua Costituzione e le sue leggi.
Travaglio, nel suo intervento critico sul discorso di Napolitano per il 25 aprile, ha detto che in questo discorso: “… è tutto sconvolto, non solo il vocabolario delle nostre istituzioni. È sconvolta la logica, è sconvolto l’ordine pubblico, è sconvolta la Costituzione. Di fatto vengono sospese le garanzie costituzionali, vengono vietate le manifestazioni come simboli di complicità con la monnezza e viene espropriata la magistratura del suo diritto-dovere di perseguire i reati e presto non avremo più nemmeno il controllo delle intercettazioni” (riportato sul blog di Grillo). Dov’è la menzogna? Nel far credere che in questo momento la borghesia stia sconvolgendo la sua stessa logica, che sia in atto una “virata fascista”. La logica borghese è invece ben salda: le “garanzie costituzionali” di cui parla Travaglio sono appunto lo strumento che giustifica l’uso della polizia quando le proteste, come a Chiaiano, diventano “eccessive”, mandando all’ospedale e in galera chi manifesta, in nome della salvaguardia dell’ordine pubblico e degli interessi dei “cittadini”[1]. Cosa ci chiede Travaglio? Di identificarci con queste “garanzie costituzionali” e di farci difensori del “diritto-dovere di perseguire i reati” della magistratura, in altri termini di farci difensori di quest’altro strumento di repressione dello Stato che condanna, mette in galera e perseguita anche chi cerca di difendersi dagli attacchi sul posto di lavoro, come gli operai della Fiat di Pomigliano recentemente.
Come abbiamo già detto nel nostro articolo sul V-day dello scorso ottobre[2], anche il V-day del 25 aprile e questo “movimento” che vi ruota intorno non è che: “Un appello rivolto soprattutto alla nuova generazione che invece di sviluppare una comprensione della barbarie di questa società e trovare la via per combatterla, è chiamata a soccorrerla partecipando alla sua gestione, spacciando la partecipazione per libertà. E’ chiamata a difendere la democrazia, cioè l’arma di mistificazione più potente che ha in mano la borghesia, …, quando l’unica possibilità per cambiare veramente le cose è la lotta autonoma e gestita in prima persona dai proletari di oggi e di domani.”
Eva, 11 giugno 2008
[1] Ricordiamoci del G8 del 2001 a Genova quando mentre si lasciavano indisturbati i Black block a spaccare vetrine e bruciare auto, si pestavano a sangue giovani inermi e un giovane venne ucciso, o quando nel marzo dello stesso anno a Napoli la manifestazione contro il Global Forum fu strategicamente ingabbiata dalla polizia in piazza Municipio per poter pestare con calci e pugni chi capitava, senza neanche avere la scusa delle “provocazioni esterne”, e qui c’era anche allora una giunta di “sinistra”.
[2] Dove porta il movimento del “Vaffa Day” di Beppe Grillo?Di fronte all'angoscia dell'avvenire, alla paura della disoccupazione, allo stillicidio dell'austerità e della precarietà, la borghesia utilizza le elezioni allo scopo di impedire la riflessione degli operai, sfruttando le fortissime illusioni che ancora esistono nel proletariato.
Il rifiuto di partecipare al circo elettorale non si impone in maniera evidente al proletariato per il fatto che questa mistificazione è strettamente legata a ciò che costituisce il cuore dell'ideologia della classe dominante, la democrazia. Tutta la vita sociale nel capitalismo viene organizzata dalla borghesia attorno al mito dello Stato "democratico". Questo mito è fondato sull'idea menzognera secondo la quale tutti i cittadini sono "uguali" e "liberi" di "scegliere", attraverso il voto, i loro rappresentanti politici e il parlamento viene presentato come il riflesso della "volontà popolare". Questa frode ideologica è difficile da evitare per la classe operaia per il fatto che la mistificazione elettorale si appoggia in parte su alcune verità. La borghesia utilizza, falsificandola, la storia del movimento operaio ricordando le lotte eroiche del proletariato per conquistare il diritto di voto. Di fronte alle grossolane menzogne propagandiste, è necessario tornare alle vere posizioni difese dal movimento operaio e dalle sue organizzazioni rivoluzionarie. E mostreremo come queste posizioni non siano una verità astratta, ma la risposta data in funzione dei diversi periodi di evoluzione del capitalismo e dei bisogni della lotta rivoluzionaria del proletariato.
