Rivista Internazionale - 2007

Annata 2007

Rivista Internazionale n° 29

dicembre 2007

Crisi finanziaria: dalla crisi di liquidità alla liquidazione del capitalismo!

L'estate 2007 ha confermato lo sprofondamento del capitalismo in catastrofi sempre più frequenti: l’inferno imperialistico illustrato dai costanti bagni di sangue di civili in Iraq; le devastazioni causate dal cambiamento climatico provocato dalla ricerca sfrenata del profitto; un nuovo tonfo nella crisi economica che promette un maggiore impoverimento della popolazione mondiale. All'inverso, la classe operaia, la sola forza capace di salvare la società umana, è sempre più scontenta del sistema capitalista in putrefazione. Ma è sulla crisi economica che rivolgeremo la nostra attenzione in questo articolo, visto i drammatici avvenimenti iniziati nel settore immobiliare negli Stati Uniti e che hanno scosso la finanza internazionale ed il sistema economico del mondo intero.

La bolla esplode

La crisi è stata scatenata dalla caduta dei prezzi immobiliari in America alla pari con un rallentamento dell'attività nell'industria dell'edilizia e dall'incapacità di numerosi debitori di rimborsare, a causa del rialzo dei tassi di interesse, i crediti, diventati ora famosi con il nome di subprime o prestiti a rischi. Da questo epicentro, le onde d'urto si sono estese a tutto il sistema finanziario mondiale. In agosto, fondi d’investimento ed intere banche commerciali i cui interessi comprendevano miliardi di dollari di questi prestiti a rischi, sono crollate o hanno dovuto essere soccorse. Anche gli hedge funds della banca americana Bear Sterns, sono crollati costando un miliardo di dollari agli investitori. La banca tedesca ADF è stata salvata in extremis, mentre la banca francese BNP Paribas è stata brutalmente scossa. Le azioni degli organismi di prestiti immobiliari e di altre banche si sono seriamente abbassate, implicando una caduta vertiginosa di tutte le principali piazze borsiste del pianeta, annientando miliardi di dollari di "lavoro accumulato". Per frenare la perdita di fiducia e la reticenza delle banche ad accordare prestiti, le banche centrali - la Federal Reserve americana (la FED) e la Banca Europea - sono intervenute per mettere a disposizione nuovi miliardi per prestiti meno cari. Certamente, questo denaro non era destinato alle centinaia di migliaia di persone che avevano perso il loro tetto nel fiasco dei subprimes, né alle decine di migliaia di operai gettati in stato di disoccupazione dalla crisi dell'edilizia, ma agli stessi mercati del credito. Così, gli istituti finanziari che hanno dilapidato quantità enormi di liquidità, sono stati ricompensati da nuovi apporti per continuare le loro scommesse. Tuttavia, tutto ciò non ha messo fine in nessun modo alla crisi. In Gran Bretagna, quest’ultima si trasformava in farsa.

A settembre, la Banca dell'Inghilterra ha criticato le altre banche centrali per aver appoggiato gli investitori pericolosi ed imprudenti che avevano scatenato la crisi, raccomandando una politica più severa che punisse i cattivi protagonisti ed impedisse la ricomparsa degli stessi problemi di speculazione. Ma all'indomani stesso, il presidente della Banca, Mervyn King, ha effettuato una virata di 180°. La banca ha dovuto soccorrere il quinto fornitore di prestiti immobiliari del Regno Unito, il Northern Rock. La "strategia di impresa" di quest’ultima era prendere in prestito sul mercato del credito poi di riprestare il denaro, ad un tasso di interesse superiore, alle persone che acquistavano alloggi. Quando i mercati del credito hanno cominciato a crollare, anche il Northern Rock è crollato.

Appena fu annunciato il soccorso alla banca, si sono viste formare enormi code davanti alle differenti agenzie: i risparmiatori volevano ritirare il loro denaro - in 3 giorni sono stati ritirati 2 miliardi di sterline. E’ stato il primo assalto di questo tipo su una banca inglese da 140 anni (1866). Per prevenire il rischio di contagio, il governo è dovuto intervenire di nuovo e ha dovuto dare il 100% di garanzia ai clienti del Northern Rock ed ai risparmiatori di altre banche minacciate[1]. Alla fine, "la vecchia signora di Threadneedle Street" - la Banca dell'Inghilterra - è stata obbligata, come tutte le altre banche centrali appena criticate da lei stessa, di iniettare enormi somme di denaro nello scalcinato sistema bancario. Risultato: la credibilità della stessa direzione del centro finanziario di Londra - che rappresenta oggi un quarto dell'economia britannica - era in rovina.

L’atto successivo del dramma, che nel momento in cui scriviamo continua, riguarda l'effetto della crisi finanziaria sull'economia in generale. Il primo abbassamento da cinque anni dei tassi di interesse da parte della FED, al fine di rendere il credito più disponibile, non ha dato, per ora, risultati. Non ha messo fine al crollo continuo del mercato immobiliare negli Stati Uniti e non ha neanche allontanato la stessa prospettiva per gli altri 40 paesi in cui si è sviluppata la stessa bolla speculativa. Ed ancora non ha impedito lo sviluppo delle restrizioni di credito ed i loro effetti inevitabili sull'investimento e le spese delle famiglie nel loro insieme. Al posto di ciò, ha prodotto una veloce caduta del dollaro che è al suo più basso livello rispetto alle altre monete da quando il presidente Nixon lo aveva svalutato nel 1971, ed un salita record dell'Euro e delle materie prime come il petrolio e l'oro.

Questi sono dei segni annunciatori di una caduta della crescita dell'economia mondiale, addirittura di una recessione aperta, ed al tempo stesso di uno sviluppo dell'inflazione nel prossimo futuro.

In una parola, il periodo di crescita economica degli ultimi sei anni, costruita sul credito ipotecario e sul consumo e sul gigantesco debito estero e di bilancio degli Stati Uniti, è arrivato al termine.

Questi sono i dati della situazione economica attuale. La domanda è: la recessione che si profila e che tutti pensano probabile si iscrive negli inevitabili alti e bassi di un'economia capitalista fondamentalmente sana, o è un sintomo di un processo di disintegrazione, di un guasto interno del capitalismo che sarà pertanto caratterizzato da convulsioni sempre più violente?

Per rispondere a questa domanda, è innanzitutto necessario esaminare l'idea secondo cui lo sviluppo della speculazione e della crisi del credito che ne consegue sarebbe, in un certo modo, un'aberrazione o ancora una eccezione rispetto ad un sano funzionamento del sistema che potrebbero dunque essere corretti dal controllo dello Stato o attraverso una migliore regolazione. In altri termini, la crisi attuale è dovuta ai finanzieri che prendono l'economia in ostaggio?

Il ruolo del credito nel capitalismo

Lo sviluppo del sistema bancario, della Borsa e di altri meccanismi di credito è parte integrante dello sviluppo del capitalismo dal diciottesimo secolo. Questi sono stati necessari per accumulare e centralizzare il capitale finanziario e permettere i livelli di investimento richiesti per una vasta espansione industriale che anche il singolo capitalista più ricco non avrebbe potuto immaginare. L'idea dell'imprenditore industriale che accumula il suo capitale economizzando e rischiando il proprio denaro è una pura finzione. La borghesia deve avere accesso alle somme di capitale che sono state concentrate già sui mercati del credito. Sulle piazze finanziarie, non sono le loro fortune personali che i rappresentanti della classe borghese mettono in gioco, ma la ricchezza sociale sotto forma monetaria.

Il credito, molto credito, ha dunque svolto un ruolo importante nell'enorme accelerazione della crescita delle forze produttive - rispetto alle epoche precedenti - e nella costituzione del mercato mondiale.

D’altro lato, viste le tendenze inerenti alla produzione capitalista, il credito ha costituito anche un potente fattore acceleratore della sovrapproduzione, della sopravvalutazione della capacità del mercato ad assorbire dei prodotti e ha dunque catalizzato le bolle speculative con le loro conseguenze sotto forma di crisi e di prosciugamento del credito. Nello stesso momento in cui facilitavano queste catastrofi sociali, la Borsa ed il sistema bancario hanno incoraggiato tutti i vizi come l'avidità e la doppiezza, caratteristiche di una classe sfruttatrice che vive del lavoro altrui; vizi che oggi vediamo prosperare sotto forma di reati e di pagamenti fittizi, di "premi" scandalosi equivalenti ad enormi fortune o di "paracaduti dorati", di frodi contabili o di furti puri e semplici, ecc.

La speculazione, i prestiti a rischio, le truffe, i tonfi in Borsa che ne conseguono e la scomparsa di enormi quantità di plusvalore sono dunque una caratteristica intrinseca dell'anarchia della produzione capitalista.

In ultima analisi, la speculazione è una conseguenza, non una causa delle crisi capitaliste. E se oggi sembra che l'attività speculativa della finanza domini l'insieme dell'economia, è perché da 40 anni, la sovrapproduzione capitalista è entrata in modo crescente in una crisi continua, dove i mercati mondiali sono saturi di prodotti e l'investimento nella produzione sempre meno lucrativo; l'inevitabile ricorso al capitale finanziario è scommettere in quella che è diventata una "economia da casinò".[2]

Un capitalismo senza eccessi finanziari non è dunque possibile; questi ultimi fanno intrinsecamente parte della tendenza del capitalismo a produrre come se il mercato non avesse limiti, da cui la stessa incapacità di un Alan Greenspan, l'ex presidente del FED, a sapere se "il mercato è sopravvalutato".

Il recente crollo del mercato immobiliare negli Stati Uniti ed in altri paesi è un'illustrazione del reale rapporto tra la sovrapproduzione e le pressioni del credito.

L'industria dell'immobiliare dimostra l'anacronismo della produzione capitalista

Le caratteristiche della crisi del mercato immobiliare ricordano le descrizioni delle crisi capitaliste nel Manifesto comunista di Karl Marx: "Un'epidemia che, in tutt’altra epoca, sarebbe potuto sembrare un'assurdità, si abbatte sulla società, - l'epidemia della sovrapproduzione... la società ha troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio".

Così, non è a causa di una penuria di alloggi che ci sono masse di persone senza tetto; paradossalmente, ce n’è sono troppi, una vera sovrabbondanza di case vuote. L'industria della costruzione ha lavorato senza pausa in quest’ultimi cinque anni. Ma allo stesso tempo, il potere di acquisto degli operai americani è diminuito perché il capitalismo americano ha cercato di aumentare i suoi profitti. Un fossato si è creato tra i nuovi alloggi messi sul mercato e la capacità di pagamento di quelli che ne avevano bisogno. Da qui i prestiti a rischio - i subprimes - per sedurre i nuovi acquirenti che non avevano i mezzi. La quadratura del cerchio. Alla fine il mercato è crollato. Oggi, mentre un numero sempre maggiore di proprietari di alloggi vengono sloggiati ed i loro beni pignorati a causa di tassi di interesse dei loro prestiti oppressivi, il mercato immobiliare sarà ancora più saturo - negli Stati Uniti, si prevede che 3 milioni di persone perdano il loro tetto per incapacità a rimborsare i loro prestiti subprime. Si aspetta lo stesso fenomeno di miseria in altri paesi dove la bolla immobiliare è esplosa o sta per esplodere. Così, lo sviluppo dell'attività edile e dei mutui ipotecari durante l'ultimo decennio, lungi dal ridurre il numero di senza tetto, ha messo l'alloggio decente fuori portata della massa della popolazione o i proprietari di casa in un situazione precaria.[3]

Evidentemente, ciò che preoccupa i dirigenti del sistema capitalista - i suoi manager di hedge funds, i suoi ministri delle finanze, i suoi banchieri delle banche centrali, ecc. - nella crisi attuale, non sono le tragedie umane provocate dal crollo dei subprimes, e le piccole aspirazioni ad una vita migliore (a meno che esse non spingano a mettere in questione la stupidità di questo modo di produzione) ma l'impossibilità dei consumatori a pagare i prezzi che infiammano le case ed i tassi di interessi usurai sui prestiti.

Il fiasco dei subprimes illustra la crisi del capitalismo, la sua tendenza cronica, nella sua corsa al profitto, alla sovrapproduzione rispetto alla domanda solvibile; dunque la sua incapacità, malgrado le risorse materiali, tecnologiche ed umane fenomenali a sua disposizione, a soddisfare i più elementari bisogni umani.[4]

Tuttavia, per quanto assurdamente sprecone ed anacronistico appaia il sistema capitalista alla luce della recente crisi, la borghesia prova sempre a rassicurare sé stessa e l'insieme della popolazione: almeno questa non andrà male come nel 1929.

La situazione attuale: lo stesso problema del 1929

Il crash di Wall Street nel 1929 e la Grande Depressione continuano ad assillare la borghesia come lo dimostra la copertura dei media dei recenti avvenimenti. Editoriali, articoli di fondo, analogie storiche tentano di convincerci che la crisi finanziaria attuale non condurrà alla stessa catastrofe del 1929, avvenimento unico che si è trasformato in disastro a causa di cattive gestioni.

Gli "esperti" della borghesia incoraggiano piuttosto l'illusione secondo la quale la crisi finanziaria attuale sarebbe un tipo di ripetizione dei crashs finanziari del diciannovesimo secolo che erano relativamente limitati nel tempo e lo spazio. In realtà, la situazione attuale ha più in comune con il 1929 che con questo periodo anteriore dell'ascesa del capitalismo; condivide molto le caratteristiche comuni alle crisi economiche e finanziarie catastrofiche della sua decadenza, periodo che si è aperto con la Prima Guerra mondiale, di disintegrazione del modo di produzione capitalista, un periodo di guerre e di rivoluzioni.

Le crisi economiche dell'ascesa capitalista e l'attività speculativa che spesso le hanno accompagnate e precedute, costituivano dei battiti di cuore di un sistema sano ed aprivano la strada ad una nuova espansione capitalista attraverso interi continenti, a maggiori avanzamenti tecnologici, alla conquista di mercati coloniali, alla trasformazione degli artigiani e dei contadini in eserciti di lavoratori salariati, ecc.

Il crash della Borsa a New York nel 1929 che ha annunciato la prima grande crisi del capitalismo in declino ha gettato nell'ombra tutte le crisi speculative del diciannovesimo secolo. Durante "i folli anni" del 1920, il valore delle azioni del Borsa di New York, la più importante del mondo, era stato moltiplicato per cinque. Il capitalismo mondiale non aveva superato la catastrofe della Prima Guerra mondiale e, nel paese diventato più ricco del mondo, la borghesia cercava degli sbocchi nella speculazione borsistica.

