Rivista Internazionale n° 19

Scioperi in Francia. LOTTARE DIETRO I SINDACATI CONDUCE ALLA SCONFITTA

Migliaia di lavoratori in sciopero. Trasporti pubblici completamente paralizzati. Uno sciopero che si estende nel settore pubblico: prima le ferrovie, la metropolitana e gli autobus, poi Poste, settori di produzione e distribuzione dell’energia elettrica, della distribuzione del gas, i telefoni, la scuola, la sanità. Anche qualche impresa del settore privato entra in lotta, come i minatori che si scontrano violentemente con la polizia. Manifestazioni che hanno riunito una quantità importante di lavoratori di diversi settori: il 7 dicembre, su appello di vari sindacati (1), si raggiunge la cifra di un milione di manifestanti contro il piano Juppé (2) nelle principali città della Francia. Due milioni il 12 dicembre.

Il movimento di scioperi e manifestazioni operaie si sviluppa sullo sfondo di agitazioni studentesche e in alcune manifestazioni e assemblee generali di lavoratori partecipano degli studenti. Il riferimento al maggio ‘68 si fa sempre più strada sui mezzi di informazione che si dilungano a fare parallelismi: esasperazione generale, studenti per strada, scioperi che si estendono.

Siamo davvero di fronte a un nuovo movimento sociale comparabile a quello del maggio ‘68, movimento che iniziò la prima ondata internazionale di lotta di classe dopo cinquanta anni di controrivoluzione? Per niente. In realtà il proletariato in Francia è stato vittima di una manovra ben costruita destinata a indebolirlo nella sua coscienza e nella sua combattività, una manovra indirizzata anche verso la classe operaia di altri paesi perché tirino false lezioni dagli avvenimenti francesi. E’ per questo che, contrariamente a quanto avviene quando la classe operaia entra in lotta per iniziativa propria e sul suo proprio terreno, la borghesia in Francia e negli altri paesi ha dato tanta risonanza a questi avvenimenti.

La borghesia utilizza e rafforza le difficoltà della classe operaia.

Gli avvenimenti del maggio ‘68 in Francia iniziarono con tutta una serie di scioperi la cui caratteristica principale era lo scavalcamento dei sindacati fino allo scontro con essi. Non è in nessuna maniera la situazione di oggi, né in Francia, né negli altri paesi.

Certamente l’ampiezza e la generalizzazione degli attacchi che la classe operaia ha subito dall’inizio degli anni ‘90 hanno alimentato la sua combattività come descriviamo nella Risoluzione sulla situazione internazionale adottata dal nostro 11° Congresso internazionale (pubblicata in questo stesso numero):

Senza dubbio la maniera in cui questa combattività si è espressa è tuttavia profondamente marcata dal riflusso che la classe operaia ha subito al seguito del crollo del blocco dell’Est e lo scatenamento delle campagne sulla “morte del comunismo”. Si è trattato del riflusso più profondo che la classe operaia ha conosciuto dalla ripresa storica delle sue lotte nel 1968.

Dappertutto la classe operaia si scontra con una classe borghese che porta avanti un’offensiva politica per indebolire la sua capacità di rispondere agli attacchi e superare il profondo riflusso della sua coscienza. All’avanguardia di questa offensiva troviamo i sindacati, che dappertutto si danno da fare per prevenire le lotte operaie, per fare in maniera che esse non scappino al loro controllo.

Da mesi, a livello internazionale, la  classe operaia dei paesi industrializzati è sottoposta ad un autentico bombardamento di attacchi. In Svezia, Belgio, Italia, Spagna, per non citare che gli ultimi esempi. In Francia era dal piano Delors del 1983 che non si vedeva la borghesia assestare una tale mazzata agli operai. In una sola volta: aumento dell’IVA, cioè dei prezzi al consumo, aumento delle imposte e dei ticket sanitari, congelamento dei salari degli impiegati pubblici, abbassamento delle pensioni, aumento degli anni lavorativi necessari per andare in pensione per alcune categorie di lavoratori, e tutto questo quando le cifre della borghesia annunciano un aumento della disoccupazione. Nei fatti, alla pari dei suoi compari di tutti gli altri paesi, la borghesia francese è confrontata a un crescente aggravamento della crisi mondiale del capitalismo che la obbliga ad attaccare ogni giorno di più le condizioni di esistenza dei proletari. E questo è tanto più urgente a causa dell’importante ritardo accumulato durante gli anni in cui la sinistra, con Mitterand e il PS, stava alla testa dello Stato, una situazione che aveva sguarnito il fianco sociale, obbligando lo Stato ad una certa “esitazione” nelle sue politiche antioperaie.

L’attuale ondata di attacchi doveva per forza alimentare una combattività operaia che già si è espressa in differenti momenti e paesi come Svezia, Belgio, Spagna e anche in Francia...

In effetti di fronte a questa situazione i proletari non possono restare passivi. Non resta loro che difendersi lottando. E per impedire che la classe operaia entri in lotta con le sue proprie armi, la borghesia ha giocato d’anticipo spingendo la classe ad entrare in lotta prematuramente e sotto il controllo totale dei sindacati. Non ha lasciato tempo ai proletari per mobilitarsi secondo i loro ritmi e con i loro mezzi, le assemblee generali, le discussioni, la partecipazione alle assemblee di altri luoghi di lavoro diversi, l’entrata in sciopero se i rapporti di forza lo consentono, l’elezione di comitati di sciopero, le delegazioni in altre assemblee di operai in lotta.

Il movimento di scioperi che si è sviluppato in Francia, anche se ha evidenziato il profondo malcontento che regna presso la classe operaia, è stato, innanzitutto, il risultato di una manovra in grande stile della borghesia con l’obiettivo di portare gli operai a una sconfitta di massa e, soprattutto, di provocare tra loro il massimo del disorientamento.

Una trappola tesa agli operai

Per preparare la sua trappola la borghesia ha manovrato magistralmente, facendo cooperare molto efficacemente le sue differenti frazioni nella ripartizione del lavoro: la destra, la sinistra, i mezzi di informazione, i sindacati, la base radicale di questi, formata principalmente da militanti delle frazioni di estrema sinistra.

Come prima tappa della manovra la borghesia fa di tutto per far entrare in sciopero un settore della classe operaia. L’aumento del malcontento in Francia, aggravato dagli attacchi alla Previdenza per quanto sia una realtà, tuttavia non era ancora a livello di maturazione tale da provocare l’entrata massiccia in lotta dei settori della classe operaia più decisivi, in particolare quelli dell’industria. Questo ha favorito il gioco della borghesia che, spingendo un settore a lottare, non correva il rischio che gli altri settori lo seguissero spontaneamente e scavalcando l’inquadramento sindacale. Il settore “individuato” è quello dei macchinisti delle ferrovie. Con il “contratto di piano” annunciato dalle Ferrovie (SNCF), la borghesia minaccia i macchinisti di dover lavorare otto anni di più per andare in pensione, con il pretesto che essi sono dei “privilegiati” rispetto agli altri impiegati statali. Si trattava di una provocazione così grossa che i lavoratori non ci pensano su due volte prima di gettarsi nella lotta. Era proprio quello che la borghesia cercava, che essi si inquadrassero nella strada che il sindacato aveva preparato. In ventiquattro ore i conduttori della metropolitana e degli autobus di Parigi, minacciati di perdere alcuni vantaggi dello stesso tipo, sono trascinati in una trappola simile. I sindacati si danno da fare per forzare i lavoratori ad entrare in sciopero, mentre ce ne sono diversi che sono perplessi, non capendo il perché di una tale precipitazione. La direzione della RATP (Compagnia della metropolitana parigina) dà una mano ai sindacati prendendo l’iniziativa di chiudere alcune linee e facendo di tutto per impedire di lavorare a coloro che lo volevano.

Perché la borghesia fece perno su queste due categorie di lavoratori per iniziare la sua manovra?

Alcune delle caratteristiche di questi settori erano favorevoli per la realizzazione del piano della borghesia. Queste due categorie hanno effettivamente dei trattamenti particolari la cui modifica era un buon pretesto per giustificare un attacco specifico. Ma soprattutto c’era la garanzia che una volta che fossero entrati in sciopero ferrovieri e conduttori di metrò e autobus si sarebbero paralizzati tutti i trasporti pubblici. Far sì che un tale movimento non passasse inosservato per nessuno era un mezzo supplementare e di grande efficacia nelle mani della borghesia per evitare ogni scavalcamento, visto che il suo obiettivo era proseguire nell’estensione degli scioperi ad altri settori del pubblico impiego. Così, senza trasporti, il principale e quasi unico mezzo per partecipare alle manifestazioni era quello di servirsi dei pullman del sindacato. Non rimaneva la minima possibilità di realizzare incontri di massa tra operai in sciopero, nelle loro assemblee generali. Infine, lo sciopero dei trasporti è, in più di quanto già detto, un mezzo per dividere gli operai, mettendoli gli uni contro gli altri, giacché in mancanza di trasporti gli altri lavoratori incontravano le peggiori difficoltà per andare ogni giorno al lavoro.

Ma i ferrovieri non hanno costituito solo un mezzo per portare avanti la manovra, ma anche il suo bersaglio specifico. La borghesia era ben cosciente dei vantaggi che poteva ricavare da questo settore della classe operaia che si era distinto nel dicembre del 1986 per la sua capacità di scontrarsi con l’inquadramento sindacale al momento della sua entrata in lotta.

Una volta che questi due settori erano in sciopero sotto il controllo totale dei sindacati, poteva partire la fase seguente della manovra: lo sciopero in un settore tradizionalmente combattivo e avanzato della classe operaia, quello delle Poste, e all’interno di questo, quello dei centri di distribuzione. Durante gli anni ottanta questi resistettero a lungo alle trappole sindacali, non esitando a scontrarsi con essi. Con l’incorporazione di questo settore nel “movimento”, la borghesia cerca di attirarlo nella rete della manovra, per neutralizzarlo e assestargli la stessa sconfitta degli altri settori. In più la manovra sarebbe stata così più efficace nei confronti di quei settori che non erano in sciopero, per dare al movimento una certa legittimità capace di far diminuire la sfiducia o lo scetticismo verso di esso. La borghesia si è comportata con più accortezza ancora che verso ferrovieri e lavoratori del metrò. Perciò favorì e organizzò “delegazioni di operai” senza nessun segno apparente di appartenenza sindacale (e possibilmente composte di operai sinceri ingannati dai sindacalisti di base) che si recarono nei centri di distribuzione durante le assemblee generali. Ingannati sul vero significato di queste delegazioni, gli operai dei principali centri di distribuzione postale decidono di unirsi alla lotta. Per dare il maggior impatto al fatto, il potere invia i suoi giornalisti sul posto: l’edizione pomeridiana di Le Monde di quel giorno metterà l’avvenimento in primo piano.

In questa fase di pieno dispiegamento della manovra, l’ampiezza già raggiunta dal movimento dà peso agli argomenti usati dai sindacati per guadagnare nuovi settori: gli operai dell’elettricità e del gas (EDF-GDF), dei telefoni, gli insegnanti. Di fronte ai dubbi di parecchi lavoratori sull’opportunità di “lottare ora”, di fronte alla loro insistenza per discutere le modalità e le rivendicazioni, i sindacati oppongono la consegna perentoria del “ora è il momento”, colpevolizzando chi non era ancora in lotta con argomenti tipo “siamo gli ultimi a non stare ancora in sciopero”.

Per incrementare ancora di più la quantità di scioperanti, bisogna far credere che si sta sviluppando un ampio e profondo movimento sociale. A stare a sentire sindacati, sinistra ed estrema sinistra, ci sarebbe da credere che il movimento starebbe suscitando una immensa speranza nella classe operaia. Per appoggiare questa idea, viene pubblicato sui giornali quotidianamente “l’indice di popolarità” dello sciopero, sempre favorevole presso tutta la “popolazione”. E’ certo che lo sciopero è “popolare” e che è considerato da molti operai come un mezzo per impedire che il governo porti fino in fondo i suoi attacchi. Ma l’attenzione con cui lo sciopero è trattato sui mezzi di informazione, specialmente la televisione, è la miglior prova dell’interesse della borghesia perché sia così, facendo salire al massimo l’indice della popolarità.

Anche la partecipazione degli studenti, finché dura, fa parte della messa in scena. Sono stati fatti scendere in strada per dare l’impressione di un aumento generale del malcontento, per far credere che esistono speranze simili a quelle del maggio ‘68 e, allo stesso tempo, annegare le rivendicazioni operaie in quelle interclassiste tipiche del movimento studentesco. Alcuni arrivano anche a partecipare ad assemblee sui luoghi di lavoro “per incontrarsi con le lotte operaie”, e questo con il beneplacito dei sindacati (3).

Ogni iniziativa è sottratta alla classe operaia che non ha altra scelta che quella di seguire i sindacati. Nelle assemblee convocate da questi l’insistenza perché gli operai si esprimessero non aveva altro significato che quello di dare un’apparenza di vita all’assemblea, laddove tutto era già stato deciso altrove. All’interno delle assemblee la pressione dei sindacati per l’entrata in sciopero è talmente forte che delle frazioni  significative di operai, alquanto dubbiosi sulla natura di questo sciopero, non osano esprimersi. Per certi altri invece, completamente presi dalla mistificazione sindacale, c’è l’euforia di una unità fittizia. In effetti una delle chiavi per la riuscita della manovra della borghesia è il fatto che i sindacati hanno sistematicamente fatto propri, per snaturarli e rivolgerli contro di essa, aspirazioni e metodi della lotta della classe operaia:

- la necessità di reagire in maniera massiccia e non dispersa di fronte agli attacchi borghesi;

- l’allargamento della lotta a più settori, superando le barriere corporative;

- la tenuta quotidiana di assemblee generali su ogni luogo di lavoro, incaricate in particolare di pronunciarsi sull’entrata in lotta o sul prosieguo del movimento;

- l’organizzazione di manifestazioni di piazza in cui grandi masse di operai di diversi settori e differenti luoghi trovano un sentimento di solidarietà e di forza (4).

In più i sindacati si sono presi la cura, nella maggior parte del movimento, di far mostra della loro unità. I mezzi di informazione hanno abbondantemente mostrato le strette di mano tra i capi dei due sindacati tradizionalmente “nemici”: la CGT e Force Ouvrière (che si costituì su una scissione della CGT con il sostegno dei sindacati americani, al tempo della Guerra Fredda). Questa “unità” dei sindacati, che si ritrovava spesso nelle manifestazioni sotto forma di bandiere comuni CGT-FO-CFDT-FSU, era finalizzata a trascinare il massimo di operai possibile nello sciopero dietro sindacati, visto che per anni una delle cause del discredito dei sindacati e del rifiuto degli operai di seguire le loro indicazioni di sciopero era proprio il loro perpetuo litigare. In questo i trotskysti hanno portato il loro piccolo contributo dal momento che essi non hanno cessato di reclamare l’unità tra i sindacati, facendo di questa una precondizione allo sviluppo delle lotte.