Il 19° secolo è il periodo di pieno sviluppo del capitalismo durante il quale la borghesia utilizza il suffragio universale e il Parlamento per lottare contro la nobiltà e le sue frazioni retrograde. Come lo sottolinea Rosa Luxemburg nel 1904 nel suo testo Socialdemocrazia e parlamentarismo: "Il parlamentarismo, lungi dall'essere un prodotto assoluto dello sviluppo democratico, del progresso dell'umanità e di altre belle cose di questo genere, è al contrario una forma storica determinata della dominazione di classe della borghesia e un'espressione della sua lotta contro il feudalesimo. Il parlamentarismo borghese è una forma vivente solo fino a quando dura il conflitto tra la borghesia e il feudalesimo". Con lo sviluppo del modo di produzione capitalista, la borghesia abolisce la servitù ed estende il salariato per i bisogni della sua economia. Il Parlamento diventa l'arena in cui i diversi partiti borghesi si scontrano per decidere sulla composizione e sugli orientamenti del governo in carica. Il Parlamento diviene così il centro della vita politica borghese ma, in questo sistema democratico parlamentare, solo i notabili sono elettori. I proletari non hanno diritto di parola, né il diritto di organizzarsi.
Sotto l'impulso della I e poi della II Internazionale, gli operai ingaggiano delle lotte sociali molto importanti, spesso a prezzo della loro vita, per ottenere dei miglioramenti delle loro condizioni di vita (riduzione del tempo di lavoro da 14 a 10 ore, divieto di lavoro per i bambini e di lavori pesanti per le donne...). Nella misura in cui il capitalismo era allora un sistema in piena espansione, il suo rovesciamento tramite la rivoluzione proletaria non era ancora all'ordine del giorno. E' il motivo per cui la lotta rivendicativa sul terreno economico con l'ausilio dei sindacati e la lotta dei suoi partiti politici sul terreno parlamentare permettevano al proletariato di strappare delle riforme a suo vantaggio. "Una tale partecipazione gli permetteva sia di fare pressione a favore di queste riforme, di utilizzare le campagne elettorali come mezzo di propaganda e di agitazione sul programma proletario sia di impiegare il Parlamento come tribuna per denunciare le ignominie della politica borghese. E' per questo che la lotta per il suffragio universale ha costituito, per tutto il 19° secolo, in un gran numero di paesi, una delle occasioni più importanti di mobilitazione del proletariato".(1) Sono queste le posizioni che Marx ed Engels difenderanno lungo tutto questo periodo di ascesa del capitalismo per spiegare il loro appoggio alla partecipazione del proletariato alle elezioni.
All'alba del XX secolo il capitalismo ha ormai conquistato il mondo. Una volta arrivati ai limiti della sua espansione geografica, esso incontra il limite oggettivo dei mercati: gli sbocchi alla sua produzione diventano sempre più insufficienti. I rapporti di produzione capitalisti si trasformano da quel momento in ostacoli allo sviluppo delle forze produttive. Il capitalismo, nel suo insieme, entra in un periodo di crisi e di guerre di dimensioni mondiali.