Ma il "giovedì nero" del 24 ottobre 1929, fu un crollo brutale. Le vendite in fretta e furia proseguirono il "martedì nero" della seguente settimana. E la Borsa continuò a crollare fino al 1932; intanto, i titoli avevano perso l’ 89% del loro valore massimo dal 1929. Erano ridotti ai livelli mai conosciuti dal diciannovesimo secolo. Il livello massimo del valore delle azioni del 1929 non fu che ritrovato nel 1954!

Durante questo tempo, il sistema bancario americano che aveva prestato del denaro per acquistare i titoli, sprofondava. Questa catastrofe annunciò la Grande Depressione degli anni 1930, la crisi più profonda mai conosciuta dal capitalismo. Il PIL americano si dimezzò. 13 milioni di operai furono gettati in disoccupazione con quasi nessun sussidio. Un terzo della popolazione sprofondò nella povertà più abietta. Gli effetti risuonarono su tutto il pianeta.

Ma non ci fu rialzo economico come dopo le crisi del diciannovesimo secolo. La produzione riprese dopo essere stata orientata solamente verso la produzione di armamenti in preparazione di un nuova divisione del mercato mondiale attraverso il bagno di sangue imperialistico della Seconda Guerra mondiale; in altri termini, quando i disoccupati furono trasformati in carne da cannone.

La depressione degli anni ‘30 sembrò essere il risultato del 1929 ma, in realtà, il crash di Wall Street non fece che precipitare la crisi, crisi della sovrapproduzione cronica del capitalismo nella sua fase di decadenza e che è l’essenza dell'identità tra le crisi degli anni ‘30 e quella di oggi riemersa nel 1968.

La borghesia degli anni ‘50 e ‘60 ha proclamato con sufficienza che aveva risolto il problema delle crisi e che le avevano ridotte allo stato di curiosità storica grazie a palliativi come l'intervento dello Stato nell'economia sul piano nazionale ed internazionale, attraverso il finanziamento dei deficit e la tassazione progressiva. Con suo disappunto, la crisi mondiale di sovrapproduzione è riapparsa nel 1968.

Da 40 anni, questa crisi è andata da una depressione all’altra, da una recessione aperta ad un altra più grave, da un falso eldorado ad un altro. Dal 1968 la crisi non ha preso la forma di caduta libera del crash del 1929.

Nel 1929, gli esperti finanziari della borghesia adottarono misure che non riuscirono ad arginare la crisi finanziaria. Queste misure non furono errori ma metodi che avevano funzionato durante i precedenti crashs del sistema, come quello del 1907 e del panico che aveva generato; ma non erano più sufficienti nel nuovo periodo. Lo Stato si rifiutò di intervenire. I tassi di interesse aumentarono, si lasciarono diminuire le riserve monetarie, le restrizioni di credito rafforzarsi e la fiducia nel sistema bancario e nel credito volare in frammenti. Le leggi tariffarie Smoot-Hawley imposero delle barriere alle importazioni, il che accelerò il rallentamento del commercio mondiale e, di conseguenza, peggiorò la depressione.

Negli ultimi 40 anni, la borghesia ha imparato ad utilizzare i meccanismi statali per ridurre i tassi di interesse ed iniettare delle liquidità nel sistema bancario per fare fronte alle crisi finanziarie. È stata capace di accompagnare la crisi, ma al prezzo di un sovraccarico del sistema capitalista attraverso montagne di debiti. Il declino è stato più graduale che negli anni 1930; tuttavia, i palliativi si consumano ed il sistema finanziario è sempre più fragile.

L'aumento fenomenale del debito nell'economia mondiale durante l'ultimo decennio è illustrato dalla crescita straordinaria, sul mercato del credito, di hedge funds oggi celebri. Il capitale stimato di questi fondi è aumentato da 491 miliardi di dollari nel 2000 a 1745 miliardi nel 2007[5]. Le loro transazioni finanziarie complicate, per la maggior parte segrete e non regolate, utilizzano il debito come una sicurezza negoziabile nella ricerca di guadagni a breve termine. Gli hedge funds sono considerati come operazioni che hanno sparso cattivi debiti attraverso il sistema finanziario, accelerando ed estendendo velocemente l’attuale crisi finanziaria.

Il Keynesianesimo, sistema di finanziamento del deficit attraverso lo Stato per mantenere il pieno impiego, è evaporato con l'inflazione galoppante degli anni 1970 e le recessioni del 1975 e 1981. La Reaganomics ed il Thatcherismo, mezzi per restaurare i profitti attraverso la riduzione del salario sociale, la diminuzione delle tasse, e lasciando le imprese non redditizie fallire e provocare una disoccupazione di massa, sono spirate col crash borsista del 1987, lo scandalo della Savings and Loans (Società di credito per la casa popolare) e la recessione del 1991. I Dragoni asiatici si sono sgonfiati nel 1997, con enormi debiti. la rivoluzione Internet, la "nuova economia", si è rivelata non avere "nessuna rendita apparente" ed il boom delle sue azioni ha fatto fallimento nel 1999. Il boom dell'immobiliare e l'esplosione del credito dei consumi dei cinque ultimi anni, e l'utilizzazione del gigantesco debito estero degli Stati Uniti per fornire una domanda per l'economia mondiale e l'espansione "miracolo" dell'economia cinese – mettono anche quest’ultima in questione.

Non si può predire esattamente come l'economia mondiale proseguirà nel suo declino ma, ciò che sono inevitabile, sono sempre più le convulsioni crescenti ed un’aumentata austerità.

Il capitalismo ha preparato le condizioni del socialismo

Nel Volume III del Capitale, Karl Marx argomenta che il sistema di credito sviluppato dal capitalismo ha rivelato in modo embrionale un nuovo modo di produzione in seno al vecchio. Allargando e socializzando la ricchezza, togliendola dalle mani dei membri individuali della borghesia, il capitalismo ha lastricato la strada per una società dove la produzione potrebbe essere centralizzata e controllata dagli stessi produttori e dove la proprietà borghese potrebbe essere abolita come un anacronismo storico: il sistema del credito "accelera di conseguenza, lo sviluppo materiale delle forze produttive e la creazione del mercato mondiale. Il sistema capitalista ha per compito storico di portare ad un certo livello queste basi materiali del nuovo tipo di produzione. Allo stesso tempo, il credito accelera le manifestazioni violente di questo antagonismo, e cioè le crisi, e, di conseguenza, gli elementi di dissoluzione del vecchio modo di produzione".[6]

E’ da oltre un secolo ormai che le condizioni sono mature affinché siano aboliti il regno della borghesia e lo sfruttamento capitalista. In assenza di una risposta radicale del proletariato che lo porti a rovesciare il capitalismo a scala mondiale, le contraddizioni di questo sistema moribondo, la crisi economica in particolare, non fanno che aggravarsi. Se oggi il credito continua a sostenere un ruolo nell'evoluzione di queste contraddizioni, ciò non può più favorire la conquista del mercato mondiale dal momento che il capitalismo ha già stabilito da molto il dominio dei suoi rapporti di produzione sull'insieme del pianeta. In compenso, ciò che l'indebitamento massiccio di tutti gli Stati ha permesso effettivamente al capitalismo, è di evitare dei tonfi brutali dell'attività economica, ma non a qualsiasi prezzo. Così, dopo avere per decenni costituito un fattore di appianamento dell'antagonismo tra gli sviluppi delle forze produttive ed i rapporti di produzione capitalista diventati antiquati, la pazza fuga in avanti nell'utilizzazione massiccia e generalizzata del credito, "le manifestazioni violente di questo antagonismo", fa conoscere accelerazioni brutali che scuoteranno come non mai l'edificio sociale. Tuttavia, prese per sé stesse, tali scosse non costituiscono una minaccia per la divisione della società in classi. Lo diventano invece dal momento che contribuiscono a mettere il proletariato in movimento.

Ora, come i rivoluzionari hanno sempre messo in evidenza, è la crisi che va ad accelerare il processo già in corso di presa coscienza del vicolo cieco del mondo attuale. E’ essa che, a breve termine, spingerà nella lotta, più massicciamente, numerosi settori della classe operaia, permettendo a quest’ultima di moltiplicare le esperienze. La posta in gioco di queste esperienze future è la capacità, per la classe operaia, di difendersi e di affermarsi di fronte a tutte i settori della borghesia, di prendere fiducia nelle proprie forze ed acquistare progressivamente la coscienza di essere la sola forza della società capace di rovesciare il capitalismo.

Como, 29/10/2007



[1] Secondo la rivista economica britannica The Economist, questa garanzia era in realtà un bluff.

[2] "Non sono i discorsi pomposi degli "altermondialisti" ed altri sostenitori della "finanziarizzazione" dell'economia che cambieranno qualche cosa. Queste correnti politiche vorrebbero un capitalismo "pulito", "equo", che in particolare girasse le spalle alla speculazione. In realtà, questa non è per niente il prodotto di un "cattivo" capitalismo che "dimentica" la sua responsabilità di investire nei settori realmente produttivi. Come ha stabilito Marx dal diciannovesimo secolo, la speculazione risulta dal fatto che, nella prospettiva di una mancanza di sbocchi sufficienti per gli investimenti produttivi, i detentori di capitali preferiscono farli fruttare a breve termine in un'immensa lotteria, una lotteria che trasforma oggi il capitalismo in un casinò planetario. Volere che il capitalismo rinunci alla speculazione nel periodo attuale è realistico tanto quanto volere che le tigri diventino vegetariane, o che i draghi smettano di sputare fuoco". (Risoluzione sulla situazione internazionale adottata dal 17° congresso della CCI).

[3] Benjamin Bernanke, presidente della FED, parla degli arretrati di pigione come atti di "delinquenza": in altri termini, delle infrazioni contro Mammone. Perciò, i "criminali" sono stati puniti... attraverso tassi di interesse ancora più alti!

[4] Non possiamo affrontare qui la questione della situazione dei senza tetto nell'insieme del mondo. Secondo la Commissione delle Nazioni Unite sui Diritti dell'uomo, un miliardo di persone sul pianeta non ha alloggio adeguato e 100 milioni non ha alcuno alloggio.

[5] http://www.mcclatchydc.com

[6] Sezione 5, capitolo "Il ruolo del credito nella produzione capitalista".

XVII congresso della CCI: un rafforzamento internazionale del campo proletario

Alla fine del mese di maggio, la CCI ha tenuto il suo 17° congresso internazionale. Nella misura in cui le organizzazioni rivoluzionarie non esistono per sé stesse ma sono delle espressioni del proletariato e nello stesso momento fattori attivi nella vita di questo, spetta loro rendere conto all'insieme della loro classe dei lavori di questo momento privilegiato che costituisce la riunione della loro istanza fondamentale: il congresso.

Tutti i congressi della CCI sono evidentemente dei momenti molto importanti nella vita della nostra organizzazione, delle pietre miliari che segnano il suo sviluppo. Tuttavia, la prima cosa che bisogna sottolineare, rispetto a quello che si è tenuto nella primavera scorsa, è che la sua importanza è ancora ben più grande dei precedenti, poiché segna una tappa notevolmente importante nella sua vita più che trentennale1.

La presenza dei gruppi del campo proletario

La principale dimostrazione di questo fatto è la presenza nel nostro congresso di delegazioni di tre gruppi del campo proletario internazionale: Opop del Brasile2, la SPA3 della Corea del Sud ed EKS4 della Turchia. Anche un altro gruppo era stato invitato al congresso, il gruppo Internasyonalismo delle Filippine, ma, malgrado la sua profonda volontà di mandare una delegazione, ciò non è stato possibile. Questo gruppo tuttavia ha tenuto a trasmettere al congresso della CCI un saluto ai suoi lavori e delle prese di posizione sui principali rapporti che gli erano stati forniti.

La presenza di parecchi gruppi del campo proletario ad un congresso della CCI non è una novità. Nel passato, all' inizio della sua esistenza, la CCI aveva già accolto delegazioni di altri gruppi. È così che la sua conferenza costitutiva a gennaio 1975 aveva visto la presenza del Revolutionary Worker's Group degli Stati Uniti, di Pour un Intervention Communiste di Francia e Revolutionary Perspectives della Gran Bretagna. Parimenti, all'epoca del suo 2° congresso (1977) era presente una delegazione del Partito Comunista Internazionalista, Battaglia Comunista. Al suo 3° congresso (1979) erano presenti delle delegazioni della Communist Workers' Organisation (Gran Bretagna), del Nucleo Comunista Internazionalista e de Il Leninista (Italia) e un compagno non organizzato della Scandinavia. Purtroppo, in seguito, non è stato più possibile perseguire una tale pratica, e ciò per ragioni indipendenti della volontà della nostra organizzazione: scomparsa di certi gruppi, evoluzione di altri verso posizioni gauchiste (come il NCI), comportamento settario dei gruppi (CWO e Battaglia Comunista) che si erano assunti la responsabilità di affossare le conferenze internazionali dei gruppi della Sinistra comunista tenutesi alla fine degli anni ‘705. In effetti, era più di un quarto di secolo che la CCI non aveva potuto accogliere altri gruppi proletari ad uno dei suoi congressi. In sé, la partecipazione di quattro gruppi al nostro 17° congresso6 ha costituito per la nostra organizzazione un avvenimento molto importante.

Il significato del 17° congresso

Ma questa importanza va ben al di là del fatto di avere potuto riprendere una pratica che era quella della CCI ai suoi inizi. È il significato dell'esistenza e dell'atteggiamento di questi gruppi che costituisce l'elemento più fondamentale. Essi sono una conferma di una situazione storica che avevamo identificato già all'epoca del precedente congresso: "I lavori del 16°congresso (...) hanno posto al centro delle loro preoccupazioni l'esame della ripresa delle lotte della classe operaia e delle responsabilità che questa ripresa implica per la nostra organizzazione, in particolare di fronte allo sviluppo di una nuova generazione di elementi che si orientano verso una prospettiva politica rivoluzionaria". ("16°Congresso della CCI - Prepararsi ai combattimenti di classe ed all'apparizione delle nuove forze rivoluzionarie", Révue Internationale n°122).