Per quanto riguarda la destra al potere, dopo la determinazione ostentata all’inizio del movimento, fa finta di mostrare dei segni di debolezza (ampiamente amplificati dai mezzi di informazione) per far credere che gli scioperanti avrebbero potuto vincere, ottenere il ritiro del piano Juppé e, perché no, la caduta del governo. Nei fatti il governo fa durare le cose sapendo bene che operai che hanno condotto uno sciopero lungo non sono poi così facilmente disponibili a riprendere la lotta.. E’ solo alla fine di tre settimane che il governo annuncia il ritiro di alcune delle misure che avevano dato fuoco alle polveri: ritiro del “contratto di piano” nelle ferrovie, e più in generale le disposizioni riguardanti il regime di pensionamento dei dipendenti statali.. L’essenziale della sua manovra è tuttavia mantenuto: aumento delle tasse, blocco dei salari degli impiegati statali, e, soprattutto, gli attacchi sulla Previdenza sociale.

I sindacati, all’unisono con i partiti di sinistra, cantano vittoria e si danno da fare per spingere alla ripresa del lavoro. E lo fanno in maniera così abile da riuscire a non smascherarsi: la loro tattica consiste nel far esprimere, questa volta senza nessuna pressione da parte loro, le assemblee generali maggioritariamente in favore della ripresa del lavoro. Sono i ferrovieri, di cui i sindacati sottolineano la “vittoria”, che, il venerdì 15 dicembre, danno il segnale di questa ripresa, come avevano dato il segnale dell’entrata in sciopero. La televisione mostra a ripetizione l’immagine di qualche treno che ricomincia a circolare. L’indomani, un Sabato, i sindacati organizzano immense manifestazioni a cui sono portati gli operai del settore privato (cioè dell’industria). E’ il sotterramento in gran pompa del movimento, una chiusura alla grande che permette di far inghiottire più facilmente agli operai la pillola amara della loro sconfitta sulle rivendicazioni essenziali. Deposito dopo deposito, le assemblee di ferrovieri votano la fine dello sciopero.Negli altri settori la stanchezza e l’effetto di trascinamento fanno il resto.Il lunedì 18 la tendenza alla ripresa al lavoro è quasi generale. Il martedì 19 la CGT, da sola, organizza una giornata d’azione e delle manifestazioni: paragonata a quella delle settimane precedenti, la mobilitazione è ridicola, cosa che non può che convincere gli ultimi “recalcitranti” che bisogna riprendere il lavoro. Il giovedì 21 governo, sindacati e padronato privato si ritrovano per un “vertice”: è l’occasione per i sindacati, che denunciano le proposte governative, per continuare a presentarsi come “i difensori degli operai”.

Un attacco politico contro la classe operaia

La borghesia è riuscita a far passare un attacco considerevole, il piano Juppé, e a stancare gli operai al fine di diminuire la loro capacità di risposta agli attacchi futuri.

Ma gli obiettivi della borghesia vanno ben al di là di questo. La maniera in cui essa ha organizzato la sua manovra era destinata a fare in modo che non solo gli operai non possano, in preparazione delle loro lotte future, tirare insegnamenti da questa sconfitta, ma soprattutto per renderli vulnerabili ai messaggi avvelenati che essa vuole far passare.

L’ampiezza che la borghesia ha dato alla mobilitazione, la più importante dopo anni per numero di scioperanti e di manifestanti, e di cui i sindacati sono stati gli artefici riconosciuti, è destinata a dare forza all’idea che è solo con i sindacati che si può fare qualche cosa. Tanto più che durante lo svolgimento del movimento essi non si sono mai trovati nella condizione di essere smascherati, anche solo in parte, come invece accade quando si danno da fare per rompere un movimento spontaneo della classe. I sindacati hanno anche tenuto conto del fatto che gli operai, anche se in maggioranza potevano seguirli, nondimeno non avevano molta fiducia in loro.E’ perciò che hanno avuto cura di far “partecipare”, in maniera ostentata, visibile a tutti, dei “non sindacalizzati” (operai sinceri ingenui, o fiancheggiatori dei sindacati) nelle differenti “istanze della lotta”, come gli autoproclamati “comitati di sciopero”. Così la presa dei sindacati sulla classe operaia potrà rafforzarsi allo stesso tempo in cui la fiducia nella propria forza, cioè nella capacità di entrare in lotta da sola, diminuirà per un lungo momento. Questa ricredibilizzazione dei sindacati costituiva per la borghesia un obiettivo fondamentale, una condizione indispensabile prima di portare avanti i prossimi attacchi che saranno ancora più brutali di quelli di oggi. E’ solo a questa condizione che essa può sperare di sabotare le lotte che non mancheranno di scoppiare al momento di questi attacchi. E’ questo sicuramente uno degli aspetti essenziali della sconfitta politica che la borghesia ha inflitto alla classe operaia.

Un altro beneficiario della manovra della borghesia è la sinistra del capitale. Le elezioni presidenziali del maggio 1995 in Francia hanno piazzato tutte le forze di sinistra all’opposizione. Non essendo di conseguenza direttamente responsabili della decisione sugli attacchi attuali esse hanno avuto le mani libere per denunciarli e tentare di far dimenticare che esse stesse, PS e PC dal 1984, e PS da solo in seguito, hanno portato avanti la stessa politica antioperaia. Si è trattato dunque di una divisione del lavoro, destra al potere,  sinistra all’opposizione, che ha permesso questa manovra: la destra era incaricata di assumere la responsabilità degli attacchi antioperai, la sinistra all’opposizione di mistificare il proletariato, di inquadrare e di sabotare le sue lotte, fondamentalmente attraverso le sue cinghia di trasmissione sindacale.

Un altro obiettivo importante che la borghesia si era prefisso era quello di far credere agli operai, sulla base della sconfitta di una lotta che si era estesa a diversi settori, che la estensione non serve a niente. In effetti frazioni importanti della classe operaia credono di aver realizzato l’allargamento della lotta agli altri settori (5), cioè quello verso cui avevano teso le lotte operaie dal 1968 fino al crollo del blocco dell’est. E’ su queste acquisizione delle lotte dal 1968 che la borghesia si è appoggiata per trascinare i lavoratori dei centri di smistamento postale nella manovra, come mostrano gli argomenti utilizzati per farli mobilitare:

Gli operai delle Poste sono stati vinti nel 1974 perché essi sono rimasti isolati. Lo stesso i ferrovieri nel 1986, perché non sono riusciti ad estendere il loro movimento. Oggi, bisogna cogliere l’occasione che si presenta.” Sono queste acquisizioni che erano nella linea di tiro della manovra, per snaturarle.

E’ ancora troppo presto per valutare l’importanza dell’impatto di questo aspetto della manovra (mentre la ricredibilizzazione dei sindacati è, fin da ora, incontestabile).

Ma è chiaro che la confusione nella classe operaia rischia di essere rafforzata dal fatto che il settore dei ferrovieri, solo quello, ha ottenuto soddisfazione sulla rivendicazione che lo aveva fatto scendere in lotta, il ritiro del “piano di impresa” e degli attacchi sull’accesso alla pensione. Così l’illusione che si può ottenere qualcosa lottando solo nel proprio settore si sviluppa e costituisce un potente stimolo alla diffusione del corporativismo. Senza parlare della divisione che si crea così nelle fila degli operai quando coloro che sono scesi in lotta dietro i ferrovieri, e che non hanno ottenuto nulla, cominciano a provare il sentimento di essere stati mollati.

Da questo punto di vista, sono notevoli le analogie con un’altra manovra, quella che ha diretto la lotta negli ospedali nell’autunno 1988. Allora lo scopo era smorzare il crescere della combattività nell’insieme della classe operaia facendo scoppiare prematuramente la lotta in un settore particolare, quello delle infermiere. Queste, organizzate all’interno del coordinamento omonimo, ultracorporativo, organismo prefabbricato dalla borghesia per rimpiazzare i troppo screditati sindacati, si sono viste al termine della lotta accordare un certo numero di vantaggi sotto forma di aumenti salariali (il miliardo di franchi che il governo aveva previsto a tal fine già prima dell’inizio dello sciopero). Gli altri lavoratori degli ospedali, che erano massicciamente scesi in lotta contemporaneamente alle infermiere, loro non hanno ottenuto niente. Quanto alla combattività negli altri settori, essa è ricaduta, risultato dello sconcerto degli operai di fronte all’atteggiamento elitario e corporativo delle infermiere.

Infine, con il sottolineare così spesso e con tanta insistenza una pretesa somiglianza tra questo movimento e quello del maggio 1968, la borghesia cercava, come già abbiamo detto, di far cadere nella trappola il maggior numero possibile di operai. Ma era anche un modo di attaccare la coscienza degli operai: In effetti, per milioni di operai il maggio 1968 resta un punto di riferimento, anche per coloro che non vi hanno partecipato perché troppo giovani o non ancora nati, o perché di altri paesi ma che sono stati all’epoca entusiasmati da questa prima manifestazione del risorgere del proletariato sul suo terreno di classe, dopo quaranta anni di controrivoluzione. Queste generazioni di operai o frazioni della classe operaia che non hanno direttamente vissuto questi eventi, più vulnerabili all’intossicazione ideologica su questa questione, erano il particolare bersaglio della borghesia, che cercava di far pensare loro che alla fine il maggio 1968 non poteva essere stato troppo diverso dallo sciopero sindacale di oggi. Così, ancora una volta si tratta di un attacco all’identità stessa della classe operaia, non tanto a fondo come quello sulla “morte del comunismo”, ma che costituisce un ulteriore ostacolo sulla via del recupero del riflusso che ha seguito il crollo del blocco dell’Est.

LE VERE LEZIONI DA TIRARE DA QUESTI EVENTI

La prima lezione che la CCI ha tirato dalla manovra della lotta delle infermiere nel 1968 (6), resta ancora tragicamente attuale: “E’ importante sottolineare la capacità della borghesia di agire in modo preventivo ed in particolare di provocare prematuramente lo scoppio di movimenti sociali, quando ancora non esiste nell’insieme del proletariato una maturità sufficiente che permetta di arrivare ad una reale mobilitazione. Questa tattica è già stata spesso impiegata nel passato dalla classe dominante, in particolare nelle situazioni in cui le poste in gioco erano ben più cruciali di quelle del periodo attuale. L’esempio più significativo ci è fornito da ciò che successe a Berlino nel gennaio 1919 quando, a seguito di una provocazione decisa dal governo socialdemocratico, gli operai di questa città si erano sollevati mentre quelli della provincia non erano ancora pronti a lanciarsi nell’insurrezione. Il massacro dei proletari (così come la morte dei due principali dirigenti del Partito comunista tedesco: Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht) derivatone sferrò un colpo fatale alla rivoluzione in questo paese in cui, poi, la classe operaia è stata sconfitta pezzo dopo pezzo.”

Di fronte ad un tale pericolo è importante che la classe operaia possa quanto più ampiamente possibile tirare gli insegnamenti dalle sue esperienze a livello storico, come a livello delle sue lotte dell’ultimo decennio.

Un altro insegnamento importante è che la lotta di classe è una delle maggiori preoccupazioni della borghesia internazionale, e che, su questo piano, come ha già mostrato la sua reazione di fronte alle lotte del 1980 in Polonia, essa sa dimenticare le proprie divisioni. Silenzio totale sui movimenti che si svolgono su di un terreno di classe e rischiano di avere un effetto di trascinamento da un paese all’altro, o almeno di influenzare positivamente gli operai. Al contrario, la massima pubblicità è data, da un paese all’altro, ai risultati delle manovre contro la classe operaia. Non bisogna farsi illusioni, il diffondersi del ciascuno per sé, nella guerra commerciale e le rivalità imperialiste, non va minimamente ad attaccare l’unità internazionale di cui sa dare prova la borghesia contro la lotta di classe.

Ciò che mostrano ancora i recenti scioperi in Francia è che l’estensione delle lotte nelle mani dei sindacati è un’arma della borghesia. E più una tale estensione si fa ampia, più è estesa e profonda la sconfitta inflitta agli operai che essa permette. Ogni volta che i sindacati chiamano all’estensione, o è perché sono costretti a rincorrere un movimento che si sviluppa, per non essere scavalcati, o per spingere nella sconfitta un maggior numero di operai, allorché la dinamica  della lotta  comincia a invertire  la rotta. E’ ciò che essi avevano fatto all’epoca dello sciopero dei ferrovieri in Francia all’inizio del 1987 quando essi hanno chiamato alla “estensione” e all’ “indurimento” del movimento, non al momento dell’inizio della lotta (alla quale si erano apertamente opposti), ma a quello del suo declino, allo scopo di coinvolgere quanti più settori possibili della classe operaia dietro la sconfitta dei ferrovieri. Queste due situazioni mettono in evidenza la necessità imperativa per gli operai di controllare le loro lotte, dall’inizio alla fine. Sono le loro assemblee generali sovrane che devono farsi carico dell’estensione, affinché questa non cada nelle mani dei sindacati. Evidentemente costoro non lasceranno fare, ma bisogna imporre che il confronto con loro si svolga in piena luce, nelle assemblee generali sovrane, che eleggono dei delegati revocabili invece di essere dei semplici assembramenti manipolati a modo loro dai sindacati come è stato nell’attuale ondata di scioperi.