Un tale rovesciamento va a produrre una modificazione profonda del modo di esistenza politica della borghesia, del funzionamento del suo apparato statale e, a maggior ragione, delle condizioni e dei mezzi della lotta del proletariato. Il ruolo dello Stato diviene preponderante perché questo è il solo capace di assumere "l'ordine", il mantenimento della coesione di una società capitalista dilaniata dalle sue contraddizioni. I partiti borghesi diventano, in maniera sempre più evidente, degli strumenti dello Stato incaricati di fare accettare la politica di questo. Il potere politico tende allora a spostarsi dal legislativo all'esecutivo e il Parlamento borghese diventa un guscio vuoto che non possiede più alcun ruolo decisionale. E' questa realtà che nel 1920, in occasione del suo II Congresso, l'Internazionale comunista caratterizza chiaramente: "L'atteggiamento della III Internazionale verso il parlamentarismo non è determinato da una nuova dottrina, ma dalla modificazione del ruolo del Parlamento stesso. Nell'epoca precedente, il Parlamento, in quanto strumento del capitalismo in via di sviluppo ha, in un certo senso, lavorato al progresso storico. Ma nelle condizioni attuali, nell'epoca dello scatenamento imperialista, il Parlamento è diventato uno strumento di menzogna, di frode, di violenza, e un esasperante mulino di parole... Nell'ora attuale, il Parlamento non può essere in nessun caso, per i comunisti, il terreno di una lotta per delle riforme e per il miglioramento della sorte della classe operaia, come fu il caso nel passato. Il centro di gravità della vita politica si è spostata al di fuori del Parlamento, e in maniera definitiva".
Ormai, è fuori questione che la borghesia possa accordare delle riforme reali e durevoli delle condizioni di vita della classe operaia. E' invece l'inverso che succede: sempre più sacrifici, miseria e sfruttamento. I rivoluzionari sono allora unanimi nel riconoscere che il capitalismo ha raggiunto dei limiti storici e che è entrato nel suo periodo di declino, come viene testimoniato dallo scoppio della Prima Guerra mondiale. L'alternativa era ormai: socialismo o barbarie. L'era delle riforme era definitivamente chiusa e gli operai non avevano più nulla da conquistare sul terreno delle elezioni.
Tuttavia un dibattito centrale si sviluppa nel corso degli anni ‘20 all'interno dell'Internazionale comunista sulla possibilità, difesa da Lenin e dal partito bolscevico, di utilizzare la "tattica" del "parlamentarismo rivoluzionario". Di fronte alle innumerevoli questioni suscitate dall'entrata del capitalismo nel suo periodo di decadenza, il peso del passato continuava a pesare sulla classe operaia e le sue organizzazioni. La guerra imperialista, la rivoluzione proletaria in Russia, e poi il riflusso dell'ondata di lotte proletarie a livello mondiale degli anni '20 hanno condotto Lenin e i suoi compagni a pensare che il Parlamento si potesse distruggere dall'interno o che si potesse utilizzare la tribuna parlamentare in maniera rivoluzionaria. Di fatto questa tattica "sbagliata" condurrà la III Internazionale sempre più verso compromessi con l'ideologia della classe dominante. D'altra parte, l'isolamento della rivoluzione russa, l'impossibilità della sua estensione verso il resto dell'Europa con lo schiacciamento della rivoluzione in Germania, spingono i bolscevichi e l'Internazionale, e poi i vari partiti comunisti, verso un opportunismo sfrenato. E' questo opportunismo che portava a rimettere in questione le posizioni rivoluzionarie del I e del II Congresso dell'Internazionale Comunista per andare verso la degenerazione nei Congressi successivi, fino al tradimento e all'avvento dello stalinismo che fu il ferro di lancia della controrivoluzione trionfante.
E' contro questo abbandono dei principi proletari che reagirono le frazioni più di sinistra nei partiti comunisti (2). A cominciare dalla Sinistra italiana con Bordiga alla sua testa che, già prima del 1918, preconizzava il rigetto dell'azione elettorale. Conosciuta all'inizio come "Frazione comunista astensionista", questa si è costituita formalmente dopo il Congresso di Bologna nell'ottobre del 1919 e, in una lettera inviata da Napoli a Mosca, questa affermava che un vero partito, che doveva aderire all'Internazionale comunista, non poteva costituirsi che su delle basi antiparlamentariste. Le sinistre tedesca e olandese svilupperanno a loro volta la critica del parlamentarismo. Anton Pannekoek denuncia chiaramente la possibilità di utilizzare il Parlamento da parte dei rivoluzionari, perché una tale tattica non poteva che condurli a fare dei compromessi, delle concessioni all'ideologia dominante. Questa tattica mirava soltanto a trasmettere un sembiante di vita a queste istituzioni moribonde, a incoraggiare la passività dei lavoratori mentre invece la rivoluzione ha bisogno della partecipazione attiva e cosciente dell'insieme del proletariato.