In realtà, all'epoca del crollo del blocco dell'Est e dei regimi stalinisti nel 1989: "Le campagne assordanti della borghesia sul 'fallimento del comunismo', la 'vittoria definitiva del capitalismo liberale e democratico', la 'fine della lotta di classe', addirittura della stessa classe operaia, hanno provocato un riflusso importante del proletariato, sia a livello della sua coscienza che della sua combattività. Questo riflusso è stato profondo ed è durato più di dieci anni. Ha segnato tutta una generazione di lavoratori, generando smarrimento ed anche demoralizzazione. (...) È solo a partire dal 2003, in particolare attraverso le grandi mobilitazioni contro gli attacchi alle pensioni in Francia ed in Austria, che il proletariato ha cominciato realmente ad uscire dal riflusso che l'aveva colpito dal 1989. Da allora, questa tendenza alla ripresa della lotta di classe e dello sviluppo della coscienza nel suo seno non è stata più smentita. Le lotte operaie hanno coinvolto la maggior parte dei paesi centrali, compresi i più importanti come gli Stati Uniti (Boeing e trasporti di New York nel 2005), la Germania (Daimler ed Opel nel 2004, medici ospedalieri nella primavera 2006, Deutsche Telekom nella primavera 2007), la Gran Bretagna (aeroporto di Londra nell'agosto 2005, settore pubblico nella primavera 2006), la Francia (movimento degli studenti universitari e liceali contro il CPE nella primavera 2006), ma anche tutta una serie di paesi della periferia come Dubai (operai edili nella primavera 2006), il Bangladesh (operai del tessile nella primavera 2006), l'Egitto (operai del tessile e dei trasporti nella primavera 2007)". (Risoluzione sulla situazione internazionale adottata dal 17°congresso)

"Oggi, come nel 1968 [all'epoca della ripresa storica delle lotte operaie che avevano messo fine a quattro decenni di controrivoluzione], la ripresa della lotta di classe si accompagna ad una riflessione in profondità di cui l'apparizione dei nuovi elementi che si avvicinano verso le posizioni del Sinistra comunista costituisce la punta dell'iceberg". (Ibid.)

È per ciò che la presenza di parecchi gruppi del campo proletario al congresso, l'atteggiamento molto aperto alla discussione di questi gruppi (che rompe con l'atteggiamento settario dei "vecchi" gruppi della Sinistra comunista) non sono per niente il prodotto del caso: sono parti della nuova tappa dello sviluppo della lotta della classe operaia mondiale contro il capitalismo.

In effetti, i lavori del congresso, in particolare attraverso le testimonianze delle differenti sezioni e dei gruppi invitati, sono venuti a confermare questa tendenza, dal Belgio fino all'India, dal Brasile alla Turchia ed alla Corea, nei paesi centrali come in quelli della periferia, tanto nella ripresa delle lotte operaie che nello sviluppo di una riflessione tra i nuovi elementi che si orientano verso le posizioni della Sinistra comunista. Una tendenza che si è manifestata anche attraverso l'integrazione di nuovi militanti in seno all'organizzazione, compresi i paesi dove non c'era stata nuova integrazione da parecchi decenni, e ancora per la costituzione di un nucleo della CCI in Brasile. Per noi ciò è un avvenimento di grande importanza che va a concretizzare lo sviluppo della presenza politica della nostra organizzazione nel primo paese dell'America latina, con le più grosse concentrazioni industriali di questa regione del mondo e che sono anche tra le più importanti a scala mondiale. La creazione del nostro nucleo è il risultato di un lavoro iniziato dalla CCI più di 15 anni fa e che si è intensificato in questi ultimi anni, particolarmente attraverso la presa di contatto con differenti gruppi ed elementi, in particolare Opop di cui una delegazione era presente al 17°congresso, ma anche, nello stato di São Paulo, con un gruppo in formazione influenzato dalle posizioni della Sinistra comunista con cui recentemente abbiamo stabilito delle relazioni politiche più regolari tra cui la tenuta di riunioni pubbliche in comune. La collaborazione con questi gruppi non è per niente contraddittoria con la nostra volontà di sviluppare specificamente la presenza organizzativa della CCI in Brasile. Proprio al contrario, la nostra presenza permanente in questo paese permetterà che venga rafforzata ancora la collaborazione tra le nostre organizzazioni, e ciò tanto più che tra il nostro nucleo ed OPOP esiste già una lunga storia comune, fatta di fiducia e di rispetto reciproco.

Le discussioni del congresso

Tenuto conto delle circostanze particolari in cui si è tenuto il congresso, è la questione delle lotte operaie che ha costituito il primo punto dell'ordine del giorno, mentre il secondo punto è stato dedicato all'esame di nuove forze rivoluzionarie che attualmente nascono o si sviluppano. Non possiamo, nel contesto di questo articolo, rendere conto in modo dettagliato delle discussioni che si sono svolte: la risoluzione sulla situazione internazionale ne costituisce una sintesi. Tuttavia vanno sottolineate fondamentalmente le caratteristiche particolari e nuove dello sviluppo attuale della lotta di classe. In particolare è stato messo in evidenza il fatto che la gravità della crisi del capitalismo, la violenza degli attacchi che vengono sferrati oggi e la posta drammatica della situazione mondiale, caratterizzata dallo sprofondamento nella barbarie guerriera e dalle minacce crescenti che il sistema fa pesare sull'ambiente naturale, costituiscono dei fattori di politicizzazione delle lotte operaie. Una situazione un po' differente da quella che era prevalsa all'indomani della ripresa storica della lotta di classe nel 1968 dove i margini di manovra di cui disponeva allora il capitalismo avevano permesso di mantenere l'illusione che "il domani sarà migliore dell'oggi". Attualmente, una tale illusione non è più possibile: le nuove generazioni di proletari, come le più vecchie, sono coscienti che "domani sarà peggio di oggi". Per questo fatto, anche se una tale prospettiva può costituire un fattore di demoralizzazione e di smobilitazione dei lavoratori, le lotte che conducono, e che condurranno necessariamente sempre più in reazione agli attacchi, li porteranno in modo crescente a prendere coscienza che queste lotte costituiscono dei preparativi per scontri ben più vasti contro un sistema moribondo. Fin da ora, le lotte alle quali abbiamo assistito dal 2003 "incorporano in modo crescente la questione della solidarietà, una questione di prim'ordine poiché costituisce “l'antidoto” per eccellenza al “ciascuno per sé” specifico alla decomposizione sociale e che è, soprattutto, non solo a cuore della capacità del proletariato mondiale di sviluppare le sue lotte attuali ma anche di rovesciare il capitalismo" (Ibid.)

Anche se il congresso si è preoccupato principalmente della questione della lotta di classe, sono stati affrontati con discussioni importanti altri aspetti della situazione internazionale. Così una parte importante dei suoi lavori è stata dedicata alla crisi economica del capitalismo e soprattutto all'attuale crescita di certi paesi "emergenti", come l'India o la Cina, che sembrano contraddire le analisi fatte dalla nostra organizzazione, e dai marxisti in generale, sul fallimento definitivo del modo di produzione capitalista. In effetti, in seguito ad un rapporto molto dettagliato ed una discussione approfondita, il congresso ha concluso che:

"I tassi di crescita eccezionale che al momento paesi come l'India e soprattutto la Cina conoscono non costituiscono in alcun modo una prova di una "nuova volata" dell'economia mondiale, anche se hanno contribuito per una parte non trascurabile alla crescita elevata di quest'ultima nel corso dell'ultimo periodo. (...) lungi dal rappresentare una "nuova volata" dell'economia capitalista, il "miracolo cinese" e di un certo numero di altre economie del Terzo Mondo non è altro che una espressione particolare della decadenza del capitalismo. (...) Proprio come il "miracolo" rappresentato dai tassi di crescita a due cifre delle "tigri" e "dragoni" asiatici aveva conosciuto una fine dolorosa nel 1997, il "miracolo" cinese di oggi, anche se non ha origini identiche e possiede carte vincenti ben più serie, sarà portato, presto o tardi, a cozzare contro la dura realtà del vicolo cieco storico del modo di produzione capitalista". (Ibid.)

Bisogna notare che sulla questione della crisi economica il congresso si è fatto portavoce del dibattito attualmente in corso nella nostra organizzazione su come analizzare i meccanismi che hanno permesso al capitalismo di conoscere la sua crescita spettacolare dopo la seconda guerra mondiale. Le differenti analisi che attualmente esistono in seno alla CCI (che comunque rigettano tutte l'idea difesa dal BIPR o dai gruppi "bordighisti" secondo cui la guerra costituirebbe una "soluzione momentanea" alle contraddizioni del capitalismo) si ripercuotono sul modo di comprendere il dinamismo attuale dell'economia di certi paesi "emergenti", in particolare la Cina. E proprio perché il congresso si è fermato a riflettere particolarmente su quest'ultimo fenomeno che le divergenze esistenti nella nostra organizzazione hanno avuto l'opportunità di esprimersi in questa sede. Evidentemente, come sempre abbiamo fatto in passato, ci accingiamo a pubblicare nella Révue Internationale dei documenti che rendono conto di questi dibattiti quando avranno raggiunto un grado di chiarezza soddisfacente.

Infine, l'impatto che provoca in seno alla borghesia il vicolo cieco in cui si trova il modo di produzione capitalista e la decomposizione della società che quest'ultimo genera sono stati oggetto di due discussioni: una sulle conseguenze di questa situazione in seno ad ogni paese, l'altro sull'evoluzione degli antagonismi imperialisti tra Stati, aspetti in parte legati tra loro, principalmente nella misura in cui i conflitti esistenti in seno alle borghesie nazionali possono portare ad approcci differenti rispetto ai conflitti imperialisti (quali alleanze tra Stati, modalità di utilizzazione delle forze militari, ecc.). Sul primo punto, il congresso ha messo in evidenza che tutti i discorsi ufficiali sul "meno Stato" non hanno fatto che mascherare un rafforzamento continuo della funzione statale nella società, particolarmente nella misura in cui quest'organo è il solo che possa garantire che questa non soccomba al "ciascuno per sé" che caratterizza la fase di decomposizione del capitalismo. In particolare è stato fortemente sottolineato il rafforzamento spettacolare del carattere poliziesco dello Stato, compreso quello dei paesi più "democratici" come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, un rafforzamento poliziesco che, se è motivato ufficialmente dall'ascesa del terrorismo (un altro fenomeno legato alla decomposizione ma all'origine del quale le borghesie più potenti non sono estranee) permette alla classe dominante di prepararsi ai futuri scontri di classe con il proletariato. Sugli scontri imperialisti, il congresso ha principalmente messo in evidenza il fallimento, in particolare in seguito all'avventura irachena, della politica della prima borghesia mondiale, la borghesia americana, ed il fatto che esso mostra solo il vicolo cieco generale del capitalismo:

"In effetti, l'arrivo dello squadra Cheney, Rumsfeld e compagnia alle redini dello Stato non è stato il semplice fatto di un monumentale "errore di nomine" da parte di questa classe. Se ha aggravato considerevolmente la situazione degli Stati Uniti sul piano imperialista, esso era già la manifestazione del vicolo cieco nella quale si trovava questo paese confrontato ad una perdita crescente della sua leadership, e più generalmente allo sviluppo del "ciascuno per sé" nelle relazioni internazionali che caratterizzano la fase di decomposizione".(Ibid.)

Più in generale, il congresso ha sottolineato che:

"Il caos militare che si sviluppa nel mondo, sprofondando vaste regioni in un vero inferno e desolazione, particolarmente in Medio Oriente ma anche e soprattutto in Africa, non è la sola manifestazione del vicolo cieco storico nella quale si trova il capitalismo né, a lungo andare, la più minacciosa per la specie umana. Oggi, è diventato chiaro che il mantenimento del sistema capitalista come ha funzionato finora porta con sé la prospettiva della distruzione dell'ambiente naturale che ha permesso la nascita dell'umanità". (Ibid.)

Come conclusione di questa discussione è stato affermato che:

"L'alternativa annunciata da Engels alla fine del diciannovesimo secolo, socialismo o barbarie, è diventata lungo tutto il ventesimo secolo una sinistra realtà. Ciò che il ventunesimo secolo ci offre come prospettiva, è semplicemente o socialismo o distruzione dell'umanità. Ecco la vera posta in gioco con cui quale si deve confrontare la sola forza della società in grado di rovesciare il capitalismo, la classe operaia mondiale". (Ibid.)

La responsabilità dei rivoluzionari

Questa prospettiva sottolinea ancora di più l'importanza decisiva delle lotte che attualmente la classe operaia mondiale sviluppa e su cui il congresso si è particolarmente fermato. Sottolinea egualmente il ruolo fondamentale delle organizzazioni rivoluzionarie, ed in particolare della CCI, per intervenire in queste lotte affinché venga sviluppata la coscienza della posta in gioco nel mondo attuale.

Su questo piano, il congresso ha tratto un bilancio molto positivo dell'intervento della nostra organizzazione nelle lotte della classe e di fronte alle domande cruciali che ad essa si pongono. Ha sottolineato in particolare la capacità della CCI a mobilitarsi internazionalmente (articoli nella stampa, sul nostro sito Internet, riunioni pubbliche, ecc.) per fare conoscere gli insegnamenti di uno degli episodi maggiori della lotta di classe durante l'ultimo periodo: la lotta della gioventù studentesca contro il CPE nella primavera 2006 in Francia. A questo proposito, è stato rilevato che il nostro sito Internet ha conosciuto un aumento spettacolare di frequentazione durante questo periodo, prova che i rivoluzionari hanno non solo la responsabilità ma anche la possibilità di contrastare il black-out che i media borghesi organizzano in modo sistematico intorno alle lotte proletarie.

Il congresso ha tratto anche un bilancio estremamente positivo dalla nostra politica verso gruppi ed elementi che si trovano in una prospettiva di difesa o di avvicinamento delle posizioni della Sinistra comunista. Così, durante l'ultimo periodo, come è stato detto all'inizio di questo articolo, la CCI ha visto l'arrivo di un numero significativo di nuovi militanti, arrivo che faceva seguito a discussioni approfondite con questi compagni (come ha sempre fatto la nostra organizzazione che non ha per abitudine di "reclutare" a qualsiasi prezzo, contrariamente a ciò che si usa nelle organizzazioni gauchiste). Allo stesso modo, la CCI è intervenuta attivamente in differenti forum Internet, particolarmente in lingua inglese, la più importante a livello mondiale, dove possono esprimersi delle posizioni di classe, cosa che ha permesso ad un certo numero di elementi di conoscere meglio le nostre posizioni e la nostra concezione della discussione e, pertanto, di superare una certa diffidenza alimentata dalla moltitudine di piccole cappelle parassitarie la cui vocazione non è contribuire alla presa di coscienza della classe operaia ma seminare il sospetto nei riguardi delle organizzazioni che si danno proprio questo compito. Ma l'aspetto più positivo di questa politica è stato sicuramente la capacità della nostra organizzazione di stabilire o di rafforzare dei legami con altri gruppi che si trovano su delle posizioni rivoluzionarie e la cui dimostrazione è stata la partecipazione di quattro di questi gruppi al 17° congresso. Ciò ha rappresentato uno sforzo molto importante da parte della CCI, in particolare con l'invio di numerose delegazioni in molteplici paesi (Brasile, Corea, Turchia, Filippine, e non solo).