Ma il controllo della loro lotta da parte degli operai passa necessariamente attraverso la centralizzazione di tutte le loro assemblee che inviano i loro delegati ad una assemblea centrale. A sua volta essa elegge un comitato centrale di lotta, E’ questa assemblea che garantisce in permanenza l’unità della classe e che permette un’attuazione coordinata delle modalità della lotta: se in tal giorno è opportuno o no fare sciopero, quali settori devono fare sciopero, ecc. E’ essa egualmente che deve decidere della ripresa generale del lavoro, del ripiego in buon ordine quando il rapporto di forze immediato lo necessita. Ciò non è un’illusione, né un’astrazione, né un sogno. Un tale organismo di lotta, Il Soviet, gli operai russi lo hanno fatto sorgere negli scioperi di massa del 1905, poi nel 1917, durante la rivoluzione. La centralizzazione della lotta da parte del Soviet, è una delle lezioni essenziali di questo primo movimento rivoluzionario del secolo e di cui gli operai nelle loro lotte future si devono riappropriare. Ecco cosa diceva Trotsky nel suo libro 1905: “Cos’era, dunque, il Soviet? Il Consiglio degli deputati operai sorse come risposta ad un bisogno oggettivo, generato dalle contingenze del momento. Occorreva un’organizzazione che godesse di un’indiscussa autorità, fosse immune da qualsiasi tradizione, raccogliesse immediatamente le folle sparse e slegate; questa organizzazione (...) doveva avere iniziativa e insieme autocontrollo automatico. L’essenziale era di poterla far sorgere nelle ventiquattro ore (...) per godere di autorità sulle masse fin dal suo nascere, essa doveva essere costituita sulla piattaforma di una vasta rappresentanza. Con quale criterio? La risposta veniva da sé. Siccome l’unico legame tra le masse proletarie, prive di organizzazione, era il processo di produzione, non rimaneva che dare il diritto di rappresentanza alla fabbriche e alle officine.” (7).

Se il primo esempio di una tale centralizzazione vivente di un movimento della classe ci viene da un periodo rivoluzionario, ciò non significa che sia unicamente in tale periodo che la classe operaie possa centralizzare la sua lotta. Lo sciopero di massa degli operai in Polonia nel 1980, se non ha dato vita a dei soviet, che sono degli organi della presa di potere, ciò nondimeno fornisce un’esemplare illustrazione. Rapidamente, fin dall’inizio dello sciopero, le assemblee generali hanno inviato dei delegati (in generale due per fabbrica) ad un’assemblea centrale, il MKS, per tutta una regione. Questa assemblea si riuniva ogni giorno nei locali della fabbrica faro della lotta, i cantieri navali Lenin di Danzica ed i delegati rendevano poi conto delle sue deliberazioni alle assemblee di base che li avevano eletti e che prendevano posizione su queste decisioni. In un paese in cui le lotte precedenti della classe operaie erano state impietosamente schiacciate nel sangue, la forza del movimento aveva paralizzato il braccio assassino del governo obbligandolo a venire a negoziare con il MKS nei suoi stessi locali. Evidentemente, se di punto in bianco gli operai polacchi nel 1980 erano riuscita a darsi una tale forma di organizzazione, era perché i sindacati ufficiali erano totalmente screditati poiché erano apertamente i poliziotti dello Stato staliniano (ed è la costituzione del sindacato “indipendente” Solidarnosc che ha di per sé permesso lo schiacciamento nel sangue degli operai nel dicembre 1981). E’ la migliore prova che non solo i sindacati non sono un’organizzazione, anche imperfetta, della lotta operaia, ma che essi costituiscono al contrario, finché possono seminare delle illusioni, il maggior ostacolo ad una vera organizzazione di questa lotta. Sono loro che con la loro presenza e la loro azione intralciano il movimento spontaneo della classe verso una auto-organizzazione, che nasce dai bisogni stessa della lotta.

Evidentemente, proprio a causa di tutto il peso del sindacalismo nei paesi centrali del capitalismo, non sarà subito la forma degli MKS, e tanto meno quella dei soviet, che le prossime lotte della classe prenderanno in questi paesi. Nondimeno questa deve loro servire di riferimento e di guida, e gli operai dovranno battersi perché le loro assemblee generali siano realmente sovrane e si pronuncino nel senso dell’estensione, del controllo e della centralizzazione del movimento in maniera autonoma. Le prossime lotte della classe operaia, e per un certo tempo ancora, sentiranno il peso del riflusso, che la borghesia sfrutterà con ogni sorta di manovre. Di fronte a questa situazione difficile della classe operaia, che però non mette in discussione la prospettiva di scontri decisivi tra borghesia e proletariato, l’intervento dei rivoluzionari è insostituibile. E perché esso sia il più efficace possibile, perché non favorisca, senza volerlo, i piani della borghesia, i rivoluzionari non devono farsi prendere, nelle loro analisi e nelle loro parole d’ordine, dalla pressione ideologica ambientale, e devono essere i primi a individuare e denunciare le manovre del nemico di classe.

L’ampiezza della manovra elaborata dalla borghesia in Francia, il fatto, in particolare, che essa si sia permessa di provocare degli scioperi massicci che non potranno che aggravare un po’ di più le sue difficoltà economiche, sono il segno che la classe operaia e la sua lotta non sono scomparse come amavano ripetere, per anni, gli “esperti” universitari al soldo del capitale. Essa dimostra che la classe dominante sa bene che gli attacchi sempre più brutali che dovrà portare provocheranno necessariamente delle lotte di grande ampiezza. Anche se oggi essa ha segnato un punto a suo favore, se ha riportato una vittoria politica, l’esito della battaglia non è ancora stato giocato. La borghesia non potrà, in particolare, impedire che il suo sistema economico affondi sempre più, né che i sindacati tornino a screditarsi, come fu lungo gli anni ottanta, man mano che essi saboteranno le lotte operaie. Ma la classe operaia non potrà vincere la sua battaglia se non sarà capace di comprendere la capacità del suo nemico, anche se appoggiata su un sistema moribondo, di seminare ostacoli, tra i più sottili e sofisticati, sul cammino della sua lotta.

                                               BN, 23 dicembre 1995

NOTE

1. La C.G.T.,  cinghia di trasmissione del Partito Comunista;

F.O., “socialdemocratica”; la F.E.N., vicina al Partito Socialista, sindacato maggioritario nella scuola; la F.S.U., scissione della FEN, e più vicina al PC e all’estrema sinistra.

2. Dal nome del primo ministro incaricato di applicarlo. Questo piano comprende, tra l’altro, un insieme di attacchi riguardanti la Previdenza Sociale e la Sanità.

3. Bisogna notare che nel 1968 i sindacati facevano una sistematica barriera davanti alle fabbriche per impedire ogni contatto tra operai e studenti. All’epoca era tra questi ultimi che si parlava di più di “rivoluzione”, e soprattutto che si denunciavano di più i partiti di sinistra, PC e PS. Anche se non c’era nessun rischio che l’insieme della classe operaia potesse prendere in conto l’idea della rivoluzione (peraltro abbastanza fumosa nella testa degli studenti, movimento di natura piccolo-borghese), essendo ai primi passi di una ripresa della lotta dopo 4 decenni di controrivoluzione, i sindacati temevano potesse diventare ancora più difficile riprendere il controllo di una lotta operaia scoppiata al di fuori di loro e che aveva sorpreso l’insieme della borghesia.

4. Juppé aveva, a modo suo, contribuito a una partecipazione massiccia alle manifestazioni affermando, al momento della presentazione della sua manovra, che il governo non sarebbe sopravvissuto se fossero scese in campo due milioni di persone: la sera di ogni giornata di manifestazione i sindacati e gli organi di informazione facevano i conti per far vedere che ci si era vicini e che si poteva raggiungere questo risultato.

5. E’ quello che esprimono chiaramente queste idee di un macchinista: “Io mi sono lanciato nella lotta come macchinista. Il giorno dopo mi sentivo innanzitutto un ferroviere. Poi ho indossato l’abito dell’impiegato statale. E ora mi sento semplicemente un salariato, come i dipendenti privati che vorrei si unissero al movimento... Se io mi fermassi domani, non potrei più guardare in faccia un impiegato delle poste” (Le Monde  del 12 e 13 dicembre).

6. Vedere il nostro opuscolo sulla lotta delle infermiere.

7. Vedere il nostro articolo “Rivoluzione del 1905: insegnamenti fondamentali per il proletariato” nella Révue Internationale n° 43.

11° Congresso della CCI. RISOLUZIONE SULLA SITUAZIONE INTERNAZIONALE

1) Il riconoscimento da parte dei comunisti del carattere storicamente limitato del modo di produzione capitalista, della crisi irreversibile nella quale si trova oggi questo sistema, costituisce la solida base sulla quale si fonda la prospettiva rivoluzionaria della lotta proletaria. In questo senso tutti i tentativi, come quelli attuali, fatti dalla borghesia e dai suoi lacché per far credere che l’economia mondiale “sta uscendo dalla crisi” o che alcune economie nazionali “emergenti” potranno sostituire vecchi settori economici superati, costituiscono un attacco in piena regola contro la coscienza proletaria.

2) I discorsi ufficiali sulla “ripresa” enfatizzano l’evoluzione degli indici della produzione industriale o il raddrizzamento dei profitti delle imprese. Se effettivamente, ed in particolare nei paesi anglosassoni, si è assistito recentemente a tali fenomeni, è importante focalizzare su quali basi essi si fondano:

- la ripresa dei profitti deriva molto spesso, specie per molte grandi imprese, da operazioni speculative; essa ha come rovescio della medaglia un nuovo aumento dei deficit pubblici; deriva infine dall’eliminazione dei “rami secchi”, cioè dei settori meno produttivi;

- il progresso della produzione industriale risulta per buona parte da un aumento notevole della produttività del lavoro basata su di una utilizzazione massiccia della automatizzazione e dell’informatica.

E’ per queste ragioni che una delle caratteristiche maggiori della “ripresa” attuale, è che essa non è stata capace di creare posti di lavoro, di far diminuire in modo significativo la disoccupazione o anche il lavoro precario che, al contrario, non fa che estendersi, perché il capitale sta sempre attento a mantenere le mani libere per poter gettare in strada, in ogni momento, la forza lavoro in eccesso.

3) Se è prima di tutto un attacco contro la classe operaia, un brutale fattore di sviluppo della miseria e dell’emarginazione, la disoccupazione costituisce anche un indice di primaria importanza della debolezza del capitalismo. Il capitale vive dello sfruttamento del lavoro vivo: mettere in disuso interi settori dell’apparato industriale, e ancor più, buttare in strada una notevole proporzione della forza lavoro rappresenta una vera e propria automutilazione per il capitale. E’ il segno del fallimento totale del modo di produzione capitalista la cui funzione storica era proprio di estendere il salariato a livello mondiale. Questo crollo definitivo del capitalismo si manifesta egualmente nell’indebitamento drammatico degli Stati, fenomeno che ha conosciuto nel corso degli ultimi anni una nuova fiammata: tra il 1989 ed il 1994, il debito pubblico è passato dal 53% al 65% del Prodotto Interno Lordo negli Stati Uniti, dal 57% al 73% in Europa fino a raggiungere il 142% nel caso del Belgio. Nei fatti, gli Stati capitalisti sono impossibilitati a pagare. Se fossero sottoposti alle stesse leggi delle imprese private, avrebbero già dovuto dichiarare ufficialmente fallimento. Questa situazione non fa che esprimere il fatto che il capitalismo di Stato costituisce la risposta che il sistema oppone  alla sua situazione di stallo, ma una risposta che non è in alcun modo una soluzione e che non può servire in eterno.

4) I tassi di crescita, talvolta a due cifre, delle famose “economie emergenti” non riescono affatto a contraddire la constatazione del crollo generale dell’economia mondiale. Essi sono il risultato dell’arrivo massiccio di capitali attirati dal costo incredibilmente basso della forza lavoro in questi paesi, da uno sfruttamento brutale dei proletari, da ciò che la borghesia pudicamente chiama le “dislocazioni”. Tutto ciò significa che questo sviluppo economico non può che danneggiare la produzione dei paesi più avanzati, i cui Stati sempre più si ergono contro le “pratiche commerciali sleali” di questi paesi “emergenti”. Inoltre, le prestazioni spettacolari che ci si compiace di evidenziare ricoprono molto spesso uno scollamento di interi settori di questi paesi: il “miracolo economico” della Cina significa più di 250 milioni di disoccupati nell’anno 2000. Infine, il recente crollo finanziario di un altro paese “esemplare”, il Messico, la cui moneta ha perso la metà del suo valore dall’oggi al domani, che ha avuto bisogno di una iniezione urgente di quasi 50 miliardi di dollari di credito (di gran lunga la più grande operazione di “salvataggio” della storia del capitalismo) riassume la realtà del miraggio che costituisce “l’emergere” di alcuni paesi del terzo mondo. Le economie “emergenti” non sono la nuova speranza dell’economia mondiale. Esse non sono che delle manifestazioni, tanto fragili quanto aberranti, di un sistema alla pazzia. E questa realtà è confermata dalla situazione dei paesi dell’Europa dell’Est, la cui economia si supponeva si sarebbe espansa al sole del liberalismo. Se alcuni paesi (come la Polonia) riescono per il momento a cavarsela, il caos che regna nell’economia della Russia (caduta di quasi il 30% della produzione in due anni, più del 2000% di aumento dei prezzi nello stesso periodo) mostrano in modo brutale fino a che punto fossero falsi i discorsi che si erano ascoltati nel 1989. Lo stato della economia russa è talmente catastrofico, che la Mafia che ne controlla una buona parte degli ingranaggi, appare non come un parassita, come in alcuni paesi occidentali, ma come un pilastro che le assicura un minimo di stabilità.

5) Infine, lo stato di potenziale fallimento nel quale si trova il capitalismo, il fatto che non può vivere eternamente mettendo a rischio l’avvenire, tentando di aggirare la saturazione generale e definitiva dei mercati con una fuga in avanti nell’indebitamento, fa pesare delle minacce sempre più forti sull’insieme del sistema finanziario mondiale. L’angoscia provocata dal fallimento della banca britannica Barings in seguito alle acrobazie di un “golden boy”, la follia che ha seguito l’annuncio della crisi del peso messicano, non commisurabile al peso dell’economia del Messico nell’economia mondiale, sono degli indici indiscutibili della reale angoscia che stringe la classe dominante di fronte alla prospettiva di una “vera catastrofe mondiale” delle sue finanze, secondo le parole del direttore del FMI. Ma questa catastrofe finanziaria non è altro se non il rivelatore della catastrofe nella quale è sprofondato il modo di produzione capitalista stesso e che precipita il mondo intero nelle più gravi convulsioni della sua storia.