Negli anni '30 la Sinistra italiana, attraverso la sua rivista Bilan, mostrerà concretamente come le lotte dei proletari francesi e spagnoli erano state deviate su di un terreno elettorale. Bilan affermava a giusto titolo che fu la "tattica" dei fronti popolari nel 1936 a permettere di imbrigliare il proletariato come carne da cannone nella seconda carneficina imperialista mondiale. Alla fine di questo indicibile olocausto, è la Sinistra comunista di Francia (da cui deriva la CCI) che pubblicava la rivista Internationalisme a fare la denuncia più chiara della "tattica" del parlamentarismo rivoluzionario: "La politica del parlamentarismo rivoluzionario ha contribuito largamente a corrompere i partiti della III Internazionale e le frazioni parlamentari sono servite da fortezze per l'opportunismo (...). La verità è che il proletariato non può utilizzare per la sua lotta di emancipazione "i mezzi di lotta politica" propri della borghesia e destinati al suo asservimento. Il parlamentarismo rivoluzionario in quanto attività reale non è, nei fatti, mai esistito per la semplice ragione che l'azione rivoluzionaria del proletariato quando sorge, presuppone la mobilitazione di classe sul piano extra-capitalista e non una presa di posizione all'interno della società capitalista" (3). Ormai, la non partecipazione alle elezioni è una frontiera di classe tra organizzazioni proletarie e organizzazioni borghesi. In queste condizioni, dopo più di 80 anni, le elezioni vengono utilizzate, a livello mondiale, da tutti i governi, quale che sia il loro colore politico, per deviare il malcontento operaio su un terreno sterile e credibilizzare il mito della "democrazia". Non è d'altra parte un caso se oggi, contrariamente al 19° secolo, gli Stati "democratici" conducano una lotta accanita contro l'astensionismo e la disaffezione dai partiti, perché la partecipazione degli operai alle elezioni è essenziale alla perpetuazione dell'illusione democratica.
Contrariamente alla propaganda che vuole convincerci che sono le urne a decidere chi governa, bisogna riaffermare che le elezioni sono una pura farsa. Certo possono esserci delle divergenze tra le frazioni che compongono lo Stato borghese sul modo di difendere al meglio gli interessi del capitale nazionale ma, fondamentalmente, la borghesia organizza e controlla il carnevale elettorale perché il risultato sia conforme ai suoi bisogni di classe dominante. A tale scopo lo Stato capitalista organizza, manipola, usa tutti i mezzi di comunicazione che sono a sua disposizione. Dalla fine degli anni '20 ad oggi, quale che sia il risultato delle elezioni, che sia la destra o la sinistra ad uscire vittoriosa dalle urne, in fin dei conti è sempre la stessa politica anti operaia che viene portata avanti.