Le responsabilità crescenti che incombono sulla CCI, tanto dal punto di vista dell'intervento in seno alle lotte operaie che della discussione con i gruppi ed elementi che si trovano su un terreno di classe, suppongono un rafforzamento del suo tessuto organizzativo. Questo era stato seriamente colpito all'inizio degli anni 2000 da una crisi esplosa in seguito al suo 14° congresso e che aveva motivato la tenuta di una conferenza straordinaria un anno dopo; allo stesso modo aveva dato adito ad una riflessione approfondita all'epoca del suo 15°congresso, nel 20037. Come aveva constatato questo congresso e come il 16° congresso aveva confermato, la CCI aveva superato largamente le debolezze organizzative che si trovavano all'origine di questa crisi. Uno degli elementi di primo piano nella capacità della CCI a superare le sue difficoltà organizzative consistito in un esame attento ed approfondito di queste stesse difficoltà. Per fare questo, la CCI si era dotata, a partire dal 2001, di una commissione speciale, distinta dal suo organo centrale, e nominata come quest'ultimo dal Congresso, incaricata di condurre tale lavoro in modo più specifico. Questa commissione ha portato a termine il suo mandato constatando che, accanto a progressi molto importanti compiuti dalla nostra organizzazione, erano persistiti postumi e "cicatrici" delle difficoltà presenti in un certo numero di sezioni. Ciò è la prova che la costruzione di un tessuto organizzativo solido non è mai finito, che necessita uno sforzo permanente da parte dell'insieme dell'organizzazione e dei militanti. È per ciò che il congresso ha deciso, sulla base di questa necessità e partendo dal ruolo fondamentale giocato da questa commissione negli anni passati, di darle un carattere permanente iscrivendo la sua esistenza negli statuti della CCI. Questa non è affatto una "innovazione" della nostra organizzazione. In effetti, essa corrisponde ad una tradizione nelle organizzazioni politiche della classe operaia. Possiamo citare ad esempio il Partito socialdemocratico tedesco che era il riferimento della 2a Internazionale e disponeva di una "Commissione di controllo" che aveva lo stesso tipo di attributi.

Uno degli elementi maggiori che hanno dato questa capacità alla nostra organizzazione di superare la sua crisi, ed anche di uscirne rafforzata, è stata la volontà di dedicarsi ad una riflessione profonda, con una dimensione storica e teorica, sull'origine e le manifestazioni delle sue debolezze organizzative, riflessione che si è condotta intorno a differenti testi di orientamento di cui la nostra Rivista ha pubblicato in particolare degli estratti significativi8. Il congresso ha perseguito in questa direzione dedicando, fin dall'inizio, una parte dei suoi lavori a discutere di un testo di orientamento sulla cultura del dibattito che era stato messo in circolazione parecchi mesi prima nella CCI (che sarà pubblicato prossimamente nella Révue Internationale). Del resto questa questione non riguarda solo la vita interna dell'organizzazione. L'intervento dei rivoluzionari implica che essi debbano essere capaci di produrre le analisi più pertinenti e profonde possibili e debbano difendere con efficacia queste ultime in seno alla classe per contribuire alla sua presa di coscienza. E ciò suppone che essi siano in grado di discutere al meglio possibile di queste analisi e di imparare a presentarle nell'insieme della classe e agli elementi in ricerca avendo la preoccupazione di tenere conto delle preoccupazioni e problematiche che questi hanno. In effetti, nella misura in cui la CCI è confrontata, tanto nelle proprie fila che nell'insieme della classe, all'emergere di una nuova generazione di militanti o di elementi che si iscrivono alla lotta per il capovolgimento del capitalismo, è suo compito fare tutti gli sforzi necessari per riappropriarsi e comunicare a questa generazione uno degli elementi più preziosi dell'esperienza del movimento operaio, indissociabile dal metodo critico del marxismo: la cultura del dibattito.

La cultura del dibattito

La presentazione e la discussione di questa questione hanno messo in evidenza che, in tutte le scissioni conosciute nella storia della CCI, una tendenza al monolitismo aveva giocato un ruolo fondamentale. Appena apparivano delle divergenze, certi militanti cominciavano a dire che non era più possibile lavorare insieme, che la CCI era diventata o stava diventando un'organizzazione borghese, ecc., laddove queste divergenze potevano, in gran parte, essere discusse in seno ad un'organizzazione non monolitica. Tuttavia, la CCI aveva appreso dalla Frazione italiana della Sinistra comunista che anche quando ci sono delle divergenze che riguardano principi fondamentali, è necessario prima di ogni separazione organizzativa il più profondo chiarimento collettivo. In questo senso, queste scissioni erano in gran parte alcune delle più estreme manifestazioni di una mancanza di cultura del dibattito ed anche di una visione monolitica. Tuttavia questi problemi non sono stati eliminati dall'uscita dei militanti. Essi sono l'espressione di una difficoltà più generale della CCI su questo aspetto, perché c'erano delle confusioni nelle proprie fila che possono condurre a scivolamenti verso il monolitismo, che tendono ad addormentare il dibattito piuttosto che a svilupparlo. E queste confusioni continuano ad esistere. Non vogliamo esagerare sull’entità di questi problemi. Queste confusioni, questi scivolamenti appaiono in modo puntuale. Ma la storia ci ha mostrato, la storia della CCI e del movimento operaio, che piccoli slittamenti e piccole confusioni possono divenire grandi e pericolosi slittamenti se non si comprendono le radici dei problemi.

Nella storia della Sinistra comunista, esistono delle correnti che hanno difeso e teorizzato il monolitismo. La corrente bordighista ne è una caricatura. Al contrario, la CCI è l'erede della tradizione della Frazione italiana e della Sinistra comunista di Francia (GCF) che sono state le più risolute avversarie del monolitismo e che hanno messo in pratica in modo molto determinato la cultura del dibattito. La CCI è stata fondata su questa comprensione che è ripresa nei suoi statuti. Per tale ragione, è chiaro che, se restano ancora problemi nella pratica con questa questione, in genere nessun militante della CCI si pronuncia contro lo sviluppo di una concezione di cultura del dibattito. Tuttavia è necessario segnalare la persistenza di un certo numero di debolezze. La prima di queste è una tendenza a porre ogni discussione in termini di conflitto tra il marxismo e l’ opportunismo, tra il bolscevismo ed il menscevismo o anche della lotta tra il proletariato e la borghesia. Un tale comportamento non avrebbe senso se avessimo la concezione dell'invarianza del programma comunista. E in questo almeno il bordighismo è conseguente: l'invarianza ed il monolitismo a cui questa corrente si rivendica vanno insieme. Ma se accettiamo che il marxismo non è un dogma, che la verità è relativa, che non è stereotipata ma costituisce un processo e che dunque noi non smettiamo mai di apprendere perché la stessa realtà cambia continuamente, allora è evidente che il bisogno di approfondire, ma anche le confusioni ed anche gli errori, sono delle tappe normali, addirittura necessarie, per arrivare alla coscienza di classe. Sono decisivi l'impulso collettivo, la volontà e la partecipazione attiva verso il chiarimento.

Bisogna notare che un atteggiamento che tende a vedere ovunque, in tutti i dibattiti, la presenza dell'opportunismo, in altri termini una tendenza verso posizioni borghesi, può condurre ad un tipo di banalizzazione del pericolo dell'opportunismo, a mettere tutte le discussioni sullo stesso livello. L'esperienza ci mostra proprio che, nelle rare discussioni dove i principi fondamentali sono stati rimessi in causa, abbiamo provato spesso delle difficoltà ad individuarlo: se tutto è allora opportunismo, in fin dei conti, niente è opportunismo.

Un'altra conseguenza di un tale comportamento consistente nel vedere l'opportunismo e l'ideologia borghese ovunque ed in tutti i dibattiti, è l'inibizione del dibattito. I militanti "non hanno più il diritto" di avere delle confusioni, di esprimerle o fare degli errori perché, immediatamente, verranno visti o vedranno sé stessi come potenziali traditori. Certi dibattiti hanno effettivamente un carattere di confronto tra posizioni borghesi e posizioni proletarie: è l'espressione di una crisi e di un pericolo di degenerazione. Ma nella vita del proletariato non è la regola generale. Se si mettono tutti i dibattiti su questo piano, si può finire con l'idea che lo stesso dibattito è espressone di una crisi.

Un altro problema che, ancora una volta, esiste più nella pratica che in teoria, consiste nell'adottare un comportamento nella discussione che mira a convincere gli altri il più rapidamente possibile della posizione corretta. È un atteggiamento che conduce all'impazienza, ad un tentativo di monopolizzare la discussione, a volere schiacciare in qualche modo "l'avversario" in quest'ultima. Un tale comportamento conduce ad una difficoltà ad ascoltare ciò che gli altri dicono. È anche vero che in generale nella vita, in una società segnata dall'individualismo e dalla concorrenza, è difficile imparare ad ascoltare gli altri. Ma non ascoltare conduce ad un atteggiamento di chiusura nei confronti del mondo, ciò che è completamente all'opposto di un atteggiamento rivoluzionario. In questo senso, è necessario comprendere che la cosa più importante in un dibattito, è che esso abbia luogo, che si sviluppi, che ci sia una partecipazione la più larga possibile e che possa emergere un vero chiarimento. In fin dei conti, la vita collettiva del proletariato, quando è capace di svilupparsi, determina un chiarimento. La volontà di chiarimento è una caratteristica del proletariato in quanto classe; è il suo interesse di classe. In particolare, esige la verità e non la falsificazione. È perciò che Rosa Luxemburg ha sostenuto che il primo compito dei rivoluzionari è dire ciò che è. Gli atteggiamenti di confusione non sono la regola, neanche dominanti nella CCI, ma esistono e possono essere pericolosi ed hanno bisogno di essere superati. In particolare, bisogna imparare a sdrammatizzare i dibattiti. La maggior parte delle discussioni in seno all'organizzazione, e molte che abbiamo verso l'esterno, non sono dei confronti tra posizioni borghesi e posizioni proletarie. Sono discussioni dove, sulla base di posizioni condivise e di uno scopo comune, approfondiamo in modo collettivo in una tendenza che va della confusione verso la chiarezza.

In effetti, la capacità di sviluppare una vera cultura del dibattito nelle organizzazioni rivoluzionarie è uno dei maggiori segni della loro appartenenza alla classe operaia, della loro capacità a restare viventi ed in fase coi bisogni di quest'ultima. Un tale comportamento non è solo delle organizzazioni comuniste, appartiene anche al proletariato come un tutto: è proprio attraverso le sue discussioni, in particolare nelle sue assemblee generali, che l'insieme della classe operaia è capace di trarre le lezioni dalle sue esperienze e di avanzare nella sua presa di coscienza. Il settarismo ed il rifiuto del dibattito che, oggi, caratterizzano purtroppo un certo numero di organizzazioni del campo proletario non sono per niente una prova della loro "intransigenza" di fronte all'ideologia borghese o di fronte alla confusione. Sono al contrario una manifestazione della loro paura a difendere le proprie posizioni e, in ultima istanza, la prova di una mancanza di convinzione nella validità di queste.

Gli interventi dei gruppi invitati

Questa cultura del dibattito ha attraversato l'insieme dei lavori del congresso. Ed è stata salutata come tale dalle delegazioni dei gruppi invitati che hanno allo stesso tempo espresso la loro esperienza e le loro riflessioni:

E' così che uno dei compagni della delegazione venuta dalla Corea ci ha reso partecipi della sua "sorprendente impressione di fronte allo spirito di fraternità, di dibattito, di relazioni di cameratismo verso cui la sua esperienza precedente non lo aveva abituato e che c'invidia". Un altro compagno di questa delegazione ha espresso la convinzione che "la discussione sulla cultura del dibattito sarebbe fruttuosa per lo sviluppo della loro attività e che sarebbe importante che la CCI, come il suo gruppo, non si considerassero ognuno come “il solo al mondo”.

Da parte sua, la delegazione di Opop ha tenuto ad "esprimere con la più grande fraternità un saluto a questo congresso" e la sua "soddisfazione di partecipare ad un avvenimento di una tale importanza". Per la delegazione: "Questo congresso non è soltanto un avvenimento importante per la CCI ma anche per tutta la classe operaia. Apprendiamo molto con la CCI. Abbiamo appreso molto in questi ultimi tre anni attraverso i contatti che abbiamo avuto, i dibattiti che abbiamo condotto insieme in Brasile. Abbiamo partecipato già al precedente congresso [quello della sezione in Francia, lo scorso anno] ed abbiamo potuto constatare con quale serietà la CCI tratta il dibattito, la sua volontà di essere aperta per il dibattito, di non avere paura del dibattito e di non avere paura di confrontarsi con posizioni differenti dalle sue. Al contrario, il suo comportamento è quello di suscitare il dibattito e vogliamo ringraziare la CCI per averci fatto conoscere questo approccio. Parimenti, salutiamo il modo con cui la CCI considera la questione delle nuove generazioni, attuali e future. Apprendiamo di questa eredità a cui si riferisce la CCI e che ci è stata trasmessa dal movimento operaio da quando esiste". Allo stesso tempo, la delegazione ha espresso la sua convinzione che "anche la CCI aveva appreso da Opop", in particolare quando la sua delegazione in Brasile ha partecipato affianco ad Opop ad un intervento in un'assemblea operaia dominata dai sindacati.

Anche, il delegato di EKS ha sottolineato l'importanza del dibattito nello sviluppo delle posizioni rivoluzionarie nella classe, principalmente per le nuove generazioni:

"Per cominciare desidero sottolineare l'importanza dei dibattiti per la nuova generazione. Abbiamo dei giovani elementi nel nostro gruppo e ci siamo politicizzati attraverso il dibattito. Abbiamo appreso molto proprio attraverso il dibattito, in particolare tra i giovani elementi con cui siamo in contatto... Penso che per la giovane generazione il dibattito sarà nell'avvenire un aspetto molto importante del suo sviluppo politico. Abbiamo incontrato un compagno che veniva da un quartiere operaio molto povero di Istanbul e che era più vecchio di noi. Ci ha detto che nel quartiere da dove veniva gli operai volevano sempre discutere. Ma i gauchisti che facevano lavoro politico nei quartieri operai provavano sempre a liquidare molto rapidamente il dibattito per passare alle 'cose pratiche', come ci si può aspettare. Penso che la cultura proletaria che, adesso, si discute qui e che ho sperimentato in questo congresso è una negazione del metodo gausciste di discussione visto come una competizione. Vorrei fare alcuni commenti sui dibattiti tra i gruppi internazionalisti. Innanzitutto penso che è evidente che tali dibattiti dovrebbero essere per quanto possibile costruttivi e fraterni e che dovremmo sempre ricordare che i dibattiti sono uno sforzo collettivo per arrivare ad un chiarimento politico tra i rivoluzionari. Non è assolutamente una competizione o qualche cosa che dovrebbe creare dell'ostilità o delle rivalità. Questo è la negazione totale dello sforzo collettivo per arrivare a nuove conclusioni, per avvicinarsi alla verità. È anche importante che il dibattito tra i gruppi internazionalisti sia per quanto possibile regolare perché ciò aiuta molto nel chiarimento tutti coloro che sono coinvolti internazionalmente. Penso che è anche necessario per il dibattito di essere aperti a tutti gli elementi proletari che sono interessati. Penso anche che è significativo che i dibattiti siano pubblici per gli elementi rivoluzionari che sono interessati. Il dibattito non è limitato a coloro che sono implicati direttamente. Lo stesso dibattito, ciò di cui si discute, è di grande aiuto anche per qualcuno che semplicemente legge. Per esempio mi ricordo che per un certo tempo avevo molto paura di dibattere ma ero molto interessato a leggere. Questa idea di leggere i dibattiti, i risultati, aiuta enormemente e dunque è molto importante che i dibattimenti siano pubblici per tutti gli interessati. È un modo molto efficace di svilupparsi teoricamente e politicamente".