6) Il terreno sul quale si manifestano più crudelmente queste convulsioni è quello degli scontri imperialisti. Sono passati appena cinque anni dal crollo del blocco dell’Est, dalle promesse di un “nuovo ordine mondiale” fatte dai capi dei principali paesi dell’occidente, e mai il disordine delle relazioni tra Stati è stato così eclatante. Anche se era basato sulla minaccia di uno scontro terrificante tra superpotenze nucleari, anche se queste due superpotenze non avevano mai smesso di affrontarsi per paesi interposti, “l’ordine di Yalta” conteneva un certo elemento “di ordine” per l’appunto. Non potendo fare una nuova guerra mondiale per il fatto che il proletariato dei paesi centrali non era imbrigliato, i due gendarmi del mondo facevano attenzione a mantenere in un quadro “accettabile” gli scontri imperialisti. A loro bastava precisamente evitare di seminare il caos e le distruzioni nei paesi avanzati ed in particolare in Europa, il terreno principale delle due guerre mondiali. Questo edificio è volato in pezzi. Con gli scontri sanguinosi nella ex-Yugoslavia, l’Europa ha cessato di essere un “santuario”. Contemporaneamente, questi scontri hanno posto in evidenza quanto era ormai difficile mettere in piedi un nuovo “equilibrio”, una nuova “divisione del mondo” successiva a quella di Yalta.

7) Se il crollo del blocco dell’Est era per buona parte imprevedibile, la scomparsa del suo rivale dell’Ovest non lo era affatto. Bisognava non capire nulla del marxismo (e ammettere la tesi di Kautsky, respinta dai rivoluzionari fin dalla prima guerra mondiale, di un “super-imperialismo”) per pensare che si poteva mantenere un solo blocco. Fondamentalmente tutte le borghesie sono rivali le une delle altre. Ciò si vede chiaramente nel campo commerciale in cui domina “la guerra di tutti contro tutti”. Le alleanze diplomatiche e militari non sono che la concretizzazione del fatto che nessuna borghesia può far prevalere i suoi interessi strategici sola nel suo angolo contro tutte le altre. Il solo cemento di tali alleanze è l’esistenza di un nemico comune, e non una sedicente “amicizia tra i popoli”; d’altronde di esse oggi si può constatare tutta l’elasticità e l’ipocrisia: mentre i nemici di ieri (come la Russia e gli Stati Uniti) si sono scoperti improvvisamente “amici”, le amicizie di vecchia data (come quella tra la Germania e gli Stati Uniti) fanno posto alla litigiosità. In questo senso, se gli eventi del 1989 significavano la fine della divisione del mondo uscita dalla seconda guerra mondiale, visto che la Russia perdeva ogni possibilità di dirigere un blocco imperialista, essi portavano in sé la tendenza alla ricostituzione di nuove costellazioni imperialiste. Tuttavia, se la sua potenza economica e la sua collocazione geografica designavano la Germania come solo paese in grado di succedere alla Russia nel ruolo di leader di un eventuale futuro blocco opposto agli Stati Uniti, la sua situazione militare è troppo debole per permetterle di realizzare fin da oggi una tale ambizione. E in mancanza di una formula di ricambio degli schieramenti imperialisti che succedano a quelli che sono stati spazzati via dai rovesciamenti del 1989, l’arena mondiale è sottomessa come mai prima ad una crisi economica di una gravità senza precedenti che inasprisce le tensioni militari, allo scatenamento del “ciascuno per sé”, di un caos che viene ad aggravare ancora la decomposizione generale del modo di produzione capitalista.

8) Così la situazione che succede alla fine dei due blocchi della “guerra fredda” è dominata da due tendenze contraddittorie - da un lato, il disordine, l’instabilità nelle alleanze tra Stati e, dall’altro, il processo di ricostituzione di due nuovi blocchi -, ma che non sono affatto complementari poiché la seconda non fa che aggravare la prima. La storia di questi ultimi anni lo dimostra in modo chiaro:

- la crisi e la guerra del Golfo del 1990-91, volute dagli Stati Uniti, rientrano nel tentativo del gendarme americano di mantenere la sua tutela sui vecchi alleati della guerra fredda, tutela che questi ultimi sono portati a rimettere in discussione con la fine della minaccia sovietica;

- la guerra in Yugoslavia è il risultato diretto dell’affermazione delle nuove ambizioni della Germania, principale istigatore della secessione slovena e croata che mette fuoco alle polveri nella regione;

- il seguito di questa guerra semina la discordia sia nella coppia franco-tedesca, associata nella leadership della Unione europea (che costituisce una prima pietra dell’edificio di un potenziale nuovo blocco imperialista), che nella coppia anglo-americana, la più antica e la più fedele che il 20° secolo abbia conosciuto.

9) Ancor più delle beccate tra il gallo francese e l’aquila tedesca, l’ampiezza delle infedeltà attuali nel matrimonio vecchio di 80 anni tra l’Algida Albione e lo zio Sam costituisce un indice innegabile dello stato di caos nel quale si trova oggi il sistema delle relazioni internazionali. Se, dopo il 1989, la borghesia britannica si era mostrata in un primo tempo la più fedele alleata della sua consorella americana, in particolare in occasione della guerra del Golfo, i pochi vantaggi che essa aveva tratto da questa fedeltà così come la difesa dei suoi interessi specifici nel Mediterraneo e nei Balcani, che la spingevano ad una politica pro-Serba, l’hanno portata a prendere delle distanze considerevoli dal suo alleato e a sabotare sistematicamente la politica americana di sostegno alla Bosnia. Con questa politica la borghesia britannica è riuscita a mettere in piedi una solida alleanza tattica con la borghesia francese con l’obiettivo di far aumentare la discordia nel tandem franco-tedesco, cosa alla quale questa ultima si è completamente prestata nella misura in cui la crescita in potenza del suo alleato tedesco le crea delle preoccupazioni. Questa nuova situazione si è in particolare concretizzata in una intensificazione della collaborazione militare tra la borghesia britannica e quella francese, per esempio col progetto di creazione di un’unità aerea comune e soprattutto con l’accordo che creava una forza inter-africana “di mantenimento della pace e di prevenzione delle crisi in Africa” che costituisce un mutamento spettacolare dell’atteggiamento britannico dopo il suo sostegno alla politica americana nel Ruanda volta a annullare l’influenza francese in questo paese.

10) Questa evoluzione dell’atteggiamento della Gran Bretagna, il cui disappunto si è espresso in particolare il 17 marzo in occasione dell’accoglienza da parte di Clinton di Jerry Addams, il capo del Sinn Fein irlandese, è uno degli eventi maggiori dell’ultimo periodo sulla scena mondiale. E’ rivelatore dello smacco che rappresenta per gli Stati Uniti l’evolversi della situazione nella ex-Yugoslavia, in cui l’occupazione del terreno direttamente da parte degli eserciti britannico e francese sotto l’uniforme della FORPRONU ha contribuito enormemente a sventare i tentativi americani di prendere posizione solidamente nella regione attraverso il suo alleato bosniaco. E’ significativo del fatto che la prima potenza mondiale trova sempre più difficoltà a giocare il suo ruolo di gendarme del mondo, ruolo sopportato sempre meno dalle altre borghesie che tentano di esorcizzare il passato, quando la minaccia sovietica li obbligava a sottostare ai diktat di Washington. Oggi c’è un indebolimento maggiore, cioè una crisi della leadership americana, che si conferma un po’ dappertutto nel mondo, emblematizzata nella pietosa partenza dei Marines dalla Somalia, 2 anni dopo il loro arrivo spettacolare e propagandistico. Questo indebolimento della leadership degli Stati Uniti permette di spiegare perché alcune potenze si permettono di venire a sfidarli nel loro orticello dell’America latina:

- tentativo delle borghesie francese e spagnola di promuovere una “transizione democratica” a Cuba CON Castro, e non SENZA di lui, come avrebbe voluto zio Sam;

- riavvicinamento della borghesia peruviana al Giappone, confermata con la recente rielezione di Fujimori;

- sostegno della borghesia europea, in particolare per il tramite della Chiesa, alla guerriglia zapatista del Chiapas, nel Messico.

11) In realtà, questo maggiore indebolimento della leadership americana esprime il fatto che la tendenza dominante, al momento attuale, non è tanto quella alla costituzione di un nuovo blocco, quanto piuttosto del “ciascuno per sé”. Per la prima potenza mondiale, dotata di una supremazia militare schiacciante, è molto più difficile dominare una situazione caratterizzata dalla instabilità generalizzata, dalla precarietà delle alleanze in tutti gli angoli del pianeta, piuttosto che dalla rigida disciplina degli Stati sotto la minaccia dei mastodonti imperialisti e dell’apocalisse nucleare. In una tale situazione di instabilità, è più facile per ogni potenza creare delle noie ai suoi avversari, sabotare le alleanze che le mettono in ombra, piuttosto che sviluppare per conto proprio delle alleanze solide e assicurarsi una stabilità sui propri territori. Una tale situazione favorisce evidentemente il gioco delle potenze di secondo piano nella misura in cui è sempre più facile seminare il caos che mantenere l’ordine. E una tale realtà è ulteriormente accentuata dallo sprofondare della società capitalista nella decomposizione generalizzata. E’ perciò che gli stessi Stati Uniti sono chiamati ad usare a iosa questo tipo di politica. E ciò può spiegare, per esempio, il sostegno americano alla recente offensiva turca contro i nazionalisti curdi nel Nord dell’Irak, offensiva che la tradizionale alleata della Turchia, la Germania, ha considerato come una provocazione e condannato. Non si tratta di una specie di “rovesciamento di alleanze” tra la Turchia e la Germania, ma di una pietra (di grosse dimansioni) gettata dagli Stati Uniti nel giardino di questa “alleanza” e che rivela l’importanza della posta che rappresenta per i due boss imperialisti un paese come la Turchia. Ugualmente è significativo della situazione attuale il fatto che gli Stati Uniti siano spinti ad impiegare in un paese come l’Algeria per esempio le stesse armi di un Gheddafi o un Komeini: il sostegno del terrorismo e dell’integralismo islamico. Ciò detto, in questa pratica di reciproca destabilizzazione delle rispettive posizioni tra gli Stati Uniti e gli altri paesi, non vi è uguaglianza: se la diplomazia americana può permettersi di intervenire in un gioco politico interno al paese come l’Italia (sostegno a Berlusconi), la Spagna (scandalo del GAL attizzato da Washington), il Belgio (affare Augusta) o la Gran Bretagna (opposizione degli “euroscettici”) a Major), il contrario non potrebbe accadere. In questo senso, la confusione che può manifestarsi in seno alla borghesia americana di fronte agli smacchi diplomatici o ai dibattiti interni su delle scelte strategiche delicate (per esempio, rispetto all’alleanza con la Russia) non ha niente a che vedere con le convulsioni politiche che possono scuotere gli altri paesi. E’ così per esempio che i dissensi manifestati all’epoca dell’invio dei 30.000 Marines ad Haiti sono segno non di reali divisioni ma essenzialmente di una divisione di compiti tra le cricche borghesi che porta ad accentuare le illusioni democratiche e che ha favorito l’arrivo di una maggioranza repubblicana al Congresso americano sostenuta dai settori dominanti della borghesia.

12) Malgrado la loro enorme superiorità militare ed il fatto che questa non può servire loro allo stesso grado del passato, benché siano obbligati a ridurre un po’ le loro spese di difesa di fronte ai loro bilanci in deficit, gli Stati Uniti nondimeno non rinunciano alla modernizzazione dei loro armamenti, ricorrendo ad armi sempre più sofisticate, in particolare portando avanti il progetto di “guerra stellare”. L’impiego della forza bruta, o la sua minaccia, costituisce il mezzo essenziale per la potenza americana di far rispettare la sua autorità (anche se non si priva di ricorrere ai mezzi della guerra economica: pressione sulle istituzioni internazionali come l’OMC, sanzioni commerciali, etc.). Il fatto che questa carta si riveli impotente, anzi fattore di un caos ancora maggiore, come si è visto all’indomani della guerra del Golfo e come è stato ultimamente illustrato dalla Somalia, non fa che confermare il carattere insuperabile delle contraddizioni che attanagliano il mondo capitalista. L’attuale, considerevole rafforzamento del potenziale militare di potenze come la Cina ed il Giappone, che cercano di concorrere con gli Stati Uniti nell’Asia del sud-est e nel Pacifico, non può evidentemente che spingere questo ultimo paese verso lo sviluppo e l’impiego dei suoi armamenti.

13) Il sanguinoso caos nei rapporti imperialisti che caratterizza la situazione del mondo oggi, trova il suo terreno prediletto nei paesi della periferia, ma l’esempio della ex-Yugoslavia a poche centinaia di chilometri dalle grandi concentrazioni industriali europee prova che questo caos si avvicina ai paesi centrali. Alle decine di migliaia di morti provocati dagli scontri in Algeria in questi ultimi anni, ai milioni di cadaveri dei massacri del Rwanda fanno eco le centinaia di migliaia di uccisi in Croazia ed in Bosnia. Nei fatti sono a decine che si contano le zone di scontri sanguinosi nel mondo in Africa, in Asia, in America latina, in Europa, testimonianza dell’indicibile caos che il capitalismo in decomposizione produce nella società. In questo senso la complicità pressappoco generale che avvolge i massacri perpetuati in Cecenia da parte dell’esercito russo, che tenta di frenare lo scoppio della Russia che seguirebbe alla dislocazione della vecchia URSS, sono rivelatori dell’inquietudine che prende la classe dominante di fronte alla prospettiva dell’intensificarsi di questo caos. Bisogna affermarlo chiaramente: solo il rovesciamento del capitalismo da parte del proletariato può impedire che questo caos crescente porti alla distruzione della umanità.

14) Più che mai la lotta del proletariato rappresenta la sola speranza di futuro per la società umana. Questa lotta che era risorta con energia alla fine degli anni 60, ponendo fine alla più terribile controrivoluzione che abbia conosciuto la classe operaia, ha subito un rinculo considerevole con il crollo dei regimi stalinisti, le campagne ideologiche che l’hanno accompagnato e l’insieme degli eventi (guerra del Golfo, guerra in Yugoslavia, etc.) che l’hanno seguito. E’ sui due piani della sua combattività e della sua coscienza che la classe operaia ha subito, in modo massiccio, questo rinculo, senza che ciò rimetta in causa tuttavia, come la CCI aveva già affermato a quella data, il corso storico verso gli scontri di classe. Le lotte condotte nel corso degli ultimi anni da parte del proletariato sono venute a confermare quanto precede. Esse hanno testimoniato, particolarmente dopo il 1992, la capacità del proletariato di riprendere il cammino della lotta di classe, confermando così che il corso storico non era stato rovesciato. Sono altrettanto testimonianza delle enorme difficoltà che incontra su questo cammino, della profondità e dell’estensione del suo rinculo. E’ in modo sinuoso, con dei passi avanti e dei passi indietro, in un movimento a denti di sega che si sviluppano le lotte operaie.