In questi ultimi mesi la borghesia, focalizzando l'attenzione sulle elezioni vuole convincere i proletari che da queste può dipende il loro avvenire e quello dei loro figli. Non solo li getta nella miseria, ma li umilia col giochino del circo elettorale. Oggi il proletariato non ha scelta. O si lascia trascinare sul terreno elettorale, sul terreno degli Stati borghesi che gestiscono il suo sfruttamento e la sua oppressione, terreno sul quale può solo ritrovarsi atomizzato e impotente a resistere agli attacchi del capitalismo in crisi. Oppure sviluppa le sue lotte collettive, in maniera solidale ed unita, per difendere le proprie condizioni di vita. Solo così potrà ritrovare la sua forza in quanto classe rivoluzionaria che sta nella sua unità e nella capacità di lottare al di fuori e contro le istituzioni borghesi (parlamento ed elezioni) in vista del rovesciamento del capitalismo. D'altra parte, di fronte all'intensificazione degli attacchi e nonostante il battage elettorale che si ripropone periodicamente in ogni paese, il proletariato sta sviluppando a livello internazionale una riflessione profonda sul significato della disoccupazione di massa, degli attacchi a ripetizione, dello smantellamento del sistema pensionistico e di assistenza sociale. La politica anti operaia della borghesia e la risposta proletaria non possono che sfociare, ad un certo punto, in una presa di coscienza crescente, all'interno della classe operaia, del fallimento storico del capitalismo.
Il proletariato non deve partecipare alla costruzione delle proprie catene, ma deve spezzarle! Al rafforzamento dello Stato capitalista gli operai devono rispondere con la volontà della sua distruzione! L'alternativa che si pone oggi è la stessa di quella evidenziata dalle sinistre marxiste negli anni ‘20: elettoralismo e mistificazione della classe operaia o sviluppo della coscienza di classe ed estensione delle lotte verso la rivoluzione!
D.
1. Piattaforma della CCI.
2. La CCI è l'erede di questa Sinistra comunista e le nostre posizioni ne sono il prolungamento.
3. Leggere questo articolo di Internationalisme n°36 del luglio 1948, riprodotto nella nostra Rivista Internazionale n°36 (versioni in inglese, francese e spagnolo).
L'estensione dello sciopero
A Nantes, sono i giovani operai, della stessa età degli studenti, che lanciano il movimento; il loro ragionamento è semplice: "Se gli studenti, che non possono esercitare pressioni con lo sciopero, hanno avuto la forza di fare indietreggiare il governo, anche gli operai potranno farlo arretrare". Da parte loro, gli studenti della città vanno a portare la loro solidarietà agli operai, si mescolano ai loro picchetti di sciopero: fraternizzano. A questo punto, è chiaro che le campagne del PCF e della CGT che mettono in guardia contro i "gauchisti provocatori al soldo dei padroni e del ministero degli interni", che avrebbero infiltrato l'ambiente studentesco, hanno un impatto ben debole.
La sera del 14 maggio si contano in tutto 3.100 scioperanti.
Il 15 maggio il movimento guadagna la fabbrica Renault di Cléon; in Normandia altre due fabbriche della regione: sciopero totale, occupazione permanente, sequestro della Direzione, bandiere rosse ai cancelli. A fine giornata vi sono 11.000 scioperanti.
Il 16 maggio, le officine Renault entrano nel movimento: bandiere rosse a Flins, le Mans e a Billancourt. Quella sera, vi sono in tutto 75.000 scioperanti, ma l'entrata di Renault-Billancourt nella lotta è un segnale: "Quando Renault starnutisce, la Francia ha il raffreddore".
Il 17 maggio si contano 215.000 scioperanti: lo sciopero comincia ad interessare tutta la Francia, soprattutto la provincia. E' un movimento completamente spontaneo; i sindacati non fanno che seguire. Dappertutto troviamo giovani operai all'avanguardia. Si assistono numerose fraternizzazioni tra studenti e giovani operai: questi ultimi vanno nelle facoltà occupate ed invitano gli studenti a pranzare alla loro mensa.
Non ci sono rivendicazioni precise: si esprime soprattutto il malcontento accumulato; sul muro di un'officina in Normandia c'è scritto "Il tempo di vivere e più degnamente!”. Quel giorno, temendo di essere "scavalcati dalla base" ed anche dalla CFDT molto presente durante i primi giorni di sciopero, la CGT chiama all'astensione dello sciopero: essa "ha preso il tram in corsa" come si diceva all'epoca. Il suo comunicato non sarà conosciuto che il giorno dopo.