Gli interventi molto calorosi delle delegazioni dei gruppi invitati non avevano alcun atteggiamento di adulazione verso la CCI. Infatti i compagni della Corea hanno portato un certo numero di critiche ai lavori del congresso, dispiacendosi particolarmente che non sia stato più possibile ritornare all'esperienza del nostro intervento all'epoca del movimento contro il CPE in Francia o che l'analisi della situazione economica della Cina non tenga conto di più della situazione sociale e le lotte della classe operaia in questo paese. L'insieme dei delegati della CCI ha prestato una grande attenzione a queste critiche che permetteranno sia alla nostra organizzazione di tenere meglio in conto le preoccupazioni e le attese degli altri gruppi del campo proletario che stimolare il nostro sforzo per approfondire le nostre analisi di una questione tanto importante come quella in Cina. Evidentemente, elementi ed analisi che potranno portare gli altri gruppi su questa questione, particolarmente dei gruppi dell'Estremo Oriente, saranno preziosi per il nostro lavoro.

Del resto, durante lo stesso congresso, gli interventi delle delegazioni hanno costituito un apporto importante alla nostra comprensione della situazione mondiale, particolarmente quando hanno dato degli elementi precisi concernente la situazione del loro paese. Non possiamo nel contesto di quest'articolo riprodurre integralmente gli interventi delle delegazioni i cui elementi figureranno ulteriormente negli articoli della nostra stampa. Ci accontenteremo di segnalare gli elementi più ragguardevoli. Sulla lotta di classe, il delegato di EKS ha insistito sul fatto che dopo la sconfitta delle lotte di massa del 1989, oggi c'era una ripresa delle lotte operaie, un'ondata di scioperi con occupazioni di fabbriche, a seguito di una situazione economica che è drammatica per i lavoratori. Davanti a questa situazione, i sindacati non si accontentano solo di sabotare le lotte come fanno ovunque, ma provano anche a sviluppare il nazionalismo tra gli operai conducendo una campagna sul tema della "Turchia secolare".

La delegazione di Opop ha segnalato che, a causa del legame tra i sindacati e il governo attuale (essendo stato il presidente Lula il principale dirigente sindacale del paese) esiste una tendenza alle lotte all'infuori della cornice sindacale ufficiale, una "ribellione della base", come si era autonominato il movimento nel settore delle banche, nel 2003. I nuovi attacchi economici che il governo Lula prepara vanno a spingere evidentemente la classe operaia a proseguire le sue lotte, anche se i sindacati adottano un atteggiamento molto più "critico" nei confronti di Lula.

Un altro contributo importante delle delegazioni di Opop ed EKS al congresso ha riguardato la politica imperialista della Turchia e del Brasile. Opop ha dato degli elementi che permettono di comprendere meglio il ruolo di questo paese che, si mostra da un lato un fedele alleato della politica americana in quanto "gendarme del mondo" (in particolare con una presenza militare a Timor ed Haiti, paese dove esso assicura il comando delle forze straniere) ma che, allo stesso tempo, tende a sviluppare la propria diplomazia, con accordi bilaterali, specialmente verso la Russia (da cui acquista aerei), l'India e la Cina (i cui prodotti industriali sono concorrenti della produzione brasiliana). Peraltro, il Brasile sviluppa una politica di potere imperialista regionale dove tenta di imporre le sue condizioni ai paesi come la Bolivia o il Paraguay.

Il compagno di EKS ha fatto un intervento molto interessante sui comportamenti ed i risultati della vita politica della borghesia turca (particolarmente la posta in gioco del conflitto tra il settore "islamico" ed il settore "laico") e delle sue ambizioni imperialiste. Ripetiamo che non possiamo riprodurre quest'intervento in tale articolo. Vogliamo tuttavia sottolineare l'idea essenziale che questo intervento raffigura nella sua conclusione: il rischio che, in una regione vicina ad una delle zone in cui si scatenano con più violenza i conflitti imperialisti, particolarmente in Iraq, la borghesia turca si imbarchi in una spirale militare drammatica, facendo pagare ancora di più alla sua classe operaia il prezzo delle contraddizioni del capitalismo.

Gli interventi delle delegazioni dei gruppi invitati hanno costituito, accanto a quelli delle delegazioni delle sezioni della CCI, un apporto di primo piano ai lavori dell'insieme del congresso ed alla sua riflessione su tutte le questioni, permettendogli di "sintetizzare la situazione mondiale" come è stato notato dalla delegazione del SPA della Corea. In effetti, come abbiamo segnalato all'inizio di questo articolo, una delle chiavi dell'importanza di questo congresso è stata la partecipazione dei gruppi invitati; questa partecipazione ha costituito uno degli elementi maggiori della sua riuscita e dell'entusiasmo che era condiviso da tutte le sue delegazioni al momento della sua chiusura.

Con l'intervallo di alcuni giorni si sono svolte due riunioni internazionali: il vertice del G8 ed il congresso della CCI. Evidentemente, esistono delle differenze in quanto all'ampiezza ed all'impatto immediato di questi due incontri ma vale la pena di sottolineare quanto sia sorprendente il contrasto tra loro, tanto sulle circostanze, che sugli scopi ed il modo di funzionamento. Da un lato c'era una riunione dietro i fili di ferro spinato, un dispiegamento poliziesco senza precedenti e la repressione, una riunione dove le dichiarazioni sulla "sincerità dei dibattiti", sulla "pace" e su "l'avvenire dell'umanità" erano solamente un schermo destinato a mascherare gli antagonismi tra Stati capitalisti, a preparare nuove guerre ed a preservare un sistema che non offre nessun avvenire all'umanità. Dall'altro, c'era una riunione di rivoluzionari di 15 paesi che combattono tutti gli schermi, tutte le false parvenze, che conducono dei dibattiti realmente fraterni, con un profondo spirito internazionalista, per contribuire all'unica prospettiva capace di salvare l'umanità: la lotta internazionale ed unita della classe operaia in vista del rovesciamento del capitalismo e l'instaurazione della società comunista.

Sappiamo che la strada che conduce là è ancora lunga e difficile ma la CCI è convinta che il suo 17° congresso costituisce una tappa molto importante su questa strada.

CCI

1. Vedere il nostro articolo "I trent'anni della CCI: appropriarsi del passato per costruire l'avvenire", presente sul sito internet.

2. Opop: Opposizione Operaia. Si tratta di un gruppo presente in diverse città del brasile che si è costituito all’inizio degli anni novanta, in particolare con elementi che hanno rotto con la CUT (Centrale sindacale) e il Partito dei lavoratori di Lula (attuale presidente di questo paese) per raggiungere le posizioni del proletariato, in particolare sulla questione vitale dell’internazionalismo, ma anche sulla questione sindacale (denuncia di questi organi come strumenti della classe borghese) e parlamentare (denuncia della mascherata “democratica”). È un gruppo attivo nelle lotte operaie (in particolare nel settore delle banche) con cui la CCI conduce delle discussioni fraterne da qualche anno (il nostro sito in lingua portoghese ha in particolare pubblicato un resoconto del nostro dibattito sul materialismo storico). Peraltro, le nostre due organizzazioni hanno organizzato parecchie riunioni pubbliche comuni in Brasile (vedere in proposito Quattro interventi pubblici della CCI in Brasile: Un rafforzamento delle posizioni proletarie in Brasile, in Revolution Internationale n°365) e hanno pubblicato una presa di posizione comune sulla situazione sociale di questo paese. Una delegazione di Opop era già presente all'epoca del 17° congresso della nostra sezione in Francia, nella primavera 2006 (vedere il nostro articolo: "17° congresso di Révolution Internationale: l'organizzazione rivoluzionaria alla prova della lotta di classe" in Révolution Internationale n° 370).

3. SPA: Socialist Political Alliance, Alleanza Politica Socialista. È un gruppo che si è dato come compito di fare conoscere in Corea le posizioni della Sinistra comunista, particolarmente attraverso la traduzione di alcuni dei suoi testi fondamentali, e di animare in questo paese, ed anche internazionalmente, le discussioni tra gruppi ed elementi intorno a queste posizioni. Il SPA ha organizzato nell'ottobre 2006 una conferenza internazionale a cui la CCI, che intratteneva discussioni con questa organizzazione all'incirca da un anno, ha mandato una delegazione (vedere il nostro articolo "Rapporto sulla conferenza in Corea - ottobre 2006" nella Révue Internazionale n° 129). Bisogna notare che i partecipanti a questa conferenza, che si è tenuta appena dopo le prove nucleari della Corea del Nord, hanno adottato una" Dichiarazione internazionalista dalla Corea contro la minaccia di guerra" (vedere sito internet).

4. EKS: Enternasyonalist Komünist Sol, Sinistra Comunista Internazionalista; gruppo costituito recentemente in Turchia che si trova risolutamente sulle posizioni della Sinistra comunista e di cui abbiamo pubblicato delle prese di posizione.

5. Su queste conferenze internazionali vedere il nostro articolo "Le conferenze internazionali della Sinistra Comunista (1976-1980) - Lezioni di un'esperienza per il campo proletario" nella Revue Internationale n° 122. Il sabotaggio di queste conferenze da parte dei gruppi che andavano a costituire il Bureau Internazionale per il Partito Rivoluzionario (BIPR) non aveva impedito tuttavia alla CCI di invitare questa organizzazione al suo 13° congresso, nel 1999. Infatti, avevamo pensato che la gravità del gioco imperialista al centro dell'Europa (era il momento dei bombardamenti della Serbia da parte degli eserciti della NATO) meritava che i gruppi rivoluzionari lasciassero da parte i loro risentimenti per ritrovarsi in uno stesso luogo ad esaminare insieme le implicazioni del conflitto ed, eventualmente, produrre una dichiarazione comune. Purtroppo, il BIPR aveva declinato questo invito.

6. Poiché Internasyonalismo era politicamente presente, anche se non era stato possibile alla sua delegazione di essere fisicamente presente.

7. Vedere su questo argomento i nostri articoli "Conferenza straordinaria della CCI: La lotta per la difesa dei principi organizzativi" e "15° Congresso della CCI: Rafforzare l'organizzazione di fronte alla posta in gioco del periodo" nei numeri 110 e 114 della Révue Internationale.

8. Vedere "La fiducia e la solidarietà nella lotta del proletariato" e " Marxismo ed etica" nei numeri 111, 112, 127 e 128 della Révue Internationale.

XVII Congresso della CCI. Risoluzione sulla situazione internazionale

Decadenza e decomposizione del capitalismo

1. Tra gli elementi che determinano la vita della società capitalistica di oggi uno dei più importanti è il fatto che essa è entrata nella sua fase di decomposizione. Dalla fine degli anni ottanta, la CCI ha dimostrato le cause e le caratteristiche di questa fase di decomposizione. In particolare ha messo in evidenza le seguenti questioni:

a) la fase di decomposizione è parte integrante della decadenza del sistema capitalistico, iniziata con la prima Guerra mondiale (come sottolinearono la maggior parte dei rivoluzionari del tempo). Per questo essa conserva le caratteristiche principali della decadenza, con l’aggiunta di nuovi elementi;

b) essa costituisce la fase finale della decadenza, nella quale oltre a trovare accumulati tutti i segni più catastrofici delle fasi precedenti, possiamo vedere rovinare l’intero edificio sociale;

c) in pratica tutti gli aspetti della società sono affetti da decomposizione, in modo particolare quelli decisivi per la sopravvivenza dell’umanità come le guerre imperialiste e la lotta di classe. In questo senso, intendiamo usare la fase di decomposizione come punto di partenza dal quale esaminare gli aspetti più significativi dell’attuale situazione internazionale: le crisi economiche del sistema capitalistico, i conflitti all’interno della classe dominante, specialmente quelli su terreno imperialista, e infine la lotta tra le classi principali della società: borghesia e proletariato.