15) I massicci movimenti in Italia nell’autunno 1992, quelli in Germania del 1993 e molti altri esempi hanno dato conto del potenziale di combattività che cresceva nelle fila operaie. Poi questa combattività si è espressa lentamente, con dei lunghi momenti di assopimento, ma non si è smentita. Le mobilitazioni di massa nell’autunno 1994 in Italia, la serie di scioperi nel settore pubblico in Francia nella primavera 1995, sono delle manifestazioni, tra l’altro, di questa combattività. Tuttavia, è importante mettere in evidenza che la tendenza verso il superamento dei sindacati che si era espresso nel 1992 in Italia non si è confermato nel 1994 quando la manifestazione “fenomeno” fu un capolavoro di controllo sindacale. Inoltre, la tendenza all’unificazione spontanea, in piazza, che era comparsa (sebbene in maniera embrionale) nell’autunno 1993 nella Ruhr in Germania ha poi lasciato il posto a delle manovre sindacali di grande ampiezza, quali lo “sciopero” dei metallurgici all’inizio del 1995, perfettamente controllato dalla borghesia, Ugualmente, i recenti scioperi in Francia, nei fatti giornate d’azioni dei sindacati, hanno costituito un successo per questi ultimi.

16) Oltre alla profondità del rinculo subito nel 1989, le difficoltà che prova oggi la classe operaia per avanzare sul suo terreno sono il risultato di tutta una serie di ostacoli supplementari promossi o utilizzati dalla classe nemica. E’ nel quadro del peso negativo che esercita la decomposizione generale del capitalismo sulle coscienze operaie, demolendo la fiducia del proletariato in sé stesso e nella prospettiva della sua lotta, che è importante collocare queste difficoltà. Più concretamente, la disoccupazione di massa e permanente che si sviluppa oggi, se è un segno indiscutibile del fallimento del capitalismo, ha per effetto maggiore quello di provocare una forte demoralizzazione, una enorme disperazione in settori importanti della classe operaia di cui alcuni sono caduti nell’emarginazione e nella lumpenizzazione. Questa disoccupazione ha egualmente per effetto quello di servire da strumento di ricatto e di repressione della borghesia verso i settori operai che ancora hanno lavoro. Inoltre, i discorsi sulla “ripresa” ed i pochi risultati positivi (in termini di profitto e di tassi di crescita) che conosce l’economia dei principali paesi, sono ampiamente messi a frutto per consentire i discorsi dei sindacati sul tema : “i padroni possono pagare”: Questi discorsi sono particolarmente pericolosi nel senso che amplificano le illusioni riformiste degli operai, rendendoli molto più vulnerabili all’inquadramento sindacale, nel senso che sottendono l’idea che se i padroni “non possono pagare”, non serve a niente lottare, il che è un fattore supplementare di divisione (oltre alla divisione tra disoccupati e operai al lavoro) tra i vari settori della classe operaia che lavorano in settori toccati in maniera diversa dagli effetti della crisi.

17) Questi ostacoli hanno favorito la ripresa del controllo da parte dei sindacati sulla combattività operaia, canalizzandola in “azioni” che essi controllano completamente. Tuttavia le attuali manovre dei sindacati hanno anche, e soprattutto, uno scopo preventivo: si tratta per loro di rafforzare la loro presa sugli operai prima che si sviluppi molto di più la loro combattività, combattività che deriverà necessariamente dalla loro crescente collera di fronte agli attacchi sempre più brutali della crisi.

Bisogna anche sottolineare il cambiamento recente in un certo numero di discorsi della classe dominante. Mentre i primi anni dopo il crollo del blocco dell’Est sono stati dominati dalle campagne sul tema della “morte del comunismo”, “l’impossibilità della rivoluzione”, si assiste oggi ad un certo ritorno alla moda dei discorsi favorevoli al “marxismo”, alla “rivoluzione”, al “comunismo” da parte dei gauchistes, evidentemente, ma anche da altri settori. Si tratta anche qui di una misura preventiva da parte della borghesia destinata a deviare la riflessione della classe operaia che tenderà a svilupparsi di fronte al fallimento sempre più evidente del modo di produzione capitalista. Tocca ai rivoluzionari, nel loro intervento, denunciare con il massimo vigore possibile sia le manovre ignobili dei sindacati sia questi discorsi presunti “rivoluzionari”: Spetta a loro porre in avanti la vera prospettiva della rivoluzione proletaria e del comunismo come la sola uscita che può salvare l’umanità e come risultato ultimo delle lotte operaie.

                                                           CCI

11° Congresso della CCI. LA LOTTA PER LA DIFESA E LA COSTRUZIONE DELL’ORGANIZZAZIONE

Si è tenuto l'11° Congresso internazionale della CCI. Nella misura in cui le organizzazioni comuniste sono una parte del proletariato, un prodotto storico di questo e allo stesso tempo parte pregnante e fattore attivo della lotta per la sua emancipazione, i congressi di queste, che ne rappresentano le istanze supreme, sono un momento di primaria importanza per la classe operaia. Per questo i comunisti hanno il dovere di render conto di questo momento essenziale della vita della propria organizzazione.

Le delegazioni venute da 12 paesi (1), che rappresentano più di un miliardo e mezzo di abitanti e soprattutto le maggiori concentrazioni proletarie del mondo (Europa occidentale e America del nord), hanno discusso, tirato delle lezioni e tratto degli orientamenti sulle questioni essenziali alle quali è confrontata la nostra organizzazione. L'ordine del giorno di questo congresso comprendeva essenzialmente due punti: le attività ed il funzionamento della nostra organizzazione, la situazione internazionale (2). Ma il primo punto è quello che senza dubbio ha occupato maggiore spazio e suscitato i dibattiti più appassionati. Ciò è dovuto anche al fatto che la CCI è stata confrontata a delle difficoltà di tipo organizzativo molto importanti che necessitavano una mobilitazione di tutte le sezioni e di tutti i militanti.

I problemi organizzativi nella storia del movimento operaio...

L'esperienza storica delle organizzazioni rivoluzionarie del proletariato dimostra che le questioni relative al funzionamento sono questioni politiche a tutti gli effetti e pertanto meritano la più grande attenzione e riflessione.

Sono numerosi nel movimento operaio gli esempi che dimostrano l'importanza della questione organizzativa ma possiamo evocare in particolare quello dell'AIT (Associazione Internazionale dei Lavoratori, chiamata anche più tardi I Internazionale) e quello del 2° Congresso del Partito Operaio Social Democratico Russo (POSDR) tenuto nel 1903.

L'AIT era stata fondata nel settembre del 1864 a Londra per iniziativa di un certo numero di operai inglesi e francesi. Essa si era data fin dall'inizio una struttura di centralizzazione, il Consiglio centrale che, dopo il congresso di Ginevra del 1866, si chiamerà Consiglio generale. All'interno di questo organo Marx giocherà un ruolo di primo piano poiché sarà incaricato di scrivere un gran numero di testi fondamentali, come l'Indirizzo Inaugurale dell'AIT, i suoi statuti e l'Indirizzo sulla Comune di Parigi (La guerra civile in Francia) del maggio 1871. Rapidamente l'AIT ("Internazionale" come la chiamavano allora gli oprerai) è divenuta una "potenza" nei paesi avanzati (soprattutto quelli dell'Europa occidentale). Fino alla Comune di Parigi del 1871, essa ha raggruppato un numero crescente di operai ed ha costituito un fattore di primo piano nello sviluppo delle due armi essenziali del proletariato: la sua organizzazione e la sua coscienza. Per questo motivo essa sarà l'oggetto di attacchi feroci da parte della borghesia: calunnie sulla stampa, infiltrazioni di spie, persecuzioni contro i suoi membri, ecc. Ma ciò che ha fatto correre il maggior pericolo all'AIT sono stati gli attacchi di alcuni dei suoi propri membri contro il modo di organizzazione dell'Internazionale stessa.

Già al momento della fondazione dell'AIT gli statuti provvisori, di cui si era dotata, vengono tradotti dalle sezioni parigine, fortemente influenzate dalle concezioni federaliste di Proudhon, in modo tale da attenuare considerevolmente il carattere centralizzato dell'Internazionale. Ma gli attacchi più pericolosi verranno più tardi con l'entrata nei ranghi dell'AIT dell'"Alleanza della democrazia socialista", fondata da Bakunin e che troverà terreno fertile in alcuni settori importanti dell'Internazionale per le debolezze che pesavano ancora su di essa dovute all'immaturità del proletariato dell'epoca, un proletariato che non si era ancora liberato delle vestigia della tappa precedente del suo sviluppo.

"La prima fase della lotta del proletariato contro la borghesia è marcata dal movimento settario. Esso ha la sua ragione d'essere in una epoca in cui il proletariato non si è ancora sviluppato abbastanza da agire come classe. Dei pensatori individuali fanno la critica degli antagonismi sociali e ne danno soluzioni fantastiche che la massa degli operai non ha che da accettare, propagandare e mettere in pratica. Per la loro stessa natura le sette formate da questi iniziatori sono astensioniste, estranee ad ogni azione reale, alla politica, agli scioperi, alle coalizioni, in una parola, ad ogni movimento di insieme. La massa del proletariato resta sempre indifferente o anche ostile alla loro propaganda... Queste sette sorte dal movimento alle sue origini, gli fanno da ostacolo quando questo le sorpassa; allora esse diventano reazionarie... Infine, esse rappresentano l'infanzia del movimento proletario come l'astrologia e l'alchimia rappresentano l'infanzia della scienza. Perché fosse possibile la fondazione dell'Internazionale era necessario che il proletariato superasse questa fase.

Di fronte alle organizzazioni cervellotiche ed antagoniste delle sette l'Internazionale è l'organizzazione reale e militante della classe dei proletari in tutti i paesi, legati gli uni agli altri, nella loro lotta comune contro i capitalisti, i proprietari fondiari e il loro potere di classe organizzato nello Stato. Per questo gli statuti dell'Internazionale non riconoscono che semplici società "operaie" che perseguono tutte lo stesso scopo e accettano tutte lo stesso programma che si limita a tracciare le grandi linee del  movimento proletario e ne lascia l'elaborazione teorica all'impulso dato dalle necessità della lotta pratica ed allo scambio di idee che si fa, nelle sezioni, ammettendo indistintamente tutte le convinzioni socialiste nei loro organi ed i loro congressi.

Così come in ogni nuova fase storica i vecchi errori riappaiono un istante per scomparire subito dopo; allo stesso modo l'Internazionale ha visto rinascere al suo interno delle sezioni settarie..." (Le pretese scissioni nell'Internazionale, capitolo IV, circolare del Consiglio generale del 5 marzo 1872).

Questa debolezza era particolarmente accentuata nei settori più arretrati del proletariato europeo, là dove esso era appena uscito dall'artigianato e dal lavoro nei campi, in particolare nei paesi latini. Sono queste debolezze che Bakunin, entrato nell'Internazionale solo nel 1868, dopo il fallimento della "Lega della Pace e della Libertà" (di cui era uno dei principali animatori e che raggruppava dei repubblicani borghesi), ha utilizzato per tentare di sottometterla alle sue concezioni "anarchiche" e per prenderne il controllo. Lo strumento di questa operazione era l'"Alleanza della democrazia socialista", che lui aveva fondato come minoranza della "Lega della Pace e della Libertà". Questa era una società contemporaneamente pubblica e segreta e che si proponeva in realtà di formare una internazionale nell'Internazionale. La sua struttura segreta e la concertazione che permetteva tra i suoi membri doveva assicurargli la "enucleazione" di un massimo di sezioni dell'AIT, quelle dove le concezioni anarchiche avevano più eco. In sé l'esistenza di più correnti di pensiero all'interno dell'AIT non era un problema (3). Al contrario l'azione dell'Alleanza che tendeva a sostituirsi alla struttura ufficiale dell'Internazionale, ha costituito un grave fattore di disorganizzazione di questa ed un pericolo per la sua sopravvivenza. L'Alleanza aveva tentato di pendere il controllo dell'Internazionale al Congresso di Basilea nel settembre del 1869. E' in vista di questo obiettivo che i suoi membri, in particolare Bakunin e James Guillaume, avevano appoggiato calorosamente una mozione amministrativa che rafforzava il potere del Consiglio generale. Ma l'Alleanza, che per parte sua si era dotata di statuti segreti basati su di una centralizzazione estrema, avendo fallito ha cominciato a fare campagne contro la "dittatura" del Consiglio generale che essa voleva ridurre al ruolo di "un ufficio di corrispondenza e di statistiche" secondo i termini dell'Alleanza), di una "buca per lettere" (come rispondeva Marx). Contro il principio della centralizzazione come espressione dell'unità internazionale del proletariato, l'Alleanza preconizzava il "federalismo", la completa "autonomia delle sezioni" ed il carattere non obbligatorio delle decisioni dei congressi. Nei fatti essa voleva poter fare il proprio comodo nelle sezioni dove era riuscita a prendere il controllo. Ciò era la porta aperta alla disorganizzazione totale dell'AIT.

Il Congresso dell'Aia del 1872 doveva correre ai ripari contro questo pericolo. Esso dibatte della questione dell'Alleanza sulla base del rapporto di una commissione d'inchiesta e alla fine decide l'esclusione di Bakunin e di James Guillaume, principale responsabile della federazione del Giura dell'AIT che si trovava completamente sotto il controllo dell'Alleanza. Questo congresso fu contemporaneamente motivo d'orgoglio per l'AIT (tanto per capirne l'importanza, è il solo congresso dove Marx si è recato) e il suo canto del cigno dato lo schiacciamento della Comune di Parigi e la demoralizzazione che questo provocò nel proletariato. Di questa realtà Marx ed Engels erano coscienti. E' per questo che oltre alle misure miranti a sottrarre l'AIT dalla presa dell'Alleanza, proposero lo spostamento del Consiglio generale a New York, lontano dai conflitti che dividevano sempre di più l'Internazionale. Era anche un modo per permettere all'AIT di morire di propria morte (sancita dalla conferenza di Philadelphia del luglio 1876) senza che il suo prestigio fosse recuperato dagli intriganti bakuninisti.

Questi ultimi, insieme agli anarchici, hanno in seguito perpetuato questa leggenda sostenendo che Marx ed il Consiglio generale avevano buttato fuori Bakunin e Guillaume per la loro diversa posizione sulla questione dello Stato (5) (quando non hanno spiegato lo scontro tra Marx e Bakunin come legato a problemi di personalità). Insomma, Marx avrebbe voluto regolare un disaccordo su di una questione teorica generale attraverso delle misure amministrative. Niente di più falso.