Il 18 maggio, a mezzogiorno sono un milione di lavoratori a scioperare, prima ancora che fossero rese pubbliche le consegne della CGT. In serata gli scioperanti saranno 2 milioni.
Essi saranno 4 milioni lunedì 20 maggio e 6 milioni e mezzo all'indomani.
Il 22 maggio, 8 milioni di lavoratori sono in sciopero illimitato. E' il più grande sciopero della storia del movimento operaio internazionale. E' molto più massiccio dei due precedenti: lo "sciopero generale" del maggio 1926 in Gran Bretagna (che durò una settimana) e gli scioperi di maggio-giugno 1936 in Francia.
Tutti i settori sono coinvolti: industria, energia, poste e telecomunicazioni, insegnanti, amministrazione pubblica (parecchi ministeri sono completamente paralizzati), i mezzi di informazione (la televisione nazionale è in sciopero, i lavoratori denunciano in particolar modo la censura che viene loro imposta), laboratori di ricerca, ecc. Anche le pompe funebri sono paralizzate (è una cattiva idea morire a Maggio 68). Si assisterà anche all'entrata nel movimento di sportivi professionisti: la bandiera rossa sventola sugli stabilimenti della Federazione francese di calcio. Gli artisti non sono da meno ed il Festival di Cannes è interrotto su istigazione dei registi.
In questo periodo le facoltà occupate (come anche altri edifici pubblici, per es. il teatro dell'Odeon di Parigi) diventano luoghi di discussioni politiche permanenti. Molti operai, principalmente i giovani, e non solo, partecipano a queste discussioni. Alcuni operai invitano coloro che difendono l'idea della rivoluzione a recarsi a difendere il loro punto di vista nella fabbrica occupata. E' così che, a Tolosa, il piccolo nucleo che fonderà in seguito la sezione della CCI in Francia è invitato ad esporre l'idea dei consigli operai nella fabbrica JOB occupata. E la cosa più significativa è che questo invito proviene dai militanti… della CGT e del PCF. Questi dovranno parlamentare per un'ora con dei funzionari della CGT della grande fabbrica Sud-Aviation venuti a "rafforzare" il picchetto di sciopero di JOB per ottenere l'autorizzazione a lasciare entrare dei "gauchisti" nella fabbrica. Per sei ore, operai e rivoluzionari, seduti su balle di cartone, discuteranno della rivoluzione, della storia del movimento operaio, dei soviet ed anche del tradimento… del PCF e della CGT…
Molte discussioni sorgono anche nelle strade e sui marciapiedi (in tutta la Francia c’è stato bel tempo a maggio del 68!). Esse sorgono spontaneamente, ognuno ha qualche cosa da dire ("Si parla e si ascolta" è uno slogan). Dappertutto regna un ambiente di festa, salvo nei "quartieri-bene" dove si accumulano paura e odio.
In tutta la Francia, nei quartieri, in alcune grandi imprese o intorno ad esse, sorgono "Comitati d'azione": si discute di come continuare la lotta, della prospettiva rivoluzionaria. In genere questi sono animati da gruppi gauchisti o anarchici ma essi raggruppano molta più gente degli stessi membri di queste organizzazioni. Anche all' ORTF, la radiotelevisione di Stato, si crea un Comitato d'azione animato principalmente da Michel Drucker ed al quale partecipa anche l'indescrivibile Thierry Rolland.
La reazione della borghesia
Davanti ad una tale situazione, la classe dominante vive un periodo di smarrimento che si esprime attraverso iniziative scombinate ed inefficaci.