2. Paradossalmente, l’economia del capitalismo è l’aspetto della società meno affetto da decomposizione. Questo è fondamentale, perché è proprio la situazione economica che, in ultima istanza, determina gli altri aspetti della vita del capitalismo, incluso quelli che concernono la decomposizione. Il modo di produzione capitalistico, proprio come gli altri modi di produzione precedenti, ha avuto una sua fase ascendente giunta al suo massimo alla fine del XIX secolo, dopo di che è entrato nel suo periodo di decadenza all’inizio del XX. All’origine di questa decadenza sta, come per gli altri sistemi economici, il crescente conflitto tra le forze produttive e i rapporti di produzione. Concretamente, nel caso del capitalismo, il cui sviluppo è stato condizionato dalla conquista dei mercati extra-capitalisti, la prima Guerra mondiale costituì la prima manifestazione significativa della sua decadenza. Con la fine delle conquiste economiche e coloniali nel mondo da parte degli Stati capitalisti, questi ultimi furono portati a confrontarsi in una disputa per accaparrarsi il mercato gli uni a spese degli altri. Da allora, il capitalismo è entrato in un nuovo periodo della sua storia, definito dall’Internazionale Comunista nel 1919 come epoca di guerre e rivoluzioni. Il fallimento dell’ondata rivoluzionaria scoppiata durante la prima guerra mondiale generò le crescenti convulsioni della società capitalistica: la grande depressione degli anni ’30 e le sue conseguenze, una seconda guerra mondiale ancor più sanguinaria e barbara della prima. Il periodo che seguì, descritto da alcuni “esperti” borghesi come i “gloriosi anni trenta”, videro il capitalismo alle prese con l’illusione di sopravvivere alle sue contraddizioni mortali, una illusione ancora cullata da alcune correnti che si dicono a favore della rivoluzione comunista. In realtà, questo periodo di prosperità, permesso dalla congiunzione di elementi circostanziali e dallo sviluppo di misure per dissimulare gli effetti delle crisi economiche, finì ancora una volta nelle crisi aperte del modo di produzione capitalista della fine degli anni ’60, che crebbero vigorosamente a metà dei ’70. Queste crisi aperte del modo di produzione capitalistica aprirono ancora una volta il varco all’alternativa già annunciata dall’Internazionale Comunista: la guerra mondiale, o lo sviluppo delle lotte operaie dirette verso l’abbattimento del capitalismo. La guerra mondiale, contrariamente a quanto possano pensare alcuni gruppi della sinistra comunista, in nessun caso rappresenta una “soluzione” alle crisi del capitalismo, incapace di rigenerarsi e riavviare una crescita dinamica. Questo è il circolo vizioso del sistema: inasprimento delle tensioni tra settori nazionali del capitalismo, che danno vita ad una crescita senza freni del livello militare, che infine sfocia nella guerra mondiale. In effetti, come conseguenza dell’aggravamento delle convulsioni economiche del capitalismo, ci fu un netto acuirsi delle tensioni imperialiste agli inizi degli anni ’70, ma che comunque non era possibile culminassero in una guerra mondiale. Il motivo è la rinascita della lotta di classe dal 1968 in poi, come reazione ai primi effetti della crisi. Allo stesso tempo, la classe operaia, anche se fu capace di bloccare l’unica prospettiva possibile della borghesia (se è possibile chiamarla “prospettiva”), e nonostante un livello di combattività che non si vedeva da decenni, non fu capace di affermare la propria prospettiva, la rivoluzione comunista. Fu proprio questa situazione, in cui nessuna delle due classi decisive nella vita della società era in grado di imporre la propria prospettiva, una situazione in cui la classe dominante si è ridotta a vivere alla giornata, a segnare l’inizio dell’entrata del capitalismo nella sua fase di decomposizione.

3. Una delle manifestazioni maggiori di questa assenza di prospettiva storica è lo sviluppo dell’”ognuno per sé”, che affligge la società a tutti i livelli, dagli individui allo Stato. Comunque, a livello della vita economica del capitalismo, non possiamo riscontrare un cambiamento considerevole con l’ingresso nella fase di decomposizione. Infatti, l’“ognuno per sé” e la “guerra di tutti contro tutti” sono caratteristiche congenite del modo di produzione capitalista. Sin dall’inizio del suo periodo di decadenza, il capitalismo ha dovuto temperare queste sue caratteristiche attraverso il massiccio intervento dello Stato nell’economia, mezzo usato durante la prima Guerra mondiale e riattivato negli anni ’30, in particolare attraverso il fascismo e le politiche keynesiane. L’intervento da parte dello Stato fu completato, nel corso della seconda guerra mondiale, dalla messa a punto di organismi internazionali come il FMI, la Banca Mondiale e l’OCSE, e infine la Comunità Economica Europea (antenata dell’Unione Europea) al fine di prevenire le contraddizioni del sistema economico che lo guidavano verso il disastro generale, come fu col Giovedì Nero del 1929. Oggi, a dispetto di tutti i discorsi sul liberalismo e il libero mercato, gli Stati non hanno rinunciato ad intervenire nelle economie dei rispettivi paesi, o ad usare strutture atte a prolungare per quanto possibile le relazioni tra essi, o a crearne di nuove come il WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio). Tuttavia, nessuna di queste politiche, o di questi organismi, pur avendo messo un freno significativo allo scivolare del capitalismo verso le crisi, è riuscita nell’intento di superare le contraddizioni, a dispetto di tutti i sermoni sul livello di crescita “storico” dell’economia mondiale e sulle performance straordinarie dei giganti asiatici, l’India e soprattutto la Cina.

Crisi economica: una lunga scivolata nel debito

4. La base del livello dei tassi di crescita del PIL globale dei recenti anni, che ha provocato l’euforia della borghesia e dei suoi insulsi intellettuali, non è proprio nuova. E’ la stessa che ha permesso di assicurare che la saturazione del mercato, alla radice della crisi aperta alla fine degli anni ’60, non soffocasse l’economia mondiale. Ma i tassi di crescita vanno sommati come debito crescente. Allo stato attuale, la “locomotiva” principale della crescita economica mondiale è costituita dalla massa di debiti dell’economia americana, sia a livello di bilancio statale che a livello commerciale. Proprio in questi giorni la minaccia del boom edilizio negli USA, che è stato propulsivo per l’economia sollevandola dal pericolo di un catastrofico fallimento bancario, ha causato un considerevole allarme tra gli economisti. Questo allarme è stato causato dalla prospettiva di un altro fallimento che ha colpito i cosiddetti "hedge funds" (fondi spazzatura) a seguito del collasso di Amaranth nell’Ottobre 2006. La minaccia è abbastanza seria perché questi organismi, la cui ragione di esistere è trarre grossi profitti a breve termine dalla variazione dei tassi di scambio e del prezzo delle materie prime, sono ormai parte integrante del sistema finanziario internazionale. Infatti, sono le più “serie” istituzioni finanziarie che hanno messo una parte del proprio assetto in questi fondi speculativi. Inoltre, le somme investite in questi organismi sono considerevoli, pari al PIL annuale di un paese come la Francia; e agiscono come una leva per ancor più considerevoli movimenti di capitale (prossimi a 700.000 miliardi di dollari nel 2002, cioè 20 volte superiore alle transazioni dei beni e dei servizi, i prodotti “reali”). E niente di tutto ciò sarà cambiato dalle lamentele degli alter-mondialisti o dai critici della finanziarizzazione dell’economia. Queste correnti politiche vorrebbero vedere un capitalismo più pulito e giusto che rinunci alla speculazione. In realtà, la speculazione non è soltanto il prodotto di un “cattivo” tipo di capitalismo che ha dimenticato le proprie responsabilità di investire in settori realmente produttivi. Come Marx già dimostrava nel XIX secolo, la speculazione è il risultato del fatto che, quando si affaccia una prospettiva di scarsità o insufficienza di sbocchi per gli investimenti produttivi, i detentori di capitale preferiscono cercare profitti a breve termine in una enorme lotteria, un casinò planetario, proprio come quello in cui oggi è stato trasformato il capitalismo. Volere che oggi il capitalismo rinunci alla speculazione è realistico come una tigre vegetariana o un dragone che non sputa fiamme.

5. Gli eccezionali tassi di crescita osservabili in paesi come India e Cina non provano assolutamente la presenza di nuova linfa nell’economia mondiale, anche se hanno contribuito considerevolmente agli alti tassi di crescita dell’ultimo periodo. Alla base dei tassi di crescita eccezionali c’è, paradossalmente, ancora una volta la crisi del capitalismo. La crescita deve la sua dinamica essenzialmente a due fattori: l’esportazione e l’investimento di capitali provenienti da paesi più sviluppati. Se le reti commerciali sono più inclini alla distribuzione dei beni made in China è perché possono venderli a prezzi molto più bassi, cosa che è diventata una assoluta necessità data la crescente saturazione dei mercati e la oltremodo esacerbata competizione commerciale; allo stesso tempo, questo processo abbassa i costi della forza lavoro nei paesi più sviluppati. La stessa logica è riscontrabile nel fenomeno della ”delocalizzazione” (outsourcing), il trasferimento delle attività industriali di grandi imprese verso i paesi del terzo mondo, dove la forza lavoro è incomparabilmente più economica che nei paesi sviluppati. Va ancora notato che l’economia cinese, beneficiaria della delocalizzazione nel proprio territorio, tende a sua volta a fare lo stesso verso i paesi dove i salari sono ancora più bassi, come in Africa.

6. Dietro la “crescita a due cifre” della Cina, specialmente per l’industria, vi è un sfruttamento forsennato della classe operaia che spesso sopravvive in condizioni analoghe a quelle della classe operaia inglese della prima metà del XIX secolo, come Engels ha denunciato nel suo notevole lavoro del 1844. In sé e per sé questo non è un segno della bancarotta del capitalismo perché era sulla base di quel barbaro sfruttamento che questo sistema si lanciava alla conquista del globo. Detto questo, ci sono differenze fondamentali tra lo sviluppo del capitalismo e le condizioni della classe operaia nei primi paesi capitalisti e nella Cina di oggi:

  • innanzitutto, la crescita del numero dei lavoratori dell’industria in un dato paese non corrispose alla riduzione del numero negli altri: i settori industriali di Inghilterra, Francia, Germania o USA si svilupparono parallelamente. Allo stesso tempo, grazie alla resistenza delle lotte del proletariato, le condizioni di vita dei lavoratori subirono un progressivo sviluppo per tutta la seconda metà del diciannovesimo secolo.
  • Nel caso della Cina odierna, la crescita dell’industria (come negli altri paesi del terzo mondo) va a danno di quei settori industriali dei vecchi paesi capitalisti che tendono gradualmente a scomparire. Allo stesso tempo, l’outsourcing è un modo per sferrare un attacco puro e semplice alla classe operaia di questi paesi. Questo tipo di attacco è iniziato prima dell’outsourcing ed è diventato una pratica comune, ma ha consentito che esso si intensificasse maggiormente, attraverso la disoccupazione, la precarietà, l’impoverimento culturale e l’abbassamento delle condizioni di vita. E nelle regioni industriali della Cina, dove si concentrano milioni di lavoratori, l’unica prospettiva futura è il patimento di un feroce sfruttamento della forza lavoro e una crescente pauperizzazione.

Quindi, lungi dal rappresentare un soffio di aria buona per l’economia capitalista, il “miracolo” in Cina e in alcuni paesi del terzo mondo è solo una rappresentazione della decadenza del capitalismo. Inoltre, la totale dipendenza dell’economia cinese verso le esportazioni è fonte di una considerevole vulnerabilità ad ogni calo della domanda degli attuali clienti. Cosa che potrebbe verificarsi duramente dato che l’economia americana è obbligata a fare fronte ai colossali debiti, che attualmente gli permettono di giocare il ruolo di locomotiva per la domanda mondiale. Quindi, proprio come il miracolo delle crescite a due cifre delle tigri e dragoni asiatici del 1997 giunse ad una spiacevole fine, l’attuale miracolo cinese, anche se non ha le stesse origini ed ha margini di gran lunga maggiori a propria disposizione, dovrà presto o tardi confrontarsi con l’impasse storica del modo di produzione capitalistico.

Aggravamento del caos e delle tensioni imperialiste

7. La vita economica della società borghese non trova scampo dalle leggi della decadenza capitalista, e per diverse ragioni: è a questo livello che la decadenza si manifesta prima e soprattutto. Tuttavia, per le stesse ragioni, le maggiori espressioni della decomposizione hanno fino ad ora risparmiato la sfera economica. La stessa cosa non si può dire per la sfera politica della società capitalistica, e in particolare per l’area degli antagonismi tra i settori della classe dominante e soprattutto l’area degli antagonismi imperialisti. Infatti, la prima grande espressione dell’ingresso del capitalismo nella fase di decomposizione concerne precisamente l’area dei conflitti imperialisti: il collasso del blocco imperialista dell’est alla fine degli anni ’80, che portò rapidamente anche alla sparizione del blocco occidentale.

E’ a livello delle relazioni politiche diplomatiche e militari degli Stati che vediamo chiaramente il fenomeno dell’”ognuno per sé”, caratteristica importante della fase di decomposizione. Il sistema dei blocchi portava con sé il pericolo di una terza Guerra mondiale, che senza dubbio avrebbe avuto luogo se il proletariato mondiale non avesse rappresentato un ostacolo sin dalla fine degli anni sessanta. Ciononostante esso rappresentava una certa “organizzazione” delle tensioni imperialiste, principalmente attraverso la disciplina imposta all’interno dei blocchi dalla potenza dominante. La situazione che si impose nel 1989 è leggermente diversa. Certamente, lo spettro di una Guerra mondiale non ha ossessionato ulteriormente il pianeta, ma allo stesso tempo, abbiamo visto il liberarsi degli antagonismi imperialisti e delle guerre locali in cui sono implicate direttamente le grandi potenze, in particolare la più potente, gli USA.

Gli USA, che per decenni sono stati i “gendarmi del mondo”, hanno dovuto tentare di proseguire e rinvigorire questo ruolo a seguito del “nuovo disordine mondiale” che è fuoriuscito dalla fine della Guerra Fredda. Ma nonostante abbiano certamente assunto questo ruolo sulla Terra, essi non l’hanno fatto per puntare a contribuire alla stabilità del pianeta, ma per conservare fondamentalmente la loro leadership mondiale, messa in questione più volte dal fatto che non esisteva più il cemento che manteneva insieme i due blocchi imperialisti – la minaccia del blocco rivale.

Con la definitiva scomparsa della “minaccia Sovietica”, il solo modo con cui la potenza americana poteva imporre la propria disciplina era di contare sulla propria forza, l’enorme superiorità a livello militare. Ma facendo ciò, la politica militare degli USA è diventata uno dei principali fattori dell’instabilità mondiale. Ne abbiamo diversi esempi dagli inizi degli anni ’90: la prima guerra del Golfo, nel 1991, con cui si tentò di riannodare i legami logori che tenevano gli ex alleati del blocco occidentale (e non per obbligare a rispettare le leggi internazionali, ritenute non rispettate dall’invasione dell’Iraq del Kuwait, che fu in effetti un pretesto). Poco tempo dopo, in Iugoslavia, l’unità tra i vecchi alleati del blocco occidentale andava in pezzi: la Germania dà fuoco alla miccia spingendo la Slovenia e la Croazia a dichiarare la loro indipendenza; la Francia e l’Inghilterra ritornavano all’Entente Cordiale degli inizi del XX secolo sostenendo gli interessi imperialisti della Serbia mentre gli stessi Usa si presentavano come guardiani dei musulmani bosniaci.