Al congresso dell'Aia non fu richiesta alcuna misura contro i membri della delegazione spagnola che pure condividevano la visione di Bakunin, avevano fatto parte dell'Alleanza ma avevano assicurato di non farvi più parte. Allo stesso modo l'AIT "anti-autoritaria" che si è formata dopo il congresso dell'Aia con le federazioni che avevano rigettato le sue decisioni, non erano costituite da soli anarchici dato che vi si trovavano, affianco a questi, dei lassalliani tedeschi strenui difensori del "socialismo di Stato", secondo i termini usati da Marx. In realtà la vera lotta all'interno dell'AIT era tra quelli che preconizzavano l'unità del movimento operaio (e di conseguenza il carattere obbligatorio delle decisioni dei congressi) e quelli che rivendicavano il diritto di fare quello che gli pareva meglio, ciascuno per proprio conto, considerando i congressi come delle semplici assemblee dove ci si doveva contentare di "scambiare delle opinioni" ma senza prendere decisioni. Con questo tipo di organizzazione informale l'Alleanza poteva assicurarsi, segretamente, la vera centralizzazione tra tutte le federazioni, come del resto era detto esplicitamente in alcune lettere di Bakunin. Spingere per delle concezioni "anti-autoritarie" nell'AIT era il modo migliore per dare spazio all'intrigo, al potere occulto ed incontrollato dell'Alleanza, cioè degli avventurieri che la dirigevano.

Il 2° Congresso del POSDR doveva essere l'occasione di uno scontro simile tra i partigiani di una concezione proletaria dell'organizzazione rivoluzionaria ed i partigiani di una concezione piccolo-borghese.

Ci sono delle similitudini tra la situazione del movimento operaio in Europa occidentale ai tempi dell'AIT e quella del movimento in Russia all'inizio del secolo. Nei due casi ci troviamo ad una tappa "infantile" di questo, il divario di tempo tra i due si spiega con il ritardo dello sviluppo industriale della Russia. L'AIT aveva voluto raggruppare in un'unica organizzazione le differenti associazioni operaie che lo sviluppo del proletariato aveva fatto sorgere. Il 2° congresso del POSDR aveva come obiettivo quello di una unificazione dei differenti comitati, gruppi e circoli, sviluppatisi in Russia ed in esilio, che si richiamavano alla Social-democrazia. Tra queste differenti formazioni non esisteva praticamente alcun legame formale dopo la scomparsa del comitato centrale uscito dal 1° congresso del POSDR nel 1897. Nel 2° congresso, come per l'AIT, si scontrarono una concezione dell'organizzazione che rappresentava il passato del movimento operaio, quella dei "menscevichi" (minoritaria), e una concezione che esprimeva le sue nuove esigenze, quella dei "bolscevichi" (maggioritari):

"Sotto il nome di minoranza si sono raggruppati nel Partito degli elementi eterogenei che hanno in comune il desiderio, cosciente o meno, di mantenere i rapporti di circolo, le forme di organizzazione anteriori al Partito. Alcuni compagni eminenti dei vecchi circoli, non essendo abituati a restrizioni in materia di organizzazione, che si impongono in ragione della disciplina di Patito, sono inclini a confondere macchinalmente gli interessi generali del Partito ed i loro interessi di circolo i quali, nel periodo dei circoli, potevano effettivamente coincidere" (Lenin, Un passo avanti e due indietro).

Come è stato confermato anche da esperienze successive (al momento della rivoluzione del 1905 e ancor più durante la rivoluzione del 1917, ad esempio, quando i menscevichi si sono posti al fianco della borghesia), la dinamica dei menscevichi era determinata dalla penetrazione, nella Social-democrazia russa, dell'influenza delle ideologie borghesi e piccolo-borghesi. In particolare, come lo nota Lenin: "Il grosso dell'opposizione (i menscevichi) è stata formata dagli elementi intellettuali del nostro Partito" che hanno costituito dunque un veicolo per le concezioni piccolo-borghesi in materia di organizzazione. Per questo motivo tali elementi "... alzano lo stendardo della rivolta contro le restrizioni indispensabili che esige l'organizzazione ed ergono il loro anarchismo spontaneo in principio di lotta, chiamando a torto questo anarchismo... rivendicazioni in favore della tolleranza, ecc." (Lenin, Un passi avanti e due indietro). E, in effetti, esistono molte similitudini tra il comportamento dei menscevichi e quello degli anarchici nell'AIT (a più riprese Lenin parla dell'"anarchismo da gran signori" dei menscevichi).

E così come gli anarchici dopo il congresso dell'Aia, i menscevichi si rifiutarono di riconoscere ed applicare le decisioni del 2° congresso affermando che "il congresso non è una divinità" e che "le sue decisioni non sono sacrosante". In particolare, come i seguaci di Bakunin entrarono in guerra contro i principi della centralizzazione e la "dittatura del Consiglio generale" quando i loro tentativi di prenderne il controllo fallirono, così una delle ragioni per cui i menscevichi, dopo il congresso,  cominciarono a rigettare la centralizzazione sta nel fatto che alcuni tra di loro furono tolti dagli organi centrali nominati a questo congresso. Ci sono delle somiglianze anche nel modo in cui i menscevichi condussero campagne contro la "dittatura personale" di Lenin, il suo "pugno di ferro" che fa eco alle accuse di Bakunin contro la "dittatura" di Marx sul Consiglio generale.

"Quando prendo in considerazione la condotta degli amici di Martov dopo il congresso (...) io posso solo dire che si tratta di un tentativo insensato, indegno dei membri del Partito, di dilaniare il Partito... E perché? Unicamente perché non si è contenti della composizione degli organi centrali, perché obiettivamente è unicamente questa questione che ci ha separati, gli apprezzamenti soggettivi (come offesa, insulto, espulsione, messa da parte, disonore, ecc) non erano altro che il frutto di un amor proprio ferito e di una immaginazione malata. Questa immaginazione malata e questo amor proprio ferito portano di filato al pettegolezzo più vergognoso: senza aver preso conoscenza dell'attività dei nuovi centri, nè averli ancora visti all'opera, si spargono voci sulle loro "carenze", sul "pungo di ferro" di Ivan Ivanovitch, sul "polso" di Ivan Nikiforovitch, ecc. (...). Alla social-democrazia russa resta un'ultima e difficile tappa da superare: dallo spirito di circolo allo spirito di partito; dalla mentalità piccolo-borghese alla coscienza del suo divenire rivoluzionario: dal pettegolezzo e dalla pressione dei circoli, considerati strumenti di azione, alla disciplina." ("Relazione del 2° congresso del POSDR").

Con l'esempio dell'AIT e quello del 2° congresso del POSDR, si può vedere tutta l'importanza delle questioni legate al modo di organizzazione delle formazioni rivoluzionarie. In effetti, è proprio intorno a queste questioni che si produceva una decantazione decisiva tra, da una parte la corrente proletaria e, dall'altra, le correnti piccolo-borghesi o borghesi. Questo non è casuale, ma deriva dal fatto che uno dei canali privilegiati per l'infiltrazione all'interno di queste formazioni delle ideologie delle classi estranee al proletariato, borghesia e piccola-borghesia, è proprio quello del loro modo di funzionamento.

La storia del movimento operaio è ricca di esempi di questo tipo. Se abbiamo evocato solo questi è evidentemente per una questione di spazio ma anche perché esistono delle somiglianza importanti, come vedremo, tra le circostanze storiche della costituzione dell'AIT, del POSDR e della CCI stessa.

...e nella storia della CCI

La CCI si è già soffermata più volte con attenzione su questo tipo di questione. Alla conferenza di fondazione, per esempio, nel gennaio 1975, dove fu esaminata la questione della centralizzazione internazionale (vedi il "Rapporto sulla questione dell'organizzazione della nostra corrente", Revue Internationale n.1). Un anno dopo, in occasione del suo primo congresso, la nostra organizzazione ci è ritornata su con l'adozione degli statuti (vedi l'articolo "Gli statuti delle organizzazioni rivoluzionarie del proletariato" Revue Internationale n.5). Infine, la CCI nel gennaio 1982 ha dedicato una conferenza internazionale straordinaria a questa questione in seguito alla crisi che essa aveva attraversato nel 1981 (6). Di fronte alla classe operaia ed all'ambiente politico proletario la CCI non ha nascosto le difficoltà incontrate agli inizi degli anni 80. Così ne parlava la risoluzione adottata al 5° congresso e citata nella Revue Internationale n.35:

"Dopo il 4° congresso (1981) la CCI ha conosciuto la crisi più grave da quando esiste. Una crisi che, al di là delle peripezie particolari dell'"affare Chénier" (7) ha scosso profondamente l'organizzazione, le ha fatto sfiorare l'esplosione, ha provocato direttamente o indirettamente l'uscita di una quarantina di membri, ha ridotto alla metà i militanti della sua seconda sezione territoriale. Una crisi che si è tradotta in un accecamento, un disorientamento che la CCI non aveva mai conosciuto dalla sua creazione. Una crisi che, per essere superata, ha richiesto la mobilitazione di mezzi eccezionali: la tenuta di una Conferenza internazionale straordinaria, la discussione e l'adozione di testi di orientamento di base sulla funzione e sul funzionamento dell'organizzazione rivoluzionaria, l'adozione di nuovi statuti."

Una tale trasparenza rispetto alle difficoltà che incontrava la nostra organizzazione non corrispondeva affatto ad un  qualche "esibizionismo" da parte nostra. L'esperienza delle organizzazioni comuniste è parte integrante dell'esperienza della classe operaia. E' per questo che un grande rivoluzionario come Lenin ha potuto consacrare tutto un libro, Un passo avanti e due indietro, alle lezioni politiche tratte dal 2° Congresso del POSDR. E' per questo che noi portiamo a conoscenza dei nostri lettori larghi estratti della risoluzione adottata alla fine del nostro 11° Congresso. Rendendo conto della propria vita organizzativa, la CCI non fa altro che assumersi le sue responsabilità di fronte alla classe operaia.

Evidentemente la messa in piazza da parte delle organizzazioni rivoluzionarie dei propri problemi e discussioni interne può costituire un ottimo terreno per tutti i tentativi di denigrazione da parte degli avversari. Questo è vero anche, ed in particolar modo, per la CCI. Certo non è nella stampa borghese che si trovano le esclamazioni di giubilo quando diamo conto delle difficoltà che la nostra organizzazione può incontrare oggi, siamo ancora troppo modesti come taglia e come influenza tra le masse operaie perché i mezzi di propaganda borghese abbiano interesse a parlare di noi per screditarci. Per la borghesia è meglio innalzare un muro di silenzio intorno alle posizioni e all'esistenza delle organizzazioni rivoluzionarie. E' per questo che il lavoro di denigrazione e di sabotaggio dell'intervento di queste organizzazioni è preso in carica da tutta una serie di gruppi ed elementi parassitari la cui funzione è di allontanare dalle posizioni di classe quegli elementi che si avvicinano a queste, di farli disgustare di ogni partecipazione al difficile lavoro di sviluppo di un campo politico proletario.

L'insieme dei gruppi comunisti è stato confrontato all'azione del parassitismo, ma tocca alla CCI, dato che è oggi l'organizzazione più importante dell'ambiente proletario, essere l'oggetto di una attenzione tutta particolare da parte della marea parassitaria. In questa si trovano dei gruppi ben definiti quali il "Groupe Communiste Internationaliste" (GCI) e le sue scissioni (come "Contre le Courant"), il defunto "Communist Bulletin Group" (CBG) o l'ex-"Frazione Esterna della CCI" (FECCI) che si sono tutti costituiti da scissioni della CCI. Ma il parassitismo non si, limita solo a questo tipo di gruppi. Esso è veicolato da elementi non organizzati o che si trovano in certi momenti in circoli di discussione effimeri, la cui preoccupazione principale consiste nel far circolare ogni sorta di pettegolezzo a proposito della nostra organizzazione. Questi elementi sono spesso vecchi militanti che, cedendo alla pressione della piccola-borghesia, non hanno avuto la forza di mantenere un impegno militante nell'organizzazione, che sono stati frustrati dal fatto che questa non ha "riconosciuto i loro meriti" allo stesso livello dell'idea che si erano fatti di loro stessi o che non hanno sopportato le critiche a loro mosse. Si tratta anche di vecchi simpatizzanti che l'organizzazione non ha voluto integrare perché riteneva che non avevano la chiarezza necessaria o non si sono voluti impegnare per paura di perdere la loro "individualità" in un quadro collettivo (è questo il caso, ad esempio, del defunto "collettivo Alptraum" del Messico o del "Kamunist Kranti" in India). In tutti i casi si tratta di elementi la cui frustrazione derivante dalla loro propria mancanza di coraggio, dalla loro ignavia e della loro impotenza si è trasformata in una ostilità sistematica verso l'organizzazione. Evidentemente questi elementi sono assolutamente incapaci di costruire un qualcosa. Al contrario, sono spesso molto efficaci, con le loro piccole agitazioni ed i pettegolezzi da servetta, nello screditare e distruggere quello che l'organizzazione cerca di costruire.

Tuttavia non è il gracidare del parassitismo che impedisce alla CCI di far conoscere all'insieme del campo proletario gli insegnamenti della propria esperienza. Nel 1904 Lenin scriveva, nella prefazione di Un passo avanti due passi indietro:

"Costoro (gli avversari della social-democrazia) si agitano e manifestano una gioia maligna dinanzi alle nostre polemiche; costoro tenderanno naturalmente ad utilizzare ai loro fini singoli passi del mio opuscolo, consacrato ai difetti ed alle lacune del nostro partito. I socialdemocratici russi sono già sufficientemente temprati alle battaglie per non lasciarsi commuovere da queste punture di spillo, per continuare, nonostante ciò, la loro opera di autocritica e di denuncia spietata dei propri difetti, che saranno sicuramente e inevitabilmente superati con lo sviluppo del movimento operaio. Si provino invece i signori avversari a presentarci il quadro della reale situazione esistente nei loro "partiti", un quadro che si avvicini anche solo da lontano a quello offerto dagli atti del nostro secondo congresso!" (Opere scelte)

E' esattamente con lo stesso spirito che noi portiamo qui a conoscenza dei nostri lettori larghi estratti della risoluzione adottata alla fine del nostro 11° Congresso. Questo non è una manifestazione di debolezza della CCI ma, al contrario, una testimonianza della sua forza.