Così, il 22 maggio, l'Assemblea nazionale, dominata dalla destra, discute (per alla fine rigettarla) una mozione di censura presentata dalla sinistra due settimane prima: le istituzioni ufficiali della Repubblica francese sembrano vivere in un altro mondo. Proprio in quel giorno il governo prende la decisione di vietare il ritorno di Cohn-Bendit che era andato in Germania. Questa decisione non fa che accrescere il malcontento: il 24 maggio assistiamo a molteplici manifestazioni, principalmente per denunciare l'interdizione di soggiorno di Cohn-Bendit : "Ce ne freghiamo delle frontiere!, "Siamo tutti ebrei tedeschi!" Malgrado il cordone sanitario della CGT contro gli "avventurieri" ed i "provocatori" (e cioè gli studenti "radicali") molti giovani operai si uniscono a tali manifestazioni.
La sera, il Presidente della Repubblica, il generale de Gaulle fa un discorso: propone un referendum perché i francesi si pronuncino sulla "partecipazione" (una sorta di associazione capitale-lavoro). Non si potrebbe essere più lontani dalla realtà. Questo discorso è un fiasco completo che rivela il disorientamento del governo ed in generale della borghesia (2).
Nella strada, i manifestanti ascoltano il discorso sulle radio portatili, la collera aumenta ancora: "Del suo discorso ce ne freghiamo!". Si vedono scontri e barricate tutta la notte a Parigi ed in parecchie città di provincia. Vengono rotte numerose vetrine, incendiate vetture, e ciò provoca un rivolgersi di una parte dell'opinione contro gli studenti considerati ormai dei "vandali". E' probabile, d'altronde, che tra i manifestanti ci siano infiltrati elementi delle milizie gaulliste o poliziotti in borghese per "attizzare il fuoco" e incutere paura alla popolazione. E' anche noto che numerosi studenti immaginano di "fare la rivoluzione" innalzando barricate o bruciando vetture, simboli della "società dei consumi". Ma questi atti esprimono soprattutto la collera dei manifestanti, studenti e giovani operai, davanti alle risposte ridicole e provocatorie date dalle autorità di fronte al più grande sciopero della storia. Dimostrazione di questa collera contro il sistema: il simbolo del capitalismo, la Borsa di Parigi, è incendiata.
Solo il giorno seguente la borghesia comincia a riprendere iniziative efficaci: sabato 25 maggio si aprono al ministero del Lavoro (via di Grenelle) dei negoziati tra sindacati, padronato e governo.
All'inizio, i padroni sono disposti a concedere molto più di ciò che i sindacati immaginano: risulta evidente che la borghesia ha paura. A presiedere è il primo ministro, Pompidou; la domenica mattina ha un incontro privato per circa un ora con Séguy, leader della CGT: i due principali responsabili del mantenimento dell'ordine sociale in Francia hanno bisogno di discutere senza testimoni di come ristabilire quest'ultimo (3).
Nella notte tra il 26 ed il 27 maggio vengono conclusi gli "accordi di Grenelle":
- aumenti dei salari per tutti del 7% il 1°giugno, più il 3% il 1°ottobre;
- aumento del salario minimo dell'ordine del 25%;
- riduzione del "ticket sanitario" dal 30% al 25% ;
- riconoscimento della sezione sindacale all'interno della fabbrica;
- più una serie di promesse vaghe di apertura di negoziati, in particolare sulla durata del lavoro (che in media è dell'ordine di 47 ore settimanali).
Vista l'importanza e la forza del movimento, questa è una vera provocazione:
- il 10 % sarà annullato dall'inflazione (consistente in quell'epoca);
- niente sulla compensazione salariale dell'inflazione;
- niente di concreto sulla riduzione del tempo di lavoro; ci si limita ad annunciare l'obbiettivo del "ritorno progressivo alle 40 ore" (già ottenute ufficialmente nel 1936!); al ritmo proposto dal governo, ci si sarebbe arrivati nel...2008!;
- i soli a guadagnare qualcosa di significativo sono gli operai pù poveri (si vuole dividere la classe operaia spingendola a riprendere il lavoro) ed i sindacati (che vengono retribuiti per il loro ruolo di sabotatori).
Il lunedi 27 maggio gli "accordi di Grenelle" sono rigettati in modo unanime dalle assemblee operaie.