8. Il fallimento della borghesia Americana, durante gli anni ’90, nell’ imporre la propria autorità in ogni direzione, anche grazie ad una serie di operazioni militari, la condusse a cercare un nuovo nemico del “mondo libero” e della “democrazia”, così da riuscire ancora una volta ad allineare le potenze mondiali e specialmente i vecchi alleati: il terrorismo islamico. Gli attacchi dell’11 settembre, che sembra sempre di più (anche a più di un terzo della popolazione USA e a tà dei cittadini di New York) che fossero voluti se non effettivamente preparati dall’apparato statale americano, sono stati il punto di partenza per questa nuova crociata. Cinque anni dopo questa politica si è dimostrata fallimentare. Se gli attacchi dell’11 settembre permisero agli USA di trascinare nell’intervento in Afghanistan paesi come Francia e Germania, questo non gli riuscì nell’avventura irachena del 2003; provocò addirittura la nascita di una alleanza di circostanza contro l’intervento in Iraq tra questi due paesi e la Russia. Ed infine, alcuni tra i maggiori alleati della “coalizione” intervenuta in Iraq, come Spagna e Italia, hanno abbandonato la nave che affondava. La borghesia americana ha fallito ognuno degli obiettivi preposti per la guerra in Iraq: l’eliminazione delle armi di distruzione di massa, l’instaurazione di una democrazia pacifica; la stabilità e un ritorno alla pace nella regione sotto l’egida dell’America; la sconfitta del terrorismo; l’adesione della popolazione americana agli interventi militari del nuovo governo.

La questione delle armi di distruzione di massa fu subito sistemata: divenne chiaro che le uniche armi del genere in Iraq erano quelle portate dalla coalizione. Questo dimostrò rapidamente le menzogne architettate dalla amministrazione Bush per invadere l’Iraq.

Per quanto riguarda la battaglia contro il terrorismo, è chiaro che con l’invasione dell’ Iraq non si è andati nella giusta direzione ma al contrario si sono ottenuti effetti contrari, sia in Iraq che negli altri paesi, come abbiamo visto a Madrid nel marzo 2004 e a Londra nel luglio 2005.

L’instaurazione di una democrazia pacifica in Iraq prese la forma della nascita di un governo fantoccio che non avrebbe potuto mantenere il minimo controllo su paese senza il massiccio supporto delle truppe americane – un controllo in ogni caso limitato a poche “zone di sicurezza”, lasciando il resto del paese esposto al massacro tra sciiti e sunniti e agli attacchi terroristici che hanno causato decine di migliaia di vittime dalla caduta di Saddam Hussein.

Pace e stabilità nel Medio Oriente non sono mai sembrate così lontane: nei 50 anni di conflitto tra Israele e Palestina, gli ultimi 5 anni hanno visto un continuo aggravamento della situazione, fattasi ancora più drammatica con gli attriti tra Hamas e Fatah e dal discredito crescente del governo israeliano. La perdita di autorità nella regione da parte del gigante USA, a seguito della disastrosa disfatta in Iraq, chiaramente non è estranea a questa caduta e al fallimento del “processo di pace” di cui era il maggior sostenitore.

La perdita di autorità è anche responsabile delle crescenti difficoltà delle forze NATO in Afghanistan e della perdita di controllo del governo Karzai nel paese di fronte ai Talebani.

Inoltre, la crescente sfrontatezza dell’Iran nei suoi preparativi per costruire armi nucleari è una diretta conseguenza dell’impantanamento degli Stati Uniti nelle sabbie mobili dell’Iraq, che per il momento impediscono un simile massiccio uso di truppe altrove.

Infine, l’intento della borghesia americana di seppellire una volta per tutte “la sindrome del Vietnam”, cioè la reticenza della popolazione americana a supportare le proprie truppe inviate sui campi di battaglia, ha avuto l’effetto opposto. Sebbene, in un periodo iniziale l’emozione provocata dagli attacchi dell’11 settembre ha reso possibile un forte sentimento nazionalista all’interno della popolazione, promuovendo il desiderio di unità nazionale e la determinazione a dichiarare la “guerra al terrore”, negli anni recenti si è manifestata con forza la reazione alla guerra e l’opposizione all’invio di truppe USA lontano da casa.

La borghesia statunitense oggi in Iraq si trova di fronte ad un vero vicolo cieco. Da una parte, sia dal punto di vista strettamente militare che da quello economico e politico, non ha i mezzi per reclutare una forza che eventualmente potrebbe permettere di “ristabilire l’ordine”. Dall’altra, non può ritirarsi semplicemente dall’Iraq senza ammettere apertamente il totale fallimento della propria politica, aprendo così le porte alla disgregazione dell’Iraq e alla totale destabilizzazione della regione.

9. Perciò il bilancio del mandato di Bush junior è di certo uno dei più disastrosi della storia USA. L’ascesa dei Neocon alla testa dello Stato rappresenta una vera catastrofe per la borghesia americana. La questione posta è la seguente: come è possibile che la borghesia leader del mondo faccia appello a questa banda di irresponsabili e avventurieri incompetenti per prendere in carico la difesa dei propri interessi? Cosa c’è dietro questa cecità della classe dominante del paese dal capitalismo più avanzato? Nei fatti, l’arrivo del gruppo di Cheney, Rumsfeld e Co. alle redini dello stato non è stato semplicemente il risultato di un monumentale errore nel casting da parte della classe dominante. Mentre ha considerevolmente peggiorato la situazione degli Stati Uniti a livello imperialista, ha anche rappresentato l’espressione dell’impotenza degli Usa rispetto al crescente indebolimento della sua leadership e più in generale di fronte allo sviluppo dell’”ognuno per sé” nelle relazioni internazionali che caratterizza la fase di decomposizione.

La migliore prova di questo fatto è che la borghesia più intelligente e abile del mondo si è fatta trascinare in questa avventura suicida in Iraq. Un altro esempio della inclinazione per scelte imperialiste catastrofiche da parte dei borghesi più efficienti, che fino ad ora erano riusciti ad usare con maestria la propria potenza militare, è visibile a scala minore nell’avventura catastrofica di Israele in Libano nell’estate del 2006, un’offensiva condotta col lasciapassare degli “strateghi” di Washington. Questa mirava ad indebolire Hezbollah ed ha avuto come risultato il suo rafforzamento.

La distruzione accelerata dell’ambiente

10. Il caos militare che si sviluppa nel mondo, che spinge vaste regioni in una malsana desolazione, in modo notevole nel Medio Oriente ma soprattutto in Africa, non è la sola manifestazione del vicolo cieco storico raggiunto dal capitalismo, e neanche la più pericolosa per la specie umana. Oggi appare chiaro che il perdurare del capitalismo porta con sé la minaccia della distruzione dell’ambiente che rende possibile la vita umana. Le continue emissioni di gas serra al livello attuale, col risultato del surriscaldamento del pianeta, annunciano l’arrivo di catastrofi senza precedenti (ondate di caldo, uragani, desertificazione, alluvioni…) con la conseguenza di una sfilza di terrificanti disastri umani (carestie, migrazioni di centinaia di milioni di esseri umani, sovrappopolazione nelle aree meno afflitte dai cambiamenti climatici…). Rispetto ai primi effetti visibili del degrado ambientale, i governi e i circoli dirigenti della borghesia non possono a lungo nascondere alla popolazione mondiale la gravità della situazione e il futuro catastrofico che si annuncia. D’ora in avanti, le borghesie più potenti e tutti i partiti politici si vestono di bianco promettendo di prendere le misure necessarie per salvare l’umanità dal disastro incombente. Ma con la distruzione delle risorse è come col problema della guerra: tutti i settori della borghesia dichiarano di essere contro la guerra, ma da quando il sistema è entrato nella fase di decadenza questa classe è stata incapace di garantire la pace. E questo non ha niente a che vedere con le buone o le cattive intenzioni (anche se si possono trovare i più sordidi interessi dietro quei settori che spingono fortemente per la guerra). Anche i leader borghesi più “pacifisti” non possono sfuggire alla logica oggettiva che metterà a repentaglio tutte le loro pretese “umaniste” e “razionali”. Allo stesso modo, le buone intenzioni frequentemente sventolate dai leader della borghesia che hanno a cuore la protezione dell’ambiente, anche quando non sono soltanto dirette alla vittoria elettorale, contano poco contro le costrizioni dell’economia capitalistica. In effetti affrontare il problema dell’emissione di gas serra richiede un migliore struttura della produzione industriale, della produzione energetica , dei trasporti, della casa, quindi un massiccio e prioritario investimento in questi settori. Ciò significherebbe mettere nella questione maggiori interessi economici, sia a livello della grande impresa che statale. Concretamente, se uno Stato mettesse mano alle misure necessarie a contribuire effettivamente a risolvere il problema, sarebbe immediatamente punito con crudeltà dalla competizione del mercato mondiale. Quando si tratta di decidere come gli Stati dovrebbero combattere il riscaldamento globale, si ha lo stesso problema che ogni borghesia affronta rispetto agli aumenti salariali. Sono tutti per prendere le giuste disposizioni… purché siano gli altri a prenderle. Finchè il modo di produzione capitalista sopravvive, l’umanità è condannata a subire catastrofi crescenti che questo sistema in disgregazione impone, minacciando la sua stessa sopravvivenza.

Perciò, come la CCI mostra da 15 anni, la decomposizione del capitalismo porta con sè serie minacce per l’esistenza umana. L’alternativa annunciata da Engels alla fine del XIX secolo, socialismo o barbarie, è stata una sinistra verità per tutto il XX secolo. Cosa ci offre il XXI secolo come prospettiva è abbastanza semplice: socialismo o distruzione dell’umanità. Questa è la vera posta in gioco cui è confrontata l’unica forza sociale in grado di sovvertire il capitalismo, la classe operaia mondiale.

La continuazione della lotta di classe e la maturazione della coscienza

11. Il proletariato, come abbiamo visto, si è già trovato di fronte a questa posta in gioco per alcuni decenni, sin dalla storica ripresa dopo il 1968 che mise fine alla più profonda contro-rivoluzione delle storia, e che impedì al capitalismo di mettere in atto la propria risposta alla aperta crisi economica: la Guerra mondiale. Per due decenni si susseguirono le lotte dei lavoratori, con alti e bassi, con conquiste e perdite, che permisero ai lavoratori di acquisire una grande esperienza di lotta, in particolare sul ruolo di sabotaggio dei sindacati. Allo stesso tempo, la classe operaia fu soggetta sempre più al peso della decomposizione, come si nota in particolare nella reazione al sindacalismo classico che scade nel corporativismo, come è testimoniato dal peso dello spirito dell’ognuno per sè all’interno delle lotte. Fu infine la decomposizione del capitalismo a dare il colpo di grazia alla prima serie di lotte proletarie con la più spettacolare manifestazione possibile, il collasso del blocco dell’est e del regime stalinista nel 1989. Le assordanti campagne della borghesia sul “fallimento del comunismo”, la “vittoria definitiva del capitalismo liberale e democratico”, la “fine della lotta di classe” e della classe operaia stessa, portò ad un importante arretramento del proletariato, sia a livello della coscienza che della combattività. Questo arretramento fu profondo è durò più di dieci anni segnando un’intera generazione di lavoratori che si trovarono disgregati e demoralizzati. Questo disgregamento fu provocato non solo dagli eventi che avvennero alla fine degli anni ottanta, ma anche da quelli che ne conseguirono, come la guerra del Golfo nel 1991 e la guerra nella ex Jugoslavia. Questi eventi costituirono una stridente refutazione delle parole di George Bush senior, che aveva annunciato che con la fine della Guerra Fredda si entrava in un “nuovo ordine” di pace e prosperità; ma nel contesto generale di disorientamento della classe, quest’ultima non fu in grado di riacquistare la propria coscienza di classe. Al contrario, questi eventi aggravarono il senso profondo di impotenza di cui già soffriva, erodendo ulteriormente la propria fiducia in se stessa e lo spirito di lotta.

Nel corso degli anni novanta la classe operaia non ha rinunciato completamente alla lotta. I continui attacchi capitalisti obbligavano a resistere con lotte salariali, ma queste lotte non avevano né la portata, né la coscienza e neanche la capacità di confronto con i sindacati che avevano segnato le lotte del precedente periodo. Fu così fino al 2003, quando, con grandi mobilitazioni contro gli attacchi alle pensioni in Francia ed Austria, il proletariato cominciò realmente ad uscir fuori dal riflusso iniziato nel 1989. Da allora, questa tendenza al ritorno delle lotte di classe e allo sviluppo della coscienza di classe è stata ulteriormente verificata. Le lotte operaie hanno riguardato molti paesi centrali, inclusi quelli più importanti come gli Usa (Boeing e trasporti di New York nel 2005) la Germania (Daimler e Opel nel 2004, medici ospedalieri nella primavera del 2006, Deutche Telekom nella primavera del 2007), l’Inghilterra (aeroporti di Londra nell’agosto 2005), la Francia (il notevole movimento degli studenti universitari contro il CPE nella primavera 2006), in Bangldesh (i lavoratori tessili nella primavera del 2006) e l’Egitto (tessile, trasporti ed altri settori del lavoro nella primavera del 2007).

12. Engels scrisse che la classe operaia conduce le proprie lotte su tre livelli: economico, politico e teorico. Per comparare le differenze a questi tre livelli tra l’ondata di lotte iniziate nel 1968 e quelle nel 2003 bisogna tracciare la prospettiva posta da queste ultime.

L’ondata di lotte del 1968 ebbe una considerevole importanza politica: in particolare, esse rappresentano la fine del periodo di controrivoluzione. Allo stesso tempo, hanno dato impulso alla riapparizione della corrente della sinistra comunista, di cui la formazione della CCI nel 1975 fu una delle espressioni più importanti. Le lotte del Maggio francese nel 1968, l’”autunno caldo” in Italia nel 1969, per le preoccupazioni politiche espresse, diedero vita all’idea che si andava verso una politicizzazione significativa della lotta operaia internazionale durante le lotte che seguirono. Ma questo potenziale non fu realizzato. L’identità di classe sorta all’interno del proletariato nel corso di quelle lotte fu più una categoria economica che una forza politica all’interno della società. In particolare, il fatto che con le proprie lotte si impedì alla borghesia di avviarsi verso la terza guerra mondiale passò completamente inosservato dalla classe (inclusi la maggior parte dei gruppi rivoluzionari). Allo stesso tempo, l’emergere dello sciopero di massa in Polonia nel 1980, che fino ad ora rappresenta la più alta espressione (dalla fine del periodo rivoluzionario seguito alla prima guerra mondiale) delle capacità organizzative del proletariato, dimostrò una considerevole debolezza politica. L’unica “politicizzazione” che fu possibile realizzare fu l’aderenza ai temi democratici borghesi nonché al nazionalismo.

Queste situazioni trovano le proprie ragioni in una serie di fattori che la CCI ha già analizzato:

  • il lento ritmo della crisi economica che, al contrario della Guerra imperialista che ha scatenato la prima ondata rivoluzionaria, non rivela immediatamente la bancarotta del sistema, perciò rende fertile il terreno per l’illusione della capacità del sistema in grado di garantire standard decenti di vita alla classe operaia;
  • la diffidenza nelle organizzazioni politiche rivoluzionarie, risultato della drammatica esperienza dello Stalinismo (che tra i lavoratori del blocco russo prese la forma di una profonda illusione nei benefici della democrazia borghese “tradizionale”);
  • il peso della rottura organica tra le organizzazioni rivoluzionarie del passato e quelle di oggi, che divide le organizzazioni rivoluzionarie dalla loro classe.

13. La situazione in cui si sviluppa oggi la nuova ondata di lotta di classe è molto differente:

  • quasi quattro decenni di crisi aperte e di attacchi alle condizioni di vita della classe operaia incrementano notevolmente la disoccupazione e il lavoro precario, spazzando via l’illusione che “domani sarà un giorno migliore”: le generazioni più vecchie di lavoratori come quelle nuove hanno molta più coscienza del fatto che “domani sarà sempre peggio”;
  • più in generale, la permanenza dei conflitti militari, che assumono sempre più delle forme barbariche, nonché la minaccia tangibile della distruzione ambientale, sta facendo sorgere il sentimento, ancora confuso e nascosto, che c’è il bisogno di attuare cambiamenti profondi nella società: la riapparizione del movimento “anti-capitalista” e del suo slogan “un altro mondo è possibile” è una sorta di anticorpo segreto della borghesia per deviare questo sentimento;
  • il trauma creato dallo Stalinismo, e le campagne che hanno seguito il collasso due decenni fa, sono svanite col tempo: le nuove generazioni di proletari che si avvicinano oggi alla vita lavorativa e, potenzialmente, alla lotta di classe, erano solo bambini quando fu lanciata l’enorme campagna sulla morte del comunismo.

Queste condizioni comportano una serie di differenze tra la presente ondata di lotte e quelle terminate nel 1989.

Così, anche se rappresentano una risposta agli attacchi economici per molti versi molto più forti e generalizzati di quelli che hanno provocato la spettacolare e massiccia insorgenza della prima ondata, le attuali lotte non hanno raggiunto, almeno nei paesi centrali del capitalismo, lo stesso carattere di massa. Alla base di questo abbiamo essenzialmente due motivi:

  • la ripresa storica del proletariato alla fine degli anni ’60 aveva sorpreso la borghesia, ma oggi non è così, essa sta prendendo una serie di misure per anticipare le mosse della classe e limitarne l’estensione, in particolare attraverso l’uso sistematico di nuovi black-out;
  • l’uso dell’ arma dello sciopero oggi è molto più difficile per il peso della disoccupazione che agisce come base per il ricatto ai lavoratori, e perché questi ultimi sono molto più consapevoli che la borghesia ha rapidamente ridotto i margini di manovra per soddisfare la loro richieste.

Comunque, quest’ultimo aspetto della situazione non è il solo fattore che frena i lavoratori dall’intraprendere lotte massicce. Questo richiede anche la possibilità di un profondo sviluppo della coscienza sulla bancarotta definitiva del capitalismo, che è un presupposto per capire che bisogna abbatterlo. In un certo senso, anche se in modo molto confuso, è la mole dell’obiettivo della lotta di classe, che non è niente di meno che la rivoluzione comunista, che frena la classe operaia a intraprendere le lotte.

Perciò, anche se le lotte economiche della classe sono per il momento meno massicce che durante la prima ondata, contengono implicitamente una dimensione politica molto più importante. E questa dimensione politica ha già assunto una sua forma esplicita, come dimostrato dal fatto che sono pervase molto di più da una dimensione di solidarietà. Questo è di vitale importanza perché costituisce per eccellenza l’antidoto all’”ognuno per sé”, atteggiamento caratteristico della decomposizione sociale, e soprattutto è al cuore della capacità del proletariato mondiale non solo di sviluppare le lotte presenti ma soprattutto di abbattere il capitalismo:

  • gli operai della Daimler di Brema scendono spontaneamente allo sciopero in risposta ai ricatti fatti dai padroni della Daimler ai lavoratori della branca di Stoccarda del gruppo;
  • sciopero di solidarietà da parte degli addetti ai bagagli dell’aeroporto di Londra contro i licenziamenti dei lavoratori della ristorazione, nonostante la natura illegale dello sciopero;
  • sciopero dei lavoratori dei trasporti a New York in solidarietà con le nuove generazioni, ai quali i padroni cercavano di imporre contratti molto meno favorevoli.

14. Questa questione della solidarietà è stata al cuore del movimento contro il CPE in Francia nella primavera del 2006 che, nonostante coinvolse principalmente gli studenti medi e universitari, si pose su un terreno di classe:

  • solidarietà attiva dagli studenti nelle università in prima fila per supportare i loro compagni nelle altre università;
  • solidarietà verso i figli della classe operaia delle banlieues la cui rivolta disperata nell’autunno precedente ha mostrato la terribile condizione da loro sofferta quotidianamente e l’assenza di ogni prospettiva offerta dal capitale;
  • solidarietà tra generazioni, tra coloro che sarebbero diventati disoccupati o precari e chi già conosceva la situazione del lavoro salariato, tra coloro che si affacciano ora alla lotta di classe e chi già ne aveva esperienza.

15. Questo movimento fu anche esemplare per la capacità della classe di prendersi carico delle proprie lotte attraverso assemblee e comitati di lotta responsabili di fronte a queste (capacità già vista nelle lotte dei metallurgici di Vigo in Spagna nella primavera del 2006, quando un alto numero di fabbriche si sono unite in assemblee giornaliere in strada). Questo fu possibile principalmente per il fatto che i sindacati sono molto deboli in ambiente studentesco e non poterono giocare il ruolo tradizionale di sabotare la lotta, ruolo che continueranno a giocare fino alla rivoluzione. Una controprova del ruolo antioperaio che i sindacati continuano a giocare è il fatto che le lotte di massa che abbiamo visto nascere fino ad oggi hanno colpito principalmente i paesi del terzo mondo, dove i sindacati sono molto deboli (come in Bangladesh) o totalmente identificati allo Stato (come in Egitto).

16. Il movimento contro la CPE, che ha luogo nello stesso paese dove si combatterono le prime e più spettacolari lotte della ripresa proletaria, lo sciopero generale del Maggio 1968, ci fornisce un’altra lezione sulle differenze tra la presente ondata di lotte e quella precedente:

  • nel 1968, il movimento degli studenti e dei lavoratori, benchè si affermarono insieme, e benchè avessero simpatie l’uno per l’altro, esprimevano due differenti realtà dell’entrata del capitalismo in aperta crisi: per gli studenti, una rivolta di intellettuali piccolo borghesi contro la prospettiva di un deterioramento del loro stato sociale; per i lavoratori, una lotta economica contro l’inizio della degradazione degli standards di vita. Nel 2006, il movimento degli studenti fu un movimento della classe operaia, che illustra il fatto che la modifica del tipo di lavoro salariale in un paese come la Francia (la crescita del terziario a spese del settore industriale) non mette in questione la capacità del proletariato in questi paesi di ingaggiare una lotta di classe;
  • nel movimento del 1968 la questione della rivoluzione era discussa tutti i giorni, ma questo principalmente tra gli studenti, e l’idea che essi avevano di questa questione proveniva dall’ideologia borghese: il castrismo di Cuba o il maoismo cinese. Nel movimento del 2006 la questione della rivoluzione era difficilmente presente, ma allo stesso tempo c’era una chiara comprensione del fatto che solo la mobilitazione e l’unità dei lavoratori salariati era in grado di frenare gli attacchi della borghesia.

17. Quest’ultima questione ci fa tornare al terzo aspetto della lotta proletaria citato da Engles: la lotta teorica, lo sviluppo della riflessione all’interno della classe sulle prospettive generali della lotta e sullo sviluppo di elementi e organizzazioni come prodotto e fattori attivi di questo sforzo. Oggi, come nel 1968, la ripresa della lotta di classe è accompagnato da una profonda riflessione, e l’apparizione di nuovi elementi che si avvicinano alle posizioni della sinistra comunista è solo la punta dell’iceberg. In questo senso ci sono notevoli differenze tra il presente processo di riflessione e quello sviluppato nel 1968. La riflessione avviata a quel tempo seguiva le massicce e spettacolari lotte, mentre il processo presente non ha aspettato che la classe operaia conducesse lotte di quella portata prima di innescarsi. Questa è una delle conseguenze della differenza delle condizioni poste di fronte al proletariato in confronto a quelle della fine degli anni ’60.

Una delle caratteristiche dell’ondata di lotte del 1968 è che, a causa della sua portata, ricompariva la possibilità della rivoluzione proletaria, possibilità sparita dalle menti a causa della profondità della controrivoluzione e dell’illusione nella “prosperità” del capitalismo seguita alla seconda Guerra mondiale. Oggi non è la possibilità della rivoluzione che è al centro del processo di riflessione ma, in vista della prospettiva catastrofica che il capitalismo ha in serbo per noi, la sua necessità. Nei fatti questo processo, anche se meno rapido e meno visibile che negli anni ’70, è molto più profondo e non sarà intaccato dai momenti di riflusso nella lotta di classe.

Infatti l’entusiasmo espresso per l’idea di rivoluzione nel 1968 e negli anni seguenti, date le basi che lo avevano determinato, favorì il reclutamento della maggior parte degli elementi che aderirono ai gruppi gauchistes. Solo una minoranza molto piccola di questi elementi, quelli meno segnati dalla ideologia piccolo borghese e dall’immediatismo professato dai movimenti studenteschi, si avvicinarono alle posizioni della sinistra comunista e divennero militanti delle organizzazioni proletarie. Le difficoltà a cui andò incontro il movimento della classe operaia, specialmente a seguito alle differenti controffensive della classe dominante e in un contesto in cui era forte il peso delle illusioni in una possibilità per il capitalismo di migliorare la situazione, favorì un ritorno significativo all’ideologia riformista promossa dai gruppi “radicali” a sinistra dello stalinismo ufficiale, sempre più discreditato. Oggi, a seguito del crollo storico dello stalinismo, le correnti gauchistes tendono sempre più a prendere il posto lasciato vacante da quest’ultimo. La tendenza di queste correnti a voler diventare un partecipante ufficiale delle politiche borghesi tende a provocare una reazione tra i più sinceri militanti che iniziano una ricerca di autentiche posizioni di classe. Per questo motivo, lo sforzo di riflessione all’interno della classe operaia è dimostrato non solo dall’emergere di elementi molto giovani che si rivolgono alla sinistra comunista ma anche da elementi più vecchi che hanno avuto un esperienza all’interno delle organizzazioni dell’estrema sinistra della borghesia. Il fenomeno in sé è molto positivo e porta la promessa che le energie rivoluzionarie, che sorgeranno necessariamente man mano che la classe sviluppa le proprie lotte, non saranno risucchiate e sterilizzate facilmente e allo stesso modo in cui avvenne negli anni ’70, e che si uniranno alle organizzazioni della sinistra comunista in quantità modo molto maggiore.

É responsabilità delle organizzazioni rivoluzionarie, e della CCI in particolare, essere parte attiva del processo di riflessione già avviato in seno alla classe, non solo intervenendo attivamente nelle lotte quando queste iniziano a svilupparsi, ma anche stimolando lo sviluppo di gruppi ed elementi che cercano di unirsi alla lotta.

CCI, Maggio 2007

Rapporto sulla conferenza in Corea - ottobre 2006

Nel giugno 2006, la CCI ha ricevuto un invito da parte della Socialist Political Alliance (SPA), un gruppo della Corea del Sud che si richiama alla tradizione della Sinistra comunista, di partecipazione ad una "Conferenza internazionale dei Marxisti rivoluzionari"; questa Conferenza si sarebbe tenuta nelle città di Seul e di Ulsan, nel mese di ottobre di questo stesso anno. Eravamo già in contatto con la SPA da circa un anno e, malgrado le inevitabili difficoltà di lingua, abbiamo iniziato delle discussioni, in particolare sulle questioni della decadenza del capitalismo e delle prospettive per lo sviluppo delle organizzazioni comuniste nel periodo attuale. La dichiarazione preliminare della SPA sottolinea con forza lo stato d'animo che ha animato l'appello alla Conferenza: "Conosciamo bene le differenti conferenze o riunioni di marxisti che si tengono regolarmente in differenti luoghi del pianeta. Ma sappiamo anche che queste conferenze focalizzano le loro discussioni su una teoria astratta di tipo universitario e una solidarietà rituale tra tutti quelli che si dicono essere alla "sinistra" del capitalismo. Al di là di ciò, riconosciamo, nella fase di decadenza del capitalismo, profondamente la visione della necessità di una vera rivoluzione proletaria contro la barbarie e la guerra. Sebbene gli operai coreani abbiano delle difficoltà sul loro posto di lavoro e le forze politiche rivoluzionarie in Corea siano molto confuse sulla prospettiva di una società comunista, dobbiamo realizzare la solidarietà del proletariato mondiale al di là di una fabbrica, di un paese e di una nazione e riflettere profondamente sulle pesanti sconfitte che hanno trascurato i principi dell'internazionalismo nel movimento rivoluzionario passato".

Anche il più breve esame della storia dell'Estremo Oriente è sufficiente a rivelare l'immensa importanza di questa iniziativa. L'abbiamo messo in evidenza nel nostro "Saluto alla Conferenza": "Nel 1927, il massacro degli operai di Shangai è stato l'episodio finale di una lotta rivoluzionaria che, a partire dalla Rivoluzione d'ottobre in Russia del 1917, ha scosso il mondo per circa dieci anni. Negli anni successivi la classe operaia mondiale e l'insieme dell'umanità hanno subito i peggiori orrori della più terribile delle controrivoluzioni che la storia abbia mai conosciuto. In Oriente, la popolazione ha dovuto sopportare le premesse della Seconda Guerra mondiale con l'invasione della Manciuria da parte del Giappone; poi la stessa Guerra mondiale culminata con la distruzione di Hiroshima e Nagasaki; la guerra civile in Cina e la guerra della Corea; la terribile carestia in Cina durante il preteso "Grande balzo in avanti" sotto Mao Zedong, la guerra del Vietnam...

Tutti questi terribili avvenimenti che hanno scosso il mondo, hanno sottomesso un proletariato che, in Oriente, era ancora giovane ed inesperto e poco in contatto con lo sviluppo della teoria comunista in Occidente. Per quanto sappiamo, nessuna espressione della Sinistra comunista è potuta sopravvivere, né tanto meno è apparsa tra gli operai d'Oriente.

Perciò, il fatto che oggi, in Oriente, una conferenza dei comunisti internazionalisti sia stata voluta da un'organizzazione che si identifica esplicitamente alla Sinistra comunista è un avvenimento d'importanza storica per la classe operaia. Contiene la promessa - forse per la prima volta nella storia - dell'elaborazione di una vera unità tra gli operai d'Oriente e quelli d'occidente. Non è neanche un