I problemi affrontati dalla CCI nell'ultimo periodo

"L'11° congresso della CCI afferma dunque chiaramente: la CCI si trovava in una situazione di crisi latente, una crisi ben più profonda di quella che ha colpito l'organizzazione agli inizi degli anni 80, una crisi che, se non fosse stata identificata la radice delle debolezze, rischiava di travolgere l'organizzazione" (Risoluzione d'attività. punto 1)

"Le cause della gravità del male che rischiava di inghiottire l'organizzazione sono molteplici, ma se ne possono mettere in evidenza le principali:

  • il fatto che la conferenza straordinaria del gennaio 82, destinata a farci risalire la china dopo la crisi del 1981, non è andata fino in fondo nell'analisi delle debolezze che colpivano la CCI;
  • ancor più, il fatto che la CCI non aveva pienamente integrato le acquisizioni di questa stessa conferenza (...);
  • il rafforzamento della pressione distruttrice che la decomposizione del capitalismo fa pesare sulla classe operaia e sulle sue organizzazioni comuniste.

In questo senso il solo modo in cui la CCI poteva affrontare efficacemente il pericolo mortale che la minacciava, consisteva:

  • nell'identificazione dell'importanza di questo pericolo (...);
  • nella mobilitazione dell'insieme della CCI, dei militanti, delle sezioni e degli organi centrali rispetto alla priorità della difesa dell'organizzazione;
  • nella riappropriazione delle acquisizioni della conferenza del 1982;
  • nell'approfondimento di queste acquisizioni sulla base del quadro che queste avevano dato." (ibidem, punto 2).

La lotta per il raddrizzamento della CCI è iniziata nell'autunno del 1993 con la messa in discussione in tutta l'organizzazione di un testo di orientamento che ricordava ed attualizzava gli insegnamenti del 1982, soffermandosi sull'origine storica delle nostre debolezze. Al centro del nostro procedere si trovavano dunque le seguenti preoccupazioni: la riappropriazione delle acquisizioni della nostra propria organizzazione e dell'insieme del movimento operaio, la continuità con le lotte di questo ed in particolare con  la sua lotta contro la penetrazione al suo interno delle ideologie estranee, borghesi e piccolo-borghesi.

 

"Il quadro di comprensione che si è data la CCI per mettere a nudo l'origine delle sue debolezze si inscriveva nella lotta storica condotta dal marxismo contro le influenze delle ideologie piccolo-borghesi che pesano sulle organizzazioni del proletariato. Più precisamente esso si rifaceva alla lotta del Consiglio generale dell'AIT contro l'azione di Bakunin e dei suoi fedeli, come di quella di Lenin e dei bolscevichi contro le concezioni opportuniste e di tipo anarchico dei menscevichi durante e dopo il 2° Congresso del POSDR. In particolare era necessario per l'organizzazione mettere al centro delle sue preoccupazioni, come lo fecero i bolscevichi a partire dal 1903, la lotta contro lo spirito di circolo e per lo spirito di partito. Questa priorità derivava dalla natura stessa delle debolezze che pesavano sulla CCI data la sua origine a partire da circoli apparsi nel solco della ripresa storica del proletariato alla fine degli anni 1960; dei circoli fortemente marcati dal peso delle concezioni affinitarie, contestatarie, individualiste, in una parola dalle concezioni di tipo anarchico, particolarmente marcate dalle rivolte studentesche che hanno accompagnato e inquinato la ripresa proletaria. E' in questo senso che la constatazione del peso particolarmente forte dello spirito di circolo nelle nostre origini era parte integrante dell'analisi generale elaborata da lungo tempo e che vedeva la base delle nostre debolezze nella rottura organica delle organizzazioni comuniste per la contro rivoluzione che si era abbattuta sulla classe operaia a partire dalla fine degli anni 1920. Tuttavia questa constatazione ci permetteva di andare più lontano e di andare più a fondo nell'analisi delle radici delle nostre difficoltà. Ci permetteva in particolare di comprendere il fenomeno, già constatato nel passato ma insufficientemente chiarito, della formazione dei clan all'interno dell'organizzazione. : questi clan erano in realtà il risultato dell'incancrenimento dello spirito di circolo che si era mantenuto anche al di là del periodo in cui i circoli avevano costituito una tappa della riformazione dell'avanguardia comunista. In questo modo i clan divenivano, a loro volta, un fattore attivo e il miglior garante della conservazione dello spirito di circolo nell'organizzazione." (ibidem, punto 4).

Qui la risoluzione fa riferimento ad un punto del testo di orientamento dell'autunno '93 che mette in evidenza la seguente questione:

"In effetti uno dei gravi pericoli che minacciano in permanenza l'organizzazione, che rimette in causa la sua unità e rischia di distruggerla, è la costituzione, anche se non deliberata o cosciente, di "clan". In una dinamica di clan le pratiche comuni non partono da un reale accordo politico ma da legami di amicizia, di fedeltà, dalla convergenza di interessi "personali" specifici o da frustrazioni condivise. Spesso una tale dinamica, nella misura in cui essa non si basa su di una reale convergenza politica, si accompagna all'esistenza di "guru", di "capo banda" garanti dell'unità del clan, il cui potere può derivare o da un carisma particolare, che può anche schiacciare le capacità politiche e di giudizio di altri militanti, o dal fatto che questi sono presentati, o si presentano, come "vittime" di questa o quella politica dell'organizzazione. Quando appare una tale dinamica i membri o i simpatizzanti del clan non agiscono più, nei loro comportamenti o nelle decisioni che prendono, in funzione di una scelta cosciente e ragionata basata sugli interessi generali dell'organizzazione, ma in funzione del punto di vista e degli interessi del clan, i quali tendono a porsi in contraddizione a quelli del resto dell'organizzazione."

Questa analisi era basata su dei precedenti storici nel movimento operaio (per esempio, l'atteggiamento dei vecchi redattori dell'Iskra, raggruppati intorno a Martov e che, scontenti delle decisioni del 2° congresso del POSDR, avevano formato la frazione dei menscevichi), ma anche su dei precedenti nella storia della CCI. Non possiamo qui entrare in dettaglio ma possiamo affermare che le "tendenze" che ha conosciuto la CCI (quella che si scinde nel 1978 per formare il "Groupe Communiste Internationaliste", la "tendenza Chénier" nel 1981, la "tendenza" che ha lasciato l'organizzazione al suo 6° congresso per formare la "Frazione esterna della CCI") corrispondevano molto di più ad una dinamica di clan che a delle reali tendenze basate su un orientamento positivo alternativo. In effetti il motore principale di queste "tendenze" non era costituito dalle divergenze che i loro membri potevano avere con gli orientamenti dell'organizzazione (queste divergenze erano le più eteroclite, come dimostrato dalla traiettoria successiva delle "tendenze") ma da un assemblaggio di malcontenti e di frustrazioni contro gli organi centrali e dalla fedeltà personale verso gli elementi che si considerano "perseguitati" o insufficientemente riconosciuti.

Il raddrizzamento della CCI

Anche se non più tanto spettacolare come nel passato, l'esistenza di clan continuava a minare in sordina ma drammaticamente il tessuto organizzativo. In particolare, l'insieme della CCI (compresi i militanti direttamente implicati) ha messo in evidenza che essa era confrontata ad un clan che occupava un posto di primo piano nell'organizzazione e che, anche se non era un "semplice prodotto organico delle debolezze della CCI" aveva "concentrato e cristallizzato un gran numero di caratteristiche deleterie che infettavano l'organizzazione ed il cui denominatore comune era l'anarchismo (visione dell'organizzazione come somma di individui, approccio di tipo psicologico e affinitario nei rapporti politici tra militanti e nelle questioni di funzionamento, disprezzo o ostilità verso le concezioni politiche marxiste in materia di organizzazione)" (Risoluzione d'attività, punto 5).

E' per questo che:

"... il Congresso constata il successo globale della lotta ingaggiata dalla CCI dall'autunno 1993 (...) il raddrizzamento, talvolta spettacolare, delle sezioni più toccate dalle difficoltà di tipo organizzativo nel '93 (...), gli approfondimenti che sono venuti da numerose parti della CCI (...), tutti questi fatti confermano la piena validità della lotta intrapresa, del suo metodo, delle sue basi teoriche così come dei suoi aspetti concreti (...). Il congresso sottolinea in particolare gli approfondimenti realizzati dall'organizzazione nella comprensione di tutta una serie di questioni alle quali si sono confrontate e si confrontano le organizzazioni della classe: avanzamenti nella conoscenza della lotta di Marx e del Consiglio generale contro l'Alleanza, della lotta di Lenin e dei bolscevichi contro i menscevichi, del fenomeno dell'avventurismo politico nel movimento operaio (rappresentato in particolare dalle figure di Bakunin e di Lassalle), proprio di elementi declassati, che non lavorano a priori al servizio dello Stato capitalista ma finiscono per essere più pericolosi degli agenti infiltrati da questo." (ibidem, punto 10).

"Sulla base di questi elementi l'11° Congresso constata dunque che la CCI è oggi ben più forte di quanto non lo fosse al precedente congresso, che è incomparabilmente meglio armata per affrontare le sue responsabilità di fronte al futuro ritorno della classe sulla scena, anche se, evidentemente, essa è ancora in convalescenza" (ibidem, punto 11).

La constatazione dell'esito positivo della lotta condotta dall'organizzazione non ha tuttavia creato nessun sentimento di euforia nel congresso. La CCI ha imparato a diffidare degli impeti momentanei che sono più che altro il tributo della penetrazione nei ranghi comunisti dell'impazienza piccolo-borghese piuttosto che espressione di una dinamica proletaria. La lotta delle organizzazioni e dei militanti comunisti è una lotta a lungo termine, paziente, spesso oscura ed il vero entusiasmo che sta nei militanti non si misura dalle impennate euforiche ma dalla capacità di tenere, contro venti e maree, di resistere di fronte alla pressione deleteria che l'ideologia della classe nemica fa pesare sulle loro teste. E' per questo che la constatazione del successo che ha coronato la lotta della nostra organizzazione nel corso di questo ultimo periodo non ci ha portato a nessun trionfalismo:

"Questo non significa che la lotta che abbiamo condotto sia finita. (...) La CCI dovrà continuarla attraverso una vigilanza in ogni istante, la determinazione ad identificare ogni debolezza e ad affrontarla senza attendere. (...) In realtà la storia del movimento operaio, ivi compresa quella della CCI, esige, ed il dibattito l'ha ampiamente confermato, che la lotta per la difesa dell'organizzazione sia permanente, senza sosta. In particolare la CCI deve avere in mente che la lotta fatta dai bolscevichi per lo spirito di partito contro lo spirito di circolo è proseguita per lunghi anni. Sarà lo stesso per la nostra organizzazione che dovrà essere vigile per affrontare ed eliminare ogni demoralizzazione, ogni sentimento di impotenza derivante dalla lunghezza della lotta." (ibidem, punto 13)

Prima di concludere questa parte sulle questioni di organizzazione che sono state discusse al congresso è importante precisare che le discussioni fatte dalla CCI per un anno e mezzo non hanno dato luogo ad alcuna scissione (contrariamente a quello che era accaduto, per esempio, al 6° Congresso o nel 1981). Ciò è dovuto anche al fatto che l'organizzazione da subito si è ritrovata d'accordo con il quadro teorico che era stato dato per la comprensione delle difficoltà che aveva. L'assenza di divergenze su questo quadro ha permesso il fatto che non si cristallizzasse una qualche "tendenza" o anche una qualche "minoranza" che teorizzasse le proprie particolarità. In gran parte le discussioni vertevano su come concretizzare questo quadro nel funzionamento quotidiano della CCI, avendo costantemente la preoccupazione di legare queste concretizzazioni all'esperienza storica del movimento operaio. Il fatto che non ci sono state scissioni è una testimonianza della forza della CCI, della sua maggiore maturità, della volontà dimostrata dalla grande maggioranza dei suoi militanti di condurre in modo risoluto la lotta per la sua difesa, per risanare il suo tessuto organizzativo, per superare lo spirito di circolo e tutte le concezioni anarchiche che considerano l'organizzazione come una somma di individui o di piccoli gruppi affini.

Le prospettive della situazione internazionale

Evidentemente l'organizzazione comunista non esiste per sé stessa. Essa non è spettatrice ma protagonista delle lotte della classe operaia e la sua difesa intransigente significa giustamente permetterle di conservare il suo ruolo. E' con questo obiettivo che il Congresso ha consacrato una parte del suo dibattito all'esame della situazione internazionale. Esso ha discusso ed approvato differenti rapporti su questa questione così come una risoluzione che ne fa la sintesi e che è pubblicata in questo stesso numero della Rivista Internazionale. Non ci estenderemo quindi su questo aspetto dei lavori del congresso. Ci contentiamo qui di evocare, brevemente, l'ultimo dei tre aspetti della situazione internazionale (evoluzione della crisi economica, conflitti imperialisti e rapporti di forza tra le classi) che sono stati affrontati al congresso.

Questa risoluzione l'afferma chiaramente:

"Più che mai la lotta del proletariato rappresenta la sola speranza per l’avvenire della società umana." (punto 14)

Tuttavia il Congresso ha confermato ciò che la CCI aveva annunciato nell'autunno del 1989:

"Questa lotta, che era risorta con vigore alla fine degli anni '60 ponendo fine alla peggiore contro-rivoluzione che ha conosciuto la classe operaia, ha subito un riflusso considerevole con il crollo dei regimi stalinisti, le campagne ideologiche che l'hanno accompagnato e l'insieme degli avvenimenti che sono seguiti (guerra del Golfo, guerra in Yugoslavia, ecc.)" (ibidem)

Ed è principalmente per questa ragione che oggi:

"E' in modo sinuoso, con degli avanzamenti e dei passi indietro, in un movimento a zig-zag che si sviluppano le lotte operaie." (ibidem)

Tuttavia la borghesia sa molto bene che l'aggravamento degli attacchi contro la classe operaia non potrà che dare impulso a nuove lotte sempre più coscienti. E si prepara sviluppando tutta una serie di manovre sindacali e al tempo stesso dando incarico ai suoi agenti di rinnovarsi con discorsi che incensano la "rivoluzione", il "comunismo" o il "marxismo". E' perciò che:

"Tocca ai rivoluzionari, nel loro intervento, denunciare col maggior vigore possibile sia le manovre vergognose dei sindacati che questi presunti discorsi "rivoluzionari". Tocca a loro mettere in avanti la vera prospettiva della rivoluzione proletaria e del comunismo come unica uscita che può salvare l'umanità e come risultato ultimo delle lotte operaie." (punto 17).

Dopo aver ricostituito e riunito le sue forze la CCI è di nuovo pronta, dopo il suo 11° Congresso, ad assumere questa responsabilità.

                                                             CCI.

1. Germania, Belgio, Stati Uniti, Spagna, Francia, Gran Bretagna, India, Italia, Messico, Paesi Bassi, Svezia, Venezuela.

2. Era anche previsto un punto sull'esame del campo politico proletario che costituisce una preoccupazione permanente della nostra organizzazione. Per mancanza di tempo abbiamo dovuto sopprimerlo, ma questo non significa affatto un allentamento della nostra attenzione su questa questione. Al contrario, superate le nostre difficoltà organizzative possiamo apportare il nostro migliore contributo allo sviluppo dell'insieme del campo proletario.

3. "Dato che le sezioni della classe operaia nei differenti paesi si trovano in condizioni differenti di sviluppo, necessariamente anche le loro opinioni teoriche, che riflettono il movimento reale, sono divergenti. Tuttavia la comunità d'azione stabilita dall'Associazione Internazionale dei lavoratori, lo scambio di idee facilitate dalla propaganda fatta dagli organi delle differenti sezioni nazionali, infine le discussioni dirette ai congressi generali, non mancheranno di far uscire gradualmente un programma teorico comune." (Risposta del Consiglio generale alla domanda di adesione dell'Alleanza, 9 marzo 1869). Bisogna notare che l'Alleanza aveva fatto una prima domanda di adesione con degli statuti dove era previsto che essa di dotava di una struttura internazionale parallela a quella dell'AIT (con un comitato centrale e la tenuta di congressi separati da quelli dell'AIT). Il Consiglio generale aveva rifiutato questa domanda facendo valere il fatto che gli statuti dell'Alleanza erano in contraddizione con quelli dell'AIT. Essa aveva precisato che era pronta ad ammettere le differenti sezioni dell'Alleanza se questa avesse rinunciato alla sua struttura internazionale. L'Alleanza aveva accettato questa condizione ma aveva mantenuto la sua struttura in conformità ai propri statuti segreti.

4. In un "Appello agli ufficiali dell'esercito russo", Bakunin vanta i meriti dell'organizzazione segreta "che trova la sua forza nella disciplina, nella devozione e l'abnegazione appassionata dei suoi membri e nell'obbedienza cieca ad un Comitato unico che conosce tutto e non è conosciuto da nessuno."

5 Gli anarchici sono per l'abolizione immediata dello Stato sin dall'indomani della rivoluzione. E' una differenza di principio: il marxismo ha messo in evidenza che lo Stato si manterrà, sotto delle forme evidentemente diverse da quelle dello Stato capitalista, fino alla scomparsa completa delle classi sociali.

6. Vedi  gli articoli "La crisi del campo proletario", "Rapporto sulla struttura ed il funzionamento dell'organizzazione dei rivoluzionari e "Presentazione del 5° Congresso della CCI" nei numeri 28, 33 e 35 della Révue Internationale.

7. Chénier, sfruttando la mancanza di vigilanza della nostra organizzazione, era divenuto membro della nostra sezione in Francia nel 1978. A partire dal 1980 aveva iniziato tutto un lavoro sotterraneo tendente alla distruzione della nostra organizzazione. Per fare questo aveva sfruttato molto abilmente sia la mancanza di rigore organizzativo della CCI che le tensioni esistenti nella sezione in Gran Bretagna. Questa situazione aveva portato alla formazione di due clan antagonisti in questa sezione, bloccando il suo lavoro e conducendo alla perdita della metà di questa ed anche alla perdita di molti militanti in altre sezioni. Chénier fu escluso dalla CCI nel settembre 1981 e noi abbiamo pubblicato nella stampa un comunicato che metteva in guardia il campo politico proletario contro questo elemento "torbido e losco". Poco dopo Chénier ha iniziato una carriera nel sindacalismo, il Partito Socialista e l'apparato dello Stato per il quale lavorava, molto probabilmente, già da lungo tempo.

Cina 1928-1949: ANELLO DELLA GUERRA IMPERIALISTA

Secondo la storia ufficiale nel 1949, in Cina avrebbe trionfato una "rivoluzione popolare". Questa idea, diffusa tanto dalla democrazia occidentale, che dal maoismo, fa parte della mostruosa mistificazione mesa in atto con la controrivoluzione staliniana sulla sedicente creazione degli "stati socialisti". E' vero che la Cina, dal 1919 al 1927 ha conosciuto un imponente movimento della classe operaia, parte integrante dell'ondata rivoluzionaria internazionale che ha scosso il mondo capitalista in quegli anni; questo movimento però si concluse con un massacro della classe operaia. Per contro, ciò che gli ideologi della borghesia presentano come il "trionfo della rivoluzione cinese" non  è altro che l'instaurazione di un capitalismo di Stato nella sua variante maoista, il culmine del periodo di conflitti imperialisti in territorio cinese, periodo aperto dal 1928, dopo la disfatta della rivoluzione proletaria.

In questo articolo esporremo le condizioni nelle quali è sorta la rivoluzione proletaria in Cina, traendo alcune delle principali lezioni. Tralasceremo, per il momento, l’analisi del periodo dei conflitti imperialisti, durante i quali è apparso il maoismo, e la denuncia degli aspetti fondamentali di questa forma di ideologia borghese.

La III Internazionale e la rivoluzione in Cina

L'evoluzione dell'Internazionale Comunista e la sua azione in Cina hanno avuto un ruolo cruciale nel corso della rivoluzione in questo paese. L'IC rappresenta il più grande sforzo realizzato fino a quel momento dalla classe operaia per dotarsi di un partito mondiale capace di guidare la sua lotta rivoluzionaria. Però la sua tardiva formazione nel corso stesso dell'ondata rivoluzionaria mondiale, senza avere avuto in anticipo il tempo sufficiente per consolidarsi organicamente e politicamente, l'ha condotta , malgrado la resistenza delle sue frazioni di sinistra (1), verso una deriva opportunista. In effetti di fronte al riflusso della rivoluzione e all'isolamento della Russia sovietica, il Partito bolscevico - il più influente in seno all'Internazionale - ha cominciato ad esitare fra la necessità di sistemare le basi per una nuova crescita rivoluzionaria in futuro, anche a prezzo di sacrificare il trionfo in Russia, e quella di difendere lo Stato russo sorto dalla rivoluzione , a prezzo di accordi e di alleanze concluse con le borghesie nazionali. Questi accordi e queste alleanze hanno rappresentato un'enorme fonte di confusione per il proletariato internazionale e hanno contribuito ad accelerare la sua disfatta in numerosi paesi. La deriva opportunista dell'IC, l'abbandono degli interessi storici della classe operaia a favore di una politica di collaborazione fra le classi l'hanno condotta ad una progressiva degenerazione che nel 1928 è culminata con l'abbandono dell'internazionalismo proletario in nome della pretesa "difesa del socialismo in un solo paese".(2)

La perdita di fiducia  nella classe operaia ha condotto progressivamente l'IC, diventata sempre di più uno strumento del governo russo,  a voler creare una barriera di protezione contro la penetrazione delle grandi potenze imperialiste con l'appoggio alle borghesie dei "paesi oppressi" dell'Europa Orientale, del Medio ed Estremo Oriente. Questa politica si è dimostrata disastrosa per la classe operaia internazionale: In effetti , per tutto il periodo in cui l'IC ed il governo russo sostenevano politicamente e materialmente le borghesie nazionaliste presunte "rivoluzionarie" della Turchia, della Persia, della Palestina, dell'Afghanistan .. e infine della Cina, queste stesse borghesie, che ipocritamente accettavano l'aiuto sovietico senza rompere i loro legami con le potenze imperialiste né con la nobiltà fondiaria  che pretendevano di combattere, schiacciavano le lotte operaie e annientavano le organizzazioni comuniste con le stesse armi che forniva loro la Russia. Ideologicamente, questo abbandono delle posizioni proletarie trovava la sua giustificazione nelle “Tesi sulla questione nazionale e coloniale” del 2° Congresso dell'IC (alla cui redazione Lenin e Roy ebbero un ruolo importante). Queste tesi contengono sicuramente un'ambiguità teorica di principio operando una falsa distinzione fra borghesie "imperialiste" e "antimperialiste", cosa che avrebbe aperto la strada a più grandi errori politici. Di fatto, a quell'epoca, la borghesia cessava di essere rivoluzionaria e aveva assunto in ogni parte un carattere imperialista, compresi i "paesi oppressi": non solo attraverso i numerosi legami con l'una o l'altra delle grandi potenze imperialistiche, ma anche perché a partire dalla presa del potere della classe operaia in Russia, la borghesia internazionale aveva formato un fronte comune contro ogni movimento di massa. Il capitalismo era entrato nella sua fase di decadenza e l'apertura dell'epoca della rivoluzione proletaria aveva definitivamente chiuso l'era delle rivoluzioni borghesi.

Le Tesi, malgrado questo errore, erano state però capaci di impedire certi scivolamenti opportunisti che, sfortunatamente, si sarebbero generalizzati poco tempo dopo. Il rapporto presentato da Lenin riconosceva che, nel nuovo periodo, "un certo avvicinamento si verifica fra la borghesia dei paesi sfruttatori e quella dei paesi coloniali, in maniera tale che molto frequentemente la borghesia dei paesi oppressi, pur appoggiando i movimenti nazionali, è al tempo stesso in accordo con la borghesia imperialista, cioè essa lotta con questa contro i movimenti rivoluzionari" (3). E' per questo che le Tesi chiamano ad appoggiarsi essenzialmente  sui contadini e insistevano sulla necessità per le organizzazioni comuniste di mantenere la loro indipendenza organica e di principio di fronte alla borghesia: "L'Internazionale Comunista deve sostenere i movimenti rivoluzionari nelle colonie e nei paesi arretrati solo a condizione che gli elementi dei più puri partiti comunisti - e comunisti nei fatti - siano raggruppati e istruiti  sui loro compiti particolari, cioè del compito di combattere il movimento borghese e democratico (...) conservando sempre il carattere indipendente del movimento proletario anche nella sua forma embrionale" (4). Ma il sostegno incondizionato, ignominioso dell'IC al Kuomintang in Cina  avrebbe dimostrato  che tutto questo sarebbe stato dimenticato: tanto per il fatto che la borghesia nazionale non era più rivoluzionaria e si trovava strettamente legata alle potenze imperialiste, quanto in rapporto alla necessità di forgiare un partito comunista in grado di lottare contro la democrazia borghese e di mantenere l'indispensabile indipendenza  del movimento della classe operaia.

La "Rivoluzione" del 1911 e il Kuomintang

Lo sviluppo della borghesia cinese e il suo movimento politico durante i primi decenni del 20° secolo, lungi dal mostrare  presunti aspetti "rivoluzionari", ci dà piuttosto l'illustrazione dell'estinzione del carattere rivoluzionario della borghesia e della trasformazione dell'ideale nazionale e democratico in pura mistificazione, nel momento in cui il capitale entra nella fase di decadenza. L'insieme dei fatti ci mostra non una classe rivoluzionaria ma una classe conservatrice, conciliante, il cui movimento politico non tendeva né a espellere completamente la nobiltà né a rigettare gli "imperialisti", ma piuttosto a crearsi uno spazio al loro fianco.

Gli storici sono soliti sottolineare le differenze di interessi che sarebbero esistite fra le differenti frazioni della borghesia cinese. Così, in genere,  è d’uso identificare la frazione speculatrice e commerciale come alleata della nobiltà e degli "imperialisti", mentre la borghesia industriale e l'intelligentsia costituirebbero la frazione "nazionalista", "moderna", "rivoluzionaria". In realtà queste differenze non erano così marcate; non solo perché queste frazioni erano intimamente legate, per questioni d’affari o per legami familiari, ma soprattutto perché gli atteggiamenti, tanto della frazione commerciale che di quella industriale e dell'intelligentsia, non erano molto differenti: tutte cercavano in permanenza l'appoggio dei "signori della guerra", legati alla nobiltà fondiaria, e quello dei governi delle grandi potenze.

Verso il 1911, la dinastia manciù era già completamete in putrefazione e sul punto di cadere. E questo non era il prodotto di una qualunque azione rivoluzionaria della borghesia nazionale, ma la conseguenza della divisione della Cina fra le grandi potenze imperialiste che aveva condotto alla divisione del vecchio impero. La Cina  tendeva a restare sempre più divisa in regioni controllate da militaristi in possesso di eserciti mercenari più o meno potenti, sempre pronti a vendersi al migliore offerente e dietro i quali si trovava l'una o l'altra grande potenza. La borghesia, da parte sua, si sentiva chiamata a prendere il posto della dinastia in quanto elemento unificatore del paese, ma non allo scopo di spezzare il modo di produzione nel quale si mescolavano gli interessi dei proprietari fondiari con i suoi propri, ma piuttosto con lo scopo di mantenerli. E' in questo quadro che si sono svolti gli avvenimenti che partono da quella che viene chiamata la "Rivoluzione del 1911" fino al "Movimento del 4 maggio 1919".

La "Rivoluzione del 1911" iniziò con una cospirazione di militari conservatori sostenuti dall'organizzazione borghese nazionalista di Sun Yat-sen, la Tung Meng-hui. I militaristi conservatori rinnegarono l'imperatore e proclamarono un nuovo regime a Wu-Ciang. Sun Yat-sen, che si trovava negli Stati Uniti alla ricerca di un sostegno finanziario per la sua organizzazione, fu chiamato ad occupare la presidenza di un nuovo governo. Iniziarono negoziati fra i due governi e, in capo ad alcune settimane, si decise la rinuncia contemporanea dell'imperatore e di Sun Yat-sen in cambio di un governo unificato con a capo Yuan Che-kai che era il capo delle truppe imperiali, il vero uomo forte della dinastia. Tutto questo significava che la borghesia lasciava da parte le sue pretese "rivoluzionarie" e "antimperialiste" in cambio del mantenimento dell'unità del paese.

Alla fine del 1912 si forma il Kuomintang, nuova organizzazione di Sun Yat-sen, rappresentante di questa borghesia. Nel 1913, il Kuomintang partecipa alle elezioni presidenziali ristrette alle classi sociali possidenti, dalle quali esce vincitore. Il nuovo presidente Sun Ciao-yen viene assassinato e Sun Yan-sen tenta di formare un nuovo governo alleandosi con alcuni militaristi secessionisti del centro sud del paese, ma è sconfitto dalle forze di Pechino.

Come si può vedere, le velleità nazionaliste della borghesia cinese erano sottomesse ai voleri dei signori della guerra e, conseguentemente, a quelli delle grandi potenze. Lo scoppio della prima guerra mondiale assoggettò maggiormente il movimento politico della borghesia cinese al gioco degli interessi imperialisti. Nel 1915 parecchie province divennero "indipendenti", i signori della guerra  si suddivisero il paese, sostenuti da