Alla Renault Billancourt, i sindacati organizzano un grande "show" ampiamente ripreso dalla televisione e la radio: uscendo dai negoziati, Séguy dice ai giornalisti "La ripresa non potrà tardare" e lui è ben speranzoso che gli operai di Billancourt daranno l'esempio. Tuttavia, 10.000 di questi si riuniscono dopo l'alba e decidono di proseguire il movimento prima dell'arrivo dei dirigenti sindacali.
Benoît Frachon, dirigente "storico" della CGT (già presente ai negoziati del 1936) dichiara: "gli accordi di via Grenelle vanno ad apportare a milioni di lavoratori un benessere che essi non speravano"; silenzio di tomba!
André Jeanson, della CFDT, si felicita del voto iniziale in favore del proseguimento dello sciopero e parla di solidarietà degli operai con gli studenti ed i liceali in lotta: applausi fragorosi.
Séguy, infine, presenta un "resoconto obiettivo" di ciò che "è stato conquistato à Grenelle": fischi e schiamazzo generale per parecchi minuti. Séguy effettua allora una piroetta: "A giudicare da quello che ho capito, voi non vi lascerete fare"; applausi ma dalla folla si sente: "lui se ne frega di noi!".
La migliore prova del rigetto degli "accordi di Grenelle": il numero degli scioperanti aumenta ancora il 27 maggio fino a raggiungere i 9 milioni.
Questo stesso giorno si tiene allo stadio Charléty a Parigi una grande manifestazione indetta dal sindacato studentesco UNEF, dalla CFDT (che rincara la dose rispetto alla CGT) e da gruppi gauchisti. La tonalità dei discorsi è molto rivoluzionaria: si tratta in effetti di dare uno sbocco allo scontento in aumento verso la CGT ed il PCF. Affianco ai gauscisti, si nota la presenza di politici socialdemocratici come Mendès-France (vecchio capo di governo negli anni 50). Cohn-Bendit, con i capelli tinti in nero, fa un'apparizione (era già stato visto alla vigilia alla Sorbona).
Il 28 maggio è quello degli intrallazzi dei partiti di sinistra:
- in mattinata, François Mitterrand, presidente della Federazione della sinistra democratica e socialista (che raggruppa il Partito socialista, il Partito radicale e vari piccoli ragruppamenti di sinistra) tiene una conferenza stampa: considerando che c'è vuoto di potere, annuncia la sua candidatura alla presidenza della Repubblica. Di pomeriggio, Waldeck-Rochet, capo del PCF propone un governo "a partecipazione comunista": si tratta di evitare che i socialdemocratici sfruttino la situazione solo a loro vantaggio. Il giorno seguente, 29 maggio, una grande dimostrazione indetta dalla CGT chiede un "governo popolare". La destra immediatamente grida al "complotto comunista".
Questo stesso giorno, si nota la "scomparsa" del Generale de Gaulle. Alcuni spargono la voce che si sia ritirato, in realtà si è recato in Germania ad assicurarsi presso il generale Massu, che è a capo delle truppe francesi d'occupazione, della fedeltà degli eserciti.
Contemporaneamente si tiene a Parigi, sugli Champs-Elysées, un'enorme dimostrazione di sostegno a De Gaulle. Venuto dai quartieri bene, dalle periferie benestanti ed anche dalla "Francia profonda" grazie agli autocarri dell'esercito, il "popolo" della paura e dei soldi, i borghesi e le istituzioni religiose dei loro bambini, gli alti dirigenti d'azienda pieni della loro "superiorità", i piccoli negozianti timorosi della propria vetrina, i vecchi combattenti indignati per gli insulti alla bandiera tricolore, le "spie" in combutta con la malavita, ma anche veterani dell'Algeria francese e dell'OAS, i giovani membri del gruppo fascistizzante Occidente, i vecchi nostalgici di Vichy (che detestano ancora De Gaulle); tutto questo bel mondo viene a reclamare il suo odio verso la classe operaia ed il suo &